La missione ricomincia da tre


Tra il 12 e il 15 ottobre a Brescia si è svolto il primo Festival della Missione. Organizzato dagli Istituti missionari (Cimi), dalla Fondazione Missio (Cei) e dalla diocesi di Brescia. Lo slogan «Mission is possible» vuole andare oltre ai tanti dubbi legati al futuro della missione ad gentes. E i circa 15mila visitatori sembrano confermare una vitalità che c’è, anche se spesso nascosta. Ecco alcune pillole dal Festival.

Durante tre giorni il centro di Brescia è diventato un brulicare di idee, racconti, testimonianze. Persone venute da lontano, giovani e meno giovani. Suore, sacerdoti, vescovi e qualche cardinale, ma soprattutto molti laici. Quasi un incontro intergenerazionale. La parola d’ordine una sola: «Missione». Molte le questioni sul tavolo: la crisi della missione, missione dove, come e per chi?

I nuovi paradigmi dell’ad gentes ci dicono che non c’è più un occidente cristiano che va verso paesi a maggioranza non cristiana, bensì oggi parte da ogni luogo e va verso ogni luogo. La missione dovrebbe essere «il termometro del nostro essere chiesa», ha detto il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana.

Conferenze, musica, teatro, interviste a testimoni e stand nel centro di Brescia. Il Festival è stato un’occasione per far uscire la missione «allo scoperto», nelle strade e nelle piazze. Il rischio, dice qualcuno, è che ci parliamo addosso, che siamo sempre dei nostri. E pure che ci ripieghiamo sui problemi: calo di vocazioni, invecchiamento, strutture grosse e costose da gestire, senza puntare sugli aspetti positivi che ancora la caratterizzano e guardare al futuro.

Gli istituti missionari devono abbandonare l’autoreferenzialità, dice qualche moderatore. Regolarmente disatteso da alcuni conferenzieri che paiono autocentrati sulla propria congregazione.

Quello che è certo è che siamo in tanti, di tutti i colori e i continenti, c’è entusiasmo e si respira un’energia molto positiva.

Mancano sei miliardi

C’è chi, come il cardinal Fernando Filoni (Prefetto di Propaganda fide, la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli), ci ricorda che «la missionarietà ha degli obiettivi, perché ci sono nel mondo 6 miliardi di persone che il Vangelo non lo conoscono, rispetto a quel miliardo e 270 milioni che lo hanno in qualche modo conosciuto. Siamo chiamati a un impegno fondamentale. […] Non si parla più di continenti da evangelizzare, ma di tutto il mondo che, in forme diverse, ha bisogno di evangelizzazione. Ci sono aspetti che diventano sempre più importanti, come la migrazione, l’inclusione sociale dei nuovi cittadini».

Quindi, riassume Filoni parafrasando il motto del Festival: «Missione è possibile, sì, anzi è doverosa e necessaria. Come cambia? Oggi le chiese locali sono cresciute, i missionari sono i nonni dell’evangelizzazione. Gli autoctoni devono assumere in prima persona questo ruolo missionario. Hanno cultura, lingua, concezione più vicina alle popolazioni».

Le nuove frontiere sono, secondo lui, l’Asia, dal Giappone al Sud Est asiatico, inclusi i paesi musulmani, alla Cina. Poi cita l’Amazzonia, «uno dei luoghi più difficili per la missione ad gentes. Ma gli indios sono nel cuore della chiesa», assicura.

Cambiamento epocale

C’è chi propone un approccio molto pragmatico, come padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei missionari della Consolata: «Siamo di fronte a un cambio d’epoca. Una crisi che ci obbliga a rinnovarci, fare percorsi nuovi. Ma questa è una benedizione. Come missionari e come chiesa stiamo vivendo troppo sull’eredità del passato. Ben venga uno scossone. Occorre un atteggiamento di umiltà. Dobbiamo vivere il Vangelo e non predicarlo soltanto agli altri!», dice in tono provocatorio.

E continua: «Io lancio un invito a collaborare con il mondo. Dove stanno i giovani ai quali vogliamo insegnare il Vangelo? Forse non abbiamo più la terminologia, il modo giusto di parlare ai giovani di oggi. Corriamo dietro ai problemi delle nostre strutture. Siamo troppo “pesanti”, non solo fisicamente. Questa è una provocazione grande al cambiamento. Il punto non è la sopravvivenza degli istituti: perché tenerli in piedi ad ogni costo? La questione è riuscire a essere evangelizzatori come i fondatori hanno voluto, portando non le nostre storie, ma il Vangelo».

Padre Camerlengo non parla un linguaggio accademico, le sue parole sono concrete e chiare: «Abbiamo predicato che siamo tutti missionari, adesso che la chiesa locale si fa avanti, noi siamo un po’ più pesanti, un po’ più vecchi e facciamo fatica a trovare i nostri spazi. La crisi ci spinge a rinnovarci. Andare dove nessuno va. Non solo scrivere i documenti, ma andare. Per me questa rimane la missione ad gentes degli istituti missionari. Giovanni Battista ci insegna a essere cristiani e missionari, è colui che indica il maestro, che indica il cammino. Questo è il nostro ruolo. Anche se rimaniamo in pochi non importa, importante è che non perdiamo la direzione».

Mai tornare indietro

«La missione è in crisi? Non sappiamo più che pesci pigliare? Questo non ci dà il diritto di fermarci o tornare indietro, perché la missione è molto più grande di noi. La nostra identità è essere missionari ad gentes, cioè annunciare il Vangelo a quelli che ancora non lo conoscono. Parlando dell’interculturalità dei nostri istituti: abbiamo fatto molto andando in missione, adesso quelli che abbiamo evangelizzato diventano i nostri responsabili. Ma questa è una grazia di Dio, dove sta il problema? Non sappiamo gestirlo, perché siamo troppo eurocentrici, e non siamo come Giovanni Battista».

Unire le forze

Padre Camerlengo lancia una proposta importante per gli istituti missionari: «Non possiamo andare avanti ogni istituto per conto suo. Per forza, non solo per sopravvivenza, abbiamo bisogno di lavorare insieme. Stiamo cominciando soprattutto in America Latina le esperienze intercongregazionali. Sono piccoli semi che stanno iniziando. Sarà faticoso, ma questa è la strada. Da soli non possiamo andare da nessuna parte».

E di esperienze di questo tipo ce ne sono, come la comunità di Modica, in Sicilia, dove operano padre Gianni Treglia della Consolata, padre Vittorio Bonfanti missionario d’Africa, suor Raquel Soria della Consolata e suor Giovanna Minardi missionaria dell’Immacolata. La comunità mista porta avanti un progetto della Cimi sull’accoglienza ai migranti.

«Oggi evangelizzatori ed evangelizzati si confondono e i primi sono gli africani stessi», dice suor Luigia Cocca, superiora generale delle missionarie Comboniane. «Dobbiamo fare l’esperienza dell’uscita dai nostri riferimenti (occidentali)». Per questo ripete: «È necessaria un’attualizzazione dei carismi dei nostri istituti, dobbiamo ricomprenderci dal di dentro»

Marco Bello


I laici e la missione

Questione di stile

Chi fa informazione sui diritti umani, chi forma i giovani alla partenza,?chi vive in comunità e fa servizio sul territorio. Tutti modi di essere?«corresponsabili», perché la missione è per ogni cristiano.

«Parlare di missione oggi vuol dire recuperare uno stile di gioia. L’esperienza laicale, il più delle volte ha a che fare con la fragilità e la povertà del nostro essere umani». Così Antonella Marinoni, del Pime, introduce la missione declinata al laicale. Parla sul palco dell’Auditorium San Barnaba gremito di gente. Molti i giovani presenti.
«È essenzialmente una questione che ha a che fare con Dio, perché egli esprime una predilezione per i poveri e i fragili. È anche una questione culturale, oltre che teologale: dobbiamo aiutare affinché la società accolga questa condizione di fragilità».
E poi sull’essenzialità della missione: «Sentirsi essenzialmente discepoli e discepole missionarie. Senza altre etichette, senza differenziazioni e separazioni. Oggi abbiamo ancora bisogno di differenziare, in base alla diversità di carismi, di compiti, di scelte di vita. Ma due cose li contraddistinguono tutti: un grande amore per il Vangelo e una disponibilità ad amare fratelli e sorelle».

