Nigeria, Le guerre dei poveri

Sommario

Obbligati a difendersi
Come si vive oggi nella regione culla di Boko Haram

Nato a Maiduguri (Nigeria del Nord Est) come setta, diventato un feroce gruppo jihadista, è salito più volte alla ribalta della cronaca, per poi sparire. Ma Boko Haram non è morto, si è trasformato. E la popolazione continua a subire. Reportage.

Nord Est della Nigeria. Il verbo che qui meglio descrive la vita dei fedeli cristiani – ma non solo – non è «vivere», ma «resistere». Resistere al terrorismo jihadista di Boko Haram e Iswap (Islamic state west Africa province, Stato islamico provincia dell’Africa dell’Ovest), che nel 2025 ha intensificato gli attacchi contro civili e forze di sicurezza soprattutto negli Stati di Borno e Yobe, con un’escalation. Tutto documentato da fonti come Acled (organismo indipendente di monitoraggio dei conflitti, acleddata.com) e da rapporti umanitari, con picchi di violenza tra maggio e giugno e collaborazione tra fazioni. Quello passato è stato un anno tra i più violenti, con migliaia di vittime cumulative.

Per raggiungere Maiduguri, nel Nord della Nigeria, partendo da Abuja, si sorvolano centinaia di chi-lometri di terra arida.

Il Sahel nigeriano è un susseguirsi di sabbia e argilla: un territorio già ostile per conformazione naturale, dove l’agricoltura è fragile e la sopravvivenza dipende dall’equilibrio tra clima e sicurezza.

È in questo contesto che, nel 2009, Boko Haram è sceso in guerra (vedi box) e, cacciato da Maiduguri nel 2013, non è mai stato davvero sconfitto. Da allora la guerra ha solo cambiato forma. passando da controllo territoriale a guerriglia asimmetrica. Ci sono poi fazioni come Iswap che hanno adottato una governance più strutturata basata su tasse, giustizia parallela e controllo delle risorse nell’area del lago Ciad.

Lambert John Musa Pulka, Stato di Borno (Nigeria). Civile armato per autodifesa, fotografato con la sua famiglia. Alle spalle, le colline di Gwoza, da dove Boko Haram lancia attacchi contro la città. (Foto Francesco Maviglia)

Da agricoltore a vigilante

Spostandosi verso Sud Est, le strade che conducono alle aree di Gwoza e Pulka sono considerate tra le più pericolose del Paese. Non si viaggia su strade: l’unico modo per arrivarci è l’elicottero. Dal cielo il territorio appare frastagliato: colline, foreste, sentieri invisibili che collegano villaggi isolati. È un paesaggio che favorisce la guerriglia, le imboscate, le fughe rapide.

Atterrando a Pulka, si ha subito la sensazione di entrare in una città desolata. Nello Stato di Borno, a ridosso del confine con il Camerun e all’inizio delle Mandara Mountains, Pulka è una base strategica per l’esercito regolare nigeriano, un nodo cruciale per il controllo dell’area meridionale del Borno e per le operazioni contro i gruppi jihadisti che si muovono tra la foresta di Sambisa e le montagne. Oggi, però, è soprattutto una città rifugio: ospita migliaia di sfollati interni, persone fuggite dai villaggi circostanti dopo attacchi, incendi, rapimenti e recenti offensive, come quelle dell’estate 2025, quando si verificarono assalti notturni con spari respinti dalle forze di sicurezza, lanci di granate e attentati suicidi nelle aree vicine.

Qui la guerra non è un evento eccezionale: è una condizione permanente. I check-point militari scandiscono l’ingresso e l’uscita dalla città. Oltre quei punti, il territorio è incerto. Uscire per coltivare i campi significa esporsi al rischio di un attacco; restare dentro, invece, vuol dire dipendere dagli aiuti umanitari, spesso ritardati – se e quando arrivano – dalla presenza di bombe artigianali lungo le strade, come la Maiduguri-Damboa.

È in questa prigione a cielo aperto che incontriamo Lambert John Musa. Ha 49 anni, proviene dal villaggio di Igadele, a pochi chilometri da qui. Era un agricoltore. Oggi è anche un vigilante armato. «È stata l’insurrezione a costringerci a fuggire», racconta. «Ci hanno attaccati, siamo scappati sulle montagne e poi in Camerun. Siamo rimasti lì più di un anno». La vita da rifugiati, però, non era una soluzione. «In Camerun non c’era lavoro. Nemmeno il lavoro giornaliero. Sopravvivevamo con quello che ci davano».

Stato di Borno, Nigeria. Pattuglia della Civilian Joint Task Force (CJTF) nelle aree agricole alla periferia di Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Con il fucile in spalla

Il ritorno a Pulka sembrava a Lambert una scelta possibile. «Pensavamo che la pace fosse tornata, perché i soldati erano ovunque». Ma la sicurezza era solo apparente. «Da quando siamo tornati, nessuno può uscire dalla città. Se lo fai, ti uccidono. Molte persone sono state uccise».

È in questo contesto che nasce la decisione di armarsi. «Quando siamo tornati e hanno ricominciato a uccidere la nostra gente, abbiamo deciso di prendere le armi. Noi uomini abbiamo formato un gruppo di vigilantes per proteggere le nostre famiglie». Lambert racconta di aver comprato il fucile con denaro guadagnato svolgendo i lavori più umili: scavare latrine, tagliare legna, occupazioni occasionali. «Se dieci persone vanno nei campi, quattro o cinque hanno un’arma. Io mi metto sulla collina a controllare. Se si avvicinano, sparo».

Non c’è eroismo nelle sue parole, ma solo necessità. «Mio fratello minore è stato ucciso insieme ad altri membri del gruppo. All’epoca non avevo un’arma».

Oggi Lambert vive con la consapevolezza che ogni giornata nei campi è una scommessa. «Se mi trovo faccia a faccia con uno di Boko Haram e lui ha un’arma, combatto per ucciderlo. Perché altrimenti sarà lui a uccidere me».

Armarsi per proteggersi

Accanto ai vigilantes civili opera la Civilian joint task force (Cjtf), una milizia nata dal basso che collabora con l’esercito. Ali Garba ne fa parte e racconta che tutto è iniziato in una notte: «Eravamo al centro sportivo, guardavamo una partita di calcio. A un certo punto Boko Haram ha iniziato a sparare. Pensavamo fosse uno scherzo». Non lo era. «Ci hanno detto che da quel giorno guardare il calcio era proibito».

Per Ali, quello è stato il momento in cui la guerra è entrata definitivamente nella sua vita quotidiana. «Avevano armi che prima avevo visto solo addosso ai soldati. Ci davano ordini». All’inizio gli attacchi colpivano polizia ed esercito, poi anche i leader locali. «Quando abbiamo visto i corpi dei nostri ragazzi uccisi, ho pianto. Da quel momento non abbiamo più avuto paura». La Cjtf è nata così: come risposta comunitaria all’assenza di sicurezza. «Se ci attaccano, li uccidiamo. È vendetta, sì. Ma è anche sopravvivenza».

La Cjtf, con migliaia di membri attivi in Borno e Yobe, ha subito centinaia di perdite negli anni. Compie operazioni congiunte, come imboscate a Gwoza e Pulka, neutralizzando terroristi e recuperando armi, ma è anche accusata di abusi.

A Pulka la linea tra civile e combattente è sottile, spesso invisibile. I contadini diventano sentinelle, i villaggi si organizzano in turni di guardia, la notte è il momento più temuto. «Arrivano dai sentieri tra gli alberi», dice Ali. «Se non trovano resistenza, entrano».

Guja Shtima Pulka, Stato di Borno (Nigeria). Musulmano. Arrestato dall’esercito e scambiato per un terrorista; ha perso entrambe le mani per necrosi dovuta al fermo. (Foto Francesco Maviglia)

Rischio calcolato?

A Pulka coltivare la terra è un’attività con rischio calcolato. I campi non sono lontani, ma basta superare il perimetro della città per entrare in una zona grigia, dove la presenza dello Stato si fa intermittente e quella dei gruppi armati resta costante. «Per lavorare, devi uscire dalla città», racconta Abubakar Musa. «E quando sei fuori, sai che possono arrivare in qualsiasi momento. Non sai quando, ma sai che succederà».

Abubakar ha 34 anni, appartiene alla tribù Mandara e vive a Pulka con ciò che resta della sua famiglia. Due anni fa era nei campi con altri agricoltori: stavano preparando la terra per la semina quando Boko Haram ha attaccato. «Eravamo in venti. Alcuni di noi avevano armi rudimentali. Loro avevano fucili automatici». L’assalto è arrivato all’improvviso, da più direzioni. «Alcuni sono stati colpiti subito. Altri hanno cercato di scappare. Io sono stato colpito alla mano».

Ferito gravemente, Abubakar è stato soccorso dalla Cjtf e portato a Maiduguri. «Hanno tolto il proiettile, ma la mano era distrutta. Hanno dovuto amputarla». Oggi mostra il moncone, ma il trauma non è solo fisico. «La mia sfida adesso è il lavoro. Anche se vado ancora nei campi, non posso coltivare come prima». In una regione dove la sopravvivenza dipende dalla forza delle braccia, perdere un arto significa perdere autonomia. «Se qualcuno ti aiuta oggi, non sai se domani potrà farlo ancora. È meglio lavorare da soli, ma io non posso più».

La fame si diffonde

A Pulka la fame è una conseguenza diretta dell’insicurezza. Quando gli attacchi aumentano, i campi restano incolti. Se i contadini non possono uscire, le scorte finiscono. «Qui mangiamo quello che ab-biamo cucinato il giorno prima», dice Abubakar. Riso, fagioli, a volte pasta. Gli aiuti arrivano a intermittenza, spesso insufficienti. La guerra non uccide solo con le armi: uccide lentamente, privando le comunità dei mezzi per nutrirsi, con milioni di bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta grave nei Bay (sigla che indica gli stati di Borno, Adamawa, Yobe, nel Nord Est della Nigeria).

Molti, come Lambert, hanno scelto di armarsi. Non per ideologia, ma per necessità. La difesa è collettiva, improvvisata, fragile. Le armi sono spesso vecchi fucili a colpo singolo. «Quando spari poi devi ricaricare», racconta Abubakar. «Loro no». È una disparità che definisce il conflitto quotidiano: chi lavora la terra contro chi controlla le armi e i sentieri. A rendere ancora più complesso il quadro è l’evoluzione dei gruppi jihadisti. Boko Haram non è più un’entità monolitica, ma una costellazione di fazioni che si muovono tra foreste, montagne e confini porosi. Le Mandara Mountains, che circondano Pulka, offrono rifugi naturali, passaggi invisibili, possibilità di infiltrazione verso il Camerun. La città resta formalmente sotto controllo governativo, ma è vulnerabile. Gli attacchi ai check point, le imboscate, gli attentati suicidi, ricordano che la linea del fronte è mobile e che, con la ripresa degli scontri nel 2026, la violenza rischia di estendersi ulteriormente nel bacino del lago Ciad, minacciando non solo la Nigeria ma l’intera regione.

Sopravvivere, dunque, significa destreggiarsi tra difficoltà continue. Difficoltà che emergono anche dai numeri: le proiezioni del Cadre harmonisé/Ipc (Integrated food security phase classification è una scala globale di indicatori di sicurezza alimentare, creata da una piattaforma di Ong internazionali, ipcinfo.org, ndr) indicano circa 30,6 milioni di persone in Nigeria in fase 3, o peggiore, di insicurezza alimentare acuta durante la stagione secca tra giugno e agosto 2025 (con un leggero calo rispetto al 2024, ma ancora a livelli altissimi). Nei Bay fino a 4,6-5,1 milioni di persone sono colpite nel periodo di picco. Non è secondario, in questo scenario, il cambiamento climatico: le inondazioni del 2025 hanno interessato centinaia di migliaia di persone (con picchi gravi, come a Mokwa, nello Stato del Niger, nel centro Ovest della Nigeria, dove si contano oltre 150 morti e migliaia di case distrutte), mentre la siccità e la riduzione del lago Ciad favoriscono la mobilità jihadista attraverso isole e paludi.

Civilian Joint Task Force (CJTF) Pattuglia civile di autodifesa attiva nelle aree agricole di Maiduguri per proteggere i civili dagli attacchi di Boko Haram.
(Foto Francesco Maviglia)

Terroristi e sfollati

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’abbandono da parte dello Stato. Oltre 1,7 milioni di sfollati interni restano concentrati in Borno (su un totale di circa 2,3-2,5 milioni nel Nord Est), molti in campi sovraffollati o in villaggi esposti a nuove ondate di violenza, le quali causano chiusure forzate di campi di sfollati che spingono migliaia di persone verso aree insicure.

