Malawi – Strade africane  (seconda puntata)  

Seconda puntata

 


 


Un aspetto importante da considerare, quando ne hai la possibilità, è la scelta del posto in cui sedersi. Generalmente è preferibile qualsiasi sedile sul lato destro del mezzo, perché a sinistra si trova la porta scorrevole di ingresso e uscita e spesso tutti quelli che si trovano sul passaggio devono uscire per far scendere quelli che dai sedili posteriori fanno richiesta di fermata. Ah, dimenticavo: la chiamata della fermata consiste in un urlo al conducente o al controllore.


Un’altra componente che accompagna questi scatoloni mobili è la musica, il più delle volte tenuta a volumi insopportabili, se non altro perché gracchiante come un gessetto sulla lavagna, oltre che eccessivamente affezionata alle sdolcinerie di Celin Dion.


La visuale sul mondo esterno è il più delle volte parziale; tra una massa di corpi, teste, ombrelli, contenitori, verdure, vedi sfrecciare il paesaggio, e sopratutto lo senti scorrere sotto di te, tra scrolloni e sterzate poco morbide.


Spesso le schiene delle donne cominciano a muoversi come deformate, per scoprire che ci sono dei bambini che ricordano la loro presenza e l’esigenza di respirare. Io non riesco a raggiungere il portafogli, mentre queste donne, con un paio di ancate e colpi di reni, riescono a far slittare i loro bambini verso l’agognata poppata.


La tappa a Chirazulu è quella che presenta più dubbi sulla prosecuzione del viaggio. Minibus che proseguono verso la tappa successiva, Milepa, una ventina di chilometri, non ce ne sono piu’. Bisogna attendere un camion di passaggio, o un track (pik-up col cassone posteriore adibito a trasporto persone). Questi ultimi sono di passaggio solo quando ormai pieni di gente (in Africa gli spostamenti dei mezzi cercano il più delle volte di ottimizzare aspettando di partire solo quando completi di passeggeri). Il luogo dove attendere questi mezzi è in corrispondenza di una lunga curva, alla fine della quale termina la strada asfaltata e comincia quella sterrata.


L’attesa può durare quindici minuti oppure un’ora e mezza. Il tempo scorre facendo due passi tra le bancarelle improvvisate (spesso consistenti in semplici teli stesi a terra) dove puoi trovare una bibita, delle patatine fritte, pannocchie arrostite, qualche biscotto e saponetta, manghi e banane, a seconda della stagione. Non mancano poi le chiacchierate con il poliziotto di passaggio, il responsabile dell’ufficio servizi sociali, adiacente alla curva, o qualsiasi altra persona desiderosa di scambiare due chiacchiere e curiosa di sapere cosa fa il musungu (uomo bianco) a piedi da quelle parti.


(fine seconda puntata – continua)


Dario Devale

Dario Devale




Non ancora scomparsa

Malattie dimenticate (5): lebbra

Il 28 gennaio è la Giornata mondiale dei malati
di lebbra, una malattia che ancora oggi porta sofferenza ed emarginazione.

Una discesa continua nel numero di infezioni, oltre 111mila casi in meno (riduzione pari al 27%) nel 2005, rispetto alle nuove diagnosi del 2004. Un andamento positivo che ha portato a una caduta intorno al 20% ogni anno del numero di persone infettate. Eppure la lebbra non è ancora scomparsa: tutti gli anni centinaia di migliaia di malati e milioni di persone nel mondo vivono con i segni e le conseguenze dell’infezione.

Miglioramenti insufficienti
Ogni anno, l’ultima domenica di gennaio è la Giornata mondiale dei malati di lebbra, quest’anno il 28. La giornata è stata voluta nel 1954 da Raoul Follereau, un giornalista e scrittore francese che si è impegnato nella lotta alla malattia, tanto da essere definito «apostolo dei malati di lebbra». Per Follereau l’attività contro la lebbra aveva un significato più ampio, viste le forme di emarginazione dalla vita sociale a essa collegate: significava impegnarsi per la pace, contro l’emarginazione e l’ingiustizia.
La storia della lebbra è lunga. Le prime descrizioni della malattia risalgono al 600 a.C. (vedi il riquadro); la scoperta del germe responsabile, il Mycobacterium leprae, è arrivata nel 1873; il primo farmaco negli anni ‘40; l’introduzione della polichemioterapia (Mdt, multi drugs therapy), con l’utilizzo di più farmaci, negli anni ‘80. Ma il bacillo della lebbra non può ancora essere considerato sconfitto, nonostante siano a disposizione gli strumenti per contrastarlo.
Milioni di persone sono state curate: oltre il 99% dei casi registrati di lebbra ha ricevuto la politerapia, e non sono stati riportati casi di resistenza al trattamento. La maggior parte dei paesi ove l’infezione era diffusa è ormai riuscita a eliminare la lebbra dall’elenco dei problemi di salute pubblica; ma in alcuni la diffusione rimane alta. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si basano su quanto riportato da 115 paesi, la prevalenza globale della lebbra (cioè il numero di persone con il Mycobacterium leprae) all’inizio del 2006 comprendeva quasi 220 mila casi, mentre il numero di nuovi casi ufficialmente segnalati nel 2005 era poco meno di 300 mila. Questi dati rappresentano tuttavia solo le persone infettate cui è stata fatta la diagnosi.
Secondo quanto riportato dall’Associazione italiana amici di Raoul Follereau (Aifo), in base ai dati del 2005, ogni giorno si ammalano 820 persone, ma rappresentano solo la metà degli infettati: altrettanti casi non vengono identificati e non si è in grado di dire il numero esatto delle persone malate.

Cicatrici sociali
La lebbra è una malattia infettiva cronica causata da un bacillo, il Mycobacterium leprae, scoperto nel 1873 dal ricercatore Gerhard Armauer Hansen. Dal suo scopritore la malattia prende il nome, meno conosciuto, di hanseniasi o morbo di Hansen, e i malati sono chiamati hanseniani.
La moltiplicazione del Mycobacterium leprae è molto lenta e la malattia ha un periodo di incubazione, dall’infezione alla comparsa dei sintomi, che può durare diversi anni (da 5 a 20). È poco infettiva e la trasmissione dell’infezione avviene tramite goccioline provenienti dal naso o dalla bocca di persone ammalate non trattate.
Dal punto di vista delle manifestazioni cliniche la lebbra colpisce soprattutto la pelle e i nervi: se non curata, può portare a danni e deformazioni progressivi e permanenti in queste sedi, oltre che agli arti superiori e inferiori e agli occhi. Proprio la sua capacità di causare invalidità permanenti e mutilazioni ha portato all’emarginazione dei malati in diversi contesti sociali e storici.
Il decorso della malattia è variabile: può non dare sintomi o essere causa di dolori forti e sfigurare il paziente. Le lesioni sulla pelle possono andare incontro a una cicatrizzazione e scomparsa spontanea o, al contrario, progredire, deturpando il malato. I danni ai nervi comportano una perdita di sensibilità per il coinvolgimento di quelli sensitivi, debolezza e atrofia muscolare per l’interessamento di quelli motori.
Negli anni ‘40, le prospettive dei malati di morbo di Hansen sono cambiate con la disponibilità del primo farmaco contro la lebbra, che tuttavia non uccideva il bacillo: ne arrestava la proliferazione, rallentando la malattia. Andava quindi assunto per lunghi periodi, anche per tutta la vita, e vi era il rischio di comparsa di micobatteri resistenti al trattamento. All’inizio degli anni ‘80 è stata introdotta la polichemioterapia, con l’associazione di più medicine, raccomandata fin dal 1981 dall’Oms; ora il trattamento del paziente con hanseniasi può durare da sei mesi a due anni.

India e brasile in testa
Nel 1991, l’Assemblea dell’Oms ha approvato una risoluzione che prevedeva l’eliminazione della lebbra come problema di salute pubblica entro l’anno 2000. Questo significava arrivare a una prevalenza della malattia nel mondo inferiore a un caso ogni 10 mila persone, obiettivo che l’Oms riferisce come raggiunto.
Molti paesi, in cui in precedenza la lebbra era diffusa, sono riusciti a eliminarla grazie alla polichemioterapia; ma ve ne sono ancora alcuni in cui le attività di controllo continuano. In queste aree ad alto rischio di trasmissione del Mycobacterium leprae, l’Oms sottolinea come siano cruciali campagne di informazione per i pazienti e loro famiglie, perché escano dall’ombra e si facciano curare, non nascondano l’infezione nel timore di essere isolati o segnati dalla società.
La diffusione della polichemioterapia ha dunque ridotto drammaticamente il carico di malattia: negli ultimi 20 anni oltre 14 milioni di pazienti sono stati curati (4 milioni dal 2000) e la prevalenza della malattia è scesa del 90%, ovvero da 21,1 casi per 10 mila abitanti a meno di uno, sempre nel 2000.
Nel 2005, in 17 paesi sono stati registrati oltre mille casi di lebbra per paese. Fra questi, ove si verificano oltre il 94% dei casi totali nel mondo, spicca al primo posto l’India, con 161.457 casi, seguita, seppur con molto distacco, dal Brasile, con 38.410 casi. Confrontando i dati con quelli degli anni precedenti, si nota un calo consistente nel numero di nuove diagnosi: in Brasile di quasi 10 mila casi rispetto al 2004, ma soprattutto in India, con numeri più che dimezzati fra il 2002 e il 2005 e scesi di circa 100 mila casi rispetto al 2004.
La riduzione sembra riguardare in particolare il sud del paese, dove ormai da 20 anni funziona un programma contro la lebbra, mentre il miglioramento è meno evidente nel nord, che ha visto un funzionamento di tali programmi di controllo solo negli ultimi 4-6 anni.
Sempre secondo gli ultimi dati dell’Oms, vi sono tuttavia alcune zone in cui, fra il 2004 e il 2005, i casi segnalati sono addirittura aumentati: per esempio in Indonesia, dove nel 2004 sono stati segnalati 16.549 casi, contro i 19.695 nel 2005, o in misura minore, in Mozambico (da 4.266 a 5.371), nelle Filippine (da 2.254 a 3.130) e in Cina (da 1.499 a 1.658).

L’incognita dell’hiv
Ma è proprio la situazione dell’India che desta preoccupazione, a fronte di un nuovo rischio che sembra profilarsi all’orizzonte. Secondo quanto segnalato a fine ottobre 2006 su The New York Times, la terapia contro l’Aids potrebbe riportare alla luce nel paziente una infezione nascosta da Mycobacterium leprae. La comparsa della malattia sarebbe da collegare al recupero, grazie ai farmaci contro l’Hiv, delle capacità immunitarie di difesa dell’organismo, che ritoerebbe in grado di reagire all’infezione del Mycobacterium leprae con le relative manifestazioni cliniche.
La prima segnalazione di questo insolito effetto collaterale della terapia contro l’Aids risale al 2003 e finora i casi descritti in letteratura sono una dozzina. Potrebbero però essere molti di più: in diverse aree geografiche, come Brasile, India, Africa, Caraibi, vi sono descrizioni di lesioni dolorose al viso o perdita della sensibilità alle dita, compatibili con la lebbra, in malati in trattamento con antiretrovirali. Il Brasile e l’India sono forse i paesi che preoccupano maggiormente. Nel primo, come già visto, la lebbra è diffusa e nello stesso tempo è in atto uno dei programmi di trattamento per l’Aids fra i più efficaci nei paesi poveri. L’India, dal canto suo, accanto alla lebbra conta 5,2 milioni di persone con l’Hiv. Altre zone considerate a rischio sono Myanmar (ex Birmania), Madagascar, Nepal e Mozambico, oltre a tutte quelle aree in cui le informazioni sulla situazione sanitaria non sono precise.

Valeria Confalonieri

Si ringrazia l’Associazione italiana Amici di Raoul Follereau (Aifo), organizzatrice per l’Italia della Giornata mondiale dei malati di lebbra.

La lebbra nella storia

La prima segnalazione scritta sulla lebbra risale al 600 a.C., in India, mentre la sua prima descrizione trova posto in un trattato di medicina cinese di 200 anni dopo.
In Occidente, l’infezione inizia a essere considerata come problema per la salute della popolazione nel vii e viii secolo d.C.; è del 643 l’editto di Rotari, a Pavia, con le prime indicazioni riguardo l’isolamento dei malati e perdita dei loro diritti civili. Commerci, pellegrinaggi e crociate hanno poi incrementato la diffusione della lebbra in Occidente intorno al 1000 d.C. Dall’Oriente all’Occidente, la malattia è arrivata in paesi lontani come Islanda e Groenlandia, senza distinzioni di ceto sociale.
I casi di lebbra iniziano a diminuire solo fra il xiv e il xv secolo, in seguito alla diffusione della tubercolosi, la riduzione dei contagi con le misure di isolamento dei malati adottate e i morti per la peste del 1300, fra i quali anche i malati di lebbra. In Europa, i casi locali di lebbra (non provenienti da altri paesi) iniziano a scomparire dal 1700 fino alla seconda metà del 1900 (Italia compresa, negli anni ‘70).

Valeria Confalonieri




Malawi – Strade Africane  (prima puntata)

Dario Devale è un giovane antropologo torinese. Da anni si impegna sul campo per lo sviluppo dell’Africa. Dopo aver lavorato in Burkina Faso, ha vissuto in Etiopia e ora si trova in Malawi, uno dei paesi più poveri del continente. Presta la sua opera come volontario delle Ong. Mette a frutto la sua formazione anche con un’attenta osservazione delle culture presso le quali vive. Cercando di non dar nulla per scontato e di “assorbire” al massimo quello che la società di cui è ospite gli insegna. E scrive avvincenti resoconti. Su questo diario, Dario ci porta con sé nella quotidianità di un africano, affrontato ogni giorno dai pendolori di quel paese..

