Il continente delle sfide

Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Quattro Paesi emblematici. Papa Leone entra in contatto con le piaghe del continente. Come quella dei presidenti a vita. Ma incontra anche le sue risorse: i giovani. E fa risuonare forte un messaggio di pace.

«Fin dall’inizio del pontificato ho pensato ad un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale». Era mercoledì 29 aprile e il Papa raccontava il suo viaggio in Africa ai fedeli presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale. Undici giorni storici, dal 13 al 23 aprile, per riaccendere i fari su un continente molto spesso dimenticato. Una terra piena di problemi, dalla povertà ai conflitti, ma ricca di risorse, non equamente distribuite, e soprattutto di energie umane che andrebbero sostenute e valorizzate.

Migliaia di chilometri, diciotto voli, decine di eventi per visitare l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale.

Visita al centro anziani Annaba, in Algeria © Pool Aigav

L’Algeria, la terra di Agostino

Prima tappa, l’Algeria, il Paese più grande dell’Africa, il più musulmano, ma anche, in un certo senso, quello dal gusto più occidentale. Con l’architettura che rimanda al passato coloniale francese e quell’affaccio sul Mediterraneo che accomuna tante città bagnate dal Mare Nostrum. L’Algeria è la patria di Agostino ma soprattutto è quel cantiere di dialogo tra le fedi che, dopo gli anni della guerra civile, è un cammino consolidato. Non facile, non privo di ostacoli, ma comunque sempre in moto.

Il ricordo dei martiri di Tibhirine, uccisi nel 1996, dai jihadisti (secondo le fonti ufficiali), resta vivo; per questo è stato commovente vedere sincere esperienze di amicizia tra musulmani e cristiani, e quella scritta, «Nostra Signora d’Africa prega per noi e per i musulmani», nella basilica che è riferimento della piccolissima comunità cattolica di Algeri.

A guidarla è il cardinale Jean-Paul Vesco, francese di nascita ma con un passaporto algerino. «Monsignor Pierre Claverie ripeteva spesso che tutti noi dovremmo avere un amico musulmano», dice il cardinale, noto anche per essere un maratoneta, citando il vescovo martire di Orano. Francese, domenicano e pastore in Algeria, assassinato trent’anni fa e beato dal 2018. «A lui devo la mia presenza qui nel Maghreb», confida Vesco.

Il passato, sia il periodo del colonialismo che la lunga guerra civile, il «decennio nero» dal 1992 al 2002, ha lasciato ferite non ancora del tutto rimarginate. Ma oggi si affacciano nuovi pericoli come i «neocolonialismi» e l’indifferenza che lascia morire i migranti, non solo in mare, ma anche nelle traversate del deserto. «Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza!», le parole di Leone al palazzo dei Congressi di Algeri, dove il primo giorno del suo viaggio ha incontrato le autorità del Paese.

Il processo di pacificazione passa innanzitutto dal dialogo tra le fedi. E non a caso, nella prima giornata del suo viaggio apostolico in Africa, il 13 aprile, il Papa ha anche scelto di visitare la Grande moschea di Algeri perché «siamo tutti fratelli e sorelle, e figli dell’unico Dio».

L’Algeria per un agostiniano come papa Leone, e per qualsiasi cristiano, è però Ippona, oggi Annaba, la terra dove Agostino è stato vescovo dal 396 al 430. Qui c’è un sito archeologico: pietre, che vagamente ricordano quella città antica. Oggi questo luogo si è arricchito di un ulivo, piantato il 14 aprile dal Papa della pace «disarmata e disarmante».

Il Camerun, tra guerra e povertà

Manifesto di accoglienza per papa Leone a Bamenda, nel Camerun anglofono, zona di conflitto.
© Manuela Tulli

Da Algeri a Yaoundé, in Camerun, 3.800 chilometri per spostarsi nel cuore dell’Africa equatoriale. Il Camerun è soprannominato «Africa in miniatura» perché racchiude in un solo Paese le principali caratteristiche geografiche, climatiche e culturali dell’intero continente. Dai vulcani attivi alle foreste equatoriali, savane e deserto, e una biodiversità straordinaria, insieme a una popolazione di oltre 200 etnie e lingue.

Nella capitale alcune strade sono state realizzate quest’anno proprio in vista della visita del Papa. Bastava però uscire dal centro, anche di poco, per ritrovare lingue d’asfalto che attraversavano quartieri dove mancava tutto. Case di fango e lamiere sulla terra rossa che si infilava in ogni piega dei vestiti.

La gente vive per lo più in strada, spostandosi a piedi, o con i motorini, unico mezzo abbordabile dalla classe media.

Ad accogliere papa Leone è stato Paul Biya, 93 anni, presidente del Paese, ininterrottamente da 43 anni. Era stato lui ad accogliere Giovanni Paolo II nelle sue visite in Camerun dell’agosto del 1985 e nel settembre del 1995. Sempre Biya aveva accolto a Yaoundé, a marzo del 2009, Benedetto XVI.  È uno dei problemi dell’Africa: la difficoltà di liberarsi da regimi autocratici mascherati da democrazie. è stato così anche in Guinea Equatoriale dove il Papa è stato accolto dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. In carica da 46 anni, è il presidente che detiene il potere da maggiore tempo non solo in Africa ma nel mondo. Lui aveva accolto papa Wojtyla nel 1982.

Il vicepresidente della Guinea Equatoriale è Teodorine, uno dei figli, salito agli onori delle cronache per la sua passione per le auto, dalle Lamborghini alle Maserati, ma anche per processi in mezzo mondo nei quali è accusato di corruzione.

Visita Orfanatrofio a Yaoundé © Pool Aigav

Legittimazione dei regimi?

Il segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, monsignor Fortunatus Nwachukwu, nigeriano, conosce bene questa piaga: «Abbiamo avuto esempi di governi africani che hanno preso la situazione in mano e hanno iniziato a cambiare le cose nei propri Paesi. Mentre ci sono purtroppo dei governanti che gestiscono il loro potere con arroganza, e quasi applicano in forma inculturata le stesse prassi del colonialismo, adattandole al nepotismo e al tribalismo. Favoriscono le proprie famiglie, le proprie etnie, puntando a cancellare le altre».

E allora che cosa deve fare la Chiesa? Papa Leone XIV lo ha spiegato in maniera illuminante, facendo capire perché i pontefici, che hanno viaggiato nella storia, hanno voluto immergersi anche in queste situazioni. «La presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi, a volte abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno regimi autoritari, non sempre facciamo grandi proclami, criticando, giudicando o condannando, ma c’è molto lavoro da fare dietro le quinte», ha spiegato Leone rispondendo ai giornalisti che chiedevano se non ci fosse un rischio di legittimazione per questi personaggi.

