Noi e voi, lettori e missionari in dialogo

 


Taiwan 10 anni di presenza

Il 21 settembre 2024 è stata celebrata la festa per i dieci anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. Le celebrazioni si sono svolte con una messa nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, a Hsinchu, gestita dai missionari dal 2017.

L’inizio

Era il 12 settembre del 2014, quando tre missionari atterravano all’aeroporto Taoyuan di Taipei. Iniziava così l’avventura dell’istituto fondato da Giuseppe Allamano a Taiwan. I tre erano i padri Eugenio Boatella (Spagna), Mathews Owuor Odhiambo (Kenya) e Piero Demaria (Italia).

Oggi i missionari sono sette. Alcuni sono partiti e altri sono arrivati. Padre Jasper Kirimi, keniano, arrivato nel 2016, è l’attuale coordinatore dei missionari della Consolata a Taiwan. Con lui a Hsinchu, lavora padre Caius Moindi, anch’esso keniano.

I padri Bernado Kim (Corea) e Antony Chomba (Kenya) hanno preso in carico la parrocchia san Joseph di Xinpu, una città vicina a Hsinchu, mentre il padre Emanuel Temu (Tanzania) segue da alcuni mesi la parrocchia di Xinfong, la terza gestita dai missionari della Consolata a Taiwan. I padri Thiago Jacinto da Silva (Brasile) e Pablo Soza Martin (Argentina) stanno attualmente studiando la lingua cinese.

La voce del vescovo

La celebrazione dei dieci anni ha visto la partecipazione del vescovo di Hsinchu, monsignor John Baptist Lee e del pro-chargé d’affaires della Nuziatura apostolica di Cina, Taipei, monsignor Stefano Mazzotti.

Nella lunga omelia, il vescovo Lee ha esordito dicendo: «Oggi è un giorno di gioia nel quale celebriamo dieci anni di contributi e sacrifici dei Missionari della Consolata nella diocesi di Hsinchu. Non si tratta di un periodo lungo nella storia della Chiesa di Taiwan, ma una volta arrivati in questa terra ci si scontra con grandi sfide e difficoltà e la Consolata, affrontandole, ci ha manifestato la grazia di Dio. Carente di vocazioni, la diocesi di Hsinchu è molto grata alla generosità della Consolata nell’aiuto al lavoro pastorale».

Il vescovo ha poi sottolineato come sia cambiata l’origine dei missionari: «Il Dicastero per l’evangelizzazione in Vaticano ha visto un grande numero di missionari africani lavorare in Europa, invertendo la regola per cui i missionari arrivati dal vecchio continente andavano a predicare in Africa. Adesso la buona notizia è che li vediamo arrivare in direzione di Taiwan, nella diocesi di Hsinchu».

Monsignor Lee ha chiesto ai cristiani locali di «lavorare con i missionari, supportarli e aiutarli nei bisogni della missione». Perché, ha detto rivolgendosi a loro: «Dopotutto, ognuno di voi è un missionario ed è vostro dovere partecipare all’evangelizzazione, vivendo a pieno la sinodalità».

La Consolata a Taiwan

Padre Jasper Kirimi dopo la celebrazione e la festa di condivisione ci dice: «È stato emozionante. In primo luogo, perché ho visto questi video con le testimonianze dei missionari che hanno lavorato qui (video di saluto e augurio sono stati mostrati dopo la messa, nda). Ho lavorato con tutti loro ed è passato un bel po’ di tempo. Quando io sono arrivato, non pensavo di stare tanto così, perché era davvero dura. Imparare questa lingua e la cultura così diversa. Invece sono ancora qui. In secondo luogo, la partecipazione oggi è stata davvero importante. Io penso che la gente sia venuta anche per la Consolata. Questo vuol dire che c’è un nuovo riferimento che aggrega i cristiani di Taiwan ed è proprio la Consolata. Giuseppe Allamano, che sta per diventare santo, penso che non abbia mai immaginato di arrivare fino a questa terra».

Padre Jasper conclude: «Taiwan è molto diversa da Africa e America Latina. Noi siamo qui per imparare un nuovo modo di fare missione».

Dall’Asia

Una delegazione dei missionari della Consolata dalla Mongolia, con padre Dieudonné Mukadi Mukadi (congolese), e dalla Corea del Sud, con i padri Pedro Han Kyeong Ho (coreano) e Clement Kinyua Gachoka, superiore della Regione Asia, è venuta a Taiwan per l’occasione.

Secondo padre Clement: «Siamo la presenza più recente nella diocesi. Dal 2014 a Taiwan sono passati undici missionari della Consolata, che voglio ringraziare per l’apporto che hanno dato.  È una presenza giovane, che ha affrontato tante sfide: la lingua, la cultura, la fatica di adattarsi. Dall’altra parte c’è stata la perseveranza che hanno avuto e la collaborazione con la Chiesa di Hsinchu, a tutti i livelli. La celebrazione dei primi dieci anni ci dà la speranza, che nonostante le sfide, le difficoltà e le paure, il cammino andrà avanti e la presenza sarà significativa».

Pensando al santo Giuseppe Allamano, Clement ci dice: «Siamo a un mese dalla canonizzazione e poco più di un anno dai cento anni della sua scomparsa. Penso che sia contento e ci guardi con orgoglio e stima, perché vede che stiamo camminando nella via dei sogni che lui aveva per la missione. Questo ci incoraggia a dare delle risposte alle sfide attuali della chiesa di Hsinchu».

Dopo la celebrazione la festa è continuata ed erano presenti anche i parrocchiani di Xinpu e Xinfong, oltre che diversi amici e membri di congregazioni venute anche dalla capitale Taipei.

 Marco Bello, da Hsinchu
(Taiwan) con l’aiuto di Lucia Ku (per le traduzioni), 21/09/2024 da consolata.org


E vissero felici al contrario

Alla redazione MC,
vorrei sottoporre alla vostra attenzione un fatto di cronaca accadutomi pochi giorni fa. Forse può essere di interesse generale, soprattutto in questo periodo di forti contrasti xenofobi.

Cronaca di un contropiede con gol da fuori area

Arrivo, di fretta, alla stazione alle 7:45 am, giusto il tempo di comprare il biglietto dal distributore automatico e prendere il treno per Lecce delle 8:00. Ma, disgraziatamente, per piccoli importi (2,5 euro) il distributore riceve solo monete o banconote da 5 e da 10 e io ne avevo solo una da 20. Cavolo, che fare? Piano A, cercare un bar vicino, ma, ahimè, nessuno aperto in zona. Piano B: salire sul treno senza biglietto. «No dai, prima piano C, se non va in porto torno al piano B»: chiedere se qualcuno mi cambia la banconota.

Tra gli astanti, una decina in tutto, molti bianchi e qualche africano. Chiedo a un africano, il quale, in un discreto italiano, mi risponde che non ha da cambiare e, senza aspettare ulteriori domande, mi chiede se devo andare a Lecce. Annuisco. Allora mi fa segno di avvicinarci al distributore e, senza dire nulla, digita la destinazione, tira fuori il suo portafogli e mette le monete necessarie alla compera. Mi ha pagato il biglietto! Sinceramente io sono rimasto di stucco, sorpreso, meravigliato. Ovviamente contento, ma allo stesso tempo pensavo, «Chi lo avrebbe mai detto, chi lo avrebbe pensato? Cosa sta succedendo in questo momento?». L’ho ringraziato ampiamente, ci siamo stretti la mano forte, gli ho detto che a Lecce avrei cambiato la banconota per restituirgli i soldi. E lui, pacatamente, sguardo gentile, sorriso sereno, ha detto educatamente di no, che non ce n’era bisogno.

Un africano semplice, sui 35 anni, vestito in forma decorosa, chissà se stava andando a Lecce per vendere ciò che aveva in un mini-trolley bianco un po’ malandato.

Il treno è arrivato. È arrivato anche un suo connazionale e si sono messi a chiacchierare mentre tutti salivamo sul treno. L’ho perso di vista.

Arrivati a Lecce lo ritrovo sulla banchina, gli dico «andiamo al bar a prendere un caffè», e lui, sempre molto decorosamente, declina l’invito. Insisto, lui pure. Mi dice «non c’è bisogno», con occhi gentili e direi felici.

Felice perché? Ha fatto la sua buona azione quotidiana? Ha messo il suo positivo granello di arena nel calderone dell’integrazione? Ci ha insegnato che nero non è uguale a male? (Tanto di moda ultimamente…).

Chissà se qualcuno dei miei compaesani avrebbe avuto lo stesso atteggiamento alla mia richiesta; chissà se, a parti invertite, io mi sarei comportato allo stesso modo. Sta di fatto che lui ha segnato un piccolo grande spartiacque nella nostra ideologia contemporanea.

La gentilezza, l’educazione, la generosità non hanno colore. Se le coltivi, puoi avere la faccia nera, bianca o gialla ed è la stessa cosa. Se non le coltivi, puoi essere bianco, giallo, nero o meticcio e comunque non averle quelle qualità.

Anche perché per coltivare tutte quelle qualità che ci rendono veramente umani, basta avere il cuore e il cuore, si sa, è rosso per tutti.

Carmine Masciullo
Galatina, 01/09/2024

 




Progetti idrici, una panoramica


Il mondo non ha fatto sufficienti progressi verso il raggiungimento dell’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 dell’Onu, quello relativo all’accesso all’acqua e ai servizi igienici. Nelle missioni della Consolata si continua  a lavorare per garantire acqua pulita a famiglie, scuole e strutture sanitarie.

Nel 2023 i casi di colera nel mondo sono stati oltre 535mila, in aumento rispetto ai quasi 473mila dell’anno precedente, e le morti a causa della malattia sono passate da 2.349 del 2022 a 4.007 dell’anno scorso. Lo riportava a settembre un rapporto@ dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo cui quella in corso è la settima pandemia di colera dal XIX secolo a oggi. Nel complesso, riportava una scheda informativa dell’Oms a marzo@, le malattie diarroiche, tra le quali il colera, continuano a essere la terza causa di morte di bambini sotto i 5 anni: ogni anno a causa della diarrea muoiono circa 444mila bambini fra 0 e 5 anni e  altri 51mila fra i 5 e 9 anni.

Si tratta di malattie per le quali i trattamenti esistono e sono anche economici. A questo proposito, sul New York Times dello scorso settembre, Philippe Barboza, a capo del team che si occupa di colera nel programma delle emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità, definiva inaccettabile che nel 2024 le persone muoiano perché non possono permettersi una bustina di sali per la reidratazione orale che costa 50 centesimi.

Prevenire le malattie diarroiche sarebbe poi ancora più semplice: basterebbe avere a disposizione acqua pulita per bere, cucinare e lavarsi le mani, eliminando batteri come il vibrio cholerae, l’escherichia coli e altri responsabili di queste patologie.

Ma, a oggi, il raggiungimento dell’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quello che riguarda appunto l’acqua e i servizi igienico sanitari, non sembra vicino. Secondo il rapporto 2023 sugli obiettivi di sviluppo sostenibile@, nonostante alcuni miglioramenti, più di 2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile gestita in modo sicuro e oltre 700 milioni sono privi di servizi idrici di base; 3,5 miliardi di persone non dispongono di servizi igienico sanitari adeguati e 2 miliardi non hanno le strutture per lavarsi le mani a casa con acqua e sapone.

Aggiunta di un serbatoio per l’acqua per l’asilo di shambo in Etiopia

C’è pozzo e pozzo

Le proposte di progetto in ambito idrico che i Missionari della Consolata hanno elaborato negli ultimi quattro anni, confermano che garantire acqua pulita continua a essere una priorità. Questo sforzo, infatti, ha assorbito in media almeno 100mila euro l’anno. Gli interventi, realizzati soprattutto in Africa, ma anche in America Latina, hanno riguardato perforazioni di pozzi per portare acqua a ospedali e dispensari, scuole e studentati, comunità e villaggi.

Ci sono diversi tipi di pozzi che possono essere realizzati: uno di questi è il pozzo artesiano, la cui caratteristica è quella di attingere da una falda artesiana, cioè da un accumulo di acqua fra le rocce del sottosuolo che nella parte superiore sono impermeabili e tengono l’acqua sotto pressione. A causa di questa pressione, una volta realizzata la perforazione, l’acqua risale in superficie in modo spontaneo e può essere attinta anche senza usare una pompa. I pozzi freatici attingono invece da falde freatiche, che hanno nella parte superiore rocce permeabili: l’acqua non è in pressione e per estrarla serve una pompa.

I pozzi non sono i soli interventi che i missionari si trovano a realizzare per garantire l’accesso all’acqua: a volte la perforazione esiste già, ma la parete di roccia del foro è crollata o danneggiata, oppure l’estrazione dell’acqua dipende da una pompa azionata da un generatore a gasolio, costoso e inquinante. O, ancora, non c’è un adeguato sistema di raccolta e distribuzione dell’acqua, per cui servono cisterne sollevate da terra dove pompare l’acqua, e tubature collegate per distribuirla sfruttando la forza di gravità.

Inoltre, alcuni interventi idrici riguardano il collegamento di una sorgente – cioè il punto da cui l’acqua sotterranea sgorga spontaneamente in superficie – con le strutture e gli edifici dove verrà utilizzata.

Momento dell’uscita dell’acqua durante lo scavo del pozzo a Neisu, Congo Rd

Congo, tanta acqua ma non per tutti

La Repubblica democratica del Congo è uno dei paesi con maggiori risorse idriche del pianeta: circa due terzi del bacino del fiume Congo si trova infatti all’interno del suo territorio e la sua foresta pluviale è la seconda al mondo per estensione dopo quella amazzonica. Eppure, si legge@ sul sito dell’agenzia Onu per l’acqua Unwater, solo il 12% della popolazione – poco più di un congolese su dieci – dispone di acqua potabile sicura e solo uno su cinque ha la possibilità di lavarsi le mani con acqua e sapone a casa. L’acqua ha un ruolo fondamentale in servizi come quelli sanitari: per questo, negli anni, una delle priorità dell’ospedale di Neisu, che i Missionari della Consolata gestiscono nel Nordest del Congo, è stata quella di dotare non solo l’ospedale ma anche i 12 centri e posti di salute della sua rete sanitaria di almeno un pozzo. «Qui da noi in genere i pozzi sono profondi 13-15 metri», spiega Ivo Lazzaroni, laico missionario della Consolata responsabile dell’ospedale. «La gente comincia a scavare con zappe e picconi e poi continua con il badile, scendendo fino a che non si trova l’acqua».

Una volta scavato, per rinforzare il muro di terra e roccia del foro – che ha un diametro di un metro o un metro e mezzo – i lavoratori preparano quattro o cinque cilindri di cemento (buse) e li calano uno dopo l’altro nello scavo, aiutandosi con un cerchione della ruota di un’auto e delle corde, in modo che si formi un condotto di cemento appoggiato al fondo. Si costruisce poi un muretto circolare di mattoni in superficie e si deposita sul fondo del pozzo uno strato di ghiaia, accompagnato a volte da un sacco di carbone spezzettato, per filtrare l’acqua.

Questi pozzi (freatici), tuttavia, rimangono asciutti quando la stagione secca è molto intensa e per questo Ivo, grazie al generoso sostegno di un donatore, ha deciso di realizzare un pozzo per l’ospedale a 40 metri di profondità (artesiano): «Per realizzare il pozzo, però, abbiamo chiamato il camion con la perforatrice meccanica: hanno fatto un forage (un buco) di 20 centimetri di diametro e inserito dei tubi di plastica a protezione del foro».

Ora la disponibilità d’acqua dell’ospedale dovrebbe essere garantita anche durante la stagione secca.

Scavare pozzi in Congo, si capisce dai racconti di Ivo, significa spesso anche venire a contatto con credenze e usanze locali: c’è ad esempio la convinzione che, una volta trovata l’acqua, occorra togliere il fango dal fondo del pozzo almeno cinque volte per far sì che questo non si asciughi più. Inoltre, c’è la credenza che la ricerca dell’acqua non può avere successo se i leader tradizionali non svolgono prima determinati riti per placare gli spiriti degli antenati. C’è poi chi fa ricorso alla rabdomanzia, una pratica che non ha però alcun riscontro scientifico: i rabdomanti sostengono di essere in grado di individuare il punto del sottosuolo nel quale si trova l’acqua «interpretando» le vibrazioni di un bastone di legno tenuto nelle loro mani.

Siccità nel Nord del Kenya.

Stress idrico in Kenya

Nelle nostre missioni in Kenya, scrive da Nairobi Naomi Nyaki, la responsabile dell’ufficio progetti dei missionari della Consolata, ci sono principalmente tre tipi di pozzi, qui definiti per il modo in cui vengono realizzati: i dug wells, scavati nel terreno con un badile a una profondità fra i 10 e i 30 metri, permettono di prelevare l’acqua con un secchio; i drilled wells, perforati con macchinari appositi, possono raggiungere i 300 metri di profondità e richiedono una pompa per portare l’acqua in superficie; e i driven wells, che sono pozzi in genere poco profondi realizzati inserendo un tubo nel terreno fino alla falda acquifera e collegando poi una pompa per portare l’acqua in superficie.

A volte, continua Naomi, il pozzo è sul terreno della missione o della parrocchia gestita dai missionari della Consolata, ma a beneficiarne sono comunque centinaia di persone: nella parrocchia di San Giovanni XXIII a Rabour, Kenya occidentale, il pozzo è a disposizione dei parrocchiani servendo così i due missionari che lavorano lì e i 1.700 abitanti dell’area.

E ancora: a Makima, città del Kenya centrale a circa 130 chilometri da Nairobi, il pozzo garantisce acqua a 14mila persone: «Profondo 280 metri, questo pozzo fornisce una grande quantità di acqua pulita, sufficiente per essere incanalata e raggiungere la township (insediamento informale) di Kitololoni, due scuole elementari, una scuola secondaria, un dispensario e la fattoria della missione cattolica di St. Paul».

Secondo i dati Unwater, in Kenya@ il 72% della popolazione dispone di una fonte di acqua potabile sicura: più del doppio della media regionale dell’Africa subsahariana, che è al 31%. Ma su altri indicatori il Kenya ha maggiori difficoltà, ad esempio quello dello stress idrico: quando un territorio preleva il 25% o più delle sue risorse rinnovabili di acqua dolce, si dice che è in «stress idrico» e il Kenya ne preleva il 33%.

Tanzania, acqua dalla montagna

Trivellatrice nel momento in cui raggiunge la falda acquifera a Irole, Tanzania

La Tanzania ha un prelievo idrico più contenuto del Kenya: estrae infatti solo il 13% delle sue risorse idriche rinnovabili e non è, quindi, in stress idrico. Ma la quota di popolazione che ha accesso all’acqua pulita, pari all’11%, è molto sotto la media regionale. Per garantire l’acqua alle comunità con cui lavorano, scrive da Iringa la responsabile dall’ufficio progetti Imc, Modesta Kagali, i missionari della Consolata hanno costruito diversi tipi di pozzi che vengono scavati a mano o con una perforatrice, a seconda delle situazioni, e hanno profondità comprese fra i 10 e i 150 metri. A volte, però, ricorrono anche alla raccolta di acqua piovana o alla canalizzazione da fiumi o da sorgenti montane.

Nella missione di Ikonda, ad esempio, i missionari hanno realizzato un acquedotto, convogliando l’acqua dalla montagna attraverso un sistema di tubature e canali per raggiungere l’ospedale, le case del personale e il villaggio circostante di Ikonda. L’ospedale può così servire migliaia di pazienti – nel 2023, i ricoveri sono stati quasi 18mila – e anche la popolazione del villaggio. Come in Kenya, anche in Tanzania i missionari usano l’acqua per irrigare i campi delle fattorie che gestiscono, ma anche gli orti di seminari e scuole per abbattere i costi di gestione, coltivando frutta e verdura per le mense scolastiche.

