Uganda. Settimo mandato per Yoweri Museveni
Sabato 17 gennaio, la Commissione elettorale ugandese ha comunicato i risultati provvisori delle presidenziali di due giorni prima. Senza sorprese, secondo i dati ufficiali, il capo di Stato uscente, Yoweri Museveni, ha ottenuto un settimo mandato con il 71,65% dei voti. Il suo maggiore sfidante, invece, il cantante e politico Bobi Wine (nome d’arte di Robert Kyagulanyi), si è fermato al 24,72%.
I risultati provvisori danno al partito di Museveni, il National resistance movement (Nrm), anche il controllo pressoché totale del Parlamento.
Quarant’anni di presidenza
Museveni è salito al potere nel 1986, quando il National resistance movement (allora movimento armato) ha deposto il generale Milton Obote, andato al potere dopo la caduta del dittatore Idi Amin nel 1979.
Da quel momento, Museveni non ha più abbandonato la presidenza, arrivando anche a modificare due volte la Costituzione per mantenerla. In un caso, ha ottenuto l’eliminazione del limite di età (75 anni, Museveni oggi ne ha 81) per candidarsi a capo dello Stato; nell’altro, ha fatto sì che venisse rimosso il numero massimo di mandati che ciascuna persona può ricoprire.
Dal 1986, quindi le elezioni sono sempre state una pura formalità. Per quattro volte, a sfidare Museveni è stato Kizza Besigye. Nel 2024, però, lo storico oppositore è stato rapito in Kenya. Portato davanti a una corte militare ugandese, al momento, Besigye è sotto processo con un’accusa di tradimento (se condannato, rischia la pena di morte).
Nel 2021, invece, il principale sfidante di Museveni è stato Wine. Conosciuto anche come il «ghetto president» (presidente del ghetto) – in quanto originario degli slum della capitale Kampala – Wine si è ricandidato anche nel 2026.
Repressione e brogli
Secondo Tigere Chagutah, direttore di Amnesty international (www.amensty.it) per l’Africa orientale e australe, il periodo preelettorale è stato «caratterizzato da repressione massiccia e aggressioni senza precedenti a partiti di opposizione e voci di dissenso». Tant’è che, verso la fine della campagna, Wine ha iniziato a presentarsi in pubblico con elmetto e giubbotto antiproiettile, mentre i raid della polizia ai suoi comizi sono diventati sempre più frequenti, con alcuni morti e centinaia di arresti tra i suoi sostenitori.
Pochi giorni prima del voto, i militari sono stati dispiegati nella capitale. Human rights watch (organizzazione per la difesa dei diritti umani con base a New York) ha invece denunciato la sospensione di dieci Ong: tra esse, organizzazioni che si occupavano del monitoraggio elettorale e della tutela dei diritti umani.
A ciò si è poi aggiunto il blocco di internet, ordinato dall’esecutivo con l’obiettivo di «prevenire la diffusione di informazioni false e l’incitazione alla violenza». In realtà, l’intenzione del governo era silenziare le voci di dissenso e limitare la circolazione di informazioni. Bloccare internet ha anche «limitato la possibilità di controllare la reale trasparenza del voto, aumentando il sospetto di brogli», come detto da Goodluck Jonathan (ex presidente nigeriano e oggi rappresentante degli osservatori dell’Unione africana e di altri organi regionali).
Calma tesa
Il giorno del voto, in molte aree urbane (spesso fortezze dell’opposizione), le macchine per l’identificazione biometrica non hanno funzionato. Ciò, oltre a causare ritardi, ha anche scatenato ulteriori timori di frodi elettorali, a causa dell’utilizzo di registri cartacei.
Jonathan ha detto che la giornata è trascorsa nella calma. Ma ha anche sottolineato che, secondo lui, era apparenza, dovuta al fatto che nei cittadini «era stata instillata la paura» ed era stata «erosa la loro fiducia nel processo elettorale».
Una volta annunciati i risultati, un portavoce del partito di Wine, la National unity platform, li ha definiti una «vergogna». A inasprire le tensioni è anche l’incertezza che circonda la figura di Wine. Secondo quanto raccontato dallo stesso leader di opposizione sui suoi social, inizialmente è stato posto agli arresti domiciliari, per poi sfuggire a un tentativo di rapimento. Nulla di nuovo in realtà. Già nel 2021, dopo il voto, Wine era stato arrestato per giorni – con l’accusa di non aver rispettato le norme di distanziamento sociale dovute al Covid-19 – e ciò aveva scatenato manifestazioni a Kampala. La cui repressione, secondo Human rights watch, aveva causato almeno 54 morti.
Il rischio concreto – soprattutto se gli attacchi all’opposizione dovessero continuare – è che lo scenario si ripeta. Dopotutto, le proteste di ottobre nella vicina Tanzania (ma non solo) dimostrano che i giovani africani sono sempre meno disposti a stare in silenzio e a subire le conseguenze di regimi autoritari e dittatoriali.
Aurora Guainazzi