Per il Papa anche questo è un modo per «applicare il Vangelo a situazioni concrete in modo che la vita delle persone possa essere migliorata».

E, infatti, papa Leone, come i suoi predecessori che sono stati in Africa, non ha fatto sconti a questi signori. È stato proprio in Camerun, di fronte all’inossidabile Biya che ha lanciato un appello chiaro, senza giri di parole: «La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia. È tempo di osare un esame di coscienza e un coraggioso salto di qualità», ha aggiunto, spiegando che «l’autorità pubblica è chiamata a essere ponte, mai fattore di divisione».

I due Camerun

Il Camerun, oltre alle disuguaglianze e alla corruzione, vive ancora oggi, sulla propria pelle, la guerra civile nella regione anglofona del Nord. Dal 2016 le richieste di questa parte del Paese sono finite in una guerra di secessione che ha prodotto migliaia di morti. Il Papa ha scelto di toccare con mano questa piaga e si è recato nell’epicentro del conflitto: Bamenda.

«È il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese – ha affermato -. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

Padre Chin Godlove della congregazione degli Scolopi auspica che la visita del Papa possa avere lasciato in quella terra la pace perché «ne abbiamo davvero molto bisogno».

La gente è provata ma felice: è difficile descrivere l’entusiasmo e la gioia di questo popolo che ha sentito arrivare una carezza e che soprattutto sa vivere una fede che si fa carne, tra preghiere, canti e balli. 

L’Angola, diamanti, petrolio e bidonville

Ragazze in attesa del Papa, alla messa di Kiamba, in Angola. © Manuela Tulli

Terza tappa del viaggio papale è stata Luanda, capitale dell’Angola, una delle città più moderne e costose dell’Africa. Come già succede in Camerun, anche qui la fede si vive con gioia. Seminari e conventi straboccano di vocazioni, ma la Chiesa non ha un compito facile, perché le disuguaglianze sono stridenti (vedi MC maggio 2026).

In Angola, nei giorni della visita del Papa, ovunque c’era gente in festa, i canali tv locali non trasmettevano altro che la visita del pontefice, i fedeli lo attendevano per ore sotto il sole. Al santuario mariano di Muxima, i giovani hanno piantato ovunque le tende. Sono rimasti lì per giorni per essere sicuri di potere vedere il Papa di Roma. Ed è proprio ai giovani che si è rivolto Leone affidando loro «un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà».

In un Paese, l’Angola, dalla bellezza struggente e dai grandi giacimenti di petrolio e diamanti, c’è chi si gode la «saint-tropez» africana, con i suoi lungomare pieni di locali alla moda, e chi non ha neanche l’acqua potabile. I grattacieli di Luanda a fatica riescono a nascondere le baracche di lamiera delle bidonville. Poi ci sono quelle nuove città «made in China», come Kilamba, a marcare la presenza di una potenza economica che vede nell’Africa una miniera senza fine dalla quale drenare risorse. In cambio, la potenza asiatica realizza qualche infrastruttura, una strada, un aeroporto, un quartiere residenziale, ma l’ombra di un nuovo modo di colonizzare è sempre più evidente.

E il Papa non poteva non lanciare un messaggio contro queste profonde disuguaglianze, tra le più ampie nell’Africa e nel mondo. «La storia del vostro Paese – ha detto in Angola -, le conseguenze [della guerra] ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli».

È possibile allora «costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione». E ha invitato tutti a «promettere» di adoperarsi «senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità». Parole, ma anche fatti, perché in ogni tappa papa Leone ha voluto avere almeno un incontro con gli emarginati: bambini orfani o abbandonati, anziani lasciati nelle case di cura perché considerati un peso per le famiglie o addirittura accusati di stregoneria, malati degli ospedali con problemi fisici o psichiatrici. E in ognuno di questi centri ha trovato suore, religiosi, volontari pronti a chinarsi sui dolori del mondo.

Fedeli durante la messa del Papa a Yaoundé, con la bandiera del Camerun. © Pool Aigav

La Guinea Equatoriale, diritti umani a rischio

Da Luanda il papa è volato a Malabo, in Guinea Equatoriale, tra foreste e villini coloniali. È uno dei Paesi più piccoli dell’Africa, sulla cartina appare squadrato, una forma frutto di confini tirati con il righello dai colonizzatori. La capitale, Malano, era sull’isola di Bioko, fino allo scorso gennaio, quando è stata trasferita alla nuova Ciudad de la paz, costruita da zero nella foresta della zona continentale. Nella «San Pietro» guineana, a Mongomo, una chiesa che con il suo porticato vuole ricordare proprio la basilica vaticana, papa Leone ha benedetto la prima pietra della cattedrale che verrà costruita nella nuova capitale.

Ma la benedizione è stata data soprattutto alla gente che vive ai margini. Uno dei momenti storici del viaggio resta la visita al carcere di Bata. «Non posso dimenticare ciò che è accaduto lì», ha detto in seguito papa Leone nell’udienza generale del 29 aprile.

Bata, sul litorale della Guinea Equatoriale, è un penitenziario noto alle associazioni umanitarie, a partire da Amnesty International, per le dure condizioni in cui versano i suoi detenuti. Questi, talvolta, vengono isolati dalle loro stesse famiglie e dagli avvocati.

Per l’arrivo del Papa tutto era lindo, le divise dei carcerati nuove, le pareti intonacate da poco. L’istituto penitenziario ha voluto mostrare il meglio di sé. Ma questo non ha sollevato Leone dal chiedere «rispetto per la dignità di tutti», «umanità» e una giustizia che non abbia come unico obiettivo quello di «punire» ma anche di offrire una nuova chance a chi ha sbagliato. Sono stato commoventi i giovani detenuti tutti schierati nel cortile: quasi tutti uomini, le donne sono una trentina sugli oltre seicento prigionieri totali. Capelli rasati, divise color arancio o verde oliva, a seconda della sezione di appartenenza. Hanno ballato davanti a Leone e cantato in spagnolo, lingua parlata solo in questo Paese in tutto il continente africano. Ma appena il Papa ha lasciato il carcere, scortato dalla sicurezza sotto un diluvio torrenziale, hanno sciolto le righe gridando a gran voce «libertà, libertà».

Papa Prevost sapeva di arrivare in una terra dove i diritti umani non sono pienamente rispettati. Ci sono le carceri, buchi neri, soprusi, ma c’è ancora una volta quella ricchezza distribuita troppo ingiustamente. «Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti», ha detto il pontefice nell’omelia della messa a Mongomo.

