Il potere secondo l’Africa (italiano/ français)

Considerazioni sulla democrazia

La democrazia: un bel concetto. Va di moda anche in Africa. Anzi è ormai condizione indispensabile per ottenere i finanziamenti. Ma occorrerebbe adattarla. E i politici del continente non sanno rinunciare a pratiche «locali». Di nascosto, però.

La democrazia è oggigiorno il riferimento politico supremo. In seguito alle dittature dette «popolari» dell’impero sovietico e le dittature mono partigiane installate in molti stati africani, nessuno vuole più essere escluso da questa corrente che attraversa il pianeta. Nonostante ciò, le realtà che si nascondono dietro le professioni di fede democratica sono talmente diverse e talvolta contraddittorie che non mancano di suscitare interrogativi. In Africa le etnie e le tribù, le famiglie e i clan, hanno dato alla democrazia un colore molto locale, a tal punto che alcuni si chiedono se non occorrerebbe dare un fondamento costituzionale a questi modelli politici.

Il 2007 è per alcuni paesi dell’Africa dell’ovest un anno di elezioni: Mauritania, Mali, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Togo. In un sistema democratico l’elezione è il meccanismo attraverso il quale il popolo sovrano sceglie a intervalli regolari coloro che devono condurre le trasformazioni sociali, indispensabili in materia di sviluppo economico e sociale. Questo suppone una dinamica intea fondata sulla convinzione degli attori sociali che lo sviluppo è affar loro. Ora, per i nostri politici africani, la nozione di popolo si riduce spesso alla tribù, quando non è semplicemente il clan o la famiglia. Immaginiamo in queste condizioni che contenuto può avere il gioco democratico, ben codificato dalle regole di diritto moderno. Se a ogni elezione un buon numero di partiti politici sono sul bordo dell’implosione a causa delle dispute intee, e pure la stabilità degli stati è minacciata, questo è dovuto spesso alle specificità molto africane, non sempre confessabili certo, ma ben radicate nei costumi politici.

L’osservatore straniero non capisce che una struttura ad hoc messa in piedi per organizzare le elezioni, che non è affatto abilitata a risolvere i contenziosi elettorali, possa decidere di una materia di competenza giudiziaria. È quanto appena visto in Nigeria, gigante d’Africa con una tradizione giuridica consolidata. Si possono capire cose del genere solo mettendosi nella mentalità africana, dove tutte le strutture sociali di qualsiasi natura, hanno come senso e finalità di servire il capo. Questi in Africa è un uomo forte per tradizione e per necessità.
È in questo spirito che un presidente africano in carica si è recato di persona in una prigione della capitale del suo paese per ordinare la liberazione del suo amico, giudicato e imprigionato dall’istituzione giudiziaria di cui lui dovrebbe essere garante (riferimento a recenti avvenimenti in Guinea Conakry, ndr).

La democrazia si presenta molto spesso in Africa come un gadget che si acquisisce giusto per far piacere agli occidentali. I dirigenti non accettano di applicare la democrazia che nelle sue forme apparenti. Vi sono tenuti a causa dei criteri di «buon governo», condizione necessaria per ottenere gli aiuti inteazionali, soddisfatti i quali la natura democratica del regime politico è dimostrata.
Ma questo non impedisce che le mentalità africane continuino a essere governate da principi e usi tradizionali, troppo spesso agli antipodi dei sistemi di riferimento delle società modee. È in questo senso che svariati responsabili politici africani ricorrono ai feticci (amuleti) per vincere le elezioni. Mai gli altari tradizionali sono bagnati di sangue d’animale come durante le campagne elettorali. Bovini, ovini e caprini sono ritualmente immolati. Ma anche animali più vicini all’uomo come cani e asini subiscono il barbaro supplizio.
Certe pratiche feticiste prescrivono che siano sepolti vivi. Più la richiesta è forte e maggiore il sacrificio richiesto. È come se bisognasse rispondere a una situazione compromessa con dei mezzi eccezionali.

Tutte queste pratiche causano naturalmente delle spese esorbitanti, ma bisogna credere che gli africani non indietreggiano davanti a nulla, quando c’è in gioco il potere o il denaro, due cose che vanno generalmente insieme.
Sono queste le ottusità, che hanno fatto dire che l’Africa non è pronta per la democrazia. Alcuni hanno perfino affermato che questi aspetti sono talmente scritti nei geni degli africani che bisogna tenerli in conto negli strumenti normativi che codificano la vita politica. È come dimenticare che, in Africa, sono sempre più numerosi coloro che vedono nella persistenza di pratiche occulte, il ricorso al comunitarismo o al clanismo, le cause del ritardo economico e del sotto sviluppo.
Certamente la democrazia non è una ricetta pronta per essere applicata. Ma non si può neppure presentare per ragioni di autenticità, come una riproduzione pura e semplice di un modo d’organizzazione ancestrale.
La democrazia è un principio dinamico che si nutre della storia dei popoli. Sfortunatamente l’Africa è in difficoltà sul pensiero politico. Questa è la principale causa del sottosviluppo.

Di Germain Bitiu Nama

Les pouvoirs africains et la démocratie
                                                                         

La démocratie est de nos jours la référence politique suprême. Après les dictatures dites populaires de l’ancien empire soviétique et les dictatures mono partisanes instaurées dans maints états africains, plus personne ne veut être en marge de ce courant mondial qui balaie toute la planète. Cependant, les réalités qui s’abritent derrière les professions de foi démocratiques sont si différentes et parfois même contradictornires qu’elles ne manquent pas de susciter des interrogations. En Afrique, les ethnies et les tribus, les familles et les clans ont donné à la démocratie une couleur très locale au point que certains se demandent s’il ne faut pas se résoudre à concéder un fondement constitutionnel à ces modèles politiques spécifiques.

L’année 2007 est pour un certain nombre de pays d’Afrique de l’Ouest, une année d’élections : Mauritanie, Mali, Nigéria, Burkina, Côte d’Ivoire, Togo. En système démocratique, l’élection est le mécanisme par lequel le peuple, souverain par principe, choisit à intervalles réguliers ceux qui doivent conduire les transformations sociales indispensables en matière de développement économique et social. Cela suppose une dynamique intee fondée sur la conviction des acteurs sociaux que le développement est leur affaire. Or pour  nos  politiciens africains, la notion de peuple se réduit souvent à la tribu si ce n’est tout simplement au clan ou à la famille. On imagine dans ces conditions quel contenu peut revêtir le jeu démocratique par ailleurs bien encadré par des règles de droit modee. Si à chaque élection nombre de partis politiques sont au bord de l’implosion et que même la stabilité des Etats se trouve menacée de rupture, cela tient souvent à ces spécificités très africaines, pas toujours avouables certes, mais bien ancrées dans les moeurs politiques. L’observateur étranger ne comprend pas qu’une structure ad hoc mise en place pour organiser des élections et qui n’est nullement habilitée à connaître les contentieux électoraux puisse décider sur une matière qui relève de la compétence judiciaire. C’est ce qu’on vient de vivre dans un pays comme le Nigéria, un géant d’Afrique qui a cependant une tradition juridique bien établie. On ne peut comprendre pareille chose qu’en se situant dans la mentalité africaine où toutes les structures sociales de quelque nature que ce soit ont pour sens et finalité de servir le chef. Le chef en Afrique est un homme fort par tradition et par nécessité. C’est dans cet ordre d’esprit qu’un président africain en exercice est allé en personne dans une prison de la capitale de son pays ordonner la libération de son ami, jugé et écroué par l’institution judiciaire dont il est censé être le garant.

La démocratie se présente bien souvent chez les Africains comme un gadget que l’on acquiert tout juste pour faire plaisir aux Occidentaux. Les dirigeants n’acceptent volontiers d’user de la démocratie que dans ses formes apparentes. Ils y sont tenus en raison de critères de bonne gouveance attachés à l’aide inteationale, au nombre desquels la nature démocratique du régime politique figure en bonne place. Cela n’empêche pas que  les mentalités africaines continuent d’être gouveées  par des principes et usages traditionnels, bien souvent aux antipodes des référentiels des sociétés modees. C’est dans cet esprit que nombre de responsables politiques africains recourent aux fétiches pour gagner une élection. Jamais les autels traditionnels ne sont aussi abreuvés de sang d’animaux qu’en période électorale. Bovins, ovins et caprins sont ainsi rituellement immolés. Même des animaux aussi familiers de l’homme que le chien ou l’âne subissent le supplice le plus barbare qui soit. Certaines pratiques fétichistes amènent à les enterrer vivants. Plus la doléance est forte, plus le sacrifice exigé est élevé.  Comme s’il fallait répondre à une situation compromise par des moyens exceptionnels.

Toutes ces pratiques occasionnent bien sûr des dépenses faramineuses mais il faut croire que les Africains ne reculent devant rien quand il s’agit d’une question de pouvoir et d’argent, deux choses qui vont généralement ensemble.
Ce sont là des pesanteurs qui ont fait dire que l’Afrique n’était pas mûr pour la démocratie. D’autres ont même affirmé que ces tendances étaient si inscrites dans les gènes des Africains qu’il fallait les prendre en compte dans les instruments normatifs qui codifient la vie politique. C’est oublier que dans la même Afrique, de plus en plus nombreux sont ceux qui voient dans la persistance des pratiques occultes, le recours au communautarisme ou au clanisme, les causes du retard économique et du sous-développement. Certes la démocratie n’est pas une recette toute prête qu’il s’agit simplement d’appliquer. Elle ne peut non plus se présenter pour des raisons d’authenticité, comme une reproduction pure et simple d’un mode d’organisation sociale ancestral. La démocratie est un principe dynamique qui se nourrit de l’histornire des peuples. Malheureusement, l’Afrique est en panne de pensée politique. C’est la principale cause de son sous-développement.

Germain Bitiu Nama

Germain Nama




AMERICANI… «ANTI-AMERICANI»

Lettera aperta all’ambasciatore statunitense in Italia, Ronald Spogli, a proposito di «anti-americanismo»

Egregio Ambasciatore,  
            

come cittadini statunitensi in Italia le scriviamo per chiedere una fine alle ingerenze della nostra Ambasciata nella vita politica dell’Italia. La sua lettera firmata da altri 4 ambasciatori per fare pressione sul governo italiano perché continui la sua partecipazione alla guerra in Afghanistan è stata una inaudita e inaccettabile interferenza dell’Ambasciata Usa nella dialettica democratica di questo paese, oltre a suonare offensiva alla grande maggioranza degli italiani, che, secondo i sondaggi, vorrebbero il ritiro delle truppe italiane, anche in rispetto dell’art. 11 della Costituzione, che dichiara che «l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie inteazionali».
Pochi giorni dopo, l’Ambasciata Usa ha compiuto, a parere nostro, una seconda grave scorrettezza: ha inviato a noi statunitensi in Italia una lettera di avvertimento di possibile pericolo per noi qualora avessimo voluto andare a Vicenza il 17 febbraio per protestare, insieme ai cittadini italiani, contro la creazione di una megabase Usa… La lettera caratterizzava tale manifestazione come «anti-statunitense» e consigliava a tutti di stare lontano dalla città dal 16 al 18 febbraio per evitare di diventare «bersagli di manifestanti anti-Usa». I contenuti della lettera non corrispondono alla realtà, diffondono paura e ignoranza, offendono l’intelligenza degli statunitensi in Italia e la realtà democratica della società italiana.

Prima di tutto, la manifestazione del 17 febbraio non è anti-statunitense; è contro la richiesta da parte del governo Usa di costruire una nuova megabase statunitense nei pressi del centro di Vicenza, città riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità.
La verità è che la stragrande maggioranza dei vicentini e del popolo italiano non vuole questa ennesima base Usa (siamo già presenti in Italia con circa 20 installazioni militari). Il 2 dicembre 2006 circa 30 mila persone hanno manifestato a Vicenza contro la base, con un bel corteo colorato e pacifico, al quale hanno partecipato delegazioni di cittadini statunitensi di Firenze e Roma, senza mai incontrare episodi «anti-Usa». Anzi, la nostra presenza è stata molto apprezzata.
Distribuire una lettera ai cittadini per dire che corrono dei pericoli in Italia a causa di una manifestazione politica è un tentativo neppure troppo nascosto di scoraggiare o mettere il bavaglio ai cittadini che vorrebbero esprimere il loro dissenso dalle politiche di guerra dell’amministrazione Bush.
Lei, Ambasciatore, certamente rappresenta il governo di Bush e Cheney, ma le ultime elezioni federali negli Usa dimostrano che quel governo non rappresenta più la maggioranza del nostro popolo, soprattutto per quanto riguarda politica estera e guerra. La società Usa è profondamente malata di militarismo e i nostri concittadini dicono sempre di più: basta!
Alle manifestazioni contro le basi (Vicenza, Camp Darby, Aviano, Sigonella), alle manifestazioni contro la guerra, qui in Italia e in tanti altri paesi come negli Usa (le centinaia di migliaia di manifestanti a Washington e altre città Usa il 27 gennaio scorso erano dei pericolosi anti-americani?), la gente protesta non contro il popolo statunitense, ma contro la violenza delle guerre e delle occupazioni militari sostenute dal governo Usa in Iraq (più di 655 mila morti dall’inizio della guerra), ma anche in Afghanistan e Palestina. Protesta contro la militarizzazione del territorio e dell’economia, contro la presenza di basi straniere con lo stoccaggio di armi nucleari e all’uranio impoverito; chiede, come Amnesty Inteational, la chiusura del campo di Guantanamo e di tutte le carceri segrete e la fine dei voli segreti della Cia (p.es. il caso di Abu Omar), oltre alla fine della pratica della tortura e la violazione dei diritti umani: sono richieste «anti-americane»? Chiede un altro mondo possibile con una nuova cultura di pace e giustizia globale.

