I tingatinga del Tanzania

«Tingatinga». Un nome simpatico,
che caratterizza una scuola d’arte nata e cresciuta
in un contesto tipicamente africano.
E apprezzata anche in Occidente.

In Tanzania l’arte si è in qualche modo arrestata e il suo cammino è stato interrotto a causa della modeizzazione, arrivata nei modi più diversi; con questo fenomeno, infatti, si assiste ad un trasferimento di valori dal mondo occidentale verso quello africano e viceversa.
Allora cosa succede? Ci sono tre possibilità.
La prima: i valori tradizionali tanzaniani resterebbero tali e quali erano nel passato; ma ciò non è possibile, poiché la situazione è cambiata e anche il Tanzania ha bisogno di altre culture per… sopravvivere. La seconda ipotesi: i valori tradizionali coesistano con quelli modei. E, terza, sono completamente rimpiazzati da quelli contemporanei, anche se quest’ultima ipotesi sembra un po’ esagerata.
La miglior strada sembra, dunque, essere quella della coesistenza e del dialogo, vista anche la domanda di produzioni artistiche che viene dall’Occidente e che i clienti degli artisti tanzaniani sono occidentali. Così l’arte tanzaniana è accessibile alla comunità internazionale, anche se c’è il rischio di perdere la propria identità per piacere ai clienti. Nell’epoca della globalizzazione, infatti, i criteri sono differenti e il commercio impone le sue inflessibili leggi di mercato.
Ma che cosa succede, per esempio, con la pittura tingatinga, tipica del Tanzania? I pittori di quest’arte hanno conservato i valori tradizionali o hanno ceduto alle leggi del profitto?

Un’arte giovane

La pittura tingatinga è quasi contemporanea, perché ha inizio negli anni ’30 e, dopo il suo modesto debutto, ha conosciuto un rapido sviluppo. Oggi essa è riconosciuta nel mondo intero come espressione dell’arte tanzaniana e i tanzaniani ne sono particolarmente fieri. Purtroppo poche persone hanno visto gli originali di tale arte, dal momento che, attualmente, il mercato è saturo di copie e imitazioni.
Non si può parlare dell’arte tingatinga senza accennare ai gruppi etnici makua e makonde in cui è nata. Tingatinga è semplicemente il nome del suo primo importante pittore, ma dietro a lui c’è tutta l’eredità dei due popoli.
I makua e i makonde si considerano artisti nati, come racconta una loro leggenda: «All’inizio c’era un solo uomo, abitava in luoghi selvaggi e viveva senza compagnia. Un giorno prese un pezzo di legno in cui scolpì una forma, per un attrezzo. Piazzò la scultura al sole, vicino alla sua casa. L’indomani, all’alba, la forma era diventata una bella donna, che egli prese come sposa. Ebbero un bambino; ma, tre giorni dopo la nascita, il piccolo morì. “Lasciamo il fiume e saliamo più in alto, dove crescono i canneti con i quali facciamo i nostri letti” – disse la donna. E così fecero. Ebbero un altro bambino; ma, tre giorni dopo, anch’egli morì. Allora la donna disse: “Spostiamoci ancora più in alto, là dove crescono i cespugli robusti”. Si misero ancora una volta in viaggio; ebbero un terzo bambino e questo sopravvisse. Divenne il primo makonde, il cui destino fu segnato dalla creatività artistica».
È in questo ambiente di artisti-nati che si situa Edward Said Tingatinga. Era nato nel villaggio di Mindu nel 1937 e morì a Dar-es-Salaam nel 1972. Era un makua, tribù della regione di Tunduru, distretto nella regione di Ruvuma, nel sud del Tanzania. Edward ricevette la sua educazione in una scuola cattolica; poi si mise a girare alla ricerca di un lavoro: dapprima a Tanga, come shamba boy, cioè operaio in una piantagione di sisal. Perso il lavoro, arrivò a Dar-es-Salaam nel 1961, nel momento in cui il Tanzania diventava indipendente. La sua morte fu accidentale: scambiato per errore come un ladro, venne gravemente ferito e morì prima di arrivare all’ospedale.
Tingatinga aveva cominciato a dipingere quando lavorava sui cantieri: i soggetti erano animali e persone, su uno sfondo unico. Dipingeva anche su muri pubblicità per piccole compagnie. Nonostante la sua breve educazione scolastica e che non avesse ricevuto alcuna formazione artistica, riuscì a creare un’arte popolare, caratterizzata dall’uso di lacche e il ricorso a soggetti semplici, il cui impatto e messaggio sono molto forti. Come succede a numerosi artisti, le sue prime opere non lo resero né ricco né famoso, ma l’interesse per il suo stile pittorico attirò verso di lui numerosi discepoli.
I pittori della prima scuola tingatinga erano, in maggioranza, parenti del fondatore o membri della stessa tribù: pertanto della regione di Ruvuma e tutti appartenevano (e appartengono) ai makua o makonde. Coloro che non sono originari di là hanno, comunque, qualche legame: ad esempio, il matrimonio o una particolare amicizia.
lacche e smalti
Gli artisti tingatinga vivono e lavorano in un quartiere di Dar-es-Salaam come in una grande famiglia: i figli crescono insieme e imparano a dipingere osservando i genitori. Hanno creato anche una cornoperativa, chiamata «Tingatinga Cooperative Society». Dei 50 artisti che lavorano negli ateliers, soltanto 27 sono veramente membri della cornoperativa; si contano appena due donne.
All’inizio esponevano i loro quadri a Musasani, sotto un grande albero; ora hanno una specie di galleria. Il valore viene stabilito in base alle dimensioni del quadro, ma non ci sono prezzi fissi e, secondo lo stile africano, bisogna mercanteggiare.
Il tema ricorrente dei quadri tingatinga è la riproduzione stilizzata di animali della fauna tanzaniana. I lavori vengono eseguiti con veici, per permettere colori più vivi e si utilizzano pannelli di legno e sacchi di sisal o juta. Il laboratorio è all’aperto, in un cortile, e sovente numerosi artisti collaborano alla stessa opera. Se qualcuno sperimenta un nuovo colore o forme nuove, subito gli altri li introducono nei quadri, così che ciascuno partecipa allo sviluppo di una espressione comune.
I quadri, normalmente, non si distaccano troppo dallo stile originale creato dal fondatore; per cui, con questa organizzazione comune del lavoro, si può parlare di quadri tingatinga come di un gruppo artistico, un movimento, una scuola o, per usare concetti africani, un’arte di famiglia, di clan o tribù.
Le tecniche utilizzate sono semplici e originali. Vi si possono riconoscere le seguenti fasi:
– dapprima l’applicazione di macchie di un solo colore unitario, senza alcuna mescolanza;
– l’aggiunta di linee;
– punti più o meno grossi, come presso i macchiaioli;
– non c’è quasi mai mescolanza di colori ed è anche rara l’applicazione di pittura con la punta di pennelli o spazzole.
Uno degli effetti più caratteristici della pittura tingatinga è senza dubbio il riverbero prodotto dalla lacca o dagli smalti, frequentemente usati senza diluizione o mescolanza. I soggetti (persone, animali e piante) sono delimitati da contorni netti, sovente accentuati dalla giustapposizione di colori contrastati, che producono un rilievo particolare. La messa in evidenza dei contorni fa apparire uno stile grafico a due dimensioni, che caratterizza quasi tutta la pittura tingatinga; non c’è mai rilievo o prospettiva. Gli artisti impiegano pochi colori: verde e giallo, bianco e nero, rosso e blu e una specie di bruno-marrone.
Le pitture hanno qualcosa di speciale? Certamente sì:
– esprimono in modo originale la cultura del Tanzania;
– sono una fonte di informazioni e notizie sulla vita quotidiana della gente;
– diventano una miniera di immagini per l’industria tessile di kanga e vitenge (abiti tipici femminili);
– esaltano la natura e l’ambiente, essendo particolarmente decorativi;
– sono la «spia» di altri fenomeni culturali complessi; così, ad esempio, la rappresentazione della flora e fauna riflette la loro importanza nella vita e cultura africana;
– infine, con la sua apertura internazionale, la pittura tingatinga ha permesso una migliore conoscenza e comprensione della cultura tanzaniana.

Nell’importante tempo dell’ujamaa (socialismo comunitario) il presidente Nyerere invitava le persone a rinnovarsi, partendo dalla cultura autentica… L’arte tingatinga potrebbe essere considerata una strada maestra per esprimere l’animo più autentico del popolo del Tanzania.

Dietrich Pendawazina




TANZANIA – Alunno con gli alunni

Mettersi a scuola dei propri discepoli
può diventare un’esperienza simpatica e arricchente.
Ce la racconta un missionario.

«Mkwawa» è il nome di una delle molte scuole superiori nella città di Iringa, che la rendono quasi una piccola capitale dell’educazione. Ai tempi coloniali si chiamava «Scuola di Sant’Alberto e San Giorgio»: due nomi di tipica connotazione inglese. Ma, con l’indipendenza, era giusto che fosse battezzata col nome di «Mkwawa», un soldato che a Lugaro, vicino ad Iringa, il 17 agosto 1891 sconfisse i tedeschi e per parecchi anni li tenne in scacco.
Mkwawa, straordinario eroe dell’etnia dei wahehe, tutto scaltrezza e audacia, tradito, non aspettò la morte da parte dei suoi nemici, ma se la inflisse lui stesso. Oggi è lui il padrino dell’omonima grande scuola, dai molti fabbricati, che conta 1.705 studenti, tra ragazzi e ragazze. Poiché (per costruire unità nel paese) è prassi del governo mescolare studenti di tutte le tribù e di ogni provenienza e chiesa, qui ogni zona del Tanzania è sicuramente rappresentata. Sono fieri i ragazzi, per i buoni risultati scolastici, di essere stati scelti per questa scuola di reputazione nazionale che li prepara all’università o ad altre istituzioni di alto livello.
Sorprendentemente, metà degli alunni sono cattolici. Da alcuni mesi, nel desiderio di avere un contatto pastorale diretto, sono il loro cappellano. Sono giovani svegli ed è una gioia celebrare la messa con loro.
Organizzati in vari gruppi e associazioni, discutono volentieri (e a lungo) nei loro dibattiti. Per conoscere meglio la realtà giovanile, esservi sensibile e «aderente» nelle omelie, mi venne l’idea di impegnarli in un’intervista. Il suggerimento fu accolto con entusiasmo. Subito si trovarono 5 ragazze e altrettanti ragazzi disposti al martellamento delle mie domande. E così, in due sedute, potei raccogliere opinioni, riflessioni e sentimenti.
Non fui deluso nelle mie aspettative. Nessuna reticenza, ma loquacità, forza, convinzioni. E così, la scuola che frequento… divenne maestra anche per me, proprio come desideravo.
Dieci gli interlocutori: Edgar, Renalda, Anna, Yohane, Anastazia, Edward, Beatrice, Catherine, Joseph e Shukran (quest’ultimo nome significa «ringraziamento»), dai 19 ai 22 anni. La loro provenienza: dalla zona del Kilimanjaro a quella del Ruvuma, cioè dal nord al sud, specchio della scuola stessa.
Ecco alcune delle domande poste.

Cosa ne pensi della scuola?
Le risposte si ripetono.
L’ambiente è bello e piacevole, con piante e fiori. Buone le relazioni degli studenti tra di loro e con i maestri. Questi si impegnano, tuttavia sono solo 51, mentre al minimo dovrebbero essere 78. Gli alunni hanno un vero desiderio di studiare. Sono molti però i problemi strutturali: costruzioni vecchie, mancanza di libri, biblioteca inadeguata, laboratori per le materie scientifiche non equipaggiati, ecc. L’acqua (purtroppo non pulita) scarseggia e, spesse volte, si prende il tifo!

Com’è la relazione dei cattolici con gli studenti delle altre chiese e religioni?
I giudizi sono convergenti e rispecchiano la realtà, in generale, del paese.
La relazione è facile e bella. Si instaurano buoni rapporti di cooperazione e condivisione, anche nella preghiera, con gli studenti della comunità luterana e anglicana, raccolti in un’unica associazione. Faticoso è, invece, il rapporto con i gruppi di estrazione pentecostale e fondamentalista, che continuano ad accusare i cattolici delle stesse cose: culto della croce, adorazione della vergine Maria, ecc.
Più difficile ancora con i musulmani, che sono circa 150-200. Il problema non è a livello personale, ma di gruppo: si sente che è una fede diversa; per cui sono piuttosto appartati, non partecipano alle attività extracurriculari, si considerano i soli e veri credenti, manifestano disprezzo per i cristiani. Non desiderano che ci si avvicini alla loro moschea e che si partecipi alle loro attività; si aiutano tra di loro, ma tutti gli altri ne sono esclusi.

A «Mkwawa», l’aspetto «tribale» fa problema?
Una risposta è corale: «Non c’è tribalismo né tra gli studenti né da parte degli insegnanti. Ci aiutiamo a vicenda in tutte le nostre difficoltà, senza considerare la tribù o il posto di provenienza. Ci sentiamo una sola famiglia e nazione».
Ma anche nel coro ci può essere una voce stonata. Ed ecco uno affermare che gli studenti di una certa regione hanno costituito il loro gruppo: lo vede come un’espressione tribale.

Quali sono i maggiori problemi del nostro Tanzania?
Non è facile confessare le proprie povertà, sia a livello personale che comunitario. Ma gli studenti lo hanno fatto con molta schiettezza e «compassione». Sono i problemi che vivono le loro famiglie, le difficoltà vere del loro quotidiano e riscontrabili, purtroppo, ovunque.
«Il nostro paese è povero, non produce, non ha risorse. Ha un grande debito internazionale, che mortifica i suoi sforzi di sviluppo. È molto indietro nel campo della tecnologia e telematica e questo ci fa chiedere come sarà il futuro per noi. Mancano strade e quelle che ci sono non ricevono la dovuta manutenzione; per cui comunicazioni e trasporti sono difficili. La disoccupazione è preoccupante, le prospettive di impiego quasi nulle… Molti genitori non possono far studiare i loro figli. L’area della salute è a rischio; non si trovano medicine e il servizio ospedaliero è carente. Molte le malattie che imperano: malaria e tifo; a volte esplode il colera. L’Aids causa un alto numero di orfani e depaupera il paese di forze giovani.
Quanto alla politica, non è ancora chiaro ed efficace il sistema pluripartitico come strumento di vera democrazia».

Quali le caratteristiche «positive» del nostro paese?
Alla litania dei problemi e delle sfide, segue quella degli aspetti positivi.
E sono tanti: «Pace, accoglienza, uguaglianza, assenza di guerre tribali e fratricide. Frateità e condivisione, particolarmente nei momenti di festa e lutto. Si sono pure svolte due elezioni politiche con il sistema di più partiti e non ci sono state difficoltà rilevanti; tanto meno c’è stato spargimento di sangue. È assicurata la libertà di azione e appartenenza ai vari partiti e chiese. Le relazioni con i paesi confinanti sono ottime. Il Tanzania, per decenni, è stato generoso nell’accogliere rifugiati. La chiesa cattolica è numerosa e forte nella fede. Gode di stima, è impegnata nel sociale e nello sviluppo. Possiede una buona leadership e mantiene rapporti di cooperazione con le altre chiese, religioni e governo».
È stato certamente un grande dono del Tanzania, fin dall’indipendenza, il non avere avuto significative divisioni. Anche il futuro sembra incamminato in tale direzione. Le parole più ricorrenti durante le ultime elezioni politiche erano: pace, frateità e sviluppo. A volte, però, ci si chiede se non sia una pace… troppo pacifica. Non sarebbe meglio dare più voce alle proprie sofferenze, ingiustizie sociali e diritti? La pazienza e la sopportazione in Tanzania sono smisurate.

Gli studenti di «Mkwawa» sono passivi o dinamici?
Dovuto anche al loro numero, a dire di tutti gli intervistati, gli studenti cattolici sono una vera forza. Organizzati in varie associazioni (Tanzania Young Catholic Students, Legio Mariae, Terziari francescani, Gruppo vocazionale, Coro…), sono in prima linea nella carità: visitare gli ammalati e i prigionieri ogni domenica. Appaiono sempre là dove l’aiuto e la solidarietà sono richiesti: pulizia nei vari posti, donazioni di sangue, interventi di emergenza.
«Ci vogliamo bene. Ci aiutiamo. Siamo additati agli altri come esempio. Ci sono giovani veramente maturi nella fede come persone»: sono le loro espressioni. È la loro percezione di se stessi.
Vi aspettereste risposte diverse? Un pizzico di orgoglio per la propria identità ci vuole pure! Ma (e sarà orgoglio anche il mio?) so che queste affermazioni sono la verità. L’avevo notato fin dall’inizio: molti incontri e attività caritative, sempre ben preparate e organizzate, con molti che vi partecipano.

Che cosa farai nella vita?
«Difficile prevedere il futuro: è nelle mani di Dio. Inoltre il nostro paese nella sua povertà offre poco e la vita è veramente difficile. Ma non mancherà l’aiuto di Dio per disceere, scegliere e agire».
Nonostante titubanze e incertezze, alcuni si esprimono chiaramente circa il proprio futuro. Yohane ed Edgar desiderano essere medici. Joseph non lo sa; chiede luce al Signore, ma di una cosa è certo: vuole proclamare il vangelo con tutta la sua vita. Anche Renalda ancora non ha scelto una professione, ma si propone di essere una buona laica. Anna e Beatrice pensano alla consacrazione religiosa. Catherine: la sua passione è essere ingegnere e buona madre di famiglia. Anastazia mira ad essere maestra o avvocato. Edward e Shukran contemplano il sacerdozio.

