Bangladesh. Tensioni in vista del voto

La lunga transizione politica del Bangladesh si avvicina a un punto di approdo. 
Nel paese dell’Asia meridionale con oltre 170 milioni di abitanti, al 90% musulmani, il governo ad interim guidato dal Primo ministro Muhammad Yunus ha annunciato le elezioni politiche per l’aprile 2026.

Il premio Nobel per l’economia era stato scelto per guidare il Paese dopo le ampie proteste popolari che, nell’agosto 2024, avevano costretto alla fuga l’ex Primo ministro Sheikh Hasina, rifugiatasi in India. L’intervento dei militari aveva riportato l’ordine e si era scelta la soluzione di un esecutivo provvisorio, per promuovere una serie di riforme e indire poi nuove elezioni.

Questa fase sociale, protrattasi per oltre un anno, è risultata molto fluida: scontri tra i seguaci di partiti politici diversi hanno continuato a creare tensione e instabilità sociale. In particolare, membri della Awami League, il partito dell’ex Premier Sheikh Hasina, hanno attaccato attivisti del National Citizen Party, il partito studentesco ufficialmente presentatosi agli elettori all’inizio del 2025, e nuovo attore sulla scena politica.

Un fattore di incertezza riguarda la vicenda di Hasina: a novembre, un tribunale ha condannato a morte la donna, dopo un processo durato diversi mesi, emettendo la sentenza in contumacia. La Corte per i crimini internazionali del Bangladesh l’ha ritenuta colpevole di aver ordinato la repressione della rivolta studentesca nel 2024, in cui vennero uccise circa 1.400 persone. Hasina è stata condannata all’ergastolo per crimini contro l’umanità e alla pena di morte per aver ordinato gli omicidi dei manifestanti. La difesa ha sostenuto che le accuse sono «infondate e politicamente motivate», definendo la corte «un tribunale farsa». Il verdetto potrà essere impugnato presso la Corte Suprema. 

Questo è lo scenario che si profila alla vigilia delle elezioni, cui non parteciperà la Awami League, il partito di Sheikh Hasina, messo al bando dalla Commissione elettorale con una mossa che ha acuito la polarizzazione sociale e le tensioni.


Avrà un peso sul voto anche la situazione economica: la popolazione avverte le conseguenze del crollo del settore industriale, del vistoso calo degli investimenti esteri, dell’inflazione in continua ascesa con i beni di prima necessità sempre più costosi.

Tra le minoranze religiose del Bangladesh (cristiani, induisti, buddisti), si registrano, inoltre, preoccupazioni per il ritorno dei partiti islamisti radicali sulla scena politica: la Corte Suprema del Bangladesh, infatti, ha revocato il bando al maggiore partito musulmano del Paese, per oltre dieci anni relegato ai margini della società. Il Jamaat-e-Islami potrà prendere parte alle prossime elezioni generali e si appresta ad ampliare la sua base di consenso politico.

Il pericolo, segnalato soprattutto da enti della società civile, è l’influenza che i partiti islamisti potranno avere nel futuro governo del Paese. Per questo si chiede al governo ad interim di concludere l’iter delle riforme costituzionali prima delle elezioni, definendo un quadro istituzionale e giuridico secondo principi di democrazia, pluralismo, uguaglianza.

In una marcia pacifica tenutasi a Dacca nel novembre scorso, i cattolici (500mila in tutta la nazione) hanno voluto segnalare alle autorità e all’opinione pubblica i diversi episodi di violenza che «gettano un’ombra sulla convivenza», ha dichiarato all’agenzia «Fides» il vescovo ausiliare di Dacca, Subroto Boniface Gomes.
l 7 novembre una bomba rudimentale è esplosa davanti al cancello del complesso della cattedrale di Santa Maria a Dacca e un altro ordigno è esploso al collegio di San Giuseppe mentre, agli inizi di ottobre, una bomba è stata lanciata contro la chiesa cattolica del Santo Rosario, la più antica della capitale. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici. Ai fedeli, i vescovi hanno chiesto di «vigilare, essere prudenti e di custodire fede, speranza e carità».

