Bielorussia. A scuola di guerra


Il presidente Lukashenko militarizza il paese sotto la pressione di Putin. E anche i bambini vengono addestrati alla guerra. L’esercito promuove giornate e settimane residenziali per insegnare a obbedire, marciare, sparare. Con l’esca di offrire ai minori in condizioni di povertà cibo, luoghi caldi, una prospettiva di futuro.

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha attaccato l’Ucraina anche dal territorio bielorusso.
Minsk non è entrata formalmente in guerra, ma il suo presidente Alexander Lukashenko, al comando del Paese dal 1994, ha sostenuto pubblicamente l’aggressione del suo alleato.

Finora le truppe bielorusse non hanno attraversato il confine ucraino, ma nelle città c’è una chiara consapevolezza che prima o poi Putin vorrà un contingente che combatta al suo fianco.

La Bielorussia è un paese chiuso, con molte nostalgie sovietiche impersonate da Lukashenko.

Al suo interno cresce una minoranza, soprattutto giovanile, con una forte pulsione europeista, ma la repressione del regime, attuata con spietatezza, tiene sotto controllo la popolazione che è sempre più impoverita e sempre meno libera.

Molti dissidenti sono fuggiti e operano in esilio. Il cambiamento per il quale lottano, però, appare ancora lontano.

Screenshot del Campo Doblest

Campi militari per ragazzi

A causa degli eventi legati alla guerra, dall’inizio del 2022 le autorità bielorusse hanno messo tra le loro priorità quella dell’aumento del numero di soldati.

La generale militarizzazione della società ha coinvolto anche i bambini, minori di 16 anni.

Il loro addestramento militare rientra in una strategia a medio e lungo termine che prevede anche l’eventuale coinvolgimento futuro nella guerra in Ucraina.

I contesti nei quali viene messa in atto la formazione militare, con veri e propri addestramenti alla vita di caserma, sono campi estivi, stage di vita all’aperto, corsi sportivi durante l’anno, attività extrascolastiche, come avveniva in Italia durante il ventennio, con l’educazione dei «balilla», organizzazione giovanile paramilitare del fascismo.

Il regime bielorusso sta effettuando un’intensa preparazione di massa dei bambini alla guerra, iniziando fin dall’età di 6-7 anni.

I «campi militari patriottici», ricadono sotto il controllo delle agenzie militari del paese, in primo luogo del ministero della Difesa, ma vedono anche la partecipazione di istruttori ceceni provenienti dalla Russia.

Lo scopo, poi, non è soltanto quello di addestrare tecnicamente i ragazzi alla vita militare, ma anche di formarli secondo l’ideologia del «mondo russo».

Bambini poveri e marginali

Nella sola estate del 2022 si sono tenuti almeno 480 campi ai quali hanno partecipato 18mila minori, pari al 2% della popolazione sotto i 18 anni.

In particolare sono stati coinvolti bambini provenienti da famiglie che vivono in condizioni di marginalità e di degrado sociale, bambini orfani o in precarie situazioni psicofisiche: sono quelli che non hanno una protezione adeguata da parte delle famiglie, le quali non si opporranno al coinvolgimento in future azioni militari.

Una prassi simile l’abbiamo già vista in atto in Russia, dove la base dell’esercito attualmente impegnato sul campo in Ucraina è composta da giovani provenienti da aree depresse, da famiglie marginali, oppure orfani, senza istruzione e senza accesso agli ascensori sociali.

campo forpost sb news

La denuncia di Our house

L’organizzazione pacifista e nonviolenta Our house, fondata in Bielorussia nel 2002 e ora in esilio in Lituania, ha pubblicato di recente un rapporto per denunciare questo processo di militarizzazione dei minori bielorussi.

Le pagine del report, tradotte in italiano e diffuse nel nostro paese dal Movimento Nonviolento (partner di Our house nell’ambito della «Campagna di Obiezione alla guerra per il sostegno agli obiettori di coscienza russi, bielorussi e ucraini»), mettono in evidenza la portata del fenomeno raccogliendo dati e informazioni ufficiali diffusi dai media bielorussi, sia governativi che non.

Il campo Doblest

Nel rapporto di Our house è descritto il tono celebrativo con il quale vengono raccontati i campi patriottici militari.

Si legge, ad esempio, sul campo Doblest (Valore), raccontato dall’agenzia di stampa ufficiale del regime «BelTA», che esso è organizzato negli spazi dell’unità militare 3.214 a Minsk, è attivo durante le vacanze scolastiche ogni giorno dal lunedì alla domenica e fornisce ai bambini che vi partecipano vitto e alloggio per l’intera settimana.

Al campo, proposto in sei sessioni, partecipano gli scolari di tutti i distretti della capitale.

I bambini fanno esercitazioni nelle quali imparano a usare e smontare armi, a capire i propri punti di forza e a muoversi, ad esempio, in un bosco.

Ogni giorno vengono addestrati al combattimento, si esercitano a fornire cure mediche militari, imparano a sparare con armi airsoft, pistole ad aria compressa e armi da fuoco vere.

Partecipano a lezioni su come comportarsi in diverse situazioni di emergenza. Inoltre, familiarizzano con i sistemi d’arma e si cimentano nel combattimento corpo a corpo.

In pochi giorni, i bambini imparano ad allinearsi, a costruire rudimentali nascondigli e a prestare il primo soccorso in caso di ferite. Si esercitano a montare una tenda e ad accendere un fuoco senza accendino o fiammiferi. Imparano l’uso delle mappe attraverso attività ludiche come cercare oggetti nascosti in un certo spazio.

Sono gli stessi addestratori a riportare alcune opinioni dei bambini dopo la prima settimana di formazione paramilitare. Tommy, di 7 anni, afferma: «Sappiamo già come montare una tenda, sparare con un fucile ad aria compressa e un’arma airsoft. Ora sappiamo come preparare correttamente un letto militare, abbiamo imparato come un soldato deve tenere in ordine le cose. Qui impariamo la lotta libera e la medicina. Mi ha particolarmente colpito il fatto di aver sparato con una vera pistola».

Il campo Forpost

Un altro campo descritto nel report di Our house che fa riferimento a un articolo apparso sul sito «Sb news», legato direttamente all’ufficio della presidenza della Repubblica, è il campo Forpost (Avamposto) nel quartiere Zavodskyi di Minsk.

Nel sommario, l’articolo di Sb news scrive: «Il gioco “Zarnitsa”, l’apprendimento delle armi e l’orientamento notturno: un ricco programma attende gli scolari al campo Forpost. Per nove giorni, gli studenti dei distretti Zavodskyi e Leninskyi di Minsk seguiranno un corso accelerato di giovani combattenti. I nostri corrispondenti hanno assistito all’inizio della loro insolita vacanza», e prosegue descrivendo il «gioco di simulazione» proposto ai ragazzi il primo giorno: «Confezioni esplosive e granate fumogene in azione. Il nemico sta minando la strada lungo la quale si muove la colonna. L’auto deve spostarsi sul ciglio della strada. I combattenti del dipartimento di ingegneria e guerra sul veicolo corazzato leggero Drakon respingono l’attacco. Viene catturato un sabotatore, ma poi viene scoperto un oggetto esplosivo.

I militari distruggono il dispositivo con una carica superficiale.

Già nel primo giorno del turno militare patriottico, i ragazzi “hanno sentito odore di polvere da sparo” – prosegue Sb news -. Gli studenti erano felicissimi».

English: President of Russia Vladimir Putin meeting with President of Belarus Alexander Lukashenko at the Constantine Palace in Saint Petersburg, Russia. Date 25 June 2022. Source Meeting with President of Belarus Alexander Lukashenko. Author Presidential Executive Office of Russia

L’appello all’Ue

Alla pubblicazione del rapporto sulla militarizzazione di massa dei minori in Bielorussia, Our house ha affiancato un appello all’Unione europea e alle organizzazioni internazionali per i diritti umani affinché avviino immediatamente una seria campagna contro questa pratica perché, scrive, «se l’Unione europea non compie una serie di passi decisivi, nel giro di 3-5 anni in Bielorussia crescerà un esercito deviato con giovani […] combattenti professionisti che sanno usare le armi da fuoco, fanatici […] [dell’]ideologia del “mondo russo”, giovani senza legami sociali e senza famiglia, ma ossessionati dal desiderio di vendetta […]. La costruzione di muri al confine o altre misure restrittive, come il divieto di rilascio dei visti, non [li] fermeranno […]. Dobbiamo agire immediatamente».

A Vilnius per sostenere i bielorussi

L’organizzazione pacifista che inizialmente lavorava in clandestinità a Minsk, ma poi ha dovuto espatriare per sfuggire alla repressione e ora opera in esilio a Vilnius in Lituania, è guidata da una coraggiosa femminista nonviolenta, Olga Karach (intervista a pag. 58).

Olga è un’attivista, giornalista e politica bielorussa. È stata lei a fondare Our house nel dicembre 2002: inizialmente era un giornale autoprodotto, stampato in uno dei condomini di via Tereshkova a Vitebsk. Nel 2004 si è trasformato in una campagna per i diritti civili nella città.

Mai riconosciuta in Bielorussia, è stata registrata come organizzazione della società civile nel 2014 in Lituania, con il nome di Centro internazionale per le iniziative civili Our house.

Dopo le elezioni presidenziali del 2020 in Bielorussia e le successive proteste, e, ancora di più, dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, un numero enorme di persone in Bielorussia e Lituania ha avuto bisogno di assistenza umanitaria. Our house si è quindi fatta carico di fornirla. Inoltre, continua a monitorare le violazioni dei diritti umani in collaborazione con altre organizzazioni.

Tra queste violazioni, assume un peso sempre maggiore quella del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, aggravata da programmi di militarizzazione di ragazzi e giovani.

Obiettori incarcerati

In Bielorussia gli obiettori di coscienza e i disertori sono perseguitati e incarcerati. Questo ha fatto sì che più di 20mila giovani non abbiano avuto altra scelta se non quella di lasciare il loro Paese e cercare rifugio all’estero.

Un tale movimento di massa di obiettori invia un forte messaggio anche alla Russia: la Bielorussia di Lukashenko finora è stata il più solido alleato di Putin, ma il fatto che i suoi cittadini si rifiutino di partecipare alla guerra è un segno che le narrazioni nazionaliste e militariste, in Bielorussia come in Russia, non sono invincibili.

Mao Valpiana
presidente del Movimento
Nonviolento italiano

Siti:

Intervista a Olga Karach

Rubare l’esercito dalle mani di Lukashenko

«Il mio nome in bielorusso vuol dire “libertà”, e mi sono data una missione speciale: rubare l’esercito dalle mani di Lukashenko».

Pensi che l’esercito bielorusso possa partecipare alla guerra in Ucraina?

«Lukashenko sta subendo la pressione politica della Russia, e si sta preparando a farlo, ma incontra una forte opposizione. Sta crescendo, infatti, il numero di pacifisti e obiettori di coscienza nel Paese, sebbene sia molto rischioso. Si va incontro anche alla tortura. Ci sono obiettori di coscienza in carcere per motivi politici e di opinione. Chi può, esce dal paese.

Crediamo che sia ancora possibile rubare l’esercito dalle mani di Lukashenko. Come potrebbe partecipare alla guerra senza soldati?

Chiedo il vostro supporto e la solidarietà internazionale per promuovere il diritto all’obiezione di coscienza e alla diserzione dei bielorussi, per fermare la guerra e impedire il secondo fronte militare contro l’Ucraina».

Quali azioni state mettendo in campo?

«Dal primo marzo, con il supporto delle reti internazionali, noi di Our house abbiamo promosso la campagna “No vuol dire no”, un motto femminista che però si rivolge anche agli uomini che reclamano il diritto di non toccare le armi, di fare obiezione di coscienza o di disertare.

Posso fare un esempio sull’efficacia del nostro lavoro. Il ministro della Difesa ha inviato oltre 43mila cartoline di chiamata alle armi ai giovani bielorussi. Noi abbiamo fatto una campagna di comunicazione forte, e solo 6mila giovani si sono arruolati. È un risultato straordinario, ma pensate a quanto di più potremmo fare con più forze».

Però il regime sembra fortemente nelle mani del dittatore che lo regge con il pugno di ferro.

«Lukashenko ha paura di noi, ha paura di me. Io sono un’attivista per la pace e i diritti umani, una femminista, ma nel mio paese sono considerata una terrorista e un’estremista di alto livello.

Se tornassi adesso non solo andrei in prigione, ma rischierei la condanna a morte.

Lukashenko ha paura di una persona normale come me, di una donna che non ha altro se non una profonda persuasione per la nonviolenza.

Ha paura di altri come me, ha paura dei movimenti pacifisti, ha paura degli obiettori di coscienza e ha paura delle donne del mio paese che possono essere una grande forza contro questa guerra».

In Italia sentiamo parlare poco di Bielorussia. Cosa succede nel Paese?

«Il 20 febbraio scorso abbiamo lanciato un’iniziativa davanti alle ambasciate bielorusse in diverse grandi città europee per chiedere il supporto e il riconoscimento dei nostri obiettori di coscienza e disertori. È stata un’iniziativa di successo che si è svolta anche a Berlino, Amsterdam, Vilnius, Atene. Il giorno seguente Lukashenko ha presentato in Parlamento un decreto, subito approvato, sul tradimento della patria che prevede per i disertori la condanna a morte.

È un fatto gravissimo. Tuttavia, esso ci fa capire che Lukashenko riconosce che il rifiuto della guerra è il vero grimaldello che può togliere consenso al suo regime e a quello di Putin».

Cosa possiamo fare per aiutarvi?

«Sono in esilio in Lituania, tutti noi lavoriamo soprattutto dall’estero e abbiamo bisogno non solo che la nostra voce venga ascoltata, cosa di cui vi ringraziamo, ma di risorse economiche e strutturali per organizzare le nostre attività».

M.V.




Perù. Popoli indigeni ancora isolati. Per fortuna.


In Perù, una parte del Congresso voleva depotenziare una legge che protegge i popoli indigeni isolati. Pericolo scampato. Per il momento.

Secondo i dati del ministero della Cultura del Perù, nel paese andino ci sono 55 popoli indigeni, di cui 51 vivono in Amazzonia e 4 sulle Ande. Si parla di circa 4 milioni di persone, pari al 26% della popolazione totale. Di queste all’incirca settemila vivono in isolamento, cioè volutamente separate dal resto della società. Ad esse ci si riferisce con il termine di «Pueblos indígenas en situación de aislamiento y contacto inicial» (Piaci, in sigla).

Lo scorso 23 giugno, una commissione (Comisión de descentralización) del Congresso peruviano ha «fermato» (momentaneamente) il progetto n. 3518 presentato da Jorge Morante Figari, esponente di Fuerza popular, il partito fujimorista. Il progetto legislativo mira a modificare radicalmente la norma 28736, nota come «Ley Piaci», che dal 2006 difende (almeno in linea teorica) l’esistenza e l’integrità dei popoli indigeni isolati.

Qualora la proposta venisse approvata, la competenza in materia di Piaci passerebbe dal ministero della Cultura ai governi regionali i quali potrebbero riconoscere o meno l’esistenza stessa dei popoli isolati, cancellare riserve indigene già riconosciute e sospenderne la creazione di altre.

Contro le riserve indigene e, in generale, contro i diritti dei popoli indigeni sono in campo forze poderose, di solito guidate da imprenditori bianchi. Una delle più note è la «Coordinadora por el desarrollo sostenible de Loreto» (Cdl). Loreto è la regione amazzonica del Perù che ospita il maggior numero di popoli indigeni: ben 32. Secondo Christian Pinasco Montenegro, presidente della Cdl, nella regione non esistono popoli indigeni isolati e, pertanto, le riserve non hanno ragione di esistere. Per Belvi Gelith Saldaña Calderon, vicegovernatrice di Loreto, la legge Piaci va modificata perché è un ostacolo allo sviluppo della regione. Sul lato opposto, a difesa dei popoli isolati e della legge del 2006 c’è l’organizzazione che raggruppa i popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana («Asociación interétnica de desarrollo de la selva peruana», Aidesep). Infine, tra i più rispettati difensori dei diritti dei popoli indigeni s’incontra anche mons. Miguel Ángel Cadenas, vescovo di Iquitos, con una lunga esperienza missionaria tra i Kukama (il maggiore gruppo indigeno di Loreto).

Per il momento l’offensiva anti indigena è stata bloccata. Ma c’è da scommettere che i fautori di essa torneranno alla carica, magari sotto altre insegne o in altre forme. In Perù come altrove, le terre indigene fanno gola.

Paolo Moiola

Indigeni peruviani isolati (foto Ministerio de Cultura – Aidesep)




Anche Puno è in Perù


Nel paese andino è uscito di scena un altro presidente: il maestro Pedro Castillo è passato dal palazzo presidenziale al carcere. Dallo scorso dicembre, il Perù è guidato, per la prima volta nella sua storia, da una donna, Dina Boluarte. La situazione è però esplosiva. Le proteste continuano. Anche a causa di un Congresso che (per ora) rifiuta l’anticipo delle elezioni al 2023.

In piedi davanti alla lavagna, la scolara scrive e riscrive più volte la stessa frase: «Puno è Perù» (Puno si es el Perù). La scolara ha le fattezze di Dina Boluarte, dallo scorso 7 dicembre nuova presidente in sostituzione di Pedro Castillo, passato dal palazzo al carcere. La vignetta – semplice e drammatica – ricorda quanto in troppi hanno dimenticato: la rivolta che in questi mesi ha sconvolto il paese andino ha profonde ragioni culturali e storiche. Il Perù da sempre dimenticato – quello delle popolazioni quechua e aymara della sierra – dice basta alle umiliazioni e alle ingiustizie.

È vero: la situazione è sfuggita di mano, ma non si possono liquidare i manifestanti semplicemente qualificandoli come «vandali, terroristi, comunisti».

Anche in base a un banale conto: la quasi totalità delle vittime (oltre 60, a inizio febbraio) si contano tra di loro. Proviamo allora a riavvolgere il nastro degli eventi per capire come si è arrivati a questo punto.

Uomini della polizia schierati a difesa del commissariato di Puno, un epicentro della protesta (19 gennaio 2023). Foto Juan Carlos Cisneros – AFP.

Pedro Castillo

Nell’aprile del 2021 era arrivato al seggio elettorale a cavallo e indossando un sombrero (vistoso, ma tipico di quella zona rurale). Vinte le elezioni, il 28 luglio era entrato in carica come presidente. Raggiunto il culmine, la sua parabola discendente era però iniziata quasi subito. Si è chiusa lo scorso 7 dicembre, quando Pedro Castillo Terrones è passato direttamente dal palazzo presidenziale di Lima al carcere di Barbadillo (distretto di Ate), dopo un fallito tentativo di autogolpe (con dissoluzione del congresso [parlamento, ndr] e governo d’emergenza).

La sua avventura alla guida del paese andino è durata meno di 17 mesi ma con ben cinque governi e settanta ministri. Un periodo contrassegnato da troppi errori, sia per l’incompetenza (incapacità e ingenuità) del presidente che per la forza della destra (spesso definita derecha bruta y achorada), padrona del Congresso e del potere economico.

Con 33 milioni di abitanti, il Perù è un paese ricco ma – identicamente a tutti gli altri stati latinoamericani – con enormi disparità economiche. Secondo dati ufficiali, nel paese ci sono 8,6 milioni di poveri, pari al
25,9 % della popolazione (Inei, maggio 2022). Pedro Castillo Terrones, maestro di scuola primaria e sindacalista, aveva vinto le elezioni presidenziali soprattutto con i voti delle regioni rurali più povere, battendo (per un soffio) l’eterna esponente della destra, Keiko Fujimori, figlia prediletta di Alberto Fujimori, il dittatore incarcerato dal 2007 per scontare una condanna a 25 anni.

L’errore decisivo

Difficile trovare successi nell’anno e mezzo di presidenza Castillo. Ad aprile 2022, proteste di piazza contro il rialzo dei prezzi del carburante portano a scontri con le forze dell’ordine e paralizzano il paese. Nello stesso mese il presidente si fa notare per una proposta di legge sulla castrazione chimica dei violentatori. A maggio, il suo progetto di riforma della Costituzione del 1993 (risalente, dunque, all’epoca fujimorista) attraverso un’assemblea costituente viene bocciato dal Congresso. Il 6 dicembre, poche ore prime di una nuova (la terza) mozione di messa in stato d’accusa («moción de vacancia», «impeachment») da parte del Congresso, Castillo si rivolge ai peruviani con un messaggio televisivo: «Fratelli e sorelle del Perù […]. Stasera confermo che non ho mai rubato un solo sol al mio paese. Non ieri, non oggi, né mai. Sono onesto. Un uomo di campagna che sta pagando gli errori per la sua inesperienza ma che non ha mai commesso alcun reato. […] Voglio ribadire, dalla casa di tutti i peruviani, il palazzo del governo, che sono un democratico che rispetta la Costituzione, le istituzioni, il giusto processo, lo stato di diritto e l’equilibrio dei poteri. Continuerò a lavorare instancabilmente, per promuovere la riattivazione e la crescita economica per raggiungere ogni angolo del paese con opere e sviluppo che generino l’eguaglianza che tanto desideriamo».

Parole del tutto condivisibili, ma clamorosamente disattese poche ore dopo con il suicidio politico dell’autogolpe.