Ora, dopo il viaggio di papa Leone, restano tante sfide da affrontare. È ancora l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu a sintetizzare il quadro: «L’Africa è vista a livello internazionale o come un bambino in culla, al quale dare del latte per non farlo piangere, o come una miniera da depredare, o come una discarica in cui riversare ogni tipo di rifiuti. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare, anche all’interno della Chiesa», sottolinea. «L’Africa si trova in una situazione che non ha voluto, ma sta lavorando per reagire e risollevarsi. Il Signore è con l’Africa, il continente che Gesù ha di legato a sé fin da bambino e dove ha cercato rifugio quando era in pericolo».

Manuela Tulli

Guinea Equatoriale. Il campus universitario dedicato a papa Leone. © Pool Aigav



Africa. Leone XIV verso gli ultimi

Portare una carezza agli «ultimi» della terra, bambini, giovani, malati, anziani. Portarla alle persone che già vivono in terre piene di difficoltà e che, in più, hanno un vissuto di ulteriore sofferenza e rischiano di perdere la speranza.

Papa Leone XIV, nel suo recente viaggio in Africa, dal 13 al 23 aprile, ha voluto toccare con mano le sofferenze di quel popolo spesso abbandonato composto da orfani e disabili, fino agli anziani «parcheggiati» in strutture perché le famiglie non riescono, o non vogliono, occuparsene. E lo ha fatto in un contesto già difficile, segnato da povertà e ingiustizie, dove questa umanità appare ancora più ai margini.

Allo stesso tempo ha mostrato al mondo che ci sono persone, tra religiosi, suore, e volontari, che, con la loro opera quotidiana, sottolineano che non ci sono vite meno degne di altre. E, visitando diverse strutture che si prendono cura degli «ultimi», ha mostrato che ci può essere gioia e condivisione.

L’orfanotrofio in Camerun

A Yaoundé, in Camerun, il Papa ha visitato l’orfanotrofio Ngul Zamba (che tradotto significa «la forza di Dio») che accoglie bambini e giovani, una sessantina in tutto dai 3 ai 20 anni. C’è chi non ha più i genitori, chi invece è stato abbandonato, chi ha già incontrato, nella sua breve strada percorsa, droga o violenza.

Madre Régine Cyrille Ngono Bounoungou, superiora generale delle Figlie di Maria, congregazione in missione in otto Paesi dell’Africa, parla con una grande tenerezza di questi ragazzi fragili: «Questi volti sono per noi il riflesso più puro del Cristo sofferente e pieno di speranza».

E prima dell’abbraccio dei piccoli, il Papa ha rivolto a tutti parole di grande speranza: «Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro. Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto».

Dai bambini agli anziani in Angola

Dai bambini agli anziani. Quasi ogni giornata del lungo viaggio di Papa Leone XIV in Africa, in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, si è aperto o concluso con una tappa nei luoghi dove le condizioni sembrano, e sono, più difficili, ma dove non manca la gioia che nasce dalle piccole cose della vita quotidiana.

A Saurimo, in Angola, città rinomata per le sue miniere di diamanti, Leone XIV ha visitato il Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo, esempio virtuoso in un continente dove l’assistenza sociale fatica a trovare spazio nelle politiche, che accoglie circa sessanta uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Il Papa li ha incoraggiati sottolineando che «le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo. E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità».

L’ospedale psichiatrico in Guinea Equatoriale

A Malabo, in Guinea Equatoriale, Leone XIV ha invece varcato la soglia dell’ospedale psichiatrico Jean-Pierre Olie, situato nel distretto di Sampaka, nei pressi di Malabo, fino a gennaio di quest’anno capitale del Paese (lentamente si sta trasferendo il cuore dell’amministrazione alla nuova Ciudad de la paz).

Un ospite della struttura, Tarcisio, gli ha dedicato una poesia. Leone lo ha ringraziato aggiungendo: «In un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante ‘poesie’ nascoste, forse non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra di voi. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo».

Accoglienza in Algeria

È, infine, un ponte di dialogo tra le fedi l’attività caritativa della Chiesa in Algeria, paese al 99 per cento musulmano.

Nella città di Sant’Agostino, Ippona, oggi Annaba, Papa Leone ha visitato la Casa per Anziani delle Piccole sorelle dei poveri, un luogo di cura sulla collina di Lala Bouna, proprio accanto alla Basilica dedicata al santo riferimento del Papa agostiniano.
Guidata da suor Philomena Peter, la comunità si dedica agli anziani più bisognosi, tra i quali molti musulmani, restituendo loro dignità e offrendo amicizia senza alcuna distinzione di fede.
Durante la visita, Papa Leone XIV ha incontrato le suore, il personale e i quaranta ospiti per i quali questa casa è diventata «la loro famiglia».

Manuela Tulli




I perdenti 47.

I martiri d’Algeria

Testo di Don Mario Bandera


L’8 dicembre 2018, in Algeria a Orano nel santuario di Notre Dame di Santa Cruz,  avvenne la cerimonia di beatificazione di mons. Pierre Claverie. Con il Vescovo di Orano. Con lui venne ricordato anche Mohamed Bouchikhi, musulmano, suo autista e amico, entrambi uccisi in un agguato ordito dagli estremisti musulmani. Unitamente a loro vennero beatificati i sette monaci trappisti di Tibhirine e altri undici religiosi, tra i quali sei suore, uccisi in Algeria tra il 1994 e il 1996. Quello fu un evento straordinario nella storia della Chiesa Universale, infatti, fu la prima volta che dei martiri cristiani vennero elevati alla gloria degli altari in un paese musulmano con una celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Profondamente amati dal popolo algerino, è ancora oggi molto viva la memoria dei diciannove martiri cristiani uccisi negli anni tragici che insanguinarono il paese africano, in cui furono massacrati anche giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali e imam propensi al dialogo interreligioso. Della loro vicenda parliamo con mons. Pierre Lucien Claverie, nato ad Algeri nel 1938, frate domenicano e vescovo di Orano, ucciso il 1° agosto 1996.

Mons. Pierre, quale messaggio lasciano i martiri di Tibhirine?

Uno dei significati della loro vita e di conseguenza della loro beatificazione è che – come credenti – siamo chiamati ad accogliere le differenze: sociali, culturali e religiose, che gli altri portano in sé, anche se non condividono la nostra fede.

Però troppo spesso l’altro ci fa paura e si preferisce vivere tra quelli che ci assomigliano.

Penso che nel mondo di oggi la differenza ci sia donata per arricchirci, perché ci fa crescere nella nostra identità. Non ce la fa perdere ma ci permette di andare a fondo alle nostre radici, sia umane, sia culturali che religiose.

Chi erano i martiri di Tibhirine? C’è un filo rosso che li accomuna?

Erano religiosi che davano una profonda testimonianza di fede e svolgevano bene il loro compito nella società algerina, facendo parte integrante della Chiesa locale che è piccola, di sole tremila persone, e immersa in un paese al 99% musulmano. C’era da parte di tutti loro una dedizione al popolo algerino. Molti erano un punto di riferimento per il territorio in cui vivevano.

