L’ardente aspettativa della creazione

«Quando andremo in paradiso, troveremo anche il mio cagnolino e il mio gattino?». Come spesso accade, le domande dei bambini, in apparenza ingenue, sanno andare al cuore della questione, con quella schiettezza e precisione che da adulti spesso perdiamo.

La fine ultima delle relazioni dice molto sul modo con cui possiamo viverle già ora. Sono effimere e destinate a perdersi? Oppure rispondono a una promessa di continuità? Nel piano divino, la creazione è soltanto lo sfondo su cui si muove l’uomo, oppure ha una sua autonoma importanza?

Dove siamo arrivati

Nel nostro percorso di lettura di ciò che la Bibbia sa dirci sul rapporto dell’uomo con la natura, abbiamo iniziato (cfr MC aprile 2026) cogliendo che, da una parte, si tratta di un tema affrontato raramente, ma che, dall’altra parte, è posto proprio all’inizio, nel racconto della creazione, laddove la Scrittura esprime il fondamento della comunione tra gli esseri umani e la natura. Entrambi riceviamo dalla medesima fonte il dono della vita. Sullo sfondo di un racconto che pone l’uomo come culmine della creazione, il capitolo terzo della Genesi osa addirittura affermare che la sfiducia umana verso Dio ha comportato la frattura della comunione diretta anche tra il Creatore e la creazione (su questo abbiamo ragionato a maggio).

Ciò significa che la creazione è ormai autonoma, separata e condannata a deperire e sparire? È una conclusione che si potrebbe ricavare dalla percezione della libertà della natura. Una libertà che porta con sé il rischio di un’estraneità dal piano di Dio. Senza la consapevole decisione di vivere come il Creatore, come potrebbe, la creazione, ritornare a Lui? (Vedi quanto scritto a luglio).

Allo stesso tempo, a giugno abbiamo visto che la natura si dispiega come un grande inno all’amore divino, al punto da poter essere invitata, dall’autore sacro della Scrittura, a lodarlo e anche a costituire oggetto di lode da parte dell’umanità.

Abbiamo visto che il mondo cristiano non si limita a offrire sagge indicazioni di vita: pretende invece di aver conosciuto l’intenzione di Dio sull’esito delle sue promesse, e questo esito, buono, cambia il modo di vivere la vita.

Per il fatto di essere chiamati a diventare figli di Dio, iniziamo già da ora a vivere da figli, consapevoli che così esprimiamo al meglio il nostro volto autentico e la nostra dignità.

Ma se noi siamo figli di Dio, qual è la sorte del resto della creazione? È destinata a svanire nel nulla?

Dal punto di vista cristiano, l’esito delle promesse divine dice molto anche della dignità attuale di ogni creatura.

Le intuizioni dei profeti

I profeti, solitamente, non argomentano, non spiegano il motivo per cui Dio agisce come agisce. Si limitano a intuire qualcosa del cuore divino. Le loro intuizioni sono preziose, perché, sia pure senza spiegare, offrono agli esseri umani una direzione nella quale guardare.

Quando i profeti si spingono a immaginare un futuro nel quale parlerà soltanto Dio, troviamo, da una parte, l’abbondanza di frutti, dall’altra la concordia tra elementi diversi della natura, e tra la natura e l’uomo.

Esempi sull’abbondanza dei frutti si trovano in Am 9,13: «Chi ara si incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; i monti stilleranno vino nuovo e le colline si scioglieranno»; in Ger 31,27: «Renderò la casa di Israele e di Giuda feconde di uomini e bestiame»; in Is 27,6: «Israele riempirà il mondo di frutti».

Queste parole dei profeti indicano di certo l’abbondanza e la ricchezza per gli esseri umani, ma anche il pieno successo della creazione.

La concordia tra gli elementi naturali è, invece, illustrata da Is 11,6-8, quando il profeta immagina che, nel tempo del messia, lupo e agnello dormiranno insieme, vitello e leone pascoleranno guidati da un bambino.

Una promessa simile è presente anche alla fine del libro di Isaia (65,25), in versetti scritti da un autore diverso rispetto ai versetti citati prima.

D’altronde, già secoli prima, un altro profeta, Osea, tutto preso dal narrare in forma simbolica la relazione di affetto tra Dio e il suo popolo (Os 2,18), immagina un’alleanza con animali selvatici e uccelli del cielo, per far vivere tutto nell’armonia (v 20).

Ripresa nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento è più breve del Vecchio e si concentra ancora di più sulle questioni fondamentali. Questo non toglie che faccia accenni alla creazione tutta: chi ha composto l’inno che troviamo all’inizio della lettera ai Colossesi (ci interessano in particolare i versetti 15-17 del primo capitolo) vede Gesù come colui che ricapitola in sé tutto ciò che si vede e ciò che è invisibile. Non specifica l’elenco delle cose visibili, ma non può non esservi compresa la natura, che non viene quindi dimenticata come qualcosa di secondario ed estraneo al discorso religioso, ma invece compresa in esso come suo punto focale.

Nell’Apocalisse di Giovanni, la creazione viene spesso richiamata nelle pagine finali, quelle che descrivono un mondo nuovo che scende direttamente dal cielo, dalle mani di Dio. La creazione, però, è rievocata anche nell’immagine iniziale che dà il tono all’intero libro. La grande visione del capitolo 4, infatti, quella in cui davanti al veggente si dipana l’intera struttura del mondo (e del libro), prevede, tra i personaggi, anche quattro esseri viventi. La tradizione cristiana nei secoli vi ha cercato i simboli degli evangelisti, ma l’interpretazione più probabile è che essi rimandino alla vita del mondo: quattro come i punti cardinali, con figure animali scelte per illustrare il meglio della vita, ossia l’intelligenza dell’uomo, il coraggio del leone, lo sguardo penetrante dell’aquila e la pazienza del bue (Ap 4,7). Ebbene, questi quattro «esseri viventi» (il greco parla direttamente di «animali») sono posti al centro del trono, che è immagine del regno di Dio, e tutto intorno al trono.

Quest’immagine intende suggerire che al centro del progetto divino c’è la vita di tutti, e che il cuore della vita è Dio stesso.

Lo stile è quello simbolico delle apocalissi, ma il messaggio è chiarissimo: la vita della creazione sta profondamente a cuore al Padre e all’Agnello.

Lo sfogo di Paolo (Rom 8)

Ma è un altro passo del Nuovo Testamento che ci conduce a vette altissime nella riflessione sulla creazione. Stiamo parlando dell’ottavo capitolo della lettera di san Paolo ai Romani.

Si tratta di un testo monumentale, un vero capolavoro dell’apostolo delle genti, probabilmente perché motivata da un bisogno profondo e impellente. Paolo era stato attaccato dai «giudaizzanti», i quali sostenevano che per diventare cristiani occorresse prima farsi ebrei, e quindi farsi circoncidere, rispettando tutta la legge mosaica. È molto probabile che la loro propaganda avesse fatto presa anche sulla comunità che Paolo guidava, quella di Antiochia, la quale forse gli aveva tolto le lettere di raccomandazione grazie alle quali poteva viaggiare venendo riconosciuto come apostolo. Per capire il senso di queste lettere basta che immaginiamo il nostro mondo: se qualcuno ci vuole convincere dell’affidabilità di una dieta, di un percorso medico o di benessere, probabilmente rimanderà a libri o siti, sia per approfondire, sia per far capire che non si tratta delle fantasie di una persona sola, ma di un percorso condiviso con altri. Nell’antichità questo rimando era ottenuto, dai cristiani, con la garanzia di una comunità. Se qualcuno avesse voluto verificare se Paolo diffondesse solo sue idee personali, avrebbe potuto rivolgersi alla sua comunità di riferimento per chiedere conferma.

È vero che non erano molte le persone che viaggiavano ai tempi di Paolo, ma tanti commercianti avevano reti estese di traffici, e Antiochia era un porto importante e molto frequentato. Deduciamo che Paolo fosse stato in qualche modo sfiduciato dalla sua comunità antiochena, e che avesse deciso di cercare il sostegno della comunità cristiana più importante dell’impero, quella romana. Gli sarebbe stato più facile ottenere lettere di presentazione da parte di Corinto, Efeso o Tessalonica, comunità che aveva contribuito a fondare, ma Roma era decisamente più autorevole. Il problema era che, a Roma, la presenza di cristiani provenienti dall’ebraismo era preponderante e, forse, si era già cominciato a sentire parlare di Paolo, in termini lusinghieri, persino là.

