Padre Luca Bovio, missionario della Consolata italiano in Polonia, da tre anni compie viaggi di solidarietà in Ucraina.
Ci è tornato tra il 3 e il 7 gennaio 2025 per raggiungere Kharkiv, città a pochi cilometri dal confine russo, e portare medicinali e altri aiuti alla popolazione provata dalla guerra.
3 gennaio – Sloviansk
Oggi partiamo e ci dirigiamo a Sudest nella regione del Donbass precisamente nella città di Sloviansk. Qui ad attenderci c’è don Giulio che abita presso l’unica parrocchia latino cattolica dedicata ai SS. Cirillo e Metodio.
Don Giulio ha creato attorno alla parrocchia un centro di accoglienza per i soldati e i volontari. I militari che tornano dal vicino fronte qui possono trovare riposo e alcuni servizi come la lavanderia. Possono anche rilassarsi facendo una sauna e gustando buone cene preparate per loro. Anche i volontari trovano un luogo per fermarsi e organizzare meglio gli aiuti sul territorio.
Don Giulio ci porta in macchina per le città e i villaggi intorno: è, infatti, un cappellano militare e ha tutti i permessi per muoversi in queste zone.
Visitiamo Krematorsk e altri villaggi. Ci racconta che l’uso di tecnologie e di droni è aumentato considerevolmente dall’inizio della guerra. Nella cappella della parrocchia, ai piedi della statua di San Michele Arcangelo, vediamo un drone russo lasciato dai soldati ucraini come ringraziamento al Signore per le loro vite salvate. Quel piccolo drone, infatti, trasportava sino a due chilogrammi di esplosivo che, miracolosamente, non è esploso sopra di loro.
4 gennaio – Nowy Korotycz
Visitiamo la comunità delle suore di Don Orione a Nowy Korotycz vicino a Kharkiv. Qui le suore missionarie accolgono bambini orfani o accompagnati dalle loro mamme.
Nelle tre case della comunità sono distribuite quasi 50 persone. I bambini hanno diverse età: dai neonati di pochi mesi sino all’età scolare. In questo luogo trovano rifugio e le condizioni necessarie per vivere.
Le loro storie sono varie e spesso molto tristi, anche se non per questo alcuni di loro perdono il sorriso.
I loro papà possono essere a combattere. Di alcuni di loro si sono perse le tracce.
Le storie di alcune famiglie sono segnate dal problema dell’alcolismo, molto diffuso qui.
Le suore con l’aiuto di personale e di volontari, non solo garantiscono loro i servizi, ma riescono a trasmettere quel calore e quell’amore umano così importante per la crescita di ognuno.
A loro consegniamo dei lavori di lana fatti a maglia a mano dalla signora Laura, una pensionata di Milano che, avendo molto tempo libero, si impegna a realizzare e poi a donare.
Lasciamo anche un’offerta raccolta da alcune giovani famiglie che vivono in Polonia e in Svizzera. Questa serve alle suore per organizzare una vacanza per tutti gli ospiti della loro comunità.
4 gennaio – Siruako
Nei pressi di Kharkiv, a Siruako, visitiamo il convento delle suore Carmelitane di clausura. Qui incontriamo le tre sorelle che vi vivono. Sono la madre Suor Mariola, di origine polacca, e le suore Pia e Ludmila, di origine ucraina. Le altre suore che qui abitavano, oggi si trovano per motivi di sicurezza in Polonia, pronte a ritornare quando la guerra sarà finita.
L’incontro con le monache, pur essendo breve, è molto gioioso, una gioia che nasce dalla loro totale e incondizionata appartenenza a Cristo, una gioia che è di grande aiuto per coloro che sono gravati dalla sofferenza della guerra.
Le ringraziamo per il prezioso aiuto che offrono attraverso la preghiera e il loro essere sempre disponibili all’incontro e all’ascolto per chiunque bussa alla loro porta.
Il loro è uno dei pochi i conventi contemplativi esistenti in Ucraina, e per questo è ancora più prezioso.
4 gennaio – Tsupiwka
Il villaggio di Tsupiwka dista da Kharkiv 40 km circa, e pochi chilometri dal confine con la Russia. Questo villaggio occupato dai russi e poi liberato, prima della guerra contava circa mille abitanti. Oggi ne sono rimasti circa sessanta.
Le condizioni di vita sono difficili. Il coprifuoco inizia alle 17.00 e termina alle 9.00 del mattino. Solo per poche ore si può uscire dalle proprie case.
Molte abitazioni sono visibilmente danneggiate,così come la scuola e la chiesa, e spesso si sentono i vicini bombardamenti.
Portiamo in questo luogo un carico di aiuti arrivato dall’Italia. Ci accolgono alcune persone nella casa parrocchiale riscaldata da una stufa. Qui il riscaldamento è prevalentemente a legna, e utilizzato soltanto nelle ore notturne. Durante il giorno il fumo che esce dal camino può diventare un segno della presenza di persone, quindi indicare ai russi un possibile bersaglio.
Un solo piccolo negozio di alimentari è aperto. Il maggiore aiuto viene portato con le macchine dalla cattedrale. Gli abitanti, molto cordiali, ci raccontano che uno dei disagi maggiori è quello della mancanza di trasporti verso la città. Lungo la strada non asfaltata e piena di buche, viaggiano le auto militari e le macchine che portano gli aiuti umanitari.
5 gennaio – Kharkiv
La città di Kharkiv, prima dell’inizio della guerra, contava più di 2 milioni di abitanti. Oggi la popolazione si è dimezzata. Di questa, circa mezzo milione di persone sono abitanti locali. L’altro mezzo milionè è composto da persone giunte dalle zone del fronte, costrette a lasciare i propri villaggi.
Le tre linee della metropolitana sono attive e completamente gratuite, come tutti i mezzi di trasporto pubblici della città. Le stazioni della metropolitana diventano spesso anche luoghi di rifugio durante gli allarmi e i bombardamenti. In alcune stazioni sono allestite delle scuole per bambini.
A pochi giorni dal Natale ortodosso, che si celebra il 7 di gennaio, e dalla festa del battesimo di Gesù, è tradizione immergersi in vasche di acqua gelida, oppure scavate nel ghiaccio dei laghi. Questa immersione vuole simbolicamente ricordare la purificazione che si attua nel battesimo.
5 gennaio – Consegna delle medicine
Siamo ospiti della curia della diocesi di Kharkiv. Qui vive un gruppo di sacerdoti, tra cui padre Michele che è cappellano militare e svolge il suo servizio presso il grande ospedale militare della città che serve tutta la regione orientale del Paese.
Padre Michele ci racconta che vengono ricoverati mediamente 30 soldati al giorno provenienti dal fronte, per un totale di circa 1.000 ricoveri mensili.
Questi numeri non tengono presente il servizio che i tanti ospedali da campo svolgono presso il fronte.
Con il suo aiuto riusciamo a consegnare un buon numero di scatoloni di preparati rigenerativi da usare dopo le operazioni. Parte di essi sono distribuiti ai soldati, altri consegnati all’ospedale oncologico della città. Altri scatoloni di medicinali specifici li spediamo per posta ad altri ospedali del Paese.
6 gennaio – Concerto dei canti di Natale nella Cattedrale di Kharkiv.
Per la festa dell’Epifania è stato organizzato per la prima volta un concerto dei canti natalizi nella cattedrale di Kharkiv, con la partecipazione di diversi gruppi delle Chiese latino cattolica, greco cattolica e ortodossa.
6 gennaio – Sumy
Visitiamo don Andrea, il parroco di Sumy. Questa è una città di circa trecentomila abitanti posta a poche decine di chilometri dal confine con la Russia. Da questo confine, l’esercito ucraino la scorsa estate è riuscito a occupare una parte del territorio Russo. Tutta questa zona è fortemente militarizzata.
Al parroco lasciamo degli aiuti umanitari per alcune famiglie locali.
Incontriamo anche padre Romualdo, un francescano che vive a Konotop. Questa comunità è stata aiutata in passato dalla nostra fondazione. L’incontro di oggi non previsto è stata una piacevole occasione per conoscersi e continuare in futuro la collaborazione.
Luca Bovio
Per rileggere tutti i racconti dei viaggi di padre Luca Bovio in Ucraina:
Padre Luca Bovio, missionario della Consolata in Polonia, ha compiuto diversi viaggi nel Paese in conflitto dall’inizio dell’invasione russa. Ogni volta per portare tutto l’aiuto che gli è possibile, anche grazie alla generosità di molti amici della Consolata.
A inizio novembre è stato a Fastow, vicino alla capitale Kiev, e a Kherson, sul fronte Sud della guerra.