Noi cittadini statunitensi in Italia, come milioni di altri concittadini negli Usa, ci opponiamo alla politica di guerre all’estero e di cancellazione dei diritti civili nel nostro paese, portata avanti dal governo di Bush e Cheney, mentre seri problemi sociali vengono ignorati.
Negli Usa abbiamo il peggior sistema sanitario del mondo occidentale, con circa 50 milioni di persone senza assicurazione sanitaria. Abbiamo il più alto numero di persone in carcere e il più alto tasso di incarcerazione di tutto il mondo (siamo 5% della popolazione globale con 25% degli incarcerati), con più di 4 mila persone nel braccio della morte. Chiediamo risorse non per le forze armate, ma per la sanità, scuola, ambiente, lavoro, ricostruzione delle città, trasporto pubblico, solidarietà con il resto del mondo.
Quarant’anni fa, ai tempi della guerra in Vietnam, Martin Luther King dichiarò: «Siamo al punto, nelle nostre vite, in cui bisogna agire in prima persona, affinché il nostro paese sopravviva alla propria follia. Ogni uomo con le convinzioni umane deve decidere la protesta che meglio si adatta alle sue convinzioni, ma dobbiamo tutti protestare». E aggiunse: «Viene il momento in cui il silenzio è tradimento».
Noi, cittadini statunitensi in Italia, il 17 febbraio saremo presenti a Vicenza, perché a parere nostro la manifestazione contro le basi e contro le guerre è una manifestazione di sostegno anche alla maggioranza dei cittadini statunitensi che desidera un cambio di rotta nella politica statunitense, all’estero e in patria.

Statunitensi contro la guerra (Firenze)
Statunitensi per la pace e la giustizia (Roma)
www.peaceandjustice.it

statunitensi contro la guerra




Quando «euro» non fa rima con «democrazia»

Desidero esprimervi i miei più sinceri apprezzamenti per la lucidità, la serietà, il rigore con cui avete affrontato, nel numero monografico di ottobre-novembre, la spinosissima questione dell’unità europea.
Io non sono né euroscettico né europessimista; al contrario, sono entusiasta della moneta unica e spero che, dopo la Slovenia, altre nazioni possano presto aggiungersi al cosiddetto «gruppo dei dodici» (espressione sulla quale nessuno ha mai trovato nulla da ridire, ma che non rende giustizia al Principato di Monaco, Repubblica di San Marino e Stato del Vaticano, che all’euro hanno aderito dall’inizio…).
Proprio la simpatia per l’euro ha fatto nascere in me il desiderio di sapee di più sui motivi per i quali è ancora così contestato in alcuni dei paesi, dove è stato adottato (nella nostra Italia, per esempio, non sono certo pochi quelli che rimpiangono la lira…) e guardato con tanto sospetto in quelli che, secondo gli esperti, potrebbero e dovrebbero adottarlo.
In particolare, pensando all’estremo nord dell’Europa, mi sono chiesto perché vi sia tanta ostilità verso la moneta unica, tant’è che Svezia, Danimarca, Norvegia, Islanda preferiscono tenersi le loro corone, anziché seguire il percorso della Finlandia.

Il caso svedese forse merita qualche parola in più: infatti nel settembre 2003 lo schieramento favorevole all’introduzione dell’euro subì una bruciante sconfitta e dovette accontentarsi del 41% (i contrari, invece, superarono il 56%…) dei suffragi. Secondo i sondaggisti lo scarto sarebbe stato sicuramente maggiore se, pochi giorni prima del referendum, un fanatico, legato ad ambienti neonazisti, non avesse barbaramente ucciso l’allora ministro degli Esteri, Anna Lindh, una delle più convinte sostenitrici dell’adesione all’euro.
Come mai neppure l’ondata emotiva scatenata dal mai abbastanza deprecato assassinio riuscì a far incanalare i voti verso il «sì»? Come mai tanta differenza con le proiezioni dei sondaggisti che avevano dato i due schieramenti praticamente alla pari? Il politologo Hans Magnus Johansson diede una spiegazione molto chiara, usando termini e concetti molto simili a quelli adoperati da Alessandra Algostino e da Beard Cassen negli articoli pubblicati nel vostro numero monografico: «Il ragionamento è stato: no, in Svezia abbiamo la democrazia. A Bruxelles non c’è…».
Credo di poter dire che in questi ultimi 4 anni la situazione non è migliorata; anzi, ho la sensazione che lo schieramento sfavorevole all’euro si sia nel complesso rafforzato.
L’avversione degli scandinavi per la moneta unica dovrebbe costituire anche per noi italiani un ulteriore motivo di riflessione: siamo sicuri che più Europa voglia dire più democrazia? Siamo sicuri che le nuove tasse che le leggi finanziarie ci costringono in un modo o nell’altro a pagare (più tasse sulla casa, sul lavoro, sui servizi essenziali, sulle rendite da capitale accumulato in modo… normale, non per mezzo di speculazioni ai danni della collettività) servono davvero a risanare il debito pubblico e a rilanciare il paese? Non sarà invece che tutti questi miliardi vengono impiegati per aumentare lo stipendio, la pensione, la liquidazione ai superburocrati di tuo?

I paesi scandinavi hanno tanti difetti (certe piaghe come la criminalità, specie quella di stampo politico, e quella legata all’uso di alcornol e droghe, sono purtroppo lungi dall’essere debellate), ma a Stoccolma, a Oslo, a Coopenaghen e dintorni, è impensabile che chi ha amministrato per meno di 2 anni le ferrovie se ne vada con una buonuscita di 5-6 o 7 milioni di euro e chi è alla guida della compagnia aerea di bandiera percepisca 8 mila euro al giorno o giù di lì. È impensabile che codesti compensi vengano corrisposti a manager che hanno lasciato le aziende loro affidate in condizioni molto peggiori di quelle in cui le avevano trovate all’inizio del loro mandato.
Ma soprattutto è inimmaginabile che queste stesse persone e i politici che hanno avuto la sciagurata idea di piazzarle su certe poltrone, continuino, anche dopo aver provocato disastri finanziari dell’ordine di miliardi di euro, a predicare in nome della stabilità, della competitività, dello sviluppo, in nome dell’Europa e ad esigere altri tagli, altro rigore, altre tasse, altri scempi ambientali (Tav, Ponte sullo Stretto, ecc…).
In Svezia la pressione fiscale è, non da ora, una delle più elevate al mondo, ma gli svedesi le imposte le hanno sempre pagate volentieri, perché sono sempre servite ad assicurare servizi di qualità e una lotta efficace contro la povertà, contro la precarietà, contro il disagio, contro l’esclusione sociale, contro la sperequazione retributiva.
In Italia e nel resto dell’area euro possiamo dire la stessa cosa?

C. E. Pace (Pesaro)

Pace




Farla scomparire una volta per tutte

Malattie dimenticate (8): framboesia

Quarant’anni fa si pensava di averla sotto controllo e che appartenesse al passato. Ma la framboesia non è mai sparita e conta mezzo milione di casi nel mondo.

Un nome pressoché dimenticato per una malattia infettiva che sembrava scomparsa, ma che non lo era e ha ricominciato a diffondersi: framboesia (yaws in inglese). Deriva  dalla parola francese framboise, per l’aspetto delle manifestazioni sulla pelle caratteristiche di questa infezione, che ricordano il lampone: colore rosso vivo e superficie irregolare.
I numeri non sono altissimi: per quanto le stime non possano essere precise, oggi nel mondo sarebbero circa 500 mila le persone con questa infezione. Cinquecentomila casi, però, di una malattia che 40 anni fa si pensava di avere sotto controllo.

ANCORA UNA VOLTA INFANZIA E POVERTA’

La framboesia è una malattia infettiva causata da un batterio, di nome Treponema pertenue, che appartiene alla stessa famiglia del batterio responsabile della sifilide (il Treponema pallidum); al contrario di quest’ultima però, non è una malattia venerea. I treponemi della framboesia si trovano principalmente nella pelle: le lesioni ulcerative della cute ne sono piene e il passaggio del batterio avviene a seguito del contatto pelle contro pelle o attraverso lesioni per traumi, escoriazioni eccetera. La malattia è diffusa soprattutto fra i bambini, al di sotto dei 15 anni di età, che rappresentano i due terzi dei malati; la fascia di età con un maggior numero di casi è fra i 6 e i 10 anni.
Dal punto di vista climatico e geografico, la si trova diffusa soprattutto in ambienti caldi, umidi, nelle aree tropicali di Africa, Asia e America Latina, in particolare nelle comunità povere, nelle zone rurali, che vivono in condizioni di sovraffollamento e con scarsa igiene e inadeguato apporto di acqua.

CICATRICI E INVALIDITA’

L’infezione da Treponema pertenue coinvolge in particolare la pelle e le ossa. Una volta che il batterio è arrivato nell’organismo, a seguito del contatto diretto con la pelle di una persona infetta, dopo circa 2-4 settimane si forma una lesione nel punto di ingresso. La ferita iniziale è piena di treponemi e, dopo 3-6 mesi, va incontro a una cicatrizzazione naturale. Se il paziente non viene curato, compaiono in seguito numerose lesioni in tutto il corpo e possono manifestarsi dolori e lesioni alle ossa.
Nello stadio più avanzato della malattia, dopo 5 anni circa dall’infezione iniziale, il paziente può avere conseguenze invalidanti al volto (che può rimanere sfigurato), alle ossa, alle mani e ai piedi. Raramente la framboesia è causa di morte, ma in assenza del trattamento appropriato (che prevede un’unica iniezione di un antibiotico economico ed efficace, e le ricadute con ripresa della malattia sono rare), un paziente su dieci riporta le conseguenze invalidanti prima accennate, per la distruzione di pelle e ossa causata dall’infezione, con deformità in particolare di gambe, naso, palato e mascella.

TORNATA DALLA CENERI

Fra il 1950 e il 1970, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef) hanno portato avanti una campagna per il controllo della framboesia in 46 Paesi. Grazie a quella campagna, sono stati raggiunti con la terapia 50 milioni di persone e nel 1970 la prevalenza della malattia era crollata del 95%.
Il successo ottenuto in 20 anni ha ridotto il controllo sulla presenza e diffusione di questa infezione. Negli anni ‘70, riporta l’Oms, sono stati smantellati i programmi verticali indirizzati alla eliminazione della framboesia e le iniziative contro questa malattia sono state incluse nelle altre attività di sanità di base. Piano piano si è arrivati a un’attenzione sempre minore nei confronti della framboesia che, alla fine degli anni ‘70, è tornata a far parlare di sé.
Gli sforzi compiuti negli anni ‘80, soprattutto nell’Africa occidentale, sono falliti nel giro di pochi anni, per una mancanza di volontà politica e di risorse insufficienti; dal 1995 si sono rinnovati gli sforzi per eliminare la framboesia in diverse zone del mondo, ma senza un cornordinamento globale degli interventi.
Attualmente non è noto il numero esatto di casi di framboesia in tutto il mondo, perché in molti paesi, a partire dal 1990, non è prevista la segnalazione dei casi. Secondo una valutazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, negli anni ‘90 la prevalenza globale, cioè il numero complessivo di persone con questa malattia, era pari a 2 milioni e mezzo, delle quali 460 mila nuove infezioni.
Nonostante non sia possibile sbilanciarsi su una cifra di diffusione attuale, vengono segnalati ogni anno 5 mila nuovi casi di infezione nel Sudest dell’Asia, e in particolare in Indonesia (4 mila casi) e Timor Est (mille casi), cui si aggiungono pochi casi in India.
Inoltre, anche se non si hanno resoconti precisi, la framboesia dovrebbe essere ancora presente in alcuni paesi dell’Africa subsahariana e nelle regioni del Pacifico occidentale: nel 2005 sono stati segnalati circa 26 mila casi in Ghana e 18 mila in Papua Nuova Guinea. Infine, non si sa quanti siano i casi di questa malattia nelle Americhe.