La sua mossa, allora, è stata quella di spiegare la propria teologia, di chiarire perché, secondo lui, la legge di Mosè era ormai inutile, e lo ha fatto nei confronti di una comunità di origine ebraica dalla quale sperava di essere sostenuto. Ne è nato un testo controllato e molto ben argomentato, che nella prima metà conduce i lettori in un percorso rabbinico estremamente convincente.

Potremmo immaginare un Paolo soddisfatto dell’esito (lui che, di solito, non rileggeva neppure i propri scritti) che si lascia andare in quella che è forse una delle pagine più toccanti del Nuovo Testamento, che fa venire i brividi al commentatore.

Il sogno della creazione

Nel capitolo 8 della lettera ai Romani Paolo scrive della fiducia che nasce dal sapersi chiamati a essere figli di Dio. Un’intuizione che ridimensiona le sofferenze attuali (v. 18).

Con uno scarto quasi sconcertante, Paolo passa a parlare del creato. L’immagine è quella di una creazione che allunga il collo e si solleva sulle punte dei piedi per vedere in anticipo ciò che spera, ossia che gli uomini siano svelati come figli di Dio (v. 19). Il punto, sostiene Paolo, è che la creazione stessa è sottomessa alla corruzione, alla propria fragilità, debolezza, all’essere orientata alla morte, pur senza desiderarlo né averlo mai scelto (v. 20). Essa spera che gli esseri umani vengano liberati dalla corruzione, come accadrà alla fine dei tempi, per essere a sua volta liberata (v. 21). È la creazione stessa, infatti, a trovarsi come nelle doglie del parto (v. 22), travagliata da una nascita che avverrà, ma che intanto fa soffrire e quasi disperare. La creazione, come noi, sa di essere destinata a quella che è, però, solo una speranza (vv. 23-25).

Il discorso passa quindi di nuovo agli esseri umani e allo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza, con gemiti che non si possono esprimere ma che il Padre comprende.

Si direbbe che qui qualunque distinzione tra il mondo umano e quello della creazione sia sfumata fino a sparire: tutti speriamo in una liberazione dal limite, dalla corruzione, dalla morte, ma la creazione deve attenderla per tramite nostro, passando da noi.

Questa liberazione è promessa in modo esplicito agli uomini, e a quel punto, esplode Paolo, non dobbiamo più aver paura di niente: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (v. 31), dove quel «noi» abbraccia stavolta tutto il creato. «Nulla ci separerà dall’amore di Dio» (v. 39), neppure il diverso ruolo che abbiamo nella sua opera creatrice.

E allora la risposta alla domanda dei bambini si fa più semplice: la creazione arriverà alla pienezza promessa da Dio, ma ci arriverà tramite noi, attraverso quel «signore della creazione» che siamo noi. Gli esseri umani hanno quindi il compito di ricondurre tutto al Padre, come noi siamo a lui ricondotti tramite Gesù.

Ciò che porteremo nel nostro cuore, è accolto nel cuore divino.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 5 – fine
)

La vite che piange. La creazione che geme nell’attesa…



Creazione: libera o schiava?

La creazione è qualcosa che sta disciplinatamente agli ordini di Dio? Un semplice strumento nelle sue mani? Oppure è qualcosa che si muove in autonomia? La Bibbia non è chiarissima in merito, ma ci offre alcune indicazioni che approfondiamo in queste colonne, prima di parlare, nella prossima puntata, del fine al quale la creazione è orientata.

Lo sfondo culturale

Lo sappiamo bene, la Bibbia non è un catalogo di ordini e divieti, ma la raccolta di racconti sui modi con cui molte persone, in tempi e luoghi diversi, hanno compreso il proprio rapporto con Dio. Questo significa che ciascun racconto si porta dietro il modo di pensare dell’epoca e delle persone che lo hanno prodotto, e soprattutto molti sottintesi, elementi culturali non espressi, che «contaminano» la modalità con cui chi scrive il testo biblico guarda al mondo, alla propria vita e, quindi, a Dio.

Nella nostra vita quotidiana facciamo continuamente ricorso a sottintesi: ad esempio, quando facciamo allusioni o battute. Lì attingiamo al «non detto», e questo «non detto» può essere diverso quando sono diverse le radici culturali. È una distanza che riemerge nettissima quando leggiamo testi antichi come la Bibbia. Testi che magari sentiamo familiari, ma dove il significato sottinteso può essere diverso dal nostro.

Gli sfondi culturali con i quali fare i conti leggendo la Bibbia sono vari: ad esempio, oltre alla cultura ebraica del primo millennio avanti Cristo, bisogna prendere in considerazione anche la cultura greca. Questa incide su poche parti del Primo Testamento, ma rappresenta, invece, il grande termine di confronto nel Nuovo Testamento.

È vero, però, che la riflessione greca sulla natura è molto più superficiale di quella che era riuscita a produrre sull’umanità, e che il suo influsso sugli scritti del Nuovo Testamento è sostanzialmente secondario. In più, l’approccio ellenistico assomiglia al nostro, quindi ci pone quindi meno problemi.

A essere complesso, per noi, è soprattutto lo sfondo culturale semitico, che incide in modo determinante sulla gran parte della Bibbia e che ci può fuorviare.

È vero, infatti, che gli scritti biblici dimostrano, soprattutto nella riflessione sull’umanità, una buona autonomia dallo sfondo sul quale si muovono, ma è anche vero che quello sfondo resta importante e attivo, soprattutto quando sono maggiori i sottintesi. Succede anche a noi: ad esempio, nessuno pensa più, scientificamente, che il cuore sia la sede delle emozioni, ma tutti continuano a mandare l’emoticon del cuoricino per esprimere il nostro affetto, e chi si confrontasse con i testi delle nostre canzoni senza conoscerci potrebbe immaginare che ancora, per noi, tutta la razionalità sta nel cervello e tutto il sentimento nel muscolo cardiaco.

Ebbene, secondo il contesto culturale semitico antico, tutto ciò che si muove nel mondo visibile è condizionato da qualcosa che non si vede e che è altamente complesso, tra gerarchie di molti dèi ed esseri spirituali (demòni) che intervengono a complicare quello che vediamo nella natura. Di fronte a tutto ciò che accadeva, quindi, la domanda riguardava soprattutto quale ente lo avesse voluto, non quale fosse stata la causa mondana. Anche la natura, quindi, parlava di altro, esprimeva altro, magari qualcosa di completamente disinteressato alle sorti umane.

Quello del mondo semitico antico è un approccio che potrebbe ricordare quello dell’astrologia, che, non a caso, nasce più di tremila anni fa in un ambiente semitico, quello della Mesopotamia.

Quando gli autori del Primo Testamento, ma persino Gesù, parlano della creazione, sullo sfondo hanno questo modello, che, a volte, rimane anche con troppa rapidità tralasciato nelle loro parole.

La creazione in mano a Dio

Appare chiaro, secondo gli autori biblici, che la creazione possa essere piegata ai desideri divini: il sole e la luna si fermano per consentire a Giosuè di sconfiggere gli Amorrei (Gs 10,12-14), un fuoco scende dal cielo limpido per consumare l’offerta di Elia (1 Re 18,38-39), il mare si apre per far passare il popolo eletto all’asciutto nel Mar Rosso (Es 14) e, dalla roccia, sgorga acqua per dissetarlo (Es 17). Prima ancora, sono le piaghe che colpiscono l’Egitto a mostrare quanto la natura si pieghi ai desideri del Dio d’Israele (Es 7-12).

Anche i salmi e i libri sapienziali presentano spesso una natura che ubbidisce direttamente ai comandi divini.

Va, tuttavia, notato che nel mondo biblico queste sono eccezioni, perché normalmente la natura segue leggi sue, a meno che non sia costretta a violarle per ordine divino. A volte capita che la natura si mostri ossequiente verso Dio, ma in forma pienamente autonoma: succede, ad esempio con l’asina di Balaam (Nm 22) che vede l’angelo di Dio e decide di agire di conseguenza, rimproverando poi il veggente. Succede quando Isaia «vede» monti e colline che gridano di gioia davanti al loro Signore (Is 55,12). Anche quando parla dell’onnipotenza del Dio che crea e domina l’universo, e lo esprime soprattutto nelle sue forze più distruttrici, la Bibbia evita di presentare il Signore come autore del male portato dalla natura: all’inizio del libro di Gioele le cavallette distruttrici dei raccolti non sono mandate da Dio, ma diventano un simbolo di ciò che Dio potrà fare; e nel Salmo 29 la tempesta non è emanazione di Dio, che invece si siede sereno mentre quella infuria,
mostrando di esserle superiore, ma anche che essa si è scatenata da sola.