Fasi di lavoro per la costruzione del pozzo per il vaccaro del progetto bestiame

Pozzi artesiani in Amazzonia

L’acqua che proviene dai rilievi circostanti è stata a lungo la principale risorsa idrica anche per molte comunità che vivono nella Terra indigena Raposa Serra do Sol (Tirss), nello stato di Roraima, Amazzonia brasiliana. Negli ultimi anni, però, difficoltà nella manutenzione e stagioni più secche hanno reso meno costante la disponibilità di acqua.

Spiegava nel 2022 padre Jean-Claude Bafutanga, allora in missione nella Tirss a Baixo Cotingo: «Ci sono spesso interruzioni nel sistema idrico che porta l’acqua a valle. In inverno l’acqua c’è, ma se piove troppo i canali si intasano per l’accumularsi di foglie; d’estate, invece, abbiamo avuto siccità così intense che l’acqua non c’era più».

Nella Tirss, completa padre Joseph Mampia, che lavora alla missione di Raposa, non esiste un sistema di raccolta e distribuzione dell’acqua come nelle città. Molti utilizzano l’acqua piovana accumulata negli igarapé, (ruscelli), che però si seccano d’estate e spesso portano acqua non potabile. Il garimpo, cioè l’estrazione mineraria illegale, infatti, ha peggiorato la situazione, inquinando l’acqua@. Per questo, concordano i due missionari, il pozzo artesiano è la soluzione migliore in questa zona: è abbastanza profondo da evitare le contaminazioni causate dal garimpo e l’acqua sgorga in modo spontaneo.

Chiara Giovetti

Contemplando l’acqua nel pozzo




Sviluppo e IA, molte incognite


L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 e a contrastare il cambiamento climatico. A patto, però, che l’energia e l’acqua necessarie per farla funzionare non peggiorino il problema più di quanto lo risolvano.

L’intelligenza artificiale (Ia) può aiutare a prevedere carestie e inondazioni, a usare l’acqua in modo più efficiente, a monitorare e tagliare le emissioni di gas serra, a ridurre la mortalità materna e infantile e le disparità di genere, a colmare le lacune nella raccolta dei dati a livello globale e a fare molte altre cose utili al raggiungimento degli obiettivi si sviluppo sostenibile (acronimo inglese: Sdg) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

A patto, però, di trovare modi efficaci per renderla sicura, inclusiva e sostenibile.

Lo hanno affermato lo scorso maggio a Ginevra al vertice mondiale Ai for Good@ sia il segretario generale Onu António Guterres – l’intelligenza artificiale può «mettere il turbo allo sviluppo sostenibile» -, sia Doreen Bogdan-Martin, la segretaria generale dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu, nell’acronimo inglese), l’agenzia Onu per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Bogdan-Martin ha riconosciuto il ruolo potenziale dell’Ia nel «salvare gli Sdg», ma ha anche ricordato che un terzo degli abitanti del mondo, cioè 2,6 miliardi di persone, rimane privo di connessione ed «escluso dalla rivoluzione dell’Ia».

L’intelligenza artificiale è affamata di elettricità e assetata di acqua, ha poi spiegato nel suo intervento Tomas Lamanauskas, il vice di Bogdan-Martin: quando si parla di clima, si è chiesto Lamanauskas, le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale sono parte del problema o ci aiuteranno a trovare una soluzione?@

Progetto eolico, sulla strada per Loyangalani. e lago Turkana.

L’Ia per clima e sviluppo

Queste tecnologie, ha detto Lamanauskas, hanno un potenziale evidente nel contribuire a identificare soluzioni per affrontare la crisi climatica: possono, ad esempio, rilevare e analizzare cambiamenti anche minimi degli ecosistemi, e aiutare a pianificare le attività per la loro conservazione, monitorare le aree danneggiate dalla deforestazione, aumentare l’efficienza energetica e ridurre gli sprechi.

Secondo uno studio del Boston consulting group, società di consulenza con sede a Boston, Usa, l’uso dell’Ia potrebbe aiutare a realizzare un taglio delle emissioni di anidride carbonica fra il 5 e il 10%. Per dare una misura, si tratta di una quota non lontana da quella prodotta oggi dall’Unione europea. Anche nell’adattamento ai cambiamenti climatici le tecnologie basate sull’Ia potrebbero aiutare le città a individuare meglio le aree vulnerabili e a fornire stime realistiche sui costi che le amministrazioni cittadine dovrebbero affrontare se non agiscono in tempo.

Ad esempio, lo scorso aprile Preventionweb, un servizio dell’Ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri, riportava@ i risultati promettenti ottenuti da alcuni studiosi del California institute of technology nel prevedere con un anticipo fra i 10 e i 30 giorni le piogge monsoniche dell’Asia meridionale. I ricercatori hanno affiancato l’apprendimento automatico alla più tradizionale modellistica numerica (l’uso cioè di modelli matematici per simulare ciò che avviene nell’atmosfera), ottenendo un modello che si è mostrato più preciso e attendibile. Capire e prevedere meglio il comportamento dei monsoni è importante per i contadini di Paesi come India, Pakistan, Bangladesh, che devono programmare il raccolto, e per le autorità locali, che possono prepararsi per tempo a eventuali inondazioni. Ma anche per chi studia i fenomeni climatici a livello globale, poiché i monsoni hanno un’influenza sul clima del pianeta. Quanto al contributo potenziale dell’intelligenza artificiale allo sviluppo sostenibile, proprio l’Unione internazionale delle telecomunicazioni ha pubblicato di recente una lista di casi d’uso in cui l’Ia viene testata per capire quanto efficace può essere nel raggiungere gli Sdg. La selezione finale – 53 casi da 19 Paesi, scelti fra 219 casi da 38 Paesi – include progetti che usano l’Ia per fornire servizi di telemedicina in Cambogia, ottimizzare l’uso dell’acqua in agricoltura e ridurre la corruzione negli appalti pubblici in Tanzania, migliorare la salute e il benessere degli animali negli allevamenti avicoli in Rwanda e prevenire gli incendi nei terreni torbosi della Malaysia.

L’Ia ha fame di energia

Il consumo di energia da parte di centri dati (data centre) per l’Ia e il settore delle criptovalute potrebbe raddoppiare entro il 2026, passando dai circa 460 terawattora (TWh) nel 2022 a oltre mille. È un consumo di elettricità che equivale più o meno a quello del Giappone. Lo scrive nel rapporto Electricity 2024@ la Iea, Agenzia internazionale dell’energia, che riferisce anche che ci sono oggi circa 8mila centri dati nel mondo, di cui un terzo negli Stati Uniti, il 16% in Europa e il 10% in Cina. Negli Usa, 15 Stati ne ospitano l’80%, mentre in Europa si fa notare il caso dell’Irlanda che, anche grazie a un regime fiscale molto favorevole per le imprese, ha visto il settore espandersi rapidamente e oggi i centri dati hanno un consumo di energia pari a quello di tutti gli edifici residenziali urbani del Paese.

Ma che cos’è un centro dati? È uno spazio fisico dove vengono collocati i computer e i dispositivi hardware che servono per elaborare, archiviare e comunicare dati. L’intelligenza artificiale funziona e si «allena» proprio grazie alla enorme mole di dati elaborati in questi entri (necessari per internet a prescindere della Ia, che però ne aumenterà il numero, ndr). Il 40% dell’energia che usano, continua il rapporto Iea, serve per l’elaborazione dei dati, un altro 40% per il raffreddamento degli impianti e il 20% fa funzionare altre apparecchiature.

Lichinga. Villaggio con capanne di paglia e antenna relevisiva

Più efficienza e regole

Il consumo di elettricità dell’intelligenza artificiale rappresenta oggi una frazione del consumo energetico del settore tecnologico mondiale, a sua volta stimato intorno al 2-3% delle emissioni globali totali.@

Ma, ricordava a marzo sul Financial Times@ la giornalista, politica e consulente della Commissione europea, Marietje Schaake, molti esperti del settore, a cominciare dall’amministratore delegato del laboratorio di ricerca OpenAI, Sam Altman, sono convinti che il futuro dell’intelligenza artificiale dipenda da una svolta energetica. Anche per questo, continua Schaake, le aziende tecnologiche sono diventate grandi investitrici nel settore dell’energia: «Meta scommette sulle batterie, Google punta sulle fonti di energia geotermica, Microsoft afferma di poter mantenere il suo impegno a raggiungere emissioni zero e diventare autosufficiente dal punto di vista idrico entro la fine del decennio». Tuttavia, conclude la giornalista citando Christopher Wellise, vicepresidente dell’azienda di data center Equinix, la tecnologia si sta muovendo più velocemente di quanto si sia evoluta la nostra infrastruttura.

È presto per dire quale strada prenderà il settore tecnologico per garantirsi l’energia che gli serve, ma, sottolinea il rapporto Iea, per contenere il consumo dei centri dati sarà fondamentale sia migliorare l’efficienza energetica sia promuovere una legislazione che vincoli lo sviluppo tecnologico agli obiettivi climatici.

Il dibattito oggi sembra muoversi intorno a questi aspetti: le fonti rinnovabili possono dare un grande contributo alla produzione dell’energia necessaria, ma fonti come il sole e il vento hanno il limite di essere intermittenti e di non poter garantire da sole la continuità che i centri dati richiedono. Per garantire questa continuità servono soluzioni nuove che evitino di gravare sulle reti elettriche locali e di ricorrere alle fonti fossili, e c’è anche chi, come la Svezia, ipotizza la costruzione di centri dati alimentati a energia nucleare. L’Ia, poi, può e deve avere un ruolo sia nel migliorare l’efficienza dei centri dati da cui dipende sia nel trovare soluzioni utili alla decarbonizzazione globale.

La sete dell’Ia

L’intelligenza artificiale, riferivano tre studiosi dell’Università di Amsterdam sul sito The Conversation a marzo scorso@, consuma anche molta acqua. Questa serve sia per raffreddare i server che ne sostengono la potenza di calcolo sia per produrre l’energia che li alimenta. Una stima che è circolata molto negli ultimi mesi è quella indicata nello studio di Shaloei Ren, professore di Ingegneria elettrica e informatica presso l’Università della California, Riverside, e dei suoi colleghi@, secondo cui Gpt-3 – il modello computazionale alla base del software ChatGpt – deve «bere» (cioè consumare) una bottiglia d’acqua da mezzo litro per un numero di risposte che varia fra le 10 e le 50 a seconda delle condizioni: una tradizionale ricerca su Google consuma circa mezzo millilitro di acqua.

Sempre secondo Ren, il consumo idrico nei centri dati di Google nel 2022 è aumentato del 20% rispetto all’anno precedente, mentre quelli di Microsoft hanno registrato un incremento del 34% nello stesso periodo ed è molto probabile che sia proprio l’intelligenza artificiale la causa di questi aumenti.

Il prelievo complessivo di acqua da parte di Google, Microsoft e Meta, si legge nello studio, è stimato in 2,2 miliardi di metri cubi nel 2022, equivalente a due volte il prelievo totale annuo di acqua della Danimarca e, nel 2027, potrebbe collocarsi fra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi, pari a metà del prelievo del Regno Unito. Un altro dato che colpisce nel rapporto è quello secondo cui circa 0,18 miliardi di metri cubi sono stati persi a causa dell’evaporazione: una quantità che supera il totale prelevato in un anno dalla Liberia per i suoi 5,3 milioni di abitanti.

Proteste di chi ha sete

Diversi investitori si stanno orientando proprio verso l’Africa subsahariana@: in Kenya, ad esempio, si prevede una espansione del settore dei centri dati dai 190 milioni di dollari di valore del 2021 ai 434 milioni previsti per il 2027. L’Africa, ricorda il rapporto 2024 delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche, è però anche il continente in cui circa mezzo miliardo di persone vive in condizioni di insicurezza idrica@.

In America Latina, poi, il progetto di Google di costruire un data center in Uruguay ha scatenato forti proteste: il consumo di acqua per raffreddare i server sarebbe di 7,6 milioni di litri di acqua al giorno, pari all’uso domestico quotidiano di 55mila persone. Nel 2023 il Paese ha avuto la peggiore siccità degli ultimi 74 anni. Le autorità pubbliche hanno cercato di affrontarla prelevando acqua dall’estuario del Rio de la Plata, acqua che però ha un sapore salato ed è sconsigliata a donne incinte e persone fragili. In un’intervista al Guardian, Carmen Sosa, della Commissione uruguaiana per la difesa dell’acqua e della vita, ha detto che la siccità ha evidenziato i limiti di un modello economico dove l’80% dell’acqua va all’industria e le risorse sono concentrate in poche mani.

Non stupisce che il progetto di Google non sia stato accolto con grande entusiasmo.

Raccolta di acqua nel letto di un fiume in secca a Baragoi, Kenya

Altri rischi da tenere d’occhio

Ci sono anche altri modi in cui l’intelligenza artificiale rischia di rallentare il cammino verso gli obiettivi dell’agenda 2030. A riassumerli è un documento@ del consorzio internazionale di statistica Paris 21, fondato da Nazioni Unite, Ocse, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.

Il primo rischio è che le infrastrutture inadeguate e le minori competenze nei Paesi del Sud globale portino a un ulteriore aumento del divario digitale con il Nord del mondo. Vi è poi il problema dei pregiudizi che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a propagare: gli algoritmi alla base dei modelli di Ia, infatti, «imparano» e si «allenano» su dati che spesso riflettono le diseguaglianze e gli stereotipi della società e tendono a riprodurli quando vengono utilizzati, ad esempio, per la selezione del personale o per assegnare priorità nell’assistenza ai pazienti in una struttura sanitaria.

Vi sono infine i rischi legati alla violazione della privacy e dei diritti umani, come nel caso dell’uso di droni per la raccolta di immagini o delle app di riconoscimento facciale.

Al summit Ai for Good, Sage Lenier, un’attivista per il clima, ha poi avanzato un’altra interessante osservazione@. La catena di fast fashion Zara, ha spiegato Lenier, è sotto accusa da anni per la sua sovrapproduzione di vestiti, le condizioni disumane delle sue fabbriche e l’enorme impronta di carbonio. Zara aggiunge 2mila nuovi capi al suo sito web ogni mese.

Da qualche anno, però, c’è una nuova catena che commercia online, la cinese Shein, che aggiunge 60mila nuovi articoli al mese e nel 2023 ha generato circa 32,5 miliardi di dollari di fatturato. Shein sembra a sua volta destinata a essere superata da Temu, piattaforma cinese di e-commerce nata a settembre 2022 e capace di generare, già nel 2023, 27 miliardi di fatturato. Shein e Temu, ha detto Lenier, sono ciò che accade quando lasciamo che l’intelligenza artificiale sia applicata a settori che stanno già distruggendo il pianeta e sfruttando le persone nelle loro catene di produzione: l’Ia permette a queste aziende di analizzare rapidamente le tendenze della moda e le preferenze dei consumatori, creare strategie di marketing iper-personalizzate e ottimizzare cicli di produzione accelerati.

Queste aziende non potrebbero produrre a un ritmo così veloce e a basso costo senza lo sfruttamento del lavoro, incluso il lavoro minorile e quello assimilabile alla schiavitù. La pressione resa possibile dall’intelligenza artificiale acuisce queste condizioni di sfruttamento.

Chiara Giovetti




Un santo tra noi. La canonizzazione di Giuseppe Allamano

Sommario


Una luce per gli Yanomami

Il miracolo di Allamano raccontato dalla testimone diretta

Foresta amazzonica brasiliana. Una missione molto «particolare». Un incidente come tanti. Un uomo tra la vita e la morte. Gli sciamani scoprono che esiste uno spirito al di sopra di tutto. Cronaca e riflessioni su un accadimento eccezionale.

Catrimani, Roraima, 7 febbraio 1996. «Come tutte le mattine ero andata al posto di salute a lavorare. In quei giorni, in missione c’eravamo solo io e fratel Antonio Costardi. Lui si stava occupando della strada che in quel periodo ci collegava, attraverso la foresta, alla Br170 che portava a Boa Vista. Le mie consorelle erano in città a seguire alcuni incontri. Oltre a noi, c’era la cuoca». Chi parla è suor Felicita Muthoni Nyaga, missionaria della Consolata e infermiera keniana, a Catrimani dal 1995 al 2000, poi a Boa Vista fino al 2002 per coordinare il settore della salute indigena, a livello dello Stato di Roraima, in particolare la prevenzione della malaria.

L’incidente

«Verso le 9 di mattina venne da me il cognato di Sorino, uno yanomami che abitava alla maloca (casa comunitaria, ndr) vicino alla pista di atterraggio della missione. Non chiedeva un mio intervento, ma voleva piuttosto un fucile o una pistola, dicendo che noi “bianchi” abbiamo sempre armi da fuoco. Io risposi che no, noi missionarie e missionari non ne abbiamo. Vedendolo correre via trafelato, mi insospettii e gli corsi dietro. La cuoca mi vide e venne anche lei».

Giunta davanti alla maloca suor Felicita si trovò di fronte a uno spettacolo sconvolgente: «Subito vidi un lago di sangue, poi notai che c’era un ferito che respirava ancora. Dovevo fare qualcosa. Chiesi dell’acqua e iniziai a lavare quell’uomo. Mi resi conto che il cuoio capelluto era quasi totalmente scoperchiato. Intanto ho fatto chiamare fratel Antonio».

L’uomo che giaceva nel suo sangue era Sorino Yanomami. Era stato aggredito alle spalle da un giaguaro, mentre era a caccia di uccelli a circa due chilometri da casa. L’animale gli aveva azzannato la testa, aprendogli il cranio. Sorino era però riuscito a reagire, lo aveva tenuto a bada con una freccia, e poi era tornato alla maloca cadendo esanime davanti all’entrata.

Continua suor Felicita: «Abbiamo messo Sorino in un’amaca e, con il pick up di fratel Antonio, lo abbiamo portato al punto di salute della missione, dove ho potuto iniettargli del plasma. Intanto ho parlato via radio (l’unico collegamento che si aveva con la capitale, nda) con suor Rosa Aurea Longo a Boa Vista e le ho chiesto se poteva mandare urgentemente un aereo. Suor Rosa mi ha detto che tutti gli aerei erano in volo, perché quel mattino, c’erano state diverse emergenze. Bisognava aspettare».

Sciamani

Nel frattempo, c’era stato il passa parola e, verso mezzogiorno, alla missione erano arrivati una quindicina di sciamani (capi spirituali e guaritori, nda) e circa duecento yanomani da tutte le maloche del circondario. Avevano capito che Sorino stava per morire, ed erano venuti per fare il rito sciamanico che accompagna lo spirito del defunto nel mondo degli antenati. Nel mentre, altri uomini si erano armati per andare a caccia del giaguaro.

«Sono andata da tutta questa gente e ho detto loro: “Sorino è ancora vivo, aspettiamo l’aereo e lo mandiamo in ospedale a Boa Vista”. Loro hanno risposto: “No, non può andare in città. È molto grave, abbiamo visto il suo cervello fuori dalla testa, e il giaguaro ne ha mangiato una parte. Ma una persona senza un pezzo di cervello non può vivere”. Dissi loro: “Tutto questo è vero, ma Sorino è ancora vivo e dobbiamo provare a salvarlo”. Ma loro insistettero: “No perché gli spiriti vengono a prenderlo, lui deve dire il suo sì per lasciare il suo corpo e andare con loro. Questo non può succedere fuori dalla foresta”.

Io ero arrivata da poco a Roraima e non capivo questo concetto. Inoltre mi facevo tradurre, perché ancora non parlavo bene la loro lingua.