Per il Perù, tuttavia, quella dell’ex presidente Castillo non è una storia particolarmente originale viste le disavventure giudiziarie dei predecessori (Alejandro Toledo, Ollanta Humala, Alan García, Pedro Pablo Kuczynski, Martín Alberto Vizcarra). Eppure, il male oscuro del paese non pare trovare genesi nei suoi presidenti. Stando a un’inchiesta di Ipsos Perù (del 22 settembre), è il Congresso a essere considerato come la più corrotta tra le istituzioni peruviane e quella che meno agisce per combattere la corruzione. Molto netto è anche il giudizio del Centro Bartolomé de las Casas secondo il quale «il sistema politico nel suo complesso sta attraversando un processo di disprezzo, disaffezione e diffidenza che mina la fattibilità della democrazia in Perù».

Dina Boluarte

La presidente Dina Boluarte, della quale i manifestanti chiedono le dimissioni. Foto Andina.

Alla massima carica dello stato è subentrata la vicepresidente Dina Boluarte, avvocata di 60 anni con un percorso politico tortuoso alle spalle (era alleata di Castillo). Nella storia del paese, è la prima donna ad assumere la carica di presidente, il 131° in 201 anni di vita repubblicana. Dovrebbe rimanere nel ruolo fino alle prossime elezioni anticipate, ma su quando esse avverranno, al momento (6 febbraio) non c’è accordo: il Congresso ha bocciato più volte l’anticipo a ottobre 2023, tanto da spingere la stessa presidente a presentare un progetto di legge per stabilire la data. Fin dall’inizio, la sua presidenza è stata segnata, soprattutto nel Sud del paese (Puno e Cusco, in particolare), dalle proteste di piazza (blocchi stradali, invasioni di strutture pubbliche, incendi di commissariati e tribunali, saccheggi di negozi e supermercati) di chi rifiuta l’imposizione del nuovo corso politico. Proteste che hanno lasciato sul terreno almeno una sessantina di morti, una ventina nella sola giornata del 9 gennaio (dati Defensoria del pueblo). I manifestanti hanno sempre respinto le accuse di aver fatto ricorso, per primi, alla violenza incolpando gruppi d’infiltrati che avrebbero agito per screditarli. Difficile appurare la verità, anche se varie fonti confermano che «los Ternas» (poliziotti del «Grupo Terna» che agiscono in borghese) siano stati particolarmente attivi durante le manifestazioni. Quello che è certo è che le forze dell’ordine hanno risposto con una violenza ingiustificata. Come denunciato anche dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dalla (pur timida) Organizzazione degli stati americani.

«Basta», è stato costretto a titolare El Comercio, il quotidiano dell’élite peruviana dopo la citata giornata del 9 gennaio. Il giornale ha scritto che molti manifestanti (non – si noti bene – la gran parte o la maggioranza di essi) sono scesi in strada in maniera pacifica e che «la risposta dello stato non è stata la più adeguata». «È necessario – ha scritto il quotidiano la República in un suo editoriale («Paren la matanza») – che si fermi il massacro, nel quale sono coinvolti un governo che si disinteressa, usa la violenza in maniera indiscriminata e agisce come se nulla stesse accadendo, e un Congresso incapace e che volta le spalle alla realtà» (10 gennaio).

Più netto César Hildebrandt, uno dei più noti giornalisti peruviani, secondo il quale non c’è nulla di eroico nella resistenza di una presidenta rifiutata dal 70% dei cittadini (secondo inchieste Iep e Ipsos). Sul settimanale da lui diretto, si legge (3 febbraio): «Ogni giorno c’è più tensione tra la presidente della repubblica e il capo del consiglio dei ministri (Luis Alberto Otárola). Questo rende ancora più debole un governo che deve affrontare un Congresso inamovibile e l’indignazione della strada. Il paese sembra un tunnel senza uscita».

Andare alle elezioni quanto prima è una soluzione suggerita (3 febbraio) anche da The Economist, il noto settimanale internazionale (che certamente non è una voce vicina alla sinistra).

Centinaia di manifestanti radunati davanti alla cattedrale (barocca) di San Carlos Borromeo, nella piazza principale di Puno, il 9 gennaio 2023. Foto Juan Carlos Cisneros – AFP.

Lima e gli altri

Gianni Vaccaro, cooperante italiano di area cattolica che abita con la famiglia peruviana alla periferia di Lima, ci dice: «Capisco i manifestanti. La popolazione che ha votato per Castillo – quella del mondo rurale, del Sud andino e della sierra in generale – sostiene che il suo voto non è stato rispettato e per questo chiede che presidenta e Congresso se ne vadano».

«Questa – sostiene il nostro interlocutore – è una manifestazione storica, perché è il mondo rurale che protesta, proprio contro i privilegi di Lima, che ovviamente è indifferente. Per Lima intendiamo la sede rappresentativa dell’élite di sempre, quella che, dal 1821 (anno dell’indipendenza, ndr), ha ereditato il colonialismo spagnolo per esercitare un colonialismo interno». Si è parlato – obiettiamo – anche d’interferenze esterne (dei paesi vicini e dell’ex presidente boliviano Evo Morales): «Un’altra volta l’idea coloniale, classista e razzista che, se il mondo rurale protesta, è perché qualcuno lo sta manipolando».

«Non può essere – conclude – che il Congresso, simbolo della Lima escludente e razzista, abbia sempre la partita vinta». D’altra parte, se quasi il 60% dei cittadini considera giustificate le proteste della piazza significa che anche Puno, Cusco e la sierra fanno parte del Perù.

Paolo Moiola


IL PERÙ SU MC
Paolo Moiola, Wilfredo Ardito Vega, Gianni Vaccaro, Perù, 1821-2021. Duecento anni sono pochi, dossier, agosto-settembre 2021,.


La Chiesa peruviana davanti alla crisi

Mons. Carlos Castillo celebra la messa nella cattedrale di Lima avendo sull’altare le fotografie delle 49 persone morte durante le manifestazioni (15 gennaio 2023). Foto Ernesto Benavides – AFP.

«il popolo sovrano ha diritto di decidere»

Una società al limite della guerra civile non poteva non trovare riflessi all’interno della Chiesa cattolica del paese. Proviamo a ripercorrere le tappe di questa escalation di eventi drammatici.

In dicembre, poche ore dopo il tentativo di golpe, la Conferenza episcopale della Chiesa cattolica (Cep) – istituzione ancora forte nel paese andino – emette un comunicato per stigmatizzare «la incostituzionale e illegale decisione del signor Castillo» ed esprimere fiducia nelle istituzioni democratiche.

La novità più interessante è, però, il comunicato interreligioso del 22 dicembre. «Interreligioso» nel senso pieno del termine visto che è sottoscritto da tutti i rappresentanti delle confessioni religiose presenti nel Perù: dai cattolici agli evangelici (di varie denominazioni), dagli islamici agli ebrei, dagli ortodossi ai mormoni.

«Riconosciamo la dura crisi sociale e politica, che non è di oggi, ma ha radici profonde in una storia di disparità e disuguaglianze», si legge nelle prime righe. La richiesta dei firmatari è precisa: «La grave situazione richiede uno sguardo che non si riduca solo all’immediato, ma si estenda alle politiche di lungo e medio periodo, dove l’istruzione e il lavoro siano l’elemento centrale, per il bene di tutti i peruviani». Il documento si conclude con queste parole: «Chiediamo pace, tranquillità, unità e riconciliazione sulla base di un ampio processo di ascolto e dialogo nazionale».

Meno legata alla situazione politica peruviana, ma sicuramente significativa, è invece la lettera di auguri natalizi firmata da mons. Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, presidente sia della Cep che del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano). In essa, il prelato sottolinea, infatti, la necessità di far fronte ai bisogni di «coloro che non hanno le tre T assicurate “Techo, Trabajo, Tierra” (tetto, lavoro, terra)».

Successivamente, davanti alle decine di morti di Juliaca (Puno, 9 gennaio 2023), la Conferenza dei vescovi peruviani denuncia gli eventi «come conseguenza della distorsione del diritto alla protesta, facendo ricorso all’illegalità; e, per altro lato, per l’uso eccessivo della forza (da parte di forze armate e polizia, ndr). Entrambe le situazioni sono da condannare e per entrambe occorre, prontamente, individuare i responsabili. È necessario distinguere le giuste proteste dal resto […]. Camminiamo uniti per costruire la pace nel nostro amato Perù».

Ancora più significativa è la celebrazione nella cattedrale di Lima di domenica 15 gennaio. Per l’occasione, sui gradini che portano all’altare principale vengono collocati sei pannelli con le foto delle vittime degli scontri. Mons. Carlos Castillo, arcivescovo della capitale e primate del paese, legge i nomi di tutti i 49 morti (le vittime fino a quel momento, ndr) e tiene un’omelia che, pur incentrata sul dolore per le morti e la violenza, non risparmia nessuno.

«Oggi mediteremo su cosa significhi tutto ciò che sta accadendo. Alla Chiesa compete una riflessione fondamentale di natura spirituale. Le indagini, le interpretazioni politiche, economiche e sociali, corrispondono ad altri ambiti. Noi non andiamo né a destra né a sinistra, né al centro, noi andiamo in fondo».

«Ci sono modi pacifici di organizzarci per risolvere le grandi necessità di ogni regione povera del Perù – dice ancora l’arcivescovo -. Non abbiamo bisogno di liquidare lo Stato che tanto è costato per costruirlo e che oggi  viene osteggiato per interessi meschini ed egoistici».

Tre giorni dopo, in occasione del 488.mo anniversario della fondazione di Lima, lo stesso arcivescovo officia una messa e un Te Deum con la presenza della presidenta Dina Boluarte, del sindaco Rafael Lopez Aliaga e del presidente del Congresso José Williams. A dimostrazione che la Chiesa peruviana, in questo drammatico momento storico, ha scelto di ricoprire una posizione super partes. Così, nel comunicato del 20 gennaio, i vescovi del Perù offrono la propria disponibilità «per mediare e per costruire ponti d’incontro».

Pochi giorni dopo, davanti alla presidenta è molto esplicito mons. Paolo Rocco Gualtieri, da pochi mesi nunzio apostolico nel paese andino: «Quando una parte della società cerca di godere di tutto ciò che il mondo offre come se i poveri non esistessero, questo, a un certo punto, ha le sue conseguenze. Ignorare l’esistenza dei diritti degli altri, prima o poi, provoca qualche forma di violenza inaspettata, come stiamo assistendo in questi giorni» (25 gennaio).

Se le gerarchie cattoliche – a parte qualche eccezione – sono legate a una sorta di diplomazia dell’equidistanza, meno lo sono alcuni sacerdoti. Come padre Luis Zambrano, prete diocesano e parroco della parrocchia Pueblo de Dios a Juliaca, diocesi di Puno, luogo del massacro del 9 gennaio: «Sono d’accordo che la via d’uscita più urgente sia che [Dina Boluarte] si dimetta dalla presidenza e faccia qualcosa affinché anche il Congresso si sciolga e si tengano le elezioni generali nel 2023. Si tratta di darle un consiglio affinché faccia quel gesto di distacco, quella rottura necessaria, pensando al futuro del Perù. […] Sarà un primo passo che calmerà un po’ l’attuale sconvolgimento sociale. Il tempo delle parole è passato. Ora solo un gesto può alleggerire questa situazione estrema».

In una situazione che non trova vie d’uscita condivise, il 3 febbraio anche la Chiesa ufficiale rompe però gli indugi attraverso un nuovo comunicato della Cep: «Il popolo sovrano ha diritto di decidere sui destini della nostra patria attraverso elezioni trasparenti e giuste per rinnovare i poderi esecutivo e legislativo».

Paolo Moiola

Mons. Cabrejos, presidente della Cep e del Celam. Foto Conferencia episcopal peruana – Cep.




Brasile. «Ma il futuro è indigeno»


Questo mese il Brasile sceglierà il proprio presidente tra Bolsonaro e Lula. Gli ultimi quattro anni sono stati drammatici per il paese. Anche per questo, la «Commissione pastorale della terra» (Cpt) e il «Consiglio indigenista missionario» (Cimi) sono sempre stati in prima linea.

È prassi consolidata che le promesse fatte durante le campagne elettorali vengano dimenticate o sminuite appena la tornata elettorale sia terminata. Come sempre, ci sono però delle eccezioni. Nel 2018, il candidato Bolsonaro promise «di non demarcare un altro centimetro di terre indigene» (não demarcar mais nenhum centímetro de terras indígenas). Dopo quattro anni di governo, non soltanto quella sua promessa è stata mantenuta, ma è andata ben oltre. Infatti, è stata permessa e incentivata l’invasione delle terre indigene da parte di garimpeiros, grileiros, latifundiários e madeireiros. Sempre nel 2018, il candidato Bolsonaro disse: «Per l’amor di Dio, oggi un indigeno costruisce una casa in mezzo alla spiaggia e arriva la Funai a dire che ora lì c’è una riserva indigena. Se sarò eletto, darò alla Funai un coltello, ma al collo. Non c’è altro modo».

Anche questa promessa è stata mantenuta: la «Fondazione nazionale per l’indio» (Funai) è stata smantellata e trasformata in una organizzazione anti indigenista (Ina-Inesc, Fundação anti-indígena. Un retrato da Funai sob o governo Bolsonaro, giugno 2022).

Un arcobaleno illumina il cielo sopra la aldeia Xihopi (Tiy, Amazonas, maggio 2022). Foto Christian Braga – ISA.

«Dio, patria e famiglia»

Bolsonaro si è presentato alle elezioni del 2022 forte dell’appoggio dei suoi due eserciti: quello ufficiale dei militari (suo vice designato è il generale Braga Netto) e quello ufficioso delle Chiese neoevangeliche (o evangelicali).

Tanto che, alla convention per il lancio della candidatura alla rielezione (lo scorso 24 luglio), il primo intervento è stato quello di Marco Feliciano, deputato federale e pastore evangelico, che ha parlato di una battaglia del bene contro il male e della vittoria di Bolsonaro in nome di Gesù. Insomma, la campagna del presidente uscente è ripartita da «Dios, patria e familia», seguendo il canovaccio scelto anche dall’ex presidente Donald Trump e da molti politici europei.

Abituata a un dibattito interno e ad assumere posizioni più scomode, la Chiesa cattolica del Brasile non ha dato indicazione su chi votare, ma è intervenuta sui temi specifici. Detto questo, alcuni suoi organismi non hanno fatto mistero di non volere la rielezione di Bolsonaro. La Commissione pastorale della terra (Comissão pastoral da terra, Cpt), nella sua Carta pública. Manifesto sobre as eleições 2022, ha parlato della gravità del momento e denunciato con parole chiare l’autoritarismo del governo uscente, guidato da «un ex capitano espulso dall’esercito». E ha dichiarato di appoggiare «candidature contadine o  candidati impegnati nell’agenda della riforma agraria, della demarcazione delle terre indigene e dei territori dei popoli e delle comunità tradizionali, dell’ecologia e dell’agroecologia e della vita dignitosa nelle campagne, nelle acque e nelle foreste».

La copertina del rapporto 2022 del CIMI.

Per parte sua, il Consiglio indigenista missionario (Conselho indigenista missionário, Cimi) non si è smentito continuando a dare un contributo essenziale alla causa indigena e amazzonica, sempre cercando di evitare posizioni neocolonialiste o paternalistiche. Per esempio, l’arcidiocesi di Porto Velho, guidata da dom Roque Paloschi, presidente del Cimi, a luglio ha ospitato leader indigeni e rappresentanti di Cimi, Cpt, Via campesina e Caritas brasiliana per l’incontro «Ascolto sinodale, riflessioni e prospettive di azioni in difesa dell’Amazzonia». L’obiettivo era quello di riflettere – si legge nel documento finale – «sull’attuale congiuntura delle politiche pubbliche di natura genocida, ecocida, etnocida e della persecuzione e criminalizzazione dei movimenti e delle organizzazioni sociali, nonché dei leader indigeni e rurali e dei difensori dei diritti umani, sociali e ambientali». Si parla di una «legalizzazione dell’illegalità» da parte del governo Bolsonaro, come sta accadendo per l’attività mineraria nelle terre indigene o l’utilizzo di agrotossici cancerogeni, proibiti fuori dal Brasile.

A metà agosto è invece uscito l’annuale rapporto del Cimi, Relatório – Violência contra os povos indígenas no Brasil, Dados de 2021. Come previsto, contiene tantissime notizie negative: d’altra parte, sotto il governo Bolsonaro la situazione non poteva che peggiorare. Tuttavia, scrive Antônio Eduardo Cerqueira de Oliveira, segretario esecutivo del Cimi, il movimento indigeno non è rimasto a guardare scendendo in strada a Brasilia e in tutto il Brasile.

Da parte sua, il presidente Dom Roque chiude la propria presentazione con queste parole: «Dobbiamo denunciare la brutalità e la codardia dei tiranni che mutilano le vite sulla madre terra, che profanano e assaltano i luoghi sacri dei popoli. Continueremo a protestare e combattere, senza risparmiare gli sforzi, per la fine della violenza e il rispetto della vita. Basta con le atrocità».

L’aldeia Xihopi in una spettacolare vista dall’alto. Foto Christian Braga – ISA.

«Sì, anch’io posso agire»

Come abbiamo visto, informarsi in maniera seria sull’Amazzonia e sui popoli indigeni è possibile. Tuttavia, come sempre, l’enormità delle questioni può spaventare e far dire: «Ma io come posso essere utile?». Le strade ci sono. Per esempio, l’ultimo rapporto (è del luglio 2022) pubblicato dall’«Osservatorio dell’agroimpresa in Brasile» (De olho nos ruralistas. Observatório do agronegócio no Brasil) indica con nome e cognome le imprese, brasiliane e internazionali, che finanziano l’allevamento bovino causa primaria del disboscamento dell’Amazzonia, casa dei popoli indigeni e scrigno naturale del mondo.

Un’altra inchiesta condotta da Repórter Brasil (25 luglio) ha seguito il percorso compiuto dall’oro estratto illegalmente in Amazzonia (Terra indigena Yanomami e Terra indigena Kayapó). È stato scoperto che quell’oro passa per le imprese di raffinazione Chimet (Italia) e Marsam (Brasile) e finisce nei prodotti (cellulari e computer) di Apple, Microsoft, Amazon e Google.

Informarsi compiutamente e rifiutare i prodotti delle imprese non etiche e non trasparenti sarebbe già un’utile scelta politica e un concreto comportamento ambientalista. Indipendentemente da chi, tra Lula o Bolsonaro, entrerà nel Palácio do Planalto, a Brasilia.

Paolo Moiola


Il libro

Laboratorio Amazzonia

La copertina di «Amazzonia. Viaggio al tempo della fine» (giugno 2022).

Da qualche anno l’Amazzonia è divenuta argomento di discussione a livello globale (*). La ragione è presto detta. «L’Amazzonia è una terra chiave, è un luogo simbolo, è un laboratorio in cui sperimentare l’ecologia integrale. Purtroppo, fino ad ora, il bilancio è negativo, gravemente negativo. Saremo in grado di invertire la tendenza?». Sono le parole preoccupate con cui papa Francesco conclude la sua breve prefazione ad «Amazzonia. Viaggio al tempo della fine», un diario di viaggio del vaticanista Raffaele Luise (Edizioni Appunti di Viaggio, giugno 2022).

Il viaggio del giornalista si snoda tra Belém a Tabatinga, passando per Manaus, sempre accompagnato da missionari che, da molto tempo, operano nella regione amazzonica. Come mons. Carlo Verzeletti, che dice: «Oggi l’Amazzonia è di moda. Ma non esiste una sola Amazzonia. Ce ne sono molte – puntualizza -. Prima di tutto, certamente la grande foresta e i suoi popoli originari. Solo salvando loro possiamo difendere tutte le realtà amazzoniche» (pag. 34). I nemici più prossimi sono i diversi invasori: fazendeiros, garimpeiros, madeireiros. Tanto che dom Carlo non esita a parlare di «biocidio» ed «ecocidio» (pag. 28).

Nel capitolo dedicato alla Vale do Javari (la valle del fiume Javari, lungo il confine con il Perù), recentemente (giugno 2022) uscita anche sui media internazionali a causa dell’assassinio del giornalista britannico dom Phillips e dell’indigenista brasiliano Bruno Araújo Pereira, l’autore parla anche dell’invasione e dei danni causati dai missionari appartenenti alle nuove Chiese evangeliche e pentecostali, ricche di soldi, arroganza e fondamentalismo religioso.

Interessante è il parallelo che Luise fa tra la figura dello sciamano e quella dello scienziato: «Non può non colpirci l’inquietante consonanza della profezia cosmoecologica sciamanica con i teorici del cambiamento climatico e dell’Antropocene» (pag. 212). Per concludere che la sfida più impellente è quella di passare dall’Antropocene (l’era attuale in cui l’uomo ha modificato l’ambiente) all’Ecozoico (un’era che abbia al centro l’ecologia).

«Amazzonia. Viaggio al tempo della fine» è un libro che ha il pregio di essere molto scorrevole (anche perché quasi senza note, fonti, date) e di proporre al lettore una visione complessiva e, soprattutto, empatica dell’Amazzonia brasiliana. Con alcuni limiti: utilizza ancora un termine ormai giustamente desueto come «indios», altri termini inaccurati (come «riverinhos» invece di «ribeirinhos»); fa un uso smodato di aggettivi, superlativi e punti esclamativi; spesso l’autore indulge troppo in annotazioni da diario personale. Detto questo, il lavoro di Raffaele Luise merita di essere letto perché ogni informazione in più può aiutare a capire e difendere quel che resta del laboratorio Amazzonia e dei suoi popoli indigeni.