Marco Ratti, giornalista e fondatore della testata online «Osservatorio diritti» (www.osservatoriodiritti.it), è stato missionario laico in Brasile con la moglie Valentina. Lì, nel profondo Maranhão, stato povero del Nordeste, ha attinto quell’energia necessaria per impostare il suo lavoro una volta tornato in Italia. «Solo ascoltando la voce, il grido, la denuncia degli impoveriti, degli ultimi, di chi è emarginato, posso capire qualcosa di vero, essenziale, autentico per la mia vita. Non è chi vive nella comodità, io credo, che mi può far capire le domande alle quali dobbiamo dare risposte per andare verso una società più giusta e fraterna. Domande scomode spesso sgrammaticate ma sempre autentiche. Chi vive in situazioni di ingiustizia, pretende una risposta, e non ci permette di girarci dall’altra parte». Marco, 40 anni, ma ne dimostra di meno. Il suo parlare è fermo e chiaro: «Osservatorio diritti è nato anche in risposta all’urgenza che mi sono portato dietro dal Brasile, con un solo, semplice, obiettivo: dare voce

agli impoveriti, creando un sito che si occupasse di denunciare le violazioni dei diritti umani. La filosofia è quella di far parlare chi subisce violazioni dei diritti umani nella propria vita». Specifica, Marco, che la scelta della testata è cercare la sostenibilità economica senza contare sulle pubblicità, per mantenere l’indipendenza.

Si parla di laici missionari a chilometro zero. Sono famiglie che si stabiliscono a vivere nelle canoniche o case parrocchiali ormai dismesse e le rivitalizzano, offrendo il loro tempo al servizio della comunità. Al Festival portano la loro testimonianza padre Piero Demaria, giovane missionario della Consolata e Chiara Viganò. Sono due membri di una comunità molto particolare, Casa Milaico (www.milaico.it), sperimentata ormai da oltre un decennio: due famiglie e due religiosi che vivono insieme. Le famiglie vivono in due alloggi separati, ma tutto il resto si fa insieme, ricorda padre Piero: «Si mangia, si prega, si sogna e si decide insieme per le attività da fare».
Chiara e il marito Riccardo hanno tre figli di cui due adolescenti. Sono stati missionari laici in Ecuador, sempre con l’Istituto della Consolata. Milaico si trova a Nervesa della Battaglia (Tv). I membri della comunità propongono una presenza pastorale sul territorio che li vede impegnati in tante attività: formazione, ospitalità, coro, e molto altro.
«Vivere con i religiosi è un’esperienza che facciamo noi, ma che fa pure chi entra a casa nostra, che vuole essere una casa con la porta sempre aperta», racconta Chiara. «Abbiamo scoperto e fatto scoprire agli altri un volto più umano di chiesa, perché vivere insieme ai sacerdoti ci fa scoprire i pregi, ma anche i difetti. Noi laici siamo abituati a vedere i preti come qualcosa di perfetto, e quindi troppo lontani da noi. Vivere insieme ti fa scoprire che sono persone identiche a noi». E continua: «C’è poi un volto di comunione: mettiamo insieme i soldi; un argomento questo, sempre scomodo. Noi non abbiamo un conto corrente nostro, condividiamo gli stipendi. Così scopri che vivere insieme rende possibili cose come vivere in 10 con due stipendi: abbiamo un sostentamento del clero e due mezzi stipendi da insegnanti. Certo grazie all’aiuto di molte persone. Mettendo insieme piccole forze di ognuno si possono fare grandi cose».
«Terza cosa è la corresponsabilità. A Milaico esiste un superiore, che è padre Piero, ma tutto si fa insieme, si pensa e si organizza, poi ognuno porta avanti delle attività a seconda del proprio carisma. Il fatto importante è che sia possibile lavorare insieme. Questo dà forza a noi per andare avanti, e fa capire che non è un sogno irrealizzabile. Importante è vivere delle cose. Importante è seminare. Siamo una comunità in uscita». Una comunità aperta al mondo.

«Il nostro volto di Chiesa – per padre Piero – è un volto acqua e sapone, senza trucco, con semplicità. Magari con i capelli un po’ arruffati, perché a Milaico siamo anche un po’ disordinati. Ma sempre con un sorriso nei confronti di chi arriva».
«Io sono arrivato in comunità due anni fa, e come prima cosa mi sono sentito accolto. L’accoglienza radicale non è scontata. Penso che derivi dalla famiglia, ambiente in cui si impara ad accogliersi, marito e moglie, anche quando è difficile, poi i figli. La scopri solo vivendo insieme. È una delle caratteristiche che Gesù ci insegna di più. Secondo me se gli stavi vicino, ti faceva sentire come lui, come amici da sempre. Sapeva come prendere l’altro e farlo sentire bene».
È entusiasta padre Piero: «Una delle sfide di stare insieme laici e religiosi è un po’ mettere insieme le due parti dell’universo: ognuna ha fatto delle scelte e lasciato delle cose. Mettendo insieme l’accoglienza e la voglia di avere una casa aperta si riesce a essere al servizio di molte più persone. C’è chi preferisce parlare con un religioso e chi con un laico. Insieme si riesce a stare meglio e a servire meglio. Ci sono tante esperienze di famiglie a chilometri zero, ma c’è ancora paura, soprattutto da parte di noi preti, di perdere il controllo sulle cose, sulle persone. Perdere il potere. Sono paure prive di fondamento: si pensa e si sogna insieme».

Marco Bello


Dai ribelli della Sierra Leone ai buddhisti delle baraccopoli thailandesi

Un’Angela a Bangkok

«Non sono una scrittrice», esordisce suor Angela. Ma di cose da ?raccontare ne ha davvero tante. «È vedere l’opera di Dio in queste donne emarginate uno dei doni più grandi che Lui mi ha fatto».
Suor Maria Angela Bertelli è missionaria saveriana. Dopo un periodo ad Harlem (New York), viene inviata in Sierra Leone. Qui, nel 1995, è rapita dai ribelli del Ruf (Rivolutionary United Front). Tornata in libertà, le sue superiore la destinano a una missione che non si sarebbe aspettata.
«Da 16 anni sono in Thailandia. Quando dovemmo lasciare a forza la Sierra Leone mi mandarono nel paese asiatico. Avevo 40 anni. Non è il mio posto, pensai, si sono sbagliate. Ma poi piano piano…».
A un certo punto, suor Angela chiede un permesso speciale: vuole lavorare in una baraccopoli di Bangkok, capitale del paese. «Per una serie di vicissitudini avevo bisogno di uno stacco. Ci sono arrivata molto prostrata, da tante cose. Non è mai stata in crisi la vocazione ma forse il modo di fare missione.
Nella baraccopoli non ero né più pulita né più sporca di loro, né migliore né peggiore. Ma da questo fango di periferia sono rinata, non so neanche io perché».

Dio non esiste

Suor Angela racconta la complessità nel portare il Vangelo in una realtà come quella Thai, dove c’è il buddhismo Theravada che non riconosce Dio. «Come fai a parlare di uno che non esiste? Come glielo fai incontrare? Come si fa con un linguaggio che non veicoli il nostro mondo, il modo in cui noi comprendiamo Dio?», sono le domande che si pone la missionaria.
«Non potendo usare questo linguaggio perché è ambiguo, non resta che l’azione, il gesto. Non rimane che te stessa nuda e cruda davanti a questa realtà. Una realtà che è a volte una vergogna». Nella baraccopoli suor Angela, che è pure infermiera, fa riferimento a una comunità del Pime e si mette al servizio.
«Ho cominciato a lavorare nella parrocchia. Aiutavo i bambini a fare la fisioterapia, soprattutto i malati di Aids in fase terminale, che è forse peggiore della lebbra. Non mi era mai capitato. Erano davvero rifiutati quando li portavano in ospedale…».
La gente inizia a identificarla come «colei che cura i malati» e a cercarla per gli interventi più strani.
È il 2005, la Caritas di Brescia vuole far partire un progetto per bambini disabili: «La casa degli angeli», ispirato dalla capitale, Bangkok, che significa «la città degli angeli». Chiedono a suor Angela se vuole occuparsene. «Io ho un permesso di un anno, dissi loro, e mi mancano solo alcuni mesi».
«Ho visto di nuovo l’opera di Dio. La casa si è riempita di bambini disabili. Come li scegli i bimbi? Non li scelgo, vengono loro. Se posso fare qualcosa li accolgo, altrimenti li indirizzo da un’altra parte».