In tutta questa confusione, gli uomini mi hanno puntato addosso decine di frecce. Io avevo paura e ho iniziato a piangere. Allora, le donne che erano con loro, mi hanno circondata per proteggermi: “Felicita non piangere, non avere paura, loro non ti tireranno le frecce. Sono molto arrabbiati con il giaguaro. Gridano perché non vi capite”».

Suor Felicita riuscì a sottrarsi da quella situazione pericolosa con la scusa di andare a controllare il ferito in infermeria. «Sorino aveva ripreso un po’ di energia grazie alla trasfusione. Mi ha preso la mano e cercava di stringerla, ma non ci riusciva. Ho messo l’orecchio vicino alla sua bocca e lui mi ha sussurrato: “Felicita, tu adesso sei la mia mamma. Loro dicono che io devo andare con gli spiriti, ma io non voglio, fai qualche cosa perché io voglio vivere”.

Dunque mi trovavo in mezzo tra lui, che voleva vivere, e gli altri che volevano mandarlo dagli spiriti».

Nel frattempo, verso le 14, l’aereo era arrivato. Gli yanomami si erano dispersi. Era rimasto solo Kalera, un amico stretto del ferito, che chiese di poterlo accompagnare a Boa Vista. Suor Felicita e la cuoca lo portarono all’aereo e i due partirono.

«Ho quindi cercato la moglie di Sorino, che era andata ad avvisare alcuni parenti a una maloca a tre chilometri da lì. Quando è arrivata le ho detto: “Helena, tuo marito è molto grave e l’ho mandato a Boa Vista in ospedale”. C’era anche la mamma di Sorino con lei e si sono messe a piangere».

Suor Felicita alla missione di Catrimani nel 1998

«Se lui muore, ti uccidiamo»

Ma quando suor Felicita tornò alla missione trovò una sorpresa: «Il gruppo di Yanomami era di nuovo lì. Mi hanno chiesto: “Felicita dov’è Sorino?” E io: “L’ho mandato a Boa Vista”. “Perché? Non ascolti gli sciamani? Sorino non può morire lontano dalla foresta”. “Perché?”, replicai. “Perché in questo modo il suo spirito non troverà mai casa. L’unica porta per l’aldilà la trova se è in compagnia degli altri spiriti. Ma fuori dalla foresta, nessuno lo può accompagnare. Allora tornerà qui, non troverà la porta e rimarrà a vagare in eterno. Sarà arrabbiato perché non potrà mai riposare e causerà problemi a noi vivi”.

In quel momento mi sono resa conto che avevo fatto una violenza grave alla loro cultura. Avevo invaso una sfera nella quale non sarei dovuta entrare. Quando c’è in gioco la vita, sono loro che devono agire e non gente da fuori.

Allora gli sciamani mi hanno detto: “Entra nella tua casa. Non ti possiamo uccidere adesso perché Sorino non è morto, ma queste frecce le lasciamo qua – hanno piantato diversi dardi davanti a casa -, e se lui morirà, con queste ti uccideremo”.

Io ho risposto: “Va bene”. E sono rimasta sotto questa minaccia. Alcuni giovani si sono fermati a sorvegliare che non uscissi di casa».

Suor Felicita aveva avvisato il pronto soccorso e spiegato la situazione e anche il rischio per la sua vita. I medici erano già pronti e, appena Sorino arrivò, lo operarono per circa quattro ore. Poi, in coma, fu messo in terapia intensiva.

Le suore a Boa Vista decisero di seguire da vicino il ricovero, per cui suor Maria da Silva Ferreira, portoghese, stava con lui di giorno, mentre suor Lisadele Mantoet, italiana, lo vegliava di notte.

Suor Felicita, intanto era in contatto con Boa Vista via radio tutti i giorni per avere notizie.

La richiesta al padre

Fino a quel momento suor Felicita era intervenuta soprattutto come infermiera. «Non avevo pensato molto, avevo agito. Adesso, entrata in casa, sono andata direttamente nella cappella e ho guardato il quadro dell’Allamano. In quel momento ho pensato: “Io ho un padre, è qui”. Ero arrabbiata, avevo tanta paura e tremavo. Ho pensato: “Allamano dimmi una cosa, quando hai fondato questa congregazione, l’hai voluta proprio per i non battezzati? Sapevi che avremmo vissuto tutte queste difficoltà? E in questo momento dove sei? Tu ci sei?”. Quando ho fatto questa domanda ho sentito come una coperta che mi avvolgeva, un calore diverso. Avevo la febbre alta, per lo stress e lo shock.

Allora ho detto: “Ascolta Gesù, per intercessione di Giuseppe Allamano voglio chiederti solo una cosa. Sorino è andato a Boa Vista, è molto grave. Se lì lo potranno curare, io ti chiedo che guarisca completamente e torni come prima. Se torna con delle menomazioni, come una paralisi, non potrebbe vivere nella foresta come cacciatore e pescatore. Se non guarisce, è meglio che muoia.

E se lui deve morire, chiedo anche la grazia per sopportare questa freccia che mi colpirà”.

Inoltre, mi chiedevo: “È questo davvero il nostro posto di missione? Il nostro carisma? Solo una guarigione completa di Sorino può darci una risposta”.

Questa preghiera l’avrei rifatta ogni giorno senza aggiungere nulla. Ho acceso una candela che avrei mantenuto viva. E sentivo di aver fatto tutto».

Era il 7 febbraio, data di inizio della novena per la festa di Giuseppe Allamano, il 16. A Boa Vista la dedicarono alla guarigione del ferito. Inoltre, suor Maria Costa, superiora della casa, diede una reliquia del fondatore a suor Maria da Silva, che la mise sotto il cuscino di Sorino.

Sour Felicita e suor Aurea nella maloca preparano medicine.

L’imponderabile

Sorino con la sua moglie Helena Yanomami

Il 16 sera Sorino stava morendo. Tutti gli strumenti davano i parametri vitali prossimi allo zero. Era con lui suor Lisadele che pensò: “Devo sentire suor Maria Costa per organizzare il recupero di suor Felicita, prima che si sappia della morte del paziente”.

Il mattino del 17 arrivò suor Maria e parlarono per organizzare il viaggio a Catrimani e salvare la consorella.

Verso mezzogiorno suor Maria sentì qualcosa di strano. Guardò il malato e lui girò la testa e le disse: “Maria, perché piangi?”. Poi aggiunse: “Ho fame”. Era successo qualcosa di incredibile.

Sorino era molto debole e la ferita non migliorava. Però aveva parlato.

Suor Felicita, saputo del miglioramento, organizzò il viaggio della madre e della moglie di Sorino a Boa Vista, che il 20 febbraio lo raggiusero. Dopo la terapia intensiva, a marzo Sorino fu portato alla casa di cura degli indigeni, sempre a Boa Vista, per la riabilitazione. L’8 maggio rientrò a Catrimani, accompagnato da suor Giuseppina Morelli, l’amministratrice.

«Io ho chiamato tutti i capi e gli sciamani. Qualcuno diceva: “Arrivano solo le ossa”; oppure: “Non sappiamo cosa arriva”. Sono venuti con le loro frecce, armati per la guerra. Poi l’aereo è atterrato. Sorino è sceso piano ed è subito venuto da me. Mi ha detto: “Felicita voglio farti vedere il cammino che ho fatto dall’incidente alla maloca”. C’erano ancora delle tracce e lì ci ha raccontato con precisione la dinamica dell’accaduto».

«Questo popolo è prezioso»

Il medico che aveva operato Sorino ha confermato che la parte di cervello lesa era quella del coordinamento motorio, che avrebbe dovuto rendere impossibile a Sorino camminare e parlare. Non si spiega dunque scientificamente, neppure come il ferito fosse riuscito a camminare fino alla maloca.

«Penso che noi siamo stati strumento di Dio. Sorino sarebbe potuto morire in quel momento, quando è stato attaccato, e invece lo ha salvato. Il Signore voleva dire qualcosa a questa gente e a tutti noi: “Questo popolo è prezioso per me, siete il mio popolo anche se non siete battezzati”».

Sono passati 28 anni e Sorino è ancora vivo. Lui e sua moglie Helena, che non hanno avuto figli, sono stati famiglia per molti bambini yanomami abbandonati, per motivi vari, dei quali le suore si sono occupate. «Almeno quindici», ricorda suor Felicita. Anche Sorino aveva la sua missione.

Nel 1998 gli sciamani convocarono un’assemblea aperta a missionari cattolici e protestanti ed enti governativi. Durante l’incontro uno di loro raccontò il sogno fatto la notte prima (spesso gli yanomami si affidano al sogno per comunicare messaggi): lui saliva una scala lunghissima verso il cielo e in fondo c’era una luce fortissima, più potente di qualsiasi luce mai vista prima. «È quella la luce che ha detto a Felicita di agire come ha fatto, ovvero di mandare Sorino in città – conclusero gli sciamani -. Suor Felicita è uno sciamano di questo spirito, il più potente di tutti».

Marco Bello

Ascolta la testimonianza di Suor Felicita:

Giovedì primaverile 1915 a Rivoli. Durante una delle visite degli studenti e chierici da Torino, l’Allamano si lascia fotografare dal chierico Borello Mario.


Un cuore grande per tante opere

Giuseppe Allamano, sintesi di una vita esemplare

Un giovane sacerdote della Torino del XIX secolo. Qualcuno capisce i suoi talenti e lo fa diventare formatore. Poi arriva la Consolata e pure Giacomo Camisassa. Infine, non senza difficoltà, la fondazione e la cura di due istituti missionari.

Giuseppe Allamano, quarto di cinque fratelli, nacque il 21 gennaio 1851 a Castelnuovo d’Asti, paese natale di san Giuseppe Cafasso, suo zio, e di san Giovanni Bosco. Rimasto orfano di padre quando non aveva ancora tre anni, crebbe sotto l’influsso determinante della madre Maria Anna Cafasso, sorella del santo, e dello zio, don Giovanni Allamano, fratello del papà.

Terminate le scuole elementari, nell’autunno del 1862 entrò nell’oratorio salesiano di Valdocco, a Torino, dove rimase quattro anni, compiendo gli studi ginnasiali. Qui incontrò il cardinale Guglielmo Massaia che raccontò agli studenti della sua missione in Etiopia. Sentendosi chiamato al sacerdozio diocesano, lasciò Valdocco, per entrare nel seminario di Torino. La sua decisione di entrare nel seminario diocesano incontrò un inatteso ostacolo in famiglia. Furono i fratelli, non la mamma, a opporsi, non perché fossero contrari alla vocazione sacerdotale, ma perché volevano che prima frequentasse il liceo pubblico. Il giovane Giuseppe, convinto com’era, ebbe una sola risposta per i fratelli: «Il Signore mi chiama oggi… non so se mi chiamerà ancora fra due o tre anni».

Così nel 1866 entrò nel seminario. Fin dal primo anno si manifestò la fragilità fisica che sarebbe perdurata tutta la vita, mettendola più volte in pericolo. Il periodo di preparazione al sacerdozio fu molto positivo.

Formatore di preti

Ricevuta l’ordinazione sacerdotale il 20 settembre 1873, Allamano avrebbe desiderato darsi al ministero pastorale, ma fu destinato alla formazione dei seminaristi, prima come assistente (1873-1876), poi come direttore spirituale del seminario maggiore (1876-1880). Quando l’arcivescovo monsignor Lorenzo Gastaldi gli comunicò la destinazione, lui balbettò rispettosamente un’obiezione: «La mia intenzione era di andare vicecurato e poi forse parroco in qualche paesello». Ed ecco la benevola risposta: «Volevi andare parroco? Se è solo per questo, ecco, ti do la parrocchia più insigne della diocesi: il seminario!». Come educatore di candidati al sacerdozio, si distinse per la fermezza nei principi e la soavità nel chiederne l’attuazione.

In questo compito, gli furono unanimemente riconosciute ottime qualità che lo resero un vero «maestro nella formazione del clero». Proseguì nello stesso tempo gli studi, conseguendo la laurea in teologia presso la facoltà teologica di Torino (30 luglio 1876), e l’abilitazione all’insegnamento universitario (12 giugno 1877). In seguito, fu nominato membro aggiunto della facoltà di diritto canonico e civile, e ricoprì pure la carica di preside in ambedue le facoltà.

Davanti alla chiesetta di Wambogo, oggi Gikondi, nel 1907

Arriva la Consolata

Nell’ottobre 1880 fu nominato rettore del santuario della Consolata di Torino. Da allora fino alla morte, la sua attività si svolse sempre all’ombra del santuario mariano dell’archidiocesi. Anche questa nuova destinazione costò molto ad Allamano, sacerdote di appena 29 anni. Più tardi, lui stesso riferì la conversazione con l’arcivescovo: «Ma monsignore, io sono giovane», disse con confidenza filiale, ricevendo questa risposta paterna e incoraggiante: «Vedrai che ti vorranno bene lo stesso. È meglio giovane, se fai degli sbagli hai tempo a correggerli».

Si associò come primo collaboratore il sacerdote Giacomo Camisassa, che aveva conosciuto e apprezzato in seminario quando era direttore spirituale. Lo invitò scrivendogli parole che lasciano intravedere il progetto pastorale: «Veda, mio caro, faremo d’accordo un po’ di bene, e procureremo di onorare col Sacro Culto la cara nostra madre Maria Consolatrice». La loro fraterna collaborazione sacerdotale sarebbe durata tutta la vita, nel rispetto vicendevole del ruolo di ciascuno e nella condivisione di ideali. Possiamo constatare il mirabile esempio di amicizia e di collaborazione apostolica tra questi due sacerdoti, oltre che dalle opere realizzate insieme, anche dalle parole che Allamano ebbe a dire dopo la morte del Camisassa: «Era sempre intento a sacrificarsi, pur di risparmiare me»; «Con la sua morte ho perso tutte e due le braccia»; «Erano 42 anni che eravamo insieme, eravamo una cosa sola»; «Tutte le sere passavamo nel mio studio lunghe ore…»; «Abbiamo promesso di dirci la verità e l’abbiamo sempre fatto».

Il santuario, fatiscente materialmente e decaduto spiritualmente, sotto la direzione di Giuseppe Allamano riprese vita. Con l’attiva collaborazione del Camisassa, lo trasformò in un gioiello d’arte, splendente di marmi e d’oro, come si presenta tutt’oggi. Ne curò l’attività pastorale, liturgica e associativa. Poco per volta il santuario divenne centro di spiritualità mariana e di rinnovamento cristiano per la città e la regione. Allamano vi contribuì anche con il carisma di cui fu dotato da Dio di consigliare e confortare. Persone di ogni ceto sperimentarono, infatti, i segreti della sua mente illuminata e del suo grande cuore.

Can. Giacomo Camisassa durante la visita il Kenya, 1911-12.

I talenti

Come ebbe ad osservare il cardinale Jean-Marie Villot, Allamano divenne «punto di riferimento per quanti vedevano in lui il sacerdote vero, che sembrò investito di una missione provvidenziale per una diocesi come Torino: la missione di consigliare e dirigere, incoraggiare e ammonire, ridare alle anime con la grazia del sacramento della confessione la gioia e la pace della ritrovata amicizia con Dio, esortare a ogni opera apostolica».

Oltre a essere rettore del santuario della Consolata, Allamano era anche rettore del santuario di Sant’Ignazio, presso Lanzo Torinese, con annessa una casa per esercizi spirituali. Questo centro di spiritualità era molto famoso, avendo predicato in esso per tanti anni lo zio don Giuseppe Cafasso. Qui Allamano trovò un campo privilegiato per la formazione dei sacerdoti e dei laici attraverso gli esercizi spirituali. Come testimoniò un suo stretto collaboratore, il canonico G. Cappella: «Volle sempre dirigerli personalmente, e mentre li dirigeva voleva pure farli, perché diceva: “Non voglio solo essere cascata, che dà agli altri, ma anche conca per ricevere le grazie del santo ritiro” […]».

Con l’obiettivo di dare un modello specialmente ai sacerdoti, raccolse memorie su Cafasso, ne pubblicò la vita e gli scritti, e ne intraprese la causa di canonizzazione, che portò fino alla beatificazione, il 3 maggio 1925. Lo confidò candidamente lui stesso: «Ho introdotto questo processo, posso dire, non tanto per affezione o parentela, quanto per il bene che può produrre l’esaltazione di quest’uomo, affinché quelli che leggeranno le sue virtù, divengano bravi sacerdoti, bravi cristiani e voi bravi missionari».

Nel 1882 Giuseppe Allamano ottenne la riapertura del Convitto ecclesiastico (biennio di formazione in pastorale per il clero in preparazione del lavoro nelle parrocchie, ndr) e lo diresse fino alla morte. Ebbe molto a cuore la formazione spirituale, intellettuale e pastorale dei giovani sacerdoti, aggiornandola alle nuove esigenze. Inculcò soprattutto il fine ultimo della vocazione sacerdotale: la salvezza dei fratelli.

Visione e comunicazione

Giuseppe Allamano era coinvolto, inoltre, direttamente o indirettamente, in tante altre opere apostoliche. Fu canonico della cattedrale, membro di commissioni e comitati, superiore religioso delle Visitandine e delle Suore di San Giuseppe. Intensa fu la sua opera in occasione di varie celebrazioni di anniversari e durante la Prima guerra mondiale per l’assistenza ai profughi, ai sacerdoti e seminaristi che prestavano servizio militare.

Allamano seppe collaborare con le più svariate forme di apostolato, come testimonia il canonico Baravalle che viveva con lui al santuario: «Le forme più moderne dell’apostolato cattolico, come quello della buona stampa, […] non solo erano da lui tenuti in molta considerazione e molto apprezzati, ma largamente aiutati con somme di denaro, che a quei tempi erano abbastanza vistose». In particolare, Allamano sostenne il giornalismo cattolico non solo quando era più giovane, nel pieno del suo apostolato, ma sempre, fino alla morte. Ebbe un ruolo di ispirazione e incoraggiamento pure nella fondazione del quotidiano cattolico francese «La Croix», il cui fondatore, padre Paul Bailly, nel 1883 sostò al Santuario della Consolata. Nel 1899 fonda il mensile «La Consolata», che nel 1928 dà origine a «Missioni Consolata».

I primi missionari a Zanzibar, maggio 1902, da sx, Falda fratel Luigi, Gay padre Tommaso, Mons Emil August Allgeyer, padre Luz, spiritano , Perlo padre Filippo e Lusso fratel Celeste

Missione

Animato da questo intenso zelo apostolico, unito a un vivo senso della missione della Chiesa, Allamano allargò i suoi orizzonti al mondo intero. Sentì l’urgenza del mandato di Cristo di portare a tutti il Vangelo. Trovava innaturale che nella sua Chiesa, feconda di tante istituzioni di carità, ne mancasse una dedicata unicamente alle missioni. Decise di rimediarvi. In questo modo avrebbe aiutato coloro che erano animati dall’ideale missionario a realizzarlo e avrebbe avuto modo di suscitarlo in altri. La fondazione dell’istituto dei missionari non sorse all’improvviso nella sua mente; maturò nel suo spirito attraverso una lunga preparazione spirituale e non si attuò che superando grandi prove e contraddizioni. Non ci sono dubbi che il cammino della fondazione è stato impegnativo e faticoso per Giuseppe Allamano, già così occupato nel Santuario, nel Convitto, a Sant’Ignazio e per la causa del Cafasso.

