Mozambico. Sementi nella terra buona

Sommario

Mandimba: prima chiesa dei Missionari della Consolata nel Niassa (1926) – padre Calandri e il sig. Regina davanti alla chiesa

Dall’Oceano Indiano all’Atlantico

Il vescovo di Tete sul centenario Imc in Mozambico

Si celebrano 100 anni di presenza della Consolata. I semi che furono piantati hanno dato molti frutti. E hanno fecondato anche l’Angola. Le crisi non sono finite, e le sfide permangono. Ma si affrontano insieme. 

L’Istituto Missioni Consolata è presente in Mozambico dal 1925. È la realizzazione di un sogno apostolico iniziato da un manipolo di missionari e generato da un carisma che aveva appena 24 anni.

Fu a Tete, più precisamente alla missione di Miruro, nella zona più occidentale del Mozambico, al confine con lo Zambia, e a mille chilometri dalla costa sull’Oceano Indiano, che san Giuseppe Allamano inviò i primi missionari della Consolata in questo Paese nell’ottobre 1925, pochi mesi prima della sua morte. Furono anche gli ultimi che inviò personalmente in Africa.

Come Missionari della Consolata abbiamo un ricco patrimonio di esperienza e di servizio in Mozambico. Siamo conosciuti e rispettati e cerchiamo di essere costruttivi e collaborativi nei confronti della Chiesa locale, difendendo i suoi interessi e lavorando insieme per soddisfare i suoi bisogni.

Quali sono i frutti di questo cammino? Li vediamo nella Chiesa cattolica locale, che è cresciuta come un albero con molti rami.

Sono le 42 parrocchie, missioni che i missionari della Consolata hanno fondato in cento anni, che mostrano il vigore delle loro radici e che manifestano la maturità umana e cristiana che hanno ricevuto dai loro fondatori.

Sono i 225 evangelizzatori, padri e fratelli, che dal 1925 a oggi hanno gettato il seme, coltivato l’albero, curato i vari rami e lasciato la loro impronta ovunque siano andati, attraverso la formazione, la promozione e l’inculturazione, generando così migliaia e migliaia di cristiani che oggi illuminano la Chiesa locale. I loro nomi sono incisi a lettere d’oro negli annali delle missioni che hanno fondato, delle scuole e centri di salute che hanno gestito, delle cappelle o dei centri catechistici che hanno costruito e, soprattutto, degli uomini e delle donne che hanno formato e valorizzato.

Treno in Mozambico anni ’30

Anche in Angola

La ragione della presenza dei missionari della Consolata in Mozambico è, e continuerà ad essere, l’evangelizzazione. Per questo la nostra opzione è quella di scegliere sempre di lavorare nelle situazioni maggiormente «ad gentes», lasciando al clero locale e ad altri missionari le missioni parrocchiali già consolidate.

Negli ultimi dieci anni, abbiamo consegnato dieci parrocchie alle diocesi e abbiamo ripreso l’evangelizzazione nelle zone più periferiche del Mozambico, nei distretti di Marávia e di Zumbo, nella diocesi di Tete. Ci siamo spinti anche in Angola, nelle diocesi di Viana, Caxito e Luena. Abbiamo creato quasi dal nulla cinque nuove parrocchie missionarie: Fingoè e Zumbo in Mozambico; Kapalanga, Funda e Luacano in Angola (per l’Imc, le missioni in questo secondo Paese, dipendono amministrativamente dal primo, ndr).

In alcune di queste regioni, in particolare nella diocesi di Tete (Mozambico) e nella diocesi di Luena (Angola), i missionari cattolici erano assenti da più di cinquant’anni, per cui l’evangelizzazione sta ripartendo quasi da zero. È un lavoro pastorale portato avanti senza mezzi, ma con grande vicinanza alla gente e tanta passione.

La celebrazione del centenario della presenza dei Missionari della Consolata in Mozambico e Angola coincide con altri due importanti eventi. Il Giubileo della speranza e il 50° anniversario dell’indipendenza nazionale di entrambi i Paesi (1975-2025). Nel contesto attuale, segnato da forti tensioni sociopolitiche e da una crisi economica e sociale (si veda articolo pagina 43), i Missionari della Consolata, oggi come in passato, devono essere testimoni di speranza e consolazione.

Mozambicani e angolani conoscono la sofferenza, il lutto e l’afflizione, ma non hanno mai permesso che la vendetta o la repressione fossero il criterio per regolare le relazioni umane, né che l’odio e la violenza avessero l’ultima parola. La ricerca di una pace e di una riconciliazione durature – una missione a cui tutti sono chiamati – richiede un lavoro duro, costante e senza compromessi, e necessita di un Paese più equo e inclusivo, verità e giustizia elettorali e opportunità per tutti, soprattutto per i più giovani. È un processo costante, in cui ogni nuova generazione è coinvolta e nessuno può essere escluso a causa delle proprie scelte politiche.

La cultura dell’incontro

Per questo, il percorso deve essere quello di una cultura dell’incontro: riconoscere l’altro, rispettare le differenze, rafforzare i legami, costruire ponti. In questo senso, è fondamentale mantenere viva la memoria come percorso che apre al futuro, che porta alla ricerca di obiettivi comuni, di valori condivisi, di idee che favoriscano il superamento di interessi settoriali, corporativi o di partito, affinché la ricchezza della nazione sia messa al servizio di tutti, soprattutto dei più poveri. Queste sono le basi di un futuro di speranza, le basi della pace e della riconciliazione.

Quello che viviamo è un tempo decisivo di scelte e di conversione. Tutti sono chiamati a partecipare e a dare il meglio di sé. In umiltà, generosità, integrità, altruismo. In nome del bene comune.

Come in passato, i Missionari della Consolata, pur essendo sempre meno numerosi in un territorio immenso e in due Paesi, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, devono continuare a dare il loro umile contributo. Per farlo, devono saper osare e fare sempre meglio. I missionari sono l’avanguardia profetica della Chiesa, non hanno paura, non si rilassano. Il missionario innova, aprendo nuovi cammini per l’annuncio del Vangelo. Oggi, il grande rischio che corrono l’istituto e la Chiesa è l’autoreferenzialità: pensare a se stessi, alla propria sopravvivenza economica e istituzionale. Come ci ricordava papa Francesco, dobbiamo continuare a uscire, andare nei luoghi di prima evangelizzazione. Dobbiamo servire la Chiesa locale dove questa ancora non riesce a svolgere la sua missione per mancanza di risorse umane e materiali.

Inoltre, dobbiamo essere servitori della misericordia di Dio e della consolazione. Testimoniare la presenza di Dio anche tra le ferite di Mozambico e Angola. Dobbiamo guardare al futuro se vogliamo avere un avvenire, credere in ciò che siamo stati, in ciò che siamo e in ciò che saremo.

Diamantino Guapo Antunes

Missionari accampati vicino a un villaggio nella zona di Mandimba. Padre Calandri in piedi in mezzo alla gente, padre Amiotti seduto sotto la tenda.

Cronologia: Dall’indipendenza alla guerra civile

Prima del secolo XV. Il territorio dell’attuale Mozambico è abitato da popolazioni bantu provenienti dall’Africa centrale. Sulle coste gli arabi creano diversi sultanati e commerciano attraverso l’Oceano indiano. Diffondono l’islam nella regione.

Secoli XVI-XVII. I portoghesi arrivano sulle coste e vi costruiscono alcune fortezze (Sofala, e Ilha de Moçambique) nel tentativo di controllare le rotte verso l’Asia. Sono interessati a minerali preziosi, avorio e commercio degli schiavi. L’interno del territorio è percorso da avventurieri portoghesi senza controllo da parte del governo coloniale. Penetrano fino ai regni africani più interni per appropriarsi delle loro ricchezze.

Secolo XIX. L’attenzione degli europei si concentra sullo sfruttamento delle colonie africane. È un periodo di dispute tra il Portogallo e le altre potenze coloniali, in particolare la Gran Bretagna. Il primo vuole unire i territori mozambicani con quelli dell’Angola. Ma il progetto fallisce.

1891. Firma del trattato anglo-portoghese di divisione dei territori di quest’area. Per consolidare la sua presenza il Portogallo si fa più presente nell’interno e sottomette i regni africani.

1910. Con la proclamazione della Repubblica in Portogallo, in seguito alla rivoluzione, le leggi sulla colonia si fanno restrittive per le congregazioni religiose. Vengono nazionalizzati i loro beni e sciolte le comunità. Continua l’opera di occupazione dell’interno, che termina intorno al 1920. Aumenta lo sfruttamento e l’esportazione di prodotti come zucchero e sisal (agave), con incremento dello sfruttamento di mano d’opera locale.

1925, 30 ottobre. Arrivo dei primi missionari della Consolata. Prendono in consegna la missione di Miruru al confine con lo Zambia (2 marzo 1926).

1928, 20 maggio. Padre Pietro Calandri fonda la prima missione cattolica nel Niassa, Nossa Senhora Consolata, a Massangulo.

1960. Vari gruppi iniziano a organizzarsi per ribellarsi al governo coloniale. 

1963. I diversi gruppi indipendentisti si uniscono, sotto l’impulso di Eduardo Mondlane, nel Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico, di matrice marxista). Un anno più tardi inizia la guerriglia per l’indipendenza.

Prandelli P. Guerrino saltato su una mina sulla strada vicino a Esperança il 17 ottobre 1972, aveva 29 anni

1974. Un colpo di stato in Portogallo mette fine al governo di Salazar e Caetano.

1975, 25 giugno. Dopo un breve periodo di transizione, viene proclamata l’indipendenza della Repubblica popolare del Mozambico. Il primo presidente è il carismatico capo della ribellione Samora Machel. Il Mozambico appoggia le lotte d’indipendenza in Zimbabwe e Sudafrica.

1977. Nasce il movimento Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), composto da conservatori e dissidenti al regime. È finanziato prima da Rodhesia e poi dal Sudafrica, e sceglie la via della lotta armata. Inizia una sanguinosa guerra civile che contrappone la ribellione Renamo al governo Frelimo.

1978. Il governo del partito unico Frelimo considera la Chiesa un ostacolo alla trasformazione rivoluzionaria della società mozambicana. Le strutture ecclesiastiche sono nazionalizzate e clero e missionari hanno libertà limitate.

1992, 22 marzo. Ventitrè catechisti sono assassinati dai guerriglieri della Renamo al centro catechetico di Guiúa, gestito dai missionari della Consolata. Oggi è in corso la causa di beatificazione per martirio.

1992, 4 ottobre. Joaquim Chissano (governo) e Afonso Dhlakama (Renamo) firmaro a Roma l’accordo generale di pace. Il successo è dovuto anche alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Nelle successive elezioni il Frelimo mantiene il potere.

2017. Iniziano attentati di matrice islamista nella provincia di Cabo Delgado (Nord).

2024, ottobre. Elezioni presidenziali: viene dichiarato vincitore il candidato del Frelimo, Daniel Chapo.  Contestazioni e proteste in tutto il Paese, che sono represse, causando numerose vittime.

 Ma.B.

Granada Serna P. Ariel Colombiano, ucciso a Mecanhelas in Mozambico il 15 Febb 1991

O Niassa o niente

L’arrivo e I primi anni della Consolata in Mozambico

Questa è la storia di come un gruppo di missionari contribuirono a portare il Vangelo in una zona interna dell’Africa. Dei legami che si crearono, delle vicende personali. Di fede, coraggio e perseveranza. Non sempre le cose andarono per il meglio. Ma il seme attecchì.

Siamo a inizio 1925. La direzione generale dell’Istituto Missioni Consolata, della quale è ancora superiore Giuseppe Allamano, decide di tentare un’apertura in Mozambico. I missionari sono installati in Kenya (dal 1902), in Etiopia (dal 1916) e in Tanzania (dal 1919). Nello stesso blocco di Paesi, proseguendo verso Sud, c’è proprio il Mozambico e, in particolare la regione chiamata Niassa, il Nord del Paese. Qui non c’è alcuna presenza di missionari cattolici, ma solo di alcuni anglicani.

Monsignor Filippo Perlo, vice superiore (che diventerà superiore generale il 16 febbraio 1926, alla morte di Allamano), contatta il vescovo, monsignor Rafael de Assunção, per offrire la disponibilità all’invio di personale nel Niassa. L’intero Mozambico, sotto il governo coloniale portoghese, è una prelazia (entità pastorale che precede la diocesi).

Il vescovo accetta, ma non vuole italiani nel Niassa, bensì li invia nella regione di Zumbo (attuale provincia di Tete), all’estremo Ovest, al confine con lo Zambia. Qui indica la missione di san Pietro Claver a Miruru.

Purtroppo, il momento storico non è propizio. L’attività missionaria nella colonia è in crisi, gli ordini religiosi sono stati espulsi nel 1911. Inoltre, c’è nazionalismo, anticlericalismo, e rivalità tra il clero secolare e quello religioso.

Quel fatidico 30 ottobre

Il 29 agosto 1925 sono designati i primi otto missionari che dovranno tentare l’avventura. Cinque sono già in Kenya (Vittorio Sandrone, Giulio Peyrani, Pietro Calandri, Giovanni Chiomio e fratel Giuseppe Benedetto), e altri tre giungeranno dall’Italia (Lorenzo Sperta, Paolo Borello e il seminarista Secondo Ghiglia). Questi, partiti da Torino, ricevono il crocifisso dalle mani di Giuseppe Allamano. E sono gli ultimi ad avere tale privilegio.

Il gruppo si forma a Mombasa, dove i tre dall’Italia arrivano in nave attraversando il canale di Suez: la gioia d’incontrarsi è grande. Poi si procede via mare fino al porto di Beira, nella zona centrale del Mozambico, dove sbarca il 30 ottobre 1925. La distanza da percorrere via terra è enorme: oltre mille chilometri.

Padre Sperta si ammala e, accompagnato da padre Calandri, torna in Kenya. Gli altri sei procedono in convoglio fino a Chupanga dove passano il primo Natale in Mozambico. Il 28 dicembre partono con un battello per risalire il grande fiume Zambesi, fino alla città di Tete.

Il viaggio è complesso. È stagione secca, il che rende la navigazione difficoltosa. Arrivano a Tete il 10 di gennaio, poi, in cinque, continuano con un vecchio camion verso Miruru. Intanto, padre Peyrani si ferma a lavorare nella città.

La pista è stretta e sconnessa e comincia la stagione delle piogge. Il camion si blocca su una salita.

I cinque non sono molto distanti dalla missione di Boroma e la raggiungono a piedi. Lì si fermano circa un mese, anche per cercare portatori per proseguire con i bagagli. Da Boroma, infatti, si può procedere solo camminando, però mancano circa 400 chilometri alla destinazione. Partiti il 4 febbraio, si scontrano con pioggia, zanzare, fitta vegetazione, febbre, dissenteria. Giungono a Miruru il 2 marzo 1926.

Trovano la missione (fondata dai Gesuiti portoghesi nel 1881, espulsi nel 1910, passata ai Verbiti tedeschi che vengono cacciati nel 1915)  in uno stato di semi abbandono. Di 15 scuole-cappelle ne restano solo due. Intanto, padre Peyrani a Tete partecipa alla pastorale nella parrocchia di san Tiago Maior, lavorando nella formazione religiosa e scolastica della popolazione.

La cappella di Mandimba, con visita di autorità portoghesi

Obiettivo Niassa

Padre Calandri, che era andato in Kenya con padre Sperta, torna in Mozambico con padre Giuseppe Amiotti. Hanno la consegna di andare nel Niassa, ma il vescovo Rafael non dà loro il permesso, quindi il viaggio viene fatto con grande discrezione. Partono in convoglio il 22 giugno da Beira e vanno a Blantyre (Niassaland, attuale Malawi). Da lì in auto rientrano in Mozambico a Mandimba, città di frontiera nel Sud Ovest del Niassa. È il 4 luglio, e sono accolti dalle autorità locali portoghesi. Il giorno successivo celebrano la prima messa cattolica nella regione. Intanto, padre Chiomio, di stanza a Miruru, li raggiunge l’8 luglio. Ha coperto l’intera distanza a piedi.

I tre padri esplorano la regione del Niassa, piuttosto selvaggia, dove ci sono solo alcune missioni anglicane della University mission to central Africa, la più importante delle quali fondata nel 1882.

Niassa: P Calandri.

Padre Chiomio si separa dal gruppo, visita altre aree, poi raggiunse la costa per tornare in Kenya.

L’area è amministrata dalla «Compagnia del Niassa» una compagnia commerciale portoghese, presente ancora prima della colonia, mentre l’occupazione militare portoghese era avvenuta solo nel 1912.

Calandri e Amiotti montano un rudimentale campo nei pressi di Mandimba, e costruiscono una cappella in bambù: la prima chiesa cattolica nel Niassa (si veda la foto di copertina del dossier).

Il vescovo, però, viene a sapere che i missionari stanno operando senza il suo permesso, e ricorda loro di non averli autorizzati a entrare in quel territorio, imponendo loro di lasciarlo. Ma i nostri non demordono. Allora il vescovo toglie loro la possibilità di esercitare il ministero pastorale.

I due padri studiano la lingua locale e accolgono un gruppo di bambini meticci abbandonati. La decisione dell’istituto di entrare in Niassa senza permesso del vescovo crea difficoltà e ritarda la missione. Ha, inoltre, l’effetto di creare sfiducia del prelato nei confronti dell’Imc, e di aumentare l’opposizione di alcuni settori politici coloniali all’arrivo di missionari non portoghesi.

Nelle due realtà, missione di Miruru e accampamento di Mandimba, distanti circa 900 km, quasi senza strade, i missionari vogliono proseguire con il lavoro di evangelizzazione.

Il 18 settembre 1927 arrivano i primi rinforzi: padre Alfredo Ponti e un gruppo di missionarie della Consolata.

Via libera, dall’alto

Finalmente, nell’aprile 1928, dopo diversi contatti tra il vescovo e i superiori dell’istituto, si chiarisce la situazione, e monsignor de Assunção autorizza la fondazione di una missione nella zona di Mandimba. Padre Calandri si sposta più a Nord, a

Massangulo dove il 20 maggio fonda la prima missione cattolica del Niassa: Nostra Signora Consolata. È la regione del popolo Ayao.

Il territorio è selvaggio, ricoperto di foresta e abitato da leoni. Il missionario vive in una tenda e deve proteggere quattordici bambini che accoglie.

Il 31 dicembre 1928 arrivano fratel Guseppe Benedetto da Miruru, e padre Angelo Lunati dall’Italia con un gruppo di missionarie della Consolata.

Padre Amiotti ha ricevuto il gruppo a Porto Amélia (l’attuale Pemba) e lo ha condotto fino al Niassa.

Il contesto si rivela subito ostile all’evangelizzazione. La zona è in prevalenza musulmana, e i responsabili islamici temono di vedersi sottrarre fedeli, per cui minacciano chiunque si avvicini alla neonata parrocchia. I primi battezzati tra gli Ayao sono, infatti, alcuni orfani.

Nubi su Torino

Intanto l’Imc attraversa un periodo turbolento. Nel settembre del 1929, a Torino, il superiore generale, monsignor Filippo Perlo, pioniere della presenza in Kenya, deve lasciare il posto a un visitatore apostolico.

I nuovi superiori vorrebbero chiudere la presenza in Mozambico, ma padre Calandri si oppone fermamente. Riesce a negoziare la chiusura di Miruru, ma il mantenimento di Massangulo, ponte per l’evangelizzazione del Niassa. L’istituto lascia la provincia di Tete nell’ottobre 1930, e vi ritornerà solo nel 2013.

Viste le difficoltà nell’evangelizzazione, lo strumento scelto è quello dell’educazione. Vengono aperte scuole con collegio, per accogliere bambini anche da zone lontane.

Vi lavoravano i padri Lunati, Calandri, Amiotti e fratel Benedetto. Amiotti rientra in Italia nel maggio 1932. Padre Calandri è instancabile, ma anche tutti gli altri fanno miracoli.

Nel giugno 1933, a Torino si installa una nuova direzione generale. Il superiore è padre Gaudenzio Barlassina, il pioniere dell’Etiopia (cfr MC giugno 2023), e due consiglieri sono ex del Mozambico. Si dove decidere cosa fare della missione nel Niassa. Ma su questo, occorre interagire con il vescovo.

Calandri vuole spingersi a Est dai Macúa e a Nord dagli Anyanja. Queste sono popolazioni non islamizzate, e dunque più aperte ad accogliere l’evangelizzazione.

Il vescovo, monsignor de Assunção, continua a subire pressioni da settori nazionalisti della società coloniale portoghese e tarda a dare il permesso per nuove missioni.

Calandri allora, scrive direttamente a Propaganda fide, a Roma, spingendo per un’estensione dell’evangelizzazione del Niassa, e portando come argomentazioni la difficoltà del contesto di Massangulo e le ritrosie del vescovo. Anche i superiori a Torino, intanto, continuano i contatti con la Santa Sede, finché Barlassina ottiene rassicurazioni dal Segretario di stato vaticano. Poco tempo dopo, il vescovo viene trasferito a Capo Verde e sostituito da monsignor Teodosio Clemente de Gouveia.

