Africa-Usa. I dati sanitari, nuovo colonialismo

Declinare l’America first global health strategy – la strategia sanitaria annunciata nel settembre 2025 dal governo di Donald Trump – nel continente africano si sta rivelando più complicato del previsto.

Superato il multilateralismo – con la chiusura di Usaid, l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo, e l’annuncio dell’uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità -, gli Stati Uniti stanno puntando su accordi bilaterali con diversi Paesi africani. In cambio di aiuti per la sanità locale, queste intese impongono ai beneficiari la condivisione di dati sensibili e cartelle cliniche, senza il consenso dei pazienti.

Di fatto, è una nuova frontiera del neocolonialismo statunitense in Africa: non sono solo le risorse naturali ad attirare lo sguardo di Donald Trump, ma anche il patrimonio sanitario di un continente in rapida crescita demografica. Per le ricerca delle aziende farmaceutiche poter mettere le mani su queste informazioni è un vantaggio competitivo enorme.

Il contenuto degli accordi

A oggi, gli Stati Uniti hanno siglato circa trenta accordi. Secondo le dichiarazioni ufficiali del governo Trump, queste intese – spesso della durata quinquennale e i cui testi raramente sono pubblici – mirano a «proteggere il popolo statunitense dalle minacce delle malattie infettive», concentrandosi su quelle più diffuse e «pericolose» per gli Stati Uniti: Hiv/Aids, malaria e tubercolosi. Ma, con l’obiettivo di tutelare i cittadini statunitensi, spesso non viene fatta una reale valutazione delle priorità e delle sfide sanitarie locali.

Inoltre, gli accordi puntano anche a «porre fine alla dipendenza a tempo indeterminato [dei Paesi africani, ndr] dai contribuenti statunitensi». Secondo Washington, infatti, tra il 2001 e il 2024, sono stati investiti oltre 175 miliardi di dollari in aiuti sanitari, ma con pochi successi. Ora, il supporto finanziario statunitense è vincolato al raggiungimento di specifici obiettivi ed è destinato a ridursi gradualmente nel tempo.

In più, condizione imprescindibile è che i Paesi beneficiari contribuiscano economicamente, aumentando pian piano la propria spesa. In totale, il Dipartimento di Stato ha calcolato che il valore complessivo degli accordi siglati sinora è di 20,6 miliardi di dollari (di cui 12,8 forniti da Washington e 7,8 dai beneficiari).

Ma, nel frattempo, in cambio dei fondi, gli Stati Uniti chiedono qualcosa di molto prezioso per la ricerca delle proprie aziende farmaceutiche: le cartelle cliniche dei pazienti africani.

Tra rifiuti e cause giudiziarie

Proprio l’obbligo di condivisione dei dati personali, senza garanzie sull’accesso a vaccini e trattamenti derivati, ha spinto lo Zimbabwe a rifiutare a febbraio un accordo quinquennale dal valore complessivo di 367 milioni di dollari. Nel definirlo «sbilanciato», il presidente Emmerson Mnangagwa ha sottolineato che il dialogo resta aperto. Ma unicamente con l’obiettivo di garantire la sostenibilità della lotta all’Hiv/Aids, la cui prosecuzione è in difficoltà dopo la fine del Pepfar (il programma creato dagli Stati Uniti per contrastare la malattia). Trasformare dati e risorse sanitarie in una leva negoziale è invece fuori discussione.

Anche in Kenya – il primo Stato africano a firmare un accordo sanitario con Washington a dicembre 2025 – la Consumer federation of Kenya (associazione indipendente per la protezione dei consumatori) ha denunciato la violazione della privacy dei pazienti locali. Sottolineando che «l’accordo non rispetta la Costituzione e la legge sulla salute e minaccia la riservatezza dei dati medici dei kenyani», l’associazione ha portato l’intesa davanti all’Alta corte, ottenendone la sospensione.

Se lo Zambia ha rifiutato parte dell’accordo, senza però aver ancora preso una decisione finale, il Ghana ha già rigettato l’intesa. I negoziati tra Accra e Washington erano iniziati a novembre e prevedevano la fornitura di 109 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti, mentre non era chiara la cifra di cofinanziamento ghanese. Ma, ancora una volta, a far fallire l’intesa è stato il rifiuto del Ghana a condividere dati sensibili.

Nuovo neocolonialismo

Alcuni Paesi come il Senegal hanno siglato accordi che non prevedono la violazione della privacy dei pazienti. Ma non tutti gli Stati – soprattutto se agiscono individualmente – hanno la stessa forza negoziale di fronte a una potenza come gli Stati Uniti. Mentre per i colossi farmaceutici, intenzionati ad acquisire un vantaggio competitivo nei confronti di europei e asiatici, le informazioni sanitarie del continente sono particolarmente preziose.

Ma intanto che gli Stati Uniti esplorano questa nuova forma di neocolonialismo, alcuni Paesi come lo Zambia, nonostante le difficoltà, cercano di sviluppare autonomamente dei sistemi sanitari sostenibili e resilienti. Così da ridurre il più possibile il rischio di trovarsi imbrigliati in nuove forme di ricatto.

Aurora Guainazzi




Africa. Leone XIV verso gli ultimi

Portare una carezza agli «ultimi» della terra, bambini, giovani, malati, anziani. Portarla alle persone che già vivono in terre piene di difficoltà e che, in più, hanno un vissuto di ulteriore sofferenza e rischiano di perdere la speranza.

Papa Leone XIV, nel suo recente viaggio in Africa, dal 13 al 23 aprile, ha voluto toccare con mano le sofferenze di quel popolo spesso abbandonato composto da orfani e disabili, fino agli anziani «parcheggiati» in strutture perché le famiglie non riescono, o non vogliono, occuparsene. E lo ha fatto in un contesto già difficile, segnato da povertà e ingiustizie, dove questa umanità appare ancora più ai margini.

Allo stesso tempo ha mostrato al mondo che ci sono persone, tra religiosi, suore, e volontari, che, con la loro opera quotidiana, sottolineano che non ci sono vite meno degne di altre. E, visitando diverse strutture che si prendono cura degli «ultimi», ha mostrato che ci può essere gioia e condivisione.

L’orfanotrofio in Camerun

A Yaoundé, in Camerun, il Papa ha visitato l’orfanotrofio Ngul Zamba (che tradotto significa «la forza di Dio») che accoglie bambini e giovani, una sessantina in tutto dai 3 ai 20 anni. C’è chi non ha più i genitori, chi invece è stato abbandonato, chi ha già incontrato, nella sua breve strada percorsa, droga o violenza.

Madre Régine Cyrille Ngono Bounoungou, superiora generale delle Figlie di Maria, congregazione in missione in otto Paesi dell’Africa, parla con una grande tenerezza di questi ragazzi fragili: «Questi volti sono per noi il riflesso più puro del Cristo sofferente e pieno di speranza».

E prima dell’abbraccio dei piccoli, il Papa ha rivolto a tutti parole di grande speranza: «Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro. Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto».

Dai bambini agli anziani in Angola

Dai bambini agli anziani. Quasi ogni giornata del lungo viaggio di Papa Leone XIV in Africa, in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, si è aperto o concluso con una tappa nei luoghi dove le condizioni sembrano, e sono, più difficili, ma dove non manca la gioia che nasce dalle piccole cose della vita quotidiana.

A Saurimo, in Angola, città rinomata per le sue miniere di diamanti, Leone XIV ha visitato il Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo, esempio virtuoso in un continente dove l’assistenza sociale fatica a trovare spazio nelle politiche, che accoglie circa sessanta uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Il Papa li ha incoraggiati sottolineando che «le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo. E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità».

L’ospedale psichiatrico in Guinea Equatoriale

A Malabo, in Guinea Equatoriale, Leone XIV ha invece varcato la soglia dell’ospedale psichiatrico Jean-Pierre Olie, situato nel distretto di Sampaka, nei pressi di Malabo, fino a gennaio di quest’anno capitale del Paese (lentamente si sta trasferendo il cuore dell’amministrazione alla nuova Ciudad de la paz).

Un ospite della struttura, Tarcisio, gli ha dedicato una poesia. Leone lo ha ringraziato aggiungendo: «In un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante ‘poesie’ nascoste, forse non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra di voi. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo».

Accoglienza in Algeria

È, infine, un ponte di dialogo tra le fedi l’attività caritativa della Chiesa in Algeria, paese al 99 per cento musulmano.

Nella città di Sant’Agostino, Ippona, oggi Annaba, Papa Leone ha visitato la Casa per Anziani delle Piccole sorelle dei poveri, un luogo di cura sulla collina di Lala Bouna, proprio accanto alla Basilica dedicata al santo riferimento del Papa agostiniano.
Guidata da suor Philomena Peter, la comunità si dedica agli anziani più bisognosi, tra i quali molti musulmani, restituendo loro dignità e offrendo amicizia senza alcuna distinzione di fede.
Durante la visita, Papa Leone XIV ha incontrato le suore, il personale e i quaranta ospiti per i quali questa casa è diventata «la loro famiglia».

Manuela Tulli




La Gen Z scende in piazza

Sommario

Supporters of ACT-Wazalendo (Alliance for Change and Transparency) party march during a protest in Kigoma – Tanzania,on October 30, 2025 (Photo by AFP)

Quando a insorgere è un continente

I movimenti di protesta dei giovani africani

Negli ultimi due anni, numerose manifestazioni hanno attraversato il continente africano. A scendere in piazza sono soprattutto i giovani della «Generazione Z». Il divario con le élite al potere è enorme. Ma le rivolte mostrano dei limiti.

A giugno 2024, le strade del Kenya si sono riempite di giovani in protesta contro la nuova legge finanziaria, voluta dal presidente William Ruto. Pochi mesi prima, in Senegal, i manifestanti – che chiedevano il rispetto delle regole democratiche e la liberazione dei leader dell’opposizione, in carcere con accuse pretestuose – erano stati repressi per giorni dalle forze dell’ordine.

Alla fine dell’estate di quell’anno, sono insorti i giovani nigeriani: con lo slogan #EndBadGovernanceInNigeria hanno denunciato corruzione, scarsa governance e crescente costo della vita. Nel frattempo, in Uganda, il tentativo di opporsi al regime quarantennale di Yoweri Museveni è stato silenziato con ondate di arresti e detenzioni. L’autunno del 2024 ha visto sollevarsi il Mozambico, i cui cittadini – incitati dal principale leader di opposizione, Venâncio Mondlane, fuggito all’estero dopo il voto di ottobre – hanno denunciato brogli elettorali.

All’inizio dell’estate 2025, sono tornati in strada i giovani keniani. Questa volta non solo per condannare l’aumento delle tasse, ma anche la violenza della polizia. Poi, è stato il turno dei malgasci, le cui proteste contro il regime di Andry Rajoelina hanno portato a un colpo di Stato che ha deposto il presidente. In Tanzania, le manifestazioni dell’ottobre scorso contro i brogli elettorali sono state represse nel sangue. Violenta è stata anche la reazione delle forze dell’ordine in Camerun e Costa d’Avorio, dove i cittadini si sono opposti alla riconferma scontata dei presidenti (padroni dei due Paesi) Paul Biya e Alassane Ouattara.

Un continente in movimento

Queste sono solo alcune delle tante manifestazioni di protesta che, negli ultimi due anni, hanno attraversato il continente africano. Non sono un fenomeno isolato: negli ultimi vent’anni, secondo l’Armed conflict location & event data project (Acled, uno strumento di monitoraggio indipendente di conflitti e proteste nel mondo), c’è stato un incremento costante di manifestazioni in tutta l’Africa subsahariana. Con un’escalation dal 2020 in poi.

Focolai di protesta si sono accesi in Stati retti da regimi autoritari, così come in altri considerati più democratici. Sono scesi in strada i cittadini di Paesi in crescita economica e gli abitanti di quelli più in difficoltà. Si è scatenata un’ondata di fermento trasversale a tutto il continente: da Nord a Sud, da Est a Ovest. L’intera Africa è in movimento.

Ogni protesta ha le proprie peculiarità. Ognuna si radica in uno specifico contesto locale e trova fondamento nelle questioni sociali, economiche, politiche e culturali più sentite dai cittadini di ciascun Paese. Ma, al contempo – ben lungi dal considerare l’Africa come un continente monolitico, dove tutto è assimilabile – ci sono comunque alcuni tratti comuni a molte di queste mobilitazioni.

Young residents hold banners and dance to rock music during a concert as crowds gather for a civil society rally demanding President Rajoelina’s resignation, following the announcement by Madagascar’s Army CAPSAT unit that they would assume power in the country in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Divario generazionale, diseguaglianze e democrazia

A scendere in strada sono soprattutto i giovani della cosiddetta Generazione Z o Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012). E se questo, di per sé, non deve stupire – sette africani su dieci hanno meno di trent’anni -, dall’altro lato, evidenzia l’enorme divario generazionale che in molti Paesi si registra tra le élite al governo e la maggioranza della popolazione.

Sono infatti le leadership politiche ed economiche – spesso ultraottantenni, se non novantenni – il bersaglio principale dei manifestanti. In molti casi, queste élite incarnano sistemi politici retaggio dell’epoca dei partiti unici e, ancora oggi, conoscono solo la legge dell’autoritarismo e della repressione. In altri casi, dove non c’è questa eredità storica, la classe politica cerca di mantenersi al potere, violando o manipolando la Costituzione. I manifestanti reagiscono a questi tentativi.

Intanto, le élite continuano ad arricchirsi – attraverso clientelismo, corruzione e accaparramento di risorse -, con l’effetto di riprodurre e perpetuare disuguaglianze, nonché di ostacolare prospettive di cambiamento politico, sociale ed economico. Per questi leader investire sul piano socioeconomico, stimolare crescita e diversificazione dell’economia, creare posti di lavoro e offrire servizi di qualità, il più delle volte, non sono delle priorità. Dall’altro lato i giovani – che spesso nella loro vita hanno visto un solo presidente ma, al contempo, anche grazie all’uso di strumenti digitali, sono consapevoli del mondo che li circonda – chiedono trasparenza e assunzione di responsabilità da parte delle élite. Rivendicano, inoltre, la necessità di un’alternanza politica, attraverso elezioni libere e trasparenti e il rispetto di norme costituzionali e istituzioni.

