Angola. Grande Paese, grandi sfide

Dodici anni fa, un gruppo di missionari della Consolata iniziava l’avventura nel Paese africano. Oggi le missioni sono tre, e le difficoltà sono tante. Una popolazione sempre più povera, e uno Stato che offre sempre meno servizi. Il racconto di padre Fredy.

L’Angola è un grande paese in Africa centrale (vasto oltre quattro volte l’Italia). Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha vissuto una cruenta guerra civile lunga quasi trent’anni.

È uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana (insieme alla Nigeria) ed è pure grande esportatore di diamanti. Ma è anche uno dei Paesi con il maggiore divario tra i pochi ricchissimi e il resto della popolazione povera. «Qui la ricchezza è scandalosamente elevata così come la povertà», ci dice padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano. Lo incontriamo quando è di passaggio nella casa madre dell’Istituto a Torino.

I missionari vi lavorano dall’agosto 2014 e contano oggi tre missioni. Padre Fredy è arrivato con il primo gruppo.

A Capalanga, nella diocesi di Viana, c’è la sede principale. Si trova nella grande periferia urbana di Luanda, la capitale, che conta oltre otto milioni di abitanti. Capalanga è anche stata la prima missione Imc in Angola.

C’è poi Funda, nella diocesi di Caxito, sempre nella periferia di Luanda. Le due distano una ventina di minuti.

La terza, invece, è una missione di tipo diverso. A Luacano, nella diocesi di Luena, a mille e trecento chilometri da Luanda, quasi alla frontiera con lo Zambia. È una missione tipicamente rurale. Si trova nella provincia Moxico, la più grande del Paese e senza sbocchi sul mare.

«Luacano è una missione antica, dell’epoca della colonia. Ma non ha avuto mai una permanenza fissa di sacerdoti; quindi, si configura ancora come una missione di prima evangelizzazione, su un territorio vastissimo». Continua padre Fredy (vedi Mc 06/2018). 

Dopo un inizio veloce…

«La missione della Consolata in Angola all’inizio ha avuto un grande progresso, ovvero si è andati avanti rapidamente. Adesso siamo in un momento più statico. Oggi siamo sei missionari, due per ogni comunità, ma dovremmo essere almeno in nove. Questo è legato a una contingenza di carenza di personale». Spiega padre Fredy. Gli altri missionari presenti oggi sono i padri Dani Romero dal Venezuela, Douglas Ghetanda dal Kenya, Fernando Joaquim Chissano dal Mozambico, John Sebastian Kyara dal Tanzania e Jean Baptiste Kambale dalla Rd del Congo.

La presenza in Angola dell’Istituto missioni Consolata, è legata, a livello amministrativo interno, a quella, molto più antica (iniziata nel 1926), in Mozambico.

«Abbiamo recentemente pensato alle prospettive future, e deciso che occorrono tre elementi: più stabilità del personale, maggiore autosufficienza economica, e, inoltre, l’apertura di un seminario per giovani che vogliono diventare missionari della Consolata – continua padre Fredy, esprimendosi con un bel miscuglio di spagnolo, sua lingua madre, e portoghese, che parla in Angola -. Ci siamo detti che occorre ottenere i primi due risultati per poi passare al terzo. Di fatto, nella casa di Capalanga, c’è già la predisposizione per accogliere giovani in formazione, ma, appunto, occorrono più fondi».

Attualmente i giovani angolani motivati a seguire le orme di san Giuseppe Allamano, vanno a studiare a Nairobi, in Kenya, oppure a Maputo, in Mozambico.

Un altro progetto è quello di aprire la quarta missione: «Vogliamo iniziare una presenza a Luena, sede della diocesi, e capoluogo di provincia. Inoltre, sarebbe un punto intermedio e di appoggio alla missione di Luacano. C’è già la disponibilità di un terreno, ma, anche in questo caso, occorre avere personale e finanziamenti».

Corso di alfabetizzazione nella parrocchia di santo Agostinho

Diversità

Chiediamo a padre Fredy quali sono le maggiori sfide in Angola, e come i sei missionari della Consolata le stanno affrontando.

«Capalanga è una realtà tipicamente di grande periferia urbana. Il che vuol dire che ci vivono persone provenienti da tutte le province del Paese, un misto di etnie. Le sfide sono molto vicine al nostro carisma ad gentes. Nell’area della parrocchia abita una grande concentrazione di persone. Molte di esse sono in fase di evangelizzazione, altre sono battezzate, ma necessitano di molta formazione, poi c’è un terzo gruppo di cristiani più maturi e impegnati. Per fare un esempio, a Pasqua, abbiamo avuto quasi quattrocento battesimi, e possiamo contare oltre duemila catecumeni in tutta la parrocchia, tra adolescenti, giovani e adulti.
Però abbiamo solo 220 catechisti, che sono pochi per questi numeri».

«Vai dal feticeiro»

Un’altra grande sfida della quale ci parla padre Fredy è una certa promiscuità religiosa: «Ci sono molte superstizioni anche per chi è cristiano. Un miscuglio di feticismo, divinazione, che continua ad attrarre molti, anche chi partecipa regolarmente alla messa. È qualcosa di misterioso che spaventa ma, al tempo stesso, attira. Quindi per risolvere i problemi che si presentano, ad esempio di salute, il ricorso al feticeiro (stregone, nda) è molto frequente, cosa che influenza molte dinamiche nella comunità».