Inaugurazione del ponte sul fiume Lugenda presso Mandimba nel Niassa

Il lavoro missionario

In questi anni il lavoro missionario è caratterizzato da un’intensa evangelizzazione. Il metodo consiste nella vista dei villaggi, la supervisione dei catechisti, la formazione dei catecumeni, l’assistenza ai sacramenti dei battezzati. Si dà priorità alla catechesi degli adulti.

Monsignor Diamantino Antunes, studioso della presenza Imc nel Paese, scriverà: «I primi missionari furono instancabili nella loro dedizione apostolica: sopportavano con tenacia le situazioni avverse, appresero le lingue (macúa, ciyao, cinyanja, xitshwa e cindau) stabilendo così un contatto diretto e continuo con la popolazione. Senza grandi metodologie pastorali, formarono una valida generazione di cristiani». E inoltre: «Nei diari e nelle relazioni inviate ai superiori è visibile l’esistenza di un forte sentimento di comunione tra le comunità cristiane, disperse nel territorio, e la missione».

Anno di grandi decisioni

Fatta la scelta di restare in Mozambico e, quindi, nel Niassa, si tratta di espandersi. La direzione generale decide di inviare il consigliere padre Vittorio Sandrone, con esperienza di Mozambico, nel Paese, per rendersi conto e pianificare le mosse da fare. Nell’agosto 1936 Sandrone prende possesso della missione di Massangulo. Allo stesso tempo, padre Calandri è richiamato in Italia, dove presenta ai superiori la situazione socio economica e religiosa del Niassa.

Sandrone cerca il consenso del nuovo vescovo per aprire missioni verso Mepanhira e il popolo Macúa.

È solo questione di tempo. A inizio 1938, padre Sandrone riceve la tanto agognata lettera da monsignor Gouveia, che lo incoraggia a perseguire l’attività nella regione. Ritorna alla direzione generale a Roma, e lascia padre Gabriele Quaglia come responsabile della futura espansione. A luglio viene aperta Mepanhira, da dove si assiste una vasta area, che comprende le attuali Mecanhelas e Cuamba. Il 7 di agosto il vescovo visita la missione di Massangulo e presenta a padre Quaglia le sue idee sull’evangelizzazione del Niassa. Adesso occorrono missionari.

Mandimba, 2 ottobre 1927, padre Calandri insegna in una prima scuola all’aperto

L’accordo con il Portogallo

Un passaggio storico importate avviene il 7 maggio 1940: il Portogallo, potenza coloniale, e la Santa sede, firmano un accordo per definire le relazioni tra Mozambico e Vaticano, in particolare l’attività missionaria.

Il territorio missionario, fino a questo momento unica prelazia del Mozambico, viene diviso in tre diocesi: Lourenço Marques (l’attuale Maputo), Beira e Nampula. Questo accordo apre anche il cammino per la presenza Imc in Portogallo, che sarà utile per formare i missionari da mandare in Mozambico, ma anche per trovare nuove vocazioni tra i portoghesi. Dopo i primi contatti nel 1940 con il Vaticano su questa possibilità, il 10 giugno 1943, il primo missionario della Consolata in Portogallo è padre Giovanni De Marchi, che si installa a Fatima, dove apre il seminario dell’istituto.

Nel 1940 la direzione generale nomina padre Domenico Ferrero superiore delegato per il Mozambico. Ferrero è arrivato alla missione di Massangulo l’11 dicembre del 1939 per sostituire padre Quaglia, superiore ad interim, dopo la partenza di Sandrone.

Nel giugno 1941 Ferrero spedisce alla segreteria di Stato Vaticano una relazione sulla situazione missionaria in Niassa: «Nella comunicazione – scriverà monsignor Diamantino – il padre mette in rilievo la dedizione dei missionari e dei catechisti, quanto la corrispondenza pronta e sincera della popolazione in determinate zone all’annuncio del Vangelo. In particolar modo dove l’influenza musulmana è meno forte».

Sono gli anni della Seconda guerra mondiale e le comunicazioni tra Mozambico e Torino si fanno difficili. Padre Sandrone, vice superiore generale, tiene i contatti epistolari con padre Ferrero.

Tra il 1938 e il 1939 sono arrivati nove nuovi missionari e tre suore, sbarcati a porto Amelia il 21 novembre 1939, a guerra già iniziata. Hanno poi percorso 800 km in camionetta per giungere a Massangulo. Tutti i missionari e le missionarie della Consolata non sono comunque sufficienti per le missioni che si vogliono aprire.

Tra il 1940 e 45 è impossibile mandare nuovo personale e quelli in Mozambico rimangono isolati.

Verso Sud

Nel giugno 1945 il cardinale Teodosio Clemente de Gouveia, in visita a Roma, si incontra con padre Gaudenzio Barlassina. È in quell’occasione che invita i missionari della Consolata a lavorare nella sua arcidiocesi di Lourenço Marques (Maputo). Una regione molto grande che unisce i distretti di Lourenço Marquez, Gaza e Inhambane. Il cardinale dice che non ha personale missionario sufficiente, e che «la penetrazione protestante è molto forte […] mentre la presenza cattolica è ridotta ad alcune scuole cappelle, molte delle quali in decadenza».

Padre Barlassina accetta confermando che l’istituto può assumersi la responsabilità dell’evangelizzazione nella parte Nord del distretto di Inhambane.

Subito undici missionari sono designati per il Mozambico, cinque dei quali per il Sud.

La direzione generale invia padre Gabriele Quaglia a Sud, che porta anche padre Giovanni Tolosano. I due vanno a Lourenço Marques a incontrare il vescovo, che nomina Quaglia responsabile dell’arcipretato di Vilankulo.

Per barca e poi in camionetta vanno verso Inhambane e si incontrano, il 2 di agosto, a Massinga con gli altri due padri appena giunti dal Portogallo.

Padre Quaglia scrive poi una lunga lettera al superiore generale, nella quale descrive il territorio e la popolazione. La realtà religiosa, culturale e socio economica è molto diversa da quella del Niassa, ponendo sfide differenti. L’evangelizzazione è legata alle scuole e a chi le frequenta. I cattolici, pochi, sono giovani, ma mancano le famiglie a supporto. Per questo la priorità pastorale deve essere la formazione di catechisti e l’apertura di cappelle, compito che si presenta difficile.

È così che, nel luglio 1946, questo gruppo di missionari fonda le missioni di Massinga e Nova Mambone. Nel 1947, un altro gruppo di missionari apre la missione di Mapinhane, che assiste la popolazione fino a Vilankulo, e nel 1948 Maimelane, fino ad arrivare alla periferia della capitale con la missione di Liqueleva.

Un nuovo territorio

Territorio arido, per mancanza di piogge e terra arenaria, è abitato da una diversità di etnie e composto da tre zone climatiche differenti: la costa, le colline dell’interno, la piana del rio Save.

La zona servita dalla Consolata si trova tra i due grandi poli missionari di Beira e Inhambane, gestiti dai Francescani. «Le enormi distanze – scriverà monsignor Diamantino -, le difficoltà di trasporto, il clima, la scarsità di personale missionario aveva impedito una efficace azione evangelizzatrice. Le visite dei padri alle missioni di frontiera erano rare e l’apostolato era fatto dai pochi catechisti delle scuole cappelle disperse sul territorio».

I protestanti sono presenti e ben organizzati. I cattolici sono pochi. La maggior parte della popolazione pratica religioni tradizionali.

I primi frutti della Consolata in quella zona sono lo sviluppo della missione di Mapinhane, il battesimo di alcuni catecumeni, l’ingresso di tre seminaristi di Massinga e l’apertura di scuole. I missionari studiano la lingua locale e preparano il catechismo portoghese-xitshwa.

Tuttavia l’apostolato nel sud è molto difficile. La popolazione adulta mostra indifferenza e quasi ostilità. Le visite nelle case sono difficili per la diffidenza. I cattolici vivono dispersi, lontano dalle missioni. La frequenza dei sacramenti è bassa. Gli stessi professori-catechisti talvolta mostrano disinteresse a partecipare agli incontri di formazione. L’opera di evangelizzazione si realizza quasi esclusivamente a scuola, ma ci sono pochi alunni e professori scarsi. Sono frequenti i cicloni che causano l’abbandono dei villaggi, la gente migra in città, ma anche in Sudafrica per lavorare nelle miniere. Le scuole restano quasi vuote. Nel marzo 1948 un ciclone nel Nord di Inhambane distrugge molte strutture delle missioni.

Scuola creata e gestita dai Missionari della Consolata nel Niassa

Cambio di generazione

Segue un periodo di grande diffusione dell’evangelizzazione con la nascita di nuove diocesi e di molte missioni. Si sviluppano le infrastrutture con chiese, scuole, collegi, ospedali, maternità e seminari.

Nel 1965 è ordinato il primo missionario della Consolata mozambicano, padre Amadio Dide.

Il 12 agosto del 1967 muore a 74 anni padre Pietro Calandri, pioniere dell’evangelizzazione del Niassa, mentre il 26 ottobre del 1973 è la volta di padre Domenico Ferrari, altra figura emblematica dell’Imc in Mozambico. Padre Gabriele Quaglia si è spento nel novembre 1956.

Periodo di guerre

Irrompe la guerra di liberazione, iniziata nel 1964, che porta all’indipendenza del Paese il 25 giugno 1975. È un periodo difficile, alcuni missionari sono accusati di connivenza con la ribellione ed espulsi.

Anche il governo di stampo marxista-leninista del Frelimo considera la Chiesa un ostacolo e vuole ridurla alla gestione del culto e controllare i suoi membri. Molte scuole, ospedali e altre opere diocesane sono confiscate e nazionalizzate. Alcuni missionari sono arrestati, espulsi, talvolta uccisi (come i padri Guerino Prandelli nel 1972 e Ariel Granada nel 1992).

Il Paese vive una cruenta guerra civile (1977-1992) che colpisce tutto il paese, causando insicurezza, sofferenza e distruzione. Al Frelimo al governo, si oppongono i guerriglieri della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana).

Anche la vita parrocchiale viene ridotta al minimo. Il nuovo apostolato è la presenza, la condivisione nella sofferenza, il martirio e la riconciliazione. La Chiesa emerge come forza in grado di dare speranza al cammino per la pace. La Conferenza episcopale chiede ufficialmente pace e riconciliazione alle parti in lotta. Il papa Giovanni Paolo II visita il paese nel 1988.

Il 4 ottobre 1992 viene firmata la pace a Roma. Un ruolo importante nella mediazione lo gioca la comunità di Sant’Egidio. Il Paese è da ricostruire, come infrastrutture e come popolazione. 

Marco Bello

Trasporto a mano attraverso il ponte del fiume Lugenda nel Niassa

Formare le coscienze

I Missionari della Consolata in Mozambico oggi

Dopo cento anni, gran parte del lavoro missionario è stato fatto. La presenza Imc si è ridotta, ma ha ancora un ruolo fondamentale. In un Paese di grandi fragilità, occorre «costruire» le persone.

Durante questi cento anni, il lavoro dell’Imc in Mozambico è stato importante. La Chiesa locale si è costituita tramite il lavoro dei missionari. Il missionario è colui che va, apre la strada e poi crea certe strutture ecclesiali. Una volta che c’è la Chiesa, si ritira e lascia al clero locale la responsabilità di continuare il lavoro, per andare in qualche altro posto. Noi missionari della Consolata abbiamo fatto questo, specialmente in Niassa e Inhamabane, due regioni che abbiamo evangelizzato da zero.

La nostra presenza ha creato la Chiesa locale. Oggi nel Niassa c’è un numero sufficiente di sacerdoti e abbiamo lasciato ai preti diocesani molte missioni.

In Niassa siamo presenti ancora in tre luoghi: Lichinga, il capoluogo, Massangulo, in mezzo ai musulmani, e a Maúa, missione di promozione umana ed evangelizzazione.

A Tete siamo presenti a Fingoé (non lontano dalla prima missione di Miruru del 1925), nella parrocchia di Tete (vedi MC maggio 2025) e a Ucanha.

A Inhamabane siamo rimasti con due presenze, abbiamo lasciato il centro catechetico di Guiúa (luogo del massacro dei catechisti nel 1992). Siamo a Vilankulo e a Nova Mambone, impegnati nella promozione umana, continuando l’attività di padre Marchiol nelle saline, e dando lavoro a un centinaio di famiglie.

Nel Sud siamo a Maputo in periferia, dove c’è la parrocchia di Liberdade, mentre in città gestiamo la parrocchia vicino alla casa provinciale e poi il seminario a Matola. Qui una ventina di ragazzi studiano (propedeutico e filosofia) per diventare missionari della Consolata.

Pensiamo, infatti, che sia molto importante che nella Chiesa locale ci sia anche una dimensione missionaria. Ovvero che la Chiesa non deve solo pensare a se stessa, ma che qualsiasi Chiesa «missionata» deve a sua volta diventare missionaria.

Oggi, noi missionari della Consolata nel Paese siamo in tutto 24, mentre qualche tempo fa erano un centinaio. Veniamo da varie parti del mondo, tra cui Portogallo, Italia, Brasile, Colombia e poi Kenya, Uganda e Tanzania, oltre a Mozambico.

Molti mozambicani sono in altri Paesi, missionari in Corea del Sud, Colombia, Brasile, Kenya, Italia e Portogallo.

Abbiamo tre vescovi che guidano la Chiesa locale. 

L’arcivescovo di Nampula, Inácio Saure che è anche l’attuale presidente della Conferenza episcopale; il vescovo ausiliare di Maputo, Osório

Citora Afonso, anche lui mozambicano; e il vescovo di Tete, Diamantino Guapo Antunes che è portoghese.

La missione oggi

Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’indipendenza, conquistata dal partito Frelimo che è diventato il padrone del Mozambico. La situazione sociale non è migliorata, anzi, il Paese è attualmente nel bisogno, nonostante abbia molte risorse, sia come materie prime che come potenzialità naturalistiche. C’è una grande contraddizione, perché esiste un piccolo gruppo di straricchi, e il resto della popolazione che vive in una povertà vergognosa. Cinquant’anni di questo partito non sono riusciti a realizzare una giustizia sociale, a riequilibrare il potere economico e le possibilità delle persone.

La povertà non è diffusa solo nei villaggi, dove mancano i servizi essenziali, ma anche nelle periferie delle città, dove tanti giovani cercano di sopravvivere facendo qualsiasi lavoro, talvolta illegale.

è Un Paese sotto il domino dell’ingiustizia e della corruzione, con un popolo giovane senza futuro, perché chi finisce gli studi non ha possibilità di svolgere lavori se non quelli governativi. Le fabbriche sono tutte concentrate nella capitale. A Tete ci sono miniere del carbone che occupano molte persone.

La Chiesa ha ancora un ruolo di supplenza dello Stato, ad esempio per quello che concerne l’educazione di qualità. Infatti le scuole pubbliche hanno un livello molto basso. Quelle private sono buone ma costose. Ha, inoltre, un ruolo è di promozione umana, promozione della donna, educazione delle persone, formazione al lavoro; dimensioni che aiutano le persone ad avere un presente e un futuro.

Contadini al lavoro nelle campagna del Niassa

La bellezza del bene

La Chiesa ha un ruolo prioritario nella formazione delle persone e delle coscienze. Questo è molto importante in un Paese corroso dalla corruzione, dove tutto è denaro, tutto si compra, con una società che si sta sgretolando. È stato creato un colonialismo di partito, un popolo che ha paura, che è senza sogni.

Promuovere la bellezza del bene, della bontà, della fraternità, della giustizia sociale è parte della nostra missione, a tutti i costi.

La nostra catechesi, le nostre omelie la domenica, i nostri incontri di formazione sono importanti anche per questo.

I missionari devono essere consapevoli di questo ruolo. Siamo stranieri e, in quanto tali, non possiamo parlare molto. Dobbiamo essere prudenti in quello che diciamo perché altrimenti ci mandano a casa. Ma dobbiamo aiutare il clero locale e i catechisti ad avere coscienza del proprio ruolo profetico. Incoraggiare i pastori e gli animatori locali a guardare con gli occhi del Vangelo, al Regno di Dio. 

Dimensione missionaria

In Mozambico molti sono chiamati al sacerdozio e alla vita consacrata. I seminari sono pieni e talvolta manca il posto. È stato fatto un secondo seminario filosofico, a Nampula, in aggiunta a quello di Matola. Ogni anno vengono ordinati due o tre sacerdoti per ogni diocesi. Anche le congregazioni femminili sono numerose, alcune storiche, altre nuove che arrivano da fuori, in particolare dal Brasile. Anche l’Imc ha, ogni anno, dai tre ai cinque ragazzi che vanno in noviziato,  in Tanzania o in Kenya.

Il nostro compito è risvegliare anche nel clero locale la dimensione missionaria: che il sacerdote diocesano non pensi solo alla sua diocesi, ma guardi lontano, anche gli altri. Si tratta di una Chiesa giovane segnata da molte precarietà e necessità. Ad esempio Tete è una diocesi grande quanto tutto il Nord Italia, ma conta solo venti sacerdoti che non arrivano dappertutto.

L’importante è che, nella Chiesa mozambicana in crescita, aumenti questo impegno dell’ad gentes, e i nostri seminaristi missionari sono quelli che danno questa tonalità.

Sandro Faedi

Missionaria della Consolata in visita a una famiglia

Instabilità contagiosa

Il grande Paese sta vivendo molteplici crisi interne

Le recenti elezioni sono state contestate. Il partito al potere dall’indipendenza non vuole lasciare. E le proteste popolari hanno causato vittime. Intanto, al Nord, continua la guerra contro i gruppi armati. Con un alleato scomodo.

Come i tifoni che, periodicamente, colpiscono le coste, così la rivolta si è abbattuta sulla politica mozambicana. Una ventata che ha spazzato per mesi il Paese, portando instabilità, tensioni, morte. Al momento, è tornata la calma, ma la brace del malcontento continua a covare sotto la cenere e il fuoco potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento.

Tutto è iniziato in autunno: il 9 ottobre 2024 si sono tenute le elezioni presidenziali. Il candidato del partito al governo (il Frelimo), Daniel Chapo, è stato dichiarato vincitore con il 65,2% dei voti. Tuttavia, l’opposizione, guidata da Venancio Mondlane, ha contestato i risultati, denunciando irregolarità nel processo elettorale. Queste contestazioni hanno portato a diffuse proteste nel Paese, che sono state represse violentemente dalle forze di sicurezza, causando numerose vittime.

Nonostante le tensioni, il 23 dicembre, il Consiglio costituzionale ha confermato la vittoria di Chapo e il suo insediamento è avvenuto il 15 gennaio. Le proteste post elettorali hanno avuto gravi conseguenze, con circa 300 morti nei tre mesi successivi alle elezioni. Fino a qui la cronaca, ma i fatti sono molto più complessi. A partire proprio dall’uomo nuovo, cioè Venancio Mondlane. Ex membro della Renamo, lo storico partito di opposizione mozambicana, Mondlane si è inizialmente candidato con una coalizione di piccoli partiti, chiamata Cad, la quale sarebbe stata poi esclusa, per cavilli formali, dalle elezioni legislative, lasciando, tuttavia, la candidatura presidenziale di Mondlane in piedi. «È stato a quel punto – spiega  Luca Bussotti, docente all’Università Tecnica del Mozambico – che Mondlane, ritrovatosi senza partito, si è associato a Podemos, ma senza mai farne parte. Oggi, le due strade si sono divise. Podemos è stato il primo partito a riconoscere la vittoria del Frelimo e di Chapo, prima e più della Renamo e dell’Mdm (Movimento democratico del Mozambico), mentre Mondlane ha continuato per la sua strada di opposizione a un esecutivo che ritiene illegittimo».

Popolo al potere

Le manifestazioni di oggi non sono però iniziate con la crisi post elettorale. Il movimento che si è formato, e che ha poi dato origine all’onda lunga capeggiata da Venancio Mondlane, «Povo no Poder», ha avuto inizio dopo la morte del rapper Azagaia, nel marzo 2023.

«Con la morte di Azagaia – continua Bussotti -, i suoi seguaci hanno perso quel timore che ha caratterizzato da sempre il rapporto fra cittadini e autorità in Mozambico, e sono usciti allo scoperto. Le elezioni comunali dell’ottobre del 2023 sono state una prova generale di quelle politiche di un anno dopo. Anche in quel caso, i partiti di opposizione, soprattutto Renamo, avevano conquistato molte amministrazioni, fra cui Maputo.

Tuttavia, i consueti brogli elettorali hanno consegnato quasi tutti i comuni al Frelimo e ai suoi candidati, ignorando la volontà popolare».