Nel frattempo, neppure gli attentati suicidi sembrano venire meno: il 25 dicembre 2025, in una moschea di Maiduguri (Al-Adum Jumaat Mosque, vicino al mercato di Gamboru), un attacco ha causato cinque morti e trentacinque feriti durante la preghiera serale.

In questo contesto, resistere significa anche sottrarsi al reclutamento dei terroristi, soprattutto per giovani disoccupati, colpiti dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, attratti da gruppi che offrono «protezione» o guadagni illeciti attraverso estorsioni e contrabbando.

L’attenzione internazionale, però, resta marginale: i fondi umanitari, ridotti nel 2025, hanno limitato gli aiuti, mentre la crisi del lago Ciad si intreccia con l’instabilità regionale nel Sahel e nel Corno d’Africa. Il rischio, forse inevitabile per chi vive in tali circostanze, è la normalizzazione della violenza: attacchi quasi quotidiani contro check-point, villaggi e convogli umanitari rendono impossibile una vita ordinaria. Nel frattempo, la fame uccide più lentamente delle pallottole, ma con la stessa ineluttabilità.

Francesco Maviglia

Modern International Market, Makurdi, Stato del Benue (Nigeria). Campo per sfollati interni/ famiglie costrette a vivere in strutture improvvisate dopo le violenze nelle aree rurali del Benue. (Foto Francesco Maviglia)

(Quasi) Senza speranza
«Middle belt»: conflitti tra allevatori e agricoltori, ma non solo

La desertificazione avanza verso Sud e vi porta le mandrie degli allevatori. Gli agricoltori non ci stanno, ma bande armate attaccano i loro villaggi, distruggono e uccidono. Mentre lo Stato resta assente, i campi di sfollati si riempiono.

Nella Nigeria centrale, la violenza non indossa la maschera uniforme del jihadismo settentrionale, con i suoi proclami ideologici e gli attentati rivendicati. Qui il conflitto è più silenzioso, radicato nella terra stessa, nelle stagioni agricole, nei cicli di siccità e pioggia che da sempre regolano la vita.

Siamo nella Middle belt, quella larga cintura di transizione che taglia orizzontalmente il Paese, separando il Nord arido e prevalentemente musulmano dal Sud più umido, cristiano e animista. Una zona di confine ecologico e culturale dove, per generazioni, agricoltori sedentari – soprattutto di etnia Tiv e cristiani – e pastori nomadi Fulani (anche chiamati Peul, ndr) hanno condiviso spazi in un equilibrio precario. I Fulani portavano le mandrie nelle pianure durante la stagione secca, lasciando fertilizzante naturale in cambio di accesso all’acqua e ai pascoli; gli agricoltori offrivano cereali e tuberi in baratto. Quel patto informale, tramandato oralmente, si è incrinato da decenni ed è oggi definitivamente spezzato.

Crisi umanitaria

Nello Stato di Benue (centro Est), il cuore agricolo della nazione, questa rottura ha assunto i contorni di una crisi umanitaria sistematica. Le comunità locali parlano di un massacro mirato contro le popolazioni cristiane sedentarie, condotto da gruppi armati di pastori fulani che operano con tattiche sempre più organizzate: incursioni notturne coordinate, uso di fucili automatici e machete, taniche di carburante per incendi deliberati.

Non è un semplice scontro tra stili di vita pastorale e agricolo, come viene spesso ridotto nei resoconti internazionali, è una contesa feroce per il controllo dello spazio rurale in un’epoca di risorse sempre più scarse.

La desertificazione avanza inesorabile dal Sahel: il lago Ciad si è ridotto di oltre il 90 per cento dagli anni Sessanta, i fiumi si prosciugano prima del previsto, le piogge diventano imprevedibili e concentrate in alluvioni brevi e violente. Le mandrie dei Fulani, spinte dalla fame di erba verde, scendono sempre più a Sud, invadendo terre già coltivate. Gli agricoltori rispondono erigendo recinti di spine o difendendo i campi con ciò che hanno. I pastori, spesso armati da reti criminali opache o gruppi più strutturati, rispondono con violenza sproporzionata. L’assenza quasi totale dello Stato – poche pattuglie, indagini inesistenti, impunità diffusa – trasforma ogni incidente in un ciclo di rappresaglie che si autoalimenta.

Modern International Market, Makurdi, Stato del Benue (Nigeria). Campo per sfollati interni (IDP) che ospita principalmente le famiglie fuggite da Yelwata dopo l’attacco armato del giugno 2025. (Foto Francesco Maviglia)

Campi incolti, sfollati e fame

Makurdi, la capitale del Benue, è diventata il riflesso più visibile di questa deriva. Un tempo città di mercati colorati, con il fiume Benue che scorreva placido portando barche cariche di igname (tubero simile alla patata dolce, ndr) e mais verso Sud, oggi è un gigantesco punto di raccolta per sfollati.

Decine di migliaia di persone – stime locali parlano di oltre 200mila in tutto lo Stato – hanno abbandonato i villaggi dove sono nati dopo aver perso case, raccolti e familiari.

Il Modern international market, che fino a pochi anni fa era il cuore pulsante del commercio locale – bancarelle stracolme di spezie, ortaggi freschi, tessuti colorati, moto taxi che sfrecciavano tra la folla – si è trasformato nel più grande campo profughi improvvisato della città. Le vecchie strutture di legno sono state smontate per costruire abitazioni con tetti di lamiera arrugginita; stuoie sottili, spesso bucate, coprono pavimenti di cemento grezzo pieni di crepe dove l’acqua piovana ristagna per giorni. Di giorno il calore è soffocante, l’aria tremola sopra il metallo rovente; di notte l’umidità penetra nelle ossa e il freddo improvviso fa battere i denti.

Le donne cucinano quel poco che resta: farina di mais diluita in acqua per preparare una polenta grigia e insipida, foglie di cassava bollite fino a diventare molli, a volte un pugno di arachidi o fagioli se sono arrivati aiuti umanitari.

«Qui non si vive, si sopravvive», ripete una donna sulla quarantina al nostro arrivo. Accanto a lei, bambini scalzi di quattro o cinque anni raccolgono acqua piovana da pozzanghere fangose con secchi bucati e taniche tagliate a metà. «Non abbiamo acqua potabile. Quando piove beviamo quello che cade dal cielo. Quando non piove, aspettiamo ore in fila per un secchio».

I servizi igienici sono sempre più scarsi: malaria, dissenteria, infezioni cutanee e malattie respiratorie circolano come epidemie silenziose. Le vaccinazioni arrivano a singhiozzo, portate da convogli che a volte non riescono a passare per strade bloccate o insicure.

Il Benue deve il suo soprannome storico – Food basket of the nation (cesto del cibo della nazione) – alla fertilità straordinaria delle sue pianure alluvionali, nutrite dal fiume Benue e dai suoi numerosi affluenti. Fino a una decina di anni fa la stagione delle piogge, tra maggio e ottobre, trasfor- mava il paesaggio in un mare verde: mais alto, igname che pesava 20-30 chili a tubero, campi di soia che ondeggiavano al vento, sesamo e riso che maturavano sotto il sole. I camion partivano carichi ogni settimana verso Abuja, Lagos, Port Harcourt; i mercati si riempivano di prodotti freschi; le famiglie risparmiavano per mandare i figli a scuola o comprare una moto.

Oggi quei campi sono fantasmi: erbacce alte un metro invadono i solchi un tempo perfetti, trattori abbandonati arrugginiscono ai margini delle strade sterrate, pompe per l’irrigazione sono state rubate o distrutte negli attacchi, sementi immagazzinate marciscono dopo gli incendi.

La fame non arriva da un cielo avaro o da una siccità prolungata: arriva dalla paura. Uscire per seminare significa rischiare un’imboscata; restare significa consumare le ultime scorte familiari fino a ridursi a un pasto al giorno, o meno, spesso solo acqua zuccherata o foglie amare.

Teryila Yelwata, Stato del Benue (Nigeria). Sopravvissuto con gravi ustioni alla schiena. Durante l’attacco del giugno 2025 ha perso tutta la sua famiglia, uccisa nell’incendio della loro abitazione. (Foto Francesco Maviglia)

Quella notte a Yelwata

L’attacco più tragico degli ultimi tempi è avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2025 a Yelwata, nella contea di Guma. Pioveva a dirotto, il cielo era nero pesto, i tuoni rotolavano lontani coprendo i primi rumori. Verso le 22,30 il villaggio è stato circondato da terroristi. Spari da più direzioni, grida strazianti. Le case – strutture semplici di fango intonacato, paglia intrecciata e tetti di lamiera – sono state incendiate una dopo l’altra con taniche di carburante. L’assalto è durato ore: il tempo sufficiente per radere al suolo interi compound familiari, bruciare vive intere famiglie, sgozzare chi tentava di fuggire nel buio. Al mattino il bilancio oscillava tra qualche decina a oltre cento morti, a seconda delle fonti. I corpi, molti carbonizzati o mutilati oltre il riconoscibile, sono stati sepolti in fretta in fosse comuni scavate dagli stessi sopravvissuti, per evitare epidemie in un’area già priva di acqua pulita e servizi sanitari.

Ama Aondoaver, 53 anni, contadino sfollato, ha perso la figlia Lydia e due dei suoi nipoti in quell’inferno. «Pioveva forte quella notte. Da quando sono iniziati gli attacchi, gli uomini della sicu-rezza consigliavano di dormire tutti insieme in un unico posto, così da poter intervenire più rapidamente se fosse successo qualcosa. Per questo molte persone si erano radunate nella zona del mercato», racconta con voce bassa, lo sguardo perso nel vuoto.

Lydia era lì con i suoi tre figli: Iwuese, Terdoo e il piccolo Aondosoo, di appena dodici mesi. «È uscita di corsa con Aondosoo in braccio e Iwuese al seguito. Appena fuori ha incontrato gli uomini armati: l’hanno colpita con un machete e l’hanno massacrata. Iwuese ha provato a scappare: l’hanno colpita con un’arma da fuoco e poi l’hanno finita. Terdoo è morto bruciato: hanno versato carburante sulla casa e hanno appiccato il fuoco, lasciandolo dentro». Aondosoo, ferito con il machete, è caduto con la madre; gli aggressori lo hanno creduto morto. È sopravvissuto perché il suo pianto ha attirato l’attenzione di un uomo la mattina dopo.

Ama ha saputo della strage il giorno seguente. «Persone che mi conoscevano hanno iniziato a chiamarmi. Ho provato a contattare mia figlia ma il telefono non prendeva. La sorella più giovane di mia moglie vive anche lei a Yelwata: quando l’ho chiamata mi ha raccontato cosa era successo e che il bambino era vivo». Una foto circolata sui social ha confermato tutto: Aondosoo, bendato in ospedale. «Ho sentito alla radio che erano al campo di sfollati dell’international market. Sono andato lì ma non li ho trovati subito. Più tardi mia figlia mi ha mostrato l’immagine: ho riconosciuto il nome di Lydia e dei bambini uccisi. Era già notte, ma io e mia moglie siamo corsi in ospedale». I medici lo hanno curato; le ossa non erano compromesse. «Da allora vivo con il trauma. Non riesco a stare seduto da solo: se resto solo, la testa torna a quella notte. Non sono più tornato a lavorare nei campi. Il governo non è venuto a vedere come stiamo. Io non ho la forza per affrontarli: ho affidato tutto a Dio. La mia richiesta è semplice: ho bisogno di aiuto per crescere questo bambino».

Padre Patrick Pigeon Sacerdote cattolico, St. Michael’s Catholic Church – Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Storia di Teryila

Teryila Asuuh porta sulla schiena cicatrici profonde da ustioni di terzo grado, ancora fresche e doloranti sotto la camicia logora. «Eravamo nella stanza, di notte, quando gli uomini armati sono entrati. Hanno versato carburante sulla casa e hanno dato fuoco. Io però, in quel momento, ero già riuscito a salire sul tetto», racconta. Nella stanza c’erano circa dodici persone. «Mia moglie Dooseh, mio figlio Aseerh di otto mesi e altri parenti. Sono bruciati». Nel tentativo di salvarli si è ustionato gravemente. «Ho provato a salvare mia moglie e mio figlio. Nel farlo mi sono bruciato la schiena, ma quando il fuoco è diventato insopportabile ho dovuto mollare. Ricordo la voce di mia moglie che mi chiamava e mi diceva che stavano bruciando lei e il bambino. La stanza era piena di fumo: non riuscivo a vederli». Oggi ripete con una calma rassegnata: «Non cerco vendetta. Affido a Dio la mia battaglia».

Terkula Aondowase James, 23 anni, ha una cicatrice fresca di machete sulla testa e un proiettile ancora conficcato nel braccio. «Sono riuscito a evitare il primo che mi veniva addosso, ma quello dietro di me mi ha colpito alla testa con un machete. Ho continuato a correre e allora hanno iniziato a sparare: un colpo mi ha preso al braccio, mentre la testa sanguinava per il taglio. Solo dopo tutto questo sono riuscito a scappare», spiega.

