C’era una volta … il regno di Saba

Passato in pochi anni dal medioevo alla modeizzazione, grazie anche alla scoperta del petrolio, nello Yemen permangono gravi problemi di arretratezza sociale ed economica, che provocano ribellioni e insicurezza. Nonostante i frequenti sequestri di stranieri, la sua storia millenaria e le stupefacenti architetture continuano ad attrarre masse di turisti. Solo l’isola di Socotra, meravigliosa oasi naturale, sembra, essere risparmiata, per ora, dal turismo selvaggio.

Quando lo visitai per la prima volta, 15 anni fa, lo Yemen era da poco uscito dal medioevo. Era emozionante scoprire l’incanto di antichi villaggi, dei mercati, di gente fieramente legata alle tradizioni.
Oggi, si atterra in un moderno aeroporto e si incontrano subito tecnici americani che lavorano per conto di multinazionali del petrolio; in un’ampia superstrada si attraversa la vera città di Sana’a, modea e piena di attività, mentre la parte storica della capitale sta diventando un museo, al pari di Venezia. Una specie di trincea permette alle auto di attraversare la città antica e raggiungere i vari quartieri, in gran parte restaurati.
Il nostro albergo è stato ricavato da una di quelle case torri, fatte di pietra ai piani bassi, con elaborati fregi in gesso e finestre a lunetta, con vetri colorati e alabastro. Il cortile dove si cena è in comunicazione con un vasto appezzamento di terreno, che ora appare trascurato. Al tempo della mia prima visita, ricordo gli orti ben coltivati e le pecore che la mattina uscivano dai piani bassi delle case del centro.
La sera salgo sulla terrazza per godere del tramonto e mi rendo conto dei cambiamenti avvenuti: molti edifici nuovi e tante paraboliche su terrazze e tetti. Nonostante tali mutamenti, la medina (così è chiamato il centro storico) appare intatta, il souk (mercato) è affollato di uomini col pugnale alla cintola e donne velate di nero. Un tempo le abitanti di Sana’a usavano mantelle colorate e un velo nero e rosso che copriva totalmente il viso.
È cambiato anche l’ antico villaggio di Bayt Bows, che risale al tempo della regina di Saba, almeno 3.000 a.C. Oggi vi resta solo una famiglia, anche se il governo ha fatto portare l’acqua e ha costruito una scuola, ai piedi della collina. Dall’alto dell’abitato si può constatare quanto la capitale si sia dilatata nelle periferie, tra cui spicca una grande moschea in costruzione, voluta e finanziata dai paesi del Golfo.
Nello Yemen non si può generalmente entrare nelle moschee. Ve ne sono di bellissime, antiche e ben armonizzate nei centri abitati o nelle campagne. Questo edificio, moderno e gigantesco, mi pare una pesante stonatura, in un paese che persino nelle periferie ha voluto mantenere lo stile della tradizione nelle forme delle finestre, nei serramenti e nel rivestimento in pietra delle pareti delle case.

NEL REGNO DI SABA

Due giorni di viaggio attraverso il deserto, con peottamento a Mareb, dove vi fioriva il mitico regno di Saba, e raggiungo il Wadi Hadramaut, la regione dove è stato trovato il petrolio ed è diventata teatro di rapimenti di stranieri.
Una comoda strada asfaltata, costruita proprio per lo sfruttamento petrolifero, consente ora di arrivare a Say’un in poche ore. Ne approfittiamo per un tratto, per poi inoltrarci nel mare di sabbia, scortati dalla guida beduina, e scoprire città carovaniere, dove gli archeologi hanno trovato antichi templi dedicati al culto del sole e della luna. La vista della città di Shibam, mi emoziona come la prima volta, per la bellezza del paesaggio e delle architetture di fango crudo.
Nell’aprile del ’94 mi trovavo a Sana’a quando scoppiò la breve guerra civile tra il nord e il sud, appena unificati. «Prendi l’aereo per Say’un – mi avevano detto gli amici yemeniti -, laggiù sarai tranquilla, la gente è pacifica e non ci sono problemi». Mi ero sistemata in un albergo ricavato da vecchi prefabbricati russi. Ero l’unica ospite, insieme a uno studioso di rettili tedesco. Tutte le sere spesse nubi si addensavano sul ciglione roccioso, per poi scaricarsi in una pioggia fitta, preziosa per le intense coltivazioni del Wadi, che consentono la vita di oltre 200 mila persone. La sera la passavo in compagnia delle famiglie dei custodi, eritrei cristiani, che mi offrivano la cerimonia del caffè.
Oggi scendo in uno degli alberghi appena costruiti e vi trovo uomini d’affari giordani, cinesi e coreani. Seyun ha strade ampie e asfaltate, scuole, campi sportivi e molte costruzioni nuove e belle, che non deturpano l’armonia del paesaggio.
La gente invece è ferma nel tempo, specialmente le donne, velate di nero, con i tipici altissimi cappelli di paglia. Gli uomini sono occupati in antichi mestieri, come la fabbricazione di mattoni di fango, lavorato con mani e piedi e seccati al sole, la produzione della calce, ricavata dalle rocce.
Nei precedenti viaggi non avevo mai visto mendicanti. L’obolo era obbligatorio per lebbrosi e handicappati, fermi sul ciglio della strada. Perché ora, nei mercati, incontro donne velate col bimbo in braccio che premono insistenti per l’elemosina? Forse si è rotta un’armonia sociale, che manteneva la dignità delle persone.

IL PAESE DI BIN LADEN

«Bin Laden saudi group» dice il cartello dell’impresa che sta terminando la strada che collega Wadi Doan alla costa dell’Oceano Indiano, attraverso aride e scoscese montagne. I Bin Laden sono una grande famiglia di imprenditori, le cui splendide case dipinte si possono ammirare percorrendo le valli scavate dal Wadi Doan e dai suoi numerosi affluenti.
Il fondo valle è una lunga oasi ricca di verde e punteggiata da villaggi dorati. «La gente qui è molto benestante» spiega Mahdi, la guida che ci ha accompagnato da Sana’a.
Mahdi parla perfettamente l’italiano, avendo studiato in Somalia presso le suore della Consolata. I genitori erano emigrati, come molti yemeniti, per migliorare la propria condizione. Da anni ormai sono stati costretti a ritornare in patria a causa delle guerre. Con quattro figlie e due ragazzi da mantenere agli studi, l’affitto di una modesta casa di periferia da pagare, per Mahdi è importante lavorare nel turismo, dove si guadagna bene, ma si è soggetti a brusche interruzioni, a causa dei ricorrenti sequestri. Gli italiani sono tra i più assidui visitatori del paese, insieme ai tedeschi francesi e spagnoli.
Anche in questa parte del paese molte cose sono cambiate, rispetto al passato: non ho più notato, specialmente in città, uomini che, nell’ora della preghiera, si fermano, si radunano, anche nei cantieri, per pregare. Mahdi e gli autisti fanno eccezione: per tutto il viaggio sostano in preghiera cinque volte al giorno.

SOCOTRA

Da Mukalla, antico porto sul Mare Arabico, raggiungiamo in aereo Socotra, isola situata non lontano dalla Somalia, rimasta isolata nei secoli e miracolosamente intatta nella sua biodiversità. Qui si trovano specie di animali e vegetali uniche al mondo; per questo è in corso un progetto di collaborazione tra il governo yemenita e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite per proteggere l’isola dall’aggressione di un turismo e sviluppo poco rispettoso.
Gli italiani sono i principali finanziatori di tale progetto e alcuni nostri connazionali stanno lavorando nel centro Saving Socotra, cornordinati da Ismael Mohammed. Algerino, sposato con una toscana di Castiglioncello, mi invita a fermarmi per collaborare con loro. Bisogna insegnare l’inglese (e magari anche l’italiano) ai giovani socotrini che si stanno formando come guide ecologiche per accompagnare i visitatori.
Fino a due anni fa non c’erano strade, ma piste durissime, percorribili con difficoltà. Ora si stanno costruendo le prime strade e i turisti cominciano ad arrivare, incuriositi dalla storia e dalla natura particolare di un luogo che ha conservato miracolosamente l’habitat primitivo.
Gli abitanti dell’isola si sono dati da sempre le regole per salvaguardare l’ambiente, dal quale dipende la loro sopravvivenza. Il consiglio degli anziani del villaggio decide se e quando si possono tagliare gli alberi, quando è possibile effettuare la pesca e dove devono gettare le reti. Le condizioni di vita degli abitanti sono molto povere, per cui accettano volentieri gli aiuti che tengano anche presente la salvaguardia dell’ambiente.
I rari villaggi hanno basse case di pietra col tetto piatto; alcuni hanno una scuola nuova, frequentata anche dalle bambine. I 60 mila abitanti sono per lo più dediti alla pastorizia e alla pesca, mentre le coltivazioni sono in pratica impossibili, a causa del vento impietoso. Piccoli giardini circondati da muri di pietra consentono di avere palme da datteri e banane; tutto il resto viene importato.
Per le donne è nata una cornoperativa per promuovere l’artigianato della ceramica e tessitura. Vasi molto originali nelle forme, decorati col succo della pianta del drago (dracarnena) e stuoie tessute a mano con lana di pecora bianca e grigia vengono venduti nel negozio del centro di Hadibu.
Tra i primi 10 paradisi botanici al mondo, l’arcipelago di Socotra, che comprende altre tre isolette, è stato definito le Galapagos dell’Oceano Indiano. Alcuni torrenti scendono dai monti sempre avvolti da nuvole, formando pozze di acqua limpida. Le spiagge sono intatte, coperte di corallo e conchiglie che ancora nessuno ha raccolto. Numerose sono le colonie di uccelli marini nelle aree di riproduzione protette. La varietà di coralli e pesci comprende tutti quelli del mar Rosso e molti degli oceani.