Queste descrizioni sono ben diverse da quelle fatte nei testi della stessa epoca che venivano meditati a Babilonia. In essi si presentavano gli dèi più importanti che mandavano la carestia, le cavallette, il diluvio, la siccità perché «il chiasso dei viventi infastidiva il loro sonno».

Questi testi, scritti nella stessa area geografica e culturale della Bibbia, e negli stessi secoli, rimettevano nelle mani divine tutto quello che accadeva nel mondo. La cultura di partenza degli autori del Primo Testamento era fortemente segnata da questa visione. Allo stesso tempo, però, nella Bibbia viene presentata una natura libera, forse anche, a tratti, tollerata a fatica da Dio, che non è distruttore, ma rispettoso della sua libertà. È un po’ quello che abbozza Gesù quando parla della torre di Siloe, che era crollata uccidendo diciotto abitanti di Gerusalemme (Lc 13,4): certo, la torre non era un elemento naturale, ma non era stata abbattuta da nessuno e possiamo, quindi, vederci un episodio «naturale», non intenzionalmente voluto da altri esseri umani. Era il tipo di avvenimento che poteva facilmente far pensare a un Dio che interveniva direttamente nella storia, a castigare i malvagi. Gesù rifiuta questa logica («Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?»). Può accettare che si tratti di un segno, ma si rifiuta di attribuirlo semplicemente al Padre.

Incendio a Deep Sea, slum di Nairobi

Un abbozzo di riflessione più teologica

Anche se le riflessioni bibliche sulla libertà della natura sono poche, qualcosa possiamo ricavare da alcuni brani.

Intanto, possiamo andare direttamente alla fine della Bibbia, al libro dell’Apocalisse, enigmatico e a volte difficile da leggere, ma profondo e meditato. Al capitolo quarto, in una posizione che per noi è ancora di introduzione ma per gli antichi era una delle più importanti, si presenta in cielo un trono (la sede del Padre) sul quale Uno è seduto. Allo stesso tempo, in mezzo al trono, e tutto intorno, ci sono quattro esseri viventi identificati in quattro animali, chiaramente simboli della vita.

Sarà bene toglierci presto la scomoda illusione che qui si presenti una sorta di quadro, perché tutto è simbolico: gli animali, ossia la vita sulla terra, sono nel cuore del Padre e del Figlio e intorno a loro: hanno il progetto divino al loro centro e sono al centro del progetto divino. Fin qui, potrebbe persino sembrarci un’osservazione banale. Ma, essere al centro del progetto divino, vuol dire, appunto, non essere qualcosa di marginale, di occasionale, di casuale. Dio ha voluto la creazione, e l’ha voluta così, e quanto più la creazione assomiglia al progetto divino, tanto più è se stessa.

È la medesima condizione dell’uomo, che non a caso già in Genesi non è presentato come diverso dalla creazione, ma semmai suo punto culminante, magari migliore del resto, ma coerente con il tutto. Ciò che si può dire dell’uomo, cioè, può essere detto anche, forse in grado minore, della creazione. Non a caso lo stesso «comandamento» di essere fecondi e moltiplicarsi viene dato sia agli animali che all’uomo (Gen 1,22.28).

Ma, se la creazione è al cuore dell’intenzione divina, e se possiamo vedere in piccolo in tutta la natura ciò che vediamo appieno nell’uomo, ciò che nella Bibbia caratterizza l’umanità, vale anche per la creazione, sia pure in modo meno consapevole. E quello che, nella Bibbia, caratterizza sempre l’umanità, è innanzitutto la sua libertà. Il Dio libero crea l’uomo a propria immagine, ed è vero che sogna una relazione con l’essere umano, ma non può imporla, si affida alla sua libera decisione. Anche la maledizione di Gen 3,17 («Maledetto il suolo per causa tua!») acquisisce un valore meno negativo: è l’allontanamento da Dio di una natura che non ha l’autonomia e l’intelligenza dell’essere umano, e solo se separata da Dio (questo è il senso della maledizione) può acquisire indipendenza. Certo, è una frattura che andrebbe risanata, ma su questo rifletteremo nella prossima puntata.

All’interno di un contesto culturale che, spontaneamente, direbbe che la natura ubbidisce ciecamente al divino, gli autori biblici arrivano a sostenere l’autonomia del creato. Certo, non lo dicono con decisione, non lo ripetono a ogni pagina, a tratti sembra quasi che abbiano paura di andare tanto in là, ma alla fine le pagine più meditate ci arrivano.

Ecco perché la natura, pienamente libera da Dio, può scatenarsi anche nei suoi fenomeni più terribili. Se davvero tutto il creato è direttamente nelle mani e nella volontà divina, se Dio è buono, come spiegare gli uragani, i terremoti, i maremoti e tsunami che anche oggi sconvolgono la terra?

Ecco, dunque, che gli autori biblici, magari a fatica e violentando le proprie premesse culturali, ammettono che persino la creazione è libera davanti a Dio. Se libera, però, potrebbe restare per sempre separata da Lui ed essere condannata alla distruzione?

Sarà questa domanda a portarci all’ultima tappa della nostra riflessione.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 4 – continua)




Contemplare il creato

«Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e “li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione”. La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. […]

Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (Laudato si’, 11).

Per una volta apriamo la nostra riflessione lasciando ampio spazio alle parole di papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Laudato si’, con le quali egli fa notare che l’atteggiamento più corretto nei confronti della creazione è quello della contemplazione e dell’ammirazione.

Non è ovvio, ma si tratta di un modo di guardare il mondo che ritroviamo nella Bibbia, ed è proprio questo sguardo che vogliamo cercare in questa puntata nella quale spazieremo nell’intero Antico Testamento.

Lo sguardo dei profeti

Non è facile muoversi con ordine logico in un bosco, in un prato. Allo stesso modo, aggirarsi dentro testi antichi pieni di presentazioni e lodi che non seguono un ordine storico può essere faticoso, anche se affascinante. Proviamo allora a lasciarci affascinare partendo dalle parole dei profeti, quelle che forse per prime furono messe per iscritto tra le molte contenute nella Bibbia; quelle che potremmo immaginare meno attente alla creazione, perché i loro autori e ispiratori erano tutti occupati dalla storia, dall’opera di Dio tra gli uomini, dai coinvolgimenti e scontri con i potenti.

Eppure, anche i profeti si lasciano commuovere dalla contemplazione del creato. Geremia (5,24), Zaccaria (10,1) e Gioele (2,23), ad esempio, non si limitano a minacciare una punizione o a promettere un recupero, ma si dilungano a contemplare la pioggerellina primaverile, tanto simile a rugiada, e i rovesci dell’autunno, come fossero (e in effetti lo sono) non solo benedizione di acqua, ma spettacolo ammirevole della natura.

Allo stesso modo, quando Isaia vuole difendere la libertà di Dio nel gestire il creato e affermare l’autentica origine divina di tutto ciò che esiste, ammira la luce, invita i cieli a fare scendere sulla terra delle gocce delicate, e invoca dalle nubi la giustizia – ciò che gli esseri umani più desiderano -, usando immagini toccanti e affascinanti del creato.

Si spinge ancora un poco più in là Geremia. Egli in 10,11-14 sembrerebbe semplicemente impegnato a sostenere che gli idoli non contano nulla, ma suggerisce di guardare al creato per cogliere la grandezza del creatore, perché di fronte alla intelligenza con cui sono stati formati i cieli, alla potenza con cui è stata fissata la terra, e alla sublimità della grandezza e della delicata precisione con cui tutto è stato disposto, la mente umana non può che rimanere sbigottita e sorpresa, e, nello stesso tempo, spaventata e ammirata.

L’uomo che contempla

Quello dei profeti è uno sguardo che ci avvicina già a quello dei libri sapienziali. L’intera opera sapienziale (soprattutto i libri dei Proverbi, della Sapienza, del Siracide) ha come sfondo l’intento di nobilitare la ricerca umana, la quale non parte da come Dio si mostra nell’incontro con l’umanità, ma coglie il riflesso del creatore guardando alla vita creata, che è fatta di esperienze umane, di incidenti e sorprese, e di bellezza.

Ecco allora che l’autore dei Proverbi (8,22-31) esalta la sapienza divina, ma lo fa guardando al creato, alla grandezza dei monti, alla magnificenza degli abissi e delle sorgenti d’acqua che da sotto i monti scaturiscono, all’incomprensibile bellezza delle nubi che restano, pur pesanti, ferme nel cielo, al mare che arriva maestoso e potente fino ai confini a lui fissati e non li oltrepassa.

