Afghanistan. La metà invisibile

Dal ritorno dei talebani, le donne afghane sono state sistematicamente cancellate dalla vita pubblica. Ne abbiamo parlato con Lailuma Sadid, presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa.

Immagina metà dei tuoi cari. Quantifica quella metà, pensando alla metà dei tuoi familiari, dei tuoi amici, dei tuoi conoscenti.

Metà è tanto, in termini assoluti. Se proviamo a immaginare la metà dell’intera popolazione di un Paese, vengono le vertigini.

Sono passati cinque anni dal ritorno dei talebani al potere in Afghanistan, nell’agosto del 2021. Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 circa 21,9 milioni di persone (il 45% della popolazione) hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. La crisi affonda in decenni di conflitti, ed è aggravata dai due terremoti di agosto e novembre 2025, oltre che dai tagli ai finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari.

Ma c’è un’altra metà alla quale pensa Lailuma Sadid, giornalista freelance, ex diplomatica afghana e presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa (Nadoe, Network of afghan diaspora organisations in Europe), quando ci dice: «Immagina un Paese in cui metà della popolazione è bandita da tutto. Ti sembra una cosa umana?». Quella metà è composta dalle donne afghane.

Herat, fuori dalla grande moschea blu Jama Masjid (Foto Susanna Melesi).

Istruzione, giornalismo e diplomazia

Lailuma Sadid era una studentessa quando i talebani presero il potere per la prima volta, tra il 1996 e il 2001. Una delle prime conseguenze che la colpì riguardò proprio la sua condizione di studentessa, dato che alle ragazze fu vietato il diritto allo studio.

Lailuma organizzò in casa propria una classe clandestina, con il sostegno della famiglia e la complicità dei vicini, che mandavano lì le loro figlie. Ma i talebani la scoprirono e fu picchiata due volte. Le dissero che se avesse continuato avrebbero ucciso lei e chiunque frequentasse le lezioni. Dovette quindi rinunciare: «Il potere era nelle mani dei talebani e tutti sapevano che, quando minacciavano qualcuno, passavano poi ai fatti». Dopo pochi anni, la famiglia si trasferì per motivi di lavoro in un’altra zona del Paese, in una cittadina di circa 30mila abitanti. Intanto il regime era cambiato, ma lì mancava una scuola secondaria femminile.

Quando Lailuma chiedeva alle famiglie perché non mandassero le figlie a scuola, la risposta era sempre la stessa: non c’era possibilità, non c’era altra scuola oltre le elementari. «Quando ho visto che non esisteva una scuola per le ragazze, ho pensato: è impossibile. Le ragazze erano troppo giovani per sposarsi e diventare adulte a quell’età. Con la mia famiglia, siamo riusciti a creare la prima scuola secondaria femminile della provincia». Lailuma lo ricorda come uno dei successi più importanti della sua vita: si diplomarono tremila studentesse dal momento della sua fondazione, nei primi anni 2000, fino al ritorno al potere dei talebani.

Nel frattempo, Lailuma si formò a Kabul come giornalista e iniziò a lavorare.

Nel 2003, fu la prima giornalista donna ad apparire in televisione senza il tchadri, il tradizionale burqa afghano che copre integralmente il corpo e il viso. Fu travolta da minacce e insulti, ma non si fermò, perché: «Era il momento di mostrare che le donne esistevano, che non eravamo più prigioniere nelle nostre case».

Negli anni successivi, Lailuma Sadid lavorò come corrispondente per diversi media internazionali e poi come diplomatica presso l’ambasciata afghana in Belgio, Paese dove oggi vive come rifugiata politica insieme alla sua famiglia, continuando a battersi per i diritti delle sue connazionali.

Una cancellazione sistematica

Dal 2021, i talebani hanno emanato una valanga di decreti e restrizioni che ricordano quelli già in vigore durante il loro primo governo. Nel Paese viene soffocata ogni forma di libertà culturale, politica e mediatica. I giornalisti subiscono arresti arbitrari, le trasmissioni politiche in diretta sono vietate, la musica e i programmi di intrattenimento sono proibiti in televisione e alla radio. Le punizioni corporali vengono inflitte pubblicamente ogni settimana.

Ma è sulle donne che il peso dei decreti si fa sentire con maggiore brutalità. Secondo Lailuma, l’obiettivo è di ridurre le donne in condizione di schiavitù. Le restrizioni toccano ogni aspetto della vita quotidiana. Le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un parente maschio stretto, né incontrare uomini con i quali non abbiano legami famigliari. È vietato per loro entrare nei parchi, lavorare per organizzazioni non governative (Ong), cantare o leggere ad alta voce in pubblico. Tutti i parrucchieri e i saloni di bellezza femminili sono stati chiusi, mentre i libri scritti da donne sono stati rimossi da librerie e biblioteche.

Come quando Lailuma era giovane, le ragazze sono escluse da ogni forma di educazione secondaria e universitaria. Eppure, come allora, anche oggi esistono forme di resistenza: le classi clandestine continuano a formarsi e la tecnologia ha aperto nuove strade, con corsi e università online seguiti di nascosto, spesso da un telefono, nonostante non sempre sia facile a causa della mancanza di elettricità e del costo di internet.

Le studentesse sono bandite anche dalle facoltà di medicina e le conseguenze si ripercuotono sulla sanità pubblica: la carenza di personale sanitario femminile è drammatica in un Paese in cui le donne, a causa delle restrizioni sui contatti con gli uomini, non possono farsi visitare da medici maschi. Anche nei momenti di emergenza non sono ammesse eccezioni.

Dopo il terremoto che ha colpito le regioni nordorientali del Paese nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 2025, uccidendo più di 2.200 persone, moltissime donne non hanno potuto ricevere soccorsi né cure mediche a causa del divieto di contatto diretto con uomini non familiari.

Gli effetti delle restrizioni non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio. Nelle grandi città sopravvivono più margini di manovra e reti di supporto informali, mentre nelle zone rurali e remote il loro peso si fa sentire maggiormente. Nelle campagne vive circa il 75% della popolazione.

Durante i due decenni che hanno separato il primo e il secondo regime dei talebani, le libertà delle donne erano formalmente riconosciute e i progressi più significativi in termini di accesso all’istruzione, al lavoro e alla vita pubblica si erano concentrati soprattutto nelle aree urbane. Le campagne avevano beneficiato meno di quelle trasformazioni: il che significa che, per molte donne in zone rurali, il ritorno dei talebani ha rappresentato una caduta da una base già più fragile.

Discriminazione penale

A tutto questo si è aggiunto un nuovo Codice penale che, con 119 articoli, divide la società in quattro categorie: religiosi, élite, ceto medio e classe popolare. Sono previste punizioni diverse per lo stesso reato a seconda dello status sociale dell’accusato, seppellendo così il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Anche su questo punto, le conseguenze più drammatiche cadono sulle donne: nel nuovo codice alcuni articoli legalizzano la violenza e la inquadrano come strumento di disciplina sociale. Si stabilisce che se un marito picchia la moglie causando una ferita o una frattura ossea, e la donna riesce a provarlo davanti a un giudice, lui rischia 15 giorni di carcere. Per altri tipi di violenza fisica, psicologica o sessuale, il testo non prevede nulla. Un altro articolo invece commina cinque mesi di prigione per chi maltratta o organizza combattimenti tra animali. Il confronto è a dir poco impietoso.

Un altro esempio è la possibilità per un marito di imprigionare la moglie in casa: se la donna si reca ripetutamente a casa dei genitori senza il suo permesso e non torna quando lui lo richiede, può essere condannata a tre mesi di reclusione.

Allo stesso tempo, un decreto ha eliminato qualsiasi limite minimo di età per il matrimonio, legando l’idoneità matrimoniale alla pubertà. Il matrimonio infantile è stato quindi riconosciuto legalmente per la prima volta dal regime. Inoltre, la stessa legge rende quasi impossibile per una donna divorziare dal marito se lui non acconsente. Il nesso con il divieto di frequentare una scuola è diretto: senza scuola, le ragazze restano in casa e il passaggio verso il matrimonio forzato è breve.

Un rapporto del Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan avverte che la negazione dell’istruzione secondaria sta causando un impoverimento transgenerazionale, destinato a consolidare la dipendenza forzata delle donne afghane dagli uomini.

La difficoltà di opporsi

Chiediamo a Lailuma se, dopo cinque anni, si intravedano fratture interne tra i talebani sulle questioni riguardanti le donne. La risposta è netta: la stragrande maggioranza del movimento condivide la stessa visione, e chi osa discostarsi lo fa pagando un prezzo altissimo.

Ne è un esempio il caso di Shir Mohammad Abbas Stanikzai, ex viceministro degli Affari esteri talebano. In un discorso pubblico aveva sostenuto che le restrizioni imposte alle donne, in riferimento all’accesso all’istruzione, fossero contrarie ai principi dell’islam. Aveva ricordato che ai tempi del profeta Maometto la conoscenza era aperta sia agli uomini che alle donne. Aveva dichiarato, riferendosi al divieto sull’istruzione secondaria e universitaria: «Non c’è alcuna giustificazione per questo, né ora né in futuro. Stiamo commettendo un’ingiustizia nei confronti di 20 milioni di persone».

Dopo questo discorso, il leader supremo dei talebani, Hibatullah Akhundzada, ha ordinato il suo arresto e Stanikzai è fuggito dal Paese.

«Una piccola minoranza ha idee diverse riguardo alle donne; solo sull’istruzione, non su tutte le libertà e i diritti che ci spetterebbero. Ma anche solo questo non rientra nell’ideologia dei talebani», dice Lailuma, aggiungendo una considerazione più ampia sui problemi che nascono quando politica e religione si intrecciano. Il caso Stanikzai dimostra che anche il minimo di dissenso, all’interno del regime, viene sistematicamente soffocato.

Apartheid di genere

Alcune organizzazioni della società civile insieme a esperti delle Nazioni Unite chiedono che l’apartheid di genere venga riconosciuto come crimine contro l’umanità, in quanto «atti disumani commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo di genere su qualsiasi altro, commessi con l’intenzione di mantenere tale regime».

Lailuma Sadid è convinta che questa definizione sia l’unica adeguata a descrivere ciò che accade nel suo Paese. Codificare l’apartheid di genere come crimine nel diritto internazionale significherebbe stabilire uno standard legale chiaro per affrontare la repressione sistematica delle donne, non solo in Afghanistan, ma ovunque si verifichi, riconoscendola come crimine e non come eccezione culturale.

Nel frattempo, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati di arresto nei confronti di due alti dirigenti talebani, il leader supremo e il presidente della Corte suprema afghana Abdul Hakim Haqqani, accusandoli di crimini contro l’umanità per la persecuzione sistematica di donne e ragazze.

Secondo la Cpi, vi sono motivi fondati per ritenere che i due abbiano ordinato l’attuazione di politiche che hanno privato le donne dell’istruzione, della privacy, della vita familiare e delle libertà fondamentali di movimento, espressione, pensiero e religione.

Normalizzare i rapporti

Mentre scriviamo, è in programma per l’estate del 2026 un incontro a Bruxelles tra rappresentanti dei talebani e funzionari della Commissione europea. Viene descritto come tecnico, finalizzato a coordinare il rimpatrio di afghani considerati un rischio per la sicurezza o privi dei requisiti per restare nell’Unione europea. Sarebbe la prima volta dal 2021 che funzionari talebani vengono ospitati in Europa. Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione opponendosi esplicitamente all’invito.