Il sistema sanitario angolano non aiuta: «C’è un grosso problema che è il cattivo funzionamento dei servizi sanitari di base, che stanno peggiorando sempre più. Se vai all’ospedale, è facile che non ti prendano in cura. Poi c’è la mentalità della guarigione immediata una volta preso il rimedio, come se dovesse accadere per magia, appunto. Allora molti vanno nelle foreste dell’interno a cercare lo stregone».

Oggi in Angola si muore per malattie curabili come la malaria, il colera, la febbre tifoide. C’è anche un incremento di malattie che, fino a qualche tempo fa, non erano comuni, come il diabete, l’ipertensione, le emorragie cerebrali. Queste sono dovute a cattiva alimentazione, e poca attenzione medica ai problemi. «Sono molti anche i casi di depressione. Infine, sono molte le persone che preferiscono non sapere di essere malati, così non si curano», ci dice padre Fredy.

Campo scout a santo Agostinho nel 2024

La minaccia dei sogni

Un’altra questione legata a questo approccio magico alla salute è quella dei sogni. «Quando una persona sogna il vicino o un parente, pensa che sia un sortilegio. Che quella persona sia entrata nel sogno per fargli del male. Questo significa che ci troviamo a gestire problemi tra vicini nati a causa dei sogni. Alcuni arrivano a cercare di non dormire per non sognare, e così si ammalano.

Come missionari stiamo portando avanti la pastorale della salute. Intanto organizziamo formazioni di base, affinché le persone conoscano alcune cure e le principali norme di prevenzione. Poi abbiamo un minimo di farmacia essenziale nelle parrocchie. E, infine, ci sono infermieri e medici volontari che, periodicamente, ci aiutano a curare alcuni casi più semplici. Per i farmaci, ci hanno aiutato alcuni progetti di enti come Impegnarsi serve oppure la Fondazione Missioni Consolata ets».

Malnutrizione in aumento

Un altro aspetto alla base di molti problemi è quello alimentare. L’Angola ha un ampio territorio, in gran parte fertile, e potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della sua popolazione (circa 38 milioni di abitanti). Ma la terra è largamente sotto sfruttata. La promozione del lavoro agricolo è un approccio recente. Attualmente c’è una forte importazione di cibo (riso, grano, ecc.) da Paesi asiatici (Cina, Thailandia, Vietnam) e latinoamericani (Colombia, Argentina, Brasile). Ma, proprio per questo, e a causa dell’inflazione interna, i prezzi degli alimenti sono in costante aumento.

Padre Fredy ci riporta quello che ha visto con i suoi occhi: «Lo scorso anno, un sacco di 25 kg di riso costava, a seconda della qualità, tra i 9 e i 12mila kwanza (8,50-11 euro). Oggi è passato a costare 19-25mila (18-24 euro). Si consideri che il salario minimo è di 50mila kwanza al mese, che un funzionario guadagna fino tre volte tanto e che molte persone lavorano per cifre inferiori. La situazione dunque è molto grave e l’accesso al cibo sempre più difficile.

Nelle parrocchie facciamo una domenica di raccolta, che viene chiamata domenica del chilo. I parrocchiani sono chiamati a portare riso, pasta, zucchero o altro. Quanto raccolto viene consegnato alla Caritas, la quale lo distribuisce ai più bisognosi. Ovviamente è una goccia nel mare».

C’è poi un’attenzione particolare ai bambini, tramite la pastorale dell’infanzia. «Ci prendiamo cura dei bimbi fino ai sette anni e delle donne incinta. Tra loro ci sono molti casi di malnutrizione. Facciamo una serie di visite alle famiglie per capire chi è a rischio, e impostiamo un programma di recupero. Fornendo alimenti alla famiglia, succede che il paniere per il malnutrito viene usato da tutti i figli, per cui, se deve durare due settimane, in realtà dura tre giorni».

A Funda ci sono problematiche simili a quelle di Capalanga, anche se le condizioni sono talvolta peggiori, ci dice padre Fredy.

Volontari al lavoro per il centro di Santo Agostinho.

Un centro polifunzionale

Per attuare tutto questo, i missionari stanno realizzando un «centro parrocchiale» a Capalanga. Si tratta di un edificio a piano unico, composto da diverse stanze che servono come aule di formazione e catechesi, una cucina, un refettorio, un ambulatorio e un magazzino per farmaci di base.

«Le formazioni che vogliamo realizzare sono quelle sulla salute di base, già citate, ma anche formazioni tecniche come taglio e cucito, cucina, pasticceria e una sorta di educazione civica. Per l’ambulatorio ci sono diversi volontari che vengono ad aiutarci per dare alcune cure di base».

Il missionario ricorda che la fine della costruzione è prevista per giugno, ed è resa possibile anche al contributo dei benefattori della Fondazione Missioni Consolata ets.