C’è una connotazione lodevole nelle risposte di tutti: una dimensione apostolica in qualsiasi professione. Tutti qualificano la loro risposta, dicendo che vogliono essere testimoni della parola di Dio, annunciarla nella vita e nell’aiuto agli altri.
Sono soltanto parole, buoni propositi al vento, o frutto di una vera maturità, acquisita nella frateità, nell’aiuto vicendevole e con la formazione in varie associazioni? C’è di tutto, e ci sarà di tutto. Ma non sono sicuro che in questi giovani (rappresentanti di tutti gli altri) c’è un seme vero e fecondo. Lo dicono il loro impegno e serietà.
C i sono state altre domande e risposte, ma queste bastano per dare un’idea del clima della scuola.
A titolo di informazione: mi hanno chiesto di continuare a «stimolarli» con dibattiti simili, per non «accontentarsi» ed essere sempre critici con la realtà e se stessi. Lo farò. Non è comune una richiesta del genere. I giovani hanno bisogno di coltivare i semi di bene che portano dentro. L’alba promettente di Mkwawa può diventare una piccola luce per il paese e la chiesa.

Giuseppe Inverardi




TANZANIA – Cotolette e “contorno”

La vita missionaria non balza, in genere, agli onori delle cronache,ma è fatta di tanti gesti: giornalieri, pazienti, concreti.
Per costruire comunità cristiane e aiutare la gente a vivere… un po’ meglio.

L a mia parrocchia di Ng’ingula (diocesi di Iringa) sorge a 2 mila metri di altitudine tra nebbia, freddo e pioggia. Quando non piove (e succede raramente), è un posto splendido, impreziosito da grandi colline e verdi vallate. La terra è fertile: si coltivano granoturco, fagioli, patate, piselli e un po’ di frumento. Quanto a frutta, maturano bene pere e pesche.
Un grave problema è rappresentato dai trasporti. Per fare gli 85 chilometri che ci separano dalla città di Iringa, si impiegano due-tre ore di auto, perché la strada è dissestata e scorre tutta sulla cresta delle colline.
In precedenza ho lavorato a Matembwe, una missione con numerose attività: c’erano 20 operai, una falegnameria, una segheria e un’officina meccanica, una stalla e un’estesa campagna da coltivare. Lì facevo anche l’amministratore.
A Ng’ingula ci sono gli stessi operai, ma non tutto quel lavoro. E, mentre a Matembwe riuscivo a pagarli con le entrate dalle varie attività, qui è un grosso problema retribuire tutte le persone che vi operano.
fattorie… missionarie
In Tanzania le fattorie si sono sviluppate per venire incontro alle necessità concrete della gente. Oggi non ce n’è più bisogno come in passato. Si tratta, allora, di rivedere le attività, preparando persone capaci di gestirle da sole.
Ma non è facile. A volte si richiede la cessazione di alcuni lavori o la riduzione del personale. E questo è malvisto dalla gente. La stessa chiesa africana considera ancora necessarie le attività materiali, per aiutare la popolazione. Quindi non è favorevole alla loro eliminazione. Ma tutto ciò «lega le mani».
A Ng’ingula funzionano una piccola officina e una scuola di falegnameria con sette-otto allievi che iniziano il corso ogni anno; sotto la guida di due istruttori e un catechista, imparano il mestiere. Funzionano pure il mulino (che non offre guadagni: serve solo ad aiutare la gente) e un piccolo dispensario, che manteniamo fornito di medicine.
Abbiamo anche un piccolo allevamento di maiali: macellandone due-tre al mese, offriamo per pochi denari un po’ di carne alla popolazione.
Partendo dalla «base»
Non vorrei dare l’impressione che il lavoro missionario sia fatto solo di macchine e animali domestici.
Ng’ingula conta, soprattutto, nove chiese-cappelle, di cui sette al centro di veri e propri centri abitati. In ognuna operano almeno due o tre catechisti, il Consiglio dei laici (debitamente eletto), il gruppo dei giovani e quello delle donne cristiane.
I catechisti preparano ai sacramenti, presiedono i funerali, insegnano religione nella scuola, celebrano la parola di Dio la domenica, quando il sacerdote non può essere presente. Sono anche un po’ retribuiti: la ricompensa si aggira sulle 7 mila lire al mese (mentre un operaio ne guadagna 62 mila). Ma non si tratta di un vero salario. La diocesi copre un terzo della somma e il resto spetta la parrocchia. «Fare il catechista è una vocazione», non un mestiere. Noi missionari cerchiamo di inculcare questo pensiero in chi vi si impegna. Il denaro ricevuto è solo un segno, un piccolo aiuto.
Significativo è il compito degli animatori: essi sono i «capi» o delle Comunità di base o del Consiglio dei laici. Il Consiglio è guidato da cinque animatori (presidente, vice, segretario…): suo compito è di cornordinare le attività dei cristiani a livello parrocchiale.
Le Comunità di base sono una sessantina in tutta la parrocchia. A differenza dell’America Latina dove sono sorte… dalla base, qui sono state introdotte dal vescovo e raggruppano generalmente i cristiani del vicinato o del rione. Si ritrovano una volta la settimana (o ogni 15 giorni), al mattino presto, per pregare prima di andare a lavorare nei campi. Dopo la preghiera, spesso, parlano dei problemi concreti e decidono cosa fare per risolverli.
Le Comunità di base sono abbastanza autonome: sanno gestirsi anche senza la presenza del sacerdote. Questo dimostra che c’è un fondo religioso valido. Il lavoro principale consiste nel preparare i leaders, curandone l’aspetto religioso, culturale e, soprattutto, umano.
Le comunità di base rappresentano una opzione della chiesa del Tanzania e di tutta l’Africa orientale, decisa una quindicina di anni fa dalle Conferenze episcopali. Essa si basa sulla valorizzazione del senso africano della famiglia: ujamaa, tradotto, nel passato, anche in scelta politica. La presenza e il funzionamento di queste comunità costituiscono una parte qualificante del programma pastorale delle diocesi, oggetto di verifica annuale e di iniziative varie per mantenerle vive e attive.
per vincere la paura
La partecipazione alla vita comunitaria è il segno visibile della maturità cristiana dei fedeli. Spesso si richiede ai genitori la frequenza come condizione per battezzare i figli. In tale senso, la comunità diventa la palestra di formazione di chi desidera ricevere il battesimo o gli altri sacramenti.
Sono parecchi coloro che non hanno ancora ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. A Ng’ingula è attivo un buon catecumenato, della durata di due anni, dove ragazzi e giovani si preparano al battesimo. Circa la didattica, molto è lasciato alla libertà… dell’iniziativa personale, giacché scarseggiano i sussidi (anche se qualche diocesi ha stampato catechismi e manuali).
Da parte mia, mi baso sulla cultura del luogo, sui racconti e proverbi, per trasmettere una catechesi inculturata. Ho organizzato una ventina di incontri formativi.
La popolazione dell’etnia hehe è ancora attratta dalla religiosità tradizionale, dove l’aspetto magico incide in modo rilevante.
Ritengo che uno dei compiti più importanti dell’annuncio cristiano sia quello di liberare la persona dalla paura della magia, della stregoneria e di tutto che concee questo fenomeno complesso e oscuro.
La chiesa è frequentata soprattutto da donne e giovani. Ma, in una cultura dove chi decide sono gli uomini, è importante la loro presenza, altrimenti la comunità cristiana rischia di non «avere peso» e, specialmente, di non incidere sulla società.
Faticare insieme
Ng’ingula è abbastanza fuori mano. Pertanto l’influsso del «moderno» è limitato. Qualche giovane, che ha frequentato la città, si fa vedere con scarpe da tennis o jeans all’ultimo grido. Ma si tratta di pochi casi. Tuttora, nel paese, le prospettive di vita sono molto povere; non c’è altro se non il lavoro dei campi. Però i giovani sognano di andarsene in città, per un qualsiasi lavoretto.
Se la stagione delle piogge è buona, la terra garantisce un raccolto sufficiente per vivere e vendere un po’ di prodotti. Resta, però, il problema del trasporto delle merci in città. Il camion della missione viene impiegato anche per questo genere di servizi.
Quanti ragazzi frequentano il liceo? Molto pochi. C’è una scuola superiore privata a circa 30 chilometri da Ng’ingula. Ma le famiglie non hanno la possibilità di pagare la retta. C’è il progetto di cercare «adozioni a distanza», per aiutare gli studenti. Di per sé il governo è arrivato con la scuola un po’ dappertutto; quindi non si tratta di creare nuove strutture… Le difficoltà riguardano i trasporti, le tasse scolastiche e il livello d’insegnamento.
La strada è sempre un disastro a causa delle piogge. L’autobus, ad esempio, non arriva fino alla parrocchia, ma si ferma 20 chilometri prima. La gente, quindi, ha difficoltà a muoversi. Problematico, soprattutto, è il trasporto degli ammalati all’ospedale, servizio per il quale ci si rivolge immancabilmente alla missione.
Padre Salvador Del Molino (mio compagno di missione, oggi in Etiopia) ha svolto un ottimo lavoro di rettifica e sistemazione della strada. Ora si tratta di mantenerla.
In Tanzania esiste la tradizione del maendeleo (progresso): ossia offrire una giornata di lavoro per la comunità. Così, nell’omilia domenicale, insisto perché la gente partecipi e si dia da fare per aggiustare le sue strade. Io stesso mi metto a lavorare con loro. Al di là di tante prediche, è il faticare insieme che fa crescere il senso di comunione e solidarietà fra i cristiani di Ng’ingula.

Remo Villa




KENYA & TANZANIA – Dialogare… da dove cominciamo?

Il fenomeno delle sètte costituisce una sfida
per le giovani chiese in Africa. Alcune di esse vorrebbero azzerare un secolo di evangelizzazione.
Eppure è urgente aprire un dialogo anche con loro: un nuovo fronte missionario di non facile attuazione.

«Lodiamo il Signore, fratelli, prima di continuare il nostro viaggio! Preghiamo!». Con voce forte e suasiva, il predicatore di strada John Mwangi si fa largo tra la folla alla stazione degli autobus di Nairobi, abborda un gruppo di persone in attesa di partire per Ngong, sale sul bus e continua il suo sermone.
La sua predicazione è basata su un versetto della bibbia, quasi sempre lo stesso. Finita la predica, chiede ai passeggeri un minuto di preghiera, in silenzio, occhi chiusi e testa bassa. E conclude con la terza parte, la più lunga e importante: «E ora, fratelli, prima di lasciarvi, se qualcuno vuole donare uno scellino per la parola di Dio, può farlo».
È così che, da due anni, Mwangi si guadagna da vivere; lo confessa candidamente e giura di essere un predicatore convinto e genuino. Ma ammette che altri usano la parola di Dio per i loro interessi.

A Githuri, sobborgo di Nairobi, sta prendendo piede una setta anticristiana per soli uomini. Ispirandosi alle tradizioni ataviche, lo sguardo rivolto al monte Kenya, gli adepti cantano in kikuyu le lodi di Ngai (Dio).
Kimani, un membro della setta, dice che la religione tradizionale è l’unico mezzo per unire la gente, mentre il cristianesimo, secondo lui, è causa di divisione. «Guarda a quante sètte ha dato origine: tutte in guerra tra di loro» aggiunge.
Il movimento non ha leader, perché davanti a Dio sono tutti uguali. Non credono in Cristo; ma buona parte del loro insegnamento si rifà all’Antico Testamento. Si considerano dei «Sansoni» redivivi, col compito di salvare il mondo dai «filistei» cristiani. Non si tagliano i capelli e temono le donne: potrebbero diventare potenziali Dalila.
L’identità più segreta è svelata solo ai nuovi adepti. La disciplina è molto rigida; chi disubbidisce è punito severamente. Sembra, tuttavia, che tra i loro ideali ci sia quello di servire la gente. Per esempio, si danno da fare per ridurre borseggi alla stazione degli autobus. Sono convinti che, con l’aiuto di Dio, cambieranno il mondo in un luogo di delizie.

A vvolti in tuniche multicolori, i seguaci della setta Thai invadono le strade di Nairobi; in nome di Mugeka, creatore e protettore di tutti, predicano la fedeltà coniugale. Se la prendono con i contracettivi, ma chiudono un occhio per i condom.
Molti aderenti a questa setta sono giovani e fanatici: arrivano con grandi altoparlanti; predicano anche quando la gente è poca o indifferente. Le zone residenziali, soprattutto, sono oggetto delle loro crociate.

S iamo a Nyeri, nel cuore della terra dei kikuyu. Poco lontano dalla città l’Outspan Hotel è pieno di turisti. Oltre il fiume Chania si estende il Mathari, dove i missionari della Consolata hanno costruito una roccaforte cristiana, con ospedale, scuole, seminario, istituti tecnici, tipografia, casa madre di una congregazione di suore africane.
Eppure, in città, all’ombra di un mugumo, pianta sacra per i kikuyu, in una piccola capanna-santuario, alcuni anziani discutono della loro religione tradizionale, incuranti delle beffe ironiche degli abitanti della zona. Uno di loro legge una vecchia bibbia. Per terra ci sono coa di animali differenti, teschi di capre, lattine di plastica, zucche svuotate.
Un uomo vestito di bianco sostiene che quel luogo è la fonte della loro antica fede religiosa: è la «chiesa» di Gikuyu e Mumbi, la coppia che ha dato origine all’etnia kikuyu.
Chege Kibiro, l’uomo vestito di bianco, è il «prete» del santuario, un esperto di tradizioni locali. Spiega con orgoglio che tale santuario fu costruito da alcuni vecchi mau mau, i guerriglieri del Kenya che hanno lottato per liberare il paese dal governo inglese e missionari cristiani. «La nostra religione – afferma Kibiro – è stata dispersa dall’uomo bianco. Con l’indipendenza va rivitalizzata. Fa parte della libertà per cui abbiamo combattuto».
La decisione di creare tale santuario fu presa il 14 aprile 1989, durante un raduno di ex combattenti. Vicino dovrebbe sorgere un istituto tecnico, dedicato a un eroe della lotta per l’indipendenza. È già stata inoltrata all’amministrazione governativa la richiesta di un pezzo di terra per tale costruzione, vicino a un grande mugumo naturalmente.
Kibiro è stato scelto come sacerdote in virtù dei suoi poteri straordinari, che risalgono al leggendario Mugo wa Kibiro, il profeta kikuyu che aveva previsto un’invasione della loro terra da parte di gente «con la pelle come quella di un rospo» (sarebbero i colonialisti e i missionari).
Il santuario è molto frequentato, spiega il custode della tradizione. Vengono anche alcuni politici per consultare la divinità tradizionale. All’ombra dell’albero sacro, si sacrifica una capra e si gettano i dadi: così si rivela la volontà divina.
E tutto questo avviene a pochi chilometri da Tetu e da Mathari, dove i missionari della Consolata hanno cominciato la loro attività nel lontano 1902. Quasi cent’anni fa!
Una grande sfida per la giovane chiesa di Nyeri e per i missionari.

Mtoto wa Siasa

Alessandro Di Martino




Angola. Grande Paese, grandi sfide

Dodici anni fa, un gruppo di missionari della Consolata iniziava l’avventura nel Paese africano. Oggi le missioni sono tre, e le difficoltà sono tante. Una popolazione sempre più povera, e uno Stato che offre sempre meno servizi. Il racconto di padre Fredy.

L’Angola è un grande paese in Africa centrale (vasto oltre quattro volte l’Italia). Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha vissuto una cruenta guerra civile lunga quasi trent’anni.

È uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana (insieme alla Nigeria) ed è pure grande esportatore di diamanti. Ma è anche uno dei Paesi con il maggiore divario tra i pochi ricchissimi e il resto della popolazione povera. «Qui la ricchezza è scandalosamente elevata così come la povertà», ci dice padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano. Lo incontriamo quando è di passaggio nella casa madre dell’Istituto a Torino.

I missionari vi lavorano dall’agosto 2014 e contano oggi tre missioni. Padre Fredy è arrivato con il primo gruppo.

A Capalanga, nella diocesi di Viana, c’è la sede principale. Si trova nella grande periferia urbana di Luanda, la capitale, che conta oltre otto milioni di abitanti. Capalanga è anche stata la prima missione Imc in Angola.

C’è poi Funda, nella diocesi di Caxito, sempre nella periferia di Luanda. Le due distano una ventina di minuti.

La terza, invece, è una missione di tipo diverso. A Luacano, nella diocesi di Luena, a mille e trecento chilometri da Luanda, quasi alla frontiera con lo Zambia. È una missione tipicamente rurale. Si trova nella provincia Moxico, la più grande del Paese e senza sbocchi sul mare.

«Luacano è una missione antica, dell’epoca della colonia. Ma non ha avuto mai una permanenza fissa di sacerdoti; quindi, si configura ancora come una missione di prima evangelizzazione, su un territorio vastissimo». Continua padre Fredy (vedi Mc 06/2018). 

