Padre Luca Bovio, missionario della Consolata italiano in Polonia, da tre anni compie viaggi di solidarietà in Ucraina.
Ci è tornato tra il 3 e il 7 gennaio 2025 per raggiungere Kharkiv, città a pochi cilometri dal confine russo, e portare medicinali e altri aiuti alla popolazione provata dalla guerra.
3 gennaio – Sloviansk
Oggi partiamo e ci dirigiamo a Sudest nella regione del Donbass precisamente nella città di Sloviansk. Qui ad attenderci c’è don Giulio che abita presso l’unica parrocchia latino cattolica dedicata ai SS. Cirillo e Metodio.
Don Giulio ha creato attorno alla parrocchia un centro di accoglienza per i soldati e i volontari. I militari che tornano dal vicino fronte qui possono trovare riposo e alcuni servizi come la lavanderia. Possono anche rilassarsi facendo una sauna e gustando buone cene preparate per loro. Anche i volontari trovano un luogo per fermarsi e organizzare meglio gli aiuti sul territorio.
Don Giulio ci porta in macchina per le città e i villaggi intorno: è, infatti, un cappellano militare e ha tutti i permessi per muoversi in queste zone.
Visitiamo Krematorsk e altri villaggi. Ci racconta che l’uso di tecnologie e di droni è aumentato considerevolmente dall’inizio della guerra. Nella cappella della parrocchia, ai piedi della statua di San Michele Arcangelo, vediamo un drone russo lasciato dai soldati ucraini come ringraziamento al Signore per le loro vite salvate. Quel piccolo drone, infatti, trasportava sino a due chilogrammi di esplosivo che, miracolosamente, non è esploso sopra di loro.
4 gennaio – Nowy Korotycz
Visitiamo la comunità delle suore di Don Orione a Nowy Korotycz vicino a Kharkiv. Qui le suore missionarie accolgono bambini orfani o accompagnati dalle loro mamme.
Nelle tre case della comunità sono distribuite quasi 50 persone. I bambini hanno diverse età: dai neonati di pochi mesi sino all’età scolare. In questo luogo trovano rifugio e le condizioni necessarie per vivere.
Le loro storie sono varie e spesso molto tristi, anche se non per questo alcuni di loro perdono il sorriso.
I loro papà possono essere a combattere. Di alcuni di loro si sono perse le tracce.
Le storie di alcune famiglie sono segnate dal problema dell’alcolismo, molto diffuso qui.
Le suore con l’aiuto di personale e di volontari, non solo garantiscono loro i servizi, ma riescono a trasmettere quel calore e quell’amore umano così importante per la crescita di ognuno.
A loro consegniamo dei lavori di lana fatti a maglia a mano dalla signora Laura, una pensionata di Milano che, avendo molto tempo libero, si impegna a realizzare e poi a donare.
Lasciamo anche un’offerta raccolta da alcune giovani famiglie che vivono in Polonia e in Svizzera. Questa serve alle suore per organizzare una vacanza per tutti gli ospiti della loro comunità.
4 gennaio – Siruako
Nei pressi di Kharkiv, a Siruako, visitiamo il convento delle suore Carmelitane di clausura. Qui incontriamo le tre sorelle che vi vivono. Sono la madre Suor Mariola, di origine polacca, e le suore Pia e Ludmila, di origine ucraina. Le altre suore che qui abitavano, oggi si trovano per motivi di sicurezza in Polonia, pronte a ritornare quando la guerra sarà finita.
L’incontro con le monache, pur essendo breve, è molto gioioso, una gioia che nasce dalla loro totale e incondizionata appartenenza a Cristo, una gioia che è di grande aiuto per coloro che sono gravati dalla sofferenza della guerra.
Le ringraziamo per il prezioso aiuto che offrono attraverso la preghiera e il loro essere sempre disponibili all’incontro e all’ascolto per chiunque bussa alla loro porta.
Il loro è uno dei pochi i conventi contemplativi esistenti in Ucraina, e per questo è ancora più prezioso.
4 gennaio – Tsupiwka
Il villaggio di Tsupiwka dista da Kharkiv 40 km circa, e pochi chilometri dal confine con la Russia. Questo villaggio occupato dai russi e poi liberato, prima della guerra contava circa mille abitanti. Oggi ne sono rimasti circa sessanta.
Le condizioni di vita sono difficili. Il coprifuoco inizia alle 17.00 e termina alle 9.00 del mattino. Solo per poche ore si può uscire dalle proprie case.
Molte abitazioni sono visibilmente danneggiate,così come la scuola e la chiesa, e spesso si sentono i vicini bombardamenti.
Portiamo in questo luogo un carico di aiuti arrivato dall’Italia. Ci accolgono alcune persone nella casa parrocchiale riscaldata da una stufa. Qui il riscaldamento è prevalentemente a legna, e utilizzato soltanto nelle ore notturne. Durante il giorno il fumo che esce dal camino può diventare un segno della presenza di persone, quindi indicare ai russi un possibile bersaglio.
Un solo piccolo negozio di alimentari è aperto. Il maggiore aiuto viene portato con le macchine dalla cattedrale. Gli abitanti, molto cordiali, ci raccontano che uno dei disagi maggiori è quello della mancanza di trasporti verso la città. Lungo la strada non asfaltata e piena di buche, viaggiano le auto militari e le macchine che portano gli aiuti umanitari.
5 gennaio – Kharkiv
La città di Kharkiv, prima dell’inizio della guerra, contava più di 2 milioni di abitanti. Oggi la popolazione si è dimezzata. Di questa, circa mezzo milione di persone sono abitanti locali. L’altro mezzo milionè è composto da persone giunte dalle zone del fronte, costrette a lasciare i propri villaggi.
Le tre linee della metropolitana sono attive e completamente gratuite, come tutti i mezzi di trasporto pubblici della città. Le stazioni della metropolitana diventano spesso anche luoghi di rifugio durante gli allarmi e i bombardamenti. In alcune stazioni sono allestite delle scuole per bambini.
A pochi giorni dal Natale ortodosso, che si celebra il 7 di gennaio, e dalla festa del battesimo di Gesù, è tradizione immergersi in vasche di acqua gelida, oppure scavate nel ghiaccio dei laghi. Questa immersione vuole simbolicamente ricordare la purificazione che si attua nel battesimo.
5 gennaio – Consegna delle medicine
Siamo ospiti della curia della diocesi di Kharkiv. Qui vive un gruppo di sacerdoti, tra cui padre Michele che è cappellano militare e svolge il suo servizio presso il grande ospedale militare della città che serve tutta la regione orientale del Paese.
Padre Michele ci racconta che vengono ricoverati mediamente 30 soldati al giorno provenienti dal fronte, per un totale di circa 1.000 ricoveri mensili.
Questi numeri non tengono presente il servizio che i tanti ospedali da campo svolgono presso il fronte.
Con il suo aiuto riusciamo a consegnare un buon numero di scatoloni di preparati rigenerativi da usare dopo le operazioni. Parte di essi sono distribuiti ai soldati, altri consegnati all’ospedale oncologico della città. Altri scatoloni di medicinali specifici li spediamo per posta ad altri ospedali del Paese.
6 gennaio – Concerto dei canti di Natale nella Cattedrale di Kharkiv.
Per la festa dell’Epifania è stato organizzato per la prima volta un concerto dei canti natalizi nella cattedrale di Kharkiv, con la partecipazione di diversi gruppi delle Chiese latino cattolica, greco cattolica e ortodossa.
6 gennaio – Sumy
Visitiamo don Andrea, il parroco di Sumy. Questa è una città di circa trecentomila abitanti posta a poche decine di chilometri dal confine con la Russia. Da questo confine, l’esercito ucraino la scorsa estate è riuscito a occupare una parte del territorio Russo. Tutta questa zona è fortemente militarizzata.
Al parroco lasciamo degli aiuti umanitari per alcune famiglie locali.
Incontriamo anche padre Romualdo, un francescano che vive a Konotop. Questa comunità è stata aiutata in passato dalla nostra fondazione. L’incontro di oggi non previsto è stata una piacevole occasione per conoscersi e continuare in futuro la collaborazione.
Luca Bovio
Per rileggere tutti i racconti dei viaggi di padre Luca Bovio in Ucraina:
Padre Luca Bovio, missionario della Consolata in Polonia, ha compiuto diversi viaggi nel Paese in conflitto dall’inizio dell’invasione russa. Ogni volta per portare tutto l’aiuto che gli è possibile, anche grazie alla generosità di molti amici della Consolata.
A inizio novembre è stato a Fastow, vicino alla capitale Kiev, e a Kherson, sul fronte Sud della guerra.
«Ti auguro la pace dal cielo», è il saluto che spesso ci si scambia in Ucraina salutandosi alla fine di un incontro.
È un augurio con un significato concreto: ti auguro che nessun missile o drone cada dal cielo. In tempo di guerra, è un augurio essenziale.
Ma è anche un’invocazione: il Signore che sta nei cieli ci aiuti ad avere la pace.
Dal marzo 2022, quando compimmo il nostro primo viaggio nell’Ucraina invasa dalla Russia, siamo tornati nel Paese diverse volte. I Missionari della Consolata e la Chiesa polacca non smettono di portare il loro aiuto alle popolazioni colpite dal conflitto.
Charkiv. Nelle cantine della città, trasformate in rifugi sotterranei a causa dei bombardamenti. Novembre 2022.
In questi ultimi mesi siamo tornati in Ucraina diverse volte. L’ultima pochi giorni fa. Un viaggio iniziato nella comunità dei Domenicani a Fastow, non lontano dalla capitale Kiev, proseguito a sud fino alla città di Kherson e conclusosi con il ritorno a Kiev.
A Fastow c’è una vivace comunità di Domenicani impegnati non solo nel guidare la parrocchia locale e alcune chiese limitrofe, ma anche, con l’aiuto di numerosi volontari, in molte opere sociali.
Tra queste, l’accoglienza di bambini che qui possono stare sotto un tetto sicuro e caldo, e ricevere istruzione.
Poco lontano è stato aperto un centro di riabilitazione con una nuova cappella benedetta domenica 3 novembre dal Nunzio apostolico.
Benedizione della cappella del centro di riabilitazione per bambini non lontano dal convento domenicano.
Dopo aver partecipato alla giornata di festa, allietata anche da diversi cori, tra cui un coro di giovani non autosufficienti e un gruppo musicale di soldati, ci siamo diretti ancora una volta nella città di Kherson, posta a sud del Paese, sulla riva occidentale del fiume Dniepr.
Padre Luca Bovio (il primo a sinistra) una famiglia di Słoneczne che prende l’acqua.
In questi giorni la città celebra il secondo anniversario della liberazione, avvenuta l’11 novembre del 2022, quando, dopo una breve occupazione russa, è ritornata sotto il controllo ucraino.
Da quel momento non si può dire che la città viva in pace, anzi di fatto è un fronte di prima linea. Il fiume, in questo momento, determina il confine naturale tra i due eserciti: gli ucraini a ovest, i russi a est.
Le condizioni di vita in questo luogo sono difficili a motivo dei continui lanci che da una sponda all’altra si scambiano gli eserciti giorno e notte.
Fumo dopo un bombardamento.
La città che contava quasi 300mila abitanti prima dell’invasione, si è vista ridotta a 30mila. Oggi si assiste a un timido ritorno, e oggi si calcola che in città vivano circa 70mila abitanti. Alcuni, infatti, nonostante il pericolo, hanno deciso di tornare non avendo la possibilità di vivere per un lungo periodo da altre parti.
Don Massimo con il suo vicario, anche lui don Massimo, e un catechista che vive con loro, Sergio, stanno nell’unica parrocchia latino cattolica della città, dedicata al Sacratissimo Cuore di Gesù, posta non lontano dalla riva del fiume.
Sono impegnati a tenere viva la piccola comunità cristiana che ogni giorno si ritrova nella chiesa per celebrare la santa Messa, ma anche nel distribuire aiuti umanitari.
Don Massimo nella sua parrocchia dedicara al sacro Cuore a Kherson.
Don Massimo si reca quasi ogni giorno nei villaggi attorno alla città per portare acqua potabile. Qui l’acqua è abbondante nel sottosuolo, tuttavia, a motivo della guerra, le falde sono inquinate. Le esplosioni di magazzini di fertilizzanti usati dai contadini hanno causato un doppio danno: la perdita dei concimi e l’inquinamento delle falde.
La fonte di acqua che si trova sotto la parrocchia è ancora pura, e con essa viene riempita una cisterna di 1000 litri che va settimanalmente nei villaggi.
Al mattino, passando i vari check point dei militari, arriviamo nel piccolo villaggio di Sloneczne dove lasciamo la cisterna.
Da Sloneczne ci dirigiamo verso la città e visitiamo la nuova lavanderia che i Domenicani hanno aperto affidandola ad alcune donne del posto.
Da poche settimane qui sono messe a disposizione 10 lavatrici e 10 asciugatrici dove chiunque, soldati compresi, possono gratuitamente lavare i panni.
Nel pomeriggio ritorniamo a visitare il piccolo ospedale di Bylozerka, per consegnare i medicinali che abbiamo portato.
Ritroviamo la giovane chirurga Natalia, l’unica rimasta a lavorare qui. È molto contenta di ricevere i medicinali che portiamo. Le condizioni di lavoro in questo piccolo ospedale che serve una grande regione, sono molto difficili. Ogni giorno il villaggio, e, a volte, l’ospedale stesso, sono colpiti dai droni o dall’artiglieria russi.