Generazione digitale

Connessione internet e social network permettono sempre più ai giovani africani di essere parte di un sistema globale e di essere connessi con il resto del mondo.

Il dissenso si alimenta di notizie, informazioni ed esempi provenienti da altri Paesi, sia africani che non. L’uso del web contribuisce alla costruzione di una coscienza critica e alla nascita di movimenti di protesta. Questi, a loro volta, si servono degli strumenti digitali – soprattutto i social network – per organizzarsi e mobilitarsi, dandosi appuntamento per riempire le strade delle maggiori città. In più, il digitale permette anche di raccogliere nuovi sostenitori, grazie alla cassa di risonanza delle reti sociali.

Nonostante i tentativi dei governi di controllarli, gli strumenti digitali hanno dimostrato di essere spesso un potente strumento di denuncia della repressione e della violenza delle forze dell’ordine.

Leadership cercasi

Le mobilitazioni, però, hanno dei limiti. Non è solo la capacità repressiva dei governi a impedire alle proteste di raggiungere i loro obiettivi, ma anche la mancanza, all’interno di molti movimenti, di leadership chiare e solide.

L’assenza di un allineamento politico esplicito favorisce un’adesione eterogenea e trasversale della società civile, evitando strumentalizzazioni da parte dei partiti di opposizione. Ma limita l’efficacia della protesta che, non potendo contare su voci di rilievo, resta confinata fuori dei palazzi del potere e non riesce a rendere effettive le proprie rivendicazioni.

Ci sono poi casi in cui l’assenza di una leadership definita facilita manipolazioni e interferenze da parte di attori esterni, che approfittano delle proteste per legittimare la propria ascesa. Per poi però escludere completamente i manifestanti e le loro rivendicazioni dai nuovi governi.

Aurora Guainazzi

Residents and protesters react to the address of members of Madagascar’s Army CAPSAT unit at a civil society rally calling for President Andry Rajoelina’s resignation, before heading to the Presidential Palace in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Africa: giovani e proteste. Dati fondamentali

  • Popolazione totale: 1,5 miliardi (fonte Undesa)
  • Numero di giovani (0-14 anni): 594 milioni, 40% della popolazione totale (Undesa)
  • Numero di giovani (15-35 anni): 530 milioni, 35% della popolazione totale (Undesa)
  • Percentuale di aumento delle proteste: +137% nel periodo marzo 2020-2025 rispetto al periodo 2015-marzo 2020 (Acled)
  • Numero di proteste 2015-marzo 2020: circa 2.100 (Acled)
  • Numero di proteste marzo 2020-2025: circa 5.000 (Acled)
  • Livelli di povertà: 35% (Banca mondiale)
  • Economia informale: 9 giovani (15-35 anni) su 10 lavorano nel settore informale (International labour organization)
  • Presenza di internet nel continente: 40% degli abitanti se ne serve (International telecommunication union)
  • Utilizzo di internet tra i giovani (15-24 anni): 53% (International telecommunication union)
  • Blocchi di internet (2016-2024): 190 episodi registrati (Access now)
  • Diffusione della repressione digitale: il 30% dei Paesi africani ha bloccato internet almeno una volta nel 2024 (Access now).

A.G.

Madagascar. Dalle manifestazioni ai militari

Il 14 ottobre 2025, i militari della Capsat (unità speciale dell’esercito malgascio) sono entrati nel Palazzo presidenziale ormai vuoto: il presidente Andry Rajoelina era fuggito qualche giorno prima.

L’episodio è stato l’epilogo di tre settimane di proteste. Convocate a fine settembre da tre consiglieri di opposizione della capitale Antananarivo, le manifestazioni inizialmente avevano denunciato le continue interruzioni nella fornitura di acqua corrente ed energia elettrica. Ma ben presto erano diventate lo specchio di un malcontento diffuso e radicato nei confronti di un regime percepito come immobile e lontano dalla popolazione e dalle sue esigenze.

La «Gen Z Mada» – come si sono ribattezzati i giovani componenti del movimento di protesta – chiedeva le dimissioni di Rajoelina e del presidente del Senato, il generale Richard Ravalomanana. Ma anche lo smantellamento dell’Alta corte costituzionale e della Commissione elettorale, considerate strumenti nelle mani del regime. L’obiettivo era uno Stato privo di corruzione e nepotismo e una società libera, giusta e unita.

L’incapacità di Rajoelina di dialogare con i manifestanti e ascoltare le loro rivendicazioni ha intensificato le proteste, mentre i militari si sono rifiutati di sparare sulla folla. Così, intanto che Rajoelina fuggiva e l’Assemblea nazionale ne votava l’impeachment, la Capsat scortava i manifestanti nella Piazza del 13 maggio ed entrava nel Palazzo presidenziale.

Ma l’alleanza tra manifestanti e militari, così come è iniziata, si è rapidamente conclusa. I leader della Capsat hanno annunciato di essere pronti a riempire il vuoto di potere lasciato dal presidente. Dichiarati due anni di transizione, sospese la Costituzione e le maggiori istituzioni (tra cui Senato e Alta Corte costituzionale), il colonnello Michael Randrianirina ha giurato come «presidente per la rifondazione della Repubblica del Madagascar». Si è posto alla guida di un governo di transizione, da cui la piazza dei giovani malgasci e le loro rivendicazioni sono state escluse.

Movimento indipendente; eppure, strumentalizzato dal potere: la «Gen Z Mada» è l’emblema di quanto l’assenza di una leadership solida porti i manifestanti a fare il «lavoro sporco», preparando il terreno per la caduta del vecchio regime e aprendo la strada all’ascesa di quello nuovo. Da cui però le loro voci sono subito estromesse.

A.G.

Protesters attack a polling station as clashes erupt in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Kenya. La coscienza politica mai sopita

Padre Kizito, il missionario che lavora con i giovani 

Il malcontento per la classe dirigente porta i giovani a non votare. L’economia non funziona ed esclude soprattutto loro. Le manifestazioni degli ultimi due anni sono state represse con violenza. La novità è che le motivazioni non sono più etniche.

«Da quando sono venuto in Kenya, nel 1988, sono sempre rimasto sorpreso da come i giovani siano interessati alla politica», racconta padre Renato Kizito Sesana. Missionario comboniano è in collegamento da Nairobi, dove ha fondato sette centri Koinonia, luoghi di accoglienza per i bambini di strada (altri sono sorti in Zambia e in Sudan). «Non dimentichiamoci che il Kenya è uno degli Stati africani con il tasso più alto di scolarizzazione e quindi anche di conoscenza della Costituzione e dei diritti dei cittadini. È anche uno dei Paesi del continente con il numero più elevato di persone laureate in proporzione alla popolazione. Questo fa sì che il Kenya abbia una coscienza politica molto alta».

«Nelle ultime elezioni – continua padre Kizito – i giovani hanno votato poco. Secondo me, perché erano disgustati dalla politica, non perché non la seguissero. Non sapevano chi scegliere e cominciavano a capire che tra uno e l’altro non c’era alcuna differenza. Indipendentemente da chi avessero votato, il potere sarebbe rimasto comunque nelle mani di quelle poche famiglie che da sempre dominano la politica keniana».

Le cause delle proteste

Secondo padre Kizito, è proprio il malcontento nei confronti della classe dirigente, una delle cause profonde delle proteste scoppiate nel Paese nell’estate del 2024: «Dall’indipendenza fino a oggi, il Kenya è stato governato da tre o quattro famiglie, che hanno sempre gestito il potere. Anche l’ultimo presidente (William Ruto, ndr), che apparentemente è un nuovo arrivato, in realtà, è arrivato dov’è, perché si è accodato alle politiche della famiglia Kenyatta e poi ha “lanciato” sé stesso».

Ma, addentrandosi nella società keniana, ci si imbatte anche in altre cause delle manifestazioni. In particolare, quelle economiche. «Nonostante le dichiarazioni del Governo – dice padre Kizito – l’economia non funziona, ed esclude una grande parte della popolazione, soprattutto i giovani». Il 50% degli abitanti del Kenya ha meno di 18 anni, l’80% meno di 35. Ma, secondo un’indagine di Afrobarometer (ente che effettua sondaggi a livello continentale), nel 2024 oltre il 60% della popolazione tra 18 e 35 anni era disoccupato. «Ci sono ragazzi – sottolinea padre Kizito – che prendono certificati, diplomi, lauree e poi non hanno un lavoro perché non appartengono alle famiglie che dominano l’economia del Kenya».

Non a caso, le prime manifestazioni nel 2024 sono iniziate proprio per denunciare l’innalzamento delle tasse previsto dalla nuova legge finanziaria voluta da Ruto per arrivare, poi, a chiedere le dimissioni del presidente stesso. L’estate successiva, i giovani sono tornati in strada, ancora una volta contro la legge finanziaria, ma anche per condannare la violenza della polizia. La quale, nel frattempo, aveva represso duramente le proteste, provocando decine di morti (nonostante il governo abbia sottostimato più volte le reali cifre dei decessi).

A spingere i giovani keniani a manifestare, però, sono anche altre problematiche. Come le difficoltà nell’attuazione della riforma per la sanità pubblica, la crescita del debito (contratto soprattutto per la costruzione di grandi opere infrastrutturali) e la demolizione di ampi quartieri popolari a Nairobi.

Proteste trasversali

«Per me – racconta padre Kizito – la grandissima novità di queste proteste è che non sono più basate sull’etnia, ma su veri argomenti politici, perché i giovani vogliono un cambiamento del regime. Fino alle elezioni del 2022, abbiamo visto scontri, divisioni, chiamate alla piazza, ma tutti basati sul potere di alcune famiglie. Nel 2024, invece, i giovani hanno rifiutato tutto questo, in modo molto chiaro ed esplicito».

È quindi nato un movimento ampio, trasversale alla società keniana, e, per questo, in grado di includere giovani appartenenti a etnie diverse e con orientamenti ideologici differenti. Tutti uniti nella critica a un’élite politica immobile, corrotta e interessata solo ad arricchire se stessa.

La particolarità di queste proteste, però, sta anche nella forza con cui la piazza ha difeso la propria indipendenza, soprattutto quando «gli uomini politici hanno tentato di infiltrarsi nel movimento e, in qualche modo, di cooptarlo nell’opposizione».

«Per la prima volta – sottolinea padre Kizito – i giovani hanno rifiutato in modo esplicito e chiaro tutta l’élite politica, perché basata sul potere e sul controllo dei voti da parte delle solite tre, quattro famiglie». Logiche etniche e clientelari, infatti, sono storicamente gli elementi caratterizzanti della politica keniana, dove il consenso elettorale è determinato più dall’appartenenza a un determinato gruppo etnico o da un rapporto di dipendenza nei confronti di una famiglia dominante, piuttosto che dalla reale agenda politica di uno specifico partito.

An anti riot police officers kicks an unexploded teargas canister in downtown Nairobi on June 25, 2025 during a planned day of protest marking the first anniversary of the storming of the parliament. Marches in Kenya to mark a year since massive anti-government demos turned violent on Wednesday, with two killed and running battles between protesters and police, who flooded Nairobi’s streets with tear gas and sealed off government buildings with barbed wire. (Photo by SIMON MAINA / AFP)

Verso il 2027

Secondo il missionario, i tempi sono maturi per un cambiamento: «Io penso, mi auguro, che le elezioni del 2027 portino a un vero cambiamento. Non è escluso che magari possa restare al potere il presidente attuale. Ma sarà sicuramente controllato da un numero importante di giovani deputati che vorranno poter dire la loro. A tutti i livelli, dalle county (le entità amministrative locali, ndr), fino al Parlamento».

Sono sempre più numerosi, infatti, i giovani provenienti dal movimento di protesta che decidono di candidarsi. C’è chi lo fa a livello locale, chi invece sul piano nazionale. Tutti però sono decisi a portare le istanze che hanno caratterizzato la piazza anche nei palazzi della politica per far sì che il cambiamento sia effettivo e reale. Tuttavia, il fronte della protesta non si è ancora organizzato in un movimento unico: i giovani stanno entrando in politica in modo autonomo e frammentato, senza dare vita a un’organizzazione strutturata.

Proprio l’assenza di una leadership chiara è considerata da molti analisti il principale limite del movimento. Mancando di una struttura solida e unita, infatti, i manifestanti rischiano di non riuscire a portare avanti le loro rivendicazioni in modo coeso ed efficace.

Padre Kizito prosegue: «C’è molta incertezza. Io vivo continuamente in mezzo ai giovani e vedo che non hanno ancora fatto una scelta. Non sono ancora convinti e non si identificano con un leader: credo che ora non ci sia ancora nessuno che rappresenti effettivamente l’agentività (capacità umana di agire intenzionalmente, ndr), l’inquietudine e il desiderio di cambiamento che c’è in questa generazione». Per questo, non è ancora emersa una figura in grado di coagulare intorno a sé il consenso della maggioranza dei giovani.

Senza dimenticare che «c’è molta cautela – sottolinea il religioso – anche perché Ruto stesso si era presentato come il nuovo. Poi però il nuovo si è rivelato subito vecchio e, anzi, più vecchio dei presidenti precedenti». La scelta, dunque, è difficile e, soprattutto, ciò che i giovani vogliono evitare è molto chiaro: nessuna manipolazione del movimento di protesta.

Tra violenza e speranza

L’anno e mezzo che separa il Kenya dalle elezioni sarà lungo e complesso. «Certamente – riflette padre Kizito – vedremo altre proteste. Soprattutto man mano che ci avvicineremo alle elezioni. E potrebbero esserci anche violenze, provocate dalla polizia». Questa, infatti, nei momenti di maggiore tensione, ha spesso mostrato il suo volto più duro, reprimendo i manifestanti e violandone i diritti umani.

«Nei giorni più caldi della protesta – ricorda il religioso – si respirava un clima molto pesante, che si ripresenta anche oggi quando si parla di queste cose». Anche perché le manifestazioni non si sono mai veramente concluse. Semplicemente, sono diventate meno visibili e potrebbero riaccendersi da un momento all’altro. «Tutti sanno bene cosa rischiano nel partecipare al dissenso e sanno che, se la protesta dovesse ricominciare, la repressione sarà violenta, come è stata finora».