Lailuma Sadid guarda con indignazione questa prospettiva. Per lei non si tratta di una questione tecnica, bensì di legittimazione: «È la normalizzazione di questa situazione. Stanno invitando nella capitale dell’Unione europea membri dello stesso gruppo nei confronti del quale la Cpi ha emesso mandati di arresto per crimini contro l’umanità».

Ripensiamo a quella metà. La raffiguriamo nella mente, la applichiamo a un’intera popolazione, e ci rendiamo conto che non riusciamo davvero a farlo. C’è qualcosa in quella cifra che sfugge alla comprensione.

Lailuma Sadid quella metà la conosce: sa com’è il viso di quelle ragazze, ha percorso le strade dei villaggi dove si tengono le classi clandestine, ricorda le studentesse che si sono diplomate nella scuola che aveva contribuito a costruire. Sa anche che quella metà potrebbe essere dimenticata, perché il mondo guarda in fretta altrove.

In Lailuma c’è qualcosa di ostinato, ben lontano però dall’ottimismo. Assomiglia alla consapevolezza che il silenzio ha un costo, che viene pagato sempre dalle stesse persone, e questo la spinge a parlare e a tenere attivi i collegamenti tra la diaspora e la popolazione, in particolare le donne, rimaste in Afghanistan. Là, in questo momento, c’è una ragazza che studia di nascosto. Non sappiamo come sia il suo volto e non sappiamo se domani riuscirà ancora a farlo. Sappiamo solo che lo sta facendo perché, come dice Lailuma, «Continueremo a lottare finché non avremo ottenuto i nostri diritti».

Eva Castelletti




Rdc. Rompere il silenzio

A inizio luglio, il governo congolese ha annunciato la creazione di un Consiglio consultivo internazionale, incaricato di esaminare le violazioni dei diritti umani che da trent’anni si susseguono nel Paese. Formato da alcuni dei massimi esperti di giustizia internazionale, l’organo ha avviato i propri lavori il 13 luglio, con l’obiettivo di facilitare il riconoscimento delle violenze, individuandone i responsabili.
A guidare il Consiglio sono due copresidenti: Julienne Lusenge, attivista congolese per i diritti umani, e Howard Morrison, avvocato britannico, ex giudice della Corte penale internazionale e del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. Insieme a loro, formano l’organismo alcuni dei massimi esperti di crimini di guerra e diritto internazionale e umanitario. Come Stephen Rapp, ex ambasciatore statunitense per i crimini di guerra, e procuratore capo durante il processo contro l’ex presidente liberiano Charles Taylor, condannato a cinquant’anni di carcere proprio per questa tipologia di crimini. Ma anche Nina Jørgensen, giudice del tribunale dell’Aia, e Pascal Turlan, ex funzionario della Corte penale internazionale con esperienza in casi relativi alla Rdc.

Trent’anni di violazioni
A queste figure spetta un compito complesso: fare luce su trent’anni di violazioni dei diritti umani e abusi continui, soprattutto nell’est del Paese, dove dai primi anni Novanta è un continuo succedersi di scontri armati e violenze nei confronti dei civili. Non a caso, in una nota congiunta, Lusenge e Morrison hanno sottolineato che «per tre decenni sono state inflitte atrocità al popolo congolese, su una scala che ricorda i momenti più bui della storia umana». E in tutto questo «le storie, i nomi e le sofferenze dei sopravvissuti sono stati ignorati per troppo tempo».
Dare un nome alle vittime, raccoglierne le storie e avviare processi legali e diplomatici che portino al riconoscimento delle violenze commesse, trent’anni fa come oggi, e all’individuazione dei responsabili è il motivo per cui nasce il Consiglio.
Il lavoro del gruppo si articola lungo tre decenni di storia. In questo senso, il contenuto della prima seduta del 13 luglio è stato emblematico. Gli esperti si sono dedicati all’analisi delle recenti violenze nell’est della Rdc e dei programmi di assistenza urgente. Ma hanno anche ripreso in mano un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2010 e nel quale sono stati documentati oltre 600 crimini commessi da forze locali e straniere (rwandesi e ugandesi) tra il 1993 e il 2003: stupri, massacri sistematici e l’ipotesi di genocidio nei confronti degli hutu arrivati nella Rdc dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda.

Radici nel passato
La situazione attuale nelle province orientali congolesi, infatti, si lega al genocidio rwandese, a seguito del quale molti hutu – sia responsabili del genocidio, sia civili che temevano la ritorsione dei tutsi – sono fuggiti nell’est della Rdc. I trent’anni successivi sono stati un alternarsi di guerre – tra cui le due guerre del Congo, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila – e conflitti a bassa intensità, con il coinvolgimento di movimenti armati locali e stranieri.
Il Rwanda in particolare da trent’anni è parte integrante delle vicende congolesi, sia in modo diretto con propri militari sul terreno, sia attraverso il supporto logistico e materiale a gruppi armati alleati. Tra tutti, il Movimento del 23 marzo (M23), che negli ultimi anni ha conquistato ampie porzioni di Nord e Sud Kivu.
Proprio per denunciare l’interventismo rwandese e all’interno di una più ampia campagna per la ricerca della giustizia e della verità, il governo congolese a giugno ha accusato il Rwanda di fronte alla Corte penale internazionale di aver violato la Convenzione sul genocidio (di cui è firmatario).
Nel 2025, invece, di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente congolese Félix Tshisekedi aveva denunciato il «genocidio silenzioso» che da tre decenni sta avvenendo nel suo Paese e chiesto la creazione di una Commisione di indagine internazionale «per rompere il ciclo di impunità».

Sinergia con le istituzioni
La creazione del Consiglio si inserisce proprio in questo percorso di ricerca della verità e della giustizia. L’organo lavorerà in stretta sinergia con due enti statali, il Fondo nazionale per la riparazione delle vittime di violenza sessuale (creato per sostenere le vittime di violenza) e la Commissione interministeriale per l’assistenza delle vittime e il sostegno alle riforme (organo per la giustizia e per la realizzazione di riforme politico-giuridiche per evitare il ripetersi di crimini del passato).
Durante l’incontro del 13 luglio, Lusenge ha detto che «la prima missione del Consiglio è rompere il silenzio». Ora sta all’organo riuscire a farlo effettivamente ed evitare di essere l’ennesimo tentativo inefficace di cercare di portare alla luce le violenze che da tanto, troppo, tempo stanno dilaniando intere aree del Paese.

Aurora Guainazzi




Papua indonesiana. La guerra silenziosa

Una crisi cronica, caratterizzata da un profondo conflitto a bassa intensità che logora quotidianamente la popolazione civile. Quella nella Papua indonesiana non è una «emergenza passeggera», ma una ferita strutturale, aperta da decenni, che oggi sta attraversando un periodo di forte tensione, con sfollamento, crisi umanitaria, polarizzazione nella società.
È la descrizione che consegna a MC fratel Alexandro Rangga, OFM, direttore della Commissione Giustizia e Pace dei Frati minori della Papua indonesiana.

La storia del separatismo

La regione, che occupa la parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, nota come Papua o, in lingua locale, Irian Jaya, è stata una colonia olandese fino al 1962. Successivamente è stata occupata e annessa dall’Indonesia, nel 1969, tramite un referendum in cui, però, solo circa mille rappresentanti scelti votarono l’integrazione, senza un reale voto popolare.

Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica di autonomia e le popolazioni indigene locali hanno sempre posto all’attenzione del Governo centrale di Giacarta rivendicazioni di carattere economico, sociale, culturale e politico – del tutto inascoltate – a partire dal riconoscimento dell’identità melanesiana, ben distinta da quella giavanese indonesiana.

In 60 anni l’Indonesia ha sempre considerato la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale etichettando il movimento indipendentista e i separatisti armati della «Organisasi Papua Merdeka» (Opm) come una minaccia separatista e terrorista.

Estrattivismo e tresferimenti demografici

Una delle questioni più scottanti, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse. Rame, oro, legname, gas, sono sfruttati da grandi multinazionali grazie alle concessioni ottenute dal Governo centrale, ma con nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native.

A monte, ricorda fra Rangga, «vi è lo scontro per il controllo delle risorse, che si cela sotto la narrativa statale di sviluppo e modernizzazione». Imponenti progetti agricoli, minerari e infrastrutturali promossi da Giacarta vengono percepiti dai nativi papuani come «una forma di colonizzazione che espropria le loro terre ancestrali e distrugge l’ecosistema, alimentando il risentimento e la resistenza».

Lungo i decenni, un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal Governo centrale (la «transmigrasi», ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.

Guerra a bassa intensità

Fratel Rangga delinea i diversi aspetti critici oggi sul terreno: «In primis vi è la militarizzazione diffusa, con la pesante presenza dell’esercito indonesiano e, d’altro canto, azioni e incursioni armate dei ribelli separatisti».

Questa situazione «ha trasformato intere aree montane e forestali in zone di guerra, dove la popolazione indigena vive nel terrore costante di rastrellamenti, accuse di complicità, o si ritrova nel mezzo del fuoco incrociato», rileva.

In queste condizioni, «si registra un esodo silenzioso, con oltre 105mila sfollati interni, che hanno dato vita a un’emergenza umanitaria invisibile agli occhi della comunità internazionale». «Sono famiglie fuggite dai propri villaggi nativi che si rifugiano nelle foreste o cercano aiuto nelle parrocchie – racconta – e che mancano di cibo, alloggi sicuri, assistenza sanitaria e istruzione per i bambini».

Le Chiese per la pace

In tale cornice, «la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti – segnala – sono considerate come ultimo baluardo di difesa, anche perchè la Papua indonesiana resta ampiamente preclusa ai giornalisti stranieri e alle organizzazioni umanitarie internazionali».

Sacerdoti, religiosi e catechisti non sono solo guide spirituali, ma gli unici testimoni oculari delle violazioni dei diritti umani e gli unici che riescono a fornire aiuti di prima necessità.

Il quadro è aggravato dalle accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. «La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace», rimarca il francescano.

Tra i vescovi cattolici della regione, mons. Bernardus Bofitwos Baru, Vescovo di Timika, ha denunciato apertamente «l’eccessiva presenza militare», ricordando ai governanti che «i nativi sono creature di Dio e non pedine da eliminare a piacimento».

Petrus Canisius Mandagi, arcivescovo di Merauke, ha voluto smentire pubblicamente le accuse secondo cui la Chiesa cattolica appoggerebbe i controversi «mega progetti» industriali ed energetici statali nella Papua, e ha chiesto che «la fede non venga strumentalizzata dalla polarizzazione politica».

In una dichiarazione congiunta, le Chiese cristiane della nazione indonesiana, guidate dal reverendo Jacklevyn Fritz Manuputty, presidente della Comunione delle Chiese in Indonesia, hanno ricordato che «la crisi umanitaria in Papua non è un problema sporadico, ma una crisi strutturale che continua a ripetersi senza una soluzione dignitosa», e hanno lanciato un appello al governo di Giacarta affinché interrompa l’invio massiccio di truppe, che non risolve affatto, anzi acuisce il problema.