I segni delle esplosioni sono visibili. Tutte le finestre sono coperte con i sacchi di sabbia per attutire i colpi.
Ospedale di Bylozerka.
Delle quattro ambulanze disponibili prima della guerra, ne è rimasta una sola. Le altre sono state tutte distrutte.
Purtroppo, ha perso la vita anche una equipe medica che era a bordo di una di esse. Ultimamente è stata distrutta anche la caldaia dell’ospedale.
La caldaia (distrutta dai russi) dell’ospedale di Bylozerka.
I medicinali che consegniamo erano esauriti. Tra questi, ci racconta Natalia, mancano anche gli antidolorifici. L’incontro con lei è breve. La stessa dottoressa ci incoraggia a tornare in città perché fra poco calerà il sole e potrebbero di nuovo iniziare le esplosioni.
Una volta tornati, riusciamo a fare ancora una breve passeggiata nei dintorni della Parrocchia in una città completamente al buio. I parchi sono tutti chiusi, ed è pericoloso attraversarli. Tra le foglie abbondanti che coprono i giardini e i marciapiedi in questa stagione autunnale, sono mischiate alcune mine a forma di foglia lanciate dai droni, pericolose perché difficili da riconoscere.
Mercato di Kherson.
Notiamo la presenza di tanti cani randagi che girano per le strade deserte. Soprattutto nelle ore serali. È meglio evitarli. Il loro abbaiare è l’unico suono che si sente nel profondo silenzio di questa citta, alternato solo dai rumori degli spari che rimbombano da lontano.
Finita la visita a Kherson, torniamo a Kiev e da lì di nuovo in Polonia. Pensiamo che, nonostante la lunghezza del conflitto e la stanchezza che tutti sentiamo di avere, in primis coloro che abitano in Ucraina, la situazione richiede ancora molta preghiera e molto aiuto. E affidiamo questo Paese all’intercessione del nostro santo fondatore Giuseppe Allamano.
Luca Bovio, Imc
In Ucraina: fino a Zaporiza e Nikopol
Padre Luca Bovio, Missionario della Consolata in Polonia, ci racconta il suo ultimo viaggio compiuto in Ucraina dal 2 al 7 marzo 2024, a Zaporiza e Nikopol.
Grazie alle offerte raccolte, nei giorni precedenti al viaggio abbiamo acquistato e spedito dalla Polonia ai frati francescani Albertini a Zaporiza 5 bancali di carne in scatola (18.000 confezioni). Oltre a questo, lì è giunto due giorni prima del nostro arrivo anche l’ultimo carico di aiuti raccolti dalla parrocchia di Villa di Serio (Bergamo) e da tanti altri, portato da Ruggero e gli amici di Cantù (Como) a Sandomierz in Polonia, e da lì con un altro trasporto inviati a Zaporiza.
Per arrivare a Zaporiza da Varsavia occorrono due giorni di viaggio.
Anche in Polonia come nel resto d’Europa ci sono proteste dei contadini. I camion per entrare in Ucraina alle frontiere hanno tempi di attesa medi di circa dieci giorni.
La nostra auto, trasportando aiuti umanitari, riceve il permesso di passare e così agevolmente varchiamo la frontiera.
Zaporiza è una grande città nella zona centro orientale del Paese, costruita sul grande fiume Dniepr che divide in due la città. Qui c’è la concattedrale cattolica dedicata a Dio Padre Misericordioso e non lontano la comunità dei frati Albertini. Nei pressi della concattedrale, quattro volte alla settimana viene fatta la distribuzione del pane e di una scatoletta di carne. Sono circa 1.500 le persone che in fila ricevono l’aiuto.
Prima gli invalidi, poi le donne e infine gli uomini.
Il forno dei frati, che visitiamo il giorno successivo, ha la capacità di produrre 900 pani, per questo motivo, per dare qualcosa a ognuno, a un certo punto occorre dividere a metà o anche in tre parti il pane. Durante la distribuzione a cui partecipiamo ci raccontano che nei negozi i beni si trovano. Quello che manca sono i soldi per comprare. La pensione media di circa 50 euro al mese è troppo bassa per pagare tutte le spese di casa così come quelle personali.
La città, prima della guerra, contava quasi un milione di abitanti. Oggi è difficile fare stime. Molti sono partiti. Altri sono arrivati dai villaggi vicini. Il fronte dista da qui solo 30 chilometri.
Nel pomeriggio visitiamo la seconda e unica presenza romano cattolica in città. In una piccola parrocchia circondata da alti palazzi vive un padre di origine polacca dei missionari di Nostra Signora di La Salette. Ci racconta delle sue attività di assistenza a favore degli ammalati che sono nelle case. Con alcuni volontari portano medicine e cibo. I volontari hanno anche il compito di verificare l’effettiva presenza dell’ammalato.
IL missionario ci racconta anche di un suo giovane confratello, p. Giovanni, che vive a Nikopol a circa 100 chilometri a sud in una situazione peggiore della sua. Nikopol è una città che si affaccia sul fiume. Sulla riva opposta c’è Ernegodar, la città con la più grande centrale atomica d’Europa. La riva opposta è territorio occupato. Per questo motivo Nikopol e tutta quella regione è spesso sotto attacco avendo come unico argine il fiume.
Decidiamo di fare una breve visita. Avendo ottenuto i permessi umanitari necessari, arriviamo brevemente a Nikopol per incontrare don Giovanni che ci accoglie calorosamente, quasi incredulo che qualcuno venga a trovarlo.
Da questo capiamo come siano importanti queste visite che, seppur brevi, incoraggiano. Ci raggiunge anche un militare responsabile della zona col quale, bevendo un caffè, parliamo della situazione al fronte. Il momento non è facile. C’è pessimismo. Occorre un ricambio del personale. Il governo sta lavorando a una legge che definisca meglio i criteri di arruolamento. Gli aiuti esterni sono da sempre stati fondamentali per difendersi contro un nemico che per numero e possibilità è impari. Questi aiuti su larga scala per vari motivi sono in forte diminuzione. Ad esempio, gli aiuti umanitari, ci comunica la Caritas locale, sono diminuiti del 60%. Si parla sul luogo anche di persone che simpatizzano per gli occupanti o che nel migliore dei casi desiderano l’occupazione come raggiungimento di una vita più tranquilla.
Il tempo trascorre veloce. Velocemente ritorniamo a Zaporiza e da lì il giorno successivo per Kiev e Varsavia.
Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica
Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.
L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.
Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.
Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».
Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.
Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.
In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.
Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.
Inizia il terzo Festival
In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.
Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.
La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.
Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali. Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.
Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.
Dalle periferie al centro
Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.
Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».
Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.
La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.
Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.
Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.
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Dibattiti, laboratori, musica, teatro
Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.
Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.
La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.
Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.
Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.
I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.
Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza. Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana. Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.
I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.
Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.
Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.
Il volto dell’altro ci libera
Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.
Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.
Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.
Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.
Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.
La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.
Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.
Con le «streghe» della Rd Congo
Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.
«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.
A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».
Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.
Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.
«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».
Le spose bambine del Bangladesh
Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.
Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.
Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».
Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali. Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».
Attraverso lingue e culture
Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».
Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).
«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.
Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».
Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».
Vincere l’insidia dell’impotenza
Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.
«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.
Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.
Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».
Guardare il mondo dal Sud
Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».
Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».
Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».
La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.
Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».
Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.
Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.
Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.
Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.
Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».
E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».
Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».
Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».
Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.
Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.
Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».
«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».
«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».
Il problema siamo noi
Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».
I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.
«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.
Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.
L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.
Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».
L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.
Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.
«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.
Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»
Non solo mercato
Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».
Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».
Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.
Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».
Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.
La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.
Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.
Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».
Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.
L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».
Il piano B
Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».
In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».
Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.
L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.
Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».
I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva.
In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.
C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».
Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.
Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».
«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».
Il cammino
Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.
«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».
Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».
Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».
Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».
Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.
«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».
«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.
Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».
Le «due Chiese»
La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».
Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.
La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.
Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».
La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».
Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.
Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».
La fiamma e le braci
Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».
Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».
I soggetti di speranza
Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.
Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.
Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.
I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.
E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».
E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.
La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».
Marco Bello
Torino. Festival della Missione. (Foto di Marco Bello)
Ucraina. La resilienza è di casa
Il febbraio del prossimo anno segnerà il quarto anno del conflitto che si sta combattendo in Ucraina su scala nazionale. Qui occorre distinguere due situazioni, due volti di un’unica realtà: la situazione lungo la linea del fronte dove si combatte (lunga oltre 1.200 km), e la vita nel resto del Paese, che ricordiamo essere, per superficie, grande il doppio dell’Italia.
La linea del fronte è il luogo dove i due eserciti si combattono apertamente: i russi per occupare il maggior territorio possibile, gli ucraini per difendere l’avanzata. Nell’ultimo anno la situazione è sostanzialmente stabile, i russi non riescono ad avanzare come vorrebbero e gli ucraini riescono a difendersi a denti stretti. Il territorio occupato dall’inizio dell’invasione (ovvero il 2014) è di circa il 20%, considerando la Crimea, buona parte del Donbass e una parte della regione di Zaporizzja. Se il risultato sul campo in questo momento non cambia molto, le perdite umane e i costi economici sono altissimi e continuano ad aumentare. È molto difficile fornire dati certi su questo, perché in tempo di guerra la propaganda dell’informazione è un’arma molto usata, e si sa che ad essa interessa il risultato non la verità storica.
Il ricordo degli eroi
Una cosa che si può notare attraversando il Paese è il numero delle lapidi che ricorda gli eroi che hanno dato la vita per la libertà: ogni città, ogni villaggio anche i più piccoli, hanno queste lapidi nelle piazze centrali così come le bandiere nei cimiteri che ricordano i soldati caduti.
Un’altra cosa che non sfugge a uno sguardo attento è il numero dei feriti e degli invalidi che si possono incontrare. È verosimile credere che da parte Russa queste perdite siano molto maggiori.
Gran parte della popolazione vicina al fronte ha deciso di lasciare i villaggi e le città trasferendosi in luoghi più sicuri all’interno del paese. Una piccola parte di questa popolazione soprattutto anziani, decide di restare non volendosi traferire altrove, coscienti di rischiare la propria vita. Solo in casi estremi quando la situazione è compromessa, il Governo ordina l’evacuazione del villaggio. Nonostante tutto, i pochi che decidono di restare devono vivere nella cantine senza poter uscire a causa del pericolo continuo di droni e di missili, con problemi di approvvigionamento del cibo. La capitale Kiev ha registrato ufficialmente nel proprio comune quasi 500mila cittadini provenienti da queste aree.
Un cimitero dei caduti della guerra contro la Russia. Una bandiera per ogni tomba. (Foto Luca Bovio).
Una strana normalità
Nel resto del paese la vita continua con una certa normalità. I negozi sono aperti, i mezzi pubblici funzionano così come le scuole e le università. Questa normalità è interrotta spesso dal suono delle sirene che segnalano un possibile allarme dal cielo. Le procedure obbligano alla chiusura temporanea dei servizi e sui canali telegram si legge l’invito a proteggersi nei numerosi rifugi sempre ben segnati. Anche la metropolitana nelle grandi città è usata come rifugio. Non sempre a un allarme corrisponde un attacco. A volte dopo pochi minuti, il tempo che gli aerei di guerra abbiano finito di sorvolare il cielo, il pericolo rientra e tutto torna alla normalità. In altri casi, invece, l’allarme è seguito dalle esplosioni che possono avvenire in tutto il Paese e in diverse forme. I droni sono ormai diventati un’arma molto utilizzata, perché economica ed efficace, anche se i danni maggiori li provocano i missili balistici.
Come ogni autunno, prima dell’arrivo dell’inverno, gli obiettivi cercati sono le centrali elettriche. La loro distruzione, che quest’anno è stata massiccia come non mai, ha di fatto lasciato senza energia gran parte del paese. In capitale da settimane viene razionata l’elettricità per poche ore al giorno, e divisa per quartieri che si accendono e spengono a seconda di un programma stabilito. Un problema non piccolo per i cittadini che vivono, nella maggior parte in edifici alti anche 30 piani. Tuttavia, anche gli edifici civili, gli ospedali e le scuole sono obiettivi colpiti. Nei momenti più difficili durante gli attacchi è necessario allontanarsi dai locali con finestre e proteggersi in luoghi circondati solo dai muri.
Senza scoraggiarsi
Una cosa che colpisce è la resilienza degli ucraini. Dopo ogni attacco ognuno ritorna al proprio dovere. Le squadre di soccorso intervengono rapidamente e in poche ore mettono in sicurezza gli edifici colpiti. La gente comune dopo una notte insonne ritorna al lavoro e alla proprie attività. Questo non è scontato. La capacità di adattamento è la migliore risposta che si possa dare di fronte a una prova tanto grande e lunga. Con questo spirito si riesce non solo a resistere agli attacchi ma anche a continuare a credere che un futuro di libertà è possibile e, quindi, si continua ad affrontare la giornata che inizia, senza scoraggiarsi.
Dolorosissime sono le notizie circa la corruzione che continua, nonostante la guerra, a serpeggiare nel paese. Fa male non solo a vedere il nemico dall’altra parte ma scoprirlo anche accanto a sé.
È chiaro che in questa situazione ogni piccolo o grande aiuto è sempre prezioso di fronte a un calo drastico di aiuti internazionali. Con l’aiuto della Consolata e di san Giuseppe Allamano, sull’esempio di tanti vicino a noi, continuiamo a credere nella pace e a costruirla.
Luca Bovio, da Kiev
Guerra alla scuola, troppi ragazzi senza istruzione
Ogni giorno, nel mondo, otto scuole e i loro studenti, sono colpiti da attacchi di varia natura. In Palestina, Ucraina, Sudan, Rd Congo e altri Paesi in crisi, la guerra rischia di privare un’intera generazione di un’istruzione adeguata.