Io vivo a Blantyre (la maggiore città del sud del Malawi), il villaggio del progetto si chiama Ndanga, a circa 60 chilometri, raggiungibile in auto in un’ora scarsa di viaggio. Con i mezzi locali è tutta un’altra storia, sai quando esci di casa ma…è inutile che dici di buttare la pasta in pentola per il tuo arrivo, che è oltre ogni possibile previsione (Beh, sarebbe inutile comunque aspettarsi un piatto di pasta in piena campagna malawiana..).


Prendo il primo minibus da Blantyre a Limbe, zona commerciale e sede delle principali industrie manifatturiere del sud del paese, nata come cittadina a sè, ora costituiscono quasi una sola realtà urbana. Una passeggiata di quindici minuti mi porta alla successiva fermata dei minibus, direzione Chirazulu, sede di uno dei più importanti ospedali del sud, sopratutto nel campo della pediatria. I minibus sono delle scatole con quattro ruote lanciate su strade che sopratutto in questa stagione di piogge sono realtà fatte di vuoti circondati da scarse presenze di asfalto. Le prime volte prendevo posto e a distanza di qualche fermata mi ritrovavo a sgranare gli occhi alla vista dell’ennesima persona che entrava in quell’abitacolo, per i miei parametri saturo già quattro o cinque passeggeri fa. Oggi non ci penso neanche più, salgo, mi appiccico alla persona di tuo, in attesa dell’imminente ingresso di altra gente. A volte guardo perplesso il fondo posteriore del mezzo, temendo la presenza di un foro che risucchia passeggeri e di cui a distanza di tempo e chilometri potrei rimanere vittima anche io. Ma non è così, ci sono tutti, ben pressurizzati, un pastone umano fatto di donne che vanno al mercato, venditori, studenti, uomini in giacca e cravatta che con agilità leggono angoli di articoli del quotidiano nazionale, trasformato in una pallottola di carta dalle schiene e gomiti dell’abitacolo. Ho imparato col tempo che non ci si deve spaventare di fronte ai minibus che si aprono già affollati. In realtà sono proprio quelli da prendere, perché faranno meno fermate per far salire altra gente. Anche se è un’utopia sperare che non ne facciano del tutto dopo il tuo ingresso, che ti vede quasi seduto sulle ginocchia del passeggero vicino. Il controllore è in genere un ragazzo con un mazzo di banconote luride in mano, che urla tutto il giorno dal finestrino la direzione, destinazione e costo (questo diminuisce man mano che ci si avvicina al capolinea). Il ragazzo a fine mattinata ha una voce roca e ombrosa, a fine giornata gesticola solo più, invitando con ampie sbracciate la gente ad entrare sul «suo» minibus piuttosto che su quello che si affianca a distanza di pochi secondi. Una mattina ho chiesto al ragazzo di tuo di avere pazienza, avrei pagato la mia corsa una volta arrivato, perché non riuscivo a raggiungere con le mani il portafogli nella tasca posteriore dei pantaloni. (fine prima puntata, continua).


 


Dario Devale, dal Malawi


 

Dario Devale




Nuovi protagonisti in America Latina

Introduzione a «Radio di carta»

Dopo
l’articolo dello scorso settembre in cui si raccontava dell’esperienza
radiofonica di 4 giovani latinoamericani (Carlos, Maria Helena, Sania
ed Alvaro), abbiamo pensato di offrire loro una collaborazione con la
rivista. Da qui nasce Radio di carta, la nuova rubrica che ora avete
sotto agli occhi. In essa si affronteranno alcuni argomenti trattati
nel programma «Tropico Utopico», in onda ogni domenica sull’emittente
torinese Radio Flash (www.radioflash.to).
Le puntate di Radio di carta – a cadenza mensile o bimensile – saranno
firmate di volta in volta da uno o più conduttori della trasmissione.


Paolo Moiola



CONTADINI ED INDIGENI


Dopo una interminabile tornata elettorale, l’America Latina

si ritrova diversa. Chi ha vinto? Chi ha perso? Cosa succederà ora?


Negli
ultimi decenni i fenomeni politici in America Latina si sono generati
per «ondate»: governi militari, violenza e guerriglie negli anni
Settanta e parte degli anni Ottanta, democratizzazione
socialdemocratica nel resto degli anni Ottanta, globalizzazioni e
modelli neoliberisti negli anni Novanta e attualmente il sorgere di
«un’ondata» di governi progressisti. Con la fine del 2006 si è chiuso
il ciclo elettorale che ebbe inizio nel 2005. Nell’ultimo anno si sono
svolte elezioni presidenziali nella maggioranza dei paesi dell’America
Latina, definendosi in questo modo il profilo politico del continente
per i prossimi cinque anni.

Alla
radice di questa corrente di rinnovamento – con un protagonismo mai
raggiunto prima – si trova il  movimento indigeno e contadino, che
ha giocato un ruolo centrale «nell’incubazione» del cambiamento che
oggi sta tracciando un nuovo destino politico per il continente. 

Tutto
ebbe inizio nel 1992, in coincidenza con la celebrazione del quinto
centenario di resistenza alla Conquista, in cui si organizzarono, per
la prima volta, adunate indigene a livello continentale. In queste
riunioni gli indigeni e i contadini si resero conto di essere vittime
dello stesso tipo di soprusi nei diversi paesi del continente americano
da cui provenivano: abbandono, esclusione, schiavitù (dalle piantagioni
di banane dell’America Centrale alle miniere della Bolivia e del Perù).
Pur davanti ad un mare di difficoltà, decisero tuttavia di rispondere,
costituendo diverse piattaforme d’informazione e di cornordinamento
continentale per globalizzare la resistenza e difendere i loro diritti
sotto una visione unitaria. In mezzo a questo processo s’inserisce
l’offensiva diplomatica nordamericana degli ultimi anni che – con
l’obiettivo di giungere all’approvazione dell’Alca (vedi Glossario) –
ha servito da «catalizzatore» nel sorgere  di una sinistra
popolare (si potrebbe dire extra-parlamentare, cioè non rappresentata
nei parlamenti nazionali) organizzata.

I
movimenti indigeni e contadini latinoamericani «tra l’incudine della
globalizzazione e il martello dell’abbandono statale della campagna»,
hanno innalzato la bandiera della sovranità e dell’autosufficienza
alimentare, riconoscendosi nella difesa di una «utopia basilare», cioè
il diritto a non morire di fame.

Il
tipo di globalizzazione e il modello agricolo applicati in America
Latina (con pratiche obsolete basate su una visione meccanicista e
abiotica dell’agricoltura), hanno costretto le popolazioni rurali a
intraprendere un esodo di massa verso le città sognando di sfuggire
alla miseria.  In questo modo è stato messo a rischio il fragile
sistema eco-compatibile, che reggeva la sicurezza alimentare delle
campagne e, al tempo stesso, contadini con esperienza generazionale si
sono convertiti in venditori ambulanti di città (figure irrilevanti per
l’economia nazionale) oppure hanno regalato alla delinquenza giovani
disoccupati disposti a tutto o ancora sono diventati schiavi nelle
maquilas. I contadini di queste migrazioni hanno ingrossato le
bidonvilles, che circondano le megalopoli centro e sudamericane e si
sono piano piano avvicinati alla resistenza popolare, che oggi lotta
contro l’estrema povertà, cresciuta esponenzialmente nell’ultimo
ventennio.

Movimenti
indigeni e contadini si sono incorporati via via nelle file della
resistenza popolare urbana e dell’azione sociale diretta e, in questo
modo, hanno «iniettato» nuova forza ai movimenti politici delle grandi
città e in particolare alla sinistra latinoamericana. È così che
recentemente candidati come Evo Morales in Bolivia, Michelle Bachelet
in Cile, Lula in Brasile, Daniel Ortega in Nicaragua, Rafael Correa in
Ecuador (inatteso vincitore nelle presidenziali del 26 novembre) e Hugo
Chávez in Venezuela (riconfermato presidente a furor di popolo lo
scorso 2 dicembre) hanno potuto arrivare o restare al potere ed
imprimere un cambiamento di rotta alle politiche economiche e sociali
dei loro paesi.

Gli
indigeni e contadini con la loro visione della dignità, vincolata alla
terra e all’economia collettiva, hanno insegnato e messo in pratica –
con nuovi valori – l’idea che «un altro mondo è possibile». Per questo
negli ultimi anni tali movimenti popolari hanno influenzato le
politiche nazionali, ponendo le basi per il cambiamento in America
Latina.  •

Carlos Bonino


IN ATTESA DELL’«ALBA»?

Nel Centro del continente soffiano altri venti. Anche l’America
Centrale e i Caraibi, infatti, si trovano in un ciclo elettorale, che è
iniziato con l’Honduras nel novembre del 2005, seguito da Costa Rica,
Haiti e Giamaica e che è finito con il ritorno dei sandinisti di Daniel
Ortega in Nicaragua (novembre 2006), il secondo paese più povero
dell’America Latina dopo Haiti. Dopo il fallimento nordamericano
dell’Alca – reso manifesto nel vertice di Mar del Plata, in Argentina
–  la regione centroamericana si trova «sotto un fuoco
incrociato», da nord e da sud. Da nord si è mosso il governo
statunitense, che, promuovendo trattati commerciali bilaterali secondo
il classico schema «dividi e vincerai», ha costruito il consenso
necessario per giungere all’approvazione a livello regionale del
Dr-Cafta («Dominican Republic-Central American Free Trade Agreement»,
Accordo di libero commercio per l’America Centrale e la Repubblica
Dominicana).
Con una chiara intenzione egemonica, Washington ha azionato la sua
pesante macchina diplomatica per creare una grande struttura
commerciale come quella del Dr-Catfa, per paesi dai quali gli Usa
importano solo lo 0,97% delle sue importazioni globali e ai quali
destina l’1,2% delle sue esportazioni.
Da sud, invece, i governi progressisti del Sudamerica hanno aperto le
porte al Centroamerica e ai Caraibi offrendo alleanze dalla filosofia
opposta: potenziare un modello d’integrazione e sviluppo autoctono
costruito attorno all’Alba («Alteativa  Bolivariana per le
Americhe»). L’Alba intende utilizzare i profitti derivanti
dall’impennata dei prezzi del greggio per promuovere la cooperazione
sud-sud e lo sviluppo endogeno. Questo significa privilegiare i
vantaggi cornoperativi, ovvero gli scambi inteazionali basati sulla
solidarietà tra i popoli, invece che sui vantaggi comparati costruiti
sull’opportunismo commerciale, che sta alla base della logica
neoliberista e del fondamentalismo economico.

Carlos Bonino

Carlos Bonino




L’assassinio di Anna nella Russia di Putin

Riflessioni di un osservatore privilegiato

Perché l’opinione pubblica russa accetta con indifferenza gli abusi del presidente-padrone? Quando il nazionalismo paga più della democrazia…

Non è un caso, forse, che un personaggio come Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata il 7 ottobre 2006, avesse finito per svolgere un ruolo da attivista, salvando molte vite con le denunce contenute nei propri articoli. Attenta alla violazione dei diritti civili e umani, era una delle poche voci libere nella Russia di Vladimir Putin, dove i media che contano sono controllati dagli oligarchi dell’economia, strettamente legati al Cremlino. L’omicidio di questa coraggiosa giornalista ha segnato una svolta nella storia della Russia dei nostri giorni, il punto di arrivo di un processo di involuzione che ha avuto nel presidente Vladimir Putin e nella sua corte di personaggi provenienti dai servizi segreti, il Kgb, i principali artefici. Tuttavia neppure la morte di Anna, ha fatto traboccare il vaso dell’opinione pubblica russa. Perché?

