Domenica 8 marzo gli abitanti di Teheran si sono svegliati sotto una pioggia insolita: dopo il suo passaggio i muri delle case erano sporchi di nero. Stava piovendo petrolio. Perché la guerra distrugge vite e città, ma distrugge anche l’ambiente. Il petrolio è uno dei protagonisti del conflitto con l’Iran. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo i bombardamenti dell’alleanza Usa-Israele hanno fatto esplodere tre depositi di carburante e una raffineria di Teheran. «Non vedo il sole, c’è un orribile fumo nero» ha raccontanto una donna alla Bbc mentre l’odore di fumo invadeva la città e le particelle degli oli parzialmente bruciati iniziavano a riversarsi sui tetti con la pioggia. La Mezzaluna rossa ha avvertito la popolazione di stare al riparo per proteggersi dalle ustioni chimiche alla pelle e dai gravi danni ai polmoni che l’esposizione avrebbe potuto causare. Questo è forse il caso più eclatante di come questa guerra, e tutte le guerre, siano estremamente pericolose per l’ambiente, in quanto innescano una serie di danni le cui conseguenze sugli ecosistemi e sulla salute delle persone che li abitano potrebbero protrarsi per anni.
Contaminazioni L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le esternalità di queste esplosioni rischiano di contaminare le falde acquifere, l’aria e il cibo della regione, con severe ripercussioni sulla salute delle persone, soprattutto di soggetti fragili e bambini. C’è, poi, la bomba a orologeria dello stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio globale che l’Iran ha strategicamente bloccato: attacchi a diverse navi cargo e il possibile dispiegamento di mine navali stanno trasformando l’area in uno dei punti più critici della crisi. Da quella stretta striscia di acqua passa un quinto del petrolio mondiale, oltre che enormi quantità di merci. I primi a pagarne il prezzo sono sicuramente i paesi del Golfo ma i conseguenti aumenti di prezzo del carburante e di altre merci hanno già colpito il mondo intero. Le navi bloccate e in attesa consumano enormi quantità di carburante, inquinando soprattutto l’area circostante, ma il pericolo maggiore è dato dalla possibilità di esplosione di una delle ormai diverse centinaia di petroliere che stazionano nell’area.
L’industria della guerra Le scene tragiche a cui assistiamo sempre più spesso non devono farci dimenticare che quella della guerra è una delle industrie più impattanti sull’ambiente. I danni creati non sono sempre evidenti e dietro le piogge acide di Teheran si nasconde un sistema che è, per sua natura, una delle principali fonti di inquinamento globale, anche quando non si combatte. Si stima infatti che gli apparati militari siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra nel mondo: dalla produzione di armamenti alla manutenzione di equipaggiamenti, basi e infrastrutture, fino alle esercitazioni. Si tratta di attività altamente inquinanti, fondate sull’impiego intensivo di materie prime ad alto impatto ambientale, e che con gli aumenti di spese militari decisi dalla Nato potranno solo aumentare. Il solo Dipartimento della guerra degli Stati Uniti, come è stato recentemente rinominato dall’amministrazione Trump, è l’organizzazione che consuma più combustibili fossili in assoluto a livello globale, con un fabbisogno comparabile all’intera Finlandia.
La storia ci dimostra che i danni ambientali delle guerre possono durare per generazioni. Ad esempio, durante la guerra in Vietnam, le forze statunitensi hanno cosparso circa 2,9 milioni di ettari di terreno con 80 milioni di litri di diserbanti. Le tracce di diossine nel suolo, nell’acqua e nella catena alimentare sono rimaste per decenni. Allo stesso modo, dopo la guerra in Iraq sono stati lanciati preoccupanti allarmi sui danni di lungo periodo che gli scarti bellici, tra cui le contaminazioni da uranio impoverito, avrebbero potuto arrecare all’ambiente e alla salute della popolazione. Anche a Gaza e in Ucraina le situazioni risultano analoghe, a conferma del fatto che la distruzione causata dalla guerra non termina con un cessate il fuoco.
Risorse arma strategica La guerra consuma enormi risorse per il proprio sostentamento e distrugge interi ecosistemi con danni di lungo periodo. Le materie prime fossili sono esse stesse tra le principali motivazioni che innescano i conflitti, a volte dichiarate apertamente, ma spesso lasciate come un chiaro non detto. A questi, negli ultimi anni, si aggiungono sempre più spesso i minerali e le terre rare, indispensabili per lo sviluppo tecnologico. Il controllo di queste risorse è sempre stato uno dei principali determinanti degli equilibri di potere globali, causa dell’assoggettamento di intere nazioni e miccia che ha dato il via a molteplici conflitti. Oltre a rappresentare un obiettivo dei conflitti, queste risorse costituiscono anche una potente arma strategica: il blocco dello stretto di Hormuz è probabilmente la mossa che più ha messo in crisi Trump. Non solo i carburanti: anche i fertilizzanti industriali da cui dipende l’industria agroalimentare globale hanno spesso origine fossile e per questi lo stretto di Hormuz è uno snodo fondamentale. Attraverso questo passaggio transita il 54% dei fertilizzanti di cui ha bisogno il Sudan e circa un terzo di quelli destinati alle colture di Sri Lanka, Tanzania e Australia. Questo si ripercuote sull’accesso al cibo di intere popolazioni e, in un secondo momento, sui prezzi dei generi alimentari a livello globale.
Per una transizione giusta Tutto questo ci dimostra quanto le nostre società siano ancora strettamente legate al fossile. Siamo ancora dipendenti da un ristretto numero di risorse, altamente inquinanti, e controllate spesso da Stati altamente instabili. La transizione ecologica non rappresenta quindi solo una necessaria risposta ai danni ambientali delle attività umane, ma anche l’unico modo per garantire una vera libertà e indipendenza alimentare, energetica ed economica. La situazione che affrontiamo oggi mostra quanto le risorse fossili non siano solo un problema ambientale, ma una chiave fondamentale delle guerre e delle ingiustizie globali. Una transizione giusta è quindi un passo fondamentale verso un mondo di pace e giustizia.
Mattia Gisola
La «milpa»degli antenati
In una comunità indigena, giovani contadini stanno riportando in vita un sistema agricolo ancestrale. Con semi nativi, zero pesticidi e un profondo rispetto per la terra. Un metodo per preservare la cultura e la biodiversità. Un baluardo contro il cambiamento climatico, la malnutrizione e il colonialismo alimentare.
Chaquijyá, dipartimento di Sololá. Tat Tomás Cosijuà Tuiz, guida spirituale kaqchikel, accende, a una a una, piccole e lunghe candele rosse, gialle, bianche e nere – i quattro colori del mais nativo – e le dispone in fila su un braciere. Nella sua casa di terra e paglia a Chaquijyá, un villaggio vicino al turistico lago Atitlán, nel cuore del Guatemala, Tat Tomás osserva in silenzio come le fiamme producono ombre sulle foglie di tabacco appoggiate su un altare insieme alla statua di Maximón, un santo locale, e bottiglie di Cusha, liquore cerimoniale che brucia la gola.
«Secondo il Popol Vuh, il libro sacro dei maya, gli esseri umani sono fatti di mais», racconta con voce calma. «Gli dei usarono il mais bianco per le ossa, rosso per il sangue, giallo per la pelle e nero per i capelli. In cambio gli uomini hanno imparato a coltivare la terra, come atto di ringraziamento».
Il mais, o meglio detto per il suo nome scientifico Zea mays L., è il cereale più simbolico di tutta la Mesoamerica. Con venti varietà geneticamente distinte, è la base della dieta tradizionale del sud del Messico, Guatemala, Honduras, Belize ed El Salvador. Dopo la colonizzazione, il mais è diventato una delle produzioni agricole più estese al mondo, coltivato normalmente in monocolture intensive, con uso di pesticidi ed elevato consumo idrico. Oggi, gran parte del raccolto viene utilizzato per produrre mangimi per animali in allevamento intensivo e per biocarburanti, più che per l’alimentazione umana.
«Non è così che noi coltiviamo il sacro mais», mormora Tat Tomás scuotendo la testa mentre tiene fisso lo sguardo sul suo altare. Nel suo terreno, infatti, il mais cresce secondo il sistema tradizionale della milpa, che in kaqchikel si chiama awän.
4. Ixmukané and her brother Eduardo Saloj fill a silo with native seeds in Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024
Colture in sinergia
In America Centrale normalmente si utilizza il termine milpa come sinonimo di mais, ma, in realtà, si riferisce a un sistema agricolo millenario, le cui prime tracce archeologiche risalgono a novemila anni fa, basato sulla policoltura sinergica di oltre cinquanta specie vegetali. Al centro di questo tipo di coltivazione ci sono le famose «tre sorelle» (las tres hermanas): mais, fagioli e zucche, fonti rispettivamente di carboidrati, proteine e vitamine. Tra i solchi tracciati per la coltivazione del mais, vengono seminati amaranto, chile, erbe medicinali, fiori per impollinatori e alberi come il sambuco, la cui potatura viene lasciata giacere sulla terra affinché diventi un fertilizzante naturale.
Ogni pianta serve alla buona crescita dell’altra. La pianta del fagiolo, e tutte le leguminacee, fissano l’azoto nel suolo, eliminando la necessità di fertilizzanti chimici. Il mais funge da sostegno naturale per i fagioli, senza necessità di bastoni di plastica o legno su cui avvolgersi durante la crescita. Per ultimo, le foglie di zucca trattengono l’umidità nel suolo, riducendo quindi l’evaporazione dell’acqua.
«Si tratta di un sistema agricolo perfetto e in equilibrio. Di fatti non irrighiamo mai la milpa, e così risparmiamo acqua che ultimamente scarseggia a causa delle prolungate siccità dovute al cambiamento climatico», dice Eduardo Wuqu’Aj Saloj, 33 anni, ingegnere agronomo e contadino, seduto nella penombra della casa di Tat Tomás.
Saloj è cofondatore del collettivo Awän, un gruppo di giovani di origine maya kaqchikel che, da alcuni anni, promuovono nella loro comunità il ritorno a questo metodo di coltivazione ancestrale, insieme all’insegnamento delle guide spirituali. «La milpa è l’orto dei nostri antenati – continua -, garantisce autosufficienza alimentare e permette di preservare la biodiversità allo stesso tempo».
Con quattordici zone climatiche e 14mila specie vegetali e animali, il Guatemala è un hotspot di biodiversità riconosciuto in tutto il mondo, ma è anche uno dei Paesi più colpiti dal cambiamento climatico, sebbene sia uno dei territori che produce meno emissioni.
Nel 2024, piogge torrenziali e siccità hanno devastato i raccolti e la produzione è stata dimezzata. Questo ha provocato un aumento del 15% del prezzo del mais e del 43% di quello dei fagioli, rispetto all’anno precedente. In generale, in Guatemala e tutta l’America Centrale il prezzo degli alimenti è simile a quello dei prodotti europei, quindi proibitivo per buona parte della popolazione, che vive in condizione di povertà o con lavori informali.
Nel terreno dietro casa, Ixmukané Saloj, 24 anni, sorella di Eduardo e socia del collettivo Awän, raccoglie bietole tra amaranto e rampicanti di fagiolo.
«Qui coltiviamo unicamente con l’uso di semi nativi della nostra comunità, o delle zone vicine, che sono riusciti ad adattarsi nel tempo a questo suolo e a queste condizioni climatiche – spiega Ixmukané, contadina e studentessa della facoltà di agronomia -. Non usiamo assolutamente semi transgenici, né pesticidi, né insetticidi che seccano il terreno».
Ogni anno, lei ed Eduardo selezionano con cura le spighe più grandi e i frutti più sani da cui successivamente ricavano i semi che vengono conservati per gli anni successivi.
Dal 2018 li custodiscono in un «santuario dei semi», un deposito sotterraneo costruito in cemento con temperatura e umidità controllate.
«I semi sono vivi, per questo motivo vengono conservati in silos di terracotta traspirante a 17 gradi centigradi costanti», spiega Ixmukané.
Da anni il collettivo Awän promuove lo scambio di semi gratuito, cercando quindi di incoraggiare la produzione di alimenti a «chilometro zero» in loco, in modo che i contadini della loro comunità non siano costretti a dipendere dai semi transgenici.
«Ogni gruppo di semi porta il nome della famiglia che li ha raccolti – spiega Eduardo Saloj -. Ci riuniamo periodicamente per scambiare i semi e capire quali si sono adattati meglio alla stagione passata e quindi usarli anche per quella futura», continua.
Le varietà native sono fertili e soprattutto riproducibili, al contrario di quelle ibride o Ogm, che sono sterili e costringono i contadini a comprare i semi di anno in anno.
Per il collettivo Awän poter diffondere gratuitamente i semi nativi è una forma di lotta per garantire l’autonomia alimentare ed economica dei contadini di fronte alle grandi multinazionali che vendono semi geneticamente modificati, insetticidi e pesticidi necessari per massimizzare la loro produttività, ma estremamente dannosi per la flora e la fauna del territorio.
Cecilia Saloj, 38 anni, madre di due figli e impiegata in una piccola libreria di Sololá, ha iniziato a coltivare la milpa da poco. «Risparmio circa 2.400 quetzales all’anno (300 euro) solo in mais – racconta -, che investo nell’istruzione dei miei figli. E mangiano pure meglio, perché è molto più sano far colazione con due uova e tortillas di mais che con le merendine industriali piene di conservanti».
14. Yellow, white, and red corn cobs in Tat Tomas’ storage in the Los Cosiguá Sector, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024
Identità maya e colonialismo alimentare
Con la globalizzazione avvenuta negli ultimi quindici anni, anche nei villaggi più remoti del Guatemala è possibile comprare snack industriali. Al posto di frutta e verdura, i negozietti di periferia hanno scaffali pieni di Coca Cola, biscotti e patatine fritte in buste di plastica minuscole, che danno la possibilità anche a chi non possiede una grande disponibilità economica di comprare quattro o cinque patatine, producendo rifiuti che contaminano le strade a causa della mancanza di un sistema efficiente di raccolta. Questi alimenti stanno prendendo il posto della dieta tradizionale, generando un aumento di casi di diabete, obesità e una malnutrizione generalizzata. A questo si aggiungono i messaggi pubblicitari dei grandi marchi, che associano l’immagine di chi beve e consuma alimenti processati con un ideale di successo, svalorizzando di conseguenza l’alimentazione locale, tradizionale e di provenienza rurale.
Le giovani generazioni collegano l’immaginario del lavoro contadino al concetto di povertà sia economica che intellettuale, preferendo una vita urbana e abbandonando il campo. «I ragazzi della mia età preferiscono andare al supermercato – spiega Yessica Julajuj, 23 anni, anche lei del collettivo Awän -. Comprano prodotti più cari, meno freschi e soprattutto meno sani che molto spesso arrivano da monocolture intensive dove vengono usati fertilizzanti chimici. Per noi si tratta di ribaltare questo concetto e far innamorare nuovamente i giovani dell’agricoltura familiare».