CON RINNOVATO VIGORE

Le caratteristiche della framboesia ne fanno una malattia che può scomparire dalla faccia della terra. Secondo gli esperti, come riportato dall’Oms, può essere controllata ed eliminata perché si tratta di un’infezione che interessa solo gli esseri umani (non vi è un passaggio attraverso gli animali), e la sua diffusione è ormai limitata a poche zone nel mondo, focolai localizzati dove programmare e mettere in atto interventi mirati. Inoltre, è disponibile un trattamento efficace, che prevede una singola iniezione di antibiotico: in questo modo non solo si ottiene la guarigione dei malati, ma viene anche bloccata la trasmissione del Treponema pertenue da una persona all’altra.
Infine, la diagnosi clinica è facile con un minimo di formazione del personale sanitario e le esperienze del passato in diversi paesi, e più di recente in India, hanno dimostrato che quella dell’eliminazione è una strada percorribile con successo.
A fine gennaio 2007, l’Organizzazione mondiale della sanità, con un comunicato, ha richiamato l’attenzione sulla framboesia, sottolineando come stia riemergendo nei contesti poveri e nelle popolazioni isolate di Africa, Asia e Sudamerica.
Lorenzo Savioli, direttore del dipartimento dell’Organizzazione mondiale della sanità sulle «Malattie tropicali dimenticate», ha sottolineato come sia inaccettabile la persistenza nel ventunesimo secolo di questa malattia infettiva, per la quale è disponibile una terapia non costosa ed efficace.
Ritornano dunque, ad anni di distanza dalla campagna del 1950, gli sforzi per eliminare la framboesia e le sue devastanti conseguenze, trattando tutti i casi di malattia e le persone che ne sono venute a contatto, interrompendone così la trasmissione e prevenendo le possibili complicanze invalidanti.
L’obiettivo complessivo è quello di ridurre al minimo la sofferenza e le conseguenze socioeconomiche della framboesia nelle popolazioni ove è presente, incoraggiati in questo dai successi ottenuti in India in tempi recenti. Nel Sudest dell’Asia è stato messo come termine per l’eliminazione della malattia il 2012, in particolare in India, Indonesia e Timor Est; inoltre, si stanno confrontando sul tema i paesi dove la framboesia è ancora diffusa, per sviluppare una strategia globale che si spera porti al successo, come quarant’anni fa.
«Una volta per tutte», però, conclude il comunicato dell’Oms. Senza riabbassare la guardia. 

Di Valeria Confalonieri

Valeria Confalonieri




Che donna!

Madre Maria Laura Montoya upegui (1874-1949)

Mistica sublime, missionaria d’avanguardia, scrittrice feconda, avvocata in difesa dei poveri, madre e maestra degli indigeni americani, Madre Laura ha rivoluzionato il concetto stesso di missione con mezzi pedagogici e metodi nuovi di evangelizzazione.

A Jericó, nella regione meridionale del dipartimento di Antioquia (Colombia), il 26 maggio 1874 nasce una bambina. La madre non vuole vederla né allattarla, finché non sia battezzata. Il padre, affannato, prende in braccio la piccina, corre in chiesa e prega il prete di battezzarla. Il tempo di trovare i padrini, e, a quattro ore dalla nascita, il prete versa l’acqua sul capo della piccola, dicendo: «Maria Laura di Gesù, io ti battezzo…». «Laura non è un nome di santa» interrompe il genitore. «Se non lo è, vuol dire che sarà essa a diventarlo» risponde brusco il prete, e prosegue la cerimonia.

«FAME DI AFFETTO»

Juan de la Cruz Montoya e Dolores Upegui, genitori di Maria del Carmen, Maria Laura e Juan de la Cruz, erano cristiani convinti. Entrambi originari di Medellin, si erano dovuti trasferire a Jericó, quando il padre assunse l’incarico di capo civile e militare.
In quegli anni la Colombia stava vivendo uno dei periodi più sanguinosi della sua storia. Odi ereditari, voglie di rivincita, lotte ideologiche si erano coagulate attorno a due partiti: conservatori e liberali. I conservatori, autodefinendosi paladini dell’ordine, si battevano per la perpetuità dei privilegi delle classi tradizionali e del clero; volevano fermamente che la Colombia fosse e restasse al servizio della vera fede, per cui eretici e miscredenti erano considerati nemici della patria.
I liberali difendevano con altrettanto ardore la separazione tra stato e chiesa e i «propri» princìpi di laicità, con viscerale fanatismo anticlericale, fino a dire che «fucilare vescovi e preti era un atto d’igiene e decenza pubblica». Così il paese era diviso in due accampamenti di partigiani: gli uni per cancellare la religione, gli altri per difendere religione e patria.
«Prima di insultare la regione a Jericó dovranno passare sul mio cadavere» diceva Juan de la Cruz. E così avvenne: la notte del 2 dicembre 1876, fu barbaramente assassinato e mutilato di un braccio. I rivoluzionari s’impadronirono di Jericó, confiscarono i beni della famiglia Montoya e degli altri anti-rivoluzionari.
La signora Dolores e i suoi tre figli si trovarono sul lastrico. Furono ospitati prima dai parenti patei e poi da quelli matei, ma senza mai sentirsi bene accolti. Alla fine Lucio Upegui, padre di Dolores, radunò la famigliola nella tenuta chiamata «La Vibora» vicino ad Amalfi.
Negli anni dell’infanzia Laura sperimentò «la fame di affetto», come scriverà nella sua autobiografia. Il nonno, infatti, non mostrò molta simpatia per questa nipotina seria e silenziosa.

«CHIAMATA DEL FORMICAIO»

Per non dare fastidio al nonno, Laura se ne andava per i campi, dove poteva abbandonarsi a giochi infantili, soddisfare la sua curiosità e contemplare la natura, rimanendo spesso per ore incantata dal laborioso via vai delle formiche.
A 7 anni Laura ebbe una straordinaria illuminazione, in cui scoprì la presenza personale di Dio, come racconta nell’autobiografia. «Una mattina me ne andavo con le formiche fino all’albero dove prendevano le foglie e tornavo con loro al formicaio… Venni ferita come da un raggio. Non so dire di più. Quel raggio fu conoscenza di Dio e della sua grandezza… Ho saputo che Dio esiste… Ho pianto a lungo di gioia, per il grande amore… Da allora mi sono lanciata nelle braccia di lui. Era proprio quello che cercavo e di cui sentivo la mancanza» (Autobiografia, p. 42). Laura definiva quest’incontro «la chiamata del formicaio».
Dopo tale illuminazione la bambina iniziò una vita di penitenza e di maggiore preghiera e ad amare e servire i poveri, soprattutto una vecchietta, a cui portava il conforto del suo servizio.

«LA CHIAMATA DEL BANCO»

Lontano dal paese, Laura non poté andare a scuola. Sua madre le insegnò a leggere, scrivere, fare un po’ di conti. Dalle labbra della madre imparò a pregare e perdonare: recitava tutti i giorni un Padre nostro per chi aveva assassinato suo padre. Apprese soprattutto il catechismo. Grazie alla sua memoria prodigiosa, Laura lo ripeteva a menadito, tanto che fu ammessa alla prima comunione all’età di 7 anni, anche se non si rendeva ancora conto della presenza di Gesù nell’eucaristia.
Ma un giorno, aveva 12 anni, mentre inamidava una tela su un banco da falegname, ebbe un’altra esperienza, da lei definita «chiamata del banco». «All’improvviso – racconta – un dolore intenso mi trafisse il petto; abbondanti lacrime mi inondarono le gote… sentii che l’eucaristia trafiggeva e penetrava nella mia anima. Sì Gesù era presente nell’eucaristia e il Verbo era in Gesù».
Da quel momento Laura non vedeva l’ora di poter comunicarsi e trovò uno stratagemma: di buon mattino sellava due cavalli del nonno e, insieme al fratello Juan, si recava ad Amalfi, riceveva la comunione e tornava a casa prima che qualcuno si svegliasse. Finché un giorno il nonno, esaminando i cavalli, domandò: «Come mai i cavalli sono così sudati, senza aver fatto ancora nulla?». I ragazzi non risposero, ma da quel giorno finì la santa avventura.

LAURA DIVENTA MAESTRA

La madre decise di inviare Laura a Medellin per farla studiare nel Colegio del Espiritu Santo, frequentato dalle figlie dell’alta società. Ospite nell’orfanotrofio gestito dalla zia Maria Jesus Upegui, doveva accompagnare una cuginetta capricciosa, che troppo spesso voleva tornare a casa e non permetteva a Laura di frequentare regolarmente le lezioni.  Per di più, senza libri e con un vestito da orfanella di panno giallo, era diventata lo zimbello delle compagne, che la chiamavano «canarino».
Smise di frequentare quel collegio e decise di diventare maestra, per sostenere se stessa e la madre con tale professione. Aveva 16 anni. Era senza il becco di un quattrino. Accettò di vivere nel manicomio diretto dalla stessa zia Maria Jesus, accudendo a oltre 80 malati. Non avendo libri, ottenne il permesso di frequentare la biblioteca dell’istituto magistrale, dove si preparò per l’esame di ammissione. Lo superò brillantemente e ottenne una borsa di studio del governo e, a 19 anni conseguì il diploma di maestra.
Laura prese con sé la madre e insegnò in vari posti del dipartimento di Antioquia, finché toò a Medellin, nel 1897, chiamata dalla cugina Leonor Echevarria per fondare insieme il collegio de La Inmaculada.
Considerava l’insegnamento come la migliore forma di apostolato, per cui non si accontentava di trasmettere il sapere umano, ma si dedicò particolarmente all’insegnamento religioso: con la sua vivacità, talento e ardore incantava le alunne e trasmetteva loro la propria esperienza di Dio, l’amore all’eucaristia, i valori cristiani.
La scuola diventò presto famosa, attirando le figlie delle principali famiglie della città. Quando la giovane Leonor morì, Laura prese le redini del collegio, aumentandone il prestigio, finché per un banale incidente dovette chiudere i battenti.
Una studentessa, Eva Castro, alla vigilia delle nozze fu presa dai dubbi, credendosi chiamata alla vita religiosa. I familiari attribuirono il fatto all’influenza della direttrice Laura Montoya. Eva, poi, si sposò felicemente, ma un suo fratello scrisse un romanzo intitolato «Figlia spirituale», in cui descriveva a tinte fosche Laura, le maestre e i loro metodi educativi. I genitori ritirarono le figlie e il collegio si svuotò.
Seguì un lungo periodo di fame, solitudine, disprezzo, persecuzione, emarginazione dalla società, insieme alla madre e alla sorella, finché il padre spirituale gli suggerì di scrivere una «Lettera Aperta», per confutare punto per punto le calunnie scritte nel romanzo. E lo fece con tale semplicità e maestria che la società, e lo scrittore stesso, le riconobbero l’innocenza, nobiltà d’animo e virtù. E ricominciò a insegnare in varie scuole pubbliche.

«LA PIAGA»

Da tempo Laura sentiva l’attrazione per la vita di consacrazione religiosa e pensava di diventare carmelitana, ma i suoi superiori non approvavano l’idea, finché ebbe tra le mani la rivista Annali della propagazione della fede e si sentì chiamata a salvare gli indigeni colombiani, con quello che lei chiamava «l’opera degli indios». Tale vocazione divenne così forte che, racconta nell’autobiografia, diventò «la piaga, un qualcosa che mi brucia e mi consuma».
Dopo un’escursione con due amiche tra gli indios del Choco, Laura scrisse inutilmente a varie congregazioni religiose chiedendo aiuto per questi indigeni. Decisa a recarsi a Roma, per presentare al papa la situazione degli indios americani, raccolse i suoi risparmi e, prima di partire, si recò nella cattedrale; si inginocchiò davanti alla statua dell’Immacolata e pregò: «Vedi, Signora, questo denaro: l’ho risparmiato per aiutare gli indios. Non vorrei sprecarlo in un viaggio difficile e costoso; ti prego: questa notte, quando il papa porrà la testa sul cuscino, fagli sentire i gemiti dei poveri indigeni del mondo e convincilo a fare qualcosa».
Nel giugno 1912 Pio x pubblicò l’enciclica Lacrimabili statu indorum, in cui esortava vivamente i vescovi d’America a interessarsi degli indigeni e facilitare il lavoro missionario in mezzo a loro.
Nel frattempo Laura decise di andare essa stessa a catechizzare gli indigeni. Scrisse a vari vescovi, presentando la sua «opera», finché ricevette una risposta da mons. Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fé de Antioquia. Questi le diede appuntamento per l’11 febbraio 1912 nell’episcopio di Medellin. Il prelato concluse l’incontro con queste parole: «Accetto la tua “opera” con anima, vita e cuore. Ti appoggerò sempre e, qualora scarseggiasse il denaro della diocesi, rimane il mio borsellino, che non è scarso, e lo metto a tua disposizione».