Si può addirittura dire che è come se la sapienza giocasse e si divertisse a mostrare le proprie capacità su tutta questa terra in formazione. Allora, guardare a tutto ciò che è stato composto nella creazione porta a contemplare ammirati quella sapienza che è Dio stesso.

È lo stesso sentimento comunicato dall’autore del libro di Giobbe, il quale dedica l’intero capitolo 28 a contemplare, quasi distraendosi, le meraviglie del creato, a partire da ciò che accade nel sottosuolo, nei filoni di metalli preziosi – quasi stupendosi di quanto tutto ciò resti nascosto -, ai passi violenti delle bestie carnivore, allo sguardo penetrante dei rapaci, alla forza del leone. E, mentre spiega come tutti questi animali siano incapaci di penetrare nella sapienza divina, li ritrae tuttavia ammirato.

Nello stesso libro, d’altronde, sembra che Dio stesso si attardi a contemplare ciò che ha fatto. Quando, infatti, verso la fine dell’opera, Dio compare davanti a Giobbe per rispondere alle sue domande provocatorie, non si limita a dire, come avrebbe potuto: «Tu che mi chiedi ragione del mio comportamento, c’eri quando ho creato il mondo, così da spiegarmi come fare?» (Gb 38,4), ma si lancia a descrivere nei dettagli il creato. I continenti, le basi del mondo, le stelle, il mare racchiuso dentro i suoi confini, i colori dell’aurora e il fascino delle tenebre, il mistero della neve e la forza tragica della grandine, la pioggia che si riversa anche dove non vive nessuno. E poi anche l’intelligenza degli animali, capaci di provvedere al cibo dei propri piccoli, a scavarsi tane e a trovare i sentieri nel cielo. L’ordine preciso della natura che fa nascere i cuccioli quando è il tempo opportuno. E ancora: lo splendore degli animali, la forza del bufalo, il balzo dello struzzo che rimedia così alla sua scarsa intelligenza, il nitrito del cavallo.

Per due interi capitoli si narra la natura con stupore, realizzando così che l’uomo non è in grado di comprendere tutto e, quindi, non sarebbe stato capace di comporla con tanto ordine e precisione.

Quando poi il discorso sembra avviarsi verso la conclusione, si torna a contemplare il «Levitano», enorme bestia che si muove nel mare, che pare giocare con la sua stessa maestosità, senza che nessuno sia in grado di porgli un argine.

In tutto ciò l’autore biblico non si limita ad argomentare che Dio è grande e compie cose che gli uomini non capiscono; descrive la grandezza e bellezza del creato lasciandosi guidare da uno sguardo poetico, piuttosto che dal ragionamento.

Anche in un libro come la Genesi il Dio biblico si compiace dell’abbondanza della vita («Siate fecondi e moltiplicatevi», 1,22). Non era così per gli dèi babilonesi disturbati nel loro sonno dal chiasso della terra e irritati a tal punto da mandare malattie, tempeste, carestie, cavallette.

In Genesi, l’impegno divino nella salvaguardia della vita, dopo il diluvio, è segnato da un fenomeno delicato e meraviglioso, affascinante e incantevole, come l’arcobaleno (9,13).

La statua di san Giovanni Nepomuceno è posta nel fiume Chiese

In preghiera

Questa tendenza biblica allo sguardo contemplativo sulla creazione fa nascere una raccolta straordinaria di preghiere, i Salmi, che spesso sono lodi stupite di quanto Dio ha compiuto.

Questo è significativo soprattutto in un mondo come quello antico che molto spesso non ha l’approccio meditativo e artistico che noi conosciamo meglio, e per il quale la natura sembra semplicemente messa lì a uso dell’uomo.

Il salmo 19 presenta la natura stessa che annuncia l’opera divina, nella successione dei giorni e delle notti, nel cammino eroico del sole.

Nel salmo 29 il tuono delle acque, la sua voce che schianta i cedri e scuote il deserto, fa balzare i monti come un giovane bufalo e affretta il parto dei capretti, diventano manifestazione della sovranità e gloria di Dio e benedizione sul suo popolo.

Nel salmo 104, ancora, il cielo e i fenomeni atmosferici diventano annuncio della grandezza divina, mentre la vita animale è il segno di una cura costante di Dio verso tutto ciò che vive. Il mare è lo spazio del Leviatano, «che hai plasmato per giocare con lui» (v. 26; chissà se questi enormi animali marini, che tanti autori biblici vedevano come grandi giocherelloni, erano delfini, balene o bestie inventate).

Nel salmo 136 sono ancora i fenomeni celesti a diventare motivo di lode per la sapienza divina.

Ed è proprio su questa base che i salmisti possono spingersi fino a invitare la creazione stessa a lodare Dio. Perché anch’essa è beneficiaria della Sua azione vitale ed è immaginata sufficientemente autonoma da potersi accorgere del bene che riceve: «Ti lodino, Signore, tutte le tue opere» (Sal 145,10); «Lodatelo, cieli, lodatelo, acque, mostri marini e voi, abissi, fuoco e grandine […], bestie e animali selvatici, rettili e animali alati» (Sal 148,5-10).

A questo salmo fa eco il cantico dei tre giovani buttati nella fornace dal re Nabucodonsor (Dan 3,52-90). I tre coinvolgono tutta la creazione e tutte le creature a lodare il Signore.

Questo invito che l’uomo contemplativo rivolge alla natura, non è solo un particolare che intenerisce, è un elemento coerente con il ruolo dell’uomo come di «signore» del creato, tanto da avere il diritto e forse persino il dovere di condurre il creato a lodare il Creatore di tutto.

Questo corrisponde anche a ciò che diremo nella prossima puntata sul ruolo dell’uomo nel raggiungere la meta finale della vita.

La creazione, scopriremo, va a Dio attraverso l’uomo. Ed è, allora, quanto mai adeguato che sia l’uomo a invitare la creazione a lodare il Creatore.

In sintesi

Sarebbero ancora altri i passi, soprattutto dei salmi e dei libri sapienziali, che si potrebbero citare per mostrare come la contemplazione della natura, per nulla consueta nell’antichità, sia indicata nei testi biblici come una strada privilegiata per arrivare al creatore, lodandone la possanza e la capacità di regolare con perizia gli incastri più difficili.

Proprio perché tale sguardo è inconsueto nell’antichità, diventa ancora più prezioso sottolinearlo. Risuonano allora particolarmente significative, e sicuramente ispirate, al mondo biblico, tutte le parole di papa Francesco da cui siamo partiti: lo sguardo contemplativo, meditativo, ammirato degli esseri umani nei confronti della creazione, che forse noi moderni riusciamo a recuperare con più spontaneità e autenticità, era già una caratteristica di tanti autori biblici antichi, che riuscivano a vedere nella natura il tratto dell’opera di Dio. Accanto a tante considerazioni più teologiche e meditate resta lo sguardo artistico che si lascia semplicemente affascinare dalla bellezza di ciò che sperimenta.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 3 – continua)

Il sole sorge dietro la basilica di Superga



Relazione, non solitudine (Gen 2-3)

Il mese scorso abbiamo esplorato le intuizioni sulla creazione offerte dal primo racconto che troviamo nella Bibbia, all’inizio del libro della Genesi (Gen 1,1-2,3). Un mondo voluto e creato da un’intelligenza personale. Esattamente come succede all’uomo.

La natura e l’uomo si trovano accomunati dal fatto di essere creati, dal fatto di essere in relazione con il Creatore. Il fatto di essere creati accomuna uomo e natura in un rapporto di riconoscenza con il creatore.

Il racconto delle origini nel libro della Genesi non si ferma a quelle prime battute. Esso prosegue accumulando diversi elementi, che sembrerebbero incoerenti se fossero dentro una narrazione storica. Essendo però inseriti in un testo che non ha lo scopo di descrivere avvenimenti storici, ma di sottolineare le regole di fondo con cui la storia accade, essi diventano arricchenti.

L’uomo come signore

Che il secondo capitolo della Genesi (2,4b-3,24) non sia semplicemente una prosecuzione del primo lo si intuisce da tanti elementi: innanzitutto dal fatto che viene raccontata la creazione una seconda volta; poi dal fatto che nel primo racconto c’è sovrabbondanza di acqua, Dio procede con sicurezza semplicemente parlando, viene creato prima il mondo e solo dopo l’uomo, «maschio e femmina».

Nel secondo racconto, invece, la terra è arida e senza erbe, gli animali e la donna vengono creati dopo l’uomo, e, infine, pare che Dio proceda per errori e correzioni.

