COMMOZIONE DI POPOLO

A Brasilia, la capitale del futuro,
la gente semplice vive la sua fede
con profondo sentimento
e partecipazione.
Come in occasione della festa
della Consolata
e la processione in suo onore.
A Brasilia, la capitale del futuro,
la gente semplice vive la sua fede
con profondo sentimento
e partecipazione.
Come in occasione della festa
della Consolata
e la processione in suo onore.

Brasilia è una delle poche città al
mondo (insieme con Washington)
ad essere stata totalmente
decisa e pianificata da un gruppo di
architetti e urbanisti. In effetti, a metà
degli anni Cinquanta, essendo diventata
insufficiente Rio de Janeiro, il governo
brasiliano decretava che una
nuovissima capitale doveva essere costruita
al centro del paese; una città,
simbolo del futuro del Brasile e dell’umanità.
La sua costruzione diventò
una sfida, dal momento che la più vicina
strada asfaltata si trovava a 600
chilometri e la più vicina ferrovia a
125 chilometri.
Dopo una serie di lavori titanici,
Brasilia fu inaugurata il 21 aprile 1960
alla presenza di 150 mila invitati.
Fin dal 1964 i missionari della
Consolata avevano voluto partecipare
all’avventura di Brasilia con la
costruzione della parrocchia «Nostra
Signora della Consolata», una
delle prime aperte nella nuova città.
Attualmente vi lavorano tre missionari:
Giuseppe Galantino, Oreste
Ghibaudo e Serafino Marques; gli
ultimi, due sono «giovanotti» di 84
e 77 anni. Con loro vi è un diacono
permanente, José Luiz de Oliveira
Jesus, uno dei pilastri della pastorale,
che interessa ben 20 mila fedeli.
Ed è proprio nella modeissima
e avveniristica Brasilia che, il 20 giugno
scorso, ho celebrato la festa della
Consolata. Ma ero ben lontano dall’immaginare
ciò che avrei vissuto.

LA «VISITA» DI MARIA
La festa della Consolata, a Brasilia,
si comincia a preparare un mese prima,
grazie a un centinaio di volontari
che lavorano insieme agli agenti pastorali.
Catechesi speciali vengono
proposte soprattutto ai ragazzi, perché
possano meglio comprendere il
ruolo di Maria nella storia della salvezza.
Durante la novena, poi, ai parrocchiani
è data la possibilità di approfondire
la loro vita cristiana.
La chiesa (ma anche i quartieri della
parrocchia) viene addobbata con
bandierine, fiori e nastri. Io stesso ho
visto sul muro di un palazzo di 12 piani
un’immensa corona del rosario,
fatta di palloncini bianchi e blu. La vigilia
della festa, i catechisti vanno in
ogni quartiere a incontrare i giovani
e parlare loro della Madonna.
Ma la cosa più straordinaria (o più
curiosa) deve ancora arrivare: è «la visita
» che la Consolata compie in tutti
i quartieri della parrocchia.
Sono le ore 15, e padre Galantino
incomincia ad inquietarsi: «Dov’è il
diacono?». È lui, infatti, che ha organizzato
l’insieme delle celebrazioni
con altri volontari. Mi confida il parroco:
«Non ho mai visto una parrocchia
simile; qui davvero non sono i
preti a tirare la carretta, ma i laici! Ve
ne sono centinaia che portano avanti
la maggior parte del lavoro pastorale.
E che organizzazione!».
La polizia (due vetture e otto moto)
arriva alle 15,20. La radio è pronta,
dal momento che tutte le celebrazioni
saranno trasmesse in diretta dall’emittente
Nova Aliança de Brasilia.
Puntualmente, alle 15,25, le tre macchine
della scorta sono nel cortile.
Arriva anche mons. Geraldo de Espirito
Santo Avila, vescovo dell’esercito
brasiliano. A questo punto il carro
della Madonna «esce» solennemente
dal cortile delle missionarie
della Consolata, dove è stato preparato
e ornato: su una vettura, coperta
di paramenti bianchi e blu e di fiori,
troneggia la statua della patrona.
Oggi Maria va a visitare i suoi fedeli!
Mi avevano detto che i brasiliani
non brillano per la puntualità. Ebbene:
o gli abitanti di Brasilia non sono
brasiliani o io devo rivedere i miei
pregiudizi… La visita doveva cominciare
alle 15,45; dopo essere passati
negli otto quartieri della parrocchia,
si ritornava nella chiesa centrale per
la messa solenne delle 19. «Ma questo
– mi dicevo – non succederà prima
delle 20. Invece alle 19,05 la messa iniziava!
La processione si mette in marcia
e ci fermiamo nel primo quartiere.
Vedendo arrivare la statua, la gente
canta e grida: «Viva la Madonna! Viva
la Consolata!». In ogni quartiere
c’è un’orchestra, formata da giovani,
che suona e intona il primo canto alla
Vergine. La gente risponde in coro.
Il vescovo, assistito dal parroco,
scende dalla vettura, mentre fuochi
artificiali e petardi scoppiano nel parco
vicino. Si avvicina al carro della
Madonna ed inizia una preghiera:
con lui la gente pregherà per i bambini
e genitori, per gli ammalati e sofferenti
e sempre chiederanno a colei
che è «la stella dell’evangelizzazione»
di inviare ancora missionari per annunciare
la Buona Novella ai quattro
angoli del mondo.
Dopo le invocazioni, il vescovo benedice
gli oggetti religiosi e chiede a
Maria di proteggere le persone e i loro
beni, coloro che sono in viaggio…
Si sa che violenza, criminalità e incidenti
stradali sono frequenti in Brasile!
Poi termina con una benedizione,
aspergendo tutti con acqua santa.
Uno degli animatori, allora, prende
il microfono e la celebrazione viene
nuovamente «riscaldata» da preghiere,
cori e canti. Scoppiano ancora
petardi e fuochi d’artificio, mentre
tutti seguono il carro della Madonna.
E così verso il prossimo quartiere.
Anche qui centinaia di persone aspettano
la loro madre e patrona; anche
qui canti e applausi, petardi e benedizioni…
Poi, sempre in marcia, si
raggiunge un altro quartiere.
Maria li ha visitati tutti, in questa
grande parrocchia di Brasilia, la città
costruita come un’«anticipazione»
del futuro. Maria, salita al cielo, gloriosa
presso Dio, non è forse il simbolo
più vero di ciò che Egli desidera
per l’umanità tutta?…
Non siamo lontani dall’Equatore.
Pertanto, verso le 18, la notte scende
quasi di colpo. È all’imbrunire che si
visitano gli ultimi due quartieri. Ma
c’è ancora più confusione: la statua
della Madonna è illuminata e, mentre
arriva nella semioscurità del quartiere,
sembra proprio un’apparizione…
Tutto ad un tratto si accendono
centinaia di candele. Anche per l’arrivo
nell’ultimo quartiere decine di
giovani agitano stelline luminose, come
fosse una grande festa di compleanno.

LACRIME DI COMMOZIONE
Quando la processione arriva nella
chiesa parrocchiale centrale, questa
è già stracolma. Sotto la direzione
animata ed entusiasta di padre Oreste,
la gente canta e accoglie la statua
con un bornato di applausi. Non ho mai
visto niente di simile nella mia vita
missionaria! L’esaltazione è al culmine.
Il parroco fatica a calmare l’assemblea
ed iniziare la messa.
Dopo la comunione, entrano in
processione un centinaio di bambini
e bambine, rivestiti di bianco e con alucce
che li trasformano quasi in angeli
del cielo: circondano la statua,
posta su di un piedistallo, alla sinistra
del presbiterio. Mentre si canta un inno
mariano, decine di lampade illuminano
il viso della Madonna; poi un
ragazzo depone sulle sue spalle un
manto blu e una ragazza una bianca
corona sulla sua testa. Scoppia un applauso
fragoroso, e non si sa bene se
gli adulti applaudono i loro figli o la
Vergine. Molti hanno le lacrime agli
occhi e anch’io…
Tutto questo mi rimanda alle processioni
del Corpus Domini della mia
infanzia, nel Québec (Canada), quando
la fede era ancora forte… In Brasile
la gioia, l’esaltazione e l’entusiasmo
mi ricordano numerose celebrazioni
vissute in Africa. Ma, a Brasilia, ho avvertito
una qualità di fede tutta speciale.
Non so perché: ma gli occhi che
fissavano la statua della Madonna,
trasportata da un quartiere all’altro
della capitale brasiliana, i corpi che
danzavano e agitavano ogni sorta di
bandiere e drappi, mentre la Consolata
attraversava le strade della città
del futuro… tutto questo mi ha dato
un’impressione di freschezza e verità,
che non riuscirò a dimenticare.
Al momento del mio arrivo nella
capitale non sapevo cosa mi aspettava.
Però, nel giorno della Consolata,
credo proprio che il cielo si sia aperto
su Brasilia… Ora sono un po’ invidioso
di padre Galantino, parroco di
una porzione davvero eccezionale del
popolo di Dio. Non so se quello che
ho visto sia un raggio di cristianesimo
futuro; però so che quella sera, stanco,
non riuscivo a prendere sonno, a
causa delle immagini di fede che facevano
ressa nel mio cuore.
L’indomani ho chiesto al diacono
se tale festa della Consolata
facesse parte del cristianesimo
passato o futuro. Mi ha risposto che
era quello del passato. Lasciamo,
dunque, a Maria il compito
di preparare il futuro
del Brasile!

RIMANETE CON NOI!!
Maria merita il nome di Consolata con due significati: infatti
fu dapprima consolata per diventare la consolatrice
di tutto il genere umano.
Ragazza di 14-15 anni, Maria riceve un annuncio che la
riempie di spavento. Ma non deve temere perché, secondo
le parole dell’angelo, «il Signore è con lei». E per la «consolazione
» che riceve, potrà pronunciare una parola che
sarà principio di salvezza per noi tutti. Se non comprendiamo
il motivo di quel suo sgomento, non capiamo neppure
l’importanza della sua risposta: «Io sono la serva del
Signore».
Maria era figlia di ebrei, e una ragazza che rimaneva incinta
fuori del matrimonio metteva a repentaglio la propria vita.
Ai giorni nostri sentiamo dire che nei paesi musulmani
c’è gente, scoperta in adulterio, che viene lapidata: una prassi
normale, in passato, nel Medio Oriente e in Israele. Ma
poiché la Madonna era di grande fede, le bastarono poche
parole per ricevere consolazione, tanto da dare principio a
una nuova era nella storia dell’umanità; poiché questa è l’era
della grande «consolazione», il tempo di Gesù, salvatore
di tutti.
Carissimi missionari della Consolata, è per noi una grande
gioia avervi qui. Leggevo tempo fa un libro, scritto
da un vostro confratello, uno dei pionieri che raggiunsero il
Kenya. Raccontava della vita dura, specialmente nei primissimi
tempi, sperimentata dai missionari: stanchi, anneriti
dal fumo del treno, ma sempre avanti, fino alla meta. Erano
scesi in un posto sconosciuto e da lì avevano ripreso,
a piedi, il viaggio verso la meta; salirono montagne, ebbero
tanti malanni; qualcuno tra i portatori, durante la carovana,
morì anche per strada. Fino
a quando arrivarono…
Quello che vorrei dirvi è questo:
l’audacia di quei pionieri nasceva
da una fede enorme! E mi
vengono in mente quei benedettini
che furono i primi a venire
dalle nostre parti, in Tanzania;
non avevano neppure emessa la
prima professione religiosa e ricevettero
l’ordine di andare in
missione. Lasciarono il loro paese,
senza più tornare (non conobbero
neppure la loro casa
madre). Anche i missionari della
Consolata seguirono lo stesso
modo di evangelizzare: partirono
senza sapere dove andavano,
in paesi stranieri, poveri,
diversissimi dall’Italia; sapevano
della malaria, dei serpenti,
dei leoni… ma andarono.
E dove hanno trovato il tempo
per costruire dentro di sé la fede,
per essere missionari? Il motivo
è che avevano già la fede «succhiata
» dalla Consolata, la quale
ebbe il dono di trovare la consolazione
di Dio.
Tra i primi missionari, alcuni lasciarono poi il Kenya per venire
qui in Tanzania. Vennero per «kuziba pengo» («riempire
un vuoto lasciato da un dente estratto»; ma Pengo è
pure il cognome del cardinale che sta parlando; ndr): a
riempire il vuoto lasciato dai benedettini. Ereditarono parrocchie
non in una situazione normale, ma post-bellica, in
una ex colonia tedesca. «Io sono la serva del Signore, sia
fatto a me come l’Onnipotente vuole». Vennero qui da noi.
La loro opera la conosciamo e apprezziamo: un lavoro
grandioso e che ci riempie di meraviglia. Come hanno fatto
tutto questo, superando difficoltà e ristrettezze?
I nostri missionari, all’inizio del secolo scorso, erano pronti
a mettere la vita nelle mani dell’Onnipotente per eseguire
il mandato: far sì che anche per i tanzaniani (come prima
per i kenyani) sorgesse «l’ora di Dio», avessero la consolazione
di conoscere il Signore Gesù… Ma anche il nostro
mandato non è diverso dal loro. Poiché la presenza di Dio
tra gli uomini è necessaria, questo è il lavoro che riceviamo
da Maria Consolata, tramite i suoi missionari.
Figli della Consolata, vi faccio le mie felicitazioni: per la
festa di oggi e per il vostro grande lavoro fatto qui, nella
nostra chiesa. Vi siete dati senza risparmiarvi, come la
Madonna Consolata che disse: «Se c’è da rischiare la vita
non importa; se Dio vuole invece che viva, così sia, come
vuole l’Onnipotente!».
Grazie di cuore per averci dato la possibilità di avere Dio
con noi! Anche noi ora possiamo dire: «Emanuele! Dio è
con la sua gente!».
Dopo avervi ringraziati, vi preghiamo di continuare a inco-
raggiare noi, che siamo i vostri figlioli
e nipoti, perché lo spirito che ci avete
portato non venga mai meno. Siate con
noi, state con noi! Io penso che, umanamente
parlando, il periodo più duro
della missione sia passato, poiché se
qualcuno oggi desidera i maccheroni,
anche qui a Dar es Salaam li può trovare…
e anche le medicine!
Rimanete qui, restate qui! E, se qualcuno
è sfinito e non riesce più a lavorare,
non abbia paura, non pensi di essere
inutile e di tornare in Italia; ma vada
davanti all’eucaristia a pregare per
noi l’Onnipotente. Stia qui e preghi; preghi
insieme a noi, perché possiamo vedervi
e imparare. Vi promettiamo che
faremo tutto il possibile per portare avanti
lo spirito messo in noi, affinché il
nostro popolo possa sempre dire: «Emanuele!
Dio è con il suo popolo!».
Polikarp Pengo
(traduzione dallo swahili
di padre Giovanni Medri)

LA LUCE È RIMASTA NEI MIEI OCCHI
Caro direttore, le presento una testimonianza
sulla Madonna Consolata
di Agnese Capello, mia cugina.
Essa gradirebbe che fosse pubblicata
su una rivista con il nome
«Consolata». Agnese mi ha chiesto
di ritoccare lo scritto. Ma ho pensato
che non sarà, certo, la forma a togliere
interesse ad un testo già bello,
così come è nato da chi ha vissuto
la vicenda che racconta.
M.P. QUIRICO – TORINO

È con gioia che pubblichiamo la seguente
testimonianza proprio nel mese
della Consolata.

Quando una persona si ferma un
tantino a meditare sul senso della
vita, è facile che le vengano in
mente alcuni particolari molto significativi.
Un episodio che, iniziando dai nostri
vecchi, si è tramandato di padre
in figlio riguarda un affresco, che si
trova sulla facciata della nostra casa
in un paese della collina torinese.
L’affresco rappresenta la Consolata
e risale al 1856.
Venne eseguito per un «voto»,
fatto alla Consolata in un momento
penoso per la gente, quando serpeggiava un’epidemia che colpiva i
bambini dai 13 anni in giù. Ne erano
già morti parecchi, e i genitori
che vivevano nella casa avevano promesso
alla Consolata che, se salvava
i loro numerosi bambini, s’impegnavano
a far dipingere la sua effigie
sul fronte della loro abitazione.
Bisogna pure ricordare che, in tante
case, la fede consisteva anche nel recitare
ogni sera il santo rosario.
I genitori intensificarono le preghiere
finché, cessato il pericolo che
durò parecchi mesi, esaudirono il loro
voto, perché tutti i bambini erano
salvi. Fecero eseguire l’affresco, e
continuarono a pregare e ringraziare
la Madre Consolata mettendosi
sotto la sua protezione, poiché quell’avvenimento
fu considerato un miracolo.
Il pittore che eseguì l’affresco
fu un certo Nicolao Doria. Si presume
che fosse un ligure. In quella casa
nacque pure Demetrio Casola
(1851-1895), ricordato nelle enciclopedie
come pittore.
Tutti i genitori, che si sono succeduti
nella casa nel corso degli anni,
hanno sempre avuto una particolare
attenzione e il massimo riguardo
verso la Madre di Dio, che era considerata
una componente della famiglia.
La pittura è rimasta inalterata
nei colori, pur essendo esposta alle
intemperie.
Anche i miei genitori abitarono
nella casa. Nel 1956 (anno del centenario
dell’affresco) si prodigarono
per festeggiare l’anniversario. Era
prima del Concilio ecumenico Vaticano
II, e non si poteva celebrare la
santa messa. Però ci fu una grande
partecipazione di parenti e alcuni
sacerdoti, con preghiere, canti mariani
e il santo rosario.
Terminate le funzioni, ci fu un bel
rinfresco per tutti.
Nel 2006 saranno 150 anni di
«presenza matea» nella nostra
casa. Per l’occasione, se Dio vorrà, ci
sarà ancora un ricordo, perché è
sempre bene lodare la nostra Madre
Santissima Consolata.
AGNESE CAPELLO – TORINO

Alla Consolata sono riconoscente
fino dall’infanzia. Nel maggio
1945 (era da poco finita la guerra)
i miei genitori mi accompagnarono
in treno da Bra (CN) a Torino al santuario
della Consolata, per ringraziare
la Madonna. Il viaggio fu avventuroso,
perché eravamo in un carro-
bestiame, alla mercé del vento.
Ricordo Torino con tanti cumuli di
macerie, a causa dei bombardamenti
subiti.
Dunque la guerra era finita, ed io
ne ero uscita miracolata. Lo scoppio
di una granata mi aveva ferito il naso,
un orecchio e una gamba. Ma la
pioggia di schegge non mi colpì gli
occhi. Subito i miei genitori esclamarono:
«Questo è un miracolo della
Consolata!».
Fede semplice e viva quella dei
miei genitori, fede dettata da sofferenza,
senza perdere mai la fiducia
in Maria, Madre nostra in tutte le ore
della vita.
Così la luce è rimasta nei miei occhi.
CATERINA VIRANO – BRA (CN)

È un’altra testimonianza che calza
a pennello con il mese di giugno. Anche
la signora Giovanna Castellano
(di Torino) ringrazia pubblicamente la
Consolata «per grazia ricevuta in favore
del figlio».

Cari missionari, ho 17 anni e fin
da bambina conosco la Vergine
Consolata. Nella contrada in cui mia
madre è nata e cresciuta si venera la
Consolata da molto tempo. La sua figura
mi è rimasta impressa per il
racconto di un «miracolo».
Mia madre era una bambina di
quarta elementare e in quell’anno
si abbatté un terribile nubifragio
con una violenta tromba d’aria. Allora
a scuola si andava a piedi, e il
mattino seguente la tempesta ella,
in mano del nonno, si avviò tra
massi scivolosi, ciottoli fangosi e
grandi pozzanghere.
All’approssimarsi della scuola, vicino
alla chiesetta della Consolata,
mia madre non vide più l’edificio
sacro, ma un cumulo di macerie.
Un’ombra scese sul suo cuore e su
quello del nonno.
Erano ormai giunti e… sul mucchio
di rovine essi videro la statua
della Madonna, di fragile gesso,
dolcemente adagiata, illesa, eccetto
che in una mano. E illesi erano
tutti gli abitanti della contrada,
nonché le case, le stalle, gli animali.
In quella chiesa, ricostruita più
grande, ho frequentato il catechismo
e ho coltivato il mio spirito alla
luce del vangelo e nell’ascolto di
esperienze missionarie. Crescendo,
la scuola (frequento il liceo classico)
e gli amici mi hanno forse impoverito
il bagaglio religioso; ma
mi sono ripresa, per un incastro di
cose difficili da capire o spiegare.
Da tre anni, cioè da quando è
morto il nonno Nicola Gironimo, vostro
abbonato e devoto della Consolata,
seguo con particolare interesse
la vostra rivista, che vorrei
continuasse ad essere recapitata a
nome del nonno. Apprezzo il modo
limpido con cui voi, missionari, raccontate
la vita e, soprattutto, il vostro
impegno nell’alleviare la sofferenza
dei fratelli. L’offerta inviata
è a favore dell’ospedale di Neisu
(Congo), affinché l’opera di padre
Oscar Goapper non si arresti.
Infine questa lettera vuole essere
un grazie alla Vergine, madre di
ogni consolazione. Maria sostenga
tutti e mantenga viva nella mia e
in tutte le famiglie la luce della verità
fatta carne.
MARA CERVELLERA
MARTINA FRANCA (TA)

Carissima Mara, anche la tua testimonianza
è splendida, come lo sono
i tuoi 17 anni…
A tutti gli amici e sostenitori delle
missioni assicuriamo la preghiera
alla Vergine Consolata dei suoi missionari
sparsi nel mondo.

Jean Paré




DOSSIER: mutilazioni genitali femminili


Circa 130 milioni di donne, soprattutto nel sud del mondo,
sono sottoposte a scioccanti mutilazioni: l’operazione si pratica su
bambine in tenera età. Un atto contro i diritti dell’integrità della
persona. Una sua manipolazione. E la denuncia è doverosa.


Persone in
corpo e anima

Lo scrisse
su Missioni Consolata, nell’aprile 1996, la ricercatrice Anna Bono.

La piaga
riguardava allora 80 milioni di donne, mentre oggi ne investe 130 milioni.
Il dato al rialzo è dovuto a maggiori informazioni acquisite negli ultimi
anni: informazioni non facili, trattandosi di un tabù.

Nel giugno
1996 il Tribunale di Washington riconosceva che l’escissione, ad esempio,
è una persecuzione: quindi motivo sufficiente per concedere asilo alle
donne che lo richiedono.

In Italia
le mutilazioni femminili sono vietate,in base all’articolo 5 del Codice
civile e agli articoli 582 e 583 del Codice penale.

Missioni
Consolata ritorna sul tema con un dossier, perché ritiene che la sua
conoscenza sia fondamentale per debellare la piaga. È una violazione dei
diritti umani.

Secondo la
teologia morale cristiana, «l’uomo è unità»: di qui l’importanza anche del
corpo-soggetto. La persona si apre al mondo attraverso il corpo. Ma, se
l’individuo è corpo, è pure vero che non si identifica con esso. «Il
soggetto umano è il proprio corpo e tuttavia più del proprio corpo»
(Tullio Goffi, Problemi e prospettive di teologia morale, Queriniana,
Brescia, 1976, p. 335).

In nome di
una presunta supremazia (complici tradizioni culturali discutibili),
l’uomo può trattare i suoi simili da oggetto. A fae le spese sono spesso
le donne. Donne ferite, nel corpo e nella mente, anche attraverso le
mutilazioni genitali. Una gravissima manipolazione.

Non
l’unica oggi.

Francesco
Beardi


Storie
drammatiche sulla propria pelle

 E
non sei più come prima


 «Io urlavo come un animale al macello… Non permetterò
mai che le mie figlie possano subire un torto simile» (Aisha). «Sono stata
cucita con spine senza anestesia. La ferita mi bruciava» (Basma). «Ci
hanno dato dei regali: ma con quello che abbiamo patito non sarebbe
bastato tutto l’oro del mondo» (Fatima).