Nel 1891 gli sembrò giunto il momento di attuare il suo progetto di fondare un istituto missionario per sacerdoti e fratelli laici, ma lo potrà realizzare soltanto con l’ascesa alla cattedra di San Massimo del cardinale Agostino Richelmy, suo compagno di seminario e amico. In lui trovò condivisione piena di ideali e sostegno. Gli indugi furono rotti definitivamente da un intervento della Provvidenza. Nel gennaio 1900, una malattia contratta assistendo una povera donna in una soffitta ghiacciata, lo portò in fin di vita. La guarigione, ritenuta un miracolo della Consolata, fu per lui il segno che l’istituto si doveva fondare. L’anno seguente, il 29 gennaio 1901, nacque l’Istituto Missioni Consolata. La motivazione profonda della fondazione va cercata nel suo stesso spirito. Padre Lorenzo Sales, il suo primo biografo e figlio affezionato, affermò che la radice della fondazione sta nella santità di Allamano, il quale spiegava: «Non avendo potuto essere io missionario, voglio che non siano impedite quelle anime che desiderano seguire tale via». Ci furono poi delle ragioni contingenti, concrete che influirono a dare inizio all’opera, quali il desiderio di continuare la missione del cardinale Massaia, come pure lo spirito missionario e le insistenze di alcuni sacerdoti convittori.

L’8 maggio 1902 partirono per il Kenya i primi quattro missionari, due sacerdoti e due laici, seguiti a dicembre da altri quattro. Ben presto, vista la necessità della presenza femminile nelle missioni, Allamano ottenne dai superiori del Cottolengo alcune suore Vincenzine, che affiancarono i Missionari della Consolata in Kenya, a partire dal 1903.

Giuseppe Allamano, dietro insistenza del neoeletto vicario apostolico, Filippo Perlo (uno dei primi quattro e figura fondamentale nell’istituto, ndr), d’accordo con il suo arcivescovo e confortato dal parere del cardinale Girolamo Gotti, prefetto di Propaganda Fide, e da quello del Papa Pio X, il 29 gennaio 1910 diede inizio all’Istituto delle Missionarie della Consolata.

Ai suoi figli e figlie dedicò le cure più assidue, attraverso contatti personali, lettere, incontri formativi. Convinto che alla missione si deve dare il meglio, ebbe di mira la qualità più che il numero. Voleva evangelizzatori preparati, «santi in modo superlativo», zelanti fino a dare la vita. Il suo motto era: «Prima santi, poi missionari», intendendo il «prima» non in senso temporale, ma come valore prioritario e assoluto.

Intorno al 1912 si fa promotore dell’istituzione di una Giornata missionaria mondiale, celebrata poi dal 1926. Per lui, sacerdote diocesano, la missione era dimensione essenziale della Chiesa.

Giuseppe Allamano morì il 16 febbraio 1926 presso il santuario della Consolata e fu beatificato il 7 ottobre 1990 da Giovanni Paolo II. Il 20 ottobre sarà canonizzato da papa Francesco e dichiarato ufficialmente Santo.

*rielaborazione di testi di Francesco Pavese,
a cura di Marco Bello


I 10 comandamenti di Allamano

Dieci «comandamenti» sono stati scritti da monsignor Luis Augusto Castro Quiroga (missionario della Consolata colombiano) e ci offrono una sintesi del pensiero di Giuseppe Allamano. Si tratta di un distillato di consigli e insegnamenti ai suoi missionari e missionarie, ma validi e utili per chiunque.

  1. Cercate solo Dio e la sua volontà.
  2. Innalzatevi sulle idee limitate che predominano nell’ambiente.
  3. Amate una religione che vi promette un’altra vita, ma che vi rende più felici sulla terra.
  4. Scegliete la mansuetudine come cammino di trasformazione.
  5. Trasformate l’ambiente (le strutture), non solo gli uomini.
  6. Siate conca, non canale, con i beni spirituali; canale e non conca con i beni materiali.
  7. Fate bene il bene, ma senza fare rumore.
  8. Non dite mai non tocca a me.
  9. Prima di tutto, santi.
  10. Siate forti, virili ed energici nella missione.

Per una presentazione di questi «comandamenti», leggi «Pillole Allamano», di padre Ugo Pozzoli, pubblicate su MC nel 2014.


L’arte dell’incontro

Il metodo missionario della Consolata

Per raggiungere obiettivi concreti occorre un metodo di lavoro. I missionari e le missionarie della Consolata ne hanno elaborato uno. Si tratta di una trasposizione del metodo di Allamano basato su quattro pilastri fondamentali.

Il modo in cui una persona svolge le sue attività decide se avrà successo o meno. Una cosa è sapere bene cosa fare, avere l’energia e l’intelligenza per farlo, un’altra cosa è avere la strategia giusta per raggiungere un determinato obiettivo. Stiamo parlando di «un metodo», ovvero di una procedura particolare per realizzare qualcosa. Una metodologia chiara è necessaria ogni volta che si realizza un progetto, perché fornisce un approccio strutturato al lavoro, garantisce l’affidabilità del modo di lavorare e migliora le conoscenze in quel particolare campo.

Un metodo missionario

Questo spiega il motivo per cui i primi missionari della Consolata avevano bisogno di un buon metodo per fare qualche passo avanti nell’evangelizzazione del Kenya. Il fondatore li aveva avvertiti di non aspettarsi risultati rapidi. Infatti, aveva detto loro di evitare la tentazione di pensare che le cose sarebbero state facili o che i risultati sarebbero stati immediati. Dovevano prendersi il tempo necessario per fare dei piani, attuarli gradualmente e valutarli senza fretta. In realtà, quello che oggi chiamiamo metodo missionario della Consolata, è un’attualizzazione del metodo pedagogico di Giuseppe Allamano. Questo prevedeva «l’incontro», «la creazione di relazioni» e «lo scambio produttivo reciproco». In una parola, possiamo chiamare quel metodo missionario «incontro».

Il fondatore era un padre per i suoi missionari: amava intensamente ciascuno di loro, tanto da lasciare un ricordo indelebile fin dal primo contatto. Su questo punto le testimonianze dei primi missionari sono concordi: ognuno di loro si è sentito compreso e amato dal fondatore, con l’irripetibile creatività dell’amore.

Le sue relazioni e il suo metodo pedagogico erano animati e incentrati su un dialogo fiducioso e amorevole. Aveva rapporti stretti con i singoli missionari e missionarie, ma anche con le comunità (seminario minore, seminario maggiore, novizi). Era in contatto con chi era vicino e con chi era lontano. Mentre alcuni missionari erano in Africa, altri erano nell’esercito e altri ancora erano alla Casa Madre. Allamano seguiva, formava e dirigeva anche altri gruppi che erano sotto la sua cura pastorale. Questo stretto contatto con la gente è ciò che ha ispirato e costituito il metodo che i missionari hanno usato nella missione.

Contatto

Utilizzando i consigli che Giuseppe Allamano dava dall’Italia, i missionari in Africa si impegnarono in lezioni di catechismo nei villaggi, nell’insegnamento delle cose elementari nelle scuole all’aperto (le lezioni si facevano sotto gli alberi), nella visita ai villaggi per socializzare e creare relazioni con la gente, e infine nell’assistenza ai malati. Questo è ciò che è stato conosciuto come il «metodo dei Missionari della Consolata». Come si vede, era piuttosto particolare. Implicava un grande contatto con la gente. Proprio come aveva dimostrato personalmente Allamano nel suo lavoro a Torino, i missionari e le missionarie dovevano relazionarsi strettamente con le persone. Era l’unico modo per conoscere i loro bisogni, approfondire le loro aspettative, scoprire le loro paure, creare un legame di fiducia, ecc. Sebbene i Missionari della Consolata fossero accusati da altri istituti missionari di dedicarsi a pratiche «mondane» invece che a «salvare le anime», il metodo missionario della Consolata era certamente efficace. Non si sarebbe potuto evangelizzare persone che non comprendevano. Questo metodo ha dato grandi risultati e frutti duraturi nell’evangelizzazione, nella fondazione e nel servizio della Chiesa in Africa, in primo luogo per la validità intrinseca del metodo stesso, e in secondo luogo per la dedizione e lo spirito di coloro che lo hanno attuato, sotto la saggia guida del fondatore. Questo è un altro modo per dire che un metodo da solo non basta. Coloro che lo mettono in pratica devono essere seri e dediti al loro lavoro. In altre parole, non si può separare il lavoro da svolgere, il metodo da utilizzare e il carattere (e la personalità) di coloro che devono svolgere il lavoro.

Corea del Sud. Club degli studenti cattolici nella Hanbat National University di Daejeon con padre Godfrey Boriga durante un incontro di preghiera.

Quattro pilastri

Il metodo missionario della Consolata aveva e ha quattro elementi chiave. In primo luogo, richiedeva l’apprendimento della lingua locale del popolo. Ancora oggi, la lingua è la chiave di ogni società. Conoscere la lingua facilita molte cose, elimina inutili conflitti e incomprensioni e crea una base credibile per qualsiasi impegno. Consapevoli di ciò, i primi missionari della Consolata si sono assicurati di essere in grado di comunicare con la popolazione locale. Secondo elemento: il metodo esige il rispetto della cultura delle popolazioni locali. I missionari hanno subito scoperto che dovevano amare la cultura dei Kikuyu e dei Meru. Questo significava essere disposti a mangiare cibo locale ogni volta che era necessario e, più in generale, a trattare le persone con rispetto. Consapevoli che non avrebbero potuto evangelizzare qualcuno che li vedeva come colonialisti, i missionari della Consolata hanno imparato a rispettare le diverse culture. Il terzo elemento: l’ambiente familiare. Giuseppe Allamano ha sempre parlato di «spirito di famiglia». Si assicurava sempre di far sentire a casa il suo interlocutore. Questo era il suo segreto. Le persone si sentivano felici, rilassate e amate in sua presenza. Allo stesso modo, come parte della loro strategia di evangelizzazione, i Missionari della Consolata facevano in modo che la gente si sentisse parte di una più grande famiglia di Dio.

Quarto e ultimo punto del metodo dei Missionari della Consolata: trasformare il paese, non solo attraverso l’insegnamento religioso, ma anche formando la popolazione all’agricoltura, all’allevamento del bestiame e alle abilità manuali. Come avrete notato, la strategia (o metodo) dei missionari della Consolata in Africa (e poi in America Latina e Asia) rispecchia lo stile di vita di Giuseppe Allamano. Egli credeva che l’opera di una persona riflettesse sé stessa. Questo spiega perché è vero che il metodo pedagogico di Allamano, che è la spina dorsale del metodo missionario della Consolata, era finalizzato alla santità. Non si trattava solo di fare ripetutamente un’azione per farla apparire come una strategia o un fatto. Si trattava di presentare sé stessi in qualsiasi cosa si facesse.

Jonah Mulwa Makau


«Un albero gigantesco»

Giro del mondo con le missionarie e i missionari della Consolata

Un sogno, una volontà che diventa progetto. Tanto impegno e preghiere. E poi arrivano le condizioni favorevoli. Così Giuseppe Allamano ha fatto partire da Torino i primi quattro missionari. Oggi, dopo 122 anni, è una presenza in 4 continenti.

La mattina dell’8 maggio 1902 Giuseppe Allamano accompagna i primi quattro missionari della Consolata alla stazione di Porta Nuova, a Torino. Sono i sacerdoti Tommaso Gays, Filippo Perlo e i fratelli Luigi Falda e Celeste Lusso. Le cronache dicono che, dopo aver impartito loro la sua benedizione, Allamano si allontana rapidamente, per non mettersi a piangere. Giacomo Camisassa, invece, come previsto, prende il treno con loro, e li accompagna fino a Marsiglia dove si imbarcano il 10 maggio alla volta di Zanzibar. Lì arrivano diciotto giorni dopo. I quattro sono accolti dal vicario apostolico, lo spiritano monsignor Emil August Allgeyer e dal console italiano, il cavaliere Giulio Pestalozza. I «nostri» sono presi in carico dai padri Spiritani. Padre Filippo Perlo, in una delle prime lettere racconta: «[…] il 28 maggio al levar del sole comparve in vista l’isola di Zanzibar. L’impero dei monsoni è cessato d’un tratto e il mare è calmo. Impressionati ancora dalle deserte e bruciate sponde del canale di Suez e dalle rocche brulle e cupe del capo Guardafui, restiamo ammirati e confortati dallo splendore e ricchezza di vegetazione di Zanzibar» (cfr. La Consolata, settembre 1902).

Da Zanzibar, il 6 giugno, vanno in nave a Mombasa, e da lì in treno fino a Nairobi (14 giugno). Sono sempre accompagnati da monsignor Allgeyer, che sarà con loro fino alla destinazione finale.

La scelta del villaggio di Tuthu (del capo Karoli o Karuri che aveva richiesto missionari per costruire la prima scuola), nel centro del Kikuyu a oltre 2000 metri di altitudine, come prima missione dei quattro della Consolata è dettata da necessità e opportunità. La necessità di avere missionari cattolici nella nuova provincia, il fatto che monsignor Allgeyer non ha abbastanza personale.

La carovana parte per il Kikuyu il 20 giugno, giorno della Consolata. Oltre al vicario apostolico, ne fa parte il padre Hemery, anch’esso spiritano, che parla un po’ della lingua locale. In treno fino a Naivasha (la ferrovia Mombasa-Kampala è in costruzione), poi a piedi, il gruppo si dirige a Nord Est, passando attraverso le montagne dell’Aberdare dove i missionari soffrono il freddo. Arrivano a destinazione la sera del 28 giugno.

«L’indomani celebriamo la santa messa […]: è l’inaugurazione della Missione della Consolata che si impianta nel Kikuyu, a circa due giornate di viaggio dalla base del monte Kenya a 2050 metri sul livello del mare. Sarà la più alta missione del vicariato di monsignor Allgeyer», scrive ancora Perlo nei suoi diari.

Questa è la storia dell’inizio delle «missioni della Consolata» nel mondo.

Da lì, nel 1916 comincia l’avventura in Etiopia, tre anni più tardi è la volta del Tanzania, e nel 1926, anno della morte del fondatore, l’apertura ufficiale della missione in Mozambico.

Il salto continentale nelle Americhe avviene nel 1937, in Brasile, inizialmente a scopo di animazione vocazionale, e nel 1946 in Argentina e via di seguito. L’Istituto Missioni Consolata (Imc) arriva in Asia nel 1988, con l’apertura in Corea del Sud.

Centoventidue anni dopo

Oggi i missionari e le missionarie della Consolata sono presenti in 33 Paesi di quattro continenti: Africa (14 Paesi), Americhe (9 Paesi), Asia (5) ed Europa (5). E se i primi missionari erano perlopiù piemontesi, adesso si contano 904 missionari di 25 nazionalità e 474 missionarie di 15 nazionalità.

Una presenza importante, multietnica e multiculturale, diffusa nel mondo, ma soprattutto in presa diretta con i popoli e le genti emarginati o di frontiera. Abbiamo voluto fare un ideale giro del pianeta per raccogliere alcune brevi riflessioni di missionari e missionarie della Consolata del 2024 per unirle idealmente a tutte le vite spese per la missione dalla fondazione dei due isituti in poi.

Padre Francesco Bernardi, missionario italiano in Tanzania

L’attualità del messaggio di Giuseppe Allamano è l’audacia, che è più del coraggio. San Paolo, missionario, usa il termine greco «parresia».

Giuseppe Allamano è un audace. Lo è stato fin da ragazzo. Giuseppe studia nell’Oratorio di don Giovanni Bosco. Ma il 16 agosto 1866 pianta in asso il suo maestro e se ne va, insalutato ospite. È domenica, giorno per recarsi in chiesa e non per scappare. Poi, è solo un ragazzo di 15 anni. Ma è un audace, contro il suo carismatico educatore.

Padre Igino Tubaldo (storico di Giuseppe Allamano) insinua che c’era troppo rumore nell’oratorio. Così Giuseppe fugge, perché «il rumore non fa il bene, e il bene non fa rumore». Questo è Allamano.

Lavoro in Tanzania e ritengo che necessiti di maggiore audacia missionaria. Ma non solo questo Paese.

Il 2 settembre 1908 il fondatore scriveva a fratel Benedetto Falda, missionario in Kenya: «La nostra Missione andrà innanzi e prospererà, perché è opera di Dio e di Maria Consolata. Passeranno gli uomini… cadranno pure alcune foglie, ma l’albero benedetto dal Santo Padre prospererà e verrà un albero gigantesco. Io ne ho prove prodigiose in mano».

Oggi i missionari e le missionarie della Consolata costituiscono «un albero gigantesco», grazie alla Consolata, come pure grazie agli italiani e ai marocchini, ai boliviani e ai colombiani, ai mongoli e ai coreani, alla gente di Taiwan nonché a quella del Kazakistan, grazie a uomini e donne che si spendono in 33 nazioni del mondo.

La missione è da viversi in «unità di intenti» fra tutti, nonostante le difficoltà.

Sono parole dell’audace san Giuseppe Allamano.

Padre Daniele Giolitti, missionario italiano in Mongolia

L’attualità del messaggio di Giuseppe Allamano, a partire dalla mia esperienza missionaria in Mongolia e in Italia, mi pare di poterla riassumere come un preciso stile missionario, improntato su tre principali caratteristiche: profondità nelle relazioni, forte spiritualità e lavoro manuale.

La missione, secondo lo stile «allamaniano», richiede una profonda dedizione e preparazione per incontrare persone e culture talvolta molto diverse dalla nostra. Per far questo occorre coltivare una spiritualità fatta di preghiera e di meditazione della Parola di Dio. Inoltre, per costruire ponti di pace e di dialogo, più che mai urgenti in questa nostra epoca, Giuseppe Allamano voleva che i suoi missionari «si sporcassero le mani», cioè che, come ha fatto lui, ci impegnassimo nella promozione umana e nei progetti di sviluppo.

La proclamazione di Allamano santo mi fa pensare al suo motto più famoso che ha lasciato a noi missionari: «Prima santi, poi missionari». Lui è stato davvero un grande santo e forse un precursore dei tempi: dalla sua profonda esperienza spirituale al Santuario della Consolata di Torino e dal suo grande impegno sociale, è nata l’idea della missione in tutto il mondo, fatta di contemplazione nell’azione. In Mongolia questa dimensione contemplativa è molto sentita, a contatto con religioni antiche quali il buddhismo e lo sciamanesimo.

Nella capitale mongola Ulaanbaatar, con gli altri missionari, pensiamo di vivere il grande momento della canonizzazione del nostro fondatore facendo conoscere la sua figura nelle quattro parrocchie della città, organizzando momenti di preghiera con la gente e traducendo in lingua mongola una sua breve biografia. Infine, però, penso che il modo migliore per viverlo sia quello di mettere in pratica ciò che lui stesso ha vissuto: un’esperienza di Dio che si estende a tutto il mondo. Questo è Vangelo. Questa è missione.

Sr Natalina Stringari in Bolivia

Suor Nadia Leitner, missionaria argentina in Bolivia

Nel 2016 sono arrivata per la prima volta a Vilacaya, in Bolivia, come prenovizia, una giovane donna che stava appena iniziando a conoscere il carisma, la missione ad gentes e tutta la sua ricchezza. I miei occhi cominciavano ad aprirsi, io nascevo al mondo missionario. L’impatto culturale e le sfide spaventavano le mie scelte, ma il sogno della missione e di poter condividere la vita mi dava la forza di continuare a camminare. Ed è stato così che durante gli anni di formazione mi sono lasciata riempire dal carisma e incoraggiare a svuotarmi per vivere la volontà di Dio.

Vivere oggi il tempo di santità, come missionaria della Consolata a Vilacaya, mi chiede di lasciare le mie idee per aprirmi all’incontro reale con gli altri. Mi trovo di fronte a una realtà missionaria impegnativa, ed è qui che il carisma acquista forza e coraggio e trova il suo spazio per insegnarmi a vivere in modo creativo il processo di inculturazione, di promozione umana e di ascolto. Mi rende chiaro che non cammino da sola, ma, come voleva Allamano, in famiglia, in comunità.