«Ti auguro la pace dal cielo», è il saluto che spesso ci si scambia in Ucraina salutandosi alla fine di un incontro.
È un augurio con un significato concreto: ti auguro che nessun missile o drone cada dal cielo. In tempo di guerra, è un augurio essenziale.
Ma è anche un’invocazione: il Signore che sta nei cieli ci aiuti ad avere la pace.
Dal marzo 2022, quando compimmo il nostro primo viaggio nell’Ucraina invasa dalla Russia, siamo tornati nel Paese diverse volte. I Missionari della Consolata e la Chiesa polacca non smettono di portare il loro aiuto alle popolazioni colpite dal conflitto.
Charkiv. Nelle cantine della città, trasformate in rifugi sotterranei a causa dei bombardamenti. Novembre 2022.
In questi ultimi mesi siamo tornati in Ucraina diverse volte. L’ultima pochi giorni fa. Un viaggio iniziato nella comunità dei Domenicani a Fastow, non lontano dalla capitale Kiev, proseguito a sud fino alla città di Kherson e conclusosi con il ritorno a Kiev.
A Fastow c’è una vivace comunità di Domenicani impegnati non solo nel guidare la parrocchia locale e alcune chiese limitrofe, ma anche, con l’aiuto di numerosi volontari, in molte opere sociali.
Tra queste, l’accoglienza di bambini che qui possono stare sotto un tetto sicuro e caldo, e ricevere istruzione.
Poco lontano è stato aperto un centro di riabilitazione con una nuova cappella benedetta domenica 3 novembre dal Nunzio apostolico.
Benedizione della cappella del centro di riabilitazione per bambini non lontano dal convento domenicano.
Dopo aver partecipato alla giornata di festa, allietata anche da diversi cori, tra cui un coro di giovani non autosufficienti e un gruppo musicale di soldati, ci siamo diretti ancora una volta nella città di Kherson, posta a sud del Paese, sulla riva occidentale del fiume Dniepr.
Padre Luca Bovio (il primo a sinistra) una famiglia di Słoneczne che prende l’acqua.
In questi giorni la città celebra il secondo anniversario della liberazione, avvenuta l’11 novembre del 2022, quando, dopo una breve occupazione russa, è ritornata sotto il controllo ucraino.
Da quel momento non si può dire che la città viva in pace, anzi di fatto è un fronte di prima linea. Il fiume, in questo momento, determina il confine naturale tra i due eserciti: gli ucraini a ovest, i russi a est.
Le condizioni di vita in questo luogo sono difficili a motivo dei continui lanci che da una sponda all’altra si scambiano gli eserciti giorno e notte.
Fumo dopo un bombardamento.
La città che contava quasi 300mila abitanti prima dell’invasione, si è vista ridotta a 30mila. Oggi si assiste a un timido ritorno, e oggi si calcola che in città vivano circa 70mila abitanti. Alcuni, infatti, nonostante il pericolo, hanno deciso di tornare non avendo la possibilità di vivere per un lungo periodo da altre parti.
Don Massimo con il suo vicario, anche lui don Massimo, e un catechista che vive con loro, Sergio, stanno nell’unica parrocchia latino cattolica della città, dedicata al Sacratissimo Cuore di Gesù, posta non lontano dalla riva del fiume.
Sono impegnati a tenere viva la piccola comunità cristiana che ogni giorno si ritrova nella chiesa per celebrare la santa Messa, ma anche nel distribuire aiuti umanitari.
Don Massimo nella sua parrocchia dedicara al sacro Cuore a Kherson.
Don Massimo si reca quasi ogni giorno nei villaggi attorno alla città per portare acqua potabile. Qui l’acqua è abbondante nel sottosuolo, tuttavia, a motivo della guerra, le falde sono inquinate. Le esplosioni di magazzini di fertilizzanti usati dai contadini hanno causato un doppio danno: la perdita dei concimi e l’inquinamento delle falde.
La fonte di acqua che si trova sotto la parrocchia è ancora pura, e con essa viene riempita una cisterna di 1000 litri che va settimanalmente nei villaggi.
Al mattino, passando i vari check point dei militari, arriviamo nel piccolo villaggio di Sloneczne dove lasciamo la cisterna.
Da Sloneczne ci dirigiamo verso la città e visitiamo la nuova lavanderia che i Domenicani hanno aperto affidandola ad alcune donne del posto.
Da poche settimane qui sono messe a disposizione 10 lavatrici e 10 asciugatrici dove chiunque, soldati compresi, possono gratuitamente lavare i panni.
Nel pomeriggio ritorniamo a visitare il piccolo ospedale di Bylozerka, per consegnare i medicinali che abbiamo portato.
Ritroviamo la giovane chirurga Natalia, l’unica rimasta a lavorare qui. È molto contenta di ricevere i medicinali che portiamo. Le condizioni di lavoro in questo piccolo ospedale che serve una grande regione, sono molto difficili. Ogni giorno il villaggio, e, a volte, l’ospedale stesso, sono colpiti dai droni o dall’artiglieria russi.
I segni delle esplosioni sono visibili. Tutte le finestre sono coperte con i sacchi di sabbia per attutire i colpi.
Ospedale di Bylozerka.
Delle quattro ambulanze disponibili prima della guerra, ne è rimasta una sola. Le altre sono state tutte distrutte.
Purtroppo, ha perso la vita anche una equipe medica che era a bordo di una di esse. Ultimamente è stata distrutta anche la caldaia dell’ospedale.
La caldaia (distrutta dai russi) dell’ospedale di Bylozerka.
I medicinali che consegniamo erano esauriti. Tra questi, ci racconta Natalia, mancano anche gli antidolorifici. L’incontro con lei è breve. La stessa dottoressa ci incoraggia a tornare in città perché fra poco calerà il sole e potrebbero di nuovo iniziare le esplosioni.
Una volta tornati, riusciamo a fare ancora una breve passeggiata nei dintorni della Parrocchia in una città completamente al buio. I parchi sono tutti chiusi, ed è pericoloso attraversarli. Tra le foglie abbondanti che coprono i giardini e i marciapiedi in questa stagione autunnale, sono mischiate alcune mine a forma di foglia lanciate dai droni, pericolose perché difficili da riconoscere.
Mercato di Kherson.
Notiamo la presenza di tanti cani randagi che girano per le strade deserte. Soprattutto nelle ore serali. È meglio evitarli. Il loro abbaiare è l’unico suono che si sente nel profondo silenzio di questa citta, alternato solo dai rumori degli spari che rimbombano da lontano.
Finita la visita a Kherson, torniamo a Kiev e da lì di nuovo in Polonia. Pensiamo che, nonostante la lunghezza del conflitto e la stanchezza che tutti sentiamo di avere, in primis coloro che abitano in Ucraina, la situazione richiede ancora molta preghiera e molto aiuto. E affidiamo questo Paese all’intercessione del nostro santo fondatore Giuseppe Allamano.
Luca Bovio, Imc
In Ucraina: fino a Zaporiza e Nikopol
Padre Luca Bovio, Missionario della Consolata in Polonia, ci racconta il suo ultimo viaggio compiuto in Ucraina dal 2 al 7 marzo 2024, a Zaporiza e Nikopol.
Grazie alle offerte raccolte, nei giorni precedenti al viaggio abbiamo acquistato e spedito dalla Polonia ai frati francescani Albertini a Zaporiza 5 bancali di carne in scatola (18.000 confezioni). Oltre a questo, lì è giunto due giorni prima del nostro arrivo anche l’ultimo carico di aiuti raccolti dalla parrocchia di Villa di Serio (Bergamo) e da tanti altri, portato da Ruggero e gli amici di Cantù (Como) a Sandomierz in Polonia, e da lì con un altro trasporto inviati a Zaporiza.
Per arrivare a Zaporiza da Varsavia occorrono due giorni di viaggio.
Anche in Polonia come nel resto d’Europa ci sono proteste dei contadini. I camion per entrare in Ucraina alle frontiere hanno tempi di attesa medi di circa dieci giorni.
La nostra auto, trasportando aiuti umanitari, riceve il permesso di passare e così agevolmente varchiamo la frontiera.
Zaporiza è una grande città nella zona centro orientale del Paese, costruita sul grande fiume Dniepr che divide in due la città. Qui c’è la concattedrale cattolica dedicata a Dio Padre Misericordioso e non lontano la comunità dei frati Albertini. Nei pressi della concattedrale, quattro volte alla settimana viene fatta la distribuzione del pane e di una scatoletta di carne. Sono circa 1.500 le persone che in fila ricevono l’aiuto.