Per cercare di capire occorre risalire alla «seconda rivoluzione russa», quella che il paese tuttora vive, dopo che – Natale 1991 – fu ammainata la bandiera rossa dalla cupola del Cremlino che sovrasta il mausoleo dove ancora è ospitato il corpo di Lenin. Cominciò con quella  liberalizzazione dei prezzi che subito diventò l’immagine più eloquente dell’implosione dell’Urss. Per primo era rincarato il pane di 6 volte, smuovendo riflessi automatici e primordiali in una cultura contadina come quella russa. Il suo prezzo era fermo dal 1954, così come quello dello zucchero e dell’olio, in un blocco artificiale che aveva impedito ogni rincaro anche per il latte e la carne.
L’impennata del costo del pane aveva funzionato come simbolo, scatenando l’allarme in quella Russia in cui l’ospite riceve ancora oggi il sale e il pane come segno di rispetto delle famiglie che lo accolgono, così come in Asia Centrale nessuno taglia mai la focaccia con il coltello, ma tutti aspettano che il più anziano la spezzi con le mani. Cae e latte che costavano il triplo erano diventati il segnale concreto e terribilmente eloquente in un paese in cui il cibo è ancora oggi politica, i capi vengono ricordati in base ai sapori perduti e l’approvvigionamento rimane ancora oggi la misura di un’epoca.
La transizione all’economia di mercato faceva fatica a decollare, sicché il deficit alimentare che aveva già raggiunto la soglia della tollerabilità sociale rischiava di appesantirsi mentre i giornali, ricordo, tentavano di diffondere le idee del libero capitalismo, di stimolare l’iniziativa privata. Lo slogan «rivoluzione economica» era ripetuto nelle università, nei giornali, alla televisione, come se fosse dietro l’angolo la fine dell’economia nata col bolscevismo, stravolta dai piani quinquennali, affondata dalla gestione burocratica. Una speranza ossessiva collegava tuttavia intimamente i governanti di allora ai nuovi economisti, e cioè che prima o poi sarebbe naturalmente scattata quella legge dello sviluppo ineguale e combinato, secondo la quale l’arretratezza può essere uno stimolo che spinge un paese sottosviluppato a saltare con tenacia le tappe intermedie. Legge che era stata teorizzata da Lev Trockij (1879-1940) negli anni della rivoluzione bolscevica: «i selvaggi rinunciano all’arco e alle frecce per prendere immediatamente il fucile, senza percorrere la distanza che nel passato aveva separato queste armi». E che Che Guevara aveva cercato di applicare in America Latina, con risultati disastrosi. I governanti russi di allora puntavano sul miracolo del risanamento per esportarlo nelle altre Repubbliche ex sovietiche. Così, la Russia che aveva perduto di colpo la sua supremazia, poteva riprendere la sua missione storica davanti ai popoli dell’ex Impero, offrendo sé stessa come esempio di emancipazione dopo essere stata per quasi due secoli esempio d’oppressione.
A rassicurarli c’era un ben altro precedente storico che con l’evidenza dei fatti aveva anticipato, due secoli prima quella teoria: la rivoluzione di Pietro il Grande che con un colpo storico di cesoie strappò la barba orientale dal mento della Russia ortodossa e contadina costringendola ad aprirsi all’Occidente; che fece emergere dal vuoto la prima città europea dell’impero, San Pietroburgo; che già nel 1718 riuscì a far fondere 30mila tonnellate di ghisa, mentre l’Inghilterra, matrice della rivoluzione industriale, arriverà alle 20mila tonnellate appena nel 1740. Sicché Pietro il Grande aveva potuto offrire all’Europa esterrefatta la visione di un improvviso quanto gigantesco balzo in avanti. Sebbene, come scrisse lo storico Karamzin, San Pietroburgo fosse stata costruita «sulle lagrime e sui cadaveri».
Dunque due secoli dopo, la grande sfida capitalista appariva come l’unico modo per liberare nella società quelle energie che il regime sovietico aveva devitalizzato attraverso i decenni, trasformando i vecchi sudditi zaristi in bolscevichi senza mai farli diventare cittadini. La cosa più paradossale era che il tutto si era svolto nel giro di pochi mesi, in un paese in cui il rapporto tra politica e velocità era qualcosa di totalmente sconosciuto poiché il problema del tempo era stato, per 70 anni, irrisolto, stratificato dai «piani quinquennali» e scandito dagli anniversari che ogni volta lo riportavano al punto di partenza.

Anna Politkovskaja, il testimone scomodo del guasto profondo prodotto dalla guerra cecena e dalla spirale di terrore con la conseguente limitazione delle libertà democratiche che questa ha alimentato, spiegava che la popolarità di Putin era la stessa dei leader sovietici di una volta: le ue piene di voti, ma nessun vero consenso. Succede, poiché all’origine c’è un paese che si sente umiliato dall’aver perso il suo ruolo di superpotenza e che si salda giorno dopo giorno con dosi massicce di un nazionalismo che è più tenace del desiderio di democrazia. Ha delegato a Putin il compito del proprio riscatto assieme al sogno della conquista di un benessere che mai ha conosciuto prima. Anche perché non c’è nessun altro che lo sostituisca: l’opposizione non ha risorse, non ha il sostegno dei network televisivi, e fuori da Mosca è praticamente invisibile. E così, sebbene la libertà di espressione sia calpestata e ben 13 giornalisti siano stati assassinati a Putin  il sostegno popolare non  è venuto meno. Sicuramente lo conserverà ancora per molto.
Anche dopo il cruento assassinio (avvelenamento con il Polonio 210, avvenuto a Londra il 24 novembre 2006) di Alexander Litvinenko, ex agente del Kgb, che – come Anna Politkovskaja – sapeva e parlava troppo.  •

Vincenzo Maddaloni

Vincenzo Maddaloni




Batterio dai molti misteri

In viaggio tra malattie e sottosviluppo
Malattie dimenticate (4): Ulcera di Buruli

L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce una delle malattie tropicali più dimenticate, ma curabile. Di solito non è mortale, ma le conseguenze dell’infezione possono essere devastanti e debilitanti: le parti del corpo colpite dall’infezione rimangono deformate, limitando l’autonomia e la vita dei malati.
Nell’Africa occidentale un malato su quattro rimane con disabilità permanenti, e nella maggior parte dei casi si tratta di bambini.

La famiglia dei micobatteri
Il germe responsabile dell’ulcera di Buruli è un micobatterio (Mycobacterium ulcerans), della stessa famiglia dunque dei batteri che provocano la tubercolosi e la lebbra. Ma di Mycobacterium ulcerans (M. ulcerans) e delle conseguenze della sua infezione si parla ancora meno. Produce una tossina chiamata miconolattone, isolata soltanto alla fine degli anni ‘90, che svolge un ruolo nella distruzione dei tessuti e dell’osso e interferisce con il sistema immunitario.
Il M. ulcerans è presente nell’ambiente, ma vi sono ancora diversi punti oscuri sulla sua distribuzione e trasmissione. Sembra essere collegato ad ambienti umidi, tropicali, in prossimità dell’acqua. È stato visto, per esempio, che profughi rwandesi rifugiatisi in Uganda, in campi in prossimità del Nilo, hanno iniziato a manifestare la malattia, assente nel loro paese, ma quando si sono spostati in altre zone, non vi sono stati più nuovi casi.
Rimane sconosciuto il modo in cui l’ulcera di Buruli viene trasmessa all’uomo ed è sotto studio il ruolo di insetti o di altri fattori nella trasmissione. In particolare, se venissero confermati i dati di alcune ricerche che hanno trovato collegamenti con insetti acquatici e zanzare, si tratterebbe della prima malattia nota da micobatterio trasmessa da insetti. Non sembra comunque esserci un passaggio da uomo a uomo e nemmeno una maggiore facilità a infettarsi in persone con l’Hiv, al contrario di quanto accade con la tubercolosi, anch’essa causata, come detto prima, da un micobatterio.

Ulcerazioni della pelle
L’ulcera di Buruli si può manifestare in entrambi i sessi e a tutte le età, anche se la maggior parte delle persone infettate ha meno di 15 anni. Le lesioni possono presentarsi in ogni parte del corpo, ma in 9 casi su 10 vengono colpiti gli arti, e circa il 60% di tutte le ulcere si manifesta alle gambe.
Anche se la mortalità per questa malattia è bassa, sono numerose e importanti le conseguenze dell’infezione sulla vita dei malati, anche una volta arrivata a guarigione.
L’ulcera di Buruli inizialmente si manifesta con un rigonfiamento mobile della pelle (nodulo) che non è causa di dolore. Progredisce senza sintomi, quali febbre o dolore, per l’azione della tossina prodotta dal batterio (miconolattone) o forse anche per altri meccanismi non conosciuti; i malati si sentono bene in generale; e questo porta a un ritardo nella diagnosi, perché non richiedono subito visite o trattamenti.
Compaiono poi ulcere, con distruzione dei tessuti e bordi profondi, scavati. Talvolta viene colpito anche l’osso, con conseguente deformità; in un paziente su quattro circa, dopo la guarigione della malattia, con la cicatrizzazione delle lesioni, restano limitazioni ai movimenti degli arti e disabilità permanenti.

Conseguenze nel tempo
La diagnosi è in genere clinica; non sono necessari, se non di rado, accertamenti di laboratorio: basta l’esperienza degli operatori sanitari nella zona dove la malattia è presente.
La terapia si basa su antibiotici, sulla chirurgia per rimuovere il tessuto distrutto dall’infezione e riparare le lesioni della pelle e le deformità, su ulteriori interventi per ridurre o prevenire l’insorgenza di disabilità legate agli esiti cicatriziali delle ulcere.
Molti pazienti nei paesi poveri arrivano alla diagnosi e al trattamento troppo tardi, quando la malattia è in stadio avanzato. Di conseguenza, il suo impatto sulle poche strutture sanitarie presenti nei paesi in cui l’ulcera di Buruli è presente, è enorme dal punto di vista dei costi.
Spesso sono necessari ricoveri in ospedale di oltre tre mesi, con conseguente mancanza di produttività, quando si tratta di pazienti adulti e capi famiglia, o interruzione degli studi nel caso dei più piccoli. Vi è inoltre il carico dovuto alle disabilità permanenti, che richiedono cure anche dopo l’intervento e fisioterapia e limitano le possibilità di lavoro dei pazienti.

Alla luce
dopo un lungo silenzio
La storia di questa malattia tropicale è di lunga data, ma l’attenzione intorno all’infezione e alle sue conseguenze è arrivata solo in tempi recenti. Nel 1997 l’allora direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Hiroshi Nakajima, dopo aver visto gli effetti devastanti dell’ulcera di Buruli sulla pelle di pazienti in Costa d’Avorio, ha annunciato l’organizzazione di sforzi inteazionali per contrastare l’infezione. L’anno successivo è nata l’iniziativa globale contro l’ulcera di Buruli (Global Buruli Ulcer Initiative, Gbui) ed è stata organizzata la prima conferenza internazionale dedicata al controllo e alla ricerca sulla malattia.
Lo scopo della Gbui, cui partecipano oltre 40 organizzazioni non governative, istituti di ricerca e fondazioni, è cornordinare gli sforzi nel campo della ricerca e del controllo dell’ulcera di Buruli.
Infine, nel 2004, nell’ambito dell’Assemblea mondiale della sanità (World Health Assembly), la malattia è stata oggetto di una risoluzione che richiede, oltre a maggiore sorveglianza e controllo, una intensificazione delle ricerche per sviluppare strumenti di diagnosi, trattamento e prevenzione.
Qualcosa si muove dunque, rispetto al silenzio del passato, e apre la porta alla speranza di nuove conoscenze e possibilità per curare la malattia e contrastae la diffusione.

Valeria Confalonieri


Valeria Confalonieri




IRAN, un paese da rispettare

La Repubblica islamica e il suo presidente sono un vero pericolo?

Mahamoud Ahmadinejad è presidente dell’Iran dal giugno 2005. Con le sue dichiarazioni è arrivato subito sulle prime pagine dei media mondiali.  Oggi la repubblica islamica (sciita) è “sotto osservazione” per i suoi progetti nucleari.
Ma la realtà ha molte sfaccettature, troppo spesso taciute. Per interesse…

Di certo il presidente Mahamoud Ahmadinejad avrebbe molti requisiti per essere scelto dal settimanale Time come il “Personaggio dell’Anno 2006” (Person of the Year 2006), come lo era stato nel 1979 il grande ayatollah, Segno di Dio, Khomeini. E così, 27 anni dopo la rivoluzione che dette vita alla Repubblica islamica, l’Iran sarebbe di nuovo sulla prima pagina del periodico statunitense che, nel 1927, varò questo Oscar editoriale ormai diventato una tradizione consolidata. Naturalmente non è detto che la scelta cada  su Ahmadinejad, poiché quando Time nominò Khomeini, mentre era ancora in atto il sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, ricevette ben 14 mila lettere di lettori, che si lamentavano di quella nomina. Dopotutto fin da quando è apparso sulla scena internazionale Ahmadinejad, nonostante il suo sorriso raggiante,  non è che riscuota, anche lui, grandi simpatie.
La sua elezione a presidente dell’Iran sorprese persino i suoi connazionali. Figurarsi il resto del mondo. Infatti, a poche ore dalla sua nomina  i mezzibusti dei telegiornali si affannavano a pronunciae il cognome producendo suoni surreali. Ma nel giro di pochissimi mesi ci ha pensato lui a costringere tutti a imparae la pronuncia esatta e lo ha fatto con una brutale dichiarazione con la quale si è guadagnato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo: “Israele va cancellata dalle carte geografiche”. Apriti cielo. Da allora ci ha abituati ad un linguaggio di singolare durezza. Come quando, intervenendo all’Assemblea generale dell’Onu, ha ammesso di aver avuto un’illuminazione di fronte ad una recente tragedia aerea a Teheran e ha affermato che le 108 vittime hanno “indicato la strada che dobbiamo seguire”. Sulla questione religiosa è tornato quando il suo governo è entrato in carica e i ministri hanno sottoscritto i comuni obiettivi in una lettera indirizzata all’”imam nascosto”, che è stata poi gettata nella fonte di Jamkaran, poco distante dalla città santa di Qom, dove si cela. Poiché il dodicesimo imam al-Mahdi, scomparso nel 939 d.C., secondo la credenza sciita, toerà a vivere e darà la vittoria.

I “pasdaran”
Ahmadinejad  ha aderito a questo messianesimo fin da quando ha mosso i primi passi nella politica. L’apprendistato l’ha svolto tra i pasdaran, i guardiani della rivoluzione iraniana, il corpo scelto dell’esercito creato dopo la rivoluzione. E ad essi deve il sostegno, al limite della regolarità, nelle elezioni vinte nel giugno 2005. Costoro formano il gruppo politico della “nuova destra” neoconservatrice, composto prevalentemente dai comandanti dei pasdaran, da uomini della milizia e dei servizi, di età compresa tra i 40 e i 50 anni, formati sui campi di battaglia di diversi fronti: da quelli contro le opposizioni a quelli della guerra contro Saddam Hussein che durò 8 anni. I pasdaran combatterono negli anni Ottanta contro l’Iraq che a quel tempo era armato dagli Stati Uniti: sono uomini fortemente ideologizzati, che hanno visto cadere centinaia di migliaia di loro commilitoni sui campi di battaglia, chiamati i “campi della morte”.  Sono pervasi di un nazionalismo estremo, che si alimenta con la visione messianica religiosa appunto, con connotazioni millenariste e apocalittiche tipiche degli uomini che si votano alla morte; una falange di coetanei che, considerandosi inflessibili e forti, non tollerano alcuna variazione sulla visione piena, totale e organica del loro credo.