Paolo Moiola

 (*) A conferma di come l’Amazzonia sia argomento di grande interesse, è uscito un altro lavoro: «Viaggio sul fiume mondo. Amazzonia» di Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini, Mondadori, agosto 2022.




Carcere e Covid-19. Aggravante pandemia


Sono passati due anni dal sorgere della pandemia e dalle rivolte nelle carceri, seguite da una violenta limitazione dei diritti delle persone detenute. I fatti di Santa Maria Capua Vetere ne sono un brutale indicatore. Anche il Covid-19 ci dice che è tempo di ripensare la pena e le sue forme.

La pandemia ha raggiunto l’Italia come un treno in corsa. Il 21 febbraio 2020 è scoppiata la notizia di un focolaio nel nostro paese, il primo in Europa. In pochi giorni le autorità hanno dovuto prendere misure mai sperimentate prima nel mondo occidentale. Le carceri ne sono state investite.

L’8 marzo un decreto del presidente del Consiglio ha stabilito che i detenuti non potessero più avere colloqui con i loro parenti. Una misura a termine. Ma il termine non poteva essere fissato in anticipo. E non solo dei parenti si trattava, ma dell’ingresso negli istituti di tutti coloro che ne riempiono la vita interna: insegnanti, volontari, chi tiene laboratori, attività sportive e molto altro. All’improvviso, un isolamento immobile e totale dal mondo.

Chi ha spiegato e chi no

In alcune carceri queste misure sono state spiegate alle persone detenute. Il direttore o altri operatori sono andati nei reparti detentivi, hanno organizzato momenti di confronto, assemblee, hanno raccontato i rischi del virus e le misure che era necessario prendere per provare a contenerlo, hanno spiegato il carattere temporaneo delle restrizioni, hanno ragionato insieme su possibili strade da percorrere.

In questi istituti, le misure sono state accettate con spirito di collaborazione e maturità.

Altrove è accaduto che il decreto sia piovuto addosso alla vita del carcere come un macigno, senza che i diretti interessati potessero comprendere quanto stava accadendo.

Prigione di Secondigliano, Napoli. Proteste dei parenti fuori delal prigione (Photo by Carlo Hermann / AFP)

«Hanno pure la TV»

«Hanno pure la televisione», si sente dire spesso a proposito dei detenuti. «Hanno solo la Tv», sarebbe più corretto affermare. In carcere, infatti, il principale strumento d’informazione è proprio quello. I giornali entrano poco, internet per niente. E tutti ricordiamo cosa diceva la Tv in quei primi giorni di emergenza sanitaria: della nuova malattia non si sapeva nulla, qualcuno sosteneva che fosse come un’influenza e qualcun altro che fosse pericolosissima, tutti concordavano sul distanziamento, la mascherina, lavarsi spesso le mani. Ma in carcere la distanza è una chimera, le mascherine non c’erano, e il sapone scarseggia.

Chi era dentro non riusciva ad avere notizie sui propri cari fuori dal carcere. Chi era fuori immaginava scenari apocalittici che potevano verificarsi dentro.

Scoppiano Le rivolte

È in questo contesto che, tra l’8 e il 9 marzo 2020, sono scoppiate rivolte in ben 49 istituti di pena italiani. Sono morti 13 detenuti. Da subito è stato detto che le persone carcerate avevano assaltato l’infermeria e che avevano ingerito metadone.

Ci auguriamo che le inchieste della magistratura possano fare il proprio corso e far piena luce su quanto accaduto.

Nei giorni successivi, Antigone (associazione per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario) ha ricevuto dalle carceri varie segnalazioni di ritorsioni violente che sarebbero avvenute sui detenuti dopo la fine delle rivolte.

I nostri avvocati hanno presentato quattro esposti per tortura relativi a quattro carceri diverse. Non sono coinvolti nelle denunce solo poliziotti penitenziari, ma anche alcuni medici che avrebbero prodotto referti falsi.

Anche su questi procedimenti ci auguriamo di avere presto una pronuncia ufficiale.

Santa Maria Capua Vetere

A circa un mese di distanza, il 6 aprile, una protesta è scoppiata nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere: i detenuti battevano le barre dei cancelli. Si era, infatti, diffusa la notizia che un detenuto avesse il Covid ed era scoppiato il panico.

Nei giorni successivi Antigone ha ricevuto segnalazioni che parlavano di un pestaggio di massa che sarebbe avvenuto nelle ore successive la fine della protesta.

Anche in questo caso, dopo aver verificato che i vari racconti erano credibili e tra loro coerenti, gli avvocati di Antigone hanno presentato un esposto in procura dandone contestualmente notizia ai vertici del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), dai quali non hanno ricevuto risposta.

Stato di diritto sospeso

Si è dovuto attendere settembre 2020 perché le indagini partissero con decisione, quando il quotidiano Domani ha pubblicato un’inchiesta su quegli eventi, annunciando anche la presenza di un video. Nei mesi successivi il video è stato reso pubblico, e tutta Europa ha assistito a una grande sospensione dello stato di diritto che ha riguardato centinaia di persone.

Nel settembre del 2021 è stato depositato l’atto di chiusura delle indagini: è lungo 176 pagine, conta 177 vittime tra le persone detenute e 120 indagati tra poliziotti e funzionari. I capi di accusa sono 85. L’associazione Antigone è citata tra le persone offese, cosa che accade quando i fatti sono tanto gravi da riguardare la società intera.

Ma senza quel video probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto. Le videocamere nelle carceri spesso non ci sono e, quando ci sono, sovente sono rotte. Quando ci sono e non sono rotte, mantengono la registrazione per poche ore. Forse altre violenze avvenute nelle carceri sarebbero potute emergere se l’istituzione avesse impartito le adeguate direttive.

2012 Carcere Sollicciano (Fi), immagine realizzata da Next New Media e Antigone

Carcere extrema ratio

Uno degli effetti dell’arrivo della pandemia sulle carceri è stato quello di farne diminuire la popolazione, come è avvenuto in molti altri paesi del mondo.

In Italia, fin dal febbraio 2020, Antigone, insieme ad altre organizzazioni e con il consenso di tutti coloro che sono esperti in questioni penitenziarie, ha sottolineato la necessità di creare spazio all’interno degli edifici carcerari. Per il distanziamento sociale, i reparti per le quarantene, i reparti Covid, c’era bisogno di locali ben diversi da quelli sovraffollati e igienicamente a rischio cui siamo abituati.

Con altri soggetti, Antigone ha presentato un elenco di proposte per far uscire dal carcere le persone detenute che presentavano una scarsa pericolosità sociale o problemi di salute.

Il decreto cosiddetto Cura Italia del 17 marzo 2020, seppur con un’eccessiva timidezza, si è mosso in quella direzione.

Se all’inizio di marzo nelle carceri italiane c’erano più di 61mila detenuti (per una capienza ufficiale di 51mila posti, che scendeva a 47mila considerando le sezioni chiuse per ristrutturazione), due mesi e mezzo dopo, ce n’erano 8.500 in meno.

Questo accadeva grazie a quattro ragioni: la diminuzione dei reati dovuta al fatto che l’intera popolazione italiana era in lockdown, le norme introdotte dal decreto che consentivano un maggiore accesso alla detenzione domiciliare, un utilizzo più ponderato da parte della magistratura della custodia cautelare in carcere e un’applicazione più rapida e ampia delle norme ordinarie sulle alternative al carcere da parte della magistratura di sorveglianza. Tutte misure che hanno dimostrato come la risposta carceraria, che dovrebbe rappresentare una extrema ratio, sia utilizzata di solito ben al di là di quanto sarebbe necessario.

Allentata la tensione dovuta all’ondata di Covid, i numeri hanno lentamente ripreso a salire. Se nel maggio 2020 c’erano meno di 53.400 persone detenute nelle carceri italiane, al 30 novembre erano già oltre 54.350. Un anno dopo, quasi 54.600.

Uno degli insegnamenti che si potevano apprendere dall’esperienza della pandemia per le carceri italiane è rimasto purtroppo per molti versi inascoltato.

Immagine del Carcere di Secondigliano (Na) di Katia Ancona per Next New Media e Antigone

L’occasione tecnologia

Speriamo invece che un altro insegnamento possa avere effetti duraturi: quello sull’uso delle nuove tecnologie negli istituti di pena. Esse non solo non sono pericolose per la sicurezza, ma hanno enormi potenzialità.

In molti paesi del mondo la pandemia ha costituito l’occasione per l’ingresso di molte innovazioni tecnologiche in carcere.

Le carceri italiane sono, da questo punto di vista, ferme a molti decenni fa. Il mondo è cambiato, ma il sistema penitenziario è stato incapace di andargli dietro.

Con la chiusura dei colloqui dovuta al Covid, e sotto la pressione di Antigone che, insieme ad altri soggetti, ha portato avanti una forte azione di advocacy, alla fine del marzo 2020 il ministero ha annunciato l’acquisto di 1.600 smartphone da distribuire nelle carceri al fine di far effettuare videochiamate tra detenuti e famigliari.

Chi non conosce il mondo carcerario da vicino non può comprendere pienamente di quale grande rivoluzione si sia trattato.

Al termine della prima ondata di Covid, l’utilizzo delle videochiamate come strumento di comunicazione non è venuto meno. Anzi, si è esteso ad altri ambiti, come, ad esempio – seppur con grandi differenze da un carcere all’altro -, la didattica a distanza.

Ci auguriamo che sempre più si possa utilizzare l’accesso al web e le nuove tecnologie per tutte le attività – quali ad esempio l’informazione – che potrebbero avvicinare la vita in carcere a quella del mondo esterno.

Vita dentro e vita fuori

Tra i massimi insegnamenti del Consiglio d’Europa ce n’è uno che invita a fare diventare la vita interna alle carceri il più possibile simile a quella nel mondo libero. Questo per avvicinare le persone detenute al contesto nel quale torneranno una volta terminato il tempo di detenzione.

Che senso può avere, infatti, recidere i contatti e gli stili di vita che la persona aveva fuori dal carcere? Quando li dovrà riannodare al termine della pena, sarà tutto più tortuoso e faticoso.

La reintegrazione sociale, che dovrebbe essere il fine costituzionale della pena, non sarebbe raggiunta con maggiore facilità e pienezza se la vita carceraria fosse improntata a questi criteri?

Eppure, in molti ambiti della vita penitenziaria si può osservare un grande scollamento dalla vita ordinaria. Il carcere non riesce a proporre alle persone detenute quelle opportunità che possono indirizzare la loro vita verso un duraturo percorso non deviante. Se guardiamo, ad esempio, all’ambito lavorativo, notiamo che al 31 dicembre 2020 i detenuti impegnati in qualche mestiere erano solo 17.937, ovvero il 33,6% del totale. Di questi, la stragrande maggioranza (15.746 persone) lavorava alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, spesso (14.023 persone) per la manutenzione, la pulizia e altre piccole necessità relative alla vita d’istituto.

Si tratta di lavori poco qualificati, che difficilmente riescono a porre le basi per la futura vita esterna della persona. Inoltre, sono spesso lavori di poche ore settimanali, con salari del tutto inadeguati a qualsiasi percorso di emancipazione.

Se guardiamo ai corsi di formazione professionale, nel secondo semestre del 2020, solo 1.279 detenuti – di cui 507 stranieri – in tutta Italia hanno avuto la possibilità di iscrivervisi. I corsi attivati in maggior numero hanno riguardato la cucina e la ristorazione (35), seguiti dai corsi di giardinaggio e agricoltura (18).

Il grosso delle attività di sostegno o delle attività culturali, ricreative e sportive è affidato al volontariato e non all’istituzione. Al 31 dicembre 2020 erano quasi 10mila i volontari autorizzati a fare ingresso negli istituti di pena italiani. Di questi, oltre 4mila si occupavano del supporto alla persona o alle famiglie, con colloqui di sostegno, consegna di pacchi ai meno abbienti, contatti con i parenti. Circa 1.500 erano impegnati in attività religiose. Se infatti il cappellano cattolico è una figura istituzionale in ogni carcere, previsto nell’organico e stipendiato dal ministero della Giustizia, i ministri di culto delle altre religioni sono più o meno equiparati agli altri volontari.

Carcere Marassi Genova

Riformare il sistema

La pandemia, con tutto quello che ha comportato, ha spinto le istituzioni di molti paesi del mondo a una riflessione sul modello di detenzione e sul suo rinnovamento. Anche in Italia si è aperto un percorso riformatore che vede, da un lato, la delega del parlamento al governo per riformare il processo penale e, dall’altro, i lavori della Commissione ministeriale guidata dal professor Marco Ruotolo per ripensare la vita carceraria interna.

Sul fronte processuale, le modifiche normative che il governo è chiamato a fare avranno una ricaduta anche sulle carceri. La delega parlamentare prevede, infatti, che si introduca una serie di sanzioni sostitutive alla pena detentiva, che il giudice di merito potrà comminare in sentenza al posto della pena carceraria fino a quattro anni. È sicuramente un primo passo verso il disconoscimento di quella centralità assoluta del carcere che ha dominato il sistema penale italiano fin dalla nascita della Repubblica.

Se i padri costituenti hanno scritto, all’articolo 27 della Costituzione, che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, declinando al plurale il sostantivo «pena», significa che avevano in mente una pluralità di possibilità sanzionatorie. Sicuramente il carcere, se guardiamo agli altissimi livelli di recidiva, non si è rivelato la più efficace.

Sul fronte amministrativo, la Commissione potrà suggerire una serie di direttive cui improntare la vita interna alle carceri che saranno capaci di renderla, da un lato, più rispettosa della dignità e dei diritti delle persone detenute e, dall’altro, più responsabilizzante nei confronti di queste ultime e utile in vista del loro futuro rientro in società.

Sicuramente tutto ciò che riguarda l’utilizzo delle nuove tecnologie avrà un’importanza fondamentale. Non è pensabile tendere alla reintegrazione sociale delle persone lasciandole nell’analfabetismo informatico.

Le tecnologie potranno aiutare anche nel tentativo di non sradicare la persona detenuta dal suo contesto lavorativo, contemplando la possibilità di smart working come accade ormai in gran parte del mondo esterno.

Inoltre, i contatti tra i detenuti e le persone care, che sono la cosa più importante per chi vive in carcere, potranno essere potenziati senza che vi sia alcuna motivazione contraria sensata.

Immagine del Carcere di Secondigliano (Na) di Katia Ancona per Next New Media e Antigone

Una battaglia decisiva

Spesso nella storia le emergenze di vario tipo hanno costituito le cause iniziali per una compressione dei diritti che poi ha visto nel tempo successivo una stabilizzazione ingiustificata. Questo è un rischio concreto che si è corso nel sistema penitenziario con l’emergenza Covid-19. Un rischio che si è corso e che non è ancora del tutto scongiurato, se non per una esplicita volontà di mantenerlo, almeno per un’inerzia del sistema.

Come ogni emergenza che comporta dei rischi, la pandemia però può anche essere colta come un’occasione di allargamento dei diritti e di avanzamento del modello detentivo.

Se sapremo farlo, avremo vinto una battaglia decisiva.

Claudio Paterniti Martello
(membro dell’Osservatorio  Nazionale carceri di Antigone)

2012 Carcere Sollicciano (Fi), di Next New Media e Antigone




Disastro Afghanistan,

un istruttivo fallimento

testo di Francesco Gesualdi |


Prima una guerra assurda, cruenta e costosa, poi vent’anni di occupazione. Oggi, nel paese asiatico, siamo di nuovo al punto di partenza: i Talebani al potere. Con le stesse barbe e le stesse idee.

Ad agosto, l’Afghanistan è tornato alla ribalta della cronaca mondiale per la decisione degli Stati Uniti e dei loro alleati di abbandonare repentinamente il paese. Ritiro che ha coinciso con la ripresa del potere da parte dei Talebani (Taliban), la stessa formazione politica che governava nel 2001 quando gli americani invasero il paese asiatico. Invasione che poi si trasformò in un’occupazione durata venti anni, con la collaborazione di vari altri eserciti dell’alleanza Nato, compreso quello italiano.

La guerra in Afghanistan ha sorpreso l’opinione pubblica mondiale due volte: quando è iniziata e quando è finita: all’inizio perché non se ne capivano le ragioni; alla fine perché niente di quanto era stato dichiarato è stato realizzato. Era stato detto che l’obiettivo era stroncare il terrorismo, introdurre la democrazia e garantire i diritti delle donne. Ma il terrorismo ha continuato a colpire, mentre il paese è stato di nuovo consegnato nelle mani di coloro che si era detto di voler combattere perché nemici della democrazia e delle donne.

Il punto è che le guerre sono odiose per tutti, non solo per le popolazioni che le subiscono, ma anche per quelle dei paesi che le scatenano e ogni volta i potenti debbono farle digerire ai propri cittadini. Non di rado la strategia prescelta è il ricorso a motivazioni nobili che, con il tempo, però, si dimostrano fake news. Per questo i cittadini più critici non si fidano più delle notizie che ricevono e in occasione di ogni conflitto continuano a chiedersi se sia stata raccontata la verità o delle frottole. Un metodo infallibile per uscire dal dilemma non esiste, ma l’assunzione di un supplemento di informazioni è di fondamentale importanza, stando attenti ad approfondire almeno tre aspetti: gli antefatti, il contesto geopolitico, la realtà economica. Anche se va da sé che, sullo sfondo di ogni guerra, c’è sempre l’interesse per la vendita di armi da parte dell’industria bellica.

1979-1989: i russi e i mujhaidin

L’anno da cui conviene partire è il 1979, quando l’Unione Sovietica, a quel tempo nazione confinante, invase l’Afghanistan per sostenere un governo comunista intenzionato, fra l’altro, a imprimere una svolta laica al paese. Ma l’invasione provocò l’opposizione armata da parte di una molteplicità di gruppi locali,  tutti genericamente definiti mujahidin («combattenti»), in realtà tutti diversi l’uno dall’altro per etnia, appartenenza religiosa, impostazione politica.

In effetti, l’Afghanistan è una realtà complessa formata da una quindicina di etnie, in particolare Pashtun, Tajik, Uzbek, Hazara. E benché tutte siano di fede islamica, hanno modi diversi d’interpretare la tradizione e i testi sacri.

I Talebani e Bin Laden

È di questo periodo l’emergere di un gruppo che, vivendo il progetto di secolarizzazione perseguito dal governo filorusso come una forma di colonizzazione, virò verso un’interpretazione rigida dei precetti coranici, ormai caricati non solo di valore religioso ma anche politico, perché rivendicati come tratti essenziali dell’identità afghana. Il movimento, che era capeggiato dal Mullah Omar, prese il nome di Talebani (da «talib», studente in arabo, «taliban» significa due studenti), perché aveva fatto proseliti soprattutto fra i giovani afghani cresciuti nei campi profughi del Pakistan, che avevano trovato nelle scuole coraniche la sola possibilità d’istruzione. Ed è molto probabile che il nascente movimento dei Talebani abbia anche goduto di denaro elargito dagli Stati Uniti che, tramite la cosiddetta «Operazione ciclone», sostenevano la lotta dei mujahidin contro i sovietici. Soldi probabilmente goduti anche da Osama Bin Laden il quale, benché cittadino dell’Arabia Saudita, era corso in Afghanistan per combattere le truppe dell’Unione Sovietica viste come nemiche dell’Islam.

I russi se ne andarono nel 1989. Seguì un periodo di instabilità e di lotte intestine che si concluse nel 1996 con l’ascesa al governo dei Talebani che erano stati capaci di assicurarsi un buon appoggio popolare grazie alle alleanze con i capi locali e alla prospettiva di porre fine alla guerra per bande, alla corruzione e all’illegalità dilagante. Ma all’estero il governo dei Talebani non trovò uguale accoglienza a causa dei suoi metodi repressivi contro le donne e della sua politica decisamente contraria ai diritti umani.

Arrivarono gli attentati dell’11 settembre 2001 che procurarono la morte a quasi tremila persone. Attentati prontamente attribuiti a Bin Laden che, nonostante la vittoria sull’Unione Sovietica, era rimasto in Afghanistan per condurre una nuova lotta, questa volta contro l’Occidente, ritenuto anch’esso responsabile di comportamenti oltraggiosi nei confronti dell’Islam.

Non era passato neanche un mese dall’attacco alle Torri gemelle che le bombe americane già piovevano su Kabul. La colpa dei Talebani era di non aver consegnato Bin Laden, non si sa se per incapacità di catturarlo o per mancanza di volontà. In ogni caso, i politici statunitensi sostenevano che l’incursione contro l’Afghanistan sarebbe stata di breve durata. «Cinque giorni, cinque settimane, magari cinque mesi, non di più. Di certo non sarà una terza guerra mondiale», dichiarò solennemente l’allora ministro della difesa Donald Rumsfeld. In realtà, la cattura di Bin Laden avvenne in Pakistan dieci anni dopo, mentre l’occupazione dell’Afghanistan è durata venti. Errori di calcolo o utile catena di fallimenti funzionali a permettere agli Stati Uniti di rimanere in Afghanistan il più a lungo possibile? Solo i documenti segreti della Cia ci potrebbero dare le risposte, ma un’analisi della situazione geopolitica può aiutare.