Prende
fiato Aisha, una bella ragazza somala di 30 anni, mentre inizia il suo
racconto percorrendo, a ritroso nella memoria, i ricordi di un evento
traumatico. «Avevo otto anni – continua -, stavo giocando a pallone con
alcune amiche e cuginette, in mezzo alla strada, davanti alla casa di mia
nonna. All’improvviso arrivò correndo mia sorella, Zahra, che disse:
“Vieni, dài, stiamo per essere infibulate…”. Era felice. Ci avevano
detto che era un grande evento e che, per l’occasione, avrebbero ucciso un
pollo e ci avrebbero offerto dei dolci. Quindi mi alzai e, felice, corsi
via con lei. Entrammo in una casa poco distante, dove abitava una vecchia
levatrice. Toccò per prima a mia sorella, di un anno più grande di me. La
donna, con l’aiuto di mia madre e mia nonna, fece stendere la sorella su
una stuoia. Io rimasi nella stanza a fianco, seduta per terra, silenziosa,
come paralizzata. La sentii urlare. Il suo dolore mi sembrava atroce: mi
entrava nelle orecchie e mi impediva di respirare. Ero terrorizzata. Una
violenta ribellione si impossessò di me. Feci per fuggire.

Non capivo
bene che cosa stesse accadendo, ma certamente, regali o no, non volevo
soffrire. “Non voglio più essere cucita” gridai con quanto fiato avevo in
gola. Ma la nonna mi afferrò stretta e, aiutata da una vicina, mi adagiò
su un materasso. Poi si sedette dietro di me e mi tenne aperte le gambe,
come in una morsa. La vecchia ostetrica aveva terminato il lavoro di
ricucitura. Mia sorella ora se ne stava quieta, come un animale ferito,
senza forze e senza volontà, sulla stuoia ancora insanguinata.

Era il mio
tuo. Sentivo crescere la disperazione e la rabbia. In ginocchio, di
fronte a me, la vecchia mi guardava sicura e severa. Con un esperto colpo
di coltello mi tagliò la clitoride e le piccole labbra, senza anestesia.
Allora non si usava ancora; ora sì, in ospedale, dove l’infibulazione è
praticata dai medici.

Furono
minuti indescrivibili: il coltello grondava sangue, mentre io urlavo come
un animale al macello; non capivo perché mi stessero facendo quel male.
Mia madre e mia nonna mi rassicuravano dicendo che stavo per diventare una
donna, che avremmo festeggiato tutti insieme l’evento, che erano
orgogliose di me, della sorella e che, qualche anno dopo, avrei potuto
sposarmi e fare dei bambini.

“Sposarmi?
Fare figli?” domandavo a me stessa mentre mi tagliavano, e pensavo ai
giochi lasciati per strada… Mi cucirono con ago e filo, lasciando
un’apertura sottile per far defluire l’urina e il sangue mestruale. Poi mi
lavarono e disinfettarono con erbe e unguenti. Infine mi legarono le gambe
strette tra loro e mi portarono a casa della nonna, insieme a mia sorella,
dove rimanemmo immobili, distese su stuoie, per due settimane. “La ferita
si deve rimarginare bene – ci spiegarono -; altrimenti, quando
partorirete, si lacererà”.

In quei
giorni arrivarono familiari, parenti e amici a congratularsi con noi.
Portarono dolci e doni, ma a me non interessava nulla: ero mortificata e
scioccata. Mia sorella sembrava invece gradire tutte quelle attenzioni; si
sentiva importante. Io ero piena di rabbia: “Mai – mi ripetevo –
permetterò che le mie figlie possano subire un torto simile”.

Pochi anni
dopo, fui data in moglie ad un uomo molto più vecchio di me… La notte
delle nozze avrei voluto morire. Provai un dolore atroce. Per il marito,
invece, fu un grande onore, una prova di virilità, avere rapporti con una
sposa così cucita. È anche una sicurezza sulla sua fedeltà: con chi altri
potrebbe mai tradirlo?

Rimasi
incinta. Andai in ospedale a Mogadiscio. Là mi aprirono per farmi
partorire, e mi ricucirono. Avevo 14 anni e avevo appena terminato le
scuole. All’età di 18 arrivai in Italia con mia sorella…».

Da 12 anni
Aisha vive in Piemonte con delle connazionali e si prende cura della
figlia. Il marito è in America a lavorare.

A
Mogadiscio ha frequentato, finché ha potuto, scuole italiane, come la
maggioranza delle sue coetanee benestanti, e in Italia si è laureata in
medicina, mentre lavorava come assistente domiciliare per anziani. La sua
attività più importante è quella di sensibilizzare le sue connazionali,
giovani mamme e ragazze, contro la pratica delle mutilazioni genitali,
affinché quelle giovani vite non debbano patire torture atroci in nome
della tradizione e del controllo dell’uomo sulla donna.

Una donna
grossa mi bloccava tra le sue gambe, mentre mi bendavano gli occhi con un
foulard nuovo. Mi hanno operato senza anestesia (sono solo 20 anni che
hanno iniziato ad usarla, ad operare su tavoli e a chiamare un’ostetrica).
Sono stata cucita con le spine. La ferita mi bruciava. Mia madre mi ha
lavata con acqua calda. Dopo aver scavato una buca per terra e deposto
della carbonella con delle erbe che producevano fumo, mi hanno fatta
appoggiare sopra per disinfettare e seccare la cucitura, che è diventata
scura. Ho contratto un’infezione, perché mi sfregavo la ferita: sono stata
male per un mese, avevo la febbre…».

Nonostante
il ricordo ancora vivo della sofferenza causatale da tale pratica, Basma
si dichiara pronta per lo stesso intervento: sua figlia è stata infibulata
e vorrebbe che anche le nipoti seguissero la tradizione.

Per
Fatima l’esperienza non è da ripetersi. «Sono stata circoncisa a sette
anni, insieme ad una sorella di nove. Altro che festa! Quel giorno ho
subìto uno shock che non dimenticherò più. Sono stata operata senza
anestesia, senza niente. Ho sofferto moltissimo. Eravamo sette bambine da
sei a nove anni; c’erano le figlie dei vicini di casa, nel tempo di
chiusura delle scuole. Le donne si erano dette: “Facciamo ciò che dobbiamo
fare, perché le ragazze sono ormai grandi”.

Hanno
chiamato una donna anziana e siamo state operate in una casa vicina. La
prima ad essere sottoposta ai ferri è stata la più piccola, mentre noi
guardavamo terrorizzate, in lacrime. La mamma era fuggita, perché non
voleva sentire i nostri pianti.

Mi
hanno deposta nuda su un tavolo grande, mentre tre donne mi tenevano
legate mani e piedi. Non ho visto con che cosa mi hanno tagliata, se con
un coltello o una forbice (si nascondono gli strumenti, perché la pratica
incomincia ad essere criticata). Mi hanno asportato la clitoride e le
piccole labbra. Poi sono stata cucita con filo, perché eravamo in città, e
non con spine, come avviene in campagna. Il dolore è durato ben sette
giorni. Sono rimasta con le gambe legate (dalla vita fin sotto le
ginocchia) per due settimane. Non si può mangiare… Io sono riuscita a
fare pipì, mentre a mia sorella (che non l’ha fatta per tre giorni) si è
gonfiata la pancia. Ha sofferto di più, perché era più grande.

Mamma e
papà, una volta guarite, ci hanno dato dei regali: ma con ciò che abbiamo
patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo a consolarci! Per fortuna
non sono sorte infezioni, perché papà ci portava tintura di iodio e
antibiotici.

Prima
dell’operazione correvo, giocavo a pallone, ma dopo non l’ho più fatto.
Mia madre mi diceva sempre: “Attenta, ora sei diventata grande, ti
strappi!”.

Non ero
più libera. Non era più come prima. Mi hanno lasciato un buco
strettissimo. Prima del contatto con l’uomo, le mestruazioni erano molto
dolorose. I primi rapporti sessuali mi hanno fatto schifo. Poi è andata un
po’ meglio».

 



Il parere medico sulle mutilazioni

 Igiene?

C’è ben altro!

 «L’infibulazione
è un rapporto tra schiava


e padrone, dove, in accordo a schemi primitivi,

si dona
tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono
nulla» (dott. Mascherpa).


«È un rito iniziatico: la donna rimane un oggetto e, nello stesso tempo,
viene allontanata da lei ogni tentazione» (dott. Bracco).



E le conseguenze sono clamorose.


 Abbiamo interpellato il dottor Franco Mascherpa, medico presso la clinica
ginecologica universitaria di Torino, a suo tempo impegnato in Somalia,
sulle mutilazioni genitali femminili.


Dottore, cosa s’intende per mutilazione sessuale femminile?


«Attualmente sono circa 130 milioni le donne che hanno subìto pratiche di
mutilazione sessuale. Sono interventi laceranti, che si effettuano sui
genitali estei delle bambine prepubere.

Sono
possibili tre tipi di operazione. La più diffusa è quella sudanese o
faraonica (infibulazione), che risulta la più mutilante e dà origine a
tanti problemi medici e psicologici. Essa consiste nell’asportazione della
clitoride e delle piccole labbra, nella cruentazione (con incisioni
verticali, scaificare) della parte intea delle grandi labbra, della
parte mediana della vulva e nella cucitura delle labbra. Le tecniche di
sutura sono diverse: nelle zone rurali si possono usare spine di acacia,
tenute insieme da fili di cotone.

La
clitoridectomia (escissione) è meno diffusa: prevede l’asportazione della
clitoride e della parte superiore delle piccole labbra. La ferita non
viene mai suturata, bensì tamponata con erbe. Le bambine vengono fasciate
con le gambe strette.

La
sunnah (circoncisione), diffusa nei paesi arabi, ma anche in Somalia) è
una pratica meno cruenta della clitoridectomia: comporta minori
conseguenze permanenti sul piano fisico. Consiste, nei casi più radicali,
nella asportazione di una parte della clitoride. Nelle varianti minori
vengono prodotte piccole ferite superficiali nella regione paraclitoridea.
Lo scopo di tale pratica è di produrre una fuoriuscita di sangue.
Solitamente viene utilizzato un coltello rituale, oppure una lametta da
barba. Vengono anche impiegate sostanze anestetiche.

Dopo
l’intervento, le gambe delle bambine vengono saldamente legate con fasce
all’altezza delle caviglie, delle ginocchia e delle cosce, e mantenute in
questa posizione per dieci giorni, durante i quali seguono una particolare
dieta. Talvolta cospargono la ferita con una sostanza a base di incenso e
mirra, che ritengono svolga un’azione antisettica e cicatrizzante.

Un
altro aspetto del fenomeno è la reinfibulazione post partum. Una
missionaria mi raccontò che, in Somalia, la praticavano alle donne che
avevano appena partorito per evitare tensioni familiari».

Come
sono considerate le donne non circoncise?

«In
Somalia le donne non circoncise sono ritenute orfane, meticce e fanno di
mestiere le prostitute: questo perché perdono dignità, valore sociale ed
economico; non sono più sposabili e hanno perciò poche speranze di
sopravvivenza. In un paese povero come la Somalia, infatti, le poche
risorse sono legate alla presenza di un uomo. Le donne, se non c’è un
maschio a fianco che abbia qualche attività commerciale, da sole non
possono sopravvivere. Per la stessa ragione vogliono essere sempre
incinte: il marito, che ha mogli sparse qua e là, è più propenso ad
andarle a trovare spesso e portare loro da mangiare. Se la donna è
sterile, rischia di non ricevere mezzi di sussistenza».

In
Occidente consideriamo affascinanti le somale: la loro bellezza, la
fierezza e la sensualità del portamento sembrano giustificare tale
considerazione. Ma come vivono il rapporto con il proprio corpo?

«In
Somalia, come ginecologo e sessuologo, ho cercato di capire come le donne
si rapportavano alla propria sessualità: l’unica risposta che ne ho
dedotto è che essa ha una pura funzione riproduttiva. La loro grande
sensualità non è genitale, perché da quegli organi ricavano solo molto
dolore. Dal punto di vista ginecologico, hanno sempre mal di pancia e
problemi vari. Per loro il benessere non è vivere bene la sessualità nel
matrimonio, bensì avere un marito che le mantenga.

Le
bambine di soli cinque anni, che sanno di essere infibulate, aspettano con
ansia il momento di passaggio all’età adulta. Se una ragazzina grandicella
non ha ancora subìto tale operazione, viene emarginata dal gruppo di
amiche.

Il
corpo della somala è un corpo doloroso. Infatti i racconti sui primi
rapporti sessuali sono agghiaccianti, traumatici: lei si presenta a lui
“cucita”. Sono poche le mogli che, d’accordo con il marito, si fanno
scucire. In genere lui vuole constatare di persona che lei sia chiusa. La
regola è quella del grano di mais: se passa un grano è ben cucita. Da quel
foro fuoriescono urine e mestruazioni, ma con gran ristagno di liquidi.

Al
momento della penetrazione sorgono i problemi: la cucitura deve essere
aperta o con il pene o un oggetto qualsiasi (un coltello, una lametta, la
parte superiore di una lattina di coca-cola).

L’atto
sessuale, più che un rapporto intimo, è un gesto di valorizzazione sociale
delle velleità maschili: io, uomo, la posso penetrare anche se è
difficilissimo. È una prova, mentre alla donna è richiesta una
superverginità. Spesso questa ha il primo rapporto in modo strumentale,
non naturale: vetri, coltelli, forbici, frammenti di latta che lacerano le
suture. Una donna facile da avere è vista come una prostituta, con
sospetto. Una donna non infibulata può essere ripudiata immediatamente. Se
il marito non riesce a deflorare la moglie, può sempre dire di aver
sposato una donna ben cucita, quindi di grande moralità.

In
Somalia si porta ad estreme conseguenze questo aspetto antropologico: “io
sono così preziosa che sono inaccessibile; però quando mi conquisti mi dai
tutto”. È un rapporto tra schiava e padrone, in cui, in accordo a schemi
primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è
zero. Esse non valgono nulla.

Se
l’orgasmo femminile è seducente per l’uomo in un contesto occidentale, è
superfluo, negativo, privo di interesse in società maschiliste e sadiche.
“Perché una donna mi deve sedurre? Faccio io quello che voglio di lei.”
Innamoramento, amore non esistono. La donna è un mezzo attraverso il quale
l’uomo realizza la propria discendenza.


Comunque, a livello sessuale, donna e uomo hanno strategie diverse: la
prima deve essere prudente, poiché ne può conseguire una gravidanza; il
secondo invece cerca di sedurre più donne possibile, perché la poligamia è
la forma di famiglia più diffusa nel mondo (come numero di culture, non di
persone). In Occidente si espleta attraverso numerosi rapporti
extraconiugali, che coinvolgono l’80% delle persone».

Ci sono
donne somale che chiedono di essere deinfibulate perché sono fidanzate ad
italiani?

«Dove
sono? Si sposano solo tra loro. Da me arrivano donne con complicazioni
mediche… Un somalo non sposerebbe mai una connazionale, anche se
infibulata, arrivata qui molto tempo fa, perché pensa che abbia ormai
assunto la mentalità occidentale. Tutte le donne che hanno avuto
“contaminazioni” con l’Occidente non si sposano più».

Tutte
le giovani somale in Italia sono qui sapendo che perdono la possibilità di
trovare marito?

«Se non
trovano subito un fidanzato somalo, con il passare del tempo perdono la
propria accettabilità sessuale».

 


 Abbiamo brevemente intervistato anche il ginecologo Roberto Bracco.


Dottore, in certi contesti culturali l’infibulazione è considerata
un’usanza igienica, che rende più bello e pulito il corpo della donna.
Cosa ne pensa?


«L’infibulazione non è una pratica igienica. In tutti i casi che ci sono
capitati, quando abbiamo riaperto la ferita, abbiamo trovato l’assenza
totale di igiene. L’urina e il sangue mestruale ristagnano all’interno
della cucitura».

Come
intervenite?


«Introduciamo una pinza a becco e tagliamo i punti. In certi casi è
necessario operare con anestesia totale».

Come
definire allora l’infibulazione?

«Un
intervento mutilante che, dal punto di vista sanitario, non ha nulla di
igienico. È un rito iniziatico: l’asportazione della parte erettile della
donna. La clitoride, infatti, ha la stessa struttura anatomica dei corpi
caveosi del pene; rappresenta il centro del piacere sessuale femminile,
che viene così ad essere mutilato. Se in un rapporto di coppia si toglie
alla donna la parte di piacere, essa rimane un oggetto e, nello stesso
tempo, viene allontanata da lei ogni tentazione. Il controllo dell’uomo è
così veramente efficace.

La
circoncisione femminile, praticata alle donne egiziane, è invece più
blanda e permette loro di avere una vita sessuale normale.

Nei
casi estremi si può intervenire chirurgicamente con una plastica delle
piccole labbra».

 

La
pratica delle mutilazioni genitali femminili può comportare delle
complicazioni mediche immediate e a lungo termine.


Nell’immediato: shock post-operatorio, infezione locale, setticemia,
tetano, emorragia, lesioni delle vie urinarie e della regione perianale,
ritenzione di urina e infezioni urinarie…

A lungo
termine: proliferazione fibrosa del tessuto, cisti e ascessi, malattia
infiammatoria pelvica, ritenzione di sangue nella vagina e cavità uterina,
defibulazione cruenta al momento della deflorazione e del parto, parto
distocico, fistole vagino-vescicali e rettali post partum, rapporti
sessuali difficoltosi e dolorosi, infezioni uro-genitali ricorrenti…


mancano ripercussioni psicologiche: paura e angoscia infantile,
lacerazione in infanzia/età adulta, senso di inevitabilità del proprio
destino, senso di inferiorità sociale, morale e spirituale della
condizione femminile, disturbi della sfera sessuale, restringimento di
interessi e perdita di intraprendenza, senso di offesa alla propria
integrità psico-fisica, caduta di autostima, malattie mentali (nevrosi
cenestopatica, stati depressivo-reattivi).

 


I dati riportati sono stati desunti dalla ricerca della professoressa
Silvana Borgognini Tarli, docente di antropologia all’università di Pisa,
e della dottoressa Elisabetta Marini, ricercatrice in scienze
antropologiche, pubblicata dalla rivista «Sapere», maggio-giugno 1994.

 

 



Altre dichiarazioni e precisazioni

 Tra
dovere



e vergogna

 


Alia: sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno l’infibulazione e
se la ripeterei sulle mie figlie… Mariam: l’unico suo significato è
quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna; è una forma
di maschilismo cui dobbiamo opporci…Giovanna: i seni, i glutei e altre
parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante
forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o
di tenersi il marito?

 

Alle
donne somale dà spesso fastidio l’interesse dell’Occidente verso
l’infibulazione: sentono una ingerenza nella loro vita, nelle loro
tradizioni, nei loro corpi.

Alia,
studentessa somala, dichiara: «Noi non andiamo a sindacare sulle abitudini
sociali, sessuali o estetiche delle donne europee. Sono fatti loro, come
la tradizione dell’infibulazione è affare nostro. Sono stufa di sentirmi
chiedere se approvo o meno questa usanza e se la ripeterei sulle mie
figlie. L’Occidente non può sempre esportare i suoi valori e il suo
modello di vita agli altri paesi. Credo che ogni popolo vada lasciato
libero di scegliere il suo modello di sviluppo e di seguire le proprie
tradizioni, senza per questo essere accusato di barbarie o di inciviltà».

Di
opinione differente si dimostra Mariam, mediatrice culturale presso uno
sportello sociosanitario di Torino: «Sono contraria alla pratica delle
mutilazioni genitali, anche se l’ho subìta e non me ne vergogno, come
invece accade ad alcune mie connazionali. È parte della nostra cultura e
non c’è da vergognarsene. Anche sul termine “mutilazioni” non sono
d’accordo. Si può condividere o meno l’uso di tale pratica, ma non credo
che si tratti di una mutilazione. Certo, i danni causati sono molti. Da
noi infatti arrivano donne infibulate, che hanno sviluppato seri problemi
clinici e hanno timore di essere visitate, ma anche madri che chiedono
consigli sulla scelta di fare infibulare (o circoncidere) le proprie
figlie.

In
Somalia tutte le bambine sono sottoposte a tale intervento. Vengono
preparate dalle madri ad accettare ciò che dovranno subire come un momento
importante nella loro vita: è un “rito di passaggio” che si manifesta
anche attraverso la festa, i regali e l’aspetto gratificante del
riconoscimento pubblico. Le mamme chiedono alle figlie di non esteare
dolore e pianto, perché altrimenti disonorano la famiglia: infatti la
parte coinvolta del corpo è “vergognosa”, e non può essere menzionata. Il
dolore, dunque, va nascosto, segregato, represso.

Alcuni
fanno ricoverare le proprie figlie in ospedale, affinché l’operazione sia
eseguita in modo corretto e igienico; altri si rivolgono a “mammane”, che
tagliano senza anestesia e in condizioni sanitarie pessime. In entrambi i
casi, tuttavia, la ferita rimane: nel corpo e nella mente. Ed è difficile
da rimarginare. Crescendo sorgono grossi problemi ginecologici, che si
manifestano soprattutto durante i rapporti matrimoniali, la gravidanza e
le mestruazioni. Le donne, qui in Italia, hanno paura di farsi visitare:
temono di essere scucite. A Firenze opera un medico somalo, che con il
laser deinfibula coloro che glielo richiedono.

Prima
della notte di nozze, qualche donna accetta di farsi scucire per evitare
lacerazioni e sofferenze eccessive; ma la maggioranza rifiuta tale
pratica, temendo il giudizio negativo del marito. Si dice che venga a
mancare la sensibilità femminile durante il rapporto sessuale; non è vero.
Ad essere asportata è solo la parte superiore della clitoride. Io ritengo,
comunque, che noi donne abbiamo il dovere di ribellarci a questa pratica.
Dobbiamo dire “no”. Dobbiamo porre fine a tale cultura.

Prima
della guerra civile, il presidente Siad Barre (1) aveva promosso una
campagna contro l’infibulazione, ma con il conflitto tutto è andato
perso…

Le
donne somale in Europa, ad esempio, si pongono il problema se fare
tagliare o meno le proprie bambine e pensano: “Adesso siamo qui e tutto va
bene. Ma, se torniamo nel nostro paese, cosa accadrà alle nostre figlie?
Verranno prese in giro dai coetanei, additate come prostitute e non
troveranno mai marito“.

A
Torino le donne somale sono oltre un migliaio, e sono poche quelle che si
rifiutano di ricorrere all’infibulazione. È sentita come un retaggio
culturale da mantenere.

Io non
l’accetto. Che senso ha? Perché mai è necessaria? Nel passato era forse
usata come una sorta di “cintura di castità”… L’unico suo significato è
quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna. È una forma
di maschilismo cui dobbiamo opporci».

 


 Abbiamo avuto pure l’occasione d’incontrare Giovanna Zaldini, di origine
somala, vicepresidente dell’Associazione torinese Alma Terra.

Ci sono
famiglie, in Italia, che richiedono di infibulare le proprie figlie?

«A
Torino non sono mai state registrate, finora, richieste di
infibulazione/circoncisione.

Chi ha
scelto di emigrare in Italia ha pure scelto di mettere in discussione le
proprie origini e tradizioni, diversamente da chi è stato costretto a
lasciare il proprio paese a causa della guerra. Questa seconda tipologia
di persone si sente più sradicata e non è in grado di operare scelte
contro la propria cultura e tradizione… In ogni caso, se in Italia vi è
stata richiesta di infibulazione, non troverà risposta da parte dei
medici.

Il
problema più evidente è quello delle conseguenze sulla salute delle donne
già infibulate. A livello sanitario nazionale, permane ancora una grande
impreparazione nell’affrontare casi di pazienti infibulate e nel prestare
loro soccorso e cure adeguate. Quando, ad esempio, in ospedale arrivano
delle partorienti infibulate nessuno pensa di scucirle prima del parto. Il
personale sanitario ricorre automaticamente al taglio cesareo.