Paolo Affatato




Bangladesh. Instabilità esplosiva

Scricchiola il Governo del Nobel per la pace Muhammad Yunus. Dopo le proteste studentesche e le violenze di un anno fa, l’ottimismo per il nuovo presidente si sta esaurendo in un quadro di crescente incertezza sociale e politica.

«La luna di miele con i cittadini è finita», dicono i commentatori. Il governo ad interim del Bangladesh guidato da Muhammad Yunus dopo le rivolte studentesche di agosto 2024 che hanno portato all’estromissione dell’allora primo ministro Sheikh Hasina, non gode più della fiducia incondizionata dei cittadini.
Yunus, premio Nobel per la pace del 2006, noto per aver ideato e realizzato un sistema moderno di microcredito che ha aiutato negli ultimi decenni molti indigenti in tutto il mondo a uscire dalla povertà, affronta una crescente insoddisfazione popolare.

Troppi rinvii elettorali

Uno dei motivi del malcontento è il ripetuto rinvio delle elezioni generali, che Yunus ha finalmente annunciato si terranno nell’aprile del 2026. Le maggiori formazioni politiche in Bangladesh, infatti, parlando di un certo peggioramento dell’ordine pubblico, dell’instabilità economica e delle crescenti difficoltà in cui si ritrova la popolazione, hanno intensificato la richiesta di fare tornare i cittadini alle urne.
Il Paese affronta, da un lato, il crollo del settore industriale con un drastico calo degli investimenti esteri; d’altro l’allarme per una criminalità dilagante, incentivata dalle oltre 4mila armi da fuoco saccheggiate dopo il 5 agosto 2024, in seguito alle proteste studentesche.

«Il governo è salito al potere con grandi promesse di cambiamento, eppure gran parte di quell’ottimismo è svanito», ha scritto Mohammad Al-Masum Molla, editorialista del quotidiano bangladese The Daily Star. «Sebbene alcune riforme proposte, come i limiti al mandato del primo ministro e la formazione di un parlamento bicamerale, potrebbero aprire la strada a istituzioni democratiche più solide – ha proseguito –, queste riforme devono ancora concretizzarsi. Inoltre, l’opinione pubblica è sempre più frustrata, soprattutto a causa dei problemi economici».

«Con l’inflazione in continua crescita – prosegue Molla -, e i beni di prima necessità sempre più inaccessibili, molti bangladesi si chiedono se il governo abbia gestito al meglio la crisi economica».

Una mossa poco democratica

Un secondo motivo dei malumori popolari è legato a Sheikh Hasina e al suo partito, la Awami League. Hasina si trova attualmente in India ed è processata in contumacia dal Tribunale bangladese per i crimini internazionali. Il procedimento penale si sta concentrando sulla repressione delle proteste che hanno segnato la fine del suo governo, durato 15 anni.
Hasina è accusata di aver ordinato la violenza e l’uccisione dello studente manifestante Abu Sayeed, il primo ad essere assassinato durante la rivolta, ma sostiene che le accuse contro di lei sono di matrice politica.

Con una mossa discutibile sul piano della democrazia, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, alle elezioni, in attesa dell’esito del processo. Questo ha fatto montare la protesta tra i sostenitori del partito che si sono scontrati con i membri del National Citizen Party, la formazione politica studentesca formatasi agli inizi del 2025, che si presenta come nuovo partito alla prossime elezioni. Nei disordini a Gopalganj, località a Sud della capitale Dacca, è intervenuta la polizia, e almeno quattro persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite. Il coprifuoco imposto dal Governo è il segno che l’instabilità è pronta riesplodere.

Torna il partito islamista

Un altro fattore potrà avere un impatto cruciale. La Corte Suprema del Bangladesh ha ripristinato la legittimità del più grande partito musulmano del Paese, oltre dieci anni dopo che il gruppo politico era stato messo al bando dal governo di Sheikh Hasina. Il Jamaat-e-Islami potrà essere formalmente inserito nell’elenco della Commissione elettorale, partecipando alle prossime elezioni generali.