L’ingegnere conservatore
Nato nel 1956 ad Aradan, nella provincia di Semnam, un centinaio di chilometri a sud est di Teheran, figlio di un fabbro, Ahmadinejad arriva con i genitori a Teheran l’anno seguente. Laureato in ingegneria civile, consegue il dottorato in pianificazione del traffico e dei trasporti. Nel 1979 sostiene – secondo le affermazioni di Said Hajarian, ideologo del riformismo islamico e consigliere di Khatami – che bisogna occupare l’ambasciata sovietica e non quella degli Stati Uniti come di fatto accadde. Tuttavia alcune voci insistenti (di provenienza prevalentemente statunitense) lo collocano tra gli studenti che partecipano al sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, ma sono voci non supportate da prove concrete. È il 4 novembre quando un gruppo di studenti che si definiscono “seguaci dell’imam Khomeini” prendono in ostaggio 55 persone tra funzionari e impiegati con il pretesto di volere l’estradizione dello scià rifugiatosi a New York. Il sequestro durerà 444 giorni durante i quali nel deserto iraniano muore un intero reparto dei Navy Seals, truppe d’élite e fiore all’occhiello della macchina bellica statunitense, commandos inviati dal presidente Carter per liberare gli ostaggi con un blitz. Su quella tragedia non fu mai fatta completa chiarezza, certo è che Carter subì un crollo d’immagine tale che non fu rieletto. Sarà Ronald Reagan, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, ad annunciare la liberazione degli ostaggi.
Nel 1985 Ahmadinejad è al fronte nella guerra contro l’Iraq (1980-1988). Come membro della brigata Qods partecipa a diverse operazioni oltre confine. Conclusa la guerra, diventa governatore delle città di Maku e Khoi, vicino al confine con la Turchia; poi per due anni è consigliere del governatore generale del Kurdistan iraniano e infine per tre anni è governatore generale della provincia di Ardebil, sempre nella zona nord ovest del Paese. Nel maggio 2003 viene eletto sindaco di Teheran grazie all’altissima astensione dell’elettorato nelle elezioni municipali di quell’anno che premiano i conservatori. Infine, nel giugno 2005 diventa presidente sconfiggendo al ballottaggio l’ex presidente pragmatico Akbar Hashemi Rafsanjani.

Teheran e Mosca: l’alleanza del gas
Quando a metà gennaio 2006 Teheran annuncia di voler riaprire le centrali nucleari, riprendono a suonare i tamburi di guerra, si diffondono di nuovo parole come fondamentalismo, radicalismo, islamismo e via dicendo. L’immagine del presidente Ahmadinejad e le sue dichiarazioni scatenano un’ansia planetaria che a ogni suo intervento si rinnova.
Eppure pochi sanno che nello stato iraniano esiste una legge che vieta al governo e a vari enti e organismi governativi di intraprendere qualsiasi attività nel settore militare relativo al nucleare. Come sostiene Rajab Saparov, consigliere della Duma, il parlamento russo, l’Iran è l’unico paese al mondo dove la costruzione delle armi di distruzione di massa è vietata per legge. Secondo Saparov, le pressioni che gli Stati Uniti esercitano sull’Iran riguardo la questione nucleare sono dovute alla presenza e all’influenza che la Repubblica islamica ha in Iraq, in Afghanistan, nel Caucaso e nell’Asia centrale. Buoni, se non ottimi sono anche i rapporti con la Russia di Putin, che non perde occasione per reclamare il suo diritto a una poltrona tra “i grandi della Terra” (il G8) con le enormi riserve di gas e petrolio a sua disposizione, in un pianeta sempre più affamato di energia. A luglio 2006 a San Pietroburgo, grazie all’Iran, Putin si è potuto presentare ai suoi ospiti del G8 forte di un altro successo raccolto a  margine del vertice dell’”Organizzazione di cooperazione di Shanghai” (OcS), poche settimane prima. In quell’occasione i due più importanti produttori di gas del mondo, la Russia appunto e l’Iran, avevano concluso un accordo strategico che tutela non solo i loro interessi, ma anche quelli del Pakistan e dell’India e, probabilmente, del Turkmenistan e della Cina. La Gazprom, compagnia statale russa, finanzierà la costruzione del gasdotto che dal 2009 collegherà l’Iran all’India passando per il Pakistan, un progetto invano osteggiato da Washington. L’idea di un gasdotto che colleghi l’Iran al Pakistan e all’India era stata avanzata da Teheran già nel 1996. La canalizzazione sarà lunga 2.775 chilometri e costerà 7 miliardi di dollari. A partire dal 2010, l’India e il Pakistan potranno ricevere 35 miliardi di metri cubi di gas all’anno e 70 miliardi nel 2015. Secondo alcuni osservatori, questo riavvicinamento tra la Russia e l’Iran nel settore del gas creerà le condizioni necessarie all’emergere di un’organizzazione di paesi produttori di gas, analoga al cartello petroliero. L’unificazione delle reti di trasporto di gas russo e iraniano permetterà a Gazprom di partecipare alla gestione della quasi totalità del sistema di gasdotti asiatici. Tanto più che il Turkmenistan ha in vista l’integrazione in questo sistema (grazie al già esistente gasdotto Turkmenistan-Iran). Seguirà l’Asia centrale e ne risulterà un mercato del gas che riunirà il Turkmenistan, l’Iran, il Pakistan, l’India e la Cina. Il futuro economico di buona parte dell’Asia sembra assicurato, nel momento in cui quello degli Stati Uniti e, in misura minore, dell’Europa occidentale sono minacciati.
Pochi sanno che i pragmatici ayatollah si sono rivelati da sempre maestri come pochi altri nel conciliare “il diavolo con l’acqua santa” e si sono mantenuti sempre cauti anche quando l’Urss era sull’orlo del collasso. Con la Russia del resto c’è una salda amicizia. Tra il 1989 e il 1993 l’Iran ha acquistato armamenti russi per 10 miliardi di dollari per riequipaggiare le sue forze armate dopo la devastante guerra con l’Iraq. Poi ha cominciato a comprare missilistica e tecnologia nucleare, a stringere le relazioni commerciali e a incrementare gli scambi energetici con Mosca.
Il rapporto di amicizia si è consolidato su una preoccupazione comune ai due paesi: considerare i talebani e l’influenza statunitense i due maggiori pericoli per la stabilità regionale. Sullo sfondo, l’impegno di non permettere agli Stati Uniti il controllo delle esportazioni di energia – gas e petrolio – in Asia centrale. È un’attenzione che Mosca coglie, apprezza, incoraggia. Infatti in nessun Paese dell’Asia centrale gli ayatollah propagandano i precetti della religione sciita o della rivoluzione islamica così come fanno in Medio Oriente. Il motivo è semplice e di natura religiosa: essi hanno capito che l’ideologia sciita non sarebbe bene accetta nell’Asia centrale di radicata tradizione sunnita. Molto meglio stringere relazioni tra stato e stato e saldarle con contratti commerciali cementati dalla riconoscenza, perché l’Iran è stato il maggior fornitore di armamenti dell’alleanza antitalebana e la sua caparbia volontà di tener testa ai talebani ne ha incrementato la stima nella regione. Naturalmente la Russia ha tratto un enorme vantaggio dal fatto di avere un alleato solido e non minaccioso nell’ambito dell’islam radicale, sebbene l’Iran appartenga alla fazione minoritaria sciita.

“No” al nucleare (ma non per tutti)
L’Iran è retto  da una teocrazia che non è la democrazia di tipo occidentale, ma non può essere nemmeno confusa con una dittatura. L’Iran non ha nella sua storia episodi di aggressività tali da allarmare la comunità internazionale. È membro dell’Onu e ha firmato quasi tutti i trattati inteazionali tra i quali  il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), nel rispetto del quale ha accettato le ispezioni dell’Aiea ai siti deputati allo sviluppo del programma nucleare civile. Nonostante le rotture diplomatiche, Teheran si è detta sempre disponibile a proseguire nelle trattative.
Anche il Pakistan è una potenza nucleare, ma è pure un paese amico degli Stati Uniti, quindi non gli si può chieder conto di nulla. Lo stesso accade con l’India, potenza nucleare che ha stipulato accordi per interscambi di tecnologia nucleare con Washington. Né Israele né il Pakistan né l’India hanno firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Eppure tutti e tre hanno armi nucleari. Tutti e tre hanno sistemi aerei e missilistici in grado di trasportare le bombe atomiche sugli obiettivi nemici. Tutti e tre sono in aperta violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’Iran rappresenta l’esatto contrario: non ha armi nucleari, non ha sistemi missilistici per portarle a destinazione, ha ratificato il Tnp e dichiara di volerlo rispettare. Per completare lo scenario va aggiunto che neppure la ricerca nucleare condotta dal Brasile ha sollevato i timori del mondo come quella dell’Iran, sebbene questo paese, membro del Tnp, abbia opposto e continui a opporre resistenza alle ispezioni dell’Aiea ai suoi impianti nucleari. Il Brasile ha realizzato quanto sta cercando di fare l’Iran, ma gli Stati Uniti non gli hanno chiesto di smantellare il suo programma nucleare e non lo hanno neppure criticato per la sua riluttanza ad aprire le porte agli ispettori Aiea.
Gli Usa  non hanno mostrato nei confronti del programma nucleare del Brasile l’ostilità riservata all’Iran in quanto se il primo è loro alleato strategico nel continente sudamericano nel ruolo di moderatore del Venezuela del bolivarista Chávez, il secondo è loro inconciliabile antagonista nella fascia strategica del Rimland (fascia marittima e costiera, ndr) eurasiatico. Mentre stigmatizza il programma nucleare di Teheran, Washington, senza preoccuparsi delle critiche generalizzate alla sua politica dei “due pesi, due misure”, continua a stanziare 27 miliardi di dollari l’anno per conservare e costruire nuove armi nucleari (in piena trasgressione del Tnp che impone agli stati nucleari il disarmo progressivo) e prepara nuovi piani per l’impiego delle stesse.

“Sì” alle sanzioni (ma non per tutti)
Bisogna ricordare, inoltre, che con le loro sanzioni gli Stati Uniti ostacolano lo sviluppo dei progetti iraniani nel settore del gas e petrolio.
Gli Usa con l’Iran Non-Proliferation Act del 2000 (firmato da Clinton) impongono sanzioni agli individui e alle società che aiutano i programmi iraniani per la costruzione di armi di distruzione di massa, ma colpiscono anche quelle società che investono nel settore energetico in Iran. In questo modo, le capacità estrattive rimangono modeste determinando minori introiti. E quindi l’economia va in crisi, aumentano i poveri  delle grandi metropoli come Teheran, quelle masse delle grandi periferie sensibili ai proclami populisti e nazionalistici che hanno determinato la vittoria di Ahmadinejad. Infatti, egli ha ottenuto i loro voti in cambio di grandi promesse di ridistribuzione del reddito e di un miglioramento delle condizioni economiche. Nessuno di questi impegni è stato fino a ora tradotto nei fatti. Anzi, nel bilancio di quest’anno – 1385 dell’Egira secondo il calendario persiano – che si concluderà il 20  marzo 2007, l’inflazione sta viaggiando, secondo le stime degli osservatori più ottimisti, intorno al 45 per cento, 15 punti in più di quanto aveva pianificato il governo. Che non entrerà comunque in crisi poiché da quando gli Usa continuano ad esercitare la pressione sull’Iran, inevitabilmente si rafforza il blocco conservatore che ha vinto le elezioni e governa il paese. Non credo che così agendo si possa esportare la democrazia in Medio Oriente   come predica il presidente Bush. Molto più realistiche le conclusioni dello studioso statunitense John Mearsheimer quando sostiene che lo scopo della politica di non proliferazione non è affatto quello di scongiurare possibili pericoli nucleari, “ma di prevenire tutto ciò che può limitare la libertà d’azione degli Stati Uniti nei loro rapporti con gli altri paesi: perché uno stato dotato di armi nucleari diventa inattaccabile”.
Dopotutto l’Iran per molti versi inattaccabile già lo è anche senza l’atomica, se si tiene conto che è un paese con una forte tradizione di nazionalismo e che è una delle più antiche nazioni del mondo.  Resta comunque il fatto che il diritto dell’Iran ad avere il nucleare civile costituisce un collante universale. Il 90 per cento degli iraniani, di destra o di centro (o della sinistra, ridotta però alla clandestinità), laici o religiosi, filostatunitensi o filo Hamas non tollerano un’imposizione dall’esterno. Su questo non c’è ombra di dubbio. Infatti in tutti questi mesi di affannose trattative l’Iran non ha ceduto di un millimetro, e il presidente non manca occasione per ribadire che mai Teheran fermerà il proprio programma nucleare, anche in presenza di sanzioni.
Quindi ben si comprende perché gli ayatollah al vertice del “Supremo Consiglio nazionale di sicurezza”, l’organismo che, tra le altre cose, gestisce e negozia appunto la politica nucleare di Teheran abbiano nominato come negoziatore il filosofo e matematico Mohammad Ali Ardashir Larijani. Larijani appartiene a una famiglia di religiosi di alto rango (con il padre e il suocero, entrambi  ayatollah), di cui ha acquisito lo stile, anche formale: la giacca di buon taglio, i capelli in piega, la compostezza sobria e disciplinata, i toni pacati. Non ha insomma l’aspetto trasandato e non usa le frasi terremotanti del presidente Ahmadinejad. È perciò uomo di fiducia del regime come pochi altri.
La guida suprema Khamenei non può che essee soddisfatto. Il fatto  che l’abbia scelto per negoziare il nucleare iraniano è l’ennesima riprova di quanto sia oculata la strategia degli ayatollah al potere in Iran. Se ci si ostina a ignorarla o a negarla, come fanno i neocon statunitensi e i loro simpatizzanti europei, ben difficilmente si raggiungerà la pace in Medio Oriente. 