MEZZALUNA ROSSA

L’appuntamento è alle 5,30 del mattino, sull’unica strada che taglia a metà l’abitato del villaggio. Mi unisco a un gruppo di medici yemeniti per raggiungere la spiaggia e fare il bagno all’alba.
Saleh è nato e cresciuto in un villaggio presso Aden, nello Yemen più laico e socialista, dove le donne giravano senza velo e dove risiedono ancora i suoi genitori. Gli studi li ha fatti a Leningrado e a Kiev, dove conobbe la moglie Irina. Ora abita e lavora a Abu Dhabi, presso due cliniche private, perché Irina, che è medico e ha una casa anche a Kiev, non vuole vivere nello Yemen. «Le mogli russe sono di supporto al marito. Sono forti e ben educate» mi dice convinto, mostrandomi le foto della famiglia.
Con 4 mila dollari al mese, auto e casa pagate, Saleh può permettersi di mandare a scuola privata le due figlie, di cui è molto orgoglioso. Degli anni vissuti in Russia Saleh ricorda con gratitudine la possibilità avuta di avvicinarsi alla vasta cultura del paese. Teatro, musica, letteratura lo hanno affascinato e segnato.
Mohammed, invece, ha studiato a Praga; è otorinolaringoiatra, ma meno loquace. L’esperienza interculturale che hanno fatto questi yemeniti è stata eccezionale. Rispetto ai connazionali, hanno la mente aperta e concordano sul fatto che la religione nel loro paese non ha un ruolo positivo.
Erano ragazzi diciottenni quando furono mandati a studiare in Unione Sovietica. Alcuni anni li passarono a studiare il russo, ucraino, ceco. Poi il latino, avendo scelto la facoltà di medicina. Dopo 14-15 anni di studi, il ritorno a casa, in uno Yemen appena uscito dal medioevo. Anche il direttore del piccolo ospedale di Socotra ha studiato in Unione Sovietica.
Tawfik è il più anziano del gruppo e invece di farsi una nuotata va alla ricerca di carcasse e spine di pesci, intatte e molto belle. Ha studiato in Pakistan e Sudan, a Khartoum; poi è ritornato a Sana’a, la sua città, dove ha lo studio ed è assistente di oculistica all’università.
Nel gruppo c’è anche una donna del Qatar, molto riservata, medico oculista. Ha il velo sul capo, veste di nero, ma il viso è scoperto; vi è pure un ingegnere di Abu Dabi che sta progettando il nuovo ospedale.
Dopo colazione, i medici raggiungono l’ospedale per operare, aiutati da infermieri, tutti della Mezzaluna rossa, mentre io vado alla scoperta dell’isola. Ci rivediamo a cena, nella trattoria di Hadibu, con gli ospiti dei due alberghi del luogo: qualche spagnolo, un gruppo di italiani e una signora di New York, accompagnata da due guide.
L’ultima sera prima della partenza, al ritorno da una lunga gita, siamo testimoni di un grave incidente. Un pick up carico di tifosi della locale squadra di calcio si è rovesciato, causando 17 feriti, che subito trasportiamo in ospedale. Due sono molto gravi e verranno portati a Sana’a la mattina dopo, su un aereo militare. La presenza della delegazione della Mezzaluna rossa è provvidenziale, i nostri amici medici passeranno la notte in ospedale a operare.

Claudia Caramanti




C’era una volta… il regno di SABA

Passato in pochi anni dal medioevo alla modeizzazione, grazie anche alla scoperta del petrolio, nello Yemen permangono gravi problemi di arretratezza sociale ed economica, che provocano ribellioni e insicurezza. Nonostante
i frequenti sequestri di stranieri, la sua storia millenaria e le stupefacenti architetture continuano ad attrarre masse di turisti. Solo l’isola di Socotra, meravigliosa oasi naturale, sembra, essere risparmiata, per ora, dal turismo selvaggio.

Quando lo visitai per la prima volta, 15 anni fa, lo Yemen era da poco uscito dal medioevo. Era emozionante scoprire l’incanto di antichi villaggi, dei mercati, di gente fieramente legata alle tradizioni.
Oggi, si atterra in un moderno aeroporto e si incontrano subito tecnici americani che lavorano per conto di multinazionali del petrolio; in un’ampia superstrada si attraversa la vera città di Sana’a, modea e piena di attività, mentre la parte storica della capitale sta diventando un museo, al pari di Venezia. Una specie di trincea permette alle auto di attraversare la città antica e raggiungere i vari quartieri, in gran parte restaurati.