Prima gli invalidi, poi le donne e infine gli uomini.
Il forno dei frati, che visitiamo il giorno successivo, ha la capacità di produrre 900 pani, per questo motivo, per dare qualcosa a ognuno, a un certo punto occorre dividere a metà o anche in tre parti il pane. Durante la distribuzione a cui partecipiamo ci raccontano che nei negozi i beni si trovano. Quello che manca sono i soldi per comprare. La pensione media di circa 50 euro al mese è troppo bassa per pagare tutte le spese di casa così come quelle personali.
La città, prima della guerra, contava quasi un milione di abitanti. Oggi è difficile fare stime. Molti sono partiti. Altri sono arrivati dai villaggi vicini. Il fronte dista da qui solo 30 chilometri.
Nel pomeriggio visitiamo la seconda e unica presenza romano cattolica in città. In una piccola parrocchia circondata da alti palazzi vive un padre di origine polacca dei missionari di Nostra Signora di La Salette. Ci racconta delle sue attività di assistenza a favore degli ammalati che sono nelle case. Con alcuni volontari portano medicine e cibo. I volontari hanno anche il compito di verificare l’effettiva presenza dell’ammalato.
IL missionario ci racconta anche di un suo giovane confratello, p. Giovanni, che vive a Nikopol a circa 100 chilometri a sud in una situazione peggiore della sua. Nikopol è una città che si affaccia sul fiume. Sulla riva opposta c’è Ernegodar, la città con la più grande centrale atomica d’Europa. La riva opposta è territorio occupato. Per questo motivo Nikopol e tutta quella regione è spesso sotto attacco avendo come unico argine il fiume.
Decidiamo di fare una breve visita. Avendo ottenuto i permessi umanitari necessari, arriviamo brevemente a Nikopol per incontrare don Giovanni che ci accoglie calorosamente, quasi incredulo che qualcuno venga a trovarlo.
Da questo capiamo come siano importanti queste visite che, seppur brevi, incoraggiano. Ci raggiunge anche un militare responsabile della zona col quale, bevendo un caffè, parliamo della situazione al fronte. Il momento non è facile. C’è pessimismo. Occorre un ricambio del personale. Il governo sta lavorando a una legge che definisca meglio i criteri di arruolamento. Gli aiuti esterni sono da sempre stati fondamentali per difendersi contro un nemico che per numero e possibilità è impari. Questi aiuti su larga scala per vari motivi sono in forte diminuzione. Ad esempio, gli aiuti umanitari, ci comunica la Caritas locale, sono diminuiti del 60%. Si parla sul luogo anche di persone che simpatizzano per gli occupanti o che nel migliore dei casi desiderano l’occupazione come raggiungimento di una vita più tranquilla.
Il tempo trascorre veloce. Velocemente ritorniamo a Zaporiza e da lì il giorno successivo per Kiev e Varsavia.
Padre Luca Bovio
Un inverno al freddo e al gelo, tra speranze e paure
Testimonianza diretta di padre Luca Bovio, Imc, dall’Ucraina – Natale 2025
A differenza degli ultimi anni, l’inverno che stiamo vivendo in Ucraina e in tutto l’est del continente europeo e decisamente severo come del resto lo deve essere tradizionalmente. Sono diverse settimane che la temperatura oscilla tra i –10 e i –20 gradi.
Kyiv (Kiev) innevata con temperature a -10 o -20Kyiv (Kiev) innevata con temperature a -10 o -20, postazione anti droni a KievKyiv (Kiev) innevata con temperature a -10 o -20s, tatua di San Michele patrono di Kiev
In condizioni normali questo non creerebbe notevoli disagi alla popolazione abituata a convivere da sempre a queste condizioni. Il problema e dato dalla mancanza di corrente elettrica, di riscaldamento come in alcuni di casi di acqua corrente. La mancanza di tutto questo deriva dai continui massicci attacchi alle infrastrutture energetiche dell’intero paese. Le restrizioni sono notevoli. Ogni giorno viene dato un bollettino in tutto il paese con gli orari di energia erogata per il giorno successivo. Mediamente possono essere poche ore al giorno. Nei casi più estremi come alcuni palazzi a Kiev la mancanza è totale già da alcune settimane. Per questo motivo il sindaco e le autorità hanno invitato i cittadini della capitale a lasciare la città nel caso che avessero qualcuno che li possa ospitare. Le previsioni infatti non sono buone. Il gelo continuerà ancora per molto e la situazione energetica non si risolverà ancora in breve tempo.
generatori acquistati da distribuire dove necesasrio
La notizia di questi giorni di metà gennaio 2026 è che anche le scuole della capitale resteranno chiuse fino a febbraio per mancanza di energia. Quella poca che c’è occorre utilizzarla con delle priorità come gli ospedali e i trasporti pubblici che ancora funzionano, come le tre linee della metropolitana. in questo contesto gli allarmi e gli attacchi dal cielo continuano ininterrottamente (foto postazione anti droni sopra). Ieri (17 gennaio) è stata danneggiata gravemente la centrale elettrica di Charchiw, la seconda città del paese. Le città vivono grazie al lavoro dei generatori di corrente elettrica. Il loro rumore si può sentiere ovunque. I generatori più grandi forniscono corrente ai negozi e ai centri commerciali, quelli più piccoli agli appartamenti, per chi se lo può permettere.
Anche noi in questo tempo stiamo cercando di acquistare piccoli generatori da offrire a coloro che ne hanno maggiormente bisogno (foto a destra). Un costo medio per un generatore che produce circa 4 Kw è di circa 500 euro. In diversi punti della città sono state montate delle tende riscaldate dove i cittadini possono trovare una tazza di the caldo o un po’ di cibo e soprattutto trascorre un po’ di tempo al caldo lasciando i propri appartamenti dove la temperatura è di poco sopra lo zero. (video 5-6)
Non lontano dalla capitale si trova Irpin. Qui oggi c’è un centro di accoglienza per circa 500 persone. alcune di loro provengono dalla stessa città. Qui 4 anni fa i soldati russi arrivarono fino a qui distruggendo molte abitazioni. Altre famiglie provengono dalla zona del fronte, dal Donbass come dalla ragione di Zaporiza. Ogni persona ha una sua storia. Ci sono piccoli nuclei familiari che qui vivono così come soldati che hanno perso gli arti a motivo del freddo. Spesso sono persone anziane che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. La corrente elettrica e il riscaldamento sono garantiti da grandi generatori che lavorano ininterrottamente. E sufficiente un piccolo contrattempo, un danneggiamento o la mancanza di carburante e subito nelle abitazioni container la temperatura scende e 4, 5 gradi sopra lo zero. (Foto 7-8-9)
Diverse chiese e organizzazioni di volontariato assicurano i pasti caldi sotto un tendone riscaldato. Qui si possono ricaricare anche i cellulari e connettersi ad internet con la rete Starlink. Anche io ho la possibilità di salutare gli abitanti e di ricevere il loro ringraziamento per l’aiuto dato da molti benefattori sparsi per il mondo grazie alla collaborazione con la chiesa locale greco latina. (video 10)
11. Reti anti droni sulla strada verso Cherson
Le festività del Natale le ho trascorse nella parrocchia di Cherson, una città a sud lungo la linea del fronte. Dall’ultima volta che sono stato sono ora apparse sulla strada principale le reti anti-droni per ben 17 km. (Foto 11-12) Sono reti da pesca montate su dei pali. Lo scopo di queste reti è quello di proteggere i veicoli da un impatto diretto coi droni che qui volano sempre più spesso. Un semaforo posto all’inizio del tratto, da luce verde se il pericolo non è imminente. In questo tratto occorre andare velocemente con la macchina guardando con un occhio il cielo ma stando anche attenti al ghiaccio e alla nave che rendono scivolosa la strada. Anche la cintura di sicurezza della macchina e meglio lasciarla slacciata per poter in caso di necessita agevolmente uscire dal veicolo.
12. Reti anti droni sulla strada verso Cherson12a. Reti anti droni sulla strada verso Cherson con auto bruciata ai bordi della strad.
Diverse carcasse di auto colpite sono abbandonate ai margini di questo tratto (foto 12a-13). L’uso di droni è crescente sia per numero sia per qualità. Al loro rumore occorre sempre ripararsi e aspettare che passino. Non si sa mai a quale esercito appartengo e soprattutto quale è il loro scopo: raccogliere informazioni, fare filmati oppure lanciarsi contro obiettivi. Alcuni di essi, soprattutto di notte quando sono meno visibili, sono utilizzati anche per portare cibo e quant’altro ai soldati nelle zone più esposte. I droni purtroppo non sono il solo pericolo a Cherson. I due eserciti si scambiano colpi di artiglieria giorno e notte lungo il fiume Dniepr che di fatto in questa zona è la linea del fronte: i russi sulla riva est, gli ucraini sulla riva ovest.