Borodjanka, Ucraina (Luca Bovio / AfMC)
Nel 2022 e 2023, diecimila studenti ed educatori sono stati uccisi, feriti, rapiti, arrestati o in altro modo danneggiati. Le cause sono stati gli attacchi che hanno colpito istituzioni educative e gli incidenti dovuti all’uso di scuole e università per fini militari. Questi attacchi e incidenti sono stati circa seimila, cioè una media di otto al giorno, con un incremento del 20% rispetto agli anni precedenti. Lo riporta il rapporto Education under attack 2024@, elaborato dalla Global coalition to protect education from attack (Gcpea). La coalizione, formata nel 2010 da organizzazioni attive nel campo dell’istruzione, ha nel suo comitato direttivo rappresentanti di enti come Unicef, Unesco, Human rights watch e Amnesty international.
Nella sezione del rapporto che descrive la metodologia usata, gli attacchi violenti all’istruzione sono definiti come uso della forza, minacciato o effettivo, contro studenti, insegnanti, personale di servizio, funzionari dell’istruzione, edifici, risorse educative o strutture.
Fra le categorie degli attacchi all’istruzione c’è anche l’uso militare di scuole e università. Questo avviene quando le strutture destinate all’educazione sono trasformate in caserme, rifugi temporanei, depositi di munizioni, centri per detenzione e interrogatori.
Quanto ai metodi per la raccolta dei dati, Gcpea ne indica tre: un’analisi di rapporti e statistiche prodotti da Nazioni Unite o Ong, think tank o gruppi di esperti, ricerche sui media e contatti con i membri del personale delle organizzazioni internazionali e nazionali che operano nei Paesi interessati.
La coalizione ha fra i suoi obiettivi anche quello di promuovere e monitorare l’applicazione della Safe schools declaration@, un impegno politico che mira a vincolare i governi a proteggere, anche con provvedimenti legislativi, le scuole durante i conflitti armati, a raccogliere dati affidabili sugli attacchi avvenuti e a fornire assistenza alle vittime.
Un esempio di messa in atto della dichiarazione, citato nella scheda informativa 2025 sui progressi fatti, è il Codice di protezione dell’infanzia promulgato dalla Repubblica centrafricana, che rende reato gli attacchi alle scuole e la loro occupazione. Si tratta del primo atto legislativo di questo genere in Africa@.
Secondo il monitoraggio di giugno scorso sugli impatti della guerra nella striscia di Gaza, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha, nell’acronimo inglese), dall’ottobre 2023, 15.379 alunni e 691 membri del personale scolastico sono stati uccisi, mentre 23.105 studenti e 2.926 insegnanti sono stati feriti. L’89% delle scuole, cioè 501 su 564, dovranno essere ricostruite del tutto o subire ristrutturazione massicce per tornare a funzionare. In totale, sono 658mila i bambini e gli adolescenti e 87mila gli studenti universitari che non possono andare a scuola@.
Già a settembre 2024, uno studio realizzato dall’Università di Cambridge in collaborazione con l’Agenzia Onu per i profughi Palestinesi, Unrwa, e il Centre for lebanese studies, un centro studi sul Libano con sede nel Regno Unito, rilevava che i bambini e i giovani di Gaza fra la pandemia, gli scontri nel maggio 2021 e la guerra attuale hanno perso circa due anni scolastici, con un conseguente aumento del 20% della povertà educativa, cioè la quota di bambini che a 10 anni non sa leggere un testo di base.
Lo studio calcolava anche che uno studente in procinto di affrontare l’equivalente dell’esame di maturità nel 2023 vedeva ritardato di due o tre anni il conseguimento del titolo se non gli fosse stato permesso di tornare immediatamente a scuola e ricevere anche un sostegno integrativo per recuperare le competenze perdute.
A peggiorare la situazione, continua il rapporto, intervenivano ulteriori fattori: le disabilità provocate dalle violenze a una media di 15 bambini ogni giorno, i ritardi nello sviluppo cognitivo dovuti alla malnutrizione e le conseguenze sulla salute mentale, e quindi su attenzione, concentrazione e memoria, di migliaia di bambini traumatizzati dalla guerra.
15 gennaio 2011. Benedizione e apertura del “Dormitorio della Pace”, Porro, Samburu, Kenya (Virgilio Pante /AfMC)
Nel complesso, riportava l’Unicef@ a marzo 2025, le istituzioni educative danneggiate dall’inizio dell’invasione russa sono 3.373, di cui 385 distrutte. A fine dicembre dell’anno scorso, 741mila bambini studiavano in modalità mista – in presenza e a distanza -, mentre 443mila seguivano le lezioni solo online. A Kharkiv, riportava Save the children a gennaio di quest’anno@, per garantire ai bambini la scuola in presenza almeno qualche ora al giorno, nonostante i frequenti attacchi, la città ha predisposto scuole sotterranee nel sistema della metropolitana.
Le proporzioni dello studio online cambiano in relazione all’area geografica e alla vicinanza del fronte: i risultati di un sondaggio realizzato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), pubblicati nel maggio scorso,@ mostravano che nella macro regione più colpita dalle ostilità, cioè la parte orientale del Paese, la metà degli alunni studiava solo online e solo uno su otto frequentava lezioni in presenza; per gli sfollati interni, la quota di didattica a distanza era del 44%.
Anche in Ucraina, i test standardizzati condotti già a ottobre del 2022, dopo otto mesi di guerra, rilevavano un declino nell’apprendimento comparabile a due anni di scuola persa.
Anche nell’Est della Rd Congo, riportavano Save the children e Unicef a maggio@, oltre 600mila bambini non sono ancora tornati a scuola dopo la ripresa, a gennaio 2025, delle ostilità fra l’esercito congolese e gruppo ribelle M23, sostenuto dal vicino Rwanda. In particolare, risultavano ancora chiuse 786 scuole su 6.632 nella provincia del Nord Kivu e 862 scuole su 8.175 nel Sud Kivu.
Giochi per bambini al Malindza refugee camp in eSwatini (AfMC)
8 e 9 settembre per l’istruzione
Secondo il Rapporto di monitoraggio globale sull’istruzione 2024, 251 milioni di bambini continuano a essere non scolarizzati. Il dato si è ridotto solo dell’1% nel corso dell’ultimo decennio. Nei Paesi a basso reddito, la percentuale di persone in età scolare che non va a scuola è del 33%, a fronte del 3% dei Paesi ad alto reddito. Oltre la metà dei bambini non scolarizzati del mondo si trova in Africa subsahariana.
L’8 settembre è la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.
Il tema è: «Promuovere l’alfabetizzazione nell’era digitale». L’obiettivo di quest’anno è sensibilizzare al ruolo degli strumenti digitali, sia per favorire l’apprendimento da parte di circa 754 milioni di persone nel mondo che risultano tuttora non alfabetizzate, sia per evitare, viceversa, che il divario digitale crei una doppia emarginazione, privando le persone anche dei benefici dell’era delle tecnologie digitali. Per gli aggiornamenti sugli eventi che segneranno la giornata si può fare riferimento al sito Unesco: https://www.unesco.org/en/days/literacy
La giornata prevede fra l’altro l’assegnazione di due premi: il primo è il premio Unesco – Re Sejong, promosso dalla Repubblica di Corea e rivolto specialmente all’alfabetizzazione in lingua madre. I premiati sono tre e ricevono una medaglia, un diploma e 20mila dollari.
Il secondo è il premio Unesco – Confucius, promosso dalla Repubblica popolare cinese e dedicato all’alfabetizzazione funzionale e all’uso degli strumenti tecnologici per sostenere l’apprendimento da parte degli adulti nelle aree rurali e dei giovani in abbandono scolastico. In questo caso, i tre vincitori ricevono una medaglia, un diploma e 30mila dollari.
Nel 2019, uno dei vincitori del Premio Confucio è stato il Nuovo comitato il Nobel per i disabili, Ong fondata da Dario Fo, che ha vinto con il programma «Tell Me» Theatre for education and literacy learning of migrants in Europe (Teatro per l’educazione e l’alfabetizzazione dei migranti in Europa), che tutt’oggi mira a favorire «l’inclusione sociale dei giovani e degli adulti migranti in Italia, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana per mezzo del teatro»@.
Scuola di Somana ad Isiro, nord del rd Congo (AfMC)
Il 9 settembre è la Giornata internazionale per la protezione dell’istruzione dagli attacchi.
La città è stata fondata ancor prima dell’anno mille, quando in questa regione nacque la Rus di Kiev, popolazione che darà poi origine alla futura Russia e a tutti gli stati a lei collegati. La data del 988 segna l’inizio delle cristianità con il battesimo di San Vladimiro ricordato da una statua posta in un bellissimo parco nel centro della città da cui si possono ammirare squarci suggestivi (foto di apertura).
Il monastero Lavra a Kiev fondato nel 1051 (foto Luca Bovio)
Fin dall’inizio il patriarcato di riferimento, a differenza della vicina Polonia, fu Costantinopoli. Dopo lo scisma del 1054 tra Chiese ortodosse e Chiesa cattolica, il destino di questa Chiesa si legò sempre più all’oriente. In città sono presenti diverse cattedrali legate a diverse chiese. La più antica, Lavra, appartiene alla Chiesa ortodossa ucraina legata al patriarcato di Mosca, il monastero di San Michele è sede della di questa Chiesa. Qui sulle mura esterne ci sono le fotografie dei soldati caduti (video qui sotto).
Monastero di sant’Andrea a Kiev (foto Luca Bovio)
Il monastero di S. Andrea è legato al patriarcato di Costantinopoli (foto a sinistra). Tra queste c’è anche il monastero di Santa Sofia molto utilizzato per le cerimonie ufficiali civili.La cattedrale latino cattolica dedicata a san Alessandro è vicina alla centrale piazza di Maidan (vedi video a fine testo), mentre la cattedrale dei cattolici di rito orientale è dedicata alla Risurrezione del Signore ed è posta sulla sponda est del fiume.
È difficile fare un censimento della popolazione in questo momento. A motivo della guerra, molti sono partiti, mentre altri sono arrivati dalle zone occupate. Prima del 2022, gli abitanti si aggiravo sui 3milioni.
La città, difesa dal suo patrono S. Michele Arcangelo, ha resistito all’attacco avvenuto nei primi mesi del conflitto quando i soldati russi arrivarono da Nord fino alla periferia fermandosi a Bucha, Irpin e le zone limitrofe.
Nel Paese la guerra ha subito una forte evoluzione. Oggi la tecnologia sta imponendosi sempre più. L’uso massiccio di droni e missili crea danni senza mettere a rischio la vita dei propri soldati. Il numero degli attacchi, come anche per quantità di mezzi usati, è in netta crescita. Gli allarmi suonano soprattutto di notte e possono durare delle ore. La contraerea cerca di limitare i danni, tuttavia alcuni droni e missili riescono a colpire i loro obiettivi. Non trascurabili sono anche i danni che recano le schegge, non controllabili, delle esplosioni. Un esempio lo abbiamo avuto in Nunziatura apostolica, la scorsa settimana quando sul tetto della casa tre pannelli solari sono stati danneggiati.
I numerosi canali di Telegram informano sulla situazione live degli attacchi, riuscendo a prevedere (non sempre) i quartieri e le traiettorie delle possibili esplosioni. Quando gli attacchi sono particolarmente intensi le stazioni della metropolitana si riempiono di persone, soprattutto di coloro che abitano nei numerosissimi palazzi della città che hanno altezze medie di 30 piani. Sono sempre più frequenti le notti trascorse a vicino ai binari della metro dove intere famiglie trovano riparo e portano brandine, passeggini e anche animali domestici.
Distruzioni vicino al Parco Travriirsyi a Kiev (foto Luca Bovio)
Nonostante questa difficile situazione, che oramai perdura da lungo tempo, sembri solo peggiorare, la città reagisce con una parvenza di normalità quale migliore risposta per resistere e non rassegnarsi. Dopo le notti di esplosioni, il mattino dopo tutto ricomincia. I mezzi pubblici, i negozi e le attività riprendono. Certamente il sonno perso e le paure hanno il loro il peso, soprattutto per alcune categorie di persone. Le zone colpite dalle esplosioni immediatamente vengono messe in sicurezza e in ordine in tempi brevissimi dalle squadre addette (foto sopra e video qui sotto).
Padre Luca Bovio, ImC, direttore delle Pontificie opere missionarie in Ucraina
Colpisce molto la presenza di giovani, in maggioranza donne e ragazze, che dal tardo pomeriggio iniziano a incontrarsi nei numerosi locali del centro. Anche le spiagge balneabili sul fiume nel centro della città e i laghi vicini sono pieni di bagnanti soprattutto nei fine settimana in questo tempo estivo dove le temperature invitano a fare i bagni. Sono diversi i pianoforti che si trovano nei parchi ad uso pubblico. I giovani li suonano durante le serate in un’atmosfera che contrasta con le sirene e le esplosioni.
Guerra e normalità di vita sono due aspetti che convivono in questo tempo a Kiev. Difficile fare previsioni sull’evoluzione della situazione, nei tempi e nei modi. Credo che la voglia di normalità per chi vive qui e il sostegno materiale e spirituale di chi è lontano, aiutino comunque a non cedere alla tentazione di rassegnarsi alla stanchezza e alla paura. In questo contesto muovono i primi passi della nascita delle Pontificie opere missionarie in Ucraina
Luca Bovio(da Kiev)
Ucraina. Faccia a faccia con la guerra
30 aprile-5 maggio. Approfittando delle feste nazionali polacche, con don Leszek Krzyża, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, e di Rika Itozawa, ci mettiamo di nuovo in macchina per visitare alcune città al Sud dell’Ucraina e portare aiuti. Il nostro viaggio ci porta da Varsavia a Kiev e poi Odessa, Mikolajow e Cherson, con ritorno a Kiew e quindi a Varsavia. Dopo esserci fermati a Kiev per una sola notte, ci dirigiamo verso Odessa.