I leader religiosi hanno inviato lettere ufficiali al presidente indonesiano Prabowo Subianto, lamentando di non aver ancora ricevuto risposta e affermando che «le Chiese non smetteranno di far sentire la propria voce per via diplomatica e umanitaria».

Paolo Affatato




Australia. Oltre i confini

Nel 2013 il Governo australiano decide di esternalizzare le frontiere e firma un accordo con due Stati del Pacifico. Realizza un sistema che sposta le responsabilità. L’Ue sta andando nella stessa direzione. La storia di un richiedente asilo iraniano.

«Dal primo giorno la mia identità è stata cancellata – ci dice Benham Satah, rifugiato iraniano – mi è stato assegnato un codice, Frt009. Da quel momento in poi non mi hanno mai più chiamato per nome. Ero soltanto un numero».

Così il nostro interlocutore racconta il suo arrivo a Christmas Island nel 2013, il territorio australiano più vicino all’Indonesia, raggiunto dopo cinque giorni di navigazione su una barca condotta da trafficanti.

Aveva lasciato l’Iran pochi mesi prima. Insegnante di inglese e attivista per i diritti del popolo curdo, la sua attività lo aveva esposto a un rischio sempre più concreto. Quando due suoi amici erano stati uccisi per il loro attivismo, Benham aveva capito che fuggire era diventata l’unica opzione.

Da Christmas Island, Benham fu trasferito in uno dei centri di detenzione extraterritoriali australiani: quello di Manus, in Papua Nuova Guinea. Qui ha trascorso – o, come dice lui, ha perso – quattro anni della sua vita. Sebbene oggi il centro non esista più, la sua storia non è da relegare al passato.

L’Unione europea avanza con determinazione nella riforma della normativa sui rimpatri, che prevede la creazione di «centri per il rimpatrio» (return hubs) in Paesi esterni all’Ue. Allo stesso tempo, l’Australia sta riattivando i suoi accordi per il trasferimento dei migranti verso il piccolo stato insulare di Nauru. Due diverse parti del mondo, una stessa logica: l’esternalizzazione dei confini.

La nascita dei centri extraterritoriali

Il 19 luglio 2013 il primo ministro laburista Kevin Rudd annunciò una svolta destinata a segnare la politica migratoria del Paese: nessuna persona arrivata in Australia via mare per chiedere asilo avrebbe mai potuto stabilirsi sul territorio nazionale. Benham sarebbe arrivato appena due giorni dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, ritrovandosi intrappolato in questo sistema.

Contestualmente, venne siglato un accordo con la Papua Nuova Guinea, che prevedeva il trasferimento dei richiedenti asilo sull’isola di Manus, in un centro al di fuori dei confini australiani. Il primo accordo con Nauru, invece, fu firmato poche settimane dopo. Nel corso dell’anno successivo, più di 1.500 uomini furono inviati a Manus e quasi 1.600 donne, bambini e famiglie a Nauru.

A settembre dello stesso anno, dopo una campagna elettorale incentrata sullo slogan «stop the boats» (fermiamo le barche), divenne primo ministro Tony Abbott, centrodestra, che proseguì la politica del predecessore. Fin dall’inizio, organizzazioni internazionali espressero forti preoccupazioni per la situazione nei due centri extraterritoriali, riferendosi alla detenzione arbitraria di uomini, donne e bambini in condizioni incompatibili con gli standard internazionali.

Manus e Nauru diventarono gli ingranaggi di un sistema che sposta la responsabilità della protezione internazionale oltre i confini, pur mantenendone il pieno controllo. Attraverso accordi bilaterali con paesi terzi economicamente dipendenti, l’Australia costruì una zona giuridica grigia. Questa ambiguità consentiva al governo di esercitare il controllo delle persone migranti senza assumersene apertamente la responsabilità. All’interno dei campi, la distinzione tra autorità australiane e funzionari locali risultava volutamente confusa. Come racconta Benham Satah: «Non ci dicevano nulla, ci tenevano semplicemente chiusi nei campi».

Manus, isolamento e terrore

Sull’isola di Manus, le manette usate durante il trasferimento erano superflue. «Non ne avevamo più bisogno. Eravamo a centinaia di chilometri dalla prima terraferma. Non potevamo scappare da nessuna parte». Il centro di detenzione per richiedenti asilo era collocato all’interno di una base navale australiana, separato dalla popolazione locale. Questa divisione non era solo spaziale, ma costruita e mantenuta tramite paura e disinformazione: «A noi dicevano che i locali erano cannibali, così non avremmo cercato di uscire. Ai locali dicevano che noi eravamo criminali pericolosi. Diffondevano la paura nelle nostre menti». Il risultato era una disumanizzazione reciproca. 

All’arrivo, ai richiedenti asilo veniva presentata una scelta apparente: «Ci dissero che saremmo stati processati lì e che, se la domanda di asilo fosse stata accettata, ci saremmo stabiliti in Papua Nuova Guinea. Ma noi volevamo andare in Australia. L’altra opzione era tornare nel nostro Paese tramite i programmi di rimpatrio volontario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim)». Alcuni accettarono una di queste due opzioni, ma per Benham e molti altri nessuna delle due era praticabile.

Il clima di allarme era rafforzato anche attraverso una medicalizzazione della paura. «Ci davano molte pastiglie, anche contro la malaria. Ci dicevano che tutte le zanzare portavano la malaria e che saremmo morti se ci avessero punto», ricorda Benham. Ogni informazione contribuiva a costruire una percezione costante di pericolo.

In questo contesto di logoramento psicologico, la violenza non tardò a manifestarsi in forme sempre più estreme. Fin dai primi giorni «molte persone hanno iniziato a praticare autolesionismo e a togliersi la vita». Un gruppo di medici dell’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati, ndr) che visitò il centro concluse che nove uomini su dieci soffrivano di depressione, ansia o disturbo da stress post traumatico, uno dei tassi più alti mai registrati in una popolazione oggetto di indagine.

La violenza assunse anche una dimensione sistemica, ma delegata alle forze di sicurezza papuane: «Gli australiani ordinavano alle guardie locali di picchiarci e spaventarci, così le mani dell’Australia sarebbero rimaste pulite». Benham assistette anche all’omicidio del suo compagno di cella, Reza Barati. La struttura era sovraffollata ed era sottoposta a una sorveglianza costante: in alcuni momenti si contavano fino a un operatore e mezzo per ogni detenuto.

La chiusura ufficiale

Nell’aprile 2016, il sistema di detenzione subì una battuta d’arresto. La Corte suprema della Papua Nuova Guinea stabilì che il centro di Manus era incostituzionale, perché violava il diritto alla libertà personale. La risposta delle autorità prevedeva una riorganizzazione dell’istituto: i cancelli del centro furono aperti durante il giorno, furono messi a disposizione autobus per Lorengau, la città principale dell’isola, e fu revocato il divieto di utilizzo dei telefoni.

Per Benham, che era diventato uno dei leader del campo, quella sentenza non rappresentò una liberazione. Uscire dal campo significava esporsi a nuove forme di pericolo. «Ci dicevano che eravamo liberi di muoverci», racconta, «ma non eravamo al sicuro. A Lorengau venivamo aggrediti, derubati. Vivevamo in una paura costante».

Nel giugno dello stesso anno, il governo australiano accettò di pagare un risarcimento di circa 43 milioni di euro a quasi 1.900 uomini che avevano intentato una causa collettiva per il trattamento subito a Manus. È il più grande risarcimento per violazioni dei diritti umani nella storia dell’Australia. Ma, anche questa volta, la riparazione economica non coincise con l’accertamento pubblico delle responsabilità. La causa si chiuse senza un processo e senza la piena emersione delle prove.

Nel 2017, il Governo australiano decise di chiudere definitivamente il centro di Manus. Nell’aprile di quell’anno, agli uomini fu ordinato di andarsene entro il 31 ottobre. Nessun piano fu presentato su dove sarebbero stati trasferiti né quale sarebbe stato il loro futuro giuridico. Nei giorni successivi, le autorità iniziarono a interrompere l’accesso ai servizi essenziali. Il 31 luglio furono tagliate l’acqua e l’elettricità in parte della struttura, anche se i detenuti riuscirono a ripristinarle.

In quei giorni, Benham come uno dei leader del gruppo, convocò gli uomini per chiarire il senso della loro resistenza. «Vogliono rendere la situazione sempre più difficile per costringere le persone ad andare a vivere fuori», disse loro. «Ma nessuno qui vuole vivere a Lorengau o in qualsiasi altro posto in Papua Nuova Guinea». Poi aggiunse parole che sintetizzavano l’intera esperienza di Manus: «Non si tratta di acqua, non si tratta di cibo, non si tratta di elettricità. Il nostro problema è la libertà. Vogliamo essere liberi da qui».

Il centro fu ufficialmente chiuso, ma decine di persone rifiutarono di andarsene: lasciare il centro non significava essere liberi, ma restare intrappolati in Papua Nuova Guinea.

Il 23 novembre 2017, dopo tre settimane dalla chiusura, arrivarono la polizia, la marina e gli agenti dell’immigrazione locali. L’ordine era sgomberare il campo con la forza. Il giorno successivo, il centro fu definitivamente svuotato. La vicenda di Manus si chiuse così: il campo scomparve, le prove si dispersero, le persone rimasero intrappolate in un limbo. Un modello che, oggi, rischia di riemergere altrove con altri nomi.

Un pericoloso precedente

Nell’agosto 2025, Nauru, l’altro pilastro del sistema australiano di detenzione extraterritoriale insieme a Manus, è tornato al centro della scena. Canberra ha infatti siglato un nuovo accordo con il piccolo stato insulare per il reinsediamento di persone che «non hanno alcun diritto legale di rimanere in Australia». L’intesa prevede il trasferimento fino a 354 persone in cambio di un pagamento complessivo che potrebbe arrivare a circa 1,48 miliardi di euro in trent’anni. Nauru, con poco più di 12mila abitanti e una superficie di appena 21 chilometri quadrati (poco più di Lampedusa, ndr), viene nuovamente trasformata in una terra funzionale alle esigenze migratorie australiane.

Il Governo locale ha definito l’accordo un’opportunità per rafforzare la propria «resilienza economica», mentre organizzazioni per i diritti umani lo hanno descritto come «discriminatorio, pericoloso e vergognoso».

Quando Benham Satah ripensa agli anni trascorsi tra Manus prima e le carceri della Papua Nuova Guinea poi, non parla solo della violenza, ma anche del suo grande senso di responsabilità: «Ogni giorno ero coinvolto nella vita di tutti. Facevo l’interprete, insegnavo inglese, aiutavo gli altri con i documenti. Mi tenevo occupato con i problemi dei compagni per dimenticare il mio dolore». Dopo anni di detenzione, arresti e trasferimenti forzati, grazie all’Unhcr è riuscito finalmente a lasciare la Papua Nuova Guinea. La Francia gli ha concesso protezione e un biglietto di sola andata. «Ora sono libero», dice.

