Empori di comunità
Le «Food Coop» sono una risposta concreta alla grande distribuzione organizzata. Gruppi di persone che aprono e gestiscono in modo partecipato piccoli market per prodotti equi e sostenibili di diverso genere. Un’idea nata negli Usa che si sta diffondendo in Italia ed Europa. Ecco alcune esperienze in atto.
I consumatori critici sono attenti all’impatto sociale e ambientale delle loro azioni e dei prodotti e servizi che utilizzano.
La loro attenzione si rivolge a tutta la filiera di produzione, a partire dalle materie prime fino ai diversi passaggi che fanno arrivare i prodotti nelle loro case.
In questa catena, un ruolo fondamentale viene giocato dalla distribuzione, ovvero l’insieme dei servizi che consentono ai cittadini di trovare e accedere al prodotto che interessa.
Distribuzione organizzata

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, il commercio equo e solidale e i gruppi di acquisto solidale (Gas) si sono occupati anche di questo, e dei meccanismi che favoriscono la «grande distribuzione organizzata» (Gdo).
La costruzione di alternative per il benvivere collettivo passa attraverso l’incontro tra i soggetti coinvolti nella filiera al fine di trovare una soluzione comune che soddisfi, per quanto possibile, le esigenze di tutti.
Da questa riflessione pratica è nato nel 2008 il termine «piccola distribuzione organizzata» (Pdo), per indicare un servizio che facilita l’incontro e soddisfa le esigenze dei soggetti coinvolti lungo la filiera.
La Pdo non ha una forma definita. È un insieme di pratiche che coniugano in modo variabile le diverse forme di distribuzione: botteghe del mondo, Gas, negozi di quartiere, vendita diretta, mercati contadini, ordini collettivi coordinati tra più Gas. L’idea è quella di una combinazione tra diversi canali che si sostengono reciprocamente, adattandosi alle esigenze degli attori coinvolti.
In questa sperimentazione si inserisce la recente esperienza degli empori gestiti collettivamente da chi acquista. Una pratica che riprende aspetti delle cooperative di consumo.

Da Brooklyn a Bologna
La cooperativa alimentare Park Slope è nata nel 1973 a Brooklyn (New York) quando un gruppo di vicini di casa, spinti dagli ideali della fine degli anni Sessanta, ha deciso di creare un supermercato autogestito per offrire un’alternativa alla grande distribuzione e dare accesso a cibo di qualità con prezzi contenuti a chiunque fosse interessato.

Il supermercato – oggi Park Slope Food Coop – è gestito dai soci. Ne conta 17mila, e tutti dedicano alcune ore al mese alla sua conduzione.
Tom Boothe, americano residente in Francia, conoscitore di Park Slope, ha partecipato allo sviluppo di un progetto simile a Parigi, denominato La Louve.
Ha deciso poi di realizzare un documentario dal titolo «Food Coop» per far conoscere come funziona l’esperienza di Brooklyn, un supermercato pieno di attività ma estraneo alle logiche del marketing, aperto solo per i soci che dedicano circa tre ore al mese al suo funzionamento.

Il documentario è uscito in Italia nel 2017 e ha fatto conoscere questo modello di supermercato.
A Bologna, l’idea ha incontrato le esigenze del Gas Alchemilla e del gruppo di produttori Campi Aperti, organizzatori di un mercato contadino.

Il Gas e i produttori avevano da tempo costruito uno stretto legame, e si chiedevano come dare una forma più strutturata al loro rapporto e allargare la partecipazione. È stato così che è nata Camilla (camilla.coop) – dalla combinazione tra nomi di Campi Aperti e Alchemilla -, il primo emporio di comunità italiano ispirato al modello Food Coop.
Come spiega Giovanni Notarangelo, uno dei fondatori: «Camilla è nata per dare un’opportunità in più ai produttori e ai “gasisti”. Grazie all’emporio – un luogo fisico con meno limitazioni di un Gas -, questi ultimi possono acquistare un paniere di prodotti ampio, locale, biologico e garantito».
La Cooperativa Camilla
L’emporio in forma cooperativa, autogestito e solidale, coinvolge direttamente i soci come proprietari, gestori e clienti, mantenendo gli stessi principi del Gas, selezionando prodotti biologici ed ecologici, locali, da filiera corta o del commercio equo e solidale, con un prezzo trasparente. Prodotti che tutelino i diritti dei lavoratori e che siano «relazionali», ovvero creino una fiducia e una collaborazione tra consumatori e produttori.