Iran, Iraq e Siria

Studiando la carta geografica si nota che l’Afghanistan si trova nel cuore dell’Asia, al centro di un cerchio che in periferia comprende Russia e Cina, due superpotenze che prima della globalizzazione capitalistica erano considerate nemiche, poi solo concorrenti, ma pur sempre rivali. La possibilità di mantenere una presenza militare ravvicinata forniva agli Stati Uniti un vantaggio non trascurabile. Ma ciò che più contava per i contenziosi del tempo, è che l’Afghanistan si trova alle spalle dell’Iran, un paese che dopo la cacciata dello shah era stato inserito nella lista degli «stati canaglia» da parte degli Stati Uniti. E più avanti, verso il Golfo Persico, c’è l’Iraq, altro paese che gli Stati Uniti consideravano nemico. Messi assieme, Iran, Iraq e Siria, formavano quella che George Bush chiamava «l’asse del male», a suo dire un covo di terroristi che andava soppresso. Tuttavia, il paese verso il quale venne messa in atto la strategia più diretta fu l’Iraq. Inventandosi l’esistenza nel paese di armi di distruzione di massa, mai dimostrata, nel marzo 2003 gli Stati Uniti lo invasero facendo cadere Saddam Hussein e lo abbandonarono solo nel 2011, pur mantenendo un contingente di 2.500 marines col compito dichiarato di aiutare le forze locali a sconfiggere l’Isis.

Nello stesso anno in cui le truppe Usa abbandonavano l’Iraq, la Siria piombava in una guerra civile, ancora non conclusa, che in dieci anni ha prodotto 600mila morti e 12 milioni di sfollati di cui la metà rifugiati all’estero. Un vero e proprio inferno nel quale si sono inserite forze di ogni genere, interessate ad assumere il controllo di un pezzo di territorio o a utilizzare un terreno terzo per regolare conti in sospeso fra loro. Fra esse molti eserciti regolari compresi quelli russo, turco, statunitense, quest’ultimo con una presenza di 900 berretti verdi.

Quanto all’Iran, il terzo componente dell’asse del male, era un paese troppo grande e soprattutto troppo armato e organizzato per essere aggredito direttamente o per essere fatto implodere dall’interno. Ma l’idea di stringerlo a tenaglia fra tre paesi alleati degli Stati Uniti (Iraq, Afghanistan, Pakistan) deve essere stata seducente, quantunque l’arma più utilizzata per piegare l’Iran ai voleri delle potenze occidentali siano state le sanzioni economiche. E qui veniamo al terzo ambito d’indagine, quello economico, che va analizzato ogni volta che ci si trova di fronte a un conflitto armato.

Mappa dell’oleodotti TAPI

L’oleodotto Tapi

Al tempo in cui venne invaso, l’Afghanistan non presentava un grande interesse da un punto di vista economico. Paese montuoso di difficile accesso, la sua popolazione è dedita principalmente alla pastorizia e solo nelle zone meno aspre della parte occidentale pratica anche l’agricoltura (con una spiccata predilezione per la coltivazione del papavero da oppio). Si sapeva che nel suo sottosuolo era presente anche del gas, ma non in misura così cospicua da meritare l’esplorazione. Situazione ben diversa da quella dei paesi confinanti, in particolare l’Iran e il Turkmenistan che tutt’oggi si collocano rispettivamente al secondo e al sesto posto per riserve mondiali di gas naturale.

Ma il gas è vera ricchezza solo se si può fare arrivare ai paesi consumatori. Un problema sentito in particolare dal Turkmenistan, incastrato fra il Mar Caspio e le montagne. Per questo sul finire del secolo scorso il Turkmenistan aveva stretto un accordo con l’Afghanistan e il Pakistan per costruire un oleodotto, battezzato «Tapi» (dalle iniziali di Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), che portasse il gas verso il Mare Arabico. E subito le imprese petrolifere di tutto il mondo avevano sgomitato fra loro per aggiudicarsi l’esecuzione dell’opera. Il match venne vinto da Unocal, un’impresa americana che però si ritirò quando cominciarono a moltiplicarsi gli attacchi terroristici che facevano puntare il dito contro il governo dei Talebani. La somma da investire era così alta che Unocal affermò di essere disposta a mettersi in gioco solo se l’Afghanistan avesse dato garanzia di stabilità. In un’audizione al Congresso dichiarò: «Il progetto esige finanziamenti internazionali, accordi fra governi e accordi fra governi e consorzio. Dunque, non potremo iniziare la costruzione dell’oleodotto finché l’Afghanistan non sarà amministrato da un governo riconosciuto internazionalmente». E a rassicurarla che il governo degli Stari Uniti aveva recepito il messaggio, nel settembre 2001, pochi giorni prima dell’attacco alle Torri gemelle, il portavoce del dipartimento governativo dell’energia dichiarava: «L’importanza dell’Afghanistan da un punto di vista energetico deriva dalla sua posizione geografica: è l’unico passaggio possibile per fare arrivare il gas dal Mar Caspio al Mare Arabico». In realtà anche l’Iran era un’opzione, almeno da un punto di vista geografico. Ma non lo era da un punto di vista politico, e l’unico modo per permettere alle multinazionali petrolifere americane di condurre i loro affari in Asia Centrale era l’addomesticamento dell’Afghanistan tramite la soppressione dei Talebani e l’instaurazione di un governo amico. Congetture? Può darsi. È un fatto, tuttavia, che nell’ottobre 2001 l’Afghanistan venne invaso, prima con sole bombe, poi anche con truppe, fino a raggiungere una presenza a terra di 110mila uomini nel 2011. Ma le cose non andarono per il verso voluto e l’oleodotto rimase congelato per una diecina di anni. Poi ripartì ma senza le multinazionali americane che, nel frattempo, avevano perso qualsiasi interesse per quell’area geografica. Per di più Unocal, la protagonista principale, era caduta in disgrazia. Travolta da un processo per violazione dei diritti umani a causa di una collaborazione con il regime militare del Myanmar, nel 2005 venne fagocitata da Chevron e scomparve per sempre.

Largo a Cina e Russia

Del resto con la crisi climatica ormai conclamata, il futuro dei combustibili fossili ha i giorni contati mentre altri minerali stanno assumendo importanza.  Fra questi il rame, il litio, le terre rare, di cui l’Afghanistan sembra avere riserve importanti. Ma dopo 20 anni di occupazione militare, che in soldi è costata varie migliaia di miliardi di dollari (5.400 solo agli Stati Uniti), e in vite umane è costata la perdita di 47mila civili e 125mila soldati, di cui 6.300 americani, gli Stati Uniti hanno deciso che era meglio ritirarsi dall’Afghanistan e accettare che altri, magari la Cina o la Russia, traggano vantaggio da tali ricchezze.

La dimostrazione che, dove non può la morale, sono i fallimenti a indicare la strada più giusta da intraprendere.

Francesco Gesualdi

 




Chiamiamola tortura

testo di Patrizio Gonnella |


Ai tempi del G8 del 2001, in Italia non era ancora reato. Eppure, il nostro paese aveva firmato la convenzione Onu del 1984. Dopo troppa attesa, nel 2017 è finalmente entrata nel codice penale, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

In questi giorni, ricorrono i vent’anni dai fatti del G8 di Genova, dalle brutalità e dalle torture nella scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto.

Sono trascorsi, dunque, due decenni da quel caldo luglio del 2001, quando la tortura divenne notizia di prima serata. Tortura usata su un movimento variegato che manifestava e lottava contro le ingiustizie di una globalizzazione fortemente iniqua.

In quella circostanza, una buona parte delle istituzioni si sentì legittimata a ragionare e agire come se si fosse in uno stato di eccezione. La presenza di due ministri nella cabina di regia delle operazioni di polizia contro i manifestanti assunse il significato di autorizzare l’eccezionalità di quanto stava accadendo.

Ci furono le brutalità della Diaz, e poi le torture di Bolzaneto.

Uno dei torturatori di Bolzaneto, dopo essersi vantato di essere nazista e di provare piacere a picchiare un manifestante «omosessuale, comunista», dopo averlo offeso dicendogli «frocio ed ebreo», gli strizzò i testicoli, come nella tradizione tragica della tortura a Villa Triste a Firenze o a Villa Grimaldi in Cile.

Machismo e fascismo, come sempre, insieme.

Prima di Genova, e dopo

Le torture a Genova non furono episodi marginali ascrivibili alle solite mele marce. Fu qualcosa di sistemico e strutturale.

L’anno prima, nel 2000, vi erano state le violenze di Napoli in occasione del Global forum, e quelle denunciate nel carcere di San Sebastiano a Sassari.

Nel luglio del 1998 l’Italia aveva firmato solennemente, al Campidoglio, lo statuto della Corte penale internazionale che avrebbe dovuto giudicare su scala globale i gravi crimini contro l’umanità, tra cui, appunto, la tortura.

Tredici anni prima di Genova, nel 1988, l’Italia aveva firmato e ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che, all’articolo 1, definiva il crimine e, agli articoli successivi, impegnava tutti i paesi firmatari a punirlo.

Finalmente è reato

In Italia la tortura divenne reato solo nel 2017, dopo le condanne del nostro paese da parte della Cedu (Corte europea dei diritti umani) nei casi Cestaro e Asti.

Era il 18 luglio del 2017 quando fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale la legge che finalmente introduceva nel codice penale, all’articolo 613-bis, il delitto di tortura. Era una legge scritta male perché definiva il crimine di tortura in modo non del tutto sovrapponibile con quanto previsto dall’articolo 1 della Convenzione Onu del 1984, ma sappiamo – grazie a Voltaire – che il meglio è nemico del bene. Fu perciò ragionevole giungere comunque alla sua approvazione contro l’opposizione della destra, da sempre preoccupata di non porre limiti all’azione delle forze di polizia, e anche contro coloro che, senza sguardo strategico, avrebbero preferito non avere nessun reato di tortura piuttosto che quello oggi codificato.

Oggi, in Italia, la tortura è reato, e ci sono le prime condanne per fatti avvenuti negli istituti penali di Ferrara e San Gimignano.

Altri procedimenti penali per tortura nelle carceri sono in corso.

Dunque, ora nei tribunali possiamo formulare un nome tragico che, fino al 2017, era impossibile e vietato pronunciare. Si poteva parlare di abusi, maltrattamenti, lesioni, ma non di tortura.

Una lotta culturale

È importante, ora, che tutti gli attori del sistema della sicurezza, compreso quello penitenziario, facciano convergere le loro forze intorno alla repressione e alla prevenzione della tortura. La criminalizzazione della tortura, infatti, va a beneficio anche degli operatori della sicurezza che si muovono nel solco della legalità.

Nessuno era così ingenuo da pensare che una volta ottenuta la legge, buona o brutta che fosse, la tortura sarebbe stata bandita di punto in bianco dalle nostre prigioni, caserme, centri per migranti, e dalle strade.

Il fatto che la tortura sia un reato è una condizione necessaria ma non sufficiente per la sua prevenzione e per la punizione di chi commette tali atti.

È fondamentale che vi sia una rivoluzione che metta al centro la persona e la sua dignità.

Speriamo che tutte le forze dell’ordine se ne rendano conto e diano un segnale culturale in questa direzione, ad esempio rendendosi disponibili a compiere un percorso di prevenzione concreta della tortura. Un tema rimasto irrisolto, ad esempio, è quello dell’identificazione del personale di polizia, dentro e fuori le carceri. Basterebbe una parola dei vertici affinché possa essere conseguito un risultato. Non ci sarebbe neanche bisogno di una legge, basterebbe un diverso modello organizzativo.

Un altro tema è la costituzione di un fondo per le vittime di tortura. È questa una richiesta che arriva direttamente dalle Nazioni Unite, ma non ve n’è traccia nel nostro ordinamento.

Sighetu Marmației – Maramureș

Formare gli operatori

Ai fini della prevenzione della tortura, un’attenzione più significativa dovrebbe essere rivolta alla formazione degli operatori di polizia e, guardando alle carceri, dello staff penitenziario. Per un personale che non di rado opera in condizioni difficili, infatti, la formazione dovrebbe prevedere, oltre alla teoria, anche la pratica utile per la gestione non violenta dei casi complessi.

È necessario che la formazione sia multidisciplinare e coinvolga operatori non solo di polizia: in carcere un caso difficile si affronta tutti insieme: direttore, poliziotti, educatori, mediatori, psicologi, medici. Fuori dal carcere ugualmente. Si pensi alla neutralizzazione di una crisi di una persona che presenta disturbi psichiatrici: essa non può essere affidata ai soli poliziotti, alle loro armi, alle loro pistole con scariche elettriche.

Dunque la formazione deve essere coordinata e integrata, deve riguardare insieme assistenti sociali, educatori, personale in divisa. E deve riguardare anche i medici. Nelle ultime inchieste per violenze, abusi e tortura nei confronti di detenuti, il ruolo dei medici, seppur gregario, è emerso drammaticamente. Qua e là ci sono incriminazioni per non avere certificato le lesioni viste, per non avere visitato la persona che ne aveva diritto; per negligenza, complicità, soggezione all’apparato securitario.

Il ruolo dei medici è emerso in tutta la sua tragicità nelle violenze avvenute nei confronti dei detenuti delle carceri italiane dopo le rivolte del marzo 2020, in piena pandemia.

Il medico è un avamposto contro le tentazioni di violenza, e deve rispondere al proprio codice deontologico prima che allo spirito di corpo dei custodi.

Lo spirito di corpo

Fortunatamente, diverse inchieste stanno andando avanti da quando è stato introdotto il delitto di tortura nel Codice penale.

Queste azioni giudiziarie ci rassicurano, perché mostrano uno stato che non si lascia plagiare dallo spirito di corpo, e non rinuncia a indagare dentro le proprie istituzioni.

È lo spirito di corpo, infatti, il nemico numero uno per chi vuole reprimere la tortura. Esso è come una cortina fumogena che annebbia la vista degli investigatori. Solo se viene rotto dall’interno, com’è accaduto nel processo Cucchi, c’è la possibilità di avvicinare la verità giudiziaria alla verità storica.

La lotta alla tortura richiede, oltre alla previsione di un reato, anche un’amministrazione dello stato disposta a sanzionare. Richiede anche forze di polizia il cui lavoro non si ispiri al machismo, ma alla prevenzione sociale.

Richiede anche la dismissione di squadre e corpi speciali.

La tortura non è mai una questione di mele marce: si insinua là dove trova spazio e terreno fertile, là dove il sistema consente che alberghi. La tortura è possibile se non trova resistenze istituzionali, contrasto, sanzioni, giudizio pubblico. Nel lavoro pubblico, al centro deve esservi sempre la protezione della dignità delle persone, libere o detenute che siano.

Colpa e vergogna

Per l’azione pubblica, l’uomo deve essere sempre un fine, mai un mezzo. La tortura è un crimine contro la dignità di una persona che viene ridotta a cosa, producendo in lei vergogna e finanche senso di colpa.

La vergogna nasce sempre all’interno di una relazione interpersonale, quando l’altro s’impossessa dell’io e lo degrada a oggetto. Il senso di colpa, a sua volta, può nascere nella vergogna. La colpa, infatti, non è solo quella criminale provocata dalla trasgressione, è anche quella politica, quella morale, metafisica o collettiva. Scrive Karl Jaspers che è una colpa anche il fatto di essere ancora vivi dopo Auschwitz. Anche i sopravvissuti, con il loro carico di dolore, hanno il senso di colpa di essersi salvati a differenza degli altri.

Vergogna e senso di colpa fanno parte della semantica della tortura: il torturato, per ottenere giustizia, deve essere capace di raccontare le violenze subite, spesso umilianti, a qualcuno che potrebbe non credergli. Per ridurre i danni sulla sua vita futura, avrà bisogno di anni di psicoterapia senza la quale potrebbe non uscirne salvo, sempre che disponga dei soldi per pagarsi un buon terapeuta. L’idea del suicidio resta sempre sullo sfondo come via di scampo alla vergogna e alla colpa.

Il torturato, per fare sapere agli altri cosa ha subito, potrebbe essere costretto a denudarsi e mostrare le ferite sul proprio corpo.

Crimine contro la dignità

A Bolzaneto, a una ragazza che chiedeva di andare in bagno e di avere un assorbente, venne gettata della carta appallottolata sul pavimento, attraverso le sbarre. La ragazza fu costretta a cambiarsi l’assorbente in cella usando pezzi di vestiti. Il tutto alla presenza anche di uomini.

Esiste un consolidato orientamento della giustizia internazionale secondo cui il rifiuto di dare gli assorbenti a una donna, di tenere conto dei suoi bisogni intimi, equivale a torturarla.

Quella ragazza probabilmente avrà provato vergogna di essere donna. La tortura spesso fa vergognare di essere se stessi.

A volte, la violenza che origina la tortura è una violenza sessuale. In alcuni casi la violenza sessuale è brandita come minaccia.

Sempre a Bolzaneto, una ragazza italiana, mentre veniva accompagnata dalla cella al bagno, fu costretta a camminare lungo il corridoio con le mani sulla testa abbassata. Fu colpita con calci. Venne derisa e minacciata. E venne, infine, insultata con i peggiori epiteti. Frasi offensive intrise di riferimenti sessuali.

Quella ragazza, una volta uscita dal tunnel di quella violenza, probabilmente avrà sviluppato un doppio senso di colpa: per essersi trovata in quel luogo, ma anche per avere avuto paura di quei miserevoli torturatori.

La persona torturata prova vergogna per la propria debolezza, per la propria scarsa resistenza alle pressioni psicologiche.

Se la persona torturata è un uomo, prova vergogna per non avere reagito. Se ha parlato, si vergogna per avere ceduto alle pressioni e avere confessato, il vero o il falso che sia. Non avrà più il coraggio di guardare in faccia i propri amici. Proverà vergogna di se stesso.

Vergogna e senso di colpa permangono anche durante il processo che dovrebbe restituire giustizia. Sono sentimenti conosciuti anche dai familiari delle vittime torturate e uccise.

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha raccontato di come, nel processo, lei da vittima è stata ridotta a imputata.

Si parla, in quei processi, dello stile di vita dei loro congiunti, si indaga sulla famiglia, si cerca di infangare l’immagine del torturato, così da fare provare vergogna e colpa ai familiari, forse per farli desistere dall’andare avanti.

Papa Francesco e la tortura di tutti i giorni

La tortura è un reato che si consuma lentamente. Durante la tortura la persona prova paura, terrore. E terrore è quello che i migranti vivono nelle prigioni libiche, nelle quali gli organismi internazionali hanno provato esservi tortura sistematica, insieme a stupri e omicidi.

«Le torture ormai non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere un determinato fine, come la confessione o la delazione – pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale – ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena», così papa Francesco, in un discorso del 2014 all’Associazione internazionale dei penalisti.

Il papa, con poche parole intrise di forza argomentativa e chiarezza, rimuove la tortura dai libri della storia delle pratiche plausibili della giustizia, e la colloca dentro un presente tragico. Distingue tra la tortura giudiziaria, praticata per estorcere confessioni o indurre alla delazione, e la tortura quale esercizio ordinario del potere di punire.

La tortura su cui maggiormente si sofferma il papa non è quella che ha un fine investigativo, ma la tortura di tutti i giorni, quella che non fa notizia, invisibile, quella data per scontata, accettata come se fosse normale condimento della sanzione legale. Quella che i migranti respinti dalle nostre coste potrebbero raccontare facendo impallidire il mondo dei benpensanti.

La contemporaneità restituisce una casistica dolorosa delle torture possibili. Papa Francesco, con il motu proprio dell’11 luglio del 2013, introdusse il delitto di tortura nell’ordinamento giuridico interno allo stato del Vaticano, fino ad allora quasi del tutto sovrapposto a quello italiano. Fu utilizzata la definizione presente all’articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura.

La tortura è, dunque, quel plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. La detenzione produce sofferenza. È di per sé un male. La tortura è un’ulteriore inflizione di dolore, oltre a quello oggettivamente prodotto dalla perdita o dalla limitazione della libertà.

Nelle guerre, nelle deportazioni, nelle follie di regime, nei campi profughi, nei luoghi di confine, nelle carceri legali e illegali, viene azzerata la dignità umana e la persona viene degradata a cosa.

La tortura ordinaria

Papa Francesco non si scaglia solo contro la tortura «eccezionale», quella scenica, quella usata come strumento di repressione dalle dittature spietate o dai regimi militari o teocratici. Papa Francesco si preoccupa della tortura «ordinaria», quella delle democrazie contemporanee, degli stati liberali. Si preoccupa della tortura di tutti i giorni.

La tortura è una delle forme di management della sovranità. La sovranità è il nemico da sconfiggere. Fino a quando la sovranità sarà eretta a baluardo etico, filosofico e giuridico dello stato moderno, ci saranno sempre guerre. E ci sarà sempre la tortura. Perché la tortura si nutre dello stesso concime della guerra. Si nutre di sovranità. La sovranità è belligena, nonché intrinsecamente violenta.

Attraverso, dunque, la lente della tortura (e la lotta per la sua proibizione) è possibile comprendere il rilievo del processo di desovranizzazione dello stato quale antidoto alla violenza. Va rotto il circolo vizioso della violenza. Più nonviolenza uguale più dignità umana. Più dignità umana uguale meno sovranità. Meno sovranità uguale meno tortura.

Patrizio Gonnella*

 *Patrizio Gonnella è presidente dell’Associazione Antigone. Insegna sociologia e filosofia del diritto all’Università Roma Tre. Ha scritto numerosi saggi e articoli sui temi della pena e dei diritti umani. È editorialista del quotidiano «il Manifesto» e cura una
trasmissione radiofonica su Radio Popolare.