La sentenza va nella direzione di consentire «un sistema inclusivo e multipartitico» in un Paese di 170 milioni di abitanti, in maggioranza musulmana, ma riapre le porte all’influenza sulla scena politica dei gruppi radicali.

Paolo Affatato




I Rohingya del Myanmar, ancora sfollati e rifugiati

 

A sette anni dallo scoppio della crisi che interessò il popolo dei Rohingya, gruppo etnico di religione musulmana stanziato nella parte occidentale del Myanmar, la comunità internazionale è ancora alle prese con una questione di difficile soluzione.

Sette anni fa, avvenne il primo esodo a seguito dello sfollamento forzato su larga scala di 750mila Rohingya che, sotto la pressione dell’esercito birmano, per sfuggire alla pulizia etnica, varcarono il confine e si stabilirono in Bangladesh, in particolare nella località di Cox’s Bazar.

La loro vita in campi profughi, organizzati in quell’area di confine grazie al governo di Dacca e agli aiuti della comunità internazionale, apparve fin dal principio molto critica.

Difficile la distribuzione di beni di prima necessità per il sostentamento. Per non parlare di istruzione, sviluppo, reinserimento sociale o occupazione per offrire un futuro agli sfollati che risultano apolidi, dunque privi di ogni diritto e riconoscimento.

Inoltre, negli anni, «nuovi problemi di sicurezza e le incertezze sui finanziamenti compromettono tutti gli aiuti», ha avvisato di recente l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur).

Sconsigliato anche il piano di rimpatrio nell’ex Birmania: nello Stato di Rakhine, in Myanmar, l’escalation del conflitto ha peggiorato le condizioni dei Rohingya rimasti nei distretti originari.

Data la guerra civile in corso nel Paese, lo sfollamento interno è ai massimi storici, oltre 3,3 milioni di sfollati all’interno del Paese. Tra questi, circa 130mila sono Rohingya che si trovano nel Rakhine settentrionale e vivono in mezzo al fuoco incrociato, vittime dei combattimenti tra l’esercito regolare e i miliziani dell’Arakan army, organizzazione militare locale tra quelle che sfidano la giunta birmana al potere.

«I civili di etnia Rohingya in Rakhine stanno sopportando il peso delle atrocità commesse dall’esercito del Myanmar e dall’opposizione dell’Arakan Army», ha spiegato Elaine Pearson, direttore per l’Asia di Human Rights Watch, presentando l’ultimo rapporto sugli abusi nell’area.

In Bangladesh, a sua volta attraversato dalla crisi politica culminata con la fuga dell’ex presidente Sheikh Hasina, il governo provvisorio di Muhammad Yunus ha mostrato una certa solidarietà auspicando che i rifugiati Rohingya possano rientrare in Myanmar in piena sicurezza, dignità e diritti. Sebbene, dunque, un ritorno dignitoso, volontario e sostenibile in Myanmar resti la soluzione ricercata dalle autorità, mancano le condizioni sul terreno per renderla possibile.

In attesa di una soluzione, la vita per i Rohingya in Bangladesh resta sospesa. I rifugiati hanno bisogno di assistenza immediata e di aiuto per costruire il loro futuro: il 52% di loro ha meno di 18 anni e molti sono nati in esilio o hanno trascorso i primi anni di vita nei campi profughi.

Nel 2024, le agenzie umanitarie hanno richiesto 852 milioni di dollari per assistere circa 1,3 milioni di persone, ma i finanziamenti internazionali per coprire quella necessità sono insufficienti. Per questo le razioni alimentari sono state ridotte, i centri sanitari devono far fronte alla carenza di personale medico e di medicinali, la bassa qualità dell’acqua causa epidemie di colera ed epatite; le opportunità di formazione professionale sono ridotte.

La nazione, poi, affronta inondazioni catastrofiche che colpiscono milioni di cittadini e anche comunità che ospitano i rifugiati, aggravando la situazione che, nota l’Acnur, richiede allora «un sostegno globale ampio e sistematico».

Paolo Affatato