Una situazione che si è andata sommando a forti tensioni etniche che si sono accumulate negli anni del governo di Felipe Nyusi. «Sotto Nyusi – continua Bussotti – si è accentuata l’esclusione sistematica di fasce maggioritarie della popolazione, anche etnicizzando (a favore della minoranza Makonde) i privilegi economici e le opportunità di formazione e lavoro, restringendo sempre di più la sfera pubblica, con uno Stato al culmine della sua inefficienza».

Il Frelimo dall’indipendenza

Questi fenomeni hanno creato una miscela che ha fatto implodere il Paese, ma il Frelimo ha mantenuta salda la presa sul potere. Anche se è ormai difficile dire quale sia il seguito della formazione che governa il Mozambico dal giorno dell’indipendenza (1975). «Al di là del risultato delle ultime elezioni, evidentemente fraudolento, come la stessa Unione europea e il Consiglio costituzionale mozambicano hanno scritto nei rispettivi report – continua Bussotti -, quel che vediamo quotidianamente sono manifestazioni organizzate da Venancio Mondlane, che riscuotono sempre un enorme seguito, come non se ne vedeva dai tempi di Samora Machel o di Afonso Dhlakama, tanto per fare un paragone. È un governo completamente delegittimato, quello, appunto, del Frelimo, guidato da Daniel Chapo. Ciò che, per il momento (a partire dallo scrutinio dei voti) ha salvato il Frelimo è stato, da un lato, il controllo totale delle istituzioni di giustizia, a cominciare da quelle elettorali, e la fedeltà in primo luogo della polizia e, in parte, dell’esercito. Se uno di questi due elementi fosse venuto meno nel momento del conteggio dei voti, adesso staremmo a raccontare una storia diversa».

Il 23 marzo 2025, il presidente Chapo e Mondlane si sono incontrati per discutere su come riportare la stabilità nel Paese. Sebbene i dettagli specifici dei loro colloqui non siano stati resi pubblici, questo incontro è stato interpretato come un gesto distensivo volto a favorire il dialogo e la riconcilia- zione nazionale. «Si tratta sicuramente di un passo positivo per abbassare i toni, per cercare di contenere la crisi – osserva Marco Di Liddo, direttore di CeSi (Centro studi internazionali) -. Anche perché il Mozambico ha a che fare con una guerriglia di tipo islamista nel Nord e, quindi, non può permettersi che altre faglie di instabilità diventino più marcate. Però, c’è ancora distanza tra le parti e ci vorrà tempo affinché si arrivi a un contenuto politico e un piano di pace degno di questo nome, cioè applicabile».

Accampamento delle Missionarie della Consolata durante i loro spostamenti.

Jihadisti nel Nord

In Mozambico si trascina un’altra crisi, quella in corso nella Provincia settentrionale di Cabo Delgado dove, dal 2017, è in atto un conflitto tra le forze armate, sostenute da reparti dell’esercito ruandese, e i miliziani islamisti legati allo Stato islamico.

Cabo Delgado è una Provincia da sempre emarginata. La popolazione locale gode poco o nulla dell’enorme ricchezza di materie prime del suo territorio. Anche politicamente, la provincia non è coinvolta nelle decisioni che la riguardano. Ciò ha portato a una radicalizzazione dei gruppi islamisti che hanno sfruttato il malcontento locale per reclutare combattenti e promuovere la loro agenda. Il conflitto ha causato una grave crisi umanitaria, con centinaia di migliaia di sfollati e un impatto devastante sulle infrastrutture e sull’economia locale.

«Cabo Delgado – spiega Bussotti – è un’altra situazione complessa, niente affatto conclusa, e non legata esclusivamente al radicalismo islamico, ma che ha origine in conflitti etnici mai risolti, quali quello fra i Makonde (minoritari ma al governo), da un lato, e gli Amakhuwa (l’etnia più numerosa in Mozambico, ma quella più emarginata dai giochi che contano) e i Kimwani, questi ultimi musulmani».

Concorda Marco Di Liddo: «L’elemento religioso e il problema etnico sono due lati della stessa medaglia. È fuorviante pensare che l’insorgenza nel Nord del Mozambico sia solo un movimento islamista, essa affonda invece le sue radici in un malcontento profondo delle popolazioni locali che si sentono tradite dal Frelimo, perché le autorità hanno cacciato le famiglie dalle loro terre ancestrali per lo sfruttamento delle miniere, i pescatori hanno visto le loro attività ridotte a causa dell’industria estrattiva. Inoltre, la provincia ha infrastrutture (strade, ponti, uffici pubblici) insufficienti. Tutto ciò, messo insieme, crea una bomba a orologeria perfetta per quel tipo di narrativa politica, per quel proselitismo violento che è il fondamentalismo islamico».

Ingerenza ruandese

Le truppe ruandesi sono sempre più numerose, e la tendenza è che Paul Kagame, il presidente del Rwanda, mandi sempre più effettivi di agenzie private di sicurezza appartenenti a società controllate dal suo partito, piuttosto che militari dell’esercito ruandese. Il caso più emblematico è quello dell’Isco security (controllata della Crystal Venture), che ha firmato un contratto di esclusività con la Total per proteggere l’investimento sul gas ad Afungi. Un contratto che ammonta a venti miliardi di dollari.

L’alleanza tra Kigali e Maputo ha anche un forte impatto sui rapporti tra il Mozambico e il Rwanda. «Il Rwanda di Kagame sta avendo un forte ruolo nella crisi nell’Est del Congo – sottolinea Bussotti -. Ciò ha irritato la comunità degli Stati dell’Africa australe (Sadc) e, in particolare, il Sudafrica. Proprio Pretoria ha chiesto di interrompere l’asse privilegiato Maputo-Kigali, visto che Kagame sta finanziando un gruppo terrorista come quello dell’M23».

Oggi, a Cabo Delgado lo scenario che si sta delineando è a macchia di leopardo. Ci sono isole felici, dove si riversano i grandi investimenti delle multinazionali, come quello della Total ad Afungi, o della Montepuez Ruby Mining a Montepuez. Il resto del territorio è, invece, in balia delle scorribande della milizia jihadista, i cui membri principali sono i giovani Amakhuwa e Kimwani, in rotta con uno Stato che li ha emarginati da qualsiasi percorso inclusivo, da un po’ di tempo spalleggiati dall’Isis, che ha rivendicato diversi degli ultimi attacchi.

Questa instabilità può danneggiare fortemente l’Europa che, negli ultimi anni, è diventata un partner fondamentale per il Mozambico. «Se l’Europa non interviene per cercare di stabilizzare la situazione, la relazione rischia di liquefarsi – conclude Di Liddo -. L’assenza di un ruolo importante del vecchio continente potrebbe ingenerare nei mozambicani la percezione che gli europei si interessano al Mozambico soltanto per i giacimenti di gas, le pietre preziose, le materie prime critiche. Gli europei poi devono tenere presente che le crisi politiche mozambicane hanno sempre avuto forti ripercussioni sui Paesi vicini: Malawi, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe. Preservare la stabilità mozambicana significa quindi tutelare la stabilità dell’Africa australe. L’Europa però mi sembra più concentrata sulle crisi in Ucraina e in Medio Oriente. Questo, a mio avviso, è un errore strategico».

Enrico Casale

padre Amiotti incontra gruppo di persone mentre ancora in Kenya prima della partenza per il Mozambico

Hanno firmato il dossier

  • Diamantino Guapo Antunes
    Missionario della Consolata in Mozambico, è vescovo di Tete. Ha scritto «A semente caiu em terra boa», edizioni Missioni
    Consolata, 2003, sulla storia dell’Imc in Mozambico.
  • Sandro Faedi
    Missionario della Consolata, ha lavorato molti anni in Mozambico e Venezuela. Oggi è in missione a Fatima, in Portogallo.
  • Enrico Casale
    Giornalista, specialista di Africa e collaboratore di lunga data di MC.
  • Marco Bello
    Giornalista, direttore editoriale di MC.

Le foto del dossier provengono dall’Archivio fotografico Misssioni Consolata Torino (AfMC)), diverse sono di padre Amiotti




Africa. I cambiamenti climatici picchiano duro

L’Africa si sta riscaldando più velocemente di molte altre regioni del mondo. Secondo il rapporto «State of the Climate in Africa 2024» pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), ogni aspetto dello sviluppo socioeconomico africano è messo a dura prova da eventi climatici estremi e dai cambiamenti climatici. L’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua, i conflitti per le risorse e lo sfollamento forzato sono solo alcune delle conseguenze di un fenomeno sempre più preoccupante.

Il rapporto dell’Omm dipinge un quadro allarmante. Il 2024 è stato l’anno più caldo – o il secondo, a seconda dei dataset – mai registrato nel continente. Le temperature medie della superficie sono state di 0,86° sopra la media del trentennio 1991-2020, con picchi nel Nordafrica, dove il riscaldamento ha toccato +1,28°. A queste condizioni si è aggiunto un ulteriore fattore aggravante: il riscaldamento eccezionale degli oceani. L’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo hanno registrato valori record e quasi tutta l’area oceanica attorno all’Africa è stata colpita da ondate di calore marino di intensità forte o estrema. Da gennaio ad aprile, oltre 30 milioni di km² di superficie marina sono stati interessati da questa tendenza. Il dato più alto mai rilevato dal 1993.

Il cambiamento climatico colpisce l’Africa in modi contrastanti, ma sempre drammatici. L’alternanza tra siccità persistenti e piogge torrenziali crea un’instabilità che mette in ginocchio l’agricoltura e l’approvvigionamento idrico. L’Africa australe, ad esempio, ha vissuto nel 2024 la peggiore siccità degli ultimi vent’anni. Malawi, Zambia e Zimbabwe sono stati i Paesi più colpiti, con perdite nella produzione agricola che in alcuni casi hanno superato il 40% rispetto alla media quinquennale. Il lago Kariba, bacino idroelettrico condiviso da Zambia e Zimbabwe, ha raggiunto livelli così bassi da causare lunghi blackout e rallentare l’attività economica.

Nel frattempo, l’Africa orientale ha visto un’altra faccia del disastro: precipitazioni straordinarie tra marzo e maggio hanno provocato inondazioni in Kenya, Tanzania e Burundi, con centinaia di vittime e oltre 700mila sfollati. Le piogge successive, tra ottobre e dicembre, sono invece risultate inferiori alla media, facendo temere nuove crisi alimentari. In Africa occidentale e centrale, i Paesi del bacino del lago Ciad – Nigeria, Niger, Camerun, Repubblica centrafricana – sono stati colpiti da alluvioni che hanno coinvolto oltre quattro milioni di persone.

Anche il Nordafrica non è stato risparmiato. Per il terzo anno consecutivo la regione ha avuto un raccolto cerealicolo sotto la media, con il Marocco che ha visto una riduzione del 42% della produzione, aggravata da un sesto anno consecutivo di siccità.

Nel 2024 si è assistito a un fenomeno senza precedenti. Due cicloni tropicali, Hidaya e Ialy, si sono formati a maggio nel bacino occidentale dell’Oceano Indiano e hanno colpito la costa tra Kenya e Tanzania, una zona solitamente fuori dal raggio d’azione dei cicloni maturi. Il ciclone Chido, invece, ha devastato l’isola francese di Mayotte e poi ha proseguito verso Mozambico e Malawi, lasciando decine di migliaia di sfollati e danni ingenti.

Nonostante il contesto complesso, il rapporto Omm evidenzia anche alcuni segnali positivi. La trasformazione digitale rappresenta un’opportunità strategica per migliorare la resilienza climatica. Strumenti come l’intelligenza artificiale, i sistemi radar avanzati e le applicazioni mobili stanno potenziando le capacità previsionali e gli allarmi precoci. In Nigeria, ad esempio, l’agenzia meteorologica ha lanciato piattaforme digitali per fornire informazioni climatiche e avvisi agli agricoltori. In Kenya, previsioni e allarmi vengono diffusi via Sms a comunità rurali e pescatori. Anche in Sudafrica sono stati introdotti strumenti di previsione avanzati e reti radar aggiornate per anticipare con maggiore precisione eventi estremi.

Nel 2024, diciotto servizi meteorologici nazionali africani hanno aggiornato i propri siti web e le infrastrutture di comunicazione per aumentare l’efficacia delle previsioni. Tuttavia, per una reale trasformazione servono investimenti strutturali: infrastrutture digitali solide, sistemi di gestione e condivisione dati efficienti e un accesso equo alle informazioni, anche nelle aree più remote.

L’Africa, secondo il rapporto Omm, ha bisogno urgente di sistemi di allerta precoce più capillari, politiche di adattamento più solide e cooperazione internazionale rafforzata. L’iniziativa «Early warnings for all» punta proprio a questo: salvare vite e ridurre i danni grazie a previsioni tempestive e azioni coordinate.

«Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una crisi attuale – ha dichiarato Celeste Saulo, segretaria generale dell’Omm -. Spero che questo rapporto stimoli un’azione collettiva per affrontare sfide sempre più complesse e impatti a cascata».

Enrico Casale




Il diplomatico dei Papi


La vita di un nunzio può essere avventurosa. L’ambasciatore del Papa si può trovare a vivere in passaggi fondamentali della storia. È successo al monsignore originario di Cuneo, uomo di rara intelligenza e sensibilità. Come ci racconta il suo biografo.

Monsignor Antonio Riberi è stato un diplomatico che ha svolto un ruolo importante sia nella Chiesa che nel mondo. È stato al servizio di quattro papi (Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI), e si è confrontato con il colonialismo inglese in Africa, con il comunismo in Cina e con la dittatura franchista in Spagna. Rimane però pressoché sconosciuto, non solo al grande pubblico, ma anche agli specialisti. Di lui si sa a malapena che è stato espulso da Mao Zedong.

Origini

I genitori, da Limone Piemonte in provincia di Cuneo, si sono trasferiti nel Principato di Monaco dove Antonio nasce il 15 giugno 1897. L’essere figlio di migranti lo aiuterà molto nella sua attività. Il migrante ha due patrie: quella che gli ha dato i natali che quella che gli dà il pane, quindi è portato ad apprezzare, ringraziare e valorizzare la seconda patria.

Inoltre, il Principato di Monaco è uno stato troppo piccolo per avere mire colonialiste, e abbastanza ricco, grazie al casinò e alle transazioni finanziarie, da non aver bisogno di adottare una politica colonialista. Monsignor Riberi è stato quindi meno condizionato dall’ideologia colonialista e, molto naturalmente, quando si troverà in Africa apprezzerà le religioni africane, così come in Cina valorizzerà la cultura locale.

Primi anni

I genitori sono molto impegnati nel lavoro e perciò lasciano il piccolo Antonio presso i nonni paterni a Limone.

Egli frequenta il seminario vescovile di Cuneo e il 29 giugno 1922 viene ordinato sacerdote. L’essersi formato a Cuneo, allora provincia giolittiana per definizione, dove sta nascendo la prima industrializzazione, gli permette di venire a contatto con le problematiche del mondo del lavoro e di coltivare una profonda sensibilità sociale che evidenzierà in seguito occupandosi delle missioni presso le miniere della regione del Copperbelt in Africa, della riforma agraria in Cina e del nuovo sindacalismo in Spagna. È inviato a Roma presso la Pontificia accademia ecclesiastica dove incontra Giovanni Battista Montini che diventerà suo amico e consigliere per tutta la vita.

Nel 1925 si laurea in Diritto canonico e, contemporaneamente, in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. Dal 1925 al 1930 è segretario della Nunziatura in Bolivia. Si trasferisce poi a Dublino dove, fino al 1934, è segretario della Nunziatura di Dublino con il nunzio Paschal Robinson.

Al fianco di quest’ultimo il giovane diplomatico impara il mestiere: intrattenere buoni rapporti con il governo, non intervenire troppo nelle faccende interne della gerarchia ecclesiastica locale, aprire le porte a chiunque voglia portare il suo contributo, curare una rete di amici per poter sentire il polso della situazione, ascoltare, suggerire più che controllare i fratelli nell’episcopato.

In Irlanda monsignor Riberi conosce il vescovo Joseph Shanahan, religioso spiritano, missionario in Nigeria, e ne adotta il metodo: collaborazione con il governo coloniale, massima importanza alle scuole, formazione del clero locale, rispetto per le religioni indigene e per l’islam, liberazione delle donne.

Sull’isola Riberi conosce pure Frank Duff, fondatore della Legio Mariae che, secondo lui, coglie l’intima essenza dell’Azione cattolica e rinnova il fervore dei primi secoli del cristianesimo. Riberi la promuoverà come alternativa all’Azione cattolica tradizionale, anche perché quest’ultima è appena ai suoi inizi in Africa, mentre in Cina, dopo la guerra contro il Giappone e la guerra civile, non è più un movimento nazionale.

Missionari della Consolata con il vescovo Carlo Re e Monsignor Antonio Riberi, Delegato apostolico in Kenya.

Gli anni del Kenya

Nel 1935 monsignor Riberi è nominato Delegato apostolico per l’Africa inglese (Kenya, Uganda e Tanzania, ndr) con sede a Mombasa (Kenya). Il primo problema che il missionario incontra quando arriva in terra di missione è la necessità di comperare terreni per costruire la chiesa, la casa per i missionari, una falegnameria, un dispensario, una scuola, un lebbrosario. La missione deve essere tendenzialmente autosufficiente e, quindi, deve provvedere a tutte le spese. Deve quindi comperare altri terreni per piantagioni di caffè, cotone, tabacco da vendere sui mercati internazionali e ricavarne così un reddito adeguato. La terra appartiene al governo coloniale e monsignore Riberi consiglia ai missionari il modo migliore per impostare le pratiche burocratiche.

Un altro tema chiave sono le scuole, forse lo strumento migliore per l’evangelizzazione. Il governo inglese non istituisce un sistema scolastico proprio, ma contribuisce con sussidi alle scuole delle missioni. Però vuole scuole per pochi futuri funzionari del livello più basso dell’amministrazione, perché teme il formarsi di un’élite culturale. Le missioni invece cercano di fornire istruzione possibilmente a tutti.

Il governo coloniale, inoltre, non desidera che il diploma di scuola secondaria dia accesso alle università inglesi, perché questo favorirebbe un cambio di mentalità negli africani e li renderebbe potenziali oppositori politici. Riberi si batte per fare sì che questo avvenga, anzi, propone a tutti gli istituti missionari di comperare una casa a Londra per inviarvi i migliori studenti.  Un altro punto di divergenza sono i programmi scolastici che dovrebbero essere solo di tipo tecnico amministrativo escludendo la dimensione catechetico-religiosa.

Nonostante questi problemi, il Delegato apostolico riesce a garantire i finanziamenti senza grosse difficoltà.

Il clero locale

Il problema cruciale per la giovane chiesa keniana è la formazione del clero locale. Il capolavoro di monsignor Riberi è la consacrazione del primo vescovo africano dei tempi moderni, il 29 ottobre 1939: l’ugandese Joseph Kiwanuka. La decisione di consacrare vescovo un sacerdote africano non è facile. I missionari stranieri, e gli stessi confratelli africani, seppure in teoria d’accordo nell’inculturare la Chiesa, pensano che non sia ancora giunto il momento di affidare al clero locale una diocesi. Pensano ancora a una chiesa africana con leadership europea strutturata secondo il modello occidentale. I preti africani sono considerati di seconda classe, nonostante le pressanti sollecitazioni da Roma per un trattamento paritario tra clero missionario e clero locale.

Dal 1938, i venti di guerra costringono Antonio Riberi a riorganizzare le missioni. Elabora un piano per assicurare che esse possano continuare il lavoro, ma il 6 agosto 1940, il ministro degli Esteri inglese chiede al Papa di richiamarlo, in quanto italiano e quindi di nazionalità nemica.

Dal 12 novembre 1941 all’8 giugno 1946 monsignor Riberi lavora presso la Pontificia commissione soccorsi.

Mons Riberi Delegato Apostolico in visita al Vicariato di Nyeri, Kenya

Nella Cina nazionalista

Quando Riberi è nominato internunzio in Cina presso il governo del presidente Chiang Kai-sek, al suo arrivo il giornalista che lo intervista si meraviglia della sua conoscenza della lingua cinese.

I rapporti con il presidente della Repubblica di Cina non sono facili. Per il monsignore sono fondamentali alcune riforme, in particolare quella agraria. Poi sottolinea anche l’importanza di applicare la Costituzione appena approvata, ma Chiang è di tutt’altro parere.

Il Papa ha appena istituito la gerarchia ecclesiastica cinese. Il primo compito dell’internunzio è, quindi, di intronizzare i vescovi nelle loro diocesi. È un’impresa complicata data la guerra civile in corso che costringe a continui cambiamenti di programmi per l’impraticabilità delle comunicazioni.

Monsignor Riberi vuole dotare la gerarchia di uno strumento che permetta di dare unità d’azione alle diocesi cinesi poiché vi operano molteplici istituti missionari di nazionalità diverse, con teologie, pratiche di apostolato e sensibilità diverse, e istituisce il Catholic central
bureau. In esso un ruolo fondamentale è svolto dal dipartimento legale. Parte delle proprietà delle missioni cattoliche cinesi non è legalmente riconosciuta, motivo per cui l’internunzio deve regolarizzare i contratti per evitare che i terreni vengano messi all’asta e quindi manchino alle missioni le risorse necessarie.