Il Vangelo ?incarnato

Nella cultura in cui si trova Angela, quando un bimbo è disabile si tratta della maledizione per il male che aveva già fatto in una precedente vita, oppure la mamma ha commesso dei peccati e ora li sta pagando. Lui si è già reincarnato tante volte e deve avere la possibilità di annullare il karma negativo. Per questi motivi molto spesso le mamme abbandonano i figli disabili fin da subito, e questo è tollerato a livello sociale. Le mamme che li tengono, spesso sono emarginate e subiscono violenza dai mariti.
«Come si può fare? In fondo Gesù era come un extraterrestre anche in mezzo ai suoi. Chi lo capiva? Il primo miracolo che ha fatto e la prima predica ha diviso la gente in due gruppi: chi era contro e lo voleva far fuori e chi lo osannava. La contraddizione salta sempre fuori quando si vive il Vangelo».
Ma giorno dopo giorno suor Angela arriva a vedere il Vangelo incarnato. «I bimbi non sono mai stati il problema, anzi sono stati Gesù presente in mezzo a noi. Erano la benzina per il mio motore, mi davano energia. Bimbi che prima non sorridevano arrivavano a sorridere. Quando sono venuta via, su 15 di loro, sei non avevano neppure papà e mamma, erano stati abbandonati o erano orfani. Ma le mamme degli altri, pian piano, con Vangelo alla mano, hanno accettato di prendersi cura anche di loro. Questo non sarebbe potuto succedere se non ci fosse stato il Vangelo come lievito. Tutte le mattine appena alzati ci trovavamo insieme un momento per commentare il Vangelo del giorno. Ero uno specchio della vita delle mamme. Ci sono voluti quattro o cinque anni affinché le mamme tirassero fuori i problemi più brutti. Questo incontro faceva loro bene, perché si rasserenavano e faceva prendere loro la vita in un altro modo. Ma ha fatto un bene incredibile anche a me. Il mio “essere madre”, si rispecchiava nel loro essere madri. Come facevano queste donne, in un contesto buddhista, a non aver abbandonato il bimbo in orfanotrofio?».
Dopo averla visitata, le superiore permettono ad Angela di continuare quest’opera, ma non possono darle un aiuto. «A me andava bene così. Sono rimasta alla Casa degli angeli 5 anni».

Allora Dio c’è

«Cosa c’è nel cuore di queste donne, perché non accettano la propria cultura e non abbandonano questi bimbi? Ma allora lo spirito di Dio è già lì. Il Vangelo è già vissuto anche dalle mamme buddhiste, senza che lo sappiano. E quando dico loro che amano Dio, loro ti guardano e ti dicono: cosa facciamo? Quando lavate il culetto del bambino, state lodando Dio.
Dio vi guarda con stima, siete uscite dalle sue mani. Chi vi fa sentire una nullità, incapaci, viene dal demonio, allora non dategli corda.
Vedere l’opera di Dio in queste donne povere, emarginate, è uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto».
Continua suor Angela con una riflessione su essere donna in missione.
«Missione per la donna passa attraverso la convivenza, ovvero vivere il nostro ruolo facendoci piccole, senza autorità: questo ci avvicina molto alle persone che non se lo aspettano.
Dov’è la parte maschile? Le nostre frustrazioni sono di non essere comprese in questo lavoro, usate come bassa manovalanza nella chiesa. Vogliamo servire ma non vogliamo asservirci.
Vale nella famiglia come nella chiesa: Dio li creò maschio e femmina affinché insieme fossero a sua immagine. Se una gamba è zoppa e l’altra è troppo forte, viene male alla schiena, alla testa, ci si sbilancia e si casca. Aiutiamoci, ci deve essere la buona volontà da entrambe le parti».

Ma.Bel.




Concilio Vaticano II: La missione anima della chiesa


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Testi di Antonio Bonanomi, Gaetano Mazzoleni, Diamantino Guapo Antunese Gianfranco Testa.A cura di Gigi Anataloni

Sommario

Dall’Ad Gentes all’Evangelii Gaudium..

Vittoria! Obiettivo raggiunto.

Tra passato e futuro.

Un documento pietra miliare di una storia infinita.

 

 


Cinquant’anni di cammino missionario

Dall’Ad Gentes all’Evangelii Gaudium

di Antonio Bonanomi

Il 7 dicembre 1965, nell’ultima sessione del Concilio Vaticano II è stato approvato quasi all’unanimità il decreto Ad Gentes. La «missione» diventava cittadina di diritto nella vita della Chiesa, innescando un processo di rinnovamento che sta trovando nuova vitalità proprio ai nostri giorni grazie a papa Francesco, il papa venuto «dall’altro mondo».

Sono passati 50 anni da quel giorno, però ricordo come fosse ieri la forte emozione spirituale con cui da giovane missionario ho letto quel documento. Sentivo che esso accettava le sfide e la necessità del cambiamento, e che faceva passare le missioni dalla periferia al cuore della Chiesa. Vi era evidente la presa di coscienza della nuova realtà del mondo e della Chiesa e lo sforzo per dare a questa novità una risposta. Stavano cadendo molti imperi del Nord con la conquista dell’indipendenza da parte di molti paesi, specialmente in Africa e in Asia. Le culture non europee e le religioni non cristiane esigevano un riconoscimento e un posto nei nuovi scenari mondiali. Allo stesso tempo si faceva ogni giorno più evidente il nuovo volto della Chiesa: un volto con diversi colori per il nascere e il crescere delle Chiese dei vari Continenti.

Personalmente, fin dalla prima lettura, ho considerato il decreto Ad Gentes non come un punto di arrivo ma come un punto di partenza: eravamo all’inizio di una nuova tappa della evangelizzazione. Questo è divenuto per me più evidente col Sinodo sulla evangelizzazione del 1974 e poi con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (1975) di Paolo VI. Vi si sentiva il profumo di un nuovo stile e di una nuova spiritualità missionaria, attenta ai segni dei tempi e quindi in ascolto degli impulsi dello Spirito santo.

Nel 1976 è apparso, coi tipi delle Edizioni Paoline, il libro del frate cappuccino svizzero, Walbert Bülhmann: La terza Chiesa alle porte. Dopo la prima Chiesa dell’Oriente e la seconda Chiesa dell’Occidente (europea-romana) stava nascendo la terza Chiesa, quella del Sud.

Purtroppo molti in Europa non hanno saputo vedere e accettare con gioia il nuovo che nasceva nel Sud e hanno continuato a piangere il vecchio che moriva nel Nord. Questo si è fatto evidente nell’enciclica di Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio (1990), pubblicata in occasione dei 25 anni dell’Ad Gentes. A partire da quella enciclica molti hanno pensato e scritto che l’Ad Gentes aveva fallito nel suo proposito di promuovere lo spirito missionario della Chiesa. Però non era vero. In realtà stava morendo una tappa dell’evangelizzazione, quella che aveva avuto la Chiesa europea come protagonista, e ne stava iniziando una nuova.

Questa nuova tappa si è manifestata pubblicamente con l’elezione di papa Francesco, il papa venuto dal Sud. La terza Chiesa, che nel 1976 era alle porte, è entrata in casa. Egli ha realizzato questa nuova tappa, oltre che con la sua testimonianza di vita, anche con le sue parole e specialmente con l’esortazione Evangelii Gaudium (2013.)

Alla luce di questa esortazione possiamo dire che quello che l’Ad Gentes aveva detto 50 anni fa si sta facendo realtà, però in una maniera diversa da quello che si pensava. È una delle tante sorprese dello Spirito Santo.

Il papa venuto dal Sud presenta questa nuova tappa dell’evangelizzazione come parte del cammino di una «Chiesa in uscita». Un uscire che si realizza in diversi ambiti:

  • Uscita da una «Chiesa – fortezza», che proteggeva i suoi fedeli dai pericoli della cultura moderna, verso una «Chiesa – ospedale da campo» che si preoccupa di tutte le persone ferite, senza badare alle loro situazioni morali o ideologiche.
  • Uscita da una «Chiesa – istituzione», centrata in se stessa, verso una «Chiesa – movimento», aperta al dialogo universale, con altre Chiese, religioni e ideologie.
  • Uscita da una «Chiesa – gerarchia», creatrice di disuguaglianze, verso una «Chiesa – popolo di Dio», nel quale tutti sono fratelli e sorelle uniti in una immensa comunità fraterna.
  • Uscita da una «Chiesa – autorità» ecclesiastica, lontana dai suoi fedeli, a cui rischia di voltare le spalle, verso una «Chiesa – Buon Pastore», che cammina in mezzo al popolo, che ha l’odore delle pecore e il profumo della misericordia.
  • Uscita da una «Chiesa – papa» di tutti i cristiani e dei vescovi, che governa con il Diritto canonico, verso una «Chiesa – vescovo» di Roma, che presiede nella carità, e solamente così diventa papa della Chiesa universale.
  • Uscita da una «Chiesa – maestra» di dottrine e di norme, verso una «Chiesa – madre», tenera e misericordiosa, con le porte aperte per incontrarsi con tutti, senza guardare la loro appartenenza religiosa, morale o ideologica, ponendo al centro le periferie esistenziali.
  • Uscita da una «Chiesa – ricca» di potere sacro, di pompe e di vestiti solenni, di palazzi apostolici e titoli nobiliari, verso una «Chiesa – povera» e per i poveri, spogliata di simboli di onore, serva e profeticamente contraria al sistema di accumulazione del denaro, l’idolo che produce sofferenza, miseria e morte.
  • Uscita da una «Chiesa che parla» dei poveri, verso una «Chiesa che cammina» con i poveri, dialoga con loro, li abbraccia e li difende.
  • Uscita da una «Chiesa – equidistante» di fronte ai sistemi politici ed economici, verso una «Chiesa che si schiera» a favore delle vittime e chiama per nome i responsabili delle ingiustizie; una Chiesa che invita a Roma i rappresentanti dei Movimenti sociali mondiali per discutere con loro su come creare possibili alternative.
  • Uscita da una «Chiesa – disciplina», dell’ordine e del rigore, nello stile degli scribi e dei farisei, verso una «Chiesa misericordia» impegnata nella rivoluzione della tenerezza e della cura, secondo l’esempio del Buon Samaritano.
  • Uscita da una «Chiesa triste», «con faccia da funerale», verso una Chiesa che vive la gioia e la speranza del Vangelo.
  • Uscita da una «Chiesa senza il mondo», che ha permesso che nascesse un mondo senza Chiesa, verso una «Chiesa – mondo», sensibile al problema dell’ecologia e del futuro della casa comune, la madre terra.