Terra di frontiera

Anche nella terza missione, a Luacano, la situazione è molto sfidante. «È una missione che ha più di 60 anni. Durante la guerra civile è stato punto di passaggio di popolazioni in fuga. Si tratta di una comunità cattolica piccola su un territorio immenso. Le sfide sono grandi sia per l’evangelizzazione che per la crescita culturale. Sono popoli presenti in quel territorio da sempre, con una mentalità un po’ chiusa, e con poche possibilità economiche. Si dedicano alla pesca durante tre mesi all’anno (la stagione delle piogge, quando si inondano vaste zone di territorio, nda) o coltivano manioca».

Qui i missionari offrono formazione per diversificare l’economia, introdurre, ad esempio, la coltivazione di mais, grano, pomodori, legumi.

Sono inoltre state costruite quattro sale per la catechesi, la formazione e l’alfabetizzazione. C’è anche una piccola cappella di epoca coloniale che i missionari stanno tentando di rinnovare. I locali della missione, invece, sono ancora da costruire su un terreno già acquisito.

I missionari della Consolata in Angola oggi sono di sei diverse nazionalità, provengono da Africa e America Latina, e sono giovani. È un bel concentrato di energie, diversità e voglia di fare. Pronti a raccogliere le sfide che non mancano.

Marco Bello

Padre Jean Baptiste Kambale a Luacano.

Il declino del gigante

La società civile e la repressione del Governo

«Il clima sociale generale in Angola è in netto peggioramento», ci racconta padre Fredy Gomez Pérez, che vive e lavora nel Paese da dodici anni. L’anno scorso si sono celebrati i cinquant’anni di indipendenza, ma il Governo è sempre stato nella mani di un unico partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla). Fino al 2017 ha «regnato» José Eduardo dos Santos, che ha poi indicato, come suo successore, il compagno di partito, João Lourenço, il quale è stato prontamente eletto.
«Inizialmente c’erano molte aspettative sul nuovo presidente, ma dopo i primi mesi, la situazione si è rivelata perfino peggiore», continua il nostro interlocutore.
Lourenço è stato poi rieletto per un secondo mandato nel 2022 ma, a detta di molti, le elezioni sono state truccate, in quanto il presidente uscente aveva un consenso bassissimo. Nel 2027 si profilano le prossime elezioni, per le quali gli osservatori danno l’esito scontato. Lourenço non potrebbe farsi rieleggere, in quanto i mandati sono ora limitati a due, ma certo l’Mpla avrà il suo candidato vincente.

Semplificando, l’esigua minoranza dei ricchi non ha problemi di educazione o salute. Manda i figli a studiare all’estero oppure nelle scuole internazionali di Luanda. Quando deve farsi curare, va in Sudafrica o in Europa. Ma i ricchi, sono anche quelli che governano, per cui non hanno molto interesse nel migliorare i servizi di base alla popolazione, che sono in costante peggioramento.
Ne è un segnale l’epidemia di colera nel primo semestre 2025, che ha causato oltre cinquecento morti. Anche il livello qualitativo dell’alimentazione degli angolani sta scendendo, con aumento dei casi di malnutrizione.

La società civile angolana è sempre più cosciente e battagliera. Lo dimostrano le proteste del luglio 2025, causate dall’innalzamento del prezzo dei carburanti del 30% (per la progressiva rimozione di sovvenzioni statali), con il conseguente immediato aumento del prezzo dei trasporti pubblici. La repressione ha portato a 22 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti.
Lo Stato, dal canto suo, sta diventando sempre più repressivo.
All’inizio del marzo scorso, il presidente João Lourenço ha firmato una legge molto restrittiva nei confronti della società civile. «La legge garantisce al Governo vasti poteri per autorizzare, monitorare, sospendere e restringere i finanziamenti alle organizzazioni della società civile (come le Ong, ndr), sotto la vaga scusa di “minacce alla sicurezza”», scrive Human rights watch, Ong per la difesa dei diritti umani basata a New York. «Una legge che è l’ultimo esempio in tema di restrizioni dei diritti e delle libertà in Angola», continua l’Ong. Già nel 2024, infatti, il presidente aveva firmato una legge contro il vandalismo, che permette di infliggere pene molto pesanti ai manifestanti, di fatto criminalizzando i partecipanti a manifestazioni pacifiche. Come anche un’altra legge sulla sicurezza nazionale, che aumenta il potere delle forze di sicurezza nel controllo dei media.
Gli esperti concordano sul fatto che la società civile angolana, negli ultimi 15 anni è cresciuta e si è rafforzata. Il malcontento dopo le elezioni «truccate» del 2022 e la crisi economica e alimentare sempre maggiore, la spingono a organizzarsi.

Ma.B.

President of Angola Joao Lourenco arrives ahead of US President Donald Trump arrival for the signing ceremony of a peace deal with the President of Rwanda Paul Kagame and the President of the Democratic Republic of the Congo Felix Tshisekedi at the United States Institute of Peace in Washington, DC, on December 4, 2025. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)



Argentina, contro le diseguaglianze

 


Il Paese, al voto per l’elezione del presidente della Repubblica il 22 di questo mese, conta diverse realtà di missione fra le più vivaci dell’America Latina. I progetti, in corso o in via di formulazione, dei Missionari della Consolata hanno tutti un tratto in comune: la lotta alle diseguaglianze.