Inoltre
le donne giovani non si sottopongono a visita ginecologica per paura del
dolore, ma anche perché si vergognano e non si sentono capite dai medici.
Qualcuna ha raccontato di avere provato molto disagio, perché si sentiva
studiata, osservata.

Anche
per questa ragione va posta molta enfasi sulle nefaste conseguenze
cliniche di tale pratica e sulle ragioni che spingono certi poteri ad
infibulare le proprie donne; così facendo, sottopongono queste ultime ad
umiliazioni e mortificazioni ulteriori.

In
Occidente si parla di “mutilazioni” sessuali. Già! Ma i seni, i glutei e
altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse
altrettante forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al
maschio o di tenersi il marito? Altrimenti se ne cercherebbe una più
giovane, più bella o più “nuova”…

Il
comune denominatore tra “noi” e “voi” resta sempre la sottomissione al
desiderio maschile. Abbiamo tutte subìto un lavaggio del cervello. Siamo
dipendenti dagli uomini, in un modo o nell’altro, a livello sociale,
economico, psicologico.

Per una
donna somala non essere infibulata significa non trovare marito; per una
occidentale non possedere un bel seno vuol dire non essere neanche
guardata. Per la paura di non trovare un uomo che le sposasse, nel mio
paese erano le bambine stesse a chiedere alle mamme più liberali di essere
cucite.

In
Somalia, durante il 1986-90, è stata portata avanti una campagna di
sensibilizzazione contro l’infibulazione, che non ha inciso molto.
Tuttavia, la massiccia emigrazione porterà per forza al confronto con
altre culture e al cambiamento di mentalità nei confronti di questa
pratica.

Se si
supera l’età più a rischio, che va fino a 12-13 anni, le ragazze saranno
fuori pericolo e le mamme avranno un alibi per evitare loro l’intervento.

Presso
gruppi somali, residenti all’estero da lungo tempo, si è visto come il
fenomeno dell’infibulazione si stia trasformando in un’azione puramente
simbolica, iniziatica (pungere la clitoride in modo che fuoriesca del
sangue), finalizzata alla purificazione».


Come dire: l’incontro fra culture diverse può essere liberatorio.

 

(1)
Siad Barre, presidente-dittatore, fu al potere in Somalia dal 1969 al
1991.

 

 


utilazioni
sessuali femminili nel mondo

Sono
circa 130 milioni le donne che, nel mondo, hanno subìto mutilazioni
sessuali: circoncisione (clitoridectomia), escissione, infibulazione.

La
circoncisione consiste nella rimozione del prepuzio della clitoride; tale
pratica, nei paesi arabi che la eseguono, è chiamata anche «sunnah».


L’escissione prevede la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle
piccole labbra (interamente o in parte), ma lascia intatte le grandi
labbra e il resto della vulva.


L’infibulazione è la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle
piccole e grandi labbra, la sutura delle due estremità della vulva (viene
lasciata una piccola apertura per permettere al flusso dell’urina e del
sangue mestruale di scorrere).

 

Queste
pratiche mutilatorie sono largamente diffuse in Africa, Asia, Mondo Arabo,
America Latina ed Europa.

n
Africa: nella costa occidentale, dal Camerun alla Mauritania, nelle zone
centrali e nel Ciad, nel nord dell’Egitto, in Kenya e Tanzania
(circoncisione ed escissione), in Mali, Sudan, Somalia, Etiopia e nel nord
della Nigeria (infibulazione).

n Asia:
Filippine, Malesia, Pakistan e Indonesia (tra i gruppi musulmani).

n Mondo
Arabo: Emirati Arabi Uniti, Yemen del sud, Bahrain, Oman.

n
America Latina: la circoncisione femminile è praticata in Brasile, in
Messico e Perù (presso gruppi di origine africana).

n
Europa: a causa della numerosa presenza di immigrati provenienti dai
sopracitati paesi, il fenomeno delle mutilazioni genitali, dall’antichità
dov’era sepolto, è ritornato alla luce e interessa una vasta fascia di
donne e bambine straniere. Una nuova tendenza, al riguardo, è stata
introdotta da ricchi africani che portano le loro figlie in Europa per
sottoporle a circoncisione, sotto anestesia e in condizioni
igienico-sanitarie migliori di quelle presenti nei loro paesi.

(cfr.
«The circumcision of women. Strategy for eradication», Zed Books ltd,
London).

 


E il
nostro paese?

 L’
Italia è interessata al fenomeno, insieme al resto dell’Europa, anche se
non è possibile risalire a dati certi e reali: certamente esistono casi
(forse qualche centinaio), dal 1992 ad oggi, di bambine, figlie di
immigrati, che hanno subìto mutilazioni sessuali nel nostro paese o in
patria. Quando i genitori non decidono di accompagnarle al paese
d’origine, le piccole vengono operate qui, in cliniche private o in case,
dove medici italo-somali o personale paramedico eseguono l’intervento.

Per
un’infibulazione la famiglia giunge a pagare oltre 1.000 euro. L’età delle
bambine si aggira tra 5 e 12 anni.

Molto
più alto è, invece, il numero di donne straniere, residenti in Italia, che
sono state sottoposte, anni addietro e nel paese d’origine, a
circoncisione o infibulazione.

Oggi
qui, in terra di immigrazione, manifestano varie patologie, fisiche o
mentali, o semplicemente profondo disagio psicologico.

 

 



Infibulazione: è possibile cambiare?

  

Di
questa pratica, delle sue origini, motivazioni e degli strumenti per
sradicarla totalmente dall’uso comune in molte aree dell’Africa, si è
occupato il seminario internazionale «Mutilazioni dei genitali femminili.
Una questione di relazioni tra uomini e donne», organizzato nel giugno
scorso a Torino, presso il Centro internazionale di formazione, dall’Aidos
(Associazione italiana donne per lo sviluppo). Numerosi gli interventi di
esperte africane (giuriste, psicologhe, medici, sociologhe e
antropologhe), da anni impegnate in prima fila nella lotta contro il
fenomeno.

«ll
nostro intento è quello di promuovere scambi di informazioni e conoscenze
fra le associazioni africane ed occidentali – ha detto Cristiana Scoppa,
dell’Aidos e una delle organizzatrici del corso – e di fornire strumenti
formativi e didattici per facilitare l’opera di prevenzione nei villaggi e
nelle città dell’Africa.


Cerchiamo di aiutare a sviluppare una consapevolezza sulle motivazioni
personali, non solo sociali e tradizionali, alla base del radicamento di
tale pratica. È solo prendendo coscienza di sé, del proprio ruolo di
donna, del proprio valore e dei modelli familiari di appartenenza
(centrati sul controllo della donna da parte del clan familiare maschile)
che è possibile apportare un cambiamento a tradizioni antiche e radicate.

Un
altro aspetto altrettanto importante è quello dell’informazione
nell’ambito sanitario: medici e infermieri, infatti, sempre più spesso in
Italia e a Torino, si trovano di fronte a donne infibulate o escisse, in
procinto di partorire, ed è impensabile che possano operare alla rimozione
della sutura al momento delle doglie. Bisogna intervenire prima,
altrimenti si creano lacerazioni o complicazioni gravi e tanto disagio,
sia per le pazienti sia per i medici».

 

Il prezzo … della
sposa

Le
mutilazioni genitali femminili (mgf) hanno radici lontane e ancora oscure.
Qualcuno le fa risalire ai faraoni di Egitto (circoncisione faraonica),
altri all’antica Roma (in-fibulare, chiudere con fibbia: è l’usanza di
applicare ai genitali estei maschili o femminili fermagli o anelli per
evitare i rapporti sessuali).

Molti
sono gli studi sull’argomento, a livello sia antropologico-sociologico sia
medico-scientifico, che tuttavia non hanno scalfito il silenzio e il
disagio che gravitano attorno a questo diffusissimo fenomeno.

 Scrive
Carla Pasquinelli nella ricerca «Antropologia delle mutilazioni dei
genitali femminili», curata dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo
sviluppo): «Dietro questo silenzio ci sono molte cose: c’è un mondo di
donne chiuso su se stesso, un mondo di interni, sospeso tra l’attesa e il
timore di togliare via una parte del corpo delle proprie bambine nel corso
di cerimonie di cui per secoli le madri sono state le grandi registe, e
c’è un mondo esterno, un mondo di uomini che si mantiene estraneo e
distante, e che però su questo disciplinamento dei corpi femminili ha
fondato le proprie strategie di potere. A tenere insieme e dare coerenza a
questi due mondi così distanti tra loro c’è una pratica cruenta, che
stringe in una morsa tutta la fascia dell’Africa subsahariana, e che
costituisce l’espressione simbolica di un complesso sistema economico e
sociale di strategie matrimoniali diffuso in maniera capillare in tutta
l’area.

Si
tratta di un meccanismo di dominio fondato sul prezzo della sposa, cioè
sul compenso che la famiglia del futuro marito versa alla famiglia della
futura moglie in cambio di una donna illibata, il che vuol dire circoncisa
(escissa o infibulata che sia), pronta a rispedirla al mittente e a
riprendersi il compenso versato… se la donna non è operata come si deve.
Il valore di una sposa dipende infatti dalla sua verginità e le mgf sono
una forma di protezione che inibisce nella donna desideri e tentazioni di
rapporti prematrimoniali, ma che soprattutto la preserva e la difende da
violenze e stupri».

 

Fra
tanta incertezza circa l’origine del fenomeno delle mutilazioni genitali
domina una certezza: l’islam non ha nulla a che vedere con la diffusione
in territorio africano di questa antica pratica ad esso antecedente.

Scrive
ancora Carla Pasquinelli: «L’attribuzione che spesso viene fatta
all’islam… è probabilmente dovuta alla facilità con cui si è saputo
adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale.

La sua
penetrazione, infatti, è stata resa possibile dalla presenza nelle culture
africane di alcuni elementi (come le strutture patrilineari e la
concezione di Dio fondata su un forte senso di dipendenza), che ne hanno
favorito l’accettazione, permettendogli di radicarsi nel tessuto
tradizionale molto più di quanto non siano riuscite a fare le varie chiese
cristiane che si sono impegnate alcuni secoli più tardi
nell’evangelizzazione del continente africano…

Questo
diverso atteggiamento della religione islamica e di quella cristiana si
riflette anche nella percentuale di donne sottoposte alla mutilazione dei
genitali nei due contesti. Le cifre parlano chiaro: mentre in area
cristiana (dove predomina la clitoridectomia) le percentuali oscillano tra
il 20 e il 50, in area islamica (in particolare nel Coo d’Africa, dove
l’infibulazione è di rigore) si toccano punte che vanno dall’80 al 100%.

Con il
tempo l’identificazione dell’islam con la tradizione indigena non ha fatto
che rafforzarsi, a tal punto che è stato il maggior responsabile della
diffusione delle mutilazioni genitali femminili fuori dell’Africa,
esportandole tra l’altro in Indonesia e Malesia».

 

Bibliografia

– The
circumcision of women, a strategy for eradication (a cura di Olayinka
Koso-Thomas), Zed Books Ltd, London


Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili, una ricerca in
Italia (a cura di Carla Pasquinelli), Aidos


Special needs of ritually circumcised women patients (a cura di Hanny
Lightfoot-Klein – Evelyn Shaw), in «Jognn, principles & practice»


Figlie d’Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull’escissione in
Italia (a cura di Pia Grassivaro Gallo), Editrice L’Harmattan Italia, 1998

– Nous
protégeons nos petites filles (a cura de la «Prefecture d’Ile-de-France»)

– Il
corpo offeso, in «Sapere», 1994

– The
sexual esperience and marital adjustment of genitally circumcised and
infibulated females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in
«The Joual of sex research», 1989


L’histornire de Fatoumata (a cura di «Campagne pour l’éradication des
mutilations génitales féminines»)


Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini
e donne, diritti umani e salute (convegno), Torino, luglio 2001, OIL


Figlie d’Africa mutilate, anche in Italia (convegno), Torino, febbraio
1999


Infibulazione tra diritti umani e identità culturale (a cura del CSA,
Centro Piemontese di Studi Africani, Associazione Frantz Fanon, Istituto
Avogadro), Torino 1998


Pharaonic circumcision of females in the Sudan (a cura di Hanny
Lightfoot-Klein), in «Medicine and Law», 1983


Observation ethnopsychiatrique de l’infibulation des femmes en Somalie (a
cura di Michel Erlich) in «Terrain Ethnologique»

– La
lunga marcia delle donne contro l’infibulazione, in «Tam Tam», 1995

– Waris
Dirie, Fiore del deserto. Storia di una donna, Garzanti Editore, 2000


L’excision hors la loi (a cura di Karine Sidibe), in «Le Temps de
l’Afrique noire», novembre 1996

– La
salute delle donne e le mutilazioni sessuali: un problema della società
multietnica (a cura di Elisabetta Cirillo), in «Politica del Diritto»,
marzo 1992

Angela Lano




NEISU (R.D. Congo): emozioni di un viaggio atteso

UN’OASI DI PACE


Finalmente, dopo tanti inviti, la possibilità di vedere (e
gustare) l’opera di padre Oscar, medico-missionario prematuramente
scomparso, nel piccolo villaggio della foresta e nel suo ospedale, dove
ancora tutto parla di lui.Una visita, anche, per dirgli grazie.

Kampala
(Uganda): dopo cinque lunghi giorni di attesa, c’è la possibilità di
partire con un piccolo aereo. Meta, missione di Isiro (Congo, repubblica
democratica).

Sono con
mio marito Piero, padre Rinaldo Do, superiore regionale dei missionari
della Consolata, una suora comboniana e David, seminarista congolese di
ritorno dal Brasile per le vacanze natalizie. Finalmente sto per
realizzare un mio sogno, dopo un’attesa che dura da otto anni, cioè da
quando io e l’associazione S.O.S. di Padova abbiamo iniziato ad aiutare
padre Oscar Goapper e il suo ospedale di Neisu.

Con
l’aereo a 10 posti, cinque dei quali lasciati alle merci, volo sopra
enormi estensioni di foresta e percepisco chiaramente che quelle forme di
vita vegetale sono conservate come in uno scrigno da una natura
incontaminata. I miei occhi «bevono» i colori chiaro-scuri dei verdi
equatoriali. Il paesaggio mi affascina, ma attendo con ansia l’arrivo a
Isiro.


«Respirando»
ingiustizia e abbandono


 All’aeroporto (ma di questo ha solo il nome), ci sono padri Antonello e
Giuseppe che ci attendono. La gioia di trovarci lì è tanta e, dopo una
breve sosta nella casa regionale, proseguiamo il viaggio verso il
villaggio di Neisu, a 30 chilometri da Isiro. Per percorrerli ci vogliono
quasi due ore; la strada, infatti, è simile a un sentirnero, circondato da
un’intricata vegetazione che si protende verso di noi, quasi in un
abbraccio.

Di tanto
in tanto incontriamo «i ragazzi delle biciclette», che rappresentano
l’unica possibilità di comunicazione tra le varie zone del paese in
guerra: percorrono anche 800 chilometri per rifornire i propri villaggi
del necessario (olio, zucchero, sale, indumenti, ecc.), trasportando
150-200 chili per volta; costretti perciò, al ritorno, a spingere il loro
mezzo a piedi. È una fatica immane (che può causare anche la morte), a cui
si aggiunge  il pericolo costante delle imboscate da parte dei ribelli,
che li assalgono per derubarli. Nel vederli così stremati, costretti a
svolgere tale lavoro (unico mezzo di sostentamento per loro e la loro
gente), quanta pena! Una profonda commozione mi assale e non riesco a
trattenere le lacrime. Eppure, provo compassione anche per i ribelli,
spesso bambini-soldato che, armati di fucili a volte più grandi di loro,
ricorrono alla violenza per sopravvivere in mezzo ad una situazione di
caos e disperazione.

Quante
volte padre Oscar ci aveva descritto questa realtà; quante volte ci aveva
invitato alla solidarietà! Ora che non c’è più, mi chiedo con quale stato
d’animo entrerò nella sua casa, nel «suo» ospedale, nel villaggio dei suoi
mangbetu. Nella mente scorrono ricordi di descrizioni, episodi,
personaggi, progetti rimasti in sospeso; percepisco anche il timore di non
riuscire a vivere pienamente un’esperienza che da molto tempo desideravo
fare.

Cerco di
non pensare e tento di lasciarmi trasportare, libera, in mezzo a quella
strada di terra rossa, che taglia la foresta, attraverso piantagioni di
caffè, cotone, riso… abbandonate per sempre: segni tangibili di un
passato fiorente e ora scomparso a causa della guerra, l’instabilità
politica e gli interessi economici inteazionali. Le guerre provocano
vittime (soprattutto donne e bambini) e sofferenze di ogni tipo, purtroppo
destinate a prolungarsi nel tempo.

Questo
l’abbiamo potuto constatare soprattutto a Wamba, a 130 chilometri da Neisu
(otto ore di viaggio), centro un tempo ricco e lussureggiante. Questa
città costituisce il simbolo della decadenza dell’intero paese: non vi è
più la linea elettrica, le pompe di benzina sono state asportate, niente
banche, il treno non passa più, l’ospedale è fatiscente e di molte case
coloniali non restano che gli scheletri, perché poche sono sopravvissute
ai saccheggi e all’abbandono. Unico forte punto di riferimento sono le
strutture della chiesa locale e di quella missionaria, a cui la gente,
cristiana o no, può rivolgersi per ogni bisogno, sapendo di non essere
abbandonata.

Sono gli
«agenti pastorali» (vescovo, preti, suore, missionari, catechisti) che
stanno cercando di ripristinare le vecchie costruzioni e propoe di
nuove. Con una fede che mi commuove, persistono nella loro opera, anche
senza la certezza che domani ci saranno abbastanza denaro e tranquillità
per continuare.

Con
lucidità respiro le ingiustizie e provo tanta tristezza. Il Congo, che nel
sottosuolo custodisce preziose pietre (oro, uranio, cobalto, diamanti e
ogni altro ben di Dio) è caduto in una povertà indescrivibile. Neppure i
più elementari servizi qui vengono assicurati.

Dopo 17
anni di viaggi in Tanzania, pensavo di essere collaudata a tutto; mi
accorgo, invece, che qualcosa di nuovo nasce dentro di me, sento crescere
inquietudine, rabbia e, contemporaneamente, desiderio di fare di più per
questa popolazione: cordiale, gentile, ricca di dignità e ancora capace di
lottare.


Già dipinto
tra i santi

Ecco Neisu.
L’atmosfera che trovo all’arrivo stabilisce istintivamente un rapporto di
calda simpatia; mi colpisce il sorriso dei mille bambini che ci stringono
le mani sussurrando: «Mbote!» (saluto in lingua lingala). I loro volti
sono entrati per sempre nel mio cuore.

È quasi
una visione: come in un «paradiso terrestre», le abitazioni ordinate tra
le piante gigantesche di ogni genere, che farebbero invidia ai più grandi
vivaisti del nostro mondo occidentale. Tutto è equilibrato, pulito,
tranquillo. Al centro, sorge l’elegante ospedale con 120 posti letto,
costruito in piena foresta per i mangbetu, popolazione del nord-est di
questo enorme paese, che vive ancora in capanne di legno, paglia e fango.
Il loro modo di aggregazione è semplice, ma ben organizzato.

Piero, mio
marito architetto, nota ammirato: «Questo ospedale si struttura in forme
organizzative semplici, ma adeguate alla gente che serve, pensato e
costruito come elemento stabile e duraturo. Il sistema costruttivo è
quello dell’edilizia attuale dei paesi sviluppati, però calato nella
realtà climatica del paese e adeguato al sistema di vita della
popolazione, abituata a vivere in orizzontale, su un solo piano. Non
strutture grosse e pesanti (come quelle della colonizzazione belga), ma
agili, leggere e più facilmente adattabili alle esigenze delle
trasformazioni che via via si possono rendere necessarie».

Infatti,
non appena la ragione ricorda che sei in mezzo alla foresta, ti accorgi
che si tratta di un piccolo giorniello di cui tutto il personale (medico e
paramedico) è giustamente fiero. In testa a tutti suor  Luisa che, con
padre Oscar, ha condiviso giornie, difficoltà e non poche… soddisfazioni!

La chiesa,
semplice anch’essa nell’impianto di base, non è uno spazio banale o
inutile; non lo è soprattutto per le espressività della popolazione, che
manifesta i propri sentimenti e la propria fede durante le celebrazioni
liturgiche. La notte di natale la chiesa è stracolma, la folla assiepata
anche all’esterno, un’illuminazione flebile (alimentata dal generatore)
mette in risalto il piccolo presepe posto davanti all’altare adornato con
una stella cometa e ghirlande di meravigliosi fiori rosa.

È, per me,
un momento emozionante: i padri Victor e Antonello, accompagnati da uno
stuolo di chierichetti (bimbi e giovani), entrano a passo di danza,
proprio come vuole il rito «zairese». In quel frastuono di canti e grida,
assaporo un fenomeno straordinario: un’incredibile felicità permette a Dio
di esprimere, attraverso quella messa, l’infinità del suo amore. E in quel
raccoglimento, così particolare e insolito, sento quanto sia straordinaria
la condivisione. La chiesa è  ricca di raffigurazioni assai significative
per i mangbetu, per la storia della chiesa d’Africa, per la vita di
Cristo.

E tutto
quanto esposto è frutto di un’unica mente, quella di un personaggio
«geniale», padre Oscar, l’uomo dalle molte doti: missionario, medico,
architetto, pittore… e puoi aggiungere amico, fratello, compagno di
strada, uomo della misericordia, ecc. A ragione è stato inserito, dopo la
sua morte, negli affreschi della chiesa tra le schiere dei santi e beati! 


Ritoo alla
realtà

Neisu è un
cuore (questo significa in lingua kimgbetu) che batte nella foresta
equatoriale del Congo, oasi di pace dentro la guerra, speranza per molta
gente.

Ed è qui,
nel giardino dell’ospedale, che riposa e vive ancora padre Oscar. Ogni
cosa parla di lui e a lui; anche gli alberi che vibrano, le foglie che
ondeggiano con il soffio del vento e il canto degli innumerevoli uccelli
tessitori. Una cappellina di paglia davanti alla sua tomba accoglie ogni
mattina i credenti, che elevano i loro canti in un’interminabile lode a
Dio. Ogni sabato, poi, il personale dell’ospedale partecipa alla liturgia
eucaristica, voluta proprio dal loro maestro; tutto è come prima, con la
stessa forza, la stessa fede. I padri Antonello, Richard, Bruno e Feando
continuano con entusiasmo a trasmettere alla popolazione il messaggio di
Cristo.

Ma, anche
in quell’angolo di pace si insinuano allarmanti presenze di ribelli,
mentre la situazione nazionale, determinata dall’instabilità politica, si
fa sempre più preoccupante.

Temo di
essere alla fine del mio soggiorno in Congo… finché una fortuita
combinazione ci spinge a prendere l’ultimo aereo disponibile per un
possibile rientro in Italia. 

Arriviamo
a Bunia che, purtroppo, non è molto dissimile da Wamba e Isiro, in quanto
nelle cittadine sono più evidenti i segni della guerra e della crisi di
cui soffre il paese. Qui il paesaggio è diverso: la fitta foresta
scompare, ma il verde non svanisce  e all’orizzonte svettano dolci
montagne, non troppo alte, dalle cime lisce e morbide. Godiamo di panorami
eccezionali, ombreggiati da nuvole bianche, spostate dal vento.

Il nostro
amico André (prete diocesano di Wamba) ci offre l’occasione di vivere, per
la prima volta, la speciale atmosfera della vita di un seminario africano.