13. Edificio distrutto dai droni russi a Cherson
Pochi giorni prima del Natale due colpi sono caduti nel giardino della parrocchia alle 6 del mattino danneggiando 17 finestre (foto 14-15). Ringraziando il Signore nessuno si è fatto male anche se lo spavento è stato grande.
Parete della canonica delal parrocchia cattolica di ChersonVetri danenggiati dall’esplosione di droni nelal parrocchia cattolica di Cherson
Un altro missile poco lontano dalla parrocchia è rimasto nell’asfalto della strada senza esplodere (foto 16). E lì ancora in attesa che lo si metta in sicurezza.
16. Missile inesploso in Pilipa Orlika Street a Cherson, non lontano dalla parrocchia cattolica
La S. Messa della notte di Natale è stata celebrata al mattino della vigilia alle 9.00, questo per dare alle poche decine di fedeli la possibilità di tornare a casa coi pochi bus che viaggiano per la città solo fino al primo pomeriggio. Poi tutto si ferma e si è avvolti dall’oscurità e dal silenzio, interrotto solo dai colpi che riecheggiano nel cielo. Dopo la S. Messa di Natale due famiglie hanno organizzato una recita natalizia molto ben preparata con canti e poesie, annunciando la nascita del Salvatore Gesù (foto 17).
17. Messa di Natale nelal parrocchia cattolica di Cherson, con recita dopo la messa18. padre Bovio con personale medico di un ospedale a Cherson
Siamo riusciti portare dei medicinali raccolti in Italia e distribuiti in diversi ospedali della città (foto 18). Una parte di essi e stata data all’ ospedale di Bilozerka, una villaggio fuori città. Qui ormai solo i soldati possono venire e a loro abbiamo consegnato l’importante carico.
Pochi giorni fa a Leopoli una signora è diventata un simbolo e allo stesso orgoglio del paese. Era l’alba ancora buio in una piazza centrale della città. La signora stava spalando la neve caduta abbondante. La scena che descrivo è stata ripresa dalle telecamere di sicurezza. Improvvisamente la piazza è colpita da un drone shahed che esplode. Le schegge come sempre volano senza controllo ovunque. Alcune di esse sfiorano la signora impegnata a spalare la neve. Dopo pochi attimi la signora guardandosi attorno, invece di scappare spaventata e di mettersi al riparo riprende a lavorare spalando la neve come se niente di grave fosse accaduto. I media hanno dato molto risalto a questo. Non certo per invitare ad atteggiamenti poco prudenti, occorre infatti durante gli allarmi proteggersi in luoghi sicuri, ma soprattutto per elogiare il coraggio e la voglia di andare avanti anche dopo pericoli così evidenti come quello che poco prima si era verificato.
Questa resilienza unita alla forza e al coraggio, sono gli atteggiamenti che permettono a un paese colpito duramente di non soccombere ma a continuare a lottare anche in questo duro inverno che siamo certi prima poi finirà.
padre Luca Bovio, missionario della Consolata e direttore Pontificie opere missionarie dell’Ucraina
Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica
Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.
L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.
Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.
Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».
Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.
Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.
In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.
Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.
Inizia il terzo Festival
In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.
Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.
La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.
Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali. Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.
Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.
Dalle periferie al centro
Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.
Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».
Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.
La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.
Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.
Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.
oplus_2
Dibattiti, laboratori, musica, teatro
Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.
Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.
La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.
Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.
Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.
I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.
Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza. Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana. Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.
I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.
Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.
Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.
Il volto dell’altro ci libera
Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.
Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.
Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.
Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.
Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.
La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.
Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.
Con le «streghe» della Rd Congo
Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.
«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.
A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».
Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.
Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.
«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».
Le spose bambine del Bangladesh
Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.
Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.
Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».
Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali. Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».
Attraverso lingue e culture
Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».
Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).
«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.
Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».
Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».
Vincere l’insidia dell’impotenza
Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.
«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.
Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.
Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».
Guardare il mondo dal Sud
Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».
Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».
Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».
La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.
Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».
Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.
Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.
Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.
Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.
Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».
E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».
Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».
Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».
Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.
Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.
Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».
«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».
«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».
Il problema siamo noi
Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».
I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.
«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.
Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.
L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.
Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».
L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.
Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.
«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.
Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»
Non solo mercato
Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».
Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».
Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.
Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».
Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.
La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.
Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.
Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».
Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.
L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».
Il piano B
Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».
In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».
Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.
L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.
Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».
I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva.
In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.
C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».
Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.
Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».
«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».
Il cammino
Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.
«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».
Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».
Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».
Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».
Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.
«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».
«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.
Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».
Le «due Chiese»
La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».
Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.
La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.
Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».
La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».
Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.
Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».
La fiamma e le braci
Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».
Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».
I soggetti di speranza
Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.
Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.
Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.
I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.
E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».
E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.
La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».
Marco Bello
Torino. Festival della Missione. (Foto di Marco Bello)
Ucraina. La resilienza è di casa
Il febbraio del prossimo anno segnerà il quarto anno del conflitto che si sta combattendo in Ucraina su scala nazionale. Qui occorre distinguere due situazioni, due volti di un’unica realtà: la situazione lungo la linea del fronte dove si combatte (lunga oltre 1.200 km), e la vita nel resto del Paese, che ricordiamo essere, per superficie, grande il doppio dell’Italia.
La linea del fronte è il luogo dove i due eserciti si combattono apertamente: i russi per occupare il maggior territorio possibile, gli ucraini per difendere l’avanzata. Nell’ultimo anno la situazione è sostanzialmente stabile, i russi non riescono ad avanzare come vorrebbero e gli ucraini riescono a difendersi a denti stretti. Il territorio occupato dall’inizio dell’invasione (ovvero il 2014) è di circa il 20%, considerando la Crimea, buona parte del Donbass e una parte della regione di Zaporizzja. Se il risultato sul campo in questo momento non cambia molto, le perdite umane e i costi economici sono altissimi e continuano ad aumentare. È molto difficile fornire dati certi su questo, perché in tempo di guerra la propaganda dell’informazione è un’arma molto usata, e si sa che ad essa interessa il risultato non la verità storica.
Il ricordo degli eroi
Una cosa che si può notare attraversando il Paese è il numero delle lapidi che ricorda gli eroi che hanno dato la vita per la libertà: ogni città, ogni villaggio anche i più piccoli, hanno queste lapidi nelle piazze centrali così come le bandiere nei cimiteri che ricordano i soldati caduti.
Un’altra cosa che non sfugge a uno sguardo attento è il numero dei feriti e degli invalidi che si possono incontrare. È verosimile credere che da parte Russa queste perdite siano molto maggiori.
Gran parte della popolazione vicina al fronte ha deciso di lasciare i villaggi e le città trasferendosi in luoghi più sicuri all’interno del paese. Una piccola parte di questa popolazione soprattutto anziani, decide di restare non volendosi traferire altrove, coscienti di rischiare la propria vita. Solo in casi estremi quando la situazione è compromessa, il Governo ordina l’evacuazione del villaggio. Nonostante tutto, i pochi che decidono di restare devono vivere nella cantine senza poter uscire a causa del pericolo continuo di droni e di missili, con problemi di approvvigionamento del cibo. La capitale Kiev ha registrato ufficialmente nel proprio comune quasi 500mila cittadini provenienti da queste aree.
Un cimitero dei caduti della guerra contro la Russia. Una bandiera per ogni tomba. (Foto Luca Bovio).
Una strana normalità
Nel resto del paese la vita continua con una certa normalità. I negozi sono aperti, i mezzi pubblici funzionano così come le scuole e le università. Questa normalità è interrotta spesso dal suono delle sirene che segnalano un possibile allarme dal cielo. Le procedure obbligano alla chiusura temporanea dei servizi e sui canali telegram si legge l’invito a proteggersi nei numerosi rifugi sempre ben segnati. Anche la metropolitana nelle grandi città è usata come rifugio. Non sempre a un allarme corrisponde un attacco. A volte dopo pochi minuti, il tempo che gli aerei di guerra abbiano finito di sorvolare il cielo, il pericolo rientra e tutto torna alla normalità. In altri casi, invece, l’allarme è seguito dalle esplosioni che possono avvenire in tutto il Paese e in diverse forme. I droni sono ormai diventati un’arma molto utilizzata, perché economica ed efficace, anche se i danni maggiori li provocano i missili balistici.