Odessa, città storica e strategica
foto 1
Ritorniamo in questa bella città costruita sul Mar Nero dopo circa un anno per una breve visita. Odessa oltre a essere una città storica e artisticamente ricca, è soprattutto il luogo da cui partono decine di navi che trasportano in tutto il mondo i raccolti di frumento e mais del Paese (foto 1). Per questo motivo strategico è una città presa di mira dall’esercito russo (foto 2). Nelle ultime settimane gli attacchi provenienti dalla vicina Crimea o dalle navi russe sono aumentati.
foto 2
Ci incontriamo con il cancelliere della diocesi, don Cristoforo. Ci racconta che gli aiuti sono diminuiti del 60% dall’inizio della guerra.
Mentre conversiamo, seduti in un ristorante tartaro accanto alla Cattedrale, le sirene iniziano a suonare. Non c’è alcuna reazione tra i clienti e i passanti. Questo può sorprendere, tuttavia occorre ricordare che da oltre due anni le sirene suonano quotidianamente. Dopo pochi minuti, si spengono.
Vediamo da un punto panoramico la città e il porto con i grandi silos. Ci sono almeno tre grandi navi nelle vicinanze. Ci raccontano che attualmente gli ucraini hanno un corridoio che permette alle imbarcazioni di dirigersi verso Istanbul e da lì proseguire per il canale di Suez.
Andiamo brevemente sulla spiaggia in una zona residenziale, una delle poche accessibili, e vediamo una casa, chiamata il castello di Potter a motivo della sua somiglianza con il castello del famoso film, con il tetto distrutto. Pochi giorni fa un missile dal mare ha colpito l’edificio causando delle vittime (foto 3 e 4).
foto 3
foto 4
foto 5
La chiesa distrutta di Koszeliwka
Prima di sera ci rimettiamo in macchina per dirigerci verso la vicina Mykolaïv dove abita don Alessandro, presso il Santuario di san Giuseppe. Dopo esserci riposati, al mattino visitiamo il villaggio di Koszeliwka, a distanza di circa un anno dall’ultima volta. La chiesa in questo villaggio è stata distrutta e oggi rimangono solo le macerie (foto 5). Da poco don Alessandro ha acquistato due container dal porto di Odessa e li ha posti nei pressi della chiesa distrutta. Un container serve come cappella, l’altro come centro medico.
foto 6
Il progetto per il futuro è quello di ricostruire la chiesa accanto a quella precedente, lasciando le rovine a ricordo. Anche le case duramente colpite iniziano a essere ricostituite dalle famiglie che lentamente provano a ritornare (Foto 6).
Cherson, sulla linea dei combattimenti
Nel pomeriggio ci viene a prendere, dalla vicina Cherson, don Massimo, il parroco, e ci guida attraverso i posti di blocco dei soldati fino alla sua parrocchia che si trova in prima linea in città.
Le nuove procedure impongono a noi stranieri di firmare una dichiarazione di responsabilità per poter entrare. La parrocchia del Sacro cuore di Gesù è l’unica romano-cattolica della città, e si trova vicina al fiume Dnepr in una zona abbandonata quasi da tutti. Se Cherson contava circa 300mila abitanti prima dell’invasione russa, oggi si stima abbia una popolazione di soli 20mila.
foto 7
È la terza volta che visitiamo questo luogo e, nonostante il lungo tempo trascorso, non si vedono cambiamenti. Le strade sono deserte e continui colpi, rompono il silenzio che qui avvolge tutto.
Il fiume Dnepr, in questo momento, è la linea di confine tra i due eserciti che occupano le rispettive rive: a Est i russi, a Ovest gli ucraini che si scambiano colpi giorno e notte in tutta la regione (foto 7).
foto 8
La città è fortemente segnata da questa situazione. Anche la parrocchia, il primo sabato di quaresima, è stata colpita per la seconda volta: quando, nel primo pomeriggio, un razzo è finito ai piedi della statua della Madonna che si trova davanti alla chiesa (foto 8).
Come la prima volta, quando un razzo entrò dal tetto della chiesa, anche questa volta non ci è stata l’esplosione. Le schegge dell’impatto hanno colpito la facciata della chiesa senza ferire nessuno nelle vicinanze.
Dopo qualche settimana, i soldati hanno messo in sicurezza il razzo che usciva dal terreno. Don Massimo vive qui con il vicario don Sergio e un aiutante, anche lui di nome Sergio. Senza nessuna costrizione, hanno scelto di restare per poter essere un segno di speranza non solo per le poche famiglie che qui sono rimaste ma anche per i tanti villaggi della regione che quotidianamente visitano portando aiuti, amministrando il sacramento della confessione e portando la santa comunione.
L’ospedale di Bilozerka
foto 9
La mattina successiva visitiamo Bilozerka, un villaggio a Sud lungo il fiume. Arriviamo nel piccolo ospedale che serve tutta la zona. Ci dà il benvenuto la giovane dottoressa chirurga Natalia che qui lavora (foto 9). Mentre ci mostra il primo piano di questo semplice edificio, ci racconta che, a motivo delle continue esplosioni, gli ammalati sono stati trasferiti dal primo piano al piano terreno.
foto 10
Tutte le finestre delle camere che vediamo sono state danneggiate dagli scoppi. L’unica attività rimasta al primo piano è quella della stanza operatoria che visitiamo notando i sacchi di sabbia a protezione dei vetri delle due stanze (foto 10).
La dottoressa Natalia ci racconta che per molti giorni l’ascensore è stata fuori servizio. Così le infermiere dovevano scendere le scale portando il paziente sdraiato sul letto. Oggi per fortuna l’ascensore è tornato in funzione. Raccontiamo che i prossimi giorni riceveremo dei farmaci dall’Italia e stabiliamo con la dottoressa quali sono quelli più necessari da far arrivare.
foto 11
Nello stesso villaggio incontriamo il signor Władek, 94 anni, di origini polacche. Ci racconta la sua storia e manda anche un video di saluti ai suoi connazionali (foto 11).
foto 12
Poi don Massimo ci accompagna dalla signora Lena che è paralizzata a letto da ben 29 anni (foto 12). Ci sorprende la sua vitalità e la sua energia. È molto contenta di accoglierci nella sua casa insieme al marito. Ci racconta che i due figli con le loro famiglie sono riusciti a scappare dal villaggio prima che venisse occupato dai soldati russi per alcuni mesi. Oggi ritornano spesso a visitare i genitori, ma le piccole nipoti hanno paura delle esplosioni che qui si sentono di continuo. Per questo le visite sono sempre brevi.
Ci raccontano che il tempo dell’occupazione è stato quello più difficile: i soldati passavo di casa in casa. Sono stati anche qui. C’era sempre paura, soprattutto quando erano visibilmente ubriachi.
Ci colpisce la vitalità del racconto di questa donna, che nonostante viva paralizzata a letto, nel mezzo di una guerra, trasmette la forza di vivere e un coraggio non comune. Spesso sorride e ha un timbro di voce forte e sicuro. Usciamo da questa casa edificati, e ringraziamo il Signore per questi esempi che ci pone di fronte.
Charkiv e le sue ferite
foto 13
La seconda parte della giornata la trascorriamo ritornando a Charkiv, dove siamo stati diverse volte nei mesi scorsi, per visitare alcuni quartieri della città. Passeggiamo per il parco giochi dei bambini completamente abbandonato. Forte è il profumo delle acacie e dei castagni in fiore che ci abbraccia. Per terra si trovano i resti dei razzi esplosi.
Incontriamo alcune donne che ci invitano a seguirle. Ci mostrano la cantina in cui vivono nei sotterranei del loro palazzo distrutto dopo tre giorni incessanti di bombardamenti.
foto 14
Ci fanno vedere i loro appartamenti dal cortile: i balconi sono devastati dalle esplosioni; penzolano i serramenti delle porte e delle finestre e i condizionatori appesi ai fili (foto 13-14).
Una improvvisa esplosione non lontana interrompe la nostra visita.
foto 15
Ci rechiamo per brevemente a Nord della città per vedere i resti del ponte Antonov, uno dei pochi che collegavano le due sponde. Il ponte è stato fatto saltare dai russi durante l’abbandono della città (foto 15).
foto 16
Don Massimo scrive una lettera di ringraziamento ai benefattori, molti sono tra voi lettori di Missioni Consolata. Con parte delle offerte raccolte abbiamo potuto finanziare il trasporto di aiuti giunti fino a qui (Foto 16).
I due giorni successivi sono impegnati per il ritorno a Varsavia passando da Kiev.
Gli aiuti che diminuiscono sono sempre più necessari. Per questo occorre non stancarsi e continuare a venire di persona per incontrare abitanti di questo Paese, ascoltare le loro storie, condividere del tempo e incoraggiare i confratelli sacerdoti, pregare con loro.
Luca Bovio
Grazie da Cherson
A nome dei parrocchiani della Parrocchia del Sacratissimo Cuore di Gesù a Cherson, ringrazio i benefattori della Rivista Missioni Consolata per aver finanziato il costo del trasporto di aiuti umanitari.
Grazie al vostro aiuto e stato possibile ricevere materiale per pulizie e di igiene personale distribuito per i più bisognosi della città e dei villaggi.
Grazie per laiuto e la generosità. Un ricordo nella preghiera
Carissimi amici,
all’inizio del nuovo anno abbiamo fatto il primo viaggio del 2024, il decimo da quando è scoppiata la guerra in Ucraina. Il tempo trascorre velocemente e purtroppo possiamo dire che la situazione non migliora, anzi per alcuni aspetti è decisamente peggiorata. Negli ultimi mesi il conflitto in Palestina ha spostato l’interesse dei media su quel luogo con le relative conseguenze. Si constata anche una comprensibile stanchezza nelle persone nel sostenere per un così lungo tempo una crisi di cui ancora non se ne vede l’uscita. Anche la relazione tra Ucraina e Polonia ha visto ultimamente momenti difficili quando, ad esempio, alcune categorie hanno protestato per motivi collaterali alla guerra, come hanno fatto i trasportatori polacchi che hanno bloccato per settimane le frontiere per protestare per i mancati guadagni che sono andati a vantaggio dei loro colleghi ucraini che beneficiano di sgravi derivanti dal conflitto in atto.
Purtroppo, il conflitto continua senza sconti. Lungo gli oltre 1.000 km del fronte, stime non ufficiali raccolte sul posto, parlano di circa 200- 300 morti al giorno tra i soldati ucraini. Da parte russa il numero va almeno raddoppiato. Occorre anche ricordare che siamo in pieno inverno con tutti i disagi che questo comporta.
11-12 gennaio 2024: Warszawa –Kiev-Charkiv
Il viaggio per arrivare a Charkiv ci impegna due giorni, il tempo necessario per coprire i 1300 km dopo esserci fermati per riposare a Kiev.
La prima cosa che facciamo appena arrivati è quella di cercare un autolavaggio per pulire la macchina piena di neve e di sale a causa delle condizioni stradali che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio. L’auto era talmente sporca che non si poteva nemmeno leggere la targa. La temperatura è di 17 gradi sottozero con un vento che rende ancora più fredda la temperatura percepita.
Troviamo Don Wojciech, il direttore della Caritas locale, chiuso nella sua camera a motivo di un brutto raffreddore che lo ha colpito e che non gli permette di uscire.
La notte trascorre abbastanza tranquilla. Solo qualche sirena e il volo di alcuni droni (usati sempre più spesso nel conflitto) sopra la città, tuttavia senza conseguenze.
La mattina incontriamo un gruppo di bambini presso il centro Caritas dove aloggiamo, a fianco della cattedrale della città. Abbiamo con noi degli zaini scolastici pieni di pennarelli e quaderni preparati dai bambini della scuola elementare di Valmorea (Como). I bambini ucraini aprono con gioia e sorpresa i loro doni, trovando anche delle letterine scritte dall’Italia: coraggio, vi siamo vicino, presto passerà … sono le frasi più ricorrenti che traduciamo. I bambini ucraini si mettono subito al lavoro per rispondere ai loro coetanei e registriamo anche un video per mandare saluti e ringraziamenti.
I bambini ucraini aprono con gioia e sorpresa i loro doni trovando anche delle letterine scritte dai bambini della scuola elementare di Valmorea
Con l’aiuto di un volontario siamo accompagnati per la città e nei dintorni per vedere gli ultimi luoghi colpiti. Tra questi ci sono hotel, case e scuole colpiti due giorni prima del nostro arrivo, obbiettivi tutt’altro che militari… (foto 5,6,7 nello slideshow)
La città di Charkiv, ricordiamo che la seconda per grandezza del paese a poche decine di chilometri dal confine ad est con la Russia, si sta lentamente ripopolando. Dopo essersi svuotata con lo scoppio della guerra, progressivamente le persone stanno ritornando. In questo tempo si stanno aggiungendo molti che vengono volontariamente o forzatamente portati in città dai villaggi della regione vicini al fronte, per motivi di sicurezza o semplicemente per la mancanza di condizione minime per la sopravvivenza durante l’inverno. (Foto 8,9,10 nello slideshow)
13 gennaio 2024: Charkiv-Hrakove-Charkiv
Nel pomeriggio siamo raggiunti da sr. Camilla, una suora polacca delle Piccole Missionarie della Carità fondate da don Orione. Sr. Camilla insieme alla sua comunità è molto impegnata in diversi progetti. Ci accompagna a vederne uno di questi a Hrakove un piccolo villaggio tra Charchiw e Izum.