Si tratta di formare una Chiesa nuova, che ritorni alla scuola di Gesù, che viva e dia testimonianza del messaggio essenziale del Vangelo e si faccia collaboratrice di Dio nella costruzione di un mondo nuovo che sia sacramento del Regno.

Nasce così la missione nuova della Chiesa del Sud: la missione dei discepoli missionari. Impegnati con la loro vita nella liberazione dei poveri, nella inculturazione del Vangelo, nel dialogo interreligioso, nella cura del Creato.

Il seme gettato dall’Ad Gentes e concimato dall’Evangelii Nuntiandi si è convertito in albero nell’Evangelii Gaudium.

Antonio Bonanomi

Missionario della Consolata, formatore e animatore in Italia fino all’inizio degli anni ‘80, poi, per oltre trent’anni, missionario in Colombia tra gli indios Nasa del Cauca e consulente delle Conferenze episcopali latino americane (Celam).


I retroscena, dagli appunti di mons. Angelo Cuniberti, imc

Vittoria! Obiettivo raggiunto

di Gaetano Mazzoleni

Nel ricordo del 50° anniversario del decreto conciliare Ad Gentes e della conclusione del Concilio Vaticano II, presentiamo – attingendo dalle sue note autografe – il contributo dato da mons. Angelo Cuniberti, allora vicario apostolico del Caquetá, Colombia, a una più profonda comprensione della dimensione missionaria della Chiesa durante le frenetiche fasi che hanno portato all’approvazione del documento. Aspetti inediti e sconosciuti.

Scorrendo le numerose e fitte pagine delle memorie di mons. Angelo (detto Lino) Cuniberti, tra i tanti temi, due, la missione e la chiesa dei poveri, risaltano e si distinguono per la loro importanza e attualità. Due temi che furono senza dubbio i cardini dell’attività pastorale di mons. Cuniberti ed ebbero una importante incidenza anche sullo stile di vita dei suoi collaboratori, i missionari della Consolata.

Per mons. Cuniberti l’incontro con la missione e il povero non fu il risultato di una riflessione astratta e teorica, fatta a tavolino, o di una analisi sociologica e, meno che mai, ideologica. L’incontro con la missione e la povertà, meglio, con i poveri, si realizzò e si sviluppò invece attraverso l’esperienza pastorale missionaria degli innumerevoli viaggi (correrie) fatti visitando i villaggi, avvicinando e conoscendo le persone, le singole persone, le situazioni, i problemi, vivendo da povero tra i poveri e con i poveri, condividendo personalmente la povertà e l’emarginazione. Il tema della missione e dei poveri era nel suo Dna da sempre, come testimonia l’adozione del motto evangelico che avrebbe orientato la sua vita sacerdotale «… mi ha mandato ad evangelizzare i poveri» (Lc. 4,18), e quello episcopale «Dei nuntius» (messaggero di Dio).

La missione e le missioni

«La Chiesa è missionaria nella sua essenza… La Chiesa non è se non per la missione. La Chiesa deve ritornare al suo stato di missione… Ogni pagina del Concilio dovrebbe vibrare con questa idea missionaria». Queste furono alcune delle affermazioni, raccolte da mons. Cuniberti, che risuonavano nell’aula conciliare, premonitrici di un profondo cambiamento dell’essere della Chiesa.

Mons. Lino approdò al Concilio Ecumenico Vaticano II provenendo dall’esperienza missionaria di frontiera del vicariato apostolico di Florencia-Caquetá (Colombia). Egli vibrava per le «missioni». Questo atteggiamento interiore lo aveva portato alla decisione di lasciare il ministero sacerdotale nella diocesi di Mondovì per entrare nei missionari della Consolata.

Destinato alla Colombia, anche se impegnato nell’animazione vocazionale in varie regioni attorno a Bogotà, aveva coltivato tacitamente nel suo cuore la speranza di aggiungersi al gruppo dei missionari della Consolata che, dal 1952, lavoravano nella «missione» del Caquetá, il territorio amazzonico colombiano affidato allora alla responsabilità pastorale di mons. Antonio Torasso. La «missione» del Caquetá era il sogno di p. Lino Cuniberti.

Con la sua nomina a succedere a mons. Torasso, dopo la morte prematura di questi, entrò a far parte della Conferenza episcopale colombiana e del Comité de Misiones (Comitato delle Missioni), l’organizzazione che raggruppava i vescovi missionari della Colombia le cui giurisdizioni erano in territori marginali, la otra Colombia, in cui oltre all’attività pastorale avevano anche la non indifferente responsabilità morale e pratica della direzione dell’istruzione pubblica.

Il territorio del Caquetá, già frontiera geografica ed ecologica nella foresta amazzonica del Sud del paese, in quegli anni era oggetto anche di un esperimento sociale di riforma agraria con cui il governo nazionale pensava di far fronte alla pressione dei cinturoni di povertà delle città del centro del paese. Un progetto di colonizzazione che attirava una massa di desesperados de la tierra i quali occuparono disordinatamente la selva amazzonica, avventurandosi a confrontarsi con un habitat difficile, sognando di possedere un pezzo di terra su cui ricostruire la vita. Con la realtà della migrazione interna, la regione del Caquetá rappresentava non solo una periferia geografica, ma soprattutto una periferia economica e socio culturale.

Padre conciliare

Il 4 dicembre 1963 si era solennemente conclusa la II sessione del Concilio Vaticano II. Durante tutte le giornate di lavoro della prima e della seconda sessione, mons. Cuniberti aveva seguito le sorti di vari schemi dei documenti, soprattutto di quello sull’attività missionaria, del quale erano apparse ben quattro redazioni, ma sempre molto brevi, lacunose e non corrispondenti all’aspettativa dei vescovi missionari.

Nel febbraio 1964, in preparazione alla III sessione, i vescovi ricevettero un nuovo schema sulle «missioni». Anche questo però, come i precedenti, ancora molto povero e imperfetto. I vescovi mandarono le loro osservazioni. Lo schema fu modificato ancora una volta e, poco prima dell’inizio della III sessione, giunse ai vescovi un ulteriore testo ridotto a sole tredici proposizioni. Mons. Angelo sbottò: «Questo testo oltre ad essere insignificante … è un testo che fa indignare».

Ottobre 1964: un incontro «storico»

A settembre i vescovi tornarono a Roma per la terza fase del Concilio Ecumenico. Il 27 ottobre mons. Anibal Muñoz Duque, presidente della Conferenza episcopale colombiana, ricevette l’invito dal p. Roger Etchegaray (il futuro cardinale, presente al Concilio come esperto per la Conferenza episcopale francese) a un incontro «apud Seminarium gallicum», cioè presso il Pontificio Seminario francese in via Santa Chiara a Roma. Invitati erano i delegati delle Conferenze episcopali più interessate a discutere l’insoddisfacente schema di documento sull’attività missionaria della Chiesa. Mons. Duque, in aula, trasmise l’invito a mons. Cuniberti scrivendo di propria mano: «Designato: mons. Angelo Cuniberti, vicario apostolico di Florencia».

Mons. Angelo si preparò con impegno per quell’incontro. Fin dall’inizio aveva lavorato perché il Concilio presentasse e lanciasse grandi idee sulla natura della Chiesa che «è essenzialmente missionaria» (Ad Gen. 35). Prese così i contatti preliminari con gli altri delegati di ben 22 Conferenze episcopali dei cinque continenti.