Come ogni autunno, prima dell’arrivo dell’inverno, gli obiettivi cercati sono le centrali elettriche. La loro distruzione, che quest’anno è stata massiccia come non mai, ha di fatto lasciato senza energia gran parte del paese. In capitale da settimane viene razionata l’elettricità per poche ore al giorno, e divisa per quartieri che si accendono e spengono a seconda di un programma stabilito. Un problema non piccolo per i cittadini che vivono, nella maggior parte in edifici alti anche 30 piani. Tuttavia, anche gli edifici civili, gli ospedali e le scuole sono obiettivi colpiti. Nei momenti più difficili durante gli attacchi è necessario allontanarsi dai locali con finestre e proteggersi in luoghi circondati solo dai muri.
Senza scoraggiarsi
Una cosa che colpisce è la resilienza degli ucraini. Dopo ogni attacco ognuno ritorna al proprio dovere. Le squadre di soccorso intervengono rapidamente e in poche ore mettono in sicurezza gli edifici colpiti. La gente comune dopo una notte insonne ritorna al lavoro e alla proprie attività. Questo non è scontato. La capacità di adattamento è la migliore risposta che si possa dare di fronte a una prova tanto grande e lunga. Con questo spirito si riesce non solo a resistere agli attacchi ma anche a continuare a credere che un futuro di libertà è possibile e, quindi, si continua ad affrontare la giornata che inizia, senza scoraggiarsi.
Dolorosissime sono le notizie circa la corruzione che continua, nonostante la guerra, a serpeggiare nel paese. Fa male non solo a vedere il nemico dall’altra parte ma scoprirlo anche accanto a sé.
È chiaro che in questa situazione ogni piccolo o grande aiuto è sempre prezioso di fronte a un calo drastico di aiuti internazionali. Con l’aiuto della Consolata e di san Giuseppe Allamano, sull’esempio di tanti vicino a noi, continuiamo a credere nella pace e a costruirla.
Luca Bovio, da Kiev
Guerra alla scuola, troppi ragazzi senza istruzione
Ogni giorno, nel mondo, otto scuole e i loro studenti, sono colpiti da attacchi di varia natura. In Palestina, Ucraina, Sudan, Rd Congo e altri Paesi in crisi, la guerra rischia di privare un’intera generazione di un’istruzione adeguata.
Borodjanka, Ucraina (Luca Bovio / AfMC)
Nel 2022 e 2023, diecimila studenti ed educatori sono stati uccisi, feriti, rapiti, arrestati o in altro modo danneggiati. Le cause sono stati gli attacchi che hanno colpito istituzioni educative e gli incidenti dovuti all’uso di scuole e università per fini militari. Questi attacchi e incidenti sono stati circa seimila, cioè una media di otto al giorno, con un incremento del 20% rispetto agli anni precedenti. Lo riporta il rapporto Education under attack 2024@, elaborato dalla Global coalition to protect education from attack (Gcpea). La coalizione, formata nel 2010 da organizzazioni attive nel campo dell’istruzione, ha nel suo comitato direttivo rappresentanti di enti come Unicef, Unesco, Human rights watch e Amnesty international.
Nella sezione del rapporto che descrive la metodologia usata, gli attacchi violenti all’istruzione sono definiti come uso della forza, minacciato o effettivo, contro studenti, insegnanti, personale di servizio, funzionari dell’istruzione, edifici, risorse educative o strutture.
Fra le categorie degli attacchi all’istruzione c’è anche l’uso militare di scuole e università. Questo avviene quando le strutture destinate all’educazione sono trasformate in caserme, rifugi temporanei, depositi di munizioni, centri per detenzione e interrogatori.
Quanto ai metodi per la raccolta dei dati, Gcpea ne indica tre: un’analisi di rapporti e statistiche prodotti da Nazioni Unite o Ong, think tank o gruppi di esperti, ricerche sui media e contatti con i membri del personale delle organizzazioni internazionali e nazionali che operano nei Paesi interessati.
La coalizione ha fra i suoi obiettivi anche quello di promuovere e monitorare l’applicazione della Safe schools declaration@, un impegno politico che mira a vincolare i governi a proteggere, anche con provvedimenti legislativi, le scuole durante i conflitti armati, a raccogliere dati affidabili sugli attacchi avvenuti e a fornire assistenza alle vittime.
Un esempio di messa in atto della dichiarazione, citato nella scheda informativa 2025 sui progressi fatti, è il Codice di protezione dell’infanzia promulgato dalla Repubblica centrafricana, che rende reato gli attacchi alle scuole e la loro occupazione. Si tratta del primo atto legislativo di questo genere in Africa@.
Secondo il monitoraggio di giugno scorso sugli impatti della guerra nella striscia di Gaza, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha, nell’acronimo inglese), dall’ottobre 2023, 15.379 alunni e 691 membri del personale scolastico sono stati uccisi, mentre 23.105 studenti e 2.926 insegnanti sono stati feriti. L’89% delle scuole, cioè 501 su 564, dovranno essere ricostruite del tutto o subire ristrutturazione massicce per tornare a funzionare. In totale, sono 658mila i bambini e gli adolescenti e 87mila gli studenti universitari che non possono andare a scuola@.
Già a settembre 2024, uno studio realizzato dall’Università di Cambridge in collaborazione con l’Agenzia Onu per i profughi Palestinesi, Unrwa, e il Centre for lebanese studies, un centro studi sul Libano con sede nel Regno Unito, rilevava che i bambini e i giovani di Gaza fra la pandemia, gli scontri nel maggio 2021 e la guerra attuale hanno perso circa due anni scolastici, con un conseguente aumento del 20% della povertà educativa, cioè la quota di bambini che a 10 anni non sa leggere un testo di base.
Lo studio calcolava anche che uno studente in procinto di affrontare l’equivalente dell’esame di maturità nel 2023 vedeva ritardato di due o tre anni il conseguimento del titolo se non gli fosse stato permesso di tornare immediatamente a scuola e ricevere anche un sostegno integrativo per recuperare le competenze perdute.
A peggiorare la situazione, continua il rapporto, intervenivano ulteriori fattori: le disabilità provocate dalle violenze a una media di 15 bambini ogni giorno, i ritardi nello sviluppo cognitivo dovuti alla malnutrizione e le conseguenze sulla salute mentale, e quindi su attenzione, concentrazione e memoria, di migliaia di bambini traumatizzati dalla guerra.
15 gennaio 2011. Benedizione e apertura del “Dormitorio della Pace”, Porro, Samburu, Kenya (Virgilio Pante /AfMC)
Nel complesso, riportava l’Unicef@ a marzo 2025, le istituzioni educative danneggiate dall’inizio dell’invasione russa sono 3.373, di cui 385 distrutte. A fine dicembre dell’anno scorso, 741mila bambini studiavano in modalità mista – in presenza e a distanza -, mentre 443mila seguivano le lezioni solo online. A Kharkiv, riportava Save the children a gennaio di quest’anno@, per garantire ai bambini la scuola in presenza almeno qualche ora al giorno, nonostante i frequenti attacchi, la città ha predisposto scuole sotterranee nel sistema della metropolitana.
Le proporzioni dello studio online cambiano in relazione all’area geografica e alla vicinanza del fronte: i risultati di un sondaggio realizzato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), pubblicati nel maggio scorso,@ mostravano che nella macro regione più colpita dalle ostilità, cioè la parte orientale del Paese, la metà degli alunni studiava solo online e solo uno su otto frequentava lezioni in presenza; per gli sfollati interni, la quota di didattica a distanza era del 44%.
Anche in Ucraina, i test standardizzati condotti già a ottobre del 2022, dopo otto mesi di guerra, rilevavano un declino nell’apprendimento comparabile a due anni di scuola persa.
Anche nell’Est della Rd Congo, riportavano Save the children e Unicef a maggio@, oltre 600mila bambini non sono ancora tornati a scuola dopo la ripresa, a gennaio 2025, delle ostilità fra l’esercito congolese e gruppo ribelle M23, sostenuto dal vicino Rwanda. In particolare, risultavano ancora chiuse 786 scuole su 6.632 nella provincia del Nord Kivu e 862 scuole su 8.175 nel Sud Kivu.
Giochi per bambini al Malindza refugee camp in eSwatini (AfMC)
8 e 9 settembre per l’istruzione
Secondo il Rapporto di monitoraggio globale sull’istruzione 2024, 251 milioni di bambini continuano a essere non scolarizzati. Il dato si è ridotto solo dell’1% nel corso dell’ultimo decennio. Nei Paesi a basso reddito, la percentuale di persone in età scolare che non va a scuola è del 33%, a fronte del 3% dei Paesi ad alto reddito. Oltre la metà dei bambini non scolarizzati del mondo si trova in Africa subsahariana.