Eppure i giovani keniani non si arrendono. A maggior ragione ora che – poco meno di due anni dopo le prime manifestazioni – l’intera Africa è in fermento. «Mi sembra – riflette il comboniano – che stia riemergendo una solidarietà panafricana che credevamo persa da decenni. Questo perché i giovani di altri Paesi stanno capendo sempre di più che, come qui in Kenya sono state superate le fazioni interne, anche a livello continentale è necessario superare le divisioni nazionali».

Aurora Guainazzi

Tanzanian police officers try to disperse protesters amid clashes in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Tanzania. Repressione, avanti tutta

Le elezioni del 29 ottobre 2025 in Tanzania sono state un bagno di sangue. Già il giorno del voto, migliaia di manifestanti hanno riempito le strade delle maggiori città – Arusha, Dodoma, Dar es Salaam – per denunciare i brogli e un risultato già scritto: la riconferma della presidente Samia Suluhu Hassan.

Ci sono voluti cinque giorni alle forze dell’ordine per riprendere il controllo della situazione (si veda MC gennaio-febbraio 2026).

Nonostante il coprifuoco e i blocchi di internet, i manifestanti hanno continuato a organizzarsi, spinti dalla rabbia contro sessant’anni di dominio incontrastato del Chama cha mapinduzi (il partito di Hassan, al potere dall’indipendenza nel 1964), ma anche dal malcontento per la difficile situazione socioeconomica e il mancato rispetto dei diritti umani. Alla loro determinazione, la polizia ha risposto in modo violento e – secondo Amnesty international (Ong per la tutela dei diritti umani) – sproporzionato.

Secondo il Chadema (principale partito di opposizione), i morti sono stati circa 700, soprattutto giovani tra 16 e 25 anni. Conteggi certi sono difficili: molti corpi sono scomparsi dagli obitori, bruciati o sepolti in fosse comuni. Alcuni sono stati restituiti alle famiglie che però hanno dovuto dichiarare che la persona non era deceduta per colpi d’arma da fuoco. Tanti altri sono spariti nel nulla. Almeno 250 persone – tra cui diversi esponenti dell’opposizione – sono state arrestate e accusate di tradimento e cospirazione.

Un mese dopo, in occasione del giorno dell’indipendenza, il 9 dicembre, il governo ha giocato d’anticipo, vietando qualsiasi manifestazione, anche pacifica. Attraverso l’invio in massa di Sms alla popolazione, la polizia ha chiesto ai cittadini di segnalare persone sospettate di organizzare mobilitazioni, contribuendo a creare un clima di controllo e sospetto reciproco.

Ma il malcontento continua a diffondersi. E crescono anche le azioni di solidarietà transnazionale: ad esempio, attivisti keniani e ugandesi erano in Tanzania per il processo dell’oppositore Tundu Lissu – che, accusato di tradimento, rischia la pena di morte – e sono stati a loro volta arrestati e torturati. Tuttavia queste azioni di repressione coordinata dei governi dell’Africa orientale – ad esempio, anche un oppositore ugandese è stato arrestato in modo arbitrario in Kenya – non stanno facendo altro che alimentare il fuoco delle proteste in tutta la regione.

A.G.

Connessione e controllo

Incontro con il professore degli espositi, università di Bologna

L’internet africano ha una sua specificità. La copertura infrastrutturale  è oggi matura. Per molti l’accesso è avvenuto direttamente tramite i social. C’è l’illusione di una democrazia partecipativa. Ma le piattaforme non sono strumenti democratici.

Gli strumenti digitali sono stati centrali sia per organizzare le proteste che per diffondere immagini delle stesse e della repressione. Ma, in generale, l’Africa, negli ultimi anni, sta vedendo una trasformazione digitale significativa, con un impatto su diversi livelli. Ne abbiamo parlato con Piergiorgio Degli Esposti, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna.

A che punto è la diffusione del digitale in Africa?

«Innanzitutto, l’Africa – pur essendo molto diversificata – rappresenta a livello continentale, un’area complessa da coprire. Parlo di copertura tecnica infrastrutturale. Per questo motivo, gran parte della connessione avviene attraverso dispositivi mobili o internet satellitare.

Questo ha comportato, in un primo momento, il classico discorso per cui il cosiddetto digital divide (il divario digitale) si legava a un aspetto specifico, quello infrastrutturale. Nel momento in cui questo elemento di divario viene meno – per la diffusione massiccia della copertura satellitare via Starlink o delle reti telefoniche attraverso smartphone – allora esplode la “rivoluzione digitale africana”.

La sua caratteristica principale è essere legata al modello di internet mobile piuttosto che a quello fisso. In particolare, Cina e Stati Uniti sono le due potenze che si stanno contendendo il mercato africano. Anche la Russia, attraverso Yandex, in alcune zone è particolarmente significativa. Però, chi sta investendo a livello infrastrutturale sono soprattutto questi due Paesi. Parlo prima di tutto di questo aspetto perché senza di esso non è possibile in nessun modo sviluppare un mercato di internet e una vera e propria economia digitale.

Successivamente, si è trovata la soluzione per eliminare il divario digitale strutturale e da quel momento sono fioriti tutta una serie di fenomeni culturali e pratiche di uso delle piattaforme e degli strumenti digitali. L’internet africano ha una sua specificità, legata all’internet in mobilità. Quasi a dire che il cosiddetto periodo dell’“internet seduto” non sia mai esistito in Africa, perché sono direttamente arrivati i dispositivi mobili e una serie di dispositivi dedicati al social networking.

Ora non parliamo più di divario infrastrutturale, ma di divario culturale che si manifesta quando si adotta una tecnologia – che è già in qualche modo matura, ma è nuova per quello specifico contesto – e le pratiche e le modalità di uso che si sviluppano sono specifiche di quello stesso contesto. Ad esempio, specificità africane sono l’uso degli strumenti digitali nelle proteste, ma anche da parte degli influencer religiosi.

Dall’altra parte, c’è un problema che anche l’Occidente sta affrontando. Cioè l’utilizzo di questi dispositivi come mezzo di controllo. C’è il classico controllo top down, ovvero quello della piattaforma che controlla gli utenti, sia per fini commerciali, sia con obiettivi di profilazione dell’utente: i colossi del web, che mettono a disposizione i loro servizi, letteralmente profilano gli utenti sotto molteplici punti di vista. Da una parte è una sorveglianza del soft power commerciale, finalizzata a vendere i prodotti, ma dall’altro la profilazione può avvenire anche per fini di controllo politico.

Aggiungerei che esiste il doppio sfruttamento dell’utente: gli strumenti digitali permettono a chiunque di fare divulgazione scientifica, informazione, diffondere cultura. La rete, quindi, ci trasforma in consumatori di informazioni, perché consumiamo ciò che navighiamo, però, allo stesso tempo produciamo ciò che navighiamo. C’è questa duplicità di ruolo che in altri fenomeni sociali e mediatici non si è mai verificata».

Il simbolo per eccellenza del digitale in Africa è lo smartphone. Potremmo attribuirgli sia un significato concreto che simbolico?

«Un antropologo inglese, David Miller, dice che in molte culture lo smartphone ha sostituito – o rinnovato – il concetto di casa. Miller ha studiato la diffusione di internet in India e ha visto che lo smartphone unisce il discorso pubblico e privato in un unico strumento. Lo smartphone è un contenitore di ricordi, relazioni, foto, che permette di tenere un contatto con la cerchia degli affetti. Ma è anche strumento di pagamento, facilita i rapporti con la burocrazia, mostra le nostre informazioni – ad esempio quelle medico-sanitarie -, permette di informarci e divertirci.

Attraverso lo smartphone facciamo anche attivismo e partecipiamo alla vita politica, perché abbiamo l’illusione della democrazia partecipativa, che ci viene indotta dai social network. Ovvero, io metto la stellina, il cuoricino, il pollice alto e sostengo una causa, un’idea o un candidato. Questo fenomeno ha il nome di slacktivism, ovvero attivismo da poltrona.

È una realtà ibrida. Dove ibrida significa fatta di tutto ciò che succede nelle strade e nelle piazze, ma anche di ciò che accade negli spazi digitali. Si contaminano a vicenda: non esiste più l’idea del “vivere online” e del “vivere offline”. Esiste il mondo ibrido della realtà aumentata (non in maniera tecnica, ma teorica): quello che succede nel mondo fisico viene aumentato da quello che accade nel mondo digitale.

Ad esempio, se ci si trova a essere testimoni di un fatto, con uno smartphone si può riportare in diretta quello che succede, rendendo questo dispositivo digitale anche uno strumento di difesa di fronte agli abusi della polizia. Nei confronti dell’Ice negli Stati Uniti, infatti, tutti gli attivisti usano lo smartphone come body cam per riportare quello che sta succedendo, ma anche come strumento di sicurezza passiva».

Anche nel corso delle attuali manifestazioni in Africa subsahariana, lo smartphone e i social network sono fondamentali. C’è stata un’evoluzione nel loro utilizzo rispetto a proteste precedenti?

«In questo momento, gli smartphone e soprattutto le piattaforme di social networking giocano un ruolo un po’ più subdolo. Danno l’impressione di dare alle popolazioni uno strumento aperto, libero e democratico, ma in realtà non appartengono alle piazze. Sono piuttosto delle piramidi, in cui la logica del potere è perfettamente definibile e visibile.

Le piattaforme possono decidere come accelerare o decelerare il flusso dell’informazione in una determinata zona e ottenere un effetto visibilità che attiva e mobilita le persone. È successo in Myanmar, con le elezioni negli Stati Uniti, con la guerra in Ucraina e con la situazione palestinese. Sono solo apparentemente uno strumento democratico. In realtà, hanno l’obiettivo del profitto e manipolano le masse: spesso vogliono ricavare guadagni e vantaggio politico, rendendo determinate situazioni il più possibile visibili. Io credo che sia un pericolo della cui portata nemmeno l’Occidente è consapevole. Neanche in Africa esiste questo tipo di consapevolezza.

Queste piattaforme attuano una politica di soft power, ma anche di hard power che sta letteralmente scompaginando equilibri e logiche politiche. Oggi, non sono più il carisma, la proposta di un certo politico o una determinata istanza, il principale fattore di successo della protesta o dell’istanza stessa, ma è la visibilità che la piattaforma decide di dare.

Appunto, durante la Primavera araba – che è stata il primo momento in cui la società globale si è accorta dell’Africa digitale – le piattaforme digitali – Twitter (oggi X), Facebook, Instagram – hanno fatto in modo che gli attivisti in loco entrassero in contatto con quelli negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sviluppando un’agenda comunicativa per uno specifico obiettivo politico. Gli strumenti digitali sono stati controllati politicamente per incendiare le proteste e ottenere la loro efficacia. Poi, però, quando non sono più stati resi disponibili in questo modo, non c’è stata più la primavera, ma l’inverno arabo».

Oltre al controllo sui social media esercitato dalle piattaforme, in molti Paesi africani c’è anche quello degli Stati.

«C’è sempre un accordo tra i politici locali e il Ceo della piattaforma o il rappresentante dell’area territoriale della piattaforma.

Faccio un esempio naturale: in Italia, digitiamo su Google la parola “Tibet” e otteniamo determinati risultati. Andiamo a Pechino o a Shanghai, qui Google non c’è, ma si usa Baidu. Se digitiamo sempre questa parola otteniamo un decimo di quei risultati perché la piattaforma ha fatto un accordo con il governo cinese. Questo fa parte del cosiddetto Great firewall (sistema di censura e sorveglianza interno alla Cina, ndr). Un tipo di protezione che può essere fatto  in qualsiasi altro Paese, Italia compresa.

D’altra parte, molte guerre oggi si combattono sui campi di battaglia, ma anche con l’oscuramento di siti, con la diffusione di informazioni create appositamente per creare odio sociale nei confronti di un determinato gruppo etnico, piuttosto che di una determinata idea politica».

Aurora Guainazzi

Students and activists hold placards and chant slogans during a demonstration demanding an end to police blunders and bring justice to the victims in Dakar on February 21, 2026. Students and pupils organizations, as well as activists, marched in Dakar on Saturday to “demand an end to police blunders and bring justice to the victims,” following the death of a student during a police operation at a university in the capital in early February. Abdoulaye Ba, a second-year medical student, died on February 9 on the campus of Cheikh Anta Diop University (UCAD) during a police operation, after several days of demonstrations and clashes between police and students protesting a reform of scholarship payments and demanding the settlement of arrears. (Photo by PATRICK MEINHARDT / AFP)

Senegal. Riaffermare il valore della democrazia

In Senegal, gli ultimi anni della presidenza di Macky Sall (2012-2024) sono stati scanditi da strade piene di manifestanti, proteste e repressione.

Nel 2021, ci sono state le prime insurrezioni causate dal tentativo di Sall di candidarsi per un terzo mandato, incostituzionale, a cui ha poi rinunciato, decidendo di sostenere un’altra figura del suo partito.

Ma il malcontento alimentato ulteriormente dal tentativo di Sall di violare la Costituzione, serpeggiava già tra la popolazione, soprattutto quella più giovane, a causa delle difficoltà socioeconomiche. Infatti, sebbene durante la presidenza di Sall ci siano stati investimenti sul piano infrastrutturale e lo sviluppo di progetti estrattivi, per il grosso della popolazione non era cambiato nulla. Anzi, erano cresciuti i livelli di povertà, il costo della vita e la disoccupazione.

A catalizzare il diffuso malcontento è stata la figura di Ousmane Sonko, allora sindaco di Ziguinchor (capoluogo della regione meridionale della Casamance). La sua crescente popolarità è diventata sempre più una minaccia per Sall. A tal punto che il presidente uscente ha deciso di impedirgli di partecipare al voto del 2024, accusandolo di diversi reati e sfruttando la norma che impedisce la candidatura a chi sta scontando condanne.