La santità di Giuseppe Allamano è una grande gioia e un orgoglio, ma è anche un invito concreto a vivere in fedeltà e in profondità il mio essere missionaria della Consolata, a camminare ogni giorno verso la mia santità.

Padre Oscar Liofo Tongombe, missionario congolese in Brasile

Lavoro nella diocesi di Roraima, nella città di Boa Vista, dove sono vicario parrocchiale.

Per me il messaggio di Giuseppe Allamano è la consolazione del popolo di Dio, soprattutto nella situazione che sta vivendo lo stato di Roraima con le migrazioni e la lotta delle popolazioni indigene. Portare consolazione significa avere uno zelo missionario nel servire i nostri fratelli e sorelle e nel lavorare per la promozione della vita umana.

La canonizzazione del fondatore è una grazia per tutto l’istituto e per tutta la Chiesa e rafforza ulteriormente la missione e la presenza dell’Imc in Amazzonia, poiché il miracolo è avvenuto proprio qui. È un momento di grande riflessione e meditazione sulla chiamata missionaria. Questo evento ha ulteriormente incoraggiato i missionari e la Chiesa a non rinunciare a quest’opera di consolazione. Penso che dovremmo vivere questo momento con devozione, preghiera e anche grande gioia.

Ivo Lazzaroni, missionario laico italiano in Congo Rd

Il messaggio di Giuseppe Allamano, sempre attuale e ricco di virtù cristiane, mi invita a cercare ogni giorno la qualità nell’essere e nel servizio missionario che svolgo nel nostro ospedale Notre Dame della Consolata di Neisu. La qualità nel migliorare la vita di chi mi circonda ogni giorno, nel fare bene il bene, la pazienza, e lo sforzo di vivere seriamente e umilmente ogni attimo della giornata.

Vivere questo messaggio è una sfida a livello personale, è vivere il Vangelo. Per me è la manifestazione della condivisione, della solidarietà umana, un cammino di fraternità che non conosce limiti e frontiere. A maggior ragione in un contesto di povertà economica come l’ospedale, dove la gran parte dei nostri pazienti fa fatica a pagarsi le medicine. Con la nostra presenza, cerchiamo di vivere questo messaggio, la vicinanza a chi soffre, e di curare i malati non solo con cure di qualità, ma con la consolazione, formando il nostro personale, più con l’esempio che con le parole.

Un altro aspetto fondamentale che sto vivendo, del messaggio di Allamano è la fiducia totale nella Provvidenza. In tutti questi anni di missione vivo e sperimento l’aiuto ricevuto da molti, per migliorare la qualità di vita di tante persone che incontro ogni giorno.

La canonizzazione mi fa pensare ai miei genitori, a mia mamma, ottantacinquenne e con una devozione particolare per Allamano, alla sua vita semplice e piena di sacrifici, alla sua pazienza e ricerca di una qualità di vita migliore per noi figli, al suo fare il bene nel silenzio.

Penso che la canonizzazione del fondatore possa trasmettere a ognuno di noi una forza spirituale maggiore, nel vivere il suo messaggio per essere d’esempio a quanti ci circondano nella ricerca continua di fare bene il bene.

19 Maggio 2002 : sx, Suor Maria Ines Patigno , Fedrigoni padre Paolo , Marengo padre .Giorgio , Suor Lucia Bartolomasi hanno appena ricevuto il Mandato per la Mongolia.

Suor Emma Piera Casali, missionaria italiana in Mozambico e Guinea-Bissau

Per me Giuseppe Allamano è un ammirabile missionario. Anche se non ha avuto la gioia di lavorare direttamente in missione, ha saputo offrire ai suoi missionari e missionarie una metodologia valida, feconda, dallo sguardo aperto alle sfide e allo sviluppo in ogni tempo, in armonia con le diverse realtà che incontriamo nel nostro mondo.

Lui voleva che le sue missionarie vivessero in intima comunione con Cristo, Figlio e primo missionario del Padre, che dessero priorità alla testimonianza di vita, all’ascolto, alla preparazione della persona, alla conoscenza della realtà per programmare e valutare insieme, in comunione e unità d’intenti.

Nei miei sessanta anni di vita missionaria, ho sperimentato la fecondità della sua metodologia quando sapevo sedermi accanto al fratello o la sorella in attento ascolto e interessamento, dimostrando che in quel momento la cosa più importante era la sua storia, i suoi problemi e per questo nasceva la fiducia, la confidenza e il desiderio sincero di conoscersi.

Quando nella catechesi, negli incontri di formazione, ho cercato di far precedere all’annuncio di Gesù Cristo la conoscenza, i desideri, i progetti, le reazioni delle persone, ho toccato con mano la validità e l’efficacia di tale metodologia. Questo metodo anche oggi è attuale: il mondo moderno non ha fame e sete di bravi predicatori, ma bensì di autentici testimoni.

Vivendo e applicando questa metodologia nella mia vita missionaria ho potuto vedere come il Signore, per mezzo nostro, trasforma l’ambiente e il cuore delle persone.

Padre Marcos Sang Hun Im, missionario coreano in Argentina

Come sappiamo, Giuseppe Allamano aveva il sogno di andare in missione, ma a causa della sua salute non ha potuto realizzarlo. Invece di rinunciare a sognare, ha conservato il desiderio nel suo cuore ardente. Con il passare del tempo, il Signore gli ha proposto un altro modo per realizzarlo: inviare altri in missione. Secondo l’esperienza della vita missionaria, non sempre possiamo realizzare tutto ciò che vogliamo o avere il successo che speriamo. Per questo a volte siamo delusi di non vedere subito i frutti dei nostri sforzi. La testimonianza di Allamano ci dice chiaramente che il lavoro missionario è opera del Signore. Egli ne è il soggetto e il protagonista, mentre noi siamo solo dei servitori. Se il nostro sogno coincide con quello del Signore, Egli lo realizzerà a tempo debito secondo la sua via attraverso tutto il nostro essere. Attendere i tempi del Signore con pazienza e fiducia è il messaggio importante di oggi.

Normalmente la gente ha sentito il nome del nostro fondatore citato dai Missionari della Consolata. Anche io l’ho sentito per la prima volta quando ho contattato un animatore vocazionale. Adesso, grazie alla canonizzazione, il suo nome si è diffuso di più e veniamo cercati da luoghi dove non siamo mai stati, da chi vuole conoscere la sua vita. Così il mondo non solo vuole conoscere il nuovo santo, ma desidera anche conoscere i suoi figli, che sono missionari. Questo è un grande momento per noi per dare testimonianza, incoraggiare e ricordare la vocazione missionaria.

Padre José Fernando Flórez Arias, missionario colombiano in Amazzonia

La spiritualità dei Murui-Muina (popolo nativo dell’Amazzonia) dice che il futuro è alle spalle e il passato davanti, e anche se sembra strano, ha una sua logica: quello che è successo lo vediamo (è davanti) quello che non è successo non lo vediamo (è dietro). In questa prospettiva, camminiamo in avanti per trovare le radici che oggi rendono possibile la santità del nostro fondatore. Radici che hanno a che fare con il territorio in cui Giuseppe Allamano ha voluto manifestare la sua santità, territorio sacro chiamato Panamazzonia, condiviso da Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana francese, Guyana, Suriname e Brasile.

Il miracolo di Allamano nel contesto amazzonico dovrebbe portarci a riflettere sulla nostra missione in questi territori. Farci sentire che il giaguaro oggi sta mangiando una parte del nostro cranio, come per lo Yanomami Sorino, e intendo il cuore, poiché i nonni Murui, al contrario di «penso quindi sono», dicono «sento quindi sono».

Per questo è importante addolcire il cuore affinché ciò che arriva alla ragione sia un pensiero significativo e si traformi in una Parola di vita, cioè una parola che su fa realtà, diventando prassi.

Forse la nostra parola in Amazzonia ha bisogno di un nuovo risveglio, di una nuova alba, di un passaggio del cuore, di sentire Dio in mezzo alle diverse culture amazzoniche perché ci chiediamo: dove ci sta mandando lo Spirito in Amazzonia?

Suor Immaculate Nyaketcho, missionaria ugandese in Liberia

L’attualità del messaggio di Giuseppe Allamano la percepisco nel suo invito a una santità vissuta nel fare bene il bene senza rumore, e la trovo nel lavoro missionario di ieri e di oggi. Questo si realizza attraverso i missionari e le missionarie che hanno incarnato questa spiritualità nella loro vocazione e missione, alcuni anche al costo della loro vita. Hanno portato consolazione e Gesù a tantissimi popoli e culture in diverse parti del mondo: quante chiese, scuole, ospedali, progetti economici e formazione.

Oggi, nel mio lavoro missionario in Liberia, dove la nostra presenza è molto piccola, il messaggio di Giuseppe Allamano si attualizza nel dare testimonianza di consolazione e facendo al meglio possibile il nostro servizio tra i giovani nella scuola, in parrocchia, nelle famiglie. Come Allamano ci dice, non è il fare tanto che conta, ma farlo bene, vivendo con il popolo nella sua realtà, affinché anche i nostri fratelli sperimentino la consolazione data al mondo dal Padre per mezzo del figlio Gesù.

La canonizzazione del fondatore è un grande dono che la Chiesa fa a noi famiglia della Consolata e al mondo intero. Oggi stiamo perdendo la spiritualità del fare bene il bene. Siamo molto presi dalla quantità, piuttosto che dalla qualità delle nostre azioni e del nostro vivere. Ma la canonizzazione ci chiama a una forma di santità che può essere vissuta da tutti, ovunque, facendo solo il bene. Senza rumore.

Padre Giuseppe Auletta in Argentina

Padre Giuseppe Auletta, missionario italiano in Argentina

L’attualità di san Giuseppe Allamano ha a che vedere con la presa spontanea e immediata nel cuore della gente. Un esempio in tal senso l’ho avuto un po’ di anni fa. Nel gennaio 1990 stavamo realizzando un’intensa missione nella colonia Aborigen Chaco, abitata dagli indigeni Qom (Tobas), con i giovani appartenenti a Jumico (juventus misionera de la Consolata).

L’attività consisteva nel visitare i «ranchos» (abitazioni più che precarie) cercando di combattere la malattia di Chagas provocata da un insetto chiamato vinchuca, che danneggia soprattutto il cuore. Durante la visita offrivamo alla famiglia un’immaginetta del nostro fondatore. In una pausa dell’attività, una donna ci ha sorpresi con una richiesta: avere nella comunità una chiesetta. Alla domanda di chi volesse come patrono, la donna ha risposto: san Giuseppe. Ascoltando la richiesta, una nostra missionaria della Consolata chiede: «Volete che sia San Giuseppe artigiano?». «No – ha replicato la donna -. Vogliamo che sia san Giuseppe il missionario». Finalmente avevamo capito che si riferiva a Giuseppe Allamano. E così abbiamo costruito una chiesetta allo stile dei ranchos nella colonia Aborigen Chaco. Credo che, pur nella sua semplicità e sintonia con l’incarnazione in quella realtà, il nostro già santo – diciamolo senza aspettare il 20 ottobre prossimo – abbia avuto la prima cappella a lui dedicata. Vedo in questa esperienza una dimostrazione di come il nostro fondatore mette radici nel cuore della gente, attraverso il servizio umile e concreto di noi missionari.

La canonizzazione del fondatore è basata e decisa dalla prova di un miracolo che ha beneficiato un indigeno Yanomami. Il miracolo si trasforma in segno che conferma il carisma ad gentes affidatoci dal fondatore ma anche la scelta del camminare insieme con i popoli indigeni, condividendo la lotta di sopravvivenza, i sogni e la grande spiritualità e saggezza che essi ci offrono.

Padre Luiz Carlos Emer, missionario brasiliano a Roraima in Brasile

Già prima del Concilio Vaticano II, il desiderio e l’insegnamento di Giuseppe Allamano era che i suoi missionari portassero il messaggio della Buona Novella attraverso la visita alle comunità e la vicinanza alla gente semplice, conoscendo così da vicino la loro vita e le loro difficoltà. È stata un’intuizione profetica che mi ha segnato e mi ha sempre accompagnato nel mio lavoro missionario. Il metodo di lavoro di Allamano, rafforzato dalla teologia latino-americana che poneva l’accento su Gesù come liberatore integrale della persona, mi ha portato a cercare e privilegiare le periferie e i poveri nel mio lavoro missionario. Questo ha fatto nascere in me il desiderio e la ricerca di lavorare con i più emarginati e, per quanto possibile, di vivere come loro.

È importante notare che nel corso dei miei 37 anni di sacerdozio ho anche scoperto e imparato a valorizzare l’insegnamento sul primato della santità nella vita del missionario: l’amore e la vicinanza a Dio come condizione fondamentale per una vita missionaria significativa e fruttuosa.

Il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa di Giuseppe Allamano come uomo di Dio, guidato dallo Spirito Santo, diventa un forte stimolo a valorizzare e interiorizzare ancora di più la sua vita e i suoi insegnamenti.

Con la canonizzazione, penso di renderlo più presente nella mia preghiera, nel mio studio e nella mia spiritualità e, di conseguenza, di farlo conoscere meglio alla gente, presentandolo non solo come un intercessore, ma anche come un uomo che ha vissuto il suo tempo con visione e profezia.

Suor Arelis Maritza Rocha Garcia, missionaria colombiana in Italia

Grande persona di profonda umanità, ieri e oggi, Giuseppe Allamano è sempre attuale. La sua presenza lungo il mio cammino di vita, sia nella formazione, sia nelle diverse missioni e nei servizi che ho fatto, è stata importante. Io mi sono identificata con il suo contesto di vita di famiglia, la sua storia mi ha incoraggiata, il suo sguardo al Dio della Provvidenza mi ha toccata fin da subito. La sua paterna attenzione di ascolto e il suo amore mi hanno sollevata fino ad oggi. Non posso dimenticare le tante volte che l’ho invocato chiedendo aiuto e facendolo partecipe della mia fragilità e delle sfide in gioco, e lui mi ha fatto sentire il suo «Nunc Coepi» (adesso comincio, ndr). Così, con speranza, mi sono messa in piedi e ho continuato il mio percorso, ma con tanta fiducia nella sua compagnia.

La sua comprensione delle realtà umane che io non capivo, mi è giunta attraverso le sue lettere, scritte alle nostre sorelle, nelle quali manifestava la sua presenza umana, il suo modo gentile di gestire le cose e il suo sguardo compassionevole. Un cuore riconoscente dei doni che Dio dà a ognuno, non per sé stesso ma per il bene comune e della missione. Solo così si può vivere il bene fatto bene, nella quotidianità semplice e modesta come lui ci vuole.

Penso che il nostro fondatore, con la sua personalità, mi chieda di sorprendermi di come Dio agisce dove noi meno pensiamo. Questo lo vediamo guardando il miracolo a Sorino Yanomami. Non posso non pensare al carisma che lui ha donato a me e a tutti noi. Quanta grazia e responsabilità allo stesso tempo.

Marco Bello

Padre Diego Cazzolato con un monaco buddhista in Corea del Sud.


Conversazione, «alla mano», con Giuseppe

Quattro modi di essere, ammiro in te:
la tua umanità fragile ed energica
la tua fiducia nella volontà di Dio
la tua disponibilità a servire
la tua perseveranza creativa nell’azione.
Li voglio tutti e quattro per me.

Quattro idee che ho letto in te mi ispirano:
oggi è il mio tempo e qui il mio spazio
la santità è il mio obiettivo e la mia strada
vivo localmente e penso globalmente
la missione è il mio luogo e la mia opportunità.
Tutte e quattro le idee voglio renderle reali.

Quattro relazioni che hai coltivato mi attraggono:
con Dio nella contemplazione e nella preghiera
con Maria Consolata, in affettuosa complicità
con Giacomo Camisassa, amico nell’amicizia di lavoro
con la Chiesa locale e universale nella sinodalità.
Voglio coltivarle anche io tutte e quattro.

Quattro compiti che hai intrapreso attirano la mia attenzione:
studiare con passione per il ministero
incoraggiare l’apertura della Chiesa alla cattolicità
formare persone, comunità e sacerdoti
accompagnare la famiglia, gli istituti e il Santuario.
Voglio occuparmi di tutti e quattro.

Quattro frasi emblematiche, mi ricordo di te:
«Fare bene, farlo bene e senza fare rumore», qualità totale
«Il bene non fa rumore e il rumore non fa bene», etica professionale
«prima i santi, poi i missionari», spiritualità umanizzante
«proclameranno la mia gloria alle nazioni», uscire qui, là e ovunque.
I quattro ispirano la mia vita e il mio lavoro quotidiano.

Quattro icone sacramentali, vi hanno ispirato:
– la santa famiglia Cafasso, con Giuseppe (lo zio) e Mariana (la madre)
– quella tenera Maria, con il suo santuario della Consolata
– quel Gesù biblico, fatto Eucaristia sulla tavola e sulla croce
– quella Chiesa locale, aperta al cattolicesimo.
Tutti e quattro mi suscitano ammirazione, ispirano, occupano e preoccupano.

Salvador Medina
missionario della Consolata colombiano


Come si diventa santi
Il processo di canonizzazione

La «Causa di beatificazione e canonizzazione» riguarda un fedele cattolico che in vita, in morte e dopo morte ha goduto fama di santità, di martirio, o di offerta della vita.

La canonizzazione è solo l’ultimo gradino di una scala che ne presuppone altri: il candidato, per diventare ufficialmente santo, deve essere prima proclamato servo di Dio, poi venerabile, poi beato.

Fase diocesana

È chiamato servo o serva di Dio il fedele cattolico di cui è stata iniziata la Causa di beatificazione e canonizzazione. Il postulatore, appositamente nominato (ad esempio dall’istituto religioso, ndr), raccoglie documenti e testimonianze che possano aiutare a ricostruire la vita e la santità del soggetto. La prima fase inizia, quindi, con l’apertura ufficiale di un’inchiesta in diocesi e il candidato viene definito servo di Dio.

Occorre dimostrare che la persona ha praticato le virtù a un livello molto elevato, superiore alla media. La ricostruzione viene fatta seguendo due piste: ascoltando le testimonianze orali delle persone che lo hanno conosciuto e possono raccontare con precisione fatti, eventi, parole; raccogliendo i documenti e gli scritti riguardanti il servo di Dio.

Tutte le informazioni vengono raccolte e poi sigillate nel corso di una sessione di chiusura, presieduta dal vescovo della diocesi coinvolta.

Fase romana

A questo punto si chiude la «fase diocesana» dell’inchiesta e tutto il materiale viene consegnato a Roma al Dicastero delle cause dei santi che, tramite un suo relatore, guiderà il postulatore (persona incaricata di istruire il processo di beatificazione prima e di canonizzazione poi, ndr) nella preparazione della Positio, cioè del volume che sintetizza le prove raccolte in diocesi. È la cosiddetta «fase romana» del processo. La Positio deve dimostrare con sicurezza la vita, le virtù o il martirio e la relativa fama del servo di Dio. Studiata da un gruppo di consulenti teologi del dicastero, è poi sottoposta al giudizio dei vescovi e cardinali membri del dicastero. Al giudizio positivo, il Papa autorizza la promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù, sul martirio del servo di Dio, o sull’offerta della vita, che così diviene venerabile.

Dalla tappa intermedia alla canonizzazione

La beatificazione è la tappa intermedia, in vista della canonizzazione. Se il candidato viene dichiarato martire, diventa subito beato, altrimenti è necessario che venga riconosciuto un miracolo, dovuto alla sua intercessione.