MISSIONE A DABEIBA

Laura cominciò subito i preparativi. Raccoglieva denaro, stoffa, specchi, stoviglie e quant’altro riteneva utile per gli indios e le compagne di avventura. Molti la prendevano per matta, ma alcune amiche si offrirono di andare insieme a lei. A tutte Laura domanda: «Sei disposta a patire la fame? Se è necessario, sei capace di mangiare lo stesso cibo degli indigeni, radici e foglie del bosco? Sei disposta a essere aggredita in qualsiasi momento dagli indigeni, a fuggire nella foresta e trascorrervi la notte? Sei disposta a lavorare senza nessun frutto e accettare il disprezzo degli indigeni?». A quell’epoca era chiedere l’eroismo e un pizzico di follia.
Cinque giovani, più la sua settantenne madre Dolores Upegui, accettarono di formare il primo gruppo di  «Missionarie catechiste degli indios». Il 5 maggio 1914 («il più bel giorno della loro vita») le sette donne lasciarono Medellin e, dopo 10 giorni a cavallo, raggiunsero il villaggio di Dabeiba, nella regione dell’Urabà, tra gli indios catios.
Le delicate ed eleganti signorine di Medellin iniziarono a costruire una grande capanna di fango e paglia con le loro mani, con la scarsa partecipazione di alcuni indigeni. L’abitazione grande serviva da salone di lavoro, scuola, luogo per ricevere visite, sala da pranzo; anguste camerette e una cucina completavano la casa.
All’inizio gli indios si mostrarono sospettosi e stavano alla larga. Ma poi, un fonografo attrasse la loro curiosità. Laura mise in atto tutte le sue doti pedagogiche per comunicare con gli indigeni, radunarli per parlare di Dio e della loro dignità, per istruirli e curare le loro infermità. Un po’ di bicarbonato e la dissenteria scompariva; un bicchiere di camomilla faceva passare tanti dolori; le ferite, spalmate di grasso, si cicatrizzavano…  per i catios erano miracoli.

NASCONO LE «LAURITE»

Laura non aveva nessuna intenzione di fondare una comunità religiosa. Ma mons. Crespo glielo aveva prospettato fin dal primo incontro: «Le condizioni poste alle tue compagne possono essere la base per una eventuale congregazione religiosa. Dovendo vivere con gli indios, per non sembrare loro mogli ci sarebbe il voto di castità; per non cadere nella tentazione di fare affari con loro ci sarebbe il voto di povertà; per non sbandare e per lavorare con ordine ci sarebbe il voto di obbedienza».
Aumentato il numero delle catechiste, constatando il loro esempio di generosità, abnegazione ed eroismo, il vescovo chiese a Roma di elevare quel gruppo di donne a congregazione religiosa diocesana.
Il 1° gennaio 1917 nasceva ufficialmente la congregazione delle «Missionarie di Maria Immacolata e santa Caterina da Siena» (poi note come «Laurite»), un’opera religiosa che rompeva con schemi e modelli tradizionali, lanciando le donne come missionarie nell’avanguardia dell’evangelizzazione dell’America Latina. Quello stesso giorno Laura emise la professione religiosa e 13 compagne, compresa la madre Dolores, iniziarono il noviziato canonico.
Grande maestra spirituale, Madre Laura così descrive la formazione impartita fin dall’inizio: «Nell’anima delle suore ho cercato d’imprimere l’idea che Dio non poteva essere conosciuto dagli indios se non si mostrava un riflesso di lui in noi e nel nostro modo d’essere… Dovevamo avere verso di loro una bontà tale da poter solo dire: così è Dio e ancora di più!».
Stile e scopo della nuova e, per quei tempi, rivoluzionaria comunità religiosa, sono riassunti nel comunicato che Madre Laura inviò a Roma per chiedere Decretum laudis, cioè l’approvazione definitiva della congregazione: «Cercare gli indigeni nella selva e avvicinarli con un metodo autenticamente materno; insegnare nei loro stessi villaggi;  cercare in ogni aspetto il miglioramento della sorte degli indigeni; continuare l’opera dei missionari con l’insegnamento, scuole, ospedali; alleviare i missionari in ciò che è possibile, assistendoli secondo le disposizioni dei vescovi; rivolgersi allo stesso modo agli indigeni a cui non può giungere l’azione di altre congregazioni».
Madre Laura era animata da zelo incontenibile e lo trasmetteva alle sue suore. Organizzava lunghe escursioni nella foresta, a dorso di mulo, sotto il sole canicolare, con poco cibo e molto entusiasmo, alla ricerca degli indigeni. Nei villaggi più lontani stabiliva nuovi centri o ambulancias, dove le suore, con la loro presenza, rassicuravano gli indios che erano persone, avevano un’anima ed erano figli di Dio, cose negate da certi leaders civili e religiosi.
Facendosi strada verso le montagne, navigano in canoa su fiumi dalla ripida corrente o in zattere costruite dagli indigeni o da loro stesse, le giovani Laurite si spingevano sempre più lontano, fino al Golfo di Urabà, in cerca dei caribes-kuna.

SUCCESSI E CROCI

Nei primi 10 anni Madre Laura vide moltiplicarsi i frutti della sua travolgente opera apostolica: indigeni scolarizzati e avviati sul cammino della vita cristiana, altre giovani erano arrivate a rafforzare le file delle sue missionarie. Seguirono anni segnati da pregiudizi, incomprensioni e disprezzo da parte della società e dai prelati che non comprendevano quello stile di essere «religiose capre» (secondo la loro espressione). Con la morte di mons. Crespo, le suore dovettero abbandonare i primi centri costruiti con tanto eroismo.
«La comunità sembrava una barca rotta in mezzo al mare». Madre Laura affrontò le avversità con la solita giovialità e fede in Dio, infondendo coraggio alle sue figlie e aprendo nuovi campi di lavoro. Dopo aver migrato in varie località, Madre Laura ottenne di stabilire il noviziato e la casa centrale a Medellin, in un terreno chiamato Belencito. Qui si fermò sempre più a lungo, a causa della crescente obesità, che rendeva sempre più difficili i suoi viaggi. 
Negli ultimi 10 anni, la Madre fu costretta a vivere su una sedia a rotelle, da dove continua a vigilare sul cammino della congregazione e, seduta davanti a un piccolo scrittornio, arrivava con le sue lettere a tutte le sue figlie. Inviò alcune suore in Ecuador (1940) e in Venezuela (1948).
Il 21 maggio 1949 iniziarono terribili sofferenze alle gambe, che si riempirono di pustole dolorose. Dal mese di settembre dovette rassegnarsi a rimanere a letto, finché spirò serenamente, il 21 ottobre 1949, dopo 42 anni di vita secolare e 33 di vita religiosa.
Fu sepolta nella cripta della chiesa del Belencito, dove già riposavano i resti di suor Isabelita Tejada e di sua madre: suor Maria del Sacro Cuore.
Allora la congregazione delle Laurite contava 467 religiose e 93 novizie; erano state fondate 122 case, di cui erano aperte 90, irradiando il lavoro tra 22 popoli indigeni, la maggior parte in Colombia, altre in Ecuador e in Venezuela.

Nel 1930, Madre Laura si era recata a Roma, per chiedere l’approvazione pontificia della sua congregazione. In una delle visite alle basiliche romane, un prete le mostrò la galleria dei santi fondatori, i cui ritratti erano posti in belle nicchie. «In una di queste nicchie salirà anche lei Madre» le disse il prete. «Credo che, con queste gambe così pesanti, non riuscirò ad arrivare così in alto», rispose essa sorridendo.
Invece, il 25 aprile 2004, Giovanni Paolo ii la elevò alla gloria del Beini, dichiarandola beata e realizzando la profezia dello sbrigativo prete che l’aveva battezzata.  

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Virus mortale dagli animali all’uomo

Malattie dimenticate (7): la febbre di Rift Valley

Il 2006 si è chiuso con una epidemia in Kenya della febbre di Rift Valley, che nella sia pur rara forma emorragica uccide un paziente su due.

I numeri che arrivano dal Kenya, dalla fine del 2006, si inseguono, giorno dopo giorno: 12 casi e 11 morti, 32 e 19, 220 e 82. Un aggioamento continuo in salita. Al momento della scrittura di questo articolo si parla di circa 250 persone infettate e oltre 90 morti, ma il bilancio non è ancora definitivo.
Il responsabile della strage silenziosa, che a dicembre ha iniziato a mietere vittime nel paese, è la febbre di Rift Valley, infezione virale che appartiene principalmente al mondo degli animali domestici (bovini, pecore, capre, cammelli), causandone la morte e portando con sé gravi perdite economiche.
Ma è un’infezione che può essere trasmessa anche all’uomo, con i risultati sopra riportati.

Rara e poco conosciuta

La febbre di Rift Valley è una malattia di origine virale non molto nota e rara. In genere, il sospetto sulla sua presenza nel bestiame scatta di fronte a un aumento non spiegato del numero di aborti spontanei fra gli animali.
La prima volta della febbre di Rift Valley risale a tre quarti di secolo fa. Nel 1930, infatti, è stato isolato per la prima volta il virus responsabile dell’infezione in Kenya.
A seguito di un’epidemia scoppiata fra le pecore di una fattoria nella Rift Valley, erano state fatte analisi che hanno poi portato all’identificazione del virus. Da allora sono state segnalate diverse epidemie nella regione subsahariana e nel Nord Africa, di cui quella maggiormente ricordata risale al 1997-98, sempre in Kenya e nella vicina Somalia (vedi il riquadro).
Risale al 2000 invece la prima segnalazione della malattia, con casi di infezione e decine di morti, in paesi non africani, e più precisamente in Yemen e Arabia Saudita, a seguito dei quali, secondo quanto riportato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), è aumentato il rischio di una possibile espansione dell’infezione in altre zone dell’Asia e dell’Europa.

Nascosta per anni

Il passaggio del virus responsabile della malattia agli uomini avviene principalmente attraverso il contatto con sangue o altri fluidi od organi provenienti da animali malati, come pure viene considerato a rischio il consumo di latte crudo. Inoltre, sembra che il virus possa essere trasmesso tramite la puntura di una zanzara, la zanzara aedes.
In particolare, il collegamento fra epidemie di febbre di Rift Valley e precedenti allagamenti nelle zone interessate passa proprio attraverso questo insetto e i casi nel bestiame vengono in genere osservati negli anni in cui le piogge sono particolarmente abbondanti e vi sono inondazioni.
La zanzara aedes, infatti, prende l’infezione dal bestiame e la trasmette alle sue uova. Le uova infette vengono deposte lungo i corsi dei fiumi, dove possono restare per lunghi periodi, anche diversi anni, in ambiente asciutto, finché, a seguito appunto di abbondanti piogge e inondazioni, non vengono sommerse. Una volta sotto l’acqua, si schiudono dando origine a nuove zanzare infette che, ad anni di distanza dunque, propagano nuovamente il virus, infettando animali e uomini.
Questo circolo porta al mantenimento dell’infezione in natura nel tempo e a un continuo passaggio del virus: zanzare aedes e altre specie non infette, che si nutrono da animali malati con il virus nel circolo sanguigno, si infettano amplificando e mantenendo la diffusione della malattia.

Simile all’influenza, ma non sempre

Nell’uomo, il periodo di incubazione, cioè l’intervallo di tempo tra l’infezione e la comparsa dei primi disturbi, può variare da due a sei giorni. Nella maggior parte dei casi le manifestazioni della malattia sono lievi, con sintomi simili a quelli dell’influenza: febbre improvvisa, mal di testa, dolori muscolari e alla schiena; talvolta possono esserci anche disturbi che fanno pensare alla meningite, come rigidità al collo, luce fastidiosa per gli occhi (fotofobia) e vomito. Il decorso della malattia si risolve in genere nell’arco di una settimana.
Una piccola parte dei pazienti, tuttavia, può avere disturbi molto più gravi, sviluppando tre tipi di complicazioni: malattia agli occhi (0,5-2% dei casi), meningoencefalite o febbre emorragica (meno dell’1% dei casi).
Da una a tre settimane dopo la comparsa dei primi sintomi, nel primo caso si verificano lesioni alla retina, che possono portare a danni permanenti della vista, mentre nel secondo vi sono manifestazioni neurologiche, se si tratta di meningoencefalite; per entrambe le complicazioni è però rara la morte del paziente.
Non altrettanto rara invece in caso di febbre emorragica: due o quattro giorni dopo l’esordio della malattia, si manifesta una grave forma epatica, con ittero ed emorragie da tutti gli orifizi (come vomito e feci con sangue, chiazze purpuree della pelle per sanguinamenti, sangue dalle gengive). Muore un paziente su due con la forma emorragica (50%), a fronte di una mortalità globale della febbre di Rift Valley che, pur variando fra le diverse epidemie, generalmente non supera l’1%.
Secondo quanto riportato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella maggior parte dei casi, in cui le manifestazioni dell’infezione sono lievi e di breve durata, non sono necessarie terapie specifiche, mentre i pazienti più gravi sono seguiti con terapie generali di supporto.
Nell’ambito della prevenzione dell’infezione e delle epidemie rientrano programmi di vaccinazione del bestiame (non vi sono al momento in commercio vaccini per l’uomo), misure di protezione nella gestione di casi e materiale infetto e nei confronti della puntura di zanzare, possibili portatrici della malattia.