Il dibattito sull’uso dei semi nativi è piuttosto controverso in Guatemala. Da una parte, il ministero dell’Agricoltura promuove l’uso di semi migliorati, come strategia per combattere l’insicurezza alimentare, e una iniziativa di legge depositata al Congresso permetterebbe a grandi multinazionali agroalimentari di privatizzare e modificare i semi nativi. Dall’altra, comunità indigene e movimenti contadini difendono la proprietà collettiva dei semi antichi che si tramandano da generazioni e stanno portando al centro del dibattito la discussione per l’approvazione della legge 6.086 sulla biodiversità e i «saperi ancestrali» che punta a promuovere le conoscenze e le pratiche indigene e campesinas, così come la diversità biologica dei suoi territori.
«Coltivare la milpa è un atto politico – afferma Saloj -. Le multinazionali vogliono toglierci quello che è nostro, impoverendo le comunità. Se perdiamo i nostri semi, saremo costretti a comprare sementi Ogm e veleni per coltivarli. Non lo possiamo accettare».
La Fao (l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura) ha riconosciuto l’importanza di chi custodisce e seleziona i semi tradizionali, diffondendo una cultura della diversificazione. A oggi, sebbene esistano oltre 30mila piante commestibili, solo cinque cereali: riso, grano, mais, miglio e sorgo, forniscono il 60% dell’apporto calorico mondiale, mentre le altre piante non vengono né coltivate dalle grandi aziende né consumate dal grande mercato.
10. Tat Tomas grows native pacaya in his Milpa in Sector Los Cosiguá, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024
Il bosco intorno alla milpa
Nel santuario dei semi nativi, Eduardo Saloj, insieme a sua sorella Ixmukané, pesa piccole quantità di semi di zucca da distribuire alle famiglie della comunità. Tra queste ci sono Estela Meletz Quisquiná e sua madre, Juana, che da qualche tempo hanno creato un vivaio forestale. Regalano piantine di cipresso, querce e sambuco a chi vuole riforestare aree al limite della desertificazione a causa della monocoltura del mais.
«Anche questi alberi fanno parte della milpa – spiega Estela -. Le loro fronde nutrono gli uccelli e il suolo. La milpa alimenta tutto: esseri umani, animali, terra. Per questo è perfetta».
Dall’altra parte della comunità, Tat Tomás si inginocchia di fronte al suo altare. Guarda la foto della moglie morta da pochi mesi e quella del figlio maggiore, disperso mentre stava migrando verso gli Stati Uniti. La vita non è stata clemente con Tat Tomás. Eppure, sorride.
«La milpa è facile da capire: è la vita che non muore mai», dice, prima di lasciarsi avvolgere dal silenzio, rotto solo da qualche preghiera in kaqchikel, appena udibile.
Simona Carnino
9. Tat Tomas, spiritual guide and expert on the Milpa_Awän agricultural system, looks at the Mayan altar in his home in Sector Los Cosiguá, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024
Brasile, diseguaglianze e grandi aspirazioni
Oggi il Brasile è un Paese che, pur attraversato da profonde divisioni e contraddizioni, è determinato a contare di più nello sviluppo e nella politica internazionale. Il 10 novembre comincia a Belém la Cop30 e sarà un banco di prova importante.
«Davanti agli occhi del mondo, il Brasile ha lanciato un messaggio a tutti gli aspiranti autocrati e a coloro che li sostengono: la nostra democrazia e la nostra sovranità sono non negoziabili». Sono le parole che il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivolto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre. Il suo intervento@ apriva la riunione di alto livello in cui parlano i capi di Stato e di governo. Molta parte del «discorso al vetriolo» di Lula, come lo ha definito il New York Times, era un attacco frontale alle «ingerenze negli affari interni» del Brasile, alle «misure unilaterali e arbitrarie contro le nostre istituzioni e la nostra economia», alle «forze antidemocratiche che cercano di soggiogare le istituzioni e soffocare le libertà», alle bombe e alle armi nucleari che «non ci proteggeranno dalla crisi climatica». In altre parole, un attacco a Donald Trump, che ha messo dazi al 50% verso il Brasile come ritorsione per aver condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato@, ha sospeso i visti e imposto sanzioni ai giudici che lo hanno giudicato e continua a definire bufala, truffa e inganno il cambiamento climatico.
Inoltre, è il Paese ospitante della «Cop della verità» – cioè la Cop30, trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre -, e si impegna a lottare contro la povertà, «nemica della democrazia quanto l’estremismo», a promuovere la concorrenza nei mercati digitali e l’installazione di data center sostenibili, a spingere sul multilateralismo e a fare in modo che la voce del Sud globale sia ascoltata. Chi ama questa agenda, sembra dire Lula, ci segua.
Quinto Paese al mondo per estensione, con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Brasile è grande quanto la metà del Paese più esteso, la Federazione Russa, mentre la supera di poco quanto alle dimensioni dell’economia: la Russia, infatti, ha un Pil di 2.174 miliardi di dollari (per 143 milioni di abitanti), mentre quello del Brasile è 2.179 miliardi (per una popolazione di 212,8 milioni): valore comparabile con quello dell’Italia (59 milioni), che ha un Pil di 2.373 miliardi@.
Diverso è invece lo scenario se si guarda all’indice di sviluppo umano (Isu, o Hdi nell’acronimo inglese), utilizzato dalle Nazioni Unite per includere variabili più raffinate del solo Pil nel valutare la condizione delle società umane, come la possibilità di condurre una vita lunga e sana, di avere un buon livello di istruzione e un reddito che garantisca un tenore di vita dignitoso@. Il valore massimo dell’Isu è 1, il Paese che nel 2023 ci è andato più vicino è stato l’Islanda (0,972), mentre il Brasile è a 0,786, occupando l’84a posizione: si trova, dunque, fra i Paesi di fascia alta, in linea con l’altra potenza regionale, il Messico, ma venti posizioni più in basso della Russia. A limitare i risultati nello sviluppo umano del Paese, influiscono diversi fattori, fra i quali il grado di diseguaglianza: la longevità, il livello di istruzione, il reddito, cambiano molto da una fascia all’altra della popolazione. «Il problema maggiore del Brasile è la disuguaglianza sociale», conferma Guglielmo Damioli, arrivato in Brasile nel 1979 per lavorare con i popoli indigeni di Roraima e oggi residente di Belém. Il Paese ha un sistema piramidale, con una élite dominante che vive negli Stati del Sud come Rio de Janeiro e San Paolo, e una grande massa di poveri nel Nord e Nordest. «Se i servizi pubblici, in particolare sanità, sicurezza, igiene, politiche abitative e infrastrutture, sono precari in tutto il Brasile, qui al Nord sono di pessima qualità, specialmente nell’entroterra». Secondo il World inequality database@, sito di statistiche fondato, fra gli altri, dall’economista francese Thomas Piketty, in Brasile il 10% più ricco detiene il 69,7% delle risorse, mentre nella nazione meno diseguale, i Paesi Bassi, ne detiene il 45%.
I freni allo sviluppo
Ridurre le diseguaglianze non sarà né rapido né semplice. Quello di Lula, scrive padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e responsabile della pastorale carceraria della Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb), «è un governo sostenuto da un’ampia coalizione che, pur proponendosi idealmente di fare passi significativi in campo sociale, rimane fortemente limitato dal Parlamento», dominato da una maggioranza di destra, e dalle lobby agroindustriali e minerarie.
Con la pastorale carceraria, spiega ancora padre Gianfranco, «portiamo avanti la lotta contro le detenzioni di massa, usate come strumento di controllo della povertà, delle periferie, delle persone e dei corpi, e come sofisticato e moderno sistema di tortura». In questo settore, l’arrivo di Lula per ora non ha portato miglioramenti significativi, perché il governo continua a gestire il problema «a partire da una visione mercantilista e punitiva».
Qualche cambiamento lo ha invece registrato padre Juan Carlos Greco, responsabile dell’equipe dei missionari della Consolata che assiste i migranti venezuelani a Boa Vista. Sono migliorati i toni – Lula ha detto pubblicamente che migranti e rifugiati devono essere trattati «con grande responsabilità e rispetto» – e il governo ha preso alcuni impegni, come aiutare lo Stato di Roraima a garantire l’istruzione e il benessere dei rifugiati. Il presidente ha poi mantenuto il sostegno all’Operazione accoglienza per assistere i migranti in fuga dalla crisi venezuelana.
Ma i tagli dei fondi Usa per lo sviluppo imposti dall’amministrazione Trump, riporta padre Juan Carlos, hanno avuto «un impatto diretto sui programmi umanitari, la gran parte dei quali era finanziata da Usaid», l’agenzia degli Stati Uniti per l’aiuto allo sviluppo. Organizzazioni come Caritas brasiliana sono state costrette a sospendere diverse iniziative come, ad esempio, il progetto Sumaúma, che distribuiva circa 2mila pasti al giorno ai migranti venezuelani e alle persone senza fissa dimora a Boa Vista, e il progetto Orinoco, che offriva servizi igienici gratuiti a Boa Vista e Pacaraima. La sospensione dei fondi di Usaid ha portato le organizzazioni a cercare sostegno presso l’Unione europea e le Caritas di Germania e Svizzera, che hanno contribuito a riaprire in parte alcuni servizi.
Il ritrarsi degli Stati Uniti dagli impegni internazionali sta creando confusione e paura, ma ha anche aperto spazi di azione per altri Paesi. Forte del suo ruolo di potenza regionale, il Brasile da anni reclama un maggior peso nei processi decisionali internazionali. Un esempio è la sua appartenenza, insieme a Germania, Giappone e India, al G4, il gruppo di Paesi che chiedono un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu.
In un’analisi pubblicata dal centro studi statunitense Carnegie endowment for international peace, il professore di relazioni internazionali alla Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, Matias Spektor, osservava, tuttavia, che nessuna amministrazione brasiliana ha finora prodotto un documento ufficiale che dettagli la proposta di riforma. Inoltre, fra il 2018 e il 2022, gli stanziamenti annuali del Brasile per il bilancio ordinario delle Nazioni Unite sono scesi da 92 a 56 milioni di dollari (hanno cominciato a risalire dal 2023). Quella del Brasile, scrive Spektor, sembra essere stata fin qui una «strategia a basso costo»@.
Ma il ruolo del Brasile acquista un peso diverso quando si combina con quello di altre nazioni, come quelle del gruppo Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica -, diversissime fra loro, ma accomunate da un’aspirazione: fare da contrappeso all’influenza occidentale nelle istituzioni globali come Banca mondiale, G7 e, appunto, Consiglio di sicurezza dell’Onu@. Il Brics, che dal 2023 si è allargato anche a Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran e Emirati arabi uniti, rappresenta oggi un terzo dell’economia globale e metà della popolazione del pianeta.
Il Brasile è anche uno dei Paesi del Gruppo dei 20, o G20, nato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso per riunire ministri delle finanze e governatori delle banche centrali del gruppo e reagire alla crisi finanziaria asiatica e diventato, con la crisi globale del 2008, un luogo di negoziazione a cui partecipano i capi di stato e di governo. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di gennaio@ Matias Spektor sostiene che il G20 ha sostituito il G7 come principale forum per la governance economica globale. Fra i risultati ottenuti, Spektor cita il suo ruolo nel favorire l’ampliamento della rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale per includere le economie emergenti.
La scommessa sulla foresta
Un ambito nel quale il Brasile di Lula appare determinato a far valere il proprio primato, è quello della lotta al cambiamento climatico. Il primato è, ovviamente, quello di avere sul proprio territorio circa il 60% della foresta pluviale più grande del pianeta, la foresta amazzonica, che assorbe una quantità significativa dell’anidride carbonica, contribuisce e a regolare il ciclo dell’acqua e produce ossigeno. Già a settembre scorso il presidente brasiliano ha annunciato@ un contributo di un miliardo di dollari al meccanismo Tropical forests forever fund (Tfff, Fondo foreste tropicali per sempre), presentato dallo stesso Brasile nel 2023 durante la Cop28 a Dubai come meccanismo che garantisca ai Paesi con foreste tropicali finanziamenti stabili e continui per mantenere ed espandere la copertura forestale.
Lula sa che la questione del finanziamento è stato il principale ostacolo ai negoziati sul clima negli ultimi anni e a New York il 23 settembre ha detto: basta negoziare, è venuto il momento di agire. La scommessa di questo Fondo – che finora ha suscitato tante speranze quante perplessità – è che si possa rendere la conservazione delle foreste conveniente sia per i Paesi che le hanno sul proprio territorio che per gli investitori. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo iniziale di 25 miliardi – il miliardo annunciato da Lula è il primo di questi – donati da governi e organizzazioni filantropiche. L’obiettivo sarebbe poi quello di attirare altri 100 miliardi di dollari da investitori sul mercato, arrivando così a 125 miliardi da prestare puntando a realizzare un profitto del 7,6%, per poi restituire agli investitori il 4,9% e realizzare così un guadagno finale del 2,7%, pari a circa 3,4 miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero, infine, distribuiti destinando 4 dollari per ettaro di foresta ai Paesi con foreste tropicali, affinché questi provvedano alla loro conservazione@. Il meccanismo prevede che il 20% dei fondi vadano ai popoli indigeni e alle comunità locali per garantire, ha detto il presidente brasiliano, «i mezzi adeguati a chi si è sempre preso cura dei nostri boschi e foreste».
«La Cop30 è il sogno planetario di Lula e la scelta della città di Belém come sede serve ad attrarre attenzione e investimenti sull’Amazzonia». A parlare è ancora Guglielmo Damioli, ora attivo nell’associazione di agricoltori Abaa di Bujaru, nello stato di Pará. Belém, continua, è «porta e capitale dell’Amazzonia, una grande metropoli immagine e frutto della disuguaglianza sociale e della mancanza di politiche pubbliche del Paese». E l’Amazzonia «è il simbolo dell’equilibrio planetario, con la sua fragilità e con l’infinità delle sue ricchezze, umane e naturali». Ma è anche il luogo dove gli agricoltori e coloni hanno tagliato e bruciato la foresta per coltivare la terra, dove «la destra vuole sviluppare monocolture per l’esportazione, come la soia e il biodiesel, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento minerario». La città, racconta Damioli, è piena di cantieri, gli alloggi sono insufficienti per le decine di migliaia di partecipanti attesi per la Cop30, i prezzi sono altissimi. «La gente di Belém soffre un poco il caos per i tanti lavori in corso, ma sa che erediterà una città migliore e che sarà al centro di un evento storico».
Così storico da spingere diversi osservatori a vederci un test cruciale sulla sopravvivenza del multilateralismo nel suo complesso, non solo delle Cop. Su questo concorda anche padre Dario Bossi, che sarà alla Cop30 con la Commissione per l’ecologia integrale della Cnbb. «Siamo in un momento critico per i meccanismi multilaterali, con i nazionalismi e i sovranismi che stanno tentando di smantellarne non solo i concetti ma le strutture stesse».
Padre Dario riporta una battuta che circola fra chi sta preparandosi alla Conferenza: «Qualcuno dice che sarebbe già una vittoria uscire dalla Cop30 progettando una Cop31». Ma, continua padre Bossi, a di là dei timori, ci sono alcuni elementi che non rendono scontato il risultato negativo di questa Cop. Il presidente della Cop, André Aranha Corrêa do Lago, è un diplomatico di carriera con una grande esperienza su cambiamento climatico, energia e ambiente e in questi eventi la capacità degli organizzatori nel creare un clima di fiducia fra i partecipanti è fondamentale.
