Tanzania: Maria e Consolata due sorelle in una


Testo di Marianna Micheluzzi MC A – Foto di Angelo Dutto |


L’università di Iringa, in Tanzania, da quest’anno 2017 ha due nuove studentesse eccezionali, Maria e Consolata. Due sorelle unite non solo dal sangue, ma dal fatto di condividere parte dello stesso corpo. Orfane dalla nascita e dotate di una brillante intelligenza, le due sorelle stanno sfidando il futuro e i pregiudizi con tanta voglia di vivere e il sorriso sulle labbra.

Una sera di vent’anni fa, in un villaggio rurale nei pressi di Ikonda, in Tanzania, una giovane donna in attesa della nascita del suo primo figlio, fu presa all’improvviso dalle doglie del parto. Il sospirato evento, in cui col marito aveva riposto tante aspettative, era ormai prossimo.

In Africa il parto è ancora l’avvenimento più naturale del mondo, se non ci sono complicazioni. Così però non fu per quella giovane mamma e le donne del vicinato se ne resero subito conto. L’istinto e, soprattutto, la consumata esperienza le aveva messe in allarme. Non era un travaglio normale, si presentava sin dall’inizio molto difficile tanto che le alte grida della partoriente arrivavano lontano, si può dire, fino in foresta.

Così le vicine si diedero subito da fare e cercarono un mezzo di fortuna, una specie di furgoncino di un commerciante che abitava nelle vicinanze. Tra sobbalzi ripetuti su una strada impossibile e con condizioni atmosferiche non ideali, l’uomo del camioncino e il marito della partoriente arrivarono all’ospedale di Ikonda con la puerpera che, per il troppo dolore patito, era ammutolita e con lo sguardo inespressivo.

L’ospedale di Ikonda, nato ad opera dei Missionari della Consolata e dalla collaborazione fattiva di tanti benefattori, era il più vicino e l’unico della zona attrezzato per situazioni complesse come, appunto, lo era questo parto. E di parti a Ikonda se ne affrontavano e se ne affrontano tanti. E quasi tutti, ieri come oggi, vanno a buon fine.

Non mancarono ovviamente le dovute attenzioni anche al nuovo ingresso nel reparto di ostetricia da parte del medico incaricato di assistere la donna e degli altri sanitari. Tutti, accoglienti e comprensivi, si diedero un grande da fare senza risparmio di forze e di mezzi. Era urgente un parto cesareo, pena la perdita di madre e figlio. Ma, incredibile e fuori da ogni immaginazione, dall’utero della donna uscirono nientemeno che due gemelle siamesi, unite in un corpo solo dallo stomaco in giù. Inseparabili.

Si fece tutto il possibile per tenere in vita le due piccole e la mamma. Ma quest’ultima, qualche giorno dopo, non ce la fece e lasciò orfane le sue creature che neanche aveva avuto modo di vedere. La prostrazione dopo il parto non le consentiva, su consiglio dei sanitari, di sopportare un’emozione troppo forte e, manco a dirlo, una vista straziante. Che poi straziante, diciamocelo in sincerità, lo sarebbe stato per chiunque, fosse stato pure in perfetta forma fisica, se non dovutamente preparato.

Così le due bimbe, senza mamma e con il papà senza i mezzi necessari per occuparsi di loro, una volta superate le primissime difficoltà, furono battezzate subito con i nomi di Maria e Consolata e vennero affidate a suor Magda, una generosa missionaria della Consolata. E suor Magda non solo le allevò amorevolmente rispondendo a tutti i loro bisogni come alimentazione e igiene (gestione nient’affatto semplice), ma provvide anche ai primi rudimenti della loro formazione come solo avrebbe potuto fare la loro mamma. Quando tuttavia gli impegni del servizio missionario per suor Magda aumentarono, com’era inevitabile che fosse, e le bambine cominciarono a essere grandicelle, si pensò di trovare una famiglia a cui affidarle. E non fu difficile, grazie a quella solidarietà molto diffusa in Africa per cui i bambini che non hanno genitori spesso trovano abbastanza facilmente una famiglia che si prende cura di loro. Una donna, una madre di famiglia, residente nei pressi dell’ospedale si offrì e Maria e Consolata furono affidate a lei.

Non poteva essere diversamente perché anche il papà delle due bambine, dopo un certo girovagare nelle città vicine (lui diceva di andare alla ricerca del lavoro), provato nel fisico per gli stenti e per il troppo bere, dopo qualche anno dalla perdita della moglie morì.

Per Maria e Consolata, coccolate e conosciute da tutti, missionari e missionarie e amici vari di servizio o passaggio nella missione, a Ikonda ci furono gli anni della scuola materna e delle elementari vissuti con buon profitto. Ormai pronte per la scuola secondaria si pensò che le due, date le buone premesse quanto a impegno, avrebbero potuto continuare gli studi a Ilamba, in un collegio retto anch’esso dalle missionarie della Consolata. E quindi ecco il primo trasferimento per le sorelle Mwikikuti, che non ci stavano nella pelle all’idea di poter proseguire negli studi.

Tanto Maria che Consolata sono sempre state molto vivaci intellettualmente e tenaci nel prefiggersi obiettivi e poi raggiungerli, collaborando in piena armonia e guardando al futuro sempre con grande ottimismo, nonostante gli inevitabili limiti della loro fisicità.

Il Signore prende ma dà pure. Quello che Maria e Consolata non hanno rispetto alle loro coetanee, lo hanno ricevuto in dono, senza merito alcuno, in intelligenza e cuore. Sono sempre sorridenti e ottimiste. È raro vederle tristi. E la Provvidenza ha fatto il resto per loro. Quella Provvidenza che si chiama benefattori. Ossia uomini e donne che testimoniano Cristo e nella preghiera e nel concreto perché aperti alla fratellanza universale e capaci di gettare ponti.

La bella notizia è che Maria e Consolata Mwikikuti, finita con successo la secondaria, quest’anno stanno frequentando a Iringa l’università nella facoltà di Scienze della Formazione e intendono conseguire, a completamento del ciclo di studi, la laurea. Proprio come altri loro coetanei. Era il loro sogno, anche se non osavano immaginare che sarebbe potuto un giorno divenire, a tutti gli effetti, realtà.

Se oggi si domanda loro come stanno vivendo questa esperienza universitaria, prima si scherniscono un po’, cioè si nascondono timidamente dietro un sorriso che muove a tenerezza, consapevoli che si tratta di un’impresa che richiede tantissimo impegno, ma, tenaci quali sono, fanno poi capire con chiarezza che non hanno nessuna intenzione di mollare.

Auguri, allora, a Maria e a Consolata. Saremo felici d’essere assieme a voi, al traguardo, per fare festa. Una festa più che meritata.

Marianna Micheluzzi

Il Consolata Hospital Ikonda

Si trova nel distretto di Makete, trenta chilometri prima di Makete sulla strada da Njombe. Si tratta di uno dei tre ospedali del distretto. Gli altri sono l’Ospedale luterano di Bulongwa (distante cinquanta chilometri) e il Makete District Hospital (trenta chilometri).

È posizionato sugli altopiani meridionali della Tanzania, a 2.050 metri sul livello del mare, con inverni molto freddi ed estati afose. È un istituto cattolico privato, che appartiene fin dalla sua origine (1963) ai missionari della Consolata, ai quali il 25 febbraio 1961 il capo Kiluswa, il capo dei capi di quell’area dell’Ukinga, chiese loro di aprire un ospedale nella zona.

E il 7 ottobre 1968, ampliato di necessità, l’ospedale fu inaugurato dall’allora presidente del Tanzania, Julius Nyerere. L’obiettivo prioritario era quello di ridurre la mortalità infantile e di supportare le mamme in gravidanza, che spesso morivano di parto. La missione del Consolata Hospital Ikonda oggi resta quella di fornire assistenza sanitaria generale alla popolazione della zona, anche attraverso una clinica mobile, e di promuovere l’accesso alle cure sanitarie per coloro che sono bisognosi, con una particolare attenzione per i bambini, le donne e le persone affette da malattie croniche. È registrato dal 1997 presso il Ministero della Sanità tanzaniano e fa parte della Cristian Social Services Commission (Cssc). Ma da piccolo ospedale con sessanta posti letto nel 1968, il Consolata Hospital è diventato una grande struttura con 322 posti letto e 274 membri del personale. Nel 2016 ha effettuato oltre 85 mila visite ambulatoriali. I parti effettuati sono stati 1.600, 14 mila le ospedalizzazioni, circa 6.500 gli interventi chirurgici. Gli esami di laboratorio sono stati oltre 220 mila, le visite effettuate dalla clinica Hiv/Aids poco meno di 24 mila.

M.M.

Morning Star School – Ilamba

A un’ora di macchina da Iringa, passando per Ipogoro e risalendo l’altopiano, il viaggiatore si trova immerso in un verde che più verde non si può. Paesaggi mozzafiato si susseguono allo sguardo.

L’aria è gradevole. E non ricorda affatto l’afa insopportabile e il sole impietoso cui si è avvezzi in terra d’Africa. In mezzo a queste colline, a Ilamba, c’è una scuola secondaria, la Morning Star, gestita dalle suore missionarie della Consolata.

Con l’aiuto di generosi benefattori e di alcune associazioni umanitarie italiane e non solo, qui è stato possibile realizzare, a piccoli passi, ma con tenacia, una scuola professionale per i ragazzi e le ragazze del posto, quelli con poche possibilità economiche.

Nella scuola secondaria di Ilamba ci sono vari rami di specializzazione. Per i maschi c’è falegnameria, agricoltura e allevamento; per le ragazze, invece, corsi di maglieria e poi di taglio e cucito. Professionalità utili e di certo spendibili al termine dei corsi.

Ma, oltre alla scuola secondaria professionale, ultimamente è nato un corso di liceo ben frequentato. E, nelle vicinanze, c’è pure un asilo per più piccini.

Il liceo, quello stesso che hanno frequentato negli anni Maria e Consolata Mwikikuti, è il fiore all’occhiello. Aver impiantato il liceo, tra le altre cose, ha avuto, in particolare per la zona, un significato ben preciso. Molti ragazzi e ragazze di Ilamba, pur impegnandosi, non riuscivano a conseguire il titolo di studio frequentando le normali scuole statali cittadine. Tanti, troppi intoppi e di natura differente.

In questo modo si veniva a creare quella che da noi per definizione è la piaga della dispersione scolastica e, soprattutto, a seguire tanta emarginazione.

Cose non buone in un contesto difficile quanto a opportunità d’inserimento nel mondo del lavoro.

Nel liceo della Morning Star c’è disciplina certamente, come deve esserci, e c’è serietà professionale da parte dei docenti ma c’è anche tanta disponibilità ad accogliere e affiancare nel percorso scolastico coloro che, sulle prime, possono incontrare delle difficoltà nell’apprendimento.

Di casi del genere con esito positivo le missionarie possono raccontarcene tanti. Ragazzi e ragazze all’inizio in difficoltà, ben guidati hanno imboccato in seguito il percorso giusto e, dopo il liceo, hanno frequentato persino l’università a Iringa e si sono laureati. Proprio come oggi è nelle aspettative delle sorelle Maria e Consolata Mwikikuti.

Un’ultima nota: il liceo è gestito interamente da personale tanzaniano, dal preside fino all’ultimo insegnante e al personale non docente.

Tuttavia le suore della Morning Star, donne che non mollano, sono comunque attente vigilatrici di tutto l’andamento, affinché ogni cosa vada per il verso giusto. E i «frutti», almeno finora, sono buoni.

M.M.

 




Tanzania: Kabula e i suoi nipoti


Nonna Kabula quando morì contava 113 anni. Forse anche di più, o forse meno, nessuno conosceva la data precisa della sua nascita. Era una nonna speciale, tanto da stupire gli stessi figli, nipoti e pronipoti fino alla sua morte nel 1995. Per non parlare del suo funerale. Infatti, dentro il lenzuolo che avvolgeva il suo corpo, volle che mettessero pure un sacchetto di «farmaci tradizionali africani», un tasbihi islamico, nonché un rosario cattolico.

Kabula nacque nell’isola di Ukerewe, nel cuore del maestoso Lago Vittoria, Tanzania. Apparteneva alla tribù dei Wasukuma.

Da ragazza, era pagana o seguace della «religione tradizionale». Sposandosi con un arabo di Mombasa (Kenya), si convertì all’islam. I due vissero sereni e generarono quattro figli. Improvvisamente lui morì e lei si trovò vedova, ancora giovane e bella.

Un giorno, a Mombasa, Kabula incontrò un modesto commerciante del Tanzania, della tribù dei Wahehe. I due convolarono presto a nozze a Tosamaganga (Iringa), mentre i quattro figli di Kabula rimasero a Mombasa con i parenti del padre defunto. Poi, siccome il nuovo marito era cattolico, la musulmana Kabula non esitò a farsi battezzare.

La donna era entusiasta della nuova fede: andare a messa la domenica vestita a festa, nella magnifica chiesa di Tosamaganga, ascoltare la parola di Dio, pregare cantando e ballando con uomini e donne, giovani e bambini… Ma che bello! E fu pure bello mettere al mondo altri due figli, ovviamente cattolici.

Però un giorno Kabula scoprì che il marito giocava a carte, buttando via tanti scellini, e beveva, beveva, quasi da impazzire.

La moglie non ce la fece a vivere con un uomo scialacquone, beone e folle. Affidò i due figli alla famiglia del marito e ritornò nell’Isola di Ukerewe a respirare la dolce brezza del Lago Vittoria.

Qui fece una scoperta. Kabula avvertì che Dio onnipotente l’aveva arricchita di un dono straordinario. Sì, quella donna era una «guaritrice», che conosceva i segreti arcani di tante erbe e piante terapeutiche. Donne sterili, uomini sessualmente impotenti, «indemoniati» che avevano perso il bene dell’intelletto, persino i lebbrosi… accorrevano da quella dottoressa, guarivano, e riprendevano a sorridere mormorando «asante sana» (grazie).