La storia di Manus Island non appartiene al passato. Dimostra che è possibile creare spazi di sospensione del diritto, nel quale la violenza e le responsabilità sono esternalizzate. Oggi, mentre l’Unione europea discute l’introduzione di “return hubs” al di fuori dei propri confini, per istituire in Paesi terzi strutture in cui trasferire i destinatari di un provvedimento di rimpatrio per proseguire da lì la procedura, riaffiora la stessa logica di delega. Sebbene tali accordi siano formalmente subordinati al rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento, il rischio è quello di creare nuovi spazi di detenzione e limbo giuridico, favorendo respingimenti a catena e una diluizione delle responsabilità statali. In questo senso, Manus e Nauru non tornano alla mente come eccezioni, ma come pericolosi precedenti.

Eva Castelletti




Pakistan. Ragazze vittime di nozze e conversioni forzate

Il caso di Maria Shahbaz, la tredicenne cristiana rapita in Punjab nel 2025 da un uomo di 40 anni, convertita forzatamente all’islam e presa in sposa dal suo rapitore, ha riaperto un’antica piaga del Pakistan. Quella dei rapimenti di ragazze delle minoranze religiose indù e cristiane, per nozze islamiche forzate – dunque con annessa conversione forzata all’islam – è una ferita che sanguina e che non accenna a rimarginarsi.

In Pakistan la legge islamica è fonte di diritto

La nazione, con circa 250 milioni di abitanti a larga maggioranza islamica, include al suo interno corpose comunità minoritarie, come gli indù (circa  4,5 milioni in maggioranza residenti nella provincia meridionale del Sindh) e i cristiani (3,3 milioni, di diverse confessioni, concentrati soprattutto nella provincia del Paunjab).

Il fenomeno del rapimento di ragazze a scopo di nozze forzate è stato già in passato oggetto di attenzione da parte della politica nazionale ma – come capita anche per altre questioni, ad esempio la nota «legge di blasfemia» – è materia che incrocia anche la religione e le disposizioni della sharia, la legge islamica.
Nel Paese, infatti, vige un sistema che gli studiosi definiscono «ibrido» e che consegna alla sharia il ruolo di fonte suprema di ispirazione dell’ordinamento e del diritto.
Nonostante il sistema statale sia regolato da una Costituzione che – nata all’indomani dell’indipendenza dall’Impero britannico e della partition con l’India – ha cercato di recepire principi come i diritti e le libertà individuali e collettive, la Carta fondamentale pachistana stabilisce che nessuna legge può essere emanata se è in contrasto con i dettami dell’islam: un principio che subordina la legislazione civile ai precetti religiosi e crea a volte un corto circuito.

Pressioni sulle minoranze religiose

Sebbene la Carta costituzionale garantisca formalmente la libertà religiosa e diritti di cittadinanza uguali per tutti, l’integrazione della sharia nel sistema legale pachistano genera forme di pressione sulle minoranze religiose (cristiani, induisti, sikh e ahmadi), sconfinando in forme di discriminazione e sfide che toccano i rapporti sociali.

Secondo gli osservatori, nei casi dei matrimoni che coinvolgono minori, l’ambiguità è generata dal fatto che la legge islamica non indica un’età minima per le nozze, e queste vengono consentite quando i contraenti raggiungono la pubertà fisica. Tuttavia sono in vigore leggi, emanate per proteggere i minori e dichiarate conformi ai precetti islamici dalla Corte federale della sharia, che vietano i matrimoni precoci in tutto il Pakistan.

In tale quadro si innesta il fenomeno dei matrimoni e conversioni forzate all’islam di ragazze appartenenti alle minoranze. Secondo i dati di alcune Ong, sono oltre mille ogni anno e «sono in aumento», rileva padre Lazar Aslam, frate Cappuccino, responsabile della Commissione Giustizia, pace ed ecologia in Pakistan. I tribunali locali talvolta convalidano questi matrimoni coatti basandosi su interpretazioni religiose, strappando alle famiglie di origine le ragazze minorenni.

Il caso di Maria Shahbaz

In quest’ambito si situa il caso che ha occupato il dibattito pubblico nel Paese nelle ultime settimane: quello che tocca la vita della tredicenne cristiana Maria Shahbaz. Dopo la protesta della famiglia di origine, la polizia di Lahore ha accolto, sia pur con ritardo, la formale denuncia, ma un tribunale di primo grado ha comunque affidato Maria al suo rapitore, accettando documenti falsificati che attestavano la sua maggiore età (18 anni).

Il caso ha avuto un seguito: i legali della famiglia hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale federale – saltando l’eventuale ricorso in appello, il secondo grado di giudizio – ma, sebbene la famiglia abbia fornito prove della minore età di Maria e della mancanza di consenso, la Corte ha confermato la decisione presa in primo grado, di fatto legittimando un matrimonio infantile.

Khalid Rehmat, neo arcivescovo di Lahore, come rappresentante della Chiesa cattolica in Pakistan, ha espresso la sua ferma condanna verso la decisione della Corte costituzionale. Il verdetto – ha precisato – rappresenta «un grave fallimento della giustizia», in quanto ha convalidato non solo la pratica del matrimonio precoce ma ha anche ratificato di fatto il rapimento e la conversione forzata all’islam di una ragazza.

Si tratta di una pericolosa «legittimazione del crimine», ha detto il monsignore, mettendo in guardia dalla tendenza a «legittimare abusi contro i minori e le minoranze religiose, incoraggiando i malintenzionati a compiere conversioni forzate e matrimoni infantili».
L’arcivescovo ha espresso la «profonda angoscia della comunità cristiana» e ha chiesto «maggiore protezione per la dignità umana, la libertà religiosa e i diritti delle persone vulnerabili in Pakistan», ribadendo la richiesta di «autentica giustizia».

La questione, ricordano gli esponenti cristiani, tocca concretamente la pratica della libertà di religione che in Pakistan è garantita dalla Costituzione (nella sua versione modificata nel 1973) ma che di fatto è limitata da leggi restrittive, discriminazioni sistemiche anche nelle istituzioni statali, ma anche dall’emergere di un radicalismo religioso che trova spazio nella vita pubblica e nella mentalità diffusa nella società, a scapito dei diritti di cittadinanza.

Per questo ci si appella alla «Commissione nazionale per i diritti delle minoranze», creata ufficialmente a dicembre del 2025, incaricata di tutelare i diritti delle comunità non musulmane in Pakistan, promuovendone i diritti sociali, economici, politici e legali.

di Paolo Affatato




Usa-Rdc. Respingimenti intercontinentali

Pochi giorni fa, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) si è aggiunta alla ormai lunga lista di Paesi africani – tra cui Rwanda, Eswatini e Sud Sudan – che hanno siglato accordi con l’amministrazione di Donald Trump per ricevere migranti espulsi dagli Stati Uniti e che non possono rientrare nei Paesi di origine (soprattutto per il rischio di persecuzioni o per l’assenza di accordi diplomatici).

Il testo dell’intesa – che dovrebbe diventare operativa a fine aprile 2026 – non è stato diffuso. Tuttavia, il Governo congolese ha assicurato che la ricezione dei deportati – per la cui accoglienza sono già stati individuati degli edifici alla periferia di Kinshasa – non impatterà sulle casse pubbliche: gli Stati Uniti forniranno tutto il supporto logistico e finanziario necessario.

L’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori è infatti una politica su cui il Governo di Trump sta investendo sempre di più. A tal punto che, secondo un’indagine della Commissione per le relazioni estere del Senato statunitense, l’amministrazione avrebbe già sborsato 40 milioni di dollari per deportare circa 300 persone.

Deportazioni che violano i diritti umani

Tuttavia, questi accordi – tra i quali rientra anche quello siglato dal Regno Unito con il Rwanda nel 2024 – violano i diritti umani. In particolare, il principio di non respingimento, sancito dal diritto internazionale.

Nel caso statunitense, inoltre, molti migranti, quando sono deportati, in realtà hanno ancora delle richieste di asilo aperte negli Stati Uniti. In altri casi, invece, gli atti di deportazione, il più delle volte respinti dalle Corti d’appello, sono approvati con l’intervento della Corte suprema (i cui giudici sono a maggioranza repubblicana).

A ciò si aggiunge la denuncia di due Ong per i diritti umani (Us committee for refugees and immigrants e Human rights watch) che hanno sottolineato che i migranti non hanno la possibilità di scegliere la loro destinazione. Cosa che mette a repentaglio il principio del non-refoulement, che vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali rischiano persecuzioni o trattamenti inumani (categoria in cui sono annoverati molti Paesi africani).

Cosa dice l’opposizione congolese

Il Governo di Kinshasa ha sottolineato che l’accordo si «inserisce nel quadro degli impegni regionali e internazionali per la garanzia dei diritti dei migranti e riflette l’impegno dello Stato congolese nella tutela di dignità umana e solidarietà internazionale».

Ma, dall’altro lato, diverse organizzazioni della società civile congolese hanno criticato l’intesa, a partire dalla sua scarsa trasparenza. In un comunicato congiunto, alcune associazioni (tra cui Filimbi, punto di riferimento per la società civile locale) hanno denunciato che «la vera dignità è proteggere i milioni di congolesi sfollati nell’Est e che da anni attendono una protezione effettiva da parte dello Stato. Prima di accogliere i deportati da una potenza straniera, il Governo deve fare il proprio dovere nei confronti del suo popolo». Secondo le Nazioni Unite, infatti, nella Rdc oggi ci sono nove milioni di sfollati (di cui cinque milioni nell’Est) e un ulteriore milione di persone si è rifugiato nei Paesi vicini.

Invece, Lucha, una delle maggiori realtà della società civile congolese, ha affidato la sua denuncia al quotidiano locale Le Potentiel: «La vera solidarietà internazionale significa rifiutarsi di essere complice delle politiche xenofobe e disumanizzanti di un Governo straniero. La Rdc non onora i suoi impegni umanitari fungendo da discarica per le deportazioni di massa dell’amministrazione Trump. Lo fa difendendo, sulla scena africana e globale, un diritto alla migrazione basato su dignità, consenso e giustizia e non sulle dinamiche di potere tra Stati ineguali».

Intrecci geopolitici

Ma la questione non è solo la deportazione dei migranti. L’accordo si inserisce in un progetto più ampio di rafforzamento dei rapporti tra Usa e Rdc. Una strategia da cui entrambi i Paesi sperano di guadagnare qualcosa.

La Rdc vuole rafforzare posizione internazionale e potere negoziale (soprattutto nei confronti del Rwanda nell’Est). Oltre a mantenere buoni rapporti con una potenza mondiale, in un’epoca storica in cui restrizioni ai visti, dazi e cancellazione degli accordi commerciali sono diventati il linguaggio abituale di Washington nei confronti del continente africano.

Dall’altro lato, gli Usa sono intenzionati a sviluppare strategie sempre più ferree di controllo delle frontiere e dei flussi. Ma hanno anche messo gli occhi sui minerali congolesi e, da tempo, lavorano sottotraccia per aprire spazi di investimento e profitto per le proprie aziende.

Questo accordo, quindi, non è altro che uno dei tanti tasselli di un complesso intreccio tra sicurezza, diritti umani e geopolitica.