Il nostro albergo è stato ricavato da una di quelle case torri, fatte di pietra ai piani bassi, con elaborati fregi in gesso e finestre a lunetta, con vetri colorati e alabastro. Il cortile dove si cena è in comunicazione con un vasto appezzamento di terreno, che ora appare trascurato. Al tempo della mia prima visita, ricordo gli orti ben coltivati e le pecore che la mattina uscivano dai piani bassi delle case del centro.
La sera salgo sulla terrazza per godere del tramonto e mi rendo conto dei cambiamenti avvenuti: molti edifici nuovi e tante paraboliche su terrazze e tetti. Nonostante tali mutamenti, la medina (così è chiamato il centro storico) appare intatta, il souk (mercato) è affollato di uomini col pugnale alla cintola e donne velate di nero. Un tempo le abitanti di Sana’a usavano mantelle colorate e un velo nero e rosso che copriva totalmente il viso.
È cambiato anche l’ antico villaggio di Bayt Bows, che risale al tempo della regina di Saba, almeno 3.000 a.C. Oggi vi resta solo una famiglia, anche se il governo ha fatto portare l’acqua e ha costruito una scuola, ai piedi della collina. Dall’alto dell’abitato si può constatare quanto la capitale si sia dilatata nelle periferie, tra cui spicca una grande moschea in costruzione, voluta e finanziata dai paesi del Golfo.
Nello Yemen non si può generalmente entrare nelle moschee. Ve ne sono di bellissime, antiche e ben armonizzate nei centri abitati o nelle campagne. Questo edificio, moderno e gigantesco, mi pare una pesante stonatura, in un paese che persino nelle periferie ha voluto mantenere lo stile della tradizione nelle forme delle finestre, nei serramenti e nel rivestimento in pietra delle pareti delle case.
NEL REGNO DI SABA
Due giorni di viaggio attraverso il deserto, con peottamento a Mareb, dove vi fioriva il mitico regno di Saba, e raggiungo il Wadi Hadramaut, la regione dove è stato trovato il petrolio ed è diventata teatro di rapimenti di stranieri.
Una comoda strada asfaltata, costruita proprio per lo sfruttamento petrolifero, consente ora di arrivare a Say’un in poche ore. Ne approfittiamo per un tratto, per poi inoltrarci nel mare di sabbia, scortati dalla guida beduina, e scoprire città carovaniere, dove gli archeologi hanno trovato antichi templi dedicati al culto del sole e della luna. La vista della città di Shibam, mi emoziona come la prima volta, per la bellezza del paesaggio e delle architetture di fango crudo.
Nell’aprile del ’94 mi trovavo a Sana’a quando scoppiò la breve guerra civile tra il nord e il sud, appena unificati. «Prendi l’aereo per Say’un – mi avevano detto gli amici yemeniti -, laggiù sarai tranquilla, la gente è pacifica e non ci sono problemi». Mi ero sistemata in un albergo ricavato da vecchi prefabbricati russi. Ero l’unica ospite, insieme a uno studioso di rettili tedesco. Tutte le sere spesse nubi si addensavano sul ciglione roccioso, per poi scaricarsi in una pioggia fitta, preziosa per le intense coltivazioni del Wadi, che consentono la vita di oltre 200 mila persone. La sera la passavo in compagnia delle famiglie dei custodi, eritrei cristiani, che mi offrivano la cerimonia del caffè.
Oggi scendo in uno degli alberghi appena costruiti e vi trovo uomini d’affari giordani, cinesi e coreani. Seyun ha strade ampie e asfaltate, scuole, campi sportivi e molte costruzioni nuove e belle, che non deturpano l’armonia del paesaggio.
La gente invece è ferma nel tempo, specialmente le donne, velate di nero, con i tipici altissimi cappelli di paglia. Gli uomini sono occupati in antichi mestieri, come la fabbricazione di mattoni di fango, lavorato con mani e piedi e seccati al sole, la produzione della calce, ricavata dalle rocce.
Nei precedenti viaggi non avevo mai visto mendicanti. L’obolo era obbligatorio per lebbrosi e handicappati, fermi sul ciglio della strada. Perché ora, nei mercati, incontro donne velate col bimbo in braccio che premono insistenti per l’elemosina? Forse si è rotta un’armonia sociale, che manteneva la dignità delle persone.
Il paese di Bin Laden
«Bin Laden saudi group» dice il cartello dell’impresa che sta terminando la strada che collega Wadi Doan alla costa dell’Oceano Indiano, attraverso aride e scoscese montagne. I Bin Laden sono una grande famiglia di imprenditori, le cui splendide case dipinte si possono ammirare percorrendo le valli scavate dal Wadi Doan e dai suoi numerosi affluenti.
Il fondo valle è una lunga oasi ricca di verde e punteggiata da villaggi dorati. «La gente qui è molto benestante» spiega Mahdi, la guida che ci ha accompagnato da Sana’a.
Mahdi parla perfettamente l’italiano, avendo studiato in Somalia presso le suore della Consolata. I genitori erano emigrati, come molti yemeniti, per migliorare la propria condizione. Da anni ormai sono stati costretti a ritornare in patria a causa delle guerre. Con quattro figlie e due ragazzi da mantenere agli studi, l’affitto di una modesta casa di periferia da pagare, per Mahdi è importante lavorare nel turismo, dove si guadagna bene, ma si è soggetti a brusche interruzioni, a causa dei ricorrenti sequestri. Gli italiani sono tra i più assidui visitatori del paese, insieme ai tedeschi francesi e spagnoli.
Anche in questa parte del paese molte cose sono cambiate, rispetto al passato: non ho più notato, specialmente in città, uomini che, nell’ora della preghiera, si fermano, si radunano, anche nei cantieri, per pregare. Mahdi e gli autisti fanno eccezione: per tutto il viaggio sostano in preghiera cinque volte al giorno.
SOCOTRA
Da Mukalla, antico porto sul Mare Arabico, raggiungiamo in aereo Socotra, isola situata non lontano dalla Somalia, rimasta isolata nei secoli e miracolosamente intatta nella sua biodiversità. Qui si trovano specie di animali e vegetali uniche al mondo; per questo è in corso un progetto di collaborazione tra il governo yemenita e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite per proteggere l’isola dall’aggressione di un turismo e sviluppo poco rispettoso.
Gli italiani sono i principali finanziatori di tale progetto e alcuni nostri connazionali stanno lavorando nel centro Saving Socotra, cornordinati da Ismael Mohammed. Algerino, sposato con una toscana di Castiglioncello, mi invita a fermarmi per collaborare con loro. Bisogna insegnare l’inglese (e magari anche l’italiano) ai giovani socotrini che si stanno formando come guide ecologiche per accompagnare i visitatori.
Fino a due anni fa non c’erano strade, ma piste durissime, percorribili con difficoltà. Ora si stanno costruendo le prime strade e i turisti cominciano ad arrivare, incuriositi dalla storia e dalla natura particolare di un luogo che ha conservato miracolosamente l’habitat primitivo.
Gli abitanti dell’isola si sono dati da sempre le regole per salvaguardare l’ambiente, dal quale dipende la loro sopravvivenza. Il consiglio degli anziani del villaggio decide se e quando si possono tagliare gli alberi, quando è possibile effettuare la pesca e dove devono gettare le reti. Le condizioni di vita degli abitanti sono molto povere, per cui accettano volentieri gli aiuti che tengano anche presente la salvaguardia dell’ambiente.
I rari villaggi hanno basse case di pietra col tetto piatto; alcuni hanno una scuola nuova, frequentata anche dalle bambine. I 60 mila abitanti sono per lo più dediti alla pastorizia e alla pesca, mentre le coltivazioni sono in pratica impossibili, a causa del vento impietoso. Piccoli giardini circondati da muri di pietra consentono di avere palme da datteri e banane; tutto il resto viene importato.
Per le donne è nata una cornoperativa per promuovere l’artigianato della ceramica e tessitura. Vasi molto originali nelle forme, decorati col succo della pianta del drago (dracarnena) e stuoie tessute a mano con lana di pecora bianca e grigia vengono venduti nel negozio del centro di Hadibu.
Tra i primi 10 paradisi botanici al mondo, l’arcipelago di Socotra, che comprende altre tre isolette, è stato definito le Galapagos dell’Oceano Indiano. Alcuni torrenti scendono dai monti sempre avvolti da nuvole, formando pozze di acqua limpida. Le spiagge sono intatte, coperte di corallo e conchiglie che ancora nessuno ha raccolto. Numerose sono le colonie di uccelli marini nelle aree di riproduzione protette. La varietà di coralli e pesci comprende tutti quelli del mar Rosso e molti degli oceani.
Mezzaluna ROSSA
L’appuntamento è alle 5,30 del mattino, sull’unica strada che taglia a metà l’abitato del villaggio. Mi unisco a un gruppo di medici yemeniti per raggiungere la spiaggia e fare il bagno all’alba.
Saleh è nato e cresciuto in un villaggio presso Aden, nello Yemen più laico e socialista, dove le donne giravano senza velo e dove risiedono ancora i suoi genitori. Gli studi li ha fatti a Leningrado e a Kiev, dove conobbe la moglie Irina. Ora abita e lavora a Abu Dhabi, presso due cliniche private, perché Irina, che è medico e ha una casa anche a Kiev, non vuole vivere nello Yemen. «Le mogli russe sono di supporto al marito. Sono forti e ben educate» mi dice convinto, mostrandomi le foto della famiglia.
Con 4 mila dollari al mese, auto e casa pagate, Saleh può permettersi di mandare a scuola privata le due figlie, di cui è molto orgoglioso. Degli anni vissuti in Russia Saleh ricorda con gratitudine la possibilità avuta di avvicinarsi alla vasta cultura del paese. Teatro, musica, letteratura lo hanno affascinato e segnato.
Mohammed, invece, ha studiato a Praga; è otorinolaringoiatra, ma meno loquace. L’esperienza interculturale che hanno fatto questi yemeniti è stata eccezionale. Rispetto ai connazionali, hanno la mente aperta e concordano sul fatto che la religione nel loro paese non ha un ruolo positivo.
Erano ragazzi diciottenni quando furono mandati a studiare in Unione Sovietica. Alcuni anni li passarono a studiare il russo, ucraino, ceco. Poi il latino, avendo scelto la facoltà di medicina. Dopo 14-15 anni di studi, il ritorno a casa, in uno Yemen appena uscito dal medioevo. Anche il direttore del piccolo ospedale di Socotra ha studiato in Unione Sovietica.
Tawfik è il più anziano del gruppo e invece di farsi una nuotata va alla ricerca di carcasse e spine di pesci, intatte e molto belle. Ha studiato in Pakistan e Sudan, a Khartoum; poi è ritornato a Sana’a, la sua città, dove ha lo studio ed è assistente di oculistica all’università.
Nel gruppo c’è anche una donna del Qatar, molto riservata, medico oculista. Ha il velo sul capo, veste di nero, ma il viso è scoperto; vi è pure un ingegnere di Abu Dabi che sta progettando il nuovo ospedale.
Dopo colazione, i medici raggiungono l’ospedale per operare, aiutati da infermieri, tutti della Mezzaluna rossa, mentre io vado alla scoperta dell’isola. Ci rivediamo a cena, nella trattoria di Hadibu, con gli ospiti dei due alberghi del luogo: qualche spagnolo, un gruppo di italiani e una signora di New York, accompagnata da due guide.
L’ultima sera prima della partenza, al ritorno da una lunga gita, siamo testimoni di un grave incidente. Un pick up carico di tifosi della locale squadra di calcio si è rovesciato, causando 17 feriti, che subito trasportiamo in ospedale. Due sono molto gravi e verranno portati a Sana’a la mattina dopo, su un aereo militare. La presenza della delegazione della Mezzaluna rossa è provvidenziale, i nostri amici medici passeranno la notte in ospedale a operare.

Claudia Caramanti




LA COLLERA DEI POVERI

Dopo che le elezioni democratiche nei territori palestinesi hanno dato la maggioranza assoluta ad Hamas, il movimento nato con lo scopo di distruggere Israele, che accadrà? Cosa dovrebbe succedere, per riavviare il cammino di pace
tra israeliani e palestinesi? Sono domande cui non è facile rispondere; tuttavia stimolano ad approfondire una situazione molto complessa.