Vincenzo Maddaloni

Un (ottimo) saggio di geopolitica

TEHERAN, WASHINGTON E GLI ALTRI

Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, ora la Casa Bianca ha nel mirino l’Iran.
Cosa c’è dietro questo desiderio di una nuova “guerra preventiva”?

“In questi tempi ammorbati da una rabbia endemica che stringe ed indurisce i cuori”. La frase si legge nella premessa de L’atomica degli ayatollah, un appassionante (e appassionato) saggio  di geopolitica scritto da Vincenzo Maddaloni e Amir Modini. Gli autori, un cristiano italiano e un musulmano iraniano, nell’ultima parte del libro si confrontano in un dibattito, anche aspro, sulle rispettive fedi, ma il lavoro non trova i motivi della “questione iraniana” nei contrasti religiosi. Al contrario, li trova in fatti tangibili come gli interessi petroliferi, il mercato, il businness, i rapporti di forza tra i paesi.  
L’interpretazione più semplicistica ed acritica della questione iraniana divide il campo in due: da una parte la teocrazia iraniana, dall’altra la democrazia statunitense.   

Iran, un grande paese. “L’Iran è una grande nazione, di raffinata cultura, di lunga storia. I suoi dirigenti non possono essere trattati come fossero dei criminali. Perché non sono dei criminali. Usano i toni forti? Qual è il paese che non li usa quando si sente stretto in una morsa? Certamente la Repubblica islamica dell’Iran non ha mai aggredito alcun paese. Al contrario è stata aggredita – è storia – da Saddam Hussein al quale gli occidentali avevano fornito le armi chimiche quando stava per soccombere agli iraniani” (pag. 62).

Dio e mercato. Negli ultimi anni la politica Usa è stata scritta dai cosiddetti “neocon”, neoconservatori, insostituibili sostenitori della famiglia Bush. “Essi hanno due archetipi a cui si riferiscono uno è il mercato che domina tutti ed assicura la ricchezza ai pochi che lo controllano; l’altro è il divino, cioè il mostrarsi al mondo in comunione con Dio, come i veri messaggeri della sua volontà. (…) È opinione diffusa che il free trade favorisca solo il grande business, danneggi il medio-piccolo, riduca lo Stato a servire gli interessi di bottega. I neoconservatori supporter dell’amministrazione Bush sono l’espressione dell’ala più aggressiva del capitalismo contemporaneo” (pag. 217).

Il dominio sulle risorse energetiche. L’Iran è un grande produttore ed esportatore di petrolio e gas naturale. Ed ha pessimi rapporti con Washington dal 1979, anno della rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini. I neocon statunitensi vogliono porre fine a questa situazione inaccettabile per un paese che vuole essere unica guida del mondo come previsto nel progetto del New American Century (nuovo secolo americano). “L’obiettivo dichiarato è quello di ridisegnare la mappa del Medio Oriente e mettere definitivamente le mani sulla quasi totalità delle risorse energetiche dell’area per assicurarsi il dominio sull’intero globo. Di conseguenza, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, il “presidente di guerra” George W. Bush avrebbe chiesto ai propri consiglieri: “Who is the next?” (Chi è il prossimo?). Questi ultimi, essendo la diretta espressione dei potentati economici nordamericani, gli hanno ricordato che l’obiettivo è sempre lo stesso: l’Iran. (…) La riconquista dell’Iran significa prima di ogni altra cosa: controllare quasi completamente tutte le aree circostanti e le risorse energetiche racchiuse tra il Golfo Persico e il Mar Caspio; mettere l’Europa e il Giappone, la Cina e l’India – gli attuali e futuri maggiori importatori e consumatori di idrocarburi – in una condizione di dipendenza dal nuovo assetto impostato da Washington. Poi gli consentirebbero di tenere sempre sotto osservazione Russia, Cina, India e di esercitare un’influenza diretta sull’Asia centrale ex sovietica, sul mondo arabo e sul subcontinente indiano” (pag. 23-25).

Dollaro ed euro. Gli Stati Uniti sono il paese più indebitato del mondo, ma stampano il dollaro, moneta internazionale per antonomasia. “Alcuni analisti – scrivono Maddaloni e Modini (pag. 96) – ritengono che il reale motivo del contrasto tra Washington e Teheran – e quindi la causa di un probabile conflitto armato –  non sia il programma nucleare ma il suo progetto di borsa petrolifera in euro. La stessa decisione era stata presa da Saddam Hussein prima di essere rimosso dal potere con l’attacco del marzo 2003. (…) In effetti, la guerra preventiva contro Saddam non aveva avuto niente a che vedere con gli armamenti di distruzione di massa, con la difesa dei diritti umani, con la volontà di difendere la democrazia e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i campi di petrolio; lo scopo prioritario era invece quello di salvaguardare il valore del dollaro, di salvaguardare cioè il fondamento dell’impero americano. Due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq (…) il mondo non poteva più comprare in euro il petrolio dell’Iraq. In questo modo la supremazia globale del dollaro venne ristabilita. (…) Tuttavia l’Iran ha deciso di raccogliere la sfida decretando di aprire entro l’anno 2006 la sua borsa petrolifera in euro in modo da inaugurare un circuito alternativo a quello del dollaro. Se ciò dovesse accadere, moltissimi clienti se ne avvantaggerebbero; per prima l’Europa che non sarebbe più costretta a comprare e mantenere riserve in dollari al fine di assicurarsi la moneta di pagamento per il petrolio perché potrebbe pagarlo con la propria valuta”. Anche Cina, Giappone, Russia e paesi arabi ne trarrebbero vantaggio, diversificando le proprie riserve e proteggendosi dalla svalutazione del dollaro. “Naturalmente gli americani non potrebbero permettere che ciò accada”. Naturalmente.

Questo e molto altro racconta L’atomica degli ayatollah, un libro che si legge con crescente interesse perché i tasselli – di storia, politica, economia, religione – non sono buttati lì alla rinfusa, ma si fondono in un collage complesso eppure comprensibile e quasi sempre condivisibile.

Paolo Moiola

Vincenzo Maddaloni – Amir Modini,
L’atomica degli
ayatollah, Nutrimenti, Roma 2006.

Anno 632, la scissione musulmana

ISLAM: SCIITI E SUNNITI

Gli sciiti rappresentano il 10-15 per cento del miliardo e 300 milioni di musulmani del mondo. Di questi, 180 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono la maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaijan e Bahrain e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, India, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In cosa il loro islam è differente da quello dei sunniti? Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Ali è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, “tradizione”) crede che sia necessario individuare nella comunità il successore (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ha, “partito”, da cui sciiti) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Ali, unico rappresentante della famiglia del profeta. Ali, proclamato imam (originariamente “colui che guida la preghiera”), rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia.
Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli ommiadi, poi degli abbasidi e infine degli ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione. Contrariamente ai sunniti essi non credono che il corano sia esistito da sempre, bensì che sia stato creato  e quindi non enfatizzano l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, ma designano uno o più studiosi eletti dalla comunità dei fedeli a interpretare il corano e le altre fonti del diritto islamico. Diverso è anche il loro atteggiamento nei confronti del potere: nei Paesi a maggioranza sunnita i sacerdoti sono pagati dal governo e vi sono sottomessi, quelli sciiti sono indipendenti, vivono con le offerte dei fedeli, non riconoscono alcun potere temporale, perché secondo loro il potere legittimo appartiene al dodicesimo imam ritiratosi dal mondo visibile e che riapparirà un giorno trionfalmente per aprire un’era di pace e di giustizia.
È nel 1502 che lo sciismo diventa la religione di stato dei persiani fino ad allora, nella grande maggioranza, sunniti. Ad  imporlo – ben 10 secoli dopo la morte di Ali e gli avvenimenti che hanno originato la shi’ha –  è la dinastia turca dei safawidi, i quali fanno venire dalla Siria meridionale e dal Bahrain i predicatori e i propagandisti necessari alla loro opera di sciitizzazione del paese. Le motivazioni sono in realtà puramente politiche: lo si può capire dall’alleanza che i regnanti stringono con la chiesa di Roma per combattere gli ottomani. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, lo sciismo diventa il carattere fondante dell’Iran.

Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Al pari di sant’Agostino, Khomeini sostiene la tesi secondo cui tutti i governi sono artificiali. Ma a differenza del filosofo cristiano, l’ayatollah non indica soltanto “la Città di Dio” come la soluzione ideale di riferimento. Egli ritiene indispensabile che ci sia sulla terra un governo islamico, composto dal collettivo dei giuristi, i fuqaha (i giureconsulti musulmani), uomini di grande virtù ai quali spetta il diritto di governare. È un richiamo forte alla tradizione degli sciiti che, diversamente dai sunniti che riconoscono fin dal VII secolo la legittimità dei califfi, accettano soltanto quella degli imam. In attesa della fine dei tempi e dell’imam nascosto, che verrà a ristabilire un regno di giustizia sulla terra, a chi spetta il compito di guidare la comunità dei credenti? Per l’ayatollah Khomeini tale ruolo spetta ai mullah (“teologi”) e al faqih (“il saggio”), vicario dell’imam nascosto e delegato alla sovranità divina. Questa dottrina del “governo del saggio” (velayat-e-faqih), che accorda ai mullah enormi poteri e che orienta il potere iraniano, è stata contestata in passato – e lo è tuttora – da altri ayatollah. È l’onda di questa dottrina che ha travolto lo scià e che oggi, come detto, è al centro di una controversia che rischia di spaccare il clero sciita e che ha avuto nell’ayatollah Montazeri, uno dei “padri della rivoluzione”, la sua vittima più illustre. Massima convergenza invece su un altro punto nel quale la teologia sciita si differenzia da quella ortodossa sunnita: il valore dato all’ideale, all’utopia, basato esclusivamente sulla sofferenza, sul martirio che nello sciismo assume un carattere quasi redentivo (dall’evento dell’anno 680, quando Hussein viene ucciso a Kerbala). La rivalutazione del dolore, della sofferenza, della sconfitta sulla terra diventano fatti religiosamente positivi. Non a caso Khomeini esalterà la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam. Da allora le missioni dei martiri (diverse da quelle suicide, sunnite) diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.                                                                               

Vi.Ma.

Se ogni mezzo diventa lecito

LA LEGGE DI WASHINGTON

Interrogatori “pesanti”, prigioni segrete, tribunali militari.

Il premio Pulitzer Thomas Friedman, sul New York Times non è stato tanto tenero con  Bush. “Il mondo -ha scritto – detesta George Bush più di qualsiasi altro presidente statunitense che io ricordi da quando sono nato. Bush è radioattivo, ed è così invischiato nella sua stessa bolla ideologica da essere incapace di concepire o predisporre strategie alternative”. Infatti, i fondamenti teorici del progetto americano che hanno portato alla guerra all’Iraq sono il risultato del lavoro intellettuale e politico di un piccolo nucleo di neoconservatori (neocon), a iniziare da Norman Podhoretz, Richard Pearle, David Frum, Beard Lewis, Fuad Ajami e dal “prediletto” del presidente Bush, l’ex dissidente sovietico e politico israeliano di destra Natan Sharansky. Sono uomini accomunati dalla stessa visione del mondo musulmano, descritto come un universo in decadenza continua, dovuta ai difetti culturali, psicologici e religiosi delle società islamiche. Questa caratteristica “genetica” spiegherebbe, secondo costoro, l’ondata di violenza terrorista sempre più virulenta cui assistiamo e si frapporrebbe come ostacolo ad una democratizzazione concepita come l’unico rimedio possibile a tutti questi mali. Di fronte alla quale l’America, secondo i neocon, non può aspettare, ma deve agire per modificare il corso della storia nel mondo arabo-islamico, ricorrendo anche alla forza, e se necessario con l’aiuto di Israele.
È una strategia politica che mette insieme il fondamentalismo cristiano di destra, il sionismo americano militante e un militarismo senza limiti. Questo spiega anche la facilità con cui si tollera la tortura e si investe di poteri illimitati il presidente, consentendogli di tenere in carcere indefinitamente persone che non sono state non solo giudicate, ma neppure accusate.

Si aprono pagine nere per la democrazia. Secondo Amnesty Inteational, dopo l’11 settembre oltre 1.200  persone di origine mediorientale (o appartenenti a comunità musulmane) sono state arrestate. L’attenzione pubblica si è soffermata sui sospetti membri di al-Qaida e sui talebani catturati in Afghanistan e deportati al campo X-Ray di Guantanamo, ma la questione della “sicurezza nazionale” ha portato ad abusi ed ha implicazioni che scavalcano il drammaticamente famoso reticolato delle basi militari.
Infatti, subito dopo i tragici eventi dell’11 settembre, circa 5 mila uomini tra i 18 e i 33 anni, provenienti da paesi del Medio Oriente sono stati interrogati, in quelle che venivano ufficialmente denominate “interviste volontarie” ma che di fatto costituivano una schedatura a sfondo etnico. Diecimila persone di origine musulmana, araba, sud-asiatica sono diventate obiettivo di investigazione. Uomini di tutte le età, provenienti da 25 paesi target (paesi  prevalentemente musulmani), senza che esistesse alcuna accusa nei loro confronti, sono stati richiamati dall’ufficio immigrazione per essere interrogati  e sono state loro prelevate le impronte digitali. Più di 82 mila  persone hanno dovuto subire questa “special registration”, per oltre 13 mila si è tradotta in espulsione. Tutto questo facilitato da una legge creata ad hoc, il 26 ottobre 2001, l’ormai triste e famoso Patriot Act. “U.S.A. P.A.T.R.I.O.T.” è, infatti, un acronimo che sta per “Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism” (“unire e fortificare l’America foendo strumenti appropriati per intercettare e ostruire il terrorismo”). È una legge approvata dal Congresso alla quale sono seguiti – 21 marzo e 21 giugno 2003 – i più incisivi “Military Commission Orders” del presidente e le 8 “Military Instructions” che li attuano.