Seguendo
il ritmo del sole, lodi all’aurora e vespri al tramonto: cori di voci,
preghiere e musiche accendono nell’animo qualcosa di straordinario e
delicato. Dimentico tutto ciò che fa rumore intorno; nelle notti di
silenzio, ascolto il mistero che mi avvolge e, ancora una volta, sento di
amare questo paese, tanto da sentirmi persino felice…

Grazie,
Oscar!

SOS


                Sos  è un organismo di volontariato, la cui sigla
significa: So- lidarietà – Organizzazione – Sviluppo. Nasce a Padova nel
1989, grazie all’entusiasmo di Sonia Bonin e di un gruppo di amici, con lo
scopo di creare ponti di solidarietà con i paesi meno fortunati
dell’Africa, in particolare il Tanzania. Contatti e progetti si
intensificano sempre più, sostenuti da un’intensa opera di
sensibilizzazione a Padova e… dintorni.

Dopo aver
conosciuto padre Oscar, l’Associazione si è impegnata ad aiutare
l’ospedale di Neisu, donandogli anche, poco prima della sua morte, un
prezioso (e costoso) microscopio. Il viaggio di Sonia, raccontato
nell’articolo, avrebbe dovuto realizzarsi prima della scomparsa del
missionario…

Sonia Bonin




FINALMENTE IL DIO CHE ASPETTAVAMO

Kipengere, Matembwe, Kisinga: missioni
della diocesi di Njombe.
Qui opera da 33 anni
padre Camillo Calliari,
missionario della Consolata
trentino.
Sorretto dalla gente
e da numerosi amici italiani,
impegnato in significative
iniziative di promozione umana.
Il suo modello? Gesù di Nazaret.
Che… faceva e insegnava
(cfr. At 1, 1).

Lavoro nella parrocchia di Kipengere
da 14 anni. La missione,
fondata nel 1933, è una
delle prime del Tanzania. Numerosi
sono stati i missionari della
Consolata che vi hanno trasfuso le
loro migliori energie, annunciando
la parola di Dio. Prima ho operato
anche a Kisinga e Matembwe.

SI ACCENDE LA STUFA
Kipengere è una missione ad alta
quota: le montagne toccano i 2.200
metri e fa freddo quasi tutto l’anno.
Una bella stufa trentina rimane accesa
giorno e notte, riscaldando la
casa dei missionari.
Dato il clima (così poco «africano
»), con i giovani abbiamo montato
una piccola industria per produrre
stufe a legna. Ne abbiamo già
sfoate 200 e vanno a ruba. Sono
come le stufe italiane di qualche decennio
fa (cucine): di metallo, con
pietre refrattarie al calore e una piastra
per cuocere il cibo.
La stufa è richiesta da molte donne,
che forse l’hanno vista in casa di
un’amica; cominciano a risparmiare
qualche scellino, finché riescono
a comprarsela. I vantaggi sono numerosi:
mentre il focolare tradizionale
(costituito da tre pietre) è fuori
della casa per il fumo e la cenere
abbondante che produce, la stufa è
nell’abitazione stessa; produce poco
fumo, riscalda l’ambiente e le vivande
si cuociono bene e con meno
legna.
La stufa ha avuto un notevole
successo, tanto che non riusciamo
a soddisfare tutte le richieste.

LA VOCAZIONE DELL’ACQUA
Gesù andava incontro alle persone
e alle loro necessità: lo chiamavano
se il servo era ammalato o se il
figlio era morto, ecc. Egli interveniva
in modo efficace, senza rifiutarsi
a nessuno.
Questa deve essere anche la no-

stra missione: di fronte a chi si trova
nel bisogno, occorre affrontare il
problema e cercare di aiutarlo concretamente.
Appena arrivato in Tanzania, nel
1969 sono stato destinato a Kisinga,
una missione oggi retta dal clero africano.
Non c’era ancora la chiesa,
ma nelle camere dei padri c’era l’acqua
corrente. Una bella comodità, e
pensavo che anche la gente l’avesse.
Ma così non era: la popolazione doveva
andare ad attingere acqua in
fondo alla valle. Il piccolo acquedotto
era stato costruito solo per la
missione. Prolungarlo avrebbe comportato
una spesa impossibile da sostenere.
Erano anche anni molto difficili
per l’economia.
Tuttavia mi assalì una specie di rimorso.
Mi dicevo: «Perché non si
possono unire in sinergia governo,
popolazione, missionari e i loro benefattori
per realizzare un acquedotto
che porti beneficio a tutti?».
Così è nata in me la vocazione degli
acquedotti. A Matembwe, dove
ho lavorato successivamente, ne ho
costruiti quattro. Essendo il territorio
collinoso, bisognava far giungere
l’acqua dalla valle al paese abitato,
posto in alto. Abbiamo fabbricato
grandi ruote idrauliche (simili
a quelle dei mulini) per raccogliere
l’acqua e poi le pompe la spingevano
su. È quanto ho fatto anche a Kipengere.
L’acqua è vita. Senz’acqua proliferano
le malattie (specie il colera,
che qui è endemico). Le donne poi,
come schiave, sono costrette a scendere
e salire continuamente la collina
per rifoirsi d’acqua… Abbiamo
portato l’acqua a 7 dei nostri 13
villaggi, servendo una popolazione
di 16 mila persone. Con l’acqua, c’è
la possibilità di fare mattoni e, quindi,
di costruire la casa in muratura,
un uso che si sta diffondendo.
Quando l’acqua è arrivata nelle
case, abbiamo goduto nel vedere la
gioia delle donne. Prima passavo
nel villaggio e mi salutavano semplicemente;
ma, dopo l’acqua, è tutto
un sorriso. I bambini mi corrono
dietro, mi chiamano per nome, mi
accolgono. Sono felici.

AUTOGESTIONE DALLA BASE
Al presente la priorità è che l’acqua
sia potabile al 100%. In genere
essa è contaminata alla fonte; quindi
si tratta di costruire opere sussidiarie
(filtri e vasche di decantazione)
per renderla idonea al consumo
umano senza rischi.
La manutenzione degli acquedotti
è in mano della gente. La norma è
che, quando l’opera entra in funzione,
sia consegnata a un comitato che
se ne prende cura. Vi sono volontari
italiani, tecnici specializzati, che
realizzano gli impianti; nello stesso
tempo preparano persone del luogo
per renderle capaci di conservarli e
ripararli.
Non vi sono solo «doni», ma «autofinanziamenti
» dalla base. Per assicurare
l’autofinanziamento, ogni
famiglia paga un tot all’anno; chi ha
un’attività in proprio (un negozio o
bar) paga di più. I soldi vengono depositati
in banca. Così ogni comunità
gestisce il proprio acquedotto.
Questo educa a sentire propria l’opera:
tutti devono essee responsabili.
Ciò avviene quando i progetti si
studiano e realizzano insieme. Allora
la popolazione partecipa con entusiasmo
e i risultati sono ottimi. Ad
esempio: in soli tre giorni si è scavato
un solco (70 x 25 centimetri) di
10 mila metri per depositare i tubi
dell’acquedotto. Tali successi incoraggiano
ad intraprendere altri progetti.
L’unico rammarico è di non poter
fare giungere l’acqua a tutti. Sono
tantissimi coloro che la chiedono.
Ma io non ho la bacchetta magica
per farla sgorgare dove non c’è.

FALEGNAMI
A Kipengere, quando sono arrivato,
c’erano 4 falegnami e 2 muratori,
istruiti da un… catechista: apprendisti
senza pretese. C’era anche
un gruppo giovanile, bene organizzato,
ma con poche prospettive di
lavoro. Proprio dai giovani è partita
la richiesta di fare qualcosa di utile
per la loro vita. È nata l’idea di
una scuola professionale.
Abbiamo organizzato due corsi:
uno di falegnameria per i maschi e
uno di economia domestica per le
femmine. La scuola dura un triennio;
al termine, rilascia un diploma
riconosciuto dallo stato, che consente
di essere assunti in qualsiasi
industria o cornoperativa. Grazie all’aiuto
di alcuni benefattori, ogni
studente ha ricevuto una cassetta di
strumenti per iniziare a lavorare in
proprio.
Non solo: abbiamo pure costituito
una cornoperativa, dove i falegnami
diplomati possono lavorare per
due anni guadagnando abbastanza.
La cornoperativa è gestita dai giovani,
che lavorano su ordinazioni, e il ricavato
viene diviso equamente.
In questo modo, dopo 5 anni, un
giovane esce dalla scuola con un diploma,
una professione, una cassetta
di strumenti e un piccolo gruzzolo
per cominciare un’attività. A volte
lo fanno mettendosi in società,
assistiti dalla cornoperativa madre.
La cornoperativa è nata grazie al sostegno
di un’importante azienda edile
di Trento. Un socio della ditta,
Bruno (ha lavorato pure come volontario
a Kipengere), è deceduto;
in suo ricordo, l’azienda ha offerto
40 milioni di lire alla cornoperativa.
Altri volontari della stessa azienda
hanno donato gli strumenti di lavoro
per gli studenti e sono venuti in
loco per piazzare le macchine e sistemare
il capannone.

SARTE, E NON SOLO
Nella scuola di economia domestica
per le ragazze si insegna di tutto:
taglio e cucito, un po’ d’inglese
e matematica, cucina, orticoltura,
allevamento di bestiame minuto…
Quando la ragazza termina il corso,
è pronta per formare una famiglia.
Anche così nasceranno famiglie più
preparate di fronte alla vita.
L’iniziativa mira soprattutto a chi
non trova lavoro e non ha prospettive.
Non ci sono scuole secondarie;
la gente è povera, vive del lavoro dei
campi e non ha la possibilità di pagare
gli studi dei figli. In tale situazione
la ragazza si rifugia in città
nella speranza di trovare l’eldorado,
ma non trova nulla.
La scuola rappresenta una risposta
concreta alle necessità delle ragazze;
la possono frequentare anche
le meno abbienti, perché si richiede
una tassa annuale quasi simbolica.
L’opera si sostiene con l’apporto di
alcuni amici: ad esempio, è venuta
fra noi una docente di una scuola
tecnica di Rovereto; vista la realtà,
essa stessa ha animato i maestri e gli
alunni con una iniziativa di solidarietà
a distanza, gemellandosi con la
nostra scuola.
C’è un elemento non trascurabile:
la scuola ha campi e allevamenti
di bestiame; ciò che si produce è a
favore di tutti.
Quest’anno, d’accordo con gli altri
missionari, ho aperto anche una
casa per accogliere alcuni delle migliaia
di bambini orfani, vittime dell’Aids
dei genitori. In coscienza non
me la sentivo più di lasciarli soli.
Per sostenere la nuova iniziativa,
in Italia sta nascendo una «fondazione
»; chi vi aderisce offre mensilmente
un aiuto in denaro depositandolo
in banca. Pertanto l’orfanotrofio
continuerà, anche quando io
non ci sarò più.

GLI AMICI DELLA MISSIONE
I lettori hanno certamente capito
che, alle mie spalle, vi sono persone
che «spingono», desiderose di fare
del bene: persone che non si accontentano
di un’«offerta una tantum»,
ma che vogliono impegnarsi in modo
continuativo per chi giace nel bisogno.
Basta offrire loro l’opportunità.
Basta saper collaborare.
Allora vale la pena di organizzare
insieme qualcosa di bello, di cristiano.
Io presento progetti seri e
«gli amici della missione» si impegnano
a realizzarli; anzi, incalzano
me, missionario, ad affrettare i tempi.
In questo modo tanti diventano
missionari.
Ho avuto la fortuna di lavorare
con il Cefa (Comitato europeo di
formazione agraria) di Bologna: è
un’organizzazione non governativa
seria, che attua progetti approvati
dal governo, dall’Unione europea,
ecc. Vi sono volontari che, al mattino,
recitano «le lodi» con noi missionari
e, alla sera, «i vespri»: giovani,
coppie e famiglie che lavorarono
in missione entusiasti. Grazie
ad essi, ho conosciuto il mondo del
volontariato: un mondo multiforme
e ricco.
Oltre ai volontari, ci sono i gruppi
spontanei; crescono un po’ dappertutto:
solo in Trentino se ne contano
una settantina. Spesso sono legati
in modo esclusivo ad «un»
missionario; e questo non è sempre
positivo: infatti devono imparare
ad aprirsi anche ad altri missionari,
a tutte le necessità. In ogni caso sono
generosi; l’importante è impegnarli
con progetti validi, che essi
gestiscono nel migliore dei modi.
I progetti, per avere successo e
futuro, devono prima essere sempre
discussi con la gente e il governo locale.

IL VANGELO IN AZIONE
Nell’attività missionaria non basta
annunciare, in qualche maniera,
il vangelo: scuole e opere di sviluppo
sono parte integrante del lavoro
missionario. Si tratta di priorità richieste
dalla stessa chiesa locale.
Oggi, in Tanzania, forse il giovane
missionario non condivide pienamente
questo modo di fare missione.
Certo, i metodi si possono discutere.
Secondo la mia esperienza
di 33 anni, la promozione umana ha
dato e dà frutti positivi. Talora ho
l’impressione che manchi proprio
«il lavoro», così caro al nostro fondatore,
il beato Giuseppe Allamano.
Noi, missionari, dobbiamo seguire
l’esempio di Gesù che predicava,
ma anche faceva; anzi, secondo Gli
atti degli apostoli, «faceva» e… predicava.
La promozione dell’uomo
non è una «cosa sociale»: è carità. È
vangelo in azione.
A Kipengere esistono pure 54 piccole
comunità cristiane, che seguo
tutte anche «spiritualmente». Esco
di casa alle 7,30 del mattino per partecipare
ai loro incontri e, alle 9, indosso
la tuta da lavoro. Con me operano
padre Giovanni Berghi, di
78 anni, e un prete diocesano locale.
Il progetto è di prepararlo ad assumere
la completa responsabilità
della parrocchia.
Kipengere conta anche su 100 ettari
di terra che, coltivati, servono
alle opere dell’intera diocesi. Si producono
ogni anno 2-3 mila quintali
di grano, che la diocesi gestisce secondo
le necessità.
Un giorno è giunto in missione
un anziano. Osservando
le varie opere in cantiere mi
ha detto: «Baba Camillo, questo è il
Dio che noi aspettavamo…». È un
vecchio di 83 anni, con 4 mogli; a 3
ha dato tutto quello che poteva. È
rimasto con una moglie sola dicendo:
«Ho conosciuto il baba missionario,
che ci ha aiutati; per mezzo
suo ho conosciuto anche Dio. Oggi
Lui mi chiama ad essere cristiano».
È un vecchietto che, alla sua veneranda
età, percorre in
bicicletta 20 chilometri
per partecipare alla messa.

Nel 1986 Giorgio Torelli scrisse un libro su padre Camillo Calliari
BABA CAMILLO
Ho cinque ore di silenzio fino alla
campana del primo e così lento
albeggiare, quando Camillo sortirà di
casa a passi di sentirnero trentino, e
andrà a bersi un caffè nella baracca
dove già spira un fil di fumo azzurro.
Le ragazze della missione sanno
prepararglielo al buio, fra i gatti che
si stirano.
Camillo entrerà in chiesa e si vedranno
le sue manone tuttofare mentre
consacrano il pane. Io ci sarò.
Prima fila: otto benedettine africane,
soavemente nere sopra lo scapolare
immacolato. Seconda fila: quel
po’ di ragazzi che hanno trottato i
chilometri del fango a piedi scalzi e
diranno il Padre nostro in swahili.
Padre si dice «baba». Anche Camillo
è «baba». E poi, nell’ultimo banco, io
col golf stropicciato e gli stivali. Si
vedranno le orme dei piedi bagnati,
la pianta e le dita, sul rosso del pavimento.
Un’ora di restauro perché Camillo
torni ad essere quel che s’è
scelto: agricoltore, meccanico, falegname,
saldatore, elettricista, allevatore,
costruttore di tutto che gli riesca
e, in definitiva, «homo faber in nomine
Domini».
Nessuno più crede che sia lecito
annunciare la parola evangelica senza
metterla in pratica. E mi domando:
di cosa urge l’Africa ignota, quella
di cui non si ragiona mai, gli
sconfinati paesaggi dei poveri che
non avvistano prospettive perché insediati
nelle pieghe inaccessibili di
un continente travagliato?
L’Africa irrisolta brama uomini che
si accollino la sua stessa fame, la
sete, la precarietà del destino, il divenire
della gente, la speranza che non
è mai dissipata, i sogni di avere in fine
quel che milioni d’uomini già posseggono
perché hanno saputo tessere
la propria storia in modo diverso.
Io non abito in questa parte d’Africa
per esaminare col bilancino (tarato
da me stesso) quali siano i meriti e i
demeriti degli africani che possiedono
appena una stuoia, una zappa,
tre pietre per il fuoco e il tetto di paglia
infiltrato dai topi. E neanche Camillo,
come tutti i padri della Consolata,
è qui per questo. Io ci sono per
vedere da vicino Camillo e i suoi. E
Camillo dedica l’imbiancarsi della
barba a chi non ha fortune, non sa,
non s’imbatte nei giorni migliori, resta
impantanato negli anni e ha pur
diritto alla giustizia.
Quale giustizia? Ma quella tessuta
da altri uomini, capaci e avveduti,
che gli dedichino fedeltà e fatiche. È
difficile trovar sonno col girotondo dei
pensieri.
Ed è Montanelli che m’insorge alla
mente, spilungone, la voce cupa e
calibrata, le gambe da trampoliere
sotto la tavola e il pane casereccio
spilluzzicato. Siamo in una trattoria
toscana. È marzo. Tutto s’è risolto a
fagioli e vino in fiasco, fuori è un
giorno piovoso e da soprabito che
volteggia. Il Fenicottero viene al dunque:
«Devi farmi un viaggio. Ti scegli
l’Africa che vuoi e scendi a vedere
quel che io so per certo, con la memoria
e l’intuito: i missionari, vecchio
mio, sono gli unici promotori di sviluppo,
i soli che diano garanzie di
battere fame e pochezza perché ci
mettono anima, competenza e rigore
senza scadenza».

(da Baba Camillo, Istituto geografico
De Agostini, Novara 1986, pp. 23-25)

Camillo Calliari




Tutti insieme!

Caro padre direttore,
solo in aprile mi è arrivata
Missioni Consolata di febbraio,
mentre in marzo mi
è giunta quella di dicembre.
Ma non facciamo polemiche
sulle poste…
Ieri sera, domenica, mi
sono dedicato a leggere la
rivista, invece di guardare
il «cassetto idiota» (così
sembra che gli americani
chiamino la tivù).
Sono rimasto molto male
nel leggere tutte quelle
lettere, piene di tracotanza,
cattiveria ed anche di
insulti. Sono rimasto male
soprattutto perché le lettere
provengono da credenti
che si definiscono cattolici
doc, che si vantano di avere
fratelli e figli preti, e
poi criticano perfino il papa
(quando egli parlava
contro il comunismo, i
mass media facevano da
cassa di risonanza; ora
che il papa giudica severamente
il capitalismo, tutti
zitti!).
Mi viene in mente Gesù
che diceva: «Lo so che siete
stirpe di Abramo, ma
intanto cercate di uccidermi,
perché la mia parola
non trova posto in voi»
(Gv 8, 38). E lo hanno ucciso
davvero.
Caro direttore, mi verrebbe
voglia di buttarmi
nella mischia anch’io, ma
dalla tua parte (e avrei
tanti argomenti documentati).
Però mi chiedo: è
mai possibile che noi, cristiano-
cattolici, ci scanniamo
a vicenda? Che cosa ci
direbbe Gesù Cristo vedendoci
così inviperiti gli
uni contro gli altri?
Inoltre mi dico: i fascisti
di Mussolini (penso che
fossero in buona fede, almeno
all’inizio) non sarebbero
arrivati in fondo
al baratro (dittatura e
guerra), se si fossero fermati
ad ascoltare anche
quelli che non la pensavano
come loro… Se i papi si
fermano a ragionare e a
dire, per esempio, che la
proprietà privata non è
sempre una cosa sacra,
perché anche noi, fedeli,
non ci fermiamo per capire
meglio i punti di vista
dell’altro che si dichiara
cristiano-cattolico?
E pensare che parecchi
politici, oggi, si ritengono
eredi prioritari della «democrazia
cristiana», ma si
comportano peggio di tutti
gli altri.
A me sembra che il linguaggio politico-televisivo,
carico di violenza, arroganza
e cattiveria, abbia
invaso anche le nostre
persone… se scriviamo lettere
come quelle pubblicate
su Missioni Consolata.
Caro padre, perché continui
ad essere così onesto
da pubblicare quelle letteracce
(tralasciando magari
l’autore per non esporlo al
vituperio) e a limitarti a
risposte brevi sperando
che gli interlocutori capiscano?
Ma forse ne avrai
per poco tempo. Forse ti
faranno fare la fine dell’ex
direttore di Nigrizia.
Ma intanto va’ avanti e
continua ad essere «la voce
dei senza voce»: la nostra
voce. La voce dei poveri
che cercavi di aiutare
quando eri missionario in
Africa; la voce di chi non
possiede giornali, né canali
televisivi né altro.
Siete rimasti in pochi
ormai, voi missionari. Io
vorrei aiutarvi, ma non
posso fare molto. Intanto
vi prometto la mia preghiera.

Caro Carlo, tu hai la
missione nel cuore, visto
che sei anche fratello di
padre Luigi, in Colombia,
e di suor Virgiliana
in Tanzania: entrambi
missionari della Consolata.
Senza scordare la sorella,
monaca di clausura.
Avanti tutti insieme!
Anche pregando.

Carlo Duravia




AFGHANISTAN: Dopo la guerra e le bombe, verrà il tempo della pace?

A KABUL NON BASTANO GLI AQUILONI


«Il risultato è che i sovietici se ne sono andati,
mentre  i vincitori – i mujaheddin –   la guerra non l’hanno ancora
smessa, 12 anni dopo la ritirata sovietica. Anzi, molti di loro  l’hanno
anche importata,   al loro rientro, nei Paesi d’origine. (…) E quel tale
Osama,   prima in buoni rapporti con la CIA, ha finito col
dichiarare  apertamente guerra…  agli Stati Uniti! E l’Afghanistan,   
in tutto questo? 1.500.000 morti, 1.000.000 di mutilati, 4.000.000  di
profughi».

(Gino
Strada, medico e fondatore  di «Emergency»)



Kabul è
caduta !

L’attesa in
una Peshawar invasa dai profughi e poi l’arrivo dell’agognata notizia: i
talebani hanno lasciato Kabul. Siamo entrati in un paese devastato da
trent’anni di guerre. A Kabul abbiamo trovato miseria, macerie e
confusione, ma anche degli italiani che da anni si fanno onore. Come
Alberto Cairo, che riassume così la situazione: anche dopo le bombe e la
caduta dei talebani, per gli afghani la parola chiave è sempre e soltanto
una, «sopravvivenza».

Appena
rientrati nella «guest house» che ci ospita, dalla televisione via cavo
arriva la notizia: Kabul è caduta!

Il giorno
seguente ci rechiamo in vari uffici governativi, dove tentiamo (invano) di
ottenere il permesso per transitare nelle «aree tribali». Ovvero in quelle
zone del Pakistan, che da Peshawar arrivano sino alla frontiera con
l’Afghanistan, in mano a tribù locali. Potremmo quasi definirle zone
franche, perché qui il governo pakistano non ha alcuna autorità. Si limita
solamente al controllo della strada che, attraverso il Kyber Pass, porta
sino alla città di confine di Thorkam.

Il giorno
precedente un convoglio di giornalisti, con l’appoggio di un capo tribù, 
ha «forzato»  il posto di blocco della polizia pakistana, che oggi quindi
non sembra disposta ad accontentare fotografi, giornalisti e cameramen
occidentali che premono per entrare in Afghanistan.

Per
fortuna, arriva una telefonata di un amico del Gr Rai, il quale ci informa
che i pakistani  hanno finalmente deciso di accordare il permesso di
transito attraverso le zone tribali.