La Cnbb non sarà nella zona blu, dove si svolgono i negoziati ufficiali e dove a rappresentare la Chiesa ci saranno lo Stato del Vaticano e Caritas internationalis, ma farà comunque sentire le proprie proposte insieme a quelle delle 1.100 organizzazioni riunite nella Cupola dei popoli@ e nel Tapiri interreligioso (tapiri è una parola in lingua indigena che indica una capanna dove si fermano i viandanti a riposare). Quest’anno, poi, a dare maggiore compattezza alle posizioni delle Chiese del Sud globale c’è anche un loro documento congiunto dal titolo «Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni»@.
«Noi scommettiamo sul processo più che sull’evento in sé, perché la vita quotidiana delle persone e la Cop sono molto lontani. Siamo convinti che la storia del clima si cambia dai territori», lavorando con le persone per trovare soluzioni e strumenti concreti. Per questo i popoli indigeni hanno redatto i loro Contributi determinati a livello nazionale – o Nationally determined contributions, Ndc, i piani in cui gli Stati indicano le azioni che intendono portare avanti per il clima – e chiedono che vengano inclusi nel Ndc del Brasile. Non solo: dal momento che il finanziamento è un tema chiave della Cop30, i popoli indigeni hanno proposte su come usare i 300 miliardi di dollari che la Cop29 aveva destinato alla lotta al cambiamento climatico: «Le proposte si basano su esperienze reali, che hanno funzionato, e dimostrano che i popoli indigeni sono un attore decisivo per definire nuovi percorsi».
Dallo scorso agosto, la Fondazione Missioni Consolata è diventata un Ets, «Ente del terzo settore», ed è iscritta al Registro unico nazionale. Questo è disponibile per la consultazione online@ e permette di leggere e scaricare le informazioni e i documenti fondamentali di ogni ente, come lo statuto e i bilanci.
Al 25 settembre 2025 gli enti iscritti erano 138.014. Gli Ets possono essere di 7 tipi: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; enti filantropici; imprese sociali, incluse le cooperative sociali; reti associative; società di mutuo soccorso e altri enti del Terzo settore. La Fondazione Missioni Consolata fa parte di quest’ultimo gruppo.
Che cosa cambia, per la Fondazione e per i suoi sostenitori?
In primo luogo, che non ci chiameremo più Mco: la «o» finale dell’acronimo, infatti, stava per «onlus», tipologia di ente che non esisterà più a partire dal 2026. Aggiorneremo quindi la denominazione in tutti i canali che usiamo per comunicare con sostenitori, amici, lettori, fornitori, enti pubblici. Il nostro identificativo sarà Fondazione Missioni Consolata Ets.
Nulla cambia, o quasi, per quanto riguarda invece i conti correnti: gli Iban restano gli stessi, cambia solo l’intestazione dei conti, dove la sigla Ets sostituirà Onlus.
Quanto poi ai vantaggi fiscali, continueranno a esserci: riporta la pagina web di Forum terzo settore@ che ci sarà la detrazione del 30% per le erogazioni liberali delle persone fisiche a favore degli Ets (35% nel caso delle organizzazioni di volontariato) fino a un massimo di 30mila euro. A società ed enti spetta invece una deduzione fino al 10% del reddito complessivo netto dichiarato.
Non abbiamo ancora deciso il nome «per gli amici», cioè come riferirci più informalmente a noi stessi, se chiamarci semplicemente Fondazione Mc, oppure Mce. Ma saranno il tempo e l’uso a decidere, come è stato per la onlus. Nessuno aveva stabilito a priori di usare la lettura delle lettere dell’acronimo (emme-ci-o) ma piano piano ci siamo abituati, noi che ci lavoriamo e voi che ci sostenete, a fare così. Anzi, accettiamo suggerimenti: voi come ci chiamerete da oggi?
Chi.Gio
Il futuro dell’Ia e il nostro
Da poco più di un anno l’Intelligenza artificiale (Ia) è diventata tema quotidiano. Quali conseguenze comporta questa rivoluzione? E come si affronteranno gli altissimi costi ambientali che essa genera?
Quando, nel 1867, Joseph Thomson scoprì l’elettrone non poteva immaginare che la sua scoperta avrebbe aperto la strada a una valanga di ricerche scientifiche che avrebbero rivoluzionato il nostro modo di vivere e lavorare. Il tema di fondo è l’elettronica. Essa ha trovato così tanti ambiti di applicazione da avere dato vita a tantissimi settori, fra cui le telecomunicazioni, l’aereospaziale, le connessioni a distanza, l’elaborazione dati e, ultima arrivata, l’intelligenza artificiale (Ia). Ciascuno con le proprie caratteristiche, la propria tecnologia, i propri materiali di base, i propri supporti tecnici, ma anche i propri tempi di evoluzione. E, mentre certi settori hanno ormai raggiunto un certo grado di maturità, altri sono ancora in piena evoluzione. Per questo sono terreno di scontro e di contesa non solo fra imprese, ma addirittura fra Stati. Perché controllare quelle tecnologie significa, di fatto, dominare l’intera economia in un sistema che non vive di ciò che ha raggiunto, ma di ciò che deve ancora venire. Non a caso il motore del capitalismo è l’innovazione, fondamentale non solo per accrescere gli spazi produttivi, ma anche per abbattere i costi di produzione e quindi vincere l’eterna battaglia per la concorrenza.
Dal militare al civile
Senza dimenticare che, quando l’innovazione non basta a garantire il predominio, l’arma di riserva è la supremazia militare dipendente anch’essa dalla superiorità tecnologica.
In effetti, i confini fra civile e militare si fanno sempre più sottili, non solo perché la sfera economica chiede aiuto a quella militare quando non ce la fa a dominare la situazione con le strategie classiche di tipo economico, ma anche perché le invenzioni nate in ambito militare si sono, in seguito, estese a quello civile. Ne sono una dimostrazione la storia del Gps o di Internet ma anche di molte altre tecnologie. Del resto, sono ormai tantissime le imprese informatiche inserite contemporaneamente in un campo e nell’altro.
Dati e data center
Fra le novità tecnologiche in via di definizione, che daranno forma al futuro, c’è senz’altro la gestione centralizzata dei dati e l’intelligenza artificiale. La gestione dei dati si riferisce alle tecniche per raccogliere, archiviare, organizzare, proteggere ed elaborare tutte le informazioni utili allo svolgimento della propria attività. Nei primi anni di utilizzo di massa del computer, la soluzione più naturale di gestione dei dati consisteva nel dotarsi, struttura per struttura, di apparecchiature proprie, sufficientemente capienti per le proprie esigenze. Con l’evolversi della tecnologia, la soluzione più utilizzata è diventata quella dell’immagazzinamento centralizzato, ossia il deposito dei propri dati in megastrutture, i data center. Questi sono gestiti da terzi che di mestiere affittano spazi informatici capaci di immagazzinare dati ed elaborarli secondo le esigenze dei propri clienti. Un esempio banale potrebbe essere la custodia di dati relativi a clienti e fornitori con annesso servizio di ragioneria per la tenuta conti, gestione dei pagamenti e incasso delle fatture. E, per imprimere un tocco di simpatia a questa nuova politica gestionale, il trasferimento a distanza dei dati e relativa lavorazione è stato battezzato cloud computing che potrebbe essere tradotto come «elaborazione fra le nuvole».
La convenienza delle aziende, o di chiunque altro deve gestire un numero importante di dati, a trasferire le proprie attività informatiche nei data center, piuttosto che gestirle in proprio, è una questione di risparmio economico e di efficienza.
In ambito informatico, la tecnologia evolve rapidamente, bisogna spendere in continuazione per essere al passo con le ultime novità. Alla fine, risulta più conveniente appaltare il servizio a un ente terzo che, in cambio di un affitto annuale, garantisce spazi adeguati e tecnologie aggiornate.
La rivoluzione dell’Ia
La rivoluzione dell’Ia. (Foto Andrea de Santis-Unsplash)
La tecnologia informatica che oggi sta di nuovo rivoluzionando la nostra esistenza si chiama intelligenza artificiale, che si può definire coma la capacità delle macchine di svolgere compiti che, normalmente, richiedono capacità di ragionamento, apprendimento e creatività tipiche dell’essere umano. Le sue applicazioni stanno avanzando in ogni settore: dalle auto senza conducente, ai robot che svolgono funzioni infermieristiche, fino ai call center addetti ai rapporti con il pubblico o agli studi di assistenza legale. In ambito quotidiano molti stanno conoscendo l’intelligenza artificiale tramite l’uso di piattaforme come ChatGPT capaci di conversare con chi le interpella, di rispondere a domande, di creare testi, di fornire immagini, di tradurre lingue e molto altro. Ed è inutile dire che l’intelligenza artificiale sta diventando un caposaldo anche in ambito militare, con tutti i rischi che possono esserci ad affidare alle macchine decisioni di morte che non dovrebbero essere affidate neanche agli umani. In effetti, l’intelligenza artificiale, tanto è strabiliante per ciò che è capace di fare, tanto pone problemi sul piano morale e politico, considerato che attenta alla democrazia stessa. Essa, infatti, è capace di generare e veicolare informazioni, foto e filmati falsi o di censurare, ossia bloccare la circolazione di opinioni sgradite al potere o non condivise dai gestori delle piattaforme social. Del resto, è già abbastanza inquietante che miliardi di informazioni – riguardanti strutture pubbliche, aziende, singoli cittadini – siano concentrate in poche strutture controllate da una manciata di aziende informatiche che possono usare i nostri dati come merce da vendere ai soggetti più vari: aziende pubblicitarie e commerciali, partiti politici, servizi segreti. La nostra intimità e i nostri valori violati per vile denaro.
Tutto in mani private
Gli investimenti mondiali nei data center sono quasi raddoppiati dopo il 2022 raggiungendo i 500 miliardi di dollari nel 2024. Il risultato è che, a oggi, si contano all’incirca 12mila data center a livello globale, per il 45% localizzati negli Stati Uniti. Palazzi interi ricolmi di milioni di componenti informatiche (computer, hard disk e memorie), che però non sono mai abbastanza per i bisogni di un’intelligenza artificiale in continua evoluzione. Per questo si vanno strutturando centri di elaborazione dati sempre più grandi e complessi, i cosiddetti data centerhyperscale, che inducono un numero crescente di soggetti economici di tutto il mondo a trasferire i propri dati presso di loro al fine di ottenere servizi migliori in tempi più rapidi.
Il rovescio della medaglia di tutto questo è la concentrazione di potere: pochi gestori privati – Amazon, Google, Microsoft, Meta, TikTok, Alibaba, Apple – di fatto hanno il controllo di intere economie, con possibilità di decidere se farle funzionare o sabotarle (MC ha dedicato al tema un dossier ad agosto 2024,ndr). Un tema che, purtroppo, non sembra interessare i governi dal momento che in nessuna parte del mondo si è aperta la discussione sulla necessità di considerare i servizi informatici come servizi strategici da fare gestire a soggetti pubblici operanti sotto controllo democratico. Il massimo della preoccupazione espressa dai governi è la nazionalità dei gestori partendo dall’assunto che non presentano rischi se risiedono in Stati amici o, meglio ancora, se appartengono al proprio Paese. Una posizione in linea con il patriottismo produttivo oggi tanto in voga. E non per finalità ambientali o sociali, ma come strategia di difesa delle imprese di casa propria in un mondo sempre più dominato da scarsità di risorse e iniqua distribuzione della ricchezza che, di fatto, impedisce l’allargamento del mercato.
Per il dominio digitale
La battaglia per il dominio digitale si combatte essenzialmente fra Usa, Cina e Unione europea (ma un ruolo fondamentale lo ha Taiwan, ndr) e non riguarda solo i data center, ma anche la produzione di semiconduttori (i componenti base delle macchine informatiche) e il controllo delle materie prime utili a produrli. Ognuno cerca di garantirsi il primato nei tre ambiti tramite sovvenzioni alla produzione, dazi, tutela dei brevetti, accordi di approvvigionamento commerciale, limiti all’esportazione. In questa chiave vanno letti i fondi stanziati negli ultimi anni da Usa, Cina, e Unione europea a favore della propria industria elettronica, o i dazi imposti da Usa e Unione europea verso i semiconduttori cinesi o le restrizioni introdotte dalla Cina sull’esportazione dei minerali necessari alla produzione di materiale informatico, di cui ha grande disponibilità.
Il sistema insegue la tecnologia perché è funzionale alla logica concorrenziale delle imprese, ma, per farcela accettare, ci dicono che serve a garantirci una vita migliore. Su quest’affermazione si dovrebbe discutere ma, pur dandola per buona, sappiamo per esperienza che le innovazioni tecnologiche aprono sempre nuove problematiche di carattere sociale e ambientale, se non morale.
A maggior ragione la tecnologia digitale, rispetto alla quale le Nazioni Unite hanno istituito un organismo indipendente di esperti per individuare rischi e opportunità dell’intelligenza artificiale (Un office for digital and emerging technologies, Odet). La struttura, istituita nel corso del 2025, non ha ancora prodotto risultati, ma alcune problematiche sono già state accertate.
Consumi fuori controllo
Fra queste, c’è un elevato impatto ambientale per i bisogni esorbitanti di energia elettrica da parte dell’intelligenza artificiale e, quindi, dei data center.
Per la verità tutta la filiera informatica è altamente energivora, dall’estrazione dei minerali utili alla costruzione dei circuiti elettronici, fino al funzionamento dei computer ovunque siano dislocati. Ma l’intelligenza artificiale ha impresso un’accelerazione perché servono componenti sempre più complessi, e interconnessioni sempre più abbondanti.
L’Agenzia internazionale per l’energia (International energy agency) informa che, ad oggi, la produzione di semiconduttori assorbe l’1% dell’energia elettrica mondiale, mentre l’insieme dei data center assorbe l’1,5% del totale. Presi singolarmente i data center più grandi consumano la stessa quantità di energia elettrica assorbita da 100mila famiglie, mentre si stanno costruendo strutture che consumeranno quanto due milioni di famiglie corrispondenti a città come Los Angeles.
Dal 2017 a oggi l’elettricità assorbita dai data center a livello globale è cresciuta del 12% all’anno fino a raggiungere i 415 terawatt/ora nel 2024, consumati per il 45% negli Stati Uniti, il 25% in Cina, il 15% in Europa. Entro il 2030 l’assorbimento complessivo da parte dei data center raddoppierà alterando profondamente l’odierno rapporto fra settori produttivi.
Negli Stati Uniti, ad esempio, si prevede che i data center consumeranno un ammontare di energia elettrica superiore a quella assorbita dalle industrie dell’acciaio, del cemento e dell’alluminio messe insieme.