La Cina comunista

Il 21 aprile 1949 le truppe comuniste entrano nella capitale Nanchino. Da quel momento gli ambasciatori non sono più riconosciuti. Di conseguenza non godono più dei privilegi diplomatici. Ogni ambasciatore cerca di lasciare la Cina e rientrare in patria. Monsignor Riberi invece rimane, e tenta di incontrare i dirigenti comunisti per garantire alla Chiesa la possibilità di continuare la sua attività. Chiede alla Santa Sede di riconoscere il governo comunista, ma essa non ritiene opportuno compiere tale passo.

Nel novembre 1950 viene pubblicato il manifesto di Guangyang e qualche mese dopo quello di Chongqing. In essi si afferma che la Chiesa deve rompere ogni relazione con i paesi imperialisti e praticare le tre autonomie: deve essere autonoma dal punto di vista finanziario, amministrativo e apostolico. Ciò implica tagliare i ponti con la Santa Sede. Ma una Chiesa nazionale cinese indipendente non sarebbe più in unione con il Papa e tutta la Chiesa.

Il 17 gennaio del 1951, un gruppo di cattolici, tra cui il segretario di Riberi, incontra Zhou Enlai (numero due della rivoluzione) per discutere la questione delle tre autonomie. Si cerca un accordo, vengono redatte tre bozze, ma nessuna è considerata soddisfacente.

Nell’aprile 1951 inizia una violenta campagna stampa contro lo stesso Riberi. Il 26 giugno viene messo agli arresti domiciliari e sottoposto a interrogatori di 10-12 ore consecutive.
Il 4 settembre è espulso dalla Cina, accusato di essere un alleato di Chiang Kai-sek, di aver organizzato la lotta contro i comunisti, di aver promosso l’organizzazione reazionaria della Legio Mariae. L’8 settembre arriva a Hong Kong. Vi rimane fino al 24 ottobre 1952, quando si trasferisce a Taiwan dove resta fino al 1959.

il cardinale Antonio Riberi a Roma nel 1967.

Ritorno in Europa

Il 31 agosto 1959 Riberi torna a Dublino in qualità di nunzio e vi rimane fino al maggio 1962. È un periodo breve. Non ha la possibilità di incidere molto su quella Chiesa, ma la prepara per il Concilio Vaticano II.

Il 9 giugno 1962 è nunzio a Madrid. Il problema principale da risolvere in Spagna è l’adeguamento del Concordato del 1953 alle direttive del Concilio Vaticano II, per superare il nazionalcattolicesimo. Con molta gradualità monsignor Riberi favorisce il rinnovamento dell’episcopato, sia dal punto di vista anagrafico che teologico. Alla Chiesa interessa soprattutto garantire la libertà religiosa che viene assicurata con la legge approvata il 24 febbraio 1967, e abolire il «privilegio di presentazione». Dopo la scoperta delle Americhe il Papa aveva concesso la facoltà di scegliere i vescovi all’imperatore portoghese e a quello spagnolo. Francisco Franco lo aveva ereditato e poteva presentare alla Santa Sede una terna di nomi tra cui scegliere un nuovo vescovo. Tale privilegio sarà abolito il 19 agosto 1976.

Il 4 luglio 1967 Riberi riceve la berretta cardinalizia da Francisco Franco, secondo il privilegio che spettava al capo di Stato spagnolo. Quando ritorna a Roma, si diffondono voci sulla sua candidatura alla Segreteria di Stato, ma improvvisamente muore il 16 dicembre.

I funerali solenni sono celebrati nella cattedrale di Cuneo dall’arcivescovo di Torino, monsignor Michele Pellegrino, assistito dai vescovi di Cuneo, Fossano, Mondovì e Saluzzo. Sono presenti le massime autorità e una folla immensa.

Giovanni Giorgio Demaria




Africa, come va la lotta all’Hiv/Aids


Venticinque anni fa una storica conferenza sull’Aids di Durban, in Sudafrica, fece emergere le proporzioni dell’epidemia da Hiv in Africa. Oggi preoccupa la scelta dell’amministrazione Trump di congelare i fondi Usa destinati agli aiuti, inclusa la lotta all’Hiv/Aids.

Secondo il più recente rapporto di Unaids, l’agenzia Onu per la lotta all’Hiv/Aids, il 2023 è stato il primo anno in cui ci sono state più nuove infezioni fuori dall’Africa che al suo interno. Su 1,3 milioni di contagi, infatti, 640mila sono avvenuti in Africa e 660mila nel resto del mondo. La riduzione dei contagi nel continente è un traguardo notevole per l’area del mondo che è stata di gran lunga la più colpita dalla diffusione del virus: in Africa subsahariana sono avvenuti, infatti, circa il 70% degli oltre 42 milioni di decessi dall’inizio della pandemia da Hiv, cioè dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi.

L’anno con il numero più alto di morti è stato il 2004: due milioni di vittime nel mondo, di cui un milione e mezzo nella sola Africa. «Arrivai a Ikonda nel 2002, in piena crisi dell’Hiv/Aids», ricorda padre Sandro Nava, missionario della Consolata responsabile fino al 2019 del Consolata Ikonda Hospital e oggi dell’Allamano Makiungu Hospital, entrambi in Tanzania. «Trovai interi villaggi decimati: mi ricordo benissimo di un villaggio tra Ikonda e Makete dove tutti i giorni c’erano dei funerali. La tradizione prevede che si faccia il kiliyo, cioè la cerimonia funebre con i pianti rituali, e si condivida poi il cibo fra tutti i convenuti. La comunità fu costretta sospendere tutto: la gente che moriva era talmente tanta che era impossibile mantenere il rito».

 

La conferenza di Durban

Nel 2000 c’era stata a Durban, sulla costa orientale del Sudafrica, la XIII conferenza internazionale sull’Aids (spesso abbreviata in Aids 2000): si trattò di un evento storico, racconta@ in un Ted Talk del 2016 Stefano Vella, ex direttore del Dipartimento del farmaco e poi del Centro per la salute globale dell’Istituto superiore di Sanità e, all’epoca, presidente della International Aids society@, l’associazione con sede a Ginevra che organizza le conferenze. Fino a quell’anno, l’evento si era sempre svolto nei paesi del Nord globale, ma l’area del mondo in cui l’Aids stava facendo più vittime era di gran lunga l’Africa.

Anni Duemila, l’Africa travolta

Centre de Santé Notre Dame de la Consolata

Alla conferenza, ricorda Vella, si incontrarono migliaia di scienziati, medici, ricercatori, ma anche attivisti, pazienti, politici e un migliaio di giornalisti: il merito dell’evento fu quello di rompere il silenzio – come suggeriva il suo titolo, Breaking the silence – sulle enormi diseguaglian- ze fra il Nord e il Sud globale nell’accesso alla prevenzione, alla diagnosi e alle terapie.

La scelta del Sudafrica come nazione ospitante fu significativa: si trattava, infatti, del Paese più colpito al mondo con 3,6 milioni che avevano l’Hiv su 44 milioni di abitanti. Ci fu un accorato discorso conclusivo di Nelson Mandela, ex presidente del Sudafrica e figura chiave della lotta all’apartheid, che esortò tutti ad agire subito. I politici si mossero, spiega ancora Vella: un anno e mezzo dopo, nacque il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, che ad oggi ha speso 68 miliardi di dollari nella lotta alle tre malattie, 35 miliardi solo per l’Hiv@.

Inoltre, Aids 2000 diede un impulso fondamentale alla salute globale, grazie a un approccio che si fondava non solo del miglioramento della salute ma anche sulla riduzione delle diseguaglianze nell’accesso all’assistenza sanitaria.

Il Pepfar, acronimo per Piano d’emergenza del Presidente degli Stati Uniti per la lotta all’Aids (President’s emergency plan for Aids relief), fu lanciato dal presidente George Bush e dalla moglie Laura nel 2003. Sotto il suo coordinamento, diversi dipartimenti e agenzie governative Usa hanno investito finora oltre 110 miliardi di dollari grazie ai quali – si legge in una scheda@ dello scorso dicembre – 26 milioni di vite sono state salvate e 7,8 milioni di bambini hanno potuto nascere senza contrarre l’Hiv dalla madre. A settembre 2024, i pazienti che, grazie al Pepfar, ricevevano farmaci antiretrovirali – capaci di bloccare l’ingresso nella cellula e la replicazione del virus@ – erano 20,6 milioni, mentre i medici, infermieri e altro personale sanitario, i cui salari erano coperti dal programma presidenziale, erano 342mila.

I primi, difficili passi

«A Ikonda», dice ancora padre Nava, «grazie all’aiuto di alcuni donatori, nel 2004, aprimmo la clinica Hiv che, all’inizio, era tutta sulle nostre spalle. Ricordo che nel 2006 andai Monaco, in Germania, a visitare un’azienda che produceva le prime macchine per la conta dei Cd4», una proteina presente nel tipo di linfociti (globuli bianchi) che innescano la reazione del sistema immunitario alle sostanze estranee, come virus e batteri, e che vengono distrutti dall’Hiv. Contare i Cd4, dunque, dà una misura di quanto il sistema immunitario di un paziente sia «in difficoltà». «Il tecnico venne dalla Germania a Ikonda a installare la macchina e cominciammo così le prime conte dei Cd4.

Solo molto tempo dopo, il Governo sostenne l’installazione di attrezzature diagnostiche, come le macchine per misurare la carica virale, e iniziò anche a fornire farmaci. Nel frattempo, la clinica era giunta da avere quasi seimila persone registrate: ci aiutò molto il dottor Gerold Jäger, un dermatologo esperto di lebbra che aveva per questo una vasta conoscenza della sanità in Africa e che, una volta in pensione, venne con la moglie Elizabeth a lavorare per tre anni a Ikonda. Infine, arrivarono organizzazioni come Usaid», l’agenzia del Governo statunitense per lo sviluppo internazionale, uno degli enti che realizza il Pepfar, «a coprire i costi di una parte del personale della clinica Hiv che, per la quantità di pazienti, era di fatto un ospedale a sé».

«Quando alla prevenzione – racconta ancora padre Sandro -, cominciammo subito con la clinica mobile: andavamo nei villaggi con un generatore che alimentava un televisore, e mostravamo filmati per informare le persone su come evitare di contagiarsi». La provincia dove si trovava Ikonda, montana e senza attività produttive, era la più colpita del Paese: molti uomini migravano in altre regioni per cercare lavoro stagionale nelle piantagioni di tè, caffè o agave, e lì si infettavano; poi rientravano dalle loro mogli e le contagiavano. Le mogli, a loro volta, passavano l’infezione ad altri partner occasionali».

La situazione oggi e i tagli di Trump

Oggi, si legge nel rapporto 2024 di Unaids, dal titolo The urgency of now (L’urgenza di adesso), e nella scheda che mostra le statistiche globali@, le persone affette dall’Hiv sono 39,9 milioni. di cui 30,7 milioni hanno accesso alle terapie, mentre 9 milioni ne restano escluse. I decessi continuano a diminuire: da 2,1 milioni all’anno del 2004 sono scesi stabilmente sotto il milione nel 2014 e oggi sono circa 630mila, mentre le nuove infezioni – che negli anni peggiori, il 1995 e il 1996, erano state 3,3 milioni – sono ora due milioni in meno, una cifra che è comunque ancora tre volte sopra l’obiettivo di 370mila previsto per il 2025 dalla Stategia globale 2021 – 2026@ che mira a porre fine all’Aids entro il 2030.

Dal punto di vista dei farmaci, poi, ci sono stati diversi progressi: ad esempio, a settembre 2024 l’Organizzazione mondiale della sanità definiva «promettenti»@ i risultati nella prevenzione dell’Hiv di un farmaco antiretrovirale, il lenacapavir, che con due iniezioni l’anno impedirebbe al virus di replicarsi. Promettenti erano anche i risultati del lavoro dell’Unità di ricerca sulla terapia genica antivirale dell’Università del Witwatersrand, in Sudafrica, che applicava le tecnologie a mRna – su cui si basano alcuni dei vaccini contro il Covid – alla ricerca di un vaccino per l’Hiv. Lo studio, finanziato da Usaid con 45 milioni di dollari (più o meno il costo di 15 missili Patriot, ndr), è ora bloccato a causa della decisione@ del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di sospendere il lavoro dell’agenzia per valutare un suo eventuale smantellamento e l’attribuzione delle sue funzioni al dipartimento di Stato, l’omologo del nostro ministero degli Affari esteri@.

La ricerca non è il solo ambito che sta risentendo delle scelte di Trump: sul sito di Unaids, lo scorso febbraio, una scheda@ aiutava a farsi un’idea delle conseguenze che il blocco dei fondi produrrebbe in 39 Paesi che rappresentano il 71% di quelli finanziati dal Pepfar: in 35 di essi l’attuazione dei programmi di lotta all’Hiv si è interrotta, altri 14 Paesi riferiscono discontinuità nelle terapie salvavita, in dieci sono sospesi i test Hiv ai neonati esposti al virus e la profilassi preventiva per le giovani donne e le adolescenti. Inoltre, in nove Paesi la prevenzione della trasmissione da madre a figlio (Pmtct, nell’acronimo inglese) non funziona regolarmente, in quattro non è possibile fare i test Hiv a tutte le donne incinte e le neo madri e ci sono difficoltà a procurare e distribuire farmaci per l’Hiv; in due Paesi le scorte di medicinali sono descritte come «pericolosamente scarse».

Centre de Santé Notre Dame de la Consolata

Tagli al personale negli ospedali in Tanzania

«Da quando è arrivata la notizia dei tagli», scrivono gli attuali responsabili del Consolata Ikonda Hospital, i missionari della Consolata Marco Turra e Willam Mkalula, «i pazienti sono preoccupati. A nove persone dello staff è stato interrotto il contratto, e chi è rimasto cerca di rassicurare i pazienti. Con i farmaci e i test possiamo andare avanti qualche mese, ma per ora non ci è stato comunicato nulla sul futuro».

Gli iscritti al servizio della clinica Hiv dell’ospedale di Ikonda a febbraio erano 2.365. «Usaid assicura(va) farmaci, i test rapidi e quelli per misurare la carica virale», spiega padre Marco, «mentre i controlli su fegato e reni li fornisce l’ospedale, così come il cibo supplementare per alcuni pazienti». Lo screening si fa proponendo il test ai pazienti ritenuti più esposti o che hanno patologie compatibili con la sindrome da Hiv. C’è un servizio di counselling prima del test e, in caso di positività, una seconda sessione di counselling precede l’apertura della cartella clinica, cioè la presa in carico del paziente. «A quel punto interviene il medico, che prescrive altri esami e stabilisce la terapia. L’aderenza da parte dei pazienti oggi è molto alta: c’è chi tiene segreta la propria condizione, ma questo non porta all’abbandono».

La situazione non è molto diversa a Makiungu, quasi 800 chilometri più a nord di Ikonda, dove padre Sandro Nava, insieme alla dottoressa Manuela Buzzi, gestisce dal 2020 l’Allamano Makiungu hospital. «Alla clinica Hiv, lavoravano otto persone pagate da due fondazioni – la Elizabeth Glaser pediatric Aids foundation e la Benjamin William Mkapa foundation – finanziate da Usaid. Per tre mesi (da febbraio ad aprile 2025, ndr) le fondazioni non riceveranno soldi dagli Usa, perciò hanno licenziato o messo in aspettativa queste otto persone. Noi ne abbiamo assunte alcune, ma non possiamo farlo con tutte».

Quando padre Sandro arrivò a Makiungu, la clinica Hiv era già in funzione «ma aveva pochi pazienti. Potenziandola, i pazienti sono aumentati». Nel 2024, i test sono stati più di 8.000, 169 i risultati positivi. A ricevere cure e farmaci sono state 763 persone, di cui 33 bambini, mentre il programma di prevenzione della trasmissione da madre a figlio ha seguito 96 bambini.

«Il grosso dei pazienti frequenta la clinica ogni mese», dice ancora padre Sandro, «ma c’è anche chi viene ogni tre mesi o addirittura sei, magari perché vive lontano e il costo di un passaggio in moto per raggiungere l’ospedale è troppo elevato». Secondo i dati riportati dalla scheda Unaids, in Tanzania il 90% dei fondi per la lotta all’Aids viene dal Pepfar.

Kenya, ritirata anche l’ambulanza

«Qui c’è grande confusione», commenta preoccupato fratel Severino Mbae, missionario della Consolata incaricato del Wamba Catholic hospital della Diocesi di Maralal, nel nord del Kenya. «Ci aspettiamo di non poter più assistere oltre la metà dei pazienti che abbiamo in cura, che sono 146». Fratel Severino riferisce che, a causa della sospensione voluta dal governo Usa, si è interrotto il progetto di lotta all’Hiv Tujenge Jamii (dallo swahili: Costruiamo comunità) finanziato da Usaid, che garantiva – oltre ad assistenza tecnica, formazione del personale, sensibilizzazione dei pazienti e parte del materiale informatico – anche il salario di quattro persone: un medico, un responsabile del counselling per il test Hiv, un expert patient, cioè un sieropositivo che offre orientamento ad altri, e un incaricato per i giovani e gli adolescenti. «Wamba era una delle strutture sostenute dal progetto, grazie al quale avevamo anche un’ambulanza con cui fare le campagna contro l’Hiv e la tubercolosi, ma ora è stata ritirata».

Maraldallah e Neisu, farmaci scarsi

Il Centro di salute Notre Dame de la Consolata (Csndc) di Marandallah, nel nord della Costa d’Avorio, lavora da diversi anni con i fondi del Pepfar attraverso il ministero della Sanità e in collaborazione con l’Ong Santé espoir vie – Côte d’Ivoire (Sev-Ci). I pazienti sieropositivi in cura sono 294; nel 2024 sono stati fatti 4.800 test e i positivi sono risultati essere 18: un tasso di prevalenza dello 0,4%. I costi dei farmaci antiretrovirali, forniti dal sistema sanitario nazionale, sono stati finora coperti dal Pepfar, che – come in Tanzania – sostiene il 90% della spesa annuale in questo ambito.

«Lavorare con questi fondi ha diversi vantaggi», spiega padre Wema Duwange, che nel 2022 è succeduto a padre Alexander Likono nella gestione del centro. «Uno è quello di ricevere medicinali e sostegno sociale e psicologico per i pazienti. Inoltre, i fondi Usa garantiscono un salario a migliaia di persone in Africa e la formazione continua per tutti». La decisione di Trump ha avuto un effetto immediato, dice padre Wema: «Le medicine hanno iniziato a scarseggiare: tutto si è fermato in sole due settimane».

Interruzione nell’approvvigionamento dei farmaci si sono verificate anche a Neisu, in Repubblica democratica del Congo. «Ma non possiamo attribuirle con certezza ai tagli decisi dal governo Usa», dice Séraphine Nobikana, dottoressa direttrice dell’ospedale di Neisu. «Le difficoltà a trovare i farmaci sono frequenti nel nostro Paese», che da gennaio scorso ha visto aggravarsi la crisi nella zona orientale, dove i ribelli del M23 e le truppe regolari del Rwanda hanno occupato la città di Goma. Nel 2024 l’ospedale di Neisu ha seguito e curato 173 pazienti sieropositivi. I farmaci, riporta ancora Nobikana, li fornisce il sistema sanitario nazionale. La collaborazione con il governo statunitense viene gestita dal ministero della Sanità e per il biennio 2024/ 2025 avrebbe dovuto poter contare su 229 milioni di dollari@ per il Congo (il costo di due caccia F35, ndr).

Chiara Giovetti




Malawi. Bagnato dal Lago



Dalla dittatura alla democrazia

Breve storia del paese bagnato dal grande lago

Da colonia britannica a paese indipendente. Dal partito unico, con un presidente padrone, al percorso verso la democrazia. Fino alle ultime elezioni, ripetute per brogli.

È una calda domenica pomeriggio di inizio novembre. Da qualche minuto, ci siamo lasciati alle spalle le vie affollate e rumorose di Lilongwe, la capitale del Malawi. Abbiamo imboccato una larga strada dall’asfalto grigio e siamo saliti di qualche decina di metri rispetto al resto della città. Ai due lati della via che percorriamo, giardini dall’erba verde appena tagliata e grandi alberi creano delle isole d’ombra sotto il sole battente.

A un certo punto, a intervalli regolari, iniziano a diramarsi alcune vie secondarie, al fondo delle quali notiamo edifici bianchi, sobri e imponenti. Sono le sedi dei ministeri del governo malawiano. Passiamo accanto al ministero dell’Educazione. Poi a quello della Giustizia. Più avanti, ci sono le indicazioni per la Difesa e gli Affari esteri. E, infine, ecco gli uffici del Presidente, del suo vice e le strutture dove si riuniscono i membri del gabinetto.