Il 17
novembre finalmente riusciamo a partire, con un centinaio di altri
rappresentanti dei media  di tutto il mondo. Arriviamo a Thorkam, dove le
operazioni di controllo dei passaporti  sono estenuanti, un po’ per il
numero di persone da controllare, un po’ per l’estrema meticolosità dei
pakistani.

Alle 19.00
riusciamo ad entrare in Afghanistan.


SULLA STRADA
PER KABUL

«Welcome
to Afghanistan» sorride il mujaheddin, appoggiato al pick-up che ci sbarra
la strada. Alcuni come lui formeranno la nostra scorta sino a Jalalabad.

Al mattino
presto ci sveglia la guida, informandoci che il giorno precedente molte
macchine di giornalisti  avevano percorso la dissestata via del
contrabbando che porta a Kabul e che, anche in quel momento, molti si
stavano mettendo in viaggio.

Lungo la
strada attraversiamo zone desertiche e oasi coltivate (prevalentemente a
cavolfiori), che costeggiano il fiume Kabul. Dopo circa tre ore,
nonostante il ramadan, la nostra guida si ferma per offrirci un tè nel
piccolo ospedale gestito da afghani con fondi di una Ong francese. «Qui i
talebani praticamente non si sono mai visti. Solo qualche ferito in
scontri nelle vicinanze» ci dice un infermiere.

La strada
è ormai una pista. Di tanto in tanto, si incontra qualche nomade con le
sue greggi o bambini, che cercano di racimolare qualcosa tappando le buche
lungo il percorso e chiedendo qualche spicciolo alle vetture che
transitano.

A
ricordarci di essere in un paese in guerra da ormai trent’anni, ci sono
carcasse di carri armati sovietici, arrugginite dal tempo e depredate di
tutto ciò che poteva essere utile.

Eccoci a
Sourubi. Ci sono una grande diga e la centrale elettrica che fornisce la
corrente a Kabul. Qui incontriamo il primo posto di blocco dell’Alleanza
del nord.

I
militari non fanno alcun tipo di problema, sorridono e parlottano con
l’autista.


Arriviamo a Kabul, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, per aver
superato senza problemi il canyon che ci separava dalla capitale.

È
evidente la presenza dei mujaheddin, soprattutto nelle zone strategiche
della città. Ci stupisce  il fatto che in soli 2 giorni l’Alleanza del
nord abbia già occupato tutti i posti di controllo e stia organizzando
l’amministrazione, mentre al nord del paese la guerra prosegue. Gli
americani continuano a bombardare perché i talebani dicono di non volersi
arrendere se non a una forza dell’Onu.

Kabul,
comunque, sembra sicura. I mujaheddin ci rassicurano e ci dicono che
problemi potrebbero esserci solo con alcuni gruppi di arabi e pakistani
che si sono rifugiati sulle montagne. «Di tanto in tanto ne viene
catturato qualcuno, oppure scende dalle montagne per la fame», ci dice
Abdullah, venticinquenne comandante di un piccolo gruppo di uomini che
arriva dal Panshir.

Ci
raccontano che nei giorni precedenti ci sarebbero stati diversi linciaggi,
ma che ora si sono spostati soprattutto fuori città. La gente sembra
cordiale e tutto sommato felice di aver recuperato un po’ delle libertà
perse nel 1994. Molti ragazzi che parlano un po’ di inglese si offrono
come guide ai giornalisti. Per loro significa guadagnare in pochi giorni
quello che di solito racimolano in un anno o più.



LO STADIO DEGLI IMPICCATI

Le
macchine dei mujaheddin sono tappezzate di manifesti del comandante Massud,
«il leone del Panshir», ucciso il 9 settembre. In soli 3/4 giorni sono
spuntati, qua e là, negozi di radio e televisioni, libri e musicassette.
In un piccolo supermercato troviamo persino alcuni prodotti italiani
(Barilla, Nutella), co-flakes, tonno, olio d’oliva, sigarette americane.
«Arriva quasi tutto da Dubai (Emirati Arabi)» ci spiega il proprietario. 

Andiamo
allo stadio. All’ingresso incontriamo il custode.  Abdarsak  ha 48 anni e
lavora qui da parecchio tempo. Ricorda che, in 5 anni di regime, su quel
campo sono state impiccate non meno di 50 persone e almeno altre 500 hanno
subìto il taglio di una mano. «Nell’intervallo allo stadio di Kabul c’era
quasi sempre qualche “fuori programma”».  Racconta di quel sabato 11
agosto 2001: «Sono le due di pomeriggio. I tagiki del Pamir, in maglia
rossa e pantaloni lunghi, e gli azarà di Maivan, in completo verde e
pantaloni lunghi, stanno per affrontarsi. Non è una partita ufficiale
eppure lo stadio è gremito, ci saranno 30 mila persone. Sono così rare le
occasione per divertirsi che una qualsiasi partita di calcio diventa un
evento. L’arbitro dà il fischio di inizio. Si gioca. Mancano 10 minuti
alla fine del primo tempo, quando dall’altoparlante si chiede di fare
silenzio e di sospendere la partita. Eccolo il “fuori programma”!

La voce
dura di Abdrakam Arrà, il temuto capo della polizia religiosa talebana,
annuncia che da lì a pochi minuti verranno puniti, in nome di Allah, 4
uomini macchiatisi di crimini gravissimi. Calciatori, arbitro e
guardalinee hanno già raggiunto le linee laterali per non perdersi lo
spettacolo. L’altoparlante torna a dire qualcosa e i colpevoli, due ladri
e altrettanti assassini,  vengono spinti, ammanettati, a centro campo,
dove sono attesi da una dozzina di boia incappucciati».


Prosegue Abdarsak: «Il rituale era sempre lo stesso: gli assassini
venivano impiccati alle traverse e poi finiti a fucilate; i ladri subivano
il taglio di una mano».  Le esecuzioni non avvenivano solo allo stadio, ma
anche in una piazza, alla periferia residenziale di Kabul, chiamata Charai
Aiana, ma tristemente nota con il soprannome di piazza della morte. Al
centro di quello slargo a luglio hanno penzolato, da una gru, quattro
uomini accusati di aver minato l’Hotel Kabul,  quartier generale dei
talebani; ma era solo un pretesto per liberarsi di quattro scomodi
oppositori. 


IL
DOTTOR CAIRO,

L’«ANGELO
ITALIANO»

Kabul
di notte è una città fantasma. Non vige un vero e proprio coprifuoco, ma
di fatto è come se ci fosse. Solo alcuni giornalisti si muovono (ma
rapidamente) da un albergo all’altro. Mentre mangiamo un piatto di riso
con pollo, un ragazzo ci raccomanda di ricordare che le croci bianche
sulle case segnalano che sono state sminate, mentre quelle con la croce
rossa non lo sono. Ci ricorda anche che nel paese rimangono circa 11
milioni di mine.

Poiché
le stime parlano di circa 8/9 milioni di abitanti, questo significa più di
una mina per afghano! Ecco perché, per strada, è normale vedere persone
con una sola gamba.


Incontriamo il dottor Alberto Cairo (laureato in legge, ma convertitosi
alla fisioterapia) nel suo centro ortopedico, ospitato presso l’ospedale
Wasir Abkhar Khan.

«Sono
appena rientrato dopo 57 giorni, non ce la facevo più a stare lontano da
qui. Non sapevo cosa avrei trovato, ma vedo ottimismo e fiducia. Molti
sperano in qualcosa di nuovo e di buono, specie adesso che tutto il mondo
guarda all’Afghanistan. Tutti sono contenti della fine dei bombardamenti,
ma tutti sono preoccupati per il futuro: la fine degli attacchi e il
cambio di regime non significano, automaticamente, pane, case, caldo,
sicurezza o un governo stabile». Il dottor Cairo vive a Kabul da 12 anni,
il suo centro ortopedico sfoa protesi a getto continuo, avvalendosi a
volte di materiali di recupero, come ad esempio copertoni.

Nel
centro ci sono una sala ed un percorso all’aperto per la riabilitazione.
Il personale dell’ospedale è tutto afghano, formatosi nel medesimo centro,
e la maggior parte di esso è composto di ex pazienti. Continua il dottor
Cairo: «La parola chiave in Afghanistan è sopravvivenza. Gli abitanti
hanno dei meccanismi che io non riesco a comprendere: in qualche modo ce
la fanno sempre, ma pur sempre sopravvivenza è. So che gli afghani hanno
grandi capacità lavorative, ma non mi aspettavo che potessero portare
avanti da soli tutte le nostre attività, pur avendo così tanta pressione
sulle spalle. I laboratori ortopedici hanno fabbricato gambe, braccia,
stampelle; le distribuzioni di cibo sono andate avanti. Il centro è in
perfetto ordine. Ci sono persino i fiori. Temevo che i colleghi afghani mi
avessero mentito, per farmi stare tranquillo. Invece no, è tutto a posto».


Salutiamo il dottor Cairo e continuiamo i nostri giri per Kabul.


A
SPASSO TRA LE MACERIE

DELLA
CAPITALE

Alcune
zone della città sono completamente distrutte. Ci sono milioni di fori di
proiettile, come se un pazzo fosse entrato, casa per casa, sparando
centinaia di colpi in ogni stanza.

Il
museo è devastato; l’università, per il momento, resta chiusa.  L’ex
palazzo reale, alla periferia di Kabul, è uno scheletro di travi e
calcinacci. Peccato, doveva  essere bello. La Tomba del Padre (un anonimo
mausoleo) è stata bombardata. Lo zoo, nonostante tutto, resiste ed ospita
un orso spelacchiato, qualche scimmia ed un leone entrato nella leggenda,
perché è sopravvissuto allo scoppio di una granata lanciatagli da un
mujaheddin per vendicare la morte del fratello, sbranato  dall’animale.
Quella che era l’ambasciata russa è ormai occupata da circa 20 mila
profughi.


Incontriamo due donne, rigorosamente con il burqa, che pare abbiano voglia
di chiacchierare. Anche loro sono sfollate e si sono rifugiate qui per
sfuggire ai combattimenti che per anni hanno bersagliato le zone a nord
della capitale. Si ritengono fortunate, perché anche con i talebani hanno
potuto continuare a lavorare.

Da due
anni lavorano come assistenti sanitarie ed educatrici presso il campo
profughi. Si tratta di un progetto organizzato da «Save the children». Pur
sembrando molto giovani, sono entrambe sposate. Una di loro però non pare
soddisfatta, ed il fatto che ne parli con due stranieri è sorprendente. Si
è sposata da 7 mesi e, dopo appena uno, il marito è partito per l’Iran in
cerca di lavoro. E oggi lei è costretta a vivere con la famiglia di lui.
Gli uomini di casa si affacciano alla finestra, un po’ curiosi e un po’
minacciosi; ma lei non pare scossa e continua a camminare disinvolta fra
la polvere con le sue scarpe bianche, unica parte visibile sotto il  burqa.



LE BOMBE «INTELLIGENTI»

I
soldati dell’Alleanza del nord cominciano a farsi più rigidi con i
giornalisti occidentali. Ci negano il permesso di fotografare alcuni carri
armati talebani bombardati dagli americani, ci impediscono di vedere
alcuni prigionieri arabi e pakistani, rinchiusi in un container, nel mezzo
di una delle basi.

Dietro
la vittoria dell’Alleanza ci sono i bombardamenti anglo-americani, che
hanno lasciato il segno, e non solo sulle basi militari. Nei paraggi di
questi obiettivi molte case civili sono state distrutte. Errori? C’è chi
li ammette e chi no.

 «Non
posso giustificare un errore che ha ucciso tutta la famiglia di mio
fratello» ci dice Abdul. «La casa è stata colpita durante i primi
bombardamenti – spiegano alcuni vicini -. Erano da poco passate le otto
quando, all’improvviso, l’esplosione: 9 morti e 12 feriti». «Mio fratello
non ha mai avuto nulla a che fare con i talebani era un semplice maestro»
racconta Abdul. Ma le bombe, si sa, non guardano in faccia nessuno.

Molte
sono le zone di Kabul colpite dai bombardamenti. Vicino all’Hotel
Continental, dove alloggiano la maggior parte dei giornalisti, nella zona
di Karte Parvan, si trova una villa che era stata donata dal re ad uno dei
suoi consiglieri più fidati. Negli ultimi anni la villa era diventata la
base di alcuni arabi e per questo sarebbe stata bombardata. Sotto il buco
nel tetto ci sono ancora i resti del missile «intelligente» lanciato dagli
americani.

Alcuni
mujaheddin stanno ripulendo lo stabile. Ci dicono che intendono farvi una
guest house per il ministero della Difesa. Ma il fatto di essere tornati
grazie alle bombe americane non vi reca qualche imbarazzo? Ci risponde
Quasim, ventiduenne capo militare dell’Amirat del Panshir, evidentemente
soddisfatto di essere tornato a Kabul: «Certo, le bombe americane ci hanno
aiutato. Hanno colpito i terroristi, nemici dei musulmani, del nostro
paese nonché dell’umanità intera». Invece sulla sorte di possibili
prigionieri preferisce lasciare la risposta ai suoi superiori.

Da ieri
mattina è cominciato l’attacco a un migliaio fra talebani e arabi che si
sono raggruppati a Maidan Shar, una quarantina di chilometri a sud-est di
Kabul. Un punto strategico per entrambi i contendenti, poiché qui passa la
strada che porta ad Herat e Kandahar. Il comandante Haji Shirihalam, in un
improvvisato incontro con i giornalisti, dichiara: «Abbiamo negoziato per
10 giorni. Alla fine, lunedì scorso, i talebani sono venuti a dirci che si
sarebbero arresi e che avrebbero consegnato le armi. Ma così non è stato e
noi questa mattina abbiamo attaccato».

Il
problema è che qui, come in altri posti del paese, i talebani sarebbero
anche disposti ad arrendersi, ma gli arabi e i pakistani che sono con loro
si oppongono, ben sapendo che a loro spetta la sorte peggiore. Fra i
talebani afghani è quasi subentrato un sentimento nazionalista, essendo
consapevoli del fatto che per loro le pene saranno miti, sempre che siano
puniti.

Guljan,
trentaduenne studente di teologia, come ama definirsi, ci dice: «Per il
mio paese io voglio solo la pace». Discute tranquillamente con alcuni
soldati dell’Alleanza, tra sorrisi ed abbracci da vecchi amici ritrovati.
«Era nostra intenzione arrenderci, ma gli stranieri ce l’hanno impedito».
Sanno di non avere via di scampo, che non possono certo tornare a casa. I
combattenti stranieri sono stati i primi ad essere passati per le armi dai
mujaheddin, quando sono stati intercettati, mentre sembra che in alcuni
casi, come a Kunduz, siano stati gli stessi stranieri ad uccidere i
talebani che volevano arrendersi.


Toiamo verso Kabul, lungo la strada che è un continuo sali e scendi. Ai
lati viene continuamente segnalata la presenza di mine. Appostati nei
luoghi strategici, i mujaheddin scrutano l’orizzonte o formano i posti di
blocco, che qui sono più numerosi che altrove.

 L’impatto
con l’entrata sud della capitale è assolutamente impressionante: una città
completamente devastata,  macerie su macerie. Superata la parte distrutta
durante i 20 anni di guerra civile, l’altra, quella sopravvissuta, sta
chiudendo i battenti.

In
tempo di ramadan, al calar della sera comincia la corsa verso casa per
l’agognato pasto dopo il lungo digiuno. Cosa troveranno sulla tavola i
milioni di afghani che vivono solo degli aiuti umanitari? Intanto, al
mercato di Kabul, i prezzi dei beni alimentari sono in costante aumento.
Succede sempre durante il mese di ramadan, ma oggi, in più, ci sono la
guerra e gli stranieri.

 

 



Afghanistan una storia tormentata

Dal
XIII al XVI secolo


L’Afghanistan è governato prima da Gengis Khan, poi da Tamerlano e dai
suoi discendenti.


 1839-1919: le guerre con gli inglesi

Persa
la prima guerra anglo-afghana (1839-1842), gli inglesi si rifanno nella
seconda (1878-1880) e stabiliscono sull’Afghanistan un protettorato. Nella
terza ed ultima guerra (1919), gli afghani si liberano degli inglesi. 

 Dal
1933 al 1963


L’Afghanistan è governato dal re Zahir Shah. Durante la seconda guerra
mondiale, il paese riesce a mantenere l’integrità nazionale e una
difficile neutralità. A partire dagli anni Cinquanta diventa un
protettorato di fatto dell’Unione Sovietica.

 1964:
riforme democratiche

Zahir
Shah approva una nuova costituzione trasformando il regno in una
democrazia con libere elezioni e diritti civili.

 1973:
il re viene detronizzato

Luglio
– Il re Zahir Shah viene detronizzato da un colpo di stato organizzato dal
principe Mohammed Daud. L’Afghanistan viene proclamato repubblica e Daud
ne diventa il presidente.

 1978:
nascono i «mujaheddin»

Aprile
– Daud viene ucciso. Il Partito democratico del popolo afghano (PDPA),
filo-sovietico, dà il via alla «Rivoluzione d’aprile», che porta alla
nascita della Repubblica democratica dell’Afghanistan. Al potere sale
Mohammed Taraki, con Babrak Karmal primo vice premier.

Agosto/dicembre
– Le riforme del nuovo regime, volte alla sovietizzazione e alla
laicizzazione del paese, alimentano il malcontento di larghi strati della
popolazione. Comincia a organizzarsi la resistenza islamica armata (mujaheddin)
con l’appoggio degli USA.

 1979:
l’invasione sovietica

16
settembre – Il presidente della repubblica Taraki viene ucciso e il potere
passa nelle mani di Afizullah Amin. Il PDPA si spacca. L’URSS, che non
gradisce l’ascesa di Amin e teme un’estensione della ribellione islamica
alle vicine repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, decide
di invadere l’Afghanistan.

27/28
dicembre – Truppe dell’Armata Rossa entrano nel paese. Amin viene
assassinato dai servizi segreti di Mosca e i sovietici installano al
potere Babrak Karmal.

 1980:
interessi vitali

In
occasione del tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente
USA Jimmy Carter dichiara che «il tentativo da parte di una potenza
straniera di conquistare il controllo della regione del Golfo Persico sarà
considerato come un assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti e sarà
respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Gli USA
offrono al Pakistan un piano di aiuti economici e militari (missili
Sidewinder e Stinger) per arrestare l’avanzata dell’URSS in Afghanistan.

1983:
profughi

Il
numero dei profughi afghani raggiunge livelli altissimi: circa 3 milioni e
mezzo di persone sono rifugiate in Pakistan, 2 milioni in Iran e diverse
migliaia in India, in Europa e negli Stati Uniti.

Le
truppe sovietiche in Afghanistan ammontano ormai a più di 100 mila unità.

 1986:
arriva Najibullah

Maggio
– Babrak Karmal perde l’appoggio dell’URSS e viene costretto a dimettersi.
Lo rimpiazza il medico, ex capo della polizia segreta e segretario del
PDPA, Mohammed Najibullah.

 1988:
accordi di Ginevra

Aprile
– Dopo anni di incontri tra il governo afghano, i gruppi ribelli e i
rappresentanti di USA e URSS, sotto l’egida dell’O.N.U., a Ginevra si
firmano gli accordi per il definitivo ritiro sovietico.

Maggio
– L’URSS rivela che 13.310 soldati sovietici sono morti e 35.478 sono
rimasti feriti nel corso degli 8 anni di guerra in Afghanistan. Il 25
maggio inizia ufficialmente il ritiro dell’Armata Rossa. Ad agosto il
contingente sovietico nel paese è già dimezzato.

Luglio
– A Kabul Najibullah forma un governo di coalizione, nella sostanza
filosovietico, nonostante la presenza di alcuni ministri non comunisti.

 1989:
i sovietici si ritirano

15
febbraio – Ritiro definitivo delle truppe sovietiche.

Aprile
– I guerriglieri musulmani mujaheddin, si trasformano progressivamente in
un esercito regolare, organizzato e ben equipaggiato, con il sostegno
della C.l.A. e del Pakistan. Continuano a combattere contro il governo
moderato di Najibullah, ma per il momento controllano solo alcune aree
rurali.

 1991:
crolla l’Unione Sovietica


Novembre – Burhanuddin Rabbani guida una delegazione mujaheddin a Mosca
per discutere di un possibile cessate il fuoco. Le parti si accordano per
il trasferimento del potere a un governo islamico ad interim e per lo
svolgimento di libere elezioni entro 2 anni.

8
dicembre – L’URSS cessa di esistere. Al suo posto nasce la Comunità di
Stati Indipendenti (CIS).

 1992:
l’ora di Rabbani e Massud

Aprile/giugno
– Kabul è presa dai mujaheddin. Dopo giorni confusi e sanguinosi scontri
intestini tra le forze ribelli, si costituisce un governo di coalizione
sotto la guida di Burhanuddin Rabbani.

Vi
entrano rappresentanti dei 7 partiti della guerriglia. Il comandante Ahmad
Shah Massud viene nominato ministro della difesa.

 1994:
arrivano i talebani


Novembre – I componenti della fazione più fondamentalista, quella degli
studenti sunniti di teologia coranica, i talebani, compaiono per la prima
volta sulla scena come gruppo armato. Da questo momento i combattimenti
subiscono un’escalation.


Novembre – Kandahar viene presa dai talebani, che assumono anche il
controllo di due province del sud, Lashkargarh e Helmand.

1995: i
talebani avanzano ovunque

5
settembre – Dopo mesi di combattimenti Herat cade nelle mani dei talebani.
ll leader sciita Ismail Khan, luogotenente di Rabbani nella città, fugge
in Iran. All’O.N.U. il ministero degli esteri di Rabbani accusa il governo
pakistano di «aggressione diretta» per il sostegno fornito ai talebani
nella presa di Herat.


Novembre – Le milizie talebane attaccano Kabul. Le truppe governative
riescono tuttavia a respingere l’offensiva.

 1996:
la caduta di Kabul

20
marzo – La shura dei talebani invita il popolo afghano alla jihad (guerra
santa) contro il presidente Rabbani. Il maulvi Mohammed Omar è proclamato
condottiero dei talebani.

26
settembre – I talebani muovono verso Kabul e la conquistano nella notte.
ll presidente Rabbani e il primo ministro Hekmatjar fuggono. L’ex
presidente Najibullah viene impiccato a un lampione. Mohammed Omar è
nominato capo di un consiglio provvisorio formato da 6 membri. ll Pakistan
invia una delegazione a Kabul.

28
settembre – L’amministrazione americana esprime «rammarico» per
l’esecuzione di Najibullah, ma si dichiara disposta a stabilire relazioni
con il nuovo regime. I talebani intanto avanzano verso il nord del paese.

2
novembre – L’Organizzazione della conferenza islamica decide di lasciare
vacante il seggio dell’Afghanistan.

 1997:
il Pakistan riconosce il governo talebano

La
resistenza moderata antitalebana si concentra nella parte nord del paese,
dove varie fazioni danno vita all’«Alleanza del Nord», appoggiata dalla
Russia che non vuole perdere totalmente il controllo della regione. ll
generale tagiko Massud guida l’Alleanza. La guerra prosegue durissima e a
fasi altee nelle province settentrionali.

24
maggio – I talebani entrano a Mazar-i-Sharif, impongono la sharia (la
legge islamica) e chiudono le scuole femminili.

26
maggio – Il Pakistan riconosce il governo dei talebani.

4
settembre – Uno dei massimi dirigenti talebani si reca in Arabia Saudita,
dove a Jeddah riceve promesse di aiuti da re Fahd. Accusa inoltre Iran,
Russia e Francia di aiutare Massud.

17
dicembre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. condanna i rifoimenti
di armi da parte di eserciti stranieri alle fazioni afghane e invita le
parti al cessate il fuoco.