Aurora Guainazzi




Italia-Ue, l’erosione del diritto di asilo

A febbraio, l’Unione europea ha approvato, in materia di asilo politico, le nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri. Norme che violeranno – più di quanto non succeda già ora – il diritto di protezione internazionale di migliaia di persone migranti, considerando sicuri, ad esempio, paesi di origine come l’Egitto, o il Bangladesh, oppure l’Albania come paese terzo nel quale si può deportare i migranti in attesa dello status di rifugiato.

È l’ennesimo passo indietro che il nostro continente, con il nostro Paese in testa, compie sulla tutela dei diritti umani.

Il diritto di asilo. Report Migrantes 2025

Mentre il Parlamento europeo emanava le nuove norme, la fondazione Migrantes – organismo pastorale della Cei, Conferenza episcopale italiana – girava l’Italia per presentare la nona edizione del suo rapporto 2025 sul diritto di asilo. Lo scopo è quello di domandare alle istituzioni italiane, europee e internazionali di intervenire sul fenomeno delle migrazioni con umanità e ragionevolezza.

Pubblicato da Tau edizioni con il sottotitolo «Richiedenti asilo: le speranze recluse», il report mette al centro numeri e statistiche, ma anche analisi approfondite sui molti aspetti legati alla mobilità umana nel nostro tempo a tutte le latitudini.

«Il volume si articola in tre parti – troviamo scritto nella pagina web migrantes.it -: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda; Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine».

Dati mondiali, storie individuali

Il focus delle analisi riguarda, come sempre, l’Italia e l’Unione europea, ma in questa edizione, per la prima volta, i curatori hanno voluto approfondire cosa si muove sul tema dell’asilo anche al di là dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti di Donald Trump.

Si passa, così, dalle pagine che spiegano i motivi per cui 123,2 milioni di persone nel 2024 sono state spinte a lasciare la propria casa e il proprio territorio, a quelle sui sistemi di accoglienza in Italia. Da quelle che raccontano l’odissea di Amadou, un ragazzo del Gambia, tra le pieghe della burocrazia italiana, a quelle sulla crisi della cultura europea. Dalle pagine che raccontano esperienze virtuose come l’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati, a quelle che parlano di leggi mai emanate che permetterebbero ai famigliari di conoscere la sorte di parenti scomparsi durante la migrazione.

Arretramento globale

Veniamo, dunque, a sapere, tra le altre cose, che nel mondo, nel 2025, il numero di persone in fuga è calato di quasi sei milioni rispetto all’anno precedente, ma il calo è dovuto al rientro di molti, spesso non volontario, in paesi non sicuri. Tre rifugiati su quattro si trovano in paesi a basso o medio reddito, quindi non in Europa e nemmeno negli Usa. Gli sfollati climatici nel 2024 erano 46 milioni.

Scopriamo che, mentre nell’Ue le domande di asilo nel 2024 sono calate (-13%; Germania -30%), in Italia si è registrato il massimo storico (quasi 159 mila), e che, nel frattempo, il nostro Pese ha avuto un record di dinieghi: il 64% delle domande di asilo sono state respinte, contro una media europea del 51%.

Leggiamo anche che in Italia, tra le persone beneficiarie di protezione internazionale e temporanea, due su tre vivono in condizioni di povertà relativa.

Riguardo agli Usa, il report della fondazione Migrantes parla di un modello di politica migratoria dell’amministrazione Trump che rischia di porre fine al sistema di asilo. E non risparmia critiche al sistema Ue che erode gradualmente il diritto di asilo. Mentre sottolinea la trasformazione della cooperazione internazionale in Italia, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria di riduzione della povertà nei paesi del Sud globale, e ha assunto un ruolo sempre più legato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale, ad esempio finanziando la Guardia costiera libica.

L’appello della fondazione Migrantes

«Il Report 2025 – è l’appello lanciato dalla fondazione Migrantes sul suo sito, sul quale si può anche leggere e scaricare una sintesi dei contenuti – invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia».

Luca Lorusso




Cinema resistente

Un festival itinerante di corti sulla Palestina. Un altro a Napoli per i diritti umani. L’arte cinematografica va oltre l’intrattenimento fine a se stesso, e offre spunti di resilienza e speranza. Non solo dolore e denuncia, ma umanità e bellezza.

Anche nel cinema ci sono azioni di resistenza. Di contrasto alla sempre più diffusa legge dell’intrattenimento tout court.

Diverse sale cinematografiche ancora si ostinano ad andare in direzione contraria, proponendo film d’impegno e di riflessione.

Anche tra i festival ne troviamo parecchi che propongono al proprio pubblico qualità e cultura. E impegno civile. Due di questi sono il Nazra Palestine short film festival e il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli.

Nazra festival

Il Nazra Palestine short film festival è un festival militante e itinerante: Nazra significa «sguardo», non ha una sede fissa, anche se gli organizzatori sono di Torino. Si svolge in tour lungo l’Italia: l’edizione 2025 ha visto 43 città coinvolte. E propone una selezione di cortometraggi realizzati da artisti palestinesi. Cinque fiction, otto documentari, quattro dedicati a Gaza, tre sperimentali, due fuori concorso.

Uno di questi film, un capolavoro, è Upshot, di Maha Haj: la tenera ricostruzione della vita di due persone che hanno perso un figlio sotto i bombardamenti, e che hanno trovato un modo originale (e spirituale) di farlo continuare a vivere. Un film che merita lunghe riflessioni sul nostro rapporto con la presenza.

La cosa più bella del Nazra festival, oltre ai suoi contenuti, è che potete prenderne parte attiva mettendovi in contatto con gli organizzatori per riproporlo sul vostro territorio.

In questa bellissima rassegna, la voglia di pace e di gioia prevale su ogni manifestazione dolorosa, su ogni rivalsa, su ogni ostentazione del torto subito.

Cinema dei diritti umani

Un altro evento da raccontare per la sua azione di resistenza è il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli tenutosi a metà novembre scorso. Alla sua diciassettesima edizione, quest’anno ha avuto come titolo: «Terre promesse, terre rubate, popoli senza pace».

Il Festival è nato nel 2008, organizzato, coordinato e promosso dall’associazione senza scopo di lucro Cinema e diritti, costituita con l’obiettivo di far conoscere nel Sud Italia e nei Sud del Mondo il «Cinema dei diritti umani». Promuovere la cultura dei diritti universali attraverso le immagini di film e documentari sulle condizioni di vita di persone e popoli che percorrono il difficile cammino della democrazia e dell’eguaglianza.

Le opere presentate offrono esempi di resistenze umane agli abusi e alle violazioni quotidiane perpetrate da istituzioni e organizzazioni.

A ispirare questo progetto è stato l’esempio dell’America Latina dove il Cine de derechos humanos ha raggiunto importanti consensi grazie alla tradizione di lotta di quei popoli.

La città di Napoli, dal 2009, grazie all’impegno di Cinema e diritti e del Festival, appartiene allo Human rights film festival network (Hrfn), organismo coordinato da Amnesty International.

L’edizione 2025 ha visto in gara nove lungometraggi, tra cui il bellissimo The unseen, di Milou Reintjes e Niek Pennings che narra la vita di tre migranti in un ghetto del Sud Italia, tra precarie sistemazioni abitative e continuo sfruttamento lavorativo.

Tra i sedici cortometraggi, Adas Falasteen, di Hamdi Khalil Elhusseini e Samar Taher Lulu, racconta in forma di documentario la storia di un cuoco palestinese e del suo modo di trasformare la passione per la cucina in uno scudo contro la fame provocata dalla guerra a Gaza, alimentando resilienza e speranza nella sua comunità.

Il bellissimo Eksi Bir, di Omer Ferhat Ozmen, è la commovente storia di un proprietario di appartamenti che si batte perché i suoi inquilini non cucinino troppo speziato: ma non ha ancora assaggiato i loro piatti. Un cortometraggio premiato, tra l’altro, al Give peace a screen, il festival che ho la fortuna di dirigere e che si avvia alla sua terza edizione, a fine marzo del 2026.

Dario Cambiano
Centro studi Sereno Regis




L’accordo che viola i diritti

La stretta collaborazione tra Italia e Libia in ambito migratorio alimenta un sistema di violenze e soprusi. Al centro dei rapporti tra i due Paesi c’è il Memorandum d’intesa che si è appena rinnovato. Sopravvissuti e associazioni ne chiedono la cancellazione.

Il 24 agosto 2025 la Guardia costiera libica ha sparato contro la Ocean Viking, nave della Ong SOS Méditerranée, mentre si trovava in acque internazionali. I colpi sono partiti da una motovedetta di fabbricazione italiana, una delle tante donate dal nostro Paese nell’ambito della cooperazione con la Libia nel Mediterraneo.

Il 2 novembre 2025, il «Memorandum d’intesa» che regola i rapporti tra Italia e Libia sul fronte migratorio si è rinnovato automaticamente – per la terza volta – per altri tre anni, perpetuando un rapporto fatto di violazioni del diritto internazionale, forniture, addestramento e figure accusate di crimini contro l’umanità. Come ribadiscono le sentenze, però, la Libia non è un luogo sicuro. Confermando questa esternalizzazione dei confini, l’Italia continua a violare l’articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Diritti che però, muoiono in Libia.

Il primo ottobre 2021 la polizia libica condusse violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre cinquemila persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Quella volta, però, la reazione fu diversa dal solito: chi riuscì a scappare si radunò davanti al quartier generale dell’Unhcr, dove protestarono per cento giorni. Nel loro manifesto due richieste spiccavano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, anch’essi sostenuti da Italia e Unione europea. Da quelle settimane di protesta nacque il movimento – poi divenuto organizzazione – Refugees in Libya (Ril), che oggi chiede la revoca del Memorandum e di ogni collaborazione italiana con lo stato nordafricano.

Il Memorandum

L’accordo bilaterale fu sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj. Alla base vi è l’idea che solo la collaborazione tra i due Paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale si offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro la migrazione clandestina». Ogni aspetto del Memorandum è problematico, basti pensare che al suo interno non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti fondamentali. Già al momento della sua adozione, la comunità internazionale era consapevole delle violazioni dei diritti compiute nei centri di detenzione libici. Inoltre, era risaputo che la Guardia costiera libica, che si prometteva di voler sostenere, fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, ricordiamo Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia costiera, sanzionato internazionalmente in quanto trafficante di esseri umani.

l’interno di uno dei centri di detenzione di Ain Zara. Tutte le persone hanno partecipato alle proteste e sono state catturate sotto minaccia di armi il 19 gennaio 2022. © Archivio Refugees in Lybia / David Yambio

Le forniture italiane

Il legame tra i due Paesi è caratterizzato da un costante supporto logistico, economico, militare e tecnico da parte dell’Italia, giustificato dalla necessità di gestire i flussi in arrivo in Europa e di rafforzare le capacità libiche di controllo delle frontiere. Lo scopo ultimo è, quindi, quello di bloccare le partenze sul nascere, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.

Tra il 2015 e il 2020, come mostra l’inchiesta The Big Wall di ActionAid, l’Italia ha speso oltre 1,4 miliardi di euro per cercare di fermare le partenze dal Nord Africa, e alla Libia è stata destinata la quota maggiore, di oltre 492 milioni.