Dopo un inizio veloce…

«La missione della Consolata in Angola all’inizio ha avuto un grande progresso, ovvero si è andati avanti rapidamente. Adesso siamo in un momento più statico. Oggi siamo sei missionari, due per ogni comunità, ma dovremmo essere almeno in nove. Questo è legato a una contingenza di carenza di personale». Spiega padre Fredy. Gli altri missionari presenti oggi sono i padri Dani Romero dal Venezuela, Douglas Ghetanda dal Kenya, Fernando Joaquim Chissano dal Mozambico, John Sebastian Kyara dal Tanzania e Jean Baptiste Kambale dalla Rd del Congo.

La presenza in Angola dell’Istituto missioni Consolata, è legata, a livello amministrativo interno, a quella, molto più antica (iniziata nel 1926), in Mozambico.

«Abbiamo recentemente pensato alle prospettive future, e deciso che occorrono tre elementi: più stabilità del personale, maggiore autosufficienza economica, e, inoltre, l’apertura di un seminario per giovani che vogliono diventare missionari della Consolata – continua padre Fredy, esprimendosi con un bel miscuglio di spagnolo, sua lingua madre, e portoghese, che parla in Angola -. Ci siamo detti che occorre ottenere i primi due risultati per poi passare al terzo. Di fatto, nella casa di Capalanga, c’è già la predisposizione per accogliere giovani in formazione, ma, appunto, occorrono più fondi».

Attualmente i giovani angolani motivati a seguire le orme di san Giuseppe Allamano, vanno a studiare a Nairobi, in Kenya, oppure a Maputo, in Mozambico.

Un altro progetto è quello di aprire la quarta missione: «Vogliamo iniziare una presenza a Luena, sede della diocesi, e capoluogo di provincia. Inoltre, sarebbe un punto intermedio e di appoggio alla missione di Luacano. C’è già la disponibilità di un terreno, ma, anche in questo caso, occorre avere personale e finanziamenti».

Corso di alfabetizzazione nella parrocchia di santo Agostinho

Diversità

Chiediamo a padre Fredy quali sono le maggiori sfide in Angola, e come i sei missionari della Consolata le stanno affrontando.

«Capalanga è una realtà tipicamente di grande periferia urbana. Il che vuol dire che ci vivono persone provenienti da tutte le province del Paese, un misto di etnie. Le sfide sono molto vicine al nostro carisma ad gentes. Nell’area della parrocchia abita una grande concentrazione di persone. Molte di esse sono in fase di evangelizzazione, altre sono battezzate, ma necessitano di molta formazione, poi c’è un terzo gruppo di cristiani più maturi e impegnati. Per fare un esempio, a Pasqua, abbiamo avuto quasi quattrocento battesimi, e possiamo contare oltre duemila catecumeni in tutta la parrocchia, tra adolescenti, giovani e adulti.
Però abbiamo solo 220 catechisti, che sono pochi per questi numeri».

«Vai dal feticeiro»

Un’altra grande sfida della quale ci parla padre Fredy è una certa promiscuità religiosa: «Ci sono molte superstizioni anche per chi è cristiano. Un miscuglio di feticismo, divinazione, che continua ad attrarre molti, anche chi partecipa regolarmente alla messa. È qualcosa di misterioso che spaventa ma, al tempo stesso, attira. Quindi per risolvere i problemi che si presentano, ad esempio di salute, il ricorso al feticeiro (stregone, nda) è molto frequente, cosa che influenza molte dinamiche nella comunità».

Il sistema sanitario angolano non aiuta: «C’è un grosso problema che è il cattivo funzionamento dei servizi sanitari di base, che stanno peggiorando sempre più. Se vai all’ospedale, è facile che non ti prendano in cura. Poi c’è la mentalità della guarigione immediata una volta preso il rimedio, come se dovesse accadere per magia, appunto. Allora molti vanno nelle foreste dell’interno a cercare lo stregone».

Oggi in Angola si muore per malattie curabili come la malaria, il colera, la febbre tifoide. C’è anche un incremento di malattie che, fino a qualche tempo fa, non erano comuni, come il diabete, l’ipertensione, le emorragie cerebrali. Queste sono dovute a cattiva alimentazione, e poca attenzione medica ai problemi. «Sono molti anche i casi di depressione. Infine, sono molte le persone che preferiscono non sapere di essere malati, così non si curano», ci dice padre Fredy.

Campo scout a santo Agostinho nel 2024

La minaccia dei sogni

Un’altra questione legata a questo approccio magico alla salute è quella dei sogni. «Quando una persona sogna il vicino o un parente, pensa che sia un sortilegio. Che quella persona sia entrata nel sogno per fargli del male. Questo significa che ci troviamo a gestire problemi tra vicini nati a causa dei sogni. Alcuni arrivano a cercare di non dormire per non sognare, e così si ammalano.

Come missionari stiamo portando avanti la pastorale della salute. Intanto organizziamo formazioni di base, affinché le persone conoscano alcune cure e le principali norme di prevenzione. Poi abbiamo un minimo di farmacia essenziale nelle parrocchie. E, infine, ci sono infermieri e medici volontari che, periodicamente, ci aiutano a curare alcuni casi più semplici. Per i farmaci, ci hanno aiutato alcuni progetti di enti come Impegnarsi serve oppure la Fondazione Missioni Consolata ets».

Malnutrizione in aumento

Un altro aspetto alla base di molti problemi è quello alimentare. L’Angola ha un ampio territorio, in gran parte fertile, e potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della sua popolazione (circa 38 milioni di abitanti). Ma la terra è largamente sotto sfruttata. La promozione del lavoro agricolo è un approccio recente. Attualmente c’è una forte importazione di cibo (riso, grano, ecc.) da Paesi asiatici (Cina, Thailandia, Vietnam) e latinoamericani (Colombia, Argentina, Brasile). Ma, proprio per questo, e a causa dell’inflazione interna, i prezzi degli alimenti sono in costante aumento.

Padre Fredy ci riporta quello che ha visto con i suoi occhi: «Lo scorso anno, un sacco di 25 kg di riso costava, a seconda della qualità, tra i 9 e i 12mila kwanza (8,50-11 euro). Oggi è passato a costare 19-25mila (18-24 euro). Si consideri che il salario minimo è di 50mila kwanza al mese, che un funzionario guadagna fino tre volte tanto e che molte persone lavorano per cifre inferiori. La situazione dunque è molto grave e l’accesso al cibo sempre più difficile.

Nelle parrocchie facciamo una domenica di raccolta, che viene chiamata domenica del chilo. I parrocchiani sono chiamati a portare riso, pasta, zucchero o altro. Quanto raccolto viene consegnato alla Caritas, la quale lo distribuisce ai più bisognosi. Ovviamente è una goccia nel mare».

C’è poi un’attenzione particolare ai bambini, tramite la pastorale dell’infanzia. «Ci prendiamo cura dei bimbi fino ai sette anni e delle donne incinta. Tra loro ci sono molti casi di malnutrizione. Facciamo una serie di visite alle famiglie per capire chi è a rischio, e impostiamo un programma di recupero. Fornendo alimenti alla famiglia, succede che il paniere per il malnutrito viene usato da tutti i figli, per cui, se deve durare due settimane, in realtà dura tre giorni».

A Funda ci sono problematiche simili a quelle di Capalanga, anche se le condizioni sono talvolta peggiori, ci dice padre Fredy.

Volontari al lavoro per il centro di Santo Agostinho.

Un centro polifunzionale

Per attuare tutto questo, i missionari stanno realizzando un «centro parrocchiale» a Capalanga. Si tratta di un edificio a piano unico, composto da diverse stanze che servono come aule di formazione e catechesi, una cucina, un refettorio, un ambulatorio e un magazzino per farmaci di base.

«Le formazioni che vogliamo realizzare sono quelle sulla salute di base, già citate, ma anche formazioni tecniche come taglio e cucito, cucina, pasticceria e una sorta di educazione civica. Per l’ambulatorio ci sono diversi volontari che vengono ad aiutarci per dare alcune cure di base».

Il missionario ricorda che la fine della costruzione è prevista per giugno, ed è resa possibile anche al contributo dei benefattori della Fondazione Missioni Consolata ets.

Terra di frontiera

Anche nella terza missione, a Luacano, la situazione è molto sfidante. «È una missione che ha più di 60 anni. Durante la guerra civile è stato punto di passaggio di popolazioni in fuga. Si tratta di una comunità cattolica piccola su un territorio immenso. Le sfide sono grandi sia per l’evangelizzazione che per la crescita culturale. Sono popoli presenti in quel territorio da sempre, con una mentalità un po’ chiusa, e con poche possibilità economiche. Si dedicano alla pesca durante tre mesi all’anno (la stagione delle piogge, quando si inondano vaste zone di territorio, nda) o coltivano manioca».

Qui i missionari offrono formazione per diversificare l’economia, introdurre, ad esempio, la coltivazione di mais, grano, pomodori, legumi.

Sono inoltre state costruite quattro sale per la catechesi, la formazione e l’alfabetizzazione. C’è anche una piccola cappella di epoca coloniale che i missionari stanno tentando di rinnovare. I locali della missione, invece, sono ancora da costruire su un terreno già acquisito.

I missionari della Consolata in Angola oggi sono di sei diverse nazionalità, provengono da Africa e America Latina, e sono giovani. È un bel concentrato di energie, diversità e voglia di fare. Pronti a raccogliere le sfide che non mancano.

Marco Bello

Padre Jean Baptiste Kambale a Luacano.

Il declino del gigante

La società civile e la repressione del Governo

«Il clima sociale generale in Angola è in netto peggioramento», ci racconta padre Fredy Gomez Pérez, che vive e lavora nel Paese da dodici anni. L’anno scorso si sono celebrati i cinquant’anni di indipendenza, ma il Governo è sempre stato nella mani di un unico partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla). Fino al 2017 ha «regnato» José Eduardo dos Santos, che ha poi indicato, come suo successore, il compagno di partito, João Lourenço, il quale è stato prontamente eletto.
«Inizialmente c’erano molte aspettative sul nuovo presidente, ma dopo i primi mesi, la situazione si è rivelata perfino peggiore», continua il nostro interlocutore.
Lourenço è stato poi rieletto per un secondo mandato nel 2022 ma, a detta di molti, le elezioni sono state truccate, in quanto il presidente uscente aveva un consenso bassissimo. Nel 2027 si profilano le prossime elezioni, per le quali gli osservatori danno l’esito scontato. Lourenço non potrebbe farsi rieleggere, in quanto i mandati sono ora limitati a due, ma certo l’Mpla avrà il suo candidato vincente.

Semplificando, l’esigua minoranza dei ricchi non ha problemi di educazione o salute. Manda i figli a studiare all’estero oppure nelle scuole internazionali di Luanda. Quando deve farsi curare, va in Sudafrica o in Europa. Ma i ricchi, sono anche quelli che governano, per cui non hanno molto interesse nel migliorare i servizi di base alla popolazione, che sono in costante peggioramento.
Ne è un segnale l’epidemia di colera nel primo semestre 2025, che ha causato oltre cinquecento morti. Anche il livello qualitativo dell’alimentazione degli angolani sta scendendo, con aumento dei casi di malnutrizione.

La società civile angolana è sempre più cosciente e battagliera. Lo dimostrano le proteste del luglio 2025, causate dall’innalzamento del prezzo dei carburanti del 30% (per la progressiva rimozione di sovvenzioni statali), con il conseguente immediato aumento del prezzo dei trasporti pubblici. La repressione ha portato a 22 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti.
Lo Stato, dal canto suo, sta diventando sempre più repressivo.
All’inizio del marzo scorso, il presidente João Lourenço ha firmato una legge molto restrittiva nei confronti della società civile. «La legge garantisce al Governo vasti poteri per autorizzare, monitorare, sospendere e restringere i finanziamenti alle organizzazioni della società civile (come le Ong, ndr), sotto la vaga scusa di “minacce alla sicurezza”», scrive Human rights watch, Ong per la difesa dei diritti umani basata a New York. «Una legge che è l’ultimo esempio in tema di restrizioni dei diritti e delle libertà in Angola», continua l’Ong. Già nel 2024, infatti, il presidente aveva firmato una legge contro il vandalismo, che permette di infliggere pene molto pesanti ai manifestanti, di fatto criminalizzando i partecipanti a manifestazioni pacifiche. Come anche un’altra legge sulla sicurezza nazionale, che aumenta il potere delle forze di sicurezza nel controllo dei media.
Gli esperti concordano sul fatto che la società civile angolana, negli ultimi 15 anni è cresciuta e si è rafforzata. Il malcontento dopo le elezioni «truccate» del 2022 e la crisi economica e alimentare sempre maggiore, la spingono a organizzarsi.

Ma.B.

President of Angola Joao Lourenco arrives ahead of US President Donald Trump arrival for the signing ceremony of a peace deal with the President of Rwanda Paul Kagame and the President of the Democratic Republic of the Congo Felix Tshisekedi at the United States Institute of Peace in Washington, DC, on December 4, 2025. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)



Uzbekistan. Non è tutto oro

Trainata dalle esportazioni e dal turismo internazionale, l’economia del Paese centroasiatico cresce a ritmi cinesi. Tuttavia, due soli presidenti in trentasei anni dicono che la democrazia è lontana.

Verso Samarcanda. Passato il confine tagiko poco dopo Penjikent, la prima differenza che si nota è sulla strada: le auto cinesi sono in minoranza. La maggior parte dei mezzi è rappresentata da un piccolo furgone, usato come veicolo commerciale o minibus per passeggeri. «È nostro. Si chiama Damas», ci spiega con orgoglio il giovane autista.
Il Damas è prodotto da UzAuto motors, l’industria automobilistico di proprietà del governo dell’Uzbekistan che fabbrica veicoli con il marchio Chevrolet.
Il traffico è molto intenso. Per fortuna, dal confine a Samarcanda, la nostra destinazione, ci sono soltanto sessanta chilometri. Da tempo, la città uzbeka è diventata un’attrazione turistica internazionale. Nel 2025, il Paese centroasiatico è stato visitato da undici milioni di stranieri, il 73 per cento in più rispetto al 2019.

Nonostante i danni e gli inconvenienti prodotti dal turismo di massa, Samarcanda vale un viaggio. Perché questa città è tante cose. Centro nevralgico della Via della seta, capitale dell’Impero timuride durante il regno di Tamerlano (1370-1405), perla dell’architettura islamica. E ancora: città di nascita di Tamerlano (Timur), nonché del primo presidente (e dittatore) uzbeko Islam Karimov e di Bakhtiyor Fazilov, il più influente miliardario del Paese.

La madrasa Sher-Dor, a Samarcanda; sugli angoli alti del portale d’entrata si possono notare i mosaici di due leoni (tigri). Foto Paolo Moiola.

Le tre madrase

Il Registan – «luogo di sabbia», in persiano – è la piazza pubblica dell’antica Samarcanda. In uno spiazzo antistante l’entrata (che è a pagamento), sotto i pennoni delle bandiere e il monumento con il simbolo della città (il leopardo delle nevi), un’installazione di lettere cubitali dice in inglese: «Samarcanda, capitale culturale del mondo islamico».

Con Bukhara e Khiva, la città testimonia il dominio della fede musulmana (sunnita), a cui aderisce circa il 94 per cento della popolazione (in totale, gli uzbeki sono quasi 38 milioni). Tra le minoranze, i cristiani – quasi tutti ortodossi della Chiesa russa – arrivano al due per cento.

Oggi il cielo non è limpido, la folla è tanta e i cellulari troppi. Eppure, la vista del Registan lascia a bocca aperta. La grande piazza ospita tre madrase – le scuole teologiche islamiche – su altrettanti lati. Hanno età diverse. La più vecchia fu fatta costruire agli inizi del Quattrocento da Ulugh Beg, sovrano, nipote di Tamerlano, ma anche famoso matematico e astronomo. Le altre due – Sher-Dor e Tilya-Kori – risalgono a due secoli dopo. Tutte sono caratterizzate da pareti di mosaici colorati che raffigurano motivi geometrici, floreali o calligrafici. Sher-Dor ha, inoltre, un mosaico con leoni stilizzati sulla facciata, elemento insolito visto che, di norma, l’arte islamica evita la raffigurazione di esseri viventi (umani e animali).

In passato luogo di studio e raccoglimento, oggi il Registan è un luogo che testimonia la bellezza dell’architettura islamica. Un’architettura esaltata anche dal vicino mausoleo di Tamerlano dove – sotto una splendida cupola blu – è sepolto il sovrano e una parte dei suoi familiari. A Tamerlano è dedicata anche una grande statua all’entrata di un giardino poco distante. Il conquistatore musulmano è rappresentato non a cavallo, ma seduto sul trono.

Minareti e campi di cotone

Lasciamo Samarcanda per dirigerci verso Khiva, nei pressi del confine con il Turkmenistan. Tra le due storiche località ci sono circa 680 chilometri. A circa un terzo del percorso si passa accanto a Bukhara, altra città posta lungo quella che un tempo era la Via della seta. 