 1998:
Omar e Osama

9
luglio – Un aereo dell’O.N.U. viene colpito da un razzo a Kabul. Il maulvi
Omar mette al bando la televisione e annuncia la deportazione dei
cristiani e punizioni per i comunisti.

18
luglio – L’Unione europea sospende tutti gli aiuti umanitari a Kabul per
le inaccettabili restrizioni cui è sottoposto il suo personale.

7
agosto – Le ambasciate USA in Kenya e Tanzania saltano in aria: i morti
sono centinaia. Gli americani ritengono che il responsabile degli
attentati sia Osama bin-Laden, un miliardario saudita che sostiene anche
finanziariamente i talebani.

8
agosto – I talebani riconquistano Mazar-i-Sharif uccidendo 11 diplomatici
iraniani e un giornalista. Massacro di migliaia di hazara.

18
agosto – L’ayatollah Ali Khamenei accusa Stati Uniti e Pakistan di usare i
talebani come strumento antiiraniano. Il leader talebano Omar dichiara che
il suo governo darà asilo a Osama bin-Laden.

20
agosto – Gli Stati Uniti lanciano 75 missili Cruise sui campi di Jalalabad
e di Khost, che sarebbero al comando di Osama bin-Laden: 21 morti e 30
feriti.

29
dicembre – L’UNICEF denuncia il totale collasso del sistema educativo
afghano.

 1999:
gasdotti, sanzioni O.N.U. e oppio

9
febbraio – Il governo di Kabul respinge una lettera formale degli Stati
Uniti in cui si richiede di consegnare Osama bin-Laden.

29
aprile – Talebani, Turkmenistan e Pakistan firmano un nuovo accordo per la
costruzione di un gasdotto attraverso l’Afghanistan.

14
maggio – Gli Stati Uniti diffidano ufficialmente il Pakistan dal dare
aiuto ai talebani. Washington dichiara nuovamente il suo favore per un
ritorno a Kabul del re Zahir Shah, che si trova in esilio a Roma.

22
maggio – I talebani individuano una potenziale rivolta a Herat. Otto
congiurati vengono giustiziati in pubblico. Un altro centinaio di nemici
sono uccisi.

26
giugno – Zahir Shah convoca a Roma 70 delegati afghani per organizzare una
Conferenza degli Anziani (la «Loya Jirga», tradizionale strumento
istituzionale per risolvere i conflitti interni), ma i talebani rifiutano
la sua mediazione.

6
luglio – Gli USA impongono sanzioni economiche e commerciali al governo
dei talebani e congelano i loro patrimoni finanziari. I talebani si
preparano intanto a un’offensiva estiva contro le truppe di Massud.
Migliaia di giovani arabi e pakistani si uniscono a loro.

10
settembre – Le Nazioni Unite calcolano che la produzione di oppio in
territorio afghano sia raddoppiata, raggiungendo le 4.600 tonnellate. Il
97% delle coltivazioni è sotto controllo talebano.

12
ottobre – In Pakistan, un colpo di stato militare rovescia il governo di
Nawaz Sharif. Sale al potere il generale Musharraf.

15
ottobre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. vota a favore
dell’imposizione di sanzioni contro il regime di Kabul se, entro 30 giorni,
i talebani non consegneranno Osama bin-Laden agli Stati Uniti.

11
novembre – Centinaia di persone scendono in piazza nelle maggiori città
afghane per protestare contro le sanzioni dell’O.N.U. e chiedere il
sostegno dei paesi islamici. Contemporaneamente esplode in Pakistan la
protesta anti-occidentale degli integralisti islamici, che sfocia in una
serie di gravi attentati.

14
novembre – Le sanzioni delI’O.N.U. diventano operative.

2000:
tentativi di colloquio

Maggio
– Secondo i dati O.N.U. la produzione di oppio in Afghanistan ha raggiunto
cifre record, superiori alle 4.800 tonnellate. La superficie coltivata è
cresciuta del 23%.

13
luglio – Il generale Massud lancia una controffensiva militare, ma la
reazione dei talebani si dimostra più efficace del previsto. L’ex
presidente Rabbani lamenta lo scarso sostegno all’Alleanza antitalebani da
parte della comunità internazionale.

Ottobre
– Una delegazione dei talebani è ricevuta a Washington al Dipartimento di
Stato.


Novembre – Dopo una lunga opera di mediazione compiuta dall’inviato
speciale dell’O.N.U. in Afghanistan Francisc Vendrell, i talebani e
l’opposizione dell’Alleanza del Nord firmano un impegno a partecipare
entro dicembre a una serie di colloqui di pace indiretti. Il 21 novembre,
tuttavia, Stati Uniti e Russia chiedono l’inasprimento delle sanzioni
contro i talebani.

Le
organizzazioni umanitarie mettono in guardia le Nazioni Unite dai rischi
dell’imposizione di ulteriori sanzioni, che causerebbero soltanto maggiori
sofferenze alla popolazione civile già duramente provata.

10
dicembre – I talebani minacciano di boicottare i previsti colloqui di
pace.

19
dicembre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. adotta una risoluzione (sostenuta
principalmente da Stati Uniti, Russia e India), per l’inasprimento delle
sanzioni contro l’Afghanistan, se i talebani non consegneranno entro 30
giorni Osama bin-Laden, non smobiliteranno i campi di addestramento per i
terroristi islamici e non cesseranno ogni commercio illegale di sostanze
stupefacenti.

 2001:
la situazione precipita

19
gennaio – Entrano in vigore le nuove sanzioni dell’O.N.U. contro il regime
dei talebani.

28
febbraio – L’ambasciatore di Kabul in Pakistan, Abdul Salam Zaeef,
conferma che il suo governo ha deciso la distruzione dei Buddha di Bamiyan,
capolavori dell’arte ellenistico-orientale fiorita nel paese prima
dell’islamismo.

27
marzo – Un gruppo di giornalisti occidentali è ammesso nella valle di
Bamiyan per certificare l’avvenuta demolizione delle statue.

5
aprile – Massud viene ricevuto a Strasburgo.

19
maggio – La polizia religiosa chiude a Kabul le panetterie del PAM (Programma
alimentare mondiale) dove lavorano donne. La polizia religiosa irrompe
nell’ospedale di Emergency a Kabul.

23
maggio – Diventa legge l’ordinanza che impone agli indù di portare sugli
abiti un segno distintivo.

9
settembre – Il generale Massud viene ucciso.

11
settembre – Attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York e al
Pentagono.

 DOPO
L’11 SETTEMBRE 2001

 7
ottobre – L’aviazione anglo-statunitense colpisce Kabul e Kandahar.

26
ottobre – Bush firma la legge antiterrorismo denominata «Usa Patriot Act»
(legge del patriottismo americano). Il provvedimento rafforza enormemente
i poteri della polizia e dell’Fbi.

7
novembre – Il Parlamento italiano approva l’intervento militare italiano
accanto agli USA. «Il nostro Parlamento ha scritto ieri una pagina
onorevole della sua storia» (Piero Ostellino, sul «Corriere della Sera»
dell’8 novembre).

13
novembre – Le truppe dei mujaheddin entrano a Kabul.

27
novembre – Scoppia un rivolta nel carcere-fortezza di Qala-e-Jhangi, a 10
chilometri da Mazar-e-Sharif, dove sono detenuti circa 600 talebani, in
gran parte pakistani. Oltre 450 rivoltosi vengono uccisi. Amnesty
Inteational chiede l’apertura di un’indagine. Tra i talebani feriti c’è
anche un cittadino statunitense di 20 anni, John Walker.

5
dicembre – I rappresentanti dei quattro maggiori gruppi etnici e politici
afghani riuniti a Petersberg, vicino a Bonn, sotto l’egida delle Nazioni
Unite, raggiungono un accordo sul futuro dell’Afghanistan.

22
dicembre – Si installa il governo provvisorio di Hamid Karzai, leader
pashtun di 44 anni. La nuova amministrazione è composta da 29 ministri,
tra cui 2 donne (Sima Samar vicepremier e Suhaila Seddiqi ministro della
sanità), che rappresentano tutte le etnie. Vi sono 11 pashtun, 8 tagiki, 5
hazara, 3 uzbeki e altri esponenti di etnie minori.

31
dicembre – Un bombardamento statunitense provoca più di 100 vittime tra i
civili. È il terzo «effetto collaterale» in 10 giorni. Il governo di
Karzai chiede la sospensione dei raids aerei.

12
gennaio 2002 – Bendati e

legati
arrivano nella base


statunitense di Guantanamo (Cuba) i primi prigionieri talebani.


(a cura di Paolo Moiola)

 


Il
commento



Caduta libera verso la barbarie

di Gino Strada (Emergency)

Il
secolo passato ha visto numerose catastrofi umanitarie. Io speravo, fino a
qualche tempo fa, di non vedee più. Sono state firmate ogni tipo di
carte dei diritti, una montagna di carte: per l’uomo, per la donna, per il
bambino, per il vecchio, per la mezza età. Nonostante questo, ciò che sta
accadendo in questo momento storico si può definire come una caduta libera
verso la barbarie. Vorrei raccontare cosa sta accadendo in due delle sette
corsie dell’ospedale di Emergency a Kabul.

Una è
la corsia pediatrica. Ogni giorno arriva qui un bambino mutilato, ferito,
tagliato in due pezzi dall’esplosione di una «cluster bomb» (1) americana.
Gli americani si sono rifiutati di indicare agli sminatori i luoghi
bombardati con quegli ordigni. Quando le cluster bombs non esplodono
nell’impatto con il suolo, la loro dispersione le trasforma in mine sparse
sul territorio per un ampio raggio. È stata fatta una grande propaganda
sul lancio degli aiuti, i famosi sacchetti gialli, che anch’io ho visto.
Ora quei pacchi lanciati dal cielo hanno lo stesso colore delle… cluster
bombs americane. Sono lì, sparse dentro e fuori ai villaggi, pronte per
essere raccolte dai bambini, bramosi di trovare i famosi aiuti. Bene, io
chiamo questo terrorismo!

Queste
lanciate dal cielo sono mine antiuomo, mine contro la giustizia, la pace,
la libertà, la verità! Io non ci sto. Non ci sto. Credo che Emergency
faccia bene a denunciare questo gioco al massacro.

 All’interno
del nostro ospedale di Kabul, c’è poi un’altra corsia: quella destinata ad
ospitare i pazienti che hanno preso parte alle ostilità.

Ci sono
combattenti talebani non afghani, pakistani, uomini di Al Qaeda. Con i
talebani hanno combattuto uomini di 22 diverse nazionalità.

Questi
pazienti non sono stati portati feriti in ospedale. Siamo andati a
prenderli nelle carceri di massima sicurezza, dove erano abbandonati a
morire. Siamo andati perché, altrimenti, sarebbero stati brutalmente
uccisi. E con loro sarebbero stati uccisi i più basilari diritti umani.
Diritti che valgono anche per i combattenti talebani. D’altronde, questa è
la politica degli Usa: non fare prigionieri. Una politica che pratica e
genera terrore. Per questo dobbiamo muoverci prima che sia troppo tardi,
prima che le retroazioni simmetriche giungano anche in Europa. Noi viviamo
in un’Europa meno sicura, perché gli Usa hanno deliberatamente scelto di
occupare tutti i luoghi sacri del Medio Oriente. Questa politica estera
americana è da fermare. È un dovere morale per tutti!

Alcuni
sostengono che quella statunitense sia «la verità della civiltà». In
realtà, si tratta solo dell’attuazione di una politica imperialista volta
a combattere i disastri di una recessione economica intea al paese.


Naturalmente, l’Italia si è schierata in prima linea.  Abbiamo un
parlamento che per il 95% ha votato a favore dell’ingresso in guerra
contro l’Afghanistan. Oppure è la guerra contro Osama bin-Laden, che forse
in questo momento si sta nascondendo in uno dei rifugi fatti costruire
dalla CIA vent’anni fa.


Purtroppo, in questo contesto storico io sono molto meravigliato della
mancanza di un serio movimento per la pace. Noi proponiamo il dialogo come
alternativa alla guerra. Dobbiamo fare cultura per opporci a questa
catastrofe. Un esempio concreto in questa direzione è proprio Emergency.

Io dico
questo e poco importa se dal parlamento italiano arrivano insulti
personali gratuiti (2). L’unica forma di resistenza in questo momento è
parlare di fratellanza per evitare che si cada in una spirale di
disperazione per tutti. Spero che questo non accada mai. Dipenderà tutto
da noi. Ma dobbiamo muoverci! (3)

 (1)  
Termine per indicare le «bombe a grappolo», tipo di ordigno che,
all’impatto con il suolo, libera circa 50 bombe di dimensioni ridotte che
si sparpagliano sul terreno circostante.

(2)  Il
dottor Strada si riferisce a Silvio Berlusconi, che lo ha definito «un
uomo confuso».

(3) 
Questo intervento è stato fatto lo scorso 15 dicembre 2001 presso la
Camera del lavoro di Milano in occasione della presentazione del libro
«Afghanistan anno zero». È opportuno ricordare che questo lavoro di
Giulietto Chiesa e Vauro è stato scritto PRIMA dell’11 settembre.

 

 


A Kabul, con i nuovi padroni e i problemi di sempre



 «Non vogliamo solo speranze»

 


Musica, televisione, cinema, aquiloni. Tutto sembra tornare,
a Kabul. Ma sono questi i veri problemi? Forse è meglio concentrarsi sui
diritti e sulla rappresentanza all’interno dei nuovi organismi statali,
dicono le donne afghane. Con o senza burqa.

 

Kabul.
Nella capitale afghana è tornata la musica; qua e là spuntano antenne
paraboliche; si vedono di nuovo i libri e i bambini possono giocare con
gli aquiloni senza rischiare una severa punizione. Tutto cambia, ma le
donne restano invisibili. Le strade sono affollate di uomini, mentre le
afghane continuano a camminare rasentando  i muri, nascoste sotto i loro
burqa, nonostante la vittoria dell’Alleanza del nord.

In un
negozio di televisioni, aperto a tempo di record, incontriamo Soraja: sta
scegliendo un videoregistratore. E il televisore? «L’abbiamo tenuto
nascosto durante tutti questi anni, ma adesso possiamo utilizzarlo senza
paura». E come mai un videoregistratore? «Un passatempo per noi donne, che
dobbiamo restare in casa».


SHAMSIA
E RAHIMA,

DONNE E
MEDICI

Negli
anni dei talebani (1996-2001) le donne hanno potuto lavorare solo in casi
eccezionali e solo a contatto con altre donne. Se le possibilità di lavoro
erano così strettamente limitate, il problema dell’educazione e della
formazione delle bambine era risolto con il divieto alle ragazze di
studiare. La sanità poi era un vero dramma. All’inizio tutti gli ospedali
furono interdetti alle donne, poi furono ricavati degli spazi a loro
dedicati.


Un’amica giornalista italiana, che per girare inosservata (per quanto sia
possibile a degli occidentali), ha scelto di muoversi sempre con un velo
sulla testa, ci racconta: «Tre anni fa avevo trovato a Kabul una
situazione disastrosa: nel reparto di ginecologia di un ospedale le donne
venivano dimesse circa un’ora dopo il parto (quasi certamente si trattava
di situazioni complicate, altrimenti non avrebbero fatto ricorso alla
clinica, ndr), per lasciare il posto ad altre donne in attesa (a volte già
con le doglie) sulle panche di legno nel cortile dell’ospedale».

La
strada che porta all’ospedale Rabia Balki è affollatissima, frotte di
donne, con il burqa alzato sulla fronte, si accalcano contro il portone di
ferro che separa la strada dal cortile dell’unico ospedale per donne di
Kabul. In realtà ce n’è un altro, ma solo per problemi ginecologici.
Questo, invece, tratta tutte le patologie e c’è anche un reparto
chirurgico. È un grande edificio (un po’ fatiscente, ma abbastanza pulito),
suddiviso in stanze con 6/8 letti ciascuna, sala operatoria, ambulatori,
65 medici (tra cui 5 maschi) per un totale di 250 degenti.

Shamsia,
camice rigorosamente bianco e velo trasparente viola, è una delle
chirurghe. È arrivata all’ospedale due anni fa, appena finiti gli studi.
Ha frequentato, all’università di Kabul, l’unica facoltà rimasta aperta
alle donne: quella di medicina, indispensabile visto che le pazienti
possono essere visitate solo ed esclusivamente da altre donne. Anche se
adesso in questo ospedale si fa un’eccezione per i 5 medici maschi.

Rahima
è invece la direttrice sanitaria e medico internista. Shamsia e Rahima
dicono di non aver mai avuto particolari problemi per il loro lavoro in
ospedale. I problemi con i talebani erano quelli di tutte  le donne
afghane. E ora? Per loro non è cambiato nulla con l’arrivo a Kabul degli
uomini dell’Alleanza del nord, ma sperano in un cambiamento. E sono in
spasmodica attesa dei risultati della conferenza di Bonn (conclusasi con
un accordo lo scorso 5 dicembre, ndr), anche se l’Onu ha già fallito molte
volte nel tentativo di trovare una soluzione per l’Afghanistan.

Che
cosa si aspettano? «Un governo rappresentativo di tutti, che possa portare
la pace» dice Rahima, mentre Shamsia concorda. Con la partecipazione dei
talebani?  «Devono partecipare tutti, tranne i gruppi armati che hanno
combattuto per 23 anni (sia talebani che  mujaheddin) distruggendo il
paese. Sono loro i responsabili di questa catastrofe, quindi devono
restare fuori dal governo».


Un’utopia, anche se, contrariamente ad altre donne, come quelle di Rawa («Associazione
rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan») che contestano tutti i
fondamentalismi, Shamsia e Rahima non pensano ad un governo laico, ma
islamico: «Siamo un paese musulmano e l’oppressione della donna non
dipende certo dal corano. Diversamente da quanto credete voi occidentali,
il corano non impone l’adozione del velo, ma si limita a raccomandare che
il corpo della donna non sia oltremodo scoperto. Soltanto in un versetto
si parla di velo come elemento di abbigliamento. Altrove il  libro fa
riferimento al velo in quanto indumento indossato per tutelare il pudore
femminile».

Sperano
invece che torni il re deposto ed in esilio a Roma, Zahir Shah. Ma non è
troppo anziano? «Non importa l’età, contano  l’esperienza e le capacità
intellettuali». E le donne? «Le donne sono oltre il 50 per cento della
popolazione e devono avere una partecipazione almeno al 25 per cento nei
luoghi di decisione». E Rahima, come molte altre afghane, contesta la
rappresentatività delle donne che partecipano alla conferenza di Bonn:
«Non sono presenti donne che hanno vissuto in Afghanistan in questi anni.
Quelle andate a Bonn hanno vissuto fuori dal paese».

E il
burqa? Per Shamsia e Rahima  non è la priorità, come lo sono invece
l’educazione e il lavoro. Rispondono con una certa insofferenza, stanche
che molti occidentali vedano nel burqa il simbolo dell’oppressione.
Naturalmente non lo portavano prima dell’avvento dei talebani, ma ora è
diventato un modo per garantirsi la sicurezza. E c’è da giurare che non
saranno di certo i mujaheddin dell’Alleanza a garantire alle donne la
libertà di decidere se portarlo o no.



DOPO IL BURQA, I DIRITTI

Molte
donne afghane non vog

Davide Casali




GIUSEPPE ALLAMANO – Dalla Consolata al mondo

Chi passa per la casa madre dei missionari della Consolata a Torino si trova davanti a striscioni che ricordano i loro 100 anni di vita: «I missionari della Consolata compiono cento anni!».
Un anniversario ricco di stimoli. Ripercorrere la propria storia è motivo per vedervi la presenza di Dio. Ai missionari partenti, il fondatore, beato Giuseppe Allamano, spesso ripeteva la incoraggiante promessa di Gesù, quando affida ai discepoli di continuare la sua opera di evangelizzazione nel mondo intero: «Io sono con voi tutti i giorni». E commenta: «Egli parte con voi, sarà il vostro sostegno… Questo pensiero deve essere la vostra consolazione: il Signore parte con voi e sarà sempre con voi, non in modo generico, ma tutto particolare» (Conf. III, 470). È lui che opera attraverso i suoi messaggeri.
Ma, prima ancora, egli ha agito nel beato Giuseppe Allamano, a cui si deve la fondazione dell’Istituto. Egli ebbe sempre viva la coscienza di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio per la realizzazione di tante vocazioni alla missione: «Non avendo potuto essere missionario io – diceva – mi sono proposto di aiutare altri a esserlo». Ma si è preoccupato, anzitutto, che fosse il Signore a volerlo, secondo la direttiva fondamentale su cui ha regolato la sua esistenza: fare in tutto e sempre la volontà di Dio.
Alla fondazione di un istituto esclusivamente dedicato all’evangelizzazione dei popoli a cui non è giunto il messaggio del vangelo, l’Allamano pensò in modo abbastanza concreto fin dal 1891, ma non si mosse finché non ebbe la garanzia che ciò rientrava nei disegni di Dio.
La prova da lui ritenuta definitiva la ebbe nel gennaio 1900 quando, assistendo una anziana signora in una gelida soffitta, ne uscì con i brividi della febbre, sviluppatasi poi in broncopolmonite, che lo portò, debole di polmoni fin dagli anni del seminario, in fin di vita. Le suppliche alla Consolata ottennero la guarigione, ritenuta da tutti e dall’Allamano stesso, miracolosa. Erano le prime ore del 29 gennaio. Lui stesso davanti al quadretto della Consolata che stava ai piedi del suo letto promise che, se fosse guarito, avrebbe dato inizio all’Istituto. E mantenne la promessa. Diceva: «Avendo ottenuta la guarigione dalla malattia mortale la fondazione si doveva fare: che io fossi guarito non si poteva negare».
Convalescente nella villa di Rivoli, il 24 aprile spedì al cardinale Richelmy la lettera in cui prospettava tutta la questione relativa alla fondazione dell’Istituto. La mise sull’altare dove celebrò la messa, chiedendo che il Signore manifestasse ancora la sua volontà, come aveva scritto al cardinale nella conclusione: «Rifletti alla cosa presso il Signore, e ritornando fra non molto a Torino, mi dirai il da farsi». Il cardinale gli disse che si doveva fare. E l’Allamano, con le parole di Pietro a Gesù, rispose: «Sulla tua parola getterò le reti». Secondo il suo stile, cominciò subito.
Dopo aver consultato il Dicastero romano di Propaganda Fide, interpellò i vescovi del Piemonte, riuniti alla Consolata nei giorni 12-13 settembre 1900 per la loro assemblea annuale, sul progetto di fondazione dell’Istituto missionario. Il cronista del tempo riferisce che «vivamente caldeggiata dal cardinale Richelmy, l’opera venne discussa, lodata e approvata da tutti i presuli subalpini» (La Consolata, 1,1900, p. 163; cf. L’Italia Reale – Corriere Nazionale, 14-15 ottobre 1900).
Il cardinale manifestò pubblicamente la sua cordiale approvazione con un messaggio pubblicato sulla rivista La Consolata:
«Benediciamo con tutta l’effusione dell’animo al nuovo Istituto, che prendendo il nome della Consolata, ha per scopo di consolare il cuore stesso dell’amatissimo nostro Signor Gesù Cristo col far paghi i desideri del suo amore.
A codesti figli novelli di Maria Consolatrice auguriamo collo spirito di zelo e di sacrificio i doni più eletti dell’apostolato cattolico; e affrettiamo coi voti più ardenti la conversione di quegli infelici, che nelle terre lontane ancor giacciono fra le tenebre e l’ombra di morte.
E mentre sull’opera novella imploriamo i favori del cielo, raccomandiamo la stessa a tutti i nostri figlioli, e specialmente alle anime devote della cara nostra Madre delle Consolazioni. Torino 12 ottobre 1900. Agostino card. Richelmy».
La data «ufficiale» di fondazione dell’Istituto venne stabilita dal card. Richelmy e dal beato Allamano al 29 gennaio 1901, anniversario della guarigione.
Alla culla della Madre
L’ispirazione della fondazione dell’Istituto è venuta dall’intenso dialogo di amore dell’Allamano di fronte alla icona della Consolata. Lì capì che lei è Madre di tutta l’umanità e a tutti desidera che sia fatto conoscere il suo Divin Figlio. Da lei è venuto il segno che doveva partire.
Lei è all’origine dell’Istituto. Il beato Allamano ne è fermamente convinto: «È lei che ideò il nostro Istituto, lo sostenne materialmente e spiritualmente, ed è sempre pronta alle nostre necessità. È lei la fondatrice. Non c’è dubbio che tutto quello che è stato fatto è opera sua».
Era logico che al suo santuario avvenisse la celebrazione principale a cento anni dalla fondazione dell’Istituto, il 29 gennaio 2001, con la presidenza dell’arcivescovo di Torino, Severino Poletto, successore del Richelmy, del rettore del santuario, mons. Franco Peradotto, dei missionari e delle missionarie della Consolata con i loro superiori, e di tanta gente.
Il beato Giuseppe Allamano che ha sempre tenacemente rivendicato la sua funzione unica di trasmettere un carisma e uno spirito, ha anche avuto viva coscienza di non poterlo fare se non insieme a tante persone, dal Camisassa, ai sacerdoti della diocesi, alle tante persone che frequentavano il santuario della Consolata e hanno imparato a esprimere il loro amore alla Madonna contribuendo al cammino della missione e all’aiuto dei fratelli più bisognosi. Questo centenario è di tutta la gente, tante persone che hanno accompagnato, aiutato, incoraggiato e sostenuto l’Istituto e ne hanno reso possibile l’impegno missionario. Tutti insieme hanno espresso il grazie per i 100 anni dell’Istituto, che ha percorso le strade del mondo per portare ai popoli il vangelo, consolazione e vita.
Insieme alla riconoscenza, la celebrazione centenaria è occasione per rinnovare l’affidamento alla Consolata. «Portiamo il suo nome», ricordava l’Allamano; «siamo suoi figli»; da lei prende ispirazione la consacrazione alla missione. Per questo, il superiore generale ha offerto una lampada, che arda davanti a lei durante tutto l’anno, segno di adesione, di rinnovato impegno e fiducia. La Consolata, che «nei momenti difficili è intervenuta in modo straordinario», ha protetto i suoi missionari e le sue missionarie, ha fatto per loro «miracoli quotidiani», continui a prenderli sotto il suo manto e, insieme a loro, quanti ne accompagnano e sostengono il cammino di annuncio del vangelo.
A nome di tutti i missionari della Consolata, il padre generale ha affidato tutto l’Istituto alla loro Madre. Questo gesto ha voluto ricordare e fare proprio l’atteggiamento di fede del beato Allamano. Davanti all’icona della Consolata si inginocchiava affidando a lei i missionari lontani, in viaggio, tra i pericoli, ammalati, presi da sconforto o nostalgia. Nelle difficoltà più grosse, la sicurezza è venuta dal dire con fiducia alla Consolata: «L’Istituto è tuo, pensaci tu!». E ha percepito pure la risposta della Madonna: «Stai tranquillo, ci sono io!». Con questo stesso spirito, il padre generale ha pregato:

«Santa Vergine degli inizi, fidenti ti invochiamo
in quest’alba del secondo centenario di vita dell’Istituto.
Da te, Consolata, è venuta a noi la vita;
per te il Signore ci ha elargito doni
con munificenza regale.