L’8 settembre è la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.
Il tema è: «Promuovere l’alfabetizzazione nell’era digitale». L’obiettivo di quest’anno è sensibilizzare al ruolo degli strumenti digitali, sia per favorire l’apprendimento da parte di circa 754 milioni di persone nel mondo che risultano tuttora non alfabetizzate, sia per evitare, viceversa, che il divario digitale crei una doppia emarginazione, privando le persone anche dei benefici dell’era delle tecnologie digitali. Per gli aggiornamenti sugli eventi che segneranno la giornata si può fare riferimento al sito Unesco: https://www.unesco.org/en/days/literacy
La giornata prevede fra l’altro l’assegnazione di due premi: il primo è il premio Unesco – Re Sejong, promosso dalla Repubblica di Corea e rivolto specialmente all’alfabetizzazione in lingua madre. I premiati sono tre e ricevono una medaglia, un diploma e 20mila dollari.
Il secondo è il premio Unesco – Confucius, promosso dalla Repubblica popolare cinese e dedicato all’alfabetizzazione funzionale e all’uso degli strumenti tecnologici per sostenere l’apprendimento da parte degli adulti nelle aree rurali e dei giovani in abbandono scolastico. In questo caso, i tre vincitori ricevono una medaglia, un diploma e 30mila dollari.
Nel 2019, uno dei vincitori del Premio Confucio è stato il Nuovo comitato il Nobel per i disabili, Ong fondata da Dario Fo, che ha vinto con il programma «Tell Me» Theatre for education and literacy learning of migrants in Europe (Teatro per l’educazione e l’alfabetizzazione dei migranti in Europa), che tutt’oggi mira a favorire «l’inclusione sociale dei giovani e degli adulti migranti in Italia, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana per mezzo del teatro»@.
Scuola di Somana ad Isiro, nord del rd Congo (AfMC)
Il 9 settembre è la Giornata internazionale per la protezione dell’istruzione dagli attacchi.
La città è stata fondata ancor prima dell’anno mille, quando in questa regione nacque la Rus di Kiev, popolazione che darà poi origine alla futura Russia e a tutti gli stati a lei collegati. La data del 988 segna l’inizio delle cristianità con il battesimo di San Vladimiro ricordato da una statua posta in un bellissimo parco nel centro della città da cui si possono ammirare squarci suggestivi (foto di apertura).
Il monastero Lavra a Kiev fondato nel 1051 (foto Luca Bovio)
Fin dall’inizio il patriarcato di riferimento, a differenza della vicina Polonia, fu Costantinopoli. Dopo lo scisma del 1054 tra Chiese ortodosse e Chiesa cattolica, il destino di questa Chiesa si legò sempre più all’oriente. In città sono presenti diverse cattedrali legate a diverse chiese. La più antica, Lavra, appartiene alla Chiesa ortodossa ucraina legata al patriarcato di Mosca, il monastero di San Michele è sede della di questa Chiesa. Qui sulle mura esterne ci sono le fotografie dei soldati caduti (video qui sotto).
Monastero di sant’Andrea a Kiev (foto Luca Bovio)
Il monastero di S. Andrea è legato al patriarcato di Costantinopoli (foto a sinistra). Tra queste c’è anche il monastero di Santa Sofia molto utilizzato per le cerimonie ufficiali civili.La cattedrale latino cattolica dedicata a san Alessandro è vicina alla centrale piazza di Maidan (vedi video a fine testo), mentre la cattedrale dei cattolici di rito orientale è dedicata alla Risurrezione del Signore ed è posta sulla sponda est del fiume.
È difficile fare un censimento della popolazione in questo momento. A motivo della guerra, molti sono partiti, mentre altri sono arrivati dalle zone occupate. Prima del 2022, gli abitanti si aggiravo sui 3milioni.
La città, difesa dal suo patrono S. Michele Arcangelo, ha resistito all’attacco avvenuto nei primi mesi del conflitto quando i soldati russi arrivarono da Nord fino alla periferia fermandosi a Bucha, Irpin e le zone limitrofe.
Nel Paese la guerra ha subito una forte evoluzione. Oggi la tecnologia sta imponendosi sempre più. L’uso massiccio di droni e missili crea danni senza mettere a rischio la vita dei propri soldati. Il numero degli attacchi, come anche per quantità di mezzi usati, è in netta crescita. Gli allarmi suonano soprattutto di notte e possono durare delle ore. La contraerea cerca di limitare i danni, tuttavia alcuni droni e missili riescono a colpire i loro obiettivi. Non trascurabili sono anche i danni che recano le schegge, non controllabili, delle esplosioni. Un esempio lo abbiamo avuto in Nunziatura apostolica, la scorsa settimana quando sul tetto della casa tre pannelli solari sono stati danneggiati.
I numerosi canali di Telegram informano sulla situazione live degli attacchi, riuscendo a prevedere (non sempre) i quartieri e le traiettorie delle possibili esplosioni. Quando gli attacchi sono particolarmente intensi le stazioni della metropolitana si riempiono di persone, soprattutto di coloro che abitano nei numerosissimi palazzi della città che hanno altezze medie di 30 piani. Sono sempre più frequenti le notti trascorse a vicino ai binari della metro dove intere famiglie trovano riparo e portano brandine, passeggini e anche animali domestici.
Distruzioni vicino al Parco Travriirsyi a Kiev (foto Luca Bovio)
Nonostante questa difficile situazione, che oramai perdura da lungo tempo, sembri solo peggiorare, la città reagisce con una parvenza di normalità quale migliore risposta per resistere e non rassegnarsi. Dopo le notti di esplosioni, il mattino dopo tutto ricomincia. I mezzi pubblici, i negozi e le attività riprendono. Certamente il sonno perso e le paure hanno il loro il peso, soprattutto per alcune categorie di persone. Le zone colpite dalle esplosioni immediatamente vengono messe in sicurezza e in ordine in tempi brevissimi dalle squadre addette (foto sopra e video qui sotto).
Padre Luca Bovio, ImC, direttore delle Pontificie opere missionarie in Ucraina
Colpisce molto la presenza di giovani, in maggioranza donne e ragazze, che dal tardo pomeriggio iniziano a incontrarsi nei numerosi locali del centro. Anche le spiagge balneabili sul fiume nel centro della città e i laghi vicini sono pieni di bagnanti soprattutto nei fine settimana in questo tempo estivo dove le temperature invitano a fare i bagni. Sono diversi i pianoforti che si trovano nei parchi ad uso pubblico. I giovani li suonano durante le serate in un’atmosfera che contrasta con le sirene e le esplosioni.
Guerra e normalità di vita sono due aspetti che convivono in questo tempo a Kiev. Difficile fare previsioni sull’evoluzione della situazione, nei tempi e nei modi. Credo che la voglia di normalità per chi vive qui e il sostegno materiale e spirituale di chi è lontano, aiutino comunque a non cedere alla tentazione di rassegnarsi alla stanchezza e alla paura. In questo contesto muovono i primi passi della nascita delle Pontificie opere missionarie in Ucraina
Luca Bovio(da Kiev)
Ucraina. Faccia a faccia con la guerra
30 aprile-5 maggio. Approfittando delle feste nazionali polacche, con don Leszek Krzyża, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, e di Rika Itozawa, ci mettiamo di nuovo in macchina per visitare alcune città al Sud dell’Ucraina e portare aiuti. Il nostro viaggio ci porta da Varsavia a Kiev e poi Odessa, Mikolajow e Cherson, con ritorno a Kiew e quindi a Varsavia. Dopo esserci fermati a Kiev per una sola notte, ci dirigiamo verso Odessa.
Odessa, città storica e strategica
foto 1
Ritorniamo in questa bella città costruita sul Mar Nero dopo circa un anno per una breve visita. Odessa oltre a essere una città storica e artisticamente ricca, è soprattutto il luogo da cui partono decine di navi che trasportano in tutto il mondo i raccolti di frumento e mais del Paese (foto 1). Per questo motivo strategico è una città presa di mira dall’esercito russo (foto 2). Nelle ultime settimane gli attacchi provenienti dalla vicina Crimea o dalle navi russe sono aumentati.
foto 2
Ci incontriamo con il cancelliere della diocesi, don Cristoforo. Ci racconta che gli aiuti sono diminuiti del 60% dall’inizio della guerra.
Mentre conversiamo, seduti in un ristorante tartaro accanto alla Cattedrale, le sirene iniziano a suonare. Non c’è alcuna reazione tra i clienti e i passanti. Questo può sorprendere, tuttavia occorre ricordare che da oltre due anni le sirene suonano quotidianamente. Dopo pochi minuti, si spengono.