Dopo l’arresto e, ancor più, dopo la condanna di Sonko (avvenuta per «corruzione dei giovani»), i senegalesi hanno riempito le strade delle maggiori città del Paese. Le proteste sono durate settimane, tra la primavera e l’estate del 2023, e sono state represse dalle forze dell’ordine (Amnesty international ha contato almeno 23 morti, di cui tre bambini, 390 feriti e 500 arresti). Internet è stata bloccata e l’accesso ai social network interdetto. Il segnale dell’emittente indipendente Walf Tv e il suo canale YouTube sono stati interrotti.

Poi, alla fine, è tornata la calma. Ma solo apparentemente. Escluso Sonko, il suo partito, il Pastef, ha deciso di candidare il suo delfino, Bassirou Diomaye Faye, che – pur avendo diverse accuse a proprio carico e trovandosi in carcere – non era ancora stato condannato. Il nuovo candidato del Pastef ha rapidamente guadagnato consenso, sulla scia della popolarità di Sonko.

E così, il 3 febbraio 2024, è diventato uno dei giorni più bui della democrazia senegalese: le elezioni previste di lì a qualche giorno sono state posticipate con una decisione unilaterale di Sall. Ancora una volta, il Senegal è insorto. Per giorni, la repressione è stata violenta e le organizzazioni per i diritti umani hanno contato decine di cadaveri.

Ma alla fine, la Corte costituzionale – riaffermando l’indipendenza del potere giudiziario e dando un’immagine di solidità delle istituzioni – ha imposto a Sall di tenere le elezioni entro la scadenza del mandato.

Il voto si è tramutato in una pioggia di consensi per Faye, sancendo il successo dei quattro anni di proteste dei giovani senegalesi, scesi in piazza per difendere le istituzioni democratiche e la libertà di manifestazione del dissenso.

A.G.

A protester aims a rock at a Mozambique soldier as he attempts to disperse protesters as they clash with Mozambican riot police in Maputo on November 27, 2024. Fresh anti-government protests erupted in Mozambique on November 27, 2024 after a police vehicle mowed down a woman at a demonstration in the capital for the opposition leader disputing October elections in a deadly weeks-long standoff.
AFP reporters at the scene said protestors hurled stones at security forces who fired bullets and tear gas as clashes broke out after the woman was struck while standing behind a large banner of opposition leader Venancio Mondlane. (Photo by ALFREDO ZUNIGA / AFP)

Mozambico. Un paese «congelato»

La morte del rapper Azagaia nel 2023 ha fatto nascere un movimento di giovani basato sulle reti sociali. L’aumento della povertà e la nascita di nuovi leader hanno portato alle contestazioni delle elezioni. Ma il regime non è cambiato. Per ora.

Le elezioni di ottobre 2024 in Mozambico sono state vinte da Daniel Chapo, candidato del partito di maggioranza, il Frelimo, al potere dall’indipendenza (1975). I conteggi paralleli però hanno attribuito la vittoria al leader dell’opposizione, Venâncio Mondlane. A quel punto, sono scoppiate proteste in tutto il Paese. Ne abbiamo parlato con Luca Bussotti, sociologo e professore dell’Università tecnica del Mozambico a Maputo, nonché professore visitante presso l’Università Federale di Espírito Santo (Brasile) e con varie esperienze anche in Italia e Portogallo.

Perché le proteste sono scoppiate proprio in quel momento e quanto ha influito la figura di Mondlane?

«Faccio una premessa. In passato, ci sono già state proteste politiche post-elettorali. Nel 1999, la situazione era molto simile: probabilmente il candidato della Renamo (a lungo il principale partito di opposizione, ndr), Afonso Dhlakama, aveva vinto le presidenziali e le proteste sono state represse. Dopo, ci sono stati altri momenti di tensione, come le elezioni del 2014. Poi, arriviamo alle proteste del 2024-2025 che, probabilmente sì, sono le manifestazioni più significative.

Questo perché il Frelimo si è dovuto confrontare con un’opposizione nuova, rappresentata da Mondlane. La morte del rapper Azagaia (noto per le sue posizioni antigovernative, ndr) il 9 marzo del 2023 è stata il punto di svolta perché si è formato un movimento, una rete informale, che inneggiava alle sue parole e ai suoi testi. L’espressione chiave è stata “Potere al popolo” (Povo no poder, in portoghese, nda), tratta da una canzone del 2008 dello stesso Azagaia.

Mondlane ha capito che doveva puntare lì per un risultato elettorale significativo. Quindi è emerso come leader di questo movimento, formato per il 90% da giovani, che usano perfettamente le reti sociali.

Tutto questo – insieme ai dieci anni di disastro del governo di Filipe Nyusi (2014-2024) – ha fatto sì che la marea montasse e dimostrasse effettivamente che le elezioni erano state fraudolente.

Se questo viene associato al desiderio di cambiamento politico emerso alle amministrative del 2023 (dove Mondlane probabilmente aveva vinto come sindaco di Maputo, ma non era passato a causa di brogli), ecco spiegato l’emergere di queste manifestazioni».

A protestare sono stati soprattutto i giovani. Come mai sono stati loro a mobilitarsi più di altri settori della società e perché proprio in questo momento?

«C’è stata una serie di fattori. Innanzitutto, il fatto che i livelli di povertà siano cresciuti: dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica dicono che negli ultimi dieci anni la povertà in Mozambico è aumentata dell’80%. Oggi, circa il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Il secondo elemento sono le politiche dell’Occidente, che è sempre stato complice silente dei brogli del Frelimo, ma allo stesso tempo ha dato borse di studio ai giovani mozambicani perché studiassero all’estero. Questi, conoscendo altri contesti, sono poi tornati in patria con una maggiore coscienza civile. Pur essendo un numero molto piccolo della popolazione totale, sono significativi come massa critica. Senza contare tutti quelli che stanno studiando in Mozambico.

Poi c’è stata l’esplosione delle reti sociali e l’emergere di nuovi leader, come Mondlane».

Mappa con evidenziati i Paesi che hanno visto manifestazioni di piazza negli ultimi due anni.
Gli strumenti digitali sono stati usati per mobilitarsi e diffondere video delle proteste e della repressione. Anche Mondlane se ne è servito per incitare dall’estero la prosecuzione delle manifestazioni. Quanto sono stati centrali?

«Molti partiti “della liberazione” – quelli che hanno condotto le lotte di liberazione contro il dominio coloniale – formalmente hanno adottato un sistema democratico, ma in realtà sono rimasti autoritari, con la mentalità del partito unico. Non riescono a leggere le evoluzioni sociali e non sono in grado di rapportarsi con le nuove opposizioni.

L’uso delle reti sociali causa loro molte difficoltà perché erano abituati ad avere il monopolio di stampa e televisione, salvo alcune reti private. Non hanno gli strumenti per confrontarsi in modo aperto e democratico con questi giovani e i loro leader che sanno usare le reti sociali.

L’unica risposta che hanno è la repressione in piazza, fisica. Oltre alla repressione delle reti sociali, cioè il loro controllo, arrivando a una misura estrema come la sospensione di internet. A dicembre, ad esempio, è stato approvato un provvedimento che autorizza il governo a bloccare internet in caso di problemi di ordine pubblico, lasciando totale arbitrarietà all’esecutivo di chiedere ai vari operatori di interrompere la connessione quando, ad esempio, ci sono manifestazioni.

Le reti sociali da un lato sono una chiave per accentuare la crisi di questi regimi, dall’altro sono un campo di battaglia che si svilupperà ancora di più nei prossimi mesi».

Alla fine, le proteste non hanno ottenuto un cambio di regime. Cosa hanno lasciato tra la popolazione mozambicana?

«Il Mozambico in questo momento è congelato. Non è cambiato il risentimento, ma naturalmente non si possono fare proteste continue. La popolazione sta aspettando il prossimo biennio elettorale 2028-2029. Ma la protesta può esplodere in qualsiasi momento. Se, ad esempio, il governo dovesse andare avanti col processo a Mondlane, lui venisse condannato e poi gli venisse concesso l’indulto (che non gli permetterebbe di correre alle presidenziali del 2029), lo scenario sarà anche peggiore di quello che abbiamo visto finora. È una situazione esplosiva».

Aurora Guainazzi

Hanno firmato il dossier

  • Aurora Guainazzi giornalista, si occupa di Africa subsahariana. La sua attenzione si rivolge in particolare alle dinamiche economiche, sociali e politiche. Ha curato il libro «Il grande gioco delle risorse. I minerali del futuro e la maledizione ecologica», edito Edifir, 2023.
  • A cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
A protester holds a placard during a picket where about 50 Tanzanians living in Cape Town protested against the recent actions by the Tanzanian government during their presidential election, outside the South African Parliament in Cape Town on November 5, 2025. Tanzanian President Samia Suluhu Hassan won the October 29, 2025 poll with 98 percent of the vote, according to the electoral commission, but the opposition has branded the election a “sham”.
A total internet blackout and transport shutdown, in place since protests broke out on election day, have been partially eased, but verifying information out of the east African country remains difficult. (Photo by RODGER BOSCH / AFP)



Le ambiguità del piano Mattei

Enrico Mattei è stato un grande italiano. Lo è anche il piano che ha preso il suo nome? Senza voler criticare a priori il progetto, per ora prevalgono i dubbi.

All’apparenza sembra un progetto di cooperazione. Nei fatti è uno strumento di geopolitica. La differenza fra i due concetti è abissale e va tenuta presente per capirne le intenzioni e gli effetti: la cooperazione è finalizzata a sradicare la povertà, tutelare i diritti umani, prevenire i conflitti; la geopolitica è finalizzata a garantire una posizione di vantaggio al proprio Paese rispetto agli altri.

Stiamo parlando del cosiddetto piano Mattei, molto simile al Belt and road initiative, il piano messo a punto dalla Cina, per sostenere e realizzare la costruzione di strade, ferrovie, porti, aeroporti in vari paesi del Sud del mondo, al fine di rafforzare i propri rapporti commerciali e garantirsi, possibilmente, una presenza militare oltre confine. Il piano Mattei si focalizza sull’Africa con l’intento di sostenere tutti quegli interventi che possono garantire all’Italia il massimo dei risultati possibili in termini di riduzione dell’immigrazione clandestina, di apertura di nuovi mercati, di approvvigionamento di materie prime. Il tutto, così si dice, senza propositi predatori e per questo dedicato a Enrico Mattei (foto a pag. 56) che, negli anni Cinquanta del secolo scorso, avviò lo sfruttamento d’idrocarburi nei paesi africani pagando un giusto prezzo ai governi locali.

Si chiamava Enrico Mattei

La prima volta che la premier Giorgia Meloni ha accennato al piano Mattei è stato il 22 ottobre 2022 quando si è presentata in Parlamento per chiedere la fiducia al proprio Governo. E lo ha fatto parlando dell’immigrazione clandestina: «Tutto quello che noi vogliamo fare in rapporto al tema dell’immigrazione, è impedire che la selezione di ingresso in Italia la facciano gli scafisti. E allora mancherà un’ultima cosa da fare, forse la più importante: rimuovere le cause che portano i migranti, soprattutto i più giovani, ad abbandonare la propria terra, le proprie radici culturali e la propria famiglia per cercare una vita migliore in Europa.
Lo scorso 27 ottobre è stato il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei, un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione postbellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il mondo. Ecco, credo che l’Italia debba farsi promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area subsahariana. E ci piacerebbe così recuperare finalmente, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il ruolo strategico che l’Italia ha nel Mediterraneo».

In sintesi, si potrebbe dire che l’obiettivo è quello di creare più stretti rapporti economici con l’Africa per tenere gli africani lontani dalle città italiane, ma anche per ridare centralità economica e politica all’Italia, in perfetta linea con la logica nazionalista.

Concetto ripreso dalla stessa Meloni quasi un anno dopo, il 3 ottobre 2023, in un discorso tenuto a Torino al Festival delle regioni: «Se il futuro è il tema delle materie prime, allora devo ricordare che l’Africa non è un continente povero. Devo ricordare che, mentre l’Europa ha un problema di approvvigionamento energetico, l’Africa è potenzialmente un enorme produttore di energia e che le due cose possono stare insieme tramite la realizzazione di investimenti strategici, com’è ad esempio il cavo di collegamento sottomarino con la Tunisia».

Enrico Mattei – Flickr

Vita o morte

La questione energetica è sempre stata un tema cruciale in tutte le epoche, ma per un sistema organizzato sulla crescita, com’è il capitalismo, è addirittura una questione di vita o di morte. Specie per l’Europa che internamente può fare affidamento solo su fonti rinnovabili, da cui ottiene, però, solo il 47% del proprio fabbisogno elettrico e il 25% dell’intero fabbisogno energetico. In più, oggi, l’Ue è in guerra con la Russia, suo tradizionale venditore di gas, avendo – di conseguenza – un bisogno assoluto di fornitori alternativi di prodotti energetici. Per questo la premier guarda all’Africa, con il duplice obiettivo di coprire i fabbisogni dell’Italia e fare diventare il nostro paese il punto d’ingresso di materiale energetico per tutta l’Europa. Concetto ribadito nel gennaio 2024 durante il discorso che ha tenuto alla conferenza Italia-Africa: «Noi siamo sempre stati convinti che l’Italia abbia tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa. […] L’interesse che persegue l’Italia è aiutare le Nazioni africane interessate a produrre energia sufficiente alle proprie esigenze e ad esportare in Europa la parte in eccesso. […] Tra le iniziative in quest’ambito voglio ricordare quella in Kenya dedicata allo sviluppo della filiera dei biocarburanti, che punta a coinvolgere fino a circa 400mila agricoltori entro il 2027. Ma chiaramente questo scambio funziona se ci sono anche infrastrutture di connessione tra i due continenti e lavoriamo da tempo anche su questo, soprattutto insieme all’Unione europea. Penso all’interconnessione elettrica Elmed tra Italia e Tunisia, o al nuovo corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno dal Nord Africa all’Europa centrale passando per l’Italia».