Specchio della nostra identità,
ispiratrice della nostra vita
rendici fedeli collaboratori del regno che viene.
Vincolo della nostra comunione,
ravviva nelle nostre comunità lo spirito di famiglia,
la capacità di lavorare in unità di intenti,
la sollecitudine per i fratelli che ci vivono accanto.

Non si spenga in noi la lampada della speranza,
nella certezza che nulla è impossibile a Dio;
arda in noi il fuoco della missione per illuminare
quanti non conoscono la luce da te generata;
brilli in noi la gioia della consolazione,
perché si diffonda nelle case dei poveri,
degli oppressi e smarriti di cuore.

L’Istituto è opera tua, o Consolata;
alla tua protettrice assistenza ci affidiamo.
Imprimi nel nostro cuore
le parole del beato padre fondatore:
“Coraggio! Avanti!”,
per muovere i nostri passi verso le frontiere dell’umanità,
portando la vera consolazione, Gesù Cristo,
e il lieto annunzio del suo vangelo. Amen».
Tante vite donate
All’inizio della celebrazione è stato espresso il senso di profonda comunione con quanti hanno contribuito alla nascita e alla crescita dell’Istituto; con i missionari e le missionarie e le loro comunità in ogni parte del mondo; con coloro che in cento anni hanno speso la vita per la missione.
Tra questi un posto singolare hanno avuto i missionari, le missionarie, i laici uccisi a causa dell’annuncio del vangelo. Con il dovuto risalto è stata portata all’altare della Madonna una ampolla intrisa del sangue di catechisti martiri del Mozambico. In essi erano presenti tanti altri, molte vite sacrificate per il regno di Dio. Sono il fiore e frutto più valido della missione, la più potente intercessione. L’arcivescovo l’ha invocata a conclusione della preghiera universale, tenendo tra le mani questa ampolla, chiedendo:
«Sia preziosa davanti a te, Signore, questa terra intrisa del sangue di missionari e catechisti martiri; renda a te accetta la nostra preghiera, efficace la nostra intercessione. La loro testimonianza sia seme da cui germoglia la vita, fioriscono nuove vocazioni alla missione, coraggio nell’impegno di oggi fiducia nel futuro».
Dal grembo della diocesi
Nell’omelia, dopo aver fatto memoria dell’evento storico che sta alla base della celebrazione, l’arcivescovo di Torino ha proseguito:
«Da dove è nato l’Istituto dei missionari della Consolata? La risposta ovvia, anche da quello che abbiamo già sentito, è che è nato qui, nella casa della Madonna Consolata. Ha preso il nome da questo nostro carissimo e importante santuario. Potremmo anche dire che è nato dal cuore della SS. Trinità, perché ogni opera, ogni iniziativa di bene viene da Dio: “Ogni dono perfetto viene dal Padre della luce”, ci ricorderebbe S. Paolo. Credo che sia molto importante, volgere questo sguardo verso le vere origini, che sono la SS. Trinità e l’ispirazione della Madonna, accanto a cui l’Allamano è vissuto per ben 46 anni. Lo sguardo però alla realtà storica ci conduce a dire che l’Istituto è nato dal cuore del beato Giuseppe Allamano. Un sacerdote della diocesi di Torino, nato a Castelnuovo Don Bosco, terra di santi, nipote del Cafasso, patria di s. Giovanni Bosco, paese dove è morto, in una frazioncina, anche s. Domenico Savio. Un comune che annovera già al suo interno ben quattro santi, già proclamati tali dalla chiesa.
Il giovane Giuseppe Allamano ha attinto la sua formazione dalla famiglia, indubbiamente profondamente cristiana, ha coltivato la sua preparazione con gli studi filosofici e teologici, fino a raggiungere la laurea in teologia, e ha costruito in questo santuario, accanto alla Vergine e attraverso la devozione alla Consolata, la storia del convitto ecclesiastico, il suo cammino di santità cristiana, lo slancio per attuare l’ispirazione di fondare l’Istituto dei missionari della Consolata, e poi delle missionarie della Consolata.
L’Istituto è nato dal cuore del beato Giuseppe Allamano. E non perché sono arcivescovo di Torino, ma per aderenza alla realtà storica, dico anche che è nato dal grembo del presbiterio diocesano di Torino. L’Allamano, con il consiglio e l’approvazione dell’arcivescovo del tempo, card. Richelmy, e, come abbiamo sentito, di tutti i vescovi del Piemonte, si poneva il problema dell’annuncio del vangelo a immense popolazioni del mondo, ancora distanti dalla conoscenza di Cristo. La situazione, tanto diversa da oggi, era di grande abbondanza di clero locale, da arrivare al punto che l’arcivescovo non sapeva dove mandare i sacerdoti appena ordinati. Ecco allora che all’interno del presbiterio diocesano, l’Allamano intuisce di poter chiamare un gruppo di sacerdoti, che diventeranno il primo nucleo dell’Istituto.
Ci tengo a ripetere che l’Istituto è nato dal grembo del presbiterio diocesano di Torino e, in senso più largo, da questa santa chiesa di Torino. La grande tradizione di santità e di spirito apostolico dei secoli XIX e XX è diventata il giardino in cui sono germogliati tanti fiori, tanti istituti religiosi, tanti esempi di santità e di missionarietà. Questo è il ricordo storico che desideravo fare a cento anni dalla nascita dell’Istituto della Consolata, sottolineando il legame di parentela tra l’arcidiocesi di Torino e il vostro Istituto. Il vostro fondatore è sempre rimasto prete diocesano e per 46 anni, fino alla sua morte, rettore di questo santuario della Consolata; questo mi ha impressionato».
Motivi per dire grazie
«Dalle piccole esperienze dirette che anch’io ho avuto dell’azione dei missionari della Consolata – ha continuato l’arcivescovo – posso dire che il loro stile è quello tipico di coloro che partono per la missione ad gentes. Andare in un luogo dove non si conosce Gesù Cristo, annunciare il vangelo, far sorgere la comunità cristiana, attendere pazientemente che essa si esprima in sacerdoti, laici impegnati, catechisti, per poi spostarsi da un’altra parte, e lasciare che questa comunità cammini con le proprie gambe. Questa caratteristica del missionario non solo della Consolata, ma di tutti gli Istituti missionari, di essere sempre sulla frontiera dell’annuncio, ha caratterizzato i cento anni di storia dei missionari della Consolata.
La vostra storia, nel profondo, ha avuto quello spirito che l’Allamano aveva sempre raccomandato: una grande preparazione culturale, soprattutto teologica, grande santità e fervore di vita, e soprattutto una carità tale da essere disposti a morire anche martiri per l’annuncio del vangelo. Credo che davvero questi cento anni sono stati un camminare su questa traccia indicata dal Fondatore: formazione umana, teologica, spirituale, santità di vita, eroismo fino all’effusione del sangue.
La terra intrisa del sangue dei martiri del Mozambico, come è già stato ricordato nell’introduzione, dà pieno significato al rendimento di grazie che oggi innalziamo al Signore e alla Vergine Consolata.
Vanno pure ricordate le chiese locali nate dall’apostolato dei missionari. Io ne ricordo diverse in Kenya e in Tanzania, dove sono stato, per vostra benevolenza, a predicare un corso di esercizi spirituali ai padri. Dove non c’era niente, ora ci sono parrocchie, fiorenti comunità cristiane. Anche per questo rendiamo grazie».
Riprendere slancio
«Siamo qui anche per un rilancio. Il santo padre nella lettera apostolica che ha voluto donarci a conclusione del grande giubileo del 2000, prende lo spunto dal testo di Luca, dove Gesù dice a Pietro “prendi il largo”, e getta le reti per la pesca. Non bisogna fermarsi al passato, ma guardare il futuro e rilanciare il fervore della prima ora, l’entusiasmo e lo slancio dei primi missionari. Questo ci propone la parola di Dio che abbiamo ascoltato. S. Paolo nel bellissimo inno della lettera agli Efesini (1,3-14) ricorda che siamo dentro il grande progetto di Dio. Un Dio che “ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo”, non per realizzazioni umane “ma per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità”. Un Dio che ci chiama ad entrare nella grande avventura del suo mysterium, “il progetto di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra”.
Cari missionari della Consolata, questo è uno slancio che dovete riprendere nel cuore, nella mente e nelle azioni. Entrare dentro al progetto che il Padre ha di ricapitolare, riassumere, riconciliare nel Signore Gesù Cristo tutta l’umanità. E questo è possibile se noi, come diceva il vangelo (Gv 15,4-15), siamo uniti a Cristo come il tralcio alla vite. Uniti a lui portiamo frutti, e abbondanti, come quelli che avete raccolto in questi cento anni.
Se siamo uniti a Cristo dobbiamo anche accettare di essere potati, provati, nelle difficoltà e nella sofferenza. Anche i missionari della Consolata, come i seminari diocesani, stanno tribolando per la scarsità di vocazioni. Sono tutte prove che il Signore ci dà per purificare la nostra vita, la testimonianza, lo spirito. Il Signore ha i suoi disegni, per cui se un tralcio porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto. Questa unione con Cristo è certezza della sua amicizia, “vi ho chiamati amici, perché vi ho comunicato tutto ciò che il Padre mi ha detto”. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. E vi ho detto queste cose, vi comunico la mia amicizia, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
Lo slancio lo prendiamo qui, ai piedi della Vergine Consolata, il modello, la protettrice, colei che ci sostiene e dà forza nelle difficoltà. Qui l’Allamano ha trovato ispirazione e forza per seguire la sua vocazione e dare al vostro Istituto le caratteristiche che lui ha ricevuto dalla Madonna Consolata. Qui è il riferimento irrinunciabile».
Per sempre
«Ho incontrato alcune missionarie della Consolata a Nairobi nella loro casa per le suore anziane. Dicevano: “Noi siamo partite per l’Africa 50 anni fa, quando eravamo giovani, e non siamo mai più tornate in Italia”. Ho chiesto: “Come mai? Adesso vanno e vengono con i voli aerei, adesso c’è facilità di viaggiare”. “E no – risposero -. Quando siamo partite, il nostro santo fondatore ci diceva che si parte per sempre. E anche se i superiori ci concedono di ritornare, vogliamo rimanere qui fedeli al nostro impegno”. Questo mi ha scioccato, mi ha impressionato: “Siamo partite e non siamo mai ritornate in Italia, vogliamo morire qui ed essere sepolte qui”.
Il “per sempre”, fratelli e sorelle carissimi, oggi non è così ovvio. Tuttavia, anche se oggi non è tanto di moda, è una caratteristica fondamentale dell’amore. Uno che ama Dio, ama Gesù Cristo, e sente il bisogno di portare il vangelo agli altri, dice sì come ha detto Maria, per tutta la vita, per sempre. Così ha fatto il beato Giuseppe Allamano, che si è consegnato a Dio nella fedeltà alla sua vocazione. Così ha fatto la serva di Dio Irene Stefani (speriamo che anche voi suore abbiate poi la vostra santa proclamata tale dalla chiesa). Siamo qui nel santuario della Vergine Consolata, per rinnovare nel ringraziamento, nel ricordo storico, il nostro proposito di perseveranza e di fedeltà alla missione che il Signore ci ha affidato. Questa fedeltà deve durare per sempre».

L’ inizio del centenario, al santuario della Consolata è stato veramente una festa «di famiglia» per la missione: nella «casa della Madre», nel ricordo del padre che ha dato avvio all’Istituto, con la rappresentanza di tutta la diocesi, che ha condiviso attivamente l’intento dell’Allamano e ne ha reso possibile la realizzazione.
Circondati da un gran numero di testimoni fedeli a questo progetto, suscitato da Dio per attuare l’opera di salvezza di Cristo, si è rafforzata la volontà di proseguire per la strada intrapresa.
È cresciuta la fiducia che il beato Giuseppe Allamano aveva per il futuro: «La nostra missione andrà innanzi e prospererà, perché è opera di Dio e della Consolata. Passeranno gli uomini, cadranno pure alcune foglie, ma l’albero prospererà e verrà un albero gigantesco: io ne ho prove prodigiose in mano».

Redazione




CONGO, RD – Ambasciatori in scarpette e calzoncini

Dal 27 febbraio all’1 marzo, un gruppo di pacifisti
ha raggiunto la regione orientale della Repubblica democratica del Congo
per unirsi alle popolazioni martoriate dalla guerra civile e reclamare
pace e rispetto dei diritti umani.
L’iniziativa ha seminato forti speranze che attendono di diventare realtà.

Sembrava un’idea temeraria e irrealizzabile. È diventata realtà il 26 febbraio scorso, quando un piccolo esercito disarmato di 300 pacifisti sono riusciti a raggiungere il cuore dell’Africa, sfidando una guerra che, in due anni, ha già fatto oltre due milioni di morti. Guidato dalle associazioni «Beati i costruttori di pace», «Operazione colomba» e «Chiama l’Africa», il piccolo esercito disarmato, proveniente in maggioranza dall’Italia, ma anche da Spagna, Germania, Svezia, Norvegia, Francia, Belgio, ha raggiunto, dopo un viaggio di due giorni, la città di Butembo, nella regione del Nord Kivu, Repubblica democratica del Congo, ricevendo un’accoglienza straordinaria da parte della popolazione. Il loro scopo, per una volta, non era portare aiuti materiali, ma riuscire a imporre, con la semplice novità della loro presenza, una tregua alle parti in guerra.
PROGETTO «VISIONARIO»
A volte la causa della pace ha bisogno di mente visionaria e passione per il gesto profetico: «Anch’io a Bukavu-Butembo» è stata un’azione fuori da ogni schema. All’inizio molti hanno cercato di scoraggiarla, compresa l’ambasciata italiana in Uganda, che alla fine ha dato un importante appoggio logistico ai pacifisti.
L’ispiratore di tale iniziativa, mons. Kataliko, vescovo di Bukavu, nel Sud Kivu, dove originariamente doveva svolgersi la manifestazione, è morto qualche mese prima di vedere l’impresa concretizzarsi: fulminato da un attacco di cuore lo scorso ottobre a Roma, dove era riparato dopo essere stato dichiarato dalle autorità di Bukavu «persona indesiderata», il vescovo ha passato il testimone ad altri, religiosi e laici, che si sono esposti in prima persona sia nella fase organizzativa che durante i tre giorni di incontri e manifestazioni varie.
Che i tempi fossero maturi per un’iniziativa del genere cominciammo a capirlo fin dal nostro arrivo a Kassese, dove peottammo presso il vescovado dopo il primo giorno di viaggio, e a Kasindi, la frontiera tra Uganda e Congo. I militari non ci ostacolavano, mentre la popolazione dei villaggi a cavallo della terra di nessuno ci accoglieva con tanta benevolenza.
Alla frontiera ugandese ci lasciammo alle spalle l’asfalto. A bordo di vecchi pullman, percorremmo a velocità ridotta 180 chilometri di pista in mezzo alla foresta. Su quella strada gli scontri armati erano all’ordine del giorno. In ogni centro abitato la gente salutava con calore al grido di «Amani!» (pace). Erano al corrente del senso della venuta degli europei, grazie al tam-tam delle radio locali. «Non siete osservatori dell’Onu, vero?» domandava qualcuno per sincerarsi. Qui l’Onu non gode di una buona fama: la chiamano «Organizzazione non utile».
Dopo una sosta a Beni, attraversammo Maboya, un villaggio fantasma dopo la calata dei militari ugandesi lo scorso gennaio, e nel tardo pomeriggio eravamo alle porte di Butembo: la sede scelta per la manifestazione, dopo che gli organizzatori sono stati costretti a rinunciare a Bukavu, a causa dell’ostilità del governo locale, in mano ai «ribelli» del Rassemblement congolais pour la democratie (Rcd) di Goma, appoggiati dai rwandesi.
A Butembo apparvero ancora più evidenti le aspettative generate dalla nostra missione tra la popolazione, che si sente abbandonata dal resto del mondo. Migliaia di persone erano ad attenderci, con un’incredibile banda di ottoni e vari gruppi di danze tradizionali. «È il grande cuore del Congo – disse commosso mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, che a 78 anni non ha esitato ad aggregarsi alla nostra carovana della pace -. Ma saremo all’altezza della situazione, privi come siamo di vero potere e di mandati ufficiali?».
SIMPOSIO PER LA PACE
A Butembo i pacifisti hanno partecipato al «Simposio internazionale per la pace in Africa» (Sipa), organizzato dalla Société Civile (un cartello di organizzazioni che si battono per la pace, rispetto dei diritti umani e integrità territoriale del suolo congolese) e dalla chiesa cattolica e protestante; non sono mancati gli interventi di alcuni tra i principali attori politico-militari della regione.
«Simposio» è una parola che non rende esattamente l’idea della «tre giorni» di Butembo. Il Sipa è stato tutto, fuorché un evento accademico. La gente di questa parte del Congo aspettava da tempo di dirsi in faccia e con chiarezza ciò che pensa sul futuro del suo paese, sul processo di balcanizzazione in corso e sulle clamorose violazioni dei diritti umani, perpetrate da tutte le forze in campo, spesso colluse con le potenze occidentali e le multinazionali che sfruttano le straordinarie ricchezze del paese. Le parole pronunciate sono state di una durezza a cui gli osservatori occidentali non sono abituati. Proprio per questo l’evento è stato significativo.
All’apertura dei lavori, dopo il discorso di mons. Melkisedech Sikuli, del vescovo di Beni-Butembo, comparve improvvisamente in sala Jean Pierre Bemba, presidente del Fronte di liberazione del Congo (Flc), l’uomo-forte dell’Uganda nella regione. Sgargiante camicia gialla e rossa, scortato da una decina di militari, il capo del Flc ascoltò impassibile il discorso di Gervais Chiralwirwa, leader della «Società civile» di Bukavu, il quale ammoniva: «Le autorità dicono che siamo dei sovversivi, ma senza i cosiddetti sovversivi la Francia oggi sarebbe governata dalla monarchia assoluta».
La replica di Bemba non si fece attendere. «Per me, che sono un uomo d’affari, non è stato facile scegliere la strada delle armi; ma l’ho fatto per ridare dignità al mio popolo». Poi Bemba ironizzò sprezzante sul nuovo presidente della Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila, che attualmente controlla, con l’appoggio di Zimbabwe, Angola, e Namibia, circa il 50% del paese, paragonandolo a uno dei tanti Luigi della storia della monarchia francese; e concluse riconfermando il suo credo: «Per ottenere la pace a volte è necessario combattere».
Il Sipa chiuse i lavori giovedì 1° marzo, votando un documento solenne nel quale, tra l’altro, si chiede: il ritiro degli eserciti stranieri dal territorio congolese, il disarmo dei vari gruppi armati, oltre ai nazionalisti may may e a quel che resta degli interahamwe, gli estremisti hutu responsabili del genocidio rwandese del 1994; convocazione di una Conferenza intercongolese di pace.
Nonostante il moltiplicarsi dei gesti simbolici di distensione e i numerosi messaggi di incoraggiamento giunti al Simposio, tra cui quelli del presidente della Camera Luciano Violante e dell’Alto Commissario Onu Mary Robinson, nulla lasciava presagire il colpo di scena a cui avremmo assistito al termine della giornata conclusiva.
IL CAPO CHIEDE PERDONO
Lentamente, le circa mille persone presenti in sala defluirono all’esterno e scesero verso il centro della città, percorrendo la lunga e polverosa strada principale che conduce alla cattedrale. A parte il passaggio di un’autoblinda, con i soliti e stucchevoli soldati africani oati di occhiali a specchio e cartuccere a tracolla, l’atmosfera era quella di una festa popolare, in cui bianchi e neri davano in eguale misura il proprio contributo.
La cerimonia finale, che prevedeva una preghiera ecumenica a cui parteciparono anche musulmani e kimbanghisti, si prolungò per buona parte del pomeriggio, mettendo a dura prova la resistenza di tutti. Ma proprio al termine della lunga preghiera ecumenica, ecco l’evento inaspettato, che a buon diritto si può definire «storico»: Jean Pierre Bemba, sale sul palco e, rispondendo alla provocazione di mons. Sikuli e di una portavoce delle donne congolesi durante il Sipa, prende la parola e si rivolge alle decine di migliaia di persone stipate da ore sotto il sole e ammutolite dalla sua comparsa. «Chiedo perdono per tutte le atrocità, violenze e saccheggi commessi da noi militari – dice il giovane, ricco e corpulento signore della guerra -. Ordino immediatamente alle guaigioni dislocate a Kiondo, Musienene e Maboya di fare rientro alle caserme di Beni; invito i religiosi a fare ritorno alle loro sedi».
L’annuncio è accolto dalla folla con un bornato. In quell’oceano di africani, giunti da tutta la regione del Kivu e persino dall’Ituri, dalla disastrata Kisangani, da vari paesi africani come Tanzania, Burundi, Zambia, dopo aver percorso strade insicure e affrontato disagi di ogni sorta, c’è gente che ha perduto genitori, mariti, figli, in una guerra tanto sanguinosa. Ci sono persone incarcerate arbitrariamente, spogliate dei loro averi, costrette a vivere da rifugiati. Per tutti costoro la sorpresa non può essere più grande.
Stupore anche fra le fila di noi bianchi, una composita miscela di studenti, pensionati, obiettori di coscienza, giornalisti, religiosi, scouts, lavoratori d’ogni specie, accomunati solo dalla povertà dei mezzi con i quali abbiamo intrapreso quest’avventura.
SPERANZA APPESA A UN FILO
Solo il tempo dirà se il Sipa ha rappresentato davvero il primo passo per l’avvio di un processo di pace nella regione dei Grandi Laghi. È certo, però, che a Butembo, città di circa 300.000 abitanti, poco più che un gigantesco villaggio, pressoché privo di qualsiasi infrastruttura, assediato dalla violenza di gruppi armati e militari, si è aperto un tavolo per il dialogo. Un tavolo al quale si sono seduti non solo l’Flc di Bemba, la resistenza nazionalista may may e persino i tutsi banyamulenge, poco amati dai congolesi, perché usati dal Rwanda come pretesto per invadere a sua volta il paese, e ambigui alleati di Uganda e Burundi, ma anche la gente comune, quella che di solito è messa ai margini delle complesse trattative della diplomazia internazionale. E questa è forse la vittoria più grande.
Nessuno è così ingenuo da credere che le parole di Bemba pongano fine alla guerra. Ma sarebbe sbagliato credere che costui abbia semplicemente strumentalizzato la manifestazione. Di solito, ci hanno spiegato gli africani incontrati a Butembo, un capo militare non si umilia mai davanti al popolo, al punto da chiedere perdono, quali che siano i vantaggi che potrebbe ricavae. L’evento, insomma, mantiene tutto il carattere di eccezionalità.
Le ultime notizie che giungono dal Congo parlano di prosecuzione del dialogo fra i may may del Nord Kivu e Bemba, osteggiato, però, dai may may del Sud Kivu, i quali ritengono che non si debbano avviare trattative con gli alleati delle truppe straniere di occupazione.
La smobilitazione delle guaigioni dalle località menzionate da Bemba pare sia avvenuta parzialmente; ad ogni modo, i soldati non sono rientrati a Beni, come promesso dal signore della guerra. Inoltre i contatti diplomatici fra Kinshasa e Uganda si vanno intensificando, mentre nuove truppe dell’Onu (uruguayane, senegalesi) sono in arrivo in varie zone calde del paese.
Non è chiaro, infine, quali siano le intenzioni di colui che rimane il presidente ufficiale di questo paese, Joseph Kabila, che al pari di Bemba non ha ricevuto alcuna legittimazione democratica. Il primo ha semplicemente ereditato la carica dal padre, ucciso a gennaio da una guardia del corpo, il giorno-anniversario dell’uccisione di Lumumba, ci hanno fatto notare a Butembo. Il secondo ha conquistato il potere con le armi.
Il futuro rimane ancora incerto. Ne sono consapevoli anche i 300 pacifisti che, in scarpette e calzoncini, hanno animato questa grande azione di diplomazia popolare. Ma continuano la loro mobilitazione in Italia.
Marco Pontoni è giornalista a Trento. Articolo in esclusiva per M.C.