In ospedale il dolore fisico si è intrecciato a quello emotivo. «Quando sono arrivato alla stazione di polizia mi hanno detto che mio fratello era stato trovato morto a terra. Ogni volta che ripenso a mio fratello morto mi sento male: non riesco a mangiare». Ora la fame è concreta e quotidiana. «Da allora, non poter andare a coltivare mi sta distruggendo: abbiamo mangiato quello che restava nelle scorte e, quando finirà, non avremo più cibo».

Elaja descrive l’assedio con una precisione quasi meccanica, come se rivivesse ogni secondo. «La notte del 13 giugno 2025, tra le 22,40 e le 23,00, mentre stavamo dormendo, ho sentito uno sparo fuori casa. All’inizio non capivo da dove venisse. Stavo per aprire la porta, ma gli spari arrivavano da ogni lato: l’intera città era circondata. Non potevo uscire dalla stanza. Sono rimasto dentro. Poco dopo ho sentito delle persone scappare dal mio compound. Ho deciso di restare: fuori sparavano colpi ovunque. Gli assalitori si muovevano nel cortile di casa. Aveva smesso di piovere e subito dopo è ricominciata la sparatoria. Cercavano di forzare una stanza. Il tetto ha preso fuoco».

Gli spari sono durati fino all’una e mezza. Uscendo ha trovato il fratello ferito a colpi di machete. «Stava sanguinando, era ancora vivo. Ho cercato di portarlo in ospedale, ma è morto prima». Lo zio, la moglie e i tre figli sono stati uccisi in un magazzino. «Ho visto più di cinquanta, forse più di cento persone morte nello stesso posto. Alcune erano bruciate al punto da essere irriconoscibili». La polizia ha reagito uccidendo due assalitori, ma non è bastato. «Crediamo siano stati i pastori fulani. Il motivo è la terra: oggi non possiamo più accedere alle nostre terre, ma loro continuano a pascolare lì». Vivono nella paura costante. «Ci sono accampamenti molto vicini, a meno di un chilometro. Gli attacchi possono ripetersi in qualsiasi momento».

Elaja non cerca vendetta. «Anche se dormo con un machete accanto, so che contro le armi da fuoco non posso fare nulla. Mi sento impotente».

Spezzato dalle guerre

La Nigeria del 2025 è un Paese spezzato da guerre diverse che, pur non toccandosi geograficamente, convergono tutte sulla stessa tragedia finale: la fame di massa. Le Nazioni Unite stimano oltre 30 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con picchi gravi proprio in regioni come la Middle belt. Non si tratta di una carestia causata solo dal clima: è un disastro provocato dall’uomo. La violenza blocca la semina, la raccolta, i mercati, i trasporti. Dove i contadini non possono uscire dai villaggi per paura, i campi restano incolti. Dove le famiglie fuggono di notte con ciò che riescono a portare, perdono casa, attrezzi, sementi, bestiame, futuro.

A Yelwata le notti restano segnate dal terrore del fuoco e degli spari improvvisi. Nei villaggi abban-donati l’erba alta invade i sentieri un tempo battuti da carretti e bambini. Resistere, per chi resta o per chi è sfollato, significa continuare a pregare nelle chiese mezze distrutte, piantare semi di nascosto quando possibile, crescere orfani in baracche di lamiera sotto la pioggia. È una resistenza muta e ostinata, fatta di fede profonda, memoria dolorosa e rifiuto categorico di arrendersi del tutto. Perché qui – nel Benue come in troppe altre parti della Nigeria – essere contadino, cristiano o semplicemente un civile significa vivere ogni giorno sospeso in bilico tra la vita e l’annientamento.

Francesco Maviglia

Padre Patrick Pigeon Sacerdote cattolico, St. Michael’s Catholic Church – Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Da Boko Haram e Iswap
La guerra cambia volto

«Questa chiesa è stata bruciata più volte. Ricostruita, poi bruciata di nuovo». Padre Patrick Pigeon indica le mura della St. Michael’s catholic church di Maiduguri. Qui la violenza non è cominciata con Boko Haram. «Gli attacchi sono iniziati prima, nel 2006, durante le proteste per le vignette danesi su Maometto. Dovevano essere manifestazioni pacifiche. Diventarono massacri: un prete bruciato vivo, interi quartieri dati alle fiamme».

A poche centinaia di metri dalla chiesa viveva Mohammed Yusuf, il predicatore fondatore della setta islamica Boko Haram nel 2002 (cfr. MC ottobre 2016, MC novembre 2012). «Aveva una moschea che attirava centinaia di giovani», ricorda il sacerdote. «All’inizio non sembrava un gruppo armato. Era un movimento religioso, con ambizioni politiche. Poi tutto è cambiato».

Dalla rivolta urbana alla guerriglia

Boko Haram nasce nei primi anni Duemila come fenomeno urbano, radicato nei quartieri poveri di Maiduguri. Cresce su frustrazione sociale, disoccupazione giovanile, radicalizzazione religiosa e strumentalizzazione politica. «Venivano usati come forza di pressione», racconta Patrick, «un politico in particolare li ha trattati come alleati».

Nei racconti locali ritorna il nome di Ali Modu Sheriff, che sarebbe diventato governatore del Borno dal 2003 al 2011. «Faceva promesse, li coinvolgeva. Quando è diventato governatore, il rapporto è cambiato: non erano più partner, ma un problema».

Con il venir meno delle promesse e con l’uso repressivo della forza, il conflitto esplode. Nel 2009, dopo la rivolta armata e l’uccisione extragiudiziale di Mohammed Yusuf, Boko Haram si trasforma in un’insurrezione jihadista. «Da quel momento», dice Patrick, «chiunque fosse identificato come cristia-no o come membro delle forze di sicurezza era condannato. Se non scappavi, eri morto».

La repressione militare non distrugge il gruppo, lo spinge fuori dalla città. Tra il 2011 e il 2014 Boko Haram conquista territori vastissimi, occupa Gwoza, Bama, Dikwa, Banki e proclama un proprio «Stato islamico». È la fase della violenza di massa: attentati suicidi, rapimenti, stragi. Il sequestro di massa delle studentesse di Chibok, nel 2014, diventa il simbolo di quell’orrore.

La frattura: nasce Iswap

La risposta militare regionale e la pressione internazionale riducono il controllo territoriale, ma aprono una nuova fase. Nel 2016 Boko Haram si spacca. Da una parte resta la fazione storica, «Jas», guidata da Abubakar Shekau, sempre più brutale verso i civili. Dall’altra nasce Iswap, affiliata allo Stato Islamico e guidata da Abu Musab al-Barnawi.

La morte di Shekau nel 2021 segna uno spartiacque. Iswap assorbe combattenti, armi e territori. Cambia lo stile della guerra: meno caos, più disciplina; meno stragi indiscriminate, più controllo. Im-pone tasse, regola i movimenti, punisce chi collabora con l’esercito o disobbedisce ai suoi ordini. «È una violenza più fredda», spiega Patrick, «ma non meno efficace».

La rinascita silenziosa

Dopo anni di apparente declino, tra il 2024 e il 2025 Iswap torna a crescere rapidamente. Gli attacchi aumentano nel Nord Est e nel bacino del lago Ciad: oltre 300 azioni armate in un solo anno, più di 500 civili uccisi.

Nel primo semestre del 2025 Iswap riesce a soverchiare almeno sedici basi militari – tra Pulka, Marte, Rann, Buni Gari, Goniri -, in alcuni casi vere e proprie brigate fortificate. «Non è la coda di un cavallo morente», ammettono anche fonti militari. È una nuova offensiva.

Iswap ha riorganizzato la propria struttura in province (Wilayat), distretti e comandi. Ha riconquistato la foresta di Sambisa, trasformandola da rifugio caotico in hub logistico. Da lì colpisce Adamawa, Yobe e oltreconfine (Camerun, Ciad), riattivando una mobilità transfrontaliera che era sembrata ridursi.

La guerra è cambiata anche sul piano tecnologico. Iswap utilizza droni armati, visori notturni, ordigni sofisticati e veicoli esplosivi suicidi contro le basi militari. Dopo i raid aerei, i jihadisti recuperano or-digni inesplosi per riutilizzarli.

Secondo ex combattenti, nell’area del lago Ciad operano istruttori stranieri legati all’Isis, provenienti dal Nord Africa. Addestrano unità scelte – talvolta composte anche da minori – e curano la propaganda. Iswap non combatte isolata: è parte di una rete globale che fornisce fondi, knowhow e legittimità ideologica.

Una guerra che non finisce

La fazione storica di Boko Haram non è scomparsa. Sotto Bakura Doro (noto anche come Ibrahim Bakura Doro o Abu Umaimata), Jas mantiene sacche di controllo nelle isole del lago Ciad e nelle Mandara Mountains. Il suo status resta incerto dopo un bombardamento aereo nigeriano nell’agosto 2025, annunciato come letale ma mai confermato da fonti indipendenti. Le due fazioni si combattono, si fermano, si riorganizzano. Quando smettono di combattersi tra loro, tornano a colpire lo Stato.

Il panorama jihadista, però, è ancora più frammentato. Accanto a Iswap e Jas operano gruppi minori che estendono la violenza oltre il Nord Est: Ansaru, Lakurawa, Mahmudawa. Entità ibride, spesso intrecciate con banditismo e reti saheliane, sfruttano confini porosi e crisi locali. È un ecosistema resiliente, capace di rigenerarsi.

«Non è una guerra convenzionale», conclude padre Patrick. «Non vedi il nemico arrivare. Ti dicono che è una protesta pacifica e diventa un massacro. Qui la violenza non annuncia mai se stessa».

A Maiduguri come a Pulka, la guerra non è finita. Ha solo imparato a durare.

F.M.

Yelwata, Stato del Benue, Nigeria. Resti di abitazioni distrutte dopo l’attacco armato che ha colpito la comunità nel giugno 2025. (Foto Francesco Maviglia)

La Nigeria in cifre

  • Superficie: 923.768 km2 (3 volte l’Italia)
  • Popolazione: 233 milioni (Banca mondiale, 2024)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 164/192, livello medio (2024)
  • Pil: 252,26 miliardi di dollari (Banca mondiale, 2024)
  • Pil procapite annuo: 1.084 dollari (2024)
  • Crescita annua del Pil: +4,1% (2024)
  • Aspettativa di vita: 54,4 anni (Hdr 2023)
  • Alfabetizzazione: 69,2% (maschi), 49,7% (femmine)
  • Accesso alla rete elettrica: 61,2%
  • Uso individuale di internet: 39%
Wilfred Chikpa Anagbe Vescovo di Makurdi Diocesi di Makurdi, Stato di Benue. (Foto Francesco Maviglia)

La fede che resiste
Parlano i vescovi delle zone in conflitto

In un contesto di crudeltà, la Chiesa assume un ruolo importante. Accoglie gli sfollati, aiuta le famiglie delle vittime e dei rapiti. Ma c’è anche la denuncia di un sistema che non si oppone. E di una guerra non contro i cristiani ma «contro la Nigeria».

Nella Nigeria di oggi, la Chiesa cattolica trascende il suo ruolo di istituzione spirituale per diventare un baluardo contro il caos, un rifugio per i disperati e una voce profetica che sfida l’ingiustizia.

Mentre il Nord Est resiste al jihadismo di Boko Haram e Iswap, e la Middle belt sanguina per i conflitti tra pastori fulani e agricoltori, vescovi e sacerdoti si trovano sul crinale tra fede e una realtà brutale. Non si limitano a predicare dal pulpito, vivono la croce quotidiana. Sono loro che, dopo un massacro, contano i corpi tra le macerie, comunicano ai media locali i nomi delle vittime, e cercano spazi di riparo per gli sfollati, operando spesso con risorse minime.

Affrontano rapimenti, minacce e la distruzione di intere comunità. La loro visione non è astratta: è radicata nella sofferenza di un popolo per il quale la fede cristiana è spesso sinonimo di vulnerabilità. Eppure, da questa stessa sofferenza, sorge una chiamata ineludibile alla verità, alla giustizia e a un futuro possibile, anche quando l’oscurità sembra avere la meglio.

Makurdi, la denuncia

Makurdi, capitale dello Stato di Benue, è più di un semplice epicentro di sfollati e fame. È la sede della diocesi guidata dal vescovo Wilfred Chikpa Anagbe, uomo nativo di questa terra martoriata. La sua residenza episcopale, un edificio modesto circondato da giardini resi polverosi dalla siccità, è un faro per migliaia di fedeli. Tra le sue pareti, adornate di croci di legno e foto sbiadite di missionari, monsignor Anagbe ascolta, confessa e coordina gli aiuti. La sua missione, tuttavia, va oltre: è un’accusa incessante contro un sistema che, a suo dire, alimenta la violenza.