Siamo appena saliti sulla Capital Hill, la collina capitale. Poco più in là, c’è la sede del potere legislativo, il Parlamento. Costruito grazie a finanziamenti cinesi, è anch’esso un edificio imponente. Vi si giunge percorrendo un lungo viale fiancheggiato da prati verdi, aiuole e alberi. La struttura bianca a semicerchio si eleva sopra una grande scalinata, e culmina con una cupola centrale.

Vicino al Parlamento si trova un mausoleo. È la tomba di Hastings Kamuzu Banda, presidente dittatore del Paese tra il 1963 e il 1994. Fu lui a fare di Lilongwe la nuova capitale del Malawi nel 1975 (al posto di Zomba). E proprio perché la città fosse pronta ad accogliere i vertici politici del Paese, fin dagli anni Sessanta, Banda aveva avviato la costruzione di Capital City, la città nuova. Ancora oggi cuore della vita politica nazionale, culmina proprio su Capital Hill.

L’ascesa di Banda

Banda fu una figura politica cruciale per il Malawi. Sostenitore delle lotte indipendentiste, divenne un personaggio politico di primo piano con l’approssimarsi della decolonizzazione, un leader a cui affidare i primi passi del nuovo Malawi indipendente. Appena giunto al potere, però, iniziò a mostrare i suoi tratti autoritari, fino a diventare a tutti gli effetti un dittatore.

Nato durante il periodo coloniale britannico (1891-1964), Banda lasciò il suo Paese in giovane età per lavorare nella vicina Rhodesia del Sud (l’attuale Zimbabwe). Si spostò poi in Sudafrica e, infine, negli Stati Uniti, dove conseguì una laurea in medicina.

Iniziò a essere direttamente coinvolto nelle vicende politiche del suo Paese solo alla fine degli anni Quaranta, quando un gruppo di coloni bianchi propose di creare una federazione che riunisse alcuni dei territori controllati dai britannici nell’area. Nel 1953, nonostante l’opposizione della popolazione africana e dei suoi leader, Rhodesia del Nord (l’odierno Zambia), Rhodesia del Sud e Nyasaland (il Malawi, da «nyasa», «lago» in chiyao) furono uniti nella Federazione della Rhodesia e del Nyasaland.

A quel punto, sotto le crescenti pressioni dei nazionalisti malawiani, Banda decise di rientrare nel suo Paese. Fu immediatamente posto alla guida del Nyasaland african congress (Nac), movimento nazionalista nato nel 1944. Ben presto, Banda iniziò a viaggiare per tutto il Malawi. I suoi discorsi contro quella che definiva la «stupid federation» (letteralmente, la «federazione stupida») infuocavano gli animi e stimolavano i sentimenti indipendentisti. Tanto che, nel marzo 1959, il governo coloniale lo incarcerò per un anno e dichiarò lo stato di emergenza.

Ma nell’agosto 1961, Banda si riprese la scena politica. Il suo movimento – denominato Malawi congress party (Mcp) – vinse le elezioni, ottenendo la maggioranza nel Consiglio legislativo. Due anni dopo, Banda divenne Primo ministro di un Paese che si stava avvicinando all’indipendenza.

Il Malawi, un «kwacha»

Il Nyasaland divenne indipendente il 6 luglio 1964 con il nome di Malawi. Pochi mesi prima, si era sciolta la Federazione della Rhodesia e del Nyasaland. Per Banda fu una vittoria politica di rilievo. Egli infatti sosteneva che, all’interno della Federazione, il Malawi fosse costantemente relegato in disparte, perché considerato l’«ultima ruota del carro», più povero e arretrato rispetto agli altri due Stati con i quali era federato.

Per Banda, invece, il Malawi era paragonabile a un «kwacha» («sole nascente» in chichewa, la lingua ufficiale del Paese insieme all’inglese). E, solo una volta liberatosi dall’ombra degli ingombranti vicini, sarebbe sorto, come un sole, consolidandosi sul piano politico, sociale ed economico.

Quattro erano i principi che, secondo Banda, avrebbero guidato il Paese in questo percorso: unità, disciplina, obbedienza e fedeltà. Ma se durante il suo governo si registrò qualche progresso in ambiti come istruzione e salute, molti altri furono i passi indietro sul piano della libertà di espressione, dei diritti umani e della democrazia.

Già nell’agosto 1964, Banda affrontò il malcontento di molti dei suoi ministri, irritati dalla sua attitudine autocratica e dalla tendenza a non consultarli prima di prendere delle decisioni. Anche l’orientamento del dittatore in politica estera era causa di tensioni: il Malawi fu uno dei pochi Paesi africani a mantenere relazioni diplomatiche con il Sudafrica dell’apartheid e con i coloni portoghesi in Mozambico. D’altronde, Banda divenne ben presto un fidato alleato degli Stati Uniti in un’area calda per le logiche della Guerra fredda. Dunque, tre ministri furono cacciati il 7 settembre. Altrettanti si dimisero nei giorni successivi. La maggior parte lasciò rapidamente il Malawi, temendo per la propria vita.

Il partito unico

Dal 1966, il Malawi divenne uno Stato a partito unico con l’Mcp unico movimento legale. Qualsiasi voce di dissenso era rapidamente incarcerata o messa a tacere per sempre. Nel 1970, Banda divenne il presidente a vita dell’Mcp e, un anno dopo, fu nominato capo di Stato a vita del Malawi. L’ala paramilitare del suo partito, gli Young pioneers, contribuì a creare un clima di terrore che persistette fino ai primi anni Novanta.

Fu instaurato un profondo culto della personalità del dittatore. Ogni edificio doveva esporre una fotografia di Banda sul muro e nessun’altra immagine poteva essere più grande della sua. Prima di una qualsiasi proiezione cinematografica, veniva trasmesso un video del presidente che salutava la popolazione. Poi iniziava il film, che doveva aver superato l’ispezione preventiva dell’organo di censura. Accadeva che alcune scene venissero rimosse perché politicamente inaccettabili. Ma era anche possibile che venissero eliminate alcune pagine da riviste come «Newsweek» e «Time». C’erano solo una stazione radio, un quotidiano e un settimanale. Tutti attentamente controllati dal governo e utilizzati per la sua propaganda.

Fu introdotto un rigido codice di abbigliamento per le donne, che non potevano indossare pantaloni o vestiti al di sopra del ginocchio. Mentre agli uomini era vietato lasciarsi crescere i capelli oltre il mento. Se uno straniero non rispettava questo requisito, la sua chioma era immediatamente tagliata, prima di uscire dall’aeroporto.

Ogni fede religiosa era attentamente controllata perché non costituisse una minaccia al culto della personalità del dittatore. Le Chiese dovevano essere approvate dal governo. Alcuni movimenti, come i Testimoni di Geova, furono duramente perseguitati e dovettero abbandonare il Paese.

Venti di democrazia

Nei primi anni Novanta, in tutto il Malawi iniziarono a crescere le voci di dissenso contro le politiche autoritarie di Banda. Sul piano internazionale, con la fine della Guerra fredda, l’Occidente cominciò a spingere affinché molti Paesi del Sud globale – fino a quel momento governati da regimi autoritari allineati con l’una o l’altra parte – avviassero una transizione democratica.

Dunque, sotto pressioni domestiche e internazionali, nel 1993, Banda legalizzò gli altri partiti politici. Le prime elezioni multipartitiche si tennero l’anno successivo e furono vinte dall’United democratic front (Udf). Il suo leader, Bakili Muluzi, formò un governo di coalizione con l’Alliance for democracy e divenne il primo presidente eletto democraticamente nel Paese dopo trent’anni. Cinque anni più tardi, Muluzi fu riconfermato.

L’Udf rimase primo partito anche nel 2004, seppure senza la maggioranza assoluta in Parlamento. Il suo candidato, Bingu wa Mutharika, fu quindi sostenuto da un governo comprendente diversi movimenti che fino a quel momento avevano fatto parte dell’opposizione. Riconfermato, in quanto candidato del Democratic progressive party (Dpp), Mutharika morì di infarto nel 2012. Il suo posto fu preso dalla vicepresidente ed esponente del People’s party Joyce Banda (senza legami di parentela con l’ex dittatore) che però uscì sconfitta dalle elezioni del 2014. A imporsi fu Peter Mutharika, fratello di Bingu e nuovo leader del Dpp.

La tornata del 2019, invece, fu duramente contestata. Inizialmente, la vittoria fu attribuita a Mutharika, anche se di poco. A febbraio 2020, però, la Corte costituzionale annullò il voto, denunciando irregolarità e frodi. Due mesi dopo, la sentenza fu confermata anche dalla Corte suprema che indisse nuove elezioni per il 2 luglio. Era la prima volta che un risultato elettorale veniva messo in discussione. E poi ribaltato, dato che a vincere fu un candidato dell’opposizione, Lazarus Chakwera,  esponente dell’Mcp e attuale presidente del Paese.

Aurora Guainazzi


Religioni che convivono

Protestanti, cattolici e musulmani

Il paesaggio scorre veloce fuori dal finestrino mentre ci dirigiamo verso sud. Superiamo una moschea e suor Ornella, madre superiora della missione sacramentina di Mtande (alla periferia di Lilongwe), commenta: «In passato, in questa zona, c’erano solo i musulmani. I cristiani sono arrivati da poco».

Stiamo attraversando il distretto di Mangochi, l’area del Paese dove, ancora oggi, c’è la maggiore presenza di seguaci dell’islam (il 73% della popolazione). Portata dai mercanti arabi intorno al XV-XVI secolo, la religione musulmana si è poi diffusa tra gli Yao, il maggiore gruppo etnico sulle sponde meridionali del lago Malawi. Gli Yao erano abili commercianti: scambiavano con i mercanti arabi della costa, ma anche con i portoghesi in Mozambico. A loro vendevano avorio e schiavi. «Proprio per sfuggire alla schiavitù – dice suor Ornella – molti abitanti del luogo si convertirono all’islam. La maggioranza dei mercanti, infatti, era musulmana e tendeva a non schiavizzare membri della stessa fede».

I primi missionari cristiani arrivarono alla fine dell’Ottocento, sulla scia delle esplorazioni di David Livingstone. Nel 1875, a Cape Maclear, sulla punta di una piccola penisola sul lago, nacque la prima missione che, però, in sei anni riuscì a convertire un solo musulmano. Anche negli anni successivi, in quest’area il cristianesimo faticò a diffondersi, mentre diventava la religione predominante nel resto del Paese. «La fede cristiana qui ha preso piede solo recentemente, anche grazie all’attivismo degli ultimi vescovi», dice suor Ornella.

Oggi, il pluralismo religioso è un valore cardine del Malawi. La Costituzione definisce il Paese come uno Stato laico, dove è proibita qualsiasi discriminazione su base religiosa e tutti sono liberi di professare il proprio culto. A garanzia di ciò si pongono soprattutto le istituzioni giudiziarie. Recentemente, ad esempio, una sentenza della Corte suprema ha imposto al ministero dell’Educazione di far sì che i bambini della comunità rastafariana possano frequentare la scuola senza dover tagliare i dreadlock, simbolo del movimento religioso. Il mondo musulmano invece sta attendendo che venga riconosciuto, alle bambine che lo desiderano, il diritto a indossare l’hijab negli istituti scolastici. È proprio per questa attenzione alla libertà di culto che Freedom house (un’organizzazione che studia democrazia e diritti umani nel mondo) ha attribuito al Malawi il massimo del punteggio nell’indice sulla libertà religiosa.

La tolleranza d’altronde è sempre più un valore intrinseco alla società locale. Lo testimonia anche un’indagine dell’agosto 2021 di Afrobarometer (una rete panafricana che svolge studi statistici sul continente). A oltre il 62% degli intervistati «piace molto» avere dei vicini appartenenti a un’altra fede, mentre un altro 16% ha dichiarato che gli «piace alquanto». Solo il 10% ha risposto negativamente.

Anche suor Leonia, madre superiora della missione delle Suore sacramentine a Monkey Bay, conferma: «Nella nostra zona (il distretto di Mangochi, ndr), ci sono tante fedi, ma di solito le persone convivono senza problemi. Abbiamo tanti protestanti, dei presbiteriani e qualche anglicano. Poi ci sono i cattolici. E ovviamente i musulmani».

In tutto il Paese, oggi, secondo il World religion database (un database sulla distribuzione delle religioni nel mondo), il cristianesimo è professato dall’80% della popolazione – con un’ampia fetta di protestanti (38%) e cattolici (33%) – mentre i musulmani sono il 14%. Ci sono poi piccole percentuali di rastafariani, indù, ebrei e sikh.

A.G.

Lo spettro della carestia

La siccità ha portato i prezzi degli alimenti alle stelle

La produzione agricola per l’esportazione resta un pilastro dell’economia. Con conseguente forte dipendenza dai mercati esteri e dal meteo. Come accaduto per la grande siccità del 2024.  Mentre il 90% della gente vive di agricoltura di sussistenza.

«Quello è tabacco», dice suor Leonia indicando – quasi imbarazzata – le coltivazioni di fronte a noi. «Non volevo coltivarlo – prosegue la religiosa sacramentina -, ma mi hanno convinta a farlo perché, se le piante crescono bene, poi il raccolto di solito è redditizio».

Produrre tabacco non è semplice e richiede molto lavoro manuale. Prima, viene seminato in grandi orti, dove gli agricoltori se ne prendono cura quotidianamente. «Vedi – suor Leonia indica dei lavoratori assiepati attorno a un punto del terreno – stanno bagnando le piantine. Lo fanno tutti i giorni». Poi, «verso fine novembre, con l’arrivo delle prime piogge, le spostano nei campi dove hanno maggiore spazio per crescere e irrobustirsi». Con la cimatura – l’eliminazione della testa di fiore – e la rimozione dei germogli secondari, viene facilitata la crescita di foglie forti, e si ottiene un tabacco di migliore qualità. È un lavoro lungo e minuzioso che si protrae fino al momento del raccolto, intorno al mese di febbraio.

Suor Leonia volge lo sguardo verso una struttura di legno che corre lungo un lato del campo e aggiunge: «Una volta raccolte, le piante sono disposte su quei bastoni e lasciate essiccare all’aria aperta». Generalmente per un paio di mesi, in attesa che inizino le procedure di vendita, tra marzo e aprile.

Il settore agricolo

Suor Leonia non ha deciso di coltivare il tabacco per caso. Il Malawi è il sesto esportatore mondiale di questa commodity, il secondo in Africa dopo lo Zimbabwe. Con guadagni pari a 435 milioni di dollari nel 2022, il tabacco – la cui esportazione è iniziata nel 1893 – è stabilmente il primo prodotto commerciato dal Paese, seguito da altre materie prime agricole come tè, arachidi e legumi secchi.

D’altra parte, il settore primario contribuisce al 30% del Pil e impiega oltre l’80% della forza lavoro. La produzione di commodities, introdotte in epoca coloniale, continua a essere ancora oggi un pilastro dell’economia nazionale. Sia che vengano coltivate nelle grandi piantagioni, sia che siano frutto del lavoro dei piccoli agricoltori. Infatti, se dalle prime deriva il 30% della produzione agricola del Paese, i secondi sono responsabili del restante 70%.

Ma – come in tanti altri Stati africani dipendenti dall’esportazione di materie prime – anche il Malawi spesso si trova in balìa delle fluttuazioni dei prezzi sul mercato internazionale e dei cicli di espansione e contrazione della domanda e dell’offerta. Allo stesso modo è sovente alla mercé di disastri naturali che possono causare la perdita della quasi totalità del raccolto. Ne sono un esempio le inondazioni del 2002, che devastarono il settore agricolo e spinsero il presidente a dichiarare lo stato di emergenza nazionale a causa della carestia.

Anno critico

Quello che è successo nel 2024 non è stato tanto diverso. «Quest’anno, la pioggia è finita troppo presto, a febbraio», racconta suor Leonia, mentre camminiamo per i suoi terreni. Volge lo sguardo tutt’intorno e continua: «Così abbiamo perso tutto il raccolto di grano. Se avessimo avuto dell’acqua di riserva, avremmo potuto bagnarlo. Ma non l’avevamo».

Dopo tre anni di precipitazioni troppo abbondanti dovute ai cicloni tropicali Ana, Gombe e Freddy, il Malawi ha iniziato a fare i conti con le conseguenze di El Niño. Un fenomeno climatico che tendenzialmente avviene ogni cinque anni e provoca il riscaldamento dell’acqua superficiale dell’Oceano Pacifico centrale. Quando si verifica, El Niño ha un impatto in tutto il mondo, ma soprattutto causa violente precipitazioni in America centro meridionale, uragani nel sud del Pacifico e prolungati periodi di siccità in Africa subsahariana.

Così tra marzo e aprile 2024, gli agricoltori malawiani – stima il governo – hanno raccolto il 45% in meno di mais rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Si è quasi dimezzata la disponibilità di un cereale essenziale per la dieta locale, coltivato da nove famiglie su dieci. Sono proprio queste famiglie che vivono di agricoltura di sussistenza – oltre ai piccoli proprietari terrieri – ad aver risentito maggiormente della siccità a causa della mancanza di riserve idriche e impianti di irrigazione.

Persi grano e mais, anche il raccolto di riso è stato molto magro. «Appena ho capito che quest’anno non saremmo riusciti a raccogliere il grano, ho detto “vado vicino al lago a preparare il campo per il riso”», racconta suor Leonia. «Ma ci sono state delle alluvioni in Tanzania e il fiume Ruhuhu (immissario tanzaniano nel lago Malawi, ndr) ha portato tanta acqua nel lago che si è “gonfiato”, inondando le risaie». Proprio nel momento del raccolto che, così, è diventato impossibile.

Rischio carestia

In Malawi, il 90% della popolazione vive di agricoltura di sussistenza, coltivando mais, riso e legumi. Ma fino a marzo 2025 non ci saranno nuovi raccolti. Non a caso, l’Integrated food security phase classification (Ipc, uno strumento utilizzato a livello internazionale per identificare i livelli di insicurezza alimentare) ha stimato che, tra marzo e ottobre 2024, circa 4,2 milioni di persone (su una popolazione di 21 milioni) si trovavano in condizione di insicurezza alimentare acuta. Cioè erano incapaci di produrre autonomamente il cibo necessario per la sopravvivenza quotidiana. Tra ottobre 2024 e marzo 2025, il numero crescerà a 5,7 milioni.

D’altra parte, già a ottobre, suor Leonia parlava apertamente di carestia: «Tanti nelle campagne non hanno più niente da mangiare e hanno iniziato a rubare i manghi sugli alberi». Le scorte di grano – accumulate nei silos fuori dalla capitale – sono finite da tempo. «Una buona parte – dice suor Ornella – è stata venduta all’estero dal governo per ottenere la liquidità necessaria per rispettare le scadenze sul debito». Debito estero che attualmente ammonta a circa  3,39 miliardi di dollari.

Prezzi alle stelle

Quel poco di grano presente nel Paese costa moltissimo. La farina per il pane è introvabile. Al mercato ci sono solo pomodori, verze, manghi e banane.

È proprio la mancanza di generi alimentari di prima necessità la principale causa della crescita costante dell’inflazione, arrivata a toccare il 34% negli ultimi mesi del 2024.

E se i prezzi dei beni di base – soprattutto alimentari – continuano ad aumentare, lo stesso non si può dire dei salari. Con una paga giornaliera di 4mila kwacha (2 euro), la maggior parte dei malawiani, a fine giornata, non ha il denaro sufficiente per assicurare un pasto alla propria famiglia. Basti pensare che una piccola anguria al mercato costa 5mila kwacha (2,50 euro). Uguale è il prezzo di cinque limoni o di un casco di banane. Per non parlare del costo dei legumi o, ancor peggio, della carne e del pesce.

Ma anche il prezzo dei fertilizzanti è più che triplicato. «Fino all’anno scorso, un sacco da dieci chili costava 30mila kwacha (circa 15 euro). Ora è salito a 90mila (45 euro), ma può raggiungere tranquillamente anche i 120mila (60 euro)», spiega suor Leonia. Se si considera che «per un ettaro di terreno, di solito, utilizziamo quattro sacchi di fertilizzante», diventa subito evidente che i costi sono cospicui. Cifre, che per la maggior parte degli agricoltori locali, sono insostenibili già in una situazione di normalità. Figuriamoci l’anno dopo aver perso quasi la totalità del raccolto.

Aurora Guainazzi


Bambini a rischio: è emergenza

Visita a un centro per la lotta alla malnutrizione

È lunedì mattina quando entriamo nel piccolo centro per la lotta alla malnutrizione alla periferia di Monkey Bay. I suoi locali sono gremiti di mamme e bambini di ogni età. «Lunedì e martedì sono i giorni più affollati», ci spiega Patience, la responsabile dei magazzini e della pulizia della struttura. «C’è appena stato il weekend e il lavoro di due giorni si è accumulato. Poi domani (il 15 ottobre, ndr) siamo chiusi perché è la Festa della Mamma. Quindi in realtà tutta questa settimana sarà impegnativa». Mentre parliamo, ci avviciniamo a una giovane mamma, il cui bambino di pochi mesi dorme avvolto in un telo sulla sua schiena. Lo tengono monitorato perché a rischio malnutrizione. Azioni di questo genere sono la quotidianità nel piccolo centro ormai diventato un punto di riferimento per i villaggi del circondario. A maggior ragione negli ultimi mesi, quando la fame ha iniziato a diffondersi sempre di più.