Erano rimasti presenti durante gli anni tragici in Algeria per tenere viva una flebile fiammella di speranza e di umanità. E per testimoniare fino alla fine la loro amicizia anzitutto con Gesù e quindi con la gente che viveva loro accanto.

Non erano però i soli in quel frangente a dare una vivida testimonianza di fede cristiana.

No, tra i martiri algerini di quegli anni ci sono anche sei religiose, sicuramente meno conosciute dei monaci di Tibhirine. C’erano sorelle che si dedicavano all’educazione delle ragazze con un centro di ricamo in una zona povera di Algeri, altre impegnate nel campo delle cure ai bambini disabili e altre ancora venivano incontro ai bisogni delle famiglie. Erano persone molto semplici che hanno vissuto nella quotidianità un rapporto con l’altro, l’altro musulmano, per tessere un dialogo che non era solo dialogo teologico, ma dialogo della vita, e così facendo, ci hanno dimostrano che vivere insieme, pur praticando fedi diverse, è una meta possibile.

Per questo erano amati anche dai musulmani. Come visse la comunità algerina la loro beatificazione?

Sicuramente erano costruttori di pace, persone che hanno avuto il coraggio e anche il desiderio di rimanere accanto al popolo algerino proprio quando questi attraversava una violenta tragedia. La beatificazione che si è tenuta ad Orano in Algeria, l’anno scorso, fu un evento unico nella storia della Chiesa sia per la Chiesa Universale che per quella algerina.

Questo evento dice molto della memoria ancora oggi ben viva di voi martiri d’Algeria.

Teniamo conto che circa il 65% della popolazione odierna algerina non era nato negli anni Novanta, però la loro storia è conosciuta. Per esempio, ad Orano dove io sono stato vescovo per 15 anni, è ancora molto forte la traccia che ho lasciato in città, perché cercavo di entrare in dialogo non solo con i cristiani, ma con tutti, con il mondo della cultura, dell’educazione, con i politici e con loro ho intrecciato legami di amicizia fortissimi.

E poi va detto che i monaci di Tibhirine erano una significativa presenza di dialogo, anche se vissuto in maniera silenziosa nelle montagne dell’Atlante algerino.

Oggi il loro monastero è diventato meta di pellegrinaggio per centinaia di persone e – cosa particolarmente significativa da segnalare – il 95% dei pellegrini che va a visitare il convento è musulmano.

La testimonianza di voi martiri dei nostri tempi fu e resta una provocazione alla società algerina e alla Chiesa Universale.

Oggi si vive in un clima di individualismo sfrenato che porta a mettersi sempre in mostra e a cercare innanzitutto il riconoscimento di se stessi nel rapporto con l’altro. I martiri, invece, provocano le coscienze proprio per la gratuità del servizio che prestavano dando interamente la loro vita agli altri, come un dono, coscienti dei rischi che correvano.

E se interrogano tutti con la loro morte, lo fanno ancora di più con il perdono che hanno donato.

Come si può perdonare qualcuno che ti vuole morto?

Il testamento di Christian de Chergé, superiore della comunità dei monaci di Tibhirine, è una pagina oggi molto sentita, uno dei testi più belli, densi e importanti della spiritualità del XX secolo. E in questo testo egli dà il perdono a chi lo avrebbe ucciso. Questi martiri hanno scelto di condividere fino alla morte la sorte del popolo algerino.

Nella vostra scelta di rimanere c’era anche la volontà di vivere il perdono nei confronti di chi vi avrebbe uccisi.

Siamo spesso chiamati testimoni della speranza, perché in mezzo a una guerra fratricida e a un mare di sangue che travolse l’Algeria, siamo stati una piccola fiamma di speranza, la speranza di una umanità migliore e di un futuro più giusto e fraterno.

 

Centocinquantamila morti ammazzati tra il 1992 e il 2001. L’Algeria, stretta nella morsa di una guerra civile tra islamisti ed esercito, ha visto cadere anche 19 religiosi cattolici, suore, consacrati, monaci, un vescovo. Vite innocenti stroncate dalla furia omicida che bollava umili religiose e uomini di preghiera con l’epiteto di «crociati». Niente di più falso: la vicenda della chiesa in Algeria è una delle pagine più evangeliche del Novecento. Una presenza semplice, spoglia, libera e fedele a Cristo, soprattutto durante il dramma del terrorismo islamista. Papa Francesco ha riconosciuto il martirio di questi «oscuri testimoni della speranza» elevandoli agli altari. Uomini e donne che, mentre intorno a loro migliaia di persone venivano massacrate, non sono fuggiti né si sono messi in salvo, ma hanno deciso di restare a fianco dei propri fratelli e sorelle a costo della vita. In questa scelta di libertà, raccontata anche nel celebre film «Uomini di Dio», si staglia la grandezza di questi religiosi, che avevano già donato la vita nel quotidiano. E perciò hanno accettato serenamente il rischio di una fine violenta, come testimonia il testamento spirituale di Christian de Chergé, superiore della comunità di Tibhirine. Questa stupefacente storia di fede e umanità continua a parlarci e a interrogarci ancora oggi con la forza inesauribile dei martiri di ogni epoca.

Mario Bandera


Per un approfondimento vedi


I martiri d’Algeria

L’8 maggio del 1994, nella biblioteca della diocesi di Algeri, nella casbah, vengono assassinati fratel Henri Vergès, fratello Marista, e suor Paul-Hélène Saint-Raymond delle Piccole Sorelle dell’Assunzione. Nel quartiere di Bab el-Oued, ad Algeri, suor Caridad Álvarez Martín e suor Ester Paniagua, agostiniane missionarie, spagnole, si stanno recando a messa quando sono uccise il 23 ottobre 1994.

Il 27 dicembre dello stesso anno a Tizi Ouzou, nella Cabilia, nella piccola comunità di Missionari d’Africa (meglio conosciuti come «Padri Bianchi») irrompe un gruppo di uomini armati. Immersi nelle loro attività quotidiane, muoiono i francesi padre Jean Chevillard, padre Alain Dieulangard, padre Christian Chessel e il belga padre Charles Deckers.

Stanno rientrando dopo essere state a messa suor Bibiane Leclerq e suor Angèle-Marie Littlejohn, missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, quando il 3 settembre 1995, ad Algeri, vengono trucidate.

Poco più di due mesi dopo, il 10 novembre, ad Algeri, un terrorista spara a suor Odette Prévost, piccola sorella del Sacro Cuore.