Sono molteplici i fondi dedicati a questo tipo di collaborazioni con la Libia: 12,5 milioni di euro arrivano, ad esempio, dal Fondo per l’Africa, mentre con la missione Miasit è stato fornito un contingente di 200 militari oltre a diverse collaborazioni per la formazione, l’addestramento, il supporto e il mentoring alle forze di sicurezza e alle istituzioni libiche.

Anche l’Unione europea ha un ruolo centrale nei finanziamenti, tanto che, a giugno 2025, è stata rinnovata la European Union border assistance mission in Libya (Eubam Libya) con un budget di 52 milioni di euro. L’Eu Trust fund, creato nel 2015 dalla Commissione europea per finanziare interventi volti ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare, ha un budget totale di 4 miliardi di euro, 455 dei quali sono già stati dedicati alla Libia.

Tramite questi fondi sono stati indetti appalti di grande rilevanza, per la fornitura e manutenzione di mezzi di terra, aerei e, soprattutto, mezzi marittimi. Sono queste imbarcazioni che diventano tristemente note quando sono protagoniste di episodi di violenza, come nel caso della sparatoria compiuta nei confronti della Ocean Viking.

Senza questo sostegno la cosiddetta Guardia costiera libica – strutturalmente carente di risorse e capacità operative autonome – non riuscirebbe a operare in modo così significativo.

I centri di detenzione libici

In Libia i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione, ufficiali e non, dove subiscono le più disparate violazioni dei diritti umani: torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri, lavoro forzato. L’unico modo per sottrarsi a ciò è pagare la propria libertà attraverso un riscatto: il diritto alla vita da comprare come se fosse un oggetto. Le violenze mirano soprattutto a estorcere denaro, ma spesso sono mosse da odio razziale o puro sadismo dei carcerieri.

Il tutto avviene in un contesto degradante, segnato da sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose che favoriscono la diffusione di malattie, denutrizione e scarso accesso all’acqua potabile. Torture, abusi e negazione della dignità umana rappresentano la norma per la quasi totalità dei migranti.

Le conseguenze del mancato pagamento del riscatto sono disumane, come racconta H. al servizio hotline di Ril: «Arrivato a Tripoli sono stato arrestato in più occasioni dalle milizie; una volta sono stato violentato sessualmente e torturato con il fuoco, per essere costretto a pagare un riscatto. Ma non avevo nulla per pagare, così mi hanno tenuto prigioniero finché mi sono ammalato gravemente, al punto da non riuscire nemmeno a muovermi». Ancora, le parole di una donna raccolte dalla hotline: «Mi hanno picchiata, mi hanno ustionata con acqua bollente e mi hanno violentata».

Il lavoro forzato include pulizie, cucina, carichi pesanti o lavaggio dei veicoli dei funzionari, ma alcuni vengono portati in fattorie e cantieri. Lam Magok – uno dei fondatori di Ril – ricorda così la sua detenzione in uno dei centri di Almasri (il generale libico accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra, omicidi, torture e stupri, arrestato a Torino e riportato in Libia con un volo di Stato italiano il 21 gennaio 2025; lo scorso 5 novembre arrestato a Tripoli dalle autorità locali, ndr): «Mi hanno costretto a rimuovere i cadaveri di soldati uccisi negli scontri e di migranti morti in detenzione. Senza guanti e senza mascherina. I miliziani si tenevano a distanza, quei corpi erano stati abbandonati per giorni. Non lo dimenticherò mai».

Pur chiedendo aiuto all’Unhcr, i migranti non ricevono sostegno concreto. Come raccontato alla hotline, Y. ha denunciato un’aggressione subita insieme alla sua famiglia nella loro casa: è stato picchiato brutalmente, così come la moglie incinta di tre mesi, che ha perso il bambino. Nonostante l’uomo abbia presentato un reclamo all’Unhcr, nessuno lo ha mai ricontattato. Anche M. ha raccontato la propria esperienza di abbandono da parte dell’agenzia: «Ho solo un foglio rilasciato dall’Unhcr, ma le milizie dicono che quel foglio è inutile. Da quando mi sono registrato all’Unhcr sono stato imprigionato tre volte». La protezione offerta è quindi largamente inefficace, se non inesistente.

David Yambio (destra) discute con Mohammed Al-Khoja, il direttore del Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale e già responsabile del centro di detenzione Tarik-al-Sikka. © Archivio Refugees in Lybia / David Yambio

Non solo Italia, non solo Libia

Il dossier Expanding the Fortress ha esaminato le 35 nazioni verso cui i membri dell’Unione europea si rivolgono per l’esternalizzazione: sono per il 48% governati da regimi autoritari e vengono classificati come Paesi «non liberi», che violano ripetutamente i diritti umani. Diciotto di essi hanno un basso indicatore di sviluppo umano.

Nel 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha parlato di un calo del 64% degli arrivi irregolari e dell’efficacia dei partenariati con i paesi terzi. Una diminuzione temporanea, però, non corrisponde a una riduzione della pressione migratoria. Implica piuttosto che i movimenti si sono spostati. La richiesta di viaggi irregolari rimane elevata, a causa di fattori quali i conflitti, il cambiamento climatico e l’instabilità economica. L’Europa stipula accordi milionari con i Paesi di transito ma è improbabile che questi abbiano un impatto duraturo; al contrario, aumentano i rischi per i diritti umani e rafforzano il potere negoziale delle controparti. Le politiche migratorie si concentrano sul breve termine, invece di adottare una strategia più ampia che preveda una redistribuzione e l’espansione dei canali legali. Le visioni miopi, orientate a risultati immediati, non fermeranno l’irregolarità.

Inoltre, la Libia non è l’unico scenario di atroci violenze. La Tunisia sembra ormai sulla strada «giusta» per diventare la «nuova» Libia. Fra il 2023 e il 2024 il governo di Kaïs Saïed avrebbe bloccato la partenza di almeno 100mila migranti. Dal 2017, l’Italia ha speso circa 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, mentre il Memorandum tra Ue e Tunisia ha portato al trasferimento di 150 milioni di euro, di cui gran parte da impiegare nella prevenzione delle partenze.

Chiedere la fine del Memorandum

Negli anni sono state raccolte innumerevoli testimonianze e prove delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, e oggi sono proprio i sopravvissuti a chiedere di fermare la complicità italiana in questo sistema di soprusi. Refugees in Libya, con il sostegno di molte altre organizzazioni, chiede che il governo italiano – e più in generale l’Unione europea – ponga immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le intenzioni iniziali alla base dell’accordo, esso ha chiaramente fallito dal punto di vista umanitario. Oltre alla revoca, si richiede giustizia per le vittime delle torture, attraverso il rilascio di visti umanitari e forme di risarcimento per gli abusi subiti. Allo stesso tempo, vengono avanzate proposte per il futuro: rafforzare le operazioni statali di salvataggio in mare, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, si battono per i diritti dei migranti. Ancora una volta queste richieste non sono state ascoltate e il Memorandum è stato rinnovato, mentre la traversata del mar Mediterraneo continua a rappresentare la rotta migratoria più letale al mondo.

Eva Castelletti*

*Laureata in Politiche europee e internazionali con una tesi sulla cooperazione tra Italia e Libia e le conseguenti violazioni dei diritti delle persone migranti. Lavora nel gruppo di Policy & Advocacy di Caritas Europa a Bruxelles, dove si occupa di migrazioni, politiche sociali e giustizia ecologica.

il 18 ottobre in piazza Vidoni, a Roma, si è tenuta la manifestazione per chiedere lo stop del Memorandum tra Italia e Libia. L’evento è stato organizzato da Refugees in Libya insieme a decine di Ong. © Mattia Gisola



Il regime del silenzio

La giunta militare di Ibrahim Traoré ha compiuto tre anni al potere. La narrazione ufficiale parla di una vittoria imminente contro il terrorismo e di un’economia in crescita. Ma i fatti dicono altro. Abbiamo sentito un testimone d’eccezione.

La popolazione del Burkina Faso non ha tregua. Dopo l’insurrezione che ha mandato via il regime di Blaise Compaoré, durato 27 anni, il Governo di transizione e le elezioni, nel gennaio 2016 i gruppi armati jihadisti hanno iniziato a colpire sul territorio. Prima con un attentato al cuore del Paese, e poi prendendo sempre più terreno, a partire da Nord. Nel dicembre dello stesso anno, il primo gruppo isalmista composto da burkinabè, Ansarul Islam, si è dichiarato apertamente (si veda la cronologia in MC gennaio-febbraio 2019).

È seguita una breve parentesi democratica, con la presidenza di Roch Marc Christian Kaboré, che non ha saputo limitare l’avanzata dei terroristi (come del resto è successo negli altri paesi del Sahel), fornendo il pretesto ai militari per attuare un colpo di stato il 24 gennaio 2022. La giunta è stata destituita da un secondo golpe che, il 30 settembre dello stesso anno, ha portato al potere il giovane capitano Ibrahim Traoré e il suo gruppo.

Il nuovo uomo forte ha ben presto imposto un regime autoritario, riducendo al minimo le libertà di espressione, di stampa e di associazione. I sindacati e i partiti politici sono stati sospesi, così come i media indipendenti. Ong nazionali e internazionali si sono viste revocare il permesso di operare da un giorno all’altro. Attivisti della società civile, giornalisti, avvocati che denunciavano quanto sta avvenendo, anche sulla lotta al terrorismo, sono stati arrestati a casa, sul luogo di lavoro, per strada, da individui armati, di solito in borghese. I famigliari e i colleghi non hanno avuto loro notizie per mesi.

Alcuni di loro sono ritrovati nelle prigioni di Stato, in attesa di giudizio. L’ultimo arresto arbitrario eccellente è stato quello dell’avvocata Ini Benjamin Doli, avvenuto la notte del 31 agosto scorso. Molto critica nei confronti della giunta, l’avvocata ha visto un gruppo di uomini armati irrompere nel suo domicilio durante la notte. Ci sono voluti alcuni giorni affinché i colleghi dell’Ordine degli avvocati, scoprissero che era stata arrestata dai servizi segreti.

Il 16 settembre scorso, una buona notizia è stata la liberazione di cinque giornalisti – Khalifara Seré, Alain Alain, Boukari Ouoba, Guézouma Sanogo, Adama Bayala -, alcuni dei quali in prigione da oltre un anno, e di altrettanti attivisti. Ma molti altri restano in detenzione arbitraria, come il giornalista Idrissa Barry e l’avvocato Guy Hervé Kam.

Guerra al terrorismo

Al di fuori della capitale, i gruppi armati sono molto presenti sul territorio e compiono massacri tra la popolazione civile, oltre che attacchi a postazioni militari. Anche l’esercito burkinabè, affiancato dalle milizie dei Volontari della patria (Vdp, paramilitari), commette efferatezze contro i civili, come documentate da Human rights watch e Amnesty International, che chiedono inchieste indipendenti sull’operato delle forze dell’ordine.

Inoltre, oltre al clima di paura, una propaganda molto pressante è messa in piedi dal Governo, sia all’interno del Paese che verso l’estero. Ha il duplice scopo di anestetizzare la popolazione su quanto accade, e di raccontare il personaggio Ibrahim Traoré, come un rivoluzionario, difensore del popolo contro gli interessi occidentali.

Newton Ahmed Barry – © Marco Bello

La testimonianza

A Parigi incontriamo Newton Ahmed Barry, giornalista burkinabè molto noto nel suo Paese e attualmente in esilio.