Nel distretto di Mangochi, già a ottobre 2024, secondo l’Ipc, il 35% della popolazione si trovava in una condizione di «crisi» alimentare. Essendo in grande difficoltà nell’assicurarsi la quantità minima di cibo necessaria per la sopravvivenza quotidiana, si collocava al terzo livello (su cinque) del sistema di allerta utilizzato internazionalmente per identificare le situazioni di insicurezza alimentare. A marzo 2025, il 5% degli abitanti passerà alla fase successiva, quella di «emergenza», una condizione in cui la mancanza di cibo è talmente marcata da causare un elevato rischio di mortalità e consistenti livelli di malnutrizione.

Tra i più a rischio, ci sono i bambini. Soprattutto se vivono nelle aree rurali e non hanno la possibilità di raggiungere i villaggi più grandi, dove si trovano le strutture per la lotta alla malnutrizione. Perciò, in tutto il Paese, si sta diffondendo sempre di più la pratica di realizzare degli screening nei villaggi più isolati, così da identificare ed eventualmente prendere in carico le situazioni più gravi.

È con questo obiettivo che una mattina ci rechiamo nel villaggio di Matwi. Per raggiungerlo, abbandoniamo presto la strada asfaltata e percorriamo qualche chilometro di sterrato, tra buche e tanta polvere. Siamo circondati dai campi e ogni tanto ci imbattiamo in qualche casa isolata. Quando arriviamo al villaggio, mamme e bambini sono già radunati sotto il portico del piccolo asilo comunitario. Osservano attentamente il personale medico mentre scarica il materiale dal fuoristrada e prepara le postazioni per la misurazione del peso, dell’altezza e della circonferenza del braccio. Prima di iniziare, Diana, un’infermiera, spiega in chichewa il motivo dello screening e l’importanza di realizzarlo. Poi, invita le mamme a recarsi con i loro bambini verso la bilancia, appesa, poco più in là, a una trave del soffitto. Uno alla volta, i teli colorati che avvolgono i piccoli vengono appesi e il loro peso annotato. Pian piano, inizia a formarsi una piccola folla anche intorno ai punti adibiti alla misurazione dell’altezza e della circonferenza del braccio. Infine, bambino per bambino, i dati raccolti vengono incrociati, identificando eventuali situazioni critiche. Il sollievo sul volto di molte madri, quando viene comunicato loro che per il momento non ci sono problematiche, è evidente. D’altronde, a Matwi, i generi alimentari scarseggiano ormai da mesi e non è facile assicurare anche solo un pasto al giorno ai propri figli.

L’Unicef (l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia), già a maggio 2024 – quando era chiaro che il Malawi si preparava ad affrontare mesi duri – aveva avvertito che più di mezzo milione di bambini sotto i cinque anni era a rischio malnutrizione acuta. Mentre 3,3 milioni avrebbero avuto bisogno di assistenza alimentare di base.

A.G.


Missione scuola

Ricerca di un’istruzione di qualità

L’educazione è la loro vocazione. Le Suore sacramentine hanno cinque missioni nel Paese. Qui l’istruzione è limitata e i tassi di abbandono scolastico sono elevati. E le bambine sono le più penalizzate.

È un caldo e assolato sabato pomeriggio quando accompagniamo suor Teresa nella scuola primaria della missione di Monkey Bay. Ne è la direttrice e ce la mostra con orgoglio. Superiamo il grande cancello di ferro battuto che separa la missione dagli edifici scolastici. Alla nostra sinistra sorge un piccolo altare in ricordo di Geltrude Comensoli, la fondatrice delle Suore sacramentine. Alla nostra destra c’è la scuola. È composta da tre edifici lunghi e bassi, paralleli gli uni agli altri, dove trovano spazio le classi, gli uffici del personale, la direzione, alcuni laboratori e una biblioteca.

Entriamo nell’ufficio di suor Teresa. Sulla scrivania c’è un computer, circondato da libri e fogli. «È periodo di esami» dice, mentre cerca qualcosa in una pila. Ci porge un pezzo di carta e continua: «Questa, ad esempio, è la prova di inglese». Si guarda attorno, adocchia un altro plico in fondo alla stanza e ne pesca un altro foglio. «Questo invece è l’esame di chichewa». Fissiamo la pagina senza capire nulla, ma affascinati dal vedere per iscritto la lingua che da qualche settimana sentiamo continuamente intorno a noi. Suor Teresa, nel frattempo, ha recuperato altre prove: rapidamente, ci passa gli esami di matematica, arti espressive, scienze e life skills.

Queste ultime suscitano la nostra curiosità. Ma quando domandiamo cosa siano, suor Teresa resta quasi stupita. Guardiamo insieme gli esami e nel frattempo ci spiega: «Le life skills sono competenze trasversali che guardano allo sviluppo dei bambini in ogni ambito della vita. Ad esempio, insegniamo loro strategie per rafforzare l’autostima, li spingiamo a prendere autonomamente delle decisioni o a risolvere i problemi. Affrontiamo anche temi come lo sviluppo delle relazioni sociali e i rapporti di genere». L’obiettivo è che bambini e ragazzi siano in grado di interagire correttamente e attivamente con chi li circonda.

Usciamo dall’ufficio e continuiamo il nostro giro. Entriamo nelle classi. Sono sobrie, ma funzionali. Dietro alla cattedra c’è una grande lavagna nera, mentre i banchi di fronte sono disposti in modo ordinato. Arriviamo all’ultimo edificio. «Qui ci sono i laboratori», spiega suor Teresa. Apre la porta di una stanza piena di cartelloni e oggetti di ogni genere: «Questo, ad esempio, è quello di scienze». Poco oltre c’è il laboratorio di informatica: uno spazio spoglio con un vecchio computer addossato alla parete. «Abbiamo solo quello – dice – ma è già qualcosa».

Vocazione istruzione

Le Suore sacramentine (nate a fine Ottocento a Bergamo) operano in Malawi dagli anni Settanta. In questo piccolo Paese, hanno creato cinque missioni (a Balaka, Lilongwe, Monkey Bay, Namwera e Ntcheu), ognuna con le proprie peculiarità. Ma con un tratto comune: l’istruzione è diventata fin da subito la loro vocazione. In particolare, le suore pongono un’attenzione particolare alle ragazze, spesso più svantaggiate rispetto ai loro coetanei maschi nell’accesso alla scuola. Infatti, se il tasso di istruzione femminile, rilevato dalla Banca mondiale nel 2022, era pari al 65%, quello maschile era superiore di sei punti percentuali.

Da qui la decisione di alcune missioni – Monkey Bay nel caso della scuola primaria, Namwera per la secondaria – di concentrarsi esclusivamente su bambine e ragazze. Il motivo ce lo spiega bene suor Leonia durante una delle nostre conversazioni: «Educare la donna in questa zona (Monkey Bay, ndr) è molto importante, perché, se lo fai, vedi già una mentalità diversa. Adesso non ci sono tante donne che hanno studiato. Perciò, vogliamo dare loro questa possibilità, anche solo perché possano organizzare le loro case come si deve». Le piacerebbe avere delle classi miste: «Sarebbe normale. Ma non possiamo fare tutto, perciò abbiamo dovuto fare una scelta».

Far funzionare una scuola delle dimensioni di quella di Monkey Bay è complesso. «Abbiamo circa 700 bambine, suddivise negli otto anni previsti dal ciclo di istruzione primaria», dice suor Teresa. «Di queste bambine – racconta invece suor Leonia – 250 si fermano a mangiare e dormire qui».

Attorno a un cortile di terra battuta, poco oltre il convento, sorgono un refettorio, le cucine e i dormitori. Le stanze sono essenziali, ma funzionali, con letti a castello e cassapanche dove le allieve possono riporre i propri effetti personali. In fondo a ogni edificio, ci sono i bagni. E cosa non scontata: acqua corrente ed elettricità sono presenti in tutte le strutture.

«Non possiamo offrire tutto questo completamente gratis, perché sennò non riusciremmo a organizzare la scuola, pagare i maestri e comprare il materiale», sottolinea suor Leonia. Per questo si chiede una retta, tentando comunque di renderla il più accessibile possibile. «Vorrei che più bambine della zona venissero a scuola. Perciò, invece di aumentare le fees (la retta, ndr), sto pensando di far sì che possano pagare di meno, sostituendo il denaro con qualcosa di materiale». Tra l’altro, già «abbiamo dei gruppi di orfane che non pagano niente. Oppure ci sono quelle che hanno solo la mamma e non il papà. In quei casi valutiamo di volta in volta».

Trovare un equilibrio non è facile. Ma suor Leonia ci tiene ad assicurare un’istruzione di qualità perché «in molti istituti, finita la giornata, i bambini se ne vanno, ma hanno appreso poco. Poco più avanti, ad esempio, c’è una scuola dove nelle classi sono in 400. Così non si impara nulla». Quello di cui parla suor Leonia non è un caso isolato: il sovraffollamento delle aule è un problema diffuso in Malawi. Soprattutto nelle scuole pubbliche dove, in media, un docente si trova a gestire 130 studenti. Ad alimentare questa situazione è la cronica mancanza di insegnanti: la retribuzione molto bassa (spesso sui 120mila kwacha al mese, circa 60 euro), a fronte di un impegno considerevole nella gestione delle classi, scoraggia molti dall’intraprendere questo mestiere.

Scarsità di scuole

Anche a Namwera, sulle montagne al confine orientale con il Mozambico, molte delle ragazze che frequentano la scuola secondaria si fermano a dormire e mangiare nelle strutture della missione. «Abbiamo 262 ragazze che vivono qui», racconta suor Ornella, la responsabile della scuola. Indica una serie di edifici che servono da dormitori. «Siamo una delle poche scuole superiori della zona e siamo riconosciuti per la qualità dell’istruzione che offriamo», sottolinea con orgoglio.

«In Malawi, l’educazione secondaria è poco diffusa», ci ha anticipato suor Ornella, madre superiora della missione di Mtande, mentre qualche ora prima percorrevamo una serie di tornanti su per la montagna. «In tutto il Paese le scuole superiori sono poche, e quelle che ci sono generalmente costano molto, anche se pubbliche. Quindi, non sono tanti quelli che se le possono permettere. I più poveri riescono ad accedervi solo se sono ritenuti meritevoli di una borsa di studio governativa».

In effetti, dati alla mano, è evidente che in Malawi l’istruzione – sia primaria che secondaria – è ancora limitata, con tassi di abbandono scolastico elevati. L’ultimo rapporto dell’Unicef, ad esempio, evidenzia che nel 2023 solo il 33% dei bambini e delle bambine aveva completato il primo ciclo di istruzione. Mentre quelli che avevano proseguito con la secondaria erano ancora meno, il 12%.

Al crescere dell’età dei ragazzi, poi, la forbice tra maschi e femmine si allarga sempre di più. Infatti, se dopo un anno di primaria, il numero di bambini e bambine che lascia la scuola è pressoché simile (il 4%), nel corso della secondaria le percentuali sono ben diverse. Le ultime statistiche del ministero dell’Educazione, relative all’anno scolastico 2023/2024, mostrano che, durante i quattro anni di superiori, il 60% di coloro che hanno abbandonato in anticipo gli studi erano ragazze. Perlopiù a causa di responsabilità familiari, tasse troppo elevate, matrimoni e gravidanze precoci. Queste due ultime condizioni, in particolare, hanno un’incidenza elevata: il 50% delle ragazze si sposa a meno di 18 anni, mentre il 29% ha già avuto almeno un figlio prima della maggiore età.

Insegnamento di qualità

Dunque, in Malawi, combattere l’abbandono scolastico e garantire un’istruzione di qualità sono delle priorità. Per farlo, le Suore sacramentine accolgono allievi fin dai primi anni di età. Dice suor Teresa: «Iniziare dall’asilo e assicurare una continuità educativa con la primaria e la secondaria è fondamentale perché i bambini ricevano una buona istruzione».

«Siamo state noi a portare l’asilo vero e proprio in Malawi», racconta invece suor Ornella. «Prima non esisteva. C’erano dei luoghi dove i bambini si riunivano qualche ora al giorno senza che però seguissero un reale percorso educativo. La scuola iniziava a sei anni con la primaria. Dopo che noi abbiamo aperto l’asilo a Ntcheu, anche nel resto del Paese hanno iniziato a nascere delle vere scuole materne». Oggi, tutte le missioni hanno un asilo che accoglie sia maschi che femmine e cerca di creare le premesse affinché ricevano un’istruzione di qualità.

Il lavoro delle Suore sacramentine è iniziato qualche decennio fa, ma sta pagando. La scuola primaria di Monkey Bay è tra le dieci migliori del Paese. La secondaria di Namwera è una delle poche del circondario a fornire un’istruzione di qualità. A Ntcheu, l’asilo continua a essere un esempio per tutto il Malawi.

Aurora Guainazzi


Il Malawi in cifre

  • Superficie: 118.480 km2 (0,4 volte l’Italia)
  • Popolazione: 21 milioni (2023)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 172/191 (2024)
  • Pil: 13 miliardi di dollari (2023)
  • Pil procapite annuo [PPP$]: 1.800 (2023)
  • Crescita annua del Pil: +1,9% (2023)
  • Settore agricolo in % sul Pil: 30%
  • Popolazione al di sotto della soglia di povertà (2,15 dollari US al giorno): 70%
  • Tasso di alfabetizzazione: 65% (donne), 71% (uomini)
  • Accesso alla rete elettrica: 14%.

PPP$: dollari in parità di potere d’acquisto, tiene conto dei livelli dei prezzi nel Paese.


Idee e progetti in quantità

La missione di Monkey Bay

Per raggiungere Monkey Bay da Lilongwe impieghiamo cinque ore. La strada è asfaltata, ma le buche sono numerose e di grandi dimensioni. Guidare è uno slalom continuo. Quando poi cala il buio, procediamo solo alla luce dei nostri fari. A un certo punto, l’autista si ferma e scende a controllare le gomme: senza illuminazione è ancora più difficile scorgere ed evitare gli avvallamenti del terreno. Fortunatamente, non abbiamo riportato danni. Ripartiamo e dopo un’oretta arriviamo alla periferia di Monkey Bay. I fari dell’auto illuminano un cartello che indica la missione delle Suore sacramentine. Lo seguiamo e, superato il cancello, l’autista si ferma nel cortile. Davanti a noi sorge il convento. La struttura è abbastanza piccola, in confronto agli edifici di altre missioni. Ma al suo interno si nasconde una realtà estremamente dinamica, ricca di idee e progetti che spaziano dall’educazione, alla sicurezza alimentare, passando per il miglioramento delle condizioni di vita della comunità circostante.

Assicurare pasti adeguati alle bambine che frequentano la scuola e vivono nella missione non è sempre agevole, soprattutto ora che i prezzi sono cresciuti. «Abbiamo dei campi non lontano da qui – dice suor Leonia – se riusciamo a coltivarli bene, possiamo produrre grano, verdure e tante altre cose per le bambine senza doverli comprare». Ma non è facile. Un po’ per i costi di semi e fertilizzanti. Un po’ perché, mancando mezzi meccanici, «per preparare dieci ettari con la zappa ci abbiamo messo quattro mesi. Uno spreco di tempo, energia e soldi». Proprio per questo, suor Leonia sta cercando un trattore che renda più economico, rapido ed efficiente il lavoro e che le permetta anche di aiutare gli altri. Infatti immagina di metterlo a disposizione della comunità: «Ognuno potrebbe inserire la propria benzina e usarlo. Vorrei dare anche ai miei vicini la possibilità di produrre autonomamente una quantità sufficiente di cibo». Mentre per non correre, un’altra volta, il rischio di perdere il raccolto a causa della siccità, non appena avrà trovato dei finanziamenti, ha già pianificato di costruire un pozzo. Indica un bastone piantato nel terreno a poca distanza dai campi arati: lì è stata trovata l’acqua.

Suor Leonia vuole raggiungere l’autosufficienza alimentare il prima possibile perché le idee non le mancano ed è impaziente di realizzarle, una dopo l’altra. Prima di tutto, la scuola secondaria «aperta sia a ragazze che a ragazzi per dare a tutti la possibilità di ricevere un’educazione come si deve». Il terreno su cui costruirla è già stato trovato, ma è ancora da comprare: «Mi hanno chiesto 30 milioni di kwacha (15mila euro, ndr). Non li ho e spero che qualcuno mi possa aiutare a raccoglierli». Nel frattempo, sa già che «dopo la secondaria, ci sarà da pensare ai vocational training, ovvero corsi di formazione professionale, per insegnare specifici lavori. Non tutti vanno all’università e bisogna permettere a chi vuole fare qualcosa di più pratico di impararlo». Immagina qualche classe dove insegnare a cucire o a fare il muratore: «Sarebbe una cosa molto importante per chi dice che non ce la fa ad andare avanti con la scuola. Adesso, tanti non hanno un vero lavoro perché non hanno imparato nulla. Se facessimo questi corsi invece tutti saprebbero fare qualcosa».

A.G.

Ha firmato il dossier:

Aurora Guainazzi

Si occupa di Africa subsahariana sia nell’ambito della cooperazione internazionale che dell’informazione. La sua attenzione si rivolge in particolare alle dinamiche economiche, sociali e politiche della regione africana dei Grandi Laghi.

A cura di Marco Bello, giornalista, direttore editoriale di MC.




Mondo. Bambini senza nome

Due bambini su dieci non vengono registrati all’anagrafe. Sono 150 milioni: privi di uno dei loro diritti fondamentali.

Ogni dieci bambini nati negli ultimi cinque anni nel mondo, due non sono stati registrati.
Sono 150 milioni in tutto, secondo un recente rapporto Unicef, distribuiti in molti Paesi del Sud globale. Novanta milioni solo nell’Africa subsahariana.
Sono bambini «senza nome», privi di identità legale. Giuridicamente invisibili. Inesistenti per i Paesi nei quali sono nati.

Non a caso la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che il 20 novembre scorso ha compiuto 35 anni, pone il diritto al nome e all’identità personale dei bambini tra quelli fondamentali, subito dopo il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo.

«La società – si legge nel rapporto dell’Unicef – riconosce per la prima volta l’esistenza e l’identità di un bambino attraverso la registrazione della nascita. Un certificato di nascita è la prova di questa identità legale ed è la base su cui i bambini possono stabilire una nazionalità, evitare il rischio di apolidia e cercare protezione dalla violenza e dallo sfruttamento. Ad esempio, il possesso di un certificato di nascita può aiutare a prevenire il lavoro minorile, il matrimonio infantile e il reclutamento di minorenni nelle forze armate, poiché consente di verificare l’età del bambino. Il certificato di nascita può essere richiesto anche per accedere ai servizi in settori quali la sanità, l’istruzione e la giustizia».

Dietro la cifra anonima, ci sono volti e vite reali: bambini yemeniti nati in un paese in guerra da anni, rohingya discriminati e non riconosciuti in Myanmar, neonati della striscia di Gaza, ma anche semplicemente un bambino del Ciad o della Papua Nuova Guinea nato in un villaggio sperduto da una madre sola e priva di mezzi.

I motivi della mancata registrazione possono essere molti: i costi inaccessibili per le famiglie, le distanze invalicabili degli uffici dai luoghi di nascita, le discriminazioni etniche o religiose, l’assenza di consapevolezza nei genitori.

«Ho sette figli – dice Rehema, mamma tanzaniana, in un virgolettato riportato nel report di Unicef -. La mia primogenita ha avuto la fortuna di ottenere il suo certificato di nascita con l’aiuto di un’amica, poiché ne aveva bisogno per entrare all’università. Io non ho potuto aiutarla. […] Non potevo permettermi il costo e la procedura per ottenere i certificati di nascita dei miei figli. Abbiamo problemi finanziari e, anche se so che è importante, semplicemente non era una priorità».

Centocinquanta milioni di bambini sotto i 5 anni non registrati alla nascita corrispondono all’intera popolazione di Francia e Germania messe insieme. È una cifra che dobbiamo aumentare di altri 50 milioni se aggiungiamo quei bambini che, pur essendo stati registrati, non hanno un certificato tra le loro mani.

Gli estensori del rapporto Unicef indicano un trend mondiale positivo (nel 2024, la percentuale di piccoli registrati nel mondo è stata del 77%, mentre nel 2019 era del 75%) ma il miglioramento è inferiore alle attese. Di certo non si raggiungerà l’obiettivo dell’Agenda 2030 su questo tema.

 

 

Basti dare uno sguardo al planisfero qui sopra (tratto dal report di Unicef) per capire la portata del problema per molti paesi: in Etiopia, Zambia e Papua Nuova Guinea le registrazioni di bambini sotto i 5 anni sono state inferiori al 25%: meno di 3 bambini ogni 10.