Rapiti la notte del 26 marzo 1996 nel loro monastero di Notre Dame de l’Atlas a Tibhirine, a una sessantina di km da Algeri, il 25 maggio, dopo due mesi di ricerche, vengono ritrovate solo le loro teste nei pressi di Medea. Sono: fratel Paul Favre-Miville, fratel Luc Dochier, p. Christophe Lebreton, fratel Michel Fleury, p. Bruno Lemarchand, p. Célestin Ringeard e p. Christian de Chergé. Vengono sepolti nel cimitero del loro monastero il 4 giugno.

L’ultimo dei martiri cristiani in Algeria è il vescovo di Orano mons. Pierre Claverie, religioso domenicano. Viene ucciso il 1° agosto 1996 da un’autobomba, insieme al suo autista e amico musulmano Mohammed Bouchikhi, davanti alla Curia della diocesi.

(adattato da www.vaticannews.va)

 




L’amicizia che rende santi


Nell’Algeria del decennio nero (1991-2002) della guerra civile, 19 religiose e religiosi vengono uccisi. Avevano deciso di rimanere al fianco degli amici algerini, per condividere con loro quel momento buio e animare la chiesa locale. Una presenza discreta ma efficace, nel quotidiano. Abbiamo chiesto al postulatore della causa di beatificazione l’attualità del messaggio dei martiri.

Nel decennio degli anni ‘90 in Algeria divampa la guerra civile. Gruppi islamisti, tra i quali il più feroce è il Gia (Gruppo islamico armato), compiono assalti e attentati a civili inermi, in un paese nel quale l’esercito ha preso il potere. Il conflitto causa 150mila morti. Tra loro vi sono 19 tra religiose, religiosi, monaci e un vescovo, uccisi tra il ’94 e il ‘96. I più noti sono i sette monaci trappisti di Tibhirine, rapiti e poi uccisi in circostanze non ancora totalmente chiarite.

Tutti i 19, uomini e donne, pur sapendo di rischiare la vita, invece di andarsene, preferiscono rimanere a fianco degli amici algerini, nel momento più buio della loro storia. Una scelta dunque, di donare la propria vita, già nel quotidiano, di non essere padroni della propria morte, come ricorda Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione, nel libro scritto con il giornalista Christophe Henning, e pubblicato per la Emi, «La nostra morte non ci appartiene. La storia dei 19 martiri d’Algeria». La causa di beatificazione, iniziata nel 2007, ha avuto un’accelerazione quando papa Francesco, il 26 gennaio 2018, ha indicato che sarebbero stati beatificati entro l’anno. E così l’8 dicembre scorso nel Santuario Notre-Dame de Santa Cruz di Oran sono stati proclamati beati. Incontriamo padre Thomas Georgeon, monaco trappista, durante la sua tournée in Italia, per parlare dei martiri.

(Photo by Billal Bensalem/NurPhoto)

Una storia che interessa

«Sto trovando molto interesse su questa vicenda nel vostro paese. La gente viene ad ascoltare. E poi ci sono tante domande in giro che si fanno sull’islam. È importante poter provare a spiegare qual era, e qual è, lo spirito della chiesa algerina. Nel libro parliamo di 19 martiri, però tanti altri membri della chiesa algerina hanno attraversato questo periodo drammatico che è stato il decennio nero in Algeria. Non sono stati uccisi, ma hanno vissuto la stessa esperienza interiore, con la scelta di rimanere quando molti spingevano affinché lasciassero il paese, compresa la Santa Sede. A un certo punto è infatti stato chiaro che la chiesa era nel mirino dei fanatici».

Incontro con padre Thomas Georgeon, trappista, durante la presentazione del libro sui martiri di Algeria e Tibhirine a Torino (foto Gigi Anataloni)

Padre Georgeon, come spiega questo interesse?

«Uno dei motivi dell’interesse è il film “Uomini di Dio” (del regista Xavier Beauvois, sui monaci di

Tibhrine, ndr), che è stato un successo. Devo ammettere che sia il nostro ordine, sia le famiglie dei monaci, non abbiamo voluto aiutare quest’opera, perché ci siamo detti: “Cosa uscirà da un film?”. La loro vita non era un romanzo. Il regista non è una persona di fede. Alla fine, però, al contrario, come ha detto il regista, anche gli attori sono stati toccati dalla grazia per realizzare questa pellicola, che ha permesso una diffusione importante del messaggio e della vita dei martiri. Qui in Italia si conoscono soprattutto i monaci di Tibhirine. Abbiamo scritto il libro per ricordare che la beatificazione riguarda 19 persone, tra cui ci sono suore sconosciute che hanno fatto un lavoro splendido di convivenza e amicizia con il popolo algerino».

I giovani tendono ad allontanarsi dalla chiesa e dalla fede in generale, mentre si è appena svolto il sinodo per loro. Secondo lei quale può essere il messaggio dei martiri?

«I messaggi sono due. Il primo è il dono dell’alterità. In un mondo in cui l’individualismo sfrenato ci penetra da tutte le parti, i martiri hanno vissuto l’opposto, rimanendo sempre aperti sulla differenza dell’altro. Cerchiamo di arricchirci della differenza. Spesso la differenza ci fa paura. L’altro la pensa diversamente da me, questo a volte ci fa costruire delle barriere tra di noi. Mentre i martiri ci spingono a uscire dai nostri circoli. È facile rimanere in amicizia con chi mi assomiglia. Più difficile fare amicizia con chi vive una diversità di vita, di fede. Loro ci sono riusciti, hanno vissuto un legame di amicizia profonda con credenti di un’altra religione.

Un secondo insegnamento è il dono della la propria vita. Non tutti siamo chiamati a essere missionari, religiosi o cose del genere, però tutti siamo chiamati alla santità. E dobbiamo porci la domanda: vogliamo diventare santi? E non si tratta di una santità da eroi o grandi personaggi, con fenomeni mistici, o da gente che ha scritto cose importanti. È una santità ordinaria, come dice l’esortazione apostolica di papa Francesco sulla santità (Gaudete et Exsultate). Questi martiri ci mostrano la santità della porta accanto alla nostra, molto vicina, nella mitezza, in una vita semplice, umile. E penso che per i giovani il messaggio possa essere: “Come vivere la propria vita come un dono”. Per vivere il mio dono, qualunque sia, devo andare fino in fondo. Nel mondo di oggi i valori cristiani non sono molto di moda e ci vuole una bella perseveranza, una fedeltà molto forte in un contesto in cui tutto va in un’altra direzione.

Il messaggio è quindi di rimanere forti nella fede e non essere ignoranti dell’altro quando egli è diverso. C’è una grande ignoranza tra cristiani e musulmani: non conosciamo bene la loro fede e loro non ci conoscono. In un’epoca in cui siamo tutti in comunicazione con i social, non basta.