All’inizio della riunione tutti si presentarono. Erano presenti solo tre italiani. In primo luogo si trattò la storia e le vicissitudini dello schema sulle missioni che, dopo molteplici redazioni (aveva già raggiunto la 6a redazione), era ridotto a sole tredici proposizioni. Così come presentava, il testo era proprio ai minimi termini, anemico, come se le «missioni» fossero un’appendice folcloristico della Chiesa, mentre invece la dimensione missionaria avrebbe dovuto essere l’aspetto più importante, se fosse stato ritenuto vero ciò che aveva già scritto il Concilio Vaticano I: «la Chiesa presenta nella sua evangelizzazione il motivo della sua credibilità».

Si analizzarono allora le ragioni di tale riduzione ai minimi termini e si cercò di capire l’ansia manifestata da vari vescovi di terminare finalmente il Concilio, già arrivato al terzo anno di lavori. Dato che era già stata annunciata una quarta sessione per l’anno successivo, 1965, tutti i presenti si impegnarono a ottenere in quei giorni l’apertura di un dibattito in aula sullo schema affinché fosse bocciato con un bel «non placet» dalla maggior parte dei Padri conciliari. Si propose quindi di far posticipare l’approvazione dello schema alla sessione successiva per avere così il tempo, con la collaborazione di tutti, di prepararne uno completamente nuovo.

Dopo essersi assicurati interventi vigorosi di personaggi di grosso calibro quali il cardinal Bea (del Segretariato per la promozione dell’Unità dei cristiani) e alcuni cardinali presidenti di conferenze episcopali: Frings (Germania), Suenens (Belgio), Rugambwa (Tanganika) e Léger (Canada), tutti si impegnarono in una campagna «capillare» per richiedere che quel miserabile schema non fosse approvato.

Si discussero alcuni punti e linee essenziali. Il nuovo schema non sarebbe risultato esaustivo, ma avrebbe dovuto contenere i principi essenziali, sostenuti dall’autorità del Concilio come tale. Successivamente sarebbero intervenute le commissioni post-conciliari per stabilirne l’applicazione.

I giorni seguenti alla riunione del 27 ottobre ci fu una straordinaria attività per contattare quanti più vescovi fosse stato possibile allo scopo di convincerli a votare «non placet». Il 30 ottobre mons. Cuniberti e il p. Roger Etchegaray si incontrarono per fare una prima valutazione del potenziale di voti assicurati.

Ostruzionismo

La 116a Congregazione plenaria del 6 novembre 1964 fu caratterizzata dalla presenza di papa Paolo VI e da una celebrazione eucaristica in liturgia etiopica accompagnata da canti ritmati da tamburi. Coordinò i lavori, come presidente di turno, il card. Julius August Doephner, «annuente Pontefice», consenziente il papa, come sentì il bisogno di far notare mons. Felici, segretario generale del Concilio. Nella sua allocuzione papa Paolo VI sottolineò che «abbiamo scelto per la Nostra presenza questo giorno, nel quale la vostra discussione verte sullo Schema delle Missioni. A preferirlo Ci ha persuasi la particolare gravità e importanza dell’argomento al quale ora applicherete le vostre menti e i vostri animi». E aggiunse: «A questo sacro Concilio incombe tra l’altro l’insigne compito di tracciare nuove vie, studiare nuovi mezzi, stimolare una nuova attiva tensione per diffondere più largamente e più fruttuosamente il Vangelo». Intervenne il card. Agagianian (della Chiesa cattolica armena) con un vibrante discorso a favore delle missioni, concluso dicendo che, in generale, il testo piaceva, anche se avrebbe dovuto essere arricchito. Era un invito esplicito ad approvare le misere tredici proposizioni per non prolungare oltre la discussione, congedare così le missioni e passare a un altro argomento.

Iniziarono così gli interventi programmati. Il card. Léger si rammaricò per le molte lacune e carenze presenti nel testo che definì semplicemente «povero». Seguirono i cardinali Rugambwa e Bea, i quali aiutarono l’assemblea a riflettere profondamente sul grande disegno di Dio, aprendo grandi orizzonti. Il tempo stringeva e la discussione fu rinviata al giorno seguente.

Il 7 novembre proseguirono gli interventi sul tema «missioni». I card. Frings, Alfrink (Olanda) e Suenens ricordarono («tirano colpi di cannone», scrisse poi mons. Cuniberti) che, in tutto, la Chiesa d’Olanda contava cinquemila missionari e 70 vescovi in terra di missione. Un vescovo indonesiano, mons. Kaiser, affermò esplicitamente che si doveva rifare un altro schema partendo da zero.

Un vescovo rodesiano, mons. Lamont, con uno stile e un tono speciale, iniziò affermando che i missionari aspettavano qualcosa di molto più sostanzioso dal Concilio. Quelle povere tredici proposizioni erano come «ossa arida et sicca». Gesù afferma: «Ignem veni mittere», cioè fuoco! (sono venuto a portare il fuoco, Lc 12,49, ndr). «E qui, invece di una stupenda splendida luce pentecostale, si finisce per avere solo un lumicino fumigante».

Altri vescovi si susseguirono per richiedere decisamente una «magna carta», una costituzione o un decreto molto solenne. Si sollevò pure la voce di un padre conciliare dal Brasile che si scagliò contro gli esperti dalle opinioni divergenti, concludendo che «per metterli d’accordo c’è una bella soluzione: mandarli tutti a lavorare nelle missioni».

Esaurito in aula il tempo utile di lavoro, rimase sospeso e aperto il dibattito sul tema delle missioni per essere ripreso successivamente.

Vittoria

Il 9 novembre, con un centinaio di relatori ancora in attesa di intervenire, la stessa commissione ad hoc prese l’iniziativa di ritirare lo schema senza la votazione. Ci fu un frenetico applauso. Ma mons. Felici, segretario generale, si appellò ai regolamenti e la presidenza ordinò che si procedesse alla votazione.

Risultato della votazione: 1.601 voti contrari e solo 311 a favore. Lo schema venne rimandato alla quarta sessione! Vittoria! Si era raggiunto l’obiettivo prefisso nella riunione del 27 ottobre.

Al lavoro per preparare un documento degno delle missioni.

Gaetano Mazzoleni
Missionario della Consolata, antropologo, ha lavorato  in Colombia, dove è stato fondatore e direttore del Centro Indigenista di Florencia-Caquetá.
Testo adattato dalle «Memorie di mons. Angelo Cuniberti»


Vaticano II: Episcopato africano, una minoranza attiva che Fa udire la sua voce

Tra passato e futuro

di Diamantino Guapo Antunes

Quando l’11 ottobre del 1962 si aprirono le porte del Concilio, l’episcopato africano era presente con 295 prelati. Nel 1965, alla conclusione del Concilio, il loro numero era aumentato fino a 311. Per comprendere l’azione e il contributo dei vescovi d’Africa al Concilio è necessario conoscere chi essi erano e quali le loro principali esigenze. L’episcopato in Africa era in un periodo di transizione: i vescovi missionari, dopo avere «impiantato» la Chiesa, si preparavano a cedere la loro responsabilità a quelli locali. Questi erano chiamati a continuare l’opera missionaria e a consolidare la Chiesa. Una transizione che si realizzò senza rottura con il passato, ma ereditandolo e migliorandolo.

I vescovi «africani» che parteciparono al Concilio erano, in grande parte, di origine europea quasi tutti provenienti dalle nazioni che avevano colonizzato il continente: Francia, Belgio Inghilterra, Portogallo, o di nazioni con forte dinamismo missionario come Irlanda, Italia, Olanda. Fatte poche eccezioni, quasi tutti erano membri di Istituti religiosi. La maggior parte era arrivata in Africa ancora giovane, essendo stati alcuni di loro i pionieri dell’evangelizzazione nei territori affidati alla loro responsabilità pastorale. Era un episcopato giovane. Essendo pastori di comunità cristiane da poco fondate, il loro ministero si concentrava quasi esclusivamente nel lavoro di fondazione delle strutture indispensabili per la loro crescita e il loro consolidamento. Oltre tutto erano uomini pratici, conoscitori degli usi e costumi dei popoli dei quali erano pastori e animati da grande zelo pastorale. Grande parte di quei vescovi erano coscienti di avere compiuto la loro missione e quindi disposti a rinunciare in favore di vescovi locali, sostenuti in questo anche dagli Istituti missionari.

Vescovi africani

Quando si aprì il Concilio, i vescovi nativi del continente erano settanta. Durante il Concilio il loro numero aumentò tanto che nell’ultima sessione erano già ottantasei. Nel 1965 ventotto paesi avevano almeno un vescovo nativo. Il Congo era il paese africano con il maggior numero di vescovi autoctoni. ben dieci.

Alcune caratteristiche distinguevano da tutti gli altri: l’età, la preparazione teologica e la prudenza pastorale. Era un episcopato molto giovane e di diocesi o vicariati di recente fondazione. Eccetto quindici, tutti gli altri avevano meno di cinquant’anni e appartenevano alla generazione che aveva rivendicato e assunto l’indipendenza del continente. Quasi tutti erano stati ordinati negli ultimi dieci anni prima del Concilio, e ben metà di essi (32) nel periodo preparatorio (1959-1962).

