Uganda. Settimo mandato per Yoweri Museveni

Sabato 17 gennaio, la Commissione elettorale ugandese ha comunicato i risultati provvisori delle presidenziali di due giorni prima. Senza sorprese, secondo i dati ufficiali, il capo di Stato uscente, Yoweri Museveni, ha ottenuto un settimo mandato con il 71,65% dei voti. Il suo maggiore sfidante, invece, il cantante e politico Bobi Wine (nome d’arte di Robert Kyagulanyi), si è fermato al 24,72%.
I risultati provvisori danno al partito di Museveni, il National resistance movement (Nrm), anche il controllo pressoché totale del Parlamento.

Quarant’anni di presidenza
Museveni è salito al potere nel 1986, quando il National resistance movement (allora movimento armato) ha deposto il generale Milton Obote, andato al potere dopo la caduta del dittatore Idi Amin nel 1979.
Da quel momento, Museveni non ha più abbandonato la presidenza, arrivando anche a modificare due volte la Costituzione per mantenerla. In un caso, ha ottenuto l’eliminazione del limite di età (75 anni, Museveni oggi ne ha 81) per candidarsi a capo dello Stato; nell’altro, ha fatto sì che venisse rimosso il numero massimo di mandati che ciascuna persona può ricoprire.
Dal 1986, quindi le elezioni sono sempre state una pura formalità. Per quattro volte, a sfidare Museveni è stato Kizza Besigye. Nel 2024, però, lo storico oppositore è stato rapito in Kenya. Portato davanti a una corte militare ugandese, al momento, Besigye è sotto processo con un’accusa di tradimento (se condannato, rischia la pena di morte).
Nel 2021, invece, il principale sfidante di Museveni è stato Wine. Conosciuto anche come il «ghetto president» (presidente del ghetto) – in quanto originario degli slum della capitale Kampala – Wine si è ricandidato anche nel 2026.

Repressione e brogli
Secondo Tigere Chagutah, direttore di Amnesty international (www.amensty.it) per l’Africa orientale e australe, il periodo preelettorale è stato «caratterizzato da repressione massiccia e aggressioni senza precedenti a partiti di opposizione e voci di dissenso». Tant’è che, verso la fine della campagna, Wine ha iniziato a presentarsi in pubblico con elmetto e giubbotto antiproiettile, mentre i raid della polizia ai suoi comizi sono diventati sempre più frequenti, con alcuni morti e centinaia di arresti tra i suoi sostenitori.
Pochi giorni prima del voto, i militari sono stati dispiegati nella capitale. Human rights watch (organizzazione per la difesa dei diritti umani con base a New York) ha invece denunciato la sospensione di dieci Ong: tra esse, organizzazioni che si occupavano del monitoraggio elettorale e della tutela dei diritti umani.
A ciò si è poi aggiunto il blocco di internet, ordinato dall’esecutivo con l’obiettivo di «prevenire la diffusione di informazioni false e l’incitazione alla violenza». In realtà, l’intenzione del governo era silenziare le voci di dissenso e limitare la circolazione di informazioni. Bloccare internet ha anche «limitato la possibilità di controllare la reale trasparenza del voto, aumentando il sospetto di brogli», come detto da Goodluck Jonathan (ex presidente nigeriano e oggi rappresentante degli osservatori dell’Unione africana e di altri organi regionali).

Calma tesa
Il giorno del voto, in molte aree urbane (spesso fortezze dell’opposizione), le macchine per l’identificazione biometrica non hanno funzionato. Ciò, oltre a causare ritardi, ha anche scatenato ulteriori timori di frodi elettorali, a causa dell’utilizzo di registri cartacei.
Jonathan ha detto che la giornata è trascorsa nella calma. Ma ha anche sottolineato che, secondo lui, era apparenza, dovuta al fatto che nei cittadini «era stata instillata la paura» ed era stata «erosa la loro fiducia nel processo elettorale».
Una volta annunciati i risultati, un portavoce del partito di Wine, la National unity platform, li ha definiti una «vergogna». A inasprire le tensioni è anche l’incertezza che circonda la figura di Wine. Secondo quanto raccontato dallo stesso leader di opposizione sui suoi social, inizialmente è stato posto agli arresti domiciliari, per poi sfuggire a un tentativo di rapimento. Nulla di nuovo in realtà. Già nel 2021, dopo il voto, Wine era stato arrestato per giorni – con l’accusa di non aver rispettato le norme di distanziamento sociale dovute al Covid-19 – e ciò aveva scatenato manifestazioni a Kampala. La cui repressione, secondo Human rights watch, aveva causato almeno 54 morti.
Il rischio concreto – soprattutto se gli attacchi all’opposizione dovessero continuare – è che lo scenario si ripeta. Dopotutto, le proteste di ottobre nella vicina Tanzania (ma non solo) dimostrano che i giovani africani sono sempre meno disposti a stare in silenzio e a subire le conseguenze di regimi autoritari e dittatoriali.

Aurora Guainazzi




Uzbekistan. Sulle dita delle mani

Una richiesta improvvisa. Una grande disponibilità a mettersi in gioco. Ed ecco che nasce una nuova missione ad gentes, in una piccola comunità cristiana. Allora è necessario un cammino di conversione all’essenziale.

Febbraio 2022. Il mondo inizia timidamente a riaprire le frontiere, anche se il Covid detta ancora le regole. Dopo molti cambi di data, finalmente, una trentina di Missionarie della Consolata riescono a radunarsi a Nepi, nella Casa generalizia dell’istituto, per l’intercapitolo (riunione tra due capitoli, i quali hanno luogo ogni sei anni, ndr), un evento importante, che avviene a metà mandato del consiglio generale, per valutare i cammini intrapresi e trattare temi specifici.

Nell’intercapitolo 2022 le sorelle stanno riflettendo sul carisma della congregazione. Un carisma missionario, sorretto da una spiritualità eucaristica e mariana, secondo l’intuizione del fondatore, san Giuseppe Allamano.

Arriva una mail da lontano a madre Simona Brambilla, l’allora Superiora generale: «Sono il vescovo dell’Uzbekistan. Vorrei invitarvi nella mia Chiesa». Madre Simona coglie l’occasione al volo e risponde: «Siamo riunite in questi giorni con sorelle rappresentanti di tutta la congregazione: è disponibile per presentare la proposta in video chiamata?».

Monsignor Jerzy Maculewicz, amministratore apostolico dell’Uzbekistan, non se lo fa ripetere due volte e, con molto entusiasmo, presenta all’assemblea la proposta di missione ad gentes.

La missione non si ferma. E non si fa fermare nemmeno dal lockdown. E neppure da calcoli precisi e spietati, come le statistiche del personale, che fotografano la netta diminuzione del numero di consorelle del nostro istituto e l’età media in aumento.

La proposta di missione fra i non cristiani in Uzbekistan risuona forte nelle sorelle, che vibrano durante l’intercapitolo, riflettendo sul carisma missionario consolatino. L’assemblea chiede quindi alla direzione generale di raccogliere maggiori informazioni da presentare al capitolo generale, che sarebbe stato indetto per l’anno 2023.

E così, dopo una visita in loco e la riflessione delle capitolari, la nuova direzione generale prende il testimone e inizia il cammino per concretizzare una nuova apertura ad gentes delle Missionarie della Consolata in Asia centrale.

Dopo un tempo di preparazione a Nepi, il 23 marzo 2025 suor Judith Kikoti (tanzaniana), suor Adanech Mitiku (etiope), suor Immaculate Nyaketcho (ugandese) e suor Andrea Leite Carvalho (brasiliana) partono per l’Uzbekistan, e sono accolte il mattino del giorno dopo dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Urgench, città della parte nordoccidentale dell’Uzbekistan, sull’antica «Via della seta».

Primi passi

Un misto di forti emozioni colma i cuori delle sorelle: gioia, commozione nel vedere che il carisma arriva anche a questa terra.

«Mi sono sentita responsabile di questa missione, siamo quelle che aprono un cammino», dice suor Judith.

«Avevo tanta aspettativa, per me è stata la prima destinazione, e sono stata scelta per questa nuova presenza», ci rivela suor Andrea, la più giovane della comunità.

Un posto sconosciuto, totalmente nuovo: «Non c’è nulla che si possa paragonare alle realtà che avevo conosciuto, sia in Africa che in Europa», afferma suor Immaculate.

Ma la novità non è sperimentata solo dalle sorelle: la gente si dimostra sempre curiosa. Fa tante domande e anche tante fotografie a quella strana comunità interculturale che è venuta ad abitare a Urgench. Poco per volta le suore si abituano al contesto e la gente si abitua a queste straniere che appena balbettano un po’ il russo, e qualche parola in uzbeko.

C’è una domanda in particolare che colpisce: «Ma perché siete venute qui?».

L’Uzbekistan è un Paese con un’età media molto bassa, fatto di giovani che lasciano la Patria in cerca di futuro. Ma queste straniere? Sono come gli studenti indiani che studiano medicina all’Università? No. E nemmeno sono come i turisti che passano sulla Via della Seta.

Perché sono arrivate a Urgench?

Nonostante la sensazione di«stranezza» provocata da questo arrivo, la popolazione di Urgench si dimostra accogliente e amichevole, e persino premurosa verso le missionarie. Il venditore si preoccupa di vendere le cose migliori e non lesina consigli pratici. La gente fa attenzione affinché le sorelle scendano alla fermata giusta del bus. 

La maggioranza della popolazione è musulmana, ma la gente non fa distinzioni: invita le straniere a casa, offre il tè e il pane tipico.

Come le dita delle mani

Ma le sorelle fanno anche l’esperienza della grande accoglienza che nasce dal cuore e dalla preghiera dei cristiani locali: «Vi abbiamo aspettate per cinque anni», dicono le persone della piccola comunità cattolica che, per anni, ha pregato per avere una presenza che l’accompagnasse.

L’ad gentes in Uzbekistan si fonda sulla preghiera e sulla comunità. Lo diceva già san Giuseppe Allamano, consapevole che la missione è di Dio, nasce dall’unione con Lui e tra noi.

«In questo momento stiamo osservando, cercando di ascoltare e comprendere la realtà che incontriamo ogni giorno», ci dice suor Judith.

Vi è un contatto quasi quotidiano con la decina di cattolici che frequentano la parrocchia Madre di Misericordia.

«Abbiamo percepito che è importante lo stare, non il fare. Abbiamo così deciso di intensificare la preghiera. Non lo facciamo perché abbiamo tanto tempo libero. Piuttosto abbiamo risignificato ogni nostro passo nella preghiera, perché noi siamo qui per questo popolo. E allora preghiamo per lui», continua suor Judith.

Per questa ragione le sorelle decidono di fare adorazione dopo la messa. È un’iniziativa delle missionarie, che però è diventa subito un impegno della comunità cristiana. Ed è significativo ascoltare una donna dire: «Loro sono qui per pregare per noi».

Un ad gentes nel silenzio, nel nascondimento, senza grandi opere e senza grandi numeri: «Quando vengono tutti, i cristiani sono circa dieci. Come le dita delle mani».

La missione del fare, dell’andare, del visitare, non esiste, almeno per adesso. Non c’è la consolazione umana del sentirsi dire: «brava».

Un cammino di spogliamento, di conversione all’essenziale. Di pazienza, soprattutto verso se stesse. Ma un cammino che non si fa ciascuna per sé: la comunione profonda tra le sorelle è lo spazio per crescere in questi primi tempi di missione in Uzbekistan.

Stefania Raspo




Il mercato del carbonio

Introdotto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi (2015), il meccanismo dei crediti di carbonio è ingegnoso, ma consente molti imbrogli. Anche per l’assenza di controlli da parte degli Stati. 

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca a assorbirne. Un paio di numeri illustrano bene la situazione.

Secondo l’organizzazione Global carbon project, nel 2024 l’umanità ha prodotto 41 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ma gli oceani e il sistema vegetale sono stati capaci di assorbirne solo il 50-60%. Pertanto, un’altra ventina di miliardi di tonnellate sono salite in atmosfera, accrescendo ulteriormente la concentrazione di anidride carbonica che oggi si calcola in 430 parti per milione.

Come termine di paragone, nel 1700, prima della Rivoluzione industriale, la sua concentrazione è stata stimata in 280 parti per milione. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con inevitabili ripercussioni sul clima. I climatologi ci dicono che, oggi, la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850.  

Ricerche condotte da Our world in data dicono che Stati Uniti e Unione europea sono i maggiori responsabili delle emissioni accumulate fra il 1750 e il 2017: i primi avendo contribuito per il 25%, la seconda per il 22%. Quanto all’Africa, il suo contributo è stimato nell’ordine del 2-3%. La responsabilità non è, quindi, identica per tutti.

Lontani da Parigi

I primi richiami alla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica risalgono al 1972 da parte della Conferenza scientifica delle Nazioni Unite riunita a Stoccolma. Ma solo nel 2015, 43 anni dopo, i governi di tutto il mondo hanno accettato di accordarsi su un piano per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 2 gradi centigradi, meglio ancora 1,5 gradi, rispetto all’epoca preindustriale.

Si tratta dell’Accordo di Parigi che, tuttavia, traccia solo delle direttrici di marcia che gli Stati devono (dovrebbero) trasformare in impegni concreti tramite incontri annuali noti come Cop, acronimo inglese per Conferenza delle parti (Conference of the parties).