Il 17 ottobre 2006, ecco il Military Commissions Act, la legge sui tribunali militari che è stata firmata da Bush e che consentirà alla Cia e in genere alle agenzie antiterrorismo americane di detenere a tempo indeterminato e senza la necessità di prove qualsiasi persona considerata un “nemico degli Stati Uniti”. E per i detenuti di Guantanamo si apriranno i processi davanti alle military commission, tribunali militari dove saranno giudicati senza la necessità che siano esibite prove contro di loro e senza che siano assistiti da un avvocato. La legge autorizza anche gli interrogatori “pesanti” – ma la Casa Bianca nega che si tratti di tortura – e la creazione di prigioni in luoghi segreti. “Sono rare le occasioni – ha detto il presidente Bush alla cerimonia della firma – in cui un presidente può firmare una legge che sa che salverà vite americane. Oggi io ho questo privilegio”. Un privilegio che però non gli è bastato per evitare la pesante sconfitta elettorale del 7 novembre.                 

V. Maddaloni

(*) Gioalista e scrittore, Vincenzo Maddaloni è stato capo della redazione romana del settimanale Famiglia Cristiana. È stato corrispondente da Varsavia negli anni di Lech Walesa e Wojcieh Jaruzelski e da Mosca durante l’era di Mikhail Gorbacev. Come inviato speciale è stato a Pechino, Kabul, Teheran, Santiago del Cile, Il Cairo, Berlino. È autore di diversi saggi tra cui: Memorie del vescovo Lukà. La religiosità nell’Urss; La rivoluzione di Allende; Noi (operai italiani) e Solidaosc (che vinse il premio Federico Motta); La Polonia, i polacchi (che si aggiudicò il premio Catullo). L’ultimo lavoro, scritto in collaborazione con l’iraniano Amir Modini, è “L’atomica degli ayatollah”, Nutrimenti, Roma 2006.

Vincenzo Maddaloni




Notizie, non gossip… e poi?

Se da una parte condivido l’appello della Fesmi, perché anch’io sono convinto che la televisione dia troppo spazio al gossip, dall’altra non me la sento di dire che il piccolo schermo trasmette poche notizie: il problema è quanto tempo vogliamo passare davanti al televisore e, soprattutto, che cosa intendiamo fare concretamente dopo che su un certo problema abbiamo raccolto una certa documentazione.
Se nell’Africa Centrale – ovvero l’area che la Fesmi suggerisce di "tener d’occhio" – le cose vanno ancora tanto male, le responsabilità principali non sono della televisione; ritengo di gran lunga più colpevoli coloro che, pur avendo appreso, grazie anche alla televisione, tante cose sul Congo e sulla Regione dei Grandi Laghi, continuano a comportarsi come se non avessero visto e sentito nulla di particolarmente sgradevole e disdicevole.
Secondo me tantissime persone dovrebbero ringraziare la televisione (intendo innanzitutto la Rai e quegli encomiabili giornalisti e operatori Rai che, per far bene il loro lavoro, hanno rischiato e qualche volta anche perso la vita…) per i tanti pregevoli servizi sul Congo e, più in generale, sui problemi che affliggono i paesi poveri. Di tali persone mi piacerebbe poter dire che hanno fatto del loro meglio per cambiare vita, modo di lavorare, di fare la spesa, di viaggiare, di trascorrere il tempo libero…
Purtroppo non posso dirlo, perché vedo ancora tanta, troppa gente che non solo non ne vuol sapere di rinunciare al superfluo, ma tende a concentrarvi ancora più risorse materiali e intellettuali.

Che cosa pretendiamo dal televisore? Che si spenga da solo quando i vari canali sono in grado di offrire solo gossip, pubblicità, reality spazzatura, overdosi di calcio e formula 1? Che si accenda da solo quando invece vanno in onda il Tg2 Dossier, il Report di Milena Gabanelli, il reportage da una terra di missione o la testimonianza di Gino Strada dall’Afghanistan?
Non possiamo aspettarci questo, non possiamo aspettarci che la televisione sia per noi padre, madre, sorella o, come diceva qualche anno fa un vescovo del Nord Italia, "bambinaia elettronica" (ne abbiamo forse l’età?).
Il presidente della Camera dei deputati ha suscitato vivaci reazioni quando, rispondendo ad alcune domande postegli da Lucia Annunziata, si è spinto ad affermare che per alcune Tv private ci vorrebbe una bella "cura dimagrante". Ho buone ragioni per ritenere che la Fesmi condivida questo giudizio e anche io, in effetti, penso che Bertinotti non abbia torto. Dico però che in Italia il soggetto che ha maggiore urgenza di cure dimagranti è l’industria bellica, il ministero della difesa, l’amministratore delegato di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini il quale non solo non ne vuol sapere di ridurre l’impegno nel comparto militare per rafforzarlo in quello civile (ricordate? Si chiamava "riconversione"; non sono passati molti anni eppure, chissà perché, sembra un secolo), ma fa esattamente il contrario; ossia riduce ai minimi termini gli investimenti nella produzione civile (considerata "poco competitiva" e quindi "perdente") per aumentarli in quella bellica (considerata "vincente", specie se il partner è l’americana Boeing il cui cda, circa il rapporto civile-militare, la pensa esattamente come Guarguaglini e si regola di conseguenza).

Non diciamo dunque che la televisione non c’informa o che ci dà poche notizie. Diciamo invece che non sappiamo tutto, ma sappiamo quel tanto che ci basterebbe per boicottare i vip della politica e della religione, che vanno a benedire le portaerei, le fregate e i sommergibili prodotti da Fincantieri, per boicottare la Fiat e le sue aziende satelliti, produttrici di mine. Tante raccolte di firme, manifestazioni, conferenze inteazionali, appelli di sante donne e santi uomini, non ultimo Giovanni Paolo ii, non sono bastati: le mine continuano a essere prodotte, vendute, usate.
In questo inizio di secolo altri paesi sono andati ad allungare il già lunghissimo e tristissimo elenco delle aree flagellate dai diabolici ordigni: penso alle isole indonesiane di Boeo e Sumatra dove, a farli riaffiorare e spostarli a molti chilometri dai punti in cui erano stati seminati ha provveduto il terribile Tsunami del 26 dicembre 2004. Una cosa del genere era già avvenuta in Nicaragua e Honduras all’epoca dell’uragano Mitch.
Ne sappiamo abbastanza per boicottare la Boeing e le compagnie aeree a basso prezzo, che il viaggio sui Boeing lo fanno pagare una manciatina di dollari, mentre il prezzo del petrolio s’impenna: tagliando le spese per manutenzione, controlli, pezzi di ricambio, formazione del personale, molte compagnie riescono a tener bassi i prezzi dei biglietti, anche quando l’oro nero va alle stelle; poi, quando si verifica una sequenza di disastri, come quella che ha funestato il secondo semestre del 2005, molti hanno la spudoratezza di affermare che l’aereo resta "il mezzo più sicuro" e che gli "assassini sono i cieli".
Siamo sinceri: fare questi nomi è scomodo per tutti, non solo per i giornalisti della televisione. È scomodo per la stampa, ma anche per i sacerdoti, vescovi, missionari, filosofi, teologi cosiddetti "d’avanguardia" e persino per la sinistra più estrema.
Sono nomi che fanno paura, perché a portarli sono persone troppo abituate a farla franca con la giustizia e a mettere nei guai chi "osa" ostacolare i loro piani.
Se non riusciamo a vincere la paura, asteniamoci pure dal fare questi nomi, forse avremo meno grane. Ma evitiamo anche di prendercela troppo con il cda della Rai o di Mediaset, col Grande Fratello o L’isola dei famosi: non è così che daremo al Congo qualcosa che somigli a un aiuto. Non saranno le critiche o le velate allusioni alla Ventura, Venier, Lecciso, Al Bano, Pappalardo, Zequila… a tranquillizzare la nostra coscienza eco-pacifista e a farci sentire più a posto davanti a Dio.

Mario Pace
Fano (PU)

Mario Pace




Non perdere la vista

Malattie dimenticate (3): Oncocercosi (cecità del fiume)

Ha fatto perdere la vista a 270 mila persone, ne ha infettate oltre 17 milioni. E 9 casi su 10 sono in Africa. L’oncocercosi, o cecità del fiume, è seconda in classifica come causa infettiva di cecità, la principale in numerosi paesi africani. In alcune zone dell’Africa occidentale, un uomo su due con più di 40 anni di età non vede più per causa sua. Anche se di rado minaccia la vita delle persone infettate, è responsabile di sofferenza cronica e condiziona l’esistenza dei malati.
Ma la cecità del fiume è anche una malattia che testimonia come sia possibile intervenire in contesti difficili, in paesi poveri. Un programma di controllo della diffusione dell’oncocercosi, avviato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel 1974, in collaborazione con Banca mondiale, Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), è stato ufficialmente chiuso nel 1992, sulla base dei risultati raggiunti in 10 paesi su 11 che partecipavano al progetto. Unica esclusa la Sierra Leone, dove gli interventi erano stati interrotti a causa della guerra civile.

LA MAPPA DELLA CECITÀ

L’oncocercosi è una malattia infettiva che colpisce occhi e pelle. È causata da un parassita, un verme introdotto nel corpo umano dal morso di un tipo di mosca: la mosca nera. Il nome cecità del fiume, o cecità fluviale (dall’inglese river blindness), deriva dalla maggiore facilità di essere punti in prossimità di fiumi o torrenti, dove le mosche nere si riproducono.
La malattia è presente in 35 paesi in tutto il mondo: 28 in Africa occidentale e centrale, dove si trova la grande maggioranza dei casi, sei in America Latina (Brasile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico e Venezuela) e uno nella penisola arabica (Yemen).

IL VERME RESPONSABILE

Il responsabile della cecità del fiume si chiama Onchocerca volvulus, un verme parassita, la cui prima osservazione risale al 1875. Il parassita può sopravvivere nel corpo umano fino a 14 anni. Le femmine adulte del verme producono milioni di larve microscopiche.
Mentre i vermi adulti si aggregano in noduli sotto la pelle, le larve si diffondono nei tessuti circostanti e nell’organismo fino all’occhio, causando i sintomi e segni della malattia: prurito intenso, lesioni della pelle, maggiore o minore colorazione cutanea, e, a livello oculare, infiammazione, sanguinamenti e altre complicazioni fino alla perdita della vista.
Le ripetute lesioni nel corso degli anni, oltre alla cecità, possono lasciare segni permanenti anche sulla pelle (pelle a leopardo e a lucertola).
L’Onchocerca volvulus è un parassita quasi esclusivo dell’uomo e la mosca nera rappresenta un vettore della malattia, che con le sue punture può trasmettere l’infezione da una persona malata a una sana. Infatti, quando la mosca nera punge una persona infetta, può ingerire le larve che, dai noduli, si diffondono nei tessuti sottocutanei.

UNA VITA SEGNATA DALLA MALATTIA

Ma gli effetti dell’infezione non sono solo direttamente collegati alle manifestazioni cliniche e alla sofferenza causata dalla malattia. Infatti, la cecità del fiume può rappresentare un ostacolo allo sviluppo economico delle zone in cui è diffusa. La paura di essere morsi dalla mosca nera e di contrarre l’infezione ha portato le popolazioni ad abbandonare i terreni fertili nelle zone dell’Africa occidentale, in prossimità dei fiumi. Questi spostamenti hanno avuto un impatto economico negativo, valutato intorno agli anni ‘70 pari a una perdita di 30 milioni di dollari l’anno.
Inoltre, gli effetti invalidanti della malattia sulla visione e le alterazioni permanenti sulla pelle hanno ripercussioni dal punto di vista psicologico e di integrazione sociale per il malato e per i suoi familiari. Accanto alla invalidità causata dalla riduzione o perdita della vista, anche gli effetti della malattia a livello cutaneo condizionano la vita, interferendo con le relazioni sociali, facilitando l’isolamento del paziente, aumentando le sue difficoltà.

LE POSSIBILITà DI SUCCESSO

Come accennato all’inizio, la cecità del fiume rappresenta una testimonianza di come sia possibile intervenire, per interrompere la trasmissione di una malattia anche in contesti poveri. Nel 1974, viste le conseguenze drammatiche della diffusione della malattia nell’Africa occidentale, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), insieme con Banca mondiale, Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), ha costituito il Programma di controllo dell’oncocercosi (Onchocerciasis Control Programme, Ocp).
L’obiettivo era quello di proteggere dalla malattia 30 milioni di persone in 11 paesi: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana, Guinea Bissau, Guinea, Mali, Niger, Senegal, Sierra Leone e Togo. Inizialmente il programma seguito dall’Onchocerciasis Control Programme prevedeva soltanto l’utilizzo di insetticidi, sparsi da elicotteri e aerei sulle zone ove si riproducevano le mosche nere, per eliminae tutte le larve e interrompere così la trasmissione dell’infezione da uomo a uomo.
A questo, nel 1987, si aggiunse la possibilità di trattare direttamente la malattia nella popolazione con un farmaco efficace, reso disponibile dall’azienda produttrice. In alcune zone sono stati messi in atto entrambi gli interventi, in altre utilizzata solo la terapia.
Nel dicembre del 2002 l’Onchocerciasis Control Programme è stato ufficialmente concluso. È stato calcolato che questo intervento ha evitato 600 mila casi di cecità e ha permesso a 18 milioni di bambini di nascere in zone sotto controllo per quanto riguarda il rischio di oncocercosi.
Inoltre, dal punto di vista dell’economia dei paesi inclusi nel programma e degli effetti negativi conseguenti all’abbandono delle zone a rischio di infezione da parte della popolazione locale, sono stati recuperati 25 milioni di ettari di terreno.