Sebbene fossero una minoranza, occupavano già i luoghi chiave e avevano assunto la responsabilità di dirigere la Chiesa cattolica a livello nazionale e continentale. Molti di loro avevano fatto gli studi teologici in Europa, soprattutto a Roma nell’ateneo di Propaganda Fide. Un’altra caratteristica, già presente nei «vota» (i desideri o auspici) inviati da alcuni alla commissione preparatoria, era il loro equilibrio e la loro prudenza pastorale, senza posizioni radicali sull’indigenizzazione della Chiesa, le sue strutture e la sua liturgia. Le idee espresse alla vigilia del Concilio nelle lettere pastorali, nelle interviste e negli articoli, non erano polemiche o estremiste, caratterizzate com’erano da un grande equilibrio, e focalizzate soprattutto sul carattere pastorale del Concilio, sulla necessità di attualizzare la legge canonica, sull’aggiornamento della liturgia e dei metodi di evangelizzazione. Il fatto che l’episcopato africano fosse eterogeneo e parlasse lingue diverse non impedì che si creasse uno spirito di comunione tra i differenti gruppi e le loro sensibilità e che agissero in forma organizzata a vantaggio degli interessi della Chiesa cattolica in Africa e nel Madagascar.

L’annuncio del Concilio e suo impatto

Il 25 gennaio 1959, papa Giovanni XXIII fece conoscere il suo progetto di convocare un Concilio. Alcuni mesi dopo, affidò la sua preparazione a una commissione con il compito di contattare i vescovi per avere proposte e temi da inserire nel documento preparatorio al Concilio. La consultazione interessò 259 vescovi dell’Africa, dei quali allora solo 36 erano africani.

La sorprendente notizia della convocazione di un Concilio ebbe un forte impatto in Africa. L’analisi delle proposte inviate dai vescovi dell’Africa ci permette di constatare che essa fu accolta con entusiasmo. Per la prima volta l’Africa sub sahariana sarebbe stata presente in un Concilio e per di più rappresentata da alcuni vescovi autoctoni. Vista la situazione del continente e delle sue Chiese locali, un Concilio con caratteristiche pastorali ed ecumeniche era opportuno e rappresentava un’occasione storica per il rinnovamento della Chiesa.

Emancipazione dal colonialismo e indipendenza

Con circa 25 milioni di fedeli alla vigilia del Concilio, la Chiesa cattolica in Africa viveva un periodo di crescita e di africanizzazione (inculturazione e indigenizzazione). Il Concilio Vaticano II si svolse in un periodo di importanti trasformazioni sociopolitiche. Infatti, in quel periodo, furono fatti i passi decisivi per lo smantellamento del colonialismo e la conseguente emancipazione politica di molti stati. Così Concilio e decolonizzazione si influenzarono a vicenda.

La decolonizzazione scatenò un rinnovamento nella vita ecclesiale. Per attenuare il suo colore occidentale e rispondere alle esigenze dell’inculturazione e dell’autenticità, la Chiesa cattolica si sforzò nel riformare le sue strutture, nel rinnovare i suoi metodi pastorali e di rivedere la sua attitudine in relazione al mondo culturale e religioso africano.

Le proposte nella fase preparatoria

Le proposte dell’episcopato africano rivelavano le preoccupazioni sentite dalla Chiesa cattolica africana alla vigilia del Concilio. I temi erano i seguenti: aggiornamento liturgico, il ruolo dei laici nella Chiesa e la collegialità dei vescovi. Il tema dell’aggiornamento liturgico fu quello che raccolse il maggior consenso e ricevette il maggior numero di proposte concrete.

Il rinnovamento, il rispetto alla cultura dei popoli da evangelizzare e l’incorporazione della stessa nel cristianesimo fu un tema molto presente nelle proposte fatte dall’episcopato africano. Era urgente spogliare il cristianesimo della sua veste occidentale per accogliere i valori, le espressioni e i simboli propri delle varie culture africane. Il tutto era definito come indigenizzazione, inculturazione, africanizzazione o autenticità africana, con proposte che sollecitavano un maggior uso delle lingue locali e l’introduzione di simboli, gesti e musiche africane nella messa.

Oltre le proposte dei vescovi, la chiesa africana si preparò per il Concilio con alcune iniziative di carattere teologico – pastorale orientate da sacerdoti e laici africani impegnati in congressi e pubblicazioni. Il Concilio era sentito come un’eccellente opportunità per stimolare l’africanizzazione della Chiesa. Si può quindi affermare che la Chiesa cattolica in Africa, attraverso le attività dei suoi pastori e l’impegno dei suoi fedeli, accolse con gratitudine, si preparò con interesse e si sforzò per fare sentire le sue proposte, segnali di una chiesa viva e partecipativa.

Africanizzare la Chiesa

La crescita della Chiesa cattolica non soltanto accompagnò le trasformazioni sociopolitiche ma anche contribuì, a suo modo, a prepararle e promuoverle. Con l’istituzione di una gerarchia ecclesiastica locale e la nomina di vescovi africani, il processo di africanizzazione della Chiesa fece un salto importante e decisivo. La Santa Sede favoriva il movimento d’indipendenza dei popoli africani.

Nel campo della riflessione teologica – pastorale si fecero passi significativi per una maggior incarnazione del cristianesimo. Come alternativa alla teologia occidentale era nata la «teologia africana» che rivendicava il diritto dei cristiani a pensare ed esprimere il cristianesimo in termini africani. La Chiesa rispondeva così alle critiche dei settori intellettuali locali e internazionali che prevedevano la scomparsa del cristianesimo con la fine del colonialismo.

Un gruppo in crescita

Dei 295 vescovi dell’Africa con diritto di partecipare al Concilio, 265 parteciparono alla prima sessione del Concilio. Rappresentavano approssimativamente l’11% del totale dell’assemblea conciliare costituita da circa 2500 membri. Era una buona percentuale se teniamo presente che l’Africa contava allora appena 25 milioni di cattolici, cioè il 4,6% dei circa 540 milioni di cattolici allora esistenti. Le chiese locali con maggiore numero di padri conciliari erano: Congo (41), Tanganika – oggi Tanzania (23), Africa del Sud (21), Nigeria (17). Il numero di padri conciliari africani aumentò nella seconda sessione, passando da 265 a 303. Durante il Concilio morirono 21 padri conciliari dell’Africa e Madagascar. Durante l’ultima sessione nell’aula conciliare c’erano 311 padri che rappresentavano le chiese locali dell’Africa.

Gli interventi

Durante il Concilio ci furono 2175 interventi orali sui 16 documenti. I vescovi dell’Africa fecero 170 interventi in tutto (7,8%) e appena una minoranza di essi ebbe la possibilità di parlare (70). Alcuni, come portavoce dell’episcopato africano, intervennero varie volte e altri si fecero notare per la loro apertura pastorale e teologica. I vescovi che intervennero più volte furono i seguenti: L. Rugambwa (Kukoba, Tanganika): 15 interventi; Sebastião Soares Resende (Beira, Mozambico): 10 interventi; E. Zoghby (Nubia, Egitto): 10 interventi; D. Huley (Durban, Africa del Sud): 9 interventi.

In totale, gli interventi non furono molti, tuttavia ebbero un impatto qualitativo superiore alla sua quantità. Questo impatto si deve principalmente a due ragioni: manifestavano la posizione di un gruppo di vescovi, non di un singolo, e riflettevano la situazione e le esigenze concrete delle loro chiese locali. La vivacità dell’episcopato africano era espressione della sua giovinezza e del dinamismo delle chiese locali che rappresentavano.

La missione e la chiesa locale

Durante le prime congregazioni generali gli interventi dell’episcopato africano si concentrarono principalmente sulle questioni liturgiche e pastorali, come, per esempio, il tema caldo dell’adattamento (l’inculturazione). Possiamo affermare che gli aspetti caratteristici delle proposte dei vescovi dell’Africa relativi o legati alla teologia missionaria erano contenuti in argomenti di natura pastorale, ma si nota un’evoluzione nel corso del Concilio stimolata dall’arricchimento progressivo del dibattito ecclesiologico. Il decreto Ad Gentes sull’attività missionaria fu il documento per il quale i padri conciliari dell’Africa diedero il contributo più significativo. I loro interventi aiutarono a elaborare un nuovo concetto di missione. Questa non è monopolio degli istituti missionari, ma è una responsabilità di tutta la chiesa che è per natura missionaria. L’attività missionaria ha come oggetto specifico il nascere e crescere di nuove chiese locali che sono il segnale della piena cattolicità della chiesa. Le chiese locali, frutto dell’attività missionaria, non devono essere una semplice copia della chiesa evangelizzatrice, ma devono assumere un’identità che tenga in conto delle realtà in cui sono radicate per mezzo di un processo di adattamento e incarnazione. A loro volta le giovani chiese devono diventare soggetto di evangelizzazione. Questa nuova visione di «Missione», come interscambio tra chiese sorelle, crea necessariamente un nuovo concetto più vivo ed attivo di chiesa locale.