Per capire meglio il discorso di Meloni, vale la pena precisare che Elmed è un progetto che prevede la costruzione di un elettrodotto tra Sicilia e Tunisia, per una lunghezza complessiva di 220 chilometri, di cui 200 in cavo sottomarino. Un progetto portato avanti dalla società elettrica italiana Terna e da quella tunisina Steg, con il finanziamento di fondi europei e della Banca mondiale, per garantire all’Europa energia elettrica prodotta in Nord Africa da fonti rinnovabili. Quanto al corridoio H2 Sud, è un progetto portato avanti da un consorzio di imprese europee, fra cui l’italiana Snam, finalizzato a costruire una conduttura lunga 3.300 km per trasportare idrogeno prodotto in Tunisia fino al cuore d’Europa.

Puntualmente ambedue i progetti sono stati inseriti nel piano Mattei attirando le critiche di molti gruppi ambientalisti e terzomondisti: «Ci opponiamo alla produzione di idrogeno verde nel Sud del mondo, e allo sviluppo di infrastrutture a essa collegate, a causa della sua estrema inefficienza. Per produrre idrogeno servono enormi quantità di elettricità e acqua, due risorse scarse nei paesi che si intende trasformare in produttori di idrogeno da inviare in Europa».

Un «verde» di facciata

È il vecchio modello estrattivista in versione ambientalista che, invece di convogliare le risorse verso la soluzione dei bisogni locali, le dirotta verso la produzione di ciò che serve ai vecchi paesi coloniali per continuare a gozzovigliare a spese di tutti senza sensi di colpa di tipo ambientale. «Un’operazione di greenwashing estremamente utile anche alle industrie di combustibili fossili che possono farsi passare per verdi, mentre continuano a inondare il pianeta di prodotti tossici che sconvolgono il clima». Così si esprime Siphesihle Mvundla, attivista per la giustizia climatica ed energetica di GroundWorkFriends of the Earth Sudafrica.

Del resto, un altro progetto energetico inserito nel piano Mattei, suscita forti dubbi sul rispetto dello spirito non predatorio vantato da Giorgia Meloni. Il progetto in questione è gestito da società del gruppo Eni e ha come oggetto la coltivazione in Kenya di semi di ricino destinati alla produzione di biocarburante negli stabilimenti Eni operanti a Gela e Porto Marghera. Il progetto, che ha ricevuto prestiti per 210 milioni di dollari, di cui 135 dall’International finance corporation (Banca mondiale) e 75 dal Fondo italiano per il clima, è reclamizzato come un’iniziativa che offre una prospettiva di vita a centinaia di migliaia di piccoli contadini proprietari di terre semiaride, inadatte ad altre coltivazioni. Ma varie testimonianze raccolte dal coordinamento europeo Transport&environment mettono in dubbio i vantaggi sociali e ambientali vantati da Eni. Per cominciare va detto che nel programma sono entrati anche molti coltivatori che già producevano mais e legumi per il mercato locale. Di fronte agli alti guadagni prospettati dalla multinazionale italiana, hanno deciso di cambiare coltivazione, ma sono rimasti delusi. I contratti firmati, infatti, prevedevano l’ottenimento agevolato se non gratuito dei semi, ma compensi totalmente rapportati alle quantità di prodotto consegnato. E quando le annate sono andate male, per loro è stata la fame. Tant’è che molti hanno deciso di tornare alle coltivazioni tradizionali.

Prima le imprese italiane

Oltre che in ambito energetico, il Piano Mattei intende intervenire anche in altri settori ritenuti strategici: istruzione, sanità, agricoltura, infrastrutture sia fisiche che digitali. In ogni caso sempre privilegiando il sostegno alle imprese italiane che prendono parte ai progetti, a volte come partner, a volte come promotori. Un’attenzione, quella verso le imprese, che emerge anche analizzando la composizione della cabina di regia, l’organismo che decide i progetti da promuovere e come finanziarli. Due terzi dei suoi componenti sono rappresentanti d’impresa o di associazioni imprenditoriali (Acea, Snam, Fincantieri, Eni, Leonardo, Fs, Enel, Terna, Confagricoltura, Coldiretti, Confartigianato e altre). Del resto, durante il discorso alla Conferenza Italia-Africa, Giorgia Meloni ha precisato che il piano non può «prescindere dal pieno coinvolgimento di tutto il “Sistema Italia” complessivamente inteso, a partire dalla Cooperazione allo sviluppo e dal settore privato che è fondamentale coinvolgere nella nostra strategia, dato l’enorme patrimonio di conoscenza, tecnologia e soluzioni innovative che può vantare».

Il risultato è che, fra i primi progetti inseriti nel piano Mattei, c’è l’avvio, in Algeria, di un polo agricolo gestito dall’azienda italiana Bonifiche ferraresi per la messa in produzione di 36mila ettari di terreni semiaridi nei pressi dell’oasi di Timimoun. Il 70% della superficie sarà coltivata a cereali – grano duro e tenero – e la restante parte dedicata a legumi e semi oleosi. Il tutto secondo le tecnologie più moderne che prevedono l’intervento di varie altre imprese italiane, fra cui Consorzi agrari d’Italia e Irritec Spa per lo sviluppo del sistema di irrigazione, la società Ocrim Spa per la realizzazione di impianti di trasformazione, Giorgio Tesi Group per le attività vivaistiche, la società Diagram per la digitalizzazione, Acea per le tecnologie legate alla fonte idrica. Recentemente la lista si è arricchita anche della presenza di Leonardo Spa che fornirà tecnologie digitali e satellitari per monitorare dallo spazio le colture, i suoli e le risorse idriche.

Non è dato sapere se i raccolti verranno acquistati dal governo algerino e quindi rivenduti localmente a prezzi politici, o se saranno immessi nel mercato locale ai prezzi totalmente decisi dall’azienda produttrice. Dalla relazione, presentata al Parlamento il 17 luglio 2024, si apprende, comunque, che il 30% del raccolto è destinato alla esportazione verso l’Italia. In particolare, quello di grano duro di cui il Paese ha grande bisogno per la produzione di pasta. Dallo stesso documento, si apprende anche che il progetto è sostenuto da Simest, società di Cassa depositi e prestiti, gruppo controllato all’82% dal Governo italiano. Istituita con il compito di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Simest interviene sia concedendo prestiti agevolati, sia partecipando al capitale sociale delle aziende selezionate. Nel caso di Bonifiche ferraresi, il finanziamento, pari a 15 milioni di euro, ha assunto la forma di partecipazione all’aumento di capitale decretato da  una sua controllata operante all’estero.

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Un piano generico

Per la verità, da un punto di vista finanziario, il piano è piuttosto generico. Non precisa quali progetti hanno diritto a contributi a fondo perduto, quali solo a prestiti. Si limita a dire che per il primo quadriennio, il piano potrà contare su una disponibilità finanziaria di 5,2 miliardi di euro, di cui 3 attinti dal Fondo italiano per il clima e 2,2 dai fondi per la Cooperazione allo sviluppo. Inoltre, asserisce di volersi avvalere della collaborazione di una serie di istituti finanziari italiani di natura pubblica come la Cassa depositi e prestiti, Simest, Sace e altri fondi di livello internazionale. Ma non precisa né i criteri di finanziamento né le procedure da seguire, forse per lasciare ampia libertà di manovra alla Cabina di regia che di volta in volta potrà decidere quale forma di aiuto assicurare e da parte di chi.

La legge prevede che, a giugno di ogni anno, venga presentata una relazione al Parlamento sullo stato di avanzamento dei progetti. Ma più fonti lamentano scarsa trasparenza.

L’Osservatorio conti pubblici dell’Università cattolica, ad esempio, scrive che «spesso non vengono citate le risorse messe in campo per singolo progetto, e quando vengono citate non è chiara la ripartizione fra risorse pubbliche e private». Un ulteriore elemento che getta ombra su un piano già pieno di ambiguità.

Francesco Gesualdi




Africa. Digitale in espansione

Tra il 2019 e il 2024, gli utenti di internet in Africa subsahariana sono cresciuti in modo esponenziale. Complice la pandemia da Covid-19 – che ha stimolato diffusione e utilizzo delle tecnologie digitali – il numero di africani connessi alla rete è aumentato dal 25% al 38%. Ma, nonostante l’incremento considerevole (tra il 2018 e il 2019 la crescita era stata solo dello 0,1%), si tratta comunque di un valore ben al di sotto del 68% mondiale.
Molto resta da fare per rendere internet sempre più accessibile al maggior numero possibile di abitanti del continente. Ma le iniziative non mancano e spaziano per tutta l’Africa.

L’uso di internet
A settembre 2025, l’International telecommunication union (Itu, organizzazione internazionale delle Nazioni Unite che definisce gli standard nel settore delle telecomunicazioni) e l’Unesco (organizzazione Onu per la tutela del patrimonio culturale) hanno rilasciato un report congiunto, The state of broadband in Africa 2025.
Nell’indagine, le due organizzazioni hanno evidenziato una disparità considerevole nell’accesso a internet nel continente. Destinazioni turistiche popolari (come Seychelles e Mauritius) o Paesi a medio-alto reddito (come Sudafrica e Botswana) accedono a internet con livelli paragonabili o addirittura superiori alla media mondiale (68%). In tanti altri Stati invece, l’uso della rete è decisamente inferiore (anche sotto il 10%).

Copertura e segnale
Diversi sono i fattori che possono facilitare o complicare l’uso di internet. Nel 2024, ormai l’88% degli africani viveva in aree coperte da segnale telefonico, ma il 10% della popolazione poteva fare affidamento solo sul 2G e oltre la metà riceveva in 3G. Solo un terzo degli abitanti del continente era raggiunto dal 4G. Le reti 5G, invece, per ora, riguardano solo l’1,2% delle connessioni (anche se si stima che arriveranno al 17% entro il 2030).
A dare le dimensioni di quanto sia complicato portare internet in tutto il continente è il fatto che la maggior parte dei Paesi si affidi a una combinazione di tecnologie. Ad esempio, i cavi sottomarini che collegano diversi Paesi o continenti e sono sempre più diffusi perché rendono più facile ed economico l’accesso alla rete. Oppure gli Internet exchange point che ottimizzano la fornitura di internet e i traffici in una data area. Ma anche la copertura satellitare che per velocità e larghezza di banda è paragonabile al 4G, oltre a essere essenziale per collegare le aree rurali.

Gli investimenti nell’infrastruttura digitale non mancano, ma restano limitati rispetto alle effettive esigenze continentali. Negli ultimi cinque anni, dagli operatori del settore telefonico sono giunti finanziamenti per 28 miliardi di dollari e, tra il 2025 e il 2030, si stima che arriveranno a 62 miliardi. Diversi operatori europei (Orange), statunitensi (Google e Amazon), ma anche cinesi (Huawei) si stanno inserendo nel mercato digitale africano: hanno intenzione di approfittare di un settore che si prospetta in grande crescita (già nel 2023, ha generato il 7,3% del Pil continentale).

Poche competenze e limiti nell’accesso
Ma vivere in un’area raggiunta dal segnale internet non sempre equivale a utilizzarlo. Nel 2023, 710 milioni di africani (il 60% della popolazione) non usavano la rete, pur avendola a disposizione.
Molte erano donne. Infatti, sebbene il numero di donne che usa internet sia in crescita costante (dal 21% al 31%, tra 2019 e 2024), resta inferiore a quello degli uomini (43%). Tra i limiti principali, ci sono la mancanza di competenze digitali, ma anche gli elevati costi di dispositivi – una donna ha il 28% in meno di possibilità di possedere uno smartphone rispetto a un uomo – e accesso alla rete – le donne spendono il 32% in meno in servizi digitali. Per combattere questo gap, molti Paesi stanno investendo in programmi per rafforzare conoscenze e competenze digitali nelle ragazze.
Ma, oltre al divario di genere, c’è anche una profonda differenza tra contesti urbani e rurali. Nel 2024, solo il 23% delle famiglie rurali aveva accesso a internet, a fronte del 57% di quelle urbane. A incidere sono la mancanza di infrastrutture elettriche e il minore interesse delle aziende a investire in progetti digitali in aree considerate marginali.
Tuttavia, è proprio il contesto rurale uno di quelli in cui l’applicazione dell’intelligenza artificiale sta producendo effetti trasformativi, portando, in diversi casi, crescita, innovazione e commercio. Infatti, sono sempre più numerose, in tutto il continente, le app basate sull’intelligenza artificiale, grazie alle quali gli agricoltori ricevono allerte meteo o suggerimenti di irrigazione, individuano preventivamente le malattie, ottengono informazioni di mercato ed entrano in contatto con possibili acquirenti.
Insomma, in Africa, il digitale si fa sempre più strada. Tra ostacoli, difficoltà, ma anche propositività.

Aurora Guainazzi




Africa. Turismo avanti tutta

In Africa, il turismo sta vivendo una fase di crescita senza precedenti, con numeri che consolidano il continente tra le mete più ambite al mondo. Nel 2024, secondo l’ultimo World tourism barometer dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), l’Africa ha accolto 74 milioni di visitatori internazionali, il 12% in più rispetto al 2023 e oltre i livelli pre pandemici. I ricavi hanno raggiunto 1.600 miliardi di dollari, segno che non solo gli arrivi ma anche la spesa media per turista sono aumentati.

Il World travel & tourism council (Wttc) prevede che nei prossimi dieci anni il settore creerà quasi 14 milioni di nuovi posti di lavoro in Africa, con una crescita media annua del Pil turistico del 6,8%, più del doppio rispetto all’andamento dell’economia complessiva. Già oggi il turismo contribuisce per circa il 10% al Pil mondiale e si conferma come uno dei motori dello sviluppo continentale.

Dietro questi numeri incoraggianti si nasconde però un paradosso. Una ricerca dell’Università di Manchester, pubblicata su «African studies review», mostra che i maggiori benefici del turismo di lusso – il segmento in più rapida espansione – finiscono in larga parte nelle mani di investitori stranieri. Lodge esclusivi e resort appartengono per lo più a gruppi internazionali, assumono manodopera locale solo in misura limitata e dipendono da beni importati e agenzie estere. Di conseguenza, gran parte del valore economico creato defluisce all’estero, mentre le comunità africane ricevono solo una minima parte.