Questo evento miracoloso in genere è una guarigione ritenuta scientificamente inspiegabile, giudicata tale da una commissione medica. Importante, ai fini del riconoscimento, è che la guarigione sia completa e duratura, in molti casi anche rapida. Sul miracolo si pronunciano anche i vescovi e cardinali, e il Papa autorizza il decreto. Il venerabile può essere beatificato.

La fase successiva è la canonizzazione. Si deve attribuire al beato l’intercessione efficace in un secondo miracolo avvenuto in un momento successivo alla beatificazione.

Per stabilire chi è santo, quindi, la Chiesa utilizza sempre un accertamento canonico: se in passato si poteva diventare santi semplicemente per acclamazione popolare, da vari secoli esistono norme specifiche, per evitare confusioni e abusi. Il postulatore è incaricato di dimostrare la santità del candidato, mentre dall’altro lato, il promotore della fede, verifica testimonianze e documenti.

A esito positivo, è poi il Papa che autorizza la promulgazione del Decreto sul miracolo accertato e fissa la data di canonizzazione.

M.B.


Hanno firmato il dossier

Francesco Pavese
Missionario della Consolata (02/04/1930-3/5/2020), con un dottorato in diritto canonico svolse la sua missione come formatore. Postulatore generale dal 2002 al 2012, a lui si devono svariati testi di approfondimento sugli aspetti teologici e spirituali di Giuseppe Allamano.

Jonah Mulwa Makau
Missionario della Consolata keniano, è stato responsabile del Cam a Torino, missionario in Tanzania come formatore, da due anni è a Roma nell’ufficio storico.

Si ringraziano
Le missionarie e i missionari che hanno partecipato con il loro contributo per l’articolo «Un albero gigantesco». Giacomo Mazzotti, postulatore generale. Gigi Anataloni, per l’archivio fotografico. Suor Alessandra Pulina e suor Stefania Raspo per la collaborazione.

A cura di
Marco Bello, giornalista, direttore editoriale di MC.

Festa della Consolata a Loyangallani, Kenya

 




Taiwan. Imparare la missione

 

Hsinchu (Taiwan). Il 21 settembre è stata celebrata la festa per i dieci anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. Le celebrazioni si sono svolte con una messa nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, a Hsinchu, gestita dai missionari dal 2017.

Hsinchu (Taiwan). La messa celebrata per i 10 anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. (© foto di Marco Bello)

L’inizio

Era il 12 settembre del 2014, quando tre missionari atterravano all’aeroporto Taoyouan di Taipei. Iniziava così l’avventura dell’istituto fondato da Giuseppe Allamano a Taiwan.

I tre erano i padri Eugenio Boatella (Spagna), Mathews Odhiambo Owuor (Kenya) e Piero de Maria (Italia).

Oggi i missionari sono sette e padre Jasper Kirimi, keniano, arrivato nel 2016, è l’attuale coordinatore del gruppo.

La voce del vescovo

Hsinchu (Taiwan). Il vescovo di Hsinchu, monsignor John Baptist Lee tiene l’omelia durante la messa di ringraziamento per i 10 anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. (© foto di Marco Bello)

La celebrazione ha visto la partecipazione del vescovo di Hsinchu, monsignor John Baptist Lee e del pro-chargé d’affaires della Nuziatura apostolica di Cina, Taipei, monsignor Stefano Mazzotti.

Nell’omelia il vescovo Lee ha esordito dicendo: «Oggi è un giorno di gioia nel quale celebriamo dieci anni di contributi e sacrifici dei Missionari della Consolata nella diocesi di Hsinchu. Non si tratta di un periodo lungo nella storia della chiesa di Taiwan, ma una volta arrivati in questa terra ci si scontra con grandi sfide e difficoltà e la Consolata, affrontandole, ci ha manifestato la grazia di Dio. Carente di vocazioni, la diocesi di Hsinchu è molto grata alla generosità della Consolata nell’aiuto al lavoro pastorale».

Il vescovo ha poi sottolineato come sia cambiata l’origine dei missionari, molti dei quali oggi sono africani.

Monsignor Lee ha chiesto ai cristiani locali di «lavorare con i missionari, supportarli e aiutarli nei bisogni della missione». Perché, ha detto rivolgendosi a loro, «dopotutto, ognuno di voi è un missionario ed è vostro dovere partecipare all’evangelizzazione, vivendo a pieno il lavoro in condivisione».

La Consolata a Taiwan

Hsinchu (Taiwan). Monsignor John Baptist Lee accoglie il quadro di Maria Consolata nel momento dell’offertorio. (© foto di Marco Bello)

Padre Jasper Kirimi, giunto nel 2017, dopo la celebrazione ci dice: «È stato emozionante. Abbiamo anche proiettato dei video con i saluti di tutti i missionari che hanno lavorato qui. Ho pensato che ho lavorato con loro ed è passato tanto tempo. Quando io sono arrivato, non pensavo di stare così a lungo perché era davvero dura. Imparare questa lingua e una cultura così diversa. Invece sono ancora qui.

In secondo luogo, la partecipazione oggi è stata davvero importante. Io penso che la gente sia venuta anche per la Consolata. Questo vuol dire che c’è un nuovo riferimento che aggrega i cristiani di Taiwan ed è proprio la Consolata. Giuseppe Allamano, che sta per diventare santo, penso non abbia mai immaginato di arrivare fino a questa terra».

Padre Jasper conclude: «Taiwan è molto diversa da Africa e America Latina. Noi siamo qui per imparare un nuovo modo di fare missione».

Una delegazione dall’Asia

Era presente una delegazione dei missionari della Consolata dalla Mongolia e dalla Corea. Tra loro padre Clement Gachoka, superiore dei missionari della Consolata per la Regione Asia.

Secondo padre Clement: «Siamo la presenza più giovane nella diocesi e fatta di giovani. Dal 2014 a Taiwan sono passati undici missionari. Voglio ringraziarli tutti per l’apporto che hanno dato. Quella dei missionari della Consolata è una presenza che ha affrontato tante sfide: la lingua, la cultura, la fatica di adattarsi. Dall’altra parte c’è stata la perseveranza che hanno avuto e la collaborazione con la chiesa di Hsinchu, a tutti i livelli. La festa dei primi dieci anni ci dà la speranza che, nonostante le sfide, le difficoltà e le paure, il cammino andrà avanti e la presenza sarà significativa».

Gli altri missionari presenti sono padre Caius Moindi, anch’egli keniano a Hsinchu, i padri Bernado Kim (coreano) e Antony Chomba (keniano) nella parrocchia san Joseph di Xinpu, una città vicina a Hsinchu, mentre padre Emanuel Temu (tanzaniano) segue da alcuni mesi la parrocchia di Xinfong, la terza gestita dai missionari della Consolata a Taiwan.

I padri Thiago Giacinto da Silva (brasiliano) e Pablo Souza Martin (argentino) stanno attualmente studiando la lingua cinese.

Dopo la celebrazione, la festa è continuata ed erano presenti anche i parrocchiani di Xinpu e Xinfong, oltre a diversi amici e membri di congregazioni venute anche dalla capitale Taipei.

Marco Bello da Hsinchu (Taiwan)

con l’aiuto di Lucia Ku (per le traduzioni)

Hsinchu (Taiwan). Fedeli e celebranti dopo la messa di ringraziamento per i 10 anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. (© foto di Marco Bello)




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Siamo tutti fratel Argese

Si è concluso il 25 marzo 2024, con la premiazione il concorso dal titolo «Siamo tutti fratel Argese – la cura del creato» organizzato dalla onlus Nostra Africa, dagli amici dei Missionari della Consolata e con il patrocinio del comune di Martina Franca. Vi hanno partecipato le scuole di ogni ordine e grado del territorio cittadino. Il concorso è giunto aIla terza edizione.

Fratel Giuseppe Argese (1932-2018), nativo di Martina Franca e missionario della Consolata, è una celebrità in città dove è iscritto tra le persone «patriae decor» (cioè decoro della patria) sulla lapide all’entrata del palazzo ducale sede del municipio.

Ogni anno, dalla sua morte, l’onlus Nostra Africa in collaborazione con i Missionari della Consolata ne mantiene viva la memoria. Particolarmente attivo è padre Pio Callegari, che per diversi anni è stato nella stessa missione con fratel Argese ed è quindi la persona più adatta a divulgare l’opera meravigliosa di Mukiri (il silenzioso, come lo chiamavano i suoi amici africani) sia a Martina Franca che in diverse parrocchie di Taranto. Fin da subito fu presa in considerazione l’idea di una attività regolare per far conoscere, specie ai giovani a Martina, l’ideale e l’opera di fratel Argese, sia per il suo grande amore per gli africani che per il profondo rispetto e cura che aveva dell’ambiente, del creato (che si rispecchiava anche nella ricchezza e varietà del suo orto – vedi foto -, curato come un giardino, ndr).

È nata così l’idea di un concorso tra le varie scuole di Martina.

Queste le tematiche affrontate negli ultimi tre anni scolastici.

  • 2021- 2022: «Siamo tutti fratel Argese: l’acqua».
  • 2022 – 2023: «Siamo tutti fratel Argese: la siccità».
  • 2023 – 2024: «Siamo tutti fratel Argese: la cura del creato».

Ogni anno padre Pio, visita le scuole della città per presentare agli studenti di vario ordine la persona, gli ideali e il lavoro di Mukiri. La Nostra Africa, con il patrocinio del comune e associazioni/privati, ha finanziato tre premi di 1.000 € ciascuno.

Ecco i premiati di quest’anno (nelle foto qui di fianco):

1 C – Amedeo di Savoia

Perché gli elaborati grafici e multimediali degli alunni rappresentano coerentemente le problematiche ambientali e sociali del tema del concorso. Dai lavori emerge la consapevolezza delle sfide ambientali e sociali della società in cui viviamo e del suo futuro, l’individuazione del proprio ruolo di cittadinanza attiva per una nuova vivibilità della terra e della società.

1 C – Giovanni XXIII

Perché gli alunni, attraverso un e-book, lavori di animazione e un testo poetico hanno espresso con racconti fantastici, descrizione di esperienze e simulazioni, una conoscenza dei temi dell’ambiente originale e creativa auspicando la salvaguardia e la bellezza del creato.

Premio Siamo tutti fratel Argese 2024 (foto non in ordine preciso)

Istituto Maria Ausiliatrice – scuola primaria S. Teresa

Perché gli alunni hanno evidenziato nei lavori grafici e multimediali con consapevolezza l’importanza delle risorse naturali della terra ponendosi positivamente per un impegno responsabile e diretto nella cura dell’ambiente e delle sue specie viventi.

I premi verranno spesi per migliorie dell’ambiente scolastico.

La manifestazione è stata definita «interessante e lodevole» dal pubblico che ha letteralmente gremito la sala consigliare. La vicesindaca e gli assessori presenti si sono compiaciuti con gli ideatori e organizzatori del concorso per aver scelto una tematica attualissima che ha consentito a oltre trecento ragazzi e ai loro docenti di riflettere sull’attuale condizione del pianeta terra.

Margherita Martucci
Martina Franca, 13/05/2024

Giubileo di 75 anni

«La vergine mi inspira a fondare l’Istituto dei fratelli». Così affermava mons. Attilio Beltramino, missionario della Consolata, fondatore dell’Istituto dei Servi Cordis Immaculati Mariae (Scim). È un istituto di diritto diocesano, fondato dal primo vescovo della diocesi di Iringa in Tanzania nel lontano 31 maggio 1949.

Da allora sono passati esattamente 75 anni. È giubileo!

L’8 giugno 2024, festa del Sacro Cuore di Maria, si sono svolte le celebrazioni a Tosamaganga, dove sorge la casa madre dell’istituto. Quel giorno ha visto numerosissime persone, da diverse parti del Tanzania, radunarsi per ringraziare il Signore per le cose grandi che ha operato in questi 75 anni. Erano presenti il presidente della Conferenza episcopale del Tanzania mons. Gervas Nyaisonga, il nunzio apostolico mons. Angelo Accattino, l’arcivescovo di Songea mons. Damian Dallu, il vescovo di Iringa mons. Tarcisius Ngalalekumtwa, il vescovo di Mpanda mons Eusebius Nzigilwa e i nuovi vescovi di Njombe e Mafinga, Monsignori Kyando e Mwagalla (foto qui sotto).

«Il giubileo è un momento di grazia, ma anche un momento per chiedere perdono per non essere stati coerenti alla propria vocazione religiosa e alla vita cristiana. È soprattutto un momento per rinnovarsi, in modo tale che, celebrando il prossimo giubileo del centenario, possiamo essere cresciuti in numero e qualità», ha sottolineato il superiore generale dell’istituto fratello Christopher Chavala.

Mons. Nyaisonga nella sua omelia ha sottolineato l’importanza di avere Maria come modello, lei che ha avuto un cuore immacolato. «Colpisce, ha detto, notare che il fondatore ha voluto che i fratelli rispecchino Maria, cioè abbiano un cuore immacolato. Solo chi ha un cuore pulito, immacolato, può servire efficacemente la Chiesa e l’umanità».

Nell’occasione si è celebrato pure il cinquantesimo della vita religiosa del fratello Gaspar Chongolo.

L’istituto ha il carisma di servire l’umanità in modo olistico, cioè il corpo e l’anima in modo profondo e costante nella catechesi, formazione, educazione, edilizia, e sanità.

In questi 75 anni l’istituto ha contato 143 membri. Al momento presente ci sono 98 fratelli con voti perpetui, 45 professi, 12 novizi e 5 postulanti e 25 aspiranti. Svolgono il loro apostolato nelle diocesi di Iringa, Mbeya, Sumbawanga, Mpanda, Mwanza, Geita, Moshi, Mbulu e Dar es Salaam. Il beato Giuseppe Allamano, che sarà canonizzato prossimamente, in questa occasione avrebbe detto: «Carissimi fratelli Scim, il Signore vi benedica e dia coraggio, e avanti in Domino». Il bello deve ancora venire.

Baba Godfrey Msumange
13/06/2024 – Mafinga

Matteo, ciao

«Nessuno è ancora riuscito a spiegarmi come mai, durante la stagione dell’harmattan (un vento molto forte e polveroso, ndr), quando ti trovi polvere rossa anche fra i denti, i mucchi di cotone nei campi rimangono bianchi immacolati».

È questa frase la prima cosa che mi viene in mente quando penso a padre Matteo Pettinari.

Questa, e l’immagine di un cartone di uova appoggiato sulle gambe, sue e mie, mentre eravamo seduti nel doppio sedile per il passeggero tipico di molti 4×4, con padre Ramón Lázaro Esnaola (nella foto sotto) alla nostra sinistra che guidava da Dianra a Dianra Village, dove stavamo andando per visitare il centro di salute che Matteo accompagnava.

la mano di Chiara che tiene le uovo e quelle di padre Matteo che maneggia il tablet per pregare il breviario

Era mattina presto, saranno state le sei. Il cartone di uova serviva per il programma nutrizionale del centro e io tentavo di proteggerlo dai sobbalzi del 4×4 tenendolo fermo con le mani. Matteo lo bloccava invece con i gomiti, perché con le mani reggeva un tablet, dal quale leggeva le lodi mattutine: «Abbiamo giusto quaranta minuti di strada», aveva detto poco prima con un gran sorriso, quasi a infondermi un po’ di forza dopo aver constatato la mia aria non proprio vispa per via della levataccia, «è perfetto per iniziare con una preghiera questa bella giornata di sole».

Ho conosciuto Matteo lavorando all’ufficio progetti di Missioni Consolata Onlus, mi piace pensare che siamo cresciuti professionalmente insieme nel corso di oltre un decennio. Il rapporto di stima e di simpatia si era creato all’inizio via mail e via whatsapp, ma poi nel 2017 sono andata in Costa d’Avorio e lì ho avuto la possibilità di passare più tempo con lui visitando la missione, il dispensario e le sue casette della salute, la chiesa allora non ancora completata e la piccola ma vivace comunità di Sononzo.

Da quel momento, dopo averlo visto al lavoro e dopo le lunghe chiacchierate sulla Costa d’Avorio, sulla missione, sulla cooperazione, essere in contatto con Matteo non è più stato soltanto come seguire un bravo collega che presentava opportunità e problemi di lavoro, ma come ascoltare un amico con cui condividere, benché da lontano, difficoltà, soddisfazioni, timori, sogni.

Il suo modo di lavorare mi era piaciuto da subito: Matteo era preparato, studiava, si informava, sapeva con esattezza che cos’era un progetto, in tutto quello che faceva ci metteva cura, precisione, attenzione. Parlava un francese e uno spagnolo eccellenti, modulandone anche la pronuncia per avvicinarsi a quella dell’interlocutore e risultare sempre chiaro ed efficace.

Ma col tempo ho capito che c’era uno strato più profondo, che andava oltre la padronanza della lingua, o l’aver appreso e l’applicare una tecnica, o la semplice volontà di fare le cose bene: Matteo ci metteva quella cura perché sapeva che dietro ogni progetto, ricevuta, dato statistico, rapporto sulle attività, dall’altro capo di ogni connessione internet, c’era una persona. Un paziente, o un lavoratore del centro di salute, un collega, un confratello o un membro di un’associazione amica, un donatore, un benefattore, un parrocchiano.

Fare e dire le cose bene era il suo modo di dirti: io ho a cuore te e la relazione che creo con te, perché questa è la cosa più importante. Le relazioni e la loro capacità di costruire una comunità in cui nessuno sia più solo, in cui ognuno abbia dignità e si senta responsabile dell’altro. È per questo che lavorare con lui sfuggiva alla logica del semplice aiutare e assistere e diventava un condividere, un immergersi, un capire ogni volta un pezzetto in più: della Costa d’Avorio, di Dianra, del mondo e anche di noi stessi.

Quanto ho imparato da te, Matteo. Mi mancheranno molto i tuoi vocali: «Chiara, ciao, ho sentito i tuoi messaggi, ti rispondo al volo, che sto andando [al centro di salute, a un incontro, in chiesa, alla sottoprefettura, …], scusa, poi ci sentiamo con calma, però intanto dimmi: come stai?».

Mi mancheranno il tuo modo di prenderti cura, la tua ironia bonaria, fatta per sdrammatizzare, alleggerire. Mi mancherà la tua curiosità, la tua voglia di capire, il tuo costante sforzo di concentrarti su ogni persona e sul presente senza perdere la visione d’insieme e senza smettere di immaginare il futuro. Mi mancherà la tua intelligenza limpida e generosa.

Ciao Matteo, grazie davvero.

Il mio modo di portarti con me sarà fare del mio meglio perché non si rompa neanche un uovo, affinché tutti arrivino a destinazione.

Chiara Giovetti
14/06/2024 – Senigallia




La lanterna resta accesa. Padre Bernardo Sartori, missionario


L’ultima volta che lo incontro è a Roma, lungo Via San Pancrazio. Un caldo giorno d’estate del 1968. Sono in autobus, quando scorgo sul marciapiedi una veste nera e una barba bianca.

«Ferma, ferma! – grido al conducente del bus -. C’è un’emergenza!». L’autobus si ferma fra lo stupore generale. Le porte a fisarmonica del mezzo si aprono.

Corro da lui, distante circa 70 metri, e lo chiamo: «Padre Bernardo!».

Quando mi vede, esclama: «Varda, varda el fiòl de Marino» (Guarda, guarda il figlio di Marino).

«Cosa fai qui a Roma?», mi chiede.

«Sto studiando teologia».

Conversiamo un po’. Naturalmente in dialetto veneto.

Padre Bernardo Sartori, quando ti incontra, chiunque tu sia, ti fa sentire «unico» nella sua vita. Così è anche per me in questo giorno romano.