Prendo l’esempio di Facebook: scelgo i miei amici e posso buttare via chi non mi piace più. Ma nella vita non è così. Se vivessi così, mi mancherebbe qualcosa. Rimango in un piccolo giro, con persone che mi assomigliano, ma è un cammino di crescita? Piuttosto l’alterità è un cammino di crescita. Guardiamo l’atteggiamento di Gesù nei Vangeli, penso a quello di Giovanni, il modo in cui Gesù va incontro alle persone, non è un messaggio che s’impone, ma c’è, innanzi tutto una relazione che bisogna tessere piano piano, nel quotidiano. Una cosa abbastanza semplice».

I messaggi che si stanno veicolando in Europa e in Usa sono piuttosto quelli della xenofobia, della costruzione di muri per paura dell’altro, dello straniero. Come ci possono aiutare le storie dei 19 martiri?

«Essendo ignoranti di quello che l’altro è, cadiamo facilmente nella paura, quindi ci fermiamo e ci rinchiudiamo e vogliamo costruire delle mura per essere circondati e protetti.

Nella storia dell’umanità, quando i paesi hanno provato a vivere così, a un certo momento sono crollati. L’altro, nella sua diversità, mi aiuta a capire qual è la mia identità, chi sono io, e mi aiuta anche a crescere nella mia fede, a radicarmi. Quando s’incontra qualcuno che ha una fede diversa non si tratta di diventare un altro, si tratta di vedere nell’altro ciò che mi può arricchire nella mia identità e nella mia fede cristiana. È una chiamata a conoscere bene e integrare bene cos’è la fede cristiana, e qual è il messaggio che Gesù ci ha lasciato. Questo è un cammino che ci porta a non costruire barriere tra di noi perché Gesù ci ha chiamati ad amarci gli uni gli altri e ci ha chiesto di amare i nostri nemici. Oggi viviamo in un mondo in cui i politici provano a chiudere le frontiere. Anche nella realtà cattolica avviene questo: alcuni credenti preferiscono rimanere tra di loro. Al contrario, cosa ci chiede il papa dall’inizio del suo pontificato? Di uscire dalle nostre chiese e andare incontro agli altri, andare nelle periferie. Questi martiri hanno vissuto il pontificato di papa Francesco con 20 anni di anticipo».

Guardando all’Africa, vediamo alcuni paesi a maggioranza islamica nei quali la chiesa sta soffrendo. Penso a Niger, Mali, Burkina Faso. Che paragone si può fare con l’Algeria di quegli anni?

«In Algeria era una guerra civile. La chiesa non è mai stata perseguitata, ha sempre fatto parte della società algerina. C’è stato un cambiamento notevole dopo la guerra d’indipendenza (1954-1962, ndr), perché molti cristiani andarono via, lasciando chiese, centri diocesani, opere di carità.

Poi, sotto l’impulso del cardinale Léon-Etienne Duval, la chiesa cattolica decise di diventare una chiesa algerina. L’intuizione del cardinale Duval è stata quella di dire: «Dobbiamo diventare una chiesa dell’amicizia, dell’incontro». I cattolici erano presenti in ambiti che andavano incontro ai bisogni degli algerini, come quello educativo, sociale, sanitario. Anche negli anni ’90 la posizione della chiesa è stata bella, perché durante quel periodo tragico sarebbe stato più facile andarsene, ma molti hanno fatto la scelta di restare, facendo questo cammino interiore, un discernimento per decidere di rimanere fedeli a Cristo, al Vangelo, ma anche all’amato popolo algerino. La chiesa in tanti paesi oggi è una presenza ospite, non più trionfale: una realtà piccola, umile, però sempre aperta. Ma per dialogare bisogna essere in due: o ci troviamo di fronte a persone che hanno il desiderio della condivisione e della costruzione di una fraternità universale, come diceva il padre Charles de Foucauld, oppure ci troviamo di fronte a persone che non vogliono vederci, sentirci, amarci, e che fanno di tutto per farci andare via».

Qual è oggi il senso di vivere come cristiani in terra islamica?

«Può essere diverso a seconda dei paesi. È diverso in Iraq, Siria, dove c’è una persecuzione. C’è gente che vuole azzerare le differenze e tutto deve sparire. Lo abbiamo visto con le statue giganti e le chiese distrutte. Un azzeramento delle diversità.

Inoltre è difficile parlare di un islam, in quanto ci sono tante correnti diverse. Ci sono correnti che non vogliono sentire parlare di violenza e provano a vivere un legame di amicizia con chi è diverso. E ci sono anche i fanatici.

Ammazzano in nome di Dio, ma che Dio portano dentro? Lo fanno davvero in nome della religione o ci sono altri motivi? Nell’islam spesso c’è un misto tra potere temporale e spirituale. In Europa adesso questa commistione non c’è più, ma in passato non è stato così, come ai tempi dei crociati.

Ha un senso essere missionari in questi paesi e portare le presenza di Gesù Cristo in mezzo a popoli diversi, per essere portatori di speranza, in un mondo che non vive nella speranza, ma fa fatica a vedere una via d’uscita. Poi c’è il senso dell’accoglienza che fa parte della fede cristiana, entrare nel volto dell’altro che è un pezzo del volto di Cristo; il prendersi cura delle persone. Tanti missionari hanno dato la loro vita fino in fondo, per rimanere fedeli al popolo a cui erano stati inviati».

Il processo di beatificazione dei 19 martiri è stato piuttosto rapido.

«La rapidità della procedura è significativa. Da parte della Santa Sede c’era il desiderio di mandare avanti la cosa, perché queste storie ci portano su una via diversa da quello che è il dialogo interreligioso. Piuttosto una condivisione di vita, non grandi discorsi teologici. Esperienze semplici e legami di amicizia che si possono tessere nel quotidiano. La causa di beatificazione è stata voluta anche da papa Francesco, ma fin dall’inizio i papi hanno contribuito non poco a diffondere il messaggio. In prima linea c’è stato papa Giovanni Paolo II, che ne ha parlato a lungo durante il suo pontificato e ha fatto rappresentare il priore dei monaci, padre Christian De Chergé su un mosaico nella cappella Redemptoris Mater che è quella del papa in Vaticano. Lo ha fatto fare nel 2000, meno di quattro anni dalla loro morte. Poteva essere rischioso, essere intesa come provocazione. Lui ha deciso di rappresentare questa presenza della chiesa nel mondo musulmano».

 


Padre Thomas Georgeon è monaco trappista dal 1994. Ha fatto parte del gruppo di trappisti che nel 1998 è tornato in Algeria a quattro anni dal martirio dei sette confratelli, per verificare se c’erano le condizioni per riprendere la vita monastica nel paese. Ma i tempi non erano ancora maturi e l’esperienza si è chiusa nel 2000.