A 33 anni, Kabula si sposò per la terza volta. Gli abitanti di Ukerewe affermano che non si videro mai nozze come quelle di Kabula, vestita di bianco con l’abito del battesimo di Tosamaganga e il capo incoronato da un velo sontuoso. Il tutto in barba alla cultura dei Wasukuma, che vietano tanta pompa magna ad una donna al terzo matrimonio. Ma Kabula era speciale.

Due nipoti pure speciali

Con il trascorrere delle stagioni, Kabula diventò nonna e bisnonna di uno stuolo di nipoti e pronipoti che accorrevano a lei per un consiglio. Alcuni erano musulmani, altri cristiani e altri pagani.

Pietro è uno dei nipoti cattolici, nato a Tosamaganga. Da ragazzo aveva studiato in seminario per diventare prete. Un giorno domandò a Kabula:

– Nonna, qual è la tua religione?

– La religione di un solo vero Dio, creatore di tutti.

– Nonna, noi crediamo che solo il Cristianesimo sia la religione giusta.

– Lo so, Pietro, perché anch’io sono cristiana, ma sono pure musulmana.

E aggiunse: «C’è un problema spinoso, dovuto al fatto che sia i cristiani sia i musulmani ritengono che solo la loro religione sia vera. Nipote mio, ricorda: i fedeli di ogni religione sono tutti, allo stesso modo, figli amati dello stesso Dio creatore».

Pietro, divenuto sacerdote, poco dopo abbandonò la Chiesa Cattolica. Ne fondò un’altra con il nome di «Chiesa del Cristianesimo vivo» che si opponeva alla Chiesa di Roma, cui rinfacciava di essere schiava del Diritto Canonico e di altri precetti occidentali, mentre dimenticava quelli ben più significativi del Vangelo.

Un altro nipote di Kabula si chiama Amani, musulmano, ma sposato con una donna cattolica. Vivono in piena armonia a Mwanza, ognuno secondo i dettami della propria fede.

Quando Amani informò la famiglia che intendeva sposare una cattolica, sua madre lo apostrofò con furore: «Guai a te! Saresti la nostra vergogna! Avresti il coraggio di unirti ad una selvaggia infedele?».

Il nipote di Kabula non solo sposò «una selvaggia infedele», bensì commise pure un altro reato: tradusse il Corano in swahili, voltando le spalle all’arabo glorioso del profeta Muhammad. Eresse anche una moschea per «i musulmani tolleranti».

Un venerdì Amani predicò: «Il vero musulmano, timorato di Dio, non è colui che prega rivolto verso la Mecca, bensì colui che dona i suoi averi ai bisognosi, agli orfani, ai rifugiati…».

I nemici di Amani aumentarono. Fra questi, persino il fratello minore.

Una notte, senza luna e senza stelle, in casa di Amani esplose un ordigno che incenerì tutto, lui compreso, con moglie e i figli. Subito da un altoparlante si udì: «Allah akbar! Questa è la vendetta sacra dei combattenti di Allah contro i nemici dell’islam vero del profeta Muhammad!».

La bomba era stata posta dal fratello minore di Amani.

C’è una religione giusta?

La storia di «Kabula e i suoi nipoti» è tratta dal romanzo «I timorati di Dio di nonna Kilihona» di Gabriel Ruhumbika1. Nel suo testo Ruhumbika affronta argomenti impegnativi, quali: l’indagine sulla cultura tradizionale africana, il confronto fra le religioni, la riforma della religione e il suo valore intrinseco. Temi cruciali. Per questo l’autore merita apprezzamento.

Nel romanzo un genitore dichiara al proprio figlio: «Vedi, ragazzo mio, senza religione, io non saprei lavorare. E, da quando è morta tua madre, non saprei neppure vivere, oppure diventerei matto».

Il libro termina così: «La religione nasce nel cuore della persona e si manifesta nelle sue opere buone. In chiesa o in moschea non c’è fede, e neppure nei sacrifici agli spiriti della cultura africana. I timorati di Dio di ogni religione sono tutti figli diletti di Dio creatore. Alcuni generano divisioni nella società, allorché dichiarano che solo la loro religione è giusta».

Forse per questo Kabula fu, a pari merito, musulmana, cristiana e seguace della religione tradizionale africana.

E cristiano e pagano

«La persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni da coercizione da parte di singoli individui, gruppi e qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza, né sia impedito ad agire in conformità ad essa». È una dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II2.

Nel riconoscere il diritto alla libertà religiosa, hai pure la facoltà di essere, nello stesso tempo, pagano, musulmano e cristiano? Sì, ce l’hai.

Tuttavia, in Africa, la scelta di «varie fedi religiose» è motivata da altri criteri, senza scomodare il diritto alla libertà religiosa.

Il terrore degli spiriti maligni, la paura dell’altro, l’incertezza sulla salute, l’ansia nel trovare lavoro… fanno sì che l’africano «affianchi» alla fede cristiana o islamica quella della tradizione degli antichi.

Si tratta di una «duplice appartenenza religiosa». Un fenomeno che i vescovi del continente africano, nel loro II Sinodo del 2009, giudicano come un problema, una sfida3.

La «duplice appartenenza religiosa» è giudicata una mancanza di fiducia nel proprio credo.

Il cardinale Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar Es Salaam, commenta: «Dobbiamo maturare nella nostra fede, perché molti cristiani, specialmente durante la malattia, mettono da parte il Dio di Gesù Cristo per affidarsi al guaritore tradizionale e, persino, allo stregone»4.

In altre parole, al mattino si va in chiesa e nel pomeriggio si bussa alla porta dello stregone.

«Solo cristiano» si può

È possibile scegliere e praticare «una sola religione»? È possibile, anche in Africa. Uno splendido esempio ci proviene dall’Uganda con San Mattia Malumba, uno dei 22 martiri locali.

Mattia, prima di scegliere di essere cattolico, rifletté a lungo sull’islam. Si confrontò pure con la Chiesa protestante pentecostale. Infine, a 50 anni, dopo aver meditato sul comportamento dei missionari cattolici, decise di abbracciare per sempre la loro religione. Morì martire nel 1886 tra atroci sofferenze.

Il suo sangue, come quello dei suoi 21 eroici compagni, fu un seme che generò altri cristiani.

Francesco Bernardi*

* Già direttore di MC; in Tanzania è direttore della rivista «Enendeni» (Andate).

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Note:

1) Titolo originale del romanzo di Gabriel Ruhumbika, Wacha Mungu wa Bibi Kilihona, E & D Vision Publishing, Dar Es Salaam 2014. Scritto in swahili, non esiste traduzione in altre lingue.
2) Dignitatis Humanae, 1045.
3) Cfr. Africarne Munus, 93 (Esortazione apostolica di Benedetto XVI, Roma 2009).
4) Enendeni, Januari/Februari 2012. Enendeni è la rivista dei Missionari della Consolata, Tanzania.




Tanzania streghe e stregoni


La stregoneria continua a esistere e a fare danni. Sia quando viene praticata, sia quando viene combattuta. Per questo i missionari si muovono con cautela. Facendo anche attenzione a non sbagliare bersaglio, come in passato a volte accadeva. Ad esempio, i «medici tradizionali» non sono stregoni. Anzi, essi hanno un ruolo e una funzione positivi.

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Le morti si susseguirono una dopo l’altra, con ritmo impressionante, nella casa di Makene, un facoltoso anziano della tribù dei Wasukuma in Tanzania.

Dopo la celebrazione dell’ultimo lutto rituale, il figlio maggiore di Makene interrogò il genitore: «Padre, un tempo i nostri capi come punivano gli stregoni?». Seguì un lungo e inquietante silenzio. Poi l’anziano Makene indugiò su alcune considerazioni. Infine il figlio maggiore e i suoi fratelli se ne andarono senza proferire parola. Ma in cuor loro avevano deciso: bisognava sopprimere subito quel losco stregone, responsabile di tutti gli oscuri mali che avevano funestato la loro casa. Il giorno successivo i figli di Makene fecero irruzione nello «studio dello stregone» proprio mentre stava trattando una paziente. Lo stregone venne immobilizzato in un lampo, portato fuori e impiccato ad un albero sotto lo sguardo compiaciuto di tutti.

Quello era uno stregone davvero singolare. Anni prima era un sacerdote cattolico: padre Joni. Invaghitosi di una giovane donna, stava per abusae. Ma lei resistette. Non solo, con un sasso colpì sul volto l’aggressore. La notizia fece il giro del villaggio, e il prete divenne il bersaglio della derisione generale. Ebbro di rabbia e di vergogna, si disse: «Io sono figlio di uno stregone pagano. Perché dovrei seguire la religione straniera dei bianchi? Ne abbraccerò un’altra: l’islam, ad esempio». Detto, fatto. Il prete gettò la tonaca alle ortiche e divenne un seguace di Muhammad. Partì per il Senegal, dove sposò una ricca musulmana, dalla quale ebbe cinque figli. Però non si accontentava solo della propria moglie. «Passeggiava» pure con altre donne. Troppo.

Un pomeriggio la consorte, con l’aiuto di alcune amiche, aggredì il marito, lo denudò da capo a piedi e lo minacciò: «Amore mio, sta’ bene attento! Se continui a disonorarmi, ti sgozzo come un maiale». E gli puntò al collo un coltello affilato.

Il libertino ebbe paura e fuggì ritornando in Tanzania, non prima però di aver sottratto alla famiglia un’ingente somma di denaro.

In Tanzania l’ex padre Joni si dedicò alla stregoneria, facendo soldi a palate. La sua prima impresa fu l’assassinio di quella donna che, un tempo, non solo aveva resistito alle sue voglie, ma lo aveva svergognato come nessun altro. «Scovate quella strega – ordinò ai suoi manutengoli – e portatemi qui su un piatto il suo basso ventre». Così fu.

Medicine e sacrifici

Questa vicenda è narrata dallo scrittore tanzaniano, Gabriel Ruhumbika, nel suo libro del 2001 «La piaga endemica degli indigeni»1. Qual era a quel tempo la «piaga endemica» del Tanzania? La stregoneria, appunto, piaga diffusa ovunque. La popolazione la temeva più degli artigli delle bestie feroci, più della lebbra, più dell’aids. Pertanto gli stregoni, se individuati, potevano anche essere linciati coram populo, come era toccato allo spregiudicato personaggio ex padre Joni.

Tali esecuzioni erano pure un sacrificio espiatorio e propiziatorio per i benestanti che continuavano a frequentare gli stregoni, che promettevano di accrescere la loro fortuna.

D’altro canto, i ricchi (uomini di affari, generali dell’esercito e della polizia, papaveri del governo ecc.) erano i primi a bussare dallo stregone per ottenere, a pagamento, «la medicina» che avrebbe garantito loro potere e prestigio. Talora la medicina consisteva in «arti umani», tra cui dita e organi sessuali di persone albine.

Il traffico della stregoneria prosperava clandestino, indisturbato e criminale. A volte i clienti dello stregone dovevano pagare le sue prestazioni persino con il «sacrificio cruento» di un loro figlio.

Il sospetto uccide

Questo e altro viene illustrato dal libro di Gabriel Ruhumbika. Ma oggi, dopo quindici anni, qual è il panorama della stregoneria in Tanzania?

Il governo si è impegnato a sanare questo morbo contagioso, con l’intento soprattutto di fermare gli omicidi, perché a fae le spese sono spesso persone innocenti ed innocue, vittime di pregiudizi: donne con gli occhi rossi, portatori di handicap, albini ecc.

La legge sanziona con pene la pratica della stregoneria. Tuttavia il fenomeno, invece di diminuire, cresce. È sintomatico che nel 2010 le uccisioni legate alla stregoneria fossero 579, mentre nel 2012 erano salite a 630.

Ecco i nomi di alcune persone giustiziate, perché ritenute stregoni: Lorenza, anni 70, di Geita: uccisa e bruciata dagli abitanti del suo villaggio; William, 68 anni, di Mbeya: soppresso dai suoi stessi figli; Gaetano, 60 anni, di Iringa: squartato e fatto a pezzi da ignoti2.

Sovente è lo stesso stregone ad accusare altri di stregoneria, decretandone la fine. La vicenda segue questa trafila: un individuo, afflitto da malore, ricorre allo stregone per trovarvi rimedio; se l’interessato peggiora e addirittura muore, lo stregone può ravvisare in un «nemico» la causa del male; allora il «nemico» può essere eliminato con qualsiasi mezzo.

Oggigiorno la stampa del Tanzania si sofferma su diversi casi di stregoneria. Ad esempio: il quotidiano Mwananchi (Il cittadino) ha scritto che il mercato all’aperto di Mbeya è stato più volte bruciato per ragioni di stregoneria. Ma c’è di più nella regione di Mbeya: il sospetto di stregoneria fa sì che si siano seppellite persino persone ancora vive e vegete3.

Bussare a due porte

Circa la stregoneria, la Chiesa cattolica si appella alla Bibbia. Plagiare persone, evocare spiriti o «battere assicelle» (kupiga bao), erano atti che si compivano pure nella terra di Israele, «nazione eletta» di Dio. Ma erano severamente proibiti dall’Onnipotente.

Il libro dell’Esodo 22,18 recita: «Non lascerai vivere colei che pratica la stregoneria». Il Deuteronomio 18,10-12 precisa: «Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il figlio o la figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore».

Nel catechismo della Chiesa cattolica, al n. 2117 si legge: «Tutte le pratiche di magia e stregoneria… sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancor più da condannare quando si accompagnano all’intenzione di nuocere agli altri o quando si ricorre all’intervento di demoni. Anche portare amuleti è biasimevole…».

Né si scordi il Secondo Sinodo dei vescovi dell’Africa, svoltosi a Roma nel 2009, secondo il quale la stregoneria esercita una forte attrazione. L’incertezza di fronte all’ambiente, alla salute, al futuro dei figli, nonché il timore di spiriti malvagi, inducono la gente a ricorrere a pratiche contrarie all’insegnamento di Cristo. L’aderire, nello stesso tempo, a due fedi diverse ed opposte (paganesimo e cristianesimo) è una grossa sfida4.

Più esplicitamente, la sfida investe il cristiano tanzaniano che, alla domenica mattina va a messa in chiesa, e nel pomeriggio bussa alla porta dello stregone. Ecco «l’aderire, nello stesso tempo, a due fedi diverse ed opposte».