Proprio la prima indicazione ci offre un dato interessante. La terra, si dice, era arida e improduttiva «perché Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che la coltivasse» (Gen 2,5). Con estrema leggerezza e facilità si dice che il compito dell’uomo sulla terra è di collaborare alla creazione divina, di farsi agricoltore per essere «con-creatore»: Dio da solo non basta, e l’essere umano sembra subito indispensabile per la vita del mondo.

L’osservazione, in effetti, a qualcuno potrebbe sembrare quasi blasfema (Dio da solo non sarebbe capace di produrre erbe e alberi, come come scritto poche righe prima in Genesi 1?), ma la coerenza con il primo capitolo c’è: l’uomo è creato a immagine di Dio, e ciò che finora abbiamo letto di Dio, cioè che Egli crea, vale anche per l’uomo. Dunque, l’uomo, non può che farsi a sua volta creatore.

«Ma no! Si tratta soltanto di coltivare», si potrebbe obiettare. Quello che Genesi suggerisce qui, però, è che la creazione non può raggiungere la propria pienezza di vita senza la collaborazione attiva di Dio e uomo.

L’uomo non può nulla sul clima: deve essere Dio, come Signore del creato, a mandare la pioggia sulla terra, ma deve esserci allo stesso tempo, l’uomo a coltivarla, perché quell’opera creatrice venga perfezionata. Il «semplice» lavoro dell’uomo è, quindi, un’opera di co-creazione in collaborazione con Dio. Ciò che l’uomo fa non è soltanto trovare il modo di nutrirsi, ma è rendere piena la creazione divina, completare ciò che Dio, da solo, non vuole assumersi.

Signoria è servizio

Questo fondamentale ruolo umano, se vogliamo, è ulteriormente richiamato da ciò che, nel racconto biblico, è il primo intoppo nell’opera divina. Per la prima volta, infatti, si fa notare che qualcosa «non è bene», ed è Dio stesso a segnalarlo: a non essere buono è il fatto che l’uomo sia solo (Gen 2,18).

Si apre qui la riflessione di Genesi sulle dimensioni fondamentali dell’essere umano, in relazione verso l’alto (con Dio), verso il basso (il creato) ma anche verso il suo stesso livello, con almeno un altro essere umano.

È un punto non scontato per la tradizione culturale in cui nasce questo brano, ed è comprensibile che debba essere sottolineato.

Per ciò di cui ci stiamo occupando, però, è più significativo un altro aspetto: il primo tentativo di soluzione della solitudine umana è quello di mettere l’uomo di fronte ad altri esseri creati (v. 19). Questi, nei quali l’essere umano non trova un aiuto «come in faccia a lui», ossia al suo livello, ricevono il loro proprio nome da adam, dall’«essere umano». Chi dà il nome è in qualche modo «signore», «padrone» di chi viene in tal modo «battezzato». Non a caso la donna non riceverà il nome dall’uomo, ma direttamente da Dio. È questo, infatti, il senso del passivo, «sarà chiamata donna» (v. 23), senza indicare da chi sarà chiamata così.

A noi moderni l’idea che l’uomo sia «signore del creato» suscita un po’ di sospetto e forse addirittura repulsione, come se questa sua condizione gli desse il potere di fare ciò che vuole, di sfruttare e abusare. Non è però l’intenzione del testo biblico dire questo. In esso la gerarchia tra gli esseri viventi è intesa in senso opposto: chi è più in alto ha, automaticamente, il dovere di prendersi cura di chi è più in basso. D’altronde, il modello per la «signoria» è quello di Dio, il quale, proprio perché è superiore all’uomo, lo custodisce, lo protegge, instaura con lui una relazione di intimità e fiducia. Lo stesso dovrebbe fare l’uomo con il creato. Che l’uomo sia superiore a tutto il resto, implica che tocchi a lui entrare in una relazione di cura con il creato e ricondurlo a Dio.

Maria Mfariji shrine, pitture murali di storia sacra _ Adamo ed Eva

Quando le cose vanno male

Alla fine del secondo capitolo della Genesi parrebbe che tutto sia sistemato. L’essere umano non è più solo, ha di fronte a sé un aiuto «come in faccia a lui» (Gen 2,20). E il creato può contare sulla collaborazione operativa di entrambi i suoi creatori: Dio, come fonte di tutto, e l’essere umano, come «signore in seconda», come punto di riferimento diretto. L’uomo è in rapporto di inferiorità rispetto a Dio e di superiorità nei confronti del creato, in una relazione che è di attenzione e cura.

In questo quadro, subentra però la sfiducia, introdotta dall’essere umano che è abbastanza autonomo da poterla scegliere. È quello che noi solitamente chiamiamo «peccato originale», che non è tanto un mangiare ciò che non si deve per gola o per disubbidienza, ma un non fidarsi: Dio mi ha detto di non mangiarne, per il mio bene, ma in realtà non mi fido che davvero voglia il bene mio: «“È vero che Dio ha detto di non mangiare degli alberi del giardino?”. “Non di tutti, solo di questo, altrimenti moriremmo”. “Non morireste, ma diventereste come Dio”» (Gen 3,4-5).

Questa sfiducia comporta delle conseguenze pesanti, che nelle parole divine si condensano intorno alla consapevolezza che il male nella storia esiste ed è operativo. Nello stesso tempo, però, il male non costituisce né l’ultima parola né un danno irrimediabile.

È ciò che vediamo agire in tutte e tre le parole che il creatore rivolge ad Adamo e a Eva, parole che si riferiscono ai tre campi relazionali già individuati: con il basso (la terra, Gen 3,14), con il pari livello (la relazione con «il tuo uomo», Gen 3,15) e con l’alto. Questo è espresso non dal rapporto con Dio, ma da quello con le generazioni, con i figli (Gen 3,16), che ci fanno cogliere il nostro rapporto con ciò che ci supera, dal momento che ogni generazione subisce le scelte e gli orientamenti di quella precedente, ma nello stesso tempo le sopravvivrà.

Di questi tre aspetti in Genesi si dice, appunto, che il male esiste (si partorisce con dolore, nella relazione di coppia l’uomo punterà al dominio, la terra darà spine e cardi), ma anche che inestricabilmente legato al male c’è il bene, e quest’ultimo avrà la meglio. Il dolore del parto porterà a nuove vite; nonostante il dominio dentro la relazione di coppia, resterà la passione; seppure sudando, l’uomo trarrà dalla terra il cibo.

Di nuovo, a noi interessa soprattutto un aspetto che potrebbe sembrare il più marginale del testo: Dio, nonostante il «castigo» inflitto all’uomo e alla donna, non li maledice, non infrange la relazione con loro. Maledice, invece, il serpente (Gen 3,14-15), simbolo della sfiducia e causa originante del male, quasi a dire che, benché Dio sia sfiduciato dall’uomo, l’uomo non sarà sfiduciato da Dio. A differenza di ciò che ci aspetteremmo, alla sfiducia Dio reagisce rinnovando la fiducia.

In più, ed è ciò che ci riguarda, Dio maledice il creato a causa della scelta di Adamo (Gen 3,17-19). È una reazione quasi illogica, ma che dice innanzi tutto l’intenzione divina di non privarsi mai della relazione, dell’intimità e del sogno di fiducia reciproca con l’essere umano.

Ciò pone tuttavia l’uomo in una relazione nuova, di responsabilità addirittura maggiore nei confronti della creazione. Se infatti Dio non si pone più come riferimento del creato, quella posizione di «signoria» non viene tolta all’essere umano. Dopo che uno dei due signori della natura (l’uomo) ha tolto la fiducia all’altro (Dio), la situazione di «signoria» condivisa non può più esistere. A «restare in carica» è l’essere umano. La frattura della fiducia con Dio comporta che l’unico «signore del creato» diventa l’uomo. Lungi dall’essere un suo degradamento, l’uomo diventa l’unico responsabile della possibilità del creato di entrare in dialogo con Dio.

È quello che papa Francesco ha intuito e spiegato nell’enciclica «Laudato si’».

Una sintesi per noi

E quindi? Vale la pena provare a riassumere ciò che è stato detto finora leggendo i primi capitoli della Genesi: la natura è creata, come noi, e questo ci pone in una dimensione di intimità, di comunione con essa. Questa creazione, però, non può soddisfare il desiderio dell’uomo di scambio alla pari. Possiamo cogliere nella creazione alcuni tratti di somiglianza all’essere umano, ma essa rimane inferiore.

Questo, lungi dal giustificarne uno sfruttamento sconsiderato, diventa la ragione per cui l’uomo è chiamato a prendersi cura della natura, di fatto suo «signore» e custode. Dio si ritira dal mondo creato e rompe per questo la relazione con tutto, tranne con l’essere umano.