I paesi che registrano una percentuale tra il 25 e il 50% sono dieci in Africa subsahariana (Congo Rd, Repubblica Centrafricana, Mozambico, Mauritania, Guinea Bissau, Ciad, Uganda, Angola, Zimbabwe, Lesotho) e tre in Asia (Yemen, Afghanistan e Pakistan). Seguono poi i dodici Paesi africani che, assieme a cinque asiatici e al Paraguay in America Latina hanno registrato tra il 51 e il 75% dei bambini negli ultimi 5 anni, e i diciotto che, nel mondo, hanno avuto percentuali tra il 76 e il 90%.

In occasione della pubblicazione del report, la direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha concluso, dopo aver descritto la sintesi dei dati: «Nonostante i progressi, troppi bambini rimangono non contati e non censiti, di fatto invisibili agli occhi del governo o della legge. Ogni bambino ha il diritto di essere registrato e di ricevere un certificato di nascita, in modo da essere riconosciuto, protetto e sostenuto».

Luca Lorusso




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


MC, una casa per la cooperazione

Un paio di volte l’anno esco dal mio ufficio e mi chiudo la porta alle spalle, perché so che non tornerò per un paio d’ore. Vado nella biblioteca della casa generalizia dei Missionari della Consolata a Roma e mi siedo sulla scala di legno che porta dalla saletta principale a quella rialzata e che passa accanto allo scaffale dove ci sono i numeri di Missioni Consolata rilegati per anno. Con l’insolito e suggestivo sottofondo di musica, spesso lirica, che viene da un vicino teatro, mi metto a sfogliare.

Ho iniziato per cercare corrispondenze, anniversari, eventi di cui parlare in Cooperando: di che cosa scriveva la rivista in questo mese di trent’anni fa? E di cinquanta, sessanta, venti anni fa? C’erano progetti sul campo di cui dava conto?

La prima sorpresa è stata scoprire la rubrica «Appelli dal fronte», pubblicata dal gennaio del 1968 al maggio del 1974, che in ogni numero proponeva ai lettori un’iniziativa in missione da sostenere con un’offerta. Da lì è nato «Come cooperavamo», il box sui progetti d’antan – così d’antan che ancora non si chiamavano progetti – che ogni tanto è apparso all’interno di «Cooperando». Ma per trovare questi spunti basterebbe un quarto d’ora, dirà il lettore attento: perché non torni alla tua scrivania a tenere d’occhio i progetti?

Confesso: se mi fermo ore su quella scaletta è perché ogni volta trovo qualche gioiellino, a cominciare dai pezzi eleganti e divertenti di padre Benedetto Bellesi, il mio primo direttore. Ma ce ne sarebbero a decine da citare, come è inevitabile che sia quando una rivista fa per decenni da ponte non solo fra Italia e Africa, America Latina, Asia, ma fra persone e comunità italiane e persone e comunità in luoghi talmente isolati che sarebbe stato altrimenti quasi impossibile averne notizia.

E poi la storia, del secolo scorso e di questo, che attraversa le pagine: non di sfuggita, come fosse un’eco, ma come una presenza imponente che lascia orme profonde, solchi, dentro ai quali i missionari stessi hanno camminato, senza sottrarsi al confronto con mondi e punti di vista anche molto lontani dal loro.

Quanto alla cooperazione in particolare, poi, i pezzi sul volontariato, sullo sviluppo, sulla collaborazione con organizzazioni come Mani Tese pubblicati fra gli anni Sessanta e gli Ottanta del secolo scorso hanno contenuti e linguaggi di un’attualità che mi colpisce ogni volta.

Insomma, buon compleanno MC, te li porti bene questi 125 anni e più. E grazie del servizio che hai reso e rendi alla cooperazione.

Chiara Giovetti
Roma, 10/10/2024

Nonno missionario

Molto rev. padre Anataloni,
Ho seguito con entusiasmo l’elevazione agli altari di san Giuseppe Allamano.

In quei giorni ho potuto incontrare anche padre Rinaldo Do (a Isiro, in Congo Rd), con il quale ho un contatto quotidiano. Da pensionato e nonno faccio parte attiva, con entusiasmo e soddisfazioni, del gruppo missionario parrocchiale Belém, con presenza quasi tutte le domeniche, presso i nostri banchetti vendita, nelle cinque parrocchie del territorio parrocchiale di Alzano Lombardo (Bg).

Abbiamo diversi missionari locali, nessuno della Consolata, in Amazzonia, in Messico, in Papua Nuova Giunea, in Bangladesh, e anche missionarie, purtroppo ritornate al Padre di recente: suore che sono state nella Sierra Leone, che hanno subito anche un rapimento e sono state poi rilasciate (erano tra le sette missionarie di Maria-Saveriane che furono sequestrate il 25 gennaio 1995 dai ribelli del Fronte rivoluzionario unito e liberate il 21 marzo successivo, ndr).

E il cappuccino padre Apollonio, che con il suo decesso, ci ha lasciato in eredità un lebbrosario in Brasile.

Quando san Giuseppe Allamano, padre di missionari e missionarie, raggiunse la gloria del Bernini, ho sentito la necessità di rivolgere una preghiera per i nostri missionari. A metà preghiera mi ha raggiunto un dolorosissimo blocco, con una lacrimuccia: sono un ex seminarista della Consolata. Dopo 9 anni in istituto, alla vigilia dei primi voti, d’accordo con il padre spirituale, ho lasciato. Ma non solo, in seguito, in modo colpevole, ho accantonato anche lo spirito missionario, tra l’altro molto gioioso, che avevo appreso a suo tempo.

Ora, se, nella parte terminale della rivista MC, ci fosse un piccolo trafiletto, magari gestito da un padre in infermeria, dove ne conosco molti di persona, con esperienza di missione e mi aiutasse a rientrare nello spirito missionario della Consolata, forse servirebbe a molti volontari ed ex, che sempre vi stimano e amano.

Mettetemi in condizione di pregare l’Allamano, non raggiungereste grandi risultati, con me: alla fine otterreste non grandi fasci di luce, ma una lucina del presepio, che, in ogni caso, può stare davanti all’Allamano, e quale nonno, porterei in dotazione tre nipotini, che mi seguono nel mondo missionario.

Ferruccio Vitali
Alzano Lombardo, 16/11/2024

Caro Ferruccio,
grazie di questa condivisione personalissima e grazie della passione missionaria che non ti ha mai lasciato; un amore per la missione che sembra essere di casa nel paese dove vivi.

La canonizzazione è stato certamente un avvenimento che ha galvanizzato tutti noi. È stata una tappa essenziale del cammino che stiamo facendo insieme missionari, missionarie e laici che condividono la nostra passione. Davanti abbiamo ancora un anno molto pieno e significativo per tutti noi. La meta sarà il 16 febbraio 2026, centenaria della morte di san Giuseppe Allamano. Una data che diventa occasione e stimolo per rinnovare la nostra fedeltà al suo carisma e, soprattutto, per declinarlo nella nuova realtà in cui tutti viviamo, con tutte le sue crisi, contraddizioni e drammi, ma anche con tantissime nuove potenzialità inedite.

Le pagine di questa rivista saranno un luogo privilegiato per condividere con i nostri amici e «tifosi» questo cammino. Non aspettarti sorprese straordinarie, ma davvero cammineremo insieme per «fare bene il bene», da «santi» anzitutto, «poi missionari».

Sant’Allamano, Attento alla Stampa

A Torino è pubblicata regolarmente la rivista «Il Santuario della Consolata». È la continuazione de «La Consolata», il mensile sorto nel 1899, una rivista, meglio «bollettino», come si diceva allora, che, a sua volta, nel 1928, dopo aver accompagnato per molti anni i primi passi dei missionari e missionarie della Consolata, ha generato «Missioni Consolata» come rivista autonoma.

Quando entro, oggi, nella redazione di MC resto affascinato da una gigantografia appesa a una parete: è la copertina del primo numero de «La Consolata» (vedi la foto qui sopra). Un’immagine a colori di oltre 125 anni fa, disegnata e decorata con arte, dalle proporzioni perfette. Una bellezza. Sì, perché al fondatore de «La Consolata» piacevano «le cose belle», e le esigeva puntando sull’eccellenza.

Si chiamava Giuseppe Allamano quel fondatore, sacerdote, il quale nel 1901 fondò pure i Missionari della Consolata e, nel 1910, le Missionarie della Consolata. Con lui operava un altro prete speciale: Giacomo Camisassa.

Ed ecco che, last but not least, il 20 ottobre Giuseppe Allamano è stato dichiarato santo.

Chi dice che a Giuseppe Allamano stava a cuore anche la stampa afferma una verità indiscutibile. Egli sostenne diversi giornali cattolici con consigli e denaro. Ebbe un peso rilevante sulle testate Italia Reale, Corriere Nazionale, La Voce dell’Operaio, Risveglio Cattolico. Inoltre, ispirò, incoraggiò e sostenne la nascita del quotidiano francese La Croix, il cui direttore, padre Paul Bailly, nel 1883 venne a Torino in pellegrinaggio al santuario della Consolata.

Questo dimostra che il canonico Allamano non era solo il rettore della Consolata, chiuso nel suo santuario, bensì partecipava alla vita sociale del suo tempo. «La Consolata» fu una rivista attraente anche sotto il profilo fotografico. I fotografi erano gli stessi missionari della Consolata, che raggiunsero il Kenya nel 1902. Però, prima di partire, frequentavano corsi di fotografia. Secondo padre Candido Bona, uno degli storici dell’istituto, il primo maestro di fotografia dei missionari fu nientemeno che Secondo Pia, il celebre fotografo della Sindone di Torino.

Quadretto con immagine b/n della Consolata (foto di Secondo Pia) che si trovava sopra letto dell’Allamano durante la malattia dopo la quale decise di fondare l’Isittuto nel 1901.

Secondo Pia era amico di Allamano, che gli commissionò la foto del quadro della Madonna Consolata dell’omonimo santuario. Poi l’immagine bianco e nero, incorniciata in centinaia e centinaia di quadretti, fu distribuita in tutta Torino. Un esemplare (foto qui sopra) si trova tutt’oggi in Corso Ferrucci 18, nella chiesa dedicata a San Giuseppe Allamano, che ne raccoglie le spoglie mortali.

Ebbene, i fotografi de «La Consolata» erano alcuni, pochi, missionari muniti di ottime macchine fotografiche (e relativo materiale di camera oscura per sviluppo e stampa, ndr), alcune delle quali sono conservate nel museo etnografico dell’istituto. Le foto destano tuttora ammirazione. Ritraggono specialmente l’etnia dei Kikuyu del Kenya. Oggi alcuni Kikuyu, visitando il nostro archivio fotografico, restano a bocca aperta di fronte ai ritratti dei loro nonni ed esclamano stupiti: «Ma noi eravamo proprio così?».

I missionari erano soprattutto scrittori. «La Consolata», prima, e MC, dopo, riportano i loro articoli che Allamano e Camisassa leggevano con passione. Si tratta di un materiale di notevole pregio anche etnografico. Alcune tesi di laurea sono state scritte avendo come fonte primaria le suddette riviste.

Sulla scia di Giuseppe Allamano, le Missionarie della Consolata hanno pure dato vita alla loro rivista «Andare alle Genti», mentre i Missionari hanno allargato l’orizzonte con «Fatima Missionaria» in Portogallo, «Antena Misionera» in Spagna, «Dimension Misionera» in Colombia, «Missões» in Brasile, «The Seed» (Il Seme) in Kenya, «Enendeni» (Andate) in Tanzania, «Missions» in Corea del Sud, «Reveil» in Canada, «Consolata missionaries» negli Usa. E tutto è «buona novella».

Francesco Bernardi
Torino, 28/09/2024

Una preghiera

Salve, non c’è un motivo particolare ma ho scritto una preghiera per invocare San Giuseppe Allamano, ve la mando, spero vi piaccia. Arrivederci,

Canonico Giuseppe,
primo padre della Consolata,
intercedi per noi,
affinché impariamo
ad affrontare 
i nostri dolori nel corpo e nello spirito
e i nostri cattivi pensieri.

Consolaci con la tua
attenzione e il tuo ascolto e
sostienici nel nostro quotidiano,
a volte così duro e greve.

Insegnaci a incontrare l’altro,
chiunque sia, senza pregiudizi

e senza etichettare
con fretta e ignoranza.

Aiutaci a diventare santi
che sanno fare bene il bene
senza far rumore,
a diventare missionari d’amore,
testimoni di fede.

Andare alle genti?
Adesso comincio.

Deo gratias? Sempre.
Amen

Stefania Barbieri
08/11/2024

 





Disabilità e sviluppo, progressi insufficienti


Nel mondo, una persona ogni sei ha una disabilità significativa e i numeri sono in aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione, delle pandemie, delle catastrofi naturali e delle guerre, mentre i progressi verso l’inclusione sono ancora insufficienti.

N el 2021, la principale causa di disabilità nel mondo sono stati i disturbi neurologici. Lo riportava lo scorso marzo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riferendo i risultati di uno studio@ pubblicato su The Lancet Neurology, autorevole rivista scientifica britannica, secondo il quale dal 1990 la quantità complessiva di disabilità, malattia e morte prematura causati da problemi neurologiche è aumentata del 18%.

Le prime dieci patologie neurologiche che hanno causato perdita di salute sono ictus, encefalopatia neonatale, emicrania, demenze, neuropatia diabetica, meningite, epilessia, complicazioni neurologiche dovute a parto prematuro, disturbi dello spettro autistico e tumori del sistema nervoso. Oltre otto su dieci dei decessi e della perdita di anni di salute per cause neurologiche si verificano nei Paesi a basso e medio reddito reddito dove il numero di professionisti di neurologia è 70 volte più basso che in quelli ad alto reddito.

Nel complesso, considerando anche patologie diverse da quelle neurologiche, la disabilità è diffusa nel 16% della popolazione mondiale. Una persona ogni sei, per un totale di 1,3 miliardi.

Concetto in evoluzione

La disabilità, si legge sul sito dell’Oms@, è un aspetto della condizione umana, una sua parte integrante. È anche un «concetto in evoluzione», chiarisce la Convenzione Onu del 2006 per i diritti delle persone con disabilità, ed è il risultato dell’interazione fra problemi di salute e fattori personali e ambientali, fra i quali atteggiamenti negativi, trasporti ed edifici pubblici inaccessibili e sostegno sociale limitato. Per questo l’equità sanitaria per le persone con disabilità – cioè il diritto di raggiungere il miglior stato di salute possibile per loro – è una priorità per lo sviluppo. La giornata internazionale delle persone con disabilità, che ricorre il 3 dicembre di ogni anno dal 1981, è nata per promuovere i diritti e il benessere di questo 16% dell’umanità e quest’anno ha come tema «Rafforzare la leadership delle persone con disabilità per un futuro inclusivo e sostenibile»@.

Gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg) rilevanti per la disabilità sono almeno cinque e riguardano l’istruzione, il lavoro, la riduzione delle diseguaglianze, gli insediamenti umani e il rafforzamento del partenariato mondiale per raggiungere gli obiettivi.

Tuttavia, Ulrika Modéer dell’agenzia Onu per lo sviluppo, Undp, e José Viera, della International disability alliance, constatavano nel 2023 sul blog di Undp@ che i progressi sono deboli sulla metà degli obiettivi, mentre su un altro 30% degli obiettivi si registrano regressi. Ad esempio, riferisce il rapporto 2024 sui progressi verso il raggiungimento degli Sdg, solo la metà delle scuole primarie e il 62% delle scuole secondarie hanno infrastrutture di base per studenti con disabilità; inoltre, se i dati mostrano maggiori tassi di violenza da parte del partner nei confronti di donne disabili, la mancanza di dati statistici precisi impedisce di definire le reali dimensioni del problema@.

Disabilità e ferite di guerra

Anche i conflitti armati hanno un ruolo significativo nel generare nuove disabilità. Solo per fare alcuni esempi limitati alle guerre in Ucraina e a Gaza: lo scorso maggio il sito Politico.eu riportava@ che, secondo il ministero per le politiche sociali ucraino, dopo l’invasione russa del febbraio 2022 le persone con disabilità nel paese erano aumentate di 300mila e oltre 20mila avevano subito amputazioni. Il ministero che si occupa dei veterani, inoltre, calcolava che il numero di questi e i membri delle loro famiglie che potrebbero avere bisogno di assistenza a causa dei traumi fisici o psicologici arriverebbe a 5 milioni.

Anche a Gaza la guerra ha causato moltissime lesioni traumatiche: usando i dati raccolti e condivisi dai medici di emergenza dal 10 gennaio al 16 maggio 2024, l’Oms ha stimato@ il numero di lesioni gravi e calcolato che circa un quarto dei 95.500 feriti trattati – ovvero circa 22.500 persone – ha probabilmente bisogno di riabilitazione intensa e continua. Le lesioni agli arti sono quelle più numerose (15mila casi) e si stimano anche fra le 3mila e le 4mila amputazioni, oltre 2mila gravi lesioni alla testa e al midollo spinale e altrettante ustioni gravi.

Il conflitto armato non solo genera nuove disabilità, ma colpisce in modo più grave chi ne ha già una. Un rapporto@ sulla situazione a Gaza pubblicato a settembre di quest’anno da Human rights watch, Ong internazionale per la difesa dei diritti umani, riporta che 98mila bambini di Gaza vivevano con una disabilità già prima dell’inizio della guerra e racconta le storie di alcuni di loro. Ad esempio, quella di Ghazal, una quattordicenne con paralisi cerebrale, che ha dovuto fuggire con la sua famiglia dal Nord al Sud di Gaza senza i suoi dispositivi di assistenza, distrutti in un attacco che aveva colpito la sua casa. A inizio maggio, Ghazal era sfollata in una tenda a Rafah, senza accesso adeguato all’acqua, al cibo e ai servizi igienici e senza la possibilità di andare a scuola e alle sedute di fisioterapia.

Disabilità e clima

Anche il cambiamento climatico ha il doppio effetto di causare incidenti e ferite che possono provocare una disabilità e di peggiorare la vita di chi già ci convive. L’ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri (Undrr, nell’acronimo inglese) ha realizzato l’anno scorso un sondaggio@ che ha prodotto un totale di 6.342 risposte da 132 Paesi. Dal rapporto che commenta i risultati del sondaggio emerge che oltre otto persone con disabilità su dieci non hanno un piano di preparazione personale per i disastri e una su dieci non ha nessuno che la aiuti a evacuare. Solo un quarto degli intervistati ha detto che sarebbe in grado di evacuare immediatamente in caso di un disastro improvviso e solo il 15% ha partecipato alla definizione dei piani e delle strategie con cui la propria comunità organizza la risposta alle emergenze.

Nel sesto rapporto di valutazione dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu, poi, si prevede che il cambiamento climatico causerà una diminuzione del contenuto di micro e macro nutrienti negli alimenti. Questo farà aumentare malattie infettive, diarrea e anemia, portando entro il 2050 un incremento stimato del 10% degli anni di vita condizionati da disabilità (Disability-adjusted life years, o Daly, vedi box) associati a denutrizione e carenze di micronutrienti.

Il lavoro nelle missioni

Nella Repubblica democratica del Congo, la perdita di anni in salute ha come prime quattro cause le infezioni respiratorie e la tubercolosi, la malaria e altre malattie tropicali trascurate, le patologie che riguardano la salute materna e neonatale e le malattie dell’apparato cardiovascolare@.

«Qui in ospedale noi rileviamo innanzitutto le malformazioni congenite», spiega la dottoressa Séraphine Nobikana, medica direttrice dell’ospedale Notre Dame de la Consolata di Neisu, gestito dai missionari della Consolata nel Nord della Repubblica democratica del Congo. «Altre cause di disabilità sono poi poliomielite, benché l’Oms l’abbia dichiarata eradicata, la meningite e le conseguenze di incidenti stradali o sul lavoro, ad esempio le cadute da 10-15 metri di altezza dei lavoratori che raccolgono i frutti delle palme da olio». Alle persone con disabilità vengono forniti sostegno nutrizionale e farmaci, completa il responsabile dell’ospedale Ivo Lazzaroni, ma non ci sono attività specifiche rivolte a loro, diversamente da quanto accade al centro Gajen di Isiro, capoluogo della regione distante circa 30 chilometri da Neisu. «Qui le attività con le persone con disabilità sono iniziate circa vent’anni fa», conferma fratel Rombaut Ngaba Ndala, che dal 2023 ha affiancato fratel Domenico Bugatti, presente a Isiro dalla fine degli anni Novanta (cfr MC gennaio 2022). Una delle attività è la costruzione di sedie a rotelle, che avviene nel laboratorio del centro. Vi sono poi attività sanitarie e di lotta alla malnutrizione che permettono ad esempio a persone con epilessia – tredici nel primo semestre di quest’anno – di ricevere farmaci e assistenza nutrizionale.

Assistenza alle anziane

Anche in Kenya e Tanzania ci sono attività rivolte in modo specifico alle persone disabili.