Il villaggio di Hrakove, prima occupato e poi liberato, si presenta mostrando tutte le sue ferite. Le case sono quasi tutte semidistrutte così come l’asilo e le costruzioni attorno. Neanche la chiesa ortodossa è stata risparmiata dagli attacchi. Dappertutto ci sono cartelli e nastri che avvertono di tenere la distanza a motivo della presenza di mine nel terreno. (Foto 11,12,13,14,15,16 nello slideshow)
La strada completamente ghiacciata finisce di fronte alla casa dove lavorano Nina e suo marito Alesandro. Nina è una giovane donna di Charkiw che ha sposato Alessandro nativo di questo villaggio. Sono tra le 200 persone rimaste ancora qui oggi. Prima della guerra se ne contavano 800. Nina avendo lavorato in una fabbrica di cucito ha imparato bene il lavoro. Ora con il nostro aiuto ha ricevuto delle macchine da cucire dalla Polonia con delle stoffe e del materiale per lavorare. La sua idea è quella di provare a iniziare una sua produzione per poter immaginare e costruire un futuro, non solo per se stessa, ma anche per alcune donne del villaggio a cui insegna il mestiere di sarte. Per il momento la produzione è inziale e viene fatta solo su ordinazione. Lo stesso vescovo locale, Pavlo Honcharuk, ha fatto degli ordini, così anche sr. Camilla che, disponendo di alcune offerte, fa preparare abiti da distribuire poi in altri villaggi a coloro che non si possono permettere gli acquisti. (Foto 17,18,19 nello slideshow)
L’iniziativa è davvero interessante e unica in una situazione così ancora fragile e ancora aperta a ogni possibile scenario. Dopo una lunga chiacchierata fatta a fianco della stufa e bevendo un buon tè caldo, facciamo ritorno in città.
Nina nel suo laboratorio di cucito con alcune donne del villaggio a cui insegna il cucire a macchina.
14 gennaio 2024: Charkiv
La domenica mattina salutiamo il vescovo Pavlo (Paolo) e i sacerdoti che ci hanno accolto per dirigerci verso la comunità di sr. Camilla. Lì lasciamo gli aiuti che abbiamo portato. Tra questi un generatore di corrente, materiale scolastico raccolto in Italia da Eskenosen (associazione di famiglia di Como) e abiti invernali. Presso la casa delle suore vivono delle giovani madri con i loro figli. Le incontriamo distribuendo a loro dei pacchi regalo preparati dai bambini del catechismo di Civiglio e Brunate (Como). Anche loro contraccambiano i doni ricevuti con dei tradizionali biscotti alla cannella che hanno preparato e che porteremo in Italia.
Celebriamo insieme la Messa domenicale e, dopo un veloce pasto, ritorniamo a Kiev.
15 gennaio 2024: Kiev-Varsavia
Di buon mattino ci rimettiamo in viaggio verso Varsavia. Strada facendo troviamo improvvisamente in un corteo funebre. Una lunga fila di auto accompagna la salma di un soldato, avvolta dalle bandiere. Durante il lungo il tragitto notiamo che tutti mezzi che viaggiano dalla parte opposta si fermano in segno di rispetto. Gli autisti scendono dalle macchine, si tolgono il cappello e spesso si inginocchiano nella neve e nel fango per rendere onore a coloro che hanno dato la loro vita per garantire la libertà al paese. Durante il tragitto quando attraversiamo un paese, anche i bambini delle scuole e dell’asilo escono per salutare la salma. I funerali celebrati sono tanti. Foto 20 video 5-6
In serata in mezzo a una bufera di neve che da tempo non si vedeva facciamo rientro a Varsavia.
Luca Bovio (missionario della Consolata in Polonia)
Foto 1 La strada verso Charkiv a meno 17°
Foto 2 – I bambini ucraini aprono i loro doni
Foto 3 – I bambini ucraini aprono i loro doni con letterine scritte dai bambini della scuola elementare di Valmorea
Foto 4 -I bambini ucraini
Foto 5 – Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti
Foto 6 – Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti
Foto 7 – Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti
Foto 8 – Vedute di Charkiv
Foto 9 – Vedute di Charkiv
Foto 10 – Vedute di Charkiv
Foto 11 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 12 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 13 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 14 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 15 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 16 – Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.
Foto 17 – Nina nel suo laboratorio di cucito.
Foto 18 – nel laboratorio di cucito di Nina
Foto 19 Suor Camilla ne laboratorio di Nina
Foto 20 Sulla strada da Rivne verso Lutsk e poi Polonia incontro con un corteo funebre.
Il prossimo gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali a Taiwan. Il panorama politico è diviso tra chi è più vicino a Pechino e chi spinge per il riconoscimento formale del Paese. Per la prima volta ci sono pure due candidati indipendenti. In ogni caso la Cina e gli Usa guardano al voto con attenzione. Da fronti opposti.
«Se voterò? Ma certo, anche se penso che non cambierà molto». E invece potrebbe cambiare tanto, forse tutto. Stacy, 27 anni, parla sotto il cocente sole estivo di Taipei mentre cammina su Ketagalan Boulevard insieme ad altre migliaia di persone. Sono tutti lì per protestare contro il governo taiwanese. Le motivazioni sono diverse. Lei in particolare chiede la riforma del sistema di edilizia pubblica. «Per i giovani è impossibile comprare una casa», dice.
Di fronte, il palazzo presidenziale costruito dall’architetto Uheji Nagano per ospitare il governatore dell’era coloniale giapponese (1895-1945). Alle spalle, non troppo lontani, Liberty Square e il memoriale di Chiang Kai-shek, capo del partito nazionalista cinese (Kuomintang, Kmt) che si rifugiò a Taiwan dopo aver perso la guerra civile con il Partito comunista di Mao Zedong (1949). Restò al potere fino alla morte, nel 1975, e guidò il regime autoritario nella Repubblica di Cina, nome con cui Taiwan è indipendente de facto. La legge marziale era stata imposta nel 1947 e restò in vigore fino al 1987. Non si poteva votare.
Taiwan, sostenitori del Koumintang festeggiano la vittoria di Chiang Wan-an a sindaco di Taipei (novembre 2022). Foto Lorenzo Lamperti.
Un voto importante
Il 13 gennaio prossimo, i cittadini dell’isola principale di Taiwan e delle isole minori (da Kinmen alle Matsu, dalle Penghu a Green Island) andranno alle urne per le elezioni presidenziali. Nella prospettiva molto concreta e disillusa di Stacy, chiunque vincerà non risolverà i suoi problemi. Ma in una prospettiva più ampia, il voto taiwanese potrebbe essere il più importante del 2024 a livello mondiale. Può sembrare un azzardo dirlo, soprattutto considerando che a novembre del prossimo anno sono in programma le elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Ma la Repubblica popolare cinese, la Cina continentale guidata da Xi Jinping, sa che la postura statunitense le resterà piuttosto ostile, a prescindere da chi sarà l’inquilino della Casa Bianca. L’esito del voto taiwanese può invece cambiare, e di molto, le relazioni sullo stretto (lo stretto di Taiwan, tra l’isola principale e il continente, ndr) viste le nette differenze tra i vari candidati e gli equilibri mondiali potrebbero modificarsi verso un maggior peso della Cina popolare.
«Ho sempre votato per il Dpp (Partito progressista democratico, indipendentista, ndr), ma stavolta ho paura che se vince ancora potrebbe davvero esserci la guerra», dice Tzu-sheng, architetto di 42 anni. «Ho paura che se vince un candidato dell’opposizione ci svendano a Pechino», dice invece Jiaqi, lavoratrice dell’industria dell’intrattenimento locale. Due visioni antitetiche che rimandano al modo in cui i due partiti principali presentano il voto (Dpp, al potere, più lontano da Pechino, e Kmt, opposizione, più vicino, ndr).
Progressisti o nazionalisti?
Si ricorda che Taiwan, pure essendo indipendente de facto, è riconosciuta da soli 13 paesi al mondo, mentre la Cina popolare la considera proprio territorio. Da tempo, il Kmt parla di una «scelta tra guerra e pace». Una definizione lanciata da Ma Ying-jeou, ex presidente e unico leader di Taipei ad aver incontrato un omologo di Pechino (Xi Jinping, nel 2015 a Singapore). Ma anche unico ex presidente a essere andato in Cina continentale, in un significativo viaggio effettuato lo scorso marzo. Proprio mentre l’attuale presidente Tsai Ing-wen (Dpp) effettuava un contestato doppio transito negli Stati Uniti, durante il quale ha incontrato lo speaker del Congresso americano Kevin McCarthy (esautorato lo scorso ottobre, ndr).
Lai Ching-te, attuale vicepresidente e candidato della maggioranza Dpp, parla invece di «scelta tra democrazia e autoritarismo». Il Kmt dice dunque che in caso di nuova vittoria del Dpp si rischia un conflitto sullo stretto. E che sarebbe sostanzialmente provocato da un governo taiwanese incapace di mantenere il dialogo con Pechino. Il Dpp suggerisce invece che in caso di ritorno al potere del Kmt (che non governa dalle elezioni del 2016), Taiwan potrebbe avvicinarsi in qualche modo al modello di Hong Kong, venendo assorbito nella Cina continentale.
Due visioni estreme, che seguono la tradizionale contrapposizione del bipolarismo taiwanese. Un bipolarismo nel quale è impossibile trovare una sintesi, perché la visione è opposta non solo su temi concreti, come le relazioni intrastretto, ma anche sul senso di sé e della propria identità. Sostenere uno o l’altro partito non è solo una scelta politica, ma tocca un livello più intimo che lambisce quello storico culturale.
manifestanti alla festa nazionle della Repubblica di cina/Taiwan, 10/10/2022. Foto Vittoria Mazzieri
Una sola Cina
Il Kmt è erede del partito fondato da Sun Yat-sen che governò la Cina continentale fino alla vittoria dei comunisti nella guerra civile (1949). Non solo propone un dialogo più fruttuoso con Pechino, ma continua a vedere Taiwan come parte della Cina. Non la Repubblica popolare cinese, ma la Repubblica di Cina, di cui ormai non restano che frammenti, ma la cui architettura formale e lessicale tutela secondo il Kmt il mantenimento dello status quo. In che modo? Sulla base del cosiddetto «Consenso del 1992», un accordo tra funzionari di Kmt e Partito comunista che riconosce l’esistenza di un’unica Cina ma «con diverse interpretazioni». In sostanza, i due ex rivali della guerra civile nel 1992 riconobbero di far parte tutti di una stessa entità ma senza mettersi d’accordo su quale fosse la sua espressione politica e istituzionale legittima. Un’ambiguità voluta per mantenere in piedi lo status quo, ma che Pechino è sempre stata convinta giocasse a suo favore. Il ragionamento è il seguente: se a Taipei riconoscono che esiste una sola Cina e nel mondo quasi tutti i paesi (tranne 13) riconoscono Pechino come governo legittimo della Cina, prima o poi la riunificazione (o unificazione, come la chiamano a Taiwan) sarà una conseguenza naturale. Questo principio non è però riconosciuto dal Dpp di Tsai. L’attuale presidente è espressione della parte più moderata del partito, quella che non persegue l’indipendenza formale come Repubblica di Taiwan (che segnerebbe una cesura definitiva e inaccettabile per Pechino) ma che sostiene la cosiddetta «teoria dei due stati». In sostanza, Tsai non riconosce che le due sponde dello stretto facciano parte di una «unica Cina» ma si dice aperta al dialogo qualora Pechino non ponga precondizioni e riconosca l’esistenza di due entità non interdipendenti. Da qui l’assenza totale di dialogo politico tra i due governi dal 2016, da quando cioè Tsai è stata eletta per la prima volta. In questi anni, l’ecosistema sullo stretto è molto mutato. Da una parte, Pechino ha operato un’escalation coercitiva su diversi piani. A livello diplomatico, ha portato nove paesi a rompere i rapporti diplomatici ufficiali con Taipei e a stabilirne con la Repubblica popolare. L’ultimo in ordine di tempo è stato l’Honduras, che proprio alla vigilia della partenza di Tsai per l’America centrale, lo scorso aprile, ha annunciato l’avvio delle relazioni con Pechino. Ma nel mirino ci sarebbe anche il Guatemala.
Il candidato radicale
Lai, membro del Dpp come Tsai e suo potenziale successore, è invece particolarmente inviso a Pechino perché è considerato più radicale. Questo soprattutto per alcune sue dichiarazioni passate, in cui si era raffigurato come un «lavoratore per l’indipendenza di Taiwan». Cosa ben diversa dal riconoscere e dire di voler tutelare la sovranità de facto di Taiwan come Repubblica di Cina, la posizione ufficiale di Tsai e oggi dello stesso Lai che ha molto smussato la sua retorica e le sue esternazioni sulle relazioni intrastretto da quando è vicepresidente.