Il 25 gennaio 2006 si sono svolte per la prima volta le elezioni politiche nei territori palestinesi. Queste elezioni sono state volute fortemente dagli Stati Uniti e contrastate da Israele: i primi perché volevano il rafforzamento della dirigenza di Abu Mazen e Abu Ala; gli altri perché vi scorgevano il principio della fine di un’occupazione ormai non più sostenibile, dopo che lo stesso «falco» Sharon si era convinto della necessità di ritirare una parte degli insediamenti.
I pronostici della vigilia sono stati smentiti clamorosamente: il popolo palestinese, da 60 anni in campi-lager, usando la scheda elettorale ha fatto piazza pulita di un’intera classe dirigente, identificata nel gruppo di Al Fatah, fondato da Arafat, e ha dato la maggioranza assoluta ad Hamas (Movimento di resistenza islamico).
Fondato dallo sceicco Ahmed Yassin e Mohammed Taha nel 1987 con il solo obiettivo di distruggere lo stato d’Israele e impiantare al suo posto uno stato palestinese islamico, Hamas è il gruppo armato più irriducibile, che nell’ultima intifada (2000-2002) ha inventato e utilizzato i kamikaze come bombe umane contro i civili israeliani, causando stragi nel cuore stesso di Israele: i propri figli carne da macello per macellare i figli del nemico.
Da un punto di vista geopolitico, peggio di così non poteva andare. Una domanda preme su tutte: che succederà adesso?
Hamas è nella lista nera dei terroristi, stilata dal governo Bush e condivisa dai governi europei incollati alla politica degli Usa. In Israele è fuori scena Sharon, le cui ultime scelte, prima della malattia invalidante, avevano aperto un fronte interno, rimettendo in moto un processo politico nuovo, approdato in un nuovo partito, Kadìma (Avanti), nato dalla scissione dello storico partito Likud (Rafforzamento).
Il primo contraccolpo si avrà proprio in Israele: alle elezioni di marzo Israele non voterà liberamente, perché la vittoria di Hamas lo condizionerà. Già dal giorno dopo il risultato elettorale, anche Ehud Olmert, sostituto di Sharon a capo di Kadìma, ha cominciato a rincorrere la destra di Netanyhau in dichiarazioni di totale chiusura senza se e senza ma.
Quando vivevo a Gerusalemme, nelle mie corrispondenze durante l’ultima intifada, pronosticavo che la Palestina negli anni a venire avrebbe visto ancora due guerre civili. Una all’interno delle fazioni armate palestinesi: evento che si sta verificando già, perché difficilmente il braccio armato di Al Fatah cederà il potere ad Hamas senza muovere muscolo. La seconda in Israele, che deve decidersi se essere uno stato laico o uno stato teocratico. La scissione di Sharon dal Likud e la formazione di un nuovo soggetto politico è una pietra verso questa soluzione.
L’effetto più sconcertante del risultato, infatti, è la radicalizzazione delle posizioni dentro Israele e il panico in cui sono cadute le organizzazioni estremiste all’interno della striscia di Gaza. Israele torna ad avere paura; Hamas e altri gruppi armati sono nel panico di non sapere come comportarsi. Hamas stesso, infatti, non aveva messo in conto una sua vittoria maggioritaria, ma solo una vittoria di minoranza, che gli avrebbe permesso di condizionare il governo di Al Fatah e restare estremista e all’opposizione.

D a queste elezioni tutti speravano un sussulto di «democrazia», come primo passo verso una soluzione graduale del cancro mediorientale. Il sussulto è accaduto e le regole della democrazia, su schema occidentale, hanno sancito che ha vinto Hamas, il nemico di Israele e Stati Uniti.
Questa vittoria ha un significato, oserei dire, psicoanalitico: il popolo palestinese, frustrato e represso, in parte consapevolmente, ha voluto punire il mondo occidentale per il suo atteggiamento pilatesco nei suoi confronti, eleggendo con lo strumento occidentale delle elezioni il gruppo che per l’Occidente è «puro fumo negli occhi».
Per fare questo, ha punito se stesso, perché Hamas significa isolamento, perdita dell’ingente sostegno economico occidentale, aumento della miseria, sconfinamento nell’inferno della non-vita, che potrebbe proseguire per almeno un altro decennio. È la logica illogica dei processi psichici: mi distruggo pur di distruggerti.

C he accadrà adesso? Nell’ultimo anno, oltre a parlare della Palestina religiosa, abbiamo dedicato due lunghi articoli alla Palestina «politica», intitolati: «Matassa imbrogliata» (MC maggio 2004) e «Abu Mazen tenta l’impresa» (MC marzo 2005). In essi mettevamo in evidenza i nodi geopolitici e quelli strettamente più locali che sarebbe stato necessario risolvere prima di giungere alla posa della prima pietra di un processo di pace.
Dicevamo anche che il cammino sarebbe stato lungo e avrebbe percorso almeno il primo secolo dell’incipiente primo millennio. Il groviglio Palestina è talmente annodato che soltanto chi avrà sapienza storica e intelligenza di stato avrà il privilegio di cominciare la lunga marcia nel deserto verso la Terra Promessa della pace in Palestina.
Abu Mazen è stato certamente un sapiente della storia e uno statista delle possibilità, finché non esercitò alcun potere. Nel momento in cui assunse l’eredità di Arafat, con la speranza ereditò anche una situazione di degenerazione abissale: struttura amministrativa inesistente, governo a immagine e somiglianza del rais, frantumazione di gruppi armati e rete di corruttela che ha soffocato ogni spiraglio di soluzione.
La corruzione diffusa da Arafat sopravvisse alla sua morte. Abu Mazen, uomo onesto e di valore, non ebbe la forza di tagliare l’intreccio mafioso con forza e immediatezza, di denunciare apertamente corrotti e corruttori.
Hamas ebbe facile gioco: fuori dei gangli del potere, si schierò dalla parte del popolo e da questo è stato sempre ricambiato. Il popolo che vive nella miseria, condannato a vita in lager a cielo aperto, come quello di Gaza, sperimenta la vicinanza di Hamas, che si incarica dell’assistenza degli anziani, paga le bollette, mantiene vedove e orfani, si prende cura delle famiglie dei carcerati, vive «con» i baraccati, si fa carico dei problemi spiccioli… Hamas è uno di loro.
Demagogia? Strumentalizzazione? Populismo? C’è tutto questo e anche di più; ma la gente vede che Hamas c’è sempre. Hamas non è un benefattore dell’umanità né del popolo palestinese; egli mira al potere, ma non al governo, perché governare significa scegliere, confrontarsi, prevedere; mentre potere significa essere sempre contro chi pensa in modo diverso, eliminare chi ostacola, distruggere stando all’opposizione senza l’onere delle responsabilità.

H amas è uno di quei frutti proibiti che nascono in Oriente, ma seminati dall’Occidente: è figlio di interessi incrociati. Chiunque ha interesse a destabilizzare la regione (Siria, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Emirati Arabi e in modo sotterraneo anche Usa) crea o sostiene gruppi terroristici, finanziandoli con le armi a basso costo finché sono funzionali.
Quando Hamas cominciò a opporsi ad Arafat e la sua politica, giudicata remissiva, armi e finanziamenti provenivano da Usa e Russia, Europa (attraverso le frontiere dell’Egitto) e Israele, senza rigurgiti morali per chi da quegli armamenti traeva profitto. Per un certo tempo, Israele credette di poterlo manovrare, insieme agli altri gruppi terroristici, ma senza riuscirvi. Dopo la 2a intifada, Hamas divenne per Israele il nemico principale da distruggere. L’incapacità degli Usa di gestire una politica organica in tutto l’Oriente (dall’Afghanistan all’Iraq) e l’inesistenza di una politica estera comune europea hanno permesso la radicalizzazione della cancrena mediorientale.
La grandezza di Abu Mazen consiste nell’avere portato il suo popolo e tutti i gruppi a confrontarsi con un sistema quasi democratico. Convinse Hamas a entrare nella dialettica politica accettando il confronto delle elezioni, svoltesi sotto il controllo di Stati Uniti, Europa e Onu.
Tutte le proiezioni davano per vincente Abu Mazen e il suo gruppo Al Fatah. Fin dalla vigilia del voto, gli «esportatori» di democrazia dicevano che finalmente il popolo palestinese poteva cominciare una nuova èra; erano certi che, eleggendo Abu Mazen contando i voti con il criterio «una testa un voto», avrebbero isolato gli estremisti e dato impulso al processo di pace, come inteso e voluto dall’Occidente: una pace sbilanciata verso Israele.
Invece, la democrazia all’occidentale ha scelto Hamas, contro il volere occidentale. Per spirito anti-Bush, certo; per dare una lezione a Israele, sicuro; per chiedere rispetto dai predicatori di libertà, senza dubbio. Il popolo palestinese, esercitando un suo diritto fondamentale e primario, votando liberamente ha scelto contro tutte le aspettative degli altri.