A Sagana, in Kenya, i missionari della Consolata gestiscono il villaggio Saint Mary’s, una casa protetta per donne anziane. Il lavoro, spiega la responsabile dell’ufficio progetti in Kenya, Naomi Mwingi, è iniziato nel 1974 con quattrodici donne, e oggi le persone ospitate sono trentotto, di cui tre non vedenti e sedici con difficoltà motorie per le quali sono necessarie sedie a rotelle e deambulatori, mentre diciannove camminano se assistite dal personale. La più anziana ha 94 anni e la maggioranza ha problemi di salute mentale.

Produzione di protesi

L’ospedale di Ikonda, in Tanzania, dal 2016 ha un laboratorio che produce protesi per pazienti che hanno subito amputazioni: fra il 2021 e il 2023 ha prodotto un totale di 149 protesi per le gambe, di cui 116 per pazienti che hanno subito amputazioni sotto il ginocchio e 33 sopra il ginocchio.

Produce, inoltre, altre protesi, ad esempio per piedi, ortesi (tutori), stecche, stampelle e altri ausili, per adulti e bambini. «Nel nostro ospedale», scrive da Ikonda il responsabile padre Marco Turra, «il servizio di assistenza protesica interviene ad aiutare soprattutto le persone che hanno acquisito una disabilità a causa di traumi o malattie croniche come il diabete. Sono in media una cinquantina le persone che si rivolgono a noi ogni anno con questo tipo di richiesta».

Chiara Giovetti

COME SI MISURA LA PERDITA DI SALUTE

Lo studio Global burden of diseases, injuries, and risk factors (Gbd) è il più grande e dettagliato sforzo scientifico mai condotto per quantificare i livelli e le tendenze della salute. Guidato dall’Institute for health metrics and evaluation (Ihme) dell’Università di Washington, negli Stati Uniti, conta adesso oltre 12mila ricercatori provenienti da più di 160 paesi e territori. È nato nel 1990 come studio commissionato dalla Banca mondiale e la sua più recente edizione (2021) analizza dati e fornisce stime su 371 patologie e ferite e 88 fattori di rischio.I Disability-adjusted life years (Daly) sono gli anni di vita condizionati dalla disabilità: sono stati introdotti proprio dallo studio Gbd del 1990 per definire meglio il peso della malattia, perché la comunità scientifica riteneva che la mortalità da sola non fosse sufficiente per fornire un quadro completo. Un Daly rappresenta la perdita dell’equivalente di un anno di salute piena e si ottiene sommando gli anni di vita persi (Years of life lost, Yll) per morte prematura e gli anni di vita in salute persi per disabilità o per condizioni di salute non ottimali (Years of healthy life lost due to disability, Yld). Secondo il più recente studio Gbd la prima causa di perdita di salute a livello globale sono le malattie cardiovascolari: gli anni di vita corretti per disabilità di cui sono responsabili queste patologie sono 5.428 ogni 100mila abitanti.

Chi.Gio.

Fonti:
Ihme / Gbd: www.healthdata.org/research-analysis/about-gbd/history
Oms: www.who.int/data/gho/indicator-metadata-registry/imr-details/158




Noi e voi, dialogo lettori e missionari


Una nuova Tac per Ikonda

Caspita, 316mila euro non sono noccioline. Anche se, per chi sfreccia con i bolidi di «Formula uno», o chi batte e ribatte le palline gialle da tennis, o chi rincorre il variopinto pallone da calcio, 316mila euro sono quasi quisquilie. Ma quisquilie non sono né noccioline per il Consolata hospital Ikonda in Tanzania.

L’ospedale conta 404 posti letto, sei sale operatorie e cura le principali patologie con la presenza di 349 persone: medici, farmacisti, infermieri, tecnici di laboratorio, addetti alle pulizie, ecc. Gli ammalati provengono soprattutto da Morogoro, Iringa, Njombe, Songea, Mbeya, Rukwa, Katavi, ma qualcuno viene anche da più lontano, persino dall’isola di Zanzibar. I bambini del distretto di Makete fino ai 10 anni vengono curati gratuitamente, mentre i pazienti Hiv ricevono alcune prestazioni gratuite, così come le partorienti del distretto.

Il centro sanitario è dei Missionari della Consolata. Fu costruito nel 1962, e successivamente ampliato. Venne inaugurato ufficialmente un anno dopo l’indipendenza del Tanzania con Julius Nyerere presidente, il quale affermava: «I nemici del nostro paese sono la povertà, l’ignoranza e la malattia».

Il Consolata hospital Ikonda affrontò subito «il nemico» malattia.

L’ospedale sorge fra le montagne dell’Ukinga a 2.050 metri di altitudine. Dista circa 800 chilometri da Dar Es Salaam, la capitale del Tanzania. Fino a tre anni fa, gli ultimi 90 chilometri da Njombe a Ikonda erano in terra battuta, una salita scivolosa durante le piogge, rasente precipizi. Oggi da Mbeya giunge ogni giorno un autobus stracolmo di ammalati: affronta nebbie fitte, pantani traditori, pietre massacranti, buche da sprofondare. Il tutto per 7-8 ore, se non capitano guasti meccanici.

Quante volte i missionari della Consolata si sono detti: «Ah, se avessimo costruito l’ospedale altrove, i pazienti l’avrebbero raggiunto più facilmente, e la gestione sarebbe stata più economica». Già. Ma non sarebbe stato l’ospedale dei poveri di Ikonda e dintorni, sferzati dal vento e dal freddo, tagliati fuori dal mondo. È vero, tuttavia, che la lontananza da insediamenti urbani rende più costosa la conduzione della struttura. Alcuni medici e tecnici di laboratorio, dopo aver acquisito una buona esperienza, abbadonano Ikonda; sono attratti da una vita più agiata altrove. L’ospedale cerca di fronteggiare l’esodo con stipendi migliori, mentre investe sulla specializzazione di medici locali in radiologia, medicina interna e medicina d’urgenza. Così è nata pure l’Unità di emergenza.

Un aiuto significativo è la presenza di medici stranieri: italiani, soprattutto, ma anche spagnoli e di altre nazionalità. Sono volontari che si pagano persino il viaggio. Frequentano Ikonda nonostante due «tristezze». La prima tristezza è la povertà di molte persone che non hanno denari per una degenza in ospedale. Seconda tristezza: non raramente i pazienti arrivano «fuori tempo massimo», quando non c’è più nulla da fare.

Ma proprio per tali tristezze i medici volontari ritornano, perché hanno il Tanzania nel cuore. «Tanzania nel Cuore» è anche un’associazione di medici italiani, animati da solidarietà e generosità.

La strumentazione del Consolata hospital Ikonda è apprezzabile. Da anni opera la Risonanza magnetica, mentre dal 2014 è in funzione la Tac, benemerita ma oggi obsoleta. Non si trovano più i pezzi di ricambio. Di qui l’urgenza di un nuovo impianto.

Ed eccola la nuova Tac, fiammante e moderna. L’inaugurazione è avvenuta il 20 settembre 2024 con la presenza dei missionari della Consolata, del direttivo dell’ospedale, del dottor Gian Paolo Zara (di «Tanzania nel Cuore») e del Nunzio apostolico, l’arcivescovo Angelo Accattino (foto qui sotto).

La presenza del Nunzio non è stata una formalità, bensì la testimonianza che i 316mila euro, per acquistare la Tac sono un dono della Conferenza episcopale italiana: euro raccolti attraverso l’8 per mille degli italiani. Ebbene, manciate e manciate di «noccioline» di tante persone, divenute «un ricco raccolto». Perché l’unione fa la forza.

Dante Alighieri direbbe: «Poca favilla gran fiamma seconda». E Gesù: «Il minuscolo granello di senapa diventa un albero imponente».

Grazie, vescovi e amici italiani, della vostra straordinaria generosità.

padre Francesco Bernardi,
Torino 27/09/2024


A proposito di IA

Ho letto con interesse l’articolo di Chiara Giovetti sull’intelligenza artificiale (IA) pubblicato nel numero di ottobre 2024.

Vi sono molte considerazioni importanti, tra le quali in particolare ho colto la domanda se l’intelligenza artificiale ci aiuterà a trovare soluzioni o se sarà parte dei problemi che si vogliono affrontare.

Resta per me, comunque, un argomento di fondo, non affrontato nell’articolo, il fatto che la cosiddetta «intelligenza» artificiale non è in effetti «intelligenza», ma una serie di algoritmi e istruzioni date alle macchine per conferire loro capacità di analizzare enormi quantità di dati per elaborare documenti (testi, tabelle, progetti, immagini e altro) in tempi brevissimi, a partire da questi dati e da domande poste dagli utenti in modo discorsivo. E fin qui mi è chiaro e l’ho provato anche personalmente.

Ma per far sì che le macchine facciano queste elaborazioni è necessario che abbiano a disposizione i dati necessari.

Mi sono soffermato quindi sulla lista ricavata dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni, che include servizi di telemedicina, ottimizzazione dell’uso dell’acqua in agricoltura, riduzione della corruzione negli appalti pubblici, miglioramento della salute e del benessere degli animali in allevamenti, prevenzione di incendi e altro.

Per nessuno di questi esempi nell’articolo si spiega «come» possano essere ottenuti questi risultati.

Riesco da una parte ad immaginare come l’intelligenza artificiale possa essere d’aiuto ad esempio nel caso specifico della telemedicina, dove l’analisi di enormi quantità di cartelle cliniche e/o immagini radiologiche raccolte per tanti anni in tanti archivi medici del mondo certamente può dare informazioni importanti e in tempo immediato e, laddove una ricerca senza intelligenza artificiale richiederebbe tempi lunghi incompatibili con le esigenze di intervento sanitario.

Ma in nessuno degli altri casi portati ad esempio mi pare che si possa fare a meno di dati rilevati in tempo reale, con strumenti anche tecnologicamente avanzati e anche collegati direttamente alle macchine di «intelligenza» artificiale che li possano elaborare, e non a partire da dati storici, per quanto ampi e dettaglianti possano essere.

Tantomeno in casi che riguardano comportamenti umani, come l’esempio della corruzione in appalti pubblici.

Non sono un addetto ai lavori, quindi queste mie osservazioni possono forse essere inadeguate o addirittura fuori luogo.

Ma avendo letto questo articolo in una rivista come Missioni Consolata, che si rivolge a un pubblico come me non preparato su questi argomenti, mi sarei aspettato qualche spiegazione su «come» possa funzionare l’intelligenza artificiale, per non lasciare l’impressione che sia soltanto un business nelle mani di pochi soggetti che sostengono di migliorare il mondo, ma senza far capire come e con quale attendibilità intendano farlo.

Sarei quindi molto grato se fosse possibile avere qualche spiegazione in merito.

Resto in attesa e ringrazio.

Filippo Pongiglione
03/10/2024

 

Le domande del lettore sono molto interessanti, ma se non ho approfondito i punti che lui fa presenti è solo per mancanza di spazio.

In realtà, non ho fornito più informazioni su che cos’è l’intelligenza artificiale perché sul numero precedente della rivista c’era a pagina 11 un box di Paolo Moiola dal titolo: «IA, di che cosa parliamo». Includere un rimando a quello sarebbe stato in effetti una buona idea.

Quanto ai casi d’uso dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni@, fornisco la traduzione e sintesi di alcuni passaggi del rapporto che possono aiutare a capire meglio.

Sul benessere degli animali negli allevamenti in Rwanda.
Posizionando strategicamente negli allevamenti dei sensori per monitorare parametri ambientali chiave come temperatura, umidità e livelli di gas di ammoniaca, oltre a catturare i suoni dei polli, gli allevatori possono adottare misure basate sulle previsioni ricavate dai dati per proteggere la salute e il benessere degli animali, facilitando inoltre il rilevamento precoce di potenziali problemi.

Sulla lotta alla corruzione in Tanzania. Le soluzioni attuali, basate principalmente sui tradizionali meccanismi legali e di audit, faticano a far fronte alla portata e alla complessità delle pratiche corrotte. Il sistema di IA proposto […] dovrebbe elaborare i dati sugli appalti, inclusi documenti di gara, valutazioni e casi di corruzione, per rilevare irregolarità e assegnare una percentuale di probabilità di corruzione […]. Offrire uno strumento anticipatorio consente al Prevention and combating of corruption bureau (Pccb) di adottare misure preventive contro le attività corrotte, migliorando così la trasparenza e garantendo la conformità durante tutto il ciclo di vita degli appalti. […] I vantaggi di questo approccio riguardano il potenziale per il rilevamento della corruzione in tempo reale, l’analisi automatizzata dei documenti e una migliore allocazione delle risorse investigative. Gli svantaggi riguardano invece la difficoltà nella raccolta dati iniziale, possibili pregiudizi nei modelli di intelligenza artificiale e la necessità di competenze tecniche continue e aggiornate.

Sulla prevenzione degli incendi in Malaysia. Il Fire weather index (Fwi), o Indice meteorologico di pericolo d’incendio, è utilizzato in tutto il mondo per stimare il pericolo di incendi@. Nel caso d’uso della Malaysia, invece di usare i dati su temperatura e piogge, come fa il modello esistente, si stima il Fwi – in particolare uno dei sotto indici che lo compongono, il drought code (Dc, indice di siccità) – usando i dati raccolti da strumenti dell’«Internet delle cose» (come sensori, stazioni meteo) su un altro parametro, il livello delle acque sotterranee (Ground water level, Gwl), per poi elaborare i dati attraverso l’apprendimento automatico (machine learning, cioè quella branca dell’intelligenza artificiale in cui – con tutte le virgolette che abbiamo a disposizione – le macchine imparano dalla loro stessa esperienza). Il risultato mostra una correlazione molto alta con i dati osservati dal sistema meteorologico nazionale, rivelandosi quindi piuttosto accurato.

Lieta, comunque, di ricevere domande così circostanziate e stimolanti, che danno anche a me una bella occasione per approfondire ancora.

Chiara Giovetti
07/10/2024


Pdre Fernando Paladini a Pawa, Isiro, allora Zaire, gennaio 1983 (Gigi Anataloni)

Ad-dio, padre Fernando Paladini

Non dimenticate mai
di salutare bene le persone.
Non fatevi travolgere dal tempo che inghiotte ogni relazione.
Ho lasciato che succedesse a me,
e non dovrà capitare più.

Io e padre Fernando Paladini ci conoscevamo da 34 anni: avevo 14 anni ed è stato il primo dei tanti missionari che ho incontrato nella mia vita. Quello che ha acceso il fuoco della missione nel cuore di una ragazza che cercava un senso per la sua vita.

Ci siamo scritti a lungo quando era in Congo, quando ancora non c’erano i cellulari o whatsapp e si usavano la carta e la penna. Ogni sua lettera era una festa per me: odorava di Africa, aveva l’ennesimo francobollo per la collezione del mio caro papà. Poi, è rientrato in Italia. E io intanto crescevo e mi alimentavo di sogni e di amore per l’umanità. Persone speciali come lui hanno contribuito a farmi diventare quella che sono, mi hanno dato le ali per volare al di sopra di tutto ciò che, di fronte alla povertà e alla passione, diventava sempre più piccolo. Grazie a lui e a chi credeva fortemente in Dio e nei grandi ideali, ho trovato sempre più la mia strada, dove non sono mai stata sola.

Padre Fernando mi chiamava ogni anno il 10 dicembre, per farmi gli auguri per l’onomastico. Non si ricordava quasi nessuno della Madonna di Loreto, ma la sua telefonata arrivava puntuale e fedele come un regalo, con benedizione finale e il classico saluto («Arrivederci ad ogni Eucarestia»).

Quest’anno non mi chiamerà neanche lui. Se ne è andato senza che io lo sapessi. Avrei dovuto essere più presente anch’io.

E invece ho lasciato che gli impegni, le corse, gli affanni quotidiani decidessero per me e per il nostro non saluto.

Ad-Dio, padre Fernando. Ricorderò sempre la tua risata, il tuo entusiasmo, il tuo legame profondo con l’Africa e con il tuo Istituto.

Eri fiero e felice di essere un missionario della Consolata, e sono sicura che domenica 20 ottobre, dal Cielo, ci hai sorriso quando Giuseppe Allamano, il tuo fondatore, è stato proclamato santo.

Grazie infinite per tutto.

Spero che le mie figlie, così come tutti i ragazzi di oggi possano fare incontri come il mio. Di quelli che ti cambiano l’esistenza e le visioni. Di quelli che ti aprono le braccia, gli occhi, la mente.

La maggior parte degli YouTuber e degli influencer non ha niente da dirci. Tu, semplicemente, mi hai toccato il cuore.

Loredana Brigante
19/10/2024

Padre Fernando Paladini, nato a Leverano (Lc) il 25/01/1944, ordinato sacerdote missionario della Consolata il 14/08/1974, nel 1978 parte per il Nord dello Zaire (nella foto è a Pawa nel 1983) dove rimane con breve intervallo, fino al 2016. Rientrato in Italia, ha concluso il suo viaggio missionario il 22/09/2024.




Senza confini


Nel settembre scorso i missionari della Consolata hanno festeggiato i primi dieci anni di presenza a Taiwan, in particolare nella diocesi di Hsinchu. Il vescovo John Baptist Lee ha celebrato una messa molto partecipata nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Hsinchu (vedi pag. 5). Oggi l’istituto è presente con sette missionari di cinque diverse nazionalità (Kenya, Tanzania, Corea del Sud, Brasile e Argentina) e ha la gestione di tre parrocchie nella stessa diocesi, oltre a Hsinchu, animata dal 2017, anche Xinpu e Xinfong.

Un primo decimo anniversario, che pare poca cosa, ma rivela una presenza discreta, continua e con prospettive di crescita.

Ho avuto la possibilità di partecipare all’evento al Sacro Cuore e di visitare le altre due parrocchie. Ho potuto vedere e ascoltare persone impegnate nella vita della comunità, ma anche molto accoglienti verso chi viene da fuori. Peter e sua moglie Jennifer, Carmen, Lucia, Cathy, solo per citarne alcune, senza volere fare torto alle altre.

Taiwan, ufficialmente Repubblica di Cina, viene più volte citata anche sui nostri media come centro di tensioni tra la Repubblica popolare di Cina (la Cina comunista continentale) e gli Stati Uniti. Ma è ben più di questo. Vorrei dare qualche elemento della società nella quale stanno operando i missionari da dieci anni.

Si tratta di una società moderna, anzi una società che definirei «tecnologica», dove cioè la tecnologia ha un peso rilevante. Con le relative problematiche: secolarizzazione, i giovani in particolare sentono poco il richiamo della spiritualità di tipo convenzionale, quindi delle religioni, la bassa crescita demografica e l’alto livello di invecchiamento della popolazione che comporta le criticità conosciute anche da noi, le migrazioni da paesi vicini più poveri (in particolare da Filippine, Vietnam, Indonesia, Thailandia).

A Taiwan, inoltre, la Chiesa cattolica è una minoranza tra le minoranze, interessando l’1,3% della popolazione (i fedeli sono circa 300mila su 23 milioni di taiwanesi).

Il vescovo di Hsinchu, monsignor Lee, mi diceva che su settanta sacerdoti della sua diocesi solo due sono originari del Paese. Gli altri sono missionari. Molti sono coreani, poi vietnamiti, filippini e, recentemente, africani. Tutto questo denota la necessità e l’urgenza della missione ad gentes.

Guardando sul planisfero le presenze dei missionari e missionarie della Consolata nel mondo, la missione a Taiwan è forse quella nella società più moderna.

Per contrasto, il mio pensiero va a un’altra missione, che ho avuto la possibilità di visitare molti anni fa. Quella di Catrimani, nello stato di Roraima in Brasile. Una presenza nel mezzo della foresta amazzonica, dove si può arrivare solo a piedi o con piccoli aerei. Un cammino, quello a fianco del popolo Yanomami, che la Consolata porta avanti oramai da 59 anni.

Se penso alla società yanomami, a lungo studiata da generazioni di missionari della Consolata, con la sua lingua (anzi, quattro), le sue credenze, la sua cultura, credo che sia quella meno tecnologica, quella che vive maggiormente in simbiosi con la natura, con la quale i missionari della Consolata si siano confrontati da decenni. In un certo senso, una struttura sociale delicata, che rischia in ogni momento di essere sopraffatta dalla società dominante, quella dei «bianchi», come dicono in Brasile, quella moderna, dico io.

Due ambienti sociali che sembrano, o forse sono, in antitesi. Due culture entrambe distanti da quelle dei missionari che le affrontano, difficili da comprendere e far proprie con un processo di inculturazione, a partire dalle lingue, dai costumi e dalla spiritualità.

Eppure due contesti nei quali i missionari della Consolata sono presenti con il loro approccio ad gentes, ma anche di promozione umana, sociale e dei diritti che da sempre li contraddistingue.

Questo mi fa credere che la missione pensata e maturata da san Giuseppe Allamano prima, e dai suoi missionari e missionarie poi, sia a tutti gli effetti universale e senza confini.