Turismo di alta gamma

Il fenomeno è evidente in Paesi come Kenya, Tanzania, Sudafrica e Rwanda, dove safari personalizzati, trekking con i gorilla ed ecolodge nelle riserve protette attirano un pubblico facoltoso. Secondo Travel and tour world, il benessere e il turismo sostenibile alimentano questa crescita, ma la realtà è più complessa. Come riporta l’agenzia Reuters, i resort «all inclusive» isolano spesso i visitatori dalla vita locale, impedendo loro di spendere nei villaggi circostanti. I profitti restano concentrati nelle mani delle multinazionali o di una ristretta élite, mentre i salari della maggior parte dei lavoratori del settore rimangono bassi.

Non mancano le tensioni. In Kenya un attivista ha intentato una causa per bloccare l’apertura di un lodge del Ritz-Carlton nel Masai Mara, accusato di sottrarre terre ai pastori locali. In Tanzania, le proteste contro lo sfratto di migliaia di Masai per far posto a lodge di caccia hanno portato a scontri mortali con la polizia, secondo quanto documentato da Reuters. Episodi che rivelano come un’industria presentata come «a basso impatto e ad alto valore aggiunto» possa in realtà alimentare conflitti e disuguaglianze.

Eppure, esistono esempi di un modello diverso. Travel and tour world sottolinea che il turismo di lusso può crescere senza compromettere la sostenibilità, a patto che i governi introducano regole chiare: redistribuzione più equa dei ricavi, tutela delle comunità dall’accaparramento delle terre, investimenti in formazione. In Uganda, ad esempio, il trekking con i gorilla garantisce parte degli introiti alle popolazioni locali, mentre nelle Mauritius cresce l’offerta di ecoturismo che valorizza natura e cultura.

Dove vanno i turisti

Il 2024 ha confermato anche una geografia turistica molto diversificata. Secondo Africa Briefing, il Nord Africa guida i flussi: il Marocco ha accolto 17,4 milioni di turisti, seguito dall’Egitto con 15,7 milioni e dalla Tunisia con 10,2 milioni. Nell’Africa australe e orientale il Sudafrica ha registrato 8,9 milioni di arrivi, mentre Kenya e Tanzania restano poli cruciali per i safari. Uganda e Zimbabwe hanno visto crescere i visitatori grazie a parchi naturali e cascate, mentre le isole – Mauritius, Seychelles e Capo Verde – rafforzano la loro immagine di paradisi del lusso eco responsabile.

Per il 2025 l’Unwto stima un’ulteriore crescita tra il 3 e il 5%. Il settore turistico contribuisce ad almeno l’8,5% del prodotto interno lordo nazionale del Sudafrica. I primi dati lo confermano. Nel solo mese di luglio il Paese ha accolto 880mila visitatori, con un aumento del 26% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, tra il 2019 e il 2024 le start up sudafricane del settore hanno attirato oltre 39 milioni di dollari di investimenti in venture capital, più della metà del totale registrato in Africa. Dati positivi anche per l’Egitto. Un rapporto diffuso da Fitch solutions stima che le entrate del turismo si attesteranno a 17,5 miliardi di dollari alla fine del 2025, in aumento rispetto ai 16,2 miliardi dello scorso anno, con una crescita dell’8,1% su base annua. Le previsioni parlano poi di 18,6 miliardi nel 2026, 19,6 miliardi nel 2027, oltre 20 miliardi nel 2028 e 20,9 miliardi nel 2029.

Per trasformare il boom turistico del continente in sviluppo inclusivo, i governi africani dovranno però affrontare tre sfide decisive: dotarsi di infrastrutture moderne anche nelle aree rurali, formare personale qualificato e, soprattutto, adottare politiche che mettano al centro la sostenibilità sociale e ambientale.

Enrico Casale




Africa-Giappone. Concluso il summit di Yokoama

A fine agosto, a Yokohama (seconda città giapponese dopo Tokyo), si è tenuta la nona Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano (Ticad). Il summit – a cui hanno preso parte leader e rappresentanti di 50 Stati africani – si è concluso con l’adozione della Dichiarazione di Yokohama.
Nel documento, emerge un rinnovato interesse del Giappone per l’Africa, sulla scia di uno scenario internazionale dove il continente è teatro di competizione tra grandi potenze. Ma la Dichiarazione parla anche della necessità di collaborare per crescita economica e sviluppo sostenibile proficui per entrambi.

Aiuti e investimenti
Il Ticad è nato nel 1993 come spazio dove leader africani e giapponesi, esponenti di organizzazioni internazionali (come Unione africana e Nazioni Unite) e donatori pubblici e privati potessero dialogare sullo sviluppo del continente. Prima conferenza di questo genere, è stato un modello per iniziative simili, come il Forum sulla cooperazione Cina-Africa, il Vertice Stati Uniti-Africa e il Summit Unione europea-Africa.
Inizialmente, i Ticad si sono concentrati unicamente sullo sviluppo dell’Africa. Dal 2008 poi, hanno iniziato a guardare alla cooperazione economica e il numero di manager, industriali e imprenditori partecipanti è aumentato drasticamente, mentre termini come sviluppo tecnologico, infrastrutture, innovazione e sostenibilità hanno cominciato a essere pronunciati sempre più frequentemente.
Nell’ultimo ventennio, in media, le aziende giapponesi hanno investito 7 miliardi di dollari l’anno in Africa. Mentre gli aiuti allo sviluppo sono rimasti stagnanti (intorno ai 2 miliardi di dollari l’anno): per i leader giapponesi, infatti, fornire solo aiuti non stimola a sufficienza l’economia, cosa che invece accade quando si crea uno scambio di conoscenze, competenze e tecnologie tra aziende giapponesi e africane.

Interessi economici
L’economia ha quindi dominato l’ultimo Ticad. Negli ultimi trent’anni, infatti, il Pil dell’Africa subsahariana è cresciuto fino a 2.000 miliardi di dollari nel 2024 (cinque volte quello dei primi anni Duemila) e nel 2025 si prevede una crescita del 4% (quella mondiale è al 2,8%).
Cifre che hanno spinto il Giappone ad annunciare l’«Iniziativa per la regione economica dell’Oceano Indiano-Africa», una zona economica integrata, che unisce Africa e Asia sudoccidentale (dove numerose aziende giapponesi sono presenti da tempo). Infatti Tokyo – la cui politica estera mira anche a contrastare la Cina – vuole assicurarsi una fetta del mercato africano, in crescita, incentivando le esportazioni delle aziende giapponesi in Asia sudoccidentale e l’apertura di sedi nel continente.
Attualmente, però, il Giappone è ben lontano da Pechino. Nel 2024, la Cina ha esportato in Africa merci per 178 miliardi di dollari, mentre il Giappone si è fermato a 8,5 miliardi. Solo 900 aziende giapponesi operano nel continente (a fronte di oltre 10mila compagnie cinesi).
A limitare la presenza giapponese in Africa è soprattutto l’avversione delle aziende al rischio, che nel continente è considerato elevato a causa di instabilità politica, conflitti ed epidemie. Tuttavia, l’attuale governo giapponese – consapevole della crescita economica dell’Africa e della sua ricchezza di risorse – sembra voler invertire la rotta.
Un tassello fondamentale è lo sviluppo del corridoio di Nacala, che collega Paesi senza sbocco sul mare, ma ricchi di risorse (come lo Zambia) al porto mozambicano di Nacala sull’Oceano indiano (di cui il Giappone ha finanziato lo sviluppo infrastrutturale). Le industrie giapponesi infatti dipendono quasi totalmente dall’importazione di materie prime (tra cui minerali africani): come per altre potenze, anche per Tokyo, assicurarsi rotte commerciali e forniture costanti è una priorità nazionale.

Questione di demografia
Ma al Ticad si è parlato anche di sviluppo digitale, intelligenza artificiale, robotica, agritech e sanità. Per sviluppare questi settori, il Giappone ha annunciato che, tra il 2026 e il 2028, sosterrà la strategia per il settore privato della Banca africana di sviluppo con 810 miliardi di yen (circa 5,5 miliardi di dollari). Inoltre, si è impegnato a formare 300mila persone in tre anni (di cui 30mila sull’intelligenza artificiale).
L’obiettivo è sviluppare il capitale umano africano e consolidare le relazioni economiche a vantaggio di entrambi: il Giappone – sempre più anziano e dove forza lavoro e capacità produttiva si stanno riducendo – e l’Africa – in crescita demografica e con tassi di disoccupazione (soprattutto giovanile) destinati a crescere.
A sintetizzare come queste due sfide potrebbero intrecciarsi e trovare l’una la soluzione nell’altra sono state le parole del Primo ministro giapponese Sherugu Ishiba in chiusura del forum: «Vorrei collegare le risorse umane e materiali dell’Africa alla crescita del Giappone e alla prosperità globale, in modo tale da beneficiare sia il Giappone che l’Africa».

Aurora Guainazzi




Vedere, discernere, comunicare

Sono le parole che papa Leone ha pronunciato all’incontro con la stampa del 12 maggio scorso, in perfetta continuità con il messaggio lasciato da papa Francesco.

Quasi in contemporanea è uscito un rapporto dell’Ong Amref, «L’Africa mediata 2025», che sottolinea la grande marginalità dell’Africa nel nostro mondo comunicativo. Una marginalità che rasenta l’indifferenza ed è anche condita di stereotipi negativi soprattutto a livello di percezione e, quindi, di azione. Un paradigma, questo, applicabile anche all’informazione che riguarda tanti altri Paesi del mondo, i quali fanno notizia solo quando coinvolgono i nostri interessi o quelli dei potenti di turno.

Tutto questo non fa che confermare il disagio crescente che sento di fronte al modo con cui giornali e televisioni ci stanno informando. Basta calcolare i minuti e le pagine divorati in questi ultimi mesi da certi avvenimenti che prendono tutto. Ci vuole poco a realizzare che il primo quarto del tempo di un noto Tg è dedicato a un’informazione politica sbilanciata in favore di chi è al potere, un altro quarto alle notizie e gossip del giorno, che siano l’elezione di Trump, la malattia di papa Francesco o il totopapa nel tempo del conclave, seguiti poi da un terzo quarto dedicato a poche notizie nazionali e internazionali con ovvia centratura su Ucraina e Palestina, e un ultimo quarto dedicato un po’ allo sport e poi tanto, tantissimo spazio allo spettacolo, dove la notizia diventa spesso pubblicità.

Per parlare del Myanmar ci vuole un terribile terremoto (che merita al massimo due giorni). Eritrea, Sudan, Paesi del Sahel, Libia e altri Paesi affacciati al Mediterraneo, appaiono solo quando l’ennesimo naufragio con decine di morti scalfisce il muro del pregiudizio che fa percepire tutti i migranti (compresi i bambini) come invasori illegali e pericolosi delinquenti dai quali bisogna «difendere la patria».

Per parlare poi della Chiesa, serve la notizia di qualche scandalo clericale, eccezione fatta per la malattia di papa Francesco e l’elezione di papa Leone.
Ma è, questa, vera informazione? Pensiamo a quella marea che sono i social media dove è spesso difficile distinguere il vero dal falso, dove ci illudiamo di poter partecipare, pur rimanendo spettatori dipendenti (dagli algoritmi), acritici e incantati, e dove, soprattutto, rimangono invischiati giovani e giovanissimi.

Non entro nel campo dell’Ia (Intelligenza artificiale), una realtà affascinante e con enormi potenzialità, ma anche con gravi rischi, spesso usata in cerca di risposte sicure che indeboliscono il libero uso del nostro senso critico e, tra l’altro, monopolizzata dai grandi gruppi di potere economico e informatico per aumentare i loro profitti.

Oggi più che mai è necessario che ciascuno usi la propria coscienza e la propria testa, magari in dialogo con lo Spirito che ci guida nel discernimento. Oggi più che mai c’è bisogno di persone che lavorino nella comunicazione ascoltando e rilanciando la voce dei deboli che non hanno voce, invece delle urla di chi ha già megafoni enormi a disposizione.

Come dice papa Leone, «Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana».

Gigi Anataloni
direttore responsabile MC




Africa. I cambiamenti climatici picchiano duro

L’Africa si sta riscaldando più velocemente di molte altre regioni del mondo. Secondo il rapporto «State of the Climate in Africa 2024» pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), ogni aspetto dello sviluppo socioeconomico africano è messo a dura prova da eventi climatici estremi e dai cambiamenti climatici. L’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua, i conflitti per le risorse e lo sfollamento forzato sono solo alcune delle conseguenze di un fenomeno sempre più preoccupante.

Il rapporto dell’Omm dipinge un quadro allarmante. Il 2024 è stato l’anno più caldo – o il secondo, a seconda dei dataset – mai registrato nel continente. Le temperature medie della superficie sono state di 0,86° sopra la media del trentennio 1991-2020, con picchi nel Nordafrica, dove il riscaldamento ha toccato +1,28°. A queste condizioni si è aggiunto un ulteriore fattore aggravante: il riscaldamento eccezionale degli oceani. L’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo hanno registrato valori record e quasi tutta l’area oceanica attorno all’Africa è stata colpita da ondate di calore marino di intensità forte o estrema. Da gennaio ad aprile, oltre 30 milioni di km² di superficie marina sono stati interessati da questa tendenza. Il dato più alto mai rilevato dal 1993.

Il cambiamento climatico colpisce l’Africa in modi contrastanti, ma sempre drammatici. L’alternanza tra siccità persistenti e piogge torrenziali crea un’instabilità che mette in ginocchio l’agricoltura e l’approvvigionamento idrico. L’Africa australe, ad esempio, ha vissuto nel 2024 la peggiore siccità degli ultimi vent’anni. Malawi, Zambia e Zimbabwe sono stati i Paesi più colpiti, con perdite nella produzione agricola che in alcuni casi hanno superato il 40% rispetto alla media quinquennale. Il lago Kariba, bacino idroelettrico condiviso da Zambia e Zimbabwe, ha raggiunto livelli così bassi da causare lunghi blackout e rallentare l’attività economica.

Nel frattempo, l’Africa orientale ha visto un’altra faccia del disastro: precipitazioni straordinarie tra marzo e maggio hanno provocato inondazioni in Kenya, Tanzania e Burundi, con centinaia di vittime e oltre 700mila sfollati. Le piogge successive, tra ottobre e dicembre, sono invece risultate inferiori alla media, facendo temere nuove crisi alimentari. In Africa occidentale e centrale, i Paesi del bacino del lago Ciad – Nigeria, Niger, Camerun, Repubblica centrafricana – sono stati colpiti da alluvioni che hanno coinvolto oltre quattro milioni di persone.