R itorna la domanda iniziale: che cosa accadrà adesso? Anzi, cosa dovrebbe accadere adesso? Cominciamo a rispondere alla seconda domanda: non dovrebbe succedere «niente», perché ci aspettiamo che Stati Uniti, Israele, Europa e l’Onu prendano atto delle elezioni e della lezione di democrazia del popolo palestinese e s’inchinino, senza distinguo, ai risultati.
Hamas ha l’onere del governo e verrà giudicato non «preventivamente», ma solo in base alle scelte che farà e alle posizioni che assumerà nei consessi inteazionali, come si giudica e si esige da qualsiasi altro stato democratico.
Sappiamo che non accadrà, perché alcuni occidentali hanno della democrazia un concetto di sovranità limitata, contrariamente all’attuale governo palestinese di Abu Ala, che a ue ancora aperte si è dimesso, riconoscendo l’esito del voto come volontà del popolo libero e sovrano.
Non così l’ala armata di Al Fatah che, passando all’opposizione, assumerà quella che fu la posizione fino a oggi di Hamas. La guerra civile è sulla soglia.
Pur di non riconoscere Hamas, Israele e Usa cominceranno il balletto di richieste di supplemento di democrazia, come condizione per il riconoscimento. Nessuna risposta di Hamas sarà mai esauriente: di richiesta in richiesta si concluderà con un nulla di fatto.
Hamas risponderà per le rime, almeno in principio, rafforzando le dichiarazioni sulla propria radicalità, per non perdere la faccia davanti al suo popolo. Si ammorbidirà molto lentamente; ma così i tempi della pace si allontanano drasticamente.
In compenso faranno affari i venditori di armi d’Oriente e Occidente.

L a prima domanda è più complessa, ma possiamo azzardare alcune conseguenze, già iscritte nella realtà dei fatti. Hamas ha la maggioranza assoluta e può governare da solo. Bene ha fatto Abu Mazen a rifiutare, almeno per ora, qualsiasi accordo di coalizione: è bene che Hamas si cimenti e si misuri con i suoi progetti, il suo popolo, lo scenario mondiale.
Il primo anno trascorrerà in salamoia: ognuno resterà sulle sue posizioni. Hamas strillerà e inveirà per non perdere la faccia; ma, ogni giorno che passa, strillerà e inveirà un po’ meno. Sa infatti che, se rompe con l’Occidente, dovrà dire addio ai miliardi di euro e dollari stanziati e stanziabili per il rafforzamento democratico e la ricostruzione.
Dall’altra parte, Israele e Bush diranno ogni sorta di contumelia contro Hamas, ma questo fa parte del giochino della politica all’acqua minerale: si andrà avanti senza alcuna scelta perché adesso non scegliere è interesse di Israele.
Un’altra conseguenza riguarda le elezioni in Israele a marzo: si rimescolano le carte e si radicalizzerà lo scontro all’interno di Israele; perde la politica di Sharon e si rafforza quella di Netanyhau, cioè la destra oltranzista e i sionisti radicali.
Da parte sua, Hamas non è all’altezza di governo: non ne ha l’esperienza e la maggior parte dei suoi adepti e capi sono alquanto ignoranti. Cercherà a tutti i costi di governare con Al Fatah, che alla fine accetterà per senso di responsabilità, alzando la posta di contrattazione e imponendo figure estee nella compagine governativa. Alla fine del tira e molla, si avrà un governo «misto»: il nome sarà di Hamas, ma il potere reale sarà nelle mani di Abu Mazen, che goveerà nell’ombra, per garantire l’Occidente e per permettere ad Hamas di fare quei passi dolorosi, ma necessari verso un sistema parlamentare di confronto politico.
Questa soluzione permetterà ad Hamas di giocare la carta governativa e internazionale, l’unica che le permetterà di uscire dall’isolamento e principalmente dalla lista di proscrizione di Bush, con alcune conseguenze ovvie: da gruppo di pressione militare, vissuto di guerra e guerriglia senza esclusione di colpi, si riciclerà in soggetto politico, dichiarerà di abbandonare le armi, ma senza consegnarle; gli altri non gli crederanno, facendo finta di credergli.
Il popolo palestinese sa che con Hamas rischia ancora di più la miseria e la fame; ma quando i poveri sono costretti dalla cecità del mondo a vivere per tutta la vita nei campi profughi (dovevano essere provvisori, ma durano dal 1948), avendone avuto l’occasione, ha preferito levarsi una soddisfazione, facendo saltare d’un colpo tutte le cancellerie del mondo: il bisogno di onore spesso è più nutriente del pane. Per una volta i palestinesi sono sulle prime pagine dei giornali, come liberi democratici in democratiche elezioni. Lasciamogli godere in pace questo orgoglio di «popolo senza terra».
Nel 1967, Paolo vi aveva messo in guardia dalla «collera dei poveri» (Populorum progressio 49), perché avrebbe prodotto «conseguenze imprevedibili». Come volevasi dimostrare.

Paolo Farinella




ISLAMLe donne di Allah

Erano alla ricerca di un’identità e di un ruolo. Hanno trovato un universo ordinato, dove uomini e donne hanno uno spazio e compiti ben delimitati. I diritti negati o ristretti sono «compensati» dalla mancanza di confusione nei ruoli e dalla certezza delle regole islamiche. Le storie di Nadia, Aziza, Chiara, Barbara, Maryam, Nura. Senza dimenticare che «non è tutto oro ciò che luccica».

NADIA: EX-FEMMINISTA, EX-COMUNISTA

Nadia ha 40 anni. È un’insegnante d’italiano, ex femminista, ex comunista.
Ha incontrato l’islam attraverso Yassin, un giovane algerino immigrato in Italia cinque anni fa. Lui le ha parlato della sua terra, della sua religione, le ha prospettato un universo ordinato, piuttosto semplice, organizzato per scale di valori e ruoli ben determinati, dove la figura femminile e maschile ha una connotazione, uno spazio e dei compiti ben precisi. Un’identità, insomma, riconoscibile sia all’interno della famiglia, sia nella società (islamica, s’intende).
Nessun dubbio, dunque, nessuna confusione, niente più crisi esistenziali. Neanche quando lei, abituata per decenni a rivendicare i propri diritti di donna libera, se li è visti negare o restringere all’ambito delle mura domestiche e delle poche attività religiose.
Foulard beige e un lungo soprabito celeste la proteggono dagli sguardi maschili, che potrebbero ferirla nella sua dignità più profonda. «In questo modo – afferma con severa dolcezza – la donna è tutelata e non rischia di essere ridotta ad oggetto sessuale».
L’esperienza di Nadia non è singola: altre donne, anche molto giovani, sono attratte dall’islam. Confusione nei ruoli tra maschile e femminile, identità sessuali traballanti, vuoto ideologico e spirituale, profonde insicurezze personali e caratteriali, trovano per loro una risposta e una risoluzione. Per alcune, l’adesione all’islam è anche una sorta di reazione allo sfruttamen- to per fini commerciali che l’Occidente attua nei confronti dell’immagine femminile attraverso l’ambiguo e discutibile richiamo sessuale.