Il 22 ottobre gli argentini andranno a votare per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. È probabile che ci sarà un secondo turno, il 19 novembre, se nessuno dei candidati avrà ottenuto il 45% dei voti oppure almeno il 40% e dieci punti di scarto rispetto alla forza politica che arriverà seconda@.

A queste elezioni, l’Argentina è arrivata con un risultato a sorpresa dalle primarie del 13 agosto scorso che hanno visto affermarsi il candidato di Libertad Avanza, Javier Milei, con il 30% dei voti, pari a oltre 7 milioni di preferenze sui 34,4 milioni di aventi diritto. Milei è un politico ed economista che sostiene ricette economiche ispirate al liberismo radicale: ha dichiarato di voler eliminare la banca centrale argentina e abbandonare il peso per introdurre il dollaro americano. È contrario all’aborto, favorevole alla vendita di organi e alla diffusione delle armi, dice che sopprimerebbe l’istruzione obbligatoria e gran parte della sanità pubblica e definisce il riscaldamento globale «un’altra menzogna del socialismo».

Secondo il giornalista e scrittore Martín Caparrós@ c’è una lezione da trarre dalla vittoria di Milei, e cioè che milioni di argentini si sentono esclusi dal sistema democratico instaurato nel paese 40 anni fa e cercano disperatamente qualcuno che dia loro uno spazio. Gli elettori di Milei, continua Caparrós, «non cercano una critica razionale, un tentativo di cambiamento, un progetto; vogliono qualcuno che gridi che sta per saltare in aria tutto».

Lo scrittore azzarda una previsione: le elezioni porteranno a un ballottaggio tra una candidata di destra, Patricia Bullrich, ex ministra della Sicurezza del governo di Mauricio Macri (in carica dal 2015 al 2019), e un candidato di estrema destra, Milei, appunto. «Uniti dal rifiuto verso la falsa sinistra che governa, dall’intenzione di usare il “pugno di ferro” con criminali e manifestanti e, soprattutto, dal loro antistatalismo. Qui sta il nocciolo della questione», secondo Caparrós.

Dopo il risultato delle primarie, il peso si era svalutato di 18,3 punti percentuali rispetto al dollaro americano, passando da 298,5 pesos per un dollaro del venerdì 11 agosto ai 365,5 del lunedì successivo. Secondo diversi economisti, la ricaduta sui prezzi di questa svalutazione è stata praticamente immediata e, riportava ad agosto il quotidiano Clarín, le banche e le società di consulenza hanno corretto al rialzo le stime dell’inflazione su base annua, collocandola in un intervallo compreso tra il 180 e il 190%@.

La presenza Imc

«In questo momento i missionari sono preoccupati per la crisi economica del Paese», scriveva lo scorso agosto padre Marcos Sang Hun Im, sacerdote di origine coreana e superiore dei Missionari della Consolata in Argentina. «Poiché le nostre presenze sono nelle periferie urbane, succede spesso di incontrare situazioni estreme, che offendono l’umanità. Attraverso la Caritas o altri gruppi parrocchiali aiutiamo chi ha bisogno, ma non riusciamo a raggiungere tutti».

La presenza della Consolata in Argentina, racconta padre Marcos, comincia nell’Ottocento con i migranti piemontesi che arrivavano qui portando con loro la propria cultura e la devozione alla loro Madonna, la Consolata. Secondo gli archivi dell’istituto, il fondatore Giuseppe Allamano inviava la rivista Missioni Consolata ai suoi compaesani in Argentina. Fu poi negli anni Quaranta del Novecento che la presenza dei missionari divenne stabile con lo scopo di accompagnare i piemontesi nella loro fede e raccogliere donazioni per le altre missioni.

«Essere presenti e accompagnare è ancora oggi il carattere principale della nostra missione qui, soprattutto nelle periferie urbane e nelle situazioni di emarginazione. In qualche parrocchia i missionari hanno cominciato a seguire persone affette da dipendenze, un problema che tutte le presenze rilevano.

Negli ultimi anni, inoltre, c’è stato un aumento dei suicidi, soprattutto tra i giovani, e le comunità parrocchiali stanno cominciando a organizzare attività di contrasto coordinandosi con professionisti della prevenzione».

Tre poli di presenza

Le presenze in Argentina, spiega il superiore, si dividono in tre nuclei collocati nella capitale Buenos Aires, nella regione di Cuyo e nel Nord.

A Buenos Aires ci sono due comunità: la casa regionale, che si trova in città, e la parrocchia di Santo Cura Brochero, nell’area metropolitana della capitale e già sul territorio della diocesi di Merlo-Moreno.

Mentre la prima comunità ha funzioni organizzative e di accoglienza, compresa l’assistenza ai missionari anziani, la seconda si trova in una periferia con una forte presenza di migranti boliviani e paraguaiani e ospita il Caf, cioè la comunità di formazione per nuovi missionari, affinché il percorso formativo «non si limiti agli studi teologici ma si estenda all’esperienza vissuta con la gente del quartiere» che affronta ogni giorno le difficoltà tipiche di una periferia come la violenza, le dipendenze, la povertà.