«Io non ho mai cercato di diventare vescovo», racconta, la voce calma ma ferma, dietro una scrivania sommersa da rapporti sugli ultimi attacchi. «Sono nato qui, conosco questa terra e la sua gente. Quando sono stato nominato, ho accettato per quella che credo essere la volontà di Dio. Ed è proprio perché vengo da qui che non posso tacere».

Le sue parole riecheggiano le tragedie come quella di Yelwata, che descrive con precisione dolorosa: case cosparse di benzina e date alle fiamme, corpi bruciati vivi, un massacro protrattosi per ore senza nessun intervento delle forze di sicurezza.

«Quello che sta accadendo non è un semplice conflitto tra pastori e agricoltori. Non è una questione di cambiamento climatico. Questa è una narrazione falsa», afferma. «Qui c’è un progetto preciso, ideologico, che mira alla conquista del territorio e alla cancellazione delle comunità locali».

Monsignor Anagbe risale alle radici storiche della situazione attuale, citando la «Dichiarazione di Abuja» del 1989, quando gruppi islamisti annunciarono l’intento di islamizzare la Nigeria. Boko Haram, nato in quell’humus, non è stato sconfitto, afferma: si è solo mutato, infiltrandosi in altre forme di violenza. Nel Benue a maggioranza cristiana, gli attacchi seguono uno schema preciso: occupazione di villaggi, cambio di nomi, espulsione di popolazioni. «Dal 2018 al 2025, nella mia diocesi ho perso diciannove parrocchie. Interi territori sono stati svuotati. I sacerdoti non possono più raggiungere i fedeli. La gente vive nei campi per sfollati, senza sicurezza e senza futuro».

Ogni notte, il telefono porta notizie di nuove morti. La sua critica al Governo è senza mezzi termini: «Il Governo non è solo impreparato. Sta aiutando e favorendo queste persone. Può sembrare una parola dura, ma è la verità. Se lo Stato volesse fermare questa violenza, potrebbe farlo. In una settimana questa situazione potrebbe finire».

Le minacce non lo piegano. «Molti mi hanno consigliato di tacere, di andarmene. Ma io credo che tacere significhi morire due volte. Ho scelto di parlare. Se questo significa essere minacciato, lo accetto. La porpora che indosso è anche un segno di disponibilità al martirio». La sua visione è chiara: il terrorismo può essere fermato, ma manca la volontà politica. Nel frattempo, la Chiesa offre ciò che può: cibo, scuole improvvisate dentro i campi per sfollati, sostegno per i traumi.

Cattedrale di St. Mary’s Catholic, Maiduguri, Stato di Borno. La scritta “Per i martiri di Maiduguri” campeggia sul soffitto della chiesa, dedicata alle vittime della violenza jihadista. (Foto Francesco Maviglia)

Sokoto, tra i musulmani

A centinaia di chilometri di distanza, nel Nord Ovest, un’altra figura incarna una resistenza diversa ma complementare: monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, antica sede del Califfato. In un ambiente a forte maggioranza musulmana, la sua voce è minoritaria ma influente. È in questa regione che, alla fine del 2025, i raid aerei statunitensi avrebbero colpito presunte basi jihadiste, un intervento controverso che ha accentuato le tensioni.

Lo incontriamo a Roma, dopo un evento dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, dove è venuto a portare testimonianza. Un sacerdote della sua diocesi, presente all’incontro, commenta così la sua figura: «Monsignor Kukah non ha paura di dire la verità, anche quando è scomoda per il potere. Per noi è una roccia. Sa che la situazione è complessa e che le soluzioni militari dall’esterno rischiano di semplificarla in modo pericoloso».

Monsignor Kukah sfata subito le narrazioni semplicistiche. A proposito dei Fulani, spesso dipinti come invasori, chiarisce: «Quando parliamo dei Fulani, molti dicono che non sono originari della Nigeria. Ma in realtà nessuno è veramente indigeno della Nigeria così come è costituita oggi. I confini attuali sono stati tracciati dall’amministrazione coloniale britannica». Descrive i Fulani come un popolo pastorale in cerca di pascoli, non di conquiste. La causa dei conflitti, sostiene, è la negligenza statale: «Oggi non dovremmo più avere mucche che vagano liberamente in tutta la Nigeria. Con un serio progetto agro pastorale, con il ranching, sarebbe stato possibile trasformare questa ricchezza in qualcosa che avrebbe migliorato la vita dei Fulani e dell’intero Paese». Invece, dopo la scoperta del petrolio, l’agricoltura è stata abbandonata, lasciando spazio a crisi che potevano essere risolte quarant’anni fa.

La violenza, per il vescovo, non è settaria: «Le uccisioni avvengono ovunque: a Sokoto, Katsina, Kaduna, Plateau, Benue. Non è una violenza limitata ai cristiani. Cristiani e musulmani vengono uccisi allo stesso modo. Per questo non parlerei di genocidio contro i cristiani, ma di una guerra contro la Nigeria». Indica il fallimento dello Stato nella protezione più basilare. Le forze di sicurezza, a suo dire infiltrate da gruppi armati, restano in carica nonostante i fallimenti.

Su Boko Haram offre un’analisi storica: «Non è nato come un gruppo che voleva attaccare i cristiani. La violenza è degenerata nel tempo, anche a causa delle connessioni con gruppi jihadisti internazionali come al-Qaeda e Isis. Oggi questi gruppi sono una minaccia anche per l’Islam stesso». Affronta poi il flagello dei rapimenti, che ha colpito duramente il clero: «Negli ultimi 7 o 8 anni i sacerdoti convivono sotto la minaccia di essere rapiti e poi uccisi. È un fenomeno che si diffonde in tutta la Nigeria, da Nord a Sud». Spesso motivati da riscatti, questi crimini generano flussi di denaro enormi. La Chiesa nigeriana ha una posizione ufficiale: non pagare riscatti, anche se le negoziazioni avvengono. «Pochissimi di loro hanno avuto la fortuna di essere liberati, ma credo che ci sia sempre un certo livello di negoziazione», ammette. «I rapitori causano dolore intenzionale, per far sentire la loro presenza al Governo». Infine, mette in guardia sulle narrazioni unilaterali: «Bisogna stare attenti al pericolo di una singola narrazione. Si può avere ragione solo in parte quando si parla di conflitto religioso, perché sia i cristiani che i musulmani sono vittime».

Periferia di Maiduguri, Stato di Borno (Nigeria). Bambini giocano con un aquilone in un quartiere periferico della città, che ospita un’elevata concentrazione di sfollati interni fuggiti dalla violenza di Boko Haram nelle aree rurali del Nord-Est. (Foto Francesco Maviglia)

Insicurezza, fame e la narrazione ufficiale

Monsignor Kukah dipinge un quadro a tinte fosche in cui insicurezza, povertà e fame si alimentano a vicenda. «L’economia è in ginocchio, la povertà è ovunque. Ma la minaccia più grave resta l’insicurezza», spiega. «Non si tratta solo di Boko Haram: ci sono i banditi armati, le rapine, gli attacchi su strada. La gente non può più allontanarsi di un miglio dai villaggi per coltivare i campi. Se lo fa, rischia di essere uccisa o rapita». Il risultato è una produttività agricola crollata, raccolti abbandonati, fame che si diffonde come un’epidemia silenziosa.

Non nasconde il suo scetticismo verso le rassicurazioni governative: «Il Governo ha ripetuto al mondo che la crisi è sotto controllo, che è finita. Ma chi ha la possibilità di raggiungere gli epicentri della violenza sa che non è così. Negli ultimi mesi ci sono stati attacchi persino contro basi militari».

La sofisticazione dei gruppi armati è in aumento: «Usano droni per sorvegliare e colpire. A volte non sappiamo più se fidarci di ciò che il Governo comunica alla comunità internazionale».

Sui campi profughi è categorico: «Non possono diventare permanenti. Le persone vogliono tornare alle loro terre, alle case, ai campi. Nessuno può vivere davvero senza la propria terra. Ma senza sicurezza non c’è ritorno possibile». La sua frustrazione è palpabile: «Sono arrabbiato con la Nigeria. Non dovremmo essere in questa situazione. È un Paese ricchissimo di risorse, eppure ostaggio di una governance fallimentare».

La risposta della Chiesa

In questo scenario, la Chiesa non offre soluzioni militari. «Il Papa non ha un esercito», ricorda monsignor Kukah. «Offre invece preghiera, solidarietà concreta e una presenza costante. Nei villaggi assediati e nei campi, le messe si celebrano sotto tende di plastica, i battesimi tra baracche di lamiera, le omelie diventano denuncia. Non è passività, ma una resistenza attiva che mantiene viva la dignità umana e rifiuta la rassegnazione».

Sul piano internazionale, la risposta è stata controversa. Nel novembre 2025, l’amministrazione statunitense ha designato la Nigeria come «Paese di particolare preoccupazione» per la persecuzione dei cristiani. Poche settimane dopo, il 25 dicembre, gli Usa hanno condotto bombardamenti aerei nella regione di Sokoto contro presunti militanti dell’Isis. Il presidente Trump li ha descritti come un colpo contro la «feccia terroristica» che «aveva preso di mira e ucciso brutalmente, principalmente, innocenti cristiani».

I raid hanno generato reazioni opposte: graditi da alcuni leader cristiani come segnale di forza, hanno suscitato perplessità in chi osserva che in quelle zone le vittime sono per lo più musulmane e la dinamica non è principalmente anticristiana. Il Governo nigeriano ha parlato di un’operazione congiunta di antiterrorismo, ma l’enfasi americana sulla «persecuzione cristiana» ha rischiato di inasprire le tensioni settarie, dimostrando come un intervento militare esterno non possa essere la soluzione.

Mons. Matthew Hassan Kukah, Vescovo Sokoto. (Foto Francesco Maviglia)

Una luce ostinata nell’oscurità

«Come sacerdote posso solo incoraggiare il mio popolo», conclude monsignor Kukah, «ma credo fermamente che questa oscurità finirà».

In una Nigeria frammentata e ferita, la testimonianza di vescovi come Anagbe e Kukah, e l’azione quotidiana, a volte eroica, del clero e dei fedeli, rappresenta una luce tenace. È una luce fatta di coraggio, di parole scomode, di una presenza che non abbandona e di una fede che, pur nella sofferenza, continua a indicare la via della giustizia e di una pace possibile. La loro voce è un appello al mondo perché ascolti la complessità di questa tragedia, e alle autorità nigeriane perché assumano finalmente la loro responsabilità di proteggere tutti i cittadini, senza distinzione. Il futuro del Paese passa anche attraverso il riconoscimento di questa ostinata speranza.

Francesco Maviglia

Archivio MC

Ha firmato il dossier

Francesco Maviglia
Video giornalista e documentarista. Si occupa di reportage e documentari da contesti di crisi e conflitto, con un focus su storie umanitarie e sociali. Ha realizzato servizi e produzioni video per media europei, tra cui Sky Tg24, Tg5, Rsi, Ansa e Fanpage.it, lavorando tra Italia, Ucraina, Libano e Nigeria. (Sue le foto del dossier, eccetto la prima e l’ultima)

A cura di: Marco Bello, direttore editoriale di MC.

Hauwa, quando aveva 10 anni Boko Haram ha attaccato il suo villaggio e ucciso i genitori. È stata rapita e costretta alla conversione religiosa. (Foto Carlo Cozzoli)



Nigeria. La Chiesa chiede protezione e giustizia

 

Aveva 21 anni, il seminarista Andrew Peter. Si trovava nella canonica della chiesa di San Pietro a Iviukhua-Agenebode, nello Stato di Edo, sud della Nigeria, il 3 marzo, quando intorno alle 21,30 quattro uomini armati hanno fatto irruzione e l’hanno rapito e condotto nella foresta assieme a padre Philip Ekweli.
Quest’ultimo è stato liberato dieci giorni dopo. Andrew invece è stato assassinato.

Il 4 marzo, anche padre Sylvester Okechukwu è stato rapito. In questo caso, nello Stato di Kaduna, nella Nigeria nord occidentale. Sacerdote di 44 anni, catturato nella tarda serata da uomini armati nella canonica della chiesa di cui era parroco, è stato ritrovato senza vita e con segni di violenza il giorno successivo.

Padre Sylvester Okechukwu e il seminarista Andrew Peter sono le ultime vittime della violenza che in Nigeria colpisce non solo il clero, ma tutti i fedeli della Chiesa.

Secondo i dati raccolti dal Catholic Secretariat of Nigeria (CSN) e rilanciati dall’Agenzia Fides il 12 marzo, contando i casi di marzo, negli ultimi dieci anni nel Paese sono stati rapiti 148 tra sacerdoti e seminaristi, di cui 13 poi uccisi.