In Kenya dopo le inondazioni

In Kenya, i casi di febbre di Rift Valley nelle zone nordorientali del paese, sono stati preceduti anche questa volta da inondazioni, che hanno portato alla nascita di zanzare portatrici del virus da uova infette e a un nuovo propagarsi della malattia.
È difficile avere un quadro preciso della situazione, con conteggi esatti sulla diffusione dell’attuale epidemia: la popolazione a rischio vive in una zona di grandi dimensioni, secondo quanto riportato dall’Organizzazione non governativa (Ong) Medici senza frontiere (Msf), difficile da raggiungere via terra proprio a causa delle inondazioni.
È dunque possibile che le persone infettate, che abitano in fattorie isolate, siano molte di più: secondo Msf potrebbero essere 500 mila i soggetti a rischio e i casi finora identificati potrebbero rappresentare solo una minima parte degli infettati.
Un ulteriore ostacolo a una registrazione corretta dei malati, e quindi a un loro trattamento e contenimento dell’epidemia, è dato, sempre secondo Msf, dalla paura della popolazione nei confronti della febbre di Rift Valley: visto l’alto numero di morti nelle forme gravi, molti pensano non vi sia beneficio nell’affrontare lunghi viaggi per raggiungere i centri di salute, e non vengono quindi visitati e segnalati.

Di Valeria Confalonieri

Epidemie del passato

Nel 1997 si è verificata un’importante epidemia di febbre di Rift Valley in Kenya e in Somalia. Nel mese di dicembre, dopo le abbondanti piogge registrate in ottobre, analogamente a quanto accaduto in quest’ultima epidemia, vennero segnalati nei due paesi numerosi decessi fra gli uomini e un’alta percentuale di aborti spontanei e morti per emorragie fra gli animali domestici.
Indagini dell’Organizzazione mondiale della sanità portarono alla conferma del virus della febbre di Rift Valley quale responsabile dell’epidemia, che nel solo Kenya infettò 27.500 persone e costò la vita a 170.
I primi casi di febbre di Rift Valley segnalati al di fuori del continente africano risalgono invece a circa tre anni dopo, nel settembre del 2000 nella penisola arabica, in Yemen e in Arabia Saudita. Nel primo il bilancio finale fu di 1.328 casi fra cui 166 morti, mentre in Arabia Saudita vi furono 124 morti su 882 persone infettate.

Fonti

• Centers for Disease Control and Prevention:
www.cdc.gov/ncidod/dvrd/spb/mnpages/dispages/rvf.htm

• Medici senza frontiere
www.msf.it/msfinforma/news/08012007.shtml

• Organizzazione mondiale della sanità:
www.who.int/mediacentre/factsheets/fs207/en
www.who.int/csr/disease/riftvalleyfev/countrysupport/en

Valeria Confalonieri




Uccidera l’anima

Gamal Ghitani, giornalista e scrittore egiziano, nato il 9 maggio 1945, incarcerato dal regime nasseriano nel 1966, è autore di Zayni Barakat «un grande romanzo storico che rivela, con una sconcertante analisi, gli eterni meccanismi del potere e della corruzione», tradotto in 25 lingue (in italiano edito da Giunti). Nel 2006 ha ricevuto il Premio Grinzane Cavour per la raccolta di racconti Schegge di fuoco (Jouvence 2005). Lo abbiamo intervistato.

Iniziamo col parlare del grande maestro, Nagib Mahfuz, unico premio Nobel del mondo arabo (1988) da me presentato su Missioni Consolata (mostro l’articolo e foto su MC marzo 1996). Non fu solo un grande scrittore, ma anche intellettualmente molto onesto, che scava dentro i suoi personaggi e mostra la differenza tra quello che dicono e come appaiono e ciò che sono realmente, smascherando mediocrità e corruzione. Come lo ha incontrato e che cosa pensa di Mahfuz?
Lo incontrai nel 1959 quando lui era uno scrittore affermato e io avevo solo 14 anni: la conoscenza di allora è diventata amicizia. Per oltre 20 anni ci siamo incontrati ogni martedì sera: camminavamo lungo le sponde del Nilo e parlavamo di qualsiasi argomento. Era un incontro molto importante per me e per lui. Nel 1994, Mahfuz aveva 83 anni quando gli integralisti cercarono di ucciderlo, picchiandolo selvaggiamente, a causa del libro Il rione dei ragazzi. Smise di scrivere per due anni, dovendo fare riabilitazione fisica alla mano destra; ebbe anche seri problemi agli occhi: memorizzava e poi dettava i suoi pensieri. Il suo stile è molto semplice e nel  contempo molto forte. È ancora il numero uno tra gli scrittori di lingua araba. Tutta la mia generazione vede in lui un modello. Camminiamo alla sua ombra.

Come rievoca nel racconto «La scorta» in Schegge di fuoco, la sua esperienza quando fu imprigionato nel 1966 ha segnato la sua vita e influenzato il suo lavoro…
Avevo 21 anni, lavoravo già e mi ero iscritto a un partito segreto, di ispirazione maoista. Nasser perseguitava tutti questi movimenti politici. Fui arrestato con altri compagni. Fummo sottoposti a ogni tipo di tortura. Abbiamo trascorso così circa sei mesi. All’inizio del 1967 invitarono Jean Paul Sartre, che dichiarò di non poter venire in Egitto se non fossimo stati liberati. Grazie a questo intervento fummo liberati. Ci tengo a precisare che non siamo mai stati processati da nessuna corte e che io avevo lasciato il partito  prima del mio arresto, perché non gradivo che il partito mi dicesse che cosa dovevo o non dovevo scrivere o che censurasse i miei scritti. Sono infatti sempre stato una persona libera che vuole pensare e scrivere da persona libera.

L’esperienza del carcere ha ispirato il suo libro Zayni Barakat. Com’è nata l’idea di questo romanzo?
Ho iniziato Zayni Barakat dopo la sconfitta inflittaci da Israele nella guerra del Kippur (o guerra dei 6 giorni). Continuavano a dirci che avevamo vinto, cioè a raccontarci bugie. Ho indagato nella storia per trovare un periodo storico a cui ispirarmi per poi raccontare che cosa succedeva ai giorni nostri. Nel contempo iniziai a lavorare come giornalista, visitando anche il fronte dell’Iran. Nel 1980 smisi di fare il corrispondente di guerra: un conto è morire per il mio paese, l’Egitto; un altro conto è morire per l’Iran. Sono uno spirito libero non un mercenario.

Un personaggio importante di questo romanzo è Zakaria, capo della polizia segreta: lo definirei un «mostro», che usa tutte le persone che crede di amare, anche bambini, per spiare tutto e tutti.
Descrivendo Zakaria, ho raccontato il comportamento reale della polizia, che usava qualsiasi mezzo: dal pedinamento all’imprigionamento, alle torture più atroci, spesso fino all’uccisione, quasi sempre senza un giusto processo. 

Zayni Barakat, il grande censore del Cairo (titolo del romanzo) in modo più subdolo si comporta come Zakaria. Infatti appare come una persona irreprensibile, ma, usando frasi altisonanti che chiamano in causa Dio, la giustizia, il benessere della comunità, di fatto anche lui usa e manipola le persone.
Zakaria diceva: «Distruggiamo l’anima e il corpo», mentre per Zayni «bisogna distruggere l’anima, cosicché la stessa persona può continuare a camminare, ma sarà un’altra persona», diverrà cioè parte di un sistema e pedina del potere.

Un altro  personaggio, Said, lo studente, è definito nella presentazione il suo alter ego, sempre pedinato, seguito, cade quasi in disperazione, perché non sa come comportarsi.
Said è il simbolo della mia generazione.

In vari suoi racconti ha descritto altri modi, praticati al giorno d’oggi, per «uccidere l’anima». «Cerimonia» è popolato di personaggi quasi grotteschi di una organizzazione umanitaria, che raccoglie ingenti fondi per imprese fantasma, ma non fa nulla per la gente; il protagonista di «Ricetrasmittente» è un giovane onesto e istruito, circondato da poliziotti e amministratori corrotti, che lo obbligano ad andarsene; in «Notizia» il capoufficio non dimostra alcun interesse per il solerte fattorino. Insomma menzogna, camuffata da «buone azioni», corruzione e indifferenza… «uccidono l’anima».
Proprio così. Desidero, però, precisare che quando scrissi quei racconti, mi trovavo in un momento molto delicato della mia vita: 10 anni fa dovetti recarmi negli Usa per un intervento al cuore. Alcuni amici mi consigliarono di scrivere dei racconti. La raccolta Schegge di fuoco è il frutto di quel periodo, in cui mi sentivo in punto di morte.
Che cosa «cura l’anima»? La sorella che cucina per il fratello i piatti preferiti, malgrado gli impegni di famiglia e sia diabetica; la madre che aiuta il figlio preparando panini deliziosi per il suo negozio… In pratica, è la famiglia la «cura dell’anima».
Questo è quanto succede in Egitto. La famiglia è molto, molto importante.

Il protagonista di «Letargo» si rattrista e quasi piange, quando legge il versetto: «Io non vi chiedo altra mercede, se non l’amore per il prossimo». Perché?
Tutte le persone povere e semplici (come l’uomo onesto del racconto «Ricetrasmittente», vittima della corruzione di poliziotti e burocrati) soffrono per la corruzione e sanno che tale versetto troppo spesso si riduce a semplici parole.

In un’intervista lei ha affermato che ci sarà vera democrazia  solo quando nel mondo ci sarà onestà per costruire vera giustizia e vera pace.
Sono obiettivi  ancora molto lontani e non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per l’Occidente. Costruire una società che offra a tutti la possibilità di istruirsi e avere una vita dignitosa è quasi un miraggio. Ho scoperto che lo stesso progresso può, di fatto, uccidere l’uomo.  Nel mondo la situazione è molto brutta se pensiamo che il 5% dell’umanità detiene tutta la ricchezza del pianeta, mentre  milioni di persone sopravvivono a mala pena. Basta leggere alcuni miei racconti come «Cerimonia» per scoprire gli inganni che ci circondano.

Di Silvana Bottignole

NAGIB MAHFUZ Premio Nobel per la letteratura 1988

Nato nel 1911 in un quartiere popolare del Cairo, Nagib Mahfuz è morto il 30 agosto 2006 all’età di 95 anni. Nel 1994 (aveva 83 anni) fu minacciato di morte e poi selvaggiamente picchiato dai fondamentalisti islamici a causa del suo libro: Il rione dei ragazzi. Che cosa contiene questo romanzo di tanto «pericoloso»?
Il rione dei ragazzi (tradotto in italiano nel 2001) era uscito a puntate nel 1959 sul quotidiano egiziano Al Ahram; la raccolta in un volume, edizione leggermente espurgata, è stata pubblicata a Beirut nel 1967.
Con la genialità di grande scrittore, Mahfuz racconta la spiritualità popolare, che ha ispirato i mitici cantastorie delle caffetterie della Cairo Vecchia. Adham (Adamo), Ghabal (Mosè), Rifaa (Gesù), Kassem (Maometto) e un emblematico mago Arafa con assistente (forse Marx e Mao) sono i protagonisti di 144 brevi capitoli, tanti quanti le sure del Corano.  
Come tutti gli abitanti del vicolo discendono da Ghabalawi, l’antenato che vive nella Grande Casa, proprietario di tutti i beni amministrati da un fiduciario. Purtroppo, però, «per ogni uomo che cerca di fare del bene, troviamo dieci capi che brandiscono i loro manganelli e cercano lo scontro; cosicché la gente si è abituata a comprare la propria incolumità con tangenti in denaro, sottomissione e servilismo».
Adham è il capostipite, cacciato dalla Grande Casa per la sua curiosità. Sollecitato da Idris (diavolo in forma umana) e incoraggiato dalla moglie, voleva conoscere i segreti del «libro» proibito. Al contrario di Idris, ladro e seminatore di discordia, Adham vivrà del suo duro lavoro, ma sempre nel rispetto del severo Ghabalawi, che lo perdonerà.
Ghabal, salvato e cresciuto dalla figlia del fiduciario, non sopporterà le oppressioni fatte al suo popolo, parlerà con Ghabalawi e, divenendo incantatore di serpenti, sconfiggerà il fiduciario, rimanendo «proverbiale fra la sua gente per giustizia, forza e ordine».
Riifa, quasi simile a Ghabalawi ed esortato dalla sua voce, vuole scacciare gli spiriti del male che albergano nel cuore degli uomini, per lui «i migliori sono quelli che fanno del bene». Farà un matrimonio pro forma per salvare una prostituta da morte sicura, ma sarà tradito da questa con i capi, che lo uccideranno. «Alla sua morte, Riifa godette di un onore, rispetto e amore che mai aveva sognato quando era vivo. La sua vita divenne una storia gloriosa… specialmente da parte di Ghabalawi, che raccoglie il suo corpo e lo seppellisce nel giardino… Alcuni dei suoi seguaci giunsero agli estremi, evitando persino il matrimonio, con l’idea di imitarlo».
Kassem, grande ammiratore di Ghabal e Riifa, su invito di un servo di Ghabalawi, comincia ad addestrare il popolo nell’uso dei bastoni, perché desidera portare la giustizia di Ghabal, la misericordia di Riifa, ma anche gestire il patrimonio. Dopo molte battaglie, diverrà fiduciario, facendo conoscere alla gente del suo vicolo «fratellanza, amore e pace».
Infine, il mago Arafa giunge quando nel mondo c’è molta sofferenza. Vuole conoscere il libro segreto di Ghabalawi, causandone la morte. Diverrà una pedina del fiduciario, che userà le sue bombe rudimentali per opprimere e spaventare la gente. Qualcuno spera ancora nel suo messaggio.