Oasi fortificata tra i deserti Kyzylkum (che si estende verso il Kazakistan) e Karakum (verso il Turkmenistan), con almeno 2.500 anni di storia e un passato (dal Seicento in poi) come importante mercato degli schiavi, Khiva era l’ultimo luogo di sosta delle carovane prima di affrontare il deserto. La città interna – detta Itchan Kala (in contrapposizione a quella esterna, Dichan Kala) – è tutt’oggi circondata da una cinta muraria costituita da mattoni di argilla e alta fino a dieci metri. Vi entriamo a piedi – le auto (per fortuna) sono bandite – attraverso una delle quattro porte ricavate nelle mura.

All’interno moschee, madrase, minareti, palazzi – l’Unesco ha censito 51 monumenti e 250 abitazioni – risalgono a epoche diverse (arrivando fino al 1900) e spesso sono state ricostruite, ma la struttura della cittadina è quella originale. Per tutto questo l’atmosfera che si respira è carica di fascino, più di quella di Samarcanda.

Khiva, tuttavia, non è soltanto questo. Khiva significa anche campi di cotone, quello che un tempo veniva (enfaticamente) soprannominato l’«oro bianco». Introdotto dai sovietici agli inizi degli anni Sessanta, il cotone rimane importante per l’Uzbekistan costituendo la seconda voce delle esportazioni dopo l’oro. Tuttavia, la sua coltivazione ha prodotto disastri in campo ambientale, sanitario e umano.

I disastri ambientali e sanitari sono evidenziati dal restringimento del lago d’Aral, un lago salato (per questo chiamato anche Mare d’Aral) posto al confine tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Con una superficie di 68mila chilometri quadrati, un tempo era il quarto bacino idrico interno più grande del mondo. Oggi ne rimane soltanto il 10 per cento, mentre il restante 90 è soltanto sabbia. Ai tempi della guerra fredda, per incentivare la produzione di cotone in regioni aride, il regime sovietico fece deviare i due fiumi principali, l’Amu Darya e il Syr Darya, che si immettevano nel lago. L’acqua prelevata venne utilizzata per irrigare i campi delle neonate colture, peraltro gonfiate con fertilizzanti chimici e pesticidi, che ancora oggi contaminano la sabbia. Il risultato finale è la scomparsa del lago: uno scempio planetario.

Due giovani visitatrici nel cortile interno di una delle tre madrase del Registan, a Samarcanda. Foto Paolo Moiola.

I disastri umani, invece, sono collegati al lavoro schiavo e a quello minorile. Fino al 2020, ogni anno, da metà settembre ai primi di novembre, il governo uzbeko obbligava circa due milioni di persone – adulti e minori – alla raccolta del cotone. Per quasi quindici anni (dal 2007 al 2021), la Cotton campaign, una coalizione di Ong internazionali, ha lottato per porre fine al lavoro forzato nei campi di cotone dell’Uzbekistan (e del vicino Turkmenistan), anche attraverso campagne di boicottaggio. E, alla fine, ha vinto.

Una delle riforme attuate da Shavkat Mirziyoyev, eletto presidente dopo i 26 anni (dal 1991 al 2016) di potere incontrastato da parte di Islam Karimov, è stata la fine – almeno teorica – del lavoro forzato nei campi cotoniferi.

Tuttavia, le riforme di Mirziyoyev hanno riguardato la liberalizzazione dell’economia, molto meno la libertà in senso lato. Il 30 aprile 2023 il presidente ha fatto votare un referendum che ha emendato radicalmente la Costituzione uzbeka. Le modifiche – approvate da oltre il 90 per cento dei votanti – hanno esteso la durata della carica presidenziale da cinque a sette anni e concesso al presidente altri due mandati. In questo modo, Mirziyoyev potrà rimanere in carica fino al 2037, raggiungendo i 21 anni al potere: non un record, ma comunque un’eternità.

Il presidente si sente forte anche perché l’Uzbekistan sta conoscendo una crescita economica a livelli cinesi (più 7,7 per cento nel 2025 e il tasso di povertà all’8,9, secondo i dati governativi). Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica.

A giugno 2025, è uscito «A dark cloud» (Una nuvola scura), un report di Uzbek forum for human rights, organizzazione uzbeka per i diritti umani costretta a operare da Berlino. In esso si descrive «l’abuso di potere del governo nel reprimere il dissenso e limitare la libera circolazione delle informazioni online».

La ricerca racconta, per esempio, di un numero crescente di persone che viene perseguito e incarcerato per «aver insultato il presidente online». Il reato, che prevede una pena fino a cinque anni di reclusione, viola il diritto internazionale in materia di diritti umani.

La serietà della situazione trova conferma nella classifica sulla libertà d’informazione (World press freedom index) redatta da Reporter senza frontiere (Rsf): l’Uzbekistan è passato dalla 133a posizione (su 180) del 2022 alla 148a del 2025.

Verso il confine

Al mattino, lasciamo Khiva per muoverci verso il vicino confine del Turkmenistan. Abbiamo riletto più volte le raccomandazioni e i numerosi divieti inviateci via email dalla guida turkmena.

Se in Uzbekistan i successi economici e l’apertura internazionale riescono a nascondere i problemi interni al Paese, in Turkmenistan il regime mostra da subito il suo volto.

Paolo Moiola
(3 – continua)

 
Il monumento a una carovana di commercianti ricorda che Khiva era una tappa importante lungo la Via della seta. Foto Paolo Moiola.

Missionarie dal Kirghizistan all’Uzbekistan

Suor Kikoti (la seconda da sinistra) e suor Adanech (la quarta da sinistra) operano a Urgench.

«Hai un marito? Hai dei figli?»

Il loro trasferimento dal Kirghizistan all’Uzbekistan, da Jalal-Abad a Urgench (mappa a lato), non è stato una scelta volontaria, ma un obbligo a causa di complicazioni burocratiche. Suor Adanech Mitiku Shawo, etiope, e suor Yudith Kikoti, tanzaniana, missionarie della Consolata, hanno accettato la nuova destinazione senza drammi. E con una piccola consolazione: la lingua russa studiata in Kirghizistan è utile anche in Uzbekistan.

«La mia esperienza in Kirghizistan – racconta suor Adanech – è stata molto bella. Eravamo a Jalal-Abad, nel Sud del Paese, a circa 640 chilometri dalla capitale Bishkek. Purtroppo, è stata un’esperienza breve, meno di due anni. Essendo agli inizi della nostra presenza, l’attività principale era di preghiera prolungata: ci voleva energia interiore per inserirci nel ritmo della nuova vita missionaria. Poi, insieme a sacerdoti gesuiti, accompagnavamo i pochi cristiani in diverse comunità. E, naturalmente, studiavamo la realtà del Paese e la lingua russa».

«In Kirghizistan, mi ha colpito la bellezza delle montagne e la semplicità della gente. Avendo una lunga tradizione di nomadismo, quando ci invitavano nelle loro case i Kirghizi non si preoccupavano della forma. Tutto era molto sobrio e informale».

Oggi le due missionarie, assieme ad altre due consorelle, lavorano a Urgench, che si trova a pochi chilometri dalla più famosa Khiva, dal 1991 patrimonio dell’Umanità. «Per adesso – spiega suor Adanech – l’attività che svolgiamo si limita ad accompagnare i pochi cristiani locali. La lingua russa è fondamentale perché nella Chiesa tutta la liturgia è in russo, ma fuori la gente parla uzbeko e quindi dovremo studiare anche la lingua locale. Questo è certamente sfidante. Per ora la mia conoscenza si limita a poche parole. So salutare e usare i numeri che mi servono quando vado al mercato».

Sia in Kirghizistan che in Uzbekistan suor Adanech si è trovata spesso a dover rispondere a domande simpaticamente inusuali. «È interessante – ricorda – che in entrambi i paesi la gente è curiosa di sapere di noi. Per esempio, quasi subito ci chiedono: hai marito? hai figli?».

Suor Yudith Kikoti ha mosso i primi passi come missionaria in Colombia. Racconta: «Nella mia breve ma ricca esperienza in Kirghizistan ho cercato di ascoltare la gente, per capire la realtà e la cultura del Paese. Per questo visitavo le famiglie, anche se poi trascorrevo gran parte del mio tempo a studiare la lingua russa. Ciò che mi ha colpito di più del popolo kirghizo è stata la sua generosità e ospitalità, nonostante le nostre diversità. Qui a Urgench, in terra uzbeka, siamo ancora all’inizio e, quindi, ci stiamo muovendo con prudenza. Tuttavia, sono convinta che, con il tempo e molta pazienza, ci sarà spazio per la nostra missione».

Pa.Mo.

Scorcio in corrispondenza di una delle quattro porte d’entrata di Khiva. Foto Paolo Moiola.
Il mausoleo di Tamerlano, a Samarcanda. Foto Paolo Moiola.



Un mondo senza Onu?

Da mesi si moltiplicano gli allarmi sulla mancanza di fondi. A rischio le attività a sostengo dell’educazione e della sanità. Ma anche la risposta alle emergenze umanitarie. In un mondo senza Onu, chi e come risponderebbe a quei bisogni?

«Gli Stati membri devono concordare una revisione delle norme finanziarie dell’Onu, oppure accettare la prospettiva molto concreta del suo collasso finanziario».@ Così lo scorso gennaio il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Manuel de Oliveira Guterres, ha riassunto in una lettera agli Stati membri la situazione critica in cui si trova l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che a luglio potrebbe terminare i fondi necessari per funzionare.

Guterres, pur senza nominarli nella lettera, si rivolge in particolare agli Usa, che del budget ordinario dell’Onu coprono da soli oltre un quinto, e che oggi sono responsabili del 95% delle quote non versate. Queste ammontano a circa 2,2 miliardi di dollari, cifra che si ottiene sommando i 767 milioni dovuti quest’anno agli arretrati degli anni precedenti. A questi si aggiungono altri 1,8 miliardi di dollari che gli Stati Uniti non hanno pagato per le operazioni di mantenimento della pace. Totale: quattro miliardi di dollari@.

Il ritardo nei pagamenti degli Stati Uniti non è una novità: ha cominciato a manifestarsi negli anni Ottanta del secolo scorso, e nel 2024, quando il presidente era Joe Biden, gli Usa avevano un debito con l’Onu intorno al miliardo di dollari. Ma questa odierna, precisa il Segretario generale, non è una semplice crisi di liquidità come ce ne sono state in passato: stavolta ci sono Stati membri che, oltre a non avere versato la loro parte – questo era già successo -, hanno annunciato formalmente di non volerla versare. Gli Stati Uniti, appunto, e la Russia, che però incide dieci volte meno.

Ai mancati versamenti si aggiunge poi una norma finanziaria, risalente al 1945, che riduce ancora la disponibilità di fondi, imprigionando l’organizzazione in un «circolo vizioso kafkiano»: nel caso in cui l’organizzazione non spendesse gli stanziamenti dell’anno, infatti, dovrebbe restituire agli Stati membri ciò che non ha speso, anche se in realtà non ha mai ricevuto quei fondi, che sono, appunto, stanziati, assegnati, ma non sempre disponibili. Per il 2026, i fondi che l’Onu dovrebbe restituire sono pari a circa 300 milioni di dollari.

Bambibi Turkana e Samburu a Loyangallani, Kenya

Il bilancio dell’Onu

Per capire in che modo questa riduzione dei fondi limita il lavoro dell’organizzazione è utile ricordare rapidamente, e semplificando molto, in che modo le Nazioni Unite si finanziano. Come riporta il sito@ dell’organizzazione Better world campaign (Bwc), fondata e sostenuta dall’imprenditore dei media, filantropo e fondatore dell’emittente televisiva Cnn, Ted Turner, i finanziamenti degli Stati membri provengono da due fonti principali: i contributi obbligatori e quelli volontari.

I primi vengono stabiliti dall’Assemblea generale in base alla capacità di pagamento di un Paese, calcolata combinando diversi parametri, fra cui il Pil, il debito e le dimensioni della popolazione. Questi finanziano il grosso del cosiddetto bilancio ordinario (regular budget), che sostiene soprattutto il Segretariato, cioè la parte esecutiva dell’organizzazione, che si occupa di coordinare le risposte alle emergenze umanitarie e far funzionare le relazioni diplomatiche. Per il 2026, il bilancio ordinario è di 3,45 miliardi di dollari, in calo del 7% rispetto al 2025.

Le operazioni di mantenimento della pace, infine, sono sostenute da contributi obbligatori e invio di personale militare (peacekeeping operations). I Paesi che inviano soldati, invece di denaro, ricevono un rimborso. Per il 2026, gli stanziamenti per queste operazioni sono di 5,38 miliardi di dollari.

In totale, i contributi obbligatori ammontavano a circa 13 miliardi di dollari nel 2024 (ultimo dato consolidato disponibile).

Nello stesso anno 2024 i contributi volontari sono stati quasi 47 miliardi: il grosso della raccolta annuale, quindi. I contributi volontari si suddividono tra vincolati e non vincolati: Bwc li definisce la linfa vitale delle agenzie umanitarie e di sviluppo. Le agenzie che, insieme, ricevono oltre la metà dei fondi sono quattro: Programma alimentare mondiale (Wfp), Unicef, Programma Onu per lo sviluppo (Undp) e Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr).

Nel bilancio Onu 2024 sono inclusi, infine, i ricavi da altre attività (7,7 miliardi nel 2024), generati, ad esempio, da fornitura di servizi, investimenti e fluttuazioni dei tassi di cambio.

Il totale dei ricavi dell’Onu risulta dalla somma di queste componenti: contributi obbligatori, volontari e ricavi da altre attività. Esso è passato dai poco meno di 40 miliardi del 2011 ai 68 miliardi del 2024, con un picco di oltre 74 miliardi nel 2022@.

Mingranti accolti e rifocillati a Oujda in Marocco.

Interruzione di servizio

La principale vittima del possibile collasso di cui parla Guterres sarebbe il Segretariato sostenuto dai contributi obbligatori. Se questi non arriveranno, ad agosto 2026 gli uffici al Palazzo di vetro dovranno chiudere, il Consiglio di sicurezza dovrà riunirsi altrove, la sessione dell’Assemblea generale di settembre sarà annullata e smetterà di funzionare anche l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), solo per citare gli effetti più vistosi.

Nel corso degli anni», ha spiegato Farhan Haq, uno dei portavoce del Segretario generale, «abbiamo dovuto arrangiarci e utilizzare tutti i fondi a nostra disposizione per mandare avanti le nostre attività. […]. Non disponiamo delle riserve di liquidità necessarie per continuare a funzionare come abbiamo fatto negli anni precedenti@».

Se questi uffici non funzionano, non funziona ad esempio il coordinamento degli interventi umanitari, cioè non c’è un centro che aiuti le agenzie specializzate a lavorare insieme per rispondere a crisi umanitarie, come quelle causate dalle guerre o dagli eventi climatici estremi.

Se l’allarme lanciato da Guterrez a gennaio rispecchia una situazione inedita per gravità e urgenza, perché rischia di decapitare l’organizzazione bloccandone la capacità operativa, la riduzione dei fondi all’Onu è un problema diffuso che tocca anche direttamente le agenzie, non solo il Segretariato.

Ad esempio, il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), imposto dal presidente Donald Trump con un ordine esecutivo del gennaio 2025, è entrato in vigore a febbraio. È presto per dire quali saranno gli effetti sulla salute globale, ma nel 2024 il governo degli Usa aveva dato all’Oms un totale di 588 milioni di dollari sul totale di circa 3,2 miliardi: il 18% del budget dell’organizzazione.

Lo scorso 8 gennaio, Trump ha firmato un altro ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti da diverse organizzazioni internazionali, fra cui 31 delle Nazioni Unite@.

La necessità di ridurre la dipendenza del sistema Onu dagli Stati Uniti e il declino nella credibilità dell’organizzazione dovuto a inefficienza, scandali e sprechi sono tutti temi che meritano una profonda riflessione oltre ad azioni urgenti di riforma. Ma, fa notare ancora Better world campaign, i contributi del governo Usa al bilancio ordinario delle Nazioni Unite hanno fin qui rappresentato una quota pari allo 0,2% del bilancio federale: il costo per ciascun cittadino americano di circa la metà di un latte macchiato.

Distribuzione di cibo in tempi di siccità nel Samburu, Kenya

Gli effetti sul campo: Kenya e Tanzania

Secondo i dati consultabili sul sito delle Nazioni Unite in Kenya@, le risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel 2024 erano circa un miliardo di dollari. I fondi a disposizione nello stesso anno sono risultati essere 657 milioni di dollari e la spesa è stata di 528 milioni. Un terzo ha finanziato i programmi relativi all’obiettivo 2 per la riduzione della fame, il 16% è andato alle iniziativi legate all’obiettivo 3 sulla salute e il benessere, il 14,5% alle iniziative dell’obiettivo 5 per la parità di genere. Queste sono state le tre voci più consistenti.

Per dare un ordine di grandezza, basta pensare che nell’anno fiscale 2023/2024 il bilancio del Kenya@ era di circa 3.680 miliardi scellini, pari a 29 miliardi di dollari.

È presto per misurare i possibili effetti di quello che peraltro ancora non si può definire un ritiro definitivo delle Nazioni Unite, ma i missionari sul campo cominciano a immaginare possibili scenari. Il Sagana technical training institute, nella contea di Kirinyaga, spiega padre John Gachoki, «non riceve direttamente fondi da programmi Onu, ma molte strutture che lo circondano dipendono direttamente o indirettamente dalle agenzie delle Nazioni Unite». Se la mancanza di fondi dovesse interessare le strutture sanitarie pubbliche, i missionari si aspettano una riduzione delle campagne di vaccinazione (tra cui il tetano), delle attività di prevenzione e cura dell’Hiv/Aids, inclusa la distribuzione di farmaci antiretrovirali, e una conseguente forte pressione su farmacie e centri sanitari privati della contea, oltre che minori iniziative di sensibilizzazione sulla salute all’interno degli istituti educativi.