Le chiese sono diventate bersagli per bande armate e gruppi estremisti, con rapimenti legati a richieste di riscatto e atti intimidatori contro la comunità cristiana.
In molti casi, i rapimenti si concludono con la liberazione delle vittime dopo il pagamento di somme di denaro, ma crescono di numero le situazioni in cui i rapitori decidono di uccidere per inviare un messaggio di terrore e di dominio sul territorio.

La Nigeria è il Paese più popoloso del continente africano, con una popolazione di 228 milioni di abitanti nel 2023 e un tasso di crescita annuale del 2,1%. I musulmani, in maggioranza negli stati del Nord, sono il  53,5% della popolazione, i cristiani, in maggioranza negli stati del Sud, sono il 45,9% (10.6% cattolici, 35.3% altre confessioni cristiane).

Dal punto di vista economico, il prodotto interno lordo (Pil) ha raggiunto 363 miliardi di dollari, mentre il Pil pro capite era di 1.596 dollari e l’inflazione al 24,7%.
Il Paese si trova al 161° posto su 193 nella classifica mondiale dell’indice di sviluppo umano. L’aspettativa di vita è di 54,5 anni, la mortalità infantile al 10,7%. Circa 1 persona su 3 vive in estrema povertà. Il 15,9% della popolazione è denutrita. Solo il 60,5% ha accesso all’elettricità.

Nel solo 2021 sono state 1.493 le uccisioni dovute ad atti di terrorismo. Un dato molto minore a quello relativo al 2014 quando si toccò la vetta delle 7.775 vittime, ma comunque assai alto.

In questo contesto generale, secondo l’ultima World Watch List di Porte Aperte, la situazione dei cristiani nel Paese è una delle più pericolose al mondo. La violenza non è solo opera di gruppi jihadisti come Boko Haram e l’Iswap (Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale), ma anche di bande criminali e milizie etniche, che approfittano dell’instabilità politica e della mancanza di sicurezza.

Le regioni settentrionali del Paese sono particolarmente pericolose: qui i cristiani, che sono in minoranza, vivono in condizioni di costante minaccia e subiscono discriminazioni sociali e legali, soprattutto nei contesti dove vige la Sharia (legge islamica).

Il Rapporto 2024 dell’Uscirf (US Commission on international religious freedom) evidenzia come la libertà religiosa in Nigeria sia gravemente compromessa. Il governo è stato spesso accusato di inazione di fronte agli attacchi contro le comunità cristiane. Le forze di sicurezza sono lente a intervenire e, in alcuni casi, accusate di collusione con i gruppi armati.
Questo clima di impunità ha permesso la crescita di una spirale di violenza che colpisce clero, fedeli e intere comunità che sono state costrette ad abbandonare le proprie case, rifugiandosi in aree più sicure o cercando asilo all’estero.

Gli stati settentrionali che applicano la Sharia, contribuiscono a creare un clima di discriminazione sistematica contro i cristiani, che si traduce in limitazioni dei diritti civili e in attacchi mirati.

Nonostante le numerose denunce e le richieste di intervento, la situazione non sembra migliorare. Il silenzio e l’inerzia delle autorità nigeriane e della comunità internazionale non fanno che alimentare un senso di abbandono tra i cristiani, che continuano a vivere in un clima di paura e incertezza.
Le storie di padre Okechukwu e di Andrew Peter sono solo le ultime due delle tante che raccontano le difficoltà di chi vive la propria fede in Nigeria.

Luca Lorusso




Nigeria. Perseguitati, uccisi, ignorati


Da anni in Nigeria, soprattutto dove vige la Sharia, le milizie di Boko Haram, gli estremisti fulani e, sempre più, generici predoni, compiono violenze, stragi, rapimenti. Spesso contro le comunità cristiane. Centinaia di migliaia di sfollati interni vivono nella paura. Tutto nell’indifferenza della comunità internazionale.

Il gruppo di pastori fulani, popolazione nomade di fede islamica, è arrivato nella notte da diverse direzioni. È entrato nel campo per sfollati gestito da padre Remigius Ihyula nello Stato di Benue, nel centro nord della Nigeria, e ha sparato all’impazzata: 38 morti e 51 feriti. Tra loro diversi cristiani.

È successo lo scorso aprile, durante la Settimana santa: «Un sabato santo nero», afferma il religioso che dirige la sezione di Benue della Commissione per la giustizia, lo sviluppo e la pace (Jdpc), organizzazione cattolica nigeriana che cerca di rendere meno difficile la vita delle persone scacciate dalle loro terre.

Pochi giorni prima, la Domenica delle palme, era stata assalita la chiesa pentecostale di Akenawe, sempre nello Stato di Benue.

Gli assalitori, anche in questo caso si sospetta una banda di pastori fulani, avevano ucciso un uomo, ferito diverse persone e rapito il pastore della chiesa con alcuni fedeli.

Sono solo alcuni degli ultimi episodi di violenze e persecuzioni in Nigeria, uno dei paesi più pericolosi al mondo per i cristiani.

Children and friends gave Amina these colourful bracelets. “It cheers me up to wear them and look at them, they remind me of Nigeria when it was peaceful,” she confides. UNHCR / H. Caux / January 2014

Le cifre della persecuzione

Secondo uno studio del 2022 di Genocide watch, intitolato Nigeria is worst in the world for persecution of christians, tra gennaio 2021 e giugno 2022, in Nigeria oltre 7.600 cristiani sono stati uccisi e più di 5.200 sequestrati. Nel 2021 si sono registrati più di 400 attacchi a luoghi cristiani.

In base ai dati Onu, si stima che 36mila persone siano morte e due milioni sfollate a causa di due decenni di violenze da parte di Boko Haram.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha riferito che la metà delle oltre 40mila persone scomparse in tutta l’Africa in questi anni, provengono dalla regione nord orientale della Nigeria, teatro di attacchi e rapimenti da parte di Boko Haram.

Se da una parte ci sono i terroristi di Boko Haram, jihadisti che nel 2015 hanno giurato fedeltà allo Stato islamico, dichiarando di fatto guerra a tutte le comunità cristiane, dall’altra i villaggi soffrono quotidianamente l’incursione dei pastori fulani, popolazione nomade appartenente alla comunità islamica. Alcuni fattori, tra i quali i cambiamenti climatici, hanno spinto questi allevatori a cercare nuovi terreni per i loro pascoli. Di fatto si impossessano, a mano armata e perpetrando ogni genere di violenza, dei terreni degli agricoltori appartenenti per lo più alla comunità cristiana. Omicidi, devastazioni, rapimenti di sacerdoti e cristiani, sono all’ordine del giorno nel paese affacciato sul Golfo di Guinea. Nonostante la gravità della situazione, però, le notizie riguardanti questi eventi faticano a trovare spazio nel circuito dell’informazione internazionale.

La Via Crucis delle donne

Ci sono storie di violenza contro i più indifesi, a partire dalle donne, che per la loro efferatezza sembrano inverosimili, ma che invece sono reali e lasciano ferite difficili da rimarginare.

Lo sanno bene al Trauma center della diocesi di Maiduguri, Stato di Borno, nato grazie al sostegno della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs).

«Arrivano qui dopo aver subito le violenze più terribili, dopo essere state anche torturate», dice padre Joseph Fidelis, responsabile del centro che offre cure e sostegno psicologico, e che vaglia, caso per caso, se sia necessario un supporto più specialistico, a livello psichiatrico e ospedaliero.

Quando hai visto qualcuno uccidere davanti a te un figlio, un fratello o un padre, quando sei stata violentata e torturata, quando hai vissuto in una gabbia come un animale per mesi, fai fatica anche a trovare le parole.

Per questo al Trauma center opera personale formato ai massimi livelli in grado non solo di accogliere le donne che hanno subito violenze, la maggior parte delle quali cristiane, ma anche di indicare un futuro di speranza.

This photo taken and handout on March 8, 2023 by The Vatican Media shows Pope Francis blessing Janada Marcus, a young Nigerian victim of Islamist group Boko Haram, during the weekly general audience on March 8, 2023 at St. Peter’s square in The Vatican. (Photo by Handout / VATICAN MEDIA / AFP)

Maria e Janada

Arrivano proprio dal Trauma Center di Maiduguri le storie di Maria e Janada, due giovani donne vittime di Boko Haram che, nel marzo scorso, sono state in Italia. Esse hanno incontrato papa Francesco per fare conoscere al mondo che cosa significhi essere cristiane oggi in Nigeria, quale scelta difficile sia resistere alle violenze per mantenere la propria fede in Cristo e non abbracciare, come i terroristi chiedono, quella islamica.

Le abbiamo incontrate a Roma, in occasione dell’8 marzo, la giornata internazionale della donna. Minute, con lo sguardo triste, una voce flebile che si sentiva a fatica. La testa bassa per il dolore e la paura delle violenze subite, e anche la vergogna.

Nei loro occhi abbiamo visto soprattutto le lacrime che, a distanza di mesi dalla loro liberazione, Maria e Janada non riescono ancora a trattenere.

Maria Joseph, 19 anni, e Janada Markus, 22, sono state vittime di Boko Haram, il gruppo jihadista che imperversa in Nigeria grazie anche alla sostanziale inerzia delle autorità locali.

Maria ha vissuto nel bosco con i terroristi per nove anni: «Avevo sette anni – ci ha raccontato -. Sono arrivati nel nostro villaggio in silenzio, senza sparare, e ci hanno catturati tutti. Io sono stata messa in una gabbia. Poi ci hanno insegnato a leggere il Corano». Le hanno dato un nome islamico e hanno anche provato a farla sposare con uno dei capi del gruppo terrorista, ma lei si è rifiutata. Dopo nove anni di prigionia, violenze e torture è riuscita a scappare.

Janada Markus aveva invece 17 anni quando è stata rapita da Boko Haram: era in ospedale, dove aveva appena subito un intervento. «Mi hanno portata via dall’ospedale che non mi ero neanche ripresa dall’anestesia. Mi sono risvegliata nelle loro mani». Dopo un po’ è riuscita a scappare, ma in seguito è stata di nuovo catturata. È scappata un’altra volta ed è stata ripresa.

Ci ha raccontato che il secondo rapimento l’ha subito mentre era nella sua fattoria con la famiglia: «All’improvviso siamo stati circondati dagli uomini di Boko Haram. Hanno puntato un machete contro mio padre e gli hanno detto che ci avrebbero rilasciati se lui avesse fatto sesso con me davanti a tutti. Lui si è rifiutato, e loro gli hanno tagliato la testa». La terza volta è accaduto a novembre del 2020, quando i miliziani di Boko Haram l’hanno rapita e torturata per sei giorni.

Campo UNHCR per sfollati interni. Maiduguri, Stato del Borno, Nigeria. novembre 2020

Segni di rinascita e speranza

Entrambe, Maria e Janada, ora sono accolte dal Trauma Center di padre Fidelis. «Quando sono arrivate non riuscivano neanche a parlare», racconta il sacerdote.

Ma anche lui, a volte, davanti alle storie che incontra, resta senza parole e si chiede: «Perché l’uomo è diventato un lupo, un animale? Questi terroristi fanno violenze in nome di una religione? Non è possibile: la religione ci aiuta ad avvicinarci a Dio, non a infliggere sofferenze. È il male, questo, non è Dio».

Il sacerdote nigeriano, che dopo avere studiato alla Pontificia Università Gregoriana a Roma, ha deciso di tornare nella sua terra proprio per aiutare i cristiani perseguitati, ammette: «La mia fede è stata provata. A volte mi chiedo dove sia Dio. In quei momenti, però, cerco di avere fiducia e gli chiedo aiuto. E Lui, nel silenzio e nella sofferenza, mi risponde attraverso le persone che cerchiamo di aiutare».

Le ragazze accolte del Trauma Center, infatti, tornano un po’ per volta, cura su cura, a riprendere in mano la loro vita.

Alcune vengono anche aiutate a trovare un lavoro: imparano a cucire, a cucinare, a realizzare cosmetici con prodotti locali.

«Piano piano i segni del trauma cominciavano a sparire – ci ha detto Maria -, e ho iniziato a relazionarmi con gli altri. Potevo parlare, e quello che i terroristi mi avevano inculcato nella testa ha cominciato a sparire».

Janada, invece, dopo aver lentamente superato il trauma, ha chiesto di andare a scuola: oggi studia al college e sogna di diventare un medico specializzato in medicina tropicale.

da un campo per sfollati nel nord est della nigeria. Novembre 2020

Rapimenti e indifferenza

In Occidente, il tema della persecuzione dei cristiani fatica a entrare nel dibattito generale, «come se la libertà religiosa fosse un diritto di serie B», argomenta Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) Italia. In Nigeria ci sono violenze, ma anche frequenti sequestri di religiosi e cristiani che poi, in molti casi, finiscono in omicidi. Secondo i dati diffusi a fine marzo dalla Conferenza episcopale nigeriana, dal 2006 al 2023 nel paese sono stati rapiti 53 sacerdoti, dodici aggrediti e sedici uccisi: un totale di 81 sacerdoti in diciassette anni.