Per ragioni ambientali sarebbe utile che la maggiore quantità di energia elettrica richiesta venisse fornita solo dalle rinnovabili, ma considerazioni di carattere tecnico e finanziario spingono anche verso soluzioni di vecchio tipo come le centrali funzionanti con i tradizionali combustibili fossili e centrali nucleari. Con un aumento certo di emissioni di anidride carbonica e, nel caso del nucleare, di rischio radioattivo. Non a caso l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che la CO2 mondiale collegata ai data center passerà da 175 milioni di tonnellate di oggi a 320 milioni di tonnellate nel 2030. E non è tutto.
La rivoluzione dell’Ia. (Foto Igor Omilaev-Unsplash)
La questione idrica
Quando si parla di elettricità, un elemento che si tende a trascurare è l’acqua. Essa svolge un ruolo fondamentale non solo nelle stazioni idroelettriche, ma anche nelle centrali termiche e nucleari (per il raffreddamento, ndr). Dunque, se aumenta la produzione di energia elettrica da fonti tradizionali, aumenta anche il consumo di acqua. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che, allo stato attuale, il consumo mondiale di acqua collegato all’energia elettrica utilizzata dai data center corrisponde a 373 miliardi di litri all’anno. Ad essi vanno aggiunti altri 140 miliardi di litri per gli impianti di raffreddamento indispensabili al loro buon funzionamento e un’altra cinquantina di miliardi per la produzione di semiconduttori. Il totale fa 560 miliardi di litri all’anno che potrebbero diventare 1.200 nel 2030.
Un bilancio sicuramente pesante per un pianeta che si dimostra sempre più assetato e che vede crescere i data center proprio nei luoghi a maggiore criticità, com’è, ad esempio, lo stato della Virginia negli Stati Uniti. In un’intervista pubblicata dal Financial Times il 14 agosto 2024, la stessa Microsoft ha ammesso che il 42% dell’acqua che utilizza globalmente proviene da «aree a stress idrico», mentre Google ha dichiarato che il 15% dei suoi prelievi idrici avviene in «aree con alta scarsità di acqua».
Intelligenze
In conclusione, l’intelligenza artificiale è un’altra dimostrazione che nessuna innovazione tecnologica è priva di conseguenze. Dovremmo meditare se non sia meglio organizzarci per valorizzare a pieno l’intelligenza di tutti gli esseri umani piuttosto che affidarci all’intelligenza delle macchine che, per quanto sviluppata, è sempre ammaestrata e – quindi – stupida.
Francesco Gesualdi
Pulire secondo natura
Ogni giorno usiamo decine di prodotti, spesso non sostenibili per ambiente e persone. Tra questi ci sono i detergenti. Anche quelli naturali, a volte, contengono materie prime di Paesi lontani e sfruttati. Alcune persone si sono messe in gioco per produrre alternative.
«L’uomo non è un’eccezione nella natura», scrive Pëtr Kropotkin, geografo, biologo e anarchico russo, nato nel 1842 e morto nel 1921, dopo aver studiato le strategie di mutuo aiuto in diverse specie di animali nel mondo: «È anch’egli soggetto al grande principio del mutuo appoggio, che garantisce le migliori possibilità di sopravvivenza a quelli che meglio si aiutano l’un l’altro nella lotta per la vita».
Dopo più di cento anni dalla sua morte, vogliamo riprendere la sua riflessione e ampliarla. Consideriamo, infatti, valida la prospettiva della collaborazione non solo all’interno di una stessa specie, in particolare tra gli esseri umani, ma anche tra una specie e le altre, e con la natura.
Come ha raccontato la mostra d’arte «Mutual Aid. Arte in collaborazione con la natura», ispirata al pensiero di Kropotkin, tenutasi al Castello di Rivoli (To) tra ottobre 2024 e marzo 2025: «Simbiotica, empatica, collaborativa, questa prospettiva propone una modalità di essere al mondo che oggi giorno è diventata a dir poco pressante».
«Officina Naturae»
Se proviamo a cercare tracce di questo approccio collaborativo tra gli umani e con la natura nell’ambito del consumo critico, troviamo molti esempi, in molti campi. Dall’agricoltura, alla produzione di energia, dalle forme di condivisione di risorse e spazi, all’autoproduzione di beni.
Una delle realtà che sono cresciute di pari passo e in reciproco appoggio con i Gruppi di acquisto solidale (Gas), è quella di alcune aziende che si occupano di prodotti per la pulizia.
È noto, infatti, che i prodotti industriali per la detergenza contengono normalmente ingredienti inquinanti. Alcuni si sono domandati come arginare il problema e hanno messo in commercio prodotti biodegradabili.
«Officina Naturae» è una di queste realtà: nata da alcuni membri del Gas di Rimini che si domandavano come lavare e pulire in modo efficace con prodotti al 100% di origine vegetale.
Non trovando una risposta intorno a loro, Silvia Carlini e Pierluca Urbinati nel 2004 hanno messo in gioco le loro competenze per fondare un laboratorio.
L’avvio è stato pionieristico: le taniche dei primi detersivi sostavano accatastate in un garage prima di venire distribuite ai Gas. Con il tempo, grazie al rapporto con la rete dei Gas, e tramite una lunga serie di incontri e laboratori, la società è cresciuta. Oggi vi lavorano dodici persone.
I prodotti di Officina Naturae vengono realizzati con una forte attenzione all’ambiente, che si manifesta in primo luogo nella scelta delle materie prime, tutte di origine vegetale, e quindi velocemente biodegradabili.
Tra gli ingredienti utilizzati, Officina Naturae prevede molti prodotti locali, come la mela cotogna biologica e il fico d’India selvatico usati per il balsamo per labbra e la linea per bambini «Biricco».
Una grande attenzione è dedicata anche al packaging, tramite l’utilizzo di bioplastiche, plastiche riciclate post consumo, o azzerando l’utilizzo della plastica nei prodotti «plastic free», come in quelli della linea di cosmetici solidi (shampoo, bagnoschiuma, deodorante, detergente viso) e il «Piatti Solido Solara».
Officina Naturae diffonde anche ricette per l’autoproduzione dei detersivi, a partire da alcuni ingredienti di base come l’acido citrico o il percarbonato di sodio.
Per queste attenzioni ha ottenuto diversi premi.
Il rapporto con i Gas e, in generale, con i consumatori consapevoli, è stato molto importante agli inizi, e lo è tutt’ora: i numerosi incontri e le altre forme di interazione con le persone costituiscono un canale continuo di verifica e aggiornamento.
«Tea Natura»
Con un percorso per certi aspetti simile, a marzo 2003 è nata ad Ancona «Tea Natura».
Dopo le fatiche iniziali, oggi Tea Natura è una società benefit che sostiene diversi progetti ambientali e sociali, ed è attenta al benessere dei suoi dieci lavoratori.
Produce diverse linee di prodotti, anche solidi, per la cosmesi e la detergenza, e incensi naturali.
I prodotti per la cosmesi contengono ingredienti di origine vegetale o minerale, evitando i derivati del petrolio, i conservanti di sintesi, i profumi chimici e i prodotti di derivazione animale.
Anche Tea Natura è cresciuta grazie a uno stretto legame con i Gas. Oggi circa il 50% del suo fatturato proviene dalla vendita diretta ai consumatori singoli o ai Gruppi di acquisto, e il restante 50% dalla distribuzione tramite i negozi. La società gestisce anche un mercatino settimanale nel quartiere degli Archi ad Ancona.
Una decina di anni fa, durante un incontro di Piero Manzotti, fondatore di Tea Natura, con il Gas di Forlì, una donna gli ha posto una domanda: cosa fare dell’olio di frittura esausto? A partire da quella domanda, Piero si è impegnato a capire se fosse stato possibile utilizzarlo per i detersivi.
Dopo diverse prove, nel 2018 è arrivato alla fiera «Fa’ la cosa giusta!» di Milano con alcuni campioncini di «Ri-Detersivo» da distribuire ai visitatori perché lo provassero.
Nonostante il processo per ottenere detersivo da oli esausti sia complesso, i consumatori hanno chiesto a Piero Manzotti di continuare. E così, oggi, il Ri-Detersivo è utilizzabile per i piatti, il bucato a mano e in lavatrice.
Un prodotto ottenuto da oli esausti comporta diversi vantaggi per l’ambiente: in primo luogo evita l’uso di oli di palma e di cocco provenienti da Paesi lontani come Malaysia o Indonesia, olii che sono normalmente alla base dei detergenti ecologici nonostante abbiano un grande impatto sulla deforestazione. In secondo luogo, evita i trasporti via nave di materie prime, e consente di uscire dal mercato internazionale della borsa degli oli vegetali, la quale ignora le esigenze dei piccoli produttori. In terzo luogo, evita lo sversamento dell’olio esausto nell’ambiente. Esso è reso completamente biodegradabile attraverso la saponificazione. Quarto: grazie al riuso dell’olio, diminuisce l’area di terreno coltivato necessaria per la produzione.
Inoltre, il confezionamento prevede taniche molto leggere da 5 litri, bottiglie ottenute con circa il 50% di plastica riciclata, e sono allo studio detersivi concentrati per ridurre al minimo l’impatto dei trasporti e degli imballaggi.
Non solo pane
I consumatori critici e i Gas cercano di rivedere la loro spesa, i prodotti e i servizi che utilizzano tutti i giorni.
Non parliamo quindi solo di alimenti, ma di molto altro, affrontando, quando necessario, anche filiere complesse come quelle della cosmetica e dei detersivi.
L’attenzione di questi consumatori, singoli o in gruppo, consente alle imprese che ne condividono i valori, di nascere, crescere e innovare per rispondere, insieme, alle esigenze dei diversi soggetti coinvolti: i lavoratori, i cittadini consumatori, le comunità locali e l’ambiente.
Queste aziende hanno dei canali specifici per la vendita diretta ai consumatori o ai Gas, che, come abbiamo visto, costituiscono una parte importante della loro storia. È possibile acquistare i prodotti dai loro siti, organizzandosi nei Gas, o tramite le botteghe del commercio equo o altri negozi.
Ma se si presenta l’occasione, incontrare i produttori è il modo migliore per capire cosa sta dietro a un prodotto. Le diverse fiere dedicate all’economia solidale e agli stili di vita sono un’ottima occasione di incontro e approfondimento per condurre sempre di più una vita pulita in collaborazione con la natura.
cooperativa sociale che produce detersivi ecologici impiegando lavoratori svantaggiati e detenuti a Villalagarina (Tn). (aperegina.myshopify.com).
Felici da Matti:
cooperativa sociale di tipo B per la creazione di posti di lavoro e l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati a Roccella Jonica (Rc). Produce saponi e detersivi ricavati da olio esausto.(www.felicidamatti.it);
Hierba Buena:
lavorazione artigianale, materie prime vegetali e confezioni riciclabili a Veduggio con Colzano (Mb). (www.hierbabuena.it)
Mondo. Il cambio climatico non aspetta le leggi
Per il clima è arrivata una piccola, buona notizia. Lo scorso 23 luglio la Corte internazionale di giustizia (Icj) dell’Aia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha risposto ad alcuni quesiti in materia di cambiamenti climatici. Questi erano stati formulati in una risoluzione dell’aprile 2023 dell’Assemblea generale, a sua volta interpellata nel 2019 da un gruppo di studenti dell’«Università del Sud Pacifico» con sede a Suva, nelle isole Fiji. L’iniziativa è partita da giovani di uno dei paesi più colpiti dalle conseguenze dell’innalzamento delle temperature. Per esempio, secondo dati ufficiali, alle Fiji il livello del mare cresce di 6 millimetri all’anno.
Ebbene, la Corte di giustizia ha deliberato all’unanimità (15 giudici su 15) che i vari trattati sui cambiamenti climatici stabiliscano obblighi vincolanti per gli Stati al fine di garantire la protezione del sistema climatico e dell’ambiente dalle emissioni di gas serra di origine antropica.
Il 23 luglio 2025, i 15 giudici della Corte internazionale di giustizia hanno decretato la responsabilità degli Stati in materia di cambiamenti climatici. Una decisione importante, ma i cui effetti pratici sono tutti da scoprire. Immagine: UN-Photo-Icj-Cij-Frank van Beek.
Secondo i giudici della Icj, il limite di 1,5°C è un obiettivo giuridicamente vincolante ai sensi dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici sottoscritto nel 2015 da 195 Paesi. Il diritto internazionale – si afferma – impone agli Stati l’obbligo di adottare misure preventive e precauzionali per evitare danni climatici. Gli Stati sono altresì responsabili delle emissioni degli attori privati operanti sul proprio territorio. In particolare, ciò significa che gli Stati che producono combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) vengono messi sotto giudizio: qualsiasi espansione della produzione comporterà un aumento dei rischi legali. Per la Corte, oggi le prove scientifiche permettono di attribuire le emissioni ai singoli Stati, comprese quelle storiche. Ciò consente agli Stati danneggiati dal cambiamento climatico di invocare la responsabilità legale. I paesi sviluppati hanno – infine – la responsabilità di aiutare i paesi in via di sviluppo a sostenere i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici.
Il parere della Corte di giustizia è spiegato in maniera puntuale in 457 punti distribuiti in un dispositivo giuridico lungo 140 pagine. Per riassumere in un unico concetto, secondo i 15 giudici dell’Aia, gli Stati debbono rispondere delle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Giusto, ma il passaggio dalla teoria alla pratica pare complicato. Come dimostra – ad esempio – la decisione di Donald Trump(21 gennaio 2025), presidente degli Stati Uniti, secondo Paese più inquinante del mondo dopo la Cina, di uscire dall’Accordo di Parigi.
Per non parlare della variabile temporale. Sono trascorsi sei anni tra la richiesta degli studenti universitari delle Fiji e la risposta della Corte internazionale di giustizia. Per questo e in attesa della Cop30 (Belém, novembre 2025), non è il caso di esultare vista la velocità con la quale i cambiamenti climatici stannoavanzando.
Paolo Moiola
Guatemala. Gli scienziati dell’acqua
Lo sfruttamento minerario comporta sempre delle conseguenze. Un gruppo di giovani Xinka lo contrasta dimostrando con prove scientifiche l’inquinamento prodotto.
Regione di Santa Rosa. È un sabato mattino di novembre e Diana Carillas Pacheco, 18 anni, cammina insieme a sua zia Ruth Isabel Pacheco Ramírez, appena 24enne, su una collina arida e spoglia di vegetazione. La superficie è ricoperta di rocce e pietre irregolari, resti di una miniera d’argento artigianale attiva nei primi anni del XX secolo a Morales, un villaggio di Mataquescuintla, nella regione di Santa Rosa, ultimo baluardo sud-orientale del Guatemala.
Il sole accecante si riflette sulle pietre, amplificando il calore e rendendo la passeggiata delle due ragazze ancora più faticosa del normale. Su quel terreno desolato non cresce nemmeno un filo d’erba. Anche se l’attività estrattiva è cessata circa 90 anni fa, il suolo è rimasto sterile e pietroso, senza ombra di vita.
La miniera della Escobal de Pan American Silver, a San Rafael las Flores (Santa Rosa), continua con lavori di manutenzione, anche se le operazioni minerarie sono bloccate dal 2017. Foto Simona Carnino.
L’eredità della miniera
Dopo circa dieci minuti di camminata e sudore, Diana e Ruth arrivano a una piccola pozza di acqua torbida che proviene da una stretta galleria dall’entrata irregolare, residuo della vecchia miniera sotterranea.