Intanto padre Georgeon ha avuto altri incarichi per il suo ordine, compresa una permanenza di otto anni in Italia. Nel 2013 è diventato postulatore per la causa di beatificazione dei 19 martiri. «Quando mi è stato chiesto dall’arcivescovo di Algeri di essere postulatore mi sono ricordato le parole dell’abate che aveva seguito il tentativo di reinserimento in Algeria. Al mio ritiro, per vari motivi, mi aveva detto: “Vedrai che il tuo dono per l’Algeria e la chiesa algerina un giorno prenderà un’altra forma, che oggi non conosci”».

Marco Bello




Algeria: Il metano non dà una mano


Lo sfruttamento spregiudicato del gas

L’Algeria, paese grande produttore di gas, è strategica per l’Europa a causa della sua posizione. Ma lo sfruttamento avviene sempre più con tecniche ad alto impatto ambientale e sociale. È un capitalismo basato sull’estrazione che crea povertà e dipendenza. E la popolazione tenta di ribellarsi. Mentre l’Unione europea resta a guardare.

Hassi R’Mel è la riserva più grande di gas naturale in Algeria, nel centro Nord del paese1. Scoperta nel 1956, insieme al grande campo petrolifero di Hassi Messaoud, è sotto il controllo dell’impresa nazionale Sonatrach. La sua attività di estrazione inizia nel 1961 e già dal 1964 fa dell’Algeria il primo paese esportatore di gas naturale liquefatto (o liquefied natural gas – Lng) verso Marocco, Tunisia, Spagna, Portogallo, Italia. Nel 2011 e 2012 questa energy town è scenario di mobilitazioni sindacali molto forti, sia per le condizioni del lavoro sia in protesta contro il clientelismo e la corruzione.

Una polveriera minacciosa

Negli ultimi anni, i movimenti popolari a cui abbiamo assistito nel Sahara sono in buona parte una insurrezione contro gli effetti del capitalismo fossile, dell’estrattivismo e della sua logica di creazione di povertà e dipendenza. Se si dà un’occhiata alle città del Nord e poi a quelle del Sud dell’Algeria, non si può rimanere indifferenti di fronte al contrasto in termini di disparità di investimenti e servizi, con il Sud abbandonato a se stesso nonostante i giacimenti più fruttuosi si trovino nel suo territorio.

Tuttavia, a differenza di altri paesi come la Tunisia o l’Egitto, l’Algeria non ha visto il crescere di movimenti forti e articolati di opposizione politica.

Probabilmente la memoria della guerra civile che ha seguito il golpe militare degli anni ’90 è ancora molto forte. Una guerra che ha lasciato la popolazione traumatizzata e meno incline a criticare un regime che ha messo fine all’islamismo radicale, seppur a costo di migliaia di vite. In ogni caso il paese sembra avere tutti gli ingredienti di una minacciosa polveriera: autoritarismo, sviluppo diseguale, violazione di diritti umani, una gioventù con educazione (sovvenzionata dalla rendita del petrolio e del gas) ma senza prospettive nel paese, una élite dirigente clientelare e corrotta.

La guerra civile è stata inoltre accompagnata da una campagna di liberalizzazione economica promossa da Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca mondiale (Bm). Per ottenere maggior credito internazionale, il governo algerino ha aperto zone economiche speciali intorno ai campi di estrazione di gas e petrolio. E grazie a queste manovre, imprese come la britannica British Petroleum (Bp), la francese Total, la statunitense Arco, hanno firmato contratti trentennali per lo sfruttamento degli idrocarburi. In nome della sicurezza energetica dei paesi importatori e di quella finanziaria degli investitori, la stabilità del paese non ha prezzo. E se per tal fine è necessaria la militarizzazione e un repressivo apparato di polizia e di intelligence, l’Unione europea non dice nulla.

La benedizione della ricchezza di idrocarburi si è rivelata una maledizione per il paese, ciò che viene chiamata Resource curse (maledizione delle risorse o anche paradosso dell’abbondanza). L’Algeria ha da allora vissuto problemi strutturali gravi, quali altissimi livelli di corruzione, la delicata dipendenza dalle esportazioni, la deindustrializzazione e il disinteresse nel settore agricolo.

Ambiente addio

Ad Hassi R’Mel, scioperi della fame, blocchi stradali e boicottaggi hanno cercato di mettere in luce e denunciare le condizioni di sicurezza del lavoro, salari da fame, favoritismi clientelari e la precarietà dei contratti che portavano spesso a lunghi periodi di disoccupazione. Ai lavoratori di Hassi R’Mel hanno immediatamente fatto eco quelli di Ouargla, forse la più grande energy town oggi in Algeria. Qui, nel 2012, pochi mesi dopo le prime manifestazioni della Primavera araba, la popolazione è scesa nelle strade per denunciare l’emarginazione economica e la mancanza di infrastrutture adeguate per uno sviluppo regionale, nonostante le attività di estrazione di petrolio e gas. Nel 2013, è stato annunciato a Ouargla il primo progetto di sfruttamento di gas secondo la tecnica della fratturazione idraulica2 (fracking), da parte della Total (il fracking è proibito in Francia per l’alto impatto ambientale e sociale, ma viene promosso altrove dalle imprese francesi e molto utilizzato negli Usa), e la popolazione ha cominciato a denunciare gli effetti negativi sui campi e l’inquinamento delle acque. Nel centro della cittadina, al lato del mercato, è stata eretta una tenda da campeggio con un cartello che recita: «La gente ha decretato una moratoria al fracking». Si è creato il Comitato nazionale per al Difesa dei diritti dei disoccupati (Cnddc, nel suo acronimo francese) che mobilita decine di migliaia di persone in Ouargla ma anche in altre località che affrontano vulnerabilità e disoccupazione. Gli attivisti algerini ricordano come nel 1960-61 (prima dell’indipendenza del 1962) la Francia avesse usato Reggane, località nel Sahara algerino, per quattro esperimenti nucleari, i cui effetti sulla salute si percepiscono ancora oggi. Sul fracking, dunque, lo slogan recita «L’Algérie n’est pas une terre d’essais et d’expérimentation pour le gaz de schist» (L’Algeria non è un banco di prova e sperimentazione per il gas di scisto3). Tuttavia, non hanno ricevuto alcuna risposta concreta.

Realpolitik energetica

E ciò non stupisce se si dà un’occhiata alla politica energetica dell’Algeria e al suo commercio estero. Il settore degli idrocarburi rappresenta circa il 60% delle entrate del bilancio totale del paese, quasi il 30% del Pil, e più del 97% provengono dall’export. Per le autorità algerine è di grande importanza mantenere una buona reputazione: essere un fornitore stabile di un prodotto di buona qualità, che garantisce una fornitura continua e senza interruzioni. L’Algeria è in un’ottima posizione geografica e politica per rispondere alla crescente domanda dell’Unione europea (Ue), con la quale è ben collegata con linee di trasporto marittimo in navi cisterna e gasdotti.