Da Loyiangalani, villaggio sul Lago Turkana, nel nord nel Paese, padre Abel Yoseph condivide le preoccupazioni del confratello riguardo ai programmi di prevenzione dell’Hiv e segnala che le Nazioni Unite sostengono, insieme ad altri donatori, anche dei programmi di risoluzione del conflitto fra gruppi etnici in aree come il Turkana: «Senza questi programmi di pacificazione, la situazione sarebbe compromessa», poiché i gruppi di mediatori non potrebbero più raggiungere le persone e sarebbe più probabile un aumento delle tensioni interetniche.

Anche in Tanzania gli effetti non sono ancora misurabili ma, spiega la responsabile dell’ufficio cooperazione Imc nel Paese, Modesta Kagali, «la crisi finanziaria delle Nazioni Unite rischia di avere ripercussioni, poiché il governo della Tanzania riceve fondi per progetti umanitari e di sviluppo in settori quali l’agricoltura, l’istruzione e la sanità». In questo ultimo settore, in particolare, «attraverso il Governo i nostri dispensari e l’ospedale di Ikonda hanno ricevuto aiuti per i programmi contro l’Hiv/Aids e la tubercolosi, e un’eventuale cessazione del sostegno avrà ripercussioni in termini di distribuzione di farmaci, test per l’Hiv e la tubercolosi, disponibilità di equipaggiamento e di attrezzature». La situazione del personale che lavora nel programma contro l’Hiv è molto precaria, perché è assunto e retribuito dal Stato. Dal 2021, la clinica per l’Hiv del Consolata Ikonda hospital ha fornito più di 44mila consulenze gratuite: servizi che sarebbero a rischio se le forniture di farmaci e i finanziamenti del programma dovessero cessare.

Migranti warao dal venezuela a Boa Vista in Roraima, Brasile

Migranti e rifugiati, il caso di Boa Vista

«Qui l’Onu continua a essere presente, ma con forti pressioni di bilancio», dice padre Juan Carlos Greco, impegnato nell’equipe che lavora con i migranti venezuelani a Boa Vista, nel nord del Brasile. Il suo punto di vista si basa sull’esperienza nell’Asemir, Articolazione ecclesiale dei servizi per migranti e rifugiati, rete coordinata dai missionari della Consolata, dalla fondazione gesuita Fe y Alegría e dalla Caritas diocesana, che coinvolge altre 10 istituzioni. «Alcune organizzazioni hanno sofferto per il taglio dei fondi che l’Unhcr trasferiva loro per le procedure necessarie a ottenere il “pre documento”, cioè il primo documento ufficiale rilasciato dalla Polizia federale (Pf) agli stranieri che cercano protezione internazionale, attività che queste organizzazioni svolgevano con l’aiuto di professionisti. Il lavoro viene svolto ora dal Servizio pastorale migranti solo con volontari.

Le stime per il 2026@- continua padre Juan Carlos – dicono che per mantenere queste attività di assistenza umanitaria in Brasile servono 113 milioni, da destinare principalmente a salute, istruzione, protezione dell’infanzia e disponibilità di rifugi (abrigos): nonostante i fondi siano passati dai 98 milioni di dollari del 2021 ai 113 stimati per il 2025, le lacune nei servizi sono tante: manca cibo, i programmi scolastici sono poco efficaci, ci sono episodi di violenza all’interno dei rifugi e anche la situazione della sicurezza è preoccupante a causa della presenza di gruppi criminali».

Il Brasile sta cercando con la sua nuova politica migratoria di rendere strutturale la risposta alla domanda d’accoglienza e di assumere un ruolo più autonomo dalle organizzazioni internazionali. Il rischio è che, senza finanziamenti sufficienti, le città di confine come Boa Vista debbano affrontare un sovraccarico nei servizi sanitari, educativi e abitativi. Lo stato di Roraima concentra già ora il 61,2% di tutte le richieste di asilo in Brasile, oggi anche e soprattutto presentate da cittadini cubani. «Il futuro dipenderà dalla capacità del Governo brasiliano di attrarre il sostegno del settore privato e della società civile, dalla collaborazione fra differenti livelli di governo», cioè fra il Governo federale e quello statale, «dalla cooperazione regionale per gestire i flussi migratori, dalla continuità nelle politiche inclusive che evitano l’emarginazione dei rifugiati e dal contrasto alla corruzione».

Chiara Giovetti

Bambini Warao a Boa Vista con richiesta di aiuto



La Gen Z scende in piazza

Sommario

Supporters of ACT-Wazalendo (Alliance for Change and Transparency) party march during a protest in Kigoma – Tanzania,on October 30, 2025 (Photo by AFP)

Quando a insorgere è un continente

I movimenti di protesta dei giovani africani

Negli ultimi due anni, numerose manifestazioni hanno attraversato il continente africano. A scendere in piazza sono soprattutto i giovani della «Generazione Z». Il divario con le élite al potere è enorme. Ma le rivolte mostrano dei limiti.

A giugno 2024, le strade del Kenya si sono riempite di giovani in protesta contro la nuova legge finanziaria, voluta dal presidente William Ruto. Pochi mesi prima, in Senegal, i manifestanti – che chiedevano il rispetto delle regole democratiche e la liberazione dei leader dell’opposizione, in carcere con accuse pretestuose – erano stati repressi per giorni dalle forze dell’ordine.

Alla fine dell’estate di quell’anno, sono insorti i giovani nigeriani: con lo slogan #EndBadGovernanceInNigeria hanno denunciato corruzione, scarsa governance e crescente costo della vita. Nel frattempo, in Uganda, il tentativo di opporsi al regime quarantennale di Yoweri Museveni è stato silenziato con ondate di arresti e detenzioni. L’autunno del 2024 ha visto sollevarsi il Mozambico, i cui cittadini – incitati dal principale leader di opposizione, Venâncio Mondlane, fuggito all’estero dopo il voto di ottobre – hanno denunciato brogli elettorali.

All’inizio dell’estate 2025, sono tornati in strada i giovani keniani. Questa volta non solo per condannare l’aumento delle tasse, ma anche la violenza della polizia. Poi, è stato il turno dei malgasci, le cui proteste contro il regime di Andry Rajoelina hanno portato a un colpo di Stato che ha deposto il presidente. In Tanzania, le manifestazioni dell’ottobre scorso contro i brogli elettorali sono state represse nel sangue. Violenta è stata anche la reazione delle forze dell’ordine in Camerun e Costa d’Avorio, dove i cittadini si sono opposti alla riconferma scontata dei presidenti (padroni dei due Paesi) Paul Biya e Alassane Ouattara.

Un continente in movimento

Queste sono solo alcune delle tante manifestazioni di protesta che, negli ultimi due anni, hanno attraversato il continente africano. Non sono un fenomeno isolato: negli ultimi vent’anni, secondo l’Armed conflict location & event data project (Acled, uno strumento di monitoraggio indipendente di conflitti e proteste nel mondo), c’è stato un incremento costante di manifestazioni in tutta l’Africa subsahariana. Con un’escalation dal 2020 in poi.

Focolai di protesta si sono accesi in Stati retti da regimi autoritari, così come in altri considerati più democratici. Sono scesi in strada i cittadini di Paesi in crescita economica e gli abitanti di quelli più in difficoltà. Si è scatenata un’ondata di fermento trasversale a tutto il continente: da Nord a Sud, da Est a Ovest. L’intera Africa è in movimento.

Ogni protesta ha le proprie peculiarità. Ognuna si radica in uno specifico contesto locale e trova fondamento nelle questioni sociali, economiche, politiche e culturali più sentite dai cittadini di ciascun Paese. Ma, al contempo – ben lungi dal considerare l’Africa come un continente monolitico, dove tutto è assimilabile – ci sono comunque alcuni tratti comuni a molte di queste mobilitazioni.

Young residents hold banners and dance to rock music during a concert as crowds gather for a civil society rally demanding President Rajoelina’s resignation, following the announcement by Madagascar’s Army CAPSAT unit that they would assume power in the country in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Divario generazionale, diseguaglianze e democrazia

A scendere in strada sono soprattutto i giovani della cosiddetta Generazione Z o Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012). E se questo, di per sé, non deve stupire – sette africani su dieci hanno meno di trent’anni -, dall’altro lato, evidenzia l’enorme divario generazionale che in molti Paesi si registra tra le élite al governo e la maggioranza della popolazione.

Sono infatti le leadership politiche ed economiche – spesso ultraottantenni, se non novantenni – il bersaglio principale dei manifestanti. In molti casi, queste élite incarnano sistemi politici retaggio dell’epoca dei partiti unici e, ancora oggi, conoscono solo la legge dell’autoritarismo e della repressione. In altri casi, dove non c’è questa eredità storica, la classe politica cerca di mantenersi al potere, violando o manipolando la Costituzione. I manifestanti reagiscono a questi tentativi.

Intanto, le élite continuano ad arricchirsi – attraverso clientelismo, corruzione e accaparramento di risorse -, con l’effetto di riprodurre e perpetuare disuguaglianze, nonché di ostacolare prospettive di cambiamento politico, sociale ed economico. Per questi leader investire sul piano socioeconomico, stimolare crescita e diversificazione dell’economia, creare posti di lavoro e offrire servizi di qualità, il più delle volte, non sono delle priorità. Dall’altro lato i giovani – che spesso nella loro vita hanno visto un solo presidente ma, al contempo, anche grazie all’uso di strumenti digitali, sono consapevoli del mondo che li circonda – chiedono trasparenza e assunzione di responsabilità da parte delle élite. Rivendicano, inoltre, la necessità di un’alternanza politica, attraverso elezioni libere e trasparenti e il rispetto di norme costituzionali e istituzioni.

Generazione digitale

Connessione internet e social network permettono sempre più ai giovani africani di essere parte di un sistema globale e di essere connessi con il resto del mondo.

Il dissenso si alimenta di notizie, informazioni ed esempi provenienti da altri Paesi, sia africani che non. L’uso del web contribuisce alla costruzione di una coscienza critica e alla nascita di movimenti di protesta. Questi, a loro volta, si servono degli strumenti digitali – soprattutto i social network – per organizzarsi e mobilitarsi, dandosi appuntamento per riempire le strade delle maggiori città. In più, il digitale permette anche di raccogliere nuovi sostenitori, grazie alla cassa di risonanza delle reti sociali.

Nonostante i tentativi dei governi di controllarli, gli strumenti digitali hanno dimostrato di essere spesso un potente strumento di denuncia della repressione e della violenza delle forze dell’ordine.

Leadership cercasi

Le mobilitazioni, però, hanno dei limiti. Non è solo la capacità repressiva dei governi a impedire alle proteste di raggiungere i loro obiettivi, ma anche la mancanza, all’interno di molti movimenti, di leadership chiare e solide.

L’assenza di un allineamento politico esplicito favorisce un’adesione eterogenea e trasversale della società civile, evitando strumentalizzazioni da parte dei partiti di opposizione. Ma limita l’efficacia della protesta che, non potendo contare su voci di rilievo, resta confinata fuori dei palazzi del potere e non riesce a rendere effettive le proprie rivendicazioni.

Ci sono poi casi in cui l’assenza di una leadership definita facilita manipolazioni e interferenze da parte di attori esterni, che approfittano delle proteste per legittimare la propria ascesa. Per poi però escludere completamente i manifestanti e le loro rivendicazioni dai nuovi governi.

Aurora Guainazzi

Residents and protesters react to the address of members of Madagascar’s Army CAPSAT unit at a civil society rally calling for President Andry Rajoelina’s resignation, before heading to the Presidential Palace in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Africa: giovani e proteste. Dati fondamentali

  • Popolazione totale: 1,5 miliardi (fonte Undesa)
  • Numero di giovani (0-14 anni): 594 milioni, 40% della popolazione totale (Undesa)
  • Numero di giovani (15-35 anni): 530 milioni, 35% della popolazione totale (Undesa)
  • Percentuale di aumento delle proteste: +137% nel periodo marzo 2020-2025 rispetto al periodo 2015-marzo 2020 (Acled)
  • Numero di proteste 2015-marzo 2020: circa 2.100 (Acled)
  • Numero di proteste marzo 2020-2025: circa 5.000 (Acled)
  • Livelli di povertà: 35% (Banca mondiale)
  • Economia informale: 9 giovani (15-35 anni) su 10 lavorano nel settore informale (International labour organization)
  • Presenza di internet nel continente: 40% degli abitanti se ne serve (International telecommunication union)
  • Utilizzo di internet tra i giovani (15-24 anni): 53% (International telecommunication union)
  • Blocchi di internet (2016-2024): 190 episodi registrati (Access now)
  • Diffusione della repressione digitale: il 30% dei Paesi africani ha bloccato internet almeno una volta nel 2024 (Access now).

A.G.

Madagascar. Dalle manifestazioni ai militari

Il 14 ottobre 2025, i militari della Capsat (unità speciale dell’esercito malgascio) sono entrati nel Palazzo presidenziale ormai vuoto: il presidente Andry Rajoelina era fuggito qualche giorno prima.

L’episodio è stato l’epilogo di tre settimane di proteste. Convocate a fine settembre da tre consiglieri di opposizione della capitale Antananarivo, le manifestazioni inizialmente avevano denunciato le continue interruzioni nella fornitura di acqua corrente ed energia elettrica. Ma ben presto erano diventate lo specchio di un malcontento diffuso e radicato nei confronti di un regime percepito come immobile e lontano dalla popolazione e dalle sue esigenze.

La «Gen Z Mada» – come si sono ribattezzati i giovani componenti del movimento di protesta – chiedeva le dimissioni di Rajoelina e del presidente del Senato, il generale Richard Ravalomanana. Ma anche lo smantellamento dell’Alta corte costituzionale e della Commissione elettorale, considerate strumenti nelle mani del regime. L’obiettivo era uno Stato privo di corruzione e nepotismo e una società libera, giusta e unita.

L’incapacità di Rajoelina di dialogare con i manifestanti e ascoltare le loro rivendicazioni ha intensificato le proteste, mentre i militari si sono rifiutati di sparare sulla folla. Così, intanto che Rajoelina fuggiva e l’Assemblea nazionale ne votava l’impeachment, la Capsat scortava i manifestanti nella Piazza del 13 maggio ed entrava nel Palazzo presidenziale.

Ma l’alleanza tra manifestanti e militari, così come è iniziata, si è rapidamente conclusa. I leader della Capsat hanno annunciato di essere pronti a riempire il vuoto di potere lasciato dal presidente. Dichiarati due anni di transizione, sospese la Costituzione e le maggiori istituzioni (tra cui Senato e Alta Corte costituzionale), il colonnello Michael Randrianirina ha giurato come «presidente per la rifondazione della Repubblica del Madagascar». Si è posto alla guida di un governo di transizione, da cui la piazza dei giovani malgasci e le loro rivendicazioni sono state escluse.

Movimento indipendente; eppure, strumentalizzato dal potere: la «Gen Z Mada» è l’emblema di quanto l’assenza di una leadership solida porti i manifestanti a fare il «lavoro sporco», preparando il terreno per la caduta del vecchio regime e aprendo la strada all’ascesa di quello nuovo. Da cui però le loro voci sono subito estromesse.

A.G.

Protesters attack a polling station as clashes erupt in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Kenya. La coscienza politica mai sopita

Padre Kizito, il missionario che lavora con i giovani 

Il malcontento per la classe dirigente porta i giovani a non votare. L’economia non funziona ed esclude soprattutto loro. Le manifestazioni degli ultimi due anni sono state represse con violenza. La novità è che le motivazioni non sono più etniche.

«Da quando sono venuto in Kenya, nel 1988, sono sempre rimasto sorpreso da come i giovani siano interessati alla politica», racconta padre Renato Kizito Sesana. Missionario comboniano è in collegamento da Nairobi, dove ha fondato sette centri Koinonia, luoghi di accoglienza per i bambini di strada (altri sono sorti in Zambia e in Sudan). «Non dimentichiamoci che il Kenya è uno degli Stati africani con il tasso più alto di scolarizzazione e quindi anche di conoscenza della Costituzione e dei diritti dei cittadini. È anche uno dei Paesi del continente con il numero più elevato di persone laureate in proporzione alla popolazione. Questo fa sì che il Kenya abbia una coscienza politica molto alta».

«Nelle ultime elezioni – continua padre Kizito – i giovani hanno votato poco. Secondo me, perché erano disgustati dalla politica, non perché non la seguissero. Non sapevano chi scegliere e cominciavano a capire che tra uno e l’altro non c’era alcuna differenza. Indipendentemente da chi avessero votato, il potere sarebbe rimasto comunque nelle mani di quelle poche famiglie che da sempre dominano la politica keniana».