AZIZA: LA «PRINCIPESSA» TIMIDA

Aziza ha 26 anni. Ha iniziato ad interessarsi all’islam quando, verso i 15, ha conosciuto un gruppo di ragazzi maghrebini. Torinese d’adozione, proviene da una famiglia pugliese molto cattolica. Timida, un po’ impacciata, con lineamenti poco aggraziati dietro a un enorme paio di occhiali e a un hijab che le nasconde i capelli – peraltro già molto corti. Ha imparato l’arabo classico e il dialetto marocchino, ha letto molti testi islamici, ha visitato alcuni paesi arabi e ha fatto il pellegrinaggio sacro, lo hajj, alla Mecca.
«Indossare il velo è stata una mia scelta – sostiene – per essere più coerente e rispettare la shari ‘a, la legge islamica». Forte è il suo desiderio di adeguarsi al «gruppo», di corrispondere anche esteriormente alle «regole», di essere accolta e accettata all’interno della comunità islamica locale. Di compiacere forse il «padre», quella figura maschile che, nella sua storia personale, ha abbandonato la famiglia quando lei era ancora piccina.
Nella piccola moschea ricavata da un magazzino, al centro di Torino, dove lei si occupa dei bimbi immigrati e dei figli delle coppie miste educati secondo i precetti coranici, tutti la stimano e le vogliono bene. E come non volergliene con quell’aria mite e disponibile e con quella voce che pare uscire a fatica dalla sua gola avvolta nel foulard?
Ha trovato la sua identità, Aziza, che aveva perso durante un’adolescenza un po’ buia e solitaria. Ha scoperto il suo ruolo e un mezzo per superare i momenti di agitazione e tristezza.
«La mia famiglia non vedeva di buon grado questa mia scelta, avrebbe preferito sapermi come altre ragazze che si divertono, che frequentano le discoteche e si vestono in un certo modo. Anch’io esco, vado al ristorante o al cinema, ma tutto entro certi limiti. Non comprendo come molti giovani possano distruggere le loro vite con droghe, alcornol, musica assordante, corse in autostrada a folle velocità…».
«Adesso mia madre e i miei fratelli hanno accettato e mi rispettano, come io ho sempre fatto con loro senza pretendere che seguissero le mie orme».
Eri cattolica praticante prima di convertirti all’islam? «Ritornare all’islam, vuoi dire? Sai, siamo tutti musulmani, alle origini, anche se molti hanno abbracciato altre fedi o non ne hanno neanche più una. Nella sura “al-Nasr” si legge che molta gente del Libro (gli ebrei e i cristiani, ndr) si convertiranno all’islam. Andavo a messa con mia madre, ma non ero a mio agio lì, in chiesa. Avvertivo una sensazione di vuoto interiore, di insoddisfazione, come se quella non fosse la mia strada. E, quando ho preso a frequentare gruppi di amici arabi e a leggere il corano, ho capito che quello era il mio posto».
I musulmani della tua comunità come ti considerano? «Come una di loro, un’italiana entrata nell’islam. Mi rispettano molto. Gli uomini addirittura esagerano: mi trattano come una principessa».
Sei felice? Sorride e risponde con un allegro «al-hamdu li-llah», «grazie a Dio», alla maniera araba.
Vuoto esistenziale da colmare, profondo richiamo verso una dimensione spirituale, ma anche motivazioni sentimentali sono alla base di un certo successo dell’islam fra le donne in tutta l’Europa.

CHIARA: SOLO CON IL PERMESSO DEL MARITO

Chiara, maestra di scuola nel cuneese, trent’anni, bionda e simpatica, due bellissimi figli piccoli, ha abbracciato l’islam per amore, anche se, assicura lei, suo marito, egiziano, non glielo aveva chiesto.
Perché l’ha fatto, allora? «Ero alla ricerca di qualcosa, a livello spirituale, che mi convincesse. Il cattolicesimo non mi aveva mai entusiasmato. Quando ho conosciuto mio marito ho iniziato a leggere il corano e gli ahadith; ho preso a frequentare la moschea e alcune donne arabe che mi hanno seguito nei miei studi. L’islam ha riempito il vuoto che sentivo dentro».
Ora lei si è totalmente adeguata allo stile di vita e alle idee del marito, dicono le sue colleghe, e a quelle della cultura a cui lui fa riferimento: non può uscire di casa senza il suo permesso e, quando lui è fuori per lavoro, deve andare con i bimbi dalla madre. In casa, a cena, c’è un andirivieni di amici a cui lei prepara continuamente cene…
Ma sembra felice, Chiara, nei suoi grandi occhi azzurri, mentre ci fa vedere come ha imparato bene ad eseguire alcune flessuose danze locali. Già, pare proprio una donna araba!

BARBARA-AISHA:
LA «SECONDA MOGLIE»

Carmagnola (Torino). Case di proprietà comunale. Prima di lasciarci salire nel suo appartamento, Aisha si accerta che non vi siano uomini nelle vicinanze. «Sa, in casa nostra pratichiamo la separazione tra i sessi, e quando ci sono degli uomini io mi ritiro in un’altra stanza» afferma con un sorriso che le illumina il giovane volto incoiciato dallo hijab.
Barbara Farina, 25 anni, è sposata con solo rito islamico ad un sociologo senegalese, ex-imam della moschea di Carmagnola, ed è madre di un bimbo di due anni.
Aisha-Barbara è una «mujahidat-Allah», cioè una «combattente per la guerra santa di Allah». Direttrice di un giornalino chiamato «al-Mujahidah», arrivato al suo terzo numero, raccoglie e pubblica opinioni giuridiche (fatwa), scritti e riflessioni sulla donna musulmana, sulla morale e sul retto comportamento islamico, per aiutare, afferma lei, le altre sorelle italiane nel cammino di fede.
Nel 1994 il suo nome e il suo viso fecero il giro dei mass-media italiani: portavoce di tutte le altre musulmane residenti nel nostro paese, era la prima a rivendicare il diritto di essere ritratta con il velo islamico sulla carta d’identità.
Ma che cosa dell’islam ha attratto lei, ragazza occidentale? «Il senso di giustizia sociale, il rispetto per valori come quello della famiglia e del ruolo della donna, che la cultura europea ha perso. Più leggevo il corano e più sentivo di appartenere a quel mondo, dove fede e pratica sono congiunte indissolubilmente».
Quando è avvenuta la sua conversione? «Ho incontrato l’islam nel 1993, a seguito di un corso di studi orientali all’Ismeo di Milano».
Religiosa praticante e convinta, sogna di andare a vivere in uno stato dove la shari‘a, la legge islamica, sia applicata in tutti gli ambiti dell’esistenza umana, dove ai ladri e ai disonesti vengano mozzate le mani e dove gli adulteri siano duramente puniti. Nell’attesa, indossa la jallabiyya, una lunga veste che le arriva sino ai piedi, si nasconde i capelli sotto lo hijab e, quando esce di casa, si copre il viso con il burqa, un velo nero integrale e il corpo con la abaya.
Corano alla mano, ad un certo punto Barbara- Aisha è entrata nella vita di un’altra coppia, quella di Abdelkader Fall Mamour, il ricercatore senegalese con cui ha contratto, nel 1995, matrimonio religioso, e di Patrizia Venturella, una giovane operaia della provincia torinese, ed è divenuta la «seconda moglie». Fino al momento in cui la «prima» consorte, esasperata, ridotta all’anoressia e all’indigenza, non è scappata portandosi dietro il proprio figlioletto.
Per lo stato italiano, dunque, suo marito era bigamo? «Per la nostra legge no. Un uomo, se può permetterselo, è autorizzato a contrarre matrimonio anche con quattro donne».
E lei è d’accordo con questo? «Sì, se serve per aiutare una donna vedova, con figli e in difficoltà; oppure per dare dei bambini ad un uomo la cui prima moglie è sterile o malata. La poligamia non è ammessa sempre e comunque. Non è un capriccio, bensì una necessità».
Allora, nel vostro caso si è trattato di una necessità? Quale? «Patrizia non era musulmana e mio marito voleva una moglie che potesse condividere con lui la fede, educare islamicamente i suoi figli… e lei non poteva assumersi questo compito. Si era, infatti, avvicinata alla religione e alla cultura di Abdelkader solo per compiacerlo, non perché veramente le interessasse questa realtà. Io fui invitata a casa loro proprio per “educare” Patrizia all’islam e unirla maggiormente a suo marito. Tuttavia, lui capì che io ero la donna giusta e così ci sposammo in moschea. Patrizia, inizialmente, sembrava d’accordo, ma poi decise di andarsene via con il bambino. Da lì a poco sporse denuncia per maltrattamenti».
Barbara parla con slancio, senza fermarsi un attimo. Pare molto sicura del fatto suo e della sua posizione. Ma cosa può averla spinta a convertirsi all’islam prima, e ad insinuarsi all’interno di una coppia già sposata, dopo?
«L’islam protegge le donne, non le lascia sole, anche in caso di divorzio. Eppoi, in Occidente, quanti uomini mollano le mogli per altre donne o le tradiscono di nascosto, e ciononostante si professano monogami? Allora, non è meglio essere sinceri e fare tutto nella legalità?».
La scelta radicale di Barbara può forse trovare una spiegazione nella sua storia personale. Sembra infatti che, quando era piccola, suo padre abbia abbandonato la famiglia per un’altra donna. Questo, secondo Aisha-Barbara, egli fosse stato musulmano e, semplicemente, avesse potuto prendere una seconda moglie.
In realtà, neanche nelle società islamiche le cose funzionano sempre così: molte mogli vengono, infatti, facilmente ripudiate e messe per strada insieme ai loro figli. E per loro questo significa miseria, disperazione e, spesso, prostituzione.