L’ultima (fallimentare) Cop, la numero 30, si è tenuta a novembre a Belém, in Brasile (articolo a pag. 63), senza la partecipazione degli Stati Uniti che – per decisione di Trump – hanno abbandonato l’Accordo di Parigi. Un abbandono che rischia di fare naufragare definitivamente un’intesa già traballante perché – al di là delle parole – governi ed imprese non sembrano realmente intenzionate a fare ciò che serve per fermare i cambiamenti climatici.

Tecnologia e politica

Il punto è molto semplice. Dal momento che i cambiamenti climatici sono la conseguenza di un utilizzo eccessivo di combustibili fossili, l’unico modo per fermare il processo è ridurre il consumo di petrolio, carbone e metano.

Un obiettivo che si raggiunge agendo contemporaneamente su due fronti: quello tecnologico, per ottenere energia da fonti non fossili, e quello politico, per ridurre il livello dei consumi. Ma il sistema economico fa difficoltà ad accettare sia l’uno che l’altro: il primo per ragioni di costi, il secondo per ragioni di impostazione.

Due difficoltà che si colgono bene analizzando alcuni dei settori più inquinanti: acciaio, cemento, abbigliamento, allevamenti, trasporti.

Per ridurre le emissioni da parte dell’industria dell’acciaio e del cemento servirebbero altre tecnologie, che però non vengono introdotte perché molto costose. La vicenda dell’acciaieria di Taranto ne è una triste conferma: benché siano noti i suoi danni (non solo ambientali, ma anche sanitari), il rinnovamento non avviene perché costa tanto e le due sole opzioni in campo sembrano essere quella della chiusura o del tenersi l’industria inquinante.

Per ridurre le emissioni provenienti da abbigliamento, allevamenti e trasporti, la soluzione più semplice è quella di ridurre i consumi. Potremmo vivere benissimo senza fast fashion, senza carne a tutti i pasti, senza automobile, ma il sistema non può accettare una simile prospettiva perché la sua sopravvivenza si basa sulla crescita. L’obiettivo del capitalismo è garantire profitto alle imprese, possibile solo se c’è certezza di vendite. Così il consumo, e di conseguenza la produzione, sono i due snodi centrali. Ma poiché l’inclinazione al consumo non fa parte della nostra natura umana, il sistema si è organizzato in tutti i modi possibili per spingerci a consumare oltre misura.

Le vie sono quelle della pubblicità, della moda, dell’introduzione di nuovi prodotti che generano nuovi bisogni. Tipico il caso dei telefonini. Questo continuo lavaggio del cervello ha fatto breccia in tutti noi e perfino i sindacati si oppongono alla prospettiva della sobrietà in nome del lavoro. Un ragionamento che conosciamo fin troppo bene: per vivere ci serve un salario, quindi un lavoro, ma il lavoro lo danno le imprese solo se vendono ciò che producono. Dunque, dobbiamo consumare sempre di più, anche se questo comporta conseguenze negative per molti: per il pianeta a causa dell’inquinamento, per le nostre vite a causa di un eccesso di cose, per le relazioni umane e sociali a causa della mancanza di tempo, per le generazioni che verranno perché erediteranno un pianeta tossico ed esaurito.

Per uscire da questa trappola, le alternative ci sarebbero, ma le nostre «gabbie mentali» ci impediscono anche solo di prenderle in considerazione.

Foto Tyler Casey – Unsplash.

I palliativi del sistema

Non volendo intraprendere le strade che servirebbero per toglierci dai guai, il sistema si sta inventando un sacco di palliativi, come quello inserito all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi secondo il quale uno Stato o un’impresa può dimostrare di avere ridotto le proprie emissioni di anidride carbonica non perché le abbia ridotte davvero, ma perché ha finanziato una buona pratica attuata in un altro paese.

Un po’ come un’impresa di armi che, pur continuando a produrre bombe, pretende di essere considerata nonviolenta perché finanzia la Croce Rossa.

Immaginando che la questione ambientale possa essere ridotta a un bilancio economico, nella colonna dei debiti scriveremmo le quantità di anidride carbonica emesse, nella colonna dei crediti scriveremmo le quantità di anidride carbonica eliminate tramite iniziative positive.

L’Articolo 6 dell’accordo di Parigi permette agli Stati di iscrivere nella colonna dei crediti anche le tonnellate di anidride carbonica che i loro finanziamenti contribuiscono ad abbattere in un paese straniero, di solito scelto tra i più poveri. È in virtù di questa trovata che, nell’Accordo di Parigi, il trasferimento delle riduzioni di anidride carbonica da un’entità all’altra è indicato come «meccanismo dei crediti di carbonio».

Cosa prevede l’articolo 6

L’articolo 6 non definisce quali progetti possono rientrare nei crediti di carbonio, ma – per consuetudine – comprendono le iniziative di riforestazione o di tutela delle foreste, gli investi-

menti nell’ambito delle energie rinnovabili, qualsiasi altra iniziativa tesa a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

L’articolo 6 impone, però, una serie di regole per impedire la degenerazione dello strumento. Fra esse, l’obbligo di trasparenza, il divieto di doppio conteggio, la creazione di organismi internazionali addetti al controllo.

Purtroppo, gli Stati ci hanno messo nove anni per accordarsi su tutti i dettagli, e solo nel 2025 il meccanismo è entrato ufficialmente in funzione con tanto di regole e organismi di governo. Un’attesa che è durata nove anni per gli Stati, ma non per le imprese che, nel frattempo, hanno deciso di agire da sole ravvisando in quel meccanismo un ottimo strumento per farsi passare (a buon mercato) come «verdi».

Le imprese più inquinanti possono, infatti, continuare a emettere grandi quantità di anidride carbonica, comunicando di averle ridotte in virtù dei crediti acquistati. Così, a partire dal 2016, si è assistito all’esplosione del mercato volontario dei crediti di carbonio che, fino ad allora, aveva funzionato in maniera embrionale.

Dal 2005 al 2024, attraverso questo canale, i crediti commercializzati sono passati da 13 a 84 milioni di tonnellate con un coinvolgimento particolare delle imprese petrolifere, automobilistiche, informatiche. Nel 2024 il più grande acquirente di crediti di carbonio è stato Shell che si rifornisce da progetti agricoli e forestali avviati in varie parti del mondo fra cui Australia, Filippine, Senegal. Altri grandi acquirenti sono Microsoft, Eni, PetroChina, Volkswagen, per un giro d’affari che nel 2024 è stato calcolato in 535 milioni di dollari.

La preservazione delle foreste non è l’unica via individuata per liberare il pianeta dall’anidride carbonica. Ci sono anche progetti che puntano a ridurre le quantità emesse. Nel qual caso sono poste in vendita le negaCO2, ossia le tonnellate di anidride carbonica non prodotte.

Esempi che vanno in questa direzione sono gli impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, o progetti che promuovono stufe per cucinare a basse emissioni. I gestori di tali progetti calcolano le tonnellate di anidride carbonica risparmiate rispetto agli impianti tradizionali e le cedono a chi ha bisogno di alleggerire il proprio carico di CO2 in cambio di denaro per le spese di impianto o di gestione. Ad esempio, Acqua minerale San Benedetto compensa le sue emissioni acquistando crediti generati in vari paesi del mondo, non solo da progetti di riforestazione, ma anche da impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, come una centrale idroelettrica del Pamir, in Tajikistan.

Elaborazione da un grafico di earth.org

L’imbroglio è certificato

In apparenza sembra tutto lineare, ma uno dei problemi di questo circuito è che non esistono controlli pubblici: l’intero sistema è affidato a società private di certificazione che rilasciano certificati sulla validità dei progetti e sulle tonnellate di anidride carbonica eliminate secondo i loro criteri. Per di più la certificazione è pagata dai proprietari dei progetti che hanno tutto l’interesse a ricevere attestati che gonfiano il servizio reso al pianeta in modo da avere più crediti di carbonio da mettere in vendita. Del resto, le stesse società di certificazione hanno una partecipazione sui crediti commercializzati.

In conclusione, numerose indagini, non solo giornalistiche, ma anche universitarie, hanno evidenziato vari casi di conti che non tornano. Tanto da avere indotto alcune società certificanti ad adottare misure correttive. Ad esempio, nel settembre 2025, Verra, una società di certificazione statunitense, fra le più grandi del mondo, è stata costretta ad ammettere di avere validato la vendita di 15 milioni di crediti inesistenti vantati da un progetto di riforestazione nello Zimbabwe gestito dalla società Carbon green investments. Fra i clienti invischiati nella frode compaiono anche Volkwagen, Nestlé, Total che ora dovranno valutare come correggere i propri bilanci di sostenibilità.

Truffe a parte, vari esperti ritengono che i crediti di carbonio possano svolgere un ruolo positivo, ma solo se provengono da progetti che riducono realmente l’anidride carbonica presente in atmosfera senza produrre alcun tipo di danno collaterale né di tipo ambientale, né sociale.

Sulla questione giungono molti allarmi, soprattutto dall’Africa dove è stata da poco istituita l’Africa carbon market initiative per promuovere la vendita dei crediti di carbonio ottenuti nel continente. Un’impresa molto attiva nella vendita dei crediti di carbonio è Green resources di proprietà del fondo African forestry impact platform (Afip), a sua volta partecipato da varie multinazionali, fra cui le giapponesi Mitsui e Nomura.

Green Resources si presenta come la più grande impresa africana di sviluppo forestale e trasformazione di legname. In effetti, gestisce all’incirca 38mila ettari di piantagioni legnose in Mozambico, Tanzania e Uganda. Per la maggior parte si tratta, però, di monoculture di pino ed eucalipto, che pongono al tempo stesso problemi di ordine ambientale e sociale. Quello di carattere ambientale è che le monoculture distruggono la biodiversità e hanno bisogno di molti trattamenti chimici. Quello di ordine sociale è che mettono in moto un processo di land grabbing, ossia di sottrazione di terre a spese delle comunità locali.

L’umanità deve trovare i modi per arrestare i cambiamenti climatici, ma non è certo con l’abuso e con l’inganno che potrà riuscirci.

Francesco Gesualdi

 



Il paese ha perso la verginità

«Voi tanzaniani siete troppo remissivi. Nessuna manifestazione, nessuna protesta. Che cosa aspettate ad alzare la testa contro un governo dittatore e corrotto, che vi schiavizza con salari da fame, mentre i disoccupati sono un esercito?». Questa la critica che alcuni osservatori africani rivolgono al Tanzania. Ed ecco che il 29 ottobre 2025 i tanzaniani dicono: «Ora basta!».

Dar es Salaam: tre parole arabe che significano «porto della pace».

Siamo in Tanzania. Ma, a partire dal 29 ottobre 2025, Dar es Salaam, capitale economica del Paese, non è piu il «porto della pace». Idem per le città di Mwanza, Arusha, Mbeya, Iringa, Tonduma, coinvolte in tragici eventi con circa 700 morti ammazzati nel giro di 48 ore.

Che cosa sta capitando in Tanzania, decantata oasi di tranquillità dell’Africa? Prima di rispondere a tale domanda, occorre fare dei passi indietro.

Tutti i presidenti

Julius Nyerere merita apprezzamento. Con Léopold Senghor del Senegal, Nyerere fu l’unico presidente dell’Africa ad avere liberamente rinunciato al potere. Leader indiscusso fin dall’indi-
pendenza del Tanganyika nel 1961, nel 1985 Nyerere abbandonò la presidenza della repubblica del Tanzania. Nel 1995 si dimise pure dalla carica di presidente del partito di maggioranza Chama cha Mapinduzi (Partito della Rivoluzione), che dettava la politica del Paese.

Nyerere si ritirò senza essersi arricchito. Evento più unico che raro in Africa.  Nel contempo Nyerere non fu scevro da scelte infauste: «nodi cruciali», che a suo tempo destarono malumori e resistenze. Ignorarli sarebbe offendere lo stesso «mwalimu» (maestro) del Tanzania, amante della verità.

Un nodo cruciale furono le leggi sulla detenzione preventiva dei sospettati di agire contro lo Stato.

Discutibile fu poi l’allontanamento dal Tanzania del politico Oscar Kambona e di altri personaggi, rei di opinioni contrarie al Presidente.

Ancora: Nyerere peccò di spirito antidemocratico quando adottò «il sistema del partito unico». Il presidente spiegò: il partito unico è una scelta obbligata, perché il Paese non è politicamente preparato al pluripartitismo; con più partiti, la nazione cadrebbe nel marasma degli altri Stati africani, divenendo facile preda di demagoghi abili nel cavalcare malumori tribali o religiosi.

Poi, il 30 ottobre 1978 Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda, invase il Tanzania. Tra i due Paesi fu guerra. L’esercito tanzaniano non solo cacciò l’invasore, ma occupò persino la capitale ugandese Kampala.

Fu l’episodio più sconcertante del mwalimu. Molti Paesi africani lo accusarono di violare i principi dell’Organizzazione dell’unità africana. Lui replicò: nella guerra contro l’Uganda ha prevalso «la ragione di Stato» e la consapevolezza che con l’imprevedibile e sanguinario Amin era impossibile ragionare.

Il Tanzania uscì vittorioso dal conflitto, ma affamato e stremato, senza riserve monetarie. Il Paese non poteva concedersi il lusso di una guerra.