Al Nord si trovano due comunità, quella di Alto Comedero, «zona molto popolata e dalla cultura e religiosità andina», e quella di Yuto, zona rurale e con popolazione di creoli e indigeni. In quest’ultima zona, Missioni Consolata onlus, grazie all’aiuto di diversi donatori, nel quinquennio scorso ha sostenuto  una serie di interventi: la risposta all’emergenza abitativa di nove famiglie, per le quali è stato possibile costruire altrettante case in legno, e il sostegno a giovani madri del popolo Guaraní a El Bananal@. Infine, il nucleo nella regione del Cuyo, nella parte centro occidentale del Paese, conta due comunità, una a Mendoza – nella zona di Las Heras, nota per l’insicurezza e la violenza – e una a La Bebida@, ultima cittadina suburbana di San Juan, circa 170 chilometri più a nord di Mendoza.

Terra e acqua pulita per gli Huarpe

Proprio a Mendoza, che con oltre un milione di abitanti è la provincia più popolosa della regione del Cuyo, lavora oggi padre Giuseppe Auletta, originario della provincia di Matera, uno dei missionari più impegnati ed esperti nella difesa dei diritti dei popoli indigeni@. Padre José ha passato 17 anni di lavoro con il popolo Tobas, nella regione nordorientale del Chaco, 13 anni a Oran a fianco dei popoli Tupí Guaraní, Kolla, Wichi, Tapiete, Chorote e altri, a nord ovest. Oggi sta ora lavorando con undici comunità del popolo Huarpe nel territorio del cosiddetto Secano lavallino, un’area di 780 chilometri quadrati nella zona delle lagune di Huanacache.

Padre José con leader indigeno con il cappello con la banda rosso: un rappresentante indigeno di Mendoza per una manifestazione contro una decisione del governo provinciale che non riconosce la preesistenza del popolo Mapuche in Argentina.

La prima delle lotte portate avanti dagli Huarpe riguarda il diritto alla terra: dall’agosto del 2001, la legge provinciale 6.920 riconosce la preesistenza@ etnica e culturale del popolo Huarpe, che viveva nel territorio di Huanacache già molti secoli prima dell’arrivo dei colonizzatori europei nelle Americhe, e sancisce il suo diritto a ottenere il titolo di proprietà comunitaria su quella terra. Ma la legge non è mai stata davvero applicata.

Vi è poi una lotta che riguarda l’ambiente e in particolare la disponibilità di acqua pulita: «Un tempo», racconta padre Auletta, «quello di Huanacache era un sistema idrologico composto da 25 lagune ed estensioni lacustri comunicanti, con molte isole, circondate da terra fertile su un’area di circa 2.500 chilometri quadrati. Dalla fine del XIX secolo, l’uso esagerato delle acque dei fiumi Mendoza e San Juan, la costruzione di dighe e le politiche discriminatorie hanno gradualmente prosciugato le lagune, che riappaiono solo in epoche di grandi disgeli che aumentano la portata dei fiumi».

L’irrigazione destinata alle grandi coltivazioni (vigneti, orticoltura e frutteti) e lo sfruttamento minerario, sottolinea il rappresentante di una delle comunità, Ramón Tello, contaminano le falde acquifere.

Esiste un acquedotto che serve 5.500 persone, ma la sua acqua non è adatta per il consumo umano. Le percentuali di arsenico, boro, manganese e altri metalli pesanti rilevate nell’acqua, infatti, espongono chi la consuma a gravi rischi per la salute. Ecco perché, spiega padre Giuseppe, si sta lavorando alla formulazione di un progetto per l’installazione di un depuratore a osmosi inversa@ che permetta a queste comunità di disporre di acqua pulita.

Anche la narrazione dei luoghi, e gli sforzi per correggerla, fanno parte del lavoro di difesa dei diritti dei popoli indigeni: «Per molti, a cominciare dai decisori che determinano le politiche pubbliche, questa terra è solo “deserto”: luogo senza vita, dove non c’è nessuno, privo di risorse e di utilità, dotato di valore solo per chi si occupa di speculazioni finanziarie legate alla compravendita di terreni. Ma per il popolo Huarpe questa è la terra ancestrale, il luogo dove si svolge la vita quotidiana, la sorgente della sua cosmogonia, e si chiama il “campo”», scrive padre Auletta.

La Bebida, periferia da nutrire e curare

San Juan è la seconda città della regione del Cuyo per numero di abitanti: circa 818mila secondo il censimento 2022. Qui, Javier Milei ha ottenuto il 34,17% dei voti alle primarie, quattro punti in più del suo dato nazionale.

I Missionari della Consolata sono presenti a La Bebida, un quartiere nella zona occidentale della città, nella parrocchia di Nuestra Señora del Rosario di Andacollo.

«È una parrocchia di periferia», spiega padre Daniel Bertea, missionario della Consolata originario della provincia di Córdoba, nella parte centro settentrionale dell’Argentina. «Una parte della popolazione vive lì da tanti anni, ma molte persone sono arrivate da altre zone periferiche di San Juan. All’inizio, chi arrivava si costruiva case di mattoni in argilla, poi il governo ha iniziato a costruire case popolari, in parte per eliminare gli insediamenti spontanei, in parte per risolvere le emergenze abitative, anche in risposta agli effetti dei terremoti, dal momento che questa è zona sismica».