La tortura secondo l’Onu

Convenzione Onu del 1984 contro la tortura, ratificata dall’Italia con la legge n. 498/1988.

Articolo 1.

  1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti ad una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.



Un rifiuto che suona

testo e foto di Valentina Tamborra |


Una distesa di immondizie tristemente famosa. Donne e bambini che ci fanno il proprio luogo di lavoro. E poi la colla da sniffare, per superare fame e fatica, e il degrado ambientale e sociale. Ma in molti cercano di cambiare questa realtà.

Siamo a Dandora, una località a circa 10 chilometri da Nairobi, capitale del Kenya.

Qui sorge una discarica che «vanta» alcuni infelici primati. Non solo è la pattumiera più grande di tutta l’Africa orientale, ma è stata anche definita da molte organizzazioni il luogo più inquinato del pianeta.

L’immensa discarica a cielo aperto è il luogo dove ogni giorno confluiscono circa duemila tonnellate di rifiuti provenienti dalla capitale.

Uno scenario dantesco: cumuli di rifiuti che formano vere e proprie montagne, vapori dall’odore nauseabondo che sporcano l’aria azzurra che, improvvisamente, ad altezza occhi, diventa nebbiosa.

Sullo sfondo, la città di Nairobi si staglia con i suoi grattacieli e i luoghi del business, che sembrano quanto di più lontano possa esserci dall’inferno che caratterizza luoghi come la discarica e le baraccopoli attigue.

Attorno alla discarica di Dandora, infatti, sono sorti molti slum – baraccopoli appunto – fra cui la famosa Korogocho. Per entrare in questo luogo abbiamo bisogno di una guida e di protezione: quattro uomini ci scortano sicuri attraverso corridoi di rifiuti accatastati gli uni sopra gli altri.

All’interno di Dandora è purtroppo di casa la violenza. Sono luoghi, questi, dove persone disperate farebbero qualsiasi cosa pur di sopravvivere e non è saggio avventurarsi da soli da queste parti.

Persino il taxi che ci ha accompagnati vicino all’entrata della discarica non ha voluto procedere oltre.

La contesa dei rifiuti

Camminando fra i rifiuti non è raro assistere a scene di scontri fra esseri umani e animali. Gli uccelli infatti, enormi marabù simili ad avvoltoi, non di rado si avvicinano ai bambini strappando loro di mano quel poco di cibo trovato scavando nella spazzatura.

La discarica di Dandora, che era già stata dichiarata al limite della capienza nei primi anni 2000, è ormai fuori controllo: i rifiuti ricoprono un dislivello di circa 200 metri.

Nel 2006 era sembrato realizzabile un progetto di bonifica, che però poi è naufragato a causa dell’utilizzo poco chiaro dei fondi stanziati per l’operazione.

Ogni giorno qui a Dandora migliaia di persone lavorano fra i cumuli di immondizia, selezionando il materiale da rivendere, abiti o cibo ancora commestibile. Per molti abitanti degli slum, dunque, la discarica, seppur tossica e pericolosa, resta l’unica forma di guadagno e sostentamento. Per questo motivo, alcune organizzazioni che si battono per il trasferimento della discarica (come, ad esempio, i Missionari comboniani) pongono al governo il problema di garantire che questa fonte di risorse non venga del tutto preclusa alle popolazioni locali.

Queste persone, in larga parte, sono bambini. Poveri, senza cibo né scolarizzazione, si trovano ben presto legati a doppio filo a questo luogo terribile.

Nel loro sangue sono state rinvenute forti concentrazioni di mercurio, cadmio e piombo e i problemi respiratori sono all’ordine del giorno. Respirare i fumi tossici della putrefazione, infatti, causa danni polmonari irreversibili.

Chokora

C’è un nomignolo che definisce i bimbi di strada, coloro i quali nella spazzatura vivono, o meglio sopravvivono: chokora. Si legge «ciokorà» e in lingua kiswahili significa monello, bambino fastidioso, ma anche rifiuto. In qualche modo, dunque, il destino di questi bimbi viene cucito su di loro, finisce per identificarli.

I bambini vengono dalle vicine baraccopoli, Canaan, Shashamane, Korogocho, e qui passano la giornata cercando di sopravvivere. Si riuniscono in gruppi, spesso sono scappati di casa perché non avevano abbastanza cibo e la vita di strada sembrava un’alternativa allettante in confronto al morire di stenti in una capanna di lamiera.

Nairobi e i suoi slum sono tristemente noti per il fenomeno dei minorenni abbandonati a se stessi, anche se molto piccoli. Nonostante gli sforzi di centinaia di organizzazioni umanitarie il loro numero è aumentato negli ultimi 25 anni.

Una piaga che spesso colpisce questi minori è la tossicodipendenza: già a 6 o 7 anni, infatti, iniziano a sniffare colla. La comprano per pochi spiccioli, soldi guadagnati vendendo ciò che nella spazzatura è ancora utilizzabile. Sniffare aiuta a non sentire la fame, la sete, il freddo, la solitudine.

Se ne vedono ovunque di bimbi definiti «zombie»: l’andatura barcollante, gli occhi vitrei con lo sguardo perso nel vuoto. Spesso si riuniscono in gruppi e diventano purtroppo estremamente pericolosi. Rapinano, feriscono, attaccano, perché questa è l’unica modalità di vita che è stato concesso loro di imparare.

 

Musica di strada

L’Ong internazionale Amref health Africa opera nella discarica di Dandora per il recupero dell’infanzia. Qui, i suoi operatori umanitari, portano avanti l’iniziativa «Out of the streets».

Il progetto consiste nel recupero dei bambini di strada attraverso lo strumento della musica.

A scendere sul campo e impegnarsi nel lavoro di sostegno e recupero, spesso sono ex ragazzi di strada, proprio come Samuel che ci accompagna nei vicoli dello slum e della discarica.

La prima cosa da fare quando si giunge in luoghi come questi, è guadagnare la fiducia dei bambini che, abituati a ogni sorta di abuso e violenze, diffidano dall’essere avvicinati.

Una colazione insieme, un po’ di tè e chapati (una sorta di pane azzimo tradizionale), una chiacchiera, la promessa di una doccia calda e vestiti puliti. Qualcuno accetta, i più piccoli soprattutto, e decide di seguire Samuel al centro Amref. Qualcun altro, più diffidente, resta a osservare. Il mezzo migliore per far sì che i bimbi continuino ad accettare l’aiuto degli operatori sociali è il passaparola. Saranno infatti i bambini accolti nei centri Amref a essere in qualche modo portavoce della possibilità di riscatto.

Dal primo contatto, dunque, inizia il circolo virtuoso che potrà portare questi ragazzi al recupero di se stessi, alla disintossicazione e alla scoperta della bellezza e di un’alternativa di vita possibile attraverso la scuola, la cultura, la musica.

Musica e canto infatti sono dappertutto nel contesto sociale kenyano, gli stessi chokorà hanno imparato a comporre canzoni e filastrocche con questo loro nome, cercando di farne così una sorta di bandiera che determini un’appartenenza.

All’interno dei centri Amref, i bambini tornano a scoprire il proprio valore e quello di un pezzo di latta, un barattolo, un contenitore, che da immondizia diventa tamburo. Pezzi di plastica con cui costruire un organo e ancora maracas fatte con vecchie bombolette di spray per l’ambiente. Tramite workshop e lezioni dedicate, costruiscono strumenti e li suonano. In questo modo ritrovano – almeno in parte – quel mondo spensierato che era stato loro tolto.

Il riciclo, il riutilizzo, il dare valore a ciò che prima era destinato a scomparire fra le pieghe della società, diventa quindi iconico, è il riscatto per questi ragazzi privati di un diritto fondamentale: l’infanzia.

 

Una madre

In una baracca grande come uno sgabuzzino, vive la mamma di due dei bimbi aiutati da Amref. I bimbi vanno a scuola grazie al sostegno della Ong.

Un’unica stanza dove dormire, mangiare, studiare. Nessun materasso, solo qualche coperta fra il corpo e il pavimento e come sedie, dei vecchi fusti di vernice. Eppure, in mezzo a questo, notiamo proprio vicino alla finestra un quaderno aperto: la grafia è sottile e fitta. Chiediamo cosa sia: «Preghiere, inni al Signore», ci risponde la donna. Ci racconta che ogni giorno ringrazia Dio per la ricchezza che possiede: i suoi figli, la possibilità per loro di andare a scuola e avere forse un futuro migliore e un tetto sopra la testa. Per essere felice, ci dice, le basta sapere che oggi sta un po’ meglio di ieri e che esiste un futuro possibile.

In una baracca, in mezzo alla polvere, nel caldo soffocante delle baraccopoli di Nairobi, si cela la bellezza che nasce dalla speranza e dalla fede.

Valentina Tamborra


Il progetto

Dal 2001, il progetto «Out of the streets» di Amref healt Africa ha raggiunto circa 26mila minori in stato di vulnerabilità. Nel periodo 2016-2019, 300 minori sono stati sostenuti ogni anno. In questo triennio, infatti, ogni anno Amref ha accolto una media di cento tra ragazzi e ragazze all’interno del centro polifunzionale diurno di Mutuini. Duecento tra ragazzi e ragazze, all’anno, sono stati invece appoggiati nella formazione (istruzione primaria e secondaria e training vocazionali, per capire cosa vorrebbero fare).

Ma non solo di bimbi di strada ci si occupa a Mutuini, all’interno del centro che visitiamo, l’Amref child development centre Dagoretti.
Qui infatti sono presenti anche diverse realtà che hanno come focus la salute e l’emancipazione femminile.
Le donne imparano a leggere, a far di conto, a preservare la propria salute, ad esempio seguendo corsi di educazione sessuale. In Kenya, infatti, l’Hiv è una realtà tristemente estesa.
Attraverso corsi e workshop si parla di eguaglianza di genere, di autonomia.
Un’altra delle attività portate avanti è l’inserimento nel mondo lavorativo e la creazione di opportunità legate ad esso.
L’approccio di questa organizzazione umanitaria resta quello di rafforzare le reti comunitarie esistenti, siano esse previste da una direttiva del governo o siano strutture informali costruite dalle comunità che popolano una determinata zona.

Dalle discariche al palcoscenico di un teatro, dal raccogliere pezzi di vetro e latta per rivenderli, a imparare l’uso di uno strumento musicale e appassionarsi a qualcosa che, forse, li aiuterà ad avere un futuro.
Una seconda opportunità di vita, non più rifiuti dunque, ma esseri umani parte del tessuto sociale.

Valentina Tamborra

Servizio fotografico
Questo progetto è alla base del reportage di Valentina Tamborra e Mario De Santis «Chokorà – il barattolo che voleva suonare».

 




Uomini e terra sotto attacco


Prima criminalizzati, poi assassinati. I difensori dei territori sono nel mirino di chi, dallo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente, trae le sue ricchezze. Da Nord a Sud, da Est a Ovest. Dovunque nel mondo, ambiente e uomini sono in pericolo.

Paulina Gómez Palacio Escudero si definiva amica del popolo indigeno Wixárika e guardiana del territorio sacro di
Wirikuta, nello stato centro orientale di San Luis de Potosí in
Messico. Agricoltrice di 50 anni, aveva una relazione sacra con quel territorio dove, secondo la cosmogonia wixárika, «nasce il sole e si trova l’essenza della vita».

Amare quella terra l’aveva portata a difenderla da chi voleva squarciarla con bulldozer e contaminarne le acque per estrarre metalli e arricchire le tasche degli investitori delle compagnie minerarie.

Nel marzo 2020, fu dichiarata desaparecida e poi ritrovata sin vida (senza vita) dopo qualche giorno a Zacatecas.

Sin vida

Il mese successivo fu ritrovato sin vida nello stato di Oaxaca, nel Messico Sudoccidentale, anche il giovane studente di biologia e attivista per la biodiversità Eugui Roy Martínez Pérez, che aveva deciso di passare la quarantena sanitaria in un centro di ricerca rurale, classificando piccoli animali e preparando una pubblicazione sul suo ritrovamento di specie credute estinte.

Quello stesso territorio oaxaqueño è tornato a essere protagonista della cronaca lo scorso gennaio, quando si è registrato il primo assassinio del 2021 di un attivista ambientale in Messico.

Fidel Heras, agricoltore di mais e membro del Consejo de pueblos unidos por la defensa del Río Verde (Copudever), si era opposto al progetto di costruzione della centrale idroelettrica Paso de la Reina e al prelevamento di sabbia e ghiaia da costruzione dal letto del Río Verde. Era l’unico che aveva deciso di restare. Tutti i suoi fratelli avevano dovuto varcare la frontiera al Nord per trovare lavoro negli Usa.

iNov. 26, 2020) — Pictured from the International Space Station, the Aswan Dam in Egypt separates Lake Nasser from the Nile River. https://www.flickr.com/photos/nasa2explore/50675039058/ Cinquanta anni dopo il corso del fiume Nilo è stato deviato per la costruzione della diga di Assuan, la gente di Nuba nel sud dell’Egitto sono ancora chiedono il diritto al ritorno e il reinsediamento sulle rive del lago Nasser (https://ejatlas.org/conflict/aswan-high-dam-egypt?translate=it).

Crimini dalla Cambogia all’Honduras

Il Messico è tra i paesi nei quali si è registrato negli ultimi anni il maggior numero di attacchi e assassinii di attivisti e attiviste per cause ambientali in un clima di criminalizzazione.

In Colombia, Brasile, Filippine, Honduras, Repubblica democratica del Congo, la situazione non è migliore.

Nel 2012, l’assassinio dell’attivista cambogiano Chut Wutty aveva spinto l’organizzazione Global witness a documentare in maniera sistematica questo tipo di crimini legati allo sfruttamento sociale e ambientale.

Pochi anni dopo, il volto di Berta Caceres e la sua storia di resistenza a progetti di miniere e dighe idroelettriche nel territorio del popolo Lenka, in Honduras, sarebbe diventato un emblema degli effetti dell’avanzare dell’industria estrattiva, e dell’impunità che la caratterizza (cfr. Daniela Del Bene, Berta si è moltiplicata, MC aprile 2016).

Ma poche purtroppo sono le storie e i volti che riescono a ottenere attenzione dai media nazionali, e ancor meno internazionali.

In cerca di giustizia

Di fronte all’evidente crescita di omicidi e attacchi nei confronti degli attivisti ambientali, oggi diverse organizzazioni e gruppi di studio documentano i crimini e contribuiscono alla loro denuncia e alla ricerca di giustizia.

Global witness, Front line defenders, Amnesty international, sono le più conosciute. Le loro unità di ricerca raccolgono denunce e messaggi d’allerta provenienti dai territori invasi dall’industria estrattiva, lanciati da comitati, organizzazioni comunitarie e reti di supporto.

Anche in seno alle Nazioni Unite l’attenzione è cresciuta. Il Consiglio per i diritti umani (Ohchr, nella sua sigla in inglese) ha formalmente riconosciuto il concetto di «difensori dei diritti umani e dell’ambiente», e ha raccomandato una particolare collaborazione tra l’Alto commissariato per i Diritti umani e i Rapporteur speciali dell’Onu per raccogliere dati e seguire la situazione paese per paese.

Abandoned mill and uranium tailings at Taboshar, Tajikistan. Copyright: IAEA Imagebank Photo Credit: Peter Waggit/IAEA
https://www.flickr.com/photos/iaea_imagebank/4770413243/in/photostream/ – Milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi provenienti Sovietica volte, Istiklol (Tabošar), Tagikistan – https://ejatlas.org/conflict/300m-radioactive-waste-from-soviet-times-in-taboshar-tajikistan?translate=it

Il lavoro dell’EJAtlas

In articoli anteriori in questa rivista (cfr. MC 2016 e 2017), abbiamo presentato il lavoro svolto presso l’Atlante globale di giustizia ambientale – Ejatlas, un archivio mondiale di storie di conflitti ambientali e degli attori coinvolti, dalle imprese ai movimenti per la giustizia sociale e ambientale. Attualmente l’Ejatlas conta più di tremila schede, molte delle quali aggiornate da attivisti e attiviste locali. Di esse, più di 400 documentano casi di conflitti che hanno registrato uno o più omicidi intenzionali di attivisti (si veda il planisfero qui a sinistra).

A fine 2019, il nostro gruppo di ricerca ha intrapreso un’analisi delle caratteristiche dei conflitti e dei processi di resistenza a partire dai dati disponibili fino ad allora (un totale di 2.743 conflitti), allo scopo di ottenere utili elementi di riflessione e azione.

La ricerca è stata pubblicata nel luglio del 2020 su Global environmental change, rivista scientifica specializzata in studi sui cambiamenti ambientali. Titolata Environmental conflicts and defenders: a global overview, è accessibile gratuitamente dal sito https://www.sciencedirect.com. Tutti gli autori e le autrici hanno attivamente contribuito a creare la base di dati e a mantenere contatti con organizzazioni e movimenti sociali di base.

La pubblicazione è stata elaborata nell’ambito di EnvJustice, un progetto di ricerca finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (Erc), agenzia dell’Unione europea dedicata al supporto della ricerca scientifica di frontiera incentrata sul ruolo del ricercatore.

 

Ambientalismo dei poveri

Innanzitutto, è necessario definire gli attivisti ambientali, per capire meglio chi sono.

Secondo la definizione elaborata dalle Nazioni Unite, difensore dei diritti umani e dell’ambiente è chiunque ne difenda i diritti, tra cui quello costituzionale (cioé riconosciuto da stati sovrani) a vivere in un ambiente sano e pulito.

L’azione di difesa può essere dovuta al fatto che questo diritto venga negato e messo in pericolo da parti terze. Si può trattare di membri di comunità indigene, piccoli produttori e produttrici agricoli, pescatori e pescatrici, membri di organizzazioni ambientaliste o movimenti sociali, o ancora giornalisti, ricercatori, studenti e studentesse, etc.

Molti difensori agiscono sulla base di una necessità urgente, quando viene loro negato, ad esempio, l’accesso al fiume o al bosco dal quale dipende la loro quotidiana sopravvivenza.

L’ecologia politica ha proposto il concetto di «ambientalismo dei poveri», per indicare questo tipo di azioni contro la degradazione dell’ambiente.

Piuttosto di «poveri», però, potremmo dire «impoveriti» da secoli di attività estrattive, mega infrastrutture e contaminazione massiva per estrarre ed esportare minerali, derrate agricole, legnami, ecc.

I difensori sono spesso membri di gruppi vulnerabili che soffrono le conseguenze del modello depredatore, e a volte sono vittime di discriminazione intersettoriale nella quale s’intersecano più fattori di esclusione e dunque di disuguaglianza (per esempio il fatto di essere donna e far parte allo stesso tempo di una comunità indigena).

Mesa de entendimiento: HidroSogamoso Claudia Patricia Ortiz, dirigente del Movimiento Social por la defensa del Río Sogamoso. Proceso de diálogo que busca solucionar los conflictos sociales, laborales y ambientales alrededor del proyecto HidroSogamoso. Vereda La Putana, Santader. Colombia 2011 – Artículo: Desarrollo de la noticia . Fotografía: Véala
Creative Commons Atribución-No Comercial – No Derivs – www.prensarural.org

Proteggere comunità e terre

Le personalità scomode che osano alzare la voce, proteggere la propria comunità e le proprie terre, diventare portavoce di un popolo indignato, sono le vittime designate della violenza che può culminare nella loro eliminazione.

Secondo i dati analizzati nella ricerca citata sopra, almeno il 13% dei casi di conflitto presentano una o più vittime di assassinii legati alle proteste.

I settori economici che riportano maggiori casi di omicidi sono quello minerario, l’agrobusiness connesso alla deforestazione, e le infrastrutture idriche, principalmente dighe idroelettriche.

Troviamo però altissimi numeri anche in relazione alla creazione e gestione di zone cosiddette «protette», come parchi nazionali o riserve (si veda il dossier sui parchi in India di Eleonora Fanari, La vita non vale un parco, MC maggio 2019). Queste aree sono infatti spesso abitate da popolazioni indigene o da altre comunità tradizionali, a volte nomadi o seminomadi. Alla designazione di un territorio come «zona protetta», i governi e le autorità del parco spesso costringono le popolazioni autoctone ad allontanarsi o proibiscono loro l’ingresso nel territorio, senza offrire alternative.

Il conflitto, in questi casi, sorge dal fatto che le comunità perdono la loro fonte di vita, oltre al territorio che costituisce la loro identità e con il quale hanno convissuto per generazioni.

La marginalizzazione che normalmente soffrono tiene lontani dai riflettori della stampa e dagli interessi politici i crimini perpetrati nei loro confronti.

Área Natural Protegida de Wirikuta

Omicidi, ma non solo

Capita che i crimini più violenti attraggano l’attenzione mediatica o catalizzino l’indignazione della comunità internazionale. Normalmente succede in modo temporaneo. Tuttavia, questi crimini sono solo la punta dell’iceberg di una realtà complessa.

Spesso gli assassinii sono preceduti da giorni, mesi o anni di minacce e intimidazioni di diversa natura, e da criminalizzazione della protesta con accuse infondate per screditare la credibilità e l’onore delle persone colpite.

Se sommiamo ai casi di omicidi, quelli di violenza fisica, la percentuale sale al 18%. Se aggiungiamo anche le varie forme di criminalizzazione, al 20%.