Le cause delle proteste

Secondo padre Kizito, è proprio il malcontento nei confronti della classe dirigente, una delle cause profonde delle proteste scoppiate nel Paese nell’estate del 2024: «Dall’indipendenza fino a oggi, il Kenya è stato governato da tre o quattro famiglie, che hanno sempre gestito il potere. Anche l’ultimo presidente (William Ruto, ndr), che apparentemente è un nuovo arrivato, in realtà, è arrivato dov’è, perché si è accodato alle politiche della famiglia Kenyatta e poi ha “lanciato” sé stesso».

Ma, addentrandosi nella società keniana, ci si imbatte anche in altre cause delle manifestazioni. In particolare, quelle economiche. «Nonostante le dichiarazioni del Governo – dice padre Kizito – l’economia non funziona, ed esclude una grande parte della popolazione, soprattutto i giovani». Il 50% degli abitanti del Kenya ha meno di 18 anni, l’80% meno di 35. Ma, secondo un’indagine di Afrobarometer (ente che effettua sondaggi a livello continentale), nel 2024 oltre il 60% della popolazione tra 18 e 35 anni era disoccupato. «Ci sono ragazzi – sottolinea padre Kizito – che prendono certificati, diplomi, lauree e poi non hanno un lavoro perché non appartengono alle famiglie che dominano l’economia del Kenya».

Non a caso, le prime manifestazioni nel 2024 sono iniziate proprio per denunciare l’innalzamento delle tasse previsto dalla nuova legge finanziaria voluta da Ruto per arrivare, poi, a chiedere le dimissioni del presidente stesso. L’estate successiva, i giovani sono tornati in strada, ancora una volta contro la legge finanziaria, ma anche per condannare la violenza della polizia. La quale, nel frattempo, aveva represso duramente le proteste, provocando decine di morti (nonostante il governo abbia sottostimato più volte le reali cifre dei decessi).

A spingere i giovani keniani a manifestare, però, sono anche altre problematiche. Come le difficoltà nell’attuazione della riforma per la sanità pubblica, la crescita del debito (contratto soprattutto per la costruzione di grandi opere infrastrutturali) e la demolizione di ampi quartieri popolari a Nairobi.

Proteste trasversali

«Per me – racconta padre Kizito – la grandissima novità di queste proteste è che non sono più basate sull’etnia, ma su veri argomenti politici, perché i giovani vogliono un cambiamento del regime. Fino alle elezioni del 2022, abbiamo visto scontri, divisioni, chiamate alla piazza, ma tutti basati sul potere di alcune famiglie. Nel 2024, invece, i giovani hanno rifiutato tutto questo, in modo molto chiaro ed esplicito».

È quindi nato un movimento ampio, trasversale alla società keniana, e, per questo, in grado di includere giovani appartenenti a etnie diverse e con orientamenti ideologici differenti. Tutti uniti nella critica a un’élite politica immobile, corrotta e interessata solo ad arricchire se stessa.

La particolarità di queste proteste, però, sta anche nella forza con cui la piazza ha difeso la propria indipendenza, soprattutto quando «gli uomini politici hanno tentato di infiltrarsi nel movimento e, in qualche modo, di cooptarlo nell’opposizione».

«Per la prima volta – sottolinea padre Kizito – i giovani hanno rifiutato in modo esplicito e chiaro tutta l’élite politica, perché basata sul potere e sul controllo dei voti da parte delle solite tre, quattro famiglie». Logiche etniche e clientelari, infatti, sono storicamente gli elementi caratterizzanti della politica keniana, dove il consenso elettorale è determinato più dall’appartenenza a un determinato gruppo etnico o da un rapporto di dipendenza nei confronti di una famiglia dominante, piuttosto che dalla reale agenda politica di uno specifico partito.

An anti riot police officers kicks an unexploded teargas canister in downtown Nairobi on June 25, 2025 during a planned day of protest marking the first anniversary of the storming of the parliament. Marches in Kenya to mark a year since massive anti-government demos turned violent on Wednesday, with two killed and running battles between protesters and police, who flooded Nairobi’s streets with tear gas and sealed off government buildings with barbed wire. (Photo by SIMON MAINA / AFP)

Verso il 2027

Secondo il missionario, i tempi sono maturi per un cambiamento: «Io penso, mi auguro, che le elezioni del 2027 portino a un vero cambiamento. Non è escluso che magari possa restare al potere il presidente attuale. Ma sarà sicuramente controllato da un numero importante di giovani deputati che vorranno poter dire la loro. A tutti i livelli, dalle county (le entità amministrative locali, ndr), fino al Parlamento».

Sono sempre più numerosi, infatti, i giovani provenienti dal movimento di protesta che decidono di candidarsi. C’è chi lo fa a livello locale, chi invece sul piano nazionale. Tutti però sono decisi a portare le istanze che hanno caratterizzato la piazza anche nei palazzi della politica per far sì che il cambiamento sia effettivo e reale. Tuttavia, il fronte della protesta non si è ancora organizzato in un movimento unico: i giovani stanno entrando in politica in modo autonomo e frammentato, senza dare vita a un’organizzazione strutturata.

Proprio l’assenza di una leadership chiara è considerata da molti analisti il principale limite del movimento. Mancando di una struttura solida e unita, infatti, i manifestanti rischiano di non riuscire a portare avanti le loro rivendicazioni in modo coeso ed efficace.

Padre Kizito prosegue: «C’è molta incertezza. Io vivo continuamente in mezzo ai giovani e vedo che non hanno ancora fatto una scelta. Non sono ancora convinti e non si identificano con un leader: credo che ora non ci sia ancora nessuno che rappresenti effettivamente l’agentività (capacità umana di agire intenzionalmente, ndr), l’inquietudine e il desiderio di cambiamento che c’è in questa generazione». Per questo, non è ancora emersa una figura in grado di coagulare intorno a sé il consenso della maggioranza dei giovani.

Senza dimenticare che «c’è molta cautela – sottolinea il religioso – anche perché Ruto stesso si era presentato come il nuovo. Poi però il nuovo si è rivelato subito vecchio e, anzi, più vecchio dei presidenti precedenti». La scelta, dunque, è difficile e, soprattutto, ciò che i giovani vogliono evitare è molto chiaro: nessuna manipolazione del movimento di protesta.

Tra violenza e speranza

L’anno e mezzo che separa il Kenya dalle elezioni sarà lungo e complesso. «Certamente – riflette padre Kizito – vedremo altre proteste. Soprattutto man mano che ci avvicineremo alle elezioni. E potrebbero esserci anche violenze, provocate dalla polizia». Questa, infatti, nei momenti di maggiore tensione, ha spesso mostrato il suo volto più duro, reprimendo i manifestanti e violandone i diritti umani.

«Nei giorni più caldi della protesta – ricorda il religioso – si respirava un clima molto pesante, che si ripresenta anche oggi quando si parla di queste cose». Anche perché le manifestazioni non si sono mai veramente concluse. Semplicemente, sono diventate meno visibili e potrebbero riaccendersi da un momento all’altro. «Tutti sanno bene cosa rischiano nel partecipare al dissenso e sanno che, se la protesta dovesse ricominciare, la repressione sarà violenta, come è stata finora».

Eppure i giovani keniani non si arrendono. A maggior ragione ora che – poco meno di due anni dopo le prime manifestazioni – l’intera Africa è in fermento. «Mi sembra – riflette il comboniano – che stia riemergendo una solidarietà panafricana che credevamo persa da decenni. Questo perché i giovani di altri Paesi stanno capendo sempre di più che, come qui in Kenya sono state superate le fazioni interne, anche a livello continentale è necessario superare le divisioni nazionali».

Aurora Guainazzi

Tanzanian police officers try to disperse protesters amid clashes in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Tanzania. Repressione, avanti tutta

Le elezioni del 29 ottobre 2025 in Tanzania sono state un bagno di sangue. Già il giorno del voto, migliaia di manifestanti hanno riempito le strade delle maggiori città – Arusha, Dodoma, Dar es Salaam – per denunciare i brogli e un risultato già scritto: la riconferma della presidente Samia Suluhu Hassan.

Ci sono voluti cinque giorni alle forze dell’ordine per riprendere il controllo della situazione (si veda MC gennaio-febbraio 2026).

Nonostante il coprifuoco e i blocchi di internet, i manifestanti hanno continuato a organizzarsi, spinti dalla rabbia contro sessant’anni di dominio incontrastato del Chama cha mapinduzi (il partito di Hassan, al potere dall’indipendenza nel 1964), ma anche dal malcontento per la difficile situazione socioeconomica e il mancato rispetto dei diritti umani. Alla loro determinazione, la polizia ha risposto in modo violento e – secondo Amnesty international (Ong per la tutela dei diritti umani) – sproporzionato.

Secondo il Chadema (principale partito di opposizione), i morti sono stati circa 700, soprattutto giovani tra 16 e 25 anni. Conteggi certi sono difficili: molti corpi sono scomparsi dagli obitori, bruciati o sepolti in fosse comuni. Alcuni sono stati restituiti alle famiglie che però hanno dovuto dichiarare che la persona non era deceduta per colpi d’arma da fuoco. Tanti altri sono spariti nel nulla. Almeno 250 persone – tra cui diversi esponenti dell’opposizione – sono state arrestate e accusate di tradimento e cospirazione.

Un mese dopo, in occasione del giorno dell’indipendenza, il 9 dicembre, il governo ha giocato d’anticipo, vietando qualsiasi manifestazione, anche pacifica. Attraverso l’invio in massa di Sms alla popolazione, la polizia ha chiesto ai cittadini di segnalare persone sospettate di organizzare mobilitazioni, contribuendo a creare un clima di controllo e sospetto reciproco.

Ma il malcontento continua a diffondersi. E crescono anche le azioni di solidarietà transnazionale: ad esempio, attivisti keniani e ugandesi erano in Tanzania per il processo dell’oppositore Tundu Lissu – che, accusato di tradimento, rischia la pena di morte – e sono stati a loro volta arrestati e torturati. Tuttavia queste azioni di repressione coordinata dei governi dell’Africa orientale – ad esempio, anche un oppositore ugandese è stato arrestato in modo arbitrario in Kenya – non stanno facendo altro che alimentare il fuoco delle proteste in tutta la regione.

A.G.

Connessione e controllo

Incontro con il professore degli espositi, università di Bologna

L’internet africano ha una sua specificità. La copertura infrastrutturale  è oggi matura. Per molti l’accesso è avvenuto direttamente tramite i social. C’è l’illusione di una democrazia partecipativa. Ma le piattaforme non sono strumenti democratici.

Gli strumenti digitali sono stati centrali sia per organizzare le proteste che per diffondere immagini delle stesse e della repressione. Ma, in generale, l’Africa, negli ultimi anni, sta vedendo una trasformazione digitale significativa, con un impatto su diversi livelli. Ne abbiamo parlato con Piergiorgio Degli Esposti, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna.

A che punto è la diffusione del digitale in Africa?

«Innanzitutto, l’Africa – pur essendo molto diversificata – rappresenta a livello continentale, un’area complessa da coprire. Parlo di copertura tecnica infrastrutturale. Per questo motivo, gran parte della connessione avviene attraverso dispositivi mobili o internet satellitare.

Questo ha comportato, in un primo momento, il classico discorso per cui il cosiddetto digital divide (il divario digitale) si legava a un aspetto specifico, quello infrastrutturale. Nel momento in cui questo elemento di divario viene meno – per la diffusione massiccia della copertura satellitare via Starlink o delle reti telefoniche attraverso smartphone – allora esplode la “rivoluzione digitale africana”.

La sua caratteristica principale è essere legata al modello di internet mobile piuttosto che a quello fisso. In particolare, Cina e Stati Uniti sono le due potenze che si stanno contendendo il mercato africano. Anche la Russia, attraverso Yandex, in alcune zone è particolarmente significativa. Però, chi sta investendo a livello infrastrutturale sono soprattutto questi due Paesi. Parlo prima di tutto di questo aspetto perché senza di esso non è possibile in nessun modo sviluppare un mercato di internet e una vera e propria economia digitale.

Successivamente, si è trovata la soluzione per eliminare il divario digitale strutturale e da quel momento sono fioriti tutta una serie di fenomeni culturali e pratiche di uso delle piattaforme e degli strumenti digitali. L’internet africano ha una sua specificità, legata all’internet in mobilità. Quasi a dire che il cosiddetto periodo dell’“internet seduto” non sia mai esistito in Africa, perché sono direttamente arrivati i dispositivi mobili e una serie di dispositivi dedicati al social networking.

Ora non parliamo più di divario infrastrutturale, ma di divario culturale che si manifesta quando si adotta una tecnologia – che è già in qualche modo matura, ma è nuova per quello specifico contesto – e le pratiche e le modalità di uso che si sviluppano sono specifiche di quello stesso contesto. Ad esempio, specificità africane sono l’uso degli strumenti digitali nelle proteste, ma anche da parte degli influencer religiosi.

Dall’altra parte, c’è un problema che anche l’Occidente sta affrontando. Cioè l’utilizzo di questi dispositivi come mezzo di controllo. C’è il classico controllo top down, ovvero quello della piattaforma che controlla gli utenti, sia per fini commerciali, sia con obiettivi di profilazione dell’utente: i colossi del web, che mettono a disposizione i loro servizi, letteralmente profilano gli utenti sotto molteplici punti di vista. Da una parte è una sorveglianza del soft power commerciale, finalizzata a vendere i prodotti, ma dall’altro la profilazione può avvenire anche per fini di controllo politico.

Aggiungerei che esiste il doppio sfruttamento dell’utente: gli strumenti digitali permettono a chiunque di fare divulgazione scientifica, informazione, diffondere cultura. La rete, quindi, ci trasforma in consumatori di informazioni, perché consumiamo ciò che navighiamo, però, allo stesso tempo produciamo ciò che navighiamo. C’è questa duplicità di ruolo che in altri fenomeni sociali e mediatici non si è mai verificata».

Il simbolo per eccellenza del digitale in Africa è lo smartphone. Potremmo attribuirgli sia un significato concreto che simbolico?

«Un antropologo inglese, David Miller, dice che in molte culture lo smartphone ha sostituito – o rinnovato – il concetto di casa. Miller ha studiato la diffusione di internet in India e ha visto che lo smartphone unisce il discorso pubblico e privato in un unico strumento. Lo smartphone è un contenitore di ricordi, relazioni, foto, che permette di tenere un contatto con la cerchia degli affetti. Ma è anche strumento di pagamento, facilita i rapporti con la burocrazia, mostra le nostre informazioni – ad esempio quelle medico-sanitarie -, permette di informarci e divertirci.

Attraverso lo smartphone facciamo anche attivismo e partecipiamo alla vita politica, perché abbiamo l’illusione della democrazia partecipativa, che ci viene indotta dai social network. Ovvero, io metto la stellina, il cuoricino, il pollice alto e sostengo una causa, un’idea o un candidato. Questo fenomeno ha il nome di slacktivism, ovvero attivismo da poltrona.

È una realtà ibrida. Dove ibrida significa fatta di tutto ciò che succede nelle strade e nelle piazze, ma anche di ciò che accade negli spazi digitali. Si contaminano a vicenda: non esiste più l’idea del “vivere online” e del “vivere offline”. Esiste il mondo ibrido della realtà aumentata (non in maniera tecnica, ma teorica): quello che succede nel mondo fisico viene aumentato da quello che accade nel mondo digitale.

Ad esempio, se ci si trova a essere testimoni di un fatto, con uno smartphone si può riportare in diretta quello che succede, rendendo questo dispositivo digitale anche uno strumento di difesa di fronte agli abusi della polizia. Nei confronti dell’Ice negli Stati Uniti, infatti, tutti gli attivisti usano lo smartphone come body cam per riportare quello che sta succedendo, ma anche come strumento di sicurezza passiva».

Anche nel corso delle attuali manifestazioni in Africa subsahariana, lo smartphone e i social network sono fondamentali. C’è stata un’evoluzione nel loro utilizzo rispetto a proteste precedenti?

«In questo momento, gli smartphone e soprattutto le piattaforme di social networking giocano un ruolo un po’ più subdolo. Danno l’impressione di dare alle popolazioni uno strumento aperto, libero e democratico, ma in realtà non appartengono alle piazze. Sono piuttosto delle piramidi, in cui la logica del potere è perfettamente definibile e visibile.

Le piattaforme possono decidere come accelerare o decelerare il flusso dell’informazione in una determinata zona e ottenere un effetto visibilità che attiva e mobilita le persone. È successo in Myanmar, con le elezioni negli Stati Uniti, con la guerra in Ucraina e con la situazione palestinese. Sono solo apparentemente uno strumento democratico. In realtà, hanno l’obiettivo del profitto e manipolano le masse: spesso vogliono ricavare guadagni e vantaggio politico, rendendo determinate situazioni il più possibile visibili. Io credo che sia un pericolo della cui portata nemmeno l’Occidente è consapevole. Neanche in Africa esiste questo tipo di consapevolezza.

Queste piattaforme attuano una politica di soft power, ma anche di hard power che sta letteralmente scompaginando equilibri e logiche politiche. Oggi, non sono più il carisma, la proposta di un certo politico o una determinata istanza, il principale fattore di successo della protesta o dell’istanza stessa, ma è la visibilità che la piattaforma decide di dare.