È il nord della Nigeria l’area dove i rapimenti sono legati alla presenza di varie formazioni terroristiche, a iniziare da Boko Haram. Da questo gruppo jihadista, a causa di diverse scissioni, ne sono nati altri, il più importante dei quali è l’Islamic state of west Africa province (Iswap).

Il fenomeno dei rapimenti, però, negli ultimi anni si è esteso a diverse altre zone della Nigeria, compreso il sud (a maggioranza cristiana, ndr).

In tutti i casi non è facile distinguere tra i sequestri compiuti dai terroristi e quelli compiuti da gruppi criminali che cercano solo un ritorno economico. Terroristi e banditi hanno modi simili di operare: assaltano villaggi saccheggiandoli alla ricerca di cibo e bestiame, e rapiscono le persone. L’unica differenza è che i banditi comuni non rivendicano le loro azioni su basi ideologiche.

Sta di fatto che la comunità cristiana, a partire dai sacerdoti, è la più bersagliata dai sequestri. «Ma su queste vicende impera il silenzio – osserva Monteduro -. Non sono considerate meritevoli di attenzione da parte della comunità internazionale e della maggior parte dei media occidentali. Ma soprattutto sono ignorate dalle autorità civili, politiche e militari della stessa Nigeria. A urlare il proprio dolore, a chiedere aiuto, è solo la Conferenza episcopale della nazione».

Che siano estremisti appartenenti all’etnia dei fulani, o terroristi aderenti a gruppi jihadisti come Boko Haram, oppure semplici gruppi criminali interessati al riscatto, importa poco. Ciò che importa, spiega Monteduro, è che «in Nigeria oggi è terribilmente pericoloso professare la propria fede. Importa la sostanziale incapacità e inadeguatezza delle autorità e istituzioni federali e locali. Importa l’altrettanto sostanziale disinteresse che registriamo in Europa.

Ora, poiché non possiamo e non dobbiamo considerarlo un fenomeno irreversibile, abbiamo il compito far sentire in Occidente, in quell’Europa dalle radici cristiane, la nostra indignazione. Certamente sarà un modo sincero per esprimere la nostra vicinanza alle vittime».

Burned villages and fields, from the UNHAS helicopter transporting humanitarian workers to the camps, from the UNHAS helicopter transporting humanitarian workers to the camps

Al top della classifica

Nel gennaio 2023 Porte aperte (un’organizzazione evangelica, www.porteaperteitalia.org ndr) ha pubblicato il suo ultimo dossier sulla libertà religiosa nel mondo. La Nigeria risulta al sesto posto nella classifica dei paesi che negano questo diritto umano fondamentale, soprattutto per i cristiani, dopo la Corea del Nord, la Somalia, lo Yemen, l’Eritrea e la Libia. «La Nigeria sale ancora nella classifica – si legge -, confermandosi la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo: 5.014, mai così tanti».

Nonostante i cristiani siano quasi metà dei circa duecento milioni di abitanti del paese, ci sono zone, come ad esempio lo Stato di Kaduna nel Nord, dove è impossibile costruire nuove chiese o insegnare il catechismo.

«I cristiani vivono sotto schiavitù», dice l’arcivescovo di Kaduna, Matthew Manoso Ndagoso.

In alcuni stati a maggioranza musulmana vige la Sharia (la legge islamica), ed è sempre più difficile costruire chiese o altre strutture per i cristiani negli stati settentrionali di Kano, Sokoto, Katsina e Zamfara.

«Da oltre sessant’anni – aggiunge l’arcivescovo – non viene rilasciato ufficialmente nessun certificato alle comunità cristiane per costruire una chiesa. Solo nei primi anni Novanta, quando ci fu un governatore cattolico, venne rilasciato un singolo permesso.

In questa parte del nostro paese, nonostante le garanzie della Costituzione, i cristiani non sono liberi di praticare la loro fede. Perché se non posso costruire una chiesa, se non posso comprare un terreno, non potete dirmi che sono libero. Ai bambini cristiani non si può insegnare la loro religione. Nelle scuole non vengono assunti insegnanti cristiani, ma nelle stesse scuole il governo non solo permette l’insegnamento dell’islam, ma vengono anche utilizzati fondi pubblici per assumere insegnanti per insegnare la fede islamica. C’è una chiara discriminazione e persecuzione», conclude.

“Sono venuti a bussare molto forte alla nostra porta. Ero così spaventato che stavo tremando troppo per aprire la porta. Alcuni di loro sono entrati con la forza e hanno fatto irruzione in casa mentre gli altri hanno scavalcato la recinzione ed sono entrati. Hanno ucciso mio marito e tutti i miei figli tranne uno”.
Asma, 45 anni, trema ancora mentre ricorda quello che ha subito due anni fa. Dopo il brutale attacco, è fuggita dal suo villaggio nel nord-est della Nigeria ed è diventata una delle 1,7 milioni di persone sfollate all’interno del paese a causa della violenza. Classificata come molto vulnerabile, Asma riceve un sostegno finanziato dall’UE dall’NRC – Norwegian Refugee Council per aiutarla a sbarcare il lunario. © Unione europea 2018 (foto di Samuel Ochai)

Un grido inascoltato

A lanciare il proprio grido di aiuto è, ogni volta che si verifica un crimine contro la comunità cristiana, la Conferenza episcopale nigeriana.

Come il 5 giugno di un anno fa, quando un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco e lanciato ordigni contro i fedeli riuniti nella chiesa di San Francesco a Owo, nello stato di Ondo, mentre si celebrava la veglia di Pentecoste. Una cinquantina i morti, tra i quali diversi bambini.

Il presidente dei vescovi cattolici nigeriani, monsignor Lucius Ugorji, sottolineava dopo quell’attacco che «nessun luogo sembra essere al sicuro nel nostro paese, nemmeno entro i sacri recinti di una chiesa. Condanniamo con la massima fermezza lo spargimento di sangue innocente. I criminali responsabili di tale atto sacrilego e barbaro dimostrano la loro mancanza del senso del sacro e del timore di Dio».

«Il governo – ha aggiunto ancora – dovrebbe assumersi la sua responsabilità primaria di garantire la vita e la proprietà dei suoi cittadini. Il mondo ci sta guardando. Soprattutto, anche Dio ci guarda».

Papa Francesco, il giorno dopo, ha inviato un messaggio ai vescovi: «Prego per la conversione di coloro che sono accecati dall’odio e dalla violenza e perché possano scegliere la strada della pace e della giustizia».

Appelli che si ripetono ciclicamente dopo ogni massacro o rapimento. Ma restano di fatto inascoltati, non solo dalle autorità locali, ma anche dalla comunità internazionale.

Manuela Tulli*

 *Giornalista dell’Ansa, si occupa di Vaticano e informazione religiosa. Autrice, tra gli altri, di Eroi nella fede (Acs), sui cristiani in Egitto, e de Il grande tema del senso della vita (Shalom), per la collana dei Quaderni del Giubileo del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione.

Binta Ali is a beneficiary of emergency relief items to displaced families hosted at a camp in Borno State, in north-east Nigeria. © 2018 European Union (photo by Samuel Ochai)




Niger: Sulle tracce di Boko Haram

testo e foto di Luca Salvatore Pistone |


L’estremo Est del paese, vicino al lago Ciad, vive da anni un’emergenza umanitaria. Qui i jihadisti di Boko Haram fanno incursioni dalla vicina Nigeria. Molti villaggi sono stati distrutti e la gente vive nei campi di sfollati.

Mussa si asciuga il sudore con uno straccio. «Mia cugina Jamilah è uscita di notte dalla tenda e non è più tornata. Sono passati tre giorni, è finita nelle mani dei Bons hommes». Al suono delle parole Bons hommes, la platea di bambini che si è radunata alle nostre spalle comincia a urlare a squarciagola una canzone il cui ritornello fa: «Bons hommes non osate venire qui, i piccoli di Assaga Niger e Assaga Nigeria vi prenderanno a pugni». C’è chi la canta in lingua haussa, chi in kanourì e chi in peul.

«Bravi uomini»: è così che i bambini del campo per profughi e sfollati di Assaga chiamano i membri di Boko Haram (locuzione haussa il cui significato è «l’istruzione occidentale è proibita», cfr. MC ottobre 2016), il gruppo terroristico nigeriano che si fa chiamare anche Stato islamico dell’Africa Occidentale, confermando l’affiliazione ai ben più potenti e mediatizzati cugini dello Stato islamico.

Per fare esorcizzare loro il mostro, le Ong attive nel campo li hanno muniti di fogli e pennarelli sui quali sono ritratti omoni grandi e grossi con fucili e machete, donne kamikaze con lunghe vesti che coprono l’esplosivo, taniche di benzina per dare fuoco a chiese, scuole e mercati e una marea di cadaveri.

Terra di confine

Il campo profughi di Assaga si trova a una ventina di chilometri da Diffa, una poverissima città del Sud Est del Niger, al confine con la Nigeria. Ho scelto Diffa come base per muovermi nella regione martoriata dai Bons hommes. È il terzo giorno consecutivo che vengo al campo, che tra sfollati nigerini e profughi nigeriani ospita un numero imprecisato di persone. Sicuramente diverse migliaia.

La tendopoli prende il suo nome da un piccolo villaggio di frontiera raso al suolo dai jihadisti. Si estende per quasi un chilometro ai lati dello stradone asfaltato che conduce all’aeroporto di Diffa. Da una parte c’è Assaga Niger, terra di sfollati nigerini, e dell’altra Assaga Nigeria, dei profughi nigeriani. Una divisione ormai interiorizzata dai locali. Così, quando qualcuno attraversa la strada, magari per acquistare del latte in polvere in una delle bancarelle sorte come funghi, esclama: «Vado all’altra Assaga, torno presto».

Abbandonando il loro villaggio natale, le vittime di Boko Haram speravano di trovare nel campo di Assaga un posto sicuro dove sopravvivere. Ma la realtà è un’altra: l’accampamento viene preso di mira dai miliziani, perché a difesa diretta della struttura non c’è nessuno. Le infiltrazioni, al fine di reclutare nuove forze, sono prassi comune. Spesso all’appello manca qualcuno o perché misteriosamente ucciso o perché rapito. Nel secondo caso le vittime sono soprattutto donne. Mancano servizi igienici e corrente elettrica, e così, di notte, per fare i propri bisogni, occorre allontanarsi ed esporsi a pericoli. Proprio come accaduto a Jamilah, la cugina di Mussa.

«Se non l’hanno sgozzata – è certo Mussa – l’hanno fatta loro schiava». Sul versante nigeriano di Assaga, Mussa ha visto la morte in faccia. «Ci avevano radunati tutti davanti al pozzo. Ci accusavano di essere dei traditori, di avere denunciato la loro presenza alle autorità. Ma non era vero. Hanno imbracciato i fucili e hanno iniziato a spararci contro, all’altezza della testa. Quel giorno sono morte almeno venti persone. Quei Bons hommes erano ragazzi dai quattordici ai vent’anni». Mussa è riuscito a scappare riportando però una profonda ferita sul fianco, frutto di un rapido incontro con la lama del machete di un jihadista.

Nigeriano o terrorista?

Una giovane donna si fa avanti. Si chiama Atikah, è anche lei nigeriana e vuole parlare. «La prima volta che vennero a casa nostra mi chiesero perché mio marito non fosse in moschea. Io risposi loro che non lo sapevo e se ne andarono via. Vennero una seconda volta. Risposi la stessa cosa. Alla terza risero, con un’espressione crudele in volto. Mi presero di forza e mi condussero in moschea. Lì mi fecero trovare mio marito, morto, con la gola tagliata».

Il terrore che la gente prova per Boko Haram si sta mutando in fobia. I rifugiati nigeriani, specialmente i più giovani, sono sospettati di essere terroristi perché provengono dalla loro stessa terra. Zainab, vent’anni, teme di essere diventata vedova: «Mio marito andava al mercato di Diffa per acquistare della frutta da rivendere qui al campo. Alcuni venditori ambulanti avevano iniziato a stuzzicarlo, a dirgli che, in quanto nigeriano, era certamente un terrorista. Poi due settimane fa uno di loro ha chiamato un poliziotto e questo lo ha arrestato e portato via. Da quel giorno non ho più sue notizie».

Diffa ha un solo alleato che tutti chiamano rivière Komadugu Yobé, un fiumiciattolo che nasce dal lago Ciad, si dirama fra piccoli arbusti e sabbia e aumenta sensibilmente la propria portata nella stagione delle piogge. Per circa 150 chilometri costituisce la frontiera fra Nigeria e Niger. Quando cominciano le piogge e il Komadugu Yobé sale, gli attacchi di Boko Haram diminuiscono.