MARYAM E NURA:
COL VELO, SERENE E FELICI

Arcevia delle Marche, fine agosto 1998, campeggio estivo dell’«Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia» (UCOII). Tra le tante donne presenti spiccano alcune italiane convertite all’islam, mogli di musulmani maghrebini o egiziani. Concordi nell’esprimere una totale e «non condizionata» libertà nella scelta religiosa da loro compiuta, hanno anche evidenziato un’adesione a princìpi religiosi e sociali islamici che ben oltrepassano l’ortodossia per sconfinare, come per molte altre persone ivi presenti, in un integralismo di vedute e di prospettive. Non a caso, infatti, tra i testi di lettura proposti dagli stand comparivano saggi di Sayd Qutub, l’ideologo dei Fratelli Musulmani.
Dal rumoroso gruppo di signore sedute in circolo si fa avanti un’italiana, Maryam, giovanissima e timida moglie di un ragazzo tunisino, coinvolta dall’amica Nura a spiegare la sua conversione all’islam e di indossare lo hijab. Tuttavia quest’ultima, toscana ventinovenne, è più sicura di sé e più decisa a prendere la parola al posto dell’altra: «Molti ci domandano se siamo state costrette a convertirci sposando i nostri uomini. Ma come avremmo potuto fare una scelta tanto importante, senza essee sinceramente convinte? Per quanto mi riguarda, già da tempo ero alla ricerca di un ideale morale, spirituale. Il cristianesimo non dava alcuna risposta ai miei dubbi: così, quando ho conosciuto mio marito e la sua religione, è stato come trovare la soluzione alla mia ricerca, quella strada che avevo inseguito per anni».
E lo hijab, il velo che ora indossa? «Io non do molta importanza all’abbigliamento: mi sono avvicinata all’islam a partire da Dio ed è per rispettare le sue regole che metto il velo. Nessuno mi ha costretta a farlo».
Cos’ha significato l’islam nella sua storia personale? «Aver trovato certezze, forza interiore, un senso nella mia esistenza. Ho sconfitto paure che mi trascinavo dietro da anni, come quella della morte. Grazie alla fede in Dio e alla speranza del paradiso, le ho superate e riesco ad affrontare la vita quotidiana, i problemi che ne derivano, le difficoltà, con più sicurezza. Mi sento serena. Felice».

PER SCELTA
O PER AMORE?

Le motivazioni alla base delle conversioni femminili sono molteplici e ben s’adattano alle tendenze caratteriali e psicologiche di ognuna, al loro background culturale e familiare, alle loro aspettative sociali e interiori.
Fra le intervistate, molte hanno abbracciato l’islam a seguito di matrimoni con uomini musulmani, anche se ciò non rappresenta un obbligo della shari‘a. Si tratta spesso di scelte che, almeno inizialmente, scaturiscono da coinvolgimenti sentimentali ed emotivi, per poi radicarsi più profondamente nella loro vita. Scelte che coronano un desiderio di rivestire un ruolo sociale e personale preciso, di essere accettate completamente dal partner e dal suo ambiente. Di essere amate, insomma.
Spesso, ma non sempre, sono donne semplici, di media cultura, prive di personalità forti e di solide identità; alcune hanno alle spalle trascorsi familiari dolorosi, separazioni dei genitori, padri autoritari, fallimenti matrimoniali… Donne insicure e con una precedente scarsa valorizzazione di sé, hanno ottenuto nell’islam certezze e forza, ammirazione all’interno della comunità e rispetto.
Per alcune, invece, seguire questa via ha significato, al di là delle spiegazioni psicologiche e sociali, «ritrovare» radici lontane, le proprie, da portare alla luce realizzando, in questa esistenza, un «percorso» già inscritto profondamente nella loro storia personale: una sorta di destino o di «karma». E, quindi, il raggiungimento di una dimensione di pienezza spirituale, di superamento di ansie e paure (non ultima quella della morte) e la graduale scomparsa di una sensazione di vuoto e insignificanza esistenziale.
Queste donne si sono dimostrate sicure, volitive, con idee chiare in mente, fortemente motivate nella loro scelta. Persone a cui la religione, anziché limitare gli orizzonti ha spalancato le porte della vita stessa.

BOX 1

L’ISLAM ITALIANO

Si calcola che, in Italia, circa 50 mila (ma la cifra è probabilmente sovrastimata) nostri connazionali abbiano abbracciato la religione islamica. Attraverso la formalizzazione della shahada, la professione di fede islamica, nei circa 250 luoghi di culto presenti sul territorio vengono registrate diverse migliaia di conversioni ogni anno, prevalentemente di uomini.
Ma chi sono le persone che, ad un certo punto della loro vita, si convertono all’islam? In che realtà vanno a inserirsi? Proviamo a scoprirlo.

Questo lavoro sull’islam in Italia si articolerà in quattro puntate: 1) le donne convertite (islam sunnita ortodosso); 2) gli uomini (islam sunnita ortodosso); 3) le comunità islamiche in Italia e l’intesa con lo stato (il «concordato»); 4) sciiti, sufi, baha’i.
Angela Lano

BOX 2

Glossario

LEGGE E PRECETTI

Fatwa: sentenza giuridica, parere autorevole fondato sulla legge coranica ed emesso da un muftî (giudice).

Hadith (plurale: ahadith): i detti e i fatti del profeta, raccolti da vari autori, il cui insieme forma la sunnah.

Hajj: pellegrinaggio. Costituisce uno dei 5 pilastri (arkan) dell’islam: è dovere di ogni musulmano recarsi in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nel corso della propria vita.

Sufi: da sufi, lana: mistica islamica.

Shahada: da shahida, essere testimone, dare testimonianza: formula dottrinale musulmana, per mezzo della quale si attesta che «non vi è altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo inviato».

Shari‘a: la legge sacra islamica, che deriva dal corano, dalla sunnah (la tradizione basata sull’esempio del profeta), dalla ijma’ (il consenso dei dotti, gli ‘ulama’ o i fuqaha’) e dal principio analogico, che comprende i precetti religiosi inerenti ogni aspetto della vita del credente (norme relative al culto, leggi politico-sociali e giuridiche). Il fiqh è la scienza della shari‘a.

PERSONE

Imam: guida del culto islamico (attenzione: non corrisponde affatto al prete o al vescovo cattolico).
Muezzin: colui che invita alla preghiera.

Mujahid (m.), mujahidah (f.): da jihad, sforzo, lotta, guerra santa: colui o colei che si sforzano, o che lottano, anche con le armi, sulla via di Dio e contro gli infedeli.

Shaikh: uomo vecchio e degno di rispetto, capo, patriarca, titolo usato per tutti i regnanti dell’area del Golfo Persico, membro di un ordine religioso, maestro di una confrateita sufi.

ABBIGLIAMENTO

‘Abaya: manto nero che nasconde interamente il corpo femminile.

Burqu‘a: lungo velo nero femminile che lascia scoperti solo gli occhi.

Hijab: velo femminile islamico.

Jallabiyya: lungo abito unisex usato in vari paesi arabi.

Neqab: velo (di solito, nero) che copre completamente il volto della donna.

Angela Lano




ISLAM – “Incontri” di civiltà

In tempo di tensioni e diffidenze tra mondo islamico e Occidente,
è bene ricordare i contributi della cultura araba dei secoli migliori al nostro sviluppo culturale e scientifico, per scongiurare un paventato «scontro di civiltà».