Ma a Pechino ricordano che nel 2019, il detestato partito di maggioranza fu sull’orlo della scissione per i contrasti tra l’ala radicale di Lai e quella più moderata di Tsai. Ad agosto, anche Lai ha effettuato un doppio transito negli Usa (dal profilo molto più basso rispetto a quello di Tsai) nell’ambito di un viaggio in Paraguay. Si è impegnato a presentarsi in continuità con Tsai, ma poco prima di partire si è lasciato sfuggire il desiderio che il futuro presidente taiwanese potesse entrare alla Casa Bianca. Eventualità che significherebbe un riconoscimento ufficiale incompatibile con lo status quo.
A Pechino queste uscite fanno comodo per descriverlo come «secessionista» nel messaggio rivolto all’esterno per giustificare le proprie reazioni coercitive, anche se sui media di stato c’è chi sostiene che di Lai non si fiderebbero nemmeno gli Usa, in un messaggio stavolta rivolto al pubblico interno e taiwanese.
L’ex poliziotto e il medico
Hou è invece il sindaco di Nuova Taipei, limitrofa alla capitale. Direttore generale dell’Agenzia nazionale di polizia tra il 2006 e il 2008, si riteneva potesse avere simpatie per il Dpp, ma è entrato invece nella fila del Kmt. Il suo passato di uomo di legge e di ordine sembrava piacere a molti, anche se per gli elettori Dpp il fatto che Hou sia stato poliziotto durante e dopo il periodo della legge marziale (1947-1987, vedi cronologia, ndr) è problematico. Molti lo ricordano come l’ufficiale che nel 1989 guidò la carica nell’ufficio di Cheng Nan-jung, un editore indipendentista che si auto immolò nel suo ufficio piuttosto che lasciarsi arrestare.
A complicare le ambizioni di Hou c’è anche un terzo incomodo, molto ingombrante. Si tratta di Ko Wen-je, popolare medico ed ex sindaco di Taipei che da qualche anno ha lanciato il suo Taiwan people’s party (Tpp). Ko propone una terza via rispetto a Dpp e Kmt. Il primo troppo ostile a Pechino, il secondo troppo asservito, dice lui. E quando propone un maggiore dialogo con il Partito comunista, a molti elettori suona più credibile rispetto al Kmt. Questo perché, a differenza di quest’ultimo, non ha il retaggio storico della legge marziale e il senso di appartenenza esplicito alla sfera storico culturale cinese.
Il Tpp sta attuando una campagna molto aggressiva e sembra piacere ai giovani oltre che alla classe imprenditoriale. Aver guidato Taipei è un biglietto da visita importante, nella zona dove gli affari intrastretto sono più intensi. Messo alle strette sul «consenso del 1992», nodo della discordia, se l’è cavata fin qui dicendo che, prima di esprimersi, a riguardo dovrebbe parlare con Xi per capire come lo intende Pechino.
Basterà a vincere? Difficile, se i candidati dell’opposizione resteranno tre, contro il solo Lai, a occupare tutto lo spazio dello spettro «verde», quello più incline al riconoscimento di Taiwan.
L’industriale
Già, perché il Kmt (come già altre volte in passato) si è diviso. Il candidato sconfitto al processo di selezione interno del partito, Terry Gou, è sceso in campo come indipendente. Con l’obiettivo, dice, di unire tutto il campo anti Dpp. Gou è il fondatore e patron della Foxconn, gigante dell’elettronica e primo fornitore di iPhone per Apple. Ma ha anche enormi interessi in Cina continentale, dove si trovano ancora la maggior parte dei suoi impianti. Tra cui quello immenso di Zhengzhou, ribattezzato «iPhone City».
«Non lascerò che Taiwan diventi la prossima Ucraina. Anzi, farò sì che Taiwan superi Singapore nel giro di 20 anni e abbia il più alto Pil pro capite in Asia», sono le due impegnative promesse elargite nella conferenza stampa di agosto in cui ha sciolto la riserva sulla sua candidatura. Il rischio, dunque, è che la discesa in campo di Gou possa ulteriormente frammentare la scelta anti Dpp e favorire lo stesso Lai.
Secondo diversi sondaggi, in uno scenario a quattro candidati (inedito per Taiwan) il vantaggio dell’attuale vicepresidente sembra destinato infatti ad allargarsi. Per avere speranze, Gou dovrebbe raggiungere un accordo con Hou o Ko, oppure con entrambi. Una sua eventuale ascesa alla presidenza non dispiacerebbe a Xi. E, probabilmente, neppure a Donald Trump, che nel 2019 accolse il «vecchio amico» Gou alla Casa bianca, dove il tycoon potrebbe rientrare nel gennaio 2025.
Taiwanese President Tsai Ing-wen (Photo by Miho Takahashi / Yomiuri / The Yomiuri Shimbun via AFP)
Cosa cambierà
L’esito delle elezioni potrebbe cambiare di molto le dinamiche intrastretto.
È probabile che, dopo il voto, Xi aumenterà il pressing. Militare e strategico in caso di vittoria del Dpp, che per la prima volta da quando si svolgono le elezioni libere (dal 1996) potrebbe vincere per la terza volta consecutiva le presidenziali.
In caso di vittoria del Kmt, invece, il pressing sarebbe politico, per sottoscrivere accordi o ottenere garanzie di rilievo sul riavvicinamento.
«La Cina non rinuncerà al suo obiettivo di unificazione a prescindere che ciò avventa con i negoziati o con la forza. Nei prossimi anni, le relazioni tra le due sponde dello stretto saranno influenzate dalla competizione strategica tra Washington e Pechino, ma anche dalla saggezza e dalla capacità di Taiwan di gestire questa difficile relazione», sostiene Alexander Huang, direttore del dipartimento internazionale del Kmt e suo rappresentante negli Stati Uniti. «Una vittoria del Kmt ridurrebbe in larga misura la tensione attraverso lo stretto, quantomeno nel breve termine», aggiunge. «Sì, ma a patto di cedere pezzi della nostra sovranità de facto», dicono i sostenitori del Dpp. Prospettive e scenari diversi, che possono avere un impatto anche a livello globale.
Lo stretto di Taiwan non è solo una fondamentale via di passaggio delle merci, ma anche uno degli snodi principali del commercio globale. Per non parlare dell’industria strategica dei semiconduttori, di cui Taiwan è la capitale mondiale del comparto di fabbricazione e assemblaggio.
Secondo alcuni studi, se il G7 sanzionasse la Cina continentale in caso di crisi su Taiwan, l’economia globale perderebbe almeno tremila miliardi di dollari, equivalenti al Pil del Regno Unito nel 2022. Peggio della guerra in Ucraina. Senza contare il rischio di espansione di un ipotetico conflitto con coinvolgimento di paesi limitrofi come il Giappone, o persino degli Stati Uniti in quello che potrebbe diventare un confronto diretto tra le due potenze.
La speranza è che Taiwan diventi, come sostengono tutti i candidati alle presidenziali pur con ricette diverse, un elemento di stabilità nello scenario regionale e globale.
Sì, il 13 gennaio prossimo può cambiare tanto.
Lorenzo Lamperti
Cronologia essenziale
Dai portoghesi alle incursioni di Pechino
Fino al sedicesimo secolo Taiwan è isolata, abitata quasi esclusivamente dalla popolazione indigena.
1544. Arrivano i portoghesi, che le danno il nome di Ilha Formosa. Anche gli spagnoli mettono piede al nord dell’isola.
1622-1662. Presenza olandese sull’isola. È la prima che avvia una modernizzazione di Taiwan.
1662. Gli olandesi vengono cacciati dall’esercito di Koxinga, lealista della dinastia Ming. L’ammiraglio Shi Lang convince dell’importanza strategica di Taiwan lo scettico imperatore Kangxi, che l’aveva definita una «palla di fango».
Dal 1683 Taiwan e le Penghu fanno parte dell’impero Qing come una prefettura della provincia del Fujian.
1885. Taiwan diventa provincia.
1895. I Qing cedono Taiwan e le Penghu all’impero giapponese. I taiwanesi si ribellano e dichiarano indipendenza, stabilendo la Repubblica di Taiwan, la prima repubblica asiatica, ma cinque mesi dopo viene presa dai giapponesi la capitale Tainan.
1945. Con la fine della Seconda guerra mondiale, Taiwan e le isole Penghu vengono consegnate alla Repubblica di Cina, in quel momento governo legittimo della Cina continentale.
1947. Dal cosiddetto «incidente del 28 febbraio del 1947» nasce una grande rivolta contro il governo del Kuomintang (Kmt). I leader e le élite locali vengono massacrati. Inizia l’era della legge marziale e del «terrore bianco».
1949. Chiang Kai-shek perde la guerra civile contro i comunisti di Mao e ripara a Taiwan con esercito e apparato statale del Kmt. Sul continente nasce la Repubblica popolare cinese.
1954-55 e 1958. Prima e Seconda crisi sullo stretto di Taiwan. Si indicano così due crisi militari avvenute nello stretto tra l’esercito della Cina continentale e quello di Taiwan, quest’ultimo appoggiato dagli Usa.
1971. La Repubblica popolare cinese ottiene il seggio alle Nazioni Unite al posto della Repubblica di Cina.
1975. Muore Chiang Kai-shek, il potere passa al figlio, Chiang Ching-kuo.
1979. Gli Stati Uniti avviano relazioni diplomatiche ufficiali con Pechino e rompono quelle con Taipei, emanando però il Taiwan relations act che stabilisce il sostegno alle capacità difensive taiwanesi.
1986. Inizia la transizione democratica. Viene fondato il Partito progressista democratico (Dpp, sigla inglese).
1987. Abolizione della legge marziale.
1995-1996. Terza crisi sullo stretto. Pechino realizza delle manovre d’intimidazione militare, che sono però un fallimento.
1996. Prime elezioni presidenziali libere. Vince Lee Teng-hui, del Kmt, ma primo di origine taiwanese.
2000. Chen Shui-bian diventa il primo presidente del Dpp. Nel 2009 sarà condannato per corruzione.
2008. Ritorna al potere il Kmt con Ma Ying-jeou. Inizia la grande distensione con Pechino.
2014. Il Movimento dei girasoli occupa il parlamento per protestare contro quello che considera un’eccessivo avvicinamento a Pechino.
2015. Ma Ying-jeou e Xi Jinping si incontrano a Singapore nel primo colloquio di sempre tra i leader delle due sponde dello Stretto.
2016. Tsai Ing-wen, del Dpp, conquista il primo mandato presidenziale e a novembre ha una conversazione telefonica con il neo eletto Donald Trump. Peggiorano le relazioni con la Repubblica popolare cinese.
2020. Tsai Ing-wen conquista il secondo mandato, favorita dall’effetto della repressione di Pechino delle proteste di Hong Kong.
2022. Nancy Pelosi visita Taipei. La Cina avvia imponenti esercitazioni militari intorno a Taiwan.
L.L.
Taiwan, il quariter generale della Tsmc, a Hsinchu. Foto Lorenzo Lamperti.
Lo «scudo di silicio»
Scudo di silicio. Oppure montagna sacra che protegge Taiwan. O, ancora, petrolio elettronico. Sono alcuni dei modi con i quali viene indicata la produzione taiwanese di semiconduttori, capitolo sempre più strategico della contesa tecnologica globale.
Le aziende taiwanesi controllano oltre il 65% dello share globale del comparto di fabbricazione e assemblaggio dei microchip. Il dominio è ancora più esteso dal punto di vista qualitativo: i produttori taiwanesi detengono il 92% della manifattura di chip sotto i dieci nanometri. Praticamente la totalità, assieme a quelli sudcoreani. Se ci fosse una capitale mondiale dei semiconduttori, sarebbe il Science park di Hsinchu. In un’area di 1.400 ettari operano circa 400 compagnie high-tech che generano oltre il 10% del pil e più del 30% dell’export di Taipei. Quando è stato fondato nel 1980, il parco era una landa desolata. Oggi è considerata la Silicon Valley taiwanese. Nessuno può prescindere dal «petrolio elettronico» prodotto a fiumi in questi impianti.
Soprattutto dalla Taiwan semiconductor manufacturing company, Tsmc, che da sola fabbrica oltre il 50% dei chip al mondo. Il suo fondatore è Morris Chang, ultranovantenne che ancora oggi svolge un ruolo di «ambasciatore» di Taiwan in consessi internazionali come i summit dell’Apec (Asia Pacific economic cooperation). Qui, a Bangkok, ha avuto nel 2022 un colloquio con Xi Jinping. In assenza di dialogo politico tra i governi, i colossi dei chip svolgono un ruolo diplomatico tra le due sponde dello stretto.
La stessa Tsmc ha stabilimenti in Cina e i semiconduttori taiwanesi continuano a fluire verso il «continente». Ma da alcuni anni gli Usa stanno provando a recidere quel cordone tecnologico. Tra 2024 e 2025 dovrebbe aprire la prima fabbrica di Tsmc in Arizona, mentre la Casa bianca impone nuove restrizioni per provare a tagliare fuori la Cina dalle catene di approvvigionamento.
Taiwan vorrebbe continuare a esportare verso Pechino. Non c’è solo una motivazione economica, ma anche politica e strategica. Finché i chip taiwanesi sono indispensabili a Xi, questo serve come deterrente a possibili azioni militari. Non è in realtà l’elemento decisivo, e la contesa va ben oltre i chip. Ma intanto, il resto mondo, accortosi della enorme dipendenza sviluppata nei confronti di Taiwan, prova ad accaparrarsi i suoi chip. Rischiando di ammaccare quello scudo di silicio.
L.L.
Taiwan, strada del centro storico di Sanxia. Foto Lorenzo Lamperti.