Quest’ultimo è chiamato a un compito chiaro, quello di ricostruire l’unità del creato facendo da «tramite» tra il divino e la natura. Ciò che si salverà, ciò che troverà la vita in Dio, dovrà passare dalla mediazione umana.

Ecco allora che il compito che si apre davanti all’uomo, «signore del creato», è tutt’altro che banale. L’uomo è chiamato a essere il responsabile del creato, colui che sarà chiamato a riportare tutto al Padre.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 2-continua)




La Parola, l’uomo e il mondo

Il nostro tempo si è finalmente accorto che tra i temi fondamentali da affrontare c’è quello ambientale. In verità, dovrebbe essere molto più presente e centrale nel dibattito pubblico rispetto a quanto non sia, ma aumentano i «luoghi» di riflessione (tra cui «Missioni Consolata») che oggi cercano di diffondere la consapevolezza della centralità della nostra gestione della natura per garantire a noi e alle generazioni future una vita sostenibile.

Per questo, vogliamo dedicare alcune puntate di questa nostra rubrica alla tematica ambientale, per cogliere cosa possiamo ricavare dalla Bibbia sul rapporto tra creazione ed esseri umani. Sullo sfondo – a volte, anche in primo piano – terremo l’enciclica di papa Francesco «Laudato si’», profonda riflessione cristiana sull’ecologia, peraltro proposta non solo ai cattolici, ma «agli uomini di buona volontà».

Tema silenzioso?

Quando un credente si pone davanti alla Bibbia, la tentazione può essere quella di andarvi a ricercare delle indicazioni esplicite, chiare, pensate per noi oggi, come se si trattasse di un ricettario o di un indice analitico di ciò che dobbiamo e non dobbiamo fare. È tuttavia chiaro a tutti noi che un approccio di questo tipo è inutile, a volte fuorviante e, in ultimo, non rispettoso né del testo biblico né della nostra intelligenza.

Gli autori sacri hanno, infatti, posto nella Bibbia lodi, racconti, riflessioni, leggi e altro in una lingua e una forma adeguate a esprimere il loro rapporto con Dio. Gli autori, ciascuno diverso dagli altri, lo hanno fatto ognuno nel proprio tempo, luogo e condizione di vita, che erano diversi dai nostri.

L’uomo ha sempre plasmato il mondo, trasformandolo per renderlo più facile da abitare. È però vero che fino a quasi duecento anni fa, noi uomini eravamo in un numero e avevamo delle possibilità tecnologiche tali da mandare eventualmente in rovina un piccolissimo angolo del pianeta (come sull’isola di Pasqua, secondo le ricostruzioni di alcuni storici), ma mai la Terra tutta. Da quando, invece, abbiamo scoperto antibiotici, elaborato vaccini e sviluppato la medicina moderna, permettendo di abbassare la mortalità precoce in tutto il mondo, e abbiamo iniziato a estrarre e bruciare petrolio e derivati in maniera massiccia, raggiungendo rapidamente ogni angolo del globo e immettendo nell’atmosfera grandi quantità di gas serra, le cose sono cambiate. Non possiamo chiedere agli autori biblici di darci risposte a problemi che non potevano neppure immaginare. Possiamo, però, farci guidare dalle loro impostazioni per cogliere che cosa potremmo essere chiamati a vivere noi.

È peraltro il lavoro che dovremmo fare sempre quando leggiamo la Bibbia: non pretendere ricette che non può darci, ma riconoscere che si tratta di riflessioni – spesso molto meditate – di persone che hanno scelto di tramandare nei secoli alcuni aspetti o modalità del loro rapporto con Dio, convinte che potessero essere utili anche per altri.

Insomma, nei testi biblici non troviamo riflessioni ecologiche come le intendiamo noi oggi, ma molte indicazioni preziose anche per l’ecologia.

Come iniziare una biblioteca?

I testi che oggi compongono la Bibbia sono nati poco per volta, probabilmente dapprima solo come rapidi appunti per non dimenticare gli insegnamenti di alcuni profeti o raccolte di indicazioni legate al culto da conservare in vista della ricostruzione di un tempio. A un certo punto, però, probabilmente durante l’esilio di Israele a Babilonia nella prima metà del VI secolo a.C., alcuni scribi decisero che testi di archivio, memorie, leggi tramandate a voce, racconti narrati di padre in figlio e anche altre riflessioni, andassero raccolti, organizzati, completati e messi a disposizione in un ordine preciso.

Questi autori stabilirono, quindi, che all’inizio andasse messo ciò che cronologicamente era accaduto prima (a noi che siamo andati a scuola nel sistema italiano sembra ovvio, ma non lo è neppure in tutte le organizzazioni scolastiche contemporanee) o che era più importante. Decisero peraltro che la storia del popolo ebraico, dai suoi inizi, o prima ancora, dovesse essere considerata fondamentale, rispetto alla storia di altri popoli, e venire, quindi, per prima. Pertanto, un libro come la Genesi è ottimo per aprire la collezione sacra. Sempre quegli autori, però, rifletterono sul fatto che non bastava cominciare dall’inizio della storia del popolo, con Giacobbe o Abramo, ma che fosse utile risalire ancora più indietro, perché l’umanità tutta non poteva essere lasciata fuori. Per questo composero i primi undici capitoli della Genesi che intendono parlarci non delle vicende del popolo di Dio, ma dell’umanità intera.

Questi scribi conoscevano senza dubbio i miti babilonesi della creazione. Anziché trascurarli e benché fossero stati conquistati proprio dai babilonesi e deportati nella loro terra, scelsero di utilizzarli nei loro scritti. Ma non li presero alla lettera. Instaurarono con essi un dialogo polemico, portandovi dentro la loro fede religiosa. Ecco che nacque il primo capitolo della Genesi, nel quale oggi possiamo trovare riflessioni preziose per noi.

Da dove il tutto?

La domanda sull’origine di tutto ciò che ci troviamo davanti non può non sorgere nei bambini, come pure negli inizi della storia umana. Su tale domanda torna anche il primo capitolo della Bibbia.

«In principio Dio creò». Le risposte dell’umanità alla domanda sugli inizi sono sempre state molto diverse tra loro, tanto che il celebre incipit della Genesi è tutt’altro che banale. La parola ebraica usata per indicare il «principio», così come accade anche alla corrispettiva parola italiana, è un termine che può significare molte cose: indica l’inizio, quando il tempo comincia, ma anche il criterio, il «principio di fondo» in base al quale si fanno le cose. Questo significa che gli autori del primo versetto della Genesi volevano sottolineare che, al fondamento di tutto, c’è l’azione creatrice di Dio.

Gli autori biblici non si ponevano questioni filosofiche e non si misero a ragionare su che cosa ci fosse prima dell’inizio della creazione, se il nulla o qualcosa d’altro. A loro interessava soltanto affermare che tutto ciò che esiste è iniziato a un certo punto, ed è stato voluto, e dipende da un’origine esterna, diversa da sé.

È un passaggio già decisivo, come chiarisce papa Francesco nella «Laudato si’», perché ci fa intuire molte cose anche del nostro vivere odierno. Gli autori della Genesi sostengono che tutto ciò che esiste è stato creato, è stato voluto da Dio, il quale ha deciso che venisse alla luce. Ci aiutano ad accorgerci che, in effetti, noi fruiamo di un bene, la vita, promettente in sé (anche chi dice di voler morire, lo fa per stanchezza, per sofferenze, per delusioni, non perché la vita sia brutta) e che nessuno di noi ha voluto, ha chiesto. Nessuno di noi ha faticato per ottenerlo. Nessuno, d’altronde, può posarlo e poi riprenderlo. Insomma, la vita ha in sé le caratteristiche del dono, di qualcosa che viene da fuori, senza ragioni (non è un acquisto), ed è una cosa buona, bella. Il racconto della creazione non si rivolge soltanto ai credenti, e aiuta tutti a intuire che fruiamo di un bene regalato. Possiamo anche non sapere da chi ci venga – come un gioiello che ci troviamo nella buca delle lettere in una busta senza mittente -, ma è comunque un dono. E ogni dono fa nascere una naturale reazione di riconoscenza.

Proprio il fatto che la vita, il mondo, la creazione tutta siano un dono, implica che nessuno può vantare dei diritti su di essi. Non sono qualcosa che «mi spetta». La creazione non è di qualcuno più che di qualun altro: è naturalmente destinata a tutti. Da questo presupposto discende il fatto che la creazione e i suoi beni hanno una destinazione universale, per tutti e per le generazioni.