La popolazione totale è di circa 30mila abitanti, per la maggior parte bambini e adolescenti, giovani coppie. Le attività economiche prevalenti sono stagionali, legate alla raccolta dell’uva, delle olive, dei pomodori. Molte persone lavorano nelle fornaci di mattoni, nell’edilizia, alcuni trovano impieghi nel settore minerario e altri hanno piccole attività in proprio, come forni o piccoli ristoranti.

«Con una popolazione proveniente da luoghi diversi e arrivate nella zona nel corso di molti anni è più difficile creare un senso di appartenenza, dove tutti si sentano parte di una stessa comunità che si interessa di loro».

A La Bebida il problema dei suicidi è particolarmente grave: nel 2022, 15 giovani si sono tolti la vita. Sono numeri elevati, se si considera che il più recente dato nazionale ufficiale disponibile@ era di 8,7 suicidi per 100mila abitanti nel 2021 e che il dato complessivo per San Juan arrivava a 10 ogni 100mila.

«Quello della salute mentale è certamente uno degli ambiti su cui vorremmo concentrarci nei prossimi mesi, collaborando con esperti del settore – psicologi, psichiatri, istituzioni sanitarie – che possano aiutarci a formulare interventi adeguati».

Altre iniziative che padre Daniel ha in mente per rispondere ai bisogni dei giovani di La Bebida riguardano il sostegno economico e l’orientamento per una decina di studenti, universitari o frequentanti scuole professionali, e l’aiuto a circa trenta giovani donne o adolescenti, incinte o già madri, spesso sole, che hanno difficoltà sia economiche che psicologiche nell’affrontare la gravidanza o la maternità.

Quanto ai bambini, l’idea sarebbe quella di portare avanti il lavoro dei cosiddetti merenderos, cioè gli spazi che forniscono assistenza alimentare gratuita a persone vulnerabili. «Spesso questi bambini hanno una dieta inadeguata, che non genera malnutrizione vera e propria ma comunque pregiudica il loro sviluppo. Per questo vorremmo continuare a sostenere i merenderos che già aiutiamo presso altre strutture e, in prospettiva, valutare l’avvio di uno nostro».

Chiara Giovetti

Immagini da La Bebida




Perché l’Oms non funziona come dovrebbe

testo di Chiara Giovetti | foto AfMC |


Gli stati membri collaborano solo se a loro conviene e la struttura burocratica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è troppo lenta e inefficiente. La vicenda di Covax è solo il più recente esempio di mancanza di incisività per un’organizzazione nata con l’ambizione di coordinare la sanità a livello mondiale e oggi in evidente crisi.

Lo scarto fra paesi ricchi e paesi poveri nel numero di vaccini somministrati «cresce ogni giorno, e ogni giorno diventa più grottesco. Paesi che ora stanno vaccinando persone più giovani e sane a basso rischio lo fanno a spese delle vite del personale sanitario, degli anziani e dei gruppi a rischio in altri stati. I paesi più poveri del mondo si chiedono che cosa davvero intendano i paesi ricchi quando parlano di solidarietà»@.

Così Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha descritto durante una conferenza stampa dello scorso 22 marzo la situazione di disparità nell’accesso ai vaccini contro la Covid. A gennaio Tedros aveva detto che il mondo era sull’orlo di un catastrofico fallimento morale e che era necessario agire con urgenza per assicurare un’equa distribuzione dei vaccini. «Abbiamo i mezzi per scongiurare questo fallimento – ha poi ribadito il direttore dell’Oms a marzo – ma è scioccante quanto poco sia stato fatto per ridurre lo scarto».

Vaccini per tutti

Per tentare di garantire una più equa distribuzione dei test, degli strumenti terapeutici e dei vaccini per contrastare la pandemia, già dall’aprile dell’anno scorso, l’Oms ha avviato – insieme alla Banca mondiale, all’Alleanza globale per i vaccini (Gavi), e a diversi altri partner – l’iniziativa Act-A, che si propone di ampliare il più possibile l’accesso agli strumenti di lotta alla Covid (Access to Covid-19 tools accelerator).

La colonna portante dell’iniziativa Act-A per l’acquisto e la distribuzione dei vaccini si chiama Covax: secondo quanto si leggeva lo scorso marzo nel rapporto sul primo ciclo di assegnazioni@, l’obiettivo è quello di consegnare fra gennaio e maggio 2021 ai 142 partecipanti al programma 237 milioni di dosi di vaccino, per arrivare poi a due miliardi di dosi (1,8 miliardi secondo le proiezioni più recenti@) entro la fine dell’anno. Si tratta prevalentemente del vaccino AstraZeneca/Oxford – prodotto dal Serum Institute of India, che ha concluso con AstraZeneca un accordo per la licenza – e, in misura molto minore, del vaccino Pfizer Biontech.