Ma in queste settimane, di pioggia non se ne parla, e i jihadisti sono sempre in agguato, pronti ad attraversare il Komadugu Yobé a piedi e a lanciare rappresaglie di ogni sorta. L’intera regione è tenuta d’occhio dalle spie di Boko Haram che, oltre che per l’efficienza del proprio sistema d’intelligence, spicca per una notevole capacità persuasiva, basata sulla repressione di chi osa tradire la setta.

Lo stato ci prova

L’esercito nigerino di stanza a Diffa è costituito in maggioranza da giovani soldati male equipaggiati, spediti al fronte senza un buon addestramento. La paga mensile di un soldato non arriva ai 100 euro. Poco se si pensa che Boko Haram promette uno stipendio cinque volte maggiore.

Prima dell’arrivo di Boko Haram, il motore dell’economia regionale erano le coltivazioni di pepe. Poi sono cominciati a spuntare fucili e munizioni nascosti nel retro dei camion carichi della spezia, difficili da controllare senza metal detector di cui gli apparati di sicurezza nigerini sono sprovvisti.

Boko Haram riscuote delle tangenti sul passaggio di coloro che transitano nei territori da esso controllati. Per questo il governo di Niamey ha dichiarato a Diffa lo stato d’emergenza, con il divieto di alcune coltivazioni che avvantaggiano Boko Haram (il pepe) o che, impiegando piante a stelo alto, consentono ai terroristi di nascondersi (il mais). Altra misura preventiva è il divieto assoluto dell’utilizzo di motocicli, mezzi prediletti di Boko Haram per gli attacchi rapidi e kamikaze, oltre che diffusissimi a Diffa. Un provvedimento che ha messo definitivamente in ginocchio la già misera economia locale dal momento che quello del mototassista è uno dei lavori più diffusi.

Gocce di cristianesimo

È domenica e mi dirigo alla chiesa evangelica della «Vita abbondante». Insieme a quella cattolica è una delle due uniche comunità cristiane di Diffa: in tutto un centinaio di credenti. A indicarmi Godiya, la cui storia mi è stata raccontata da un suo conoscente, è il guardiano della parrocchia. È bellissima nel suo sfarzoso abito viola. Canta nel coro e in alcuni passaggi fa la prima voce sfoggiando le sue doti canore.

Per poterla avvicinare attendo che la funzione finisca. Trascorrono almeno due ore tra sermoni, musiche e balli che tengono alto il morale dei partecipanti, tutti elegantissimi.

Godiya ha vent’anni, è nigeriana e la sua città natale è Maiduguri, proprio dove nel 2002 nacque Boko Haram. Si è trasferita coi suoi cari a Diffa per fuggire all’assedio jihadista. «La tragedia della mia famiglia avvenne cinque anni fa. Uscii in cortile e vidi mio padre per terra, picchiato da due ragazzi più giovani di me. Cercava di difendersi dai loro pugni e calci. Gli rubarono i soldi e il cellulare. Corsi da mia madre gridando a squarciagola. “Aiuto! Aiuto! Stanno uccidendo papà!”. Mamma si mise a strillare insieme a me, ma quei due ci puntarono contro una pistola. Poi spararono tre colpi a mio padre. Nessuno venne in nostro soccorso». Godiya ha saputo in seguito che quei due giovani erano di Boko Haram. Tuttavia, non ha mai capito se avessero ucciso suo padre in quanto cristiano o perché aveva opposto resistenza durante il furto.

Vittime «collaterali»

È ancora mattino presto quando atterro a Niamey, la capitale. Prendo un taxi e mi faccio lasciare al carcere minorile maschile, in pieno centro. Al suo interno, tra spesse e alte mura di terra battuta, si trovano una cinquantina di ragazzi accusati di far parte di Boko Haram, e da mesi in attesa di giudizio. Il direttore della prigione non vuole correre il rischio di un «contagio» tra i comuni detenuti e così i presunti terroristi, identificati con la sigla Eafga (Bambini associati a forze e gruppi armati), hanno un’ala tutta per loro.

Durante il giorno, complice il caldo asfissiante, i ragazzi se ne stanno tranquilli sdraiati all’ombra. Sporadicamente scatta una rissa, subito soffocata dall’intervento dei secondini. La posta in gioco è troppo alta: chi sgarra non ha diritto all’ora di attività sportiva, ovvero alla partitella di calcio. Quando alle cinque di pomeriggio lo psicologo del penitenziario tira fuori dalla tasca il foglio con la lista dei più meritevoli, nel braccio dei sospetti Boko Haram cala un silenzio di tomba. Tutti si mettono sull’attenti nella speranza di sentire pronunciare il proprio nome.

«A tutti i nostri giovani piace il calcio – dice lo psicologo -. Qui è l’unico sfogo che hanno. Durante la partita abbiamo modo di renderci conto di chi sono i ragazzi con i caratteri più violenti. Una volta individuati, spiego loro che devono cambiare atteggiamento. Non dispongo di prove certe del fatto che ci siano membri di Boko Haram. Sono mesi che attendono il processo e solo Allah sa quando avverrà. La mia opinione? Solo pochi di loro, volenti o nolenti, hanno avuto contatti con i terroristi».

I detenuti selezionati dallo psicologo si mettono in fila indiana per uscire dal recinto in cui mangiano, si lavano e dormono. Appena fuori, un secondino li fa sedere per terra per la conta. A fatica i ragazzi riescono a contenere l’entusiasmo che solo un pallone può dare. E non fa niente che le linee del campo siano fatte con delle pietre e che le porte siano arrugginite e senza reti. Giocare a piedi scalzi non è un problema.

La situazione di questi detenuti, quasi tutti originari di Diffa, è molto delicata. Spesso non sanno neanche perché si trovino qui. La politica della «tolleranza zero» adottata dall’esercito e dalla polizia nigerini si è tramutata in continui arresti arbitrari. «Sono nato e cresciuto in un villaggio vicino a Diffa. I miei genitori sono morti quando ero piccolo, non li ricordo. Facevo l’apprendista saldatore, ma di lavoro non ce n’era, così mi sono messo a vendere biscotti per strada». Hamidou ha quindici anni ed è rinchiuso a Niamey da un paio di mesi. «Una sera al villaggio sono arrivati dei soldati che si sono messi a perquisire tutto e tutti. Indossavo una maglietta di colore verde militare che avevo trovato per strada. Mi hanno picchiato, bendato gli occhi e caricato su un furgone. Dopo alcune ore mi sono ritrovato nella prigione di Diffa. Poi mi hanno portato qua».

Mamadou ha diciassette anni ed è nato nella regione di Borno, nel Nord Est della Nigeria. «Sono stato avvicinato diverse volte dai terroristi, volevano diventassi uno di loro. Un giorno mi dissero che per me avevano in mente una “missione sacra”. Volevano farmi esplodere all’aeroporto di Diffa. Raccontai tutto alla mia famiglia e il giorno dopo scappammo in Niger». In «salvo» a Diffa, però, Mamadou ha commesso un grave errore: rivelare la sua storia ai nuovi vicini di casa. «Hanno spifferato tutto ai poliziotti e quelli mi hanno creduto uno di Boko Haram. Mi hanno arrestato e condotto qui. Nessuno vuole dirmi che fine farò, non ho notizie dei miei genitori. Lo giuro, sono innocente».

Si sta facendo buio e l’orario di visita è terminato. Alcuni ragazzini mi pregano di tornare con notizie fresche su Cristiano Ronaldo e Messi. Rispondo loro che l’indomani dovrò fare ritorno in Italia. Nessuno è sicuro di dove si trovi il nostro paese. «Ma lì si gioca a calcio?», ci chiede uno che indossa la maglia del Milan col numero 8 di Gattuso.

Luca Salvatore Pistone

ARCHIVIOMC
• Marco Bello, Califfato made in Africa, MC 10/2016.
• Marco Bello, Occidente proibito, nell’ambito del dossier Jihad Africana, MC 11/2012.




Nigeria: Boko Haram califatto made Africa


Boko Haram è un nome che incute paura. La sua storia è legata a un’area ben definita della Nigeria. Ma vanta legami inteazionali. Come si è arrivati a questo fenomeno africano? E cosa rappresenta nello scacchiere del terrorismo internazionale? E il jihad in Africa in che direzione sta andando? Un libro appena uscito cerca di dare queste e molte altre risposte.

«Boko Haram è una realtà del jiahadismo internazionale, in particolare dopo l’adesione di Aboubakar Shekau al califfato di al Bagdhadi. L’Africa è stata scoperta essere uno scenario importante dal terrorismo, prima ancora che dalla politica internazionale e dall’Europa. Il terrorismo internazionale, infatti, investe molto nel continente africano». Chi ci parla è Raffaele Masto, giornalista, specialista di Africa, esperto di Nigeria e delle sue storie. Masto ha appena pubblicato «Califfato Nero», editori Laterza, nel quale racconta le origini e le gesta della setta integralista nigeriana. Il vero nome di questa formazione è «Gruppo della gente della Sunna per la propaganda religiosa e il Jihad», mentre Boko Haram signigica: «L’educazione occidentale è vietata».

«Si tratta dell’unica realtà del terrorismo internazionale che ha una logica locale, e ha avuto un’origine tutta africana. Gli altri gruppi presenti in Africa, per esempio in Mali, sono un’emanazione del jihadismo magrebino, un tentativo delle formazioni del Nord di penetrare in Africa nera e controllare quel vasto e remoto deserto che è la scena di traffici inteazionali molto lucrosi. Dall’altra parte, sulla costa orientale, in Somalia, c’è al Shabaab che è un’emanazione di Al Qaeda. Boko Haram rientra in questo scenario, ed evidentemente copre un territorio ambito dal terrorismo internazionale».

This video grab image created on August 14, 2016 taken from a video released on youtube purportedly by Islamist group Boko Haram showing what is claimed to be one of the groups fighters at an undisclosed location standing in front of girls allegedly kidnapped from Chibok in April 2014. Boko Haram on August 14, 2016 released a video of the girls allegedly kidnapped from Chibok in April 2014, showing some who are still alive and claiming others died in air strikes. The video is the latest release from embattled Boko Haram leader Abubakar Shekau, who earlier this month denied claims that he had been replaced as the leader of the jihadist group. / AFP PHOTO / HO / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / BOKO HARAM" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS
This video grab image created on August 14, 2016 taken from a video released on youtube purportedly by Islamist group Boko Haram showing what is claimed to be one of the groups fighters at an undisclosed location standing in front of girls allegedly kidnapped from Chibok in April 2014.
Boko Haram on August 14, 2016 released a video of the girls allegedly kidnapped from Chibok in April 2014, showing some who are still alive and claiming others died in air strikes. The video is the latest release from embattled Boko Haram leader Abubakar Shekau, who earlier this month denied claims that he had been replaced as the leader of the jihadist group. / AFP PHOTO / BOKO HARAM

Così vicini

Ma che importanza ha oggi Boko Haram sullo scacchiere internazionale? E perché un europeo ha interesse a conoscere l’esistenza e le azioni di un gruppo sanguinario che agisce nel cuore dell’Africa?

«Per l’Europa tutto ciò ha grande importanza, perché solo il Maghreb, sempre più burrascoso, e quel deserto, il Sahara, che è un territorio di traffici e affari, la separano dalla zona dove tutto questo avviene. Ma è anche quell’Africa che sfoa profughi, rifugiati e migranti verso il vecchio continente. Voglio dire che è una realtà abbastanza vicina a noi europei e ci conviene conoscerla». Continua Masto: «Non è che dobbiamo farlo per buonismo o per occuparci di un’Africa dimenticata. No, l’Africa è diventata uno scenario importante, ci è vicina per una serie di questioni, per cui dovremmo capire meglio che cosa accade “là dentro”. Questo ci spiega anche, in questo momento, alcune dinamiche inteazionali che ci sfuggono».

Raffaele Masto dal 1989 lavora nella redazione di Radio Popolare e ha seguito, come inviato, crisi in Medio Oriente, America Latina, e in particolare in Africa, continente per il quale è diventato un vero riferimento nel giornalismo italiano. E non solo.

Anche questo suo ultimo lavoro nasce da anni di frequentazione della Nigeria, da una raccolta minuziosa di dati e testimonianze dirette sul campo. Ci confida: «La Nigeria è un paese difficile da percorrere, ci vuole molto denaro, perché spesso bisogna essere scortati. Io non ho dei grandi budget per i viaggi, ho dietro una testata che non è ricca, anche se è prestigiosa nel suo genere, e quindi la prima difficoltà è stata quella di conciliare le spese per viaggi d’inchiesta con i soldi a disposizione».

E continua: «Ma direi che i viaggi sono stati essenziali, perché un fenomeno studiato dall’Europa continua ad avere dei buchi che si riempiono e si comprendono solo se si riesce ad andare sul posto.