Imparare per trasmettere

Ma più che parlare, i vescovi dell’Africa sentirono la necessità di ascoltare le posizioni degli altri episcopati per imparare dalla loro esperienza. La presenza discreta e silenziosa della maggior parte di loro non era sinonimo di disinteresse, era un silenzio attivo. Seguivano con attenzione il dibattito, studiavano i testi, prendevano nota.

Si preoccupavano di informare i loro cristiani sullo sviluppo dei lavori conciliari per così coinvolgerli e motivarli ai cambiamenti che li avrebbero toccati. Per mezzo dei loro scritti, lettere, articoli nei giornali, davano a conoscere la propria attività nel Concilio, così come i contatti con gli altri vescovi e con organismi internazionali. Manifestavano anche le loro impressioni sul Concilio, sottolineando i fatti e i risultati più importanti: la sua dimensione universale, la riforma liturgica, l’inculturazione, il dialogo ecumenico, ecc.

Diamantino Guapo Antunes
Missionario della Consolata portoghese, attuale superiore delle comunità Imc in Mozambico; ha scritto lo studio «Concílio Vaticano II, o contibuto do Episcopado de África e Madagáscar», Edizioni Missioni Consolata, Torino 2001.

Conferenza dei vescovi dell’Africa nel Dicembre 1962 a Roma. Presiede il card Laureano Rugambwa, con a destra mons O. MvCann di Cape Town e sinistra mons. J.B. Zoa vescovo di Yaundé

 


Chiesa missionaria e Concilio Vaticano II

Un documento pietra miliare di una storia infinita

di Gianfranco Testa

Mai come oggi, nella Chiesa riunita attorno a papa Francesco, si è presa coscienza che l’avvenimento di cinquanta anni fa, il Concilio Vaticano II, è vivo e interpella noi tutti a proseguire un cammino di cui l’Ad Gentes, riportando la «missione» nel cuore della Chiesa e ricordando che ogni cristiano è per sua natura missionario, è stata non un punto di arrivo, ma un punto di partenza.

Per le piazze e le strade di Roma, il Concilio si manifestò subito, all’immaginario collettivo, con un volto ecumenico, universale, grazie all’avvicendarsi di vescovi provenienti da diverse latitudini e di «diversi colori». Quelli latinoamericani non si fecero notare granché, ma quelli asiatici e africani s’imposero all’attenzione della gente. La Chiesa mostrava, così, almeno il suo folclore, non necessariamente la sua missionarietà.

In un primo momento, nei dibattiti conciliari, sembrò quasi che il tema della missione non fosse urgente. Esso si trovava già sottinteso nel documento Lumen Gentium sulla natura della Chiesa, pubblicato dallo stesso Concilio nel novembre 1964, e non sembrava esserci la necessità di renderlo esplicito. Eppure le perplessità sull’attualità e l’opportunità della missione erano forti e presenti in tutta la Chiesa. Non tutti, infatti, vedevano di buon occhio l’ansia di convertire le persone. In più l’opera missionaria era messa in discussione anche dal grande movimento contro il colonialismo, sfociato nell’indipendenza di molti paesi, soprattutto africani. Si pensava che fosse giunto il momento in cui ogni paese programmasse la propria politica e la propria religione.
Alcuni rappresentanti delle chiese orientali, poi, erano preoccupati perché la chiesa occidentale sembrava più interessata alle forme organizzative che all’essenza e alle ragioni profonde della missione. Il nome stesso dell’organismo ecclesiale incaricato di guidare e animare la missione universale, «Propaganda Fide», suscitava dubbi.

Quando, grazie alla richiesta di alcuni padri conciliari, venne presa la decisione di redigere un documento specifico sulla materia, la sua stesura fu travagliata e segnata da diversi rifiuti, al punto che si parlò di una «storia inusitatamente turbolenta» del documento. Nonostante ciò, il 7 dicembre 1965, al momento della promulgazione, l’Ad gentes fu il decreto approvato con la maggioranza più larga, con appena 5 voti contrari.

La Commissione che aveva preparato il decreto sull’attività missionaria della Chiesa si era basata su quanto già espresso nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, ma ne aveva sviluppato i temi in modo originale e profondo.

La Chiesa, come un corpo vivo, deve crescere e manifestare la sua energia vitale, e la missione ne è l’essenza stessa, non la ricerca di un semplice aumento numerico dei suoi membri. Una simile visione di missione interessa tutto il popolo di Dio e non solo alcuni circoli o istituti specializzati. La relazione tra questa nozione ampia di missione e quella specifica di missione ad gentes è, allora, precisata dal fatto che la seconda è l’attuazione dell’unica missione, nelle circostanze, nei luoghi e nelle realtà sociali più diverse.

I contenuti e le ragioni

Se la Chiesa è definita come «sacramento universale di salvezza» vuol dire che la sua funzione di segno e di strumento della salvezza di Dio non ha confini, è universale, per tutti i tempi, i popoli, le lingue, i luoghi. La Chiesa da sacramento-mistero diventa missione.

Con l’Ad gentes si mettono le basi per una teologia della missione che nasce nella stessa Trinità: il Padre manda il Figlio perché sia salvezza per tutti, e questi offre lo Spirito perché tutto sia riassunto nell’amore del Padre.

La Chiesa prende forma nelle varie Chiese locali, che, pur nella loro povertà di mezzi e di personale, sono chiamate a essere, anch’esse, protagoniste della missione. La missione, dal canto suo, è servizio all’uomo, non a quello astratto, filosofico, uguale in tutto il mondo, ma a quello concreto, che, pur mantenendo l’uguaglianza di diritti e di doveri, è diverso di luogo in luogo, per la cultura, le tradizioni di cui è impastato, la concezione della vita e della morte, il rapporto con il sacro.

L’attività missionaria non è altro che la manifestazione e la realizzazione del piano divino nel mondo e nella storia (Ag 9). Non spetta al missionario né alla Chiesa decidere che cosa sia la missione perché il volto della missione è stato delineato da Gesù Cristo. A noi spetta la genialità dell’attuazione, non la fantasia dell’invenzione. La missione precede i missionari e la Chiesa stessa.

Sono affermazioni, quelle contenute nel decreto conciliare, che esigono una revisione del pensiero e dell’azione: si passa dall’atto di impiantare (a volte semplicemente trasferire) la Chiesa, a quello di immergersi nella profondità del progetto divino, a cui si deve continuamente rendere conto.

La storia e le storie

Prima del Concilio tutto era semplice. C’erano i paesi di missione e i missionari che sapevano cosa bisognava fare: portare un po’ di benessere, rendendo civili «gli altri», e, nella misura del possibile, fare l’impossibile per battezzarli e farli diventare cristiani. Si cercava di trapiantare la propria chiesa di origine in Africa, in Amazzonia o in Asia, con gli stessi paramenti, vestiti per i chierichetti, novene, feste, santi e devozioni. Eppure già nel 1659 Propaganda Fide raccomandava: «Cosa potrebbe essere più assurdo che trasferire in Cina
la civiltà e gli usi della Francia, della Spagna,
dell’Italia o di un’altra parte d’Europa?
Non importate tutto questo, ma la fede che non respinge e non lede gli usi e le tradizioni di
nessun popolo, purché non siano immorali».

Tutto era iniziato in modo spettacolare, e degno di imitazione, con Paolo, ma poi, con il passare dei secoli, evangelizzata l’Europa, la missione era stata finalizzata soprattutto alla conversione degli eretici e, cosa molto difficile, dei musulmani.

A metà del secondo millennio, la perdita di una porzione d’Europa, passata sotto l’influenza di Lutero, fu compensata dalla massiccia conquista, a forza di spada e di croce, dell’America Latina. Spagna e Portogallo sfornarono frati cattolici, Inghilterra e Olanda pastori riformati. Il mondo fu condotto a Dio, per sua gloria, sotto varie etichette. Il primo che arrivava faceva di tutto perché la sua porzione di gregge non fosse sequestrata dagli altri. Non mancarono esempi luminosi, ma certo il metodo era assai poco cristiano. L’evangelizzazione unita alla colonia fu poi criticata, e con ragione.

L’evangelizzazione più recente, nascosta sotto l’apparenza di una migliore civiltà, fu anch’essa criticata. Se il Concilio volle far notare che «la Chiesa proibisce severamente di costringere o di indurre e attirare alcuno con inopportuni raggiri ad abbracciare la fede» (Ag 13), lo fece perché questo succedeva e si sentiva la necessità di denunciarlo.