Seguendo questi principi, sulla base della fiducia costruita nel tempo, nel 2018 è nata la Cooperativa Camilla. Dopo i primi test, l’emporio ha aperto ai soci nel febbraio 2019. Oggi conta più di 700 soci che, oltre a fare la spesa di prodotti alimentari di filiera corta, per la casa e la persona, dedicano circa tre ore al mese per svolgere alcune mansioni fondamentali nella gestione dell’emporio a fianco dei due dipendenti.
Oltre a questo, Camilla organizza attività culturali e sociali, promuovendo comunità solidali e un nuovo modello di consumo partecipativo.
Come dice Susanna Cattini, presidente della cooperativa, è un modo per «costruire insieme ad altri soggetti un’economia concreta che in qualche modo si pone come alternativa rispetto a quella di mercato. La caratteristica di un’impresa di questo genere è quella di mettere insieme tante persone con l’idea di costruire collettivamente una risposta giusta e sostenibile ai bisogni individuali».
Bees Coop e Stadera
Sull’esempio di Brooklyn, Parigi, Bologna e altre città, l’esperienza degli empori autogestiti si sta replicando, ogni volta con una storia e con caratteristiche particolari, adattate alle esigenze dei diversi contesti.

Enrico De Sanso, economista, tra il 2012 e il 2019 si trovava a Bruxelles dove ha partecipato all’avvio e alla gestione di Bees Coop. Rientrato a Ravenna, con il coinvolgimento di altri interessati, ha fondato Stadera (staderacoop.it) che ha aperto i battenti nel 2020.
Oggi Stadera conta 760 soci con il 65% di presenza femminile e un ottimo mix generazionale.
Oltre a organizzare la distribuzione dei prodotti, fa diverse attività legate al territorio, tra cui un progetto di solidarietà sociale per recuperare le eccedenze alimentari presso gli esercizi commerciali e consegnarle, su cargo bike con cassone termico, ai centri che le destinano a persone bisognose della città.
Enrico, presidente della cooperativa, continua a studiare e promuovere il modello Food Coop.
Mesa Noa e le altre in Italia ed Europa

In sardo Mesa Noa significa «nuova tavola»: questo è il nome che il gruppo dei fondatori ha scelto per l’emporio autogestito di Cagliari (mesanoa.org) che ha aperto alla fine del 2019, per indicare una nuova concezione del cibo e un luogo di incontro che mette insieme relazioni e alimentazione.

La Food Coop di Cagliari, che oggi conta quasi 500 soci, si trova in un quartiere periferico a cui è legata con diversi progetti.

Accanto alle esperienze appena descritte, in questi ultimi anni ne sono nate diverse altre: Edera a Trento, Le vie dell’Orto a Grosseto, L’Alveare a Conegliano (Tv), Eufemia a Milano, Birà a Perugia, Ginko a Merano (Bz), Oltrefood a Parma. Altre ancora sono in preparazione, tra cui Laurentina km 10 a Roma e Il Cavolo equo a Reggio Emilia.
Se allarghiamo lo sguardo oltre l’Italia, troviamo diversi empori anche in Europa. Solo per citarne alcuni: Mila a Vienna e The people’s supermarket a Londra oltre alle già citate La Louve a Parigi e Bees Coop a Bruxelles.
Si stanno sviluppando poi altre esperienze di empori basati sulla mutualità, anche con forme diverse dal modello Food Coop: a Milano l’Emporio metropolitano autogestito (Emma) e l’Emporio popolare del Gap Barona.

Comunità che si diffondono

Queste esperienze, insieme alle altre forme di Piccola distribuzione organizzata, mostrano come sia possibile curare e costruire comunità intorno al cibo, a partire dalle nostre esigenze e azioni quotidiane, e sentirci bene partecipando a un’esperienza di acquisto e condivisione coerente con i nostri valori.

Sono numeri in crescita, da seguire con attenzione, come si trova scritto sul sito di Edera a commento dei risultati del 2025. «Li guardiamo, questi numeri, non perché la parte più importante del nostro attivismo siano i risultati, ma perché ci dicono che siamo, appunto, “attive”: siamo un puntino, ma siamo ancora capaci di costruire spazi e possibilità diverse da quelle che ci offre questo sistema ormai al collasso, costretto a una violenza sempre più feroce per tirare avanti; e dobbiamo rimanere insieme per continuare a coltivare cose nuove, pensieri nuovi, per ritrovare senso dentro un agire collettivo che va ben oltre Edera. Prendiamo in prestito le parole del giornalista e attivista Ferdinando Cotugno: “Non possiamo fare tutto, ma possiamo ancora fare molto. Niente sarà risolutivo, tutto sarà necessario”.
Radichiamoci nelle nostre scelte e guardiamo ai nostri giorni con una “cauta ma solida ostinazione”, perché “il disfacimento di un mondo contiene possibilità inimmaginabili”».
Andrea Saroldi