Se però guardiamo ai dati in forma disaggregata, e mettiamo a confronto quelli che si riferiscono a territori abitati da popolazioni indigene con gli altri territori, notiamo che i primi soffrono tassi di violenza più alti fino al doppio. Questo è ulteriore indicatore di una discriminazione storica e della mancanza di strutture di tutela e di sistemi di giustizia adeguati, di trasparenza e d’informazione. È probabilmente indicatore anche del fatto che i popoli indigeni oggi abitano le zone del pianeta con più risorse naturali e più biodiversità, perché hanno saputo tutelarle e farle rigenerare.

Resistenza nonviolenta

I dati mostrano anche un’altra cosa importante: i processi di resistenza possono avere successo, fermare le attività distruttive e arrivare ad avere giustizia.

È da notare che, con pochissime eccezioni, la totalità delle azioni concordate e pianificate da collettivi e movimenti sociali sono di natura nonviolenta: petizioni formali, campagne di sensibilizzazione pubblica, creazione di reti di supporto a livello locale, ma anche regionale o internazionale, azioni sul piano legale e, non meno importante, un lavoro di raccolta di saperi locali e di dati di prima mano da parte delle comunità direttamente interessate. Quest’ultimo si dimostra un fattore chiave nel momento in cui si fa necessario contrastare le informazioni impacchettate e imbellettate delle imprese o dei governi che negano spesso i potenziali impatti, o lodano progetti anteriori come portatori di prosperità e lavoro. Chi meglio degli abitanti stessi della zona può togliere il velo della menzogna e dell’impunità?

https://www.flickr.com/photos/curacumba/25213769047/ – Three Gorges Dam, China – https://ejatlas.org/conflict/three-gorges-dam-on-the-yangtze-river-in-hubei-china?translate=it

Le tecniche più efficaci

L’analisi ci ha anche dato importanti elementi di riflessione in merito agli strumenti di opposizione usati per le azioni di resistenza più efficaci.

Notiamo in particolare tre strumenti principali: un’opera di informazione preventiva; l’adozione di una combinazione di strategie diverse di opposizione; le azioni legali.

Le mobilitazioni che cominciano in forma preventiva (cioè prima che il progetto venga messo in atto) hanno il doppio di probabilità di successo di fermare l’attività rispetto a quelle nelle quali la protesta si consolida solo una volta che l’attività è già avviata.

Può risultare piuttosto intuitivo, ma questo dato indica quanto sia importante il lavoro d’informazione e di presa di coscienza a livello comunitario, la discussione di alternative e la possibilità di accesso a un’informazione precisa sui progetti.

Spesso, infatti, una confusa e incompleta visione del progetto da osteggiare inibisce l’organizzazione di base, crea false speranze e smarrimento, e scoraggia il dibattito a livello locale.

Rendere opache le informazioni sui progetti è una delle strategie preferite dagli sponsor, dai magnati dell’agrobusiness, dai grandi costruttori d’infrastrutture e dalle grandi imprese minerarie.

Il secondo strumento, che porta a una probabilità più alta di fermare attività distruttive, è la combinazione di diverse strategie di opposizione. Laddove la protesta adotta una pluralità di tattiche, la frequenza di cancellazione dei progetti raggiunge il 16%, mentre dove si è limitata ad alcune, raggiunge solo il 7% (le percentuali si riferiscono a parametri corrispondenti a «maggiore di 10 tattiche» o «minore di 5 tattiche»; ovviamente sono parametri analitici che hanno il solo scopo di orientare la lettura dei dati e non sono da prendere in modo letterale).

Il terzo strumento sono le azioni legali, come ad esempio denunce per l’applicazione incompleta di direttive ambientali, o per la mancata restituzione di terre, per la mancata corresponsione dell’indennizzo promesso, per il mancato riconoscimento di diritti consuetudinari o per irregolarità nelle valutazioni d’impatto ambientale.

Nei casi in cui tali azioni legali sono state intraprese, il giudizio della corte ha avallato i progetti nel 18% dei casi, mentre si è dichiarato favorevole alle istanze di giustizia ambientale in ben il 34% (il restante indica casi non ancora conclusi, non classificabili, o dati non disponibili).

Ciò comprova il fatto che la gran parte dei progetti contestati non rispetta le normative in vigore e gli standard sociali e ambientali, nazionali o internazionali.

I dati ci mostrano un ulteriore elemento interessante. Quando questi tre strumenti, la mobilitazione preventiva, la diversità di tattiche e le azioni legali, vengono adottate congiuntamente, la probabilità di fermare l’attività aumenta notevolmente.

Il consenso previo

Queste considerazioni ci hanno portano a formulare nello studio Environmental conflicts and defenders delle raccomandazioni importanti. Innanzitutto, quella riguardante l’informazione previa sul progetto, che deve essere fornita in modo chiaro e trasparente per permettere alle comunità di organizzarsi, dibattere ed esprimere il proprio parere. Questo parere poi non può limitarsi a una mera consultazione (come normalmente previsto in troppe legislazioni nazionali) ma deve diventare la base sulla quale la comunità possa concedere il proprio consenso su un determinato progetto, o porre un veto.

Il principio del «Consenso previo, libero e informato» stabilito per convenzione nel diritto internazionale raccomanda proprio che tale consenso, o dissenso, sia vincolante e che sia richiesto per avviare qualsiasi progetto in particolar modo in territori indigeni e comunità tradizionali.

La Convenzione 169 dell’Organizzazione mondiale del lavoro (un’agenzia delle Nazioni Unite), adottata nel 1989, raccoglie tale raccomandazione in relazione a decisioni che riguardano territori abitati da popoli indigeni e tribali. Essa riconosce ai popoli indigeni un insieme di diritti fondamentali, tra cui quelli sulle terre ancestrali e di decidere autonomamente del proprio futuro.

Attualmente, la Convenzione costituisce uno dei pochi, se non l’unico, strumento legislativo internazionale di protezione dei diritti dei popoli indigeni.

Al 2021, solo 23 paesi al mondo l’hanno ratificata. Di europei se ne contano pochi, tra cui Spagna, Paesi Bassi e Danimarca. Anche se in Europa sono pochi i popoli originari (i Sami di Svezia e Finlandia), i governi nazionali, compreso quello italiano, possono avere un ruolo importante in materia. Innanzitutto, per regolamentare le attività delle proprie imprese all’estero, ma anche in quanto membri di istituzioni internazionali o multilaterali come la Banca mondiale, e perché sono attori di gran peso nell’ambito della cooperazione internazionale (e quando parliamo di cooperazione ricordiamoci che ci riferiamo anche a interventi di grosse aziende).

 

L’Accordo di Escazu

Per garantire l’accesso all’informazione e alla giustizia in temi ambientali, una buona notizia è giunta a fine gennaio dall’America Latina, in particolare dall’Argentina e dal Messico. La firma di questi due paesi ha fatto raggiungere i requisiti minimi per l’entrata in vigore dell’Accordo di Escazu (l’Accordo regionale sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico e l’accesso alla giustizia in materia ambientale in America Latina e nei Caraibi), avvenuta nell’aprile di quest’anno.

Si tratta dell’unico accordo vincolante generato in seno alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20), ed è attualmente il primo strumento internazionale vincolante che contiene disposizioni precise in difesa dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

Ci auguriamo che sia applicato con efficacia e che l’esempio latinoamericano possa guidare altri governi nella stessa direzione.

Nel frattempo, e consapevoli che questi risvolti istituzionali, pur importanti, non fermano la violenza e l’arroganza dell’interesse corporativo, è importante mantenere e prendersi cura delle reti di supporto internazionale, esercitare pressioni politiche, proteggere la libera informazione e prevenire la violenza contro le comunità e al loro interno. C’è lavoro per tutti noi, a partire anche dai nostri territori e dalle nostre comunità.

Daniela Del Bene
coordinatrice dell’Ejatlas

 




Storia di Zam, giornalista impiccato

Il regime sciita di Teheran non perdona. Ruhollah Zam, giornalista e oppositore, è stato giustiziato. Il clero al potere interpreta e impone la sharia a tutti i propri cittadini. Ma non a se stesso.

Lo scorso 12 dicembre è arrivata una delle tante lugubri notizie che attraversano l’etere: un giornalista iraniano è stato impiccato a Teheran. Si chiamava Ruhollah Zam e viveva in esilio volontario in Francia con la famiglia. Da quanto si è letto sulla stampa, è caduto in una trappola tesa dai servizi d’intelligence iraniani. Nell’ottobre del 2019, con un pretesto, è stato indotto a recarsi in Iraq, paese in cui la Repubblica islamica esercita una notevole influenza. Appena arrivato, è stato fermato dalle forze di sicurezza irachene, che l’hanno poi consegnato alle Guardie della rivoluzione. I mezzi d’informazione iraniani hanno salutato con entusiasmo la cattura di uno dei nemici della Repubblica, avvenuta grazie a una «meticolosa operazione di intelligence» (Press Tv, 14 ottobre 2019).

La notizia ha suscitato commenti soddisfatti da parte delle autorità, che hanno lodato l’abilità delle Guardie e hanno manifestato orgoglio per il grande successo da loro ottenuto (Teheran Times, 14-15-16 ottobre 2019).

Ruhollah Zam, giornalista e oppositore del regime iraniano, davanti al Tribunale rivoluzionario di Tehran il 2 giugno 2020. Condannato, Zam sarà impiccato il 12 dicembre 2020. Foto Ali Shirband – Mizan News / AFP.

Chi era Ruhollah Zam

Perché le Guardie della rivoluzione ritenevano questo giornalista un nemico così pericoloso da mobilitare tutte le proprie risorse d’intelligence pur di snidarlo dal suo rifugio in Francia e riportarlo in Iran? Perché le autorità hanno tanto esultato per il successo dell’operazione?

Ruhollah Zam era il figlio di Mohammad Ali Zam, un eminente chierico sciita che, dopo la rivoluzione, ha diretto la sezione relativa alle arti dentro l’Organizzazione per la propaganda islamica. Era, dunque, figlio di un attivo sostenitore del nuovo Iran inaugurato da Ruhollah Khomeini, del quale portava il nome. Nel tempo, suo padre si era collocato all’interno della fazione politica genericamente definita «riformista», in opposizione a quella altrettanto genericamente definita «conservatrice».

Il conflitto tra le due anime del clero sciita è emerso con particolare evidenza subito dopo le elezioni presidenziali del 2009, quando la denuncia da parte del candidato riformista Mousavi di massicci brogli ha dato origine alle proteste popolari dell’Onda verde. Verde era il colore scelto da Mousavi per la campagna elettorale.

Tra i manifestanti arrestati dalla polizia durante quelle proteste c’era anche Ruhollah Zam che, dopo la liberazione, ha deciso di lasciare il paese e ha ottenuto asilo politico in Francia. In esilio ha continuato la lotta attraverso internet e le reti sociali. Nel 2015 ha fondato su Telegram un canale d’opposizione chiamato Amad News.

Tra il dicembre 2017 e il gennaio 2018 l’Iran è stato sommerso da un’altra ondata di proteste che, a differenza di quelle del 2009, hanno interessato soprattutto le province, dove inferiore è il livello di vita e maggiori sono le difficoltà economiche. Le manifestazioni, infatti, questa volta hanno avuto come causa scatenante il rincaro di generi di prima necessità, sebbene gli slogan siano subito divenuti anche politici. I manifestanti, soprattutto giovani, gridavano la propria frustrazione per le promesse economiche non mantenute, ma anche il proprio malcontento contro il sistema.

Ci sono stati atti di vandalismo, assalti a stazioni di polizia, si sono bruciati ritratti della Guida suprema. Pur condannando le violenze, persino il presidente Rohani ha riconosciuto fondate le motivazioni economiche all’origine delle proteste, ma la Guida suprema le ha attribuite alle trame di governi stranieri e dell’opposizione iraniana all’estero, e questa è rimasta la versione ufficiale.

Reti sociali e proteste

Già nel 2009 i manifestanti avevano utilizzato internet, sia per organizzarsi, sia come cassa di risonanza delle proprie rivendicazioni. Nel frattempo, l’utilizzo delle reti sociali e, in particolare, di Telegram, che funziona bene anche con una connessione lenta, tra gli iraniani si era moltiplicato, e internet era sempre di più divenuto una fonte d’informazione alternativa alla Tv di stato. Nel dicembre del 2017, la gente stabiliva su Telegram dove e quando uscire in strada.  Non c’era un movimento organizzato, non c’erano leader o figure carismatiche, c’era Telegram. Anche Amad News ha fatto la sua parte, ma per poco, perché già a fine dicembre (le proteste sono iniziate il 28) è stato chiuso da Pavel Durov, il fondatore di Telegram, per avere postato istruzioni su come costruire bombe molotov. Zam ha fondato allora un altro canale, Voce del popolo, che ha continuato ad amministrare fino alla cattura.

Dopo questi avvenimenti, le autorità hanno cominciato a vivere nel timore di altre proteste e del pericolo costituito dalla rete. La possibilità che internet offre a chiunque di mettere in circolazione materiale non censurabile è percepita come una sfida aperta, che le autorità non riescono a neutralizzare per quanti sforzi facciano, perché nell’era di internet non c’è più il monopolio dell’informazione. Viste le precedenti esperienze, quando nel novembre del 2019 nuovi rincari hanno riacceso la miccia delle rivolte, i collegamenti internet sono stati immediatamente interrotti ovunque. Ciò ha messo in difficoltà i manifestanti e ha ostacolato la diffusione d’informazioni su quanto stava avvenendo, ma ha anche ostacolato il funzionamento di ogni forma di attività nel paese, governativa e non. Il problema, dunque, è più che mai aperto.

Minareti nella città di Qom. Foto Mustafa Meraji . Pixabay.

Condannato a morte

Di quanto è successo nel novembre del 2019 non si poteva accusare Ruhollah Zam, che era già sotto processo in patria. Contro di lui sono stati comunque sollevati diversi capi d’imputazione: spionaggio per conto di Israele e della Francia, collaborazione con il governo ostile degli Stati Uniti, diffusione di notizie false, istigazione alla rivolta, blasfemia, insulti alle autorità islamiche, diffusione della «corruzione sulla terra». Il processo ha fatto il suo corso e il 30 giugno 2020 è arrivato il verdetto: condanna a morte per impiccagione. L’8 dicembre la Corte suprema ha confermato la sentenza e, solo quattro giorni dopo, il giornalista è stato giustiziato.

Alla storia di Ruhollah Zam è stata assicurata in Iran ampia copertura mediatica: doveva essere esemplare, servire da avvertimento. «Non è che l’inizio», avevano postato le Guardie della rivoluzione sul loro canale Telegram subito dopo la cattura. La soddisfazione che quella morte ha suscitato è significativamente espressa nelle amare parole pronunciate da suo padre dopo l’esecuzione e riportate dall’organo dei Guardiani, per confutarle: «La vicenda umana di Ruhollah è finita. Congratulazioni a quelli che erano in agguato di una tale gioia» (Nournews, 15 dicembre 2020). La storia di Zam dava occasione di ribadire e «provare» con le «ammissioni» pubbliche del giornalista, che la causa dei disordini interni al paese è da ricercarsi nei disegni dei nemici esterni e dei loro collaboratori, uno dei quali aveva ora ricevuto la meritata punizione.

I crimini secondo la sharia

Non entro in merito all’accusa di avere fatto circolare su Telegram notizie false per fomentare rivolte antigovernative. Non sarei in grado di confermarla, né di smentirla. È noto che la disinformazione è strumento di lotta politica e manipolazione delle coscienze da molto prima dell’arrivo di internet. Lo sanno bene anche le autorità iraniane, che, a ogni anniversario, per raccontare la storia della rivoluzione selezionano i documenti, ritoccano foto storiche, tagliano filmati.

Vorrei, però, soffermarmi sull’accusa mossa a Zam di «corruzione sulla terra», che ai nostri orecchi suona strana.

La sharia contempla un tipo di crimini definito con un termine che si può tradurre come «corruzione, marcio, disordine in senso morale». Chi diffonde questa corruzione sulla terra deve essere perseguito. Sono crimini commessi da nemici di Dio e dell’ordine da Lui voluto sulla terra, persone ingiuste e malvagie che mettono a repentaglio il buon essere, sia sociale, che morale, degli uomini.

Nel libro in cui illustra la propria idea di governo islamico, Khomeini afferma che esso deve rimuovere dalla società dei fedeli ogni traccia di corruzione. È difficile per il fedele, argomenta Khomeini, mantenersi puro e coltivare la propria fede in un ambiente corrotto. Invariabilmente finirà per corrompersi a sua volta, a meno che non scelga di distruggere la fonte stessa della corruzione e abbattere i regimi oppressivi. È chiaro a che cosa si riferisse l’autore in quest’opera, uscita nel 1970, quando si trovava in esilio in Iraq e faceva parte dell’opposizione, non solo islamica, allo scià. Anche lui, come Zam, poi ottenne esilio politico in Francia. Una storia che si ripete.

Dunque, per Khomeini è legittimo opporsi a un regime oppressivo, in quanto esso è corruttore di uomini. Questa parte del suo pensiero non è sbandierata in Iran, dove sono anche censurati i discorsi da lui stesso tenuti dopo il ritorno in patria, là dove affermava che è diritto del popolo decidere attraverso un referendum la forma di governo che preferisce. Ma, in quel caso, naturalmente, il voto avrebbe dovuto rimuovere la monarchia; com’è effettivamente avvenuto col referendum del 30-31 marzo 1979, che ha istituitoì la Repubblica islamica.

Un potere che non garantisce al fedele musulmano un ambiente propizio alla sua crescita spirituale, come per Khomeini era quello dello scià, è illegittimo ed è giusto fargli guerra. Al contrario, un potere che si basa sulla sharia e ha al proprio vertice una Guida spirituale, ossia il rappresentante di Dio in terra, dovrebbe creare le condizioni migliori perché quella crescita avvenga nel migliore dei modi. Qui è l’ubi consistam (il fondamento) del Governo islamico e la sua giustificazione.

Clero sciita, l’ipocrisia al potere

Dopo più di quarant’anni di governo assoluto del clero sciita, bisogna constatare che queste condizioni non ci sono ancora. Al contrario, la fede dei musulmani iraniani è stata, ed è messa a dura prova dal comportamento della classe politica al potere, che è continua fonte di scandalo, perché contraddice apertamente gli insegnamenti di pietà, giustizia, austerità impartiti dalla religione.

Una delle figure più care ai fedeli sciiti è quella del primo imam, Ali, genero di Maometto, che fu il quarto califfo dell’islam, capo politico, oltre che spirituale, dei musulmani. Di lui s’insegna che era uomo di grande pietà e giustizia, e che riteneva proprio dovere assicurare a tutti una vita dignitosa. Per se stesso considerava disdicevole vivere meglio dell’ultimo dei musulmani e viaggiava in incognito per vedere dove era il bisogno, e soccorrerlo. Di lui si raccontano molte storie devozionali.

In una di esse Ali giunge non riconosciuto a casa di una vedova, vede la miseria in cui vive con i suoi figli e si mette a servirli, poi porta loro del cibo, e, quando quella lo ringrazia, si schermisce, chiede perdono per non aver saputo compiere a tempo debito il compito di provvedere a loro. A questo punto la vedova capisce che il suo ignoto benefattore è, in realtà, il califfo.

Che cosa vede, invece, il cittadino della Repubblica islamica? Vede che religiosi e politici influenti, sebbene predichino la necessità di una vita modesta al servizio dei poveri, vivono in un lusso mal celato; vede che i più redditizi settori dell’economia sono monopolizzati da organizzazioni legate al clero; vede intorno la miseria di tanti che non hanno il necessario per vivere, mentre ingenti risorse sono utilizzate per finanziare una politica estera ambiziosa; quando ha a che fare con le istituzioni a qualsiasi livello, conosce l’umiliazione di dover ottenere grazie a conoscenze, o al denaro, diritti e servizi che gli dovrebbero essere garantiti. Il cittadino vede la corruzione, vede l’ingiustizia e il mal governo, ma non può parlare, perché ha paura, perché criticare la Repubblica islamica può essere equiparato a bestemmia, con tutte le conseguenze che ne derivano. Come abbiamo visto, blasfemia è una delle accuse sollevate contro Zam.

Villaggio sulle montagne iraniane. Foto Mustafa Meraji – Pixabay.

Insofferenza, astio e frustrazione

Tutto ciò ha nel tempo logorato la fede degli iraniani. Un governo che si presenta come la voce di Dio in terra, con il comportamento dei suoi servitori ha discreditato l’idea stessa di Dio, ha seminato l’agnosticismo, l’insofferenza per ogni discorso sulla religione e l’astio verso i suoi ministri. È un danno che, tra l’altro, ricade su tutto il clero, anche su quelli che non condividono le ambizioni temporali del governo teocratico. La generazione arrivata alla maturità prima della rivoluzione è in genere rimasta legata ai valori tradizionali, ma le generazioni venute dopo, cresciute in un mondo in cui la difformità tra parole e realtà è la regola, in cui l’ipocrisia è premiata, sono disorientate e vivono un forte disagio interiore. In estrema sintesi: l’immoralità dei teocrati ha generato un’amoralità diffusa. Sempre di più nei giovani ai riferimenti tradizionali si sostituisce la ricerca dei valori materialistici del confort personale, del denaro, dell’affermazione sociale, che si scontra, però, con la crisi economica in cui da anni versa il paese, aggravata dal regime delle sanzioni.