Diana apre una valigetta nera e tira fuori fiale e boccette, un cucchiaino dosatore, reagenti e alcune strisce di carta contenute in una busta d’argento. L’etichetta è chiara: «Kit per il test rapido dell’arsenico».
Con calma, prende in mano una fiala, si sporge dal parapetto della pozza, preleva un campione d’acqua, lo mescola con i reagenti e aspetta 15 minuti. Non un secondo di più, non un secondo di meno. Alla fine, il risultato è inequivocabile: l’acqua contiene più del doppio dei 10 ppb (parti per miliardo) di arsenico consentiti secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, per cui non è adatta al consumo umano.
«In questa zona – spiega Diana Carillas -, i livelli di arsenico sono arrivati addirittura a 100 ppb. Ora è meno concentrato perché qualche contadino deve aver aperto la diga per bagnare gli orti di questa zona, per cui ora l’arsenico è più diluito».
A pochi metri di distanza, anche Ruth si è messa all’opera. Sta misurando il pH, la conducibilità elettrica e il livello di solidi disciolti nell’acqua. «In queste acque abbiamo trovato livelli molto elevati di cadmio, rame, piombo e altri metalli pesanti», spiega la ragazza.
Il drenaggio acido, risultato della lisciviazione utilizzata per separare i metalli dal materiale roccioso con solventi, è uno degli impatti ambientali a lungo periodo dell’attività estrattiva. Nonostante la miniera di Morales sia inattiva da molti decenni, il drenaggio acido è ancora lì, a causa di mancanza riqualificazione al termine dell’attività estrattiva. L’acqua contaminata continua a entrare in contatto con le fonti usate dai contadini per bere e irrigare, esponendo la popolazione al rischio di un’assunzione prolungata di metalli tossici.
«Se questo accade in una miniera abbandonata da decenni, cosa possiamo aspettarci dal drenaggio di una miniera sospesa solo dal 2017?», dice sconsolata Ruth prima di tornare alle sue misurazioni.
Melissa Rodríguez indica i parametri chimici utilizzati per il monitoraggio dell’acqua nel laboratorio di Codidena, Cuilapa, nel dipartimento di Santa Rosa. Foto Simona Carnino.
Codidena e i Tekuanes
Diana e Ruth parlano con il rigore di scienziate riconosciute, anche se non sono né biologhe né ingegnere, né hanno avuto l’opportunità di sedersi tra i banchi di una università. Fanno parte di un gruppo di circa dodici ragazzi della generazione Z, con un’età media di 25 anni, che si fanno chiamare Tekuanes, «guardiani dell’acqua», in lingua xinka. Questo popolo indigeno, insieme ai Garifuna, non appartiene ai 22 gruppi maya del Guatemala.
Dal 2017, i Tekuanes monitorano ogni mese la qualità e la quantità dell’acqua del bacino idrogeologico del fiume Los Esclavos, dove si trovano le installazioni della miniera El Escobal, uno dei maggiori progetti di estrazione d’argento al mondo.
Avviata nel 2013 dalla Tahoe Resources Inc. e ora gestita da Pan American Silver, le attività della miniera sono sospese dal 2017 per mancata consultazione del popolo Xinka, come vorrebbe la Convenzione 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Grazie alla formazione ricevuta dalla Commissione diocesana per la difesa della natura (Codidena) e dall’Osservatorio delle industrie estrattive del Guatemala, i Tekuanes sono diventati un punto di riferimento scientifico per le comunità locali, cui presentano ogni mese, in assemblee pubbliche, i risultati delle analisi sull’acqua. Un lavoro cruciale in un Paese dove i dati ambientali sono scarsi e dove non è mai stata approvata una legge che garantisca la conservazione delle risorse idriche come bene comune.
A quattro chilometri dalla miniera El Escobal, il ventenne Alex Donanzón e cinque compagni siedono sulla riva del lago Ayarza. Stanno eseguondo gli stessi test di Ruth e Diana. «Oggi l’arsenico è superiore a 40 ppb – dice Alex – si può ancora mangiare il pesce, ma non è consigliabile nuotare o bere quest’acqua. È un peccato perché si tratta una zona turistica».
Dall’inizio dei lavori di monitoraggio nella laguna, i livelli di arsenico hanno costantemente superato il limite consentito, così come nella maggior parte del bacino del fiume Los Esclavos.
«I tre impianti di trattamento dell’arsenico purtroppo non servono tutte le comunità – spiega Melissa Rodriguez, 18 anni, seduta accanto ad Alex -. Molte persone bevono l’acqua del rubinetto perché non hanno soldi per l’acqua potabile o per i filtri e quindi rischiano grosso».
Infatti, secondo uno studio svolto da Codidena qualche anno fa, un buon numero di persone di San Rafael Las Flores e Casillas, due comuni vicini alla miniera, che si sono sottoposti alle analisi, avevano arsenico nel sangue. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione prolungata a questo elemento può causare intossicazione cronica, oltre a lesioni e cancro alla pelle.
«Il Guatemala è un Paese vulcanico e per questo non è adatto all’estrazione mineraria – afferma Amalia Lemus di Codidena guardando la laguna di Ayarza -. I metalli pesanti sono naturalmente presenti nel terreno e le esplosioni sotterranee li rilasciano con una conseguente contaminazione delle acque».
Yordin ripone nella cassa i campioni raccolti nella laguna Ayarza, Santa Rosa. Foto Simona Carnino.
La consultazione
La miniera El Escobal è uno dei megaprogetti minerari più grandi del Guatemala e dell’America centrale. Copre più di 19 chilometri quadrati e ha una licenza mineraria fino al 2038. A causa della mancata consultazione del popolo indigeno che dovrebbe avvenire nel 2025, le sue operazioni sono sospese dal 2017 per decisione della Corte costituzionale,
«Io sono Xinka», dice José Valvino Quinteros, mentre passa ad Alex un’ampolla d’acqua della laguna di Ayarza.
«I proprietari della miniera sostenevano che il popolo Xinka non esistesse, approfittando del fatto che, prima degli Accordi di pace del 1996, era proibito usare la lingua indigena che – spiega Alex – di conseguenza si è persa. Tuttavia, il nostro popolo vive qui da prima della colonizzazione spagnola».
E, in effetti, nel comune di sono stati distrutti completamente alcuni siti archeologici e cerimoniali propri della cultura Xinka per far posto alle installazioni della miniera, come è stato documentato in un recente studio sull’impatto culturale e spirituale del progetto minerario El Escobal.
Diana Carillas Pachecose prepara il kit per il monitoraggio dei livelli di arsenico. Foto Simona Carnino.
Quale ricchezza?
Mentre la consultazione del popolo indigeno Xinka è in corso, PanAmerican silver si dedica ai lavori di manutenzione delle installazioni con la speranza di riprendere l’estrazione al più presto. «L’azienda continua a pompare le acque in eccesso dalle gallerie per evitare che vengano danneggiate dalle fonti sotterranee – spiega Amalia Lemus -. Questa attività è comunque pericolosa per l’ambiente perché ha già portato al prosciugamento di tredici sorgenti per noi vitali».
Le esplosioni sotterranee con dinamite, usate per estrarre il materiale roccioso ricco di argento, hanno avuto gravi ripercussioni sulle case e sugli edifici delle comunità vicine. «La gente ha dovuto trasferirsi dal villaggio di La Cuchilla, che si trova esattamente sopra la miniera, perché le case erano crepate e la zona è stata dichiarata inabitabile», continua Alex, mentre ripone le fiale in una valigetta blu.
La miniera di El Escobal ha riaperto il grande dilemma tipico di tutte le comunità coinvolte, volenti o nolenti, in grandi progetti di impatto ambientale: ma la miniera porta o non porta ricchezza?
Nel dipartimento di Santa Rosa, più del 67% della popolazione vive in povertà, così come il 100% degli sfollati di La Cuchilla. La maggior parte della popolazione si dedica a un’agricoltura familiare, non intensiva, di cipolle, pomodori e caffè. «Anni fa, i mercati nazionali rifiutavano i nostri prodotti perché pensavano che fossero contaminati dalle acque acide e piene di cianuro che uscivano dalla miniera – ricorda Lemus -. In realtà, non c’erano prove, ma la percezione generale ha influito negativamente sulla nostra economia».
Inoltre, le royalties, sia obbligatorie che volontarie, pagate dalla miniera sono state spese principalmente per i costi amministrativi, invece che per l’istruzione, la cultura e la salute, fattori chiave per ridurre la povertà.
In questo contesto, di fatto le condizioni di precarietà e di impoverimento educativo si sono aggravate, lasciando in un futuro incerto la comunità indigena.
Diana Carillas Pacheco mira Ruth Isabel Pacheco Ramírez medir el nivel de ORP- Potencial de Oxido Reducción en el agua en el drenaje de la mina artesanal, cerrada hace 90 años, en Morales, Mataquescuintla, 29.10.2024
Lotta, criminalizzazione, emigrazione
Oltre ai costi economici, il progetto minerario ha causato un conflitto che ha portato alla disgregazione sociale della comunità. «Più volte la popolazione è scesa in piazza contro la miniera e si sono verificati numerosi scontri violenti con la polizia – racconta Ruth dalla sua postazione di monitoraggio presso la vecchia miniera -. Nel 2014 qualcuno ha ucciso Topacio Reynoso Pacheca, un attivista ambientale di 16 anni, e il crimine a oggi è ancora impunito».
In un contesto segnato da un lungo conflitto sociale, le intimidazioni e le violenze contro i difensori dell’ambiente sono diventate una realtà quotidiana.
A volte, Ruth e Diana non sono sole quando monitorano l’acqua del fiume Escobal, proprio accanto alla miniera. «Ci fanno volare i droni a pochi metri sopra la testa – dice Diana, con un mezzo sorriso -. Ma ormai ci siamo abituate. Non abbiamo più paura».
Anche la madre di Diana era una scienziata comunitaria come lei. Un giorno però ha deciso di migrare negli Stati Uniti per motivi economici e, a quel punto, la lotta ambientale è passata nelle mani della figlia. «A volte penso che me ne andrei anch’io se potessi… Non so. Poi, però, mi rendo conto di quanto sia importante ciò che stiamo facendo e alla fine mi convinco a stare qui…», dice Diana, guardando avanti, combattuta tra pensieri contrastanti.
«Questi ragazzi sono straordinari. Se non fosse per loro, non sapremmo nemmeno che acqua stiamo bevendo – conclude Amelia Lemus -. Tuttavia, i conflitti causati dalla miniera spingono molte persone a migrare e, a volte, anche alcuni dei nostri scienziati decidano di andarsene».
Le gemelle Melissa e Cecilia Rodríguez, con José Valvino Quinteros, al lavoro nel laboratorio di analisi di Codidena, a Cuilapa, Santa Rosa. Foto Simona Carnino.
Scienziati per necessità
Alla fine della giornata, Alex, Ruth, Diana e tutti gli altri scienziati comunitari chiudono le loro valigette e salgono sul pick up che li riporta alle loro case nelle comunità vicine alla miniera. La scienza è una vocazione più che un lavoro. Per tirare avanti, la maggior parte di loro coltiva e vende caffè biologico, senza l’uso di fertilizzanti chimici, in armonia con l’ambiente.
«A volte penso: che ne sarà di noi? L’acqua è inquinata e mi chiedo che speranza possiamo avere con i nostri 20 anni… D’altra parte, so che questo territorio un giorno sarà nostro, quindi dobbiamo prendercene cura al meglio», conclude Alex prima di tornare a casa.
Simona Carnino
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Equapp: un acquisto alla volta
Come lottare per i diritti umani e la sostenibilità ambientale nella vita quotidiana? Come indurre le aziende che violano la dignità delle persone e della Terra a cambiare? Come orientare i nostri consumi in una direzione più etica? Domande che non hanno una risposta chiara e semplice. Ma un’app può aiutare.
Una volta c’era la Guida al consumo critico curata dal Centro nuovo modello di sviluppo di Francesco Gesualdi: un’opera che ha informato e formato molti cittadini con le sue diverse edizioni uscite tra il 1998 e il 2012.
Quello sforzo di ricerca e divulgazione ha contribuito a consolidare una consapevolezza: gli acquisti quotidiani di prodotti o servizi influiscono sui diritti umani, le guerre, l’ambiente, gli animali, la democrazia, nel proprio Paese e nel mondo.
Anche grazie a molte altre pubblicazioni e iniziative, la consapevolezza è cresciuta, e oggi sappiamo tutti, bene o male, che rischiamo di avere tra le mani uno smartphone prodotto con materie prime prelevate violando diritti e territori nel Sud globale. Sappiamo che la bevanda offerta ai figli dei nostri ospiti potrebbe essere prodotta da un’azienda che evade le tasse, inquina, sfrutta i bambini, ha politiche antisindacali, ecc.
Sappiamo che le nostre scelte individuali possono avere impatti positivi o negativi, ma come fare oggi a decidere tra un prodotto e un altro? Come fare a raccogliere tutte le informazioni aggiornate di cui avremmo bisogno? E come averle a portata di mano nelle corse quotidiane da cui tutti siamo più o meno travolti?
«Comprare un prodotto o un servizio guardando solo al prezzo – esordisce Marco Ratti – significa accettare il rischio che quell’acquisto possa favorire il caporalato, la distruzione della natura, il maltrattamento degli animali e chissà cos’altro. Ma, fino a poco tempo fa, ottenere queste informazioni velocemente, e comportarsi di conseguenza, era pressoché impossibile.
Proprio per questo motivo è nata Equa, la prima app in Italia sul consumo responsabile. Un’applicazione per cellulari, ideata e creata dall’associazione Osservatorio sui diritti umani Ets, per far conoscere l’impatto dei propri acquisti. Uno strumento concreto per “cambiare il mondo un acquisto alla volta”, come recita lo slogan del progetto».
Chi utilizza Equa può ottenere informazioni per compilare una lista della spesa più etica, e può approfondire come si comportano le aziende che provano a venderci beni o servizi.
«Finora – prosegue Ratti -, grazie a un grande lavoro di ricerca, sono stati analizzati quattro prodotti di tre settori: cellulari e tablet per il settore dell’elettronica, la pasta per il settore alimentare e le bibite gassate per il settore bevande. L’obiettivo è di valutare il maggior numero possibile di beni e servizi disponibili in Italia».
In estrema sintesi, le azioni possibili attraverso Equa sono cinque: «In primo luogo, l’utente può cercare un’azienda o marchio e scoprire quanto rispetta i diritti umani, l’ambiente e gli animali, tramite un punteggio da 0 a 100. Più alto è, meglio è.
C’è la possibilità di avere informazioni di base relative all’azienda, come la sede legale, il fatturato, il numero di dipendenti, e una sintesi di quanto emerso dalla ricerca. Si può vedere l’elenco di tutti i brand collegati e l’assetto proprietario.
In aggiunta, chi sceglie di abbonarsi può fare ricerche anche per categorie e per prodotti, così da vedere in un unico colpo d’occhio tutte le aziende che producono ciò a cui si è interessati.