Dalla repubblica di Cina a Taiwan
In cerca di identità
Nei sondaggi tra gli abitanti dell’isola, aumenta il numero di chi si definisce solo taiwanese, mentre diminuiscono coloro che si sentono solo cinesi. Il governo spinge per rafforzare la narrativa identitaria. Per questo utilizza anche l’intrattenimento e il cinema. È in corso una «taiwanizzazione».
Il pezzo più fotografato è un cavolo di giada. Appena più grande di una mano, era un tempo parte della dote della consorte dell’imperatore della dinastia Qing. Si trovava alla Città Proibita di Pechino. Oggi invece è una delle principali attrazioni del museo nazionale di Taipei, che ospita una collezione permanente di quasi 700mila pezzi. Una delle più grandi al mondo, copre ottomila anni di storia cinese dall’età neolitica fino alla fine dell’impero e alla rivoluzione che portò alla fondazione della Repubblica di Cina. Già, perché il museo nazionale di Taipei è il museo della Repubblica di Cina. Al suo interno, artefatti che a Pechino considerano trafugati perché testimonianze fondamentali della storia cinese di cui la Repubblica popolare si considera unica legittima erede. Tanto che, nell’ottobre 2022, è esplosa una polemica per alcuni incidenti museali a causa dei quali si sarebbero rotte la «tazza da tè gialla con il disegno del drago verde» della dinastia Qing (1636-1911) e una porcellana bianca e blu della dinastia Ming (1368-1644).
Esattamente 305 chilometri a sud del palazzo del museo nazionale di Taipei, nei sobborghi dell’antica capitale di Tainan, sorge invece il museo nazionale della storia di Taiwan. La sua apertura, inizialmente prevista per il 2008, è avvenuta nel 2011 dopo 12 anni di preparativi. Il museo contiene circa 60mila manufatti che ripercorrono le influenze aborigene, olandesi, spagnole, britanniche e giapponesi sull’isola. Qui il centro della storia è appunto Taiwan, non la Cina o la civiltà cinese.
Con buona dose di equilibrismo semantico sugli avvenimenti degli ultimi sette decenni, il percorso espositivo assume un punto di vista diverso sulla storia dell’isola. L’apertura del museo nazionale è un passaggio chiave per capire come si percepiscono le nuove generazioni di taiwanesi.
«Quando andavo a scuola io, studiavamo la storia e la geografia della Cina. Non sapevamo nulla di Taiwan», racconta Pei-yu, 40 anni. «Sui libri dei miei figli invece si parla di Taiwan e la Cina è per lo più percepita come qualcosa di esterno», spiega. L’educazione è un elemento fondamentale. A questo proposito viene in mente quanto dichiarato nell’agosto 2022, in un’intervista, da Lu Shaye, ex ambasciatore cinese a Parigi, che menzionò la necessità di «rieducare» i taiwanesi a «riunificazione» avvenuta.
manifestanti alla festa nazionle della Repubblica di cina/Taiwan, 10/10/2022. Foto Vittoria Mazzieri
Sempre più «solo taiwanese»
Se per Chiang Kai-shek i taiwanesi erano «giapponesizzati» dopo i 50 anni di dominio coloniale nipponico, l’attuale Partito comunista cinese è spaventato da quella che definisce «desinizzazione» di oggi.
Se per i taiwanesi di una certa età la distanza con la Cina continentale è soprattutto politica, per quelli più giovani invece la distanza è anche socioculturale. Persino storica e identitaria.
Ogni anno, la National Chengchi University di Taipei svolge due sondaggi sulla questione identitaria. Le scelte messe a disposizione degli intervistati sono tre alla richiesta di autodefinizione: taiwanese, cinese, sia taiwanese sia cinese. Nel 1992, quando cominciarono le rilevazioni, il 25,5% si definiva solo cinese e il 17,6% solo taiwanese, col restante 46,4% taiwanese e cinese. A giugno 2023, il 62,8% si definiva solo taiwanese, il 30,5% taiwanese e cinese, il 2,5% solo cinese.
La forbice si amplia ulteriormente a favore del solo taiwanese nel segmento degli under 25. Ecco il principale timore di Pechino, in passato convinta che il tempo giocasse dalla sua parte: i taiwanesi si stanno allontanando sempre di più dalla Cina continentale. Un processo accelerato dalla democratizzazione avviata negli anni Ottanta.
L’apertura democratica è stata avviata da una negoziazione tra potere e società civile, con i movimenti civili sempre attivi nonostante la dura repressione di Chiang. L’isola principale di Taiwan doveva essere inizialmente una base temporanea nell’attesa di riprendersi la Cina continentale. È qui che si è creata la rottura tra waishengren, i cinesi continentali arrivati a Taiwan dopo il 1945, e i benshengren, nativi taiwanesi di etnia han. Una divisione e una tensione intraetnica che ha alimentato la nascita del nazionalismo taiwanese e lo sviluppo di un’identità «altra» rispetto a quella cinese continentale.
La transizione democratica è stata avviata dal figlio di Chiang Kai-shek, Chiang Ching-kuo, in una sorta di ascolto delle istanze sempre vive di attivisti e oppositori. Ma quella vissuta da Taiwan non è stata una semplice democratizzazione del sistema politico, è stato anche l’avvio di una ridefinizione della sua identità. La scelta di Lee Teng-hui, nativo taiwanese, come successore di Chiang Ching-kuo ha rappresentato il punto di congiunzione che ha attenuato la divisione tra waishengren e benshengren.
Dal 2000 il primo presidente del Dpp, Chen Shui-bian, poi condannato per corruzione, ha contribuito a rafforzare l’identità taiwanese, cambiando la denominazione di aziende e luoghi pubblici. Per la prima volta sono stati affrontati pubblicamente gli orrori del «terrore bianco» (come viene chiamato il regime instaurato durante legge marziale, dal febbraio 1947 al 1987, ndr), con conseguente rivalutazione in negativo della figura di Chiang. Oggi, il suo memoriale ospita insieme un’esposizione dei suoi cimeli, una statua in suo onore con due guardie armate e un museo dei diritti umani che racconta la brutale repressione da lui attuata nei confronti degli oppositori.
Taiwan, tempio Quingshui Zushi, a Sanxia, comune a sud di Taipei. Foto Lorenzo Lamperti.
Diritti civili e cinema
A contribuire al rafforzamento del senso di alterità taiwanese rispetto alla Cina continentale c’è anche l’avanzamento sul fronte dei diritti civili. Una spinta molto forte in tal senso, che ha funzionato anche sul fronte esterno, è stata la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso nel 2019. Proprio mentre partiva la repressione delle proteste di Hong Kong, altro elemento spartiacque che ha allontanato Taiwan dalla Repubblica popolare, convincendo tanti, anche tra i più possibilisti, che il modello «un Paese, due sistemi» in vigore nell’ex colonia britannica non potesse essere accettato.
Il cambiamento lo si vede anche nella produzione cinematografica e televisiva, sul quale il governo taiwanese sta insistendo molto per rafforzare una narrativa identitaria che evidenzi le diversità con la Cina continentale sotto il punto di vista non solo politico, ma anche storico ed etnico-linguistico. Se in passato le produzioni televisive e cinematografiche ad alto budget erano per lo più rivolte a raccontare le vicende delle dinastie dell’impero cinese, o al limite della storia repubblicana (non popolare) cinese, ora si finanziano più volentieri altri tipi di opere. Tra gli esempi più noti c’è Seqalu – Formosa 1867, prodotto dal Taiwan public television service e destinatario di un’imponente campagna pubblicitaria. La serie televisiva, approdata anche su Netflix, è un adattamento del romanzo Lady Butterfly of Formosa di Chen Yao-chang, un ex politico del Dpp.
La sua storia è basata sul naufragio del mercantile statunitense Rover al largo delle coste taiwanesi, avvenuto per aver colpito una barriera corallina nel marzo 1867. Quattordici marinai americani furono uccisi dagli aborigeni taiwanesi per vendetta dopo l’uccisione di decine di membri della tribù Kaolut da parte dei tanti stranieri che erano circolati per secoli intorno all’isola. Incidente dal quale nacque una spedizione militare di Washington appoggiata dalle forze cinesi della dinastia Qing.
Sia il romanzo sia la serie puntano a sottolineare la varietà etnica e culturale di Taiwan. D’altronde lo scrittore Chen dice di essere discendente dei Siraya, una delle popolazioni aborigene dell’isola. Ma sono tanti gli esempi che fanno capire come ci si trovi di fronte a una tendenza ben precisa.
Diversi film degli ultimi anni raccontano storie legate alla comunità Lgbtq+.
Island Nation racconta la transizione democratica di Taiwan dopo la legge marziale. Days we stared at the sun è, invece, incentrato sul movimento dei girasoli che di fatto contribuì alla vittoria di Tsai Ing-wen alle elezioni del 2016 dopo aver occupato nel 2014 per 23 giorni lo yuan legislativo (il parlamento unicamerale taiwanese) per protestare contro un accordo sul settore terziario con Pechino proposto dall’amministrazione Kmt del presidente Ma Ying-jeou. Un’esperienza, quella del movimento dei girasoli, poi parzialmente assorbita dall’amministrazione Tsai e così normalizzata. E in parte disillusa. La recente serie Wave makers descrive invece una campagna elettorale taiwanese senza fare riferimenti alla Cina, e la cattiva gestione di abusi sessuali all’interno di un partito. Da essa è scaturita un’ondata di #MeToo con denunce all’interno di partiti reali (Dpp compreso), istituzioni e mondo dell’intrattenimento.
Taiwan ha, inoltre, annunciato l’obiettivo di diventare un paese bilingue (quantomeno a livello ufficiale) con l’elevazione dell’inglese a lingua ufficiale entro il 2030. Tsai vorrebbe che il mondo vedesse Taiwan come «occidentale, pur se influenzata dalla civilizzazione cinese e formata dalla tradizione asiatica», come ha scritto in un articolo di due anni fa su Foreign affairs.
Raccontare la storia di Taiwan al mondo è diventato un obiettivo primario, come si può notare dalla creazione della piattaforma in lingua inglese TaiwanPlus, lanciata nella seconda parte del 2021.
Taiwan, il museo dei diritti umani, all’interno del mausoleo di Chang Khai-shek, a Taipei. Foto Lorenzo Lamperti.
Taiwanizzazione
Il Dpp non persegue, almeno per ora, una dichiarazione di indipendenza formale come Repubblica di Taiwan. Consapevole che la mossa porterebbe a una scontata reazione militare di Pechino, ma anche del 40% circa della popolazione che si sente appartenente alla sfera culturale cinese. Intanto, però, prosegue la taiwanizzazione del suo messaggio, a più livelli. Basti pensare al nuovo passaporto che, rispetto al passato, mantiene il nome Repubblica di Cina solo in caratteri cinesi, con il nome Taiwan leggibile in caratteri latini.
Oppure al logo per la festa nazionale del 10 ottobre, che ancora una volta omette il nome Repubblica di Cina, nonostante si tratti della celebrazione di quanto successo nel 1911 con la rivolta di Wuchang che diede vita alla rivoluzione Xinhai: l’inizio della fine per l’impero Qing. Una giornata commemorata anche dalla Repubblica popolare.
Taiwan è un luogo con più livelli di lettura, che ancora si interroga su se stesso. Come la domanda che si pone Momo, la protagonista del romanzo simbolo della letteratura sci-fi queer taiwanese, Membrane di Chi Ta-wei: «Ma il passato che conosco è reale o fittizio?». Un racconto scritto non a caso negli anni Novanta, nel vortice di autoanalisi che ha portato i taiwanesi a osservare le ferite del passato e li ha condotti sulla strada di un complesso processo di ricostruzione identitaria in corso ancora oggi. E a porsi domande le cui risposte non sono mai univoche. Non ancora.
Lorenzo Lamperti
Taiwan, un elettore consulta il foglio dei candidati, durante le elezioni locali, il 26 novembre 2022. Foto Lorenzo Lamperti.
Le diverse strategie per «riassimilare» Taiwan
riprendere L’isola ribelle
Donne e uomini di Taiwan, da oltre 70 anni sono abituati all’ipotesi di un’invasione dal continente. Chi può, si prepara una via di fuga, mentre in città compaiono i cartelli per improbabili rifugi. La strategia di Pechino non è solo militare, bensì molto diversificata. Per il presidente Xi Jinping è solo questione di tempo.
Sono apparsi un poʼ in sordina, ma ci sono. Evacuation shelter (rifugio per lʼevacuazione): 600 metri in quella direzione. Con tanto di mappa, percorso più rapido e numeri di emergenza. In diversi angoli di Taipei sono apparsi questi cartelli di colore verde. Sono entrati in silenzio a far parte del caotico e vibrante arredo urbano. Eppure, pochi vi si soffermano. Quasi nessuno sembra prestare loro attenzione. Lʼipotesi di una guerra a tanti sembra ancora inconcepibile. Anche se qualcuno ha cominciato a prepararsi qualche via di fuga. Un passaporto di Singapore, magari, per facoltosi uomini dʼaffari. Un semplice zaino pronto per le emergenze per chi ha il portafoglio meno fornito.
Da oltre 70 anni i taiwanesi sono abituati a convivere con lʼipotesi di un conflitto. Negli anni Cinquanta, durante le prime due crisi dello stretto, Mao Zedong fece bombardare le isole Kinmen e Matsu, avamposti ancora oggi controllati da Taipei, ma a pochi chilometri di mare dal Fujian (provincia cinese che si affaccia sullo stretto, ndr). Da quelle isole partivano spesso attacchi contro la costa continentale, peraltro con il placet dellʼamministrazione Usa di Dwight Eisenhower.