Anche il Nordafrica non è stato risparmiato. Per il terzo anno consecutivo la regione ha avuto un raccolto cerealicolo sotto la media, con il Marocco che ha visto una riduzione del 42% della produzione, aggravata da un sesto anno consecutivo di siccità.

Nel 2024 si è assistito a un fenomeno senza precedenti. Due cicloni tropicali, Hidaya e Ialy, si sono formati a maggio nel bacino occidentale dell’Oceano Indiano e hanno colpito la costa tra Kenya e Tanzania, una zona solitamente fuori dal raggio d’azione dei cicloni maturi. Il ciclone Chido, invece, ha devastato l’isola francese di Mayotte e poi ha proseguito verso Mozambico e Malawi, lasciando decine di migliaia di sfollati e danni ingenti.

Nonostante il contesto complesso, il rapporto Omm evidenzia anche alcuni segnali positivi. La trasformazione digitale rappresenta un’opportunità strategica per migliorare la resilienza climatica. Strumenti come l’intelligenza artificiale, i sistemi radar avanzati e le applicazioni mobili stanno potenziando le capacità previsionali e gli allarmi precoci. In Nigeria, ad esempio, l’agenzia meteorologica ha lanciato piattaforme digitali per fornire informazioni climatiche e avvisi agli agricoltori. In Kenya, previsioni e allarmi vengono diffusi via Sms a comunità rurali e pescatori. Anche in Sudafrica sono stati introdotti strumenti di previsione avanzati e reti radar aggiornate per anticipare con maggiore precisione eventi estremi.

Nel 2024, diciotto servizi meteorologici nazionali africani hanno aggiornato i propri siti web e le infrastrutture di comunicazione per aumentare l’efficacia delle previsioni. Tuttavia, per una reale trasformazione servono investimenti strutturali: infrastrutture digitali solide, sistemi di gestione e condivisione dati efficienti e un accesso equo alle informazioni, anche nelle aree più remote.

L’Africa, secondo il rapporto Omm, ha bisogno urgente di sistemi di allerta precoce più capillari, politiche di adattamento più solide e cooperazione internazionale rafforzata. L’iniziativa «Early warnings for all» punta proprio a questo: salvare vite e ridurre i danni grazie a previsioni tempestive e azioni coordinate.

«Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una crisi attuale – ha dichiarato Celeste Saulo, segretaria generale dell’Omm -. Spero che questo rapporto stimoli un’azione collettiva per affrontare sfide sempre più complesse e impatti a cascata».

Enrico Casale




Italia-Africa. Cresce l’export di armi

 

In un mondo sempre più in conflitto, l’Italia è costantemente tra i leader mondiali nella vendita di armamenti. Secondo il rapporto «Trends in international arms transfers, 2024» pubblicato dallo Stockholm international peace research institute (Sipri, istituto che analizza la sicurezza globale), tra il 2020 e il 2024, l’Italia è stata la sesta esportatrice globale di armi: dalle sue industrie è arrivato il 5% di tutto il materiale bellico richiesto nel mondo, con un aumento del 138% rispetto alle vendite nel periodo 2015-2019.

Il mercato degli armamenti italiani quindi è in costante crescita. Lo conferma anche la «Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento» presentata il 24 marzo in Parlamento dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Secondo il documento, nel 2024 l’Italia ha esportato armamenti in 90 Paesi, guadagnando 7,7 miliardi di euro. Un incremento del 22% rispetto ai 6,3 miliardi del 2023.

Nelle mani di pochi
Dal rapporto emerge anche che l’industria bellica italiana è in mano a pochi. Da sole, Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall Italia e Mbda Italia coprono il 60% delle esportazioni totali. Proprio grazie a una commessa da un miliardo di euro a Fincantieri (per due pattugliatori polivalenti d’altura destinati alla Marina militare), nel 2024 l’Indonesia è passata da 35° a prima importatrice di armi italiane. Seguono Francia, Regno Unito e Germania e, più in generale, Paesi dell’Unione europea e della Nato (destinatari del 44% delle esportazioni italiane).

Il mercato africano
Ma sono cresciute anche le esportazioni in Africa. Nel 2024, per la prima volta, i Paesi subsahariani hanno speso più di quelli nordafricani: 587 milioni di euro contro 306 milioni. In Africa subsahariana gli acquisti sono cresciuti del 501% rispetto al 2023 e del 2.401% rispetto al 2022. Tra conflitti, instabilità o semplice rinnovo degli arsenali, molti Stati si sono affidati agli armamenti italiani.
Ad esempio la Nigeria – nel 2024 prima importatrice africana e terza mondiale di armi italiane – ha speso 481 milioni di euro per bombe, missili, aerei, strumentazioni elettroniche e materiale da addestramento, necessari all’esercito contro Boko Haram, gruppo jihadista attivo nel nordest del Paese al confine con Niger, Ciad e Camerun. Non a caso, lo scorso anno, anche questi ultimi due Paesi hanno acquistato in Italia: il Ciad ha speso 21 milioni di euro (40mila nel 2023) mentre il Camerun ha versato 206mila euro.
Nel 2024, dopo alcuni anni, anche Botswana e Angola sono tornate a guardare al mercato italiano: la prima ha acquistato aerei e apparecchiature elettroniche per 61 milioni di euro, la seconda ha speso 14 milioni di euro. Ugualmente l’Uganda: dopo aver comprato armamenti italiani per l’ultima volta nel 2020, lo scorso anno il Paese ha fatto acquisti per 4,5 milioni di euro.
Somalia e Sudafrica hanno agito agli antipodi: se la prima ha triplicato la propria spesa, arrivando a 1,7 milioni di euro, il secondo l’ha dimezzata, fermandosi a 500mila. Infine, il Kenya si è confermato un mercato affidabile per l’industria italiana con transazioni per 2 milioni di euro.

Un continente interessante
D’altronde, negli anni, le aziende italiane hanno sviluppato una presenza capillare nel continente. Ad esempio, Leonardo (nel 2024 prima esportatrice con 1,8 miliardi di euro di fatturato, il 28% del totale) opera in undici Paesi africani. In Angola, lavora per espandere la sorveglianza marittima, spaziale e del cyberspazio. A Pointe Noire (Repubblica del Congo), si è assicurata un contratto per realizzare il sistema di sicurezza del porto. Mentre la fornitura di caccia alla Nigeria è stata un punto fermo delle vendite nel 2024.
Ma Leonardo non è la sola. I legami di Fincantieri con l’Egitto sono solidissimi. Benelli armi opera in Nigeria, Angola ed Egitto. Support logistic services ed Elettronica sono presenti in Sudafrica. E tante altre ancora sono sparse per tutto il continente.
L’industria bellica italiana dunque gode di ottima salute. Si alimenta da e contribuisce ad alimentare gli innumerevoli conflitti in tutto il mondo. Oltre a sostenere la corsa globale al riarmo.
Ma quest’anno potrebbe essere l’ultima volta in cui sono disponibili dati dettagliati sul mercato italiano degli armamenti. Soprattutto sul piano sulle transazioni finanziarie, di cui il 70% nel 2024 è passato per soli tre istituti: Unicredit, Deutsche Bank e IntesaSanpaolo.
Prosegue infatti l’iter parlamentare del disegno di legge (ddl) di iniziativa governativa n. 1730 che modifica la legge 9 luglio 1990, n. 185. Quest’ultima disciplina l’esportazione di armamenti italiani e impone al governo di presentare una relazione annuale al Parlamento sulla movimentazione di materiale bellico da e per il Paese. Il ddl invece mira a ridurre il controllo parlamentare sul commercio di armi e la trasparenza sulle transazioni finanziarie. Rendendo così ancora meno trasparente uno dei mercati più pericolosi al mondo.

Aurora Guainazzi




Guerre finanziate, guerre dimenticate


Lo scorso febbraio anche Bukavu, capitale del Sud Kivu, in Congo Rd, è caduta in mano ai ribelli dell’M23. Centinaia di migliaia sono gli sfollati che cercano riparo a Bujumbura, la capitale del Burundi. La milizia, armata ed equipaggiata con attrezzatura moderna, affiancata dall’esercito ruandese, il Rwanda defence force (Rdf), sta continuando la sua «conquista» verso Sud.

Il piccolo Rwanda (di superficie poco superiore alla Sicilia), di fatto, sta sfruttando le risorse minerarie dell’Est del Congo almeno dal 1996. È diventato un grande esportatore di stagno, tungsteno, tantalio, oro (chiamati oggi «minerali strategici»), senza però averne un grammo nel proprio sottosuolo. Ne abbiamo scritto su MC in questi anni.

Allora perché negli ultimi mesi il Rwanda ha deciso di invadere anche le due grandi città del vicino Paese sovrano, Goma e, appunto, Bukavu?

L’M23 già nel 2012 aveva occupato Goma per diverse settimane, ma la pressione di alcuni Paesi occidentali, che avevano minacciato il Rwanda di tagliargli i finanziamenti, era bastata a fare ritirare ribelli.

Dal 2021, quando l’M23 ha ripreso le attività, non ha fatto che appropriasi con la forza di siti minerari, dal Nord al Sud Kivu, terrorizzando la popolazione che fugge ingrossando i campi profughi. Intanto, l’esercito del Congo non riesce a opporre resistenza.

Oggi sembra che Paul Kagame, il «presidente-uomo solo al comando» dal 1994 del Rwanda, abbia deciso di tentare lo stesso colpo che fece nel 1996 con un altro gruppo ribelle da lui pilotato, l’Afdl (Allenaza delle forze democratiche per la liberazione del Congo), ovvero di riprendere il controllo de facto del Congo o di parte di esso.

Il Rwanda ha ricevuto ingenti finanziamenti dall’Occidente negli ultimi trent’anni. Ad esempio, la cifra media annuale tra il 2020 e il 2021 è stata di 1,24 miliardi di dollari. Intanto la spesa militare è cresciuta da 40 milioni di dollari nel 2005 a 180 nel 2021. L’Rdf è un esercito grande rispetto alle dimensioni del Paese, molto ben addestrato e moderno.

In particolare, è stato finanziato per operazioni di peacekeeping in diversi Paesi africani. Dal 2017, i militari ruandesi sono presenti nel Nord Mozambico in un’operazione contro i gruppi islamisti che imperversano nella regione di Cabo Delgado.

Sono documentati i 40 milioni di dollari che l’Unione europea ha dato al regime ruandese (sotto spinta francese) per proteggere i pozzi petroliferi della Total, tra il 2022 e il 2024. Sono inoltre documentati (da esperti delle Nazioni Unite), la coincidenza in alcuni casi di truppe e comandi tra le Rdf presenti in Mozambico e quelle in Congo.

Il 13 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione europea di congelare gli aiuti budgetari al Rwanda e di sospendere l’accordo sui minerali strategici, stipulato nel febbraio 2024 (MC aprile 2024), finché i militari ruandesi saranno impegnati in Congo. Altre sanzioni Ue sarebbero pronte, su iniziativa di Belgio e Francia. Mentre anche Londra ha annunciato la sospensione degli aiuti finanziari.

Allargando l’orizzonte, noto che le importanti guerre in Ucraina e in Medio Oriente si prendono tutta l’audience nei media italiani. Altri conflitti, che magari influiscono meno sulla vita dei cittadini, semplicemente scompaiono. Sto pensando a quello in Sudan, guerra civile ma con caratteristiche regionali e globali, di cui parliamo nelle pagine di questo numero. Penso al Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), la cui popolazione è presa tra gruppi armati islamisti e governi golpisti dei militari. In un’area in cui passa una delle maggiori rotte della migrazione tra l’Africa e l’Europa. Paesi che si sono alleati con la Russia, mettendo nelle mani di Putin il «rubinetto» di questo flusso. Penso ad Haiti, Paese diventato invivibile perché controllato da bande armate criminali. Le cause sono storiche e precise, documentate e sempre occidentali.

E penso alla guerra civile in Myanmar, che ha compiuto quattro anni, e della quale parliamo anche sul nostro sito.

Aspettiamo dunque che il Rwanda, con uno degli eserciti più forti d’Africa, finanziato dagli occidentali, conquisti il Burundi (che è già allarmato) e magari arrivi a Kinshasa?

Marco Bello, direttore editoriale

 




Africa, come va la lotta all’Hiv/Aids


Venticinque anni fa una storica conferenza sull’Aids di Durban, in Sudafrica, fece emergere le proporzioni dell’epidemia da Hiv in Africa. Oggi preoccupa la scelta dell’amministrazione Trump di congelare i fondi Usa destinati agli aiuti, inclusa la lotta all’Hiv/Aids.

Secondo il più recente rapporto di Unaids, l’agenzia Onu per la lotta all’Hiv/Aids, il 2023 è stato il primo anno in cui ci sono state più nuove infezioni fuori dall’Africa che al suo interno. Su 1,3 milioni di contagi, infatti, 640mila sono avvenuti in Africa e 660mila nel resto del mondo. La riduzione dei contagi nel continente è un traguardo notevole per l’area del mondo che è stata di gran lunga la più colpita dalla diffusione del virus: in Africa subsahariana sono avvenuti, infatti, circa il 70% degli oltre 42 milioni di decessi dall’inizio della pandemia da Hiv, cioè dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi.

L’anno con il numero più alto di morti è stato il 2004: due milioni di vittime nel mondo, di cui un milione e mezzo nella sola Africa. «Arrivai a Ikonda nel 2002, in piena crisi dell’Hiv/Aids», ricorda padre Sandro Nava, missionario della Consolata responsabile fino al 2019 del Consolata Ikonda Hospital e oggi dell’Allamano Makiungu Hospital, entrambi in Tanzania. «Trovai interi villaggi decimati: mi ricordo benissimo di un villaggio tra Ikonda e Makete dove tutti i giorni c’erano dei funerali. La tradizione prevede che si faccia il kiliyo, cioè la cerimonia funebre con i pianti rituali, e si condivida poi il cibo fra tutti i convenuti. La comunità fu costretta sospendere tutto: la gente che moriva era talmente tanta che era impossibile mantenere il rito».