Io ho cercato di farlo preparando molto bene le missioni, creando e mantenendo relazioni con persone fidate in loco, e cercando di risparmiare».

Il libro «Califfato Nero» descrive un fenomeno complesso con parole semplici, intervallando descrizioni di situazioni nigeriane ricche di spunti, con parti di storia, cronaca e analisi approfondite.

«La dinamica locale di Boko Haram, secondo me, è la cosa veramente importante. Questo gruppo terrorista è nato dalla necessità di alcune lobby politiche ed economiche della Nigeria del Nord. Solo in un secondo momento è stato inglobato in una dinamica più ampia. Questo è esattamente quello che si poteva prevenire. Se si fosse affrontato prima il problema non ci troveremmo di fronte a un jihadismo africano radicato in tre regioni con il rischio che si crei un cornordinamento».

La ribalta mediatica

Boko Haram «buca» i notiziari di tutto il mondo guadagnandosi la fama internazionale nell’aprile 2014. Un gruppo di guerriglieri, in quel momento semisconosciuti fuori dai confini della Nigeria, realizza un clamoroso rapimento di massa di ragazze da un collegio femminile a Chibok, nel Nord Est del paese. «C’erano tutti gli elementi necessari per solleticare l’immaginario occidentale: 276 adolescenti in mano a miliziani oscurantisti, sessuofobici, abituati alla violenza e ostili all’universo femminile, considerato utile solamente a soddisfare le necessità materiali maschili», scrive nel suo libro Masto.

L’opinione pubblica si mobilita, viene lanciata una campagna internazionale: Bring back our girls, che non avrà molto effetto.

Ma che origini ha Boko Haram?

«A partire dal 2002, anno della sua nascita, e per circa sette anni, la setta fondata dal predicatore Mohammed Yusuf si rende protagonista dei una netta opposizione al potere costituito, inscenando manifestazioni che degenerano in disordini, scontri, violenti attacchi alle forze di polizia e all’esercito. Questa formazione radicale, che assume da subito una forte valenza religiosa, si scaglia contro la corruzione delle autorità e della politica, così come contro il lassismo dei costumi, criticando duramente quella che ritengono un’applicazione troppo blanda dei dettami della religione islamica».

Yusuf, predicatore dotato di grande carisma, trova terreno fertile nei giovani nigeriani disadattati «che vedevano in un fustigatore dei potenti un’alternativa al sistema imperante della corruzione e nella stretta osservanza della sharia (legge islamica) una possibilità di ristabilire una giustizia e un ordine sociale».

Ma Yusuf è anche bravo nella «real politik», e fin dall’inizio, riceve soldi dal senatore Ali Modu Sheriff, che sarebbe poi diventato governatore dello stato di Boo (proprio dove è nato Boko Haram), e quindi un alto rappresentante di quella classe politica che la setta contestava. Scrive Masto: «Il sodalizio tra Sheriff e Yusuf parve funzionare, perlomeno per qualche tempo: in cambio del sostegno alle elezioni locali, il futuro governatore promise una rigida applicazione della sharia nel Boo». Ma qualcosa in seguito va storto, la legge coranica non viene applicata nella modalità auspicata da Yusuf e presto gli alleati occulti si trovano su barricate opposte.

Al contrario di molti altri gruppi e sette che fioriscono in Nigeria «Il gruppo di Mohammed Yusuf intersecava questioni religiose e politiche, cioè la moralizzazione dei costumi e la critica senza appello della corruzione; e forse fu proprio questa particolarità a fae un movimento diverso degli altri, più incisivo e con un seguito più fedele e radicato».

polizia-nigeria

La svolta

Nel luglio del 2009, violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiano in diversi stati del Nord della Nigeria, con epicentro lo stato del Boo, nel Nord Est, dove ha origine Boko Haram. La repressione dell’esercito federale è violentissima anche con i civili (le cifre ufficiali parlano di 700 morti, nella realtà saranno molti di più). Yusuf è arrestato e sarà poi giustiziato senza processo. Questo fatto, e il conseguente mutamento di leader, producono il salto di qualità della setta. Dopo una lotta intea con altri tre pretendenti alla successione di Yusuf, emerge Aboubakar Shekau, che si rivelerà spietato e sanguinario, portando, tra l’altro, il gruppo terrorista al record di uccisioni, che nel 2014 superano quelle dello Stato islamico (Isis).

«Da movimento insurrezionale è diventato una formazione terroristica capace di mettere in campo una grande versatilità con veri e propri attacchi militari, quando è possibile sferrarli, e capace di ripiegare su attentati kamikaze quando è necessario.

Di certo la sua evoluzione e la sua crescita costituiscono una vera e propria novità. L’insurrezione del 2009 era stata messa in campo con un esercito di militanti impreparati al combattimento, c’erano poche armi e perlopiù la polizia veniva fronteggiata con machete e bastoni. Oggi questa setta può contare su grandi quantità di esplosivo, su esperti che lo sanno usare, su una buona capacità logistica, su mezzi rapidi ed efficienti per gli spostamenti e su combattenti preparati». Il merito di tutto questo è in gran parte di Abubakar Shekau, ma anche «il risultato di alleanze e relazioni con i movimenti del jihadismo internazionale».Dopo aver raccontato la figura del fondatore Yusuf, Masto dedica un intero capitolo a tratteggiare il ritratto di Shekau, detto l’«immortale», perché lo si è dato per morto ormai innumerevoli volte ma è sempre ricomparso con video e dichiarazioni. Una figura oscura, ma fondamentale, che è necessario tentare di comprendere.

L’autore descrive anche le modee tecniche di comunicazione usate del gruppo terrorista e il loro sviluppo negli ultimi anni.

Espansione di Boko Haram

Sul terreno l’escalation degli attacchi di Boko Haram dal 2010 in poi è innegabile. Assalti a moschee, chiese, mercati, villaggi, postazioni di esercito e polizia e poi scuole, diventano quasi quotidiani. Gli attacchi vengono eseguiti tramite kamikaze con autobombe o miliziani armati, e talvolta rapimenti. Sono colpiti interessi occidentali, ma anche locali, cristiani e musulmani. Da Maiduguri (capitale del Boo) gli assalti si spostano negli altri stati del Nord (clamorosi quelli a Kano nel 2012), anche nel centro (a Jos nel Plateau) e nella capitale Abuja, come l’attentato alla sede delle Nazioni Unite (agosto 2011) che causa 23 morti e decine di feriti.

A partire dal 2013 il gruppo comincia un’operazione di conquista territoriale, che lo porterà, come spiega l’autore, sulla scia del Isis a proclamare il Califfato africano: «Superata la metà del 2014, Boko Haram corona la sua strategia di controllo territoriale: il 24 agosto, dalla cittadina di Gwoza, nel Boo, a Sud Est di Maiduguri, Abubakar Shekau annuncia la nascita del suo Califfato». Boko Haram controlla un territorio più vasto di una grande regione italiana, include la foresta di Samibisa ed è vicino al Camerun e non lontano dal Ciad.

Dopo alcuni interventi extraterritoriali, inizia una vera guerra di eserciti combattuata in quella frontiera quadrupla che è il lago Ciad: nel febbraio del 2015 i miliziani attaccano per la prima volta Diffa, una città nel territorio del Niger, paese che fino a quel momento era servito come base a cellule di terroristi e quindi risparmiato. Ciad, Camerun, Niger e pure Benin creano una coalizione militare contro Boko Haram. I villaggi sulle isole del lago Ciad sono più volte conquistati e liberati. Solo in Niger sono decine di migliaia gli sfollati (cfr. MC ottobre 2015).

Fedeltà al califfo

Shekau cerca poi alleati inteazionali. Il 7 marzo del 2015 proclama l’adesione al Daesh (Isis) e, soprattutto, la «sottomissione» di Boko Haram al Califfo Abu Bakr al Baghdadi, il quale pochi giorni dopo, tramite il portavoce Abu Muhammad al-Adnani lo riconosce ufficialmente come «espansione del Califfato in Africa Occidentale». Il passaggio è importante: Boko Haram, fenomeno tutto nigeriano, con la sua propria dinamica e regole, si sottomette al jihadismo mediorientale. Può essere un segno che i finanziamenti «interni» nigeriani si sono ridotti.

Il controllo territoriale presto lo perderà. Nel maggio del 2015 viene eletto presidente della Nigeria Mamadou Buhari, musulmano del Nord, che succede a Goodluck Johnatan, cristiano del Sud. Il nuovo presidente cambia strategia: «Senz’altro Buhari, ha messo in campo un’offensiva militare maggiore di quella che era stato in grado di fare Johnatan, e non tutto per colpa sua. Così ha strappato il territorio dal quale Shekau aveva proclamato lo stato islamico in Africa dell’Ovest. Un’area di una volta e mezza il Belgio, quindi abbastanza significativa. Un classico perché lo Stato islamico irrideva le frontiere coloniali. Ricordiamo che quella è una zona, nello stato del Boo, l’estremità Nord orientale della Nigeria, in cui si ha convergenza di quattro confini e per farli, in epoca coloniale, erano scesi in campo i migliori negoziatori del tempo. Lo Stato Islamico nasce esattamente lì, non è casuale, perché proprio in quella zona può frantumare l’idea di confini, di equilibrio, che provengono da una storia occidentale che il califfato sbeffeggia, rifiuta, non riconosce». Molti analisti danno Boko Haram in declino dai primi mesi del 2016 a causa dell’offensiva del governo federale. Non la pensa esattamente così Raffaele Masto: «Buhari è riuscito a riconquistare il territorio di Boko Haram, ma queste vittorie sul campo sono abbastanza di Pirro. Il terrorismo jihadista ha una caratteristica, lo vediamo anche in Siria e Iraq: adotta la strategia dell’elastico. Se ha un territorio lo amministra, ci ricava ricchezze, risorse, fa addestramento, propaganda. Se non ha il territorio ritorna al terrorismo puro. Boko Haram non ha smesso di fare attentanti».

Cambio di leader?

Per alcuni mesi Shekau non si fa sentire. Poi il 2 agosto scorso, tramite una pubblicazione, lo Stato islamico indica in Abu Musab al-Baawi, portavoce di Boko Haram, il nuovo governatore dello Stato islamico in Africa Occidentale. Ma già la sera successiva, è reso pubblico un audio di Shekau indirizzato ad al Baghdadi, nel quale dichiara che al-Baawi è un deviato e chiede al califfo di posizionarsi. In un video del 7 agosto Shekau si autoproclama «imam del gruppo Boko Haram in Nigeria e nel mondo intero».

Ci spiega Masto: «Oggi la setta è bicefala. Al Baawi, nominato direttamente da Abu Bakr al Baghdadi, dimostra che per il nuovo Isis, la realtà di Boko Haram, la provincia africana, è qualcosa di importante. Per questo hanno nominato un personaggio a loro fedele. Perché Abubakar Shekau è un personaggio sopra le righe, ingombrate, sanguinario, quasi imbarazzante per al Baghdadi. Ai tempi dell’adesione all’Isis qualcuno disse che rovinava l’immagine dello stesso Califfato. Ora con questa nomina, si capisce che lo Stato islamico aveva bisogno di qualcuno di più canonico, e più controllabile, a capo di questa provincia africana. Shekau rappresenta il Boko Haram della metamorfosi, nasce con una dinamica locale, aderisce allo Stato islamico ma vuole mantenere una logica anche locale, mentre Boko Haram di al-Baawi è qualcosa di diverso, più dentro le fila dello Stato Islamico vero e proprio».

Ma sembra chiaro che Shekau è in difficoltà, sia militarmente sia finanziariamente. Siamo lontani dalle disponibilità economiche e conseguenti azioni del 2014 e 2015.

Conclude Masto: «Non si sa quale delle due fazioni avrà maggiore forza, non si sa chi abbia la pateità di alcuni degli ultimi attentati. Di certo la situazione della Nigeria Nord orientale non è tranquillizzante. Rimarrà molto grave anche dal punto di vista umanitario. Inoltre un collegamento dei combattenti e addestratori del califfato mediorientale con gli uomini di al-Baawi sarebbe molto preoccupante. Diventa un cartello del terrorismo e l’Africa è parte di un teatro globale, questa è la cosa più inquietante».

È del 23 agosto, la notizia da fonte governativa nigeriana, che Shekau sarebbe stato «ferito mortalmente» in seguito a un attacco dell’esercito federale. Resta da vedere se e quando, l’immortale, toerà a farsi sentire.

Marco Bello

Archivio MC

Su MC abbiamo trattato a più riprese questioni relative al terrorismo africano: M. Alban e M. Bello, Terrorismo: il grande vuoto, dicembre 2010; E. Casale e M.Bello, Jihad africana, dossier, novembre 2012; M. Bello, Chiesa, dialogo contro terrore, ottobre 2015.