Fu allora che si svolse lʼunico cambiamento di territorio tra Repubblica popolare cinese e Repubblica di Cina dalla fine della guerra civile, con lʼEsercito popolare di liberazione che si impossessò di Yijiangshan, nelle isole Dachen. Evento rievocato in una celebrazione speciale del Comando del teatro orientale delle forze armate cinesi lo scorso 9 settembre.
Ad agosto 2022, invece, Xi Jinping era riemerso dal conclave estivo annuale del Partito comunista apparendo a Jinzhou, città oggi parte della provincia nord orientale del Liaoning da cui nel 1948 partì la campagna di Liaoshen, decisiva per orientare la guerra civile a sfavore del Kmt di Chiang Kai-shek. Due episodi che sembrano avere un valore simbolico, soprattutto visto che il passaggio di Xi da Jinzhoun è avvenuto nel momento di nazionalismo più aggressivo contro i cosiddetti «secessionisti» taiwanesi dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei. Come a dire: abbiate pazienza, alla fine lʼobiettivo sarà raggiunto ma ci vuole tempo.
(Photo by Handout / Taiwan Defense Ministry / AFP)
Prove di difesa
Quei cartelli apparsi in diversi angoli di Taipei si sono materializzati anche in risposta alle imponenti esercitazioni militari di agosto 2022. Non tanto perché i taiwanesi le abbiano vissute con panico o particolare tensione. Ma più che altro per la polemica che ne è nata sul lancio di missili da parte dellʼesercito cinese. Alcuni di questi hanno sorvolato lo spazio di Taiwan, senza che il governo desse alcun tipo di allarme o comunicazione, arrivata per prima dalle autorità giapponesi. Circostanza che ha fatto riflettere parecchi, i quali sui social, e non solo, hanno iniziato a lamentarsi di non sapere cosa fare o dove andare in caso di un futuro reale pericolo. Da qui le maggiori condivisioni delle mappe di rifugi, i quali, più che a bunker antiaerei somigliano spesso a scantinati. E da qui lʼampliamento del manuale di difesa civile pubblicato dal governo.
Con la guerra in Ucraina e, ancora prima, il ritiro degli Usa dallʼAfghanistan, lʼesecutivo taiwanese sta provando a cambiare la comunicazione. Fino a qualche anno fa si minimizzavano i rischi nella narrazione interna, ampliandoli invece nella comunicazione verso la comunità internazionale. Ora però in molti a Taipei temono una sottovalutazione da parte dellʼopinione pubblica. Negli ultimi due anni sono nate diverse iniziative di addestramento alla resistenza dei civili, mentre, a livello governativo, è stata approvata lʼestensione della leva militare obbligatoria da 4 a 10 mesi.
Eppure, resta ancora tutta da verificare non solo la capacità, ma anche la volontà dei taiwanesi di combattere. Secondo un sondaggio della Taiwan foundation for democracy del dicembre 2022, oltre il 70% degli intervistati sarebbe disposto a difendere Taiwan. Stime ottimistiche secondo altre rilevazioni.
Altri osservatori come Paul Huang della Taiwanese public opinion foundation mettono in evidenza i problemi di morale allʼinterno dellʼesercito, dove più volte negli ultimi anni sono emerse presunte reti di spionaggio a favore di Pechino, spesso intessute da ufficiali, anche di alto grado, in pensione. Altri ancora in servizio attivo.
Ma cʼè anche qualche vantaggio nella strategia di difesa taiwanese. Intanto, la geografia. «Lʼisola è circondata dallʼoceano, è difficile da raggiungere ed è complicato sbarcare. Ci sono montagne alte. Insomma, lʼeventuale campo di battaglia potrebbe diventare un incubo per chi attacca», sostiene Kuo Yu-jen del National policy research.
Taiwan, uno dei cartelli verdi che indicano il percorso migliore per un rifugio antiaereo, a Taipei. Foto Lorenzo Lamperti.
Blocco navale
«LʼUcraina è più facile da attaccare, ma Taiwan è più difficile da aiutare», dice Lin Ying-yu dellʼIstituto di studi strategici della Tamkang University. «Un blocco navale potrebbe essere la futura strategia di Pechino». Una sorta di stritolamento che tagli i rifornimenti, porti allʼesaurimento le riserve energetiche e induca allʼapertura di un negoziato politico del grado di autonomia concesso allʼinterno del modello «un paese, due sistemi». Secondo Lin, lʼesercito cinese non ha ancora le capacità per farlo. «Le esercitazioni degli ultimi mesi dimostrano che la modernizzazione militare cinese procede spedita, manca però ancora qualche anno prima di poter sostenere un blocco totale o condurre unʼinvasione su larga scala, che sarebbe comunque solo lʼextrema ratio».
Prima di allora, si continuerà con lʼallargamento della cosiddetta «zona grigia», area non di combattimento, ma nella quale vengono condotte operazioni militari, incursioni, sconfinamenti. In questo caso lungo lo stretto. A preoccupare Taipei non sono solo i mezzi dellʼesercito, ma anche quelli di guardia costiera e marina militare. «Ne arriveranno progressivamente sempre di più», prevede Chieh Chung della National policy foundation. In tal senso, spesso i funzionari taiwanesi sono più preoccupati da manovre meno visibili allʼesterno, ma potenzialmente di maggiore impatto. Un esempio? Le ispezioni a bordo delle navi sullo stretto annunciate durante le esercitazioni dello scorso aprile. Il tutto contestualmente al primo impiego della portaerei (cinese) Shandong al largo della costa orientale, lʼunico lato da cui potrebbero arrivare aiuti esterni. Ecco, se Pechino riuscisse a sostenere un blocco navale prolungato di quella zona potrebbe puntare a trasformare lo stretto in una sorta di mare interno. Prodromi di questo approccio se ne sono avuti più volte negli scorsi mesi, quando le navi cinesi hanno fronteggiato quelle statunitensi o canadesi in transito.
È quella che lʼammiraglio Chen Yeong-kang, ex comandante della marina di Taipei, ha definito «strategia dellʼanaconda», mirata a «stritolare piano piano il nostro centro di gravità per arrivare a un negoziato». Magari prendendo di mira i cavi sottomarini, che portano la connessione internet sullʼisola. Lo scorso febbraio, due cavi sono stati recisi al largo delle isole Matsu. Semplice incidente o test? Non è dato saperlo, ma i lavori di riparazione sono terminati 50 giorni dopo. Ci si immagini la recisione dei cavi che collegano Taiwan al resto del mondo in uno scenario di blocco navale con mancanza di riserve energetiche: difendersi sarebbe tuttʼaltro che semplice.
Taiwan sta provando a capire come sviluppare un sistema satellitare autonomo, visto che la fiducia in Starlink è quasi inesistente per gli stretti rapporti di Elon Musk con la Cina e per le sue esternazioni su Taiwan.
Taiwan, scritte politiche «Resisti Cina, libertà ora» al Tò-uat Books x Café Philo a Taipei. Foto Lorenzo Lamperti.
Guerra normativa
Alessio Patalano del Kingʼs College ha spiegato, durante un recente intervento pubblico a Taipei, di ritenere più probabile un ipotetico «decapitation strike» che unʼinvasione su larga scala o un blocco navale. Vale a dire unʼoperazione di commando speciale volta a eliminare i leader politici e le autorità istituzionali taiwanesi.
Pechino potrebbe usare anche altre tipologie di armi. A partire da quelle normative. Lo scorso aprile, ad esempio, si è saputo che per la prima volta un cittadino taiwanese sarà processato per secessionismo. Si tratta di Yang Chih-yuan, attivista di 33 anni arrestato lo scorso agosto a Wenzhou, nella Cina continentale, subito dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei. Allora era apparsa una chiara ritorsione per lʼincontro fra Pelosi e Lee Ming-che, altro attivista taiwanese che aveva passato qualche anno nelle carceri continentali. Dopo quasi nove mesi, la Procura suprema del popolo di Pechino ha comunicato lʼincriminazione di Yang. La sua colpa sarebbe quella di aver sostenuto un referendum sullʼindipendenza e aver partecipato alla fondazione del Partito nazionalista di Taiwan, che persegue una dichiarazione di indipendenza formale e lʼadesione di Taipei alle Nazioni Unite. Attività svolte oltre un decennio fa a Taiwan, ma che ora possono costare a Yang da 10 anni allʼergastolo. Le accuse a Yang mostrano la volontà di Pechino di dare una base legale alla sua pretesa di sovranità su Taiwan.
Taiwan, mercatini notturni di Liuhe, Kaohsiung, nel sud dell’isola. Foto Lorenzo Lamperti.
Taiwanesi sul continente
Nonostante una netta diminuzione dallʼinizio del Covid, i taiwanesi che vivono e lavorano sullʼaltra sponda dello stretto sono ancora più di un milione. Vicende come quella di Yang possono avere un impatto anche più profondo delle manovre militari sullʼopinione pubblica taiwanese.
Ci sono poi le liste nere dei «secessionisti», che puntano non tanto a colpire il singolo individuo o politico, quanto lʼintreccio tra figure sgradite a Pechino e il mondo imprenditoriale dell’isola. Emblematica la vicenda del conglomerato taiwanese Far eastern group, operativo da diversi anni in Cina continentale e destinatario di una maxi multa e minaccia di esproprio per aver cofinanziato un evento a cui era intervenuto uno dei politici nella blacklist. Il patron dellʼazienda si è sentito in dovere di mandare una lettera aperta ai media in cui spiegava di essere contrario allʼindipendenza. Stesso concetto applicato nella vicenda di Wu Rwei-ren, il primo taiwanese accusato con la legge di sicurezza nazionale entrata in vigore a Hong Kong nel 2020. Nessun istituto universitario o accademico taiwanese ha firmato lʼappello dellʼAcademia Sinica a sua difesa. Lʼaccusa non avrà conseguenze dirette su Wu finché resterà a Taiwan, ma può impattare sul lavoro di altri accademici che potrebbero pensarci due volte prima di occuparsi di temi delicati.
Cʼè poi il fronte economico. Lʼeconomia taiwanese è entrata in recessione, quantomeno nella prima parte del 2023. Pesa soprattutto il rallentamento dellʼexport a causa di una domanda indebolita, compresa quella della Cina continentale che rappresenta sempre il primo mercato di destinazione delle esportazioni taiwanesi. Negli scorsi mesi, Pechino ha preso di mira lʼesportazione di mango dall’isola. Prima era toccato alle cernie, agli ananas e persino al kaoliang, il celebre liquore di sorgo bevuto da Xi e Ma Ying-jeou nello storico incontro di Singapore del 2015. E alimentare la paura di un conflitto, come dimostra il ritiro degli investimenti su Taiwan di Warren Buffett, potrebbe persino legare lʼeconomia taiwanese ancora di più a quella di Pechino.
Una donna di mezza età si ferma a osservare uno di quei cartelli verdi apparsi in diversi angoli di Taipei. Spinge un passeggino. Poi parla con il compagno di dove andare a cena nel fine settimana. Ma nella mente, forse, una traccia di quel cartello verde resta.
Lorenzo Lamperti
Cattedrale del Cuore Immacolato di Maria a Hinsichu (1955) – foto Luca Bovio
I cristiani sull’isola
C’è una sola entità statuale europea a intrattenere relazioni diplomatiche ufficiali con la Repubblica di Cina, Taiwan. Si tratta della Santa Sede. La presenza del cattolicesimo a Taiwan affonda le radici nella piccola colonizzazione spagnola. Oggi, i cristiani rappresentano una fetta non trascurabile del 3,9% circa della popolazione taiwanese. I protestanti sono quasi il doppio dei cattolici. Solo buddhismo e taoismo contano più fedeli, in un panorama religioso frastagliato e originale, anche grazie allo storico incontro tra le credenze delle popolazioni aborigene, di origine austronesiana, e la prima grande immigrazione dei cinesi di etnia Han. Sul territorio taiwanese ci sono poco meno di tremila chiese. Chiang Kai-shek e Chiang Ching-kuo erano metodisti, Lee Teng-hui è stato membro della Chiesa presbiteriana, che ha forti legami con il Dpp fin dagli anni Ottanta. I rapporti tra Taipei e la Santa Sede non sono mai stati in discussione, con la presenza di un’ambasciata e di una nunziatura nei rispettivi territori. Negli ultimi anni, i tentativi di dialogo tra papa Francesco e il Partito comunista cinese hanno messo in dubbio il futuro di queste relazioni. Ma la chiesa mantiene una presenza importante anche dal punto di vista sociale, giocando pure un ruolo nella raccolta e nell’invio di aiuti sanitari in Italia durante la pandemia di Covid-19. Sono numerosi i progetti condotti a Taiwan dai preti e suore camilliani.
I missionari della Consolata, sono presenti dal 2014 nella diocesi di Hsinchu, oggi in due comunità*.
L.L.
* Prossimamente racconteremo in modo approfondito il lavoro di Imc a Taiwan.
Al santuario di S. Teresina a Hisinchu (foto Luca Bovio)
Hanno firmato il dossier:
Lorenzo Lamperti
Giornalista professionista, è direttore editoriale di «China Files», scrive di Asia orientale per varie testate tra cui La Stampa, il Manifesto, Wired e think thank come Ispi. Vive e lavora a Taipei, Repubblica di Cina / Taiwan. Ha già collaborato con MC scrivendo su vari paesi. In particolare: Taiwan, vento europeo sullo stretto, luglio 2022.
a cura di Marco Bello
Giornalista, direttore editoriale MC.
Foto del dossier
Le foto del dossier, se non specificato diversamente, sono di Lorenzo Lamperti.