Marco Pontoni




BUTEMBO (CONGO, R.d.): diplomazia popolare.AMBASCIATORI IN SCARPETTE E CALZONCINI


Dal 27 febbraio all’1 marzo, un gruppo di pacifisti ha raggiunto
la regione orientale della Repubblica democratica del Congo per unirsi
alle popolazioni martoriate dalla guerra civile e reclamare pace e
rispetto dei diritti umani. L’iniziativa ha seminato forti speranze che
attendono di diventare realtà
.

Sembrava un’idea
temeraria e irrealizzabile. È diventata realtà il 26 febbraio scorso,
quando un piccolo esercito disarmato di 300 pacifisti sono riusciti a
raggiungere il cuore dell’Africa, sfidando una guerra che, in due anni, ha
già fatto oltre due milioni di morti. Guidato dalle associazioni «Beati
i costruttori di pace
», «Operazione colomba» e «Chiama
l’Africa
», il piccolo esercito disarmato, proveniente in maggioranza
dall’Italia, ma anche da Spagna, Germania, Svezia, Norvegia, Francia,
Belgio, ha raggiunto, dopo un viaggio di due giorni, la città di Butembo,
nella regione del Nord Kivu, Repubblica democratica del Congo, ricevendo
un’accoglienza straordinaria da parte della popolazione. Il loro scopo,
per una volta, non era portare aiuti materiali, ma riuscire a imporre, con
la semplice novità della loro presenza, una tregua alle parti in guerra.


PROGETTO
«VISIONARIO»

A volte la causa
della pace ha bisogno di mente visionaria e passione per il gesto
profetico: «Anch’io a Bukavu-Butembo» è stata un’azione fuori da ogni
schema. All’inizio molti hanno cercato di scoraggiarla, compresa
l’ambasciata italiana in Uganda, che alla fine ha dato un importante
appoggio logistico ai pacifisti.

L’ispiratore di tale
iniziativa, mons. Kataliko, vescovo di Bukavu, nel Sud Kivu, dove
originariamente doveva svolgersi la manifestazione, è morto qualche mese
prima di vedere l’impresa concretizzarsi: fulminato da un attacco di cuore
lo scorso ottobre a Roma, dove era riparato dopo essere stato dichiarato
dalle autorità di Bukavu «persona indesiderata», il vescovo ha passato il
testimone ad altri, religiosi e laici, che si sono esposti in prima
persona sia nella fase organizzativa che durante i tre giorni di incontri
e manifestazioni varie.

Che i tempi fossero
maturi per un’iniziativa del genere cominciammo a capirlo fin dal nostro
arrivo a Kassese, dove peottammo presso il vescovado dopo il primo
giorno di viaggio, e a Kasindi, la frontiera tra Uganda e Congo. I
militari non ci ostacolavano, mentre la popolazione dei villaggi a cavallo
della terra di nessuno ci accoglieva con tanta benevolenza.

Alla frontiera
ugandese ci lasciammo alle spalle l’asfalto. A bordo di vecchi pullman,
percorremmo a velocità ridotta 180 chilometri di pista in mezzo alla
foresta. Su quella strada gli scontri armati erano all’ordine del giorno.
In ogni centro abitato la gente salutava con calore al grido di «Amani!»
(pace). Erano al corrente del senso della venuta degli europei, grazie al
tam-tam delle radio locali. «Non siete osservatori dell’Onu, vero?»
domandava qualcuno per sincerarsi. Qui l’Onu non gode di una buona fama:
la chiamano «Organizzazione non utile».

Dopo una sosta a
Beni, attraversammo Maboya, un villaggio fantasma dopo la calata dei
militari ugandesi lo scorso gennaio, e nel tardo pomeriggio eravamo alle
porte di Butembo: la sede scelta per la manifestazione, dopo che gli
organizzatori sono stati costretti a rinunciare a Bukavu, a causa
dell’ostilità del governo locale, in mano ai «ribelli» del
Rassemblement congolais pour la democratie
(Rcd) di Goma, appoggiati
dai rwandesi.

A Butembo apparvero
ancora più evidenti le aspettative generate dalla nostra missione tra la
popolazione, che si sente abbandonata dal resto del mondo. Migliaia di
persone erano ad attenderci, con un’incredibile banda di ottoni e vari
gruppi di danze tradizionali. «È il grande cuore del Congo – disse
commosso mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, che a 78 anni non ha
esitato ad aggregarsi alla nostra carovana della pace -. Ma saremo
all’altezza della situazione, privi come siamo di vero potere e di mandati
ufficiali?».


SIMPOSIO PER
LA PACE

A Butembo i
pacifisti hanno partecipato al «Simposio internazionale per la pace in
Africa» (Sipa), organizzato dalla Société Civile (un cartello di
organizzazioni che si battono per la pace, rispetto dei diritti umani e
integrità territoriale del suolo congolese) e dalla chiesa cattolica e
protestante; non sono mancati gli interventi di alcuni tra i principali
attori politico-militari della regione.

«Simposio» è una
parola che non rende esattamente l’idea della «tre giorni» di Butembo. Il
Sipa è stato tutto, fuorché un evento accademico. La gente di questa parte
del Congo aspettava da tempo di dirsi in faccia e con chiarezza ciò che
pensa sul futuro del suo paese, sul processo di balcanizzazione in corso e
sulle clamorose violazioni dei diritti umani, perpetrate da tutte le forze
in campo, spesso colluse con le potenze occidentali e le multinazionali
che sfruttano le straordinarie ricchezze del paese. Le parole pronunciate
sono state di una durezza a cui gli osservatori occidentali non sono
abituati. Proprio per questo l’evento è stato significativo.

All’apertura dei
lavori, dopo il discorso di mons. Melkisedech Sikuli, del vescovo di
Beni-Butembo, comparve improvvisamente in sala Jean Pierre Bemba,
presidente del Fronte di liberazione del Congo (Flc), l’uomo-forte
dell’Uganda nella regione. Sgargiante camicia gialla e rossa, scortato da
una decina di militari, il capo del Flc ascoltò impassibile il discorso di
Gervais Chiralwirwa, leader della «Società civile» di Bukavu, il quale
ammoniva: «Le autorità dicono che siamo dei sovversivi, ma senza i
cosiddetti sovversivi la Francia oggi sarebbe governata dalla monarchia
assoluta».

La replica di Bemba
non si fece attendere. «Per me, che sono un uomo d’affari, non è stato
facile scegliere la strada delle armi; ma l’ho fatto per ridare dignità al
mio popolo». Poi Bemba ironizzò sprezzante sul nuovo presidente della
Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila, che attualmente
controlla, con l’appoggio di Zimbabwe, Angola, e Namibia, circa il 50% del
paese, paragonandolo a uno dei tanti Luigi della storia della monarchia
francese; e concluse riconfermando il suo credo: «Per ottenere la pace a
volte è necessario combattere».

Il Sipa chiuse i
lavori giovedì 1° marzo, votando un documento solenne nel quale, tra
l’altro, si chiede: il ritiro degli eserciti stranieri dal territorio
congolese, il disarmo dei vari gruppi armati, oltre ai nazionalisti may
may e a quel che resta degli interahamwe, gli estremisti hutu responsabili
del genocidio rwandese del 1994; convocazione di una Conferenza
intercongolese di pace.

Nonostante il
moltiplicarsi dei gesti simbolici di distensione e i numerosi messaggi di
incoraggiamento giunti al Simposio, tra cui quelli del presidente della
Camera Luciano Violante e dell’Alto Commissario Onu Mary Robinson, nulla
lasciava presagire il colpo di scena a cui avremmo assistito al termine
della giornata conclusiva.


IL CAPO
CHIEDE PERDONO

Lentamente, le
circa mille persone presenti in sala defluirono all’esterno e scesero
verso il centro della città, percorrendo la lunga e polverosa strada
principale che conduce alla cattedrale. A parte il passaggio di
un’autoblinda, con i soliti e stucchevoli soldati africani oati di
occhiali a specchio e cartuccere a tracolla, l’atmosfera era quella di una
festa popolare, in cui bianchi e neri davano in eguale misura il proprio
contributo.

La cerimonia finale,
che prevedeva una preghiera ecumenica a cui parteciparono anche musulmani
e kimbanghisti, si prolungò per buona parte del pomeriggio, mettendo a
dura prova la resistenza di tutti. Ma proprio al termine della lunga
preghiera ecumenica, ecco l’evento inaspettato, che a buon diritto si può
definire «storico»: Jean Pierre Bemba, sale sul palco e, rispondendo alla
provocazione di mons. Sikuli e di una portavoce delle donne congolesi
durante il Sipa, prende la parola e si rivolge alle decine di migliaia di
persone stipate da ore sotto il sole e ammutolite dalla sua comparsa.
«Chiedo perdono per tutte le atrocità, violenze e saccheggi commessi da
noi militari – dice il giovane, ricco e corpulento signore della guerra -.
Ordino immediatamente alle guaigioni dislocate a Kiondo, Musienene e
Maboya di fare rientro alle caserme di Beni; invito i religiosi a fare
ritorno alle loro sedi».

L’annuncio è accolto
dalla folla con un bornato. In quell’oceano di africani, giunti da tutta la
regione del Kivu e persino dall’Ituri, dalla disastrata Kisangani, da vari
paesi africani come Tanzania, Burundi, Zambia, dopo aver percorso strade
insicure e affrontato disagi di ogni sorta, c’è gente che ha perduto
genitori, mariti, figli, in una guerra tanto sanguinosa. Ci sono persone
incarcerate arbitrariamente, spogliate dei loro averi, costrette a vivere
da rifugiati. Per tutti costoro la sorpresa non può essere più grande.

Stupore anche fra le
fila di noi bianchi, una composita miscela di studenti, pensionati,
obiettori di coscienza, giornalisti, religiosi, scouts, lavoratori d’ogni
specie, accomunati solo dalla povertà dei mezzi con i quali abbiamo
intrapreso quest’avventura.


SPERANZA
APPESA A UN FILO

Solo il tempo dirà
se il Sipa ha rappresentato davvero il primo passo per l’avvio di un
processo di pace nella regione dei Grandi Laghi. È certo, però, che a
Butembo, città di circa 300.000 abitanti, poco più che un gigantesco
villaggio, pressoché privo di qualsiasi infrastruttura, assediato dalla
violenza di gruppi armati e militari, si è aperto un tavolo per il
dialogo. Un tavolo al quale si sono seduti non solo l’Flc di Bemba, la
resistenza nazionalista may may e persino i tutsi banyamulenge, poco amati
dai congolesi, perché usati dal Rwanda come pretesto per invadere a sua
volta il paese, e ambigui alleati di Uganda e Burundi, ma anche la gente
comune, quella che di solito è messa ai margini delle complesse trattative
della diplomazia internazionale. E questa è forse la vittoria più grande.

Nessuno è così
ingenuo da credere che le parole di Bemba pongano fine alla guerra. Ma
sarebbe sbagliato credere che costui abbia semplicemente strumentalizzato
la manifestazione. Di solito, ci hanno spiegato gli africani incontrati a
Butembo, un capo militare non si umilia mai davanti al popolo, al punto da
chiedere perdono, quali che siano i vantaggi che potrebbe ricavae.
L’evento, insomma, mantiene tutto il carattere di eccezionalità.

Le ultime notizie
che giungono dal Congo parlano di prosecuzione del dialogo fra i may may
del Nord Kivu e Bemba, osteggiato, però, dai may may del Sud Kivu, i quali
ritengono che non si debbano avviare trattative con gli alleati delle
truppe straniere di occupazione.

La smobilitazione
delle guaigioni dalle località menzionate da Bemba pare sia avvenuta
parzialmente; ad ogni modo, i soldati non sono rientrati a Beni, come
promesso dal signore della guerra. Inoltre i contatti diplomatici fra
Kinshasa e Uganda si vanno intensificando, mentre nuove truppe dell’Onu
(uruguayane, senegalesi) sono in arrivo in varie zone calde del paese.

Non è chiaro,
infine, quali siano le intenzioni di colui che rimane il presidente
ufficiale di questo paese, Joseph Kabila, che al pari di Bemba non ha
ricevuto alcuna legittimazione democratica. Il primo ha semplicemente
ereditato la carica dal padre, ucciso a gennaio da una guardia del corpo,
il giorno-anniversario dell’uccisione di Lumumba, ci hanno fatto notare a
Butembo. Il secondo ha conquistato il potere con le armi.

Il futuro rimane
ancora incerto. Ne sono consapevoli anche i 300 pacifisti che, in
scarpette e calzoncini, hanno animato questa grande azione di diplomazia
popolare. Ma continuano la loro mobilitazione in Italia.


Marco Pontoni è
giornalista a Trento. Articolo in esclusiva per M.C.



ULTIMI FATTI IN CONGO

16 gennaio 2001:
Laurent Désiré Kabila, presidente della Repubblica democratica del Congo,
rimane vittima in un attentato. Gli succede il figlio Joseph.

Fine di gennaio:
Joseph Kabila visita Europa e Usa, promette libere elezioni.

1 febbraio: Kabila
incontra a Washington Paul Kagame, presidente del Rwanda, che considera
necessaria per la sicurezza nazionale la sua presenza militare in Congo.

28 febbraio:
rimpatrio di parte delle truppe ugandesi presenti a Buta; i rwandesi
abbandonano Pweto, occupata alla fine del 2000.

15 marzo: parziale
ripiegamento degli eserciti stranieri dal Congo. Continuano le violenze
nei territori controllati dalla Coalizione democratica congolese-Goma,
sostenuta dal Rwanda.

30 marzo: 110
militari uruguayani, primo contingente di osservatori della Missione Onu
in Congo (Monuc), si insediano a Kalemie (Goma). Il mandato della Monuc,
istituita nel 1999, prevede l’impiego di circa 5.500 uomini.

6 aprile: il
presidente Joseph Kabila annuncia nuove elezioni per maggio o giugno,
purché tutti gli eserciti stranieri si siano ritirati dall’ex Zaire.

20 aprile:
contingente marocchino a Kisangani: finora sono solo 600 i soldati della
Monuc in Congo. L’operazione di ritiro degli eserciti stranieri e
sostituzione con soldati Onu si sarebbe dovuta completare entro maggio.


Marco Pontoni




Urgenti e scottanti

Inculturazione

Prima di parlare di inculturazione (radicare il messaggio evangelico nella cultura locale), serve avere una buona comprensione del cristianesimo; poi si può scegliere ciò che nel costume non ne travisa le regole. L’inculturazione va fatta con coscienza. Poiché nella cultura africana la fede cristiana ha una storia breve, penso che la gente non sia pronta per tale discorso, che comunque va attuato passo dopo passo.
Oggi l’esistenza di molti cristiani in Tanzania è caratterizzata da una profonda dicotomia tra la professione della fede cristiana e il concreto vivere quotidiano. Mentre teoricamente la fede può essere espressa in modo ortodosso, la vita contraddice spesso la fede: si rimane meravigliati dalla coesistenza di atteggiamenti antitetici in un individuo. Una duplicità a livelli così fondamentali necessariamente causa sofferenze: a livello psicologico e socio-relazionale.
La situazione che ne consegue è paragonabile a quella dell’indemoniato di Gerasa, descritta dall’evangelista Marco al capitolo 5. Il pover’uomo, da una parte si sente attratto dalla persona di Cristo e, dall’altra, chiede che il Maestro lo lasci solo… La condizione in cui si trovano molti cristiani necessita del messaggio salvifico di Cristo. Bisogna attuare un’inculturazione autentica del messaggio evangelico nella vita del popolo. In questo processo, Cristo ed il suo vangelo devono avere precedenza assoluta.
Se non ci si basa solidamente su questo principio, si finirà solo con il «battezzare» istituzioni culturali che hanno causato sofferenza e paura, intromettendosi nella concezione tradizionale di vita della gente. In questo modo priveremmo il messaggio evangelico del suo potere salvifico e liberatorio.
Polycarp Pengo
arcivescovo di Dar es Salaam

Musulmani

Il rapporto tra cristiani e musulmani è la questione più rilevante in Africa. In generale abbiamo sempre mantenuto buone relazioni; ma negli ultimi 15 anni alcuni gruppi di fondamentalisti islamici hanno creato problemi. Il governo sostiene che i movimenti sono sotto controllo. Ma, durante le ultime elezioni, abbiamo sperimentato che il fondamentalismo islamico sta cercando di inserirsi nei partiti: in particolare nel Kaf (partito formato in prevalenza da musulmani), che ha avuto parecchi consensi soprattutto nelle isole, dove sta esasperando le differenze tra cristiani e musulmani. Ci sono motivi per credere che cercherà di fare altrettanto sulla terraferma.
Polycarp Pengo

Rivoluzione

I tanzaniani vedono le ingiustizie, ma non le affrontano direttamente: non sono aggressivi. Vogliono risolvere i problemi adeguando le mete da conseguire al loro temperamento e vogliono la giustizia «pacifica». Nel governo opera il Partito della rivoluzione, ma non si può dire che i tanzaniani siano rivoluzionari.
Noi, della commissione «Giustizia e pace», collaboriamo con il governo e le altre istituzioni per portare graduali miglioramenti. L’anno scorso ci siamo impegnati non solo perché la popolazione andasse a votare, ma anche perché si sentisse coinvolta nella gestione della cosa pubblica. Abbiamo cercato di sensibilizzare i politici per indurli a fare scelte prioritarie a favore dei più poveri.
In particolare abbiamo messo in risalto un errore: il paese, allontanandosi dal 1986 dal socialismo dell’ujamaa, con la scelta del capitalismo sta causando una crescente e macroscopica ingiustizia nei confronti della classe meno abbiente, che diventa sempre più povera.
Negli ultimi cinque anni il governo ha cercato di fare delle riforme per ridurre il grande squilibrio tra ricchi e poveri, ma i risultati tardano a farsi notare: le riforme macroeconomiche non raggiungono la stragrande maggioranza della popolazione. Il 60% è totalmente escluso da ogni beneficio.
Paul Ruzoka,
vescovo di Kigoma,
presidente di «Giustizia e pace»

Carceri

Molte persone sono in prigione per reati minori. Le carceri traboccano di persone ammassate in modo disumano. Ci sono 44 mila detenuti in strutture atte a contenee molto meno della metà. E si verificano moltissimi abusi.
Due anni fa i vescovi hanno scritto una lettera aperta per far capire che i prigionieri non devono essere considerati come i rifiuti della società e che c’è sempre uno spazio per aiutare chi sbaglia a correggersi e riprendere un posto nella società. Hanno lanciato un programma per migliorare il sistema giudiziario e per coscientizzare la gente sui diritti dei prigionieri, in particolare dei ragazzi, considerati alla stregua di criminali incalliti e messi in carcere con delinquenti che li seviziano. Molti prigionieri sono reclusi a causa del cattivo modo di procedere delle «corti primarie»: ce ne sono circa 900 nel paese, composte da persone non sempre competenti. I vescovi hanno lanciato un programma di formazione per chi deve giudicare la criminalità spicciola.
Si cerca di educare per andare oltre la legge, ponendo al primo posto la persona, per superare i limiti di chi, poco preparato culturalmente, tende a giudicare superficialmente e in modo rigido, senza considerare l’individuo. Si vuol far capire che la legge deve essere uno strumento per aiutare la società e non un mezzo per liquidare chi non si adegua a certi canoni, spesso discutibili.
Paul Ruzoka

Donne

Le donne che vivono in città hanno maggiori possibilità di ricevere un’educazione. Però chi intende continuare gli studi (una minoranza) si rende conto che non può sposarsi giovane, né avere tanti figli. Tale esigua minoranza, inoltre, avverte la necessità di una pianificazione familiare, per garantire ai figli una buona educazione scolastica. Il problema non si pone nei villaggi, dove nessuno vuole sentire parlare di limitazione delle nascite e di contraccezione, perché l’unica ricchezza delle famiglie sono ancora i figli.
Dovremmo sensibilizzare la gente sulla necessità di una pateità responsabile. Io sono molto preoccupata che, ai nostri giorni, sia terribilmente aumentato il numero degli orfani: sono troppi i genitori irresponsabili nei loro rapporti sessuali; l’Aids si diffonde in modo impressionante. Non si contano i morti.

Monika Mbega, parlamentare

aa.vv.