Come spiegava l’amministratore delegato di Gavi, Seth Berkley@, Covax era nata per coinvolgere tutti i paesi del mondo, a prescindere dal loro reddito, in un unico sforzo per la negoziazione e l’acquisto dei vaccini, in modo da garantire la copertura vaccinale per il 3% della popolazione, corrispondente grosso modo al personale sanitario, su tutto il pianeta. La seconda fase sarebbe stata poi quella di arrivare a coprire il 20% della popolazione, con i paesi ad alto reddito che avrebbero comprato i vaccini autofinanziandosi e 92 paesi a basso reddito che avrebbero visto i costi coperti tramite le donazioni dei paesi più ricchi sotto forma di aiuto pubblico allo sviluppo.

Raggiunta la copertura vaccinale per il 20% della popolazione, Gavi prevedeva un meccanismo per cui, anche finanziandosi attraverso banche multilaterali, i paesi più poveri avrebbero ricevuto ulteriori vaccini sopportando una parte dei costi.

Bambino della Casa Hogar Estancia de Maria a Guadalajara, Messico

Promesse e realtà

Ad oggi, quasi nessuno dei paesi ad alto reddito utilizza la piattaforma Covax per negoziare e acquistare i vaccini. Pur con le eccezioni di Canada, Nuova Zelanda e Singapore, che comunque acquistano solo una porzione molto limitata di dosi tramite Covax, lo sfilarsi dei paesi ricchi dal meccanismo multilaterale ha contribuito a generare l’attuale situazione di stallo, in cui le principali economie mondiali usano i canali bilaterali e comprano direttamente dalle case farmaceutiche ritardando le spedizioni dei vaccini verso i paesi in via di sviluppo@.

Anche sul versante dell’appoggio da parte dei donatori, Covax fatica a decollare: secondo i dati dello scorso 21 marzo consultabili sul sito dell’Oms@, gli impegni a donare avevano raggiunto gli 11 miliardi di dollari: la Germania e gli Stati Uniti guidavano con 2,6 miliardi e altri 2,5 miliardi il gruppo dei primi dieci donatori, seguiti da Regno Unito, Canada, Commissione europea, Consorzio diagnostico per la Covid-19 (coordinato dall’Oms), Norvegia, Bill & Melinda Gates foundation, Arabia Saudita e Giappone.

L’Italia, che si era impegnata per 116 milioni di euro, si trovava al quindicesimo posto, mentre fra i donatori privati, oltre alla già citata Bill & Melinda Gates foundation, vi erano Reed Hastings e Patty Quilling, cioè il cofondatore e attuale amministratore delegato di Netflix e la moglie, che hanno promesso 30 milioni di dollari, seguiti dalla multinazionale di servizi finanziari Mastercard e dalla Chan Zuckerberg initiative del proprietario di Facebook e della moglie, solo per citarne alcuni.

Anche limitandosi solo alle promesse, il deficit di finanziamento a marzo restava di circa 22 miliardi di dollari, di cui 3,2 miliardi mancanti proprio a Covax. Quanto al lato degli esborsi effettivi, secondo una ricostruzione dell’Economist@ al 25 marzo per sostenere le attività di Act i donatori avevano effettivamente versato solo mezzo miliardo di dollari, di cui 300 milioni per i vaccini. La somministrazione è comunque iniziata il 1° marzo scorso, con il Ghana e la Costa d’Avorio come primi paesi beneficiari per l’Africa e la Colombia per l’America Latina, ma per i paesi a reddito basso e medio basso la strada sembra ancora molto in salita.

Alla data di chiusura di questo articolo, su 475 milioni di dosi somministrate nel mondo 126 milioni erano andate agli Stati Uniti, 60 milioni all’Unione europea e 30 milioni al Regno Unito: una frazione della popolazione mondiale pari a un decimo ha ricevuto poco meno della metà dei vaccini. In Africa, dove abita circa un sesto degli abitanti del pianeta, le dosi inoculate erano 8,5 milioni, il 2% del totale.

Quanto alle dosi acquistate, secondo il monitoraggio effettuato ogni due settimane dal centro studi statunitense Duke global health innovation center@, a metà marzo su 8,6 miliardi totali 4,6 erano dei paesi ad alto reddito (il 53,7%), 1,5 miliardi (17%) dei paesi a reddito medio alto, 703 milioni (8%) dei paesi a reddito medio basso e 670 milioni (7,8%) dei paesi a reddito basso, mentre l’iniziativa globale Covax aveva comprato il 13% delle dosi, pari a 1,1 miliardi di dosi.

Le numerose richieste, promosse da Ong come Medici senza frontiere e appoggiate dall’Oms, di sospendere i brevetti dei vaccini non hanno sortito ad oggi alcun effetto a causa principalmente delle resistenze di Usa, Ue, Svizzera e Regno Unito@.

Gesto simbolico di intercessione in tempi di Covid in Sud Corea

L’Oms e i ritardi della Cina

Le iniziative promosse dall’Oms per combattere il coronavirus non hanno ottenuto l’adesione e i risultati sperati anche a causa della scarsa collaborazione da parte delle principali economie mondiali e del prevalere della logica del bilateralismo.