Il dopo Nyerere

I presidenti successori di Nyerere furono: Ali Hassan Mwinyi (1985-1995), Benjamin Mkapa (1995-2005) e Jakaya Kikwete (2005-2015). Dopo Kikwete, fu la volta di John Magufuli, che morì nel 2021 probabilmente di Covid-19. Seguendo la Costituzione, il defunto presidente venne rimpiazzato dalla vicepresidente, Suluhu Samia Hassan.

C’è un denominatore comune fra questi cinque presidenti: ed è la «dittatura».

In Tanzania vige il pluripartitismo, ma è solo una parvenza di democrazia, giacché il Chama cha Mapinduzi detiene sempre in Parlamento la maggioranza assoluta: è il megafono del presidente di turno, un rullo compressore contro i partiti di opposizione, spesso irrilevanti perché divisi.

La Costituzione fa del presidente un «deus ex machina», quasi insindacabile. Dittatore, appunto. Esiste poi uno stretto connubio fra polizia e Presidenza della repubblica. Di qui il quesito cruciale: chi comanda in Tanzania? Il Parlamento o la polizia?

Durante il secondo mandato del presidente Kikwete vi fu un lodevole tentativo di riformare la Costituzione, grazie all’apporto di alcuni movimenti democratici, anche cattolici. Ma le loro proposte furono insabbiate. Un buco nell’acqua.

P.Mario Bianchi (allora superiore generale IMC) conversa col Presidente Nyerere nella casa della Missione di Uhungu, 2-7-1978.

Eventi inquietanti

Il 5 ottobre 2022 il quotidiano britannico The Guardian denunciò il governo del Tanzania per volere sradicare circa 100mila Masai dal loro habitat ancestrale di Ngorongoro e dintorni. Il Governo replicò: «No, noi li vogliamo proteggere meglio».

La verità, invece, è un’altra: creare una riserva di caccia di lusso per i turisti (cfr. MC notizie 6 ottobre 2025). Alla faccia del rispetto dei diritti umani. Il contenzioso tra Masai e potere politico è ancora aperto.

Perplessità destava, inoltre, la voce che circolava in Tanzania nel 2023: il Governo intende affidare la gestione dell’importante porto di Dar es Salaam a un paese arabo. Per il cittadino comune il progetto era uno schiaffo, un sentirsi tacciato di incapacità. I vescovi cattolici se ne fecero carico con una lettera aperta, chiedendo al governo di sottoporre alla volontà del popolo il problema dello scalo di Dar es Salaam.

Il sottoscritto lesse il documento dei vescovi, intitolato Vox populi vox Dei, nella parrocchia Ubungo Msewe di Dar es Salaam, che fu salutato da scroscianti applausi.

Il risultato? Zero. Il 22 ottobre 2024 quattro moli del porto suddetto furono affidati alla gestione degli Emirati arabi uniti.

Però il fenomeno più inquietante è un altro. Da circa due anni in Tanzania, durante la presidenza di Hassan, scompaiono persone. Scompaiono per non comparire più. Sono desaparecidos come quelli dell’Argentina del 1976-1983.

Nella prima metà di ottobre del 2025 Yuda Tadei Ruwa’ichi, arcivescovo di Dar es Salaam, stigmatizzò il dramma esigendo spiegazioni dall’autorità nazionale. No comment.

La rivolta dei giovani

Arriviamo al 29 ottobre 2025. In Tanzania sono in corso le elezioni presidenziali. La riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan è scontata, anche perché alla tornata elettorale non partecipa il maggiore partito di opposizione Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo), che ritiene inutile votare se prima non si cambia la Costituzione che garantisce poteri enormi al presidente eletto.

Assente forzato dalle elezioni è lo stesso presidente del Chadema, Tundu Lissu, imprigionato con l’accusa di tradimento. Lissu, l’8 settembre 2017, sfuggì miracolosamente a un attentato, restando gravemente ferito da 16 colpi di arma da fuoco.

In vista delle elezioni politiche, l’esecutivo ha dispiegato pesanti e costosi strumenti repressivi, per scardinare i restanti esponenti dell’opposizione. Tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.

La mattina del 29 ottobre 2025 tanti seggi elettorali sono quasi deserti. Fra i non votanti, primeggiano i giovani, disamorati della presente politica. Giovani che, nel pomeriggio, iniziano a radunarsi per le strade di Dar es Salaam, per manifestare il loro dissenso verso il regime.

Oltre a denunciare l’inutilità di un’elezione il cui risultato è deciso da tempo, i manifestanti sfogano la loro rabbia contro il sistema politico, bruciando veicoli, scardinando distributori di carburante, devastando stazioni di polizia. Le forze dell’ordine reagiscono con gas lacrimogeni e blocchi stradali. Scende in campo pure l’esercito, rafforzando la repressione.

E si spara. Corre voce che alcuni soldati tanzaniani rifiutino di sparare contro i propri concittadini. Intervengono allora mercenari dell’Uganda e del Rwanda.

La sera del 29 ottobre viene proclamato il coprifuoco. Ma i manifestanti lo ignorano, sfidando polizia ed esercito. La protesta si estende a macchia d’olio anche in altre città, non solo a Dar es Salaam. È uno «tsunami» di rivolte. Sulle strade giacciono circa 700 cadaveri.

Nel frattempo la situazione diventa ancora più caotica. Già prima del voto, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto controllo.

Gli aeroporti sono chiusi: non si parte né si arriva, specialmente a Dar es Salaam.

Sabato, primo novembre 2025, vengono notificati i risultati ufficiali delle elezionia: Suluhu Samia Hassan stravince con un plebiscito «bulgaro», pari a quasi il 98 per cento. Però i votanti sono stati circa 30 milioni, in un Paese che conta oltre 70 milioni di persone. È evidente che hanno votato solo gli aderenti al Chama cha Mapinduzi.

Evviva la Presidente! Oggi ha vinto.

 E domani?

Il domani del Tanzania è già iniziato il 3 novembre 2025, con il prezzo della benzina schizzato da tremila scellini il litro a diecimila, mentre il valore dello scellino è collassato: uno scellino vale 0,00035 euro (18/11/2025).

L’aumento del carburante è il volano per l’aumento immediato di tutto. Così il costo dei generi alimentari è triplicato dal mattino alla sera. Ma guai a criticare il Governo. Il potere ti vede e ti sente. La gente vive nel terrore.

E se i parenti dei 700 morti ammazzati decidessero di vendicare i loro congiunti?

«Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza, ed ecco il terrore» (Geremia 14, 19).

Il Tanzania ha perso la verginità. Nulla sarà più come prima. I bagni di sangue sono là in attesa di… «Quod Deus avertat!», che Dio ce ne scampi.

Francesco Bernardi




La vita prima di tutto

Il 18 agosto 2025 sono stati beatificati padre Luigi Carrara, fratel Vittorio Faccin e padre Giovanni Didonè, missionari Saveriani, e l’abbé Albert Joubert, sacerdote congolese, assassinati il 28 novembre 1964 a Fizi, nell’ex Congo belga, diventato indipendente dal 30 giugno 1960.

I quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2021

Nei 75 anni di vita della parrocchia Cuore Immacolato di Maria di Baraka a Fizi, territorio affacciato sulla punta Nord del lago Tanganica, nella diocesi di Uvira, in Rd Congo, una data ha segnato fortemente la fede di tutti: il 28 novembre 1964, quel sabato avvenne il «martirio» dei tre missionari saveriani e del sacerdote diocesano, uccisi lo stesso giorno dai medesimi aggressori.

Quel tragico evento è stato percepito gradualmente come l’espressione più alta del valore del Vangelo di Cristo, testimoniato secondo lo Spirito di colui che ha donato la sua vita per liberarci dal peccato e risorgere a vita nuova.

I quattro beati non abbandonarono dal loro gregge in quei tempi tumultuosi della guerra
civile seguita alla dichiarazione di indipendenza dal Belgio. La coerenza con il Vangelo e la consacrazione missionaria richiedevano loro di restare accanto a una popolazione che a sua volta cercava anche di proteggerli dai pericoli, a testimonianza di una fraternità evangelica reciproca e autentica.

Carrara e Faccin, così come Didonè e Joubert, erano ben consapevoli del pericolo imminente. Sapevano che restare al loro posto poteva costare loro la vita. Ma sapevano anche che il martirio non è la scelta della morte. È piuttosto la scelta di non anteporre nulla alla vita di chi amiamo.

La cronaca

Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostituire i fatti del martirio dei nostri quattro testimoni.
Intorno alle 14 arrivò a gran velocità una jeep militare che parcheggiò davanti alla chiesa di Baraka. Si trattava di mulelisti (movimento ribelle di ispirazione maoista fondato nel 1963 da Robert Mulele e più conosciuti come i Simba, ndr.) che, da diversi mesi, occupavano la zona e combattevano contro l’Esercito nazionale congolese (Anc). Il colonnello Abedi Masanga uscì dall’auto nello stesso momento in cui fratel Vittorio Faccin usciva dalla missione, ancora in costruzione.

I luoghi del martirio in Rd Congo, vicino ad Uvira e al Lago Tanganika

Abedi chiese a Faccin di salire sul veicolo e andare a Fizi. Il fratello rifiutò, dicendo che non poteva lasciare padre Carrara solo a Baraka. Il fratello fu colpito tre volte al petto e morì sul colpo.

Padre Luigi Carrara, che stava confessando in chiesa, uscì ancora indossando la stola, tutto sorpreso. Abedi gli ordinò di salire sul veicolo per andare a Fizi in modo da poter essere ucciso là. Carrara rispose che, se doveva essere ucciso, preferiva morire accanto al suo fratello. Si inginocchiò davanti al corpo senza vita di Faccin e, all’improvviso, gli spararono alla testa: bastò un proiettile e morì sul colpo. Cominciarono i maltrattamenti dei corpi dei due. Uno dei mulelisti, Évariste Mauridi Mulisho (che poi si pentirà e diventerà un testimone prezioso del martirio, ndr), tagliò un braccio di Faccin e andò a esibirlo nel villaggio di Baraka.

Più tardi la stessa jeep arrivò davanti alla chiesa di Fizi. Erano circa le 20. I mulelisti che sorvegliavano la missione di Fizi provarono a impedire l’ingresso del colonnello Abedi. Questo s’impose. Chiamò i padri. Giovanni Didonè, presa la lampada a petrolio, aprì la porta. Lui e l’abbé Albert Joubert uscirono incontro al colonnello che puntava la pistola. Didonè cominciò a farsi il segno della croce, ma una pallottola in fronte gli impedì di finire il gesto. Poi Abedi sparò direttamente al petto di padre Joubert che morì accanto al sacerdote suo amico.

Circa trent’anni dopo, padre Cyrille Tambwe conobbe personalmente Évariste Mauridi Mulisho nel campo profughi congolesi di Nyarugusu (Tanzania). Egli aveva riconosciuto il suo errore e che aveva agito sotto l’influenza dell’indottrinamento comunista anticristiano e dell’ingenuo entusiasmo della gioventù. Già all’inizio degli anni ‘70 si era convertito al punto da diventare responsabile di una comunità ecclesiale di base e supervisore nella Legio Mariae.

I tre saveriani

Fratel Faccin, alla guida dei cori, dimostrò il desiderio di coesione e lo spirito di fraternità attraverso liturgie ben preparate e celebrate. I viaggi di Didonè sugli altopiani di Fizi, dove si era organizzata una fiorente comunità di ruandesi, mostrarono l’apertura della missione verso coloro che non erano ben visti nel territorio: Cristo unisce le persone.

Carrara, con la sua pastorale dell’ascolto attraverso il sacramento della riconciliazione, espresse il desiderio di liberare le persone dalla schiavitù del peccato, un tema, quello della schiavitù, molto vicino ai fedeli, tra cui operava, i cui nonni avevano subito la tratta e lo sfruttamento del colonialismo del re Leopoldo del Belgio.

Un attentato contro la fede cristiana

Le testimonianze raccolte dall’abbé Cyrille, che all’epoca dell’indagine diocesana era parroco di Baraka, mettono a fuoco le ragioni del martirio. Questo non è stato conseguenza dell’odio razziale contro i bianchi e l’imperialismo coloniale, odio molto forte nel post indipendenza del Congo, ma di una reazione contro i valori stessi della fede cristiana.

L’azione dei missionari, in quegli anni, consisteva nel dire che ogni separazione, ogni guerra, ogni rifiuto dell’altro non poteva venire dallo Spirito di Dio. Le catechesi e le preghiere insegnate e ripetute prima delle celebrazioni miravano a sottolineare la nuova identità cristiana, come comunità di credenti in colui che tutti salva e che invita a chiamarlo Padre nostro. Le gioie e i dolori di ogni persona sono le gioie e i dolori dell’intera comunità che, per questo, si prende cura dei più bisognosi, come i lebbrosi di Busimba (Fizi). La fede voleva essere radicata nelle opere di carità e nella promozione della dignità.

Le reliquie dei quattro martiri

abbé Albert Joubert

Sacerdote congolese

Fu tra i primi sacerdoti della Chiesa in Kivu. Nacque a Saint Louis de Mrumbi-Moba il 18 ottobre 1908. Suo padre, di origine francese, aveva fatto parte della guardia pontificia in Vaticano prima di dedicarsi completamente alle missioni estere cattoliche. Andò a vivere in Africa, condividendo la cultura e lo stile di vita, sposando una donna del luogo e lottando per l’abolizione della schiavitù. La sua azione e la sua lotta erano radicate in una fede profonda. I coniugi ebbero tre figli: due preti e una figlia religiosa che fu costretta a lasciare la vita consacrata per motivi di salute.