Barry ha lavorato in televisione, è stato tra i fondatori del giornale indipendente «l’Évenement» (2002). È stato, inoltre, presidente del Consiglio elettorale nazionale indipendente con il quale ha organizzato l’ultima consultazione elettorale, nel 2020.
Dal luglio del 2023 è dovuto andare all’estero, in quanto critico della giunta.

Barry è, inoltre, finito su una lista nera, resa pubblica con grande enfasi, anche tramite i social media, insieme ad altri sei giornalisti, con la pesante accusa di «associazione criminale con legami con il terrorismo».

Come sta andando la guerra contro i jihadisti in Burkina Faso?

«Occorre confrontare quello che il Governo dice e quello che succede sul terreno: sono due cose totalmente diverse. Quello che constatiamo sul terreno è che, un po’ ovunque, i jihadisti attaccano i campi militari, e i soldati burkinabè, così come i Vdp, che sono una sorta di milizia governativa, sono uccisi dai terroristi. Leggendo una valutazione fatta tra fine aprile e fine maggio, più di 800 militari sono stati uccisi. Secondo il Centro africano di studi strategici la situazione di sicurezza è preoccupante. Quindi, non possiamo dire che la lotta contro il terrorismo stia facendo dei progressi. Nonostante questo, il Governo della giunta militare dice che le cose vanno bene, che i terroristi saranno sconfitti prossimamente in Burkina. Ma non è quello che dicono i fatti. Tra il discorso politico e il terreno, c’è una grande differenza».

Ci parli della limitazione delle libertà nel suo Paese.

«È un regime autoritario, direi una dittatura, che ha cominciato sopprimendo la libertà della stampa, poi ha messo i giudici in prigione, e oggi è addirittura proibito mettere dei “like” su internet. Chi mette un like a un messaggio che non è conforme alla linea ufficiale, è perseguito.

In questo momento, in Burkina Faso abbiamo il regime responsabile del più grande numero di sempre di sparizioni di persone che hanno osato dare un’opinione contraria a quella ufficiale.
Sono decine i giornalisti attualmente detenuti senza giudizio. Le loro famiglie non sanno dove si trovano. Inoltre, gli anonimi scomparsi cono centinaia.
Non ci sono diritti politici, i partiti sono sospesi e non possono esprimersi.
Le Ong e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono parlare.

Se hai un problema, oggi non puoi appellarti alla giustizia, perché questa è stata silenziata e alcuni giudici mandati al fronte, a combattere contro i jihadisti. Questo perché hanno osato condannare i partigiani del regime. Nel Burkina di oggi, c’è una sorta di buco nero delle libertà.

La lotta contro il terrorismo è stata un pretesto per togliere tutte le libertà e per imporre un regime dittatoriale. Regime che ha l’effetto di isolare il Paese».

Il presidente russo Vladimir Putin incontra il leader della giunta militare del Burkina Faso’s, il capitano Ibrahim Traore il 29 luglio2023. (Photo by Alexey DANICHEV / POOL / AFP)
Quali sono oggi i partner internazionali del Burkina Faso?

«Il Burkina ha un solo partner, ovvero la Russia. Essa, nella sua geostrategia contro gli occidentali, e in particolare contro la Francia, ha cercato di prenderle tutte le sue vecchie colonie. I russi sono, quindi, venuti in Sahel, diventando il partner principale di questi Paesi.

In Burkina, con l’arrivo di Ibrahim Traoré, sono state interrotte tutte le relazioni diplomatiche con la Francia. A Ouagadougou è arrivato il gruppo Wagner, ed è stato incaricato della sicurezza personale del capitano Ibrahim Traoré. Wagner è stato poi sostituito da Africa corps (conversione di Wagner dopo l’uccisione del suo capo, nel 2023, ndr), che ricopre lo stesso ruolo, ancora oggi. Ma i militari russi, in Burkina, non combattono, come invece accade in Mali, a fianco delle truppe di quel Paese».

La Russia ha anche attività di cooperazione o di aiuto?

«Piuttosto i russi prendono. Occorre dire che è il Governo del Burkina che paga gli uomini di Africa corps, con denaro o dando loro accesso alle miniere d’oro. Inoltre, il Burkina acquista armi dalla Russia. Sono a conoscenza del fatto che i russi hanno dato 50mila tonnellate di grano, che è niente, in quanto un piccolo villaggio in Burkina ne produce il doppio in un anno. E poi hanno elargito una ventina di borse di studio per studenti. Questa è la loro cooperazione».

Bandiere russe e del Burkina Faso a rally in sostegno of Traore in Ouagadougou in Aprile, 2025. (Photo by AFP)
Si dice che, in Burkina, questo regime abbia molto seguito.

«È difficile dirlo, perché, non essendoci libertà di espressione, chi non è d’accordo non ha la possibilità di manifestare le proprie idee. Come giudicare la popolarità della giunta se la parola è data solo ai suoi sostenitori? Inoltre, le manifestazioni non sono poi così massicce. Nel 2014 abbiamo fatto manifestazioni dieci volte più importanti, quando si trattava di cacciare via Blaise Compaoré (il presidente che ha gestito il Paese dal 1987 al 2014, ndr). All’epoca, sia i suoi partigiani, che noi dell’opposizione, potevamo manifestare. Ma se non c’è un contesto di libertà, di possibilità di scelta, è difficile giudicare la popolarità di un regime».

Le organizzazioni internazionali dei diritti umani hanno denunciato diversi massacri di civili nei villaggi durante operazioni di antiterrorismo. Ma perché viene presa di mira la popolazione?

«Perché il regime militare ha connotato la strategia di lotta contro il terrorismo su delle basi etniche. Dato che la maggioranza dei militanti nel terrorismo parlano la lingua Peul (cfr. MC dicembre 2018), è tutta la comunità Peul che è stata messa in causa. Il regime pensa di dovere sterminare il massimo numero di Peul per ridurre il reclutamento di nuovi combattenti. Ma questo ha creato l’effetto inverso, perché, a forza di prendere un’etnia come obiettivo, i giovani di quella comunità non hanno altra scelta che ingrossare i ranghi dei jihadisti.

Quindi, invece di indebolire il movimento terrorista, questa strategia lo ha rinforzato, e oggi i jihadisti sono molto più numerosi di due anni fa».

Quali sono i gruppi armati presenti in Burkina Faso?

«C’è principalmente Ansarul Islam, che fa parte del Gsim (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, o Jenim dalla sigla in arabo), il quale risponde ad Al Qaida. Il Jenim è composto da tre gruppi: il Movimento di liberazione di Masina, che è principalmente in Mali, nella zona centrale, verso Timbuctu; poi c’è Ansar Dine, il movimento dei Tuareg di Iyad ag Ghali e – infine – Ansarul Islam, che è il ramo burkinabè (cfr. Mc dicembre 2018), che è presente un po’ ovunque nel Paese.

C’è anche una presenza dello Stato islamico nel Sahel, che è limitato alla zona delle tre frontiere: Burkina, Mali e Niger. Loro sono più forti in Mali, nella zona di Menaka, e in Niger, nell’area di Tillaberi».

Attualmente, quali sono, secondo lei, le possibilità di un cambio di regime?

«Oggi tutto è possibile, dal momento che si tratta di un sistema chiuso, che non permette alternative. Io vedrei tre possibilità.

La prima è quella di un colpo di stato militare: esiste, ma è bassa. Questo perché Traoré ha rimodellato l’esercito portando il livello di comando più in basso, ovvero al livello dei capitani. Molti di loro, oggi, sanno che il loro privilegi sono dovuti a questo regime, per cui lo difendono per proteggere i propri interessi, che coincidono con quelli di Traoré.

La seconda possibilità è quella di una ribellione. Ci sono molti ufficiali superiori che sono fuggiti dal Burkina e si trovano nei Paesi vicini. È plausibile che possano guidare una ribellione dall’estero. Ci sono delle idee, ma nulla di strutturato.

La terza possibilità è la presa del potere da parte di Ansarul Islam. Questo gruppo armato è molto avanti oggi e prende a tenaglia la capitale Ouagadougou e la seconda città, Bobo Dioulasso. Si può dire che controlla il 70% del territorio nazionale, mentre la giunta militare ne controlla il restante 30%. Possiedono molte armi, perché le prendono attaccando i campi dell’esercito. Hanno, inoltre, molti uomini perché, come detto, la strategia governativa di colpire i Peul, ha avuto questo effetto. I Peul sono la seconda etnia per numero del Paese, dopo i Mossì. Questa è la possibilità a mio avviso più concreta rispetto alle altre».

Campo di profifhi interni a Wendou 2 IDP displacement camp in Dori il 29, 2024. nel Nord Est del Brkina Faso (Photo by FANNY NOARO-KABRÉ / AFP)
E dal punto di vista dell’economia?

«L’economia del Burkina Faso è basata sull’agricoltura e sull’appoggio dei partener internazionali. Per quanto riguarda l’agricoltura, dato che gran parte del territorio è sotto il controllo dei jihadisti, ci sono circa tre milioni di contadini che sono dovuti scappare dai propri villaggi, lasciando incolti i loro campi.

Un secondo elemento economico interno è lo sfruttamento delle miniere d’oro (il 70% dei proventi di esportazione e costituisce il 16% del Pil). Ma anche molte regioni aurifere sono sotto il controllo dei terroristi. La metà delle miniere sono chiuse o date in uso ai russi per pagare i mercenari. Anche in questo caso si riducono le entrate nelle casse dello Stato (la produzione è scesa del 20%).

Un terzo elemento è il fatto che il governo ha tagliato i ponti con i partner principali del Paese, come l’Unione europea che era tra i principali donatori. Il bilancio del Burkina è di circa 2mila miliardi di Fcfa all’anno (3 miliardi di euro). Circa la metà arrivavano dall’aiuto budgetario dei partner internazionali. Inoltre, gli investimenti stranieri sono passati da 670 milioni di dollari nel 2022 a 83 milioni nel 2024.

C’è, quindi, un problema evidente a livello del bilancio dello Stato. Un Paese che è già in una situazione di crisi, si è privato di metà del proprio bilancio.

Il governo fa, dunque, molta propaganda ma non riesce più a fare sviluppo. Le strade, la sanità, l’educazione diventano difficili da finanziare. Ci sono oltre quattromila scuole chiuse (a causa dell’occupazione del territorio da parte dei gruppi armati, ndr) con milioni di bambini che sono privati dell’educazione primaria.

Tutti questi elementi portano verso a una crisi economica profonda. E sull’economia non si può mentire».

Lei è attualmente in esilio. Ci può parlare della campagna che sta preparando per i colleghi che sono in prigione per motivi di opinione?

«È la prima volta, nella storia del Paese, che centinaia di persone sono obbligate a vivere in esilio. La nostra preoccupazione è organizzarci per poter continuare a difendere libertà e democrazia, e pure continuare a sensibilizzare i partner all’estero, affinché non si dimentichi il dramma che si sta consumando a porte chiuse. Un dramma umanitario, delle libertà, ma anche di tutte le popolazioni rurali.

Un problema che abbiamo è anche il rapimento e l’imprigionamento, senza alcuna forma di processo e procedura giudiziaria di molti giornalisti (e attivisti della società civile, avvocati, ecc. ndr). Sono decine oggi in questa situazione.