Le difficoltà economiche rendono molto arduo fare progetti per sé e per la propria famiglia, il futuro appare incerto, si vive in una costante preoccupazione per il domani. Sono problemi reali: la mancanza di lavoro, o la paura di perderlo, l’inflazione che moltiplica le spese, gli affitti esorbitanti, una malattia che mette in ginocchio tutta la famiglia, perché le cure sono a pagamento. Però le difficoltà sono tanto più sentite, quanto più la felicità s’immagina legata al raggiungimento di beni materiali. Questa condizione mentale, che accomuna ricchi e poveri, è una vera e propria malattia dello spirito, un’epidemia, molto peggiore del Covid. I soldi sono diventati un’idea fissa. Ormai i discorsi che si sentono in giro sono monotematici. Si parla dei prezzi che crescono, di ciò che si può comprare o vendere, di ciò che si ha o che si vorrebbe. Chi ha, vorrebbe di più, chi non ha, pensa a come fare per avere. I giovani hanno pochi strumenti per difendersi dal pensiero dominante, non riescono a elaborare un’alternativa, e ne rimangono soggetti. A causa del senso di frustrazione creato dalla distanza tra realtà e desiderio cadono in depressione, ricorrono agli stupefacenti, o si tolgono la vita. Quello dei suicidi in Iran è da anni un dato in crescita, soprattutto nelle aree urbane. Non ci sono statistiche ufficiali attendibili, i mezzi d’informazione non ne parlano, ma tra la gente questo aumento è percepito. Mi è recentemente capitato di parlare con un pompiere che fa servizio nell’area dove risiedo, poco fuori Teheran. Lui aveva ben chiara la drammaticità della situazione, perché i pompieri hanno dovuto moltiplicare gli interventi per suicidio e oramai sono chiamati più volte a settimana.

Maria Chiara Parenzo


Archivio MC:

Minareto a Qom. Foto Mustafa Meraji – Pixabay.




Armi, Gang e un uomo al comando

testo di Marco Bello |


La deriva autoritaria dell’élite al potere. L’impunità a livelli mai visti. I banditi che controllano la popolazione. Mentre imperversa l’«economica del rapimento». La diaspora guarda con grande preoccupazione il 2021: l’anno di tutte le sfide.

È il 28 agosto 2020, a Port-au-Prince l’avvocato Monferrier Dorval viene freddato con un proiettile. Dorval era il presidente dell’Ordine degli avvocati della capitale, e stava lottando per migliorare la situazione nel suo paese. L’assassinio suscita indignazione in molti settori della società haitiana.

Quattro mesi dopo, il 28 dicembre, in un assalto è ferito gravemente il giornalista Vario Sérant, e ucciso l’ingegnere Obelson Mésidor, che è in auto con lui. Collaboratore della Nazioni unite e insegnate all’Università di stato di Haiti, Sérant viene salvato per il rotto della cuffia.

Due eventi non isolati, segnali di una situazione sociale ormai al limite del collasso nel paese caraibico.

Ma cerchiamo di capire cosa sta succedendo.

© Valerie Baeriswyl / AFP

Uomo solo al comando

Il 7 febbraio 2017, dopo un’elezione contestata (svoltasi tra fine 2015 e gennaio 2016) e un anno di transizione (con presidente ad interim il presidente del senato Joselerme Privert), è diventato capo di stato Jovenel Moise. Grande imprenditore agricolo, anche noto come «Neg banan» (l’uomo delle banane, in creolo), Moise rappresenta una ristretta classe di neo arricchiti grazie a traffici e commerci più o meno leciti. Una classe legata alla destra storica duvalierista, di cui fa parte anche il cantante Joseph Martelly, che lo ha preceduto alla presidenza (2011-2016) (si veda MC aprile 2017).

Come già Martelly, anche Moise ha evitato accuratamente di realizzare elezioni, facendo scadere gli eletti locali prima, e poi, a inizio 2020, la camera dei deputati e due terzi del senato. Da allora, non essendoci più il parlamento (ad eccezione di un terzo del senato, dieci senatori), il presidente, governa per decreto, forzando la Costituzione e facendo diventare Haiti una «quasi» dittatura presidenziale.

Mentre Martelly non era riuscito a creare consenso per un Consiglio elettorale provvisorio (Cep), e, quindi, a costituire questo organo fondamentale, Moise ha avuto a disposizione un Cep riconosciuto e funzionante, durante gran parte del suo mandato. Nonostante questo, non ha realizzato le elezioni, fino alle dimissioni del Cep, nell’agosto 2019, a causa della constatazione, da parte dello stesso, che non c’erano le condizioni per realizzare la consultazione elettorale.

«Moise vuole cambiare la struttura istituzionale del paese, ma vuole farlo tutto da solo», ci confida il giornalista Gotson Pierre. «Non ha mai smesso di criticare il fatto che c’è una condivisione di potere (dettata dalla Costituzione, ndr). Lui è per un potere presidenziale, mettendo il presidente della Repubblica a capo supremo della nazione. Come è stato durante la dittature dei Duvalier».

E continua: «Vuole liberarsi istituzionalmente, per governare liberamente. Per questo motivo dice: da quando non c’è più il parlamento, facciamo molte cose. L’organo legislativo è un ostacolo per lui».

Così dal gennaio dello scorso anno, scadute le due camere, Moise ha firmato molti decreti, alcuni dei quali piuttosto discutibili e, soprattutto, senza il controllo di nessuna altra istituzione. Di fatto sta legiferando in modo diretto, e molti sono decreti che modificano le istituzioni repubblicane. «Ha fatto oltre quaranta decreti nei vari settori, per esempio nell’ambito dell’organizzazione degli ordini professionali, del codice penale, e di altri organi indipendenti, come la corte superiore dei conti».

Alcuni decreti mettono a rischio la libertà e i diritti fondamentali, come quello che istituisce l’Agenzia nazionale d’intelligence (Ani), molto criticato da opposizione e società civile. Questa struttura, infatti, ricorda tanto la milizia dei famigerati Tonton Macoute: «Sarà un’agenzia dei servizi segreti, i cui membri possono essere armati, e andare a casa delle persone senza mandato. Renderanno conto solo al presidente, il che assomiglia molto ai Macoute del passato. Anche i diplomatici stranieri hanno detto a Moise che è un decreto pericoloso». Da notare che gli ambasciatori delle diverse cancellerie, in generale mantengono una posizione defilata, omettendo di ostacolare la deriva autoritaria del presidente. Chi ci parla ricorda bene i Duvalier e la loro milizia: padre Jean-Yves Urfié, missionario francese della congregazione dello Spirito Santo, ha iniziato a lavorare ad Haiti nel 1964. Da Duvalier è stato pure espulso nel ‘69, per poi tornare nel paese.

© Valerie Baeriswyl / AFP

Ritorno al passato?

Il disegno di Moise è chiaro. Con un decreto del 7 gennaio, il presidente rende pubblico il suo calendario elettorale. Vuole realizzare un referendum costituzionale il 25 aprile di quest’anno e poi elezioni presidenziali, legislative e locali, tra il 19 settembre e il 21 novembre. Per arrivare il 22 gennaio 2022 alla proclamazione ufficiale dei risultati, e procedere all’insediamento del presidente della repubblica il 7 febbraio, data simbolo della caduta di Jean-Claude Duvalier (7 febbraio 1986).

Le questioni sul tavolo sono diverse e complesse. Primo: il mandato dell’attuale presidente scade il 7 febbraio 2021 e non 2022 (su questo punto c’è un’ambiguità nella Costituzione). Secondo: il Consiglio elettorale provvisorio si è dimesso e Moise ha creato il proprio Cep (nell’ottobre scorso) che non risponde alla normale procedura, non ha un consenso tra le istituzioni ed è dunque illegale, non avendo neppure prestato giuramento di fronte alla Corte di cassazione. Terzo: la Costituzione, per essere riformata, prevede un iter complesso di modifica, con diversi passaggi in parlamento, a cavallo tra due legislature. Moise invece ha creato un comitato di redazione, «composto da amici suoi», sottolinea padre Jean-Yves, ai suoi ordini, incaricato di redigere un progetto di Costituzione. Questo sarà votato dal popolo al referendum e diventerebbe dunque valido, nei programmi del presidente, entro maggio. Anche questo procedimento è illegale. Come è possibile tutto ciò? Una spiegazione ce la può dare Jaques Stephen Alexis, grande scrittore, medico e uomo politico haitiano (1922-1961), quando diceva che Haiti è il paese del «Réalisme Merveilleux» (realismo meraviglioso).

Gotson Pierre tenta di spiegarci. «Con il referendum costituzionale, Moise vuole modificare la Costituzione, ma violando la Costituzione attuale. È la prima volta dal 1987, quando è stata promulgata, che chi detiene il potere osa metterla di lato. Ci sono stati i colpi di stato, ma la Costituzione è stata sempre menzionata, e si parlava di ritorno all’ordine democratico. Ma con Moise, siamo fuori dalla Costituzione, e lui agisce senza avvertire, senza un discorso: dice “creiamo un comitato per fare una nuova costituzione”, e questo senza contattare nessuno. È pura arbitrarietà».

Inoltre, si conoscono già le grandi linee della nuova carta fondamentale: «Si ha l’impressione che questa Costituzione l’abbia già pensata: massimi poteri al presidente, soppressione del primo ministro, il parlamento diventa unicamerale, eliminando il senato. Siamo in una grande riforma istituzionale, portata avanti in maniera informale, e tutto è fatto dall’esecutivo da solo».

Il rischio per lo stato è dunque elevato, continua il giornalista: «Il referendum consacrerà l’insieme dei decreti che sono già stati pubblicati sui diversi settori della vita pubblica. Cancellerà tutte le acquisizioni democratiche del 1986 in materia istituzionale. Da circa un anno siamo in questo processo».

Qualcuno non è d’accordo

L’opposizione politica e gli altri settori della società haitiana cosa dicono? «Il movimento popolare era più forte nel 2019, aveva bloccato il paese durante diverse settimane», ricorda padre Urfié, riferendosi al cosiddetto «paylock», ovvero il blocco totale del paese nell’autunno di quell’anno, causato da diversi settori della società che protestavano contro la corruzione del presidente e il suo entourage nell’affare Petrocaribe: aiuti venezuelani ad Haiti dirottati nei forzieri di pochi.

Però l’opposizione politica è variegata e divisa, ci ricorda il missionario, che negli anni ‘90 era stato un promotore dei movimenti sociali e della democrazia nel paese, attraverso le comunità di base, rischiando varie volte la vita: «Nell’opposizione ci sono anche personaggi simili a Moise. Quindi, il popolo non ha fiducia in molti dei suoi dirigenti. Inoltre questi non riescono a mettersi d’accordo. Per essere efficace, occorre che il movimento sia generalizzato, invece ci sono gruppi gli uni contro gli altri. Troviamo quelli che sono più radicali e altri meno, quelli favorevoli al dialogo e altri no. Tra i radicali c’è gente come Yuri Latortue, che faceva parte degli squadroni della morte durante il colpo di stato (si riferisce al putsch di Raoul Cédras, 1991-1994, che lui ha vissuto in prima persona, ndr). È qualcuno che è diventato molto ricco grazie a traffici strani».

Gotson Pierre approfondisce: «C’è rivalità fra i leader, ma forse c’è anche un problema di rappresentazione, che rende le cose difficili. Che messaggio comunicano? Stanno iniziando a cambiare, parlano di transizione, perché, secondo loro, Moise deve rispettare la Costituzione. È una richiesta legittima, anche agli occhi della comunità internazionale, la quale sostiene globalmente Moise, anche se c’è stata qualche dichiarazione contro il governare per decreto».

«Ora fanno incontri, anche se è un po’ tardi. Il processo d’intesa a livello dell’opposizione non è facile, per molteplici ragioni. Tendenze, differenze nel panorama politico haitiano, molti ostacoli.

C’è una ricerca di concertazione, quello che si constata è che non arrivano, per il momento, a invertire il rapporto di forza con il presidente. Occorre mobilitare veramente la gente e smuovere le cose».

Il presidente Jovenel Moise © Valerie Baeriswyl / AFP

Vuoto istituzionale

A inizio gennaio, si è riunito quel che resta del parlamento, ovvero dieci senatori (un terzo del senato, che ad Haiti è rinnovato ogni due anni in modo parziale). Questi reduci hanno eletto il presidente del senato, nella figura di Joseph Lambert, che diventa, oltre a Moise, la sola carica istituzionale di vertice attualmente eletta ad Haiti. Politico di lungo corso, è in parlamento dal 1990, e aveva l’ambizione di fare il primo ministro con Moise.

«Il presidente si è fatto il vuoto istituzionale intorno, gli unici eletti sono i dieci senatori. Come la transizione del dopo Martelly è stata guidata dal presidente del senato dell’epoca, così Lambert sarebbe forse l’unico titolato a sostituire Moise dopo il 7 febbraio. Sembra che abbia avuto contatti con l’ambasciata Usa. Potrebbe essere contro Moise oppure suo alleato», analizza il giornalista.

Lambert è un altro personaggio ambiguo, già consigliere di Michel Martelly, una nostra fonte ci dice che è classificato dalla Dea statunitense come responsabile di traffico di stupefacenti.

Diversi gruppi della società civile e dell’opposizione politica hanno iniziato la mobilitazione delle piazze dal 15 gennaio, per opporsi alla permanenza di Moise dopo il 7 febbraio e per una transizione. La repressione da parte dei corpi speciali di intervento rapido (Cimo) e della polizia, è stata violenta, con l’uso di lacrimogeni, proiettili di gomma ma anche armi reali.

La Rete nazionale per la difesa dei diritti umani, Rnddh, il 22 gennaio ha scritto in un comunicato che: «I recenti avvenimenti […] costituiscono una violazione flagrante delle libertà di espressione, circolazione e libertà individuali del popolo haitiano». Dice inoltre: «[La Rnddh] giudica inquietante che questi casi di violazioni si siano intensificati all’indomani delle dichiarazioni minacciose del presidente Jovenel Moise, il 19 gennaio […], e che la sua Agenzia nazionale d’intelligence, già attiva, gli permetta di raccogliere informazioni relative ai cittadini che partecipano o finanziano i movimenti antigovernativi. Perché, ha affermato, quello che era possibile negli anni scorsi, non lo sarà più nel 2021».

Nelle mani delle Gang

Gotson Pierre ci ricorda che per invertire il rapporto di forza occorre una mobilitazione generale. Ma anche che oggi, ad Haiti, c’è una problematica sociale molto forte: «Se queste mobilitazioni riescono, allora è un segnale molto buono. Ma le difficoltà sono tante, perché praticamente tutti i quartieri sono controllati dalle gang. In certi casi la gente non può uscire di casa, c’è il rischio che non possano andare a manifestare».

In molti quartieri la popolazione è in ostaggio, le gang (termine creolo di origine inglese, che indica bande armate di malviventi), sovente hanno in mano la situazione, malgrado le operazioni di polizia. Gang che intessono legami con i politici, e le più importanti sono vicine, o fanno accordi, con chi detiene il potere.

«È un fenomeno che si è già visto nel passato, ma adesso, non solo è più forte, hanno più gente, più armi, ma si è generalizzato. In tutti i quartieri troviamo delle cellule di gang. In alcuni sono molto più sviluppate che in altri, ma non si può dire che ci sia un luogo esente. E le troviamo anche in altre città, oltre che in capitale. In certi quartieri non c’è un’aggressione evidente: le gang ci sono e fanno i loro affari. Ma in altri, è una vera e propria guerra. Ad esempio, Bel Aire (quartiere centrale di Port-au-Prince, ndr): non si può passare adesso, trovi strade sbarrate, vie vuote, tutto è chiuso».

© Valerie Baeriswyl / AFP

L’economia del rapimento

Un altro fenomeno, legato alle gang, che si sta diffondendo sempre più, è quello dei rapimenti a scopo di estorsione, chiamati qui kidnapping. «È il banditismo. Penso che sia un fenomeno che si nutre dell’impunità, il traffico di armi e di droga. Quando la situazione è questa, chi è senza scrupoli riesce a fare di tutto. Inoltre, tutto questo funziona bene quando si ha il banditismo di stato», racconta Gotson Pierre.

«Attraverso i rapimenti fanno molti soldi, e non parlo dei ricavi dei piccoli rapitori, o dei soldà come li chiamano qui. Si tratta di centinaia di migliaia di dollari, talvolta milioni, tutto in cash, che passano di mano e sono gestiti ai livelli alti delle gang. È una vera e propria industria remunerativa, e tutti questi contanti devono sicuramente andare da qualche parte e servire a qualcosa». Qualcuno fa l’ipotesi che questo denaro servirà a finanziare le prossime elezioni.

Occorre purtroppo osservare, che «quando il kidnapping funziona, tutto funziona». Molti soldi girano, molte persone lavorano, è come se ci fosse un’«economia del kidnapping».

Iliana Joseph, presidente di Haititalia, associazione culturale della diaspora haitiana in Italia, mette l’accento su alcuni aspetti: «Hanno inventato rapimenti che non eravamo abituati a vedere: hanno capito che con questo sistema si fanno tanti soldi, allora la cosa si è diffusa, anche grazie alla televisione. Non erano mai arrivati a rapire bambini o famigliari di persone del popolo». E parla delle paure di chi vive lontano: «Se qualcuno sa che un vicino di casa ha un parente all’estero, questo può essere preso di mira. Chiedono dei riscatti molto elevati che spesso non si possono pagare. Se non si paga, i rapiti vengono ammazzati. Neanche le generazioni più anziane di noi avevano mai visto una situazione così nel paese. Io non ho mai avuto paura di prendere un aereo e andare al mio paese, in 25 anni che vivo in Italia. Oggi ci penso bene. Tutto questo è molto grave».

Il Covid ha colpito poco Haiti in modo diretto. Durante la prima ondata è stato abbozzato un lockdown. Ora non più, e i casi stanno aumentando. Ma un effetto importante è stato indiretto.

Ancora Iliana Joseph: «Chi vive all’estero sostiene la sua famiglia con le rimesse, che sono un’entrata rilevante nel bilancio di Haiti. La pandemia, e il conseguente lockdown, ha fatto perdere il lavoro a una gran parte della diaspora nel mondo, con il conseguente crollo degli invii in valuta pregiata. Questo ha aumentato la povertà in maniera diffusa e contribuito a far degenerare la situazione sociale nel paese».

Marco Bello


Nota

Mentre stiamo chiudendo la rivista, gli eventi ad Haiti sono in rapida evoluzione. Torneremo sulla situazione quando si sarà stabilizzata.


Archivio MC

• Marco Bello, «La cultura ci salverà», MC 04/2017.
• Marco Bello, A due passi dalla Tortuga, MC 07/2016.
• Marco Bello, dossier: La cultura è rivoluzione, MC 05/2016.
• Marco Bello, Il presidente a vita è morto, MC 12/2014




Palestina. Senza odio né violenza

testo e foto di Operazione Colomba |


Le famiglie palestinesi delle colline a Sud di Hebron sono ancora lì. Nonostante le violenze quotidiane, anche sui bambini, subite da decenni da parte di esercito e coloni israeliani. Resistono, a difesa delle proprie terre e identità. Condividono la loro lotta nonviolenta i volontari di Operazione Colomba.

È il 2004 quando un gruppo di militanti israeliani, i Ta’ayush1, propongono ai volontari di Operazione Colomba di visitare le colline a Sud di Hebron, in Cisgiordania.

Lì, un comitato popolare locale di palestinesi ha richiesto la presenza di attivisti internazionali per monitorare l’accompagnamento a scuola dei bambini. Lungo la strada per arrivare a lezione, infatti, gli studenti palestinesi sono oggetto di violenze da parte dei coloni israeliani insediati nella zona.

Il villaggio di At-Tuwani si trova nell’area conosciuta come Massafer Yattaad. È il più grande della zona, con circa 300 abitanti. Quando vi arrivano, i volontari del Corpo nonviolento di pace dell’associazione Papa Giovanni XXIII hanno già due anni di esperienza di Palestina. Sono stati in Cisgiordania (West Bank), vicino a Ramallah, a sostegno delle comunità palestinesi private delle proprie terre a causa della costruzione del muro di separazione tra Israele e i Territori occupati. Prima ancora sono stati nella Striscia di Gaza, durante la Seconda Intifada nel 2002.

L’unica via per la pace

Operazione Colomba è nata nel 1992, dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra.

Inizialmente ha operato nell’ex Jugoslavia, e negli anni a seguire ha aperto presenze stabili in diversi scenari di conflitto, dai Balcani all’America Latina, dal Caucaso all’Africa, dal Medio all’estremo Oriente, coinvolgendo oltre 2mila volontari uniti dalla determinazione di sperimentare nella propria vita la nonviolenza, l’unica via per ottenere una pace vera, fondata sulla verità, la giustizia, il perdono e la riconciliazione.

Vivere in Area C

Il villaggio di At-Tuwani si trova in Area C, tra la città di Yatta e la Green line, quello che dovrebbe essere il confine tra Israele e i Territori palestinesi occupati.

Secondo gli accordi di Oslo, la Cisgiordania è divisa in tre Aree denominate A, B, e C. In particolare, l’Area C, che copre circa il 61% dell’intero territorio della Cisgiordania, è sotto il controllo civile e militare di Israele. Questo significa che i palestinesi non possono costruire nulla, se non con un permesso rilasciato dalle autorità israeliane, e che le loro terre possono essere confiscate.