In più, se vediamo che altri hanno ricevuto un dono come il nostro, ci sentiamo accomunati da un donatore unico, messi in comunione perché qualcuno ha regalato qualcosa di prezioso a tutti, indistintamente.

La polemica «illuminante»

Il discorso non finisce, tuttavia, qui. Chi scrive il primo capitolo della Genesi, come dicevamo, conosce i miti babilonesi della creazione, secondo i quali, all’interno di una rigida e inflessibile gerarchia divina, le divinità meno importanti devono pensare al benessere degli dèi superiori e hanno quindi, per nutrirli, creato il mondo. In questa cosmogonia, gli dèi più buoni hanno creato cose buone (la terra, la luce, il giorno, il sole, l’uomo), altri, invece, gli aspetti più negativi (il mare, la notte, il buio, la luna, la donna…). Era quindi giusto, per i babilonesi, affidarsi alle opere buone della creazione e diffidare di quelle negative.

Gli autori della Genesi, su questo punto, entrano in polemica. Dio crea il cielo e la terra, entrambi. E poi anche la luce e le tenebre. E poi ancora il mare e l’asciutto. E così via. Di tanto in tanto, poi, si ferma e fa il bilancio e decreta: «È cosa buona». Non esiste il cattivo, il male, nella creazione.

Quando gli autori arrivano a parlare degli astri, i quali erano venerati come dèi dai babilonesi, li rappresentano come semplici orologi che regolano il giorno e la notte: buoni anch’essi. Anzi, se gli dèi babilonesi (quelli superiori, quelli serviti dagli altri) di tanto in tanto vedevano il loro «sonno disturbato dal chiasso del mondo», il Dio biblico, al contrario, è felice del brulicare della vita, che invita a moltiplicarsi. Tutto è buono.

A fare eccezione è solo l’uomo, che è non solo «buono», ma «molto buono», anche perché creato a immagine di Dio. Ciò che ha fatto Dio, anche l’uomo è chiamato a farlo, per essere perfetto e compiuto.

Questo mondo si presenta come un mondo ideale: non c’è violenza, non esistono carnivori (come il mondo ideale sognato dai bambini), tutto è in armonia e non deve nascondersi né temere nulla. I sogni dei bambini rischiano di essere disincarnati e ingenui, ma sono anche chiarissimi nell’individuare il progetto ideale per l’umanità, il meglio possibile, il sogno di Dio, che è l’assenza del male, anche di quello compiuto per la sopravvivenza (come la macellazione di un animale per mangiarne la carne).

Un primo punto

È presto per trarre conclusioni su come la Bibbia suggerisce di trattare la questione ecologica. Ma qualcosa si può già dire.

Il mondo è creato, non viene da sé. Questo lo pone in una dimensione di riconoscenza verso il creatore, anche qualora non lo conoscesse. E ciò mette, tra l’altro, in rapporto di fraternità il mondo tutto con l’essere umano, il quale è, tuttavia, su un gradino più alto. Non c’è spazio, a quanto pare, né per il disinteresse verso il creato, né per l’idea che l’uomo sia una creatura tra le tante, perché è quella prediletta di Dio. Che cosa è l’essere umano, che cosa ciò significhi, dovrà ancora essere precisato.

Per la «Laudato si’», però, questa sola pagina implica il dovere per gli uomini di prendersi cura del creato tutto, a cui sono superiori ma con cui si trovano in un rapporto di fraternità, avendo ricevuto lo stesso dono.

Angelo Fracchia
(Danza a tre 1 – continua)




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

«Grande cuore» è andata in Cielo

«Ltau sapuk» (cuore grande), questo il nome dato dai Samburu a Mirella Menin (1941 – 2023), la laica missionaria di Collegno (Torino) che in tanti abbiamo conosciuto nei suoi viaggi in Kenya per oltre quarant’anni e per il suo infaticabile lavoro e dedizione per aiutare i più poveri e i bambini in particolare. Il Signore l’ha chiamata a sé il 29 maggio 2023 in modo inaspettato.

La sua vita è stata un vulcano di iniziative, attività, incontri, viaggi. Tutto fatto con passione, dedizione missionaria e spirito profetico. Oltre all’esperienza del Kenya aveva vissuto anche quella in El Salvador negli anni in cui era vescovo san Oscar Romero che lei accompagnava nei villaggi dei campesinos e che ha visto morire, ucciso, mentre celebrava l’Eucarestia.

Mirella tante volte era scomoda perché diceva la verità senza mezze misure e con coraggio. Aveva «fame e sete di giustizia» come è scritto sul ricordino del suo funerale.

Durante il rosario che si è pregato nella sua parrocchia di Collegno (To), la sera prima del funerale, il parroco, don Teresio Scuccimarra, ha voluto fermarsi su quattro misteri e momenti evangelici vedendone la realizzazione nella vita di Mirella: il suo amore ai bambini, la cura e assistenza delle persone con handicap psichici, il suo desiderio di giustizia ricordando la sua esperienza in El Salvador e la dedizione alla sua comunità.

Mirella, nel suo «darsi da fare» per la missione, ha raccolto e donato molto. Come dice l’Allamano, è stata un canale che ha fatto sempre scorrere ciò che riceveva senza trattenere nulla per sé, vivendo la sua vita nella semplicità ed essenzialità. Ha compiuto le «opere più grandi» (Gv 14,12) che Gesù ha promesso ai suoi discepoli perché era una donna di fede, una fede non bigotta, ma tenace e concreta. La fede che sa vedere Gesù in ogni persona, che ha compreso e vissuto il «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Per tutto questo, e per quello che lei è stata, le siamo grati.

Completiamo queste note con due testimonianze significative che sono state lette al suo funerale: quella di Agata Lekimencho, già catechista a Maralal, e quella di mons. Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal.

padre Michelangelo Piovano,
Torino 03/05/2023

Omaggio alla nostra amata mamma Mirella

È con profondo dolore e tristezza che abbiamo appreso la notizia della scomparsa della nostra grande amica e madre.

Per noi Mirella è stata una madre amorevole che ha condiviso con noi tutta la sua vita qui nel Samburu: soldi, tempo, vestiti, e persino il sapone e prodotti di igiene personale.

Molti hanno potuto studiare grazie al sostegno economico che proveniva dal suo grande cuore. Si occupava delle spese ospedaliere ed era sempre preoccupata per il benessere delle persone bisognose.

Ha sostenuto le spese per l’educazione di oltre 250 bambini che, grazie a quello, hanno poi aiutato a migliorare il tenore di vita delle loro famiglie. Alcuni ora sono insegnanti, dottori, meccanici, falegnami, ecc. Ha anche aiutato i loro genitori che hanno potuto iniziare attività che hanno permesso loro di avere una vita dignitosa.

Mirella ha davvero toccato vite e le sue azioni si vedranno per sempre nelle nostre comunità. È stata mandata dal cielo e nessuna parola può descrivere appieno il suo amore per l’umanità.

Nonostante le condizioni ambientali qui da noi siano molto dure, il suo grande cuore compassionevole la faceva camminare instancabilmente per visitare i malati, gli anziani e le persone meno fortunate e i bambini nei villaggi e nelle scuole.

Le piaceva passare il tempo con i bambini, giocare e scattare foto insieme con loro. Mirella era una specie di figura che senti di volere sempre vicino.

Abbiamo davvero visto come Dio usa le persone per aiutare gli altri, Mirella era davvero una sua serva.

Ltau sapuk, riposa in pace. Ci mancherai senza dubbio. Mentre riposi, prega per noi di emulare il tuo cuore in modo che possiamo anche noi aiutare gli altri nel modo in cui tu hai amato.

 da Agata Lekimencho
tutore dei bambini Maralal, Samburu, Kenya

Ciao, Mirellona

Mirella, che io chiamavo Mirellona, è entrata nella mia vita una quarantina di anni fa, durante i suoi viaggi in Kenya. Un dono di Dio per me e per tanti altri, specialmente i più poveri della società. Aveva un cuore grande, sempre al servizio degli ultimi.

Per me prete missionario e poi vescovo, era una sfida e una voce profetica, molto scomoda. Sia in America Latina che in Africa ha mandato «milioni» per sfamare e per far studiare i più svantaggiati del mondo.

Sapeva anche essere affettuosa, sotto una scorza dura, e si commuoveva per i piccoli, i disabili mentali (ne sanno qualcosa quelli della casa di Collegno che ha servito con amore per tanti anni).

Mirella non sapeva misurare le parole contro le ingiustizie e le falsità nella società e, talvolta, nella chiesa stessa.

Ciao Mirellona. Grazie di avermi incontrato nella vita. Ci ritroveremo in Paradiso circondati dal sorriso dei piccoli.