Stiamo, quindi, cercando di realizzare una campagna, con le foto dei colleghi scomparsi, da far girare su internet o su altri mezzi stampa, per sensibilizzare i partner internazionali».

La macchina della propaganda dipinge il capitano Ibrahim Traoré come un nuovo Thomas Sankara.

«Utilizzano Sankara per la propaganda. Ma Traoré non ha il livello di Sankara (il presidente visionario ucciso nel 1987, ndr) né intellettualmente, né in termini di comprensione delle questioni complesse di democrazia o regimi politici.

In secondo luogo, Sankara era antimperialista tout cour, e non “antimperialista occidentale”.
Ovvero, era anche antimperialista contro i russi, infatti disse ai sovietici che rifiutava il loro aiuto, perché “l’aiuto non aiuta a liberarsi dell’aiuto”.  
Al contrario, Ibrahim Traoré lotta contro l’imperialismo occidentale, ma è un buon partner di quello russo.

Sankara era panafricano, non ha fatto uscire il Paese dalla Cedeao. Ed era per la libertà di parola. Sankara disse una cosa importante: “Sfortuna a chi imbavaglia il proprio popolo”. Ma la politica di Traoré è basata esclusivamente sul silenzio: imbavaglia il suo popolo, nessuno può parlare».

Marco Bello

ULTIME NOTIZIE

Mentre stiamo per mandare in stampa, apprendiamo del sequestro, da parte di sedicenti agenti dei servizi segreti, di tre magistrati, due giornalisti, un avvocato e un doganiere, tra sabato 11 e lunedì 13 ottobre. Seguiranno aggiornamenti sul sito della rivista.

Archivio MC




Tanzania. Al voto senza opposizione

Il prossimo 29 ottobre, in Tanzania, si terranno le elezioni presidenziali. Ma il risultato – la riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan – è già certo. Negli ultimi mesi, infatti, l’esecutivo ha dispiegato tutti gli strumenti repressivi a sua disposizione – dalla polizia, al sistema giudiziario, passando per gli organi elettorali – per mettere fuori gioco i principali esponenti dell’opposizione. Il tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.

Da Magufuli ad Hassan

Nel 2021, alla morte dell’allora capo di Stato John Magufuli, Hassan (sua vice) era diventata presidente del Paese. Entrambi erano esponenti del Chama cha mapinduzi (Ccm), l’unico partito ad avere mai governato la Tanzania dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1961. Nel sistema a partito unico – in vigore dal 1977 al 1992 -, il Ccm era l’unico movimento ammesso.

Ma anche con l’avvento del multipartitismo il partito ha vinto tutte le elezioni. La Tanzania infatti è considerata un esempio di autoritarismo elettorale: anche se si vota regolarmente, il Ccm manipola sistematicamente i risultati, grazie a controllo sull’apparato statale, reti clientelari, violenze e intimidazioni.

Eletto nel 2015 e riconfermato nel 2020, Magufuli aveva bandito numerosi media, censurato diversi giornalisti, limitato la libertà di azione dei partiti di opposizione e imprigionato attivisti per i diritti umani. Sotto la sua presidenza, la Tanzania era sprofondata sempre di più in un clima di autoritarismo e repressione.

Nel 2021, la salita al potere di Hassan e le sue prime disposizioni – a garanzia di una maggiore libertà di stampa e a tutela degli incontri pubblici dell’opposizione – avevano fatto pensare che il Paese stesse per intraprendere un percorso più democratico.

Ma, in realtà, la repressione di dissidenti e attivisti è proseguita, mentre la violenza politica degli organi statali (in particolare la polizia) è aumentata. Ad esempio, se in teoria gli incontri pubblici a sfondo politico erano possibili, nella pratica spesso erano impediti. Mentre le elezioni locali del 2024 sono state manipolate su vasta scala.

A rischio pena di morte

In vista del voto di fine ottobre, i leader dell’opposizione sono stati ripetutamente arrestati, incarcerati e colpiti da accuse particolarmente gravi come quella di tradimento. Chiaramente fabbricati ad arte, questi capi d’imputazione non permettono di uscire dal carcere su cauzione e, se condannati, il rischio è la pena di morte. Durante la presidenza di Hassan, per molti oppositori è diventata la normalità (mentre Magufuli generalmente non era arrivato a tanto).

Nel 2021, ad esempio, Freeman Mbowe – l’allora presidente del maggiore partito di opposizione, il Chama cha demokrasia na maendeleo (Chadema) – è stato accusato di terrorismo. Il suo rilascio è giunto solo dopo 226 giorni di detenzione, a seguito di complessi negoziati (mediati da imprenditori, giornalisti e figure religiose) tra la dirigenza del Chadema e Hassan.

Invece, il suo successore Tundu Lissu (sopravvissuto a un tentativo di assassinio nel 2017) è stato arrestato al termine di un comizio il 9 aprile 2025 e accusato di tradimento per un post su X, dove aveva incitato i tanzaniani a boicottare le elezioni, denunciando il rischio di frodi. Il processo – dove se condannato rischia la pena di morte – è stato posticipato per mesi ed è cominciato solo a inizio ottobre. Le forze dell’ordine tanzaniane hanno impedito a diversi attivisti per i diritti umani (anche stranieri) di presenziare alle prime udienze, mentre il vicepresidente del Chadema, quando ha tentato di assistere al processo, è stato arrestato.

Nel frattempo, il Chadema è stato bandito da tutte le elezioni fino al 2030 e sospeso da qualsiasi attività politica. Il tutto per non aver firmato il Codice di condotta elettorale. Il partito, infatti, prima di dare il suo assenso sul testo, aveva chiesto la realizzazione di reali riforme elettorali, essenziali per garantire un voto democratico e trasparente. D’altronde, lo slogan di Lissu e del partito è «No reforms, no elections» (nessuna riforma, nessuna elezione).

Solo piccoli sfidanti

Hassan ha poi anche eliminato quel poco che restava dei rivali più pericolosi. In particolare, Luhaga Mpina, leader dell’Alliance for change-wazalendo, che non ha potuto candidarsi a causa di cavilli burocratici. Il suo tentativo di presentarsi comunque agli uffici della Commissione elettorale nazionale indipendente per consegnare i documenti è stato impedito da diversi poliziotti che lo hanno bloccato fuori dall’edificio.

Il 29 ottobre, dunque, Hassan competerà per la presidenza con altri 16 candidati minori. In un Paese dove Human rights watch e Amnesty international (organizzazioni per i diritti umani) denunciano il clima di crescente repressione e le sistematiche violazioni dei diritti umani nei confronti di attivisti, giornalisti e oppositori, il risultato del voto è scontato.

Aurora Guainazzi




Myanmar. Elezioni e giunta militare

La campagna elettorale per le elezioni in Myanmar inizia il 28 ottobre e durerà due mesi, fino al 28 dicembre, quando si svolgeranno le operazioni di voto.
La Commissione elettorale dell’Unione, nominata dalla giunta militare al potere nella nazione, accelera i preparativi per le elezioni, diramando le norme per i comizi e i candidati.
Tuttavia la parvenza di normalità che la giunta militare intende dare alle operazioni di voto non riesce a celare le enormi sfide e le questioni cruciali che si aprono in vista di quella che alcune organizzazioni in patria e all’estero, come la Federazione internazionale per i diritti umani, definiscono «una farsa elettorale».
Tra l’altro la legge prevede pesanti sanzioni fino alla pena capitale per chi si oppone al voto, e l’esclusione dalle liste elettorali di tre milioni di cittadini e della Lega nazionale per la democrazia che, nel 2020, prima del golpe militare, aveva ottenuto una schiacciante vittoria.

La tornata elettorale, che proseguirà in più fasi nel 2026, vede 55 partiti registrati, nove dei quali in lizza a livello nazionale.
La Commissione elettorale ha stabilito 330 circoscrizioni elettorali per i seggi della Camera bassa, 110 per la Camera alta, 364 per i parlamenti regionali e 29 per le cariche di rappresentante delle minoranze etniche.

Ma il voto potrà svolgersi, per ammissione dello stesso Generale Min Aung Hlaing a capo della giunta, in un territorio che corrisponde circa alla metà del Paese. Le elezioni saranno, dunque, secondo la Resistenza e le minoranze etniche che si oppongono al regime e controllano l’altra metà del territorio, del tutto irregolari e prive di legalità.
Il boicottaggio annunciato dai gruppi di opposizione, unito alle critiche degli osservatori internazionali, tuttavia, non ferma i generali che, dopo il golpe del 1° febbraio 2021, provano a legittimare, sia sul piano interno, sia a livello internazionale, il controllo sulla nazione.

Il centro studi Asian network for free elections, nel  suo rapporto di valutazione sul voto, ha rilevato che «le elezioni organizzate dalla giunta in Myanmar non si allineano con gli standard internazionali e non possono essere considerate credibili o legittime».

Anche l’Ong Human Rights Watch ha invitato i leader dell’Asean (l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico, di cui il Myanmar è membro) a negare il riconoscimento delle elezioni, a intensificare l’isolamento diplomatico della giunta e aumentare l’assistenza umanitaria ai rifugiati in quella che ha definito «una delle peggiori crisi di sfollamento in Asia dalla seconda guerra mondiale».

Dal 2021, infatti, nel tentativo da parte della Giunta militare di fiaccare i gruppi della resistenza – oggi un’alleanza tra le Forze di difesa popolari, milizie dell’etnia maggioritaria bamar, e gli eserciti delle minoranze etniche -, oltre 3,5 milioni di persone sono state sfollate e altri milioni affrontano un’insicurezza alimentare acuta. L’Ong ha anche documentato attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria su villaggi, municipi e infrastrutture civili.

Dal Myanmar alcune voci della società civile hanno problematizzato la questione, considerandola sul lungo periodo: il processo elettorale, pur essendo controllato dai militari, «avrà comunque, come esito finale, un maggiore coinvolgimento dei civili nel governo della nazione e sarà un piccolo passo positivo», ha riferito all’agenzia vaticana «Fides» Joseph Kung Za Hmung, cattolico di Yangon, educatore e fondatore della prima università cattolica privata della nazione.
Con il voto, argomenta, «vedremo l’influenza della giunta militare in qualche modo diminuire, si parlerà del rilascio dei prigionieri politici, la nazione avrà nuovamente delle istituzioni democratiche, e sarà un’evoluzione positiva, che ci permetterà di fare un primo passo per uscire dal governo esclusivo della giunta».

Pur senza sottovalutare «tutte le critiche e le criticità, come il fatto che le elezioni non saranno del tutto libere, o che molta parte della popolazione non potrà o non vorrà votare», ha spiegato Kung Za Hmung, «bisogna considerare che il voto resta un’espressione democratica, sicuramente con limiti e con risultati in parte scontati: ma è pur sempre l’inizio di una via d’uscita per tornare ad avere un governo civile».

Sul piano internazionale, se alle Nazioni Unite si esprimono critiche e riserve, alcune grandi potenze come Russia e Cina (mentre si vedrà quale sarà la scelta dell’India), si preparano a riconoscere il risultato del voto e il Governo che ne uscirà.

Paolo Affatato