Stregoni, medici tradizionali e missionari

Da sempre i missionari hanno combattuto la stregoneria (scontrandosi con gli antropologi), perché hanno ritenuto e ritengono che il fenomeno sia causa di divisioni all’interno della comunità, fomentando odi e vendette a non finire. Tuttavia, il missionario, specie nel passato, di fronte alla stregoneria ha fatto spesso di ogni erba un fascio. Non sempre ha saputo distinguere tra «stregone» (sorcerer in inglese e mchawi in swahili) e «medico tradizionale» (medicine-man e mganga wa kienyeji). Il primo era ed è una figura essenzialmente negativa, mentre il secondo può effettivamente guarire da varie malattie.

Detto questo, i missionari della Consolata sanno come comportarsi. E recentemente si sono sentiti gratificare anche da Tarcisio Ngalalekumtwa, vescovo di Iringa e presidente della Conferenza episcopale del Tanzania. Ai cristiani della parrocchia di Sadani il vescovo ha infatti raccomandato: «Fratelli, rifuggite con coraggio dalla vendetta e dalla stregoneria. Queste sono piaghe che incretiniscono, impoveriscono e trasformano in figli delle tenebre»5.

Anche il citato Ruhumbika sostiene che la stregoneria sia «il grande inizio della povertà». A parere dello scrittore, in Tanzania è in atto una guerra contro la stregoneria e «alla fine si conseguirà la vittoria»6. Tuttavia non basta reprimere. Bisogna proporre un’alternativa alla stregoneria.

Per i missionari l’alternativa è l’istruzione e la formazione. Senza scordare che un certo Gesù ha sconfitto il mondo, compresa la sua stregoneria. Egli sarà con i suoi fratelli tutti i giorni sino alla fine della storia7.

Francesco Beardi
(missionario in Tanzania)

Note

1 – Autore e titolo originale del romanzo in lingua swahili: Gabriel Ruhumbika, Janga sugu la wazawa, Dar Es Salaam 2001.
2 – Cfr. Taarifa ya haki za binadamu, 2012, LHRC & ZLSC 2013, pp. 34, 192.
3 – Cfr. Mwananchi, 13 novembre 2013.
4 – Cfr. Africarne Munus, 93.
5 – Cfr. la rivista Enendeni, machi-aprili 2014.
6 – G. Ruhumbika, op. cit., pp. 187, 193.
7 – Cfr. Giovanni 16,33 e Matteo 28,20.




Tanzania: Tribe «No Name»


I watoto wa mateso, figli del dolore, sono una «tribù» composta da più di 1600 persone, confinata da circa ottant’anni a 2400 metri, sulle montagne dell’Udzungwa. Isolati e cacciati dalla regione di Iringa perché affetti da una forma di epilessia rarissima, sconosciuta quanto loro. A causa dalla malattia venivano considerati posseduti dal demonio.

 

Mi sveglia l’odore della terra bagnata. Piove da giorni ma la notte ne viene giù così tanta che sembra voler sfondare i mabati (le lastre di lamiera che coprono la casa). Ascolto i ragazzi cantare mentre puliscono il cortile, io decisamente meno attiva di loro riesco a pensare solo a un caffè che mi tiri su la pressione. Accendo il computer e inizio la battaglia con la Vodacom nella speranza di aprire la casella di posta elettronica e di leggere un minimo di news.

Arriva Richard, il veterinario, con dei nuovi casi da conoscere. Sono riuscita a coinvolgerlo a tal punto che adesso si sente uno zelante missionario. Non è semplice raggiungere il villaggio, per via delle strade che sembrano aver inghiottito delle saponette tanto si scivola. Sotto la solita pioggia saluto uomini, donne e bambini con le zappe sulla testa che camminano verso i campi.

Incontro Niky, solo, sul ciglio della strada con lo sguardo perso nel suo mondo. Sono stati proprio quegli occhi spudoratamente inespressivi a colpirmi, a tal punto da decidere di studiare questa malattia con il fine di aiutarli. Non mi risponde, è disorientato e non ha preso la medicina. La madre è nella shamba (campo) e lui probabilmente è scappato. Mi chiede un lecca lecca. La prima volta che mi vide era spaventato e non voleva farsi toccare, però alla vista della strana caramella caddero tutte le barriere, e da allora, quando mi incontra mi prende la mano cercando la caramella. Lo accompagno a casa affidandolo alla vicina, e noi proseguiamo. Ci inoltriamo in sentieri nascosti dal mahindi (mais) già alto. La vegetazione sembra aver risucchiato il paesaggio. Il profumo della terra bagnata mi accompagnerà per questi mesi.

Al cospetto del capo

Seguo Richard con passo svelto su e giù per i sentieri, affollati da case nascoste dal verde. Il sole si sveglia all’improvviso. È forte, tipico segno che pioverà ancora. Come una lucertola mi lascio bruciare la pelle ingrigita dalla pioggia.

Arriviamo alla dimora del capo villaggio. Un impasto di fango e terra rossa ricopre la casa imbiancata da disegni e scritte di ringraziamento. Babu (nonno) Aldo Kahemela è seduto a far asciugare le ossa bagnate dall’umidità delle montagne. Ultra ottantenne, con sguardo curioso ci dà il benvenuto nel suo villaggio e ci presenta la grande famiglia. Figli, nipoti e pronipoti di tutte le età ci accerchiano con sorrisi e offerte di ogni tipo, dalla polenta al pombe, il tipico fermentato alcolico ricavato dalla canna da zucchero o dal mais. L’ospite, anche inatteso, qui è visto come una benedizione.

Janeth mi saluta porgendomi la sua unica mano ricoperta da calli, l’altra è ridotta a un moncherino bruciato che sembra un uncino. È babu Aldo a parlare per primo: «Lei è mia nipote, la figlia di mio fratello. Ha iniziato a cadere quando era una ragazzina. Abbiamo capito che era quella malattia perché la kifafa è la maledizione delle nostre montagne. E negli anni Janeth è peggiorata, tanto da cadere più volte al giorno». «Ho avuto un attacco così forte che sono caduta nel fuoco e quello che resta di questa mano ne è il risultato. Non mi hanno portata in ospedale perché era troppo lontano ma mi ha cucita il guaritore tradizionale del villaggio» continua Janeth. «Se prendo le medicine mi accorgo quando sto per avere una crisi. Una ventata di calore m’invade tutta, ogni parte del corpo inizia a tremare e la testa gira così forte che perdo i sensi. In quei momenti, se sono cosciente, cerco di sdraiarmi a terra per non cadere e non farmi male e se sono vicina al fuoco mi allontano». Janeth è visibilmente ustionata in più parti del corpo, ogni bruciatura racconta un giorno della sua vita senza medicina. In Tanzania ogni forma di epilessia viene curata con il phenobarbitone, un antidepressivo che consente agli epilettici di condurre una vita quasi normale, riducendo notevolmente gli attacchi senza però badare alle controindicazioni.

Il phenobarbitone è considerato una medicina salva-vita e il ministero della salute ne aveva previsto la distribuzione gratuita, ma i dispensari e l’ospedale non ne hanno mai, e raramente viene distribuito ai malati. Stranamente però lo si può comprare nelle duke (negozi).

Malattia di origini incerte

Parlo con la dottoressa responsabile dell’unico ospedale della provincia e anche lei sembra non conoscere le percentuali troppo alte dei malati.

«Io riconduco tutto al parassita del maiale, perché questo tipo di epilessia è diffusa solo qui. Sulla costa, dove non hanno i maiali per via del caldo intenso, non ci sono così tanti malati. E i casi riscontrati presentano una forma di epilessia causata da malaria, febbre e convulsioni. Qui non c’è famiglia che non allevi maiali. Quando giro per villaggi insisto che devono pulire la zona dove stanno gli animali, che devono cucinarne bene la carne. E invece i maiali li vedi gironzolare come fossero cani. Questo parassita non si trova solo nella carne non cotta ma anche nei luoghi dove transitano e defecano i quali sono, il più delle volte, gli stessi in cui va la gente.

Le ustioni, le malformazioni gravissime, che vedi sul corpo delle persone, sono dovute al fatto che per cultura e freddo qui c’è sempre il fuoco acceso e loro, in preda alle crisi, incoscienti ci cadono dentro. Le ustioni non sono curate se non con erbe e il risultato sono  infezioni gravi e quindi amputazioni».

Questa è anche la tesi di Richard, effettivamente comprovata in moltissimi casi.

Generalmente i primi attacchi di kifafa compaiono dopo i dieci anni, invece nei bambini sono di origine genetica, causa di una vecchia consanguineità o perché figli di donne che hanno abusato di alcol durante la gravidanza.

Su queste montagne la piaga del bere pombe per riempire lo stomaco, per combattere il freddo o per noia, è diffusissima. Solo una percentuale ridotta di persone ha sviluppato la malattia in seguito a un trauma cranico, a malaria o meningite.

Mungu mwema (Dio buono)

Questa popolazione della foresta vive la quotidianità in una lotta ancestrale per la vita. È una «lotta di preghiera». Sono uomini e donne, la cui cultura è scandita dall’appartenenza a ritmi tribali che regolano ogni azione. Una tribù che lotta e prega per avere un buon raccolto e contro malattie come la kifafa che portano via il cervello, non fanno più ragionare.

Vivendo con loro si respira il rispetto e la fiducia che ripongono nel «Dio buono», la certezza che Dio cammini insieme a loro. Raccontano di un Dio che è amore e non è mai violento.

È interessante ascoltare anche il loro concetto di amore decisamente diverso dal nostro. L’amore coincide con Dio ma è sinonimo di rispetto, bontà, sostegno reciproco, forza, coraggio, fiducia. Sono gli spiriti buoni e gli spiriti cattivi a determinare, invece, le azioni positive e negative. Non è mai Dio a volere cose negative perché lui è il creatore. Certamente si deve un grande «grazie» ai missionari e alle missionarie che instancabilmente hanno girato queste montagne per far conoscere Dio. E la gente ha integrato la parola di Dio nelle proprie credenze.

Reportage «faticoso»

Potrei continuare a scrivere dei tanti sguardi e corpi spaventati, sorridenti, ubriachi, ustionati, deformi che ho incontrato, del mio senso d’impotenza davanti a una popolazione così malata, a volte rassegnata, però sempre serena nell’animo, ma non riesco a evitare di chiedermi come mai anche questa parte d’Africa lontana e scomoda sia frequentata solo dai missionari e dalle missionarie. In Tanzania le associazioni nazionali e internazionali, grandi e piccole di volontariato e di assistenza sono ovunque con progetti ambiziosi. Ho letto di una società che sembra sia venuta per impiantare gratuitamente la fibra ottica in tutto il paese. La installeranno insieme ai canali per l’acqua che ancora non ci sono?

Già negli anni settanta molti medici sottoposero all’attenzione internazionale questa diffusione stranamente massiccia di epilettici, tanto da coinvolgere il governo tanzaniano in una politica sanitaria adeguata. Ma mai nessuna associazione di prevenzione e sostegno ha realmente studiato le cause e gli effetti di queste forme di epilessia e proposto un programma sanitario.

In Italia, secondo la Lega Italiana contro l’epilessia (Lice), ogni anno circa 500.000 persone vengono colpite, ma i malati avendo la possibilità di curarsi, conducono vite normali.

In Tanzania invece, la convinzione generalizzata delle grandi Ong è che l’epilessia sia una malattia causata da scarsa igiene o da antichi riti e usanze tribali. Non destando l’attenzione internazionale come invece accade per l’Aids, si ritiene che non sia utile investire in piani di prevenzione e cura.

Questo reportage, «Tribe no name», è faticoso fisicamente ed emotivamente. È una protesta nei riguardi di chi è complice della triste realtà che nel 2014 in Tanzania, ci siano ancora troppe persone che muoiono di epilessia, che non hanno diritto a una vita normale perché viene negata loro una pastiglia salva vita.

Romina Remigio
 

 Questo splendido reportage fotografico di Romina Remigio ha vinto il «Silver award», categoria Storia, al Fiof Awards Contest 2014 di Orvieto. Clicca sul simbolo a destra per vederlo sul nostro sito. Clicca qui per vederlo su sito della Fiaf.

Tags: epilessia, discriminazione, malattia, emarginazione, pregiudizi sociali, Tanzania

 

Romina Remigio

 



TANZANIA – Il piccolo gregge

Veloce visita ai luoghi del primo amore missionario e all’isola minacciata dall’insidia del fondamentalismo, dove la piccola comunità cristiana scopre un nuovo modo di essere presente e testimoniare umilmente il Signore Gesù.