Silvana Bottignole




Malawi – strade africane (terza puntata)

L’arrivo del pick-up scatena sempre un assalto alla carovana. Da sopra la vettura la gente offre mani per appiglio e si stringe ulteriormente per fare spazio ai nuovi arrivati. Qualcuno viaggia in piedi, tenendosi alla cabina anteriore dell’autista. Chi mi colpisce sempre sono le donne anziane che si arrampicano con un’agilità che non ti aspetteresti vedendole passeggiare a terra. Sembra di essere parte di un enorme gioco di tetris vivente, dove le varie figure da incastrare sono corpi umani. Il peggio che ti possa succedere durante quello spostamento (del mezzo, non del tuo corpo sul cassettone) è che ti venga un crampo. Il peggio spesso si avvera. Cerchi una soluzione con un movimento disperato delle dita dei piedi, dei polpacci o, quando non c’e’ alternativa, con la forza del pensiero.
Arrivato a Milepa scendo dal pick-up cercando di riacquisire la posizione eretta, riassesto muscoli ed ossa e mi incammino verso l’unico ristorante del paese. Di fronte c’è una sorta di staccionata. Il paesaggio ricorda un po’ il Far West, il ristorante un vecchio saloon, ma alla staccionata non sono legati cavalli, bensì biciclette. Ebbene si, gli ultimi tre chilometri li faccio in taxi-byke. Una quindicina di ragazzi si piazza qui davanti con la propria bicicletta e campa trasportando la gente ai loro villaggi o al mercato, che di giorno in giorno si tiene in una località diversa. Io mi faccio trasportare a Ndanga, non prima di aver pagato i miei 100 Kwacha (60 centesimi di Euro) per la notte che trascorrerò in uno dei due “alberghi” del paese. Ma questa è un’altra storia, e ve la racconto la prossima volta.  
La pedalata fino al villaggio di Ndanga dura una ventina di minuti, tra i saluti delle tante persone che si incrociano sulla strada, bambini che escono dai campi di mais o di tabacco, donne con le loro semplici bancarelle ai bordi della strada e tanta, tanta gente in bicicletta, in questa sorta di Olanda tropicale con i baobab al posto dei mulini a vento. Tutti divertiti nel vedere il musungu in bicicletta, col naso arrossato dal sole, mentre scompare nella polvere della loro quotidianità. (fine)
Dario Devale

Dario Devale




Ho visto morire Saddam (italiano/ français)

Il nostro mondo ha una visione Nord-centrica. L’Italia, gli Usa,
oggi anche un po’ l’Europa. È questo «il mondo che conta». Esistiamo,
quindi pensiamo, solo noi. L’Africa, sono le guerre, i massacri,
l’Aids, talvolta gli elefanti e le giraffe. L’America Latina ci porta
samba e merengue, spesso il calcio. L’Asia, è la Cina, soprattutto,
perché qualsiasi cosa tocchiamo è stato fabbricato lì. Poi ci sono gli
stranieri, di tutti i colori, che «invadono» la nostra vita.

Eppure in Africa esistono popoli, culture, modi di essere e di vivere.
Nel quotidiano. Gioali, radio, televisioni, siti internet. Una
società ricchissima di varietà, giovane e in cammino costante. Con i s

uoi personaggi di riferimento: politici, di chiesa, di cultura.

Con questa nuova rubrica abbiamo l’ambizione di portare nelle vostre
case almeno un po’ della visione africana del mondo e degli
accadimenti. Un piccolo segno per dire: un altro mondo è possibile, un
altro mondo già esiste. A volte basterebbe ascoltarlo.

Marco Bello

Saddam Hussein è stato impiccato il 31 dicembre scorso. Il giorno della
Tabaski (Aid-el-Kébir, festa del sacrificio di Abramo, durante la quale
si sgozza il montone, ndr). La sua esecuzione è stata largamente
mediatizzata e ha profondamente scioccato l’opinione pubblica
internazionale e, in particolare, in Africa. Lo spettacolo del Rais, in
giacca scura, la corda al collo, che parla ai suoi boia era
particolarmente toccante e rivoltante, anche se non si perdono di vista
i gravi crimini che pesavano sull’uomo. Le reazioni alla sua
impiccagione sono state varie. Qualcuno metteva in causa le condizioni
poco degne della sua esecuzione a dir poco sbrigativa, quando avrebbe
dovuto rispondere a numerosi altri crimini durante il suo regno
sanguinoso, sui quali si sperava di fare luce. Secondo altri, le
immagini insopportabili mostrate alla televisione sono giustamente la
prova che la pena di morte è una pratica di un’altra epoca e che
bisogna bandirla per sempre dal diritto penale. Naturalmente le
reazioni in Africa si sono divise su queste linee, dimostrando anche
che tutti i luoghi del mondo sono entrati in una fase d’uniformazione,
realizzando così il villaggio planetario annunciato da Mac Luhan.
Questi avvenimenti di Baghdad ci danno l’occasione di guardare
l’evoluzione della pena di morte come sanzione penale in Africa.
Prendiamo il caso del Burkina Faso.

Non c’è dubbio che, come tutte le società umane, le società africane
tradizionali considerano la vita come un valore sacro, come del resto
lo dimostra la sorte riservata alle donne, ai bambini e alle persone
anziane durante i conflitti armati tra etnie rivali. La morte non è mai
stata un fatto banale. Essa è inflitta solo in casi eccezionali. Nella
zona mossì (etnia maggioritaria in Burkina Faso, ndr), una pena
intermedia è stata prevista per evitare di giustiziare certi individui
destinati alla pena di morte. Si tratta della castrazione. Questi
uomini castrati restavano a palazzo dove si mettevano al servizio del
re. L’assassinio appariva nelle società tradizionali come il fatto più
grave. In questo caso la sanzione penale è generalmente la morte. Anche
in questo caso poteva applicarsi una pena compensatoria diversa da
quella capitale. Ad esempio tra gli anyanga del Togo, la famiglia
dell’assassino, se voleva salvargli la vita, doveva fornire sette
persone come compensazione. Questi diventano schiavi al servizio della
famiglia della vittima. Nell’ampia scelta di sanzioni in vigore tra i
mossì, le multe sono le meno pesanti, seguono le sevizie corporali
(come l’incatenamento) e la morte. Per quanto riguarda la pena
capitale, una piazza speciale, chiamata boegtoèga era riservata alle
esecuzioni a Ouagadougou, attuale capitale e sede del Moro Naba,
l’imperatore dei mossì. I giustiziati erano in generale delle persone
vicine al re che avevano avuto relazioni colpevoli con le sue spose. Il
boia si chiamava dapoéramba. Bisogna sapere che i condannati a morte
erano trattati in modo diverso a seconda se erano prìncipi o gente
comune. Questi ultimi prima di essere condotti al patibolo venivano
legati con delle corde, mentre per gli altri un pezzo di stoffa era
sufficiente. Questa differenza si spiega con il fatto che davanti alla
morte, il prìncipe a causa della sua nobiltà, deve restare degno per
accogliere la sentenza del reame. Poteva capitare che nelle contese che
opponevano capi tra di loro, l’arbitraggio del Moro Naba portasse alla
pena di morte per il colpevole. In questo caso preciso non c’era
bisogno del plotone d’esecuzione. L’imperatore invitava il colpevole ad
«andarsene», ovvero a darsi la morte. La vittima si suicidava,
piantandosi una freccia avvelenata nel petto o facendosi strangolare da
una banda di cotone bianco. Nel reame mossì di Ouagadougou, Naba Warga
(1666 – 1681) ha la reputazione di essere stato l’imperatore che meglio
ha organizzato la giustizia penale tradizionale.

La legge dei costumi (tradizionale) ha cessato di esercitare molto
prima dell’indipendenza. Il Burkina Faso ha adottato un codice penale
che all’articolo 9 prevede la pena di morte. È prevista l’esecuzione
per fucilazione in un posto designato dal ministero pubblico. Nessuna
esecuzione può essere fatta nei giorni di festa legale né la domenica.
L’esecuzione di una donna condannata a morte è subordinata al rilascio
di un certificato di non gravidanza. Notiamo tuttavia che la
giurisdizione burkinabè non sembra troppo invogliata ad applicare la
pena capitale. L’ultima esecuzione risale al 1988, quando sette
militari furono fucilati dopo essere stati condannati da un tribunale
militare rivoluzionario per aver ucciso, nel novembre di quell’anno, un
ufficiale dell’esercito e sua moglie. Il 12 giugno 1984, l’esecuzione
di cinque militari e due civili fu ordinata sempre da un tribunale
militare, per complotto contro il governo. Altre condanne ci sono
state, pronunciate dalla camera criminale della Corte d’Appello di
Ouagadougou nel 2003 in contumacia per assassinio e mutilazione. Ma il
fatto che è stato al centro della cronaca è l’assassinio nel 2004 di
due ragazze da parte di un giovane. Questi confessa di averlo fatto con
l’obiettivo di raccogliere il loro sangue  per un rito con il
marabut (sacerdote musulmano, ndr) che gli avrebbe procurato ricchezza
e prestigio sociale. Il giovane fu giudicato e condannato a morte, ma
la pena non è stata ancora eseguita. La cosa più interessante è il
dibattito che ha seguito il processo. L’opinione pubblica s’è
appassionata al caso, per la crudeltà del crimine commesso dall’uomo,
le cui vittime erano per di più due amiche.
Due campi si sono allora costituiti sulla questione della pena di
morte. I favorevoli stimano che la criminalità si sia sviluppata perché
la pena capitale non è applicata in tutto il suo rigore. Questa
opinione è condivisa da un magistrato che constata come i mezzi per
combattere il crimine siano insufficienti. Occorre dunque, stima, che
le pene siano abbastanza dissuasive per scoraggiare i malintenzionati.
Questa opinione è contraddetta da un avvocato della parte civile di
questo ultimo caso. Secondo lui la pena capitale è uno spreco umano. Se
lo scopo della giustizia è permettere a una persona di pentirsi e
correggersi, allora la pena di morte non ha senso. Il dibattito è
ancora aperto.
Su 53 stati africani, 13 hanno abolito la pena capitale e 20 la mantengono ma non la applicano.

Germain Bitiu Nama
(tradotto e adattato da Marco Bello, per la versione originale in francese si veda oltre)

Germain Nama è uno dei più noti
intellettuali del Burkina Faso. Ha 57 anni ed è padre di 4 figli.
Professore di filosofia di formazione e giornalista impegnato per i
diritti umani. Ha collaborato con Norbert Zongo, il celebre giornalista
assassinato nel 1998, fin dalla creazione dell’Indépendant nel 1993.
Settimanale di cui è diventato condirettore alla morte di Zongo fino al
2002. È membro fondatore del Movimento burkinabè dei diritti dell’uomo
e dei popoli, nel quale è stato per oltre 10 anni presidente della
commissione arbitrale (struttura di consiglio e studio che assiste il
comitato esecutivo). Nama è direttore del giornale l’Evénement dalla
sua creazione (2001). Il bimensile di attualità politica più seguito
del paese, di cui è co-fondatore. (Per la versione completa online www.evenement-bf.net)
Ha un impengo nella commissione nazionale burkinabè per l’Unesco dal
1993, nel quale è capo divisione. Nel suo paese è molto apprezzato,
dagli amici e dai nemici, per il suo equilibrio e la sua correttezza.
Bitiu significa «legno sacro» e si tratta di un albero feticcio protettore. È il soprannome di Germain Nama.