Albert frequentò il seminario minore e poi iniziò gli studi filosofici-teologici completandoli con successo, tanto da essere richiesto come professore. Insegnò presso il Seminario maggiore e fu direttore di scuole.

Formato alla scuola dei missionari, assunse lui stesso uno stile di vita tipicamente missionario, disponibile a trasferirsi nelle missioni dove c’era più bisogno, vivendo con semplicità e con attenzione per i poveri e i sofferenti. Nella diocesi di Uvira, terminò il suo impegno, donando la sua vita come sacrificio di fraternità umana e sacerdotale.

Obbedendo al suo vescovo, si recò in una parrocchia povera e da ricostruire, Kibanga, dove ebbe a che fare con la violenza anticristiana dei suoi connazionali congolesi, i Simba, divenuti ribelli e affiliati all’ideologia atea di stampo cinese, russa e cubana. Per causa loro soffri molto.

Consapevole del pericolo che lo aspettava, accettò di recarsi a Fizi, roccaforte dei ribelli Simba, per unirsi al saveriano Giovanni Didonè. Là subì il martirio il 28 novembre 1964. Testimone della fede in Cristo e della fraternità al di là di ogni popolo e di ogni nazione. Insieme a padre Didonè è sepolto nella chiesa di Fizi, meta di pellegrinaggi.

Padre Giovanni Didonè 

Padre Giovanni Didonè, da Missionari Saveriani, marzo 2024.

La missione come dono totale di sé

Padre Giovanni Didonè nacque a Cusinati di Rosà (Vicenza) il 18 marzo 1930. La sua è una famiglia di agricoltori, crebbe in un clima sereno e religioso. I genitori erano cristiani praticanti e dei loro undici figli, sette si consacrarono al Signore nella vita religiosa.

Il papà non aveva preclusioni sulla scelta del figlio di farsi prete, purché divenisse sacerdote diocesano. Per questo motivo, entrò nel Seminario di Thiene della diocesi di Padova e attese l’età di 20 anni per ottenere l’assenso, pur sofferto, del papà sulla sua scelta. Entrò dai missionari Saveriani nel 1950 ed emise la prima professione il 12 ottobre 1951. Finiti gli studi il 9 novembre 1958 ricevette il presbiterato.

Padre Didonè parti per la missione il 3 dicembre 1959 – festa di San Francesco Saverio, patrono dell’Istituto Saveriano – nella diocesi di Uvira (nel Kivu, Congo belga) dove fu assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Uno dei tanti problemi che il giovane sacerdote saveriano dovette affrontare era quasi irrisolvibile: far superare i desideri di vendetta esistente tra i clan indigeni e, nel contempo, far cadere i giudizi negativi dei congolesi nei confronti dei bianchi.

Nella tarda primavera del 1962, padre Didonè era a Fizi con un compito ben preciso: costruire una chiesa per la sua comunità, che fu dedicata l’11 febbraio 1963. La ricostruzione delle ultime ore di vita del missionario saveriano si deve a padre Palmiro Cima che, tornato nei luoghi dell’eccidio nel gennaio 1966, ha raccolto informazioni da testimoni oculari.

Padre Didonè concepiva il suo essere missionario come un dono totale di sé a Dio. Nutriva un amore particolare verso la Vergine Maria, che seguiva secondo il metodo suggerito da san Luigi Grignion de Montfort, che diffondeva a tutti, compresa la sua famiglia. Il martirio a Fizi, non lo trovò impreparato.

Padre Luigi Carrara

Padre Luigi Carrara

Spirito di preghiera e disponibilità al servizio

Nacque a Cornale di Pradalunga (Bg) il 3 marzo 1933, quinto di sette fratelli e sorelle. Fu battezzato il 6 marzo e cresimato il 12 giugno dello stesso mese. Trascorse una serena infanzia in una famiglia unita che gli offrì un’educazione religiosa e umana molto solida. Per le ristrettezze economiche in cui versava la famiglia, il padre fu costretto ad emigrare in Svizzera. Lui visse nell’ambiente parrocchiale.

Fu un ragazzo incline alla preghiera e all’età di 14 anni chiese di essere ammesso presso la scuola apostolica dei missionari Saveriani. Terminato il curriculum di studi ginnasiale, a vent’anni entrò in noviziato e, una volta conclusi gli studi teologici, emise la sua professione perpetua e fu ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961.

Religioso stimato dai superiori e dai compagni di corso, si distinse sempre per il suo spirito di preghiera e di disponibilità al servizio. Lo studio della teologia si era trasformato in preghiera e meditazione. La frequenza ai Sacramenti era diventata per lui esperienza di vita e motivo di incontrare Cristo nei poveri.

Subito dopo la sua ordinazione presbiterale, il superiore generale lo destinò alla missione del Congo. Gli anni da lui trascorsi in terra africana furono vissuti nel clima della preghiera e del servizio incondizionato ai piccoli e agli umili, senza giudicarli, senza condannarli, ma cercando di giustificarli.

La guerra civile che esplose dopo l’indipendenza del 30 giugno 1960, gli permise di testimoniare la fedeltà al Signore e ai suoi fedeli cristiani, rimanendo con loro fino alla morte.

Fratel Vittorio Faccin

Fratel Vittorio Faccin, davanti alla casa madre dei Saveriani Parma

Il lavoro era la sua passione

Nato a Villaverla (Vi) il 4 gennaio 1934, era terzo di cinque figli di una famiglia di agricoltori nella quale apprese la semplicità e la laboriosità. A 16 anni compì la scelta radicale di entrare tra i missionari Saveriani. Fu accolto a Cremona, dove frequentò le scuole medie. Trovando difficoltà negli studi, gli fu consigliato dai superiori di diventare fratello coadiutore. A 17 anni fu ammesso al noviziato e fece i voti l’8 dicembre 1952. Dopo qualche anno di servizio in Italia chiese e ottenne di partire per la missione del Congo dove arrivò nel 1959.

Là fu addetto alle costruzioni di cui era diventato un esperto, formando molti congolesi a quel mestiere: il lavoro era la sua passione. Dedicava molto del suo tempo libero alla formazione dei catecumeni che si preparavano al battesimo. Pur conservando un certo rammarico per non essere diventato sacerdote, si era convinto che la sua vocazione fosse quella di essere vittima come Gesù nel sacramento dell’Eucaristia.

Il 30 giugno 1960 il Congo divenne indipendente, ma con due fazioni rivali che si combattevano aspramente per il dominio del Paese, dietro la spinta dell’ideologia marxista sovietica e di quella cinese. E lui, come testimone di Cristo che predicava l’amore, fu perseguitato e imprigionato nel 1960. Era felice di poter condividere la prigionia con altri poveri congolesi perseguitati, ben consapevole del pericolo di vita in cui si trovava.

Liberato, tornò a Baraka, e andava a dormire in una famiglia, poiché nella missione non si sentiva sicuro. Lì emise i voti perpetui nel 1962.

Pur avendo la possibilità di fuggire in Burundi, non volle abbandonare i suoi confratelli e restò con loro continuando il suo servizio. Questo gli costò la vita, versando il sangue per Cristo nell’agguato del 28 novembre. è sepolto con padre Carrara nella chiesa di Baraka,

Faustino Turco,
missionario saveriano

Icona dei quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2024



Un anno di progetti

Nel 2025 abbiamo realizzato alcuni progetti in ambiti classici, in particolare l’accesso all’acqua, e in altri che invece cercano di affrontare nuove difficoltà o di rispondere a problemi vecchi con strumenti nuovi.

Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non disponevano ancora di servizi di approvvigionamento di acqua potabile gestiti in modo sicuro. Lo riferisce il rapporto@ realizzato dal Programma congiunto di monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Oms/Unicef), incaricato di monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’acqua potabile, alla sanificazione e all’igiene.

Dei 2,1 miliardi di persone senza acqua sicura, 1,4 miliardi dispongono solo di servizi di base, cioè acqua da fonti migliorate ma non garantite come sicure per il consumo umano e raggiungibili con uno spostamento che richiede fino a 30 minuti fra andata, ritorno e attesa in coda alla fonte d’acqua. Ci sono poi 287 milioni di persone che dispongono di servizi limitati, cioè devono affrontare uno spostamento che supera i 30 minuti, 302 milioni con servizi non migliorati e 106 milioni che usano acqua di superficie, ad esempio da fiumi, laghi, stagni.

Negli ultimi dieci anni, si legge ancora nel rapporto, i progressi ci sono stati, visto che 961 milioni di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro, con un aumento della copertura dal 68% del 2015 al 74% del 2024. Ma, per raggiungere la copertura universale in questi cinque anni che ci separano dalla scadenza degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030, l’avanzamento dovrebbe essere otto volte più rapido rispetto al decennio passato. Dal monitoraggio emergono poi diseguaglianze molto profonde a livello sub regionale: se in Australia e Nuova Zelanda l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro è già totale, in Africa subsahariana si è passati dal 26% del 2015 al 32% dell’anno scorso. L’Africa, quindi, dovrebbe andare non otto, ma venti volte più veloce per garantire a tutti l’accesso all’acqua pulita entro la fine di questo decennio.

20241231_Chumviere Boreole Blessing

Kenya, alto rischio idrico

Nel rapporto, una scheda si concentra sull’analisi dell’insicurezza idrica in Kenya, evidenziando che oltre la metà del territorio del Paese è interessato da alti livelli di rischio.

Fra le zone coinvolte c’è la contea di Isiolo, che si suddivide in zone semi aride e aride. Secondo l’analisi contenuta nella Strategia idrica della contea di Isiolo 2023-2025@ l’area, che ha una temperatura media annuale intorno ai 29°C, è anche una delle più vulnerabili del Paese rispetto al cambiamento climatico. Fra i fenomeni ricorrenti ci sono ondate di siccità, piogge imprevedibili e inondazioni: l’instabile distribuzione dell’acqua incide sul fragile equilibrio fra le comunità di agricoltori e quelle di pastori e anche sulla convivenza tra fauna selvatica ed esseri umani.

Nel 2025, grazie al sostegno di donatori privati, i missionari della Consolata hanno realizzato due progetti idrici nella zona di Isiolo: un pozzo a Leparua, dove i lavori a fine ottobre erano ancora in corso, e uno a Chumviere, realizzato alla fine del 2024 e attivo dall’inizio del 2025. La perforazione del pozzo, si legge nella relazione finale, è arrivata a una profondità di 68 metri e interrotta a questa profondità dopo che la trivella ha raggiunto la prima falda acquifera a 60 metri. I rilievi preliminari avevano identificato una seconda falda a 140 metri, ma non è stato possibile raggiungerla sia per i limiti della trivella che per le caratteristiche del suolo. Il pozzo si trova sul terreno della parrocchia ma, spiega Naomi Nyaki dall’ufficio cooperazione di Nairobi, «i missionari hanno installato una stazione idrica ben strutturata dove la comunità può andare ad attingere acqua». Il sistema di pompaggio è alimentato con l’energia di 18 pannelli fotovoltaici, collocati a poca distanza dalla torre idrica che regge la cisterna.

Chumviere Boreole – Isiolo – water tank and solar panel

Africa, scommettere sul sole

È un impianto fotovoltaico anche quello che alimenta la nuova pompa sommersa del pozzo della parrocchia di Makambako, in Tanzania, installata grazie alla raccolta fondi della parrocchia Regina delle Missioni, vicino alla Casa Madre dei missionari della Consolata a Torino. Il pozzo, oltre a servire la parrocchia e la casa dei missionari a Makambako, fornisce l’acqua anche alla scuola materna e primaria, che ha circa 400 alunni.

L’uso dell’energia solare nelle missioni è sempre più diffuso: l’anno scorso, le iniziative ricevute dall’ufficio progetti della Fondazione Missioni Consolata, che comprendevano l’installazione di pannelli fotovoltaici, rappresentavano il 15% del totale della richiesta di finanziamento. Gli impianti in genere alimentavano pompe di pozzi che portavano l’acqua a scuole, centri di salute e sistemi di irrigazione. Nel caso della scuola professionale Our Lady Consolata a Bweyogerere, Uganda, il progetto in corso – finanziato dalla diocesi di Torino in collaborazione con l’associazione Impegnarsi serve – prevede invece l’uso del fotovoltaico per illuminare aule e dormitori della scuola.

L’Africa ha un potenziale enorme e finora quasi per nulla utilizzato per quanto riguarda l’energia solare: circa il 20% della popolazione mondiale, riportava uno studio@ della Banca mondiale del giugno 2020, vive in 70 Paesi con condizioni eccellenti per il fotovoltaico e i Paesi della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e dell’Africa subsahariana dominano questa categoria. Eppure, scriveva lo scorso ottobre la giornalista della Cnn, Rebecca Cairns, riferendo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea)@, nel 2024 l’Africa aveva una capacità installata pari a 21,5 gigawatt, circa l’1% del totale mondiale: un dato paragonabile con quello della sola Polonia@.