L’aereo ha fatto il suo solito giro attorno al Kilimanjaro. Il cielo limpido, il nevaio a portata di mano, le foreste sottostanti… Una visione che, nei numerosi viaggi di andata e ritorno tra Italia e Tanzania, mai mi era sembrata così limpida, chiara e commovente.
Eccomi ancora, dopo 7 anni di lontananza dal Tanzania, a rivedere vecchi amici e confratelli, luoghi dove ho lavorato, le missioni e la gente: povera, ma serena, soprattutto i bambini. Tanti bimbi, sempre sorridenti, anche quando hanno fame, con quegli occhioni grandi e aperti che esprimono fiducia, amore, accoglienza e voglia di carezze.
Scopo del mio ritorno in Tanzania era quello di fare da interprete a due tecnici del Gruppo «Luciano Brenna» di Mariano Comense, Enrico e Marino, inviati per piazzare alcuni macchinari di falegnameria nel Centro pastorale della diocesi di Zanzibar. Grazie al ritardo dell’arrivo del container destinato a Zanzibar, ho potuto realizzare un sogno che da tempo coltivavo in fondo al cuore: un pellegrinaggio, un tuffo nel passato, ma proiettato nel futuro, cioè vedere le necessità, riprendere contatti, rinnovare l’entusiasmo per la missione e cercare di creare ponti tra comunità e chiese.
La visita al cimitero di Tosamaganga, una preghiera sulla tomba di tanti amici che hanno «combattuto la buona battaglia»: padre Aldo, padre Antonio, suor Adelina… Quanti ricordi, quanti esempi di vita totalmente spesa con grande amore per Dio e il prossimo!
Poi a Mgongo, il centro per i ragazzi di strada tenuto da padre Franco Sordella e padre Giulio Belotti: ai miei tempi aveva 12 ragazzi, ora sono più di 300, tra allievi nella scuola di arte e mestieri, falegnameria, carpenteria, calzoleria, sartoria, scuola pratica di agraria… Tra i primi ragazzi raccolti dalla strada, alcuni sono diventati istruttori e hanno formato famiglie stupende.
Iringa, Mafinga, poi Sadani, la «mia» cara missione dove, assieme a padre Luigi Negro, ho trascorso il periodo più bello, laborioso e fruttuoso della mia vita di missionario.
Padre Silvestro Bettinsoli, il parroco, aveva annunciato la nostra visita, ma non mi sarei mai aspettato un così folto gruppo di persone, vecchi e giovani, dopo la messa domenicale, in attesa del nostro arrivo. E, come al solito, le donne anziane, con un piccolo dono per il loro vecchio parroco: Mariamu, due uova fresche di giornata, sicuramente il suo cibo quotidiano; ma dovevo accettarle, altrimenti si sarebbe offesa.
Il vecchio Petri, il lebbroso, guarito ai tempi in cui suor Gemma Ida lavorava al dispensario, anche lui con qualcosa da offrire: due banane e tre pannocchie di granturco, appoggiate sui moncherini senza dita, sorridente e felice, i suoi occhietti sempre furbi e pieni di ironia: «Vedi – pareva dicessero – anch’io mi ricordo di te; di quando, all’inizio delle piogge anche la malattia si riacutizzava con le sue piaghe, mi preparavi i sacchetti di nylon per i piedi, in modo che il siero rimanesse tra le bende e non sporcasse il banco della chiesa. Ora non servono più, sono guarito; eppure continuo a ricordarti e il mio dono, anche se piccolo, è segno della mia riconoscenza».
La maestra Ngatunga, grassa e sempre sorridente, ora preside della scuola, con un bel pollastrello vivo e ruspante, mi fa vedere la foto di suo figlio Lucio (!), ora nel seminario della Consolata di Mafinga. L’avevo portata d’urgenza all’ospedale per il parto; erano in pericolo di vita, lei e il bambino; ora chissà, forse quel bimbo diventerà missionario come me: i piani di Dio…

Finalmente il container è stato sdoganato e così possiamo partire per Zanzibar. Arriviamo nell’isola felice, conosciuta da tanti italiani come fantastica meta tropicale, con i suoi villaggi turistici, spiagge e mari incontaminati, piccole oasi… italiane! E sarebbe davvero un paradiso terrestre, ma c’è anche il rovescio della medaglia.
Zanzibar e Pemba, due isole dell’oceano Indiano, poste al largo del vecchio Tanganika, sultanato arabo fino al 1964, anno della rivoluzione contro gli arabi e dell’indipendenza, hanno alle loro spalle una lunga storia di dominio arabo e musulmano, come tutta la costa dell’oceano Indiano. Erano il centro del commercio degli schiavi dell’Africa Orientale, del legno pregiato, spezie (famosi i chiodi di garofano), avorio.
Da Zanzibar e dal villaggio di Bagamoyo, posto sulla costa a 90 chilometri a nord di Dar es Salaam, era partito il primo missionario medico anglicano, il dott. Livingston, famoso anche per la celebre frase del giornalista Stanley che, dopo cinque anni di ricerca, incontratolo nel villaggio di Majiji, sulle sponde del lago Tanganika, lo salutò: «Doctor Livingston, I presume».
Zanzibar e Pemba, dopo la cacciata del sultano, si erano unite al Tanganika nel 1964, formando così il nuovo stato del Tanzania.
Musulmani per il 99%, avevano sì qualche rigurgito di indipendenza, ma, fino alla distruzione delle Twin Towers, la convivenza tra musulmani e i pochi cristiani era pacifica. Ora alcune frange fondamentaliste stanno provocando disastri, tentando di dividere la popolazione con attentati e altro.
Il vescovo di Zanzibar e Pemba, mons. Shao Augustine, cerca di mantenere la calma, anche se gli hanno bruciato due chiesette e il pulmino, usato ogni mattina per raccogliere gli studenti, in maggioranza musulmani, e portarli a scuola.

Il nostro arrivo a Zanzibar coincide con la fine dell’anno scolastico. Gli alunni della settima classe hanno terminato gli esami di maturità e aspettavano il giorno della graduation, cioè della consegna dei diplomi. Fra i primi della classe, due gemelli: Marie e Peter, figli di padre bianco e madre africana.
Un gruppo di fondamentalisti aveva preso di mira la ragazza perché lasciasse il collegio e la scuola cristiana e si facesse musulmana. Essendo meticcia, dicevano che il padre era arabo e quindi avrebbe dovuto seguire la religione islamica.
Con doni e minacce erano riusciti ad accalappiarla. Era scomparsa dal collegio, senza salutare neppure il suo gemello, e per un mese, nessuno seppe dove fosse. A nulla era valsa la denuncia della madre, tutto era avvolto nel mistero, svelato poi dalla stessa Marie: la tenevano prigioniera perché abiurasse il cristianesimo; avevano perfino progettato di mandarla in Arabia. Ma un giorno, approfittando di un momento di disattenzione dei suoi guardiani, riuscì a scappare. Si presentò alla polizia; gettò via il velo che le avevano imposto di portare e fece ritorno nel collegio cattolico.
Finalmente libera e felice, era in prima fila, accanto al fratello, per la festa della graduation.
Il gruppo fondamentalista, non potendo rifarsi su di lei, ha promesso al vescovo che si sarebbero vendicati: ecco spiegato il fuoco alle due chiesette e al pulmino.
Marie e Peter, subito dopo la festa, sono stati inviati in terraferma, lei in un collegio cattolico nell’entroterra, lui scelse di entrare nel seminario diocesano di Morogoro. Una storia finita bene, ma quante altre non si concludono così.

Parroco di Pemba è un giovane prete tanzaniano, padre Apollinaris Msaki, un mchaga della zona del Kilimanjaro. Aveva studiato islamologia al Collegio san Pietro a Roma. L’avevo conosciuto a Genova, nella mia parrocchia, dove era venuto a sostituire il parroco durante le vacanze estive.
Volevo salutarlo. In battello raggiunsi Pemba, altro paradiso terrestre, con una natura stupenda e gente accogliente. Almeno così la ricordavo, da quando, nel 1984, ero stato per qualche giorno ospite di alcuni medici italiani del Cuam, che operavano nel piccolo ospedale locale. Notai subito un clima di rigetto: «Un bianco che arrivava, cosa era venuto a fare?» mi sembrava di leggere sugli occhi sospettosi della gente.
E padre Apollinaris me ne diede conferma: anche a lui hanno bruciato due delle quattro chiesette costruite nei villaggi dell’isola; poi gli hanno tagliato i tubi dell’acqua e i fili della luce. La polizia locale, alle sue denunce, rispose: «Cerchiamo, vedremo, non sappiamo ancora niente…» e così di seguito.
La parrocchia di Pemba è una delle prime fondate dai missionari delo Spirito Santo, a metà del xix secolo: con una bella comunità di immigrati da Goa, cristiani di vecchia data e attaccati alla loro fede, hanno cercato di testimoniare Cristo e mantenere la loro fede in un mondo prettamente musulmano e ora fondamentalista.
Oggi, tra discendenti goanesi, impiegati governativi e militari venuti dalla terraferma, l’intera cristianità di Pemba conta circa 200 anime: formano un «piccolo gregge – dice padre Apollinaris -, con la missione di presenza e dialogo, senza possibilità di conversioni, ma molto importante per stabilire, in futuro, buoni rapporti tra musulmani e cristiani».
Ho visitato tutte le piccole comunità di base e ho pregato con loro. Ne ho ricavato un’enorme testimonianza di fede, pazienza, amore: quello evangelico, che arriva a perdonare 70 volte 7, ad amare anche i nemici, a cercare ciò che unisce, a testimoniare Cristo, morto e risorto, a rischio continuo della propria vita.
Testimoni e martiri nel vivere quotidiano, figli di una chiesa lontana, giovane, missionaria, povera di cose materiali, ma ricca di fede e vera carità; una piccola comunità cristiana, come quelle dei tempi apostolici.

Grazie, mons. Shao; grazie, padre Apollinaris; grazie, piccolo gregge di Pemba e Zanzibar. Gesù è con noi, sempre, fino alla fine dei tempi. Ma con voi lo è in un modo più tangibile e vero, perché è il Cristo della croce, dei martiri, della frateità che vince ogni divisione.

Lucio Abrami




TANZANIAPiccole oasi di speranza

Tra i tanti bisogni di una società in crescita,
il mondo della scuola non può essere dimenticato.
Soprattutto quando povertà e limiti impediscono di dare
a tutti la speranza
di un futuro. Per questo i missionari, rimboccandosi
le maniche, si sono dati da fare e…

Attraversando i villaggi del Tanzania, si resta colpiti dall’assenza di uomini, spesso partiti per Dar es Salaam o un’altra città in cerca di lavoro. Le donne ereditano tutti i compiti: curare i numerosi bambini (5 o 6 per famiglia), coltivare i campi, macinare farina per la polenta quotidiana, risolvere mille altri problemi…
Poiché la maggior parte dei genitori sono poco inclinati all’istruzione, sovente i bambini non vengono mandati a scuola. E quando il missionario insiste, tutte le scuse sono buone: è ancora piccolo, la scuola è troppo lontana, deve custodire gli animali, è indispensabile per andare ad attingere l’acqua…
Quale sarà il futuro di questi ragazzi? Li si vede sulla strada, ancora piccoli. Pascolano qualche bestia, trasportano legna da ardere, bidoni di acqua sulla testa per chilometri a piedi nudi, ai bordi di strade pericolose. Perdono così l’opportunità di istruirsi e… giocare.
Dove sono andati a finire i diritti dei minori? Milioni di loro vivono di queste situazioni o anche peggio! Molti, in Tanzania, hanno perso i genitori per l’Aids (il più grande flagello attuale del paese). Alcuni sono affidati ai nonni; altri abbandonati a se stessi. Quanti si troveranno ad affrontare la società e il futuro senza istruzione né un mestiere?
Piuttosto che sacrificare l’avvenire, coltivando un piccolo campo per assicurare la sopravvivenza dei famigliari, o occuparsi del bestiame, molti cercheranno un lavoro in città. Arrivano a centinaia, ogni giorno, nella capitale. Ma non trovano niente: hanno fame, rubano, si nascondono dai poliziotti, spesso vengono messi in prigione e maltrattati. Alcuni si drogano, altri si prostituiscono, l’Aids è sempre in agguato… e quelli che ne vengono colpiti ritornano a casa per morirvi.
Di fronte a questa dura realtà, con i problemi che ne derivano, i missionari della Consolata non sono rimasti con le mani in mano, ma hanno cercato di creare alcune «oasi di speranza».
«consolazione»
a largo respiro
A Tosamaganga, dove i missionari della Consolata arrivarono nel 1919, padre Luis Zubía ha realizzato, con la collaborazione delle suore di Santa Teresa del Bambino Gesù e personale laico locale, un’opera magnifica per gli orfani. I più piccoli, che hanno tra i 10 mesi e i 2 anni, occupano il nido; quelli di 2-3 anni sono collocati in un’altra sala, ma ve ne sono altri ancora più grandi.
È commovente vedere con quale tenerezza, attenzione e amore sono trattati: una compensazione per ciò che non riceveranno mai dai loro genitori. Padre Luis non lascia passare un giorno senza venire a portare un po’ di affetto a ciascuno dei suoi piccoli protetti.
A Mgongo, ultima missione fondata nel 1997, i padri Franco Sordella e Giulio Belotti, con fratel Mutisya Kyalo, Teresa e Paolo (una coppia di laici missionari portoghesi) hanno creato la Faraja House (casa della consolazione). Suo scopo è accogliere i bambini di strada e offrire loro una vita migliore, partendo dalle cose più semplici: accogliendoli con amore, lavandoli, nutrendoli, vestendoli ed educandoli nel miglior modo possibile.
Il compito è talvolta arduo, poiché questi ragazzi sono vissuti a lungo senza regole ai margini della società. Devono imparare a stare insieme, rispettarsi, svolgere incarichi e sviluppare il senso di responsabilità. Ognuno deve lavarsi i propri vestiti, partecipare alla pulizia della casa, lavorare nei campi o nell’allevamento del bestiame (10 vacche, 200 pecore, 65 maiali…). Tutto ciò, sotto la direzione di personale adulto.
L’istruzione occupa un posto importante. Tra i 75 ragazzi (tra 7 e 18 anni), 10 frequentano le superiori, 7 imparano un mestiere alla scuola tecnica, mentre gli altri vanno alla scuola elementare di Mgongo, costruita dai missionari della Consolata, ma gestita dall’amministrazione del villaggio.
Lo sport, soprattutto calcio e karaté, è compreso tra i mezzi di formazione: molti ragazzi, infatti, troppo occupati a sopravvivere, non hanno nemmeno avuto il tempo di giocare, di essere bambini…
Ricerche vengono fatte sulla loro provenienza, ambiente famigliare, natura dei loro problemi e, quando è possibile, sono reinseriti in famiglia, al termine delle scuole elementari. Scopo ultimo è di dare loro un mestiere che li possa rendere autosufficienti e permetta di vivere felici come adulti responsabili.
Certo, la perfezione non è di questo mondo: succede che qualcuno non riesca ad adattarsi e torna sulla strada, anche se il prezzo della libertà è molto caro. Tuttavia, la maggioranza diventa capace di vivere in società, lavorare e prendere in mano la propria vita, con una grande speranza di felicità.
Sempre nella diocesi di Iringa, alla missione di Madege, aperta dai missionari della Consolata nel 1996, i padri Dieudonné Ambinikosi e George Gichuki, coscienti del problema di adattamento di tanti ragazzi dei villaggi che i genitori non mandano a scuola, hanno inventato una specie di comunità per accogliere quelli dai 5 agli 8 anni, preparandoli a integrarsi nella scuola pubblica. Senza questo tipo di aiuto, molti non frequenterebbero mai la scuola e altrettanti l’abbandonerebbero prima di finire le elementari.
La collocazione di questa comunità è facilmente accessibile, per evitare ai piccoli alunni di dover camminare parecchi chilometri nell’andata e ritorno. Tutto viene messo in opera per venire incontro ai piccoli alunni di Madege e villaggi vicini.
La «stella del mattino»
Kasanga e Mindu sono due villaggi nella diocesi di Morogoro, dove padre Thomas Ishengoma, direttore dell’Allamano Seminary, si reca regolarmente con i seminaristi, per aiutare i bambini poveri o i cui genitori sono colpiti dall’Aids. Attualmente, in tale ambiente, l’80% dei ragazzi non va a scuola e l’istruzione non è percepita come priorità.
Semillero ya Consolata è il nome del progetto educativo che si è proposto padre Thomas. Si trova in un centro posto a Kasanga; l’obiettivo è favorire tutto ciò che può assicurare ai ragazzi una migliore integrazione umana e sociale, attraverso attività sportive o esercizi centrati sulla creatività, che aiutano la scoperta dei veri valori. Si aggiunge l’appoggio intenso per chi sta vivendo momenti di instabilità, dovuti spesso alla morte dei genitori o a gravi problemi economici. È un’assistenza personalizzata, che permette a ognuno di scoprire la propria dimensione umana e spirituale, potenzialità e possibili orizzonti futuri.
Sfortunatamente, tra coloro che riusciranno a terminare la scuola elementare, solo il 25% avrà accesso alle scuole superiori. Le distanze da percorrere sono ancora più grandi, ma questo non è l’unico problema: i costi sono troppo elevati per tanti poveri che, sovente, riescono con fatica a sopravvivere.
A Ilamba ci sono due istituzioni per favorire la frequenza all’istruzione superiore: scuola dei genitori e centro educativo Nyota ya asubuhi (stella del mattino), evocazione di quella stella che ogni giorno porta qualcosa di bello e nuovo.
La scuola dei genitori di Ilamba è stata costruita grazie alla generosità di benefattori spagnoli, «stimolati» da padre Salvador Del Molino, che ha permesso l’acquisto di un generatore, equipaggiamento da cucina e un trattore. Gli alunni che frequentano la scuola pagano le spese di iscrizione e dei pasti. Così, l’accesso alla scuola superiore è offerto a un più grande numero di ragazzi.
Nonostante questo progetto finanziato dai genitori, molti ragazzi di 15-16 anni non possono accedervi. Che fare? Cercare lavoro a Dar es Salaam, Makambako o Dodoma? Non è facile senza competenze professionali. Rimanere al villaggio, dove li attende il lavoro della campagna o l’allevamento del bestiame?
Tali attività rurali di semplice sopravvivenza hanno poche attrattive. Alcuni sceglieranno di restare in città, preferendo la sua miseria a quella del villaggio: piuttosto la fame che la schiavitù della terra o degli animali, sempre in balia delle bizzarrie del clima.
Come aiutare tutti questi ragazzi? Per loro è diretta la «Stella del mattino»: è un centro di formazione umana, morale, accademica (di livello superiore) e professionale, diretto da due suore della Consolata.
All’inizio del progetto, quattro anni fa, suor Cecilia Maingi, fondatrice del centro, aveva soltanto una piccola capanna in terra battuta e tetto di paglia; ma, pure con pochi mezzi, il fuoco della missione la bruciava. In poco tempo è riuscita a trovare risorse e manodopera per costruire aule, dormitori e laboratori, dove viene impartita la formazione a livello superiore e vengono insegnati vari mestieri a un gruppo di 120 studenti, che saranno sarti, cuochi, falegnami, muratori…
Alla fine dei corsi, i giovani affronteranno gli esami del Veta (Vocational Education Training Association) per ottenere il certificato di abilitazione professionale.
Suor Maria Artura, che da due anni si dedica a questi ragazzi, ci ha confidato che il Signore ha fatto miracoli per il centro, poiché alcuni benefattori italiani hanno accettato di installarvi acqua corrente ed elettricità, hanno donato un camion, indispensabile in questi luoghi così lontani dalla città, dove le strade sono impraticabili.
La scuola professionale ha una certa somiglianza con quella tecnica di Mgongo; è anche approvata dal Veta, che riconosce cinque specializzazioni: falegnameria, meccanica, calzoleria, segreteria e informatica.
Alla fine dei tre anni di studio, i giovani lasciano la scuola con un diploma riconosciuto dal governo e una cassetta di attrezzi per iniziare un’attività in proprio.