La peine de mort en Afrique

Saddam Hussein a été pendu le 31 décembre deier, le jour de la
Tabaski. Sa mise à mort fortement médiatisée a profondément choqué
l’opinion inteationale et en particulier en Afrique. Le spectacle du
Raïs, en costume sombre, la corde au cou, parlant à ses bourreaux était
particulièrement saisissant et révoltant, même quand on ne perd pas de
vue les lourdes charges qui pesaient sur l’homme.  Les réactions
consécutives à sa pendaison ont été diverses. Les uns mettaient en
cause les conditions très peu dignes de son exécution du reste
expéditive, alors qu’il devait répondre de nombreux autres crimes dont
on espérait qu’il en sorte une lumière sur les dessous de son règne
sanglant. Pour les autres, les images insupportables montrées à la
télévision sont justement la preuve que la peine de mort est une
pratique d’un autre âge qu’il faut bannir à jamais du droit
pénal.   Naturellement, les réactions en Afrique ont aussi
épousé cette ligne de partage, démontrant ainsi que toutes les contrées
du monde sont entrées dans une phase d’uniformisation, réalisant ainsi
le village planétaire annoncé par Mac Luhan. Ces événements de Bagdad
nous fouissent l’occasion de jeter un regard sur l’évolution de la
question de la peine de mort comme sanction pénale au Burkina Faso

Il n’y a pas de doute qu’à l’instar de toutes les sociétés humaines,
les sociétés africaines traditionnelles tiennent elles aussi la vie
pour une valeur sacrée, comme du reste en témoigne le sort qui est fait
aux femmes, aux enfants et aux personnes âgées pendant les conflits
armés entre tribus ou ethnies opposées. La mort n’a jamais été un fait
banal. Elle n’est prononcée que dans des circonstances exceptionnelles.
En pays mossi, une peine intermédiaire a été prévue pour éviter
d’exécuter certains individus normalement destinés à la mort. C’est le
cas de la castration. Ces hommes castrés restaient dans l’entourage du
palais où ils se mettaient au service du roi. Le meurtre apparaissait
dans les sociétés traditionnelles comme la faute la plus grave. Dans
ces cas de figure, la sanction pénale est généralement la mort. 
Même là, il arrive qu’on applique une peine compensatornire autre que la
mort. C’est ainsi que chez les Anyanga du Togo, la famille du
meurtrier, si elle tient à épargner la vie de son membre, elle doit
fouir sept personnes en guise de compensation. Ces personnes ont
vocation à être des esclaves au service de la famille de la
victime.  Dans la panoplie des sanctions en vigueur en pays mossi,
les amendes apparaissaient comme les plus douces, à côté des sévices
corporelles (dont la mise aux fers) et la mort. En ce qui concee la
peine de mort, une place spéciale appelée boegtoèga était réservée à
l’exécution de la sentence à Ouagadougou où siège le Moro Naba,
l’empereur des mossis. Les suppliciés étaient en règle générale des
proches du roi qui ont entretenu des relations coupables avec ses
épouses. Les bourreaux s’appelaient les « dapoéramba.» Il faut
savoir que les condamnés à mort étaient traités différemment selon
qu’ils sont princes ou roturiers. Ces deiers avant d’être conduits à
la potence se voient attachés les mains à l’aide de cordes, tandis que
pour les princes, un morceau de tissu suffisait. Cette différence
s’explique par le fait que devant la mort, le prince en raison de sa
noblesse, doit rester digne pour accueillir la sentence du royaume. Il
arrive que dans les litiges qui opposent les chefs entre eux,
l’arbitrage du Moro Naba conduise à la sanction de mort contre le
fautif. Dans ce cas précis, il n’est point besoin d’un peloton
d’exécution. L’empereur invite le fautif à « s’en aller »
c’est-à-dire à se donner la mort. La victime se donne elle-même la
mort, soit en se plantant une flèche empoisonnée dans le mollet, soit
en se faisant étrangler avec une bande de cotonnade blanche. Dans le
royaume mossi de Ouagadougou, Naba Warga (1666-1681) est réputé être
l’empereur qui a le mieux organisé la juridiction pénale coutumière.
Le droit modee burkinabè prévoit la peine de mort
La loi coutumière a cessé de s’exercer bien avant l’indépendance. Le
Burkina Faso a adopté un code pénal qui prévoit la peine de mort en son
article 9. Celle-ci s’exécute par fusillade en un lieu désigné par le
ministère public (art15). Aucune exécution ne peut avoir lieu les jours
de fête légale ni le dimanche (art 18). L’exécution d’une femme
condamnée à mort est subordonnée à la délivrance d’un certificat de non
grossesse.  On note cependant malgré ces dispositions que les
juridictions burkinabè ne semblent pas pressées d’appliquer la peine de
mort. Les deières exécutions en date remontent à 1988 où sept
militaires ont été fusillés après avoir été condamnés la veille par un
tribunal militaire révolutionnaire pour avoir tué en novembre de la
même année un officier de l’armée et son épouse. Le 12 juin 1984,
l’exécution de cinq militaires et deux civils fut ordonnée, également
par un tribunal militaire, pour complot contre le gouveement.
D’autres condamnations eurent lieu, cette fois prononcées par la
chambre criminelle de la Cour d’appel de Ouagadougou notamment en
2003 par contumace pour meurtre et mutilation. Mais l’affaire qui
défraya la chronique, c’est le meurtre en 2004 de deux filles par un
jeune homme. Ce deier avoua l’avoir fait dans le but de recueillir
leur sang en vue d’un rite maraboutique censé lui procurer richesses et
considération sociale. Le jeune fut jugé et condamné à mort, mais la
peine n’a pas encore été appliquée. Le plus intéressant, c’est le débat
qui a suivi ce procès. En effet, l’opinion publique se passionna pour
cette affaire, en raison de la cruauté du crime commis par un jeune
homme dont les victimes étaient de surcroît ses amies. Deux camps se
sont constitués autour de la question de la peine de mort. Ceux qui
sont favorables estiment que si la criminalité se développe, c’est
parce que la peine de mort n’est pas appliquée dans toute sa rigueur.
Cette opinion est du reste partagée par un magistrat qui constate à son
tour que la criminalité est très développée alors que les moyens
manquent pour la combattre. Il faut donc estime t-il que les peines
soient suffisamment dissuasives pour décourager les gens à commettre
les crimes graves, passibles de la peine de mort. Cette opinion se
trouve contredite par un avocat de la partie civile de cette deière
affaire en date. En effet pour lui, la peine capitale est un gâchis
humain. Si le but de la justice c’est de permettre à une personne de se
repentir et de se corriger, alors la peine de mort n’a pas sa raison
d’être.» Le débat est donc toujours ouvert.
Notons que sur les 53 Etats africains, 13 ont aboli la peine de mort
pour tous les crimes, 20 la maintiennent mais ne l’appliquent pas.

Germain Bitiu Nama

Germain Bitiu Nama




Giocare d’anticipo

Malattie dimenticate (6): parassitosi e nuove strategia

Sono in partenza programmi integrati per curare le malattie parassitarie, bloccando sul nascere l’infezione e le sue complicanze.

Intervenire prima che sia troppo tardi, giocare d’anticipo le carte che si hanno a disposizione contro una serie di malattie intestinali diffuse nei paesi poveri. Questa la nuova strategia che intende seguire l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) contro le patologie che interessano oltre un miliardo di persone nel mondo.

I farmaci come i vaccini
Oltre il 70% dei paesi a basso e medio reddito fa i conti con la presenza sul territorio di malattie tropicali dimenticate, che uccidono o rendono invalidi, lasciando segni permanenti sulla vita delle persone e delle loro famiglie, oltre che sulla società e sull’economia. Secondo i riportati dell’Oms, tutti i paesi a basso reddito si confrontano con almeno 5 fra le malattie dimenticate, e spesso gli abitanti ne hanno più di una. Sono condizioni diffuse soprattutto fra le popolazioni povere, che vivono in regioni con clima tropicale e subtropicale; i bambini sono quelli più a rischio e la diffusione delle infezioni è collegata all’utilizzo di acqua non sicura e condizioni di vita e igieniche scadenti.
Le malattie su cui in particolare  dovrebbe concentrarsi la nuova strategia annunciata dall’Oms sono: cecità del fiume (oncocerchiasi), elefantiasi (filariasi linfatica), schistosomiasi e le elmintiasi collegate a condizioni igieniche scadenti. Accanto a queste, viene sottolineata  la possibilità di uno sforzo integrato per la prevenzione e il controllo di una quinta malattia, il tracoma (vedi riquadro).
A fine ottobre l’Oms ha reso nota la scelta di adottare una nuova strategia, insieme con oltre 25 organizzazioni, nei confronti di queste infezioni che, se prese troppo tardi, portano invalidità e complicanze gravi. «La terapia farmacologica preventiva non impedisce necessariamente il verificarsi dell’infezione – chiarisce Lorenzo Savioli, direttore del Dipartimento per il controllo delle malattie tropicali dimenticate dell’Oms -. La prevenzione con farmaci migliora immediatamente la salute e previene malattie irreversibili nell’adulto. Come con le vaccinazioni proteggiamo le persone per tutta la vita da diverse malattie prevenibili, l’utilizzo regolare e cornordinato di pochi farmaci può proteggerle da quelle parassitarie, migliorare il rendimento scolastico dei bambini e la produttività economica degli adulti».

Uniti per lo stesso obiettivo
I passi da compiere sono raccolti in un manuale: Preventive Chemotherapy in Human Helmintiasis. Il primo passaggio importante prevede lo sfruttamento ottimale delle risorse disponibili. In pratica, viene sottolineata l’utilità di pensare in modo globale a queste malattie, anche se richiedono terapie differenti, per utilizzare al meglio mezzi e strategie comuni di controllo ed eliminazione.
Un secondo passaggio prevede il cornordinamento del lavoro dei diversi attori in campo (una dozzina di agenzie, organizzazioni non governative, aziende farmaceutiche, ecc.), per mettere a frutto le diverse esperienze e arrivare al raggiungimento del risultato comune. Spiega Francesco Rio, del Dipartimento per il controllo delle malattie tropicali dimenticate dell’Oms: «Si sta parlando di paesi dove queste malattie sono diffuse e dove quindi, spesso, sono già presenti e in funzione programmi specifici, ma ognuno va un po’ per conto suo. L’obiettivo che ci si prefigge è integrare i diversi programmi e farli funzionare insieme, secondo le indicazioni foite dal manuale sull’utilizzo dei farmaci a disposizione. Il tutto tenendo sempre in considerazione la prospettiva della zona in cui si opera».
Il passaggio dalla teoria alla pratica farà i conti quindi con i diversi contesti, possibilità e rischi locali: «In genere possono essere portati avanti programmi nazionali, ma in alcuni paesi il lavoro è organizzato a livello di distretto, per differenze locali legate all’estensione geografica ampia o alla presenza di ecosistemi variabili, con zone caratterizzate da gran secco e zone con foreste».

Il dottor Carlo Urbani
Su una base comune, ogni paese inserirà le sue specificità e, con gli strumenti già a disposizione, si comincerà ad affrontare le malattie parassitarie in un nuovo modo, cornordinato, ovunque sia possibile. «Naturalmente alcuni paesi cominceranno prima, perché maggiormente sensibilizzati, o con un sistema sanitario più ricettivo, o ancora perché più piccoli e con meno difficoltà operative locali» dice Rio, e sottolinea: «Il programma andrà avanti per tappe successive. La novità è soprattutto nella filosofia con cui verranno dati i farmaci: non solo per curare, ma soprattutto per prevenire, fino a portare questi interventi al pari delle vaccinazioni, che fanno parte del sistema sanitario».
Una novità nell’approccio alle malattie tropicali che fa pensare all’epidemiologo italiano Carlo Urbani e al suo lavoro, in Cambogia come in Vietnam. Urbani è morto a 46 anni, il 29 marzo del 2003, a Bangkok, di Sars (Sindrome respiratoria acuta grave), malattia che lui stesso contribuì a identificare in Vietnam (dove si trovava come esperto regionale dell’Oms per la regione del Pacifico occidentale) e sulla quale allertò gli esperti riguardo ai rischi di diffusione del contagio.

Alla radice della diffusione delle malattie
Carlo Urbani seguiva da sempre le malattie parassitarie nei diversi paesi ove erano diffuse. Alla fine degli anni ‘90 era in Cambogia come cornordinatore di un progetto della Ong Medici senza frontiere (Msf). Lì si era posto in un modo nuovo nei confronti della schistosomiasi, infezione intestinale che distruggeva la vita ai bambini, in particolare nelle zone lungo il fiume Mekong. «In molti villaggi lungo il Mekong i segni della malattia sono drammaticamente evidenti – scriveva in questa rubrica di Missioni Consolata del gennaio 1999 -. Gran parte dei bambini soffrono di dolori addominali cronici, emettono feci con sangue e muco, il loro addome si gonfia progressivamente per l’ingrossamento di milza e fegato, e a partire dagli anni dell’adolescenza sviluppano i primi sintomi della cirrosi epatica, la stessa malattia che colpisce gli alcolisti».
Urbani, con gli occhi dell’epidemiologo, si era interrogato su come intervenire prima che fosse troppo tardi, prima che la malattia causasse danni irreversibili e gravi in età adulta, fino alla morte. E aveva capito il legame tra la patologia e il gioco dei bambini lungo le rive del Mekong, il passaggio dell’infezione tramite l’acqua contaminata del fiume.
Il passo successivo era stato capire, grazie a un questionario dato ai bambini nelle diverse scuole, dove fossero gli alunni più a rischio, per concentrare gli sforzi di prevenzione, somministrando loro i farmaci con regolarità. Urbani aveva poi portato con sé lo stesso tipo di approccio su altre infezioni intestinali, per prevenire complicazioni gravi con trattamenti regolari.