Appunto, durante la Primavera araba – che è stata il primo momento in cui la società globale si è accorta dell’Africa digitale – le piattaforme digitali – Twitter (oggi X), Facebook, Instagram – hanno fatto in modo che gli attivisti in loco entrassero in contatto con quelli negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sviluppando un’agenda comunicativa per uno specifico obiettivo politico. Gli strumenti digitali sono stati controllati politicamente per incendiare le proteste e ottenere la loro efficacia. Poi, però, quando non sono più stati resi disponibili in questo modo, non c’è stata più la primavera, ma l’inverno arabo».

Oltre al controllo sui social media esercitato dalle piattaforme, in molti Paesi africani c’è anche quello degli Stati.

«C’è sempre un accordo tra i politici locali e il Ceo della piattaforma o il rappresentante dell’area territoriale della piattaforma.

Faccio un esempio naturale: in Italia, digitiamo su Google la parola “Tibet” e otteniamo determinati risultati. Andiamo a Pechino o a Shanghai, qui Google non c’è, ma si usa Baidu. Se digitiamo sempre questa parola otteniamo un decimo di quei risultati perché la piattaforma ha fatto un accordo con il governo cinese. Questo fa parte del cosiddetto Great firewall (sistema di censura e sorveglianza interno alla Cina, ndr). Un tipo di protezione che può essere fatto  in qualsiasi altro Paese, Italia compresa.

D’altra parte, molte guerre oggi si combattono sui campi di battaglia, ma anche con l’oscuramento di siti, con la diffusione di informazioni create appositamente per creare odio sociale nei confronti di un determinato gruppo etnico, piuttosto che di una determinata idea politica».

Aurora Guainazzi

Students and activists hold placards and chant slogans during a demonstration demanding an end to police blunders and bring justice to the victims in Dakar on February 21, 2026. Students and pupils organizations, as well as activists, marched in Dakar on Saturday to “demand an end to police blunders and bring justice to the victims,” following the death of a student during a police operation at a university in the capital in early February. Abdoulaye Ba, a second-year medical student, died on February 9 on the campus of Cheikh Anta Diop University (UCAD) during a police operation, after several days of demonstrations and clashes between police and students protesting a reform of scholarship payments and demanding the settlement of arrears. (Photo by PATRICK MEINHARDT / AFP)

Senegal. Riaffermare il valore della democrazia

In Senegal, gli ultimi anni della presidenza di Macky Sall (2012-2024) sono stati scanditi da strade piene di manifestanti, proteste e repressione.

Nel 2021, ci sono state le prime insurrezioni causate dal tentativo di Sall di candidarsi per un terzo mandato, incostituzionale, a cui ha poi rinunciato, decidendo di sostenere un’altra figura del suo partito.

Ma il malcontento alimentato ulteriormente dal tentativo di Sall di violare la Costituzione, serpeggiava già tra la popolazione, soprattutto quella più giovane, a causa delle difficoltà socioeconomiche. Infatti, sebbene durante la presidenza di Sall ci siano stati investimenti sul piano infrastrutturale e lo sviluppo di progetti estrattivi, per il grosso della popolazione non era cambiato nulla. Anzi, erano cresciuti i livelli di povertà, il costo della vita e la disoccupazione.

A catalizzare il diffuso malcontento è stata la figura di Ousmane Sonko, allora sindaco di Ziguinchor (capoluogo della regione meridionale della Casamance). La sua crescente popolarità è diventata sempre più una minaccia per Sall. A tal punto che il presidente uscente ha deciso di impedirgli di partecipare al voto del 2024, accusandolo di diversi reati e sfruttando la norma che impedisce la candidatura a chi sta scontando condanne.

Dopo l’arresto e, ancor più, dopo la condanna di Sonko (avvenuta per «corruzione dei giovani»), i senegalesi hanno riempito le strade delle maggiori città del Paese. Le proteste sono durate settimane, tra la primavera e l’estate del 2023, e sono state represse dalle forze dell’ordine (Amnesty international ha contato almeno 23 morti, di cui tre bambini, 390 feriti e 500 arresti). Internet è stata bloccata e l’accesso ai social network interdetto. Il segnale dell’emittente indipendente Walf Tv e il suo canale YouTube sono stati interrotti.

Poi, alla fine, è tornata la calma. Ma solo apparentemente. Escluso Sonko, il suo partito, il Pastef, ha deciso di candidare il suo delfino, Bassirou Diomaye Faye, che – pur avendo diverse accuse a proprio carico e trovandosi in carcere – non era ancora stato condannato. Il nuovo candidato del Pastef ha rapidamente guadagnato consenso, sulla scia della popolarità di Sonko.

E così, il 3 febbraio 2024, è diventato uno dei giorni più bui della democrazia senegalese: le elezioni previste di lì a qualche giorno sono state posticipate con una decisione unilaterale di Sall. Ancora una volta, il Senegal è insorto. Per giorni, la repressione è stata violenta e le organizzazioni per i diritti umani hanno contato decine di cadaveri.

Ma alla fine, la Corte costituzionale – riaffermando l’indipendenza del potere giudiziario e dando un’immagine di solidità delle istituzioni – ha imposto a Sall di tenere le elezioni entro la scadenza del mandato.

Il voto si è tramutato in una pioggia di consensi per Faye, sancendo il successo dei quattro anni di proteste dei giovani senegalesi, scesi in piazza per difendere le istituzioni democratiche e la libertà di manifestazione del dissenso.

A.G.

A protester aims a rock at a Mozambique soldier as he attempts to disperse protesters as they clash with Mozambican riot police in Maputo on November 27, 2024. Fresh anti-government protests erupted in Mozambique on November 27, 2024 after a police vehicle mowed down a woman at a demonstration in the capital for the opposition leader disputing October elections in a deadly weeks-long standoff.
AFP reporters at the scene said protestors hurled stones at security forces who fired bullets and tear gas as clashes broke out after the woman was struck while standing behind a large banner of opposition leader Venancio Mondlane. (Photo by ALFREDO ZUNIGA / AFP)

Mozambico. Un paese «congelato»

La morte del rapper Azagaia nel 2023 ha fatto nascere un movimento di giovani basato sulle reti sociali. L’aumento della povertà e la nascita di nuovi leader hanno portato alle contestazioni delle elezioni. Ma il regime non è cambiato. Per ora.

Le elezioni di ottobre 2024 in Mozambico sono state vinte da Daniel Chapo, candidato del partito di maggioranza, il Frelimo, al potere dall’indipendenza (1975). I conteggi paralleli però hanno attribuito la vittoria al leader dell’opposizione, Venâncio Mondlane. A quel punto, sono scoppiate proteste in tutto il Paese. Ne abbiamo parlato con Luca Bussotti, sociologo e professore dell’Università tecnica del Mozambico a Maputo, nonché professore visitante presso l’Università Federale di Espírito Santo (Brasile) e con varie esperienze anche in Italia e Portogallo.

Perché le proteste sono scoppiate proprio in quel momento e quanto ha influito la figura di Mondlane?

«Faccio una premessa. In passato, ci sono già state proteste politiche post-elettorali. Nel 1999, la situazione era molto simile: probabilmente il candidato della Renamo (a lungo il principale partito di opposizione, ndr), Afonso Dhlakama, aveva vinto le presidenziali e le proteste sono state represse. Dopo, ci sono stati altri momenti di tensione, come le elezioni del 2014. Poi, arriviamo alle proteste del 2024-2025 che, probabilmente sì, sono le manifestazioni più significative.

Questo perché il Frelimo si è dovuto confrontare con un’opposizione nuova, rappresentata da Mondlane. La morte del rapper Azagaia (noto per le sue posizioni antigovernative, ndr) il 9 marzo del 2023 è stata il punto di svolta perché si è formato un movimento, una rete informale, che inneggiava alle sue parole e ai suoi testi. L’espressione chiave è stata “Potere al popolo” (Povo no poder, in portoghese, nda), tratta da una canzone del 2008 dello stesso Azagaia.

Mondlane ha capito che doveva puntare lì per un risultato elettorale significativo. Quindi è emerso come leader di questo movimento, formato per il 90% da giovani, che usano perfettamente le reti sociali.

Tutto questo – insieme ai dieci anni di disastro del governo di Filipe Nyusi (2014-2024) – ha fatto sì che la marea montasse e dimostrasse effettivamente che le elezioni erano state fraudolente.

Se questo viene associato al desiderio di cambiamento politico emerso alle amministrative del 2023 (dove Mondlane probabilmente aveva vinto come sindaco di Maputo, ma non era passato a causa di brogli), ecco spiegato l’emergere di queste manifestazioni».

A protestare sono stati soprattutto i giovani. Come mai sono stati loro a mobilitarsi più di altri settori della società e perché proprio in questo momento?

«C’è stata una serie di fattori. Innanzitutto, il fatto che i livelli di povertà siano cresciuti: dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica dicono che negli ultimi dieci anni la povertà in Mozambico è aumentata dell’80%. Oggi, circa il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Il secondo elemento sono le politiche dell’Occidente, che è sempre stato complice silente dei brogli del Frelimo, ma allo stesso tempo ha dato borse di studio ai giovani mozambicani perché studiassero all’estero. Questi, conoscendo altri contesti, sono poi tornati in patria con una maggiore coscienza civile. Pur essendo un numero molto piccolo della popolazione totale, sono significativi come massa critica. Senza contare tutti quelli che stanno studiando in Mozambico.

Poi c’è stata l’esplosione delle reti sociali e l’emergere di nuovi leader, come Mondlane».

Mappa con evidenziati i Paesi che hanno visto manifestazioni di piazza negli ultimi due anni.
Gli strumenti digitali sono stati usati per mobilitarsi e diffondere video delle proteste e della repressione. Anche Mondlane se ne è servito per incitare dall’estero la prosecuzione delle manifestazioni. Quanto sono stati centrali?

«Molti partiti “della liberazione” – quelli che hanno condotto le lotte di liberazione contro il dominio coloniale – formalmente hanno adottato un sistema democratico, ma in realtà sono rimasti autoritari, con la mentalità del partito unico. Non riescono a leggere le evoluzioni sociali e non sono in grado di rapportarsi con le nuove opposizioni.

L’uso delle reti sociali causa loro molte difficoltà perché erano abituati ad avere il monopolio di stampa e televisione, salvo alcune reti private. Non hanno gli strumenti per confrontarsi in modo aperto e democratico con questi giovani e i loro leader che sanno usare le reti sociali.

L’unica risposta che hanno è la repressione in piazza, fisica. Oltre alla repressione delle reti sociali, cioè il loro controllo, arrivando a una misura estrema come la sospensione di internet. A dicembre, ad esempio, è stato approvato un provvedimento che autorizza il governo a bloccare internet in caso di problemi di ordine pubblico, lasciando totale arbitrarietà all’esecutivo di chiedere ai vari operatori di interrompere la connessione quando, ad esempio, ci sono manifestazioni.

Le reti sociali da un lato sono una chiave per accentuare la crisi di questi regimi, dall’altro sono un campo di battaglia che si svilupperà ancora di più nei prossimi mesi».

Alla fine, le proteste non hanno ottenuto un cambio di regime. Cosa hanno lasciato tra la popolazione mozambicana?

«Il Mozambico in questo momento è congelato. Non è cambiato il risentimento, ma naturalmente non si possono fare proteste continue. La popolazione sta aspettando il prossimo biennio elettorale 2028-2029. Ma la protesta può esplodere in qualsiasi momento. Se, ad esempio, il governo dovesse andare avanti col processo a Mondlane, lui venisse condannato e poi gli venisse concesso l’indulto (che non gli permetterebbe di correre alle presidenziali del 2029), lo scenario sarà anche peggiore di quello che abbiamo visto finora. È una situazione esplosiva».

Aurora Guainazzi

Hanno firmato il dossier

  • Aurora Guainazzi giornalista, si occupa di Africa subsahariana. La sua attenzione si rivolge in particolare alle dinamiche economiche, sociali e politiche. Ha curato il libro «Il grande gioco delle risorse. I minerali del futuro e la maledizione ecologica», edito Edifir, 2023.
  • A cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
A protester holds a placard during a picket where about 50 Tanzanians living in Cape Town protested against the recent actions by the Tanzanian government during their presidential election, outside the South African Parliament in Cape Town on November 5, 2025. Tanzanian President Samia Suluhu Hassan won the October 29, 2025 poll with 98 percent of the vote, according to the electoral commission, but the opposition has branded the election a “sham”.
A total internet blackout and transport shutdown, in place since protests broke out on election day, have been partially eased, but verifying information out of the east African country remains difficult. (Photo by RODGER BOSCH / AFP)



Mondo. Gli altri costi della guerra

Domenica 8 marzo gli abitanti di Teheran si sono svegliati sotto una pioggia insolita: dopo il suo passaggio i muri delle case erano sporchi di nero. Stava piovendo petrolio. Perché la guerra distrugge vite e città, ma distrugge anche l’ambiente.
Il petrolio è uno dei protagonisti del conflitto con l’Iran. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo i bombardamenti dell’alleanza Usa-Israele hanno fatto esplodere tre depositi di carburante e una raffineria di Teheran. «Non vedo il sole, c’è un orribile fumo nero» ha raccontanto una donna alla Bbc mentre l’odore di fumo invadeva la città e le particelle degli oli parzialmente bruciati iniziavano a riversarsi sui tetti con la pioggia. La Mezzaluna rossa ha avvertito la popolazione di stare al riparo per proteggersi dalle ustioni chimiche alla pelle e dai gravi danni ai polmoni che l’esposizione avrebbe potuto causare.
Questo è forse il caso più eclatante di come questa guerra, e tutte le guerre, siano estremamente pericolose per l’ambiente, in quanto innescano una serie di danni le cui conseguenze sugli ecosistemi e sulla salute delle persone che li abitano potrebbero protrarsi per anni.

Contaminazioni
L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le esternalità di queste esplosioni rischiano di contaminare le falde acquifere, l’aria e il cibo della regione, con severe ripercussioni sulla salute delle persone, soprattutto di soggetti fragili e bambini.
C’è, poi, la bomba a orologeria dello stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio globale che l’Iran ha strategicamente bloccato: attacchi a diverse navi cargo e il possibile dispiegamento di mine navali stanno trasformando l’area in uno dei punti più critici della crisi.
Da quella stretta striscia di acqua passa un quinto del petrolio mondiale, oltre che enormi quantità di merci. I primi a pagarne il prezzo sono sicuramente i paesi del Golfo ma i conseguenti aumenti di prezzo del carburante e di altre merci hanno già colpito il mondo intero.
Le navi bloccate e in attesa consumano enormi quantità di carburante, inquinando soprattutto l’area circostante, ma il pericolo maggiore è dato dalla possibilità di esplosione di una delle ormai diverse centinaia di petroliere che stazionano nell’area.

L’industria della guerra
Le scene tragiche a cui assistiamo sempre più spesso non devono farci dimenticare che quella della guerra è una delle industrie più impattanti sull’ambiente. I danni creati non sono sempre evidenti e dietro le piogge acide di Teheran si nasconde un sistema che è, per sua natura, una delle principali fonti di inquinamento globale, anche quando non si combatte. Si stima infatti che gli apparati militari siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra nel mondo: dalla produzione di armamenti alla manutenzione di equipaggiamenti, basi e infrastrutture, fino alle esercitazioni. Si tratta di attività altamente inquinanti, fondate sull’impiego intensivo di materie prime ad alto impatto ambientale, e che con gli aumenti di spese militari decisi dalla Nato potranno solo aumentare. Il solo Dipartimento della guerra degli Stati Uniti, come è stato recentemente rinominato dall’amministrazione Trump, è l’organizzazione che consuma più combustibili fossili in assoluto a livello globale, con un fabbisogno comparabile all’intera Finlandia.

La storia ci dimostra che i danni ambientali delle guerre possono durare per generazioni. Ad esempio, durante la guerra in Vietnam, le forze statunitensi hanno cosparso circa 2,9 milioni di ettari di terreno con 80 milioni di litri di diserbanti. Le tracce di diossine nel suolo, nell’acqua e nella catena alimentare sono rimaste per decenni. Allo stesso modo, dopo la guerra in Iraq sono stati lanciati preoccupanti allarmi sui danni di lungo periodo che gli scarti bellici, tra cui le contaminazioni da uranio impoverito, avrebbero potuto arrecare all’ambiente e alla salute della popolazione. Anche a Gaza e in Ucraina le situazioni risultano analoghe, a conferma del fatto che la distruzione causata dalla guerra non termina con un cessate il fuoco.

Risorse arma strategica
La guerra consuma enormi risorse per il proprio sostentamento e distrugge interi ecosistemi con danni di lungo periodo. Le materie prime fossili sono esse stesse tra le principali motivazioni che innescano i conflitti, a volte dichiarate apertamente, ma spesso lasciate come un chiaro non detto. A questi, negli ultimi anni, si aggiungono sempre più spesso i minerali e le terre rare, indispensabili per lo sviluppo tecnologico. Il controllo di queste risorse è sempre stato uno dei principali determinanti degli equilibri di potere globali, causa dell’assoggettamento di intere nazioni e miccia che ha dato il via a molteplici conflitti. Oltre a rappresentare un obiettivo dei conflitti, queste risorse costituiscono anche una potente arma strategica: il blocco dello stretto di Hormuz è probabilmente la mossa che più ha messo in crisi Trump.
Non solo i carburanti: anche i fertilizzanti industriali da cui dipende l’industria agroalimentare globale hanno spesso origine fossile e per questi lo stretto di Hormuz è uno snodo fondamentale. Attraverso questo passaggio transita il 54% dei fertilizzanti di cui ha bisogno il Sudan e circa un terzo di quelli destinati alle colture di Sri Lanka, Tanzania e Australia. Questo si ripercuote sull’accesso al cibo di intere popolazioni e, in un secondo momento, sui prezzi dei generi alimentari a livello globale.