 

La conferenza di Durban

Nel 2000 c’era stata a Durban, sulla costa orientale del Sudafrica, la XIII conferenza internazionale sull’Aids (spesso abbreviata in Aids 2000): si trattò di un evento storico, racconta@ in un Ted Talk del 2016 Stefano Vella, ex direttore del Dipartimento del farmaco e poi del Centro per la salute globale dell’Istituto superiore di Sanità e, all’epoca, presidente della International Aids society@, l’associazione con sede a Ginevra che organizza le conferenze. Fino a quell’anno, l’evento si era sempre svolto nei paesi del Nord globale, ma l’area del mondo in cui l’Aids stava facendo più vittime era di gran lunga l’Africa.

Anni Duemila, l’Africa travolta

Centre de Santé Notre Dame de la Consolata

Alla conferenza, ricorda Vella, si incontrarono migliaia di scienziati, medici, ricercatori, ma anche attivisti, pazienti, politici e un migliaio di giornalisti: il merito dell’evento fu quello di rompere il silenzio – come suggeriva il suo titolo, Breaking the silence – sulle enormi diseguaglian- ze fra il Nord e il Sud globale nell’accesso alla prevenzione, alla diagnosi e alle terapie.

La scelta del Sudafrica come nazione ospitante fu significativa: si trattava, infatti, del Paese più colpito al mondo con 3,6 milioni che avevano l’Hiv su 44 milioni di abitanti. Ci fu un accorato discorso conclusivo di Nelson Mandela, ex presidente del Sudafrica e figura chiave della lotta all’apartheid, che esortò tutti ad agire subito. I politici si mossero, spiega ancora Vella: un anno e mezzo dopo, nacque il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, che ad oggi ha speso 68 miliardi di dollari nella lotta alle tre malattie, 35 miliardi solo per l’Hiv@.

Inoltre, Aids 2000 diede un impulso fondamentale alla salute globale, grazie a un approccio che si fondava non solo del miglioramento della salute ma anche sulla riduzione delle diseguaglianze nell’accesso all’assistenza sanitaria.

Il Pepfar, acronimo per Piano d’emergenza del Presidente degli Stati Uniti per la lotta all’Aids (President’s emergency plan for Aids relief), fu lanciato dal presidente George Bush e dalla moglie Laura nel 2003. Sotto il suo coordinamento, diversi dipartimenti e agenzie governative Usa hanno investito finora oltre 110 miliardi di dollari grazie ai quali – si legge in una scheda@ dello scorso dicembre – 26 milioni di vite sono state salvate e 7,8 milioni di bambini hanno potuto nascere senza contrarre l’Hiv dalla madre. A settembre 2024, i pazienti che, grazie al Pepfar, ricevevano farmaci antiretrovirali – capaci di bloccare l’ingresso nella cellula e la replicazione del virus@ – erano 20,6 milioni, mentre i medici, infermieri e altro personale sanitario, i cui salari erano coperti dal programma presidenziale, erano 342mila.

I primi, difficili passi

«A Ikonda», dice ancora padre Nava, «grazie all’aiuto di alcuni donatori, nel 2004, aprimmo la clinica Hiv che, all’inizio, era tutta sulle nostre spalle. Ricordo che nel 2006 andai Monaco, in Germania, a visitare un’azienda che produceva le prime macchine per la conta dei Cd4», una proteina presente nel tipo di linfociti (globuli bianchi) che innescano la reazione del sistema immunitario alle sostanze estranee, come virus e batteri, e che vengono distrutti dall’Hiv. Contare i Cd4, dunque, dà una misura di quanto il sistema immunitario di un paziente sia «in difficoltà». «Il tecnico venne dalla Germania a Ikonda a installare la macchina e cominciammo così le prime conte dei Cd4.

Solo molto tempo dopo, il Governo sostenne l’installazione di attrezzature diagnostiche, come le macchine per misurare la carica virale, e iniziò anche a fornire farmaci. Nel frattempo, la clinica era giunta da avere quasi seimila persone registrate: ci aiutò molto il dottor Gerold Jäger, un dermatologo esperto di lebbra che aveva per questo una vasta conoscenza della sanità in Africa e che, una volta in pensione, venne con la moglie Elizabeth a lavorare per tre anni a Ikonda. Infine, arrivarono organizzazioni come Usaid», l’agenzia del Governo statunitense per lo sviluppo internazionale, uno degli enti che realizza il Pepfar, «a coprire i costi di una parte del personale della clinica Hiv che, per la quantità di pazienti, era di fatto un ospedale a sé».

«Quando alla prevenzione – racconta ancora padre Sandro -, cominciammo subito con la clinica mobile: andavamo nei villaggi con un generatore che alimentava un televisore, e mostravamo filmati per informare le persone su come evitare di contagiarsi». La provincia dove si trovava Ikonda, montana e senza attività produttive, era la più colpita del Paese: molti uomini migravano in altre regioni per cercare lavoro stagionale nelle piantagioni di tè, caffè o agave, e lì si infettavano; poi rientravano dalle loro mogli e le contagiavano. Le mogli, a loro volta, passavano l’infezione ad altri partner occasionali».

La situazione oggi e i tagli di Trump

Oggi, si legge nel rapporto 2024 di Unaids, dal titolo The urgency of now (L’urgenza di adesso), e nella scheda che mostra le statistiche globali@, le persone affette dall’Hiv sono 39,9 milioni. di cui 30,7 milioni hanno accesso alle terapie, mentre 9 milioni ne restano escluse. I decessi continuano a diminuire: da 2,1 milioni all’anno del 2004 sono scesi stabilmente sotto il milione nel 2014 e oggi sono circa 630mila, mentre le nuove infezioni – che negli anni peggiori, il 1995 e il 1996, erano state 3,3 milioni – sono ora due milioni in meno, una cifra che è comunque ancora tre volte sopra l’obiettivo di 370mila previsto per il 2025 dalla Stategia globale 2021 – 2026@ che mira a porre fine all’Aids entro il 2030.

Dal punto di vista dei farmaci, poi, ci sono stati diversi progressi: ad esempio, a settembre 2024 l’Organizzazione mondiale della sanità definiva «promettenti»@ i risultati nella prevenzione dell’Hiv di un farmaco antiretrovirale, il lenacapavir, che con due iniezioni l’anno impedirebbe al virus di replicarsi. Promettenti erano anche i risultati del lavoro dell’Unità di ricerca sulla terapia genica antivirale dell’Università del Witwatersrand, in Sudafrica, che applicava le tecnologie a mRna – su cui si basano alcuni dei vaccini contro il Covid – alla ricerca di un vaccino per l’Hiv. Lo studio, finanziato da Usaid con 45 milioni di dollari (più o meno il costo di 15 missili Patriot, ndr), è ora bloccato a causa della decisione@ del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di sospendere il lavoro dell’agenzia per valutare un suo eventuale smantellamento e l’attribuzione delle sue funzioni al dipartimento di Stato, l’omologo del nostro ministero degli Affari esteri@.

La ricerca non è il solo ambito che sta risentendo delle scelte di Trump: sul sito di Unaids, lo scorso febbraio, una scheda@ aiutava a farsi un’idea delle conseguenze che il blocco dei fondi produrrebbe in 39 Paesi che rappresentano il 71% di quelli finanziati dal Pepfar: in 35 di essi l’attuazione dei programmi di lotta all’Hiv si è interrotta, altri 14 Paesi riferiscono discontinuità nelle terapie salvavita, in dieci sono sospesi i test Hiv ai neonati esposti al virus e la profilassi preventiva per le giovani donne e le adolescenti. Inoltre, in nove Paesi la prevenzione della trasmissione da madre a figlio (Pmtct, nell’acronimo inglese) non funziona regolarmente, in quattro non è possibile fare i test Hiv a tutte le donne incinte e le neo madri e ci sono difficoltà a procurare e distribuire farmaci per l’Hiv; in due Paesi le scorte di medicinali sono descritte come «pericolosamente scarse».

Centre de Santé Notre Dame de la Consolata

Tagli al personale negli ospedali in Tanzania

«Da quando è arrivata la notizia dei tagli», scrivono gli attuali responsabili del Consolata Ikonda Hospital, i missionari della Consolata Marco Turra e Willam Mkalula, «i pazienti sono preoccupati. A nove persone dello staff è stato interrotto il contratto, e chi è rimasto cerca di rassicurare i pazienti. Con i farmaci e i test possiamo andare avanti qualche mese, ma per ora non ci è stato comunicato nulla sul futuro».

Gli iscritti al servizio della clinica Hiv dell’ospedale di Ikonda a febbraio erano 2.365. «Usaid assicura(va) farmaci, i test rapidi e quelli per misurare la carica virale», spiega padre Marco, «mentre i controlli su fegato e reni li fornisce l’ospedale, così come il cibo supplementare per alcuni pazienti». Lo screening si fa proponendo il test ai pazienti ritenuti più esposti o che hanno patologie compatibili con la sindrome da Hiv. C’è un servizio di counselling prima del test e, in caso di positività, una seconda sessione di counselling precede l’apertura della cartella clinica, cioè la presa in carico del paziente. «A quel punto interviene il medico, che prescrive altri esami e stabilisce la terapia. L’aderenza da parte dei pazienti oggi è molto alta: c’è chi tiene segreta la propria condizione, ma questo non porta all’abbandono».

La situazione non è molto diversa a Makiungu, quasi 800 chilometri più a nord di Ikonda, dove padre Sandro Nava, insieme alla dottoressa Manuela Buzzi, gestisce dal 2020 l’Allamano Makiungu hospital. «Alla clinica Hiv, lavoravano otto persone pagate da due fondazioni – la Elizabeth Glaser pediatric Aids foundation e la Benjamin William Mkapa foundation – finanziate da Usaid. Per tre mesi (da febbraio ad aprile 2025, ndr) le fondazioni non riceveranno soldi dagli Usa, perciò hanno licenziato o messo in aspettativa queste otto persone. Noi ne abbiamo assunte alcune, ma non possiamo farlo con tutte».

Quando padre Sandro arrivò a Makiungu, la clinica Hiv era già in funzione «ma aveva pochi pazienti. Potenziandola, i pazienti sono aumentati». Nel 2024, i test sono stati più di 8.000, 169 i risultati positivi. A ricevere cure e farmaci sono state 763 persone, di cui 33 bambini, mentre il programma di prevenzione della trasmissione da madre a figlio ha seguito 96 bambini.

«Il grosso dei pazienti frequenta la clinica ogni mese», dice ancora padre Sandro, «ma c’è anche chi viene ogni tre mesi o addirittura sei, magari perché vive lontano e il costo di un passaggio in moto per raggiungere l’ospedale è troppo elevato». Secondo i dati riportati dalla scheda Unaids, in Tanzania il 90% dei fondi per la lotta all’Aids viene dal Pepfar.

Kenya, ritirata anche l’ambulanza

«Qui c’è grande confusione», commenta preoccupato fratel Severino Mbae, missionario della Consolata incaricato del Wamba Catholic hospital della Diocesi di Maralal, nel nord del Kenya. «Ci aspettiamo di non poter più assistere oltre la metà dei pazienti che abbiamo in cura, che sono 146». Fratel Severino riferisce che, a causa della sospensione voluta dal governo Usa, si è interrotto il progetto di lotta all’Hiv Tujenge Jamii (dallo swahili: Costruiamo comunità) finanziato da Usaid, che garantiva – oltre ad assistenza tecnica, formazione del personale, sensibilizzazione dei pazienti e parte del materiale informatico – anche il salario di quattro persone: un medico, un responsabile del counselling per il test Hiv, un expert patient, cioè un sieropositivo che offre orientamento ad altri, e un incaricato per i giovani e gli adolescenti. «Wamba era una delle strutture sostenute dal progetto, grazie al quale avevamo anche un’ambulanza con cui fare le campagna contro l’Hiv e la tubercolosi, ma ora è stata ritirata».

Maraldallah e Neisu, farmaci scarsi

Il Centro di salute Notre Dame de la Consolata (Csndc) di Marandallah, nel nord della Costa d’Avorio, lavora da diversi anni con i fondi del Pepfar attraverso il ministero della Sanità e in collaborazione con l’Ong Santé espoir vie – Côte d’Ivoire (Sev-Ci). I pazienti sieropositivi in cura sono 294; nel 2024 sono stati fatti 4.800 test e i positivi sono risultati essere 18: un tasso di prevalenza dello 0,4%. I costi dei farmaci antiretrovirali, forniti dal sistema sanitario nazionale, sono stati finora coperti dal Pepfar, che – come in Tanzania – sostiene il 90% della spesa annuale in questo ambito.

«Lavorare con questi fondi ha diversi vantaggi», spiega padre Wema Duwange, che nel 2022 è succeduto a padre Alexander Likono nella gestione del centro. «Uno è quello di ricevere medicinali e sostegno sociale e psicologico per i pazienti. Inoltre, i fondi Usa garantiscono un salario a migliaia di persone in Africa e la formazione continua per tutti». La decisione di Trump ha avuto un effetto immediato, dice padre Wema: «Le medicine hanno iniziato a scarseggiare: tutto si è fermato in sole due settimane».

Interruzione nell’approvvigionamento dei farmaci si sono verificate anche a Neisu, in Repubblica democratica del Congo. «Ma non possiamo attribuirle con certezza ai tagli decisi dal governo Usa», dice Séraphine Nobikana, dottoressa direttrice dell’ospedale di Neisu. «Le difficoltà a trovare i farmaci sono frequenti nel nostro Paese», che da gennaio scorso ha visto aggravarsi la crisi nella zona orientale, dove i ribelli del M23 e le truppe regolari del Rwanda hanno occupato la città di Goma. Nel 2024 l’ospedale di Neisu ha seguito e curato 173 pazienti sieropositivi. I farmaci, riporta ancora Nobikana, li fornisce il sistema sanitario nazionale. La collaborazione con il governo statunitense viene gestita dal ministero della Sanità e per il biennio 2024/ 2025 avrebbe dovuto poter contare su 229 milioni di dollari@ per il Congo (il costo di due caccia F35, ndr).

Chiara Giovetti