+ Virgilio Pante
01/05/2023, Maralal, Kenya

Creazione da reinterpretare?

Leggo sempre con molto interesse la rubrica «Camminatori di speranza» del biblista Angelo Fracchia. Mi sembra di capire che egli tenti di spiegare la maggior parte dei cosiddetti miracoli in chiave naturalistica, essendo il primo aspetto frutto della mentalità del tempo di redazione. Alla luce dell’accettazione sempre più profonda delle coppie omogenitoriali da parte di varie correnti cristiane, della Chiesa Valdese e della stessa Chiesa cattolica, dobbiamo forse aspettarci una rilettura dell’atto di creazione della donna come atto di creazione di una persona a cui ciascuno attribuisce il sesso che desidera?
Grato dell’attenzione porgo cordiali saluti.

Saverio Compostella
01/04/2023

Abbiamo girato la domanda ad Angelo Fracchia. Ecco la sua risposta.

Ringrazio intanto della generosa attenzione. Provo a rispondere in tre punti.

1) La lettura «naturalistica» dei miracoli è in effetti quella preferita oggi, per ragioni anche culturali, in quanto fatichiamo ad ammettere la presenza di eventi inspiegabili, laddove l’antichità era molto più pronta ad accoglierli. L’interpretazione preferita dall’approccio storico critico è tuttavia quella che cerca di cogliere che cosa un testo antico volesse effettivamente significare, al di là delle interpretazioni e premesse culturali di chi scriveva.

2) Leggere in questo modo il racconto della creazione della donna in Gen 2 porta a cogliere che il cuore di quell’episodio è individuare come fondamentale per gli esseri umani non solo un rapporto verso l’alto (con Dio) e il basso (con gli animali, la creazione), ma anche alla pari, in una relazione che è segnata dall’affinità («osso delle mie ossa, carne della mia carne») e insieme dalla chiara differenza (a essere chiamati a diventare «una carne sola» sono «i due»).

3) Restando dentro la logica del testo, a porre come differenti e complementari i due è l’opera divina, ossia qualcosa che gli esseri umani non decidono. Ci sono molti aspetti della nostra esistenza che semplicemente ci troviamo a gestire (dove e da chi nasciamo, il nostro aspetto, persino il nostro carattere…) senza averli scelti.

Consapevolezza culturale e ascolto di situazioni umane complesse portano anche le chiese, sempre più, a rendersi conto che la stessa condizione omosessuale, o come ci si percepisce, sono un «dato» non scelto da chi la vive. Per questo si sta uscendo dalla condanna di persone che sono autenticamente in questa realtà, perché se non c’è scelta non c’è colpa. Non è però che queste persone abbiano «deciso» di essere come sono. Piuttosto, si tratta di riconoscere chi siamo e decidere come gestire questa nostra esistenza che non abbiamo stabilito noi.

Poi, dal rispetto e accoglienza piena di una persona omosessuale e della sua dimensione di compimento di sé non consegue per forza accettare l’omogenitorialità. È altra cosa che merita di essere rimeditata con calma, ricordandoci che nel generare, il centro non sono i genitori, ma i figli.

Angelo Fracchia
13/05/2023

È chiaro che la questione dell’omogenitorialità è tutt’altro che semplice, con differenze profonde a seconda che si tratti di una coppia gay o lesbica. La posizione della Chiesa, ribadita sia nel Catechismo che nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa cattolica, è che le unioni di fatto (tra persone omosessuali) non sono equiparabili al matrimonio tra uomo e donna.

Ovvio che non è questo il luogo per approfondire il tema. A noi sta certamente a cuore il rispetto e l’amore per ogni persona, contro ogni discriminazione di sesso, etnia, cultura, posizione sociale o colore della pelle.

Assalto all’occidente?

Buon giorno,
qualche parolina su cosa dobbiamo imparare dagli indigeni oceanici. Il timore reverenziale verso la natura era terrore degli spiriti che popolavano le foreste i fiumi le montagne. Ma ciò non impediva loro di praticare l’infanticidio quando la foresta aveva esaurito i frutti, di torturare i nemici o stranieri, straziandoli in modo indicibile (i sopravvissuti rimanevano terrorizzati per giorni e giorni), e non diciamo degli stupri, incesti, cannibalismo, promiscuità, ecc. comuni a tutti i primitivi, compresi i popoli amazzonici, campioni di orrori anche peggiori.

Se l’uomo bianco non avesse lavorato modificando la natura infida del caos primordiale, non ci sarebbe nulla sulla terra, né case confortevoli, né elettrodomestici, e cibo ogni giorno dell’anno, scuole, ospedali, strade, neanche i giornali da cui parlate, ecc.

Tutto ciò che chi non è occidentale invidia vorrebbe possedere senza aver mai lavorato, e tenta di depredare insozzando i luoghi in cui vengono accolti per amore fraterno, ma i fratelli uccidono e restano impuniti, vedi Caino.

La povertà materiale si combatte col lavoro, attività sconosciuta per gran parte di africani, indios, asiatici i quali sono ai primi posti per omicidio, stupro, spaccio di droga violenza contro le donne e i bambini, abbandono dei deboli e malati, terrorismo, conflitti tribali, ecc., bei regali del terzo mondo che non si sviluppa soprattutto in etica.

La natura non ha moralità (papa Wojtyla) e chi vive in armonia con essa diventa una bestia. A questa bestia si stanno avvicinando gli europei. Da quando amano la natura infatti sono diventati animalisti, sodomiti legalizzati (pratica diffusa tra i selvaggi), abortisti gratuiti e altre aberrazioni tipiche di questi individui non certo buoni, miti e innocenti.

I volontari continuano ad essere uccisi. Nonostante il Vangelo la luce è ancora lontanissima. Se scompare la cultura occidentale (ancora in maggioranza buona) sarà la fine per tutti, ma siamo a buon punto verso l’abisso grazie alla vile sovrappolazione di Africa, Asia, America Latina, ricchi di risorse ma non di gente che lavora cioè i maschi le donne sono oberate di tutto e nessuno le protegge. Saluti.

Gli occidentali
email di L.V., 29/04/2023

Forse lo spunto di questa email è stato il nostro articolo sul Pacifico come Territorio di caccia (MC 4/2023, p. 10). Sarebbe stato un testo da ignorare, ma non è stato possibile visto che assurdità simili sono oggi anche sulla bocca di politici con responsabilità di governo.

Molte delle accuse fatte ai popoli indigeni sono quelle che, nei secoli, hanno giustificato il colonialismo e anche la cosiddetta «civilizzazione cristiana». In realtà oggi possiamo tranquillamente dire che sono pure fandonie per giustificare una pseudo superiorità culturale e morale che, di fatto, noi occidentali non abbiamo.

Primo. Cocktail di etnie.
Noi occidentali (e noi italiani, in particolare) esistiamo perché siamo il risultato di un’incredibile mescolanza di etnie diverse: dagli indoeuropei agli schiavi nordafricani, asiatici e nordici che i Romani importavano a migliaia; dai popoli dell’Est (Unni, Longobardi, Mongoli, Slavi e affini), che hanno invaso o trovato casa nelle nostre pianure, ai «mori» che hanno scorazzato per anni nelle nostre valli e razziato le nostre coste.

Secondo.  Violenze.
Quanto a violenze ed efferatezze non siamo secondi a nessuno. Basta ricordare l’Olocausto, la bomba atomica, la schiavitù praticata per secoli e che, pur ufficialmente abolita, continua di fatto in tantissime fabbriche delocalizzate e con la tratta di persone per lavoro nero, prostituzione e pornografia, il colonialismo che ha espropriato tanti popoli delle loro terre e delle loro risorse, il cambiamento climatico in corso causato dal nostro stile di vita, il traffico di armi, le guerre dirette e per procura, fino all’attuale follia in Ucraina.

Terzo. Lavoro.
Siamo davvero sicuri che il nostro modo di lavorare sia il migliore e il più umano? Lavoriamo davvero per vivere meglio e creare un mondo più bello o per avere sempre di più anche sulla pelle degli altri e a spese dell’ambiente?

Quanto a tutto il resto: davvero possiamo vantare superiorità su altri popoli e culture? E circa la fola della sovrappopolazione come minaccia per la nostra etnia, siamo seri per favore. Siamo noi che stiamo scegliendo di morire, rifiutandoci di fare figli.

Senza dire del presunto piano di islamizzazione dell’Europa tramite l’invasione degli immigrati. Fosse vero, basterebbe che i cristiani nominali dell’Occidente tornassero a praticare una fede sincera.