ESPERIENZE
AFRICANE E AMERICANE

Sempre in Africa, nel 1995 ha visto la luce un nuovo programma di trattamento (African Programme for Onchocerciasis Control, Apoc), per contrastare la malattia in altri 19 paesi del continente, non coinvolti dall’Onchocerciasis Control Programme: Angola, Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo Brazzaville, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Guinea Equatoriale, Gabon, Kenya, Liberia, Malawi, Mozambico, Nigeria, Ruanda, Sudan, Tanzania e Uganda.
In questo programma vengono coinvolte direttamente le comunità locali, per contrastare la malattia nei singoli villaggi. I progetti dell’Apoc, nel 2003, hanno trattato 34 milioni di malati in 16 Paesi e l’obiettivo è arrivare a curare 90 milioni di persone ogni anno, proteggere la popolazione a rischio (pari a 109 milioni) e prevenire così 43 mila casi di cecità l’anno.
Infine, anche per l’America Latina, dal 1992 vi è un programma di eliminazione, chiamato Onchocerciasis Elimination Program for the Americas (Oepa), per eliminare la malattia e interrompee la trasmissione, utilizzando il farmaco per curarla nei sei paesi ove è diffusa (Brasile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico e Venezuela).
I risultati del 2002 mostrano una copertura, con il trattamento, almeno dell’85% in cinque paesi, più bassa solo in Venezuela (65%).

Valeria Confalonieri

Fonti
o Centers for Disease Control and Prevention:
www.cdc.gov/ncidod/dpd/parasites/onchocerciasis/factsht_onchocerciasis.htm
o Malattie dimenticate:
http://www.malattiedimenticate.net/patologie/cecit%e0%20del%20fiume.asp
o Organizzazione mondiale della sanità:
www.who.int/topics/onchocerciasis/en/
www.who.int/blindness/causes/priority/en/index3.html
o The Unicef-Undp-World Bank-Who Special Programme for Research and Training in Tropical Diseases:
www.who.int/tdr/diseases/oncho/

Valeria Confalonieri




Calcio: metafora della vita

Il nostro portiere cercava di trattenere i bianchi che volevano sbranare l’arbitro,
e quel Sancocho ebbe la pessima idea di citare Frantz Fanon, il pensatore anticolonialista che a quell’epoca spopolava… Avete sentito, signori, uno spudorato ha osato citare Fanon… E chi avrebbe citato se avessi dato un rigore alla razza bianca? Althusser? Mao? Lo stesso Marx? La guerra imperiale si porta avanti con modi da cavaliere e colpi da animale…

Osvaldo Soriano, Fútbol, storie di calcio

Il calcio è soltanto un gioco? Certamente è un gioco e un gran bel gioco di squadra, quando i retroscena non l’offuscano con intrighi e imbrogli. Un attento osservatore può, però, scorgere in una o più partite di calcio le avventure della vita.
Lo dimostra molto bene lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, nato a Mar del Plata nel 1943 e prematuramente scomparso a Buenos Aires nel 1997.
"Mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla e io. È stato su un prato a Río Cuarto de Córdoba che ho scoperto la mia vocazione da attaccante" scrive Soriano, maglia numero 9, soprannominato el gordo (il grasso). Purtroppo, però, "mi sono rotto il ginocchio contro il Centenario, a Neuquén" prosegue lo scrittore argentino, promettente centroavanti e costretto a divenire un cronista sportivo dai tratti originali.
Nel 1971 è redattore del quotidiano La Opinión, ma, nel 1976 a causa del colpo di stato, è costretto ad abbandonare l’Argentina, per vivere prima in Belgio e poi a Parigi. Rientrerà in Argentina nel 1984, ormai giornalista affermato e conosciuto anche in Italia per i suoi romanzi tradotti in 12 lingue come: "Triste, solitario y final" (1973), "Mai più pene, né oblio" (1979, soggetto di un film del regista Héctor Olivera, vince l’Orso d’argento al Festival di Berlino), "Quartieri d’inverno" (1981).
Con l’ironia condita da humour, che caratterizza tutti i suoi scritti, Soriano si descrive così: "Non amo lavorare troppo, né correre per i corridoi di uno stadio, né forse capisco di sport quanto l’incarico richiederebbe. Ma so inventare storie bellissime".
Le sue storie sono, infatti, così belle che hanno entusiasmato tutto il mondo. Lo scrittore argentino riesce con leggerezza e realismo a produrre una rara miscela di esperienze realmente vissute, condite con massime di scrittori amati o a mala pena digeriti, e inserite in eventi storici dai risvolti drammatici e farseschi del xx secolo, senza scordare di citare scene e citazioni dei suoi amatissimi film. Insomma, leggendo e ridendo per strabilianti acrobazie, molto spesso inserite in fantasmagoriche partite di calcio, si scoprono realtà sconosciute o fatti notissimi si rivelano in una nuova prospettiva di luci e di ombre.

"Fútbol", una raccolta postuma di alcuni suoi racconti, brilla come un scintillante e originale mosaico di creatività e capacità narrativa. Le tessere del mosaico rappresentano storie di vita vissuta, come quella di Obdulio Varela che, nel 1950, fece vincere "il mondiale" allo spaurito Uruguay contro il favoritissimo Brasile, o la fantastica partita dei mai giocati mondiali del 1942, arbitrata dal figlio di Butch Cassidy e vinta dagli indiani mapuches, perché gli italiani "entrarono in campo nascondendo manciate di peperoncini rossi da tirare negli occhi degli avversari", oppure la storia vera dell’onesto "pibe de oro" Eesto Lazzati, o quella degli arbitri corrotti e venduti che chiedono "mille pesos per dare un rigore e due o tremila per annullare un goal".
Infine, il lungo racconto "Memorie del Míster Peregrino Feández" rappresenta un po’ una "summa" della scrittura spregiudicata e ironica dell’ineguagliabile Soriano. Il giornalista intervista l’ottantacinquenne argentino "el Mister", ormai costretto su una sedia a rotelle, in una casa di riposo nei pressi di Parigi, e scopre che da giovani si erano già incontrati sui campi da calcio in Argentina. Mister Feández, "innamorato del bel gioco e creatore del calcio-spettacolo", ha infatti iniziato a far giocare ragazzi, perché "si comportino bene e mettano sul terreno il meglio che hanno", ma, dopo aver girato il mondo, a malincuore ammette: "Avevamo messo fine alla bellezza per garantire la resa delle squadre".
Dall’Argentina el Mister era approdato in Francia e, "quando l’avevano cacciato dalla Lega francese per aver giocato una partita con dodici uomini, se n’era andato in Australia". Afferma, infatti, che scriverà le sue memorie "in turco, in inglese e in castigliano, senza tradire né reprimere i sentimenti", perché "nella mia vita ho visto diverse epoche di vari paesi", tra questi l’Italia fascista, l’Urss di Stalin, la Francia occupata dai tedeschi, l’Africa di Lumumba.
Lo sfacelo provocato da ogni tipo di dittatura è ben tratteggiato nella partita giocata davanti a Stalin: "Il problema era che nessuno sapeva se il compagno Stalin fosse tifoso della Dinamo o della Stella Rossa, per cui non era possibile fare il trucchetto per lasciarsi vincere… Dovevo stare attento a fare i passaggi tenendo conto dei problemi di ognuno: all’ala destra mancava l’occhio sinistro, per cui non avrebbe visto niente che gli fosse arrivato da quel lato.
Il centromediano portava un collare rigido, per cui non poteva colpire di testa né guardarsi attorno. La mezzala sinistra, te l’ho già raccontato, era zoppo e si spostava saltellando. Invece, l’ala era un piccoletto mezzo sordo, a causa di una granata che era finita nella sua trincea, e con lui bisognava comunicare a gesti. Tarmanowski era monco, ma si difendeva abbastanza bene. Mi sono un po’ rincuorato quando mi hanno detto che quelli della Stella Rossa erano più malconci di noi… Mi dissero che il portiere portava scarpe ortopediche e che uno dei terzini soffriva di amnesia continua, cioè non sapeva nemmeno quale partita stesse giocando".
Il Mister Feández con lucidità denuncia inoltre la situazione del suo paese: "A quel tempo credevo che noi argentini avessimo intelligenza da vendere, per quello me ne sono andato per il mondo a fare il furbo, il presuntuoso. Adesso, invece, a vedere il paese che abbiamo creato penso che non siamo intelligenti, ma siamo furbi, che è un’altra cosa. Tra i furbi ci sono molti cretini. Credo di averlo imparato da un francese che si chiamava Camus, uno dei pochi intellettuali che si intendeva di calcio. Era un ottimo portiere!".

Soriano termina i suoi racconti, fantastici ma non troppo, citando il suo maestro Américo Tesorieri, portiere del Boca, che ha scritto: "Ci sono tre generi di calciatori. Quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi spazi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna e li vedi e sei contento e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove deve cadere. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che forse tu stesso e forse gli altri avrebbero potuto vedere, se avessero osservato attentamente. Quelli ti prendono di sorpresa. E poi ci sono quelli che creano un nuovo spazio, dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio… Questi sono i profeti. I poeti del gioco".
Osvaldo Soriano con il suo narrare metaforico e fantasioso è anche lui "un poeta del gioco".

Silvana Bottignole

Silvana Bottignole




USA contro ONU

Il 7 marzo 2006 il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha rilasciato un importante documento (1), che sarà fondamentale per implementare il prossimo processo di riforma della massima organizzazione internazionale.
Oggigiorno l’Onu sta perseguendo nuovi ed ambiziosi obiettivi, come per esempio quello del «peacekeeping», in una realtà geopolitica totalmente differente da quella del secondo dopoguerra, quando l’Onu fu fondata (1945). Questo documento sottolinea la fondamentale presenza delle Nazioni Unite in paesi in via di sviluppo ed in numerose aree di conflitto.
Il peacekeeping, ovvero le attività di mantenimento della pace, è proprio uno dei programmi che il segretario generale ha maggiormente a cuore e che ha illustrato nel suo documento di riforma.
Al 31 gennaio 2006 il Dipartimento di mantenimento delle operazioni di pace (Dpko) delle Nazioni Unite gestiva 18 missioni di pace, per un bilancio annuale superiore a 5 miliardi di dollari. Una cifra enorme se si pensa che la maggior parte delle Agenzie di cooperazione e sviluppo opera con bilanci sensibilmente inferiori (2). Eppure queste operazioni di pace, nonostante i lodevoli risultati raggiunti in ambienti ostili e pericolosi, sono sotto continua critica da uno dei suoi maggiori contribuenti (almeno teorici), ovvero gli Stati Uniti d’America. Questi infatti criticano fortemente i risultati operativi delle operazioni di peacekeeping e delle Nazioni Unite più in generale.

La volontà politica di ridimensionare, se non addirittura di «liquidare» (come sostengono i più pessimisti), in tempi rapidi l’Onu è evidente, e si è materializzata nell’agosto 2005 con la contestatissima nomina (effettuata direttamente da Bush durante la chiusura estiva del Congresso) (3) del nuovo ambasciatore americano all’Onu, John Bolton, da sempre nemico dell’organizzazione. La serie di proposte contenute nel documento H.R. 2745, relativo all’agenda di lavoro del senato americano nel giugno 2005, mette in discussione la credibilità delle Nazioni Unite, proponendo delle importanti revisioni al suo mandato, nonché sensibili riduzioni del suo bilancio operativo. A questo proposito, ed è triste a dirsi, l’unico paese occidentale che finora ha risposto a questa proposta finanziaria è stata proprio l’Italia. Il nostro paese ha infatti improvvisamente estinto, ad insaputa degli stessi addetti ai lavori (come, per esempio, il rappresentante permanente italiano all’Onu, l’ambasciatore Marcello Spatafora), i finanziamenti di natura temporanea delle principali Agenzie per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Who, Unicef, etc.).
La critica e proposta del governo statunitense ha dell’incredibile se si pensa a quanto spende questo governo per sostenere le proprie «operazioni di pace» (in Iraq, in Afghanistan), che in termine tecnico sono chiamate «nation building», ovvero di costruzione di nazioni (termine molto discutibile se si vedono i risultati della politica estera americana degli ultimi 60 anni, ndr). A tutto questo si somma che i dati e le previsioni di micro e macro-economia americana non sono certo confortanti. Il bilancio dello stato è in profondo rosso, ed il suo governo invece di affrontare le vere priorità intee (cioè occupazione, educazione, sanità e pensioni) ha inventato la famosa «guerra preventiva», la quale ha letteralmente dissanguato le casse dello stato. Questa guerra è stata architettata per due finalità, ad immediato ed a lungo termine: rispettivamente quella di dare importantissime commesse (miliardi di dollari) all’industria militare statunitense e quella di preparare il successivo terreno esplorativo per l’industria petrolifera americana.
Per chi, come me, vive negli Stati Uniti è facile rendersi conto, attraverso i mass media, che il paese si considera a tutti gli effetti in guerra, anche se contro un nemico – il terrorismo – non ben identificato ed identificabile.