Le riserve algerine ammontano a 4,5 miliardi di metri cubi, cosa che mette il paese all’undicesima posizione a livello mondiale e alla seconda in Africa, dopo la Nigeria. Si stima che l’Algeria abbia le riserve di gas di scisto più grandi del mondo.

Più del 90% del gas algerino trasportato in gasdotti va a stati europei, soprattutto Spagna (34%) e Italia (27%), il resto a Marocco e Tunisia come tassazione per il trasporto sul loro territorio. Delle esportazioni come gas liquefatto (Lng), la maggior parte va a Francia (34%), Turchia (23%), Spagna (23%), Italia (9%), Grecia (6%).

Per farsi un’idea dell’importanza della dipendenza dal gas algerino, ricordiamo ancora che rappresenta una buona fetta della domanda domestica di Italia (30%), Spagna (40%) e quasi la metà di quella della Tunisia.

Sicurezza energetica e democrazie

A causa della diminuzione delle riserve nel Mare del Nord e della crisi in Ucraina, l’Unione europea ha stabilito come priorità strategica la diversificazione energetica, all’interno dell’ampio progetto dell’Unione energetica europea (cfr. MC gennaio-febbraio 2017). Tuttavia, la pianificazione gasistica si basa su delle stime al rialzo per quanto riguarda i consumi (che sono in realtà in diminuzione dal 2010 a causa della crisi finanziaria e produttiva ma anche dell’uso di altre fonti). In questo modo vengono costruite infrastrutture con garanzie e fondi pubblici, che poi rimangono sottoutilizzate. D’altro canto, la diversificazione avviene in termini di paesi di origine del gas, ma non discute strade possibili per la promozione di altre fonti o altri tipi di gestione (più comunitaria, democratica, a piccola scala ad esempio).

Nel luglio del 2013 è stato firmato un importante accordo per la cooperazione tra Ue e Algeria, rappresentati dall’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e dal primo ministro algerino, Abdelmalek Sellal. Si è sancita così una promettente cooperazione sulle riforme democratiche e sulle politiche di sviluppo. A livello interno in Algeria si è promosso, nella totale opacità, la legge sugli idrocarburi, volta ad attrarre e proteggere investimenti stranieri.

Allo stesso tempo, da parte dell’Unione europea, si continua a mantenere il silenzio in materia di restrizioni delle libertà personali, delle minacce contro attivisti politici, violazioni di diritti umani, contaminazione ambientale, o riguardo la corruzione altissima all’interno della classe dirigente. La sicurezza energetica dell’Unione europea, con il beneplacido delle sue lobby dell’industria delle armi e delle grandi imprese energetiche, resta assicurata.

Ma per gli algerini, la dipendenza dall’esportazione del gas si presenta come un’altra preoccupante forma di accaparramento delle risorse, in cui i benefici derivanti dalla rendita sono concessi alla popolazione attraverso politiche assistenzialistiche, parziali e clientelari.

Manifestazioni anti fracking

Nel 2014 le autorità algerine annunciano la perforazione di pozzi di gas di scisto anche a In Salah, un paesino-oasi nel centro del deserto algerino e sede della potente joint venture tra Bp, Statornil e Sonatrach. Decine di migliaia di algerini manifestano a partire dall’inizio del 2015 in tutto il paese (Salah, Tamanrasset, Ouargla, Ghardaia, Illizi, Adrar, Timimoun, Bordj Baji Mokhtar, Argel, Ain Beida, Oum El Bouaghi, Bejaia e Oran). Il livello delle proteste coglie di sorpresa il governo che comincia a temere per i piani di Total e Shell per il fracking.

Si tollerano diverse marce e proteste pacifiche, fino a quando sabato 17 gennaio 2015 decine di persone sono arrestate ad Algeri per una manifestazione di solidarietà. Le violenze di tale operazione scatenano un’ondata di protesta, che dura più di cinque mesi. Il popolo richiede la sospensione di qualsiasi attività di fracking e l’apertura di un dialogo a livello nazionale, che era mancato nel processo di approvazione della Legge sugli idrocarburi del 2013.

Rapporti pericolosi

L’Algeria non è l’unico regime violento con il quale l’Unione europea coltiva rapporti d’amicizia in nome della sua sicurezza energetica. La politica estera comunitaria infatti vede anche controversi rapporti con paesi dove l’Indice di sviluppo umano (Isv) è particolarmente basso, dovuto a ragioni simili all’Algeria, tra cui Tanzania, Nigeria e Mozambico. Con paesi i cui governi sono considerati autoritari (Algeria, Angola, Russia, Qatar, Egitto, Azerbaijan, Libia, Iran, Turkmenistan), con paesi che presentano grande conflittualità interna (Libia, Russia, Iraq e Egitto), con corruzione endemica (Angola, Iraq, Libia, Turkmenistan, Nigeria) e forti disuguaglianze in termini di distribuzione della ricchezza (Nigeria, Usa, Mozambico e Angola).

La diversificazione promossa dalla politica energetica comune cerca inoltre solo un ampio ventaglio di origini degli idrocarburi, ma non pone in discussione il loro utilizzo e non propone politiche chiare per una transizione a energie rinnovabili e su basi democratiche.

La responsabilità dell’Unione europea verso la popolazione algerina e del progetto dell’Unione energetica verso il resto dei paesi di esportazione è enorme. Promuovere il gas come «combustibile della transizione», ma non fare niente per discutere verso cosa si vuole transitare è una contraddizione in termini. Pianificare l’infrastruttura gasistica sulla base di ottimistici calcoli al rialzo rispetto alle riserve e poi accettare qualsiasi condizione per mettere mano a esse è una strategia connivente con i regimi dei paesi produttori.

Daniela Del Bene
Coeditrice di Ejatlas

Note

1- Questo articolo si basa principalmente sul rapporto Colonialismo Energético: el acaparamiento del gas de la Ue en Argelia preparato da Hamza Hamouchene del Algeria Solidarity Collective e Alfons Perez del Observatori del Deute en la Globalització, 2016, Barcelona. Il rapporto è scaricabile al seguente link: http://www.odg.cat/es/publication/colonialismo-energetico-acaparamiento-gas-UE-argeli.

2- Fratturazione idraulica o fracking è una tecnica che consiste nell’utilizzo della pressione di un fluido per creare una frattura in uno strato roccioso del sottosuolo. Il fracking è utilizzato anche per estrarre petrolio e gas con costi ambientali molto elevati.

3- Gas di scisto è il termine improprio utilizzato per il «gas da argille», ovvero gas metano estratto da giacimenti non convenzionali, gas intrappolato nella microporosità della roccia. Per l’estrazione sono necessari trattamenti ad alto impatto ambientale, come il fracking che può anche dare origine a terremoti. È una tecnica molto utilizzata negli Usa.