Ecco, dunque, alcune delle opere missionarie che lo Spirito Santo ha ispirato a padri, fratelli, suore e laici della Consolata per venire incontro ai più poveri. Proprio come aveva insegnato e sognato il beato Giuseppe Allamano: piccole oasi destinate ai ragazzi del Tanzania, perché trovino in esse la speranza di una vita migliore.

Ghislaine Chrete




TANZANIA – Piedone l’africano

Una sconosciuta località africana ha conservato,
per milioni d’anni, i «segni» di una presenza umana.
Quasi un piccolo miracolo, che lascia ammirati e pensosi.

Laetoli è una piccola località del Tanzania, a 45 km da Olduvai, sul confine con il Kenya. Fra tutti i luoghi di interesse di ricerca fossile nella Rift Valley, che ormai sono moltissimi, Laetoli è davvero un luogo molto strano, diverso da tutti gli altri.
Il comune denominatore degli altri siti fossili è il deserto, o un luogo assai caldo, disidratato, inabitabile, anche se in un’epoca remotissima era forse rigoglioso, magari lacustre o, almeno, servito da tortuosi torrenti. Laetoli, invece, ha conservato la caratteristica di un tempo, circondato da diversi piccoli laghi. Non è certo il paradiso dei fossili, dato che non compaiono a fior di terra come nel triangolo di Afar (Etiopia) o nei canyon dell’Omo.
Louis Leakey, padre dell’attuale paleontologo Richard Leakey, sin dal 1935 aveva fatto un sopralluogo a Laetoli, in cerca di fossili ominidi. Aveva trovato qualcosa, ma aveva definito la sua scoperta «un canino di babbuino» e, con questa etichetta, ne aveva fatto omaggio al British Museum di Londra.
Quel dentino restò nascosto in mezzo ai tanti altri finché, nel 1979, un giovane studioso di nome Tim White non lo notò e lo studiò a fondo e finì per essere «riscoperto» come il più antico reperto fossile di ominide esistente. Se Leakey l’avesse saputo, avrebbe fatto salti di gioia, nonostante i suoi proverbiali dolori artritici.
Leakey abbandonò Laetoli, lasciando il posto a un tedesco, Kohn Larsen, che scoprì un pezzo di mascella con un paio di premolari. Anche questo studioso si accontentò di classificare il reperto con l’etichetta di «scimmia antropomorfa». A quel tempo, oltre 60 anni fa, era inconcepibile per gli antropologi pensare a un fossile del genere homo o ominide, vecchio di milioni di anni.

La fortuna… in tasca

Ma fortuna e gloria stavano per tornare a bussare in casa Leakey, grazie a sua moglie, anch’essa assai patita come lui di roba fossile. Mary, nel 1976, decise di fare un ennesimo tentativo di ricerca a Laetoli.
Aveva un aiutante kenyano da lei bene addestrato, Kaymoya Kimeu, che in poco tempo scoprì un fossile di ominide. Mary Leakey si precipitò sul luogo con una nutrita squadra e mise insieme 42 reperti. Uno ebbe l’onore di essere classificato «assai interessante»: una mandibola con infissi 9 denti. Il mondo paleoantropologico lo conosce come il fossile ominide lh-4. Ma a rendere ancor più interessante è il fatto che in quel luogo gli ominidi hanno lasciato le loro impronte: orme di piedi umani! Una caratteristica esclusiva di Laetoli per molti anni; oggi condivisa da altri quattro luoghi in Siria, Ungheria, Francia e Italia.
Come è stato possibile che queste orme si siano conservate per oltre 3 milioni di anni?

All’inizio… un’eruzione

Lontano da ogni fantasticheria, uno studioso è riuscito a ricostruire la scena, avvenuta 3,5 milioni di anni fa, quando il vulcano Sadiman si spense per sempre. Sul terreno rimase un sottile strato di carbonatite, simile a finissima sabbia di spiaggia. Poi piovve. Impregnata di acqua, la cenere formò una pasta, come cemento fresco, sulla quale le creature di quel luogo lasciarono le loro impronte: elefanti, giraffe, antilopi, maiali, lepri… e persino struzzi, galline e piccoli insetti.
Ben presto, lo strato di cenere si indurì al sole e, prima che piovesse una seconda volta, il vulcano riprese a eruttare, coprendo le orme con uno strato di cenere di una ventina di centimetri.
La scoperta avvenne in modo fortuito: il gruppo di ricercatori di Mary si divertiva alla… guerra, usando come proiettili l’abbondante sterco di elefante, disseminato in quell’area. A un tratto, un giovanotto di nome Andrew Hill, mentre tentava di sfuggire al lancio di un proiettile e cercava altre munizioni per rispondere, notò strani incavi nel letto asciutto di un torrentello; si fermò a contemplare quelle impronte, che definì subito di animali; ma non diede importanza alla scoperta: erano solo impronte di animali del passato.
Trascorre un anno. Nel 1977 il figlio di Mary, Philip, toò a Laetoli con un collaboratore e scoprì altre orme e tracce; sospettò che alcune di esse fossero di piede umano… o ominide. Mary Leakey diede la notizia della scoperta in una conferenza negli Usa, lavorando anche un po’ troppo di fantasia: parlò anche di un pozzo d’acqua, attorno al quale animali e uccelli dovevano essersi radunati, del panico che dovevano avere provato, fuggendo spaventati per la pioggia di polvere vulcanica.
Alcuni paleoantropologi risero sotto i baffi; altri rimasero elettrizzati dalla descrizione. Un’esperta americana di orme, Louise Robbins, accettò di unirsi alla squadra di ricercatori per l’anno seguente, seguita da altri tre studiosi, seri e critici. La conclusione della campagna di scavi e ricerche mise tutti in subbuglio e in disaccordo.
Paul Abell, uno dei tre studiosi, un giorno scoprì una speciale orma, molto più chiara delle altre e la fotografò. Ma Robbins la definì subito e senza pensarci troppo: impronta simile a quella di una mucca. Abell non ne era convinto, ma dovette ubbidire anche lui agli ordini di Mary Leakey che, esasperata, fece sospendere tutti gli scavi.
Ma Jones, un altro dei tre studiosi aggregati, era sempre più convinto dell’interpretazione di Abell e riuscì a strappare a Mary il permesso di fare ancora un «piccolo» scavo.
«Ma piccolo piccolo!» insisteva Mary. E, per mostrare la sua sfiducia, incaricò degli scavi Ndibo, un uomo addetto alla manutenzione del campo. Questi, pacioccone, si mise all’opera, imitando i suoi «professori» e il giorno dopo toò tutto giulivo.
– Vieni a vedere, mama: ho trovato non una, ma due orme. Una piccola e una molto grande, di 30 cm!
– Ndibo! Sei davvero uno spaccone. Non contare frottole!
– Ndibo non conta frottole!
Mary andò a vedere; rimase con gli occhi spalancati, incapace di credere a se stessa: le orme si dirigevano a nord, verso un intrico di vegetazione, protette da una zona erbosa.
Gli studiosi tornarono all’opera con entusiasmo ed esasperante lentezza. Orma dopo orma, liberarono un lungo pezzo di terreno: alla fine, più di 50 orme appaiate, una piccola e una molto più grande, procedevano in linea retta per circa 23 metri: 3 milioni 700 mila anni or sono, ominidi in posizione eretta avevano camminato su della cenere caduta da poco, a Laetoli, lasciando ai posteri il ricordo del loro passaggio.

Come impronte sulla spiaggia

La conservazione di queste orme ha del «miracoloso». Un incredibile concorso di vari fattori ha permesso tutto ciò. Basti pensare a quanto resistono le orme di un piede umano sulla sabbia, in un pantano o sulla terra umida.
Viene voglia di dubitare sulla sicurezza di questi studiosi, che hanno scoperto e definito tali orme «di ominidi». Ma non ci sono motivi plausibili per controbattere. La serietà degli esami del tufo vulcanico, in cui le impronte sono rimaste impresse, permette di stabilire anche la datazione. L’esame con il metodo potassio-argo ha confermato che i due tipi di tufo esaminati risalgono rispettivamente a 3,59 e 3,77 milioni di anni fa.
Descrivendo la scoperta di Laetoli, così dice Tim White: «Sono orme come quelle di un essere umano moderno. Se ce ne fosse una su qualsiasi spiaggia, oggi, e si chiedesse a un bambino di quattro anni di cosa si tratti, quel bimbo direbbe subito che è di qualcuno che camminava; non la troverebbe differente da altre centinaia. Nelle impronte di Laetoli la morfologia estea è la stessa: tallone moderno ben formato; arcata sostenuta, polpastrelli delle dita. L’alluce è bene allineato, non sporge di lato come quello di una scimmia antropomorfa o di tanti disegni di australopiteci, che si possono vedere riprodotti nei libri.
Non intendo dire che non ci potessero essere delle piccole differenze nella struttura ossea del piede; questo dobbiamo aspettarcelo. Ma, a tutti gli effetti, gli ominidi di Laetoli camminavano eretti come noi, non con andatura strascicata, come molti hanno sostenuto per tanto tempo. Credo che queste orme siano allo stesso livello delle più fantastiche e illuminanti scoperte di questo secolo».