Conti alla mano, a quanto ammonta il bilancio annuale della difesa americano? Da stime approssimative, il costo annuale è 100 volte superiore a quanto spendono, in un anno, le Nazioni Unite per mantenere le loro 18 operazioni di pace (4).
La notizia allarmante è che la Casa Bianca ha recentemente richiesto un ulteriore aumento (+ 6.9%) del bilancio della difesa, ovviamente a scapito di altri capitoli di amministrazione civile del bilancio dello Stato (5). La richiesta del presente governo Bush è di avere un bilancio per la difesa pari a 439 miliardi di dollari, a cui si devono aggiungere altri 70 miliardi di dollari per il mantenimento delle guerre in Iraq ed Afghanistan.
A questo proposito vorrei raccomandare ai lettori di Missioni Consolata un interessantissimo documentario («Why we fight» di Eugenee Jarecky, 2006) (6), che descrive ed analizza l’incredibile impennata delle spese militari, la cui industria ha strettissimi legami con l’amministrazione Bush. Mi auguro che questo documentario possa essere tradotto e presentato anche in Italia, dove purtroppo una grande parte dell’opinione pubblica, come negli Stati Uniti, non è al corrente di questi fatti.

DI BARBARA MINA

Note:
(1) Vedere: A/60/692; scaricabile dal sito internet delle Nazioni Unite: www.un.org.
(2) Per esempio, il bilancio annuale dell’UNDP (Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite) non supera 900 milioni di dollari.
(3) Agosto 2005.
(4) Queste impiegano circa 80.000 uomini di stati membri e 15.000 funzionari civili Onu.
(5) Fonte: Financial Times, Tuesday February 7, 2006.
(6) Sul sito www.whywefight.com è visibile un trailer molto significativo.

Barbara Mina




Curare ai confini della vita

Che fare quando non si può più arginare la malattia o farla regredire?
In questi casi (in rapida crescita) occorre cercare di controllare i sintomi
e di ridurre la percezione del dolore.

«Nella medicina modea – scrive Giovanni Paolo II – vanno acquistando rilievo particolare le cosiddette cure palliative, destinate a rendere più sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia e ad assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano» (Evangelium vitae, n.65). Nell’assistere il paziente può giungere il momento in cui dal punto di vista terapeutico non si può più arginare la malattia o farla regredire, e in questa situazione ogni intervento rischia di essere eccessivo, non proporzionato.
Però la medicina anche in queste situazioni ha ancora delle risorse da impiegare e pertanto ha l’obbligo di ricorrervi, nei limiti del possibile, con atti non più rivolti esclusivamente alla guarigione e al prolungamento della vita, ma come un dovere nei confronti del paziente e della sua dignità.
Di fronte a un certo concetto della medicina che in questi casi afferma di non poter fare più nulla, si è fatto riferimento al termine latino pallium, cioè «mantello», volendo significare che anche in questa fase occorre «avvolgere» il malato di tutto l’amore, l’accompagnamento e la cura necessaria.

COSA SONO
LE CURE PALLIATIVE?

Per cure palliative si intendono pertanto quei trattamenti a favore di pazienti affetti da malattia ritenuta inguaribile, finalizzati al controllo dei sintomi più che della patologia di base, per mezzo dell’applicazione di procedure che consentano una migliore qualità di vita per chi soffre.
Secondo i dati registrati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel prossimo futuro sarà sempre più impellente la necessità del ricorso a queste cure, proprio a causa della notevole incidenza di mortalità da cancro (circa 7 milioni di persone all’anno che in previsione verranno raddoppiati), da Aids, da malattie degenerative del sistema nervoso, come la sclerosi multipla e il morbo di Alzheimer.
L’Oms già nel 1990 ne ha dato la seguente definizione: «Le cure palliative sono la continua, attiva, integrale cura del paziente e dei suoi cari ad opera di un team interdisciplinare. L’obiettivo primario delle cure palliative è la più elevata qualità di vita del paziente così come per i suoi cari. Il paziente viene curato da un partner responsabile. La cura palliativa risponde ad esigenze spirituali ed essa dovrebbe estendere questi supporti».
Si può perciò affermare che si tratta di una «cura integrale», che abbraccia cioè tutte le dimensioni (fisica, psichica e spirituale) del malato.
L’équipe deve quindi essere obbligatoriamente multidisciplinare, composta cioè da medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, sacerdoti o operatori pastorali, ma anche volontari. Tutte le figure professionali coinvolte lavorano in sinergia tra loro, si alternano, cercando di venire incontro alle molteplici, articolate e sempre nuove necessità del sofferente.

L’ESPERIENZA
DEGLI «HOSPICES»

L’organizzazione di tali attività avviene sia in strutture specialistiche chiamate «hospices», sia in reparti ospedalieri, sia infine in ambito domiciliare. La promotrice di questa autentica svolta del pensiero medico moderno è stata Cecily Saunders, la quale, prima infermiera e poi medico, nel 1967 poté aprire il St. Christopher’s Hospice a Londra come luogo di cura incentrato sull’assistenza dei malati terminali. L’idea di questo hospice si è rivelata vincente diffondendosi prima negli Usa e poi in Europa.
Importante è stata infine la costituzione di un vero e proprio «Movimento Hospice», differenziato a seconda dei paesi e delle connotazioni religiose. L’obiettivo è l’evoluzione del concetto di «cura palliativa», che ha sviluppato un intento formativo per affrontare la grande tematica della sofferenza e della morte in corsi per operatori sanitari e volontari, nonché la gestione di «unità palliative», sia come strutture simil-ospedaliere che come team operativi, anche in cooperazione con i servizi sanitari nazionali.
A conferma del successo di queste iniziative, negli ultimi anni è stata fondata la «Società europea di cure palliative», che raccoglie le già esistenti società nei diversi paesi del continente.
In Italia, dopo un primo periodo di sospetto nei confronti degli hospices si è avuta una diffusione di questo tipo di medicina, sia a livello ospedaliero, sia a livello domiciliare.

LA TERAPIA DEL DOLORE

Oggi le cure palliative comprendono principalmente:
• la terapia oncologica, cioè l’insieme delle applicazioni delle classiche terapie oncologiche (chirurgia, radioterapia, chemioterapia) destinate a pazienti in cui si ricerca il controllo dei sintomi;
• le cure di supporto, cioè l’uso di analgesici al fine di ridurre o abolire la percezione del dolore; la valutazione nutrizionale e la regolazione idro-elettrolitica; il trattamento delle infezioni opportunistiche; le procedure fisioterapiche di riabilitazione; il sostegno psicologico a cui spetta un posto di particolare rilievo sia per il paziente che per i familiari; la sorveglianza psicologica della équipe degli operatori sanitari, che in questa delicata fase della malattia cronica è fondamentale per l’ottimizzazione terapeutica.
Il controllo del dolore e degli altri sintomi associati, quali la nausea, il vomito, l’astenia, nonché dei problemi psicologici, sociali e spirituali rappresentano comunque il punto focale delle cure palliative, il cui obiettivo primario è quello di garantire la migliore qualità di vita possibile al paziente.
Le cure palliative affermano il valore della vita, considerano la morte come un evento naturale, offrono un sistema di supporto per aiutare il malato a vivere dignitosamente e la famiglia a convivere prima con la malattia e poi con il lutto.
L’etica medica impone di valorizzare le cure palliative. Esse si pongono tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia. Costituiscono la cosiddetta «terza via» da perseguire in modo privilegiato con i malati terminali o comunque cronici. L’impossibilità della guarigione non deve far desistere dalla volontà di curare. Tuttavia, da una medicina ai confini della vita non possono che scaturire inevitabilmente molteplici problematiche bioetiche di non sempre univoca interpretazione e risoluzione.

ESISTONO DEI LIMITI?

I problemi di fondo riguardano da un lato la terapia antalgica, che mira ad eliminare il dolore fisico, percepito come inaccettabile e lesivo della dignità; dall’altro lato vi è lo sforzo di aiutare il malato a trovare un senso alla sofferenza e alla morte.
Le questioni morali inducono a considerare il morente non soltanto dal punto di vista delle sue condizioni fisiche, ma anche come persona con esigenze psicologiche, spirituali e religiose; una prospettiva che non può che rendere maggiore l’attenzione e la capacità di aiuto nei confronti di chi si trova al termine della vita.
In tale contesto sorge, tra gli altri, il problema della liceità del ricorso ai vari tipi di analgesici e sedativi per alleviare il dolore, quando ciò comporta il rischio di accelerare la morte. Se infatti può essere considerato degno di lode chi accetta volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici per conservare la piena lucidità, tale comportamento non può essere ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato che è lecito sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di limitare la coscienza e di abbreviare la vita, «se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali». In questo caso, infatti, la morte non è voluta o ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio: semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli analgesici messi a disposizione dalla medicina. Non si può parlare quindi di eutanasia attiva, ma di una cura appropriata e proporzionata ad un quadro clinico grave ed irreversibile.
Tuttavia, «non si deve privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo»: avvicinandosi alla morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare ai loro obblighi morali e familiari e soprattutto «devono potersi preparare con piena coscienza all’incontro definitivo con Dio».

LA NUTRIZIONE E L’IDRATAZIONE

La questione nodale consiste in questo: è sempre necessario nutrire ed idratare il paziente terminale? Da un lato l’alimentazione fa parte dell’assistenza cosiddetta ordinaria, però in un morente la necessità e il desiderio di alimentarsi diminuisce gradualmente fino ad annullarsi.
Il problema è perciò quello della nutrizione e dell’idratazione artificiale, che di per sé è una terapia e richiederebbe pertanto il consenso informato. A tal proposito la «Carta degli operatori sanitari» afferma: «L’alimentazione e l’idratazione, anche artificialmente amministrate, rientrano tra le cure normali dovute sempre all’ammalato quando non risultino gravose per lui: la loro indebita sospensione può avere il significato di vera e propria eutanasia».
La questione oggi è più che mai dibattuta e rimane aperta, prestandosi a diverse interpretazioni, come ha dimostrato il caso di Terry Schiavo negli Stati Uniti.
L’Organizzazione mondiale della sanità, in un documento-manuale del 1998 ha ribadito: «La nutrizione intravenosa è controindicata nei pazienti terminali. Non migliora l’aumento ponderale e non prolunga la vita. La nutrizione enterale ha un ruolo molto limitato nella malattia terminale. Dovrebbe essere usata solo nei pazienti che ne hanno un chiaro beneficio. La nutrizione artificiale non dovrebbe essere usata nei pazienti moribondi». In tali casi si può parlare, non impropriamente, di accanimento terapeutico.

IL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE

Una problematica specifica è rappresentata dalla questione se, e in che modo, si deve dire al paziente la verità riguardo alla diagnosi e alla prognosi.
«C’è un diritto della persona ad essere informata sul proprio stato di vita. Questo diritto non viene meno in presenza di diagnosi e prognosi di malattia che porta alla morte, ma trova ulteriori motivazioni» (Carta degli operatori sanitari n.125).
In passato, soprattutto nei paesi latini, si era portati a non dire la verità o a dirla non completamente, per non privare il malato della speranza di guarigione. Oggi invece, mutando il contesto socio-culturale, si è maggiormente propensi a comunicarla, pur valutando attentamente ogni singolo caso.
La sensibilità dell’operatore sanitario e la sua capacità di comunicare e di relazionarsi con il malato ed i suoi cari rappresenta forse la risposta più convincente per risolvere questo eterno dilemma.
Le cure palliative costituiscono un’espressione profonda nel percorso di umanizzazione della medicina, come una risposta alla richiesta drammatica e sempre crescente di eutanasia, che non è altro che sintomo di una società in cui si rimane soli davanti alle domande angoscianti sulla morte e di una scienza non solo troppo tecnologica e avulsa dai veri problemi del malato, ma anche assolutamente priva di autentica relazionalità umana.
L’eutanasia legalizzata è un sistema per sfuggire all’approccio delle cure palliative, che richiedono mezzi economici, personale specializzato, tempo e formazione adeguata. È un modo per non riconoscere che la vita del malato ha un valore fino all’ultimo istante, se sorretta da una presenza umana, motivata, preparata e solidale.
In netta contrapposizione con ogni atto deliberato del medico volto a porre immediatamente fine a una vita, le cure palliative possono aiutare realmente a migliorare le condizioni dei morenti e, alleviando le loro sofferenze, portare ad una drastica riduzione delle richieste di eutanasia.
A tal proposito, l’«Istituto dei tumori» di Milano ha condotto recentemente un’indagine sui malati terminali, che ha evidenziato come dopo un’adeguata terapia antalgica, dalle iniziali 996 richieste di eutanasia, si è passati a cinque sole richieste.
Di fronte al dolore, alla sofferenza e alla morte gli operatori devono essere tutti maggiormente impegnati non solo a garantire «fredde» soluzioni tecniche, ma anche ad instaurare un approfondito rapporto con il malato e con chi lo circonda. È un compito sicuramente gravoso, emotivamente stressante, ma che ripresenta tutto il fascino dell’originario modo di far medicina, che è saper di nuovo stare vicino a chi soffre per lenire il dolore, con tutto il bagaglio tecnico delle più aggiornate conoscenze, ma anche e soprattutto con una piena, ampia e cristiana partecipazione umana.
«Molto spesso – ha scritto Cecily Saunders – si può tradurre la domanda “fatemi morire” con “alleviate il mio dolore e ascoltatemi”. Se soddisfate questi due bisogni, la domanda in genere non sarà ripetuta».

Di Enrico Larghero

Enrico Larghero