Riflettori sui dimenticati
Nel 1999, come presidente della sezione italiana di Msf, nella cerimonia di conferimento del premio Nobel per la pace all’organizzazione, Carlo Urbani aveva detto: «Lasciamo che i riflettori, illuminandoci, illuminino e rendano visibili gli scenari dimenticati e le urgenze non considerate, affinché l’azione di domani (certo il Nobel non è il nostro traguardo finale) sia ancora più efficace e incisiva e i benefici del premio vadano a loro, le vittime».
Vi sono ancora molti scenari non illuminati, molte malattie ignorate, su cui molto si può fare, come sottolineato anche da David Heymann, assistente del direttore generale per le malattie trasmissibili dell’Oms, in riferimento al nuovo approccio sulle malattie tropicali dimenticate. «Abbiamo urgente bisogno di lavorare insieme per migliorare l’accesso a interventi con un effetto rapido e di qualità. La necessità di fare è incontestabile da tutte le prospettive: morale, dei diritti umani, economica e di salute pubblica globale. Il compito è realizzabile e deve essere fatto».

di Valeria Confalonieri

Valeria Confalonieri




La Russia, i russi e il «crepaccio del tempo»

Nuovi ricchi, nuovi poveri. Corruzione. Denaro. Il dispotismo di Putin e della sua corte. Riflessioni tra passato e presente, in attesa di un’alba che tarda.

Il monastero Donskoj è caro alla memoria dei moscoviti perché vi era vissuto Tikhon, il dodicesimo patriarca di tutte le Russie. Fu alle cinque del pomeriggio del 10 aprile del 1925 che lo videro per l’ultima volta, disteso nella piccola bara di legno di quercia sistemata nella cappella dedicata a san Sergio di Radonez, a destra entrando nella Cattedrale Grande del monastero. Dentro c’era una folla di fedeli, l’ultima isola del vecchio mondo che la tempesta della rivoluzione d’ottobre aveva sconvolto e che le persecuzioni che si stavano succedendo rischiavano di cancellare.
Era una tribù disperata e silenziosa, unita dalla dignità di chi sapeva di appartenere a un mondo diverso e che all’improvviso si  sentiva perduto. Perché in un Paese in cui era stato capovolto ogni principio di potestà statale, politica e ideologica, Tikhon rappresentava l’unica forma di autorità riconosciuta da sempre come legittima nelle Russie: quella morale. Sicché, quando s’era sparsa la notizia della sua morte, i fedeli si erano messi in cammino e, sfidando i controlli polizieschi erano arrivati fino al monastero, dove il patriarca accusato di «attività controrivoluzionaria» vi era stato inteato nel 1922.
Chi passa, 82 anni dopo la morte del patriarca Tikhon, sotto l’arco dove un tempo c’erano le porte Kaluzskie varcando le quali si entrava nella città di Mosca, e imbocca la via Donskaja cioè la strada che costeggia le mura del monastero, prima di giungere al portone su cui sbalza un’icona della Madonna di Kazan, incontra i mendicanti che oscillano ritmicamente la testa nel vento chiedendo l’elemosina in cambio di un santino. Appena varcato il portone ci sono due chioschi nei quali si vendono i libri di devozione, i calendari, le spille e ovviamente ritratti del santo patriarca Tikhon che nel maggio del 1992 era stato innalzato agli onori degli altari. Intoo, sullo spiazzo che porta alla Cattedrale Grande c’è sempre un via-vai di gente, poiché qui si concentra dai quattro punti cardinali di Mosca, qui s’impasta, si rimescola, nel grumo immobile – eppure si muove – d’una società che dopo l’implosione dell’Urss ambiva alla democrazia e oggi si ritrova sotto un regime che, per governare, usa la paura.  

Naturalmente nel mistero russo di una storia che sopravvive alle sue mutilazioni lo scenario del Donskoj si ripropone  come un’ alternativa, una sorta di identità permanente: la radice spirituale del paese, la sua memoria storica autentica che si riassume nel cimitero che stringe la Cattedrale Piccola e si stende fin sotto le mura. Con le ringhiere di ferro battuto, le croci, i bronzei catafalchi che raccolgono le spoglie dei nobili, dei ricchi mercanti, dell’intellighentja moscovita prerivoluzionaria. Le sculture annerite e le lapidi ammuffite all’ombra dei tigli e dei castagni selvatici. La copia dell’icona della Madonna poi detta Donskaja (del Don) che il  grande principe di Mosca Dmitri Ivanovich baciò prima di affrontare i Tatari a Kulikovo Pole nei pressi del fiume Don appunto dove vinse la prima grande battaglia per la liberazione della terra russa. Era l’anno 1380.
Ci sono sempre i fiori freschi sulla lapide di Jkov Sergheevic Polosov il segretario-cameriere di Tikhon, che la notte del 9 dicembre del 1923 si gettò sui due sicari che erano penetrati negli appartamenti patriarcali per assassinare il presule. Jkov gli fece scudo con il suo corpo e la pallottola sacrilega gli trapassò l’aorta fulminandolo. Fu sepolto vicino alla Cattedrale Piccola in modo tale che solo un muro lo separasse dalla tomba che il Patriarca aveva previsto per sé. Così volle Tikhon. «Lui resterà qui», rispose quando gli riferirono che il ministro Tuchov voleva trasferire la salma in un cimitero della periferia. Insomma nel monastero Donskoj tutto scorre come nelle  velate sequenze del cinema muto. La sensazione è di uno stato d’immobilità surreale, come se un intero popolo sia rimasto intrappolato in un «crepaccio del tempo», fra l’interminabile tramonto del socialismo reale e il chiarore dell’alba di una giornata politica che nessuno riesce ancora a configurare. Che il compito fosse arduo era chiaro a tutti, russi e non russi. Bisognava agire su vari versanti allo stesso tempo: frantumare il vecchio, costruire il nuovo e mostrarsi credibili agli occhi dell’Occidente.

Vladimir Putin, l’ex spia della Guerra fredda, ha basato la sua politica sul gas e sul petrolio mettendo fine al passaggio sotto controllo straniero delle risorse naturali russe. Lo sfruttamento del petrolio e il Gazprom hanno riempito le casse del Tesoro, ma la rinazionalizzazione è stata fatta nell’arbitrio più assoluto con i metodi del passato regime comunista, piegando la stampa e i suoi oppositori. Eliminati gli oligarchi in odore di tradimenti ne sono subentrati degli altri di provata fede, pronti a seguire sempre la volontà di Putin, ma lo scenario non muta. I nuovi ricchi sono una categoria sempre più evidente, mentre aumenta la massa dei nuovi poveri. La corruzione imperversa e con essa la criminalità. Il «danaro» s’impone come valore preminente. E così, dopo tante pagine intense e angosciose di sconvolgimenti politici, di guerre per bande, la popolazione si ritrova di fronte all’abisso del nulla, piegata da un dispotismo così poco illuminato che non ha aperto alcun spazio alle istituzioni democratiche.
Poiché manca quasi tutto – ancora – di quel che serve al funzionamento di una democrazia: le leggi, i partiti, i sindacati, per non parlare dei «valori»  che nessuno osa rivendicare dopo tutti quei giornalisti morti ammazzati, quelle spie polonizzate. Prevale la prudenza, significa che si sta radicando il pessimismo in quella parte illuminata della società civile  di un paese che da sempre affronta le vicende della Storia con la disperazione tragica, il furore degli estremi e la violazione dei limiti che rientrano nella sua tradizione.
Così meglio di ogni altro luogo, il monastero Donskoj può fare da fondale a questa tormentata, abbagliante, vertigine collettiva. Tra quelle mura aggredite dal tempo e dai vandali i credenti vi avevano cercato riparo con tenacia, con forza, con disperazione, sempre arretrando, sempre  allontanandosi di un passo dall’ombra dei persecutori, a volte fino a inabissarsi pur di far sopravvivere la speranza. Che i loro figli ora vorrebbero ritrovare.

di Vincenzo Maddaloni

Vincenzo Maddaloni




Honduras/ La violenza della modernità

È uno dei tanti paesi latinoamericani dove indigeno è sinonimo di povertà
e ingiustizia. Come ci racconta una leader dell’organizzazione Copinh,
Berta Caceres, donna indigena cui non manca né il coraggio né la forza
di volontà.

Se pensavate che in Centroamerica la violazione dei diritti umani, come
la tortura, i sequestri e gli assassini politici, fossero cose degli
anni ’80, l’Honduras di oggi vi farà ricredere.
Il paese si trova al centro di un moderno campo di battaglia, che si
crea quando due elementi attuali come un paese povero e la
globalizzazione si incontrano. Come risultato, l’Honduras si trova da
un lato minacciato dalle trasnazionali (con concessioni minerarie in 17
dei suoi 18 dipartimenti e con royalties che toccano addirittura l’1%),
dall’altro, dove le risorse minerarie non ci sono, prigioniero degli
ingranaggi della modea schiavitù, con la diffusione delle maquilas,
delle piantagioni di banane e di presunti progetti di ecoturismo. E,
per chiudere questo «circolo virtuoso dello sfruttamento», la
contaminazione ambientale, l’invasione trasgenica e il saccheggio della
biodiversità (fenomeno conosciuto come biopirateria).
Al centro di questa scena, si trovano gli indigeni honduregni (il 15%
della popolazione), che in questo paese sono il settore della società
più emarginato. Essi affrontano la discriminazione razziale della
maggioranza e l’espropriazione delle loro terre, che reclamano come
proprie da generazioni in dispute infinite con latifondisti e più
recentemente con imprese di legname, nazionali e multinazionali, che
sfruttano e saccheggiano le foreste nazionali, che (ancora) coprono
l’80% del territorio.
Berta Caceres, indigena di etnia lenca, leader del «Consiglio civico
delle organizzazioni popolari dell’Honduras»
(www.laneta.apc.org/copinh/), ci racconta un po’ di questa
organizzazione e della situazione attuale dei popoli indigeni
honduregni: «El Copinh è una organizzazione che ha 13 anni di lotta a
fianco delle comunità indigene per la difesa della nostra terra. Con
l’aiuto del trattato Oil n.169 sui popoli indigeni, siamo riusciti ad
ottenere la titolarità di circa 1.500 ettari di terra, ma attualmente è
in sospeso un’altra titolarità per 2.000 ettari. La titolarità è uno
dei motivi della nostra lotta di resistenza, perché l’incertezza sulla
proprietà di questa terra sta alimentando la cupidigia di molti
latifondisti – che in precedenza erano militari, poliziotti o parte del
potere politico -, i quali vogliono espellere le comunità indigene
dalle terre per poi poter saccheggiare le foreste e vendere tutto il
vendibile del nostro patrimonio».
«La realtà honduregna – continua Berta – è una realtà multietnica con 7
popoli indigeni: lencas, tolupanes, tawacas, garifunas, miskitos, mayas
choltis e, inoltre, i neri di lingua inglese. In questo momento stiamo
affrontando delle politiche neoliberiste  che in Honduras si
concretizzano nella spogliazione dei nostri territori di
proprietà  comune, della nostra cultura e delle conoscenze
ancestrali. Questa spogliazione viene attuata attraverso i grandi
progetti come il Piano Puebla-Panamà che punta al saccheggio delle
nostre risorse forestali, biogenetiche ed acquatiche. Questi progetti
sono accompagnati da una sistematica violazione dei diritti umani dei
popoli indigeni. In Honduras esiste un elenco di più di 50 leaders
indigeni e neri assassinati negli ultimi 2 decenni, cosa che è rimasta
semplicemente impunita. Infatti, attualmente nessuno si trova in
carcere per l’assassinio di indigeni».
«La nostra è una realtà sconosciuta – continua Berta Caceres -. Noi
abbiamo dozzine di compagni incarcerati in maniera illegale,
violentati, resi storpi per la vita, uomini che hanno perso gli occhi
per le torture, compagne che hanno abortito a causa della violenza di
poliziotti e militari. Nel 2006 sono stati assassinati 2 giovani
garifunas per ordine di multimilionari honduregni che sono coinvolti
nel megaprogetto di Bahia de Tela, nel quale tra l’altro ci sono anche
interessi italiani ed europei. Ma pure questo assassinio è rimasto
impunito».
«Anche se viviamo controllati, con il nostro telefono intercettato,
continueremo a chiedere il rispetto dei nostri diritti e non importa se
ciò ci costerà la vita. Noi sappiamo perfettamente che stiamo
affrontando dei poteri forti, ma questo non significa che rimarremo con
le braccia conserte, aspettando che finiscano di ucciderci».

José Carlos Bonino

Il Glossario di «Radio di carta»

• Piano Puebla-Panamà: è il progetto che
prevede l’integrazione tra 9 stati messicani (Puebla) e gli stati
dell’America centrale fino a Panamà; lanciato nel 2001 dall’ex
presidente messicano Vicente Fox, su istanza di Washington.

• Royalty / regalia: è il pagamento (di entità variabile) dovuto dall’utilizzatore al proprietario (titolare) di un diritto.

• Trattato Oil/Oit n.169: è il Trattato
sui popoli indigeni e tribali dell’«Organizzazione internazionale del
lavoro»  (Oil/Oit); sottoscritto nel 1989, costituisce una
fondamentale evoluzione del trattato n.107 del 1957. 

José Carlos Bonino