Vediamo da un punto panoramico la città e il porto con i grandi silos. Ci sono almeno tre grandi navi nelle vicinanze. Ci raccontano che attualmente gli ucraini hanno un corridoio che permette alle imbarcazioni di dirigersi verso Istanbul e da lì proseguire per il canale di Suez.
Andiamo brevemente sulla spiaggia in una zona residenziale, una delle poche accessibili, e vediamo una casa, chiamata il castello di Potter a motivo della sua somiglianza con il castello del famoso film, con il tetto distrutto. Pochi giorni fa un missile dal mare ha colpito l’edificio causando delle vittime (foto 3 e 4).
foto 3
foto 4
foto 5
La chiesa distrutta di Koszeliwka
Prima di sera ci rimettiamo in macchina per dirigerci verso la vicina Mykolaïv dove abita don Alessandro, presso il Santuario di san Giuseppe. Dopo esserci riposati, al mattino visitiamo il villaggio di Koszeliwka, a distanza di circa un anno dall’ultima volta. La chiesa in questo villaggio è stata distrutta e oggi rimangono solo le macerie (foto 5). Da poco don Alessandro ha acquistato due container dal porto di Odessa e li ha posti nei pressi della chiesa distrutta. Un container serve come cappella, l’altro come centro medico.
foto 6
Il progetto per il futuro è quello di ricostruire la chiesa accanto a quella precedente, lasciando le rovine a ricordo. Anche le case duramente colpite iniziano a essere ricostituite dalle famiglie che lentamente provano a ritornare (Foto 6).
Cherson, sulla linea dei combattimenti
Nel pomeriggio ci viene a prendere, dalla vicina Cherson, don Massimo, il parroco, e ci guida attraverso i posti di blocco dei soldati fino alla sua parrocchia che si trova in prima linea in città.
Le nuove procedure impongono a noi stranieri di firmare una dichiarazione di responsabilità per poter entrare. La parrocchia del Sacro cuore di Gesù è l’unica romano-cattolica della città, e si trova vicina al fiume Dnepr in una zona abbandonata quasi da tutti. Se Cherson contava circa 300mila abitanti prima dell’invasione russa, oggi si stima abbia una popolazione di soli 20mila.
foto 7
È la terza volta che visitiamo questo luogo e, nonostante il lungo tempo trascorso, non si vedono cambiamenti. Le strade sono deserte e continui colpi, rompono il silenzio che qui avvolge tutto.
Il fiume Dnepr, in questo momento, è la linea di confine tra i due eserciti che occupano le rispettive rive: a Est i russi, a Ovest gli ucraini che si scambiano colpi giorno e notte in tutta la regione (foto 7).
foto 8
La città è fortemente segnata da questa situazione. Anche la parrocchia, il primo sabato di quaresima, è stata colpita per la seconda volta: quando, nel primo pomeriggio, un razzo è finito ai piedi della statua della Madonna che si trova davanti alla chiesa (foto 8).
Come la prima volta, quando un razzo entrò dal tetto della chiesa, anche questa volta non ci è stata l’esplosione. Le schegge dell’impatto hanno colpito la facciata della chiesa senza ferire nessuno nelle vicinanze.
Dopo qualche settimana, i soldati hanno messo in sicurezza il razzo che usciva dal terreno. Don Massimo vive qui con il vicario don Sergio e un aiutante, anche lui di nome Sergio. Senza nessuna costrizione, hanno scelto di restare per poter essere un segno di speranza non solo per le poche famiglie che qui sono rimaste ma anche per i tanti villaggi della regione che quotidianamente visitano portando aiuti, amministrando il sacramento della confessione e portando la santa comunione.
L’ospedale di Bilozerka
foto 9
La mattina successiva visitiamo Bilozerka, un villaggio a Sud lungo il fiume. Arriviamo nel piccolo ospedale che serve tutta la zona. Ci dà il benvenuto la giovane dottoressa chirurga Natalia che qui lavora (foto 9). Mentre ci mostra il primo piano di questo semplice edificio, ci racconta che, a motivo delle continue esplosioni, gli ammalati sono stati trasferiti dal primo piano al piano terreno.
foto 10
Tutte le finestre delle camere che vediamo sono state danneggiate dagli scoppi. L’unica attività rimasta al primo piano è quella della stanza operatoria che visitiamo notando i sacchi di sabbia a protezione dei vetri delle due stanze (foto 10).
La dottoressa Natalia ci racconta che per molti giorni l’ascensore è stata fuori servizio. Così le infermiere dovevano scendere le scale portando il paziente sdraiato sul letto. Oggi per fortuna l’ascensore è tornato in funzione. Raccontiamo che i prossimi giorni riceveremo dei farmaci dall’Italia e stabiliamo con la dottoressa quali sono quelli più necessari da far arrivare.
foto 11
Nello stesso villaggio incontriamo il signor Władek, 94 anni, di origini polacche. Ci racconta la sua storia e manda anche un video di saluti ai suoi connazionali (foto 11).
foto 12
Poi don Massimo ci accompagna dalla signora Lena che è paralizzata a letto da ben 29 anni (foto 12). Ci sorprende la sua vitalità e la sua energia. È molto contenta di accoglierci nella sua casa insieme al marito. Ci racconta che i due figli con le loro famiglie sono riusciti a scappare dal villaggio prima che venisse occupato dai soldati russi per alcuni mesi. Oggi ritornano spesso a visitare i genitori, ma le piccole nipoti hanno paura delle esplosioni che qui si sentono di continuo. Per questo le visite sono sempre brevi.
Ci raccontano che il tempo dell’occupazione è stato quello più difficile: i soldati passavo di casa in casa. Sono stati anche qui. C’era sempre paura, soprattutto quando erano visibilmente ubriachi.
Ci colpisce la vitalità del racconto di questa donna, che nonostante viva paralizzata a letto, nel mezzo di una guerra, trasmette la forza di vivere e un coraggio non comune. Spesso sorride e ha un timbro di voce forte e sicuro. Usciamo da questa casa edificati, e ringraziamo il Signore per questi esempi che ci pone di fronte.
Charkiv e le sue ferite
foto 13
La seconda parte della giornata la trascorriamo ritornando a Charkiv, dove siamo stati diverse volte nei mesi scorsi, per visitare alcuni quartieri della città. Passeggiamo per il parco giochi dei bambini completamente abbandonato. Forte è il profumo delle acacie e dei castagni in fiore che ci abbraccia. Per terra si trovano i resti dei razzi esplosi.
Incontriamo alcune donne che ci invitano a seguirle. Ci mostrano la cantina in cui vivono nei sotterranei del loro palazzo distrutto dopo tre giorni incessanti di bombardamenti.
foto 14
Ci fanno vedere i loro appartamenti dal cortile: i balconi sono devastati dalle esplosioni; penzolano i serramenti delle porte e delle finestre e i condizionatori appesi ai fili (foto 13-14).
Una improvvisa esplosione non lontana interrompe la nostra visita.
foto 15
Ci rechiamo per brevemente a Nord della città per vedere i resti del ponte Antonov, uno dei pochi che collegavano le due sponde. Il ponte è stato fatto saltare dai russi durante l’abbandono della città (foto 15).
foto 16
Don Massimo scrive una lettera di ringraziamento ai benefattori, molti sono tra voi lettori di Missioni Consolata. Con parte delle offerte raccolte abbiamo potuto finanziare il trasporto di aiuti giunti fino a qui (Foto 16).
I due giorni successivi sono impegnati per il ritorno a Varsavia passando da Kiev.
Gli aiuti che diminuiscono sono sempre più necessari. Per questo occorre non stancarsi e continuare a venire di persona per incontrare abitanti di questo Paese, ascoltare le loro storie, condividere del tempo e incoraggiare i confratelli sacerdoti, pregare con loro.
Luca Bovio
Grazie da Cherson
A nome dei parrocchiani della Parrocchia del Sacratissimo Cuore di Gesù a Cherson, ringrazio i benefattori della Rivista Missioni Consolata per aver finanziato il costo del trasporto di aiuti umanitari.
Grazie al vostro aiuto e stato possibile ricevere materiale per pulizie e di igiene personale distribuito per i più bisognosi della città e dei villaggi.