In secondo luogo, Equa permette anche di fare una semplice, ma potente, azione di attivismo: in un click, è possibile inviare all’azienda una email precompilata in cui sono sottolineati i punti critici, per chiedere di cambiare.
Terzo, chi sceglie di registrarsi gratuitamente all’applicazione ha la possibilità di salvare tutte le proprie ricerche, costruire una lista dei preferiti e ricevere notifiche dedicate.
Gli abbonati, inoltre, possono compiere altre due attività. Innanzitutto hanno accesso all’elenco delle alternative più sostenibili. Infine, hanno la possibilità di consultare i punteggi suddivisi secondo le tre categorie: diritti umani, ambiente e animali, e leggere le schede di analisi relative all’impresa, comprese le fonti utilizzate».
I criteri di valutazione
Il fulcro dell’app, spiega ancora Marco Ratti, è costituito dunque dalle analisi delle aziende. Queste sono realizzate da un nutrito gruppo di lavoro tramite griglie di valutazione costruite anche grazie al supporto della realtà più significativa in questo ambito a livello mondiale, l’organizzazione britannica Ethical consumer, e all’appoggio del Centro nuovo modello di sviluppo.
«In estrema sintesi, come accennato, Equa indaga sul comportamento aziendale negli ambiti dei
diritti umani, dell’ambiente e degli animali. A loro volta, queste tre macro aree sono suddivise complessivamente in sedici sezioni e più di cento voci.
L’analisi assegna all’azienda un punteggio compreso tra 0 e 100.
Sarebbe lungo elencare i criteri di valutazione, per cui invito ad andare a leggerli sul sito web www.equapp.it. È utile però chiarire che l’analisi delle singole aziende si basa su due tipi di fonti: innanzitutto, i dati raccolti in maniera indipendente, accedendo ad esempio a database pubblici (per sapere se l’azienda è presente in paradisi fiscali, o collabora con regimi oppressivi e così via); in secondo luogo, le dichiarazioni politiche delle aziende stesse, e gli impegni presi pubblicamente, per esempio nei rapporti di sostenibilità e nei codici di condotta applicati nella catena del valore. In questi casi, all’analisi minuziosa dei documenti aziendali, segue la ricerca di eventuali critiche da parte di fonti autorevoli in merito alle tematiche su cui l’azienda si dichiara virtuosa.
Questo sistema è stato costruito per evitare che un’autodichiarazione dell’impresa sia sufficiente a ottenere un buon punteggio.
Infine, per controllare la qualità delle griglie di valutazione c’è un Comitato scientifico formato da cinque persone: Francesco Gesualdi (fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo), Deborah Lucchetti (coordinatrice per l’Italia della Campagna abiti puliti), Ugo Biggeri (già presidente di Banca etica e attuale coordinatore per l’Europa di Global alliance for banking on values), Gabriella D’Amico (vicepresidente di Assobotteghe), Jason Nardi (presidente della Rete italiana economia solidale)».
Un progetto indipendente
Il progetto di Equa è realizzato da un’associazione non profit. Domandiamo a Marco Ratti come si sostiene da un punto di vista economico. «Oltre che dagli abbonamenti, Equa è sostenuta dalle donazioni di singoli e gruppi, come associazioni, botteghe del commercio equo, gruppi d’acquisto solidale e distretti di economia solidale, ed è potuta decollare grazie al Gruppo Banca etica, che ha sostenuto quasi tutti i costi del primo anno di attività con una grossa donazione.
I soldi non arrivano dunque dalle aziende – prosegue Ratti -, che non possono in alcun modo influenzare le valutazioni.
Inoltre, all’interno di Equa non si incontra alcuna pubblicità, a ulteriore garanzia dell’indipendenza del lavoro.
Per avere più possibilità di raggiungere la piena sostenibilità economica, l’applicazione è stata sviluppata in modalità “Freemium”: può essere scaricata e utilizzata gratuitamente, ma alcuni contenuti sono accessibili solo agli abbonati.
A differenza di un abbonamento qualunque, però, l’associazione ha cercato di dare la possibilità a tutte e tutti di accedere ai servizi Premium: invece di indicare un prezzo fisso, chiediamo all’utente di scegliere tra quattro diversi tagli, 20, 35, 50 o 70 euro all’anno. Qualsiasi taglio darà accesso al 100% dei contenuti.
In altre parole, dunque, chi sceglierà i tagli più alti lo farà per sostenere il progetto».
Luca Lorusso
Un sogno nato in Brasile
L’idea di sviluppare l’app Equa viene da lontano. Dal periodo 2012-2015, quando il suo ideatore e coordinatore, Marco Ratti, ha vissuto con la sua famiglia ad Açâilandia (Maranhão, Brasile), inserendosi in alcuni progetti della comunità locale e dei missionari comboniani.
«In quel periodo ho dovuto cambiare il mio punto di osservazione – racconta il direttore responsabile di Osservatorio diritti -, e questo mi ha portato a modificare il modo di leggere la realtà che mi circonda e mi ha spinto verso progetti a cui non avrei mai pensato prima».
L’esperienza brasiliana di Marco Ratti e della sua famiglia, è stata segnata dalla condivisione con un piccolo gruppo di persone che, nella sua semplicità, stava conducendo una battaglia per il diritto delle comunità locali a una vita dignitosa. «Alcune aziende tra le più ricche e potenti al mondo, con la loro attività mineraria e siderurgica, avevano devastato le loro terre, trasformandole in coltivazioni intensive, carbonaie, altoforni, e rendendole zone con tassi di inquinamento tra i più alti al mondo.
Quella lotta, lenta ma implacabile, condivisa nella quotidianità – spiega Ratti -, mi ha cambiato dentro un giorno alla volta, tanto che, al ritorno in Italia, ho fondato con alcuni colleghi Osservatorio diritti, una testata online indipendente che ancora oggi si occupa di denunciare le violazioni dei diritti umani».
Quello è stato il primo passo, a cui ne sono seguiti altri: «Far conoscere le violazioni era fondamentale, ma per incidere davvero era necessario offrire uno strumento concreto affinché chiunque potesse unirsi alla lotta per la giustizia sociale e ambientale».
Da queste riflessioni è nata la newsletter settimanale «Imprese e diritti umani», e poi, circa quattro anni fa, il lavoro dell’associazione Osservatorio sui diritti umani Ets per creare Equa, uno strumento per il consumo responsabile.
L.L.
Giornalismo indipendente per i diritti umani
«Equa» è l’ultimo progetto di Osservatorio sui diritti umani Ets, un’associazione non profit di Milano nata sei anni fa con due obiettivi: promuovere la cultura dei
diritti umani e praticare il giornalismo indipendente e di qualità. Alla base di tutto c’è una scommessa controcorrente: l’informazione legata ai diritti umani, se fatta in maniera libera e professionale, è capace di interessare tanta gente.
Ogni attività realizzata mira ad avvicinare la vita delle vittime di violazioni alla nostra. Più in generale, l’obiettivo è contribuire a una società più inclusiva.
La testata online
L’associazione è stata fondata nel 2019 da un gruppo di giornalisti che due anni prima aveva avviato la testata online Osservatorio diritti, un giornale italiano specializzato in inchieste, analisi e approfondimenti sul tema dei diritti umani.
Nel corso degli anni, l’informazione prodotta ha avuto impatti importanti, dall’apertura di interrogazioni parlamentari sui diritti dei bambini con disabilità fino alla liberazione di difensori dei diritti umani in Africa.
La testata ha collaborato o collabora a vario titolo con diversi soggetti, tra i quali il master in Diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, la Commissione europea, il Festival dei diritti umani di Milano.
Le altre attività
Il giornale online è stato la prima di molte attività. Nel 2019 l’associazione ha pubblicato il libro Immigrazione oltre i luoghi comuni. Venti bufale smontate un pezzo alla volta, per cominciare a parlarne sul serio, a cui sono seguiti Coronavirus. Viaggio nelle periferie del mondo e Tracce indelebili. Storie di dieci attivisti che hanno cambiato il mondo.
I giornalisti hanno prodotto anche due podcast: Diritti e Rovesci, un approfondimento quotidiano sui diritti umani; Diritti al Cuore, una serie dedicata a racconti di lotta per la difesa dei diritti.
Attualmente cura tre newsletter: quella del mercoledì sui diritti umani, una mensile sui consumi responsabili e quella del sabato su imprese e diritti umani (quest’ultima in abbonamento).
L’associazione fa anche interventi nelle scuole ed eventi di promozione culturale sui diritti umani.
Sono poco conosciute, ma molto importanti: le donne che nell’ultimo secolo hanno contribuito con i loro studi a rinnovare la scienza e, insieme, la società. Un libro ne presenta dieci, con le loro impostazioni «visionarie» e innovative.
L’interesse del pubblico verso le storie di donne scienziate cresce nel tempo, stimolato anche da diversi libri.
Per esempio, nel 2018 è uscito Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie, volume curato da Sara Sesti e Liliana Moro.
Come sottolinea Adriana Giannini nella sua recensione del libro, «ci si rende subito conto che le scienziate selezionate […] oltre alle doti intellettuali fuori dall’ordinario, dovevano possedere una grande tenacia e sete di sapere per riuscire a evadere dal ruolo che la società prevedeva inesorabilmente per le donne che non volevano essere emarginate: occuparsi della famiglia o chiudersi in convento».
Molte di quelle donne hanno incontrato grossi ostacoli per realizzare i loro progetti, per farsi riconoscere e trovare spazio in un mondo dominato dal potere e dai pregiudizi maschili.
Tra il 2023 e il 2024 sono usciti altri tre titoli su donne scienziate, ciascuno dei quali presenta alcune figure femminili, scelte sulla base di specifiche caratteristiche: si sono occupate di scienze naturali, ambientali, mediche. Tutte con un approccio trans disciplinare, attento ai contesti sociali e alle relazioni interpersonali.
Tra «ribelli», «prime» e «visionarie», queste donne hanno introdotto nuovi modi di vedere, pensare e agire nel loro lavoro.
Visionarie
Ci soffermiamo qui sul libro di Cristina Mangia e Sabrina Presto, Scienziate visionarie, del 2024.
Le due autrici sono ricercatrici del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) che da anni studiano questioni ambientali e di salute pubblica.
La scelta delle dieci figure è in sintonia con il vissuto professionale delle autrici, e con la loro riflessione sulla scienza come impresa collettiva, immersa in un tessuto sociale che condiziona le domande di ricerca, le metodologie di lavoro, gli obiettivi.
Il filo ideale che connette tra loro le studiose presentate nel volume è proprio la convinzione che la scienza debba smettere di essere percepita (e praticata) come lo studio neutrale e oggettivo di una realtà esterna. Deve essere invece riconosciuta come una pratica collettiva e intersoggettiva di esplorazione delle relazioni tra umanità e natura, dipendente dal contesto storico in cui è fatta, dai mezzi tecnici e, soprattutto, dagli obiettivi dell’indagine. Gli obiettivi, infatti, orientano le domande di ricerca, le quali, a loro volta, condizionano la raccolta e interpretazione dei dati che contribuiscono a costruire una visione del mondo per l’intera società.
Un aspetto comune delle studiose presentate è la loro «visionarietà»: la capacità di proporre delle trasformazioni sociali tali da proteggere la sicurezza ambientale, la giustizia e la pace.
Un altro elemento è l’impegno politico. Tutte sono state protagoniste di varie forme di contestazione del maschilismo (spesso razzista) che caratterizzava le leggi, le abitudini, le regole, i vincoli del loro tempo dominato dalla tecno-scienza. Tutte hanno fatto ricorso a metodologie empatiche e nonviolente per sovvertire quella forma insidiosa di patriarcato che impediva alle donne di esprimere le loro potenzialità, e ostacolava la loro attitudine a indagare il mondo naturale con l’obiettivo d’imparare, anziché di usarlo e dominarlo.
L’esigenza di trasformare il modo di pensare e praticare la scienza si è manifestata gradualmente, a partire da quando una minoranza della comunità scientifica (soprattutto femminile) ha fatto emergere la coscienza che la complessità del mondo non può essere esplorata dalle singole discipline separate tra loro, e che occorre far collaborare visioni diverse, non solo scientifiche ma trans disciplinari.
Relazione umanità natura
Le due autrici presentano per prima la figura di Donella Meadows (Usa, 1941-2001), che negli anni 70 del Novecento, insieme ai suoi colleghi, propose l’idea che la Terra sia un sistema complesso, interconnesso e, soprattutto, «finito», ossia con risorse limitate, e limitate capacità di ripristinare gli ecosistemi alterati dalle azioni umane.
Il libro I limiti alla crescita, di cui Meadows fu prima autrice, segnò uno spartiacque nella percezione della relazione tra umanità e natura, anche se alla nuova comprensione delle cose non seguì una sufficiente consapevolezza, né furono prese adeguate misure per ridimensionare l’impatto umano sul pianeta.
Seguono le presentazioni di altre scienziate: Alice Hamilton (Usa, 1869-1970) a partire dall’inizio del Novecento, esplorò per prima le conseguenze dei processi industriali e della produzione di sostanze tossiche sui lavoratori. Aprì la strada alla moderna medicina occupazionale.
Nello stesso periodo Sara Josephine Baker (Usa, 1873-1945) avviò una rivoluzione nella sanità pubblica, introducendo e applicando norme di igiene e prevenzione soprattutto con i bambini e le fasce di popolazione più disagiate.
Un altro esempio significativo della diversa prospettiva delle donne di fronte ai problemi è quello di Alice Stewart (Regno Unito, 1906-2002): mentre ingenti finanziamenti erano destinati a sviluppare prodotti industriali sempre nuovi, pochi fondi venivano assegnati alla medicina sociale, cioè all’indagine degli effetti dei nuovi prodotti sulla salute delle persone.
Fu Alice Stewart a scoprire gli effetti della tecnologia nucleare (dalle radiografie ai fallout delle esplosioni) e a denunciare i rischi dell’esposizione alle sostanze radioattive.
Anche la giapponese Katsuko Saruhashi (1920-2007) fu coinvolta nelle indagini sugli effetti delle radiazioni e ne denunciò le gravi patologie. Non esitò a mettere le sue competenze scientifiche al servizio di una intensa attività pubblica antinucleare, e a incoraggiare le giovani ad approfondire le conoscenze scientifiche a difesa di scelte politiche consapevoli.
La statunitense Rachel Carson (1907-1964), diventata famosa a livello mondiale non solo per i suoi studi, ma anche per le sue doti di scrittrice, ha avuto il merito di opporsi coraggiosamente alla potente industria chimica che, senza scrupoli e senza controlli, stava spargendo pesticidi nelle campagne e nei campi coltivati, con effetti devastanti su ambiente e salute.
Meno famosa, ma altrettanto combattiva, fu Beverly Paigen (1938-2020), anch’essa statunitense, ricercatrice impegnata nello studio di varie forme di cancro. Raccogliendo le segnalazioni di mamme residenti nella città di Niagara Falls a riguardo di malattie e malformazioni nei loro figli, rilevò la presenza di sostanze tossiche nell’area. Dopo anni ottenne di far riconoscere una grave contaminazione nei terreni della zona.