La capacità installata in impianti di larga scala è di circa 13,7 gigawatt, mentre la componente cosiddetta distribuita – cioè gli impianti fotovoltaici nelle case o nelle aziende – produce 6,4 gigawatt. Ulteriori 1,4 sono poi energia solare a concentrazione, cioè ottenuta usando specchi o lenti che concentrano la luce del sole verso un ricevitore che ne sfrutta il calore per azionare un motore termico.

A limitare lo sviluppo del fotovoltaico su larga scala in Africa sarebbero una serie di fattori, fra cui gli elevati costi infrastrutturali, la presenza di reti inadeguate che faticano a trasportare e distribuire grandi quantità di energia, ostacoli normativi e, in alcuni Paesi, conflitti e disordini. In questo senso, commentava nell’articolo di Cairns l’analista della Iea Heymi Bahar, gli impianti solari domestici e le mini-reti potrebbero «fare da ponte» in attesa dell’estensione e dell’adeguamento della rete.

Attenzione al disagio

Oltre ai progetti più «classici» della cooperazione, come quelli idrici, e a quelli che assecondano un’esigenza di innovazione nella produzione di energia, il 2025 ha visto anche la realizzazione, in Brasile, del progetto «Amico per la vita», che mira a formare operatori in grado di prevenire il disagio, in particolare fra i giovani e nelle comunità indigene, e accompagnare le persone e le famiglie colpite dal problema dei suicidi. Anche se la raccolta fondi non ha raggiunto la cifra richiesta, è stato possibile coprire oltre l’80% dei costi e il progetto è stato realizzato: benché le iniziative che rispondono a bisogni primari come la salute, l’istruzione e l’acqua continuino a essere una priorità per i donatori, si sta comunque sviluppando una sensibilità verso temi nuovi, come la salute mentale, legati a un’attualità che tocca le comunità del Nord come del Sud del mondo. Nelle pagine di Amico, viene proposta una riflessione sulle iniziative di solidarietà del 2025 che, oltre alla prevenzione dei suicidi in Brasile, hanno riguardato l’approvvigionamento idrico in Kenya, con l’installazione di una pompa per un pozzo, anche in questo caso alimentata con energia solare.

Chiara Giovetti

AGENDA 2030, L’ITALIA ARRETRA SU SEI OBIETTIVI

Rapporto Asvis 2025

L’Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile: lo ha detto lo scorso 22 ottobre Enrico Giovannini, direttore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis, durante la presentazione del rapporto 2025 all’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, a Roma. Il rapporto misura dal 2016 i progressi dell’Italia verso il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sdgs): su sei di questi – alimentazione, salute, acqua, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership – l’Italia è peggiorata rispetto al 2024, mentre risultano stabili o in lieve miglioramento otto obiettivi: lotta alla povertà, energia pulita, lavoro dignitoso, imprese e innovazione, città sostenibili, economia circolare, ecosistemi marini, pace e giustizia. Si registrano, infine, miglioramenti su istruzione, parità di genere e lotta al cambiamento climatico.

Al ritmo attuale, alcuni sotto obiettivi non saranno comunque raggiunti. Tra questi, ci sono il dimezzamento rispetto al 2019 del divario occupazionale di genere, la riduzione del 15% della dispersione nelle reti idriche, il raggiungimento del 42,5% di energia prodotta usando fonti rinnovabili, l’azzeramento del consumo di suolo e la riduzione del 50% dei feriti per incidenti stradali rispetto al 2019. Anche l’Unione europea è indietro: sul 37% degli Sdg, i ritardi accumulati sono tali da rendere improbabile il loro raggiungimento entro cinque anni.
«Le persone e le imprese vogliono andare in questa direzione», ha detto Giovannini riferendosi a una visione di Europa «con più unità, per essere più indipendenti, ma aperti al mondo, fermi nella difesa dei nostri valori, delle nostre libertà e della capacità di scrivere il nostro destino», aggiungendo poi che «apparentemente, non tutta la politica vuole andare in questa direzione».

Serve un salto, un’accelerazione: il rapporto propone una tabella di marcia e alcune leve per rimuovere gli impedimenti alla trasformazione.
La sostenibilità non è, sottolinea ancora Giovannini, una questione solo ambientale: ha come suoi pilastri la pace, la giustizia e i diritti. E, in un momento storico così difficile e conflittuale – di questo passo la spesa militare globale nel 2035 sarà pari a quattro o cinque volte quella registrata alla fine della guerra fredda – il richiamo a questi pilastri è un appello all’importanza del multilateralismo, «indispensabile per affrontare questioni globali come la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tutela della salute, la lotta alle pandemie, la gestione del crescente debito, soprattutto dei paesi in via di sviluppo».

Chi.Gio.

Per scaricare il rapporto: https://asvis.it/rapporto-asvis-2025

20251021_Leparua Borehole Drilling

QUALE FINANZA DOPO SIVIGLIA?

Il multilateralismo non è mai stato così in crisi, eppure proprio l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali potrebbe aprire prospettive di collaborazione inattese, ad esempio nelle scelte di finanza per lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti che è emerso dal webinar organizzato lo scorso 15 ottobre dalla «Campagna 070», promossa da quattro reti di organizzazioni attive nella cooperazione: Focsiv, Aoi, Cini e Link2007.

Il relatore del webinar è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo per l’economia e ora copresidente del gruppo Onu sulla crisi del debito. Egli ha individuato alcune convergenze emerse alla quarta conferenza sulla finanza per lo sviluppo (Siviglia, 30 giugno – 3 luglio 2025). C’è stata, innanzitutto, convergenza sull’analisi della situazione: oggi, più che un aumento del debito si registra l’aumento dei costi del servizio del debito, cioè degli interessi da pagare. I Paesi debitori, quindi, hanno meno rischi di default sistemico – che dipende appunto dalla capacità di pagare o meno il debito alla scadenza prevista -, ma gli interessi sono un costo così esorbitante da impedire loro non solo di investire nello sviluppo, ma anche di garantire servizi essenziali. Altre convergenze hanno riguardato la necessità di alleviare il peso del debito attraverso varie forme di rinegoziazione e l’opportunità di rivedere i meccanismi per definire la sostenibilità del debito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (principalmente Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). Infine, c’è stata convergenza anche sull’ipotesi di promuovere quelli che in gergo si chiamano borrowers club, cioè piattaforme che permettano ai Paesi debitori di coordinarsi e scambiare informazioni: entità in un certo senso speculari a quelle che riuniscono i Paesi creditori, come il Club di Parigi, la cui influenza è stata molto estesa fino all’inizio di questo secolo e si è poi ridotta quando i creditori privati – banche, fondi di investimento, eccetera – hanno acquisito peso crescente.

Siamo in tempi diversi, ha detto Gentiloni, da quelli del Giubileo del 2000, in cui prese forma la campagna – promossa fra gli altri dall’allora presidente Usa Bill Clinton, dalla Santa Sede e da molte Ong – per la cancellazione del debito: oltre al ruolo dei privati, un’altra grande differenza è che oggi il principale creditore sovrano, la Cina, «esclude per principio la possibilità di una remissione del debito», anche se è «attiva sulle diverse forme di rinegoziazione».
Secondo l’ultimo rapporto Unctad@, nel 2024 il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo era di 31 mila miliardi. I loro pagamenti netti degli interessi sul debito pubblico sono stati di 921 miliardi; 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più in interessi sul debito che in istruzione o sanità.

Chi.Gio.

Per rivedere il webinar: https://www.youtube.com/watch?v=Z2Sr0ARAWRE&t=5s

20251021_Leparua Borehole Drilling



Brasile, Roraima. Tra i figli di Omama

L’anniversario della missione Catrimani. Per i missionari della Consolata, Catrimani significa Yanomami. È la missione simbolo tra un popolo ormai conosciuto a livello mondiale. Dalla sua fondazione, avvenuta nel 1965, sono trascorsi sessant’anni. Da allora, molte cose sono cambiate.

Il logo della missione Catrimani. Foto Paolo Moiola.

La missione Catrimani si trova nella Terra indigena yanomami (Tiy), in un’area amazzonica di difficile accesso. «I viaggi in aerotaxi sono molto costosi, superando il costo dei viaggi internazionali. I tragitti in canoa sono molto pericolosi a causa delle cascate. Gli spostamenti a piedi da o verso la città durano dai cinque ai sei giorni». A parlare è suor Mary Agnes Njeri Mwangi, missionaria della Consolata originaria del Kenya.

Le missionarie arrivarono nell’odierna Roraima il 12 maggio del 1949. Nel 1953, padre Riccardo Silvestri, pioniere delle spedizioni dei missionari della Consolata, condusse quattro donne Yanomami alla loro casa di Boa Vista. L’evento fu una prima assoluta. Da allora, le suore iniziarono le relazioni con gli Yanomami, a partire dalla «Casa do indio» (Casai) e dalla casa di cura «Hekura Yano», entrambe a Boa Vista.

Nel 1965, i missionari fondarono Catrimani (riquadro a pag.13): quest’anno, dunque, la missione nella foresta amazzonica ha compiuto sessant’anni. Le suore la visitavano di tanto in tanto. Dal 1990, però, la loro presenza è divenuta stabile.

Vista dall’alto della missione, del fiume Catrimani e della pista d’atterraggio. Foto Guglielmo Damioli.

Suor Mary ha lavorato a Catrimani fino al 2024 per un totale di ventitré anni. È stata infermiera e formatrice di educatori. A Catrimani, fin dalla fondazione, l’obiettivo dei missionari della Consolata è stato la presenza tra la gente, il contatto diretto con gli indigeni, l’apprendimento della lingua, come dei costumi, della cultura, dell’etica e dell’arte. Chiediamo a suor Mary se questa metodologia ha evitato che i non indigeni si trasformassero in conquistatori venuti in terra altrui per imporre il proprio credo.

«Lo abbiamo evitato perché abbiamo fatto un’evangelizzazione che non cerca la conquista ma si svolge con umiltà e rispetto per l’alterità di ogni persona. Questo avviene attraverso incontri basati sul dialogo interreligioso, interculturale e interspirituale. È questo dialogo che costruisce relazioni sane, liberatrici e trasfor-

mative perché ogni interlocutore condivide la propria esperienza. Gli Yanomami offrono la loro “teologia”, un sistema di pratiche spirituali e saggezza in cui spiegano i nuovi e antichi misteri della loro vita. Da parte sua, la missionaria condivide la propria esperienza, basata sulla lettura della Parola di Dio e guidata dalla teologia cristiana».

Nella cosmologia degli Yanomami il creatore si chiama Omama. Il mediatore tra il mondo degli spiriti e quello degli Yanomami è lo sciamano (xapuri in lingua yanomae, xama o pajé in lingua portoghese). Tutto è spiegato: la creazione del mondo, gli enigmi dell’esistenza umana, il male e la felicità. Anche la strada da seguire è indicata.

«Per il popolo Yanomami l’imperativo etico è essere “moyamɨ” – ci spiega suor Mary -. Essere felici è sinonimo di essere moyamɨ, cioè abbracciare virtù e valori umani. Essere Yanomami capaci di fare scelte con audace prudenza, con coscienza per il bene comune, con generosità, consapevoli che l’accumulo di beni ha valore solo se condiviso e che un defunto sarà ricordato solo per la sua generosità, perché tutto ciò che lascia dopo la morte sarà cancellato».

Yanomami, missionari e ospiti dialogano durante la celebrazione dei 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto Caro Zacquini.

Anni difficili

Gli Yanomami – conosciuti nel mondo anche per merito dell’opera di Davi Kopenawa (sciamano e grande amico di fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata) – vengono da anni difficili: fame, malattie, invasione e distruzione della propria terra.

«È vero. Gli Yanomami sono conosciuti nel mondo per il loro modo di essere – un popolo che mantiene le proprie credenze, lingue, costumi e tradizioni -, ma anche a causa dell’invasione del proprio territorio, demarcato e ratificato nel 1992. Oggi il popolo Yanomami si trova ad affrontare nuove sfide. Per accedere ai benefici concessi dallo Stato brasiliano – aiuti familiari (bolsa familia), pensioni per gli anziani, servizi remunerati all’interno delle comunità – gruppi di indigeni compiono lunghi viaggi in barca o a piedi verso la città per prelevare denaro dalla banca. L’espressione “ya pihi oke” (sono con pensieri vuoti) è molto comune tra i giovani Yanomami, poiché sono intrappolati tra i “due mondi” della città e della foresta».

«Per recuperare salute e benessere della popolazione – ammette suor Mary -, la strada è ancora lunga. L’acqua del fiume Catrimani assomiglia a un caffè con latte, immagino per causa dei garimpeiros e dell’inquinamento da mercurio. L’Amazzonia e le sue ricchezze sono ambite da molti. Eppure, secondo me, ci sono ancora possibilità di salvarla. Prendersi cura della casa comune è importante per indigeni e non indigeni. Speriamo che la Cop30 di Bélem (la conferenza sul clima di novembre 2025, ndr) sappia prendere le decisioni corrette».

Chiediamo alla missionaria di raccontarci una sua giornata tipo. «A Catrimani la giornata dipendeva da dove mi trovavo, o in una maloca (la tipica abitazione indigena, ndr) o nelle semplici case di legno della missione.