SIAMO TUTTI UN PO’ AFRICANI

Un giorno, parlando con un antropologo sull’insostenibilità del significato scientifico del concetto di razza, questi mi disse: «In fondo siamo tutti africani» volendo intendere, con questa sua frase, che l’antenato comune all’intera umanità compì i primi passi proprio sull’attuale continente africano.
Dalle foreste verdeggianti e rigogliose, il genere umano si è poi espanso ed evoluto, dominando il globo, dimenticando spesso la sua comune origine. Questo ha fatto sì che, per molti europei, l’Africa altro non sia che una terra da contrapporre, generalmente in senso negativo, alla nostra civiltà: è il «continente nero» (non volendo, tra l’altro, vedere che in Africa vivono decine di milioni di altri gruppi umani, tra cui anche i bianchi).
Quante Afriche conosciamo? Sappiamo di una terra in cui è bello e chic andare a trascorrere un paio di settimane l’anno, purché «protetti» dalle rassicuranti mura di un villaggio dell’agenzia di viaggio, dove gli africani li vedi solo quando ti portano gli spaghetti al tavolo o puliscono la camera.
Oppure conosciamo un’Africa meno umana e più animale, dove ti propinano visite «mordi e fuggi» a tribù locali come contorno ai safari.
Infine, c’è un’altra Africa, purtroppo la più vera, raccontata dai mass media e missionari: denutrita, devastata dal colonialismo, dissanguata dalle guerre, sfruttata dalle multinazionali, dileggiata dai razzisti, umiliata dai leaders africani (incivili e antidemocratici), che restano al potere perché appoggiati da governi occidentali (democratici e civili).

Spesso si afferma che l’Africa si è ridotta in questo stato perché è abitata dagli africani, negando a questi una specificità culturale e organizzativa.
È proprio per confutare questo modo di pensare che inviterei a visitare il Museo africano della Basella di Urgnano, ideato e realizzato dai padri Passionisti.
Per dissipare ogni dubbio sin dall’inizio, diciamo subito che nel museo non troveremo l’Africa dei depliant turistici e neppure quella dei negozietti che vendono collanine e statuette comprate per pochi soldi, ma riproposte a caro prezzo.
L’Africa che troveremo, invece, è quella del popolo, dell’africano che finalmente ritrova, nello spazio della Pianura Padana, il suo più ampio respiro.
Quello della Basella è un museo unico nel suo genere, in cui le preziose sculture esposte, per la maggior parte lignee, dimostrano quale elevata forma artistica abbiano raggiunto popolazioni che ci ostiniamo a definire «primitive», per il solo fatto che hanno seguito filosofie e percorsi di sviluppo propri, non coincidenti con i nostri.
Così è possibile restare estasiati ad ammirare l’intensa espressività di una mateità dei bambara del Mali, dove un bambino si avvinghia attorno alla vita della madre, protetto dalle sue braccia, o il realismo di un volto bronzeo degli ashanti o la spiritualità che emana un reliquiario bwestern.

Per evitare che il visitatore meno attento si smarrisca culturalmente tra le figure esposte, i curatori del museo hanno scelto di esibire solo le opere artisticamente più significative (una quarantina in tutto), dislocate in teche di vetro. Attraverso una serie di percorsi tematici, si è condotti da un fascio di luce, accompagnato da una voce fuori campo, a percorrere differenti itinerari che si soffermano su particolari gruppi scultorei. Di particolare interesse è il circuito dedicato alla fertilità della donna, che, oltre a mostrare le opere più interessanti esposte nella sala, delinea l’importanza del ruolo femminile nelle società africane.
Per chi volesse entrare più a contatto con la realtà attuale del continente, un filmato di una ventina di minuti dà allo spettatore la visione dei variegati aspetti delle società africane: dai calmi ritmi di vita delle popolazioni tribali alla frenesia delle città modee, senza trascurare le immagini degli slums che avvinghiano come serpenti i ricchi centri commerciali delle megalopoli.

Ma la grande peculiarità del museo, sicuramente la più amata dai bambini e numerose scolaresche che vi fanno visita, rimane la parte dedicata alle attività interdisciplinari qui proposte. Laboratori di musica e danza guidati da artisti africani o atelier di scultura e pittura, aiutano i ragazzi a immedesimarsi nel vero spirito di un continente geograficamente a noi vicino, ma intellettualmente lontano.
Per i più grandicelli, le mostre tematiche, rinnovate periodicamente, rappresentano un ulteriore approfondimento di usi e costumi delle popolazioni locali. Attualmente il museo ospita una interessante esposizione sulla simbologia dei gesti nelle varie culture africane attraverso cui ci si può rendere conto di come semplici azioni quotidiane possono assumere significati differenti, spesso addirittura opposti, a seconda delle latitudini dove questi vengono espressi.
Nel lasciare il Museo d’arte e cultura africana mi rimane impressa una frase raccolta nella locandina del museo: «C’è comunque un gesto che è universale e che ha lo stesso significato in tutta l’Africa come in tutto il mondo: il sorriso».
E questo gesto, il sorriso, a pensarci bene, in un certo senso ci rende più simili agli africani.
In fondo, tutti noi siamo un po’ africani.
Piergiorgio Pescali

Giuseppe Quattrocchio




TANZANIA – Otto ragazzi dal baba…

Il missionario è Camillo Calliari e il vescovo
Alfred Maluma. Otto giovani italiani in Tanzania
li osservano e pongono domande anche spinose:
sull’aids, per esempio.

Intanto, nell’anno internazionale dell’acqua,
i ragazzi danno una mano a completare un acquedotto
di 7 chilometri.

Sud del Tanzania. Dalla città di Njombe alla missione di Kipengere un pulmino arranca su ripide salite sterrate e geme nella morsa dei freni nei tratti di vorticosa discesa. Al passaggio del mezzo, i viandanti lungo la strada voltano le spalle e si coprono la bocca con una mano per proteggersi dal polverone, reso più denso dall’incombere della sera.

«Come te
non c’è nessuno…»
Il pulmino trasportava otto giovani italiani.

«Stop, per piacere! – si rivolsero ad un tratto gli italiani all’autista tanzaniano -. Ci piacerebbe fotografare quei bambini alla fontana». «Avrete altre e migliori occasioni – rispose il conducente -. Fra non molto è notte, e padre Camillo ci attende un po’ ansioso a Kipengere…».
A Kipengere opera padre Camillo Calliari, più noto come «baba Camillo». Il baba ha votato se stesso alla causa del vangelo: il vangelo della «vita in abbondanza». Vita che è pure acqua.

Fra tante e significative iniziative di promozione umana, il missionario ha inventato pure un acquedotto, sostenuto dal coinvolgimento della popolazione locale e dalla solidarietà di numerosi amici in Italia, non ultimi gli otto giovani del pulmino.

L’acquedotto è un’opera necessaria, costosa ed imponente, realizzata con tenacia nell’arco di anni su un vasto territorio, ricco di sorgenti d’acqua potabile, a circa 2.200 metri di quota. Dunque un’impresa in montagna, che ha esaltato baba Camillo, trentino di Romeno, in Val di Non. Un’opera surriscaldata dai raggi ultravioletti del sole, con gli uomini che disboscano il percorso dei tubi con un coltellaccio su terreni scoscesi, mentre le donne aggrediscono il suolo roccioso a colpi di zappa. E questo per chilometri e chilometri: 210 per la precisione, se si sommano gli 80 chilometri della condotta principale dell’acquedotto ai 130 delle diramazioni…

Spalla a spalla con i tanzaniani, gli otto giovani nostrani aggiunsero altri sette chilometri all’acquedotto, innalzando tre fontane nel villaggio di Ihagala e due in quello di Ilindiwe, a 20 chilometri da Kipengere. «Per noi è stato il modo migliore per celebrare l’anno internazionale dell’acqua» commentò uno dei protagonisti ad opera finita.

Quando l’acqua potabile sgorgò giorniosa e cristallina dai candidi rubinetti, fu un trionfo. I bambini dei villaggi cantavano: «Baba Camillo, hakuna mtu kama wewe» (come te non c’è nessuno).

Ma il missionario della Consolata abbassava la testa, pensando forse al prossimo «appuntamento» già fissato: un nuovo ramo dell’acquedotto di 15 chilometri. «Ah, dimenticavo! – disse anche ai ragazzi rincasando a Kipengere dopo la festa – l’acquedotto è… ecumenico, poiché vi ha contribuito anche la chiesa luterana pagando il trasporto di materiali e persone».

Chi offre una sedia?

«Il vescovo è arrivato» annunciò Laura. «Come lo sai?» chiese Mario. «Ho visto un uomo con un vistoso anello al dito…».

Sì, monsignor Alfred Maluma era giunto. Desiderava incontrare Laura e Mario, come pure Alessio ed Elena, Barbara, Lucia, Valeria e Francesca: gli otto giovani italiani che, nell’agosto scorso, trascorsero alcune settimane a Kipengere, missione della diocesi di Njombe.

«Buon pomeriggio» accolsero il vescovo i ragazzi. «Buon pomeriggio a voi e benvenuti nella nostra diocesi di Njombe!».

Il presule si rivelò subito affabile, con un sorriso accattivante, padrone di un buon italiano e in grado di rispondere a tutte le domande degli ospiti.
– Quale vescovo, come giudica la nostra presenza nella sua diocesi?

«Desidero che la diocesi sia accogliente: chi viene qui deve sentirsi a casa. Voi siete cristiani, penso. Allora ricordo che la chiesa è una famiglia che riunisce tutti. Come afferma san Paolo, dopo Gesù Cristo non ci sono più arabi, ebrei, italiani. Siamo tutti figli di Dio.
Qui, fra i missionari della Consolata, c’è baba Camillo, che lavora da tanti anni e ha fatto ottime cose. Voi pure, insieme a lui, avete contribuito a portare l’acqua potabile in due villaggi… I missionari lavorano, presentandosi come fratelli di tutti nella grande famiglia di Cristo. Questa è la nostra fede. È come un albero con tanti rami, e voi siete alcuni rami che continuano a spuntare. Mi auguro che la vostra presenza porti anche frutto. Per la gente locale siete una testimonianza di carità».

– Lei, forse, non è nato cattolico. Ebbene, com’è avvenuto il suo incontro con la chiesa?
«Io sono nato cattolico. In questa regione c’era una scuola elementare cattolica. I miei genitori vi lavoravano… e, con il tempo, sono stati battezzati. Quindi io sono nato cattolico. Però non tutti i miei coetanei sono cattolici. Ma i missionari hanno sempre annunciato il vangelo, accompagnato da servizi sociali: scuole, ospedali, coltivazioni. E la gente si interroga: chi è il missionario? In che cosa crede? Se crede in Gesù Cristo, anche la popolazione è pronta a farlo».
– In Tanzania molti vivono in condizioni difficili. Che fa la chiesa per promuovere lo sviluppo?

«Sono già state fatte molte opere, perché la chiesa ha sempre presentato il vangelo con i fatti: per esempio, l’istruzione scolastica in Tanzania è opera dei missionari. Fino agli anni ’70 era quasi impensabile un’istruzione senza le scuole missionarie, che sono state centri di sviluppo. Ma resta ancora molto da fare».
– Monsignore, ci parli di lei…

«Sono vescovo da appena un anno e sto avendo una drammatica esperienza visitando le parrocchie. Io sono figlio di contadini, ma forse non conosco la loro vita. La prima volta che, da vescovo, sono stato in un villaggio per conferire la cresima, ho dovuto cambiare la predica preparata, per non battere l’aria. Ero di fronte a tantissimi bambini: coglievo nei loro occhi una grande aspettativa, ma non sapevo cosa dire.

Uscendo di chiesa, ho chiesto ai genitori: cosa possiamo fare per i giovani? La risposta è stata: noi non siamo più in grado di educare, specialmente le ragazze… Ho invitato tutti a pregare, a riflettere maggiormente, ad incontrarsi. L’hanno fatto giungendo a questa conclusione: la chiesa dovrebbe impegnarsi di più nella scuola, dall’asilo all’università… Ecco perché la mia prima lettera pastorale, brevissima, affronta il tema dell’educazione-istruzione.
Se ci impegneremo di più nell’educazione, assicureremo il benessere integrale ai ragazzi di oggi».

– Pertanto il vescovo costruirà scuole?

«Il vescovo, da solo, non può costruire scuole, perché non ha soldi e la diocesi è povera. Siamo tutti poveri. Però se ognuno fa qualcosa (una finestra, una porta, una sedia)… Se anche voi, giovani, costruirete un muro di un’aula scolastica, contribuirete all’educazione. Non lasciatevi scoraggiare… La diocesi conta 240 mila abitanti; quelli che possono dare qualcosa sono 100 mila; ma, se tutti costoro lo faranno, costruiremo due nuove scuole, o almeno una».

AIDS E PRESERVATIVO

Il vescovo di Njombe e i giovani italiani conversavano all’aperto, seduti su una panca. Improvvisamente si levò un vento freddo, che costrinse tutti ad entrare in casa, cioè la baita, dove i ragazzi alloggiavano. Sul prefabbricato spicca una targa: «Dono degli alpini di Giussano».

L’intervista ad Alfred Maluma riprese attorno a un tavolo, ingentilito da un mazzo di splendide calle.
– Eccellenza, qual è il rapporto con i non cristiani?
«Nella regione di Njombe ci sono cattolici, luterani, anglicani e altre piccole denominazioni religiose. In passato c’era fra loro antagonismo; oggi questa malattia sta scomparendo. Fin da piccoli siamo abituati a vivere in armonia con ogni fede».

– Anche con i musulmani?

«Con i musulmani il problema si fa acuto di fronte ai fondamentalisti, che vengono dai paesi arabi. Ma con i musulmani tanzaniani (salvo qualche eccezione), non ci sono grosse difficoltà. Partecipiamo anche ai loro matrimoni e funerali. È un dovere di famiglia».
– Aids. In Italia si dice che in Africa servono soprattutto i preservativi. Lei, che dice?
«È essenziale cambiare abitudini e mentalità. Anche l’aspetto economico influisce molto: si cerca di lucrare sfruttando l’aids, cioè produrre e vendere preservativi. Invece si pensa troppo poco alla prevenzione, basata sull’educazione.

L’aids è esploso come una bomba per povertà e ignoranza: per esempio, se andate in un villaggio, vedete che si usano siringhe scadute, non sterilizzate, già impiegate per più individui. Vi sono medici tradizionali (un po’ stregoni) che incidono i corpi di vari pazienti con la stessa lametta, senza neppure disinfettarla. Lo stesso avviene nelle pratiche chirurgiche dell’iniziazione femminile e maschile. Sono fatti macroscopici.