La mancata collaborazione da parte della Cina è stata anche il motivo principale dei ritardi con cui nel gennaio del 2020 l’Oms ha allertato il mondo sul coronavirus e sulla gravità della situazione. Se pubblicamente l’Oms lodava la Cina per la gestione dell’epidemia, riportava nel giugno scorso Associated press (Ap)@, il dietro le quinte era però ben diverso: vi era notevole frustrazione tra i funzionari dell’Oms per i ritardi significativi con cui il governo cinese condivideva informazioni cruciali, ad esempio quelle sul genoma del virus, nonostante la rapidità con cui gli scienziati cinesi le avevano fornite a Pechino.

Le lodi pubbliche, continua Ap riportando il contenuto di alcune registrazioni degli incontri interni all’Oms in quelle settimane, erano parte di una strategia per invogliare il governo cinese a collaborare in una fase in cui – nelle parole del più alto funzionario dell’Organizzazione in Cina, Gauden Galea -, «ci danno le informazioni un quarto d’ora prima che vengano trasmesse su Cctv», la televisione pubblica cinese.

Burocrazia elefantiaca e immobilista

La scarsa collaborazione ricevuta non toglie, tuttavia, che l’organizzazione funzioni da anni in modo tutt’altro che impeccabile.

I ritardi dell’Oms nel dare l’allarme su un’epidemia non sono una novità: nel 2015 l’organizzazione fu duramente attaccata per aver aspettato due mesi prima di dichiarare emergenza globale l’epidemia di ebola in Africa occidentale l’anno prima. A trattenere l’Oms, nonostante i suoi funzionari sul campo inviassero a Ginevra numerose e accorate segnalazioni e richieste d’aiuto, fu il timore di danneggiare l’economia regionale e di compiere quello che i governi della zona avrebbero potuto leggere come un atto ostile@.

L’Oms condivide molte delle pecche del più ampio sistema di cui fa parte, le Nazioni Unite: in un articolo apparso nel 2016 sul New York Times dal titolo «Amo le Nazioni Unite, ma stanno fallendo»@, un funzionario Onu di lungo corso come Anthony Banbury individua i principali problemi della struttura nel suo sistema sclerotizzato di gestione del personale e nella tendenza a prendere decisioni basate sulla convenienza politica – ad esempio non scontentare gli stati membri – invece che sui valori fondanti dell’organizzazione o sulla realtà dei fatti sul campo.

Per quanto riguarda il primo ostacolo, spiega Banbury che, durante l’epidemia del 2014, era capo della missione Onu per la risposta di emergenza all’ebola, «troppo spesso, l’unico modo per accelerare le cose è infrangere le regole. È quello che ho fatto ad Accra [in Ghana] quando ho assunto un’antropologa come consulente indipendente. Si è rivelata qualcuno che valeva il proprio peso in oro. Le pratiche di sepoltura non sicure erano responsabili di circa la metà dei nuovi casi di ebola in alcune aree. Dovevamo capire queste tradizioni prima di poter persuadere le persone a cambiarle. Per quanto ne so, nessuna missione delle Nazioni Unite aveva mai avuto un antropologo nello staff prima di allora; quando io ho lasciato la missione, lei non è stata confermata».

Distribuzione di cibo ai più poveri in eSwatini.

«Un covo di squali»

I rapporti disfunzionali all’interno dell’agenzia sono anche l’oggetto delle critiche di Laurie Garrett, esperta di salute globale presso il centro di ricerca statunitense Council for foreign relations e giornalista scientifica. In una colorita intervista a Global health now, sito di informazione sulla sanità della Johns Hopkins Bloomberg school of public health, ha detto: «L’unico consiglio che ho dato a ogni direttore generale – e tutti lo ignorano, anche se poi, anni dopo, tutti mi dicono: “Come avevi ragione!” – è: cerca di ridurre al minimo i tuoi viaggi. Perché questo posto [il quartier generale dell’Oms] è un covo di squali». A detta di Garrett, sui programmi da realizzare ci sono grandi battaglie fra i dipartimenti, che si sabotano a vicenda per difendere il proprio territorio. Può succedere di veder «sparire improvvisamente interi programmi nei paesi poveri di tutto il mondo […] perché il direttore generale non era lì per dire “no”. E l’altro problema, con i direttori che viaggiano così tanto, è che si trovano in uno stato permanente di jet lag e iniziano a perdere la propria capacità di giudizio […] perché letteralmente non sanno in quale fuso orario si trovano»@.

Quella di Tedros è stata la prima elezione a scrutinio segreto estesa a tutti gli stati membri dell’Oms; prima, la decisione era presa a porte chiuse da una trentina di rappresentanti dei paesi ad alto reddito e da un gruppo di altri membri a rotazione. I casi di corruzione da parte dei paesi di provenienza dei candidati per assicurarsi i voti erano non solo numerosi, ma anche sfacciati.

L’Oms ha, storicamente, ottenuto diversi successi, come l’eradicazione del vaiolo e la realizzazione di grandi campagne vaccinali su tutto il pianeta. Molti esperti, specialmente alla luce dell’attuale crisi, invocano una profonda riforma dell’organizzazione per renderla più efficiente ma anche più indipendente dai condizionamenti politici@ per poter agire davvero come ente di coordinamento globale in un mondo in cui, ammonisce Gavi, nessuno vince finché non vincono tutti@.

Chiara Giovetti