In maloca, la mia giornata poteva iniziare con i discorsi del leader, con il canto del gallo o con le parole di un rituale sciamanico, soprattutto se qualcuno era malato. Alle tre del mattino, le famiglie riaccendevano il fuoco per poi rimanere in silenzio nelle loro amache fino all’alba. Vivevo la mia giornata al ritmo della gente, una donna tra le donne Yanomami: lavoro nell’orto, tempo per la pesca, preparazione della selvaggina, momenti di condivisione e di dialogo».

Un compleanno è anche un tempo di consuntivi: quanti Yanomami passano dalla missione? «In verità – confessa la suora -, non saprei dire quante persone frequentino Catrimani. Tuttavia, credo di non sbagliarmi se dico una media di trecento persone a settimana. Nel lungo periodo trascorso lì, ho notato che il flusso aumentava ogni anno, anche perché la zona è un punto di incontro per gli indigeni che passano da una maloca all’altra durante le feste. Capita poi sovente che gruppi di indigeni vengano in barca a prendere i missionari per visitare e svolgere insieme qualche lavoro nelle loro maloche. Altre volte gli Yanomami vengono da noi per partecipare ai corsi presso il centro di formazione Yano Theã. Altri ancora vengono per cure o accompagnano i loro familiari ricoverati in una piccola capanna annessa al centro sanitario della missione. E poi, naturalmente, ci sono gli imprevisti, sempre numerosi. Tra noi missionari si dice che la volontà di servire la gente richiede una prontezza pari a quella di un “vigile del fuoco”».

Yanomami assistono ai festeggiamenti per i 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto Carlo Zacquini.

Mamme yanomami

Le indigene incinte e le giovani madri sono da sempre oggetto di particolare attenzione da parte di missionari e missionarie.

Suor Mary non si tira indietro neppure quando la domanda cade su una questione delicata come la pratica yanomami – un tempo diffusa – di eliminare i neonati più fragili, o quelli che non riescono a sostenersi autonomamente.

«Posso dire che le donne yanomami si sentono sfidate e preoccupate per i loro neonati fragili. Una gravidanza a meno di due anni dall’ultimo parto lascia le donne yanomami con una certa insicurezza, poiché la loro quotidianità richiede frequenti viaggi avanti e indietro nella foresta alla ricerca di cibo e per la pesca. In un ambiente selvaggio come la foresta è sempre una sfida camminare trasportando ceste con bambini sulla schiena o tenendoli per mano. Le questioni relative alla cura dei bambini fragili e disabili sono state, quindi, oggetto di dialogo tra missionari e donne yanomami. Il team missionario ha promosso adozioni per le famiglie di coppie che non si sentono in grado di prendersi cura del neonato. Nel corso dei sessant’anni anni di presenza tra il popolo yanomami di Roraima, alcuni bambini sono stati cresciuti dalle stesse suore missionarie della Consolata e successivamente affidati alle loro famiglie».

Ritratto di ragazza yanomami. Foto Carlo Zacquini.

Yanomami 2.0

Un’altra cosa ha cambiato la quotidianità in maniera significativa: l’arrivo in foresta dei collegamenti internet. Se ne sono avvantaggiati i garimpeiros, ma anche gli stessi Yanomami. «Da quasi un anno – racconta suor Mary -, missionari e indigeni hanno accesso a internet. Questa è una novità per Catrimani e altri villaggi del territorio yanoma- mi».

Internet è una porta d’accesso al mondo che sta fuori della foresta amazzonica. «Esatto. Per esempio, i giovani yanomami trovano su Google i benefici statali di cui possono godere come indigeni, e subito diffondono la notizia in ogni modo possibile. E ancora: gli Yanomami possono comunicare con i loro parenti negli ospedali o con chi è in città per qualche commissione. Attraverso internet, si monitora l’organizzazione di incontri di formazione promossi da associazioni come Hutukara, che ha sede a Boa Vista. A mio parere, ne ha beneficiato anche il processo di alfabetizzazione perché i giovani amano inviare messaggi tramite WhatsApp».

Come sempre accade, la novità non ha portato soltanto benefici nella vita degli Yanomami.

«Questo è certo – conferma la missionaria -. Gli aspetti negativi non mancano: alcuni giovani e bambini trascorrono troppo tempo sul cellulare, trascurando i propri impegni verso la comunità. Inoltre, a volte, internet alimenta odio e controversie intercomunitarie a causa della trasmissione di messaggi mal interpretati». Accade ovunque. Ora anche in Amazzonia.

Paolo Moiola

Fratel Carlo Zacquini con due sorelle yanomami in occasione dei 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto archivio Carlo Zacquini.

Il ritorno.
Quelle canoe per Catrimani

Boa Vista. Lo scorso agosto sono tornato alla missione Catrimani. Mancavo da nove anni. L’ultima volta che vi ero stato risaliva – infatti – all’ottobre del 2016, in occasione dell’Vlll assemblea di Hutukara, l’organizzazione degli Yanomami. All’epoca erano presenti, tra gli altri, Davi Kopenawa, padre Corrado Dalmonego e Claudia Andujar, la nostra fotografa (al tempo non ancora internazionalmente famosa come lo è oggi).

Nove anni sono tanti. Quindi, quando i padri Bob Mulenga e Filbert Nkanga, attuali responsabili della missione, mi hanno invitato a partecipare alla festa per i 60 anni di Catrimani ho accettato con piacere.

Gruppo di Yanomami in canoa sul fiume Catrimani. Foto Guglielmo Damioli.

Arrivato in loco, la prima cosa che mi ha impressionato è stata vedere l’arrivo sulla pista in terra battuta della missione di aerei monomotori che trasportavano pacchi alimentari («cestas básicas» contenenti soprattutto farina, riso e cibi in scatola) per la popolazione indigena. Un’operazione costosissima per le casse federali che ha arricchito molte persone tra politici, militari e imprese private (come le locali compagnie di aereotaxi).

Un’altra cosa che ho notato è stata la proliferazione di nuovi villaggi, vari dei quali nati dall’«astuzia» degli indigeni, che approfittano delle nuove opportunità offerte dallo Stato. In pratica, ogni villaggio yanomami ha diritto ad alcuni servizi con personale stipendiato da Brasilia: microscopisti, agenti indigeni di sanità, insegnanti. Così, però, può accadere che, gestendo queste situazioni e il relativo flusso di denaro, alcuni giovani yanomami finiscano per avere molto più potere che qualsiasi leader tradizionale.

Sulla salute ho avuto notizie confortanti. Infatti, nei dintorni della missione, pare che la malaria si sia molto ridotta. La spiegazione può essere dovuta alla riduzione del numero dei garimpeiros presenti sul territorio indigeno.

Inoltre, nella comunità yanomami, ho notato l’assenza di alcuni anziani, che erano stati portati in città a fare le pratiche per ricevere una sorta di pensione mensile. Molte di queste novità sono certamente positive per la vita della popolazione indigena, ma – lo dico con preoccupazione – allo stesso tempo stanno incentivando pericolose forme di paternalismo.

Questo ritorno a Catrimani mi ha fatto venire in mente il mio lungo percorso con gli Yanomami.

Tutto ebbe inizio negli ultimi mesi del 1965. Dovevo iniziare a insegnare meccanica nella nostra scuola professionale nel quartiere di Calungá, a Boa Vista. Fu da quella postazione privilegiata che ebbi l’opportunità di assistere alla partenza delle prime canoe missionarie, guidate dai padri Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi (quest’ultimo con precedenti esperienze di visita ai popoli detti «incontattati» sui fiumi Apíaú e Ajaraní).

Con loro, un piccolo gruppo di uomini abituati al lavoro e alla vita nella foresta, alcuni dei quali indigeni (il tikuna José Peruano). Sulle canoe portavano: un motore fuoribordo, amache per dormire, carburante, provviste da cucina, attrezzi da lavoro (asce, machete, pale, zappe, ami e lenze da pesca, fucili e cartucce per la caccia), corde, una piccola radio per ascoltare i messaggi di un’emittente di Boa Vista, una piccola farmacia e decine di altri oggetti preziosi per sopravvivere in mezzo alla foresta vergine, a molti chilometri e molti giorni di viaggio da qualsiasi centro urbano.

Le canoe salparono dal rio Branco verso la foce del rio Catrimani, per poi risalire quel fiume fino a incontrare le prime tracce degli indigeni «incontattati». Fu un’uscita quasi silenziosa, pacifica e veloce. In pochi minuti furono fuori dalla mia vista, nascosti dalla foresta.

Due anni dopo – all’inizio di gennaio del 1968 – sarebbe toccato a me partire per Catrimani. Ci sarei arrivato in aereo invece che in canoa e senza minimamente immaginare le sfide che avrei dovuto affrontare. A distanza di molto tempo, posso però dire che quello trascorso alla missione Catrimani è stato – probabilmente – il periodo più bello della mia vita.

Carlo Zacquini*
Missionario della Consolata, grande conoscitore del mondo indigeno brasiliano e yanomami in particolare,
fondatore e responsabile del «Centro di documentazione indigena» (Cdi) di Boa Vista (Roraima, Brasile).

Aeroplani e Yanomami sulla pista in terra battuta della missione Catrimani. Foto Nino Leto.

Amazzonia, voli aerei e internet
Gli alti costi della modernità

Arrivare in foresta in un paio d’ore invece che in giorni, riuscire a comunicare con gli Yanomami che stanno in città o in altri villaggi. Questi sono vantaggi innegabili, ma innegabili sono anche i costi, e non soltanto quelli di carattere monetario.

Prendiamo i servizi di taxi aereo. Quanti invasori sono stati portati in foresta da questi aerei? Quanto oro è stato trasportato dalle miniere illegali aperte in territori indigeni? Parliamo, ad esempio, del servizio di «Voare táxi aéreo», impresa aerea di Boa Vista che domina il mercato amazzonico. La compagnia ha in essere decine di contratti sottoscritti con entità federali (tra cui il ministero della Salute e la Funai, la fondazione per i popoli indigeni), la gran parte dei quali ottenuti senza alcuna gara d’appalto. Guarda caso la proprietaria di Voare táxi aéreo è una deputata federale, Helena da Asatur. L’imprenditrice e il marito, Renildo Evangelista Lima, sono indagati anche per reati elettorali. A peggiorare il quadro, l’uomo è stato sorpreso con 500mila reais (circa 80mila euro) in contanti nascosti nella biancheria intima durante un controllo di polizia. Insomma, quella di Boa Vista è una compagnia aerea al centro di numerosi scandali.

Ancora più delicata è la questione della rete internet in Amazzonia, praticamente monopolio di una sola società, la Starlink di Elon Musk, il multimiliardario statunitense di estrema destra, personaggio divisivo come pochi altri al mondo. La sua società – arrivata in Brasile nel 2022 durante il mandato presidenziale di Jair Bolsonaro, amico del miliardario – ha preso piede rapidamente non avendo concorrenti. Adesso la rete satellitare di Musk arriva in molte comunità indigene e tutti i garimpeiros ne sono forniti facilitando enormemente le loro attività illegali. Su Starlink permangono, inoltre, importanti dubbi sia per l’imprevedibilità del suo proprietario sia per l’utilizzo dei dati da essa raccolti.

Pa.Mo.

Da sinistra, padre Filbert Nkanga (Tanzania), sciamano yanomami Davi Kopenawa, suor Argentina Paulo (Mozambico), fratel Carlo Zacquini (Italia), padre Bob Mulega (Uganda), suor Eunice Wairimu (Kenya). Foto archivio missione Catrimani.



Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

GIOVANI AL MAKIUNGU HOSPITAL

Giovani. Vacanze. Mese di agosto. Lo stereotipo legato a queste parole farebbe pensare a una vacanza nella riviera romagnola o in qualche isola della Spagna, eppure per due giovani di Cernusco Lombardone la scelta è stata un’altra.

Angelica Brivio, 18 anni, e Matteo Biella, 23, cresciuti nella realtà oratoriana del paese, hanno voluto trascorrere quindici giorni in Tanzania presso il Makiungu hospital, dove opera padre Sandro Nava, missionario della Consolata, accompagnati da alcuni soci dell’associazione I bagai di binari con cui collaborano.

Per Matteo non è la prima volta in terra missionaria; proprio l’anno scorso aveva visitato la realtà di padre Carlo Biella in Mozambico.

«Ciò che mi ha spinto maggiormente a intraprendere questa esperienza è stata la curiosità di vedere con i miei occhi il lavoro svolto da padre Sandro – ci ha raccontato -. Allo stesso tempo, l’idea di visitare Paesi meno rinomati rappresenta per me sempre uno stimolo ulteriore».

«Volevo conoscere un mondo completamente diverso dal mio, avvicinarmi alle persone, mettermi al servizio degli altri – aggiunge Angelica -. Inoltre, volendo intraprendere gli studi di medicina, era per me anche un’opportunità di vedere da vicino cosa significa realmente lavorare in un ospedale».

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

Le aspettative di questa esperienza sono state appagante nel vedere come il missionario cernuschese si sia mosso in questi cinque anni per portare il Makiungu hospital a essere oggi uno degli ospedali più all’avanguardia del Paese, accessibile anche alle persone meno abbienti.

«Le mie aspettative non solo sono state confermate, ma addirittura superate – ha voluto precisare Matteo -. L’ospedale è gestito in maniera impeccabile: ogni dettaglio è curato con attenzione, dalla pulizia interna ed esterna, al perfetto funzionamento e rifornimento costante della farmacia, fino all’efficienza straordinaria dei numerosi reparti».