Chi non ha mai sentito parlare degli hammam, i bagni turchi dove passare qualche ora prendendosi cura del proprio corpo? Chi non si è mai tinto i capelli con la henna, un colorante naturale, o non ha mai acquistato prodotti di bellezza e profumi dalle fragranze orientali? O cucinato usando spezie, o arredato la propria casa con qualche pezzo di artigianato orientale? Chi non usa, qualche volta, durante le conversazioni con gli amici, termini come ramadan, imam, hijab, salam, shari‘a, jihad?
Ebbene, questo e altro ancora, ormai parte integrante della nostra quotidianità, si chiama «contaminazione o prestito culturale» e ci arriva dal mondo arabo-islamico. Proprio da quella realtà composita e vasta che, in questo periodo storico, a causa della manipolazione dei media e degli pseudo-esperti da salotto tv, incute paura a molti.
Eppure, nonostante gli sforzi di tanti «seminatori di discordia» e di sfrontata ignoranza, questo mondo continua a incuriosirci. Nelle librerie dominano i saggi sull’islam e sui paesi arabi, mentre nelle scuole molti insegnanti e studenti richiedono corsi di approfondimento sulla civiltà arabo-islamica.
L’attenzione è forte e a vari livelli. Ma forse sono proprio gli avvenimenti inteazionali degli ultimi anni (attacco alle Twin Towers, guerre in Afghanistan e Iraq) ad accendere curiosità e interessi su tematiche che spaziano dalle tradizioni popolari a quelle letterarie e filosofiche.
L’Europa non è nuova alle «mode islamiche». Molte delle nostre abitudini consolidate da generazioni (colori preferiti per abiti estivi o invernali, pratiche igieniche e bellezza come taglio corto dei capelli per l’uomo e depilazione per la donna), dei nostri cibi, delle discipline che studiamo (chimica, matematica, algebra, filosofia greca, medicina, botanica, agronomia, astronomia…), sono giunte a noi dal medioevo attraverso la colta e raffinata civiltà arabo-islamica.
«La contrapposizione tra mondo islamico e Occidente – spiega Michele Vallaro, docente di Lingua e letteratura araba presso l’Università di Torino – è storia recente, non antica: il vero scontro era tra gli imperi, non tra i popoli. E oggi, questi ultimi sono accomunati da un passato di prestiti culturali, linguistici, scientifici e di usanze. Le abitudini quotidiane dell’Europa dall’viii secolo in poi, per esempio, furono completamente rivoluzionate da un eclettico artista iracheno, trasferitosi nella Spagna musulmana: Ziryab. Egli infatti introdusse l’uso della forchetta, l’ordine delle portate a tavola, creò mode nell’abbigliamento che si diffusero rapidamente divenendo patrimonio di tanti paesi».
L’occupazione araba della Spagna, durata 8 secoli, ha lasciato una grande eredità scientifica e culturale. Taluni storici considerano la Spagna islamica come il più importante centro culturale del mondo di quei tempi. L’attività intellettuale è il tratto dominante dell’élite andalusa: musica, poesia, giochi di spirito, amore per le scienze, per i libri e la pratica religiosa, avevano molto spazio.
Dai colti e raffinati arabi dell’Andalusia medioevale giungevano in Europa mode, innovazioni tecnologiche e scientifiche, opere letterarie. Anche gli studi filosofici hanno beneficiato dell’apporto islamico: i commentari in lingua araba di Averroè (Ibn Rushd) alle opere di Aristotele furono tradotti in latino e in ebraico ed esercitarono un grande influsso sul pensiero cristiano nell’Europa medioevale. Le «influenze arabe» nella Divina Commedia di Dante Alighieri sono oggi ampiamente riconosciute.
L’introduzione delle cifre arabe (notazione posizionale) e la risoluzione delle equazioni di 3° grado, si devono ai viaggi che Leonardo Fibonacci da Pisa, vissuto nel xii secolo, fece nel mondo arabo.
Agli arabi si devono anche importanti innovazioni in materia urbanistica, come la creazione del sistema fognario, bagni pubblici, costruzione di vie di comunicazione; l’introduzione della «noria» in agricoltura permise una miglior irrigazione dei campi e la coltivazione di piante come l’albicocco, melanzana, carciofo, asparago, riso, canna da zucchero, fino ad allora sconosciute.
La stessa lingua araba, nel medioevo, era considerata lo strumento della comunicazione scientifica internazionale. Essa era sinonimo di raffinatezza ed erudizione, e veniva utilizzata sia dai musulmani che dai cristiani ed ebrei che vivevano in paesi sotto dominio islamico.
Quanto alle moschee erano luoghi frequentati non solo per pregare, ma anche per riunioni e attività educative e culturali.
Vediamo alcuni ambiti specifici.

Filosofia
Durante il periodo della conquista araba in Spagna furono tradotti in arabo, per la prima volta, le opere dei filosofi greci: a seguito di questo grande lavoro si sviluppò un notevole interesse per la filosofia, nonostante l’avversione delle autorità religiose islamiche.
Tra le figure di spicco del mondo della cultura, Ibn Rushd, passato alla storia occidentale con il nome di Averroè, medico e filosofo arabo nella Cordova del xii secolo (1126-1198), esercitò un’enorme influenza sia sul pensiero cristiano e filosofico dell’Europa medievale sia su quello islamico, grazie alle traduzioni delle opere di Aristotele, a loro volta tradotte in latino e in ebraico.
La storia di Averroè è stata narrata nel film Il destino, del regista Youssef Chahine, premiata al Festival di Cannes nel 1997.
«Come aveva fatto per le altre discipline, anche in campo filosofico la civiltà islamica si era impegnata in una grandiosa opera di recupero: il crollo dell’impero romano aveva lasciato sussistere ben poco del pensiero classico e l’Occidente del primo medioevo conosceva appena i nomi dei grandi filosofi greci. In Oriente, al contrario, il movimento di traduzione dal greco all’arabo (per lo più per intermediario del siriaco) aveva salvaguardato un ingente patrimonio intellettuale, che era andato ad arricchire la cultura araba e a foirle un ulteriore motivo di attrazione su quella europea.
In questo campo, tuttavia, a differenza di quanto era avvenuto per la cultura materiale o le varie scienze, i rapporti tra islam e Occidente dovevano creare molti problemi e difficoltà: il pensiero filosofico, infatti, era difficilmente separabile nel medioevo da quello religioso.
Tuttavia, se si vuole combattere un avversario, lo si deve, per quanto poco, conoscere; nasce così l’esigenza di studiare e approfondire le idee altrui: in questo modo, quasi inavvertitamente all’inizio, l’Europa incomincia poco a poco a rendersi conto di quanto possa ricavare dal pensiero musulmano. Il patrimonio più propriamente e originariamente islamico viene pur sempre rifiutato, è vero, ma non si deve ignorare ciò che in questo patrimonio è rappresentato dalla cultura greca rielaborata dai musulmani»1.
In questo modo si scoprono le figure degli studiosi e commentatori di quella filosofia: al-Kindi, al-Farabi, al-Ghazali, ibn Sina (Avicenna) e Ibn Rushd (Averroè). Gli ultimi due saranno collocati da Dante Alighieri tra gli «spiriti magni» del Limbo nella sua Commedia.

Scienze
In campo scientifico e tecnologico innumerevoli furono le innovazioni introdotte dagli studiosi arabi: matematica, astronomia, astrologia, medicina, agronomia, botanica e chimica furono oggetto di importanti «rivoluzioni». I testi prodotti influenzarono a lungo l’Europa, e giunsero a grandi come Copeico e Galileo.
Harun al-Rashid, califfo della dinastia degli abbasidi (786-813), si dedicò a portare la cultura nella sua corte e nelle città dell’impero arabo-islamico, che si estendeva dal Mediterraneo all’India. La sua opera fu poi proseguita dal figlio al-Mamun, che a Baghdad fondò un’accademia chiamata Bayt al-Hikma (Casa della saggezza), dove venivano tradotte le opere filosofiche e scientifiche greche e studiate materie come algebra, geometria e astronomia. Inoltre, a lui si deve la costruzione della prima grande biblioteca dopo quella dei tempi di Alessandria.
In questa stimolante e dotta epoca visse il grande matematico al-Khwarizmi, che fu tra gli studiosi della Casa della saggezza. Dal titolo del suo più importante e famoso lavoro, Hisab al-jabr w’al-muqabala, ci è giunta la parola «algebra»: fu il primo libro sull’argomento e venne tradotto tre secoli dopo, facendo conoscere all’Occidente la numerazione araba e lo zero. Da al-Khwarizmi deriva l’italiano «algoritmo».
Tra le altre figure di spicco ricordiamo ‘Abd al-Wafah (997), che sviluppò la trigonometria, la geometria della sfera e scoprì le variazioni del moto lunare; Omar Khayyam (1123), grande matematico (risolse le equazioni di 3° e 4° grado) e rinomato poeta; al-Battani, che quantificò la durata dell’anno solare e misurò la circonferenza della terra.
E ancora: Ibn al-Haytham (1039), pioniere dell’ottica: il suo Thesaurus opticus fu copiato da Ruggero Bacone, Leonardo da Vinci, Keplero e tanti altri; Gabir ibn Hayyan (813), figura di passaggio tra l’alchimia e la chimica; Abu Bakr al-Razi (935) classificò le sostanze chimiche nelle categorie minerali, animali e vegetali; al-Maghriti (1007) dimostrò il «principio di conservazione chimica della massa», di cui Lavoisier, molti secoli dopo, se ne aggiudicò il merito.
Il contributo scientifico dei musulmani si estese anche in campo botanico, zoologico, storico, archeologico, geografico, astronomico, artistico, architettonico, calligrafico, musicale, urbanistico, delle scienze naturali e sociali.

Biblioteche e amore per i libri
Dai cinesi i musulmani appresero la tecnica della fabbricazione della carta; poi la trasformarono in industria. Già nell’800 essa era molto diffusa nella comunicazione scritta e veniva utilizzata dai bottegai per avvolgere gli alimenti.
I libri venivano trascritti dai «copiatori» o warraqin: le loro edicole ante litteram erano sparse qua e là nelle città. Per ciò che concee le librerie, a fine 800 Baghdad ne aveva oltre 100: le principali erano veri e propri centri culturali, frequentati dalle élite colte dell’epoca!
Quanto a biblioteche ne sorgevano tante: nel 1200, sempre a Baghdad, ce n’erano 36 pubbliche e altre private. Al Cairo, la Khinzana al-Kutub vantava oltre 1 milione e 600 mila manoscritti, quella di Cordova 40 mila, mentre la vaticana ne racchiudeva un migliaio. Insieme ai libri e biblioteche troviamo sistemi di classificazione e consultazione, enciclopedie, glossari, ecc.
A chi obietta che tutto ciò era patrimonio di una minoranza di ricchi intellettuali, ricordiamo che scuole e università erano invece molto diffuse. L’università al-Azhar del Cairo venne fondata nel 970: è la più vecchia del mondo.

Medicina
Con i musulmani la medicina raggiunse alