Il 12 ottobre 2025 si è svolto il Giubileo della spiritualità mariana. Nell’omelia della messa celebrata in Piazza san Pietro, papa Leone ha parlato della devozione a Maria come crocevia per ritornare a Gesù, e scoprire la sua presenza nelle realtà cantate nel Magnificat.
«Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr. Lc 1,51-54)».
San Giuseppe Allamano avrebbe goduto immensamente nell’ascoltare queste parole di papa Leone: lui che aveva trascorso metà della sua vita all’ombra di un santuario mariano; che aveva passato lunghe ore di preghiera, contemplando l’icona della Consolata, e che aveva battezzato con il nome della Vergine Consolatrice le due famiglie missionarie da lui fondate: «Missionari e Missionarie della Consolata». Egli spiegava come ognuno di questi due termini fosse sufficiente per caratterizzare la natura dei suoi figli e figlie: missionari mariani per il mondo, con l’impegno di portare ai popoli la vera «consolazione» che è Gesù, figlio di Maria, unico e universale salvatore.
«Il cammino di Maria è dietro a Gesù – ha detto il Santo Padre -, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. “Perché – come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium – ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni e ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53), è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia».
«Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace – ha concluso papa Leone -, interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti».
Giuseppe Allamano, nel frastuono della Grande guerra (agosto 1917), esortava le sue figlie a invocare dalla Consolata il dono della pace: «Speriamo nella Madonna, è il rifugio di tutte le nostre miserie, è la speranza dei disperati, di tutti i disperati; non si può dare alla Madonna altro titolo più bello di questo: speranza dei disperati».
Sergio Frassetto
Con lo sguardo alla Consolata
«Quante lacrime e quante sofferenze trasudano quelle pietre e quei muri, quante grazie invocate e ricevute in occasione di malattie, disgrazie, carestie, peste, guerre, assedi e fame. Senza contare i casi personali che vede unite nel santuario della Consolata le classi popolari e quelle abbienti, l’aristocrazia e la stessa Casa reale».
Ai tempi di Giuseppe Allamano, così veniva descritto il santuario della Consolata, custode di una cospicua varietà di «ex voto» a testimonianza della diffusione, tra la gente, della devozione alla Madonna Consolata e delle grazie ricevute per sua intercessione.
In occasione della festa della Consolata, dello scorso anno, scrivevo che in una zona popolare di Torino, la Consolata fa quadrato con la «santità sociale» di Cafasso, di Cottolengo e di Don Bosco, e si fa prossima alla gente, ne condivide le gioie e le sofferenze e incoraggia a mantenere viva la speranza.
In questa storia di devozione e affidamento, si inserisce san Giuseppe Allamano, per il quale la Consolata rappresentava un punto di partenza in quanto è Lei che ha generato l’Istituto quale fondatrice e madre, e un modello da proporre ai suoi missionari per la vita e la missione.
Infatti, era profondamente convinto che: «La vera Fondatrice è la Madonna. Non c’è dubbio che tutto quello che si è fatto è opera della SS. Consolata. Siamo Consolatini. Dobbiamo stimarci fortunati di portare il nome della Madonna […] dobbiamo essere santamente superbi di appartenere alla Madonna sotto questo titolo invidiato da molti. E quanti ci vogliono bene, perché ci chiamiamo “Missionari o Missionarie della Consolata!”». E per questo ammoniva i suoi missionari: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere».
Allamano e la Consolata
San Giuseppe Allamano ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del santuario e nel divulgare l’amore alla Consolata. La sua profonda spiritualità mariana lo ha portato a promuovere la devozione a Maria Consolata e, personalmente, si riservava giornalmente momenti per appartarsi a contemplare l’icona della Vergine. Con lo sguardo rivolto a lei, dal «coretto», era ricambiato da quello di Maria che lo sosteneva nelle sue incombenze come rettore e lo orientava nelle preoccupazioni per il nascente Istituto.
Padre Igino Tubaldo, Imc, storico dell’Istituto, scrivendo sul santuario della Consolata, ha avuto una profonda intuizione: «Qui si venera un’antica icona di Maria che ispira soavità; come le classiche icone orientali, con le quali ha forse qualcosa di più di una semplice somiglianza, è Maria a guardare il fedele più che a essere guardata. Per tutto quello che avvenne in questo santuario, dentro di esso e attorno a esso, si potrebbe dire che sta alla Madonna come un ostensorio sta all’ostia consacrata».
Questa reciprocità di sguardi è molto suggestiva e ha una duplice applicazione per la nostra vita: lasciarci consolare dallo sguardo della Madonna, per guardare gli altri con lo stesso sguardo di Maria.
Occhi e cuore
Allora l’icona della Consolata diventa un invito a meditare sulla qualità del nostro sguardo, da cui traspare il nostro cuore. Perché è attraverso gli «occhi del cuore» (Ef 1,18), che possiamo trasformare la nostra percezione interiore in un modo di guardare gli altri con accoglienza e consolazione.
Il santo fondatore ce lo ricorda: «Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione, non vi farete santi!». Una devozione «tenera», cioè, che nasce dal cuore perché: «Dove è l’amore, là è l’occhio», (Riccardo di San Vittore), in quanto lo sguardo si dirige naturalmente verso ciò che amiamo e valorizziamo.
«Occhi e cuore» che nella vita del santo fondatore hanno trovato una combinazione esemplare per noi, soprattutto a riguardo della sua forte umanità arricchita da intensità di vita spirituale. Un’umanità che la gente leggeva sul suo volto sorridente, vedeva nei suoi occhi penetranti e percepiva nel suo sguardo intuitivo: «Con espressione sorridente, calma, affabile si faceva incontro ad ogni persona che l’avvicinava. Muoveva alla confidenza anche a motivo del leggero sorriso che risplendeva quasi abitualmente sul suo volto».
Lasciarsi guardare dalla Consolata
Quest’anno vogliamo celebrare la festa della Consolata, contemplando la sua icona. Fermiamoci per un istante a guardarla sulle immaginette, nei quadri delle nostre chiese e cappelle, nei corridoi, oppure negli uffici dove lavoriamo. Insomma: «Sentiamo vicina la Consolata!».
Attenta e premurosa, il suo sguardo ci segue ovunque, ci protegge sulle strade della missione, abita nelle nostre comunità, si china sugli ammalati, ravviva le speranze dei poveri e degli oppressi. Sotto il suo sguardo ci sentiamo famiglia e creiamo fraternità. A lei affidiamo i missionari stanchi e sfiduciati, tutti coloro che si sentono soli e abbandonati, i migranti, i bambini nei campi profughi, i popoli indigeni, quanti soffrono a causa delle guerre e delle ingiustizie e coloro che non conoscono Gesù.
Solleviamo i nostri occhi e lasciamoci abbracciare dallo sguardo amorevole della Consolata, nessuno ce lo rubi; spetta poi a noi diffonderlo con gesti di tenerezza, vicinanza e consolazione dentro le comunità e verso i più bisognosi.
Per questo preghiamo tutti insieme: «Maria Consolata, donaci il tuo sguardo!».
padre James Lengarin,Superiore generale
Celebrazioni centenarie
I Missionari della Consolata che lavorano in Colombia hanno celebrato il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano nella regione amazzonica del Caquetá, il contesto dove, fin dall’inizio del loro arrivo nel Paese, hanno svolto la loro attività missionaria.
Le celebrazioni sono state precedute dagli esercizi spirituali svoltisi a San Vicente del Caguán e guidati da padre Efrem Baldasso, studioso di san Giuseppe Allamano, venuto appositamente dall’Italia. Le sue riflessioni hanno aiutato il gruppo di 60 missionari (sacerdoti, religiosi e laici) a rivivere l’esperienza del santo fondatore che sapeva estrarre dalla sua enorme ricchezza spirituale semplici proposte di umanità, santità, teologia e prassi missionaria.
Gli insegnamenti saggi e pratici del santo fondatore hanno aiutato i missionari a confrontarsi con un presente che richiede una valutazione sincera per potersi aprire al futuro con speranza e continuare la navigazione «da Gerusalemme a Gerico», motto dell’attuale Direzione regionale.
Quella corrente missionaria, nata nel seno del santuario della Consolata nel 1901, ha viaggiato nel tempo, bagnando e fertilizzando territori, popoli e culture. Nel 1947 è arrivata anche in Colombia e, navigando lungo i fiumi Caquetá, Orteguaza e Putumayo, si è diffusa in tutta l’Amazzonia colombiana.
Veglia di preghiera
Conclusi gli esercizi spirituali, i missionari si sono trasferiti a Florencia, la capitale del Caquetá e primo campo del loro lavoro missionario. Qui, nella parrocchia dedicata al primo vicario apostolico della Consolata, monsignor Antonio Torasso, il 9 febbraio si è svolta una celebrazione, iniziata con un momento di preghiera attorno al fuoco che ardeva di fronte alla chiesa, a cui è seguita l’eucaristia presieduta da monsignor Joaquín Pinzón, missionario della Consolata, vicario apostolico di Puerto Leguízamo.
È stata una celebrazione del ricordo e di un rinnovato invio che ha permesso di rileggere la storia missionaria Imc nei suoi elementi essenziali quali il martirio, la profezia e l’eroismo.
«Al loro arrivo in Colombia – ha detto monsignor Pinzón – i missionari non si sono stabiliti comodamente, ma hanno aperto occhi e orecchie per vedere e sentire quale fosse la missione che Dio indicava loro nella fedeltà e in armonia con il carisma di san Giuseppe Allamano. La loro ricerca li ha portati a rivolgere non solo lo sguardo, ma anche il cuore all’Amazzonia facendosi carico del vicariato di Florencia; una scommessa che nasceva solo da cuori visionari e coraggiosi».
«La santità desiderata da san Giuseppe Allamano si è concretizzata nei fiumi, nelle giungle e nei sentieri percorsi dagli intrepidi missionari. Per questo motivo – ha concluso il vescovo – li ricordiamo con gratitudine e chiediamo loro che dal cielo continuino ad accompagnare la nostra missione affinché non ci manchino visione e rischio, santità e fuoco nel cuore, generosità e radicamento».
Celebrazione del centenario
Il giorno successivo, 9 febbraio, la cattedrale di Florencia ha ospitato la celebrazione del centenario della «Pasqua» di san Giuseppe Allamano. Ha presieduto l’eucaristia monsignor Omar de Jesús Mejía, arcivescovo di Florencia, accompagnato da altri presuli tra i quali monsignor Francisco Javier Múnera, Imc, presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Cartagena.
Nella sua omelia, l’arcivescovo ha ricordato con animo riconoscente i grandi missionari della Consolata che hanno posto le basi della chiesa in Caquetá, tra i quali monsignor Antonio Torasso, Angelo Cuniberti e José Luis Serna, e ha affidato a Maria Consolata il lavoro missionario dell’Istituto che continua ancora oggi nelle terre dell’Amazzonia.
a cura di Sergio Frassetto
Postulatore > padre JONAH MAKAU
Chi ricevesse una grazia per intercessione di san Giuseppe Allamano è pregato di notificarlo ai seguenti indirizzi: Postulazione Missioni Consolata • Viale Mura Aurelie, 11-13 – 00165 Roma • Corso Ferrucci, 14 – 10138 Torino E-mail: postulazione@consolata.org
Eredi del suo carisma
Il 16 febbraio scorso i missionari e le missionarie della Consolata hanno celebrato gioiosamente il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano.
Il centenario della morte del nostro fondatore, san Giuseppe Allamano (16 febbraio 1926 – 16 febbraio 2026), è un momento favorevole per fermarsi, meditare e ringraziare il Signore per i numerosi favori che ha fatto ai nostri due istituti. È un’opportunità per rinnovarci spiritualmente e per essere fedeli al nostro carisma ad gentes, così come lui lo ha voluto.
Il centenario ci offre l’occasione di ripercorrere le tappe significative della vita e del ministero sacerdotale di san Giuseppe Allamano, meditando al tempo stesso sulle intuizioni carismatiche che lo hanno reso padre e fondatore delle nostre famiglie missionarie.
Questa felice ricorrenza sia un’occasione propizia per un profetico rilancio del nostro carisma e ci sproni a impegnarci con coraggio nell’annunciare e testimoniare in ogni realtà il Vangelo della consolazione e della speranza.
Allamano, con entusiasmo, diceva: «A ciascuno di voi il Signore ha rivolto la stessa chiamata dei Dodici: “Andate in tutto il mondo e proclamate la Buona Novella a tutta la creazione” (Mc 16,15), lui ha dato, per così dire, ai missionari tutta la terra, tutte le nazioni e popoli. Che cosa potrebbe esserci di più grande di questo? Considerate pure tutte le vocazioni, non ne troverete una più grande di questa… Per voi il Signore ha esaurito tutto il suo infinito amore in fatto di vocazione perché vi ha dato la sua stessa missione».
Con vero orgoglio di figli e figlie, vogliamo vivere l’anno del centenario per dire grazie al Signore per aver suscitato nella Chiesa san Giuseppe Allamano, per avercelo donato come padre e fondatore e per averci chiamati a diventare figli e figlie della Consolata, ed essere così, testimoni di consolazione nel mondo.
padre George Kibeu e suor Generosa Iruma Ireri
Alla tomba di Allamano con benedizione delle 4 torce del carisma.
Presenza viva
Sedici febbraio 2026: sono trascorsi cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano. Missionari, missionarie e laici amici delle missioni affollano la chiesa di Casa Madre e si stringono in preghiera attorno al sepolcro che contiene i suoi resti mortali. Padre James Lengarin, suo successore alla guida dell’Istituto, presiede l’eucaristia solenne e celebra il fondatore come presenza viva e paterna che continua a generare vita in ogni parte del mondo.
Eredità viva e operante
Carissimi fratelli e sorelle della grande famiglia allamaniana, oggi, 16 febbraio, siamo riuniti con il cuore colmo di gratitudine e di memoria viva. Sono trascorsi cento anni da quando san Giuseppe Allamano ha concluso il suo pellegrinaggio terreno per entrare nella pienezza della vita eterna. E, tuttavia, il suo spirito, la sua visione e il suo cuore continuano a guidare i nostri passi. Oggi non celebriamo soltanto un anniversario, celebriamo un’eredità luminosa, una missione feconda, una presenza paterna che continua a generare vita in ogni parte del mondo.
A cento anni dalla sua morte, Allamano continua a parlarci. Ci ricorda che la missione non è un’idea astratta, ma un incontro. Non è un progetto, ma una relazione. Non è un dovere, ma un atto d’amore. La sua vita ci insegna che non servono eroi per cambiare il mondo. Servono persone fedeli. Persone vere. Persone disponibili.
Uno sguardo verso il futuro
In questo centenario non guardiamo soltanto al passato, ma rivolgiamo lo sguardo al futuro, al mondo che ci attende, alle missioni che chiedono coraggio, creatività, compassione. Allamano non è mai partito per le missioni, ma ha fatto partire il mondo. Ha acceso un fuoco che arde ancora oggi in Africa, nelle Americhe, in Asia e in Europa. Ci ha insegnato che la missione non è solo un viaggio geografico, ma un movimento del cuore: uscire da sé per incontrare l’altro.
Servo, seme, parola
In questo centenario, la Parola di Dio ci offre tre immagini che illuminano la figura di san Giuseppe Allamano e la missione che ci ha affidato. Il profeta Isaia ci presenta il Servo del Signore, mite e perseverante, che porta la giustizia senza spezzare la canna incrinata e senza spegnere il lucignolo fumigante. È il ritratto di una missione che non si impone con la forza, ma che trasforma con la fedeltà e la compassione.
In questo servo riconosciamo l’Allamano: un uomo che ha guidato senza clamore, ha formato con pazienza, ha consolato con discrezione, ha creduto nella forza della bontà più che nella forza del rumore.
San Paolo ai Filippesi ci ricorda che l’opera iniziata da Dio in ciascuno sarà portata a compimento. È un invito a guardare alla vita di Allamano come a un’opera di Dio: un seme che continua a crescere nella Chiesa attraverso i suoi figli e le sue figlie missionarie. La gratitudine di Paolo diventa la nostra gratitudine: per il dono del fondatore, per la sua intuizione missionaria, per la sua capacità di generare comunione e di formare cuori maturi e generosi.
Infine, il Vangelo di Marco ci consegna il mandato missionario: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo». È il cuore pulsante della spiritualità allamaniana. Allamano, pur non avendo raggiunto terre lontane, ha messo in movimento il mondo. Non ha attraversato oceani, ma ha aperto vie nuove. Non ha predicato in molte lingue, ma ha insegnato a molti la lingua universale del Vangelo: la consolazione, la fraternità, la speranza.
Alla luce di queste letture comprendiamo che san Giuseppe Allamano non è solo un ricordo, ma una parola viva che Dio rivolge oggi alla Chiesa. È il servo che ha consolato. È il padre che ha generato. È il missionario che ha inviato. È il santo che continua a ispirare.
Uomini di comunione
San Giuseppe Allamano e il canonico Giacomo Camisassa sono stati due uomini uniti da una stessa visione: servire la Chiesa nella comunione, nella corresponsabilità e nella dedizione totale alla missione. Allamano non ha mai pensato la missione come un’opera individuale: accanto a lui, Camisassa è stato mano destra, confidente, consigliere e compagno fedele. Erano un cuor solo e un’anima sola: uno più contemplativo, l’altro più operativo; uno padre spirituale, l’altro fratello leale; uno sognava e l’altro costruiva. La loro collaborazione, vissuta con umiltà e fiducia reciproca, è stata un esempio luminoso di sinodalità ante litteram: camminare insieme, ascoltarsi, sostenersi, condividere il peso e la gioia della missione. Per questo Allamano lo chiamava «Confondatore dell’istituto», riconoscendo che il bene più grande nasce sempre da un cuore condiviso.
Oggi, in un tempo segnato dall’individualismo, la loro testimonianza ci ricorda che nessuno evangelizza da solo, nessuno costruisce il Regno da solo, nessuno porta consolazione da solo. La missione è sempre un’opera di comunione.
Per noi, Allamano e Camisassa rimangono due fari che indicano la via: servire insieme, camminare insieme, amare insieme, perché solo nella comunione la missione diventa feconda.
Compito affidato a noi
San Giuseppe Allamano ci consegna un mandato: continuare ciò che lui ha iniziato. Essere consolazione dove c’è dolore. Essere luce dove c’è oscurità. Essere fratelli e sorelle dove c’è divisione. Essere missione, sempre, ovunque, con gioia. La sua vita, dono prezioso per la Chiesa, continui a ispirare uomini e donne disposti a servire il Vangelo con umiltà, dedizione e gioia.
James Lengarin, superiore generale Imc
Santuario della Consolata, messa per il centenario della morte di San Giuseppe Allamano presieduta dall’ausiliare mons. Alessandro Giraudo
Celebrazioni centenarie
I missionari della Consolata si sono preparati alla celebrazione dei cento anni della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano con un intenso programma di carattere spirituale e culturale.
Pellegrinaggio virtuale: attraverso una piattaforma di videoconferenze, la famiglia della Consolata ha visitato in preghiera i luoghi in cui il padre fondatore è vissuto evidenziando l’importanza e il messaggio che ancora oggi ci donano. Il pellegrinaggio ha avuto come prima tappa Castelnuovo don Bosco nella casa natale di san Giuseppe Allamano. Le due mete successive sono state il santuario di san Giuseppe Allamano, nella Casa Madre Imc, e il santuario della Consolata.
Novena in preparazione alla festa: un gruppo di missionari, missionarie e laici della Consolata ha preparato la novena dal tema «Allamano, pellegrino di consolazione», che ci ha aiutato a vivere nella preghiera i giorni precedenti alla celebrazione del 16 febbraio 2026.
Giornata di studio: sabato 14 febbraio, presso la casa generalizia Imc di Roma, si è svolta una giornata di studio dal titolo «La santità è andare oltre», seguita in streaming dai missionari e missionarie in tutto il mondo. Vi ha partecipato come relatore monsignor Giovanni Crippa, missionario della Consolata, vescovo di Ilhéus (Bahía), in Brasile e il giornalista Alberto Chiara, autore del libro «Oltre. Vita e missione di san Giuseppe Allamano».
15 febbraio, vigilia della festa: è stata celebrata una solenne eucaristia, a Castelnuovo don Bosco, paese natale di san Giuseppe Allamano, presieduta da monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare di Torino.
16 febbraio, festa del centenario: san Giuseppe Allamano è stato celebrato nella chiesa di Casa Madre, a Torino, dove riposano le sue spoglie mortali, con una solenne eucaristia presieduta da padre James Lengarin, superiore generale.
Le quattro torce del carisma: la celebrazione in Casa Madre si è conclusa presso il sepolcro di san Giuseppe Allamano dove il padre generale ha acceso e benedetto quattro torce attingendo dalla lampada che arde presso il sepolcro. Sono le torce del carisma che esprimono l’unità e la missione universale della famiglia della Consolata (missionari, missionarie e laici). Insieme alla reliquia di san Giuseppe Allamano, esse peregrineranno nei quattro continenti, toccando tutte le comunità Imc e Mc. Il pellegrinaggio si concluderà a febbraio 2027 con il ritorno delle torce alla chiesa di Allamano dove rimarranno come segno di comunione di tutte le comunità attorno al loro santo fondatore.
Santuario della Consolata: la festa del centenario si è conclusa con una celebrazione eucaristica pomeridiana presieduta da monsignor Alessandro Giraudo, nel santuario della Consolata, luogo in cui è vissuto e ha svolto il suo ministero per 46 anni san Giuseppe Allamano.
Messaggio: i consigli generali dei missionari e delle missionarie della Consolata, in un messaggio inviato ai due istituti, hanno incoraggiato i missionari e le missionarie ad «attingere sempre di più alla ricchezza della santità del fondatore e a vivere in profondità il nostro carisma, che intreccia insieme santità e missione nello spirito della Consolazione. Chiamati dal nostro padre fondatore, attirati dal suo esempio di vita, ritorniamo con più entusiasmo e dedizione a quel carisma donato alla Chiesa tramite lui: la missione ad gentes, la passione per l’annuncio del Vangelo a chi non ha ancora conosciuto Cristo, con la disponibilità a dare la vita, lasciando le nostre sicurezze, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente, sapendo che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere».
a cura di Sergio Frassetto
Santuario della Consolata, 16/02/2026. Mons Alessandro Giraudo con sr Simona Brambilla, p. Hames Lengarin. mons. Virgilio Pante e sr Lucia Bartolomasi e il rettore del Santuario Don Sergio Baravalle e un diacono.
Da cent’anni sul «balcone del Paradiso»
Celebriamo cent’anni dalla «nascita al Cielo» di San Giuseppe Allamano. Era il 16 febbraio 1926 quando, nella sua abitazione presso il Santuario della Consolata in Torino, circondato da persone a lui care, l’anziano sacerdote rendeva la sua anima a Dio. Egli però credeva fermamente che la morte non avrebbe segnato la fine della sua missione che con tanto zelo aveva vissuto per tutta la vita, ma che invece per lui stava aprendosi una nuova tappa. Avrebbe continuato anche dal Cielo a spronare tutti all’impegno verso una vita cristiana vera, all’annuncio del Vangelo e al servizio dei più poveri ovunque si trovassero. Alcune espressioni a lui care, ripetute tante volte negli ultimi anni della sua vita, soprattutto rivolgendosi ai suoi missionari e missionarie: «Quando io sarò lassù, vi benedirò ancora di più: sarò poi sempre sul “pugiol” (balcone, nda)»; «Farò di più là che di qua»; «Io dal Paradiso vi assisterò». Da quel lontano 16 febbraio 1926, la sua voce, i suoi appelli, i suoi richiami sono mai venuti meno sia nel Santuario della Consolata dove aveva esercitato per 46 anni il suo impegno pastorale, come nelle case dei due Istituti da lui fondati, o nelle lontane terre evangelizzate dai suoi missionari e missionarie. Quegli appelli hanno avuto anche echi ampi in alcune occasioni particolari, quali il giorno della sua beatificazione in piazza San Pietro a Roma per bocca di San Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990, oppure nel giorno della sua canonizzazione nella stessa piazza attraverso le parole di Papa Francesco il 20 ottobre 2024. Erano richiami rivolti a tutta la Chiesa perché vivesse un rapporto profondo con Dio per poterlo annunciare come Padre pieno di amore verso tutti, ma soprattutto prediligendo i poveri, coloro che sono discriminati, i lontani. Celebrando il centenario della santa morte di Giuseppe Allamano veniamo sollecitati ad applicare alla nostra realtà di vita, oggi, quel suo duplice sguardo: il primo rivolto in alto verso Dio sommamente amato e poi verso ogni persona, soprattutto a quelle più bisognose. Ai suoi missionari non si stancava di ripetere: «prima santi e poi missionari», perché era profondamente convinto che senza un rapporto profondo e sincero con Dio non ci poteva essere «missione». Tale proposta di cammino cristiano, Allamano lo estendeva a tutti coloro che lo avvicinavano: sacerdoti, religiose, laici.
Lo sguardo verso l’Alto Già a quel tempo, quando la santità pareva riservata a persone eccezionali, consacrati o sacerdoti che fossero, Giuseppe Allamano non aveva timore di proporre a tutti il cammino di santità. Lo proponeva ai giovani che si avvicinavano all’Istituto perché sognavano la missione in Africa. Diceva loro: «Perché siete venuti nell’Istituto? Non per realizzare un sogno, ma per farvi santi». Lo suggeriva a tutte le persone che gremivano il suo confessionale: una santità della vita quotidiana, vissuta in ogni circostanza della vita. Non una santità «da miracoli», ma del «bene fatto bene, senza rumore». Papa Francesco più volte nella sua predicazione o nei suoi documenti ritornerà proprio su questo stesso stile di santità. Così nell’udienza del 19 novembre 2014: «Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi».
Lo sguardo verso gli altri Dall’inizio del secondo millennio la Chiesa cerca di fare sperimentare l’amore di Dio a tutta l’umanità, facendo sentire la sua presenza nelle situazioni di maggiore povertà, bisogni, e di ogni indigenza. Se Dio è amore, più mi avvicino a Lui più sento la spinta a vivere la comunione con quanti ci stanno accanto. Le radici dell’amore a Dio trovano la sua espansione nell’albero dell’amore agli altri. Così San Giovanni della Croce, ad esempio, afferma che una volta che l’anima è salita al monte Carmelo, è invitata a scendere, per occuparsi della redenzione del mondo, del bene delle anime. Così anche Santa Teresa d’Ávila, giunta alla settima mansione, cioè nel cuore del «Castello interiore», esce incontro all’umanità bisognosa di Dio. Così è dell’umanesimo spirituale di San Francesco di Sales, del metodo pedagogico di San Giovanni Bosco, delle opere caritative di San Vincenzo de’ Paoli e di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, l’espansione missionaria di tanti istituti. Questi santi e sante sanno riconoscere Dio nei loro fratelli e sorelle, e si alternano lasciando Dio raggiunto nella preghiera e nel silenzio, per andare incontro a Dio nel prossimo. In tempi recenti, gli Istituti fondati a San Giuseppe Allamano stanno spingendo la loro azione evangelizzatrice anche nelle terre più lontane, come Mongolia, Kazakistan e Uzbekistan, per testimoniare a tutti il Vangelo dell’amore e l’azione liberatrice di Cristo Gesù.
In ogni ambiente Questo centenario ci aiuti a capire che, sulla scia tracciata da Giuseppe Allamano e da tanti santi dei secoli passati, anche noi possiamo sentire la spinta alla santità e alla missione in ogni ambiente in cui ci troviamo a vivere e operare. Da quel «balcone del Paradiso», dove gode la pace dei beati, Allamano continua a sollecitare la Chiesa di oggi e tutti noi a seguire il suo ideale per «fare di Cristo il cuore del mondo».
Piero Trabucco
Dalla nostra rivista, 100 anni fa
Siamo lieti di condividere con voi la copia integrale della nostra rivista pubblicata nel marzo 1926, immediatamente dopo i funerali di San Giuseppe Allamano.
«Martedì, 16 febbraio (1926), alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Re.mo canonico Giuseppe Allamano Fondatore e Superiore generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino».
Giuseppe Allamano vegliato nella camera ardente, 17 febbraio 1926
Queste sono le parole che aprono le sedici pagine dedicate all’evento che ha segnato la vita dei due Istituti e della Chiesa di Torino. Le pagine raccontano «La morte del Giusto» (vedi MC 1/2026), seguita dal «Commovente tributo d’affetto del Clero e Popolo di Torino» e dalla «Mirabile apoteosi» del funerale. Segue una breve sintesi della sua vita come «L’Uomo di Dio», e si conclude con «L’elogio del Papa» (Pio XI).
Qui trovate il periodico nella sua integrità, come è stato pubblicato cento anni fa. Buona lettura. Uniti nella preghiera e nel ringraziamento con tutti i Missionari e le Missionarie della Consolata e con la Chiesa torinese.
N:B: per facilitare la lettura utilizzare il menu qui sotto o scaricare il file (formato pdf).
Il 16 febbraio 2025 si è celebrata per la prima volta la solennità di san Giuseppe Allamano dopo la sua canonizzazione. Da quella data, la Famiglia Consolata ha iniziato un percorso di animazione verso il centenario della morte del suo fondatore (16 febbraio 2026). «Dopo cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i nostri due istituti si sono evoluti e trasformati; lungo gli anni si sono evidenziate situazioni nuove e nuove problematiche, ma la canonizzazione del padre fondatore ci aiuta a superare tutto e a dare risposte adeguate ai nuovi contesti se saremo capaci di riavvicinarci e identificarci al carisma da lui trasmesso», ha detto il superiore generale, padre James Lengarin.
Ravvivare e rivitalizzare il carisma che Allamano ci ha lasciato come preziosa eredità è l’impegno che accompagna i missionari lungo il cammino di quest’anno. Un carisma sbocciato dalla santità del fondatore e che raggiunge la sua massima espressione nell’impegno di vivere come santi secondo il motto a lui caro: «Prima santi, poi missionari».
Il fatto che le due famiglie missionarie fondate da san Giuseppe Allamano continuino a svolgere la loro opera, sul solco da lui tracciato, a distanza di un secolo dalla sua morte è prova certa della buona radice da cui sono germinate: la sua santità. Ecco perché questo anniversario diventa occasione per celebrare anche i 125 anni di esistenza dei Missionari e i 115 delle Missionarie della Consolata. La loro opera, in questi 100 anni, ha cambiato la vita di tante persone e di popoli interi, rivelando indirettamente i tratti della ricca personalità del padre fondatore.
«Come Famiglia Consolata desideriamo vivere intensamente questo tempo insieme a lui, contemplare la sua santità, ascoltarlo, pregarlo e sperimentarlo sempre di più come padre che illumina il nostro cammino, in cui ci sentiamo ancora una volta invitati a un rinnovamento spirituale profondo della nostra identità di missionari inviati ad annunciare il Vangelo a chi ancora non lo conosce», ha concluso padre Lengarin.
Nel celebrare il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i missionari e le missionarie, in comunione con la vasta rete dei laici missionari, amici e benefattori, guardano al futuro con spirito positivo, impegnati a cogliere i segni dei tempi, in un mondo in rapida trasformazione, per continuare a essere segni di consolazione per tutti coloro che attendono l’annuncio della salvezza di Cristo.
Sergio Frassetto
Padre e fondatore
Cent’anni fa, il 16 febbraio 1926, morì il canonico don Giuseppe Allamano, sacerdote della diocesi di Torino. È passato un secolo e la presenza di quest’uomo, fragile come un cristallo, resistente come il diamante, rimane viva nell’esemplarità del suo zelo sacerdotale, nelle opere realizzate, nell’attività dei suoi Missionari e Missionarie. Anziché morire, i santi suscitano energie nuove, trascinano con la forza della loro vita e con la proposta del loro insegnamento. A Giuseppe Allamano, santo tra i santi, i Missionari e le Missionarie della Consolata si rivolgono nella preghiera e lo invocano come padre e fondatore.
Padre
L’immagine della generazione esprime trasmissione di vita e amore. Anche san Paolo la usa con i cristiani ai quali ha annunciato il Vangelo. Fra l’apostolo e le comunità si stabilisce una relazione profonda. Esse potranno avere molti maestri… ma lui solo ne è il padre. Parole che Allamano riprende nei confronti dei suoi missionari. Espressione che dice tutto l’interesse e l’amore che egli ha per loro.
È padre, perché dona uno spirito: quel modo di percepire e di vivere il Vangelo che è tipico dei santi. Quel modo di sentire e compiere la missione che distingue i Missionari della Consolata. Questo spirito, Allamano è cosciente di possederlo. Desidera comunicarlo. Lo fa con intensità, nell’insegnamento e nei contatti personali. Ne è geloso. Non permette interferenze. Chi non lo condivide, vada pure altrove. Meglio pochi, ma radicati in quello che egli intuisce e offre come spiritualità propria dei suoi missionari.
C’è una paternità spirituale, e quindi perenne. Ma c’è anche una paternità a livello di relazioni umane. Anche questa Allamano la vive in profondità. Ognuno si sente accolto nella sua singolarità. Ognuno ascolta la sua parola di incoraggiamento. La figura del padre è quella che maggiormente impressiona quanti lo conoscono. Le testimonianze, a questo riguardo, sono numerose. Molti ricordano il primo incontro con lui, le sue parole, i suoi gesti. Ricordano il suo sorriso e le sue delicatezze verso i parenti.
Padre di una famiglia
Essere padre è il suo stile di educare e formare. Per lui l’istituto è una famiglia. Parla molto di famiglia e di fraternità. Tutta la formazione e tutta la vita del missionario gravitano attorno a queste dimensioni. Come un padre, Allamano racconta tutti gli eventi della famiglia. L’Africa dev’essere molto vicina per i giovani studenti di allora! Le gioie e le sofferenze di ognuno devono essere di tutti. E quello «spirito di corpo» – altro modo di esprimere la coesione della famiglia – è forte. Uno per tutti e tutti per uno. Quando la formazione era di carattere piuttosto disciplinare, Allamano è originale ed efficace nel suo metodo. Metodo e spirito che ancora caratterizzano ovunque i Missionari e le Missionarie della Consolata.
Fondatore
Allamano non vuole essere chiamato fondatore, anzi lo proibisce esplicitamente. La Consolata è la vera fondatrice. Ma, nonostante la sua umiltà, è fondatore. Non sono da ricercare forme straordinarie di ispirazione riguardo alle due famiglie missionarie da lui fondate. Non le ha, né le cerca. Gli bastano i richiami dall’Africa, l’abbondanza di clero in Piemonte, il desiderio di alcuni sacerdoti di andare in missione, la necessità di un nuovo tipo di suore per la missione. Gli basta la parola della Chiesa. Gli è sufficiente l’obbedienza. È in queste realtà che lo Spirito opera. Perché è certo che ogni vita nella Chiesa e ogni dono all’umanità scaturiscono dallo Spirito, inesauribile nel rispondere con creatività al dinamismo degli uomini.
Uomo dello Spirito
Nonostante il suo pragmatismo, fatto di studio e riflessione, di sondaggi e contatti, Allamano è un uomo dello Spirito. Uomo che conduce alla santità; che rende la Chiesa sempre più idonea a svolgere la sua missione di universale sacramento di salvezza. Questi sono, infatti, i due aspetti che qualificano un fondatore: contribuire alla sempre maggiore comprensione del Vangelo e porsi al servizio della Chiesa.
Indubbiamente, Allamano è maestro di sapienza e di santità. Lo è per i seminaristi e il clero diocesano. Lo è per le molte persone di ogni ceto che ricorrevano al suo ministero di confessore e di consigliere. Ma lo è, in modo eminente, per i suoi missionari e per le sue missionarie. Il richiamo alla santità, condizione indispensabile per l’apostolato, è continuo. E a una santità specifica, da missionari. Lo si comprende soprattutto considerando i mezzi da lui suggeriti. Due espressioni caratterizzano la sua proposta a quanti intendono seguire Cristo come discepoli: «Fare bene il bene», e «essere straordinari nell’ordinario». In questo c’è dell’eroico, ci si santifica. Qui c’è l’intuizione carismatica propria di ogni fondatore nel proporre una via per vivere il Vangelo.
San Giuseppe Allamano vive
Il centesimo anniversario della scomparsa di san Giuseppe Allamano ci parla di vita più che di morte. Egli è vivo nella fama della sua santità, nello spirito a noi trasmesso. Vive nella paternità spirituale e carismatica. Vive nei Missionari e nelle Missionarie della Consolata che continuano a nutrirsi della sua parola. Vive in quanti ne ammirano l’attività apostolica, lo zelo pastorale, la santità sacerdotale. Vive ancora in quanti, seguendo l’opera dei Missionari della Consolata, diventano parte della loro famiglia e condividono la paternità di Allamano.
Il centenario della sua nascita al cielo contribuisce a rinvigorire questa continua presenza e vitalità che fa ardere nel cuore il fuoco della missione per portare a tutti gli uomini il lieto annuncio del Vangelo.
a cura di Sergio Frassetto
La Santità celebrata
I missionari della Consolata che vivono e lavorano in Venezuela hanno celebrato con grande gioia la canonizzazione di san Giuseppe Allamano.
Tutti noi abbiamo potuto vedere e sentire papa Francesco pronunciare il rito della canonizzazione e abbiamo provato un’emozione traboccante nel seguire questo evento meraviglioso da lontano.
Vedere tanti sacerdoti, religiosi e laici, che parlavano lingue diverse, ma uniti in un solo cuore, celebrare come una grande famiglia ci ha riempito di gioia. Era la famiglia sognata da san Giuseppe Allamano che proprio lì, in Italia, aveva iniziato quel grande progetto missionario che oggi è una realtà in 35 Paesi del mondo.
In Venezuela, come famiglia della Consolata, abbiamo toccato quel «piccolo pezzo di cielo» il 27 ottobre 2024 con una celebrazione di ringraziamento che si è svolta nel Santuario di Nostra Signora di Coromoto, situato nel settore El Paraíso della capitale Caracas.
L’eucaristia è stata presieduta da monsignor Lisandro Rivas, missionario della Consolata, vescovo di San Cristobal. Lui e padre Nebyu Elias, superiore delegato Imc, erano appena tornati da Roma dove avevano partecipato al solenne evento della canonizzazione, per cui ci hanno trasmesso tutte le meravigliose impressioni che avevano vissuto in quell’evento.
Insieme a loro c’erano tutti i missionari e le missionarie della Consolata che lavorano in Venezuela, padre Ricardo Guillén, direttore delle Pontificie opere missionarie (Pom), padre Alfredo Infante, superiore dei gesuiti in Venezuela, padre Gonzalo Becerra, superiore dei redentoristi e il diacono permanente Eduardo Jiménez che ha annunciato il Vangelo.
È stata una celebrazione emozionante e indimenticabile per noi che facciamo parte della grande famiglia Imc, ma anche per gli amici, i benefattori, le congregazioni religiose amiche e i parrocchiani in generale. Tutti abbiamo vissuto un’eucaristia intrisa dell’ardore missionario che il nuovo santo ci ha lasciato in eredità.
Prima della messa, ha avuto luogo la XXII marcia missionaria giovanile, che si realizza ogni anno durante il mese delle missioni e che, in quell’occasione si è svolta lungo le vie circostanti, fino a concludersi in chiesa. Si tratta di un’attività di animazione missionaria nata per iniziativa dei Missionari della Consolata e che oggi si realizza in collaborazione con le Pom e la Pastorale giovanile di Caracas.
Lo scopo della marcia è di animare i giovani delle scuole, delle parrocchie e dei movimenti cattolici all’impegno missionario acquisito nel battesimo. In questa occasione, si è data particolare enfasi alla figura di san Giuseppe Allamano, missionario per eccellenza.
La camminata è stata caratterizzata da canti, dinamiche, animazioni e riflessioni su temi di attualità e sfide di interesse per i giovani, organizzati con grande creatività e fantasia dai gruppi responsabili.
Va notato che in tutte le nostre presenze missionarie, nella città di Barquisimeto, a Barlovento tra gli afroamericani, e tra gli indigeni di Tucupita e Nabasanuka c’è stato un momento di preghiera e ringraziamento.
La nostra gioia è grande: siamo felici di far parte della famiglia della Consolata e chiediamo a Dio di aiutarci a mantenere vivo questo entusiasmo per continuare a lavorare sempre in comunione confidando nell’intercessione di san Giuseppe Allamano.
padre Beni Kapala
Cento anni e «oltre»
L’anno che sta arrivando sarà ricco di anniversari per i Missionari e le Missionarie della Consolata. Diventa un’occasione per ripensare al passato e capire meglio il presente. E magari progettare le mosse future.
«Stasera voglio parlarvi di una bella pratica che desidero sia da voi… praticata… quella degli anniversari».
Esordiva così, Giuseppe Allamano, «il signor Rettore», in una delle consuete conferenze formative domenicali (quella di domenica 21 gennaio 1912) ai suoi missionari della Casa Madre di Torino. Desiderava convincerli dell’importanza di tenere un calendario del cuore, in cui appuntarsi le date significative della vita di ognuno: nascita, battesimo, cresima, prima comunione, ordinazioni.
Ogni ricorrenza, infatti, aiuta a far memoria e la memoria ci mantiene «sul pezzo», facendoci vivere al meglio il presente e proiettandoci nel futuro.
Allamano visse con questo spirito la celebrazione dei 25 anni di fondazione dell’istituto, le «nozze d’argento», trascorsa ricopiando le ultime disposizioni testamentarie, con uno sguardo realistico sulla sua ormai compromessa situazione di salute, ma anche aperto a chi e a cosa gli sarebbe sopravvissuto e ne avrebbe continuato l’opera. Era il 29 gennaio 1926. Poco più di due settimane più tardi, il 16 febbraio, il canonico Giuseppe Allamano sarebbe morto al Santuario della Consolata, il luogo che per 46 anni aveva servito con amore e totale dedizione.
Oggi tocca a noi riportare alla luce un passato che ci definisce, che continua a suggerirci chi siamo e cosa dovremmo essere. Poco più di un anno fa, il 20 ottobre 2024, Roma e Torino si sono riempite dei colori e dei suoni del mondo grazie alle centinaia di persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, venute in pellegrinaggio per vederlo santo.
Tuttavia, al di là della bellezza del ritrovarsi insieme, la canonizzazione del nostro fondatore ci ha obbligato a fare un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire le ragioni della sua santità. È stata un’occasione unica per ripensare alle nostre radici, provare a confrontarci oggi sul nostro modo di vivere la missione e capire come essere autenticamente Missionari della Consolata domani.
L’ormai imminente anno 2026 ci sembra essere, dal punto di vista celebrativo, particolarmente fecondo. Il 16 febbraio festeggeremo il centenario della morte o, per meglio dire, della «nascita al cielo» di san Giuseppe Allamano. Questa data, tuttavia, verrà preceduta da un altro momento celebrativo importante: il 125° anniversario della nascita dell’Istituto Missioni Consolata, avvenuta il 29 gennaio 1901. Non si può separare il ricordo del Fondatore da quello della sua fondazione.
È stato grazie ai missionari e alle missionarie che lo spirito di Giuseppe Allamano ha continuato a vivere in tanti luoghi e in mezzo a moltissimi popoli, dando continuità al suo carisma, facendone conoscere il nome, con orgoglio e gratitudine. La storia dei missionari e delle missionarie della Consolata si è innestata in quella di Giuseppe Allamano e ne ha dato seguito, l’ha portata a compimento.
In quattro continenti
Forse non sempre le cose sono riuscite così come l’Allamano avrebbe desiderato, non sempre siamo stati capaci di vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza di tutti i giorni, la ferialità della vita religiosa e missionaria. Non sempre, forse, siamo riusciti a «fare bene il bene» e a farlo senza rumore, con l’understatement tutto piemontese con cui il Fondatore condiva le sue azioni. E, senz’altro, molte volte siamo stati missionari senza prima essere santi, santi come lui, eroico nelle sue virtù.
Missionari, però, questo sì, lo siamo stati. Allamano si è reso presente in quattro continenti grazie alla partenza dei suoi figli e delle sue figlie, che hanno parlato di Cristo, della Consolata, ma anche di quest’uomo minuto, silenzioso, che nella sua vita ha mosso poco le gambe, ma ha fatto correre il cuore.
Il 2026 porterà con sé anche una terza ricorrenza, certamente non così significativa come le altre due; tuttavia, l’affetto e la riconoscenza di tante comunità che hanno avuto modo di conoscere i Missionari della Consolata ci rende orgogliosi anche del più piccolo di questi anniversari: i 25 anni della Fondazione Missioni Consolata Ets (MCets). Nata nel giugno del 2001 come Missioni Consolata Onlus per poter rendere più efficace e organizzato il lavoro di cooperazione svolto dai missionari, la fondazione ha cambiato nome, ma non lo spirito con cui opera negli ambiti dell’educazione, sanità, e molto altro. MCets è anche l’editore di questa rivista che state leggendo, nonché la struttura organizzativa dietro ai programmi del Cam, acronimo di Cultures and Mission, il polo culturale e di promozione missionaria aperto a Torino, presso la Casa Madre dei Missionari della Consolata due anni fa.
Chi volesse saperne di più sulla fondazione può trovare tutte le informazioni necessarie sul sito www.missioniconsolataets.it.
MCets ha passato 25 anni a servizio delle attività dei missionari della Consolata nel mondo, mantenendo vivo lo spirito ereditato dal fondatore che sempre intese la promozione umana come una componente irrinunciabile dell’evangelizzazione. «Ameranno una religione che offre le promesse dell’altra vita e rende più felici su questa terra», scrisse Giuseppe Allamano ai suoi missionari del Kenya, in una lettera datata 10 ottobre 1910, parlando delle persone a cui erano stati inviati e alle quali dovevano, con la testimonianza della loro vita, dimostrare che il Regno di Dio inizia già qui, su questa terra. Agli stessi missionari aveva detto: «Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini», un pensiero che è rimasto alla base del metodo di evangelizzazione adottato dai missionari della Consolata e del loro modo di fare cooperazione.
Una nuova biografia
Per esercitare concretamente «la bella pratica» degli anniversari da celebrare, Missioni Consolata Ets ha promosso la pubblicazione di una nuova biografia del Padre Fondatore: «Oltre. Vita e Missione di San Giuseppe Allamano», di Alberto Chiara, pubblicato presso le edizioni Effatà. Non è certamente la prima biografia dedicata alla sua figura: ricordiamo, tra i principali contributi, la straordinaria e completissima opera di padre Igino Tubaldo e i volumi molto più agili di Domenico Agasso e padre Giovanni Tebaldi. Soprattutto questi due testi, ormai purtroppo esauriti, sono serviti all’autore da riferimento per seguire le vicende storiche di questo prete vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, nipote di san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti come lo zio e come un’altra eccezionale figura della chiesa di quegli anni: san Giovanni Bosco.
Alcune caratteristiche rendono quest’ultima fatica letteraria particolarmente interessante e meritevole di lettura. Il titolo, «Oltre», descrive Allamano in quella che fu una delle sue peculiarità: aver fondato due istituti missionari senza essere mai «partito» lui stesso per la missione. Un santo «glocal», lo definisce Alberto Chiara ripescando un termine in uso anni fa per definire il carattere globale e allo stesso tempo locale di una determinata realtà.
Allamano visse il suo ministero sacerdotale in modo pieno e realizzato nella Torino dei suoi tempi. Il Santuario della Consolata rimase il centro operativo delle sue attività, da cui non si staccò mai per ben 46 anni. Un luogo a cui dedicò sforzi non indifferenti per rimetterlo a nuovo e offrire un servizio pastorale e liturgico di prim’ordine affinché chi vi entrasse potesse vivere un’autentica esperienza di incontro con Cristo e con Maria, sua Madre.
Eppure, nel contempo, Allamano seppe andare oltre, con la mente e con il cuore, offrendo alla Chiesa di Torino la possibilità di incontrarsi con altri mondi, altre culture.
Alberto Chiara, per molti anni redattore di «Famiglia Cristiana», grande viaggiatore e narratore di storie di Chiesa in giro per il mondo, con stile giornalistico va anche oltre la vita stessa di Giuseppe Allamano, mettendola in dialogo con quanto avviene nel mondo, nella consapevolezza che davvero, in questa nostra vita, tutto è interconnesso, collegato, in relazione, come Papa Francesco ha scritto a chiare lettere nella sua enciclica «Laudato si’», dedicata alla cura della casa comune.
Alberto Chiara evidenzia, però, anche un «oltre» temporale, portando l’opera di Allamano fino ai nostri giorni e aprendo uno spazio che la proietta in un futuro a noi ancora sconosciuto. È forse questo il contributo più originale del libro, annunciato già dalla copertina, nella quale il volto del santo è avvolto in una «nuvola» di parole che ne raccontano lo spirito e la missione. Alcuni di questi termini, come ad esempio migrazioni, minoranze non appartengono al cuore della spiritualità originaria di Allamano, ma sono diventati temi e priorità nell’attività dei missionari nei vari contesti in cui si sono dovuti confrontare.
Del resto, Alberto Chiara ha conosciuto lo spirito di Allamano negli anni ’90 attraverso i suoi missionari. In qualità di inviato del suo giornale, ne ha raccontato il lavoro, faticoso e rischioso, nell’Amazzonia brasiliana, in una delle missioni più significative e sfidanti, in difesa del diritto alla terra delle popolazioni indigene.
Proprio all’Amazzonia è dedicato uno dei capitoli più toccanti del libro, con il racconto, più volte narrato anche sulle pagine di questa rivista, del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano: la guarigione di Sorino, l’indigeno Yanomami attaccato e quasi ucciso da un giaguaro in piena foresta.
La biografia non si conclude con la morte di Giuseppe Allamano, avvenuta al Santuario della Consolata il 16 febbraio 1926, ma termina con la descrizione della missione attuale dei missionari della Consolata. Per l’autore è chiaro che anche il 16 febbraio 2026, data in cui festeggeremo il centenario della nascita al cielo di Giuseppe Allamano, non sarà il termine reale e definitivo della storia che ha narrato.
Allamano continua a vivere in coloro che, a Torino come nel resto del mondo, si lasciano ispirare dalla sua intuizione, e continuano, attraverso il loro impegno, ad allargare a dismisura i confini della Chiesa.
Il suo è un invito a continuare ad avere fiducia e speranza in Dio per poter essere annunciatori del suo amore nel mondo, un invito che vale per tutti, noi inclusi. Lo dice bene Alberto Chiara, nelle ultime righe del volume: «Una cosa è certa, anzi due. La prima: grazie all’opera dei Missionari e delle Missionarie della Consolata attivi in circa trenta Paesi, san Giuseppe Allamano continua a essere un modello di fiducia, non a caso richiamato più volte nel corso del 2025, Anno Santo della speranza. Ancora oggi la sua spiritualità sprona tutti a vivere con impegno il “qui e ora”, considerando ogni istante come un momento favorevole per l’azione di Dio, senza sottrarsi ciascuno alle proprie responsabilità. Il segreto per saldare Cielo e Terra, l’infinito e l’ingarbugliato intreccio della storia rimane quello indicato dal canonico: l’abbandono confidente al Signore e alla Vergine Maria».
Ugo Pozzoli* *Coordinatore della Fondazione Missioni Consolata Ets, già direttore editoriale di MC.
Il libro «Oltre» si trova nelle librerie o potete richiederlo a Missioni Consolata Ets, corso Ferrucci 14, 10138 Torino Chiamate al 011 4400400 o scrivete una email a: segreteria@missioniconsolataets.it oppurespedizioni@missioniconsolataets.it (vedi contatti)
Braccio destro del beato Giuseppe Allamano per 42 anni, Giacomo Camisassa è stato un uomo e un prete schivo che non amava far parlare di sé, ma che ha lasciato un segno unico e irripetibile nella Chiesa torinese e nella vita dei Missionari e Missionarie della Consolata. Nato il 26 settembre 1854, quest’anno ricorrono i cento anni dalla sua morte, avvenuta il 18 agosto 1922.
Giacomo Camisassa in Kenya con missionari e suore Vincenzine
ll 18 agosto 2022 ricorre il centenario della morte del canonico Giacomo Camisassa, confondatore dei nostri due Istituti missionari, fraterno amico e strettissimo collaboratore del fondatore Giuseppe Allamano, il quale ben difficilmente avrebbe messo mano all’opera della fondazione senza di lui.
Desideriamo riscoprire la figura di questo vero uomo di Dio, tutto dedito al Regno, alla Chiesa, alla Missione, ai nostri Istituti, capace di vivere «la beatitudine di essere secondo» coltivando un’amicizia profondissima, intensa, fedele, rispettosa con l’Allamano che egli considerava «padre».
Tra l’Allamano e il Camisassa ci fu un’intesa straordinaria, che portò a una stretta collaborazione che si rivelò un dono particolare di Dio, proprio in vista di quanto avrebbero realizzato assieme.
Il segreto della loro profonda amicizia ci pare che si possa trovare nella loro spiritualità. L’Allamano ricevette da Dio la vocazione di fondare i due Istituti missionari. Il Camisassa ricevette la vocazione di essere il collaboratore indispensabile nella realizzazione della missione dell’Allamano. Non è fuori posto pensare che, senza l’apporto continuo e attento del Camisassa, l’Allamano non avrebbe realizzato quanto invece portò a termine in tutte le sue iniziative. Il ruolo specifico del Camisassa non consistette solo nella stima e nel rispetto verso l’Allamano, ma anche nella capacità di capirlo, di interpretare le sue idee e di collaborare stando sempre al proprio posto. Non ci furono momenti nei quali il Camisassa volle sostituirsi all’Allamano, mai.
Tra il Camisassa e l’Allamano la fiducia era totale. Si comunicavano idee, sentimenti, intuizioni, impressioni, informazioni, situazioni e notizie, anche sul personale, sicuri della reciproca confidenzialità.
L’Allamano ebbe l’abilità di scegliersi un collaboratore che lo completasse. Aveva potuto conoscere le qualità del Camisassa durante il periodo del seminario, trovandolo adatto e affine, pur nella diversità.
Durante i 42 anni di convivenza al Santuario della Consolata, il Camisassa fu sempre il «Vicerettore» ed economo. Giuseppe Allamano, il Rettore, l’aveva richiesto come «coadiutore» e tale il Camisassa rimase per tutta la vita. Un binomio inossidabile ed esemplare di vita e di apostolato, che niente riuscì a spezzare, nemmeno le varie proposte di promozioni a incarichi più autorevoli, quali l’episcopato in diocesi piemontesi.
La profonda sintonia tra il Camisassa e l’Allamano maturò nella continua ricerca del dialogo, cibo quotidiano per sostenere i loro molteplici impegni apostolici e per crescere nella mutua comunione.
Il Camisassa non aveva segreti per l’Allamano.
L’Allamano e il Camisassa si erano impegnati a «dirsi sempre la verità», e lo fecero. Un mezzo che avevano appreso dagli anni del Seminario e che non tralasciarono mai era la cosiddetta «correzione fraterna».
Cento anni dopo la morte del Camisassa, siamo qui a commemorare la sua straordinaria figura di uomo di Dio, uomo di comunione, uomo di acuta intelligenza e profondissima umiltà, uomo di alacre operosità e intensa vita interiore, che ebbe una parte essenziale e insostituibile nella nascita e sviluppo dei nostri Istituti. In comunione,
suor Simona Brambilla e padre Stefano Camerlengo
(Testo adattato e ridotto dalla lettera dell’8 dicembre 2021, Anno del Camisassa nel centenario della sua morte, dei due superiori generali ai Missionari e Missionarie della Consolata e loro amici e benefattori)
12/11/1916. Visita del cardinal Giovanni Cagliero – nel mezzo tra l’Allamano e il Camisassa – alla Casa Madre dei Missionari in Torino.
«Non dimenticate quest’uomo!»
Giacomo Camisassa, il gregario ideale
Ricordare una persona, nel senso etimologico, è «riportarla al cuore», ravvivandone una riconoscente memoria. Giacomo Camisassa, sacerdote di Torino, fu un uomo di Dio, lavoratore instancabile e umile, con grandi capacità di relazione. La sua amicizia con il beato Giuseppe Allamano segnò la vita di entrambi e dei due istituti missionari di cui fu confondatore.
«Non potremmo certo dimenticarlo e dimenticare il bene che fece per l’Istituto, per il quale tutto si sacrificò fino all’ultimo respiro della sua preziosa e santa vita» (Beato G. Allamano, lettera circolare ai Missionari, 20 giugno 1923).
Personalità armoniosa
Prima foto di Giacomo Camisassa. Risale al 1884.
Prima di raccontare la vita del Camisassa e il bene da lui realizzato, è utile riflettere sul fatto che la sua fu una personalità armonica e armoniosa, nella quale maturità, responsabilità, equilibrio e stabilità si seppero intrecciare mirabilmente. Le numerose doti, le molteplici attività intraprese, la grande capacità di relazioni, la vita cristiana vissuta in modo missionario e lo spirito di fede per essere in sintonia con il progetto di Dio su di lui, si fusero in una grande unità e caratterizzarono la solidità della sua personalità.
Per essere veramente ben compreso, ogni atto della sua vita va letto alla luce della totalità della sua esistenza. Che egli fosse un «lavoratore» indefesso e geniale tutti l’ammettono facilmente. Anzi, monsignor Gaudenzio Barlassina, allora vescovo della Prefettura apostolica del Kaffa in Etiopia, commemorandolo nel primo anniversario della morte, mise in guardia coloro che del Camisassa coglievano soltanto questa dimensione: «Quelli che lo guardano con un occhio solo, non vedono in lui che una meravigliosa operosità. Ma noi, che abbiamo avuto agio di rimirarlo con due, abbiamo potuto scorgere e contemplare la sua eccelsa virtuosità, non inferiore alla capacità tecnica, alla sua costante attività».
Uomo concreto
Il canonico Camisassa, di costituzione robusta e tendente all’obesità, fornito di rara intelligenza e di ferma volontà, era un uomo eminentemente pratico e sempre in moto. Fu un artista della tecnica e dell’esecuzione delle opere materiali.
Architetti, ingegneri, pittori, decoratori, marmisti, muratori, ditte industriali, impresari, appaltatori, notai, ragionieri, avvocati, professionisti in genere, trovavano in lui l’esperto.
Con facilità e sveltezza abbozzava prospetti, stendeva relazioni, redigeva progetti, scriveva articoli, faceva bilanci, saldava parcelle, rivedeva conti, calcolava l’ampiezza di un locale e le sue giuste proporzioni in comodità, estetica, igiene, solidità, economia. Esaminava il materiale da impiegarsi, la portata della tubatura dell’acqua e della conduttura del gas, il telaio di una finestra, la serratura di una porta, la qualità di una stoffa, la foggia di un vestito, l’arredamento di una camera, l’imballaggio di una cassa. Le sue erano giornate piene, costruttive, in cui non si perdeva tempo e si verificavano pochi sbagli.
«L’Allamano aveva in grande stima il canonico Camisassa e un alto concetto delle sue virtù e dei talenti di lui. Lo trattava paternamente con modi rispettosi e squisitamente educati; aveva riposta in lui la sua piena fiducia e colla massima tranquillità attendeva da lui ogni più valido aiuto; di lui si serviva come Iddio deve servirsi degli Angeli, come la Madonna a Nazareth, per le proprie faccende doveva servirsi di Gesù adolescente» (Tommaso Gays, 16 febbraio 1942, 16° anniversario della morte del veneratissimo Padre Fondatore).
Uomo di Dio
Era un uomo di fede perché tutto compiva sotto gli occhi di Dio e nulla altro temeva. Era questo il segreto della sua inalterabile calma, anche in mezzo alle contraddizioni e alle prove.
Il denaro per lui fu sempre e unicamente il mezzo per procurare la maggior gloria di Dio. Visse e morì povero. La prebenda canonicale (Prebenda: una specie di rendita che gli era dovuta per il suo ruolo di canonico della diocesi di Torino, ndr), quando l’ebbe dal 1892, la donò sempre per il bene dei missionari e per i restauri del santuario. Avrebbe potuto esser ricco, invece visse poveramente.
«Era assolutamente schivo dagli onori che evitava. Era alieno da qualunque parata e con studio spontaneo si eclissava ovunque vi fosse da fare bella figura» (padre Borda Bossana – Testi citati nella lettera dei superiori generali dell’8 dicembre 202).
Era cortese, affabile e, «a tavola era molto parco nel cibo; durante il pasto non beveva mai, solo in fine beveva un bicchiere di vino, diceva, per digerire». «In contrario al suo aspetto serio e chiuso, quando alcuno aveva occasione di parlargli, allora egli manifestava la grande bontà del suo cuore», perché «in lui batteva un cuore sempre pronto alle necessità altrui, anzi a niuno secondo per finezza di discernimento delle miserie della povera umanità» (da testimonianze di vari confratelli).
Gentile e cortese con i sani, lo era maggiormente con gli infermi. «Quando alcuno della casa era malato se ne interessava tosto, riferiva al Rettore e disponeva per tutto quanto occorreva con larghezza di cuore. Ammirai in lui delicatezza e cuore. Aveva proprio un cuore di padre; per rimettermi bene in salute mi aveva procurato un liquore da prendersi giornalmente a bicchierini, che mi fece tanto bene; infatti, poco dopo ripartivo per l’Africa» (fratel Anselmo Jantet).
Chiamato per volontà di Dio a inserirsi nella fondazione dell’Istituto, accettò questo invito come un impegno fondamentale e unico della sua vita e del suo sacerdozio.
Coloro che volessero vedere nel canonico Camisassa puramente l’uomo dell’azione esteriore, sbaglierebbero. Fu uomo di azione senza dubbio, ma soprattutto un sacerdote.
Tenera e sentita fu la sua devozione a Maria: «Mi abbandono tra le braccia di Dio ed in quelle di Maria». Viene spontanea la conclusione che è di tutti quelli che l’hanno conosciuto: la sua attività fu manifestazione del suo zelo e della sua pietà, prova ed effetto della sua santità.
Il certificato di battesimo di Camisassa Giacomo Francesco. Secondo questo certificato il battesimo fu fatto il 27 settembre 1954 alle ore 7 di mattina e la nascita avvenne alle ore 11 di notte del 26.
La giovinezza
Giacomo Camisassa nacque a Caramagna (Cuneo) il 27 settembre 1854, quintogenito di Gabriele Camisassa e Agnese Perlo. Era il tempo in cui il Piemonte vide fiorire una meravigliosa schiera di santi e di anime apostoliche e contemplative: Giovanni Bosco, Giuseppe Cafasso, Maria Mazzarello, Giuseppe Benedetto Cottolengo, Luigi Orione, Leonardo Murialdo, i fratelli Luigi e Giovanni Maria Boccardo, Pier Giorgio Frassati, Callisto Caravario, Guglielmo Massaia, Giuseppe Marello, Ignazio di Santhià, Maria Cristina di Savoia, e molti altri.
Fattosi più grande, frequentò le scuole elementari del comune con assiduità e impegno, dando sempre prova di spiccata inclinazione allo studio, di chiara intelligenza e di esemplare condotta. Imparò presto il catechismo, e, come chierichetto, a servire bene la messa e tutte le altre funzioni religiose. Gli piaceva cantare e fu, per tutta la vita, un grande innamorato della musica sacra.
Da ragazzo lavorò come apprendista nella bottega di un fabbro, e nel 1868 entrò nell’Oratorio di S. Francesco di Sales, iniziato dopo tante peripezie e contrarietà da Don Bosco con l’aiuto di san Giuseppe Cafasso, zio materno dell’Allamano. Frequentò poi il seminario di Chieri per gli studi filosofici e, nel 1873, studiò teologia nel seminario di Torino, dove incontrò Giuseppe Allamano che, nonostante fosse appena tre anni più vecchio di lui, divenne la sua guida spirituale per cinque anni, dal 1873 al 1879.
Fu ordinato sacerdote nel 1878 e, in seguito, completati i suoi studi, fu aggregato fra i dottori delle Facoltà di Teologia e di Diritto di Torino.
Promotore di sinodalità
L’amicizia tra l’Allamano e il Camisassa fu caratterizzata da uno spirito di sinodalità molto vivo. Pensavano e realizzavano tutto insieme, dialogando e dicendosi le cose con verità. La loro amicizia e collaborazione sacerdotale, durata tutta la vita senza alcuna incrinatura, nel rispetto vicendevole dei loro ruoli e nella condivisione di ideali, rimane un esempio mirabile.
Oggi ci si può meravigliare quando si scopre che l’Allamano e il Camisassa si diedero del «lei» per tutta la vita. Se da una parte questo era un uso più comune e normale allora rispetto a oggi, dall’altra non era assolutamente necessario comportarsi in tal modo tra amici.
Tutto nacque da un vero atto di fede nella volontà di Dio espressa dal comando di monsignor Lorenzo Gastaldi, arcivescovo di Torino dal 1871 al 1883, che aveva assegnato prima l’Allamano alla formazione in seminario e poi nel settembre 1980, con il Camisassa, al Santuario della Consolata e all’annesso Convitto ecclesiastico. Ne seguì un lungo cammino di vera comunione di intenti, di progetti, di azione che produsse una incredibile mole di opere al santuario prima e all’Istituto dopo.
«Insieme sulla scia della volontà di Dio», così termina la lettera che l’Allamano scrisse al Camisassa informandolo del suo nuovo incarico come rettore del santuario della Consolata e invitandolo a essere suo aiutante come economo e vicerettore: «Faremo d’accordo un po’ di bene, eserciteremo la carità […], procureremo di onorare il culto della nostra madre Consolata; in questo nuovo ufficio avrà campo di esercitare il santo ministero, sia nel predicare che nel confessare».
«Ci siamo promessi di dire sempre la verità», disse l’Allamano in un’altra circostanza, svelando uno dei segreti per camminare insieme sulla scia della volontà di Dio.
L’Allamano iniziò il suo servizio al santuario il 2 ottobre 1880, raggiunto il giorno dopo dal Camisassa.
Ma la realtà più bella, nata dallo spirito di collaborazione tra i due, fu l’eredità di testimonianza che essi ci hanno lasciato, mostrandoci come si deve lavorare nella Chiesa e nell’Istituto, qual è lo spirito che lo permea, come cioè si deve evangelizzare. La loro collaborazione e amicizia aveva una solida base in Dio. «Erano 42 anni che eravamo insieme; eravamo una cosa sola; ci siamo sempre amati in Dio», confessò il fondatore alla morte dell’amico (Sr. Chiara Strapazzon, Deposizione, vol. 11, p. 854).
Sebbene essi avessero personalità e doti molto differenti, seppero tuttavia allacciare una relazione profonda e costante, nel rispetto della diversità, nel desiderio della complementarità. Crebbero come persone, come sacerdoti, come uomini di Dio. La pratica del dialogo fu fondamentale per rinsaldare e rendere efficace l’amicizia che legò il Camisassa al Fondatore.
Il canonico Camisassa (al centro) con un gruppo di sacerdoti del Convitto ecclesiastico.
Dirsi tutto
Una bella pagina del volume dei fratelli Giuseppe e Gian Paola Mina, dal titolo «La beatitudine di essere secondo» (Giuseppe e Gian Paola Mina, La beatitudine di essere secondo, Emi, Bologna 1982; riedizione riveduta e ridotta con ampio apparato fotografico, Editrice Velar, Golle [Bg] 2021), che è la biografia del Camisassa, presenta efficacemente la realtà di comunione tra l’Allamano e il suo più stretto collaboratore: «Dopo pranzo, nell’ufficio dell’Allamano, i due amici prendono una tazzina di caffè insieme e parlano. Più che un parlare, è un comunicarsi gli eventi grandi e piccoli, per un bisogno di confronto, sempre tesi come sono l’uno e l’altro alla ricerca della verità per scoprire i segni dei tempi […]. Dopo la cena, si ritrovano per vagliare quanto nella giornata è emerso e quanto il domani sembra prospettare. Niente di formale, niente di rigido, ma tutto è chiarezza, ricerca, gioia di camminare insieme […]; non ritengono sprecato quel tempo speso per chiarirsi le idee, per approfondire problemi, per giungere a conclusioni. Pregano, vivono nella stessa direzione. L’uno è sicuro dell’agire dell’altro e ciascuno conserva mirabile autonomia».
Ogni idea, ogni proposta, ogni progetto veniva esaminato, vagliato, controllato da ambedue insieme: nulla fu mai fatto o da uno solo di essi o indipendentemente uno dall’altro.
Frutto di questo dialogo fu la nascita e la crescita dei due Istituti missionari. A noi è rimasto uno spirito, una eredità. «Unità di intenti» era, infatti, l’ideale proposto dal fondatore ai suoi missionari.
Il santuario della Consolata da Via Consolata
Nell’abbellimento del Santuario
Il 3 ottobre 1880 arrivò al santuario don Giacomo Camisassa, chiamato dall’Allamano per coadiuvarlo. Qui fu vicerettore ed economo del santuario e del Convitto ecclesiastico a esso connesso (Fondato nel 1817 per i sacerdoti appena ordinati, che per due anni approfondivano la teologia – soprattutto quella morale – e la pratica pastorale. San Cafasso vi aveva insegnato fino al 1860. Nel 1876 il vescovo Gastaldi lo chiuse per contrasti sull’insegnamento della morale. L’Allamano lo fece riaprire nel 1880 nei locali annessi al santuario – ndr).
Nei 42 anni successivi (1880-1922) alla Consolata, l’Allamano e il Camisassa diedero inizio a tutta la serie di attività che avrebbero riempito la loro vita e li avrebbe resi grandi agli occhi di Dio e della Chiesa: riapertura del Convitto ecclesiastico, restauri del santuario, sviluppo della devozione alla Consolata, beatificazione di san Giuseppe Cafasso presentato quale modello del clero, fondazione di due Istituti missionari.
Insieme decisero di intraprendere i restauri necessari al santuario in vista anche della celebrazione dell’ottocentesimo anniversario del 1904, ma toccò al Camisassa seguire puntualmente i molteplici lavori. Il santuario allargato e ristrutturato fu benedetto il 20 giugno 1904, con la partecipazione di un legato pontificio, cardinali, arcivescovi e vescovi.
Insieme all’Allamano, fondò e diresse la rivista «La Consolata» (1899), per far conoscere la vita del santuario, i lavori di restauro e, in seguito, la vita e lo sviluppo dell’Istituto e delle missioni.
Nel 1892 il Camisassa fu anche nominato canonico della cattedrale di Torino.
Rivoli (To), 8 maggio 1902- Allamano e Camisassa con i primi quattro partenti. Da sx: fratel Celestino Lusso, padre Tommaso Gays, padre Filippo Perlo, fratel Luigi Falda. Di fronte Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa. Foto dell’8 febbraio 1902, conservata nell’Archivio generale IMC a Roma, n. 245
Nella fondazione dell’Istituto
Nel 1897 il cardinal Agostino Richelmy, compagno di seminario di Giuseppe Allamano, fu nominato arcivescovo di Torino. Lo speciale rapporto di fiducia e confidenza con il nuovo vescovo, consolidò l’idea della fondazione dell’Istituto missionario che l’Allamano coltivava da tempo, e il 29 gennaio 1901 nacque l’«Istituto della Consolata per le Missioni Estere» del quale Giuseppe Allamano non volle mai essere chiamato «fondatore», convinto profondamente che fondatrice fosse solo la Consolata.
Il Camisassa, dunque, chiamato per volontà di Dio a inserirsi nella fondazione dell’Istituto, accettò questo invito come un impegno centrale della sua vita e del suo sacerdozio. Sentì che il programma dell’Allamano era pure il suo, non solo per un dovere di contratto, ma per un obbligo di elezione divina.
Ambedue si dedicarono alla preparazione dei futuri missionari. Nel 1902, l’8 maggio, partirono per il Kenya in Africa i primi quattro, due sacerdoti e due laici, seguiti poi da altri quattro il 15 dicembre. Altri sei, affiancati da otto suore Vincenzine del Cottolengo, arrivarono a destinazione in Kenya il 17 giugno 1903.
Il terreno in Via Circonvallazione(514-516) di 12.000 mq venne acquistato dall’Allamano nel 1905. I lavori iniziarono il marzo 1905 o poco dopo. La nuova Casa Madre venne inaugurata il 23 ottobre 1909. E’ da considerarsi come il memoriale del patto vicendevole intercorso tra l’Allamano ed il Camisassa. – Disegno e direzione sono dell’Ing. E.Ruffoni. Ditta: Fratelli Faia – La facciata é di 90 m – I due fabbricati minori erano adibiti a parlatori, museo, ì segheria … – Nella parte di mezzo avrebbe dovuto sorgere, col tempo, la ì nuova chiesa. Così secondo un “vivo desiderio del Fondatore”. (La Consolata – ottobre 1909, pp.160-161).
Nella costruzione della Casa Madre
Quando la prima casa dell’Istituto in corso Duca di Genova (l’attuale corso Stati Uniti) a Torino, denominata «la Consolatina», non fu più sufficiente a ospitare gli aspiranti missionari che vi studiavano, vivevano e lavoravano, l’Allamano acquistò un terreno di 12mila m2 in via Circonvallazione 514-516 angolo corso Oporto (ora corso Francesco Ferrucci, dal 12 al 18). Nel marzo 1905, sotto la guida del Camisassa, si iniziarono i lavori di quella che sarebbe diventata la Casa Madre.
In Kenya, durante uno dei molti viaggi da una missione all’altra.
Nel provvedere per le missioni
Tutta l’organizzazione materiale delle prime missioni (preparazione del corredo per i missionari, spedizione di casse, progetti per la costruzione di case, fornitura di attrezzi di lavoro, ecc.) dipendeva da Giacomo Camisassa.
Come già per il Santuario aveva studiato progetti, trattato con impresari, tenuto sedute con architetti, assistito a lavori, scelto i materiali, cercato persone idonee, concluso contratti, sempre attento alla perfezione della riuscita; così fu per il compito che assolse per le missioni.
Il canonico Allamano non era fatto per questo genere di preoccupazioni e di occupazioni. Il primo a riconoscerlo e manifestarlo fu egli stesso, come scrisse padre Sales: «Era solito dichiarare che non si sarebbe deciso al grave passo – di fondare l’Istituto – se non si fosse trovato al fianco un uomo della tempra e dell’abilità del Camisassa».
Il Camisassa, di fatto, era il dinamismo in persona, con una competenza spiccata per le «cose pratiche».
Testimonia padre Antonio Borda Bossana, membro del secondo gruppo partito per il Kenya: «Il salone del Convitto sopra la sacrestia divenne un bazar di ogni cosa necessaria alla vita dei missionari. È lui (il Camisassa, ndr) che pensava a tutto e tutto provvedeva, lui che si recava nei negozi a scegliere e contrattare le merci. L’economo e i preti addetti al Santuario alle sue dipendenze erano tutto il giorno di corsa per eseguire le sue commissioni, massime quando s’approssimava il tempo di spedizione delle merci».
Incontro con un capo che gli presenta il figlio per farlo ammettere nella scuola detta «Collegio dei principini» per la formazione dei giovani leaders del futuro.
Nella visita alle missioni del Kenya
Dieci anni dopo la partenza dei primi missionari, e poco dopo la fondazione delle Missionarie della Consolata nel gennaio 1910, i missionari in Kenya reclamavano una visita del fondatore perché conoscesse bene la situazione, valutasse risultati, chiarisse problemi per poi affrontare insieme il cammino da fare. L’Allamano non era in condizione di lasciare il Santuario e la sua salute non gli permetteva un viaggio così impegnativo. Mandò così il suo più fedele collaboratore che partì da Torino l’8 febbraio 1911. Giunto in Kenya a marzo 1911 vi restò fino ad aprile 1912, rientrando a Torino il 26 di quel mese. Scopo del viaggio: aumentare l’entusiasmo dei missionari, rinsaldare la loro buona volontà, approfondire la loro spiritualità e confortarli con la sua presenza, sostenendoli nelle difficoltà e negli insuccessi. A sessant’anni circa, era arzillo come un giovane, con il largo cappello di sughero, in abiti rurali, pronto al lavoro e sempre fresco, come nulla gli mancasse.
Nonostante la lentezza della posta a quei tempi, tenne costantemente informato l’Allamano sulle sue attività, creando una fitta corrispondenza e chiedendo i suoi consigli su situazioni difficili.
Parlando del programma della visita all’Africa del Camisassa, l’Allamano avrebbe ricordato che: «Vi andò per parlare ai missionari, sia in privato nelle singole stazioni, sia in pubblico durante i Santi spirituali esercizi, ed intendersi con essi sulle Costituzioni, Regolamento, esercizi di pietà, vita comune, ecc., secondo un formulario che avevamo preparato di comune accordo».
Il Camisassa diede grande impulso e aiuto ai lavori materiali. In diverse sue lettere autografe ai missionari si notano, tracciati a penna, rapidi schizzi di macchinari o di attrezzi di lavoro. Prima di spedire il materiale in Africa, a volte progettato sulla base delle indicazioni dei missionari stessi, il Camisassa si preoccupava di istruire per lettera gli interessati che lo avrebbero adoperato. Sono particolarmente dense di questi disegni le lettere che scrisse nel 1911, durante la sua visita alle missioni del Kenya, perché poteva constatare di persona le necessità e controllare i lavori.
Camisassa a Gaighanjiru con (da sx) suore vincenzine, padre G Perlo, fratel Umberto Arossa, suora cottolenghina, padre Angelo Bollani, canonico Camisassa, padre T Gays, padre G Cavallero, fratel Bezzole Luigi, padre Vignoli e suor Scolastica del Cottolengo
Nella segheria installata nella foresta di Tuthu, sotto la guida del coadiutore Benedetto Falda, si costruirono diverse case prefabbricate, che furono le prime abitazioni in legno per il personale delle missioni.
Provvide a realizzare gli altarini portatili perché i missionari potessero sempre celebrare la messa, anche durante i viaggi. Nell’archivio dell’Istituto è conservata copia del disegno, opera sua, di un altare portatile composto da 22 pezzi smontabili e facili da assemblare per la celebrazione.
La più bella conclusione a questo punto siano le due lettere scritte dal Camisassa e dall’Allamano al termine della visita in Africa.
Scrisse il Camisassa: «Le accoglienze cordialissime da parte vostra eran cose che poteva già aspettarmi ben conoscendo quanto affetto avete sempre nutrito verso la mia povera persona, quale debole cooperatore di quell’anima santa che tutti siam fortunati di chiamare col dolce nome di Padre».
Scrisse l’Allamano: «Il felice ritorno del sospirato Vice Superiore fu un momento di gioia per me e per tutti nell’Istituto. […] Vi rinnovo i ringraziamenti per le festose accoglienze che gli avete fatte e per la docilità con cui avete accettato quanto egli credette di dirvi pel vostro maggior bene».
Confondatore
Non c’è dubbio che gli Istituti fondati dall’Allamano ritengono, con ragione, il Camisassa loro «confondatore», come era già denominato quando l’Allamano era vivo, il quale per primo, volle dargli il più ampio riconoscimento chiamandolo confondatore egli stesso, vale a dire: «Fondatore con lui, fondatore unitamente a lui».
In due documenti ufficiali datati 2 ottobre 1909, si parla di «due fondatori» e sono firmati da entrambi i canonici Allamano e Camisassa.
Il primo è la supplica al Papa per ottenere l’approvazione dell’Istituto, di modo che divenisse di diritto pontificio. Essa incomincia: «Beatissimo Padre, i sottoscritti fondatori dell’Istituto della Consolata […]» (cfr. Lett., V, 278).
Il secondo è la petizione alla Congregazione dei religiosi, per lo stesso motivo.
«Aveva l’arte di nascondersi»
L’umiltà fu la sua virtù prediletta. Nascondeva costantemente se stesso per mettere gli altri in luce. Mai parlava di sé e di quanto faceva. Pochi lo conoscevano di nome, pochissimi di vista (Da Giuseppe Ronco, Il confondatore aveva l’arte di nascondersi, in https://giuseppeallamano.consolata.org). «Ho sempre ammirato in lui una umiltà profonda, si faceva uno studio di nascondersi sempre dietro l’ombra del Rettore. La sua preoccupazione era di scomparire, di essere ignorato» (mons. Rostagno).
Sperimentava la beatitudine di essere secondo.
Quanto l’Allamano stimasse il Camisassa, oltre ad averlo dimostrato con tutta la vita, appare da queste sue affermazioni proferite durante la malattia e dopo la morte dell’amico: «Per lui ho offerto la vita, ma vale niente»; «Senza di me potete fare, ma senza di lui, no»; «Tocca a me fare i suoi elogi. Era sempre intento a sacrificarsi, pur di risparmiare me; era un uomo che aveva l’arte di nascondersi e possedeva la vera umiltà».
Ciò che colpisce non è solo la collaborazione, ma anche lo stile con cui questa collaborazione venne attuata per così tanti anni. Uno stile indicato dalle parole dell’Allamano già citate: «Abbiamo promesso di dirci la verità e l’abbiamo sempre fatto». Si comprende allora perché diceva: «Non dimenticate quest’uomo!» (Padre Aquileo Fiorentini, Missionari di Gesù Cristo per la gioia del mondo, come Paolo e i suoi collaboratori, Bollettino ufficiale 125, gennaio 2009).
Con il gruppo dei futuri catechisti.
Tessitore di fraternità
Conosciamo bene l’attaccamento sincero e il servizio incondizionato che il Camisassa dedicò ai due Istituti missionari, con particolare attenzione a quello delle suore.
La nuova casa dei missionari fu inaugurata il 23 ottobre 1909, mentre il 29 gennaio 1910, si diede inizio alle suore «Missionarie della Consolata».
Si preoccupò che anche le suore avessero una casa e si prese cura della sua costruzione. Il 4 settembre 1922 la comunità delle Missionarie della Consolata poté entrare nella propria Casa Madre.
Nella Lettera Circolare del 26 agosto 1922, il fondatore, comunicando ai missionari la dolorosa notizia della morte del Camisassa, così si esprimeva: «Egli viveva per voi e per le nostre missioni, e l’ultimo giorno lo passò pensando e parlando dell’Istituto. Le sue ultime parole, che disse nel suo testamento, furono di unione fra i missionari e le missionarie». La sua vita fu la testimonianza più bella di quell’unione. Il suo amore era per tutti senza distinzione.
Fu un umile maestro di vita che si prodigò per il bene dei due Istituti, affinché vivessero in comunione. Il suo servizio fu caratterizzato dalla sincerità, dalla fiducia e dalla correzione fraterna, dal vivere l’unità di intenti nella collaborazione e corresponsabilità, quello che oggi chiameremmo lo spirito della sinodalità.
Il beato Allamano e il canonico Camisassa con i sacerdoti convittori.
La morte
Il 18 agosto, verso sera, come svegliandosi da un sogno, il canonico Giacomo Camisassa si guardò intorno e fece cenno a suor Virginia Barra, che lo assisteva, di dargli il suo Crocifisso, lo stesso fece con padre Carlo Francesco Sciolla che la aiutava. Legò insieme i lacci dei due Crocifissi e li tenne sul cuore mentre guardava intensamente il padre e la suora. Cercò di parlare e dire qualcosa, ma non riuscendo lo aiutarono: «Significa che i padri e le sorelle devono restare uniti nell’amore reciproco?». «Sì; sì; questo è tutto…», rispose. Poi, continuando a tenere lo sguardo sui presenti, disse: «È il padre (Allamano, ndr) che vi ha legati». «E lei desidera che noi rimaniamo sempre così uniti; è giusto?». «Sì, è il mio desiderio, ma è il padre che lo vuole». Continuò a baciare i Crocifissi, stringendoli al cuore.
In quel momento, l’Allamano entrò nella stanza. Non capì cosa stesse accadendo e, così, chiese loro di sciogliere i Crocifissi. Il malato dimostrò di soffrire per questo.
Appena venne a conoscenza di ciò che era capitato, l’Allamano disse: «Se solo avessi saputo, non avrei mai chiesto di slegare i due Crocifissi. Li avrei tenuti com’erano a testimonianza delle sue intenzioni».
Scrisse ai missionari in Kenya: «Le ultime parole del nostro caro defunto furono sull’unione tra i nostri missionari, gli uomini con le donne».
Più tardi scrisse ancora: «Quell’azione fu un’ultima volontà d’amore. Sta a noi essere fedeli a essa: è sacra».
Erano circa le 20, una sera calda e umida. Tutti erano a cena, tranne suor Emerenziana e suor Ambrosina che assistevano il malato che era preso dalla smania di alzarsi per «andare all’Istituto». Nel suo delirio, all’improvviso, il Camisassa riuscì ad alzarsi dal letto, fece alcuni passi barcollanti e cadde: era morto.
Funerale del Canonico Giacomo Camisassa il 21/08/1922,
«Era maturo per il cielo»
«Carissimi e carissime in N. S. G. C. (Nostro Signor Gesù Cristo, ndr)
Mi trema la mano, il cuore si gonfia e gli occhi versano lacrime nell’indirizzarvi questa breve lettera. Il nostro caro Vicerettore e Vice Superiore non è più tra noi e non lo rivedremo che in Paradiso. Spirò placidamente la sera del 18 corr. mese, con tutti i conforti religiosi e le cure più affettuose. Quale perdita per il santuario e più per l’Istituto e le Missioni! Vedevamo necessaria la sua esistenza e pregammo la nostra SS. Consolata a prolungargli per qualche tempo la vita. Molti, io pure, hanno offerto la propria vita perché fosse conservata quella del nostro caro.
La SS. Consolata non credette di esaudire le comuni preghiere. Era maturo per il cielo. Aveva compiuto la sua santa e laboriosa giornata e poteva dire con san Paolo: Cursum consummavi, in reliquo reposita est mihi corona justitiae (ho terminato la corsa, … mi resta solo la corona di giustizia, ndr). Pronunciate con me il fiat all’imperscrutabile volontà di Dio, e sia in suffragio della bell’anima.
In tanto dolore ci consolarono le prove di stima e di affetto che tutta Torino diede a Lui umile e da molti sconosciuto. La sepoltura fu un trionfo. Egli viveva per noi e per le nostre Missioni, e l’ultimo giorno lo passò pensando e parlando dell’Istituto. Pregate per Lui ed anche per me desolatissimo che nel nome della SS. Consolata vi benedico».
Così scrisse l’Allamano ai missionari e missionarie per dare l’annuncio della morte di Giacomo Camisassa, per la quale soffrì molto (Lettera n. 1580, da Candido Bona (a cura di), Quasi una vita, lettere scritte e ricevute dal beato Giuseppe Allamano, Vol IX/1 p. 448). Allora confessò umilmente che, in quel momento, aveva come «perduto tutte due le braccia». «Se non avessi avuto al mio fianco il canonico Camisassa, non avrei fatto quello che ho fatto».
La morte del Camisassa fu un colpo molto sentito, così per dodici mesi consecutivi, nel giorno 18 di ogni mese si celebrò in Casa Madre una messa solenne. Nella nona ricorrenza, il 18 maggio 1923, la santa messa fu cantata da monsignor Gaudenzio Barlassina, tornato dal Kaffa, in Etiopia. Il venticinque luglio, festa di san Giacomo, tutte le comunità di Casa Madre andarono al cimitero a celebrare una santa messa e a visitarne la tomba.
«Proruppe in un pianto dirotto»
Il canonico Nicola Baravalle così espresse la propria ammirazione per l’Allamano, con il quale aveva collaborato molti anni: «Ricordo quella sera nella quale eravamo tutti addoloratissimi, sia per la perdita del grande canonico Camisassa, come per la ripercussione che tale dipartita avrebbe avuto sul Servo di Dio. Assistette all’agonia ed alla morte senza una lacrima. E poi, portatosi in chiesa, appena inginocchiato, proruppe in un pianto dirottissimo e restò parecchio assorto in Dio. Rialzatosi, prese le disposizioni del caso; restò per qualche tempo impressionato, ma non ebbe più una lacrima, e non ritornò più sul fatto. Solo si rese più appartato, dovendo supplire a quanto faceva il Camisassa».
Anche le Missionarie della Consolata colsero le reazioni dell’Allamano dopo la morte del suo amico. Nel breve incontro alla Consolata del 3 settembre 1922, l’amanuense annotò, tra parentesi «(Andiamo noi alla Consolata perché pioveva)», e poi al termine delle poche righe: «(Ritornando a parlare del Sig. Vicerettore) Sì, non mi sembra vero che non ci sia più, ma penso che c’è il suo spirito. Pensate a far tutto come voleva lui, e pregate per lui».
I suoi figli e figlie, anche quelli lontani, compresero perfettamente e condivisero lo stato d’animo del loro padre. A nome di tutti loro, così scriveva dal Kenya il vicario apostolico monsignor Filippo Perlo all’Allamano: «[…] il suo buon esempio non può non apportare anche a noi conforto e incoraggiamento. Grazie anche per questo».
L’urna con i resti del Camisassa sullo sfondo, a sinistra, della tomba di Giuseppe Allamano nella chiesa santuario dedicato al beato Allamano in Torino.
Uno accanto all’altro
Dal 2001, le spoglie mortali del Camisassa riposano accanto a quelle dell’Allamano. L’urna di zinco è contenuta in un elegante cofano di legno. Dietro il cofano, in lettere d’oro, si possono leggere queste parole: «Un amico fedele è un balsamo (Si 6,15). Tale è stato Giacomo Camisassa per l’Allamano. Di lui ha detto l’Allamano: “Ci siamo sempre amati in Dio”. “Abbiamo promesso di dirci sempre la verità e lo abbiamo sempre fatto”. “Viveva per noi e per le nostre missioni”. “Ha sempre e solo lavorato per amor di Dio”. “Non dimenticate quest’uomo”». L’Allamano e il Camisassa, che ora riposano l’uno accanto all’altro, sono meta di filiali visite da parte dei Missionari e delle Missionarie della Consolata e di molta gente.
Giuseppe Ronco
Funerale del Canonico Giacomo Camisassa il 21/08/1922, davanti al santuario della Consolata
Apostoli con la parola e il lavoro
Lettera a fratel Benedetto Falda nella segheria della missione di Tuthu
Torino, 8 marzo 1904
Carissimo fratel Benedetto,
ho ricevuto ieri la tua lettera del 3 febbraio scorso. Non puoi credere quanto mi abbia fatto piacere sapere che l’andamento alla segheria procede benissimo e tu sei sempre felice del tuo lavoro. Persuaditi che quello è un vero apostolato, tanto quanto il sacerdote che predica. L’impressione che il lavoro fa sugli Akikuyu, il movimento febbrile delle macchine, onora presso di loro il lavoro e sveglia la brama di imitarvi, d’imparare affin di migliorare le loro condizioni di vita. […]
Sai, Benedetto, perché ti dico queste cose? Perché tu e quanti sono con te vi persuadiate che, come coadiutori, siete veri missionari, anche facendo il falegname, il muratore, il contadino o altro. Per fare bene la vostra parte dovete lavorare con spirito di fede, volentieri, allegri, concordi e sempre intenti al pensiero che Dio vi vede, intenti a dare il buon esempio.
Con spirito di fede: col pensiero che Dio vede, fare le cose come se aveste accanto Gesù e dovesse esaminarvi se fate bene e se vi approvi.
Volentieri: cioè, come foste mai stanchi; mai perdere tempo!
Allegri: sempre col sorriso sulle labbra, mai di cattivo umore. Qualche volta può darsi che non lo siate, ma non fatelo trasparire. E poi, mai tratti duri con gli Africani!
Concordi: trattarvi a vicenda con carità, aiutandovi scambievolmente; insomma essere un cuore solo, un’anima sola, come veri fratelli nel Signore Gesù.
Buon esempio: gli indigeni hanno occhi semplici, ma tutto vedono, tutto osservano, fanno ciò che voi fate. […] Guai se scandalizzaste uno di loro! Applicate le parole di Gesù al vostro ambiente. […] Finisco!
Voglio solo aggiungere che il Signor Rettore, leggendo la tua lettera, è rimasto molto contento, gioisce quando gli dici che i tuoi ti vogliono bene. Ciò significa che si vanno affezionando a te, a tutti. Sì, cerca di affezionarteli, per poter dire, anche sul lavoro, brevi parole di esortazioni, su Dio che premia i buoni… Sono parole e, dice il Signor Rettore, che, se dette con fede, ti fanno apostolo. Così dice il Rettore: «essere apostolo con la parola e con il lavoro».
Can. G. Camisassa
La turbina installata a Tuthu da fratel Benedetto con materiali e istruzioni fornite dal Camisassa.
Un uomo dalla fede adamantina
Testimonianza di fratel Benedetto Falda sul Camisassa, Torino, 2 giugno 1944
Rev.mo Padre Gays,
In referenza alla sua domanda di mettere in carte quel che ricordo del nostro amatissimo Can. Camisassa, mi permetto di scriverle quel che più mi si impresse nella mia mente.
Conobbi il Rev.mo Sig. Vicerettore, così nominato da tutti i confratelli all’Istituto, dal primo giorno che ebbi la fortuna di essere posto a contatto col Rev.mo Nostro Fondatore. Mi ricordo che mi colpì la sua affabilità, non dico paterna, ma fraterna, anzi, quasi di compagno. Essendo in quei giorni preoccupato di cercare un meccanico per inviare in Africa con le nuove macchine mi ebbe subito caro e mi pose a parte dei suoi progetti condivisi completamente da me, entusiasta dei suoi ideali che feci miei.
Lettera autografa del Camisassa al fratel Luigi Falda.
Stante la scarsità del tempo (4 mesi in tutto, per la mia preparazione e quella delle macchine) si occupò personalmente a farmi avere conoscenze per aver occasione di impraticarmi di segheria di cui ero affatto digiuno. Ebbi modo di constatare con quale praticità e facilità e accuratezza trattava gli affari […] dal trattare con l’ingegnere per l’amplificazione del Santuario [al dare] ordini all’economo, don Gunetti, per riguardo al vino in cantina e […] vedere se le lime che io avevo comperato erano del giusto taglio per affilare le seghe di acciaio […]. Aveva tracciato progetti d’impianti che poi ai disegni che ne facevo, correggeva colla medesima cura e competenza, come correggerà le bozze del Periodico, andando fino alle minuzie, non con pedanteria, ma con la competenza che lo rendeva atto a correggere anche i disegni dei marmi dell’impresario Catella.
Quell’che più mi impresse si fu che la sua attività lo faceva avaro del tempo […].
Quando arrivai in Missione, ebbi campo di mettere in pratica i consigli praticissimi che Egli mi aveva dato alla partenza, ma pochi mesi dopo il mio arrivo colà mi scriveva una lettera, mi pare del mese di settembre (1904), che la S. V. R. ricevette da me qualche mese fa. In quella mi ammoniva amorevolmente che io mi tenevo troppo riservato nello scrivere e mi diceva: «Come va che dopo tanto combinato per quel macchinario, non mi fai parola? Riguardo allo spirituale scrivi sovente al Sig. Rettore, ma pei lavori voglio da te lettere particolareggiate e lunghe e frequenti». […]
Dopo qualche mese, mi giunsero disegni e particolari di una casa a due piani, che voleva come modello, fosse eseguita per l’abitazione dei Missionari. Ma i particolari erano così minuziosi e copiosi ed eseguiti con tale perizia, che pensavo dove avesse fatto gli studi per essere così pratico di falegnameria e di accorgimenti propri solo a tecnici provetti. Nell’1908, nella mia venuta a Torino, ebbi agio di osservare la costruzione della Casa Madre di Corso Ferrucci (allora chiamato via circonvallazione, ndr), lavoro colossale che egli concepì e diresse con una diligenza e competenza non comune. […]
Lo rividi nel 1911-1912 nel Kenya, nella sua visita che fece colà. […]
Per il lavoro di Missione, poi, aveva un culto speciale – interessandosi della vita nostra di Missione come se non avesse avuto altro scopo nella sua vita. […] E nelle sue lettere non si riservava solo di parlarmi di lavori, ma conservai per lungo tempo una sua lunga lettera di quattro pagine in cui mi animava nel proseguire con lena nel servizio della Missione, con parole tanto infiammate di amore per Dio e per le anime che ne fui tocco al cuore!
Lo rividi nel 1920 nella mia venuta in Italia; dopo 18 anni, mi accorsi che il lavoro e gli anni cominciavano a contare sulla sua forte fibra, ma il suo sguardo e la sua parola era[no] ancora quelle di tanti anni addietro, tutto vivezza e tutto slancio per quel che riguardava l’Istituto, che certamente considerava come parte sua creatura […]. Ebbi per Lui sempre un’affezione speciale e un’ammirazione illimitata; lo considerai sempre un uomo dalla fede adamantina […]. Credo che il suo motto fosse «Tutto per la gloria di Dio». Gradisca, Rev.mo Padre i miei più affettuosi saluti nel Signore.
Coad. Benedetto Falda
Date essenziali
27 settembre 1854 Nascita di Giacomo Camisassa a Caramagna Piemonte (Cn) – Italia.
(data registrata in comune; nel registro del battesimo risulta invece nato alle ore 23 del giorno 26 settembre, ndr)
Ottobre 1868 Entra all’Oratorio di don Bosco, a Torino, per i corsi ginnasiali.
22 ottobre 1871 Veste l’abito chiericale nella chiesa parrocchiale di Caramagna.
15 giugno 1877 Ordinato sacerdote nel duomo di Torino, da mons. Lorenzo Gastaldi.
8 luglio 1879 Si laurea in Teologia, a pieni voti.
3 ottobre 1880 Su invito del can. Giuseppe Allamano, diventa economo nel Santuario della Consolata.
15 giugno 1887 Il card. Gaetano Alimonda, lo nomina uno dei sette membri della Facoltà di Diritto canonico e civile.
7 luglio 1892 Nominato «Canonico onorario».
20 ottobre 1895 Viene confermato membro aggiunto della Facoltà legale, col titolo di «avvocato».
Gennaio 1899 Esce il primo numero del periodico «La Consolata», ideato e fondato dal Camisassa.
10 maggio 1902 Accompagna, fino a Marsiglia, la spedizione dei primi quattro Missionari della Consolata per il Kenya.
19 giugno 1905 È nominato «Canonico effettivo».
8 febbraio 1911 Inizia la visita alle missioni del Kenya.
26 aprile 1912 Rientra a Torino dal viaggio in Kenya, dopo una sosta a Roma.
18 agosto 1922 Muore presso il Santuario della Consolata.
15 novembre 1976 La sua salma viene trasferita nella cappella mortuaria dell’Istituto (Camposanto generale di Torino).
5 ottobre 2001 Le spoglie mortali del Camisassa vengono solennemente collocate accanto al sepolcro dell’Allamano, nella chiesa santuario di Casa Madre a Torino.
Preghiera per l’anno del Camisassa
Foto classica del canonico Giacomo Camisassa
Grazie, Signore, per aver donato
alla nostra famiglia missionaria
la presenza discreta, operosa e benedicente
del canonico Giacomo Camisassa.
Egli, uomo di Dio,
uomo di comunione e collaborazione,
in sintonia con il beato Giuseppe Allamano
sostenne la nascita e lo sviluppo
degli Istituti missionari della Consolata.
Donaci, Signore, di imparare dal nostro Confondatore
l’arte della vera amicizia fraterna,
la silenziosa operosità,
l’umiltà di chi cerca Dio con tutto il cuore
e la dedizione entusiasta alla missione
nella quale Dio, nella sua bontà, ci coinvolge.
Lo chiediamo a Te, Signore Gesù,
il Figlio missionario del Padre,
che vivi e regni con Lui e lo Spirito Santo
nei secoli dei secoli. Amen!
Hanno firmato questo dossier:
Giuseppe Ronco, missionario della Consolata. Ha servito due periodi in Zaire – Rd Congo (1973-1977 e 1985-1987). Formatore dei teologi a Rivoli (1977-1985). In Canada, a Montréal, dal 1987 al 2007. A Roma dal 2007 al 2018. Ora è in Casa Madre a Torino. Per questo dossier si è avvalso anche di lettere e comunicazioni interne dei superiori generali delle missionarie e dei missionari della Consolata.
A cura di Gigi Anataloni, direttore di MC dal 2010.
Foto di questo dossier
Dall’Archivio fotografico Missioni Consolata (AfMC) a Torino. Quelle scattate in Kenya sono di monsignor Filippo Perlo.
Testi
Nei dossier ci sono molte citazioni di testimonianze di Missionari e Missionarie della Consolata e altri sacerdoti della diocesi di Torino. Gli originali sono nell’archivio generale dei Missionari della Consolata a Roma, spesso frutto delle ricerche e degli studi del compianto padre Francesco Pavese.
P Pavese a Tuthu con la ruota idraulica che faceva funzionare la segheria di fratel Benedetto Falda .
Cari Missionari
100 anni meravigliosi!
Ordinazioni sacerdotali e pellegrinaggio internazionale a Tosamaganga, 1ª missione IMC in Tanzania
Carissimi,
quest’anno abbiamo celebrato il centenario della missione del nostro istituto in Tanzania. Abbiamo molte ragioni per ingraziare.
Ordinazioni
Anzitutto ringraziamo il Signore per il dono dell’ordinazione sacerdotale di quattro confratelli tanzaniani proprio
durante questo anno giubilare.
Prima l’ordinazione dei diaconi Tito Kimario e Emanuel Temu della diocesi di Moshi, e poi quella di altri due, i diaconi Isack Mdindile e Richard Lusaluwa della diocesi di Iringa (foto sotto). Sono i frutti nati dall’albero della fede seminato nelle varie parrocchie dai missionari in questi 100 anni di evangelizzazione in Tanzania, in particolare nella diocesi di Iringa.
Ringraziamo il Signore non solo per questi nostri confratelli, ma per tutti i figli e le figlie consacrati a Dio di questa diocesi e delle altre diocesi in Tanzania.
Nella messa di ordinazione, durante l’omelia, il vescovo di Iringa, mons. Tarcisius Ngalelekomtwa, ha insistito sul fatto che i nuovi ordinati debbano vivere la loro vocazione con coerenza e impegno, affinché questorealizzi la salvezza loro e di tutte le pecore che verranno loro affidate. Bisogna vivere la vita sacerdotale seguendo l’esempio di Gesù Cristo, il sacerdote per eccellenza. Il vescovo ha anche sottolineato che d’ora in poi tutti dobbiamo chiamare i nuovi sacerdoti «padri», perché dovranno prendersi cura della famiglia formata dai figli di Dio.
Pellegrinaggio da Mshindo a Tosamaganga con sette tappe intermedie, giovani dall’Europo insieme alal gente locale in occasione del centenario IMC in Tanzania
Il pellegrinaggio
Il giorno seguente, il 23 agosto, tutti i gruppi dei giovani provenienti dai vari centri Imc dell’Europa si sono radunati al centro Faraja (Consolazione) situato a Mgongo, dove vengono accolti bambini orfani o provenienti da famiglie in difficoltà. Là c’è stata una conferenza sulla vita e storia dei missionari della Consolata in Tanzania e sul centenario. Padre Cyprian Mvanda e il superiore regionale, padre Erasto Mgalama, hanno raccontato nel dettaglio i primi passi compiuti dai primi missionari agli albori della missione in Tanzania. I giovani europei hanno avuto l’opportunità di conoscere i bambini, giocare, ballare e cantare con loro, trascorrendo una serata meravigliosa, terminata con la cena alla quale ha partecipato anche la comunità della Faraja.
È stato fondamentale incontrarci per sentire le grandi meraviglie che Dio ha operato tramite i missionari nella regione di Iringa per essere pronti all’evento del giorno seguente: il pellegrinaggio a Tosamaganga, la primissima casa dei missionari della Consolata in Tanzania.
In strada
La mattina del 24 agosto (foto sopra), i fedeli e giovani locali insieme ai giovani dall’Europa si sono radunati presso la chiesa di Mshindo per partire in pellegrinaggio verso Tosamaganga.
Ai pellegrini si sono uniti tanti giovani e adulti delle parrocchie della Consolata in Tanzania per formare un lungo e variopinto corteo di persone che si è snodato lungo strade polverose.
È stato un pellegrinaggio colmo di gioia, preghiera, canti, musica, balli e riflessioni, con diverse tappe prima di arrivare a Tosamaganga.
Significativa è stata la penultima tappa all’orfanatrofio gestito dalle suore Teresine, una congregazione fondata da un missionario della Consolata, mons. Cagliero. Ci siamo inoltre recati al cimitero di Tosamaganga, dove riposano in pace tanti missionari che hanno speso tutta la vita per l’evangelizzazione e l’amore delle popolazioni.
A Tosamaganga
Arrivati alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Tosamaganga, siamo stati accolti calorosamente dal vicario del vescovo che ha salutato i pellegrini in tre lingue: inglese, swahili e italiano e ringraziato Dio per il lavoro fatto dai missionari dopo aver preso il posto dei Benedettini 100 anni fa.
Dopo varie celebrazioni, alla sera ci siamo trovati per un momento di presentazione dei vari gruppi che hanno anche condiviso le esperienze avute nelle parrocchie prima del pellegrinaggio e anche alcuni aspetti della propria cultura di provenienza con canti, balli e musica. Il 25 agosto nella messa presieduta da padre Erasto Mgalama abbiamo nuovamente ringraziato il Signore per il cammino fatto insieme e per le meraviglie che Dio ha compiuto tramite i missionari. Ha poi sottolineato che una missione riuscita è quella che coinvolge tutti, è quella fatta «con e per gli altri». Celebriamo i 100 anni perché i nostri primi missionari hanno saputo fare e vivere missione insieme. Il successo non è dovuto a un solo missionario, ma a tutti coloro che hanno lavorato durante questi 100 anni in Tanzania.
Ora preghiamo che questo Spirito di fare missione insieme cresca in noi, perché l’essere missionari e il fare missione siano il compito di tutti. «Umisionari ni wajibu wetu, wajibu wetu ni umisionari» (la missione è il nostro dovere/compito/impegno), così dice il motto del giubileo in Tanzania.
Il pellegrinaggio continua
Padre Erasto ringraziando i giovani dall’Europa per la loro partecipazione alle feste del giubileo, ha ricordato che il culmine delle celebrazioni è il 14 ottobre (festa nazionale in Tanzania).
Ha chiesto poi di portare i ringraziamenti alle famiglie e di raccontare l’esperienza vissuta sulle orme di tanti missionari che hanno evangelizzato il Tanzania, invitando a continuare il pellegrinaggio in Europa, diventando missionari nelle proprie comunità parrocchiali, contro l’anonimato delle nostre città e dei nostri paesi, visitando le solitudini delle case, uscendo per cercare e consolare gli smarriti e gli esclusi, accogliendo chi emigra ed è discriminato.
In questo senso, il pellegrinaggio continua, perché la missione non è finita né in Tanzania né in Europa.
padre Thomas Mushi, da Iringa, Tanzania
Ricordando con nostalgia
Caro direttore,
sono l’autore della foto di copertina di dicembre 2017. Come membro del gruppo Gomni (di cui avete scritto a luglio 2018) sono stato in Tanzania sette volte tra il 1992 e il 2008. Esperienze indimenticabili per me. Vorrei condividere questa breve storia allo scopo di far conoscere in questi tempi che le diversità tanto discusse e vituperate possono essere motivo di confronto e magari di ricupero di certi valori che noi abbiamo perso o dimenticato, come l’accoglienza, la condivisione e la fraternità.
Visita ai villaggi con suor Ponziana
Un mattino, dopo la messa, suor Ponziana mi invita ad andare a trovare i vecchi e gli ammalati. Raccolte poche cose dalla mia stanza, messi gli scarponi e preso un bastone, partiamo. È una bella giornata calda. Ci mettiamo in viaggio passando da una specie di emporio per prendere due bottiglie d’acqua per bere, una per uno.
Il percorso è un po’accidentato, con diverse colline da superare. Siamo sugli altipiani della regione di Njombe a un’altezza media di 1.800 m. I villaggi della parrocchia sono numerosi e piuttosto lontani uno dall’altro.
Partiamo spediti. Appena fuori del villaggio della parrocchia, sento una voce in lontananza che grida: «Karibu, Armando (benvenuto Armando)». Il saluto è forte, ma non vedo nessuno. In queste zone e a questa altitudine, senza i rumori tipici del mondo occidentale, il suono si propaga facilmente. Proseguendo il cammino incontriamo un gruppo di donne che vanno al lavoro nei campi trasportando gli attrezzi sulla testa. Il saluto è d’obbligo: «Kamwene, habari, mnaenda wapi?» (buon giorno – in kihehe, hai notizie? dove vai? – in kiswahili). La stretta di mano tripla dà calore all’incontro e all’immancabile scambio di informazioni, senza fretta.
Al primo gruppo di capanne ci fermiamo per salutare, anche se qui non ci sono ammalati ne vecchi. Ci offrono una gallina e io cerco di rifiutarla perché so che questa gente mangia una sola volta al giorno. Suor Ponziana mi prende per un braccio e sottovoce mi sussurra che non si può rifiutare, sarebbe un’offesa per loro.
Riprendiamo il cammino e dopo un’ora arriviamo in un villaggio con molte capanne. Sul sentiero che attraversa il villaggio un giovane sui venti anni si muove trascinando il corpo con le mani. Ha le gambe rattrappite probabilmente dalla nascita. «Weuli (buon pomeriggio – ancora in kihehe). Habari?». «Nzuri (bene)». È la risposta caratteristica della gente. Anche se la situazione non è buona, la risposta è sempre positiva.
«Vado a trovare la nonna», dice il ragazzo. Lo accompagniamo lentamente alla capanna che si trova poco lontano.
«Hodi? (permesso?)». «Karibu (benvenuto)», risponde una voce da dentro. Entriamo attraverso un’apertura in un muro di fango secco. Attraverso il denso fumo di un fuocherello vediamo una donna molto anziana seduta su un gabellino di legno a pochi centimetri da terra. Ci da la mano dalla pelle molto sciupata e rinsecchita e ci invita a sederci. La vecchia è seduta accanto ad un fuoco formato da tre pietre disposte a triangolo. Non c’è il camino e il fuoco poco vivo crea una coltre di fumo che ristagna nel piccolo ambiente rendendo difficile il respiro.
Dopo i convenevoli, la signora ci racconta la sua storia di persona rimasta sola, con nessun parente e la difficoltà di muoversi a causa delle gambe molto ammalate. Ormai la sua vita è accanto al fuoco che, a queste altitudini, è sempre acceso giorno e notte. La sua esistenza è condizionata dall’aiuto dei vicini che non manca mai e dalla presenza del nipote handicappato che le tiene compagnia durante la giornata. Ma la cosa sorprendente è che trasmette il suo racconto con un sorriso sulle labbra, senza recriminazioni, né lamentele, come se fosse una cosa normalissima, naturale.
Io le offro delle caramelle e la suora le dà una maglietta per ripararsi dal freddo. Concludiamo la visita pregando insieme.
Riprendiamo il cammino in silenzio ripensando alla condizione di quella nonna che affronta la sua situazione difficile con serenità senza drammatizzare, con dignità e l’orgoglio di esistere.
La lebbrosa
Dopo un paio di colline e mezzora di cammino arriviamo a un piccolo insediamento, con cinque o sei capanne e poca attività, nessun movimento. La suora va diritta verso una capanna. Si ferma prima di entrare e girandosi verso di me dice: «Tu stai qui, non entrare, aspettami». Dopo un quarto d’ora, suor Ponziana esce e mi dice: «Twende (andiamo)».
La osservo mentre si pulisce le mani con l’erba alta bagnata di rugiada. Incuriosito, le chiedo perché non mi ha lasciato entrare in quella capanna. Con la testa abbassata mi risponde sommessamente: «In quella capanna c’è una persona molto ammalata, ha la lebbra».
Rimprovero suor Ponziana per quella pericolosa mancanza di igiene e le consiglio di munirsi di un disinfettante comune mentre le offro una bottiglietta di Amuchina che abitualmente mi porto nello zainetto.
«Turudi (torniamo)», mi dice. Ci mettiamo sulla strada del ritorno, silenziosamente. Poco dopo incontriamo un gruppo di giovani donne che rientrano al villaggio. L’incontro vivacizza l’atmosfera con i saluti e le notizie che ci scambiamo. Io ne approfitto per familiarizzare con loro. Arriviamo alla missione abbastanza stanchi ed accaldati. Mi accorgo che la bottiglia dell’acqua della suora è ancora piena. «La bevo con le mie consorelle», mi dice suor Ponziana. Questa cosa mi fa ricordare l’importanza dell’acqua per questa gente. Nella parrocchia non esiste ancora un impianto di acqua potabile e utilizziamo l’acqua piovana e quella bollita per le nostre esigenze. Se è così in missione, nel villaggio è molto peggio.
«Tutaonana kesko (ci vediamo domani)», mi saluta la suora. A domani.