Prevenzione contro l’aids significa investire sulla formazione dei giovani: questo comporta anche la revisione di alcuni costumi sessuali legati alla tradizione. È una trappola dire: “Tanto prenderò il preservativo!” (che in Africa è magari difettoso).
Io ho lavorato con i giovani subito dopo l’ordinazione sacerdotale. I giovani, prima che con il male, cercano di identificarsi con il bene. Ma se non lo vedono, perdono la speranza. Di qui l’urgenza di prospettare ideali positivi».

– Noi siamo qui a Kipengere anche per imparare. Secondo lei, che cosa possiamo apprendere?
«Questo dipende da voi. Io sono a casa mia, e non posso propormi a voi. Voi dovete scegliere. Tuttavia vi dò un consiglio: osservate con attenzione le persone, informatevi sui loro problemi, rifuggite dai luoghi comuni proposti dai mass media. In ogni caso siate solidali, generosi…».

Alfred Maluma saluta Laura e amici prima di cena, mentre la campana della missione di Kipengere suona l’Ave Maria. Congedato il vescovo, baba Camillo entra in chiesa per la preghiera della sera. In cielo splende la luna.
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Francesco Beardi




TANZANIA come cambiare il sistema economico?

«POVERI, SALVIAMOCI A VICENDA!»

Oro, diamanti e pietre preziose non mancano.
Ma dove finiscono i loro proventi?
A quanto ammontano?
Come vengono investiti?…
A dispetto delle ricchezze, la povertà penalizza
soprattutto i villaggi, dimenticati dallo stato.
Per risolvere i problemi, si fa strada una nuova strategia,
fondata sulla «concorrenza» degli stessi poveri.
L’apporto della chiesa è oggi più che mai necessario.

La chiesa cattolica deve puntare
su nuove strategie per aiutare
la popolazione a superare
la grave situazione economica del
Tanzania e valorizzare le ricchezze
del suolo.
Questa dichiarazione è stata fatta
da alcuni professori dell’università
di Dar es Salaam, insieme ad altri intellettuali,
nel Simposio internazionale
organizzato dalla Commissione
«Giustizia e pace» della Conferenza
episcopale del Tanzania.
Il Simposio, con lo slogan «Poveri,
salviamoci a vicenda!», ha approfondito
i problemi della povertà
e dello sgretolamento dell’associazionismo
che incombe sulla popolazione,
nonostante che il Tanzania
sia una nazione tranquilla, dove regna
la pace e con un’unica lingua, lo
swahili.
Il professore Haji Semboya ha dichiarato
che la chiesa ha vaste possibilità
di animare la gente, specialmente
i più poveri, affinché prenda
coscienza dei suoi diritti e delle sue
capacità di migliorare la situazione.
Il docente ha stimolato i vescovi cattolici,
con il cardinale Polycarp Pengo
in testa, a collaborare nell’educare
la popolazione, perché la chiesa è
parte del popolo del Tanzania. Il suo
apporto è oggi più urgente che in
qualsiasi altro periodo della storia.
Le difficoltà sociali non dipendono
dalla mancanza di risorse, ma dal
cattivo sistema economico: un sistema
ritenuto da tanti incapace di
produrre e distribuire beni alla maggioranza
dei cittadini.
A parere di Haji, in Tanzania abbondano
oro, diamanti, nonché la
pietra preziosa tanzanite, superando
molti altri paesi; però l’economia
dipende troppo dagli aiuti estei,
che comportano vincoli ed anche
«trappole» da parte di coloro che
concedono prestiti.
Nazioni come Botswana, Australia
e Sudafrica possiedono minerali
e operatori nel settore; però questi
paesi hanno accordi «societari» e,
perciò, i guadagni vengono ripartiti
fra tutti i soci, mentre il Tanzania incassa
solo tasse fiscali.
Haji ha sfidato i partecipanti all’incontro
con la seguente domanda:
«Chi conosce la quantità d’oro,
diamanti e tanzanite che ogni anno
si produce nel paese?». L’interrogativo
ha destato scompiglio, supposizioni
e dubbi. Ma nessuno ha saputo
dare risposte certe.
Un corrispondente del settimanale
cattolico Kiongozi,
giunto al Ministero delle miniere,
non è riuscito a contattare il
commissario ad hoc per conoscere il
quantitativo di minerali estratti in
Tanzania e quanto il paese si avvantaggi
dei giacimenti affidati a privati,
sia tanzaniani sia stranieri. Tuttavia
alcuni addetti dello stesso Ministero
hanno risposto che i dati sono
in elaborazione e che saranno notificati.
Ma finora non si è saputo nulla.
I delegati al Simposio hanno pure
denunciato che, negli accordi del
settore minerario, i cittadini non godono
di alcuna partecipazione e sono
tenuti all’oscuro di tutto.
Un impiegato del Ministero delle
miniere (non ha voluto rivelare il nome)
al giornalista di Kiongozi ha ricordato
che gli accordi sono segreti:
«Sai… tutti i contratti lo sono, ma
specialmente quelli in campo commerciale.
Nessuno vuole che la gente
conosca troppo da vicino l’ammontare
del suo capitale e l’andamento
del business!».
Damian Dalu, vescovo di Geita, a
chi gli ha chiesto informazioni sul
pagamento versato alle popolazioni
espropriate delle loro terre (ricche
di minerali) e trasferite altrove, ha risposto
laconicamente: «È uno scandalo.
Nessuno sa niente!». Ma l’affermazione
del vescovo contrasta
con quanto ha prospettato un direttore
distrettuale dello sviluppo, il
quale in un suo rapporto si è dimostrato
soddisfatto del risarcimento
pagato ai contadini e del progresso
realizzato dagli investitori nel distretto.
I partecipanti al Simposio hanno
aggiunto un’altra amara osservazione, e cioè: anche quando è evidente
che gli accordi penalizzano i cittadini,
non si fa nulla per modificare
la situazione, perché i contratti
firmati sono considerati «parola sacrosanta
di Dio».
Il professore Mkandala, dell’università
di Dar es Salaam, ha ricordato
che molte direttive sui
piani di sviluppo nazionale vengono
prese dal governo centrale; la loro
applicazione dovrebbe riguardare i
villaggi, ma in loco non si arriva mai.
Il docente ritiene che ai tanzaniani
non serve un’economia retta dalle
leggi del mercato neoliberista, poiché
non hanno strumenti per parteciparvi.
Rispetto al potere centrale, la chiesa
è in una posizione migliore, perché,
data la sua organizzazione decentrata
(diocesi, parrocchie, cappelle),
raggiunge anche i gruppi più
piccoli, sparsi nei villaggi. Mkandala
ha concluso: «Nel distretto è all’opera
un ottimo servizio scolastico;
esistono buone direttive e validi
strumenti per l’uso e il risparmio di
denaro (banche). Nello stesso tempo
nel distretto vivono migliaia di
coltivatori, sparpagliati in numerosi
villaggi: sono questi che devono essere
aiutati ad entrare nei programmi
economici del libero mercato. In
Tanzania la spina dorsale dell’economia
resta l’agricoltura».
Al termine del Simposio internazionale,
che ha visto personaggi di
Tanzania, Uganda, Kenya, Botswana,
Eritrea, Regno Unito, Germania,
Belgio e Olanda, i delegati hanno elaborato
alcune proposte da presentarsi
al presidente del Tanzania,
Benjamin William Mkapa.
Le proposte evidenziano soprattutto
un dato: gli sforzi per superare
la povertà non saranno mai efficaci
se gli stessi poveri, che vivono
nei villaggi e nei quartieri periferici,
non saranno fatti partecipi delle decisioni
generali che riguardano la loro
vita.
Nel consegnare le proposte al
presidente della repubblica
Mkapa, il professore Beda
Mutagahywa ha dichiarato: «Ecco le
conclusioni salienti, elaborate insieme,
sui problemi e modi di combattere
la povertà. In questo paese c’è
bisogno estremo di progetti pubblici
e di servizi sociali: servizi a favore
della popolazione, rivolti con maggiore
precisione e determinazione
soprattutto alla massa dei diseredati:
donne, bambini, giovani e anziani;
handicappati, carcerati, prigionieri
in attesa di giudizio, persone
vittime di credenze antiquate».
Si è pure ribadita la necessità di
rinnovare gli strumenti di potere, di
valutare la loro efficienza nei vari distretti
per renderli più efficaci, di
accertare che i progetti di sviluppo,
destinati al popolo, siano concretamente
realizzati.
Chiudendo il Simposio, il presidente
Mkapa ha affermato che i tanzaniani
dovranno lavorare con maggiore
energia, perché il lavoro è il
primo mezzo per vincere la povertà.
Ha aggiunto che i bisogni hanno
tante facce e voci; ecco perché è necessario
l’apporto di tutti: dal governo
ai singoli, dagli apparati pubblici
alle organizzazioni non governative.
Il fatto che i poveri aiutino se
stessi non è solo un’alternativa per
rispondere ai bisogni, ma anche una
chiamata rivolta a tutti per lavorare,
per avere nuove idee dalla base e cogliere
«l’assoluto della vita».
È certo determinante chi entra
nella guerra contro la povertà; ma lo
è anche il modo, giorno dopo giorno.
«Nel caso in cui un bisognoso ne
aiuti un altro, entrambi dovranno
sostenersi a vicenda nel cercare i
mezzi per superare la povertà, non
per condividerla… dipendendo
passivamente uno
dall’altro».

(*) Missionario della Consolata
in Tanzania per molti anni,
padre Giovanni Medri si è avvalso
di un «reportage» di Kiongozi
(23/29 novembre 2002),
settimanale cattolico nazionale
in lingua swahili.

PARTENDO DAL BASSO
Le proposte del Simposio
al presidente della repubblica Benjamin W. Mkapa

SIGNOR PRESIDENTE,
grazie di averci onorati della sua presenza
per raccogliere i frutti del nostro
Simposio. Lo scopo è stato la ricerca
di soluzioni e programmi per
aiutare i poveri.
Le seguenti proposte sono della Commissione
«Giustizia e pace» dei vescovi
cattolici del Tanzania e dei partecipanti
al Simposio, provenienti da
varie fedi del nostro paese e di altri
paesi dell’Africa e dell’Europa.
Ci piace ricordare che tutti hanno offerto
il loro contributo gratuitamente,
pagandosi anche il viaggio.

1. LA BASE PER LO SVILUPPO
È importantissimo tener presente che
la base di ogni sviluppo è l’uomo. Di
conseguenza tutte le iniziative per
sconfiggere la povertà devono partire
dalla persona, nella sua dignità, e
abbracciare l’intera umanità. Ciò significa:
accettare tutte le cose che
sono a vantaggio delle persone, di
tutti noi. È necessario accettare con
entusiasmo la cooperazione sociale.
Inoltre è necessario riconoscere che i
beni della terra, la nostra vita stessa
e le nostre diverse capacità sono dono
di Dio.
Noi, appartenenti a religioni diverse,
viviamo a contatto con il popolo e,
perciò, ne conosciamo i bisogni e anche
le soluzioni idonee al progresso.
È di grande importanza rinnovare le
strategie di sviluppo partendo dal
basso, per unire le strategie dall’alto.
È vitale irrobustire gli sforzi che si
compiono nei villaggi: è questa l’azione
dal basso.
Vi sono segni che fanno pensare ad uno
sgretolamento della cooperazione
sociale. Tali segni ci preoccupano. Allora
riteniamo di dover offrire la nostra
opera per l’unità del paese, operando
con i diseredati.

2. I SERVIZI ALLA SOCIETÀ
Molti servizi sociali arrivano fino al
gradino del distretto, ma non a quello
del villaggio. Bisogna rivedere gli
strumenti di governo, per accertare se
i progetti di sviluppo, a partire dall’alto,
giungano alla base. Occorre che
le direttive dei pubblici poteri siano
efficaci e siano controllate nei villaggi
dagli abitanti interessati.
In generale abbiamo scoperto che c’è
un vuoto tra distretti e villaggi. Tale
vuoto deve essere colmato, affinché
la popolazione abbia maggiori vantaggi
dai programmi messi in campo
dal governo. Siamo pronti a lavorare
per colmare il vuoto.
Sappiamo che la cooperazione dei cittadini,
a livello di base, non è facile,
poiché tocca campi diversi. Noi siamo
disponibili a cornoperare con il governo
per cercare i migliori metodi.

3. L’ISTRUZIONE
È necessario rivedere il nostro sistema
educativo e la sua efficienza, per
accertare se coloro che terminano le
scuole sono preparati all’azione e ad
incrementarla. L’educazione all’indipendenza,
associata alla creatività e
responsabilità personale verso la società,
deve essere fortemente inculcata.
Nei villaggi si insista su un insegnamento
diligente, favorendo le
scuole artigianali e le nuove tecnologie.
Noi continueremo a cornoperare per una migliore istruzione, per la formazione
artigianale e di nuove tecniche.

4. IL CAMBIAMENTO MENTALE
È penoso scorgere nei villaggi «una
mentalità di dipendenza» nelle opere
di sviluppo, come pure fra i leaders locali.
Dall’esterno, non si apprezzano
le risorse che i poveri possono offrire.
Mancano di partecipazione.
In tale situazione gli sforzi per cambiare
devono essere fatti con la partecipazione
del governo, delle associazioni
religiose e degli stessi abitanti.
È doveroso ricordare che un
posto di responsabilità non è un luogo
per arricchirsi.

5. LE RISORSE NATURALI
L’impiego delle risorse naturali e la loro
privatizzazione riguardano l’intera
nazione. I cittadini hanno diritto di
conoscere come vengono usati i beni.
Perciò è molto importante far conoscere
ai cittadini i progetti di sviluppo,
per associarli in modo più consapevole.
La compartecipazione e una
migliore chiarezza faranno diminuire
i conflitti nella società.

6. VALUTARE IL LIBERO MERCATO
È urgente che il governo valuti i risultati
del sistema del libero mercato,
specialmente tra i poveri. In ogni ambito
si verifichi, il più possibile, se sono
rispettati i diritti fondamentali dei
lavoratori. Il mercato libero, se non è
ben controllato dal governo, finisce
per opprimere maggiormente i bisognosi.
Essi vanno protetti con trasparenza.