Le ricerche di Carson e Paigen furono ostacolate da scienziati, politici e industriali che screditarono il lavoro scientifico delle due studiose e le attaccarono personalmente in quanto donne.
Solo dopo molti anni, e grazie alla loro competenza e tenacia, furono approvate importanti leggi e create istituzioni nazionali a difesa dell’ambiente e della salute.
Delle altre studiose presentate nel libro, due in particolare, Wangari Maathai (1940-2011), keniana, prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace, e Suzanne Simard, canadese, nata nel 1960, sono ricordate soprattutto per l’attenzione che hanno dedicato alle foreste.
Wangari, con il movimento di donne da lei fondato (il Green belt movement), promosse e realizzò la riforestazione di ampie aree del Kenya, recuperando alberi autoctoni e il ripristino di eco-agro-sistemi in grado di sviluppare una agricoltura di sussistenza per le comunità locali.
Suzanne, contrariata dall’abitudine dell’industria del legno di piantare monocolture di alberi e di utilizzare diserbanti chimici per tenere «pulite» le radure, incominciò a indagare se ci fossero delle relazioni, degli scambi di informazioni tra i singoli alberi. Grazie ai suoi studi scoprì che le foreste sono ecosistemi interconnessi, le cui radici, associate a reti di funghi, costituiscono una fittissima rete sotterranea, che sarebbe stata poi chiamata «wood wide web».
L’interpretazione che Simard fornì delle relazioni scoperte dentro l’ecosistema foresta era che tra le diverse forme di vita ci sia cooperazione e mutuo sostegno: una spiegazione che fu accolta con diffidenza e scetticismo dalla comunità accademica.
È lo stesso tipo di reazione che incontrò Lynn Margulis (1938-2011), biologa statunitense, quando propose che, all’interno di singole cellule, siano attive complesse forme di cooperazione tra i corpuscoli intracellulari.
Lo sguardo femminile delle due studiose avrebbe portato a una radicale reinterpretazione di molti scambi tra gli organismi, a tutti i livelli.
Foreste e cellule, e, in generale, tutti i viventi, non sono solo in competizione tra loro, ma elaborano anche raffinati dialoghi e strumenti di cooperazione, che in certi casi portano all’evoluzione di nuove forme di vita.
Al termine della carrellata di presentazioni viene ricordata l’unica scienziata italiana del gruppo, Laura Conti (1921-1993). Come ricordano le due autrici, fu «partigiana, medica, studiosa instancabile, politica, scrittrice, divulgatrice».
Laura Conti riuscì a intrecciare competenze scientifiche e impegni sociali, e a porre alla comunità scientifica domande cruciali sugli intrecci tra scienza, etica, democrazia e condizioni sociali. Domande che – come fanno notare le due autrici – sono ancora oggi di grande attualità.
Trasformare la scienza
La mancanza di fiducia nella capacità delle donne di contribuire allo sviluppo della scienza ha accompagnato tutto il Novecento, e ancora oggi molte studiose fanno fatica a entrare in gruppi di ricerca e farsi ascoltare. Sono portatrici di modi diversi di guardare il mondo, di affrontare i problemi, di svolgere le ricerche: le loro prospettive, quando riescono a farsi sentire, possono aprire la strada a nuove piste, offrire soluzioni innovative a problemi irrisolti.
Questo approccio all’idea di scienza, ormai presente da alcuni decenni a livello internazionale, viene individuato con il termine «scienza post normale» (Pns): propone una metodologia di indagine per affrontare problemi complessi e controversi, tipici dell’interfaccia tra scienza, politica e società, ed è parte di un interessante movimento di democratizzazione della scienza. Tuttavia, è condivisa finora da una componente minoritaria della comunità scientifica, ed è contrastata dalla crescente influenza dei poteri forti (economici, politici, finanziari) e dell’apparato industriale militare in favore della competitività e della guerra.
Elena Camino
Suggerimenti di lettura
Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, I limiti alla crescita, Editoriale scientifica, Napoli 2023, pp. 252, 16 €.
Laura Conti, Una lepre con la faccia di bambina, Fandango libri, Roma 2021, pp. 144, 13 €.
Laura Conti, La condizione sperimentale, Fandango libri, Roma 2024, pp. 256, 17 €.
Laura Conti, Discorso sulla caccia. Dove si parla anche di evoluzione, antropogenesi, anatomia femminile, agricoltura. Di coccolamenti durati milioni di anni. Di primati, gatte e lupi. Della dubbia compatibilità tra uomo e pianeta Terra. Di possibili catastrofi. E dei rischi di facili rimedi, Altreconomia, Milano 2023, pp. 144, 13 €.
Laura Conti, Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne, Fandango libri, Roma 2023, pp. 272, 18 €.
Laura Conti, Cecilia e le streghe, Fandango libri, Roma 2021, pp. 176, 16 €.
Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà. La mia vita, la mia lotta, Sperling & Kupfer, Milano 2012, pp. 393, 17,50 €.
Mondo. Un grado e mezzo
È già accaduto: la soglia di 1,5 gradi centigradi è stata superata. Nei giorni scorsi, più organizzazioni scientifiche hanno annunciato che la temperatura media della Terra è salita oltre quel valore limite che, nel 2015, quasi 200 paesi avevano accettato firmando l’accordo di Parigi sul clima.
Lo scorso 10 gennaio, Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, ha divulgato un report drammatico sul clima del 2024: «Sono stati battuti – si legge – molteplici record globali, per i livelli di gas serra e per la temperatura dell’aria e della superficie del mare, contribuendo a eventi estremi, tra cui inondazioni, ondate di calore e incendi boschivi. Questi dati evidenziano gli impatti accelerati del cambiamento climatico causato dall’uomo».
Secondo gli scienziati, anche i recenti devastanti incendi di Los Angeles sono stati favoriti dai cambiamenti climatici. La rivista «Nature», una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, ha commentato (10 gennaio) che «il mondo si sta muovendo in territorio pericoloso, forse più rapidamente di quanto si pensasse in precedenza». Tuttavia, ha osservato che la media decennale rimane ancora sotto il limite di 1,5 gradi. Ma per non indulgere in ottimismo precisa che, quando anche la media decennale sarà superata, «il pianeta avrà accumulato ancora più calore, amplificando ulteriormente violente tempeste e incendi, danni all’ecosistema e innalzamento del livello del mare».
Sulla stessa linea l’ultimo rapporto di «The Lancet» su salute e cambiamento climatico (datato 9 novembre 2024) secondo il quale «in tutto il mondo le persone stanno affrontando minacce da record per il loro benessere, la loro salute e la loro sopravvivenza a causa del rapido cambiamento climatico. Dei 15 indicatori che monitorano i rischi per la salute, le esposizioni e gli impatti correlati al cambiamento climatico, dieci hanno raggiunto nuovi record preoccupanti nell’ultimo anno di dati». Per esempio, la mortalità correlata al calore per le persone di età superiore ai 65 anni è aumentata del 167% rispetto agli anni Novanta. Allo stesso modo, è aumentato il rischio di stress da calore per le persone che praticano attività fisica all’aperto e le ore di sonno perse.
Inoltre, si legge ancora nel rapporto di The Lancet, le condizioni meteorologiche più calde e secche hanno contribuito ad aumentare il numero di persone esposte a concentrazioni di particolato pericolosamente elevate. Nel frattempo, i cambiamenti delle temperature e delle precipitazioni stanno favorendo la trasmissione di malattie infettive come la dengue, la malaria, la malattia correlata al virus del Nilo occidentale e la vibriosi, «esponendo le persone al rischio di trasmissione in luoghi precedentemente non colpiti».
Insomma, la comunità degli scienziati e dei ricercatori sta facendo quanto di sua competenza per mettere in guardia e affrontare il cambiamento climatico. Anche papa Francesco lo ripete praticamente in ogni occasione pubblica. «Abbiamo il dovere – ha detto nel discorso al corpo diplomatico (9 gennaio) – di esercitare il massimo sforzo per la cura della nostra Casa comune e di coloro che la abitano e la abiteranno». Molto meno attenta e reattiva è, invece, la parte politica.
Donald Trump, il nuovo presidente Usa, è da sempre un negazionista climatico. Dal canto suo, anche l’Europa, il continente con le normative ambientali più stringenti, pare avere un ripensamento sulla spinta dei partiti sovranisti. Per tutto questo, per la questione climatica le prospettive presenti e future non appaiono per nulla incoraggianti.
Paolo Moiola
Il ritorno del guardiano invisibile dell’ecosistema sardo
Le ali del grifone Gli ecosistemi sono equilibri delicati. La scomparsa di una specie può avere gravi conseguenze. In Sardegna, grazie all’impegno di alcuni e a fondi europei, si è scongiurato il peggio. E il grande rapace sta ripopolando i suoi habitat.
La Sardegna, un’isola di rara bellezza, conosciuta principalmente per le sue spiagge dorate e il mare cristallino, conserva al proprio interno, nel cuore, un tesoro inestimabile: il grifone (Gyps fulvus). Questo maestoso rapace vive da sempre fra vette rocciose e paesaggi mozzafiato nella zona del bosano (provincia di Oristano).
Simbolo di forza e libertà, riveste un ruolo cruciale nell’equilibrio ecologico dell’isola, eppure ha rischiato l’estinzione a causa di minacce che hanno messo a dura prova la sua sopravvivenza.
Il grifone, considerato il «guardiano invisibile» dell’ecosistema, svolge una funzione essenziale nella decomposizione e nel riciclo delle carcasse animali. Questi imponenti avvoltoi, con un’apertura alare che può raggiungere i due metri e mezzo, rappresentano gli «spazzini aviari» dell’isola, contribuendo in modo significativo alla rimozione dei rifiuti organici e alla regolazione delle malattie. Il loro instancabile lavoro di smaltimento delle carcasse consente il ritorno dei nutrienti al suolo, alimentando così il ciclo vitale dell’ecosistema.
Nonostante il ruolo cruciale dei grifoni, la loro popolazione in Sardegna era drammaticamente diminuita, arrivando a contare solo 100-120 individui e 35 coppie territoriali. Le principali minacce erano legate alla scarsa disponibilità alimentare, all’uso di bocconi avvelenati e al disturbo antropico nei siti di nidificazione. Spesso, infatti, barche e gommoni cercavano di avvicinarsi il più possibile ai nidi pur di ottenere una foto o comunque avvistare un esemplare.
Il disturbo provocato portava i grifoni alla fuga e i giovani, non ancora abili nel volo, spesso finivano in mare, annegando.
Il ritorno
Fortunatamente, grazie al progetto Life under griffon wings, finanziato dall’Unione europea e coordinato dall’Agenzia regionale Forestas (struttura tecnica operativa nel settore forestale e ambientale), la specie ha iniziato a tornare a volare nei cieli sardi.
Un elemento chiave di questo programma di conservazione è stata l’introduzione innovativa dei «carnai aziendali».
Ci conduce a visitarli, il dottor Dionigi Secci, che si occupa del progetto europeo sin dai suoi esordi.
I carnai aziendali sono veri e propri punti di alimentazione per i grifoni e vengono gestiti direttamente dagli allevatori locali. Questi luoghi nei quali le carcasse di ovini e bovini vengono lasciate a disposizione dei grifoni affinché se ne possano nutrire, hanno rappresentato una soluzione sostenibile e di successo per garantire loro una fonte di cibo sicura e costante. Anziché dover provvedere al sotterramento delle carcasse o alla bruciatura, gli allevatori le collocano in questi speciali recinti, permettendo così ai rapaci di nutrirsi in modo controllato e senza rischio di avvelenamento. Si tratta di un progetto virtuoso poiché unisce il recupero di un animale in via di estinzione al controllo delle carni che vengono portate in tavola: affinché si possa continuare a smaltire le carcasse facendone cibo per i rapaci, infatti, l’allevatore è tenuto a garantire una giusta alimentazione agli animali allevati e dimostrare di non aver utilizzato farmaci o sostanze che possano essere dannosi per l’uomo e, di conseguenza, anche per i grifoni.
«I carnai aziendali hanno trasformato un costo di gestione per gli imprenditori in una risorsa preziosa per la conservazione della biodiversità», spiega il dottor Marco Muzzeddu, veterinario presso il Centro di allevamento e recupero della fauna selvatica di Bonassai (Sassari). «Grazie a questa rete di alimentazione sicura, abbiamo assistito a un incredibile aumento della popolazione di grifoni, che è passata da 100-120 individui a circa 230-250 in pochi anni».
Il dottor Muzzeddu è fra i maggiori esperti di fauna selvatica e all’interno del Centro faunistico di Bonassai si occupa anche del recupero di volatili come aquile reali, gufi, occhioni oltre a svolgere attività di divulgazione. Spesso, infatti, il Centro accoglie scolaresche e visitatori interessati al dialogo e all’approfondimento circa la tematica della sostenibilità ambientale.
Direttore sanitario della struttura, Muzzeddu si occupa – oltre che della salvaguardia dei grifoni e di animali in via di estinzione – di chirurgia sulla fauna selvatica terrestre e marina.
È famoso il suo intervento chirurgico su un leone arrivato a Sassari insieme ad artisti circensi. Interventi in barca, in elicottero, salvataggi e recupero di animali in luoghi impervi sono la quotidianità per questo medico veterinario che è diventato un punto di riferimento fondamentale.
Ripopolare e proteggere
Oltre all’implementazione dei carnai, il progetto Life under griffon wings ha adottato altre misure fondamentali, come il rilascio di 63 giovani grifoni provenienti da centri di recupero in Spagna e dall’Amsterdam royal zoo, il potenziamento del Centro faunistico di Bonassai e l’istituzione di un nucleo cinofilo antiveleno composto da agenti del Corpo forestale e cani addestrati, per contrastare l’uso di bocconi avvelenati.
Inoltre, sono stati realizzati sentieri e capanni di osservazione per mitigare il disturbo antropico nelle aree di nidificazione, e sono stati predisposti codici etici per la fotografia naturalistica e l’escursionismo.
Nonostante i notevoli successi, la strada per la salvaguardia a lungo termine del grifone in Sardegna non è ancora del tutto spianata. L’areale di questa specie rimane ristretto al settore nordoccidentale dell’isola, rendendola vulnerabile a minacce come le collisioni con infrastrutture energetiche (pale eoliche) e il saturnismo, una malattia causata dall’intossicazione da piombo. Per affrontare queste sfide, è stato avviato il nuovo progetto Life safe for vultures, che mira a espandere l’habitat del grifone e a mitigare ulteriormente le minacce.
La storia del ritorno del grifone in Sardegna è un esempio di come la collaborazione tra istituzioni, esperti e comunità locali possa portare a risultati tangibili nella tutela della biodiversità. Questo maestoso rapace, simbolo di libertà e forza, è tornato a volare nei cieli sardi, un segnale di speranza per l’intero ecosistema dell’isola. La sua salvaguardia rappresenta una sfida cruciale, non solo per la Sardegna, ma per l’intero Mediterraneo, e il delicato equilibrio tra l’uomo e la natura.
I rischi delle pale
Se in passato, il saturnismo è stato uno dei principali elementi che hanno messo a rischio il grifone, oggi se n’è aggiunto un altro legato all’energia sostenibile.