Tuttavia, le persone accolte nel suo cuore sono migliaia e migliaia: a Falzé di Trevignano (Treviso), suo paese natale, a Troia (Foggia), dove ha operato come animatore missionario e, soprattutto, in Uganda, che lo vedrà missionario per 49 anni filati.

Padre Bernardo ha una parola speciale «solo per te». Una parola gioiosa.

Alla fine del nostro incontro nella capitale mi prende per mano dicendo: «Méname casa, parché me son pers qua a Roma» (Portami a casa, perché mi sono perso qui a Roma).

Padre Bernardo Sartori dal 2022 è «venerabile». Presto sarà «beato». Un fulgido esempio della Chiesa missionaria.

Quella stupida guerra

Bernardo Sartori nasce il 20 maggio 1897. Una frazione con meno di mille persone, tutta campi di frumento, granoturco, foraggio per vacche e buoi, gelsi per i bachi da seta e filari di viti. Ma spesso la metà dei raccolti è roba del «paròn». I contadini, infatti, in stragrande maggioranza sono fittavoli o mezzadri.

Fra i «paroni» c’è pure un conte. I bambini, quando lo vedono passare per strada fumando il sigaro, lo sbeffeggiano con la cantilena: «Conte coe braghesse onte / conte col capel de paia / conte canaia» (Conte con i pantaloni unti / conte con il cappello di paglia / conte canaglia).

Quei «paroni», con le loro mogli e amanti, sono spesso «canaglie», incuranti della fame e pellagra che affligge i contadini.

Un giorno padre Angelo Pizzolato, frate cappuccino di Falzé, durante un’omelia denuncia: «La nostra gente è rimasta povera a causa di due, tre signorotti».

Povera è pure la famiglia di Bernardo Sartori. Ad esempio: per pagare la retta del seminario diocesano, dove Bernardo studia da prete, i genitori devono togliersi la polenta dalla bocca. Polenta, perché il pane lo mangiano solo i «paroni».

Scoppia la Prima guerra mondiale (1914-1918). È «la grande guerra».

«Un’inutile strage», come lamenta il papa Benedetto XV. Falcia la vita a 10 milioni di persone. I caduti italiani sono 650mila (senza contare i civili) e i mutilati 450mila.

Nel 1917 anche Bernardo Sartori, ventenne, viene arruolato e mandato sul fiume Isonzo.

Una notte le mitragliatrici degli austriaci crepitano furiose a pochi passi da lui, le granate gli piovono intorno come arpie seminando morte. I cadaveri si ammassano al suolo tra urla disperate. Bernardo dice a se stesso: «È finita anche per me».

Poi si inginocchia, stringe la corona del rosario e prega: «Madonna santa, non farmi morire in questa stupida guerra. Io voglio andare fra i neri dell’Africa».

Amico lettore, se ti capita di entrare nella chiesa parrocchiale di Falzé, sosta davanti all’altare della Madonna del Carmine. Fra i vari ex voto «per grazia ricevuta» ne troverai uno firmato «Chierico Bernardo Sartori». Testimonia la sua vittoria in «una stupida guerra».

Da Troia a Ortisei

«Io voglio andare fra i neri dell’Africa».

Quella notte, sotto una tempesta di bombe, Bernardo Sartori promette di diventare missionario. E missionario sarà sulla scia di san Daniele Comboni, fondatore dell’omonimo istituto missionario.

Ordinato sacerdote il 31 marzo 1923, padre Bernardo è pronto per il grande balzo verso l’Africa, ma lo scoprono tisico con i polmoni bucati. La morte lo attende impietosa. Il tubercolotico, però, guarisce, ancora «per grazia ricevuta» dalla Madonna del Carmine di Falzé.

Ora si parte? Non ancora. Nel 1927 il superiore dei Comboniani lo manda a Bovino, in provincia di Foggia, per iniziare un seminario missionario. Però il seminario nascerà nella vicina, gloriosa ed antica Troia, che nulla ha a che fare con la Troia della seducente Elena, descritta dal poeta greco Omero.

Siamo sempre nel foggiano. Qui padre Bernardo e alcuni comboniani fanno i preti, risiedono in una casa (un ex convento) dedicata a «Maria Mediatrice di tutte le grazie». Sennonché «la Mediatrice» non c’è. Mancano pure i quattrini per comprarne un’immagine.

La notizia giunge fino al vescovo Fortunato Farina, che mette mano al suo portafoglio.

Padre Bernardo, in fatto di Madonne, ha gusti fini. Non si accontenta di immagini qualsiasi, magari rabberciate con lo spago. Per Troia, Bernardo esige una Maria Mediatrice pregevole, artistica, nuova di zecca. Soprattutto che parli al cuore dei troiani.

A tal scopo raggiunge Ortisei, in Alto Adige, dove si intagliano statue sacre in legno pregiato.

«Non voglio “una Madonna nordica”, perché io sono missionario nel Sud Italia – esordisce padre Bernardo di fronte all’artigiano altoatesino -. Inoltre, deve essere una Madonna missionaria».

«Si spieghi meglio, reverendo, perché lei sta andando sul difficile», replica l’artigiano dall’accento teutonico.

«La Madonna – spiega padre Sartori – tenga in una mano il piede di Gesù Bambino e con l’altra ne sorregga il braccio, quasi voglia porgerlo ai fedeli visitatori. Insomma, una Madonna che presenti a tutti Gesù salvatore del mondo». Oggi, secondo la mariologia moderna, la Madre del Signore è immagine e inizio della Chiesa, che avrà il suo compimento domani e dopo domani. Nel frattempo, Maria, per il travagliato popolo di Dio, «brilla quale segno di sicura speranza e consolazione» (Lumen Gentium 68). Infine, nel 1965, al termine del Concilio Ecumenico Vaticano II, papa Paolo VI (oggi santo) dichiarerà Maria «Madre della Chiesa». La dimensione mariana è uno dei cardini della spiritualità del nostro missionario.

Maria, Sultana d’Africa

Emoziona il tenore Andrea Bocelli, cieco, quando canta: «Con te partirò. Paesi che non ho mai veduto e vissuto con te, adesso sì li vedrò».

Finalmente anche padre Bernardo Sartori parte. Parte per un paese mai visto. È l’Uganda dei martiri Carlo Lwanga e dei suoi 21 compagni (alcuni anglicani). Parte il 5 novembre 1934 con in cuore tutte le persone cui ha comunicato la sua passione missionaria in Italia.

Quando arriva a Gulu, trova ad attenderlo fratel Arosio, un amico fin dai tempi di Troia.

«Ciao, vecchio. Cosa sei venuto a fare in Uganda?», lo canzona Arosio.

«Sono venuto a costruire chiese per la Madonna», sorride Bernardo.

«Ed io ti aiuterò», conclude Arosio.

«Costruire chiese per la Madonna». Grazie al sostegno dei compaesani di Falzé, degli amici di Troia e di altri benefattori, padre Bernardo costruirà numerose chiese in onore della Madre del Signore.

Ne ricordo quattro: Maria Sultana d’Africa a Lodonga, Maria Madonna di Fatima a Koboko, Maria Regina Mundi a Otumbari, Maria Madre della Chiesa a Arivu.

A Lodonga la vita è particolarmente complessa, perché è controllata in tutto dai musulmani. I colonialisti inglesi, che dominano l’Uganda, ritengono che a Lodonga l’Islam diventerà presto l’unica religione dell’intera tribù dei Logbara. Però padre Sartori erige una barriera con Maria, Sultana d’Africa. Ebbene, l’avanzata islamica si arresta. Nel 1961 i musulmani sono 30mila, e 30mila rimarranno a tutt’oggi, mentre i cattolici aumenteranno. Inoltre, parecchi musulmani abbracceranno il Cristianesimo. Di qui l’affermazione: «L’unico missionario capace di convertire i musulmani è padre Bernardo Sartori».

C’è «una logica soprannaturale» nel missionario: Maria è la porta dell’evangelizzazione (ad Iesum per Mariam). Così la chiesa materiale è il coronamento visibile di un’altra realtà più importante: la nascita della Chiesa viva.

Alla costruzione di chiese padre Bernardo abbina sempre un’altra opera assai più impegnativa e significativa: l’annuncio della «lieta notizia».

Ecco, allora, le interminabili visite alle comunità cristiane a piedi, in bicicletta o con la famosa moto a monocarrello; ecco le interminabili maratone sacramentali, le istruzioni, le penitenze. Il tutto accompagnato da una predicazione appassionata, canti coinvolgenti e una costante promozione sociale e spirituale.

Last but not least, tanta preghiera personale e altrettanta affabilità verso tutti.

Solo così si spiegano le conversioni dei seguaci di Muhammad.

Quello storico mattino

Dal 1971 il missionario vive le drammatiche vicende della bizzarra quanto brutale dittatura di Idi Amin Dada, nonché la sua caduta nel 1979, conseguente alla guerra Uganda-Tanzania.

Nel 1979 l’esercito del Tanzania invade l’Uganda fino alla capitale Kampala. È una dura «ritorsione», giacché i soldati di Amin hanno invaso per primi il Tanzania a Kagera.

Il Tanzania pagherà salatissima, in termini economici, quella invasione di «liberazione», mentre l’Uganda sprofonderà nella guerra civile.

Nella missione di Arivu tanti cristiani di padre Bernardo cercano scampo nel Congo (allora Zaire). Il missionario li segue, profugo tra i profughi.

Nel 1980 ritorna in Uganda e il 28 aprile rimane coinvolto in una sparatoria a Otumbari.

Da giugno a luglio 1982, padre Bernardo è nuovamente profugo in Congo. Instancabile nella pastorale e nell’assistenza alla popolazione abbattuta nel fisico e nel morale.

Ritorna in Uganda, nella missione di Ombaci. Ha 85 anni. È molto stanco.

Ma ogni mattina sosta in chiesa dalle ore 4 alle 8. Come se non bastasse, trascorre notti intere in preghiera.

Pure quel mattino, mentre in cielo si rincorrono le stelle sotto lo sguardo assorto della luna, il missionario entra in chiesa facendosi luce con una lanterna al cherosene.

È storico quel mattino, perché è il mattino di Pasqua del 3 aprile 1983.

Ora padre Bernardo Sartori giace esamine sul pavimento della chiesa al cospetto del Santissimo. È ritornato alla casa del Padre.

La lampada è ancora accesa, segno di una fede che ha vinto la morte.

L’arrivederci del popolo di Uganda al suo missionario è una apoteosi di commozione e riconoscenza senza pari.

La notizia raggiunge la gloriosa Troia, che proclama il lutto cittadino.

Mentre la modestissima Falzé canta l’alleluia pasquale, perché il loro indimenticabile compaesano è risorto.

Francesco Bernardi

 

L’articolo si rifà liberamente al libro «La sfida di un uomo in ginocchio» (padre Bernardo Sartori, missionario comboniano in Uganda), scritto da Lorenzo Gaiga, Emi, Bologna 1985.




Turismo: si è imparato poco dalla pandemia


Quest’anno segnerà probabilmente il ritorno dei flussi turistici ai volumi precedenti la pandemia. Le speranze che la pausa forzata potesse contribuire a un ripensamento del turismo e alla correzione di alcuni errori sembrano essere in gran parte deluse.

Gli introiti del turismo in Uganda sono cresciuti nel 2023 di quasi il 50%, superando il miliardo di dollari per la prima volta dall’inizio della pandemia da Covid-19. Lo riportava lo scorso marzo il sito di news Semafor@, aggiungendo che il settore dà lavoro a più di 600mila persone nel Paese ed è uno dei maggiori motori dell’economia. Sempre Semafor ad aprile riportava il dato, riferito da W. hospitality group, una società di consulenze con sede a Lagos, Nigeria, secondo il quale le catene alberghiere internazionali avevano in progetto di costruire 524 hotel con oltre 92mila camere in 41 Paesi africani. Due su tre di questi hotel erano progetti delle cinque maggiori catene del mondo: le multinazionali statunitensi Marriott, Hilton, Radisson, la francese Accor e la britannica Ihg Hotels@.

Ritorno ai livelli pre-pandemia

Questi dati di espansione del settore in Africa trovano conferma nelle statistiche ufficiali, in particolare nel Un turism barometer dell’organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite che esce quattro volte l’anno@. Secondo Unwto, il turismo internazionale ha raggiunto il 97% dei livelli precedenti la pandemia da Covid-19 nel primo trimestre 2024; si prevede che eguaglierà e forse supererà quei livelli nel corso di quest’anno.

Il dato si riferisce agli arrivi internazionali, cioè alle visite da parte di viaggiatori che passano almeno una notte in un Paese diverso da quello di residenza, ed è una media fra i dati di tutti i Paesi del mondo.

Il Medio Oriente, segnala lo stesso Un turism barometer, ha registrato nel primo trimestre del 2024 la crescita relativa più sostenuta, con un aumento del 36% rispetto allo stesso periodo del 2019 (dato che probabilmente non riguarda però Israele, Libano e Palestina, ndr), mentre Africa ed Europa hanno già superato il livello pre pandemia del 5% e dell’1%. Per il resto dell’anno in corso, la previsione a maggio era di un possibile crescita del 2% rispetto ai livelli del 2019, trainata dallo sblocco della domanda accumulata a causa delle passate restrizioni e non ancora soddisfatta, dall’aumento dei collegamenti aerei e da una più forte ripresa delle destinazioni asiatiche, nonostante l’aumento globale dei costi.

Nel 2023, a livello generale, il recupero rispetto all’epoca pre Covid era già stato dell’88%, con poco meno di 1.286 milioni di arrivi internazionali a fronte dei 1.464 del 2019. In termini economici, invece, i dati preliminari indicavano che la meta era già raggiunta l’anno scorso: il prodotto interno lordo diretto del turismo, quello cioè legato alle industrie direttamente in contatto con i visitatori, era infatti stimato a 3.300 miliardi di dollari, cioè il 3% del Pil mondiale: lo stesso del 2019.

L’Unwto a fine giugno non aveva dati più recenti del 2022 circa il numero di lavoratori, ma World travel & tourism council (Wttc), forum degli operatori privati del settore turistico a livello mondiale, quantificava ad aprile in 348 milioni i posti di lavoro legati al settore del turismo e dei viaggi, con un incremento di quasi 14 milioni rispetto al 2019@.

La ripresa del settore turistico è dunque ormai nei fatti. Meno chiari, invece, sono i progressi verso il rispetto dei principi proposti ad esempio dal Global sustainable tourism council (Gstc) nel 2021@ con l’intento di approfittare della battuta d’arresto della pandemia per correggere alcune storture del settore.

AfMC / Adriano Coletto

Turismo e clima

A violare almeno la metà di questi principi è, ad esempio, il cosiddetto last chance tourism, il turismo dell’ultima possibilità. Su Futura network, il sito di dibattito promosso dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (AsviS), Flavio Natale commentava qualche mese fa un articolo del New York Times che descriveva questo fenomeno come un tipo di turismo nel quale i viaggiatori pagano cifre spesso molto alte per vedere luoghi che presto potrebbero non esistere più a causa dei cambiamenti climatici: ghiacciai, isole, barriere coralline. Un esempio di questi luoghi è la Mer de glace, cioè il ghiacciaio del Monte Bianco: un turista intervistato dal New York Times racconta che alla sua prima visita, 40 anni fa, il ghiacciaio arrivava appena sotto la piattaforma panoramica, mentre oggi è circa 240 metri più in basso. Natale cita anche un articolo del Guardian su Pond Inlet, un villaggio a maggioranza etnica Inuit nell’Artico canadese dove le principali attività di sussistenza sono la pesca e la caccia di mammiferi marini. A Pond Inlet i turisti vanno a osservare un paesaggio e una fauna in rapido cambiamento: l’Artico, infatti, sta scaldandosi quattro volte più velocemente della media globale, gli orsi polari stanno spostandosi e si prevede che nel 2050 il territorio sarà completamente privo di ghiaccio durante l’estate. Il paradosso di questo turismo è che se da un lato può contribuire ad aumentare la sensibilità delle persone rispetto ai cambiamenti climatici, dall’altro però rischia di accelerare i processi che stanno portando alla scomparsa di quegli stessi ecosistemi. A Pond Inlet il dibattito oppone chi ricava un reddito dalle attività di accoglienza a chi pensa che le navi di turisti spaventino la fauna marina, rendendo più difficile la caccia e aumentando così la dipendenza dell’economia locale dal turismo@.

Il settore del turismo e dei viaggi rappresentavano, in uno studio del Wttc pubblicato a fine 2023 su dati degli anni precedenti, una quota di emissioni di gas serra pari all’8,1% del totale globale nel 2019, diminuita poi a 4,2% nel 2020 e a 4,6 nel 2021. Oggi, con il ritorno degli arrivi internazionali ai livelli pre pandemici, è verosimile che la quota sia di nuovo vicina dal dato del 2019@.

AfMC / Sergio Parmentola

L’impatto su piante e animali

L’industria del turismo non solo emette gas serra, ma sacrifica i migliori alleati che abbiamo per ora a disposizione per catturare l’anidride carbonica: gli alberi. Semafor riferiva a marzo 2024@ che 7,3 milioni di alberi erano stati tagliati in Messico fra il 2019 e il 2023 per realizzare il Tren Maya, la ferrovia turistica e commerciale di 1.525 chilometri che connette Palenque a Cancún e di cui MC ha parlato a novembre 2023@.

Uno dei danni del treno, segnalava Semafor citando il sito messicano Animal Politico, è che il suo passaggio modificherà il sistema di cenotes (grotte) e canali sotterranei, sacri al popolo Maya e necessari per l’approvvigionamento idrico delle comunità dello Yucatán.

Come le piante, anche gli animali subiscono gli effetti del turismo: in Uganda, riportava la rivista Nature a febbraio scorso@, il 59% degli scimpanzé morti negli ultimi 35 anni nel parco nazionale di Kibale sono stati uccisi da agenti patogeni come il metapneumovirus umano, che si manifesta negli esseri umani con sintomi simili al raffreddore ma è spesso letale per gli scimpanzé.

Va meglio agli squali balena, la più grande specie di pesci esistente: ogni anno ci sono 25 milioni di persone in 23 Paesi del mondo che vogliono nuotare con loro. Questo alimenta un giro d’affari da 1,9 miliardi di dollari, ma fa anche crescere i timori riguardo all’impatto negativo che questa esposizione agli umani può avere sugli squali. Fortunatamente, un recente studio pubblicato sul Journal of sustainable tourism realizzato a Ningaloo Reef, nell’Australia occidentale, ha monitorato i movimenti dei pesci dopo aver applicato loro dispositivi biometrici e ha mostrato che gli impatti sono minimi. Lo studio conclude che il turismo legato alla fauna selvatica, se ben gestito – evitando di attirare gli squali con del cibo e di esporli per lungo tempo a grandi quantità di turisti – può essere sostenibile sia per le persone che per gli animali@.

Il turismo che divora

A non essere sostenibile è, invece, la situazione del lago di Como, come raccontava il giornalista Luigi Mastrodonato la scorsa primavera in un articolo@ e in un podcast@ di Internazionale dal titolo «Il turismo ha divorato il lago di Como».

Quello del lago è un ecosistema che l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha definito fragile ed esposto a un alto rischio idrogeologico. Si tratta di un territorio selvaggio e impervio, sconosciuto al turismo di massa fino all’inizio degli anni Duemila, quando l’attore statunitense George Clooney ha comprato casa nella zona. Da quel momento, il territorio si è trasformato in una meta di lusso, con la ristrutturazione di ville d’epoca e la costruzione di nuove case per i personaggi famosi e di grandi strutture di accoglienza per ospitare turisti da tutto il mondo: nel 2023 il lago ha sfiorato i 5 milioni di pernottamenti.