«Le mie aspettative – ha aggiunto Angelica – sono state superate in quanto ho avuto la possibilità di affiancare una dottoressa e di entrare in contatto con i pazienti. Ho vissuto per alcuni giorni la realtà ospedaliera osservando come si effettuavano gli esami nel reparto di Rianimazione. Inoltre, ogni giorno riuscivamo a ritagliarci un’ora di tempo da trascorrere con i bambini residenti con le loro famiglie vicino all’ospedale. Quello che ho ricevuto da loro non si può spiegare solo a parole; mi hanno insegnato che l’amore non ha bisogno di una lingua in comune. Basta un sorriso, un abbraccio o qualche bolla di sapone per creare un legame che ti resta nel cuore».

Con impegno, i due giovani sono stati di supporto alla realtà di padre Sandro. Hanno svolto principalmente compiti logistici, come lo smistamento di decine di scatoloni presenti nel magazzino e la loro suddivisione per tipologia di oggetti donati. Si trattava soprattutto di vestiti e giochi per bambini: i primi sono stati distribuiti in pacchetti, ciascuno contenente il minimo indispensabile di vestiario, consegnati ai neonati e ai bambini ricoverati.

«I giochi, invece, sono stati donati ai gruppi di bambini che ogni sera, verso le 18, “venivano a trovarci” sotto la nostra dimora – aggiunge Matteo -. Palloncini, girandole e bolle di sapone erano diventati un dono quotidiano. In ospedale invece mi sono occupato esclusivamente del taglio delle garze, un’operazione semplice ma essenziale dato l’elevato consumo giornaliero». Un’esperienza che ha indubbiamente lasciato il segno.

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

«Mi ha colpito l’amore incondizionato dei bambini. Il modo in cui si attaccano a te con fiducia, pur non conoscendoti – precisa Angelica -. Il modo in cui riescono a sorridere pur avendo pochissimo. Un palloncino colorato, una bolla di sapone, un po’ di solletico… e i loro occhi si illuminano. È difficile da spiegare, ma ho capito che la felicità è un qualcosa molto più semplice di quanto pensiamo e che non ci accorgiamo di quanto siamo fortunati».

«Un altro aspetto che mi ha colpito è stato vedere le decine di targhe di ringraziamento dedicate ai privati e alle associazioni che hanno reso possibile la costruzione dell’ospedale e l’acquisto di importanti macchinari: segni concreti di fiducia e vicinanza verso padre Sandro e la sua missione. Mi ha reso orgoglioso vedere scritto su due di esse il nome del mio paese», ha voluto spiegare Matteo.

Chiedere cosa ognuno di loro porti a casa, dopo questa piccola esperienza missionaria, viene automatico.

«Una versione di me stessa più consapevole, più grata. Ho riscoperto il valore della semplicità e la bellezza delle piccole cose. Ho capito che voglio davvero intraprendere la strada della facoltà di medicina, ma non solo per “guarire” malati, bensì anche per accompagnare le persone nei momenti più difficili», ha risposto Angelica.

«Oltre alle tredici magliette di calcio acquistate nei suggestivi e colorati mercati della Tanzania, ho acquisito una consapevolezza profonda – tiene a raccontarci Matteo -. Per costruire e mantenere operativo un ospedale nel cuore della natura servono passione, dedizione, costanza e un impegno instancabile».

Uno degli obiettivi del sodalizio cernuschese è quello di sensibilizzare, coinvolgere più persone, meglio ancora se giovani.

«Consiglierei senza esitazioni questa esperienza a tutti – incalza Matteo -, soprattutto a chi studia medicina o sogna di diventare medico o infermiere».

«Non si tratta solo di un viaggio, ma è un vero e proprio tuffo in un’altra realtà. È un’occasione per crescere, mettersi alla prova, aprire gli occhi e il cuore. Consiglierei a chiunque abbia voglia di imparare, di dare e allo stesso tempo di ricevere molto di più; fare un’esperienza così, lascia un segno indelebile».
Provare per credere.

I bagai di binari
Cernusco Lombardone (Lc), 26/08/2025

St Joseph Allamano Makiungu Hospital, con padre Sandro Nava

Vero missionario (Cellana p Franco)

Era il 1993, tanti anni fa. L’associazione Amici Missioni Consolata muoveva i suoi primi passi nel Cam (allora Centro di animazione missionaria) attaccato alla Casa madre dei Missionari della Consolata in Torino. Dopo i primi anni con padre Giordano Rigamonti, l’associazione aveva trovato in padre Franco Cellana il suo «cappellano».

Appena letto quanto pubblicato su di lui nella rivista di agosto-settembre in ricordo di padre Franco, l’amico Ottavio Losana, allora presidente degli Amc dopo essere stato per anni capo nazionale degli scout dell’Agesci, mi è arrivato in ufficio, a dispetto della sua «giovane» età, e mi ha portato questa poesia che lui stesso aveva scritto nel 1993, quando padre Franco era stato nominato consigliere generale dell’Istituto e aveva dovuto lasciare Torino e, quindi, gli Amici.

Padre Franco, 4° a sinistra, accucciato, con gli. AMC a Bevera di Castello Brianza nel 1992
Padre Franco Cellana alla festa della Consolata nel Consolata shrine di Nairobi nel 2009

Caro Franco,
due anni son passati
da quando questa grande associazione
mi ha messo assieme a te,
in coabitazione, ad occupare
il posto altolocato di presidente.

E già tu ci abbandoni,
che ad altro incarico ti hanno nominato;
il Gran Consiglio ahimè va rispettato,
non valgono lusinghe o ricchi doni.

Eri giunto fra noi dal Tanzania,
trovandoci un po’ incerti e quasi tonti
per la partenza del padre Rigamonti.
Ma la tristezza l’hai spazzata via
come un torrente dei monti del Trentino
che dalle rocce scende a cascatella
portando l’acqua sempre fresca e bella
dentro le sponde di un laghetto alpino.

Sempre di corsa,
sempre un po’ in ritardo,
ma sempre pronto
al momento del bisogno
ci hai indicato il grandissimo sogno
del mondo missionario.

Con lo sguardo,
con l’esempio e con la tua parola
ci hai insegnato a guardare lontano,
a aprire il cuore, a stendere la mano
a ogni persona e a non lasciarla sola.

Pronto,
se c’è qualcosa che un po’ sgarra,
a strimpellare sulla tua chitarra,
così a cantare le lodi del Signore
ci hai insegnato in italiano,
ma anche in kiswaili, in brasiliano,
in spagnolo, e a tutte le ore
mai ti sei dichiarato maldisposto
a stare in amicizia in mezzo a noi.

Che faremo noi tutti d’ora in poi?
Chi verrà a occupare questo posto?

Caro Franco, alpino poderoso,
forte, sincero, leale, generoso,
pronto a bere un bicchiere in compagnia,
infinita sarà la nostalgia!

Ora basta, che già io mi commuovo:
anche se orfani, anche se infelici,
continueremo ad essere tuoi amici.

Parte il vecchio assistente. Viva il nuovo

Ottavio Losana,
AMC Torino, agosto 2025

Gli Amici Missioni Consolata sono sempre grati a padre Franco e continuano oggi il loro generoso impegno missionario, speranzosi di trovare nuovi giovani amici che condividano con loro la bella avventura di supporter dei missionari

Chondogyo

Caro Paolo Moiola,
sono stato molto felice di leggere l’articolo sul chondogyo in italiano (MC 10/2025 pp. 17-19 dove si usa il termine «ceondoismo», ndr).

Vorrei commentarlo con due precisazioni.

La prima. Il simbolo della nostra Chiesa – chiamato Kungulzang – non ha significato se preso parzialmente. Il suo significato è possibile solo nella sua forma completa. Come ti ho detto spesso «Per comprendere facilmente il cuore dell’universo», perché rappresenta il dinamismo dello spirito.

La seconda. Come tu stesso avevi notato, il chondogyo è una religione molto spirituale fin dalla sua origine. Quindi, affermare che esso sia diventato spirituale sotto l’influenza della dominazione giapponese è sbagliato.

Infatti, il terzo maestro del chondogyo, Son Byeong-hui (detto Euiam), che è stato anche leader del Movimento per l’indipendenza 3.1 («Movimento Sam-il»), aveva una profonda pratica spirituale già nel 1880, molto tempo prima dell’invasione della Corea da parte del Giappone (avvenuta nel 1894, ndr).

Detto questo, sono molto felice e ti ringrazio molto per il tuo sincero impegno. Cordiali saluti,

Yoontaek Jung
(responsabile della chiesa di Seul), 23/09/2025

Nucleare

Caro Direttore,
nel mio articolo sul nucleare pubblicato nel numero di ottobre, la figura a pag. 12 sui costi delle diverse fonti energetiche avrebbe dovuto riportare nella legenda che la curva in grigio scuro è relativa alle centrali a gas metano usate per far fronte ai picchi di richiesta elettrica sulla rete (quindi per periodi brevi, con la conseguenza che i costi relativi all’impianto si spalmano su una limitata produzione energetica, facendo aumentare di molto il costo dell’elettricità). La curva del «Gas naturale», in colore grigio chiaro, si riferisce invece ad impianti usati continuativamente, con una grande produzione di elettricità, che pertanto risulta più economica (corretto nella versione online, ndr).

Con l’occasione mi permetto di evidenziare come, sempre sul numero di MC di ottobre, nel testo a firma Piergiorgio Pescali, sia errato dire che «l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi» [rispetto all’uso nei reattori]. Magari fosse così!

Purtroppo, disponendo delle tecnologie e dei materiali per un programma nucleare civile, si possiede quanto è necessario per realizzare bombe nucleari; procedere a farle o meno è solo questione di scelta politica da parte dei governi.

Pure criticabile è l’affermazione che una centrale nucleare può operare indipendentemente dalle condizioni meteorologiche (e, aggiungerei, anche ambientali). Basta vedere i problemi che varie centrali nucleari in Francia e altri paesi hanno avuto negli ultimi due anni, durante periodi di alte temperature estive. Cordiali saluti.

Mirco Elena (fisico)
21/09/2025




Africa. Turismo avanti tutta

In Africa, il turismo sta vivendo una fase di crescita senza precedenti, con numeri che consolidano il continente tra le mete più ambite al mondo. Nel 2024, secondo l’ultimo World tourism barometer dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), l’Africa ha accolto 74 milioni di visitatori internazionali, il 12% in più rispetto al 2023 e oltre i livelli pre pandemici. I ricavi hanno raggiunto 1.600 miliardi di dollari, segno che non solo gli arrivi ma anche la spesa media per turista sono aumentati.

Il World travel & tourism council (Wttc) prevede che nei prossimi dieci anni il settore creerà quasi 14 milioni di nuovi posti di lavoro in Africa, con una crescita media annua del Pil turistico del 6,8%, più del doppio rispetto all’andamento dell’economia complessiva. Già oggi il turismo contribuisce per circa il 10% al Pil mondiale e si conferma come uno dei motori dello sviluppo continentale.

Dietro questi numeri incoraggianti si nasconde però un paradosso. Una ricerca dell’Università di Manchester, pubblicata su «African studies review», mostra che i maggiori benefici del turismo di lusso – il segmento in più rapida espansione – finiscono in larga parte nelle mani di investitori stranieri. Lodge esclusivi e resort appartengono per lo più a gruppi internazionali, assumono manodopera locale solo in misura limitata e dipendono da beni importati e agenzie estere. Di conseguenza, gran parte del valore economico creato defluisce all’estero, mentre le comunità africane ricevono solo una minima parte.

Turismo di alta gamma

Il fenomeno è evidente in Paesi come Kenya, Tanzania, Sudafrica e Rwanda, dove safari personalizzati, trekking con i gorilla ed ecolodge nelle riserve protette attirano un pubblico facoltoso. Secondo Travel and tour world, il benessere e il turismo sostenibile alimentano questa crescita, ma la realtà è più complessa. Come riporta l’agenzia Reuters, i resort «all inclusive» isolano spesso i visitatori dalla vita locale, impedendo loro di spendere nei villaggi circostanti. I profitti restano concentrati nelle mani delle multinazionali o di una ristretta élite, mentre i salari della maggior parte dei lavoratori del settore rimangono bassi.

Non mancano le tensioni. In Kenya un attivista ha intentato una causa per bloccare l’apertura di un lodge del Ritz-Carlton nel Masai Mara, accusato di sottrarre terre ai pastori locali. In Tanzania, le proteste contro lo sfratto di migliaia di Masai per far posto a lodge di caccia hanno portato a scontri mortali con la polizia, secondo quanto documentato da Reuters. Episodi che rivelano come un’industria presentata come «a basso impatto e ad alto valore aggiunto» possa in realtà alimentare conflitti e disuguaglianze.

Eppure, esistono esempi di un modello diverso. Travel and tour world sottolinea che il turismo di lusso può crescere senza compromettere la sostenibilità, a patto che i governi introducano regole chiare: redistribuzione più equa dei ricavi, tutela delle comunità dall’accaparramento delle terre, investimenti in formazione. In Uganda, ad esempio, il trekking con i gorilla garantisce parte degli introiti alle popolazioni locali, mentre nelle Mauritius cresce l’offerta di ecoturismo che valorizza natura e cultura.