In Sardegna, infatti, l’installazione di impianti eolici è diventata un tema centrale nel dibattito politico e sociale. Le pale eoliche, che possono raggiungere fino a 120 metri di altezza, sono percepite da molti come una minaccia al paesaggio dell’isola. La preoccupazione principale dei residenti è che la Sardegna, famosa per la sua bellezza naturale, si trasformi in un’area industriale dedicata alla produzione di energia, con impatti estetici e ambientali significativi.
Dal punto di vista energetico, la Sardegna ha un potenziale notevole per la produzione di energia eolica. Tuttavia, le proposte di installazione di oltre 800 nuovi impianti hanno sollevato forti opposizioni. Gli attivisti sostengono che gran parte dell’energia prodotta non sarà destinata al consumo locale, ma esportata verso il Nord Italia, senza apportare benefici diretti alle comunità sarde. Inoltre, si teme che i profitti non vengano equamente redistribuiti tra la popolazione locale.
Le preoccupazioni riguardano il rischio per la biodiversità, in particolare per l’avifauna che spesso si scontra con le pale eoliche rimanendo uccisa sul colpo, e l’uso di terreni agricoli per l’installazione di pannelli fotovoltaici. Molti cittadini chiedono un approccio più sostenibile e democratico nella pianificazione energetica, auspicando che la Regione stabilisca chiaramente le necessità locali e il ruolo delle rinnovabili nel contesto sardo.
Nonostante queste critiche, esperti del settore sottolineano che l’energia eolica è una componente essenziale per la transizione ecologica, necessaria per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La sfida rimane quella di trovare un equilibrio tra sviluppo sostenibile e tutela del patrimonio naturale, coinvolgendo le comunità locali nel processo decisionale.
«Senza il rispetto per ogni forma di vita, l’essere umano è destinato a scomparire. Mi batto affinché le persone capiscano che abitare degnamente il mondo significa contribuire a garantirne l’equilibrio. Un atto di gentilezza verso un essere sofferente è un atto di umanità che innesca un circolo virtuoso. Non siamo i padroni di questo mondo, ci è solo stato dato in prestito. Altri verranno dopo di noi e abbiamo il dovere di lasciare ciò che ci è stato donato nelle migliori condizioni possibili», conclude il dottor Muzzeddu.
Valentina Tamborra
Cop29, delusione annunciata
I dati definitivi mostreranno probabilmente che il 2024 è stato non solo l’anno più caldo di sempre, ma anche quello in cui la soglia di 1,5 gradi è stata superata. La Cop che si è svolta a Baku non è stata un fallimento totale, ma di certo non si è dimostrata all’altezza della sfida che il pianeta ha di fronte.
Era chiaro a tutti che la 29° Conferenza delle Parti sul clima (Cop29) di Baku, Azerbajian, sarebbe stata la Cop della finanza: come scriveva l’11 novembre Ferdinando Cotugno, inviato del quotidiano Domani a Baku, nella sua newsletter Areale@, «il risultato per cui sarà giudicata sarà un numero, espresso in centinaia o migliaia di miliardi».
E quel numero è 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035: circa un quarto di quanto richiesto dai Paesi che hanno meno responsabilità nella crisi climatica, ma ne subiscono più degli altri gli effetti.
È stata la terza Cop consecutiva in un Paese produttore di petrolio – dopo la Cop27 di Sharm el-Sheik, Egitto, nel 2022, e la Cop28 di Dubai, Emirati arabi uniti, nel 2023 – e anche a Baku si sono visti tratti già presenti nei due anni precedenti: innanzitutto una riduzione degli spazi di protesta per la società civile, a cui è stato vietato di manifestare al di fuori degli spazi della Conferenza – siamo lontanissimi da Glasgow, quando 100 mila persone manifestarono per le strade della città durante Cop26 – e di alzare la voce: per cui, riportava sempre Cotugno, i manifestanti hanno solo potuto schioccare le dita e mugugnare.
Altro tratto simile alle due Cop precedenti: la presenza di un numero consistente di lobbisti del settore dei combustibili fossili. Secondo la coalizione Kick Big Polluters Out, a Baku erano 1.773, meno dei 2.456 presenti a Dubai ma molti di più dei delegati totali dei dieci Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico@.
Il discorso di apertura di Ilyam Aliyev@, presidente dell’Azerbaijan – Paese che l’indice globale di democrazia dell’Economist colloca al 130° posto su 167 – ha sottolineato che petrolio e gas sono «doni di Dio». Nessun Paese, ha detto Alyev, «dovrebbe essere criticato perché ha queste risorse e le porta sul mercato, perché il mercato ne ha bisogno. Le persone ne hanno bisogno». Come presidenza della Cop29, ha aggiunto, sosterremo la transizione verde, ma allo stesso tempo «dobbiamo essere realisti». Non le migliori premesse per intavolare un negoziato a una conferenza sul clima.
COP29 President Mukhtar Babayev speaks at a first closing plenary of the COP29 Climate Conference in Baku on November 23, 2024. The Azerbaijani head of COP29 urged nations on November 23, to bridge their differences after two weeks of fraught negotiations at the UN climate talks over money to help poorer countries tackle global warming. (Photo by STRINGER / AFP)
Perché 1.300 miliardi?
Sul principale tavolo negoziale di Baku, quello della finanza, il punto di partenza era il vecchio obiettivo quantitativo di 100 miliardi di dollari all’anno in aiuti per affrontare la crisi climatica, stabilito alla Cop di Copenaghen nel 2009 e fissato in quella di Parigi nel 2015 come cifra minima da ampliare entro il 2025. I 1.300 miliardi che i paesi in via di sviluppo ritenevano adeguati alle loro esigenze e che volevano inserire come obiettivo vincolante all’interno dell’accordo, viene dalle stime@ che tre economisti – Amar Bhattacharya, Vera Songwe e Nicholas Stern – hanno indicato in vari studi pubblicati dalla London School of Economics e che numerose agenzie delle Nazioni Unite hanno poi adottato. Per realizzare queste stime, i tre studiosi e i loro team sono partiti dai costi per sviluppo e risposta alla crisi climatica affrontati nel 2019 dal gruppo di Stati più esposti ai danni del cambiamento climatico, cioè le economie emergenti (esclusa la Cina: poi torneremo su questo punto) e i paesi in via di sviluppo, riuniti sotto la sigla Emdc.
A partire da questi costi, si legge negli studi dei tre economisti, le proiezioni indicano che i Paesi Emdc avranno bisogno di 2.400 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 e 3.200 entro il 2035: mentre è verosimile che 1.400 miliardi l’anno entro il 2030 e 1.900 miliardi l’anno entro il 2035 siano mobilitati direttamente da questi Paesi con risorse proprie, i restanti mille miliardi l’anno entro il 2030 e 1.300 miliardi l’anno entro il 2035 devono venire da fonti esterne, cioè devono essere fondi internazionali: pubblici, privati e di altro tipo.
Questa cifra, sottolineava poco prima della Cop un rapporto Unctad@, organo delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo, sarebbe pari all’1,4% del Pil mondiale, una cifra più bassa dei 2.500 miliardi all’anno di spesa militare dei paesi Nato, pari all’1,9% del Pil.
A questo proposito, riportava Euronews, il delegato di Panama alla Cop, Juan Carlos Monterrey Gomez, ha commentato: «Per alcuni, 2.500 miliardi dollari per ucciderci a vicenda non sono sufficienti, ma mille miliardi per salvare vite è irragionevole. La cosa più ridicola è che stiamo causando la nostra stessa estinzione. Almeno i dinosauri avevano un asteroide. Noi che scusa abbiamo?»@.
La cifra richiesta dai paesi del Sud globale, continua il rapporto Unctad, è anche a pari circa un terzo del totale dei sussidi che nove paesi sviluppati (inclusa l’Italia) danno ai combustibili fossili e impallidisce di fronte alle risorse mobilitate per far fronte alla pandemia, pari a 16.400 miliardi tra spesa fiscale aggiuntiva e mancate entrate.
«Illusione ottica» e «barzelletta»
L’accordo sulla finanza climatica@ è stato raggiunto nella notte fra sabato 23 e domenica 24 novembre scorso, dopo un negoziato teso e nervoso, a più riprese sul punto di fallire. Stabilisce un nuovo obiettivo quantitativo sotto la guida dei paesi sviluppati di almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere i Paesi in via di sviluppo nell’azione per il clima con fondi provenienti da varie fonti, pubbliche e private.
Il riferimento alla cifra che i Paesi in via di sviluppo richiedevano è presente nel testo, ma come esortazione, come invito a collaborare per consentire l’aumento dei finanziamenti «fino ad almeno 1.300 miliardi l’anno entro il 2035».
Subito dopo l’adozione, ancora in assembla plenaria, i delegati di India, Nigeria, Cuba e Bolivia hanno preso la parola per esprimere la loro rabbia: secondo la negoziatrice indiana, Chandni Raina, 300 miliardi sono una cifra di «abissale povertà», insufficiente per affrontare «l’enormità della sfida che noi tutti abbiamo di fronte»: per questo, ha detto, questo accordo è «poco più di un’illusione ottica». Non è stata più tenera la delegata della Nigeria, Nkiruka Maduekwe: che i paesi sviluppati rivendichino un ruolo di guida impegnandosi su una cifra così bassa «è una barzelletta. Non lo accettiamo»@.
Questi 300 miliardi non arriveranno subito: sono un obiettivo da raggiungere entro il 2035, non il volume degli stanziamenti immediati. Inoltre, non saranno solo fondi pubblici, ma anche fondi privati e risorse da reperire sui mercati, dove Paesi come questi, che spesso hanno già un debito molto alto, faticano a trovare fondi, specialmente visto che si tratta di interventi di adattamento alla crisi climatica che non sono, per loro natura, abbastanza redditizi da invogliare potenziali finanziatori privati.
Activists hold a silent protest inside the COP29 venue to demand that rich nations provide climate finance to developing countries, during the United Nations Climate Change Conference (COP29) in Baku on November 16, 2024. (Photo by Laurent THOMET / AFP)
Gli altri risultati
Un segnale positivo, registra tuttavia l’associazione Italian Climate Network (Icn)@, è che il testo dell’accordo lascia aperta la possibilità che altri Paesi, diversi da quelli sviluppati, forniscano – per quanto su base volontaria – il loro contributo per aumentare questi fondi. E questi Paesi sono la Cina, la Corea del Sud e i Paesi del Golfo membri Opec, che nella Convezione Onu sul clima a tutt’oggi non sono ufficialmente inclusi fra i Paesi sviluppati, perché è ancora in vigore la classificazione del 1992. Si tratta di Paesi con elevate emissioni e con economie non certamente comparabili, ad esempio, a quelle di molti dei Paesi dell’Africa subsahariana, come hanno fatto presente fra gli altri il ministro dell’ambiente nigeriano, Balarabe Abbas Lawal, e la sua omologa della Colombia, Susana Muhamad@.
Fra i risultati che Italian Climate Network elenca nella sua esaustiva analisi della Cop29 c’è anche l’adozione di accorgimenti per regolamentare meglio il mercato internazionale del carbonio: semplificando molto, quando un Paese compie un’azione – ad esempio di riforestazione – che aiuta ad assorbire gas serra, oppure un’azione che evita di emettere questi gas climalteranti, accumula crediti di carbonio e li può vendere ad altri Paesi che hanno bisogno di compensare le proprie emissioni.
A Baku si sono stabiliti nuovi metodi per il calcolo dei crediti e per la valutazione dei progetti che mirano a rimuovere gas serra dall’atmosfera. Inoltre, la Cop29 è intervenuta anche sui registri che raccolgono i dati sui crediti di carbonio, istituendone uno sotto l’ombrello Onu che però Icn definisce leggero, nel senso che riunisce i registri esistenti invece di istituirne uno unico e vincolante.
I fallimenti
Nel primo anno in cui il pianeta probabilmente ha superato la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale, la Cop di Baku non ha nemmeno affrontato il tema della mitigazione. Nel testo finale, riporta Icn, non si parla più di uscita dai combustibili fossili né di contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi o almeno sotto i 2 gradi.
Un dato che ha preoccupato molti riguarda le negoziazioni sul prossimo inventario globale – il Global Stocktake – che aveva rappresentato un successo della Cop di Dubai – e che sono state rimandate alla prossima conferenza sul clima, la Cop30 a Belém, in Amazzonia.
Uno dei motivi per cui non si è raggiunto nessun accordo è che l’Arabia Saudita ha messo in discussione il ruolo del Gruppo intergovernativo sul cambiamento (Ipcc, nell’acronimo inglese), fin qui ritenuto il punto di riferimento scientifico su cui si sono basate le Cop, proponendo di utilizzare anche altre fonti scientifiche. In realtà, riportava a novembre il New York Times@, questa presa di posizione è solo uno degli atti di una strategia di demolizione dei negoziati sul clima che l’Arabia Saudita sta portando avanti già dalla fine della Cop28.
E questo ruolo dell’Arabia saudita richiama l’attenzione anche sull’elefante, anzi, sugli elefanti, nelle stanze negoziali di Baku: l’imminente uscita dall’accordo di Parigi degli Stati Uniti dopo la rielezione di Donald Trump, i numerosi teatri di guerra aperti nel mondo e le conseguenti tensioni che si sono insinuate anche alla Cop, un’Unione europea che ha tentato di guidare i Paesi del Nord globale e di insistere sulla riduzione delle emissioni, ma che era distratta dalle liti fra i Paesi membri sulla scelta dei commissari dell’attuale Commissione Ue, in corso negli stessi giorni a Bruxelles: sono tutti elementi che erano noti prima dell’inizio dei lavori e che avrebbero reso comunque questa Conferenza di difficile gestione. Una presidenza, come quella dell’Azerbaijan, che non sembrava davvero interessata a mediare in modo efficace per raggiungere accordi ambiziosi ha fatto il resto nell’appesantire, rimandare, affossare i negoziati.
Dopo Baku, e sulla scia di Dubai e Sharm El Sheik, sono in molti a chiedersi se ha ancora senso che il pianeta organizzi la propria azione per il clima intorno a un modello negoziale nato tre decenni fa da un trattato che rifletteva un mondo che non esiste più. «È ormai chiaro che le Cop non sono più adatte allo scopo per cui sono nate, ha scritto un gruppo di esperti di clima che include l’ex segretario generale Onu Ban Ki-moon, l’ex presidente dell’Irlanda Mary Robinson, l’ex responsabile del clima delle Nazioni Unite Christiana Figueres e lo scienziato del clima Johan Rockström. I futuri vertici, sostiene il gruppo, dovrebbero essere organizzati solo in paesi che mostrano un chiaro sostegno all’azione per il clima e che hanno regole più severe sulla lobby dei combustibili fossili. La Cop30 di Belem, che si svolgerà quest’anno a novembre, ha un’eredità pesante da raccogliere.
Chiara Giovetti
22 November 2024, Azerbaijan, Baku: Activists from Fridays for Future Germany demonstrate with other activists at the UN Climate Summit COP29. Photo: Larissa Schwedes/dpa (Photo by Larissa Schwedes / DPA / dpa Picture-Alliance via AFP)