Per una transizione giusta
Tutto questo ci dimostra quanto le nostre società siano ancora strettamente legate al fossile. Siamo ancora dipendenti da un ristretto numero di risorse, altamente inquinanti, e controllate spesso da Stati altamente instabili. La transizione ecologica non rappresenta quindi solo una necessaria risposta ai danni ambientali delle attività umane, ma anche l’unico modo per garantire una vera libertà e indipendenza alimentare, energetica ed economica. La situazione che affrontiamo oggi mostra quanto le risorse fossili non siano solo un problema ambientale, ma una chiave fondamentale delle guerre e delle ingiustizie globali. Una transizione giusta è quindi un passo fondamentale verso un mondo di pace e giustizia.

Mattia Gisola




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Grazie

Volevo estendere a tutti i collaboratori della rivista Missioni Consolata la mia gratitudine per il vostro giornale la cui lettura mi rasserena specie nei momenti bui del vivere quotidiano.
Mi piace molto la rubrica lettori e missionari in dialogo: mi raccomando spesso a loro nelle preghiere e ne ottengo aiuto e conforto.
Ad esempio, la figura di padre Luigi Brambilla mi ha particolarmente colpito per la sua semplicità nel fare il bene.
Auguro a tutti voi serene feste e ancora un grazie di cuore.

Mirella De Gregorio | 14/12/2025, email

No al pessimismo

Egregio Direttore,
sono un uomo di novant’anni, piemontese, vado a messa nella chiesa dei latinos in via Nizza. Gente favolosa: la chiesa non è mai stata così bella, sono sereni, generosi, una gioia per una città un po’ triste come Torino.

Volevo dire del suo editoriale di dicembre: tutto verissimo, tutto documentatissimo, ma tutto di un gran pessimismo, quasi una disperazione per questo mondo.
Secondo me dovrebbe fare un editoriale da aggiungere a questo, nel quale racconti le cose belle, perché il mondo è pieno di cose belle. […]

Se questa mattina mangiamo pane e latte è perché un contadino ha seminato il grano, un mugnaio l’ha macinato, un panettiere ha fatto il pane; poi un contadino ha allevato una mucca, l’ha munta e il suo latte è arrivato a noi.

Proprio voi sacerdoti che passate la vita a fare il bene, dovete parlare anche del bene. La nascita di Gesù è una cosa bellissima, una festa, e le garantisco che troverebbe un posto dove nascere. […]

Ho incontrato un vescovo palestinese a una riunione e gli ho chiesto che cosa posso fare io per il bene del mondo e lui mi ha chiesto: lei lavora? Gli ho detto di sì e lui mi ha risposto: faccia bene il suo lavoro. E nel mondo ci sono milioni di persone che fanno bene il loro lavoro. Ci sono milioni di mamme e di papà che sono attenti ai figli, li vestono, li curano, semplicemente gli vogliono bene. E ci sono milioni di uomini e donne che si vogliono bene, che vivono l’uno per l’altra. […]

I vostri missionari passano la vita a fare il bene, ho anche alcuni amici che quando possono vanno nelle missioni ad aiutare. Ho un amico meccanico che va ad aggiustare tutto quello che è aggiustabile e mi ha raccontato che in Eritrea, credo, un ospedale aveva cinque culle termiche per neonati che non funzionavano, cinque su sei, e lui ha scoperto che erano intasati i filtri e li ha aggiustati tutti.

Anni fa sono stato in Brasile da don Pigi Bernareggi, che aveva costruito (nella periferia e nelle favelas di Belo Horizonte, ndr) nove scuole, con nove asili e centinaia di bimbi felici che sta

vano più volentieri lì che a casa. C’era una gioia, una bellezza, una dolcezza in quelle persone che accudivano i figli, quasi tutte povere donne con prole e senza mariti, eppure c’era veramente gioia.

Fa un po’ ridere un editoriale come il suo per chi deve sposarsi e che deve fare figli. I figli non si fanno per dovere di patria, ma per amore, solo per amore, e neanche quando vuoi tu. Per me ogni figlio è una grazia mandata da Dio, il modo e il come non lo so e non me lo chiedo, ma quando arriva un figlio si ringrazia. Per favore, siate un po’ ottimisti. Tanto il sole è da qualche migliaio di anni che si alza al mattino e tramonta la sera.

Nel mondo ci sono sempre stati i buoni e i cattivi e chi porta avanti il mondo sono i buoni, i cattivi con le loro cattiverie finiscono quasi sempre male, ha mai visto un cattivo vivere bene?

Sono andato ieri a trovare un mio amico all’ospedale; era molto malato ma sereno, e così invece di mettermi a piangere con lui, l’ho fatto ridere per mezz’ora ricordando le varie cretinate fatte da giovani, e non credo di avergli fatto del male facendolo ridere.

Ernesto Mascarotto | lettera manoscritta, dicembre 2025

È stata per me una sorpresa ricevere questa lunga lettera manoscritta con cura, quattro dense facciate. Chiedo perdono per le parti che ho dovuto tagliare.
Mi permetto di dire che non era mia intenzione essere pessimista. Forse un po’ provocatorio, sì, specialmente nei confronti del nostro mondo «ricco».

Se davvero fossi pessimista di fronte alla realtà in cui viviamo, non avrei scritto quelle cose. Le ho scritte perché credo davvero che ci sono tantissime persone, credenti e non, che amano la vita, che pagano di persona per un mondo bello, giusto, fraterno e in pace. E lo fanno con gesti semplici, quotidiani, che non fanno notizia.

Persone che (come ho scritto nella conclusione) sono ancora capaci di «offrire un’accogliente mangiatoia a chi bussa alla nostra porta, un piccolo gesto di amore che, come una piccola luce, rompe il buio della notte».

Grazie signor Ernesto per la sua lettera appassionata e piena di ottimismo, e soprattutto per la sua giovinezza di cuore.

PREMI NOBEL

Anche quest’anno, così come negli anni precedenti, ho avuto l’invito di partecipare il 10 dicembre alla cerimonia dei Premi Nobel a Stoccolma, capitale che mi ha accolto con il suo fascino nordico invernale. La città era avvolta in un freddo pungente, ma il cielo terso eluminoso rendeva l’atmosfera magica. Camminando per le strade del centro, tra i palazzi storici e i negozi addobbati, si respirava un’aria di festa e solennità. L’unica nota di rammarico era l’assenza della neve, che avrebbe reso il paesaggio ancora più fiabesco, anche se la bellezza della capitale svedese non ne risultava minimamente intaccata.

Nei giorni precedenti la cerimonia, sono stato seguito da una tutor che mi ha istruito meticolosamente sull’etichetta da osservare. In un evento di tale portata, ogni gesto, ogni parola e ogni comportamento sono importanti, specialmente quando si è in presenza della famiglia reale svedese.

Il protocollo è rigoroso e il rispetto delle convenzioni non è una semplice formalità, ma un modo per onorare la solennità dell’occasione e chi la rappresenta.

La tutor mi ha accompagnato anche alla scoperta di Stoccolma. Insieme abbiamo visitato il Museo del Premio Nobel, dove la storia di questo prestigioso riconoscimento prende vita attraverso documenti, oggetti personali dei laureati e installazioni interattive.

Sapendo che provengo dal Giappone, ha voluto mostrarmi anche il piccolo ma affascinante Museo dell’Estremo Oriente, dove ho potuto ammirare collezioni di arte e artefatti che mi hanno fatto sentire un po’ più vicino a casa. Non è mancata la visita al Museo Nazionale, con le sue straordinarie collezioni d’arte che testimoniano la ricchezza culturale della Svezia e un incontro assieme ai Premi Nobel per la fisica con relativa conferenza.

Oltre alle visite culturali, ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni incontri con scuole e università. Questi momenti di dialogo con studenti e docenti sono stati particolarmente stimolanti: ho potuto condividere esperienze, rispondere a domande e ascoltare le prospettive delle nuove generazioni. È stato bello vedere l’entusiasmo e la curiosità dei giovani verso la scienza, la cultura e l’impegno per un futuro migliore.

La giornata della cerimonia è iniziata con una preparazione meticolosa. L’evento richiede un dress code formale e rigoroso: smoking per gli uomini, abito lungo per le donne. Ogni dettaglio conta in un’occasione così importante, che celebra le menti più brillanti del nostro tempo nei campi della fisica, chimica, medicina, letteratura ed economia.

La Concert Hall di Stoccolma, dove si svolge la cerimonia, è un edificio maestoso che incute rispetto. Varcarne la soglia significa entrare in un luogo dove la storia si fa ogni anno, dove il genio umano viene riconosciuto e celebrato. Le colonne di marmo, i lampadari di cristallo e l’acustica perfetta creano un’atmosfera solenne e allo stesso tempo accogliente.

Durante la cerimonia, ho assistito alla consegna delle medaglie e dei diplomi da parte del Re di Svezia. Vedere i laureati salire sul palco, con i loro volti che esprimevano emozione, umiltà e fierezza, è stato profondamente toccante. Ascoltare le motivazioni dei premi, comprendere l’impatto che le loro scoperte e il loro lavoro avranno sull’umanità, mi ha fatto riflettere sulla grandezza del pensiero umano e sulla sua capacità di trasformare il mondo.

Il tradizionale banchetto che segue la cerimonia, presso il municipio di Stoccolma, è un evento spettacolare. Più di mille invitati, tavole imbandite con eleganza, piatti della tradizione svedese serviti con precisione coreografica.

La conversazione con gli altri ospiti, provenienti da tutto il mondo, ha arricchito ulteriormente l’esperienza, creando un ponte tra culture, discipline e prospettive diverse.

I Premi Nobel non sono solo una celebrazione di risultati individuali, ma un messaggio di speranza: che l’eccellenza esiste, che il merito viene riconosciuto e che il sapere può davvero cambiare il mondo.

Piergiorgio Pescali, | 11/12/2025, da Stoccolma

Anche tu sei importante

Chissà perché stanotte, 20 novembre 2025, in Tanzania, ho sognato Ersilia.
Incontrai Ersilia anni fa in un villaggio brasiliano, a 30 chilometri da Manaus, sulle rive del Rio delle Amazzoni che avanzava maestoso, battagliero e trionfante come si addice al re dei fiumi.

«Sono nata in una famiglia facoltosa di proprietari terrieri. Ma un giorno mi trovai lebbrosa». Incominciò così Ersilia a raccontarmi la sua storia.
Aveva 14 anni Ersilia, intelligente quanto bella, quando le diagnosticarono il morbo di Hansen. I genitori tentarono di incoraggiare la figlia dicendo: «Forse i medici si sono sbagliati».
No, la diagnosi era esatta. Ersilia era davvero lebbrosa.

Iniziò il calvario della ragazza. Innanzitutto, il repentino voltafaccia dei genitori, e il rifiuto sadico della loro figlia. «Tu non sei più Ersilia – la bollarono -. Tu sei una cagna immonda. Chissà quali orrendi peccati hai commesso! Così Dio ti ha castigata. Vattene da casa nostra!».
Ersilia se ne andò. Vagò per ore e ore lungo il Rio delle Amazzoni, implorando soccorso. Ma anche il grande fiume era sordo al suo dolore.

Giunta la sera, bussò a una porta che si aprì. Comparve una suora missionaria, che gestiva un centro medico. Ersilia vi trovò lavoro. Ma le parole «tu sei una cagna immonda, Dio ti ha castigata» le martellavano le tempie senza sosta. Finché decise di farla finita.

Un mattino la ragazza afferrò una bottiglia di acido solforico e la portò alla bocca. Ma qualcuno alle spalle gridò: «Ersilia, non lo fare!». La ragazza si voltò: nessuno.
La ragazza riprese la bottiglia. Di nuovo la voce imperiosa: «Ersilia, non lo fare». E non c’era anima viva. Per la terza volta la ragazza si aggrappò alla bottiglia di acido solforico. La voce misteriosa ritornò: «Ersilia, non lo fare, perché anche tu sei importante».

Ersilia crebbe lebbrosa. Fu violentata da uomini diversi. Rimase incinta tre volte partorendo tre bimbi, che le furono subito sottratti e non rivide più, perché era «una cagna immonda».
Ersilia raccontava la sua storia e la rendeva viva con ampi gesti delle mani quasi consunte dalla lebbra e con sguardi intensi.

«Amico, vedi questo fiume? Ho versato tante lacrime da far esondare il Rio delle Amazzoni. Ma non serve piangere. Serve credere che anche una lebbrosa è importante».
Ersilia divenne catechista in una comunità di lebbrosi.

Un Vangelo di Natale recita: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14). Parole sconvolgenti, perché il Verbo fatto carne è Gesù, venuto a vivere con noi, affaticato come noi, rinnegato da Pietro, venduto da Giuda, crocifisso fra due delinquenti. Una notte, provato dal terrore, sudò persino sangue.

Ma è il Salvatore, l’unico nostro salvatore. E fa dire a Ersilia lebbrosa: «I moncherini dei piedi mi consentono solo di strisciare come un verme, non di camminare. Ma anch’io sono importante».

Allora il Rio delle Amazzoni intona una commovente canzone; «Sei amato, sei importante, Gesù è con te».

padre Francesco Bernardi | 12/12/2025, Dar es Salaam, Tanzania

Rimboccare le maniche

Spettabile padre Gigi,
con ammirazione per il vostro lavoro invio queste poche riflessioni.

I Re Magi, cioè i rappresentanti delle grandi religioni di allora, i sapienti del tempo si prostrarono davanti a Gesù Bambino e concordi lo adorarono offrendogli oro incenso e mirra.

Un salvatore atteso da tutti i popoli per cui i Re Magi grandi studiosi delle stelle e  capi religiosi si mettono in cammino alla ricerca di questo bimbo annunziato dai profeti. Lo trovano in Gesù Bambino, nella sua semplicità, umiltà, accordo fra tutte le religioni e salvezza per tutte le genti se lo accogliamo e mettiamo in pratica il suo grande messaggio. Non ha fatto tutto lui relegandoci a essere solo spettatori passivi ma è venuto ad aiutarci, se vogliamo. Ci ha resi partecipi attivi, non ci ha tolto la gioia di fare noi il bene, di collaborare attivamente con lui.

C’è molto ancora da fare per sconfiggere il male ma Gesù ci dice che, se osserviamo i suoi insegnamenti, faremo trionfare il bene. Ci invita a fare noi, a rimboccarci le maniche, a mettere in pratica le sue parole, accettando il suo aiuto se no da soli non sappiamo bene qual’è la verità. Cordiali Saluti

E.B. | 03/01/2025, via email

Dalla Faraja House

Carissimi amici,
«Forse Dio è malato», scriveva Veltroni. Anche l’Africa è piena di armi, guerre e tanta sofferenza. Fame, fosse comuni, sfollati, genocidi, trattative … sono parole normali in tutti i telegiornali: il trionfo di «Caino». Parole come pace e speranza pronunciate sempre più timidamente.

Tere e Zawadi (ovvero: Dono), 6 e 5 anni: le abbiamo accolte pochi giorni fa. Due belle bimbe violentate in diversi modi da un energumeno di 65 anni. Facili prede, abbandonate a se stesse in strada mentre la zia andava a guadagnare qualche soldo al mercato. Genitori lontani chissà dove. La triste storia andava avanti da parecchio, finché qualcuno ha chiamato la polizia… e le hanno portate a noi senza raccogliere prove e testimonianze, ma solo «mazzette», più facili e redditizie.

Il mondo è in subbuglio per tanta violenza ovunque e anch’io mi sento malato di «nostalgia»: nostalgia di pace, di un po’ di bontà! Non ho più sorrisi e abbracci da distribuire a questi bimbi affamati di affetto e giustizia. Li guardo negli occhi: il sorriso nasconde la paura, la violenza subita, l’abbandono.
Ci metteremo una «toppa» ma lo strappo rimane!

Nonostante tutto grandi feste in questi giorni: Shedrack e Yacinta hanno finito l’università! La lista dei «graduati» si allunga: maestri, dottori, avvocati, biologi, segretarie, poliziotti, musicisti, ecc.

Col vostro aiuto abbiamo distribuito consolazione e possibilità di autosufficienza.
E festa anche per il parto gemellare della mucca: latte in arrivo!

Il salone è inaugurato. La peschiera è piena di pesci che crescono velocemente… ma la necessità di acqua aumenta! Ed eccoci impegnati con un secondo pozzo alimentato da pannelli solari. Non avremo bisogno del bastone di Mosè per far scaturire l’acqua dalla roccia, basterà il vostro affetto e la vostra «condivisione». […] [Spero abbiate avuto un Natale sereno e gioioso], e preghiamo affinché il Paese ritrovi giustizia e pace. Ma anche l’Italia ha bisogno di ritrovare le proprie «radici» e dare ascolto a Giovanni Battista che continua a «gridare nel deserto».

padre Franco Sordella | 09/12/2025, Faraja House, Iringa, Tanzania.