Grazie per laiuto e la generosità. Un ricordo nella preghiera
Carissimi amici,
all’inizio del nuovo anno abbiamo fatto il primo viaggio del 2024, il decimo da quando è scoppiata la guerra in Ucraina. Il tempo trascorre velocemente e purtroppo possiamo dire che la situazione non migliora, anzi per alcuni aspetti è decisamente peggiorata. Negli ultimi mesi il conflitto in Palestina ha spostato l’interesse dei media su quel luogo con le relative conseguenze. Si constata anche una comprensibile stanchezza nelle persone nel sostenere per un così lungo tempo una crisi di cui ancora non se ne vede l’uscita. Anche la relazione tra Ucraina e Polonia ha visto ultimamente momenti difficili quando, ad esempio, alcune categorie hanno protestato per motivi collaterali alla guerra, come hanno fatto i trasportatori polacchi che hanno bloccato per settimane le frontiere per protestare per i mancati guadagni che sono andati a vantaggio dei loro colleghi ucraini che beneficiano di sgravi derivanti dal conflitto in atto.
Purtroppo, il conflitto continua senza sconti. Lungo gli oltre 1.000 km del fronte, stime non ufficiali raccolte sul posto, parlano di circa 200- 300 morti al giorno tra i soldati ucraini. Da parte russa il numero va almeno raddoppiato. Occorre anche ricordare che siamo in pieno inverno con tutti i disagi che questo comporta.
11-12 gennaio 2024: Warszawa –Kiev-Charkiv
Il viaggio per arrivare a Charkiv ci impegna due giorni, il tempo necessario per coprire i 1300 km dopo esserci fermati per riposare a Kiev.
La prima cosa che facciamo appena arrivati è quella di cercare un autolavaggio per pulire la macchina piena di neve e di sale a causa delle condizioni stradali che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio. L’auto era talmente sporca che non si poteva nemmeno leggere la targa. La temperatura è di 17 gradi sottozero con un vento che rende ancora più fredda la temperatura percepita.
Troviamo Don Wojciech, il direttore della Caritas locale, chiuso nella sua camera a motivo di un brutto raffreddore che lo ha colpito e che non gli permette di uscire.
La notte trascorre abbastanza tranquilla. Solo qualche sirena e il volo di alcuni droni (usati sempre più spesso nel conflitto) sopra la città, tuttavia senza conseguenze.
La mattina incontriamo un gruppo di bambini presso il centro Caritas dove aloggiamo, a fianco della cattedrale della città. Abbiamo con noi degli zaini scolastici pieni di pennarelli e quaderni preparati dai bambini della scuola elementare di Valmorea (Como). I bambini ucraini aprono con gioia e sorpresa i loro doni, trovando anche delle letterine scritte dall’Italia: coraggio, vi siamo vicino, presto passerà … sono le frasi più ricorrenti che traduciamo. I bambini ucraini si mettono subito al lavoro per rispondere ai loro coetanei e registriamo anche un video per mandare saluti e ringraziamenti.
I bambini ucraini aprono con gioia e sorpresa i loro doni trovando anche delle letterine scritte dai bambini della scuola elementare di Valmorea
Con l’aiuto di un volontario siamo accompagnati per la città e nei dintorni per vedere gli ultimi luoghi colpiti. Tra questi ci sono hotel, case e scuole colpiti due giorni prima del nostro arrivo, obbiettivi tutt’altro che militari… (foto 5,6,7 nello slideshow)
La città di Charkiv, ricordiamo che la seconda per grandezza del paese a poche decine di chilometri dal confine ad est con la Russia, si sta lentamente ripopolando. Dopo essersi svuotata con lo scoppio della guerra, progressivamente le persone stanno ritornando. In questo tempo si stanno aggiungendo molti che vengono volontariamente o forzatamente portati in città dai villaggi della regione vicini al fronte, per motivi di sicurezza o semplicemente per la mancanza di condizione minime per la sopravvivenza durante l’inverno. (Foto 8,9,10 nello slideshow)
13 gennaio 2024: Charkiv-Hrakove-Charkiv
Nel pomeriggio siamo raggiunti da sr. Camilla, una suora polacca delle Piccole Missionarie della Carità fondate da don Orione. Sr. Camilla insieme alla sua comunità è molto impegnata in diversi progetti. Ci accompagna a vederne uno di questi a Hrakove un piccolo villaggio tra Charchiw e Izum.
Il villaggio di Hrakove, prima occupato e poi liberato, si presenta mostrando tutte le sue ferite. Le case sono quasi tutte semidistrutte così come l’asilo e le costruzioni attorno. Neanche la chiesa ortodossa è stata risparmiata dagli attacchi. Dappertutto ci sono cartelli e nastri che avvertono di tenere la distanza a motivo della presenza di mine nel terreno. (Foto 11,12,13,14,15,16 nello slideshow)
La strada completamente ghiacciata finisce di fronte alla casa dove lavorano Nina e suo marito Alesandro. Nina è una giovane donna di Charkiw che ha sposato Alessandro nativo di questo villaggio. Sono tra le 200 persone rimaste ancora qui oggi. Prima della guerra se ne contavano 800. Nina avendo lavorato in una fabbrica di cucito ha imparato bene il lavoro. Ora con il nostro aiuto ha ricevuto delle macchine da cucire dalla Polonia con delle stoffe e del materiale per lavorare. La sua idea è quella di provare a iniziare una sua produzione per poter immaginare e costruire un futuro, non solo per se stessa, ma anche per alcune donne del villaggio a cui insegna il mestiere di sarte. Per il momento la produzione è inziale e viene fatta solo su ordinazione. Lo stesso vescovo locale, Pavlo Honcharuk, ha fatto degli ordini, così anche sr. Camilla che, disponendo di alcune offerte, fa preparare abiti da distribuire poi in altri villaggi a coloro che non si possono permettere gli acquisti. (Foto 17,18,19 nello slideshow)
L’iniziativa è davvero interessante e unica in una situazione così ancora fragile e ancora aperta a ogni possibile scenario. Dopo una lunga chiacchierata fatta a fianco della stufa e bevendo un buon tè caldo, facciamo ritorno in città.
Nina nel suo laboratorio di cucito con alcune donne del villaggio a cui insegna il cucire a macchina.
14 gennaio 2024: Charkiv
La domenica mattina salutiamo il vescovo Pavlo (Paolo) e i sacerdoti che ci hanno accolto per dirigerci verso la comunità di sr. Camilla. Lì lasciamo gli aiuti che abbiamo portato. Tra questi un generatore di corrente, materiale scolastico raccolto in Italia da Eskenosen (associazione di famiglia di Como) e abiti invernali. Presso la casa delle suore vivono delle giovani madri con i loro figli. Le incontriamo distribuendo a loro dei pacchi regalo preparati dai bambini del catechismo di Civiglio e Brunate (Como). Anche loro contraccambiano i doni ricevuti con dei tradizionali biscotti alla cannella che hanno preparato e che porteremo in Italia.
Celebriamo insieme la Messa domenicale e, dopo un veloce pasto, ritorniamo a Kiev.
15 gennaio 2024: Kiev-Varsavia
Di buon mattino ci rimettiamo in viaggio verso Varsavia. Strada facendo troviamo improvvisamente in un corteo funebre. Una lunga fila di auto accompagna la salma di un soldato, avvolta dalle bandiere. Durante il lungo il tragitto notiamo che tutti mezzi che viaggiano dalla parte opposta si fermano in segno di rispetto. Gli autisti scendono dalle macchine, si tolgono il cappello e spesso si inginocchiano nella neve e nel fango per rendere onore a coloro che hanno dato la loro vita per garantire la libertà al paese. Durante il tragitto quando attraversiamo un paese, anche i bambini delle scuole e dell’asilo escono per salutare la salma. I funerali celebrati sono tanti. Foto 20 video 5-6
In serata in mezzo a una bufera di neve che da tempo non si vedeva facciamo rientro a Varsavia.
Luca Bovio (missionario della Consolata in Polonia)
Foto 1 La strada verso Charkiv a meno 17°
Foto 2 – I bambini ucraini aprono i loro doni
Foto 3 – I bambini ucraini aprono i loro doni con letterine scritte dai bambini della scuola elementare di Valmorea
Foto 4 -I bambini ucraini
Foto 5 – Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti
Foto 6 – Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti
Foto 7 – Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti
Foto 8 – Vedute di Charkiv
Foto 9 – Vedute di Charkiv
Foto 10 – Vedute di Charkiv
Foto 11 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 12 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 13 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 14 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 15 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 16 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 17 – Nina nel suo laboratorio di cucito.
Foto 18 – nel laboratorio di cucito di Nina
Foto 19 Suor Camilla ne laboratorio di Nina
Foto 20 Sulla strada da Rivne verso Lutsk e poi Polonia incontro con un corteo funebre.