È proprio in merito a questi poteri che nel 1999 la zona a Sud di Yatta è stata dichiarata area di addestramento militare (Firing zone 918) dall’amministrazione israeliana. Tale dichiarazione ha portato al trasferimento forzato di tutti gli abitanti palestinesi viventi nell’area, circa 700 persone di dodici villaggi, che sono stati caricati su camion militari e portati altrove mentre le ruspe distruggevano le tende e le grotte in cui avevano vissuto.

Dopo sei mesi, grazie a un procedimento portato avanti da avvocati israeliani, e in seguito a una decisione dell’alta corte di Giustizia israeliana, i palestinesi sono potuti tornare nei propri villaggi, senza però che vi fosse prima stato un formale smantellamento della zona di addestramento militare, che ancora oggi minaccia la vita degli abitanti.

Oltre all’occupazione militare, è andata crescendo negli anni anche quella civile, con le espansioni degli insediamenti israeliani e la nascita di nuovi avamposti, abitati da coloni nazional religiosi che, per mezzo di attacchi fisici anche molto violenti, impediscono ai palestinesi gli spostamenti e l’accesso alle proprie terre. Gli avamposti, come anche le colonie, sono peraltro considerati illegali, non solo dal diritto internazionale ma perfino dallo stesso ordinamento israeliano.

Resistenza nonviolenta

La scelta più semplice per i palestinesi delle colline a Sud di Hebron avrebbe potuto essere quella di lasciare le proprie terre per vivere una vita più sicura in città, oppure di abbandonarsi alla violenza – come talvolta capita quando non si ha più speranza nella vita -. Invece, questi semplici pastori e contadini, hanno deciso di restare e di lottare per difendere i propri diritti. Alcuni abitanti di At-Tuwani, allora, sotto la guida di uno di loro, Hafez Hureini, si sono uniti in un comitato popolare per trovare assieme il metodo più efficace per resistere alle ingiustizie.

È nata così la loro resistenza popolare nonviolenta.

Si tratta di una forma di lotta dal basso in cui le famiglie e i villaggi si uniscono per difendere una terra che è di tutti, senza ingerenze politiche, valorizzando il ruolo di ognuno, dalle donne, ai bambini, agli anziani.

Quando un terreno è minacciato, è terra di tutti; quando un giovane viene arrestato, è il figlio o il fratello di tutti.

La nonviolenza chiede ogni giorno di non guardare l’oppressore come un nemico, ma come un essere umano che sta sbagliando. Chiede di denunciare con forza l’ingiustizia, senza odiare chi la compie.

Lo scopo non è schiacciare l’altro, ma includerlo nella ricerca di una soluzione condivisa.

L’obiettivo della lotta popolare è il riconoscimento dei palestinesi come esseri umani portatori di diritti umani inalienabili.

Nella pratica, il comitato popolare delle colline a Sud di Hebron, organizza manifestazioni e azioni nonviolente, supporta i contadini e i pastori nell’accesso quotidiano alle loro terre, e promuove numerose iniziative per garantire servizi essenziali come l’acqua potabile, la corrente elettrica, la costruzione di scuole e di cliniche mediche.

Negli anni la resistenza nonviolenta ha raggiunto risultati incredibili: dallo smantellamento del muro nel 2006 che avrebbe distrutto la vita delle comunità, all’approvazione di un piano regolatore che riconosce l’esistenza del villaggio principale dell’area, At-Tuwani. Vittorie importanti, che però non sono sufficienti in una quotidianità di oppressione come quella dell’occupazione militare.

Accompagnare i bambini

In questa realtà, Operazione Colomba si è stabilita ad At-Tuwani, inizialmente con il compito di accompagnare i bambini all’unica scuola presente nell’area. Per raggiungerla, i bambini dei due villaggi di Tuba e Maghayir Al Abeed, ancora oggi, devono percorrere una strada che passa tra la colonia israeliana di Ma’on e l’avamposto di Havat Ma’on.

Dati i frequenti attacchi da parte dei coloni su quella strada, i bambini avevano iniziato a fare un percorso alternativo che li costringeva però a camminare ogni giorno circa 2 ore e mezza, rischiando comunque la violenza degli israeliani.

Nel 2004, durante un accompagnamento di bambini sulla strada più breve, quattro attivisti internazionali sono stati brutalmente attaccati e feriti dai coloni. L’episodio ha ottenuto un’attenzione mediatica così ampia che la commissione per i Diritti dell’infanzia della Knesset (il parlamento israeliano) ha deciso di riconoscere una scorta militare ai bambini che ogni giorno li accompagnasse nel tragitto da casa a scuola.

Dal 2004, Operazione Colomba monitora questo servizio per denunciarne le mancanze e i continui ritardi. Infatti, spesso la scorta militare non si presenta, lasciando i bambini ad aspettare, a volte per ore, in una zona estremamente pericolosa, esponendoli al rischio di essere attaccati. Inoltre questi ritardi portano anche a perdere ore scolastiche, che non vengono recuperate, ledendo ulteriormente il diritto all’istruzione degli alunni.

Qualora la scorta non si presenti, sono gli stessi volontari a ricoprire la sua funzione, accompagnando i bambini e condividendo con loro il rischio degli attacchi da parte dei coloni, che spesso approfittano dell’assenza dell’esercito.

 

Documentare le violenze

Come stile di vita, i volontari di Operazione Colomba hanno scelto la piena condivisione della quotidianità del villaggio, vivendo al suo interno, nello stesso modo in cui vivono i palestinesi.

Tra le attività di cui si occupano, l’accompagnamento dei pastori e delle famiglie sulle loro terre è la più importante. Poiché le terre spesso si trovano vicino a colonie e avamposti israeliani, i volontari documentano con foto e video le loro violazioni e, quando se ne presenta la necessità, s’interpongono tra i palestinesi e i coloni armati.

A questa attività, che occupa la maggior parte della giornata di un volontario, si aggiungono tutte le situazioni classificabili come emergenze. Tra esse, ad esempio, il monitoraggio dei checkpoint mobili, improvvisati lungo la strada dai militari israeliani, troppo spesso luoghi di violenze e umiliazioni nei confronti dei palestinesi; il monitoraggio delle demolizioni di abitazioni o di strutture per animali, strade e tubature per acqua potabile.

I volontari osservano e documentano arresti e violenze perpetrate dalle forze armate israeliane o dai coloni: la documentazione tramite video e fotocamere (spesso condivisa sulla pagina Facebook di Operazione Colomba) è fondamentale per poter denunciare e mettere l’opinione pubblica a conoscenza delle violazioni dei diritti umani che avvengono.

Attivisti israeliani per i palestinesi

Fortunatamente, a supportare la resistenza nonviolenta delle colline a Sud di Hebron, non ci sono solo i volontari internazionali: fin dal 1999 è stata costante la presenza di attivisti israeliani.

La loro azione è basilare sia negli accompagnamenti dei contadini sui loro campi che nelle azioni legali che vengono promosse da avvocati israeliani.

Opporsi alle ingiustizie perpetrate dal proprio paese, dal proprio esercito, non è affatto facile, e ha un costo molto alto: spesso gli attivisti vengono identificati come traditori della patria, sono emarginati e perseguitati. La loro scelta implica molta solitudine e talvolta il carcere, come succede per i giovanissimi che rifiutano il servizio militare per obiezione di coscienza.

 

Nonviolenza ereditaria

Nel corso degli anni, i volontari di Operazione Colomba ad At-Tuwani hanno visto crescere una nuova generazione di giovani che s’impegna e che diviene progressivamente consapevole del valore della resistenza popolare nonviolenta. I frutti di questa trasmissione intergenerazionale si riconoscono nella nascita del presidio di Sarura, e di Youth of Sumud2, un gruppo di azione nonviolenta.

Era il maggio 2017 quando alcuni attivisti israeliani, insieme ai giovani palestinesi delle colline a Sud di Hebron – figli di coloro che quasi vent’anni prima avevano iniziato la resistenza nonviolenta -, si sono stabiliti a Sarura, un villaggio abbandonato negli anni ’90 a causa della violenza dei coloni. La loro intenzione era di ristrutturare le grotte dell’ex villaggio e di riportarvi le famiglie a viverci.

Telecamera alla mano, hanno iniziato anche ad affiancare i volontari di Operazione Colomba nelle loro attività giornaliere: accompagnamenti dei bambini e dei pastori, e documentazione di checkpoint e di demolizioni.

Non è stato facile mantenere una presenza stabile a Sarura: le vessazioni da parte dei coloni e dell’esercito sono state continue, ma i giovani di Youth of Sumud hanno continuato la resistenza nonviolenta restaurando una prima grotta, dove ora è tornata a vivere la famiglia proprietaria.

In una Palestina in cui i villaggi vengono evacuati e distrutti, nelle colline a Sud di Hebron, un villaggio abbandonato è rinato ed è tornato in vita, grazie all’impegno di questi ragazzi.

Essere la loro voce

Negli ultimi anni, i volontari di Operazione Colomba hanno iniziato a visitare altre aree oltre al villaggio di At-Tuwani, accompagnando e supportando le comunità palestinesi in lotta anche altrove nella Cisgiordania occupata, ovunque ce ne sia bisogno.

Una realtà che ricorda molto le colline a Sud di Hebron di quindici anni fa, è quella delle comunità di pastori che vivono nella valle del Giordano. Circa l’86% del suo territorio è, infatti, area C, e la presenza di colonie e avamposti israeliani è massiccia, così come la presenza di aree dichiarate zone militari e di riserve naturali, sotto la piena giurisdizione israeliana.

Tutto ciò porta al trasferimento forzato di intere comunità palestinesi, costrette ad andarsene dalle proprie case.

Nel 2019, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato l’intenzione di annettere parte della valle del Giordano entro il 2020, operazione per ora sospesa.

Grazie all’aiuto di attivisti israeliani, i volontari di Operazione Colomba hanno iniziato a visitare le comunità della zona, mettendo a disposizione la propria esperienza. In particolare, nell’ultimo anno hanno iniziato a dormire in un villaggio e ad accompagnare i pastori della zona, ripercorrendo le fasi di conoscenza reciproca e di creazione di un rapporto di fiducia simili a quelle degli inizi della presenza ad At-Tuwani.

Spesso le storie di resistenza e nonviolenza rimangono nascoste e silenziose. I palestinesi di At-Tuwani sono persone normali, che fanno vite semplici, ma che si sono trovate loro malgrado vittime di un’oppressione, e hanno deciso di lottare per i propri diritti e la giustizia.

Kifah Adara, una donna del villaggio, ogni volta che qualcuno dei volontari parte per ritornare in Italia, chiede di raccontare quello che ha visto in Palestina, di essere la loro voce amplificata. Ed è questo il nostro augurio: che possiamo sempre essere megafono dei popoli che chiedono giustizia.

Volontari di Operazione Colomba

Note:

1- Organizzazione di israeliani e palestinesi che lottano insieme, attraverso un’azione diretta nonviolenta quotidiana, per porre fine all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e per raggiungere la piena uguaglianza civile. www.taayush.org

2- www.facebook.com/youthofsumud

Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è un’associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. Fondata nel 1968 da don Oreste Benzi, è impegnata da allora, concretamente e con continuità, nel contrasto all’emarginazione e alla povertà. La Comunità lega la propria vita a quella dei poveri e degli oppressi e vive sempre con loro, ogni giorno.

Attraverso lo strumento della condivisione diretta con gli emarginati, i membri di Comunità non possono chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie e anzi lavorano incessantemente per la loro denuncia e rimozione.

Oggi la Comunità siede a tavola, ogni giorno, con oltre 41mila persone nel mondo, grazie a più di 500 realtà di condivisione tra case famiglia, mense per i poveri, centri di accoglienza, comunità terapeutiche, Capanne di Betlemme per i senzatetto, famiglie aperte e case di preghiera. La Comunità opera anche attraverso progetti di emergenza umanitaria e di cooperazione allo sviluppo in molti paesi del mondo.

Infine, è presente nelle zone di conflitto con il proprio Corpo nonviolento di pace Operazione Colomba.

Complessivamente è presente in una quarantina di paesi nei cinque continenti.

Dal 2006 la Comunità Papa Giovanni XXIII è anche presente all’Onu con un ruolo consultivo speciale presso l’Ecosoc (consiglio Economico e Sociale dell’Onu), rendendosi portavoce degli ultimi del mondo, nel foro in cui i leader internazionali prendono le decisioni sulle sorti dell’umanità.

Grazie alla forza dei suoi membri, dei volontari e dei suoi sostenitori, la Comunità Papa Giovanni XXIII porta avanti il grande progetto di solidarietà del suo fondatore: essere famiglia per chi non ce l’ha.

www.apg23.orgwww.operazionecolomba.it

www.facebook.com/OperazioneColomba


Vite che non si arrendono

La prossimità alle persone che vivono in zone di conflitto, o ci hanno vissuto, ha due facce: quella della vicinanza lì (in Palestina, Siria, Libano, Iraq); e quella dell’accoglienza qui, in Italia. Due amici ce le raccontano attraverso 24 storie di incontri. In Cisgiordania come a Torino, ciò che emerge è la speranza di chi resiste, la resilienza dell’umanità.

Fatima vive ad Aleppo, una città distrutta dalla guerra. Ha tre bambini che mostrano i segni della malnutrizione. Accudisce una sorella disabile. Suo marito è morto per un’esplosione. Lei guadagna qualcosa vendendo oggetti che recupera in giro, tra le macerie. A volte trova bombe inesplose che smonta per venderne i pezzi. Disfa ordigni di morte per ricavarne cibo e vita.

Aisha è una giovane somala sbarcata a Lampedusa tempo fa. Dopo anni dalla fuga, sente ancora ogni tanto dentro sé i morsi delle violenze viste e subite.

Le loro sono storie difficili, e Alessandro Ciquera e Marco Canta ce le raccontano trasmettendoci la speranza e la forza di cui sono pervase. Oltre a Fatima e ad Aisha, ci presentano Arsema, ragazza etiope in cerca di casa in Italia; i figli di Hafez che piangono mentre il padre viene portato via dalla polizia militare israeliana; Ola e il suo fratellino, siriani malati di talassemia, profughi in Libano; e poi Mohammed, Karim, Abu Zahra, e altri.

Gli autori de La speranza ha il vestito azzurro, parlano di resilienza, e ce la mostrano nel racconto dei gesti quotidiani di uomini, donne e bambini.

Come Fatima, che tramuta bombe in pane, morte in vita, tutti loro fanno i conti con il male, la sofferenza, facendone il luogo della loro resistenza e, a volte, rinascita.

Alessandro ha 32 anni e fa parte dell’Operazione Colomba. A 18 anni ha fatto il suo primo viaggio in un luogo di conflitto, a Kirkuk, in Iraq, per costruire un campetto da calcio per i bambini, e da allora non ha più smesso di viaggiare per incontrare e condividere. È stato in Palestina per due anni, in Siria, in Albania, nei campi profughi siriani in Libano per tre anni.

In Italia ha lavorato in progetti educativi presso il carcere minorile di Torino, nella scolarizzazione di minori in condizioni socialmente critiche e nell’assistenza alle persone senza fissa dimora.

Da ragazzo è stato animatore, in oratorio a Grugliasco (To), dei figli di Marco.

Marco Canta ha 54 anni, si è formato nella Gioc (Gioventù operaia cristiana), è stato attivo nel Gruppo Abele, presidente della Cooperativa Orso che si occupa, tra le altre cose, di accoglienza di rifugiati, e attualmente è direttore e vicepresidente di Casa Oz, Onlus che offre accoglienza a bambini malati e alle loro famiglie che soggiornano a Torino per il periodo delle cure. È portavoce del Forum del terzo settore del Piemonte.

Alessandro, nel libro racconti di persone che non si arrendono, e che, ad esempio ad At-Tuwani, in Cisgiordania,
resistono alle ingiustizie in modo nonviolento.

«I palestinesi di At-Tuwani e dei villaggi di quell’area, da decenni vivono aggressioni sistematiche.

Loro vorrebbero solo vivere la loro vita, andare ai pascoli, coltivare, fare pozzi, costruire stalle, ma tutti i giorni sono umiliati, minacciati, ostacolati, picchiati, a volte uccisi o arrestati.

Quello che li aiuta è il senso del resistere insieme: non c’è nessuno lì che si salva da solo. Quando qualcuno è arrestato, subito fanno una colletta per gli avvocati, manifestano, chiamano giornalisti.

Quella gente desidera solo rimanere sulla propria terra.

Il fatto che dopo decine di anni di soprusi non se ne siano andati altrove, è un messaggio bello per tutti. I giovani di lì, sanno bene cosa c’è fuori del loro villaggio, però sono consapevoli della loro identità: sono nati lì, le loro famiglie abitano quelle terre da generazioni, e anche loro vi appartengono.

Ecco, in questo tenere insieme la vita normale, semplice, i piccoli gesti, la scuola, il seminare, con l’oppressione, io ci ho sempre visto qualcosa che parla del Vangelo. Lì ho imparato cosa può voler dire un’esistenza senza violenza».

Dove ti ha portato Operazione Colomba negli anni?

«Io sono legato a Operazione Colomba da quando mi sono diplomato. Ho iniziato in Palestina, dove sono stato due anni, poi sono stato in Iraq più di una volta, in Libano per tre anni, in Siria, in Albania. Sempre cercando la condivisione con le persone che vivono situazioni di sofferenza e di conflitto. Mai con l’idea di essere “l’occidentale che va lì a salvare i poveri”, ma con il desiderio di camminare insieme, di partecipare nel mio piccolo a una lotta che magari va vanti da decenni.

In Iraq la gente rischia di morire anche solo facendo gesti semplici, come andare al mercato, a messa, esprimere un pensiero. In Siria ci sono la guerra, l’obbligo del servizio militare, il rischio del carcere o di sparire, le fosse comuni, i villaggi bruciati. Ecco, in Siria ho trovato un dolore grande, e se c’è qualcosa che si può imparare da queste persone è il desiderio di non fermarsi, di rimanere in piedi: anche se vivi sotto una tenda, metti una stufetta, un fiore, un quadretto, provi a far fare i compiti ai bambini. E continui ad avere fede, a vivere la fede nelle ferite che la vita ti ha fatto incontrare».

Nel libro parli molto dei profughi siriani in Libano.

«Quello che mi ha colpito della vita dei profughi è la loro solitudine. Se vivi in un villaggio in Palestina, pur nella violenza, sei a casa tua, hai la tua casetta, le tue pecore, la tua gente. Invece il profugo ha la sensazione di essere dimenticato da tutti, che la sua vita non vale niente, e che, se oggi muore, saranno in pochi ad accorgersene, pochi o nessuno potrà venire al suo funerale, perché ha un amico in Turchia, un altro è morto, un altro fa il servizio militare, un altro è scomparso in prigione, un altro è in Europa, un altro sta provando a prendere una barca per attraversare il Mediterraneo.

Chi sei tu senza le tue relazioni? Tanti ci dicevano: “Non abbiamo nessun altro, a parte Dio e voi”».

Marco, i capitoli che raccontano gli incontri con rifugiati avvenuti a Torino e dintorni, sono tuoi?

«Sì. Il primo incontro con i rifugiati per me è stato nel 2009: sono entrato quasi per caso nell’ex clinica San Paolo di corso Peschiera a Torino che era occupata da 400 rifugiati, provenienti soprattutto dal Corno d’Africa. Quell’incontro ha cambiato la mia vita. Prima non sapevo nemmeno cosa significasse fuggire da contesti di guerra.

La proprietà dell’immobile, a un certo punto, ne aveva chiesto la restituzione, e prefettura e questura avevano deciso per lo sgombero. Da lì è nato “Non solo asilo”, un coordinamento di associazioni, che ha avviato un dialogo, e che ha ottenuto sei mesi di tempo per trovare opportunità per le persone. In poche settimane abbiamo creato una rete di comuni e associazioni che ci ha aiutati ad avviare progetti per 200 persone. Lavoravamo sul modello dell’accoglienza diffusa, e non sulle grandi strutture. La rete dello Sprar si è allargata così in buona parte del Piemonte, e ad Avigliana si è realizzato il primo Cas diffuso (centro accoglienza straordinaria), che poi ha fatto scuola in Italia».

Perché hai voluto raccontare questi tuoi incontri?

«Nel libro raccontiamo storie di persone che hanno una forza, un’energia, una capacità di resilienza tale che, se fossimo in grado di accoglierle e di renderle conosciute tra i giovani, ne avremmo giovamento tutti. Sono storie potenti.

Se pensiamo alla crisi della nostra società, ai ragazzi disillusi che non lavorano e non studiano, le storie di queste persone, che sono riuscite a superare delle tragedie enormi ricostruendo il loro futuro, danno speranza a tutti.

Una delle storie raccontate nel libro è quella di Mohammed, arrivato in Italia come minore non accompagnato. Oggi è un giovane di 22 anni, come mio figlio più grande. Se penso all’influsso positivo che lui ha avuto sui miei figli, mi è chiaro che quando riesci a superare la barriera della non conoscenza, poi accadono cose belle».

E tu Alessandro?

«Ho scritto dei miei incontri con queste persone ferite dalla vita, ma resilienti, perché quando trovi una perla preziosa, non puoi tenerla in tasca. Devi mostrarla. Non sono storie solo nostre. Abbiamo iniziato a scriverle in un tempo difficile, quando sono stati fatti i decreti sicurezza e parlare di questi temi era davvero dura. Volevamo lanciare queste storie come un salvagente».

Luca Lorusso