7. I PIÙ VULNERABILI
Urgono servizi nazionali e locali, come
pure inteazionali, che vengano
incontro con maggiore attenzione alle
categorie più vulnerabili nella società:
donne, bambini, giovani, vecchi;
e inoltre: portatori di handicap,
quelli in custodia preventiva e in carcere,
quelli legati a credenze e abitudini
ancestrali.
È necessario costruire la società di
tutti, senza esclusioni. I disabili ricevano
i servizi necessari e siano inseriti
nella società, nella scuola e nel
lavoro senza discriminazioni. I diritti
dei detenuti siano rispettati, come
quelli di tutti.

8. I RIFUGIATI
La presenza di molti rifugiati in Tanzania
non solo mette in pericolo la sicurezza
del nostro popolo, ma interferisce
nello sviluppo delle regioni di
confine, dove chi è già povero deve
portare anche il peso di altri poveri.
La comunità internazionale cerchi le
strategie per porre fine ai conflitti
nella regione dei Grandi Laghi, come
ha fatto per Timor Est e Bosnia.

9. I MALATI DI AIDS
Ci si impegni di più per indurre la popolazione
a combattere l’Aids, anche
nei villaggi. Ci si preoccupi dei colpiti
da Hiv, che possono contagiare altri
a causa anche di credenze distorte
e abitudini antiche.
Siano protetti dal governo e dalla società.
Noi ci uniremo maggiormente
all’autorità pubblica per scongiurare
questi mali fra la nostra gente.

SIGNOR PRESIDENTE,
nel Simposio abbiamo capito che l’azione,
partendo dal basso della società,
ci aiuterà ad eliminare la povertà
molto più in fretta rispetto al
passato. La chiesa cattolica e le altre
comunità religiose sono pronte a collaborare
ancora di più col governo.
Invitiamo l’esecutivo ad essere più disponibile
per accordarsi con tutti per
il bene del popolo, specialmente nei
villaggi dove i leaders religiosi sono
più vicini alla gente e godono di familiarità.

mons. Paul Ruzoka,
vescovo di Kigoma e presidente
della Commissione «Giustizia e pace»
prof. Beda Mutagahywa,
animatore dei gruppi
di discussione del Simposio

Giovanni Medri




MGONGO (TANZANIA) tra i ragazzi di strada

LA CASA CHE RESTITUISCE I SOGNI

Iniziata con una ventina di ragazzi di strada,
oggi la Faraja house (casa della consolazione)
ne accoglie 130, con storie di emarginazione
che stanno diventando storie d’amore e solidarietà:
le racconta l’iniziatore di quest’opera.

Il 1° maggio del 1997, a Mgongo,
periferia di Iringa, c’era un edificio
con un gruppo di 11 bambini:
nasceva così la Faraja house (casa
della consolazione) per i ragazzi di
strada. Oggi è un grande villaggio
con tante case e casette, scuola elementare,
scuola tecnica, dispensario,
strutture per allevamenti e, al centro
del tutto, una bella chiesetta. E poi
tanti bambini e ragazzi di ogni età, figli
della miseria e abbandono. Le loro
storie sono una litania di abusi, fame,
furti, prigione… lotta per la sopravvivenza.

Il nostro diario è pieno di racconti
e avvenimenti, successi e insuccessi,
ma sempre conditi d’amore ed entusiasmo,
nonostante tutto.

VOGLIA DI CAREZZE
I primi arrivati ora sono «giovanotti
» e frequentano i corsi tecnici o
o le scuole superiori. Abi è uno di essi:
una storia dura per lui e per me;
un cammino difficile, ma fruttuoso.
Era un bambino pauroso e introverso.
Dodicenne era già condannato
a sette anni di carcere per aver rubato
una radio. Dopo due anni riuscì
a scappare. Vagabondò per un
altro anno, finché fu accolto in un
centro per ragazzi di strada che, sotto
il nome di Ong, ancora oggi sfrutta
bambini con impunità e la connivenza
di qualche pezzo grosso. Raccontava
che là picchiavano sodo e si
mangiava poco.
Scappato dalla casa di accoglienza,
Abi si fece altri sei mesi in galera
a Iringa; poi fu trasferito al carcere a
Mbeya. Riuscì quasi subito a evadere,
ma fu ripreso e sottoposto a botte,
lavoro, fame e castighi. Riuscì
nuovamente a evadere e fuggì a Iringa
dove si aggregò a una piccola banda
di ragazzi che vivevano di espedienti:
diventò maestro di furti e bugie
per sopravvivere.
Arrivò a Mgongo nel luglio del ‘97.
Mi raccontò la «sua» storia, quasi
tutta inventata: diceva che i genitori
erano morti quando lui era piccolo;
ma si lasciò sfuggire il nome del villaggio
d’origine, lontanissimo, nel
nord del Tanzania. Riuscii a risalire
alla famiglia attraverso il parroco del
luogo: suo padre pretendeva che il
figlio tornasse in prigione. Decisi di
tenermelo senza far sapere dov’era.
Dopo mesi arrivò la mamma, avvertita
in segreto. Era partita da casa
con uno stratagemma, perché il marito
non sapesse. S’informò del figlio,
che non vedeva da tre anni. Raccontò
che il padre lo odiava visceralmente,
perché il bambino era un ladruncolo
fin da piccolo. Una volta gli bruciarono
le mani, legate con erba secca;
ma non era servito a niente.
Quando Abi vide la mamma si
voltò dall’altra parte e si rifiutò di salutarla.
Mi sussurrò: «Quando ne avevo
bisogno, lei dov’era?». Era solo
un bambino abbandonato e «stanco
», ma con tanta voglia di carezze.

IN CERCA DI RADICI
Alì è uno degli ultimi arrivati. Lo
incontrai al mercato mentre ero in
giro con amici di Torino. Era affamato,
sporco, cencioso. Lo avvicinammo
e fummo subito circondati
da una turba di ragazzi e giovani habitué
del mercato che mi supplicarono
in coro: «Baba Faraja, prendilo
con te, perché è troppo piccolo e
non riesce a sopravvivere».
Guardai gli amici e lo invitammo
a salire in auto per parlargli con più
calma. Chi sei? Da dove vieni? Hai
parenti? Dalle poche parole che
riuscii a tirargli fuori, seppi
che aveva un padre e abitava
nei sobborghi della
città, l’ultima casa ai piedi
della montagna. Decidemmo
di andarlo a
trovare, anche se avevamo
fretta: stava per
scendere la sera. La capanna
era chiusa. Si avvicinò
un giovane e gli
chiedemmo informazioni. Arrivò una
donna che, dopo lunghe spiegazioni,
si presentò come «zia». Quante zie in
Africa. Risulterà poi essere la matrigna.
Il bimbo era spaurito. Pareva avere
8-9 anni; ma la zia disse che ne aveva
almeno 15. Ci spiegò che il padre
era al kilabu (osteria). Lo incontrammo
per strada: era ubriaco.
A vedere il figlio con dei bianchi,
l’uomo si spaventò e cercò di spiegarci
che «lui non c’entrava»: aveva
solo collaborato a metterlo al mondo;
la madre se n’era andata e non si
era fatta più vedere; per questo il ragazzo
era con la «zia».
Domandammo anche a lui quanti
anni avesse il figlio. Rispose che ne
aveva 17. Era chiaro che, passata la
sbornia, lo avrebbe fatto ringiovanire.
Lo invitammo a venire
al centro la domenica
seguente, per
foirci, a mente
lucida, altri chiarimenti,
ventilando,
se non si fosse
presentato, un’eventuale
denuncia
alla polizia per abbandono
di minore.
Per questo ci affidò il
figlio molto volentieri. A casa cominciò
un arduo lavoro di restauro
per renderlo presentabile: era pieno
di vermi, scabbia, pidocchi e altro.
Alì ha 12-13 anni, ma non li dimostra.
La madre morì quando ne aveva 2.
Se n’era preso cura una zia, vecchia e
sola, ma poco dopo lo aveva riportato
al padre: cominciò per lui una tremenda
vita di stenti, vagabondaggi,
fame, botte; finché andò a vivere sulla
strada.
Ora Alì va a scuola. Vuole rompere
col passato: si fa chiamare Rich, come
il protagonista di un film. Almeno
i sogni nessuno glieli può rubare.
È arrivato anche Fabian, amico inseparabile
di Alì-Rich: la notte dormivano
in un mucchio di crusca vicino
ad un mulino per tenersi caldi e
nascondersi; di giorno, in giro a cercare
di che sfamarsi, raspando tra i
rifiuti del mercato. Rimasto solo alla
stazione delle corriere, è venuto pure
lui, piuttosto malconcio, a chiedere
di essere accolto alla Faraja.
Fabian era scappato da casa dopo
la morte della madre. Veniva da molto
lontano, oltre 300 km da Iringa,
da qualche paese dell’Ukinga, di cui
non ricorda il nome. Per tre mesi, a
piedi, vagabondò di villaggio in villaggio.
Da 5 anni faceva vita da randagio
per le strade di Iringa.
Ho fatto delle ricerche, ma è stato
come cercare un ago nel pagliaio: il
suo cognome, Sanga, in quella zona
è comunissimo. Ora è con noi, senza
radici; ma ha ritrovato l’amico e una
casa per sognare. Ha solo 12 anni.

CARCERE DELLA VERGOGNA
La domenica molti ragazzi di strada
della città vengono alla Faraja per
lavarsi, mangiare e giocare con i nostri;
verso sera li riportiamo sulla
piazza del mercato. Intanto mi faccio
raccontare le loro storie. A seconda
dei casi, cerco di rintracciare
i parenti; li aiuto ad andare a scuola;
li tiro fuori dalla prigione. Con qualcuno
ci sono riuscito.
Anche Dicki, sorriso accattivante e
ladruncolo imbattibile a12 anni, mi
ha raccontato la sua storia di violenze:
arrestato per vagabondaggio, fu
buttato in prigione e rinchiuso in un
camerone con 52 adulti. Due di loro
l’hanno ripetutamente violentato di
fronte agli altri, senza che nessuno si
sia mosso a pietà delle sue grida.
Il giorno dopo il suo racconto, feci
irruzione nell’ufficio dell’assistenza
sociale con tanta rabbia in corpo
e grande sconforto: gli addetti a tale
ufficio fanno poco o niente; d’altronde
sono pochi, quasi senza mezzi
e con meno voglia e autorità.
La rabbia più forte la scaricai sul
capo delle prigioni: un omone mellifluo
e panciuto, da gran bevitore,
che, tra le altre cose, mi disse vigliaccamente
che ragazzi come Dicki
ci sono abituati e ci stanno. Mi viene
da credere che sia tutto combinato:
che ogni tanto arrestino qualche ragazzino
della strada per darlo in pasto
ai carcerati.

SOLIDARIETÀ DEI POVERI
Pochi giorni fa, passando per il
mercato, trovai una grande folla che
vociava e sghignazzava. M’informai
e mi dissero che stavano picchiando
un piccolo ladro. Sceso dall’auto, mi
avvicinai. La folla aprì un varco; tutti
mormoravano: «Baba faraja». Arrivato
sul luogo della scena, vidi che
alcune «guardie» del mercato stavano
bastonando Jonny e un energumeno
lo prendeva a calci in pancia,
mentre Tray cercava di frapporsi col
suo corpo e invocava pietà.
La mia presenza fermò i bastoni; i
ragazzi mi spiegarono l’accaduto:
Jonny aveva voluto aiutare un europeo
a portare la borsa per guadagnarsi
qualche soldo; ma qualcuno
aveva frainteso il gesto e si era messo
a gridare: «Al ladro! Al ladro!».
In tali occasioni tutti si trasformano
in «giustizieri» e diventano spietati,
fino a uccidere il malcapitato a
botte, oppure gli legano le mani, gli
infilano al collo un vecchio copertone
inzuppato di petrolio e danno
fuoco. È successo pure che a qualcuno
hanno bucato gli occhi.
Presi per mano i due ragazzi, veramente
malconci, e li portai all’ospedale.
Ancora oggi, Jonny e Tray
portano in faccia e sulle gambe i segni
di quelle botte. Tray ne è fiero:
«Solidarietà tra reietti!».
Questi bambini sono i famosi «ultimi
» del vangelo, destinati a «primi
». In certe occasioni si risveglia il
buon cuore anche dei più monelli,
tanto che bisogna frenarli. Nell’ultima
quaresima, per esempio, alcuni
ragazzi decisero in assemblea di «dare» qualcosa ai più poveri di loro. Le
idee erano tante: una delle squadriglie
(così sono organizzati i 130 ragazzi)
propose di rinunciare alla colazione
del mattino e dare l’equivalente
in denaro. Alla fine fu deciso
che il giovedì pomeriggio, invece della
solita partita a pallone, avrebbero
raccolto pietre da costruzione sulle
montagne vicine per poi venderle.
Per me il giovedì pomeriggio si trasformò
in un incubo, al vedere i fianchi
della montagna brulicare di bambini
e ragazzi che facevano rotolare
a valle grossi massi, preceduti e seguiti
da tante ansiose raccomandazioni.
Tra l’altro, temevo che da sotto
i massi uscisse qualche serpente,
anche se non credo che i ragazzi si sarebbero
spaventati più di tanto.
Ne raccolsero tre camionate. Il ricavato
lo usammo per aggiustare la
casetta di Huruma, un’orfana di 12
anni, che vive con la nonna cieca: oltre
ad accudirla, trova il tempo di andare
a scuola.

ADULTI DA SENSIBILIZZARE
Il numero dei ragazzi di strada
continua ad aumentare, anche a causa
dell’Aids. Orfani a causa di tale
pestilenza, essi non sono più assorbiti
nel tessuto sociale dei villaggi,
perché sono diventati troppo numerosi;
non resta loro che sciamare per
le strade delle città, organizzarsi in
bande e diventare facilmente piccoli
delinquenti.
È difficile trovare per tutti una soluzione
definitiva. Intanto, abbiamo
fretta di aprire un ufficio in città: un
centro di prima accoglienza o di primo
soccorso dei bambini in difficoltà
e, al tempo stesso, un mezzo
per spiegare e sensibilizzare gli adulti,
le comunità parrocchiali e i «capoccia
» di ogni genere, perché passino
dal disprezzo e paura a capire,
aiutare e (perché no?) amare
anche questi «figli di
Dio» meno fortunati.

Franco Sordella