Tutto questo ha sottoposto il territorio a stress, perché la cementificazione ha peggiorato la tenuta del terreno facendo aumentare le già frequenti frane. Inoltre, molti abitanti sono stati costretti ad andarsene a causa dell’aumento dei prezzi degli immobili e per via dello stesso fenomeno che è all’opera da oltre un decennio in tante città del mondo, cioè quello degli affitti brevi per turisti, che i proprietari degli immobili preferiscono ai meno redditizi affitti a lungo termine per persone intenzionate a vivere in modo stabile nel luogo.

A sua volta, lo spopolamento ha fatto diminuire gli interventi di manutenzione e messa in sicurezza del lago e delle montagne che lo circondano, creando ulteriori difficoltà quando le piogge, rese meno frequenti ma torrenziali dal cambiamento climatico, si abbattono con violenza su un territorio ormai provato.

Il lago di Como è già saturo, spiega Mastrodonato riportando le parole del sociologo Agop Manoukian, come una bottiglia piena che ci si ostini a voler riempire ancora. Eppure, le amministrazioni locali valutano tuttora progetti per la costruzione di un ulteriore complesso da 29mila metri quadrati con hotel, spa, darsene private, e per la creazione di una stazione sciistica a mille metri con neve artificiale sul vicino monte San Primo, così da estendere la stagione turistica anche all’inverno.

AfMC / Ennio Massignan

Convivenza difficile

La convivenza con le attrazioni turistiche è complicata anche altrove: in Tanzania, che deve all’industria del turismo il 5,7% del suo Pil, pari a 2,6 miliardi di dollari, una parte significativa delle attività riguarda i parchi nazionali e la fauna selvatica. Dal 2022 una legge stabilisce compensazioni economiche e materiali per le persone danneggiate da episodi di conflitto tra fauna selvatica e comunità umane. Ma, sosteneva ad agosto dell’anno scorso Laura Hood sul sito The Conversation@, questo conflitto e i suoi effetti sono gestiti in modo inadeguato e il cambiamento climatico sta peggiorando la situazione, come risulta dalle interviste fatte con alcuni abitanti dei villaggi di Kiduhi e Mbamba, al confine con il Parco nazionale Mikumi, il quarto più grande della Tanzania.

Anche i Maasai che vivono intorno al Serengeti, il parco nazionale più noto del Tanzania@ dove adiacente al cratere di Ngorongoro, sono da anni in lotta per mantenere i loro territori che hanno attirato l’attenzione dell’industria turistica internazionale sotto il paravento dell’ecologia e della conservazione.

Lo scorso aprile Stephanie McCrummen, giornalista vincitrice del premio Pulitzer nel 2018, ha raccontato ai microfoni dell’emittente radiofonica Usa Npr, che la presidente del Tanzania, Samia Suluhu Hassan, ha un approccio molto aggressivo nello sviluppo turistico e prevede il trasferimento forzato di circa centomila Maasai dall’area protetta di Ngorongoro ad altre parti del Paese e la creazione di una riserva di caccia di 600 miglia quadrate a uso esclusivo della famiglia reale di Dubai@.

AfMC / Ennio Massignan

Turismo e pace

Il tema della giornata mondiale del turismo, che cade il 27 settembre, quest’anno sarà «Turismo e pace» e a ospitare le celebrazioni sarà Tblisi, capitale della Georgia. Il turismo, si legge nella presentazione della giornata mondiale sul sito del Unwto, può svolgere un ruolo vitale come catalizzatore per promuovere la pace e la comprensione tra nazioni e culture e nel sostenere i processi di riconciliazione. Viceversa, che la guerra arrechi grosse perdite al settore turistico lo ha sottolineato a febbraio scorso l’Unesco in uno studio, che ha quantificato in 19,6 miliardi di dollari i mancati ricavi e in 3,5 miliardi i danni causati dalla guerra alle risorse culturali e turistiche di un Paese come l’Ucraina@.

Anche la guerra a Gaza, riportava già a dicembre Agence France presse, ha determinato un crollo dei flussi turistici verso Israele e una forte riduzione anche nei Paesi limitrofi, come la Giordania e l’Egitto@.

Chiara Giovetti

 




Mozambico. Non è mediatica, ma è una guerra

C’era ottimismo a Maputo, la capitale mozambicana. La guerriglia a Cabo Delgado (Nord-est del Paese) sembrava essere stata sedata. La pressione dei soldati mozambicani e dei loro alleati ruandesi e della Sadc (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale) pareva aver messo all’angolo i miliziani di Ahlu Sunna Wal Jammah, milizia fondamentalista legata allo Stato islamico. Invece, all’inizio di quest’anno, la lotta si è riaccesa. I jihadisti hanno ripreso ad attaccare comunità, villaggi, città. A uccidere, distruggere, terrorizzare. Una violenza continua che viene perpetrata nel silenzio della comunità e dei media internazionali.

Gennaio e febbraio, riportano i missionari locali, sono stati i mesi più feroci, con una sequenza di attacchi compiuti nel distretto di Chiure, dove sono state distrutte 18 chiese cattoliche in altrettanti villaggi attaccati. Ci sono stati alcuni morti e molte persone sono state costrette a spostarsi, aumentando il numero degli sfollati interni, che ha già raggiunto la cifra di un milione. Un altro grande attacco è stato effettuato il 10 maggio quando i jihadisti hanno invaso il capoluogo del distretto di Macomia, provocando alcuni morti, danni ad infrastrutture e diffusi saccheggi. Anche il numero di vittime continua a salire. Una stima provvisoria parla di quattromila morti. La situazione umanitaria è grave. Molti campi di reinsediamento per sfollati, spiegano i missionari, rimangono privi di condizioni adeguate. Quest’anno il raccolto non è stato sufficiente e, quindi, ci sarà fame nei campi di reinsediamento degli sfollati e anche tra le popolazioni che sono tornate ai villaggi attaccati. Mancano medicine e sostegno scolastico.

La milizia islamista

Nato in Tanzania con il nome di Shabab (da non confondere con al-Shabaab della Somalia) nel 2017, il movimento ha assunto la denominazione di Ahlu Sunna Wal Jammah e ha aderito all’Isis. I motivi della diffusione di questa milizia sono complessi, osservano i missionari, si mescolano terrorismo islamico (Isis) e povertà; appropriazione illecita di risorse naturali e minerali e corruzione di alcune figure di potere che cercano un rapido arricchimento attraverso il traffico di droga; tratta di esseri umani e altre attività illecite. Ahlu Sunna Wal Jammah, per raccogliere consensi, si presenta alla popolazione come una formazione legata al territorio. Fa leva sul malcontento dei contadini che si sentono abbandonati ed emarginati dal potere centrale. Grazie al sostegno di una fitta rete di movimenti simili in Tanzania e in Rd Congo, è poi riuscito a rafforzarsi anche militarmente, contrastando con efficacia le forze armate mozambicane, ma anche i mercenari del gruppo Wagner, i soldati sudafricani e i reparti ruandesi.

Gli aiuti della Chiesa

Di fronte a questa sfida, la Chiesa cattolica è scesa in campo sostenendo più di 250mila sfollati con assistenza sanitaria, trasporti, cibo, costruzione di rifugi, sostegno scolastico, sostegno psicosociale e assistenza spirituale. La Chiesa cattolica è impegnata in questo sostegno attraverso la Caritas diocesana di Pemba, il settore emergenza della diocesi di Pemba e attraverso il coinvolgimento diretto del personale missionario nelle parrocchie in cui si trovano. Molte persone bisognose bussano alle porte di preti e suore in cerca di aiuto. «Purtroppo, da quando in Europa e in Medio Oriente sono iniziate guerre più mediatiche – commentano amari i missionari -, il nostro problema è passato in secondo piano e gli aiuti non arrivano più come una volta. Senza aiuto, la Chiesa rischia di non poter aiutare le altre vittime bisognose degli attacchi jihadisti».

Enrico Casale




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Un gigante della Missione

Gent.mo padre Gigi,
grazie per il ricordo di padre Oscar Goapper nel recente articolo (del sito rivistamissioniconsolata.it in occasione del 25° del suo passaggio al Cielo). Ricordo ancora quel pomeriggio del 1999 in cui mio papà, dispiaciuto e triste, mi comunicò la notizia, arrivata per telefono, della sua morte. Sapere che non c’era più, dopo così poco tempo da quella laurea con quegli anni di sacrifici e gioie che con amicizia avevo accompagnato come altri, era stato devastante.

Padre Oscar si era laureato in Medicina e chirurgia a Milano, Università degli studi, il 7 marzo 1994, con 110 e lode. Ricordo la commozione, non solo dei confratelli e amici presenti, ma anche dei professori che hanno ascoltato la sua tesi che parlava di Neisu.

Il 7 Luglio 1994 raccontava così il suo ritorno in Africa da medico e missionario: «Carissimi, alla fine sono tornato al punto di partenza, dopo viaggi con peripezie e qualche avventura che in Africa non mancano mai.

Il viaggio fino alla capitale Kinshasa, tutto regolare, il problema è l’aeroporto sommerso sempre nel caos, ma tutto è andato bene perché ci aspettava padre Celestino (Marandu) che ci ha accompagnato per fare tutte le pratiche, anche il visto d’ingresso dopo un’ora e mezza di attesa.

Dopo una settimana in capitale abbiamo preso il volo interno, in un altro piccolo aeroporto, dove tutto è calmo e tranquillo, un aereo a elica che ci ha portati attraverso il cielo africano fino a Isiro, dopo cinque ore di volo. Sull’aereo non si contano i 25 posti, ma i chili, così che più ne stanno e meglio è, la gente viaggia in piedi, accatastati uno sull’altro, tra le borse. Siamo in Africa e tutto è possibile.

Arrivati all’aeroporto nessuno ci aspettava, perché l’aereo era arrivato parecchie ore prima del previsto, poi il superiore ci ha dato l’auto e dopo qualche ponte avventuroso, dopo esserci fermati una ventina di volte lungo la strada per salutare la gente che accorreva dappertutto, siamo arrivati a 300 metri dalla missione. Qui la gente ha bloccato l’auto e sono sceso a piedi tra canti, urli di donne, lacrime, saluti, abbracci, spinte varie. Ho avuto paura e molta emozione allo stesso tempo. Vi confesso che in dieci anni non avevo mai visto i Mangbetu così, mi ha ripagato tanto delle pene, preoccupazioni, fatiche. Tutto, in un momento è stato cancellato».

Padre Oscar ha continuato ad operare e visitare fino all’ultimo giorno. Ha curato un orto di piante medicinali per sopperire ai medicinali che mancavano, ha dato tutto se stesso per la gente che passava per l’ospedale di Neisu, ha fatto crescere medici, infermieri che oggi continuano a dare aiuto, pace e speranza in quell’angolo di Africa dove è rimasto il suo cuore. Un grande grazie (come direbbe padre Oscar) a loro e a tutti coloro che permettono la continuazione di questa opera.
Grazie padre Oscar.  Grazie padri della Consolata per fare memoria e ricordare a tanti questo gigante della Missione.

Carlo
15/05/2024

 

Grazie del bel ricordo di un missionario che ha davvero dato tutto, anche la sua vita (1951-1999). È stato mio compagno di studi a Torino, l’ho visitato nell’83 a Neisu dove esisteva solo un centro di salute molto spartano (vedi le foto), che ha poi trasformato in un centro di eccellenza a servizio dei più poveri, nel cuore dell’Africa. Ricordarlo il 18 maggio è stato un momento bello anche per me mentre, con la memoria, visualizzavo quel posto così remoto trasformato da area di lazzaretti a centro che difende e promuove la vita.


A proposito di Beniamino

Ho letto con molto interesse l’articolo di Angelo Fracchia titolato: «Tamar, una palma nel deserto» (MC 04/2023). Se può avere un valore la mia opinione, condivido in toto il contenuto: bravo Angelo.

Mi permetto solo di suggerire una correzione descrittiva poiché, confrontando il testo biblico, risulta che Beniamino è nato durante il viaggio di ritorno di Giacobbe, nell’ultimo tratto prima di arrivare ad Efrata; il parto è stato drammatico per mamma Rachele perché lei morì subito dopo (Gen 35,16-20).

Questa precisazione mi permette di rilevare l’inesattezza della frase del testo di Angelo Fracchia dove scrive: «A questo punto del libro, Giacobbe ha undici figli (Beniamino non è ancora nato)». In verità la testimonianza di Tamar è descritta sì al cap. 38, ma precedentemente Giacobbe con tutto il suo clan ha trovato residenza al di là di Migdal-Eder (Gen 35, 21) e subito dopo il narratore descrive tutta la famiglia di Giacobbe precisando che ha avuto 12 figli, compreso Beniamino (Gen 35, 22-26).

Il cap. 36 è tutto dedicato alla discendenza di Esaù e il 37 inizia con la storia di Giuseppe e i suoi fratelli tra i quali già vive Beniamino.

Storia che però viene interrotta, come scrive giustamente Angelo, col cap. 38 per fare spazio alla drammatica esperienza di Tamar e di Giuda, alla quale Angelo fa un commento che, a mio avviso, non fa una piega.

So che l’imprecisione descrittiva che mi sono permesso di sottolineare, non toglie nulla al bel commento di Angelo. Potrebbe anche essere che, non essendo io un biblista, mi sia lasciato sfuggire dei particolari che invece confermano che Beniamino non fosse ancora nato; casomai chiedo venia.

Comunque sia, il commento di Angelo è molto bello. Scusate il mio essermi intromesso. Buon lavoro.

Luigi Guarisco
13/05/2024

Bravo a Luigi Guarisco, e non solo in riconoscenza per i troppo generosi complimenti. Disattenzione mia abbastanza rilevante di cui chiedo scusa, ma che è anche l’occasione per ringraziare commosso per tanta delicata attenzione. Mi resta da capire come abbia potuto incorrere in una simile scivolata, ma sono veramente grato per la doverosa correzione.

Angelo Fracchia,
13/05/2024


Da semplice chiesa a cattedrale

Egregio direttore,
un saluto a lei, ai suoi lettori e un augurio di pace a tutti.

Mi chiamo Bertillo Possamai. Sono abbonato a MC da moltissimi anni. Inoltre, sono un ex allievo dei Missionari della Consolata, avendo frequentato la scuola media a Biadene (Treviso).

Dei missionari, miei educatori e professori, conservo un costante e riconoscente ricordo. I padri Tullio Bosello, Adolfo De Col, Domenico Pizzuti e altri, me li porto ancora nel cuore. Il loro esempio di dedizione mi accompagna ancora oggi, anziano di 84 anni.

Un detto latino recita: «Non scholae sed vitae discimus» (non si studia per la scuola, ma per la vita). È anche il mio caso. Questo grazie ai miei maestri missionari.

Porto nel cuore, in modo speciale, anche padre Angelo Pizzaia, mio compagno di scuola a Biadene. Dopo diversi anni ci siamo ritrovati, lui missionario in Tanzania ed io geometra a Vidor (Treviso). Un giorno padre Angelo mi disse:

– Bertillo, perché non manifesti il tuo spirito missionario con qualcosa di concreto.

– Che cosa intendi dire, Angelo?

– Tu sei un geometra. Perché non disegni una chiesa per il Tanzania?

Disegnai una chiesa da costruirsi nella modestissima missione di Mafinga, diocesi di Iringa. Sempre a contatto con i missionari della Consolata. Per diverso tempo ho fatto la spola tra il mio studio di geometra a Vidor e la chiesa in costruzione a Mafinga (vedi foto sotto). E non mancavo di incontrare il mio compagno di scuola, padre Angelo. Il nostro incontro era sempre una festa, dove non mancava una bottiglia di Prosecco, che mettevo in valigia per l’occasione. Ma, se io edificavo una chiesa, padre Angelo «edificava la mia persona» (insieme alla mia famiglia) con la sua generosità e la sua fede cristallina.

Quando nel 2018 padre Angelo Pizzaia morì, dopo aver annunciato per tanti anni il Vangelo nelle diocesi di Iringa e Dar es Salaam, il suo funerale a Onigo (Tv), suo paese natale, lasciò un segno profondo.

Sto scrivendo questa lettera a Dar es Salaam, mentre mi appresto a ritornare in Italia. Lo credereste? Quella stessa chiesa, che io terminai nel 2003, oggi è una cattedrale con un nuovo vescovo, Vincent Mwagala, la cui consacrazione è avvenuta il 19 marzo 2024. Ed io c’ero con mia figlia Simona, il genero Gianni e l’amica Ivana. Una celebrazione che dire solennissima è poco. Al termine il nuovo vescovo mi disse: «Geometra Possamai, grazie. Se non ci fosse stato lei, non ci sarebbe neppure questa cattedrale ed io non sarei vescovo».

Bertillo Possamai
25/03/2024, Dar es Salaam


Che possiamo fare?

Da quindici mesi sono nonna di un cucciolo, Jonatan, che è la gioia e l’interessamento di tutta la famiglia. La dedizione della sua mamma è totale e a volte a rischio della sua stessa salute.

Sarà forse per questo che i fatti di Alessia Pifferi e la sua condanna all’ergastolo mi hanno colpito in modo spropositato. E il mio cuore non trova pace: Alessia ha lasciato morire la sua bimba di 18 mesi, abbandonandola sola in casa, senza assistenza alcuna.

I neonati sopravvivono solo se attorniati dall’interessamento affettuoso di quelli che stanno loro intorno. La mamma e la sorella di Alessia hanno esultato per la sua condanna all’ergastolo. Non sta a me giudicare se sia una condanna esemplare, oppure no. Ma questi fatti chiamano in causa tutta la società. Possibile che nessuno si sia reso conto che questa mamma così insussistente rispetto ai propri doveri, avrebbe dovuto essere supportata? Poteva essere segnalata ai servizi sociali! C’è una dimensione di corresponsabilità che riguarda ognuno di noi!

Le nostre città nascondono persone fragili che possono far male a se stesse o agli altri. Sappiamo essere attenti a quelli che ci stanno attorno? A volte non conosciamo neanche il nostro vicino di pianerottolo. Passiamo indifferenti davanti al mendicante che porge il cappello per l’elemosina.

Siamo ancora cristiani? Siamo ancora umani? Chissà quanti altri casi simili nascondono le nostre anonime città: non è sufficiente scandalizzarsi quando diventano fatti di cronaca nera.

È necessario prevenire. Cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

Mira Mondo,
maggio 2024

Cara Mira,
come lei sono anch’io pieno di domande e faccio fatica a trovare risposte. Nonno anch’io – almeno per età – vengo da un mondo dove la privacy non si sapeva cos’era, le case avevano le porte aperte, tutti sapevano tutto di tutti e i bambini giravano in libertà. Mi rendo conto che, invece, oggi abbiamo un sistema di vita che ci vuole isolare e tagliar fuori dalle relazioni di vicinato per trasformarci in un branco di consumatori anomini che riempiono i centri commerciali, gli stadi, le spiagge e le piste da sci.

Sono ammucchiate per poterci spremere, senza darci però il tempo di relazioni umane profonde, di interessarci gli uni degli altri o farci carico delle gioie e dolori reciproci. E così succedono fatti come quello di Alessia, ma anche come quelli di anziani che vengono trovati morti nella loro casa dopo giorni se non mesi. Che fare?

Come cristiani abbiamo un «luogo» che può aiutarci a guarire le nostre relazioni: la parrocchia, nel suo significato originale di «vicinato». Lì, celebrando davvero la «domenica» come famiglia di Dio, nell’ascolto della sua Parola e facendo festa insieme come fratelli e sorelle, possiamo trovare l’energia per rinnovare le nostre relazioni in una logica di amore e di cura reciproca.