Dove vanno i turisti

Il 2024 ha confermato anche una geografia turistica molto diversificata. Secondo Africa Briefing, il Nord Africa guida i flussi: il Marocco ha accolto 17,4 milioni di turisti, seguito dall’Egitto con 15,7 milioni e dalla Tunisia con 10,2 milioni. Nell’Africa australe e orientale il Sudafrica ha registrato 8,9 milioni di arrivi, mentre Kenya e Tanzania restano poli cruciali per i safari. Uganda e Zimbabwe hanno visto crescere i visitatori grazie a parchi naturali e cascate, mentre le isole – Mauritius, Seychelles e Capo Verde – rafforzano la loro immagine di paradisi del lusso eco responsabile.

Per il 2025 l’Unwto stima un’ulteriore crescita tra il 3 e il 5%. Il settore turistico contribuisce ad almeno l’8,5% del prodotto interno lordo nazionale del Sudafrica. I primi dati lo confermano. Nel solo mese di luglio il Paese ha accolto 880mila visitatori, con un aumento del 26% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, tra il 2019 e il 2024 le start up sudafricane del settore hanno attirato oltre 39 milioni di dollari di investimenti in venture capital, più della metà del totale registrato in Africa. Dati positivi anche per l’Egitto. Un rapporto diffuso da Fitch solutions stima che le entrate del turismo si attesteranno a 17,5 miliardi di dollari alla fine del 2025, in aumento rispetto ai 16,2 miliardi dello scorso anno, con una crescita dell’8,1% su base annua. Le previsioni parlano poi di 18,6 miliardi nel 2026, 19,6 miliardi nel 2027, oltre 20 miliardi nel 2028 e 20,9 miliardi nel 2029.

Per trasformare il boom turistico del continente in sviluppo inclusivo, i governi africani dovranno però affrontare tre sfide decisive: dotarsi di infrastrutture moderne anche nelle aree rurali, formare personale qualificato e, soprattutto, adottare politiche che mettano al centro la sostenibilità sociale e ambientale.

Enrico Casale




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuate così

Carissimi, da diverso tempo ricevo e leggo molto volentieri la vostra rivista MC e desidero complimentarmi per la ricchezza dei contenuti che allargano il cuore ed arricchiscono l’anima! Continuate così!

Luigia Arnaboldi
04/06/2025

Grazie del vostro servizio

Spettabile direzione,
premetto che per interesse culturale e per lavoro ho viaggiato nell’East Africa, in Medio Oriente e in Sud America, per decenni sempre da solo, adattandomi ai trasporti e soggiorni locali. Negli anni Settanta in Kenya mi chiesero quale fosse la mia opinione di viaggiatore solitario. Risposi con una frase che vale forse oggi più di allora, dissi: «Mi vergogno di avere la pelle bianca». Questa, in sintesi, per quello che ho visto e così ho sempre vissuto: fuori sono di pelle bianca, dentro multirazziale.

Oggi sarebbe impossibile fare gli stessi viaggi da solo senza problemi. Quella che era una comprensione primitiva, semplice e sincera non esiste più perché il mondo si è evoluto in peggio in ogni senso.

Oggi, a Nairobi, anche fare circa un chilometro a piedi dall’albergo per arrivare alla chiesa della Consolata in Westlands è sconsigliabile perché troppo pericoloso.

Faccio questa premessa perché non sono uno sprovveduto, ma ho visto molti dei paesi in cui operano missionari e missionarie, e ho constatato, ad esempio, l’enorme dedizione e persecuzioni vissute dai Comboniani in Sudan.

Vengo oggi per esprimere il mio grande apprezzamento alla redazione per l’alto livello di trasparenza di MC. Non ho molto tempo per leggere e così condivido la copia che ricevo nell’ospedalino che esiste qui a San Giulio d’Orta, così anziani e ricoverati imparano a conoscere un po’ altri mondi e altri popoli.

Ieri leggevo il numero di giugno e ancora una volta mi ha fatto  specie l’esattezza degli articoli che rispecchiano in parole chiare la realtà dell’Ecuador, diventato preda delle bande della droga come la Colombia. L’articolo è perfetto e molto educativo.

La vostra rivista è educativa almeno quanto la Bibbia, anzi di più, perché parla del presente e del sacrificio missionario con le sofferenze in buona parte dovute all’assenza di civismo e cultura da parte di chi va al potere, alla sete di denaro, ecc.

Adesso ogni limite è stato superato. Basti leggere il non livello morale di chi comanda in Usa, il livello criminale in Russia e poi, per finire, alla violenza e ignoranza di parte dei discendenti di quelli che hanno condannato Gesu Cristo. È il vergognoso quanto vigliacco comportamento della minoranza ultra ortodossa, che pagherà un prezzo alto visto che l’olocausto ha insegnato il rispetto per la persona umana e non la mattanza di decine di migliaia di innocenti

Grazie per quello che scrivete. Spero che Gesù Cristo si ricordi della vostra rivista che cerca di educare una popolazione sempre più primitiva, e atea per di più.
Cordiali saluti

Giorgio Biancardi
16/06/2025

Caro signor Giorgio,
non sono sicuro che ci meritiamo così tanti elogi. Ma grazie di cuore, ci incoraggiano a continuare sulla strada del servizio alla verità e, soprattutto, del dare voce a chi voce non ha: gli ultimi della storia, le periferie, i poveri, gli esuli, i rifugiati, i migranti per scelta ma soprattutto per forza, i popoli indigeni, ma anche al nostro pianeta bistrattato, sfruttato, inquinato.

Scrivo questo commento pensando che il Vangelo del giorno in cui scrivo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,42). Parole che Luca ha reso ancora più concrete scrivendo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).

Per moltissimi cristiani questo è davvero l’impegno per cui pagano di persona. Basta pensare ai milioni che vivono in condizioni di continua persecuzione diretta o indiretta.

Penso a Floribert Bwana Chui, ucciso il 13 giugno 1981 a Goma, nell’Est dell’Rd Congo e dichiarato beato il 15 giugno scorso. Mi riempie di gioia il pensare che il «Signore Leopardo» (questo è il significato di Bwana Chui) si sia offerto invece come un agello.

E come non ricordare suor Leonella Sgorbati, ora beata, che, mentre la uccidevano a Mogadiscio nel settembre 2006, continuava a ripetere «Perdono, perdono»?

Tutto questo è anche un invito alla speranza, perché nonostante sembrino prevalere atteggiamenti predatori, la logica di guerra e il guadagno a tutti i costi, in realtà ci sono tantissime persone che lottano per un mondo di amore, pace e giustizia, spesso a un prezzo molto alto.

E questo è un grande incoraggiamento a non mollare e a continuare con cuore grande il nostro «pellegrinaggio di speranza».

Il nostro desiderio è quello di mettere l’uomo al centro. E cercare la verità, alla luce di Colui che è «via, verità e vita».

Per questo di questi tempi siamo profondamente rattristati dal disprezzo della vita umana dimostrato da noti potenti della terra, ed esibito senza ritegno sia da chi comanda in Israele che da Hamas, sia da altri fondamentalisti in molti luoghi del mondo.

Ricordo di Padre Franco CELLANA

Gentilissimo padre Gigi,
sono Laura, sorella di padre Franco Cellana. Approfitto della tua cortese disponibilità.

La nostra famiglia era grande, papà, mamma e 12 figli, una zia sorella della mamma. I nostri genitori erano meravigliosi, severi quando serviva ma anche accomodanti. La zia aiutava molto la mamma.

Durante la gravidanza di Franco la mamma aveva fatto un voto al Padre Eterno: «Ti prego fa che mio marito torni dalla guerra e ti prometto che anche se verranno 10-12 figli non mi lamenterò mai», e così il primo ottobre 1942 è nato Franco, un settimino. Ne sono poi arrivati altri otto e Franco, nascendo, ha salvato il papà dalla guerra con l’aiuto del cielo, perché papà Giulio era militare e doveva tornare in Libia, ma esisteva una clausola: con il quarto figlio scattava l’esonero.

Papà Giulio chiamava Franco «piccirillo» per la sua compostezza e prontezza ai richiami. Prima di andare a dormire gli diceva: «Domani, giorno di vacanza, vai al pascolo con le capre (erano due) ed al ritorno metti a posto la legna, mi raccomando!». Il giorno dopo al rientro dal lavoro e alla domanda se vi avesse provveduto, la risposta era: «No, mi sono dimenticato»! E così anche nei giorni successivi. Ricordo che papà fingeva di picchiarlo facendogli presentare entrambe le mani, ma seguivano solo carezze in quanto «lui era il piccirillo»!

Abitando a Tiarno di Sopra, vicino a Trento, agli inizi degli anni 48/50 abbiamo conosciuto i Missionari della Consolata della casa di Rovereto attraverso due fratelli missionari, i padri Giuseppe e Giulio Parisi, trentini anche loro. Frequentavano spesso casa nostra e mamma e papà li fermavano anche a pranzo o cena e a noi ragazzi piaceva ascoltare i loro racconti di tante cose a noi sconosciute; erano simpatici e anche scherzosi. Così due dei miei fratelli, il maggiore ed il secondogenito, sono partiti per l’istituto di Rovereto. Il più grande è tornato a casa, ma andava bene anche per i nostri genitori perché, se non si trovavano bene, era meglio che ritornassero in famiglia.

Padre Franco distribuisce aiuti a Nairobi durante i disordini dell’anno 2008.

Nel 1953 anche Franco decide di andare a fare il missionario. Un giorno tornando da scuola mi dice: «Voglio diventare missionario e andare in Africa», e io di rimando «ma non sai nemmeno dov’è!». Lui non replica, ma giunti a casa prende il sussidiario e mi dice «ecco qua!».
E io «ci vai a piedi o in bici?»

E così nel 1953 parte anche lui, mentre in famiglia manca la forza lavoro (tutti i fratelli sono studenti!). Franco inizia il suo percorso in seminario a Rovereto, è molto diligente, impegnato nello studio, interessato al gioco del calcio e si disimpegna bene col pallone. I primi mesi ho sentito molto la mancanza di quel fratellone cui ero particolarmente affezionata e chiedevo spesso a mamma Teresa quando sarebbe tornato; e lei, molto religiosa: «Se quella è la sua strada ben venga».

Completa gli studi teologici a Madrid, dove è ordinato nel 1967. In Spagna rimane fino al 1977 come animatore missionario e nel 1978 arriva il giorno che ci annuncia la sua destinazione: l’Africa, in Tanzania, il suo sogno da ragazzo!

Ricordandogli i nostri discorsi del 1953, scherzosamente gli ho detto: «Se ti serve la bicicletta c’è quella di papà»! Era felicissimo e tutti noi per lui. Ricordo il suo primo ritorno dalla Tanzania, una gioia immensa per tutti: mamma, papà, zia Romana, fratelli, sorelle e i nipotini, divenuti man mano già numerosi, e paesani e amici d’infanzia.

Pa Franco al Consolata Day del 2007 con due impiegate delle Casa regionale di Westlands, Nairobi

La strada che lui ha intrapreso l’ha percorsa con tanto amore per il prossimo. Ci raccontava la miseria e la povertà di quelle genti che avevano poco o nulla da mangiare, ma con un sorriso che ti prendeva il cuore come pure quello dei loro piccoli. La sua prima visita dall’Africa fu una grande festa per tutti noi parenti. Anche i paesani venivano a salutarlo e lui, sempre disponibile, parlava con tutti. Aveva proprio lo spirito missionario, pronto per una parola di conforto e di coinvolgimento anche per i ragazzi.

Un giorno, all’improvviso, viene a mancare papà Giulio, l’8 agosto 1986. Franco torna dall’Africa per il funerale, rimane poco e quando riparte porta con sé in Tanzania mamma Teresa, abbastanza titubante, seppur felice di questa avventura. Laggiù rivede baba Camillo Calliari, un caro confratello, anche lui trentino, che li accompagna per le missioni. Tiene anche un piccolo diario che al ritorno farà copia per tutti noi. Dopo due anni, viene a mancare anche mamma Teresa e a seguire pure zia Romana che era vissuta sempre nella nostra numerosa famiglia.

Wamba 10 aprile 2016, posa delle ceneri di padre Franco nel piloncino davanti alla chiesa della missione.

Nel 1991 lo chiamano come direttore del centro di animazione a Torino, ma nel 1993 viene eletto consigliere generale dei missionari e si trasferisce a Roma. Poi nel 2000 lo mandano in Kenya, prima parroco al Consolata shrine a Nairobi, poi superiore regionale e infine parroco a Wamba, nel Samburu.

All’inizio del 2014 Franco ritorna in Italia dal Kenya per degli accertamenti presso il Centro tumori di Milano. Aveva una grande speranza di poter tornare fra la sua gente e di rimanervi. Purtroppo, il male se l’è portato via il 15 settembre 2014, tornando alla casa del Padre e lasciando un grande vuoto in tutti noi, parenti, amici, benefattori. L’urna è stata portata a Wamba nel 2016, dove riposa nella missione in cui ha prestato il suo ultimo servizio.

Grazie caro fratello per tutto quello che hai donato a chi ne aveva bisogno; noi continueremo a seguire il tuo esempio e riposa in pace nella tua Africa.

A voi tutti, cari Missionari, un grazie per la serenità che donate, la saggezza, l’amore e la costanza con cui operate.

Un grazie a tutti gli amici e benefattori che hanno aiutato e voluto bene a Franco.

Laura Cellana
06/06/2025

www.festivaldellamissione.it