Dopo il Concilio

È vero, il Concilio mise delle basi luminose nel cammino missionario della Chiesa, ma da quelle basi chiare scaturì una crisi, che coincise con la più ampia crisi della cristianità e della società. Venticinque anni dopo, l’enciclica Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II parlò di uno «slancio indebolito»: si era detto che tutta la Chiesa era missionaria e che tutto era missione, si era cominciato a parlare di missione del catechista, del gruppo dei cantori, dell’organizzatore dei tornei di calcio parrocchiali, delle signore che spazzavano la chiesa, ecc., ma allora, che cos’era la missione? Per fare chiarezza e delimitare il campo si era aggiunta l’espressione «ad gentes», cioè «alle genti». Ma dove si trovavano «le genti», o, più popolarmente, i pagani? Al bar e all’università, ad esempio, o per strada, allo sballo del sabato notte e nei nuovi templi del consumismo.

I contorni dell’azione missionaria diventarono meno netti, meno facili da decifrare in modo univoco, e questo generava un certo spaesamento. Intanto la strada che era stata aperta stimolava la riflessione. Allora, abbandonato l’esagerato risalto dato alla Chiesa, si cominciò a parlare soprattutto di annuncio di Cristo. E Cristo, era unico salvatore, o salvatore di tutti gli uomini? Nel primo caso l’accento cade sull’esclusività (unico, via tutti gli altri), nel secondo caso, al contrario, sull’inclusività (nessuno è escluso dalla salvezza di Gesù, a meno che la rifiuti).

Una frase che cominciò a risuonare dopo il Concilio affermava che «forse non è necessario che tutti diventino cristiani, ma è necessario che a tutti sia offerta l’esperienza di Gesù». È più o meno quello che affermava Paolo VI quando scriveva «gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentirneri, grazie alla misericordia di Dio, ma potremo noi salvarci se trascuriamo di annunziare il Vangelo?» (En 80).

Non mancò chi disse: «Gesù va bene, ma il cristianesimo, come lo conosciamo, no, perché è troppo segnato dalla cultura occidentale. Se le prime comunità ebbero la saggezza di accettare che i Vangeli fossero quattro, e non uno solo, quattro buone notizie riferite a Gesù, come potremmo noi avere la pretesa di proporre un unico catechismo per tutti i continenti, le lingue e le culture? Annunciamo il Regno, questo ha fatto Gesù, e questo deve fare la Chiesa se vuole essere missionaria».

Speranze e delusioni

Più si rifletteva sulla missione, più questa diventava vera, ma anche, allo stesso tempo, evanescente. C’era perfino da scoraggiarsi. Ecco perché il papa nel 1990 parlò di uno «slancio indebolito».

Alcuni elementi del Concilio prendevano sempre più forma: in tutti i popoli ci sono i germi, i semi del Regno. Gesù l’aveva presentato così: un piccolo seme, che già si trova in ognuno, profondamente immerso nella cultura. Non è trasportato da fuori. Quando il missionario arriva, deve abbandonare i suoi programmi per scovare, difendere e aiutare quel seme a crescere. La Chiesa è chiamata a inculturarsi per diventare «chiesa negra, indigena, asiatica», con i propri modi di esprimersi, mantenendo come suo unico criterio la fedeltà al Regno di Dio.

Ovviamente nel dibattito c’era chi faceva l’avvocato del diavolo: «Non c’è il pericolo che, invece di un grande affresco, alla fine il Regno risulti un mosaico confuso, fatto di tanti piccoli pezzi separati tra di loro che perdono di vista l’insieme? Inoltre, il seme del Verbo, è seminato solo nelle culture o anche nelle religioni, che delle culture sono parte fondamentale?».

Un altro documento dello stesso Concilio, la Dichiarazione sulle relazioni della chiesa con le religioni non cristiane, Nostra Aetate, apriva all’incontro rispettoso con le varie realtà religiose. Ma la considerazione per esse era un mezzo utile o un fattore di confusione nell’impegno missionario? I teologi cercarono di destreggiarsi tra dialogo e missione, dialogo e annuncio, con il timore che il dialogo potesse diventare una strategia nuova e più raffinata di «conquista» delle persone. Che fare? Si doveva allora tacere riguardo alla superiorità della fede in Cristo per dialogare con tutti?

Si iniziò a considerare tutte le religioni come realtà che offrono salvezza. Non allo stesso modo, ma ognuna contiene gli elementi sufficienti per dare, in quella certa realtà e cultura, le risposte necessarie alle persone. Tutte le religioni sono strade di salvezza, come aveva sostenuto anche Paolo VI: «Gli uomini si potranno salvare anche per altre strade». Il problema della salvezza è un problema che lasciamo a Dio. Non diciamo che questa o quella religione sia la migliore, semplicemente ringraziamo Dio che, attraverso tanti mezzi e strumenti diversi, le persone incontrino risposte per realizzare se stesse.

Nuovi linguaggi e contenuti

Se ne è fatta di strada da quando il Concilio ha parlato di dialogo, di semi del Verbo, di inculturazione. Forse il cammino non piace a tutti. Forse si è andati troppo lontano o, forse, fuori percorso. Ma tant’è: la missione continua a essere il laboratorio di esperienze nuove, in cui certi esperimenti hanno fortuna e altri sono un disastro, alcuni sono accettati e altri no, anche se interessanti, come lo erano state le riduzioni gesuitiche del Sudamerica o il tema dei riti cinesi ai tempi di Matteo Ricci.

Il pluralismo religioso ci mette di fronte alla realtà: ai popoli non mancano le religioni, espresse in forme culturali, in strutture cultuali, in miti e dottrine, in esigenze morali, ma le diverse fedi puntano a un’unica meta: vivere il Regno, cioè la comunità fraterna in cui ci si trova tutti uniti, in un rapporto di intimità con l’unico Padre.

La Chiesa è il segno del Regno, ma finché essa dà risalto soprattutto alla dottrina, alla gerarchia, alla verità e non al Vangelo, sarà semplicemente una religione come le altre, forse più strutturata e organizzata delle altre. «Tra voi non sarà così», diceva Gesù: egli chiedeva qualcosa di diverso da un corpo ben ordinato. Non esigeva l’assenza di peccato, la sua pratica era di vicinanza proprio con i peccatori, ma voleva che i suoi fossero totalmente estranei a ogni forma di potere, di apparenza o di divisione in classi: «Voi siete tutti fratelli».

Ecco allora che la missione non porta la Chiesa ai popoli, ma avvia i popoli, con il colore vitale che ciascuno ha, verso una Chiesa che, superata la sua fisionomia religiosa, sia espressione del Regno, della famiglia di Dio: tutti figli, tutti fratelli.

Jonathan Sacks, gran rabbino della Gran Bretagna afferma: «La missione della religione è la speranza», così come Pietro scriveva in una sua lettera: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Lenire la sofferenza esistenziale degli esseri umani è sempre stato il grande affanno del Dio biblico, del Dio di Gesù e anche di quello di Muhammad, dei Veda e delle religioni attente alla realtà della persona umana. La missione è credere che la salvezza, la vita, la speranza sono aspirazione e diritto di tutti.

La primavera di Francesco

Un papa che viene dalla fine del mondo, dove la missione è la quotidianità, non poteva non mettere nei credenti lo spirito dell’«Andate a tutte le genti». Parole come «periferie, poveri, cultura dello scarto, sporcarsi le mani, odorare di pecore», sono entrate nel linguaggio ecclesiale. Certo, non è detto che siano diventate vita vissuta per i cristiani e neppure per i missionari: si richiede una profonda conversione, bisogna uscire dalle fortezze (conventi, parrocchie, strutture), per vivere in mezzo alla gente, per partecipare alla sua storia che è sempre, già, una storia di salvezza, dove si mescolano speranze e delusioni, eroismo e peccato, e dove, in ogni caso, il protagonista è lo Spirito, non l’individuo e neppure la chiesa, che non cerca la propria sopravvivenza, ma la capacità di servizio.

A noi è affidato il compito di portare a maturazione la presente primavera. La missione come speranza è compassione, non è indicare il cammino da compiere, ma camminare insieme.

Gianfranco Testa
Missionario della Consolata che ha operato in Argentina ai tempi della dittatura, poi in Italia, in Nicaragua e in Colombia; oggi è in Italia dove ha fondato l’Università del Perdono, per promuovere la prassi e la spiritualità del perdono soprattutto in realtà dilaniate dalla guerra o da tradizioni che esaltano la vendetta e la violenza.

Sul Concilio Vaticano II vedi il dossier «La Chiesa si scoprì tutta missionaria» (MC 10/2012) pubblicato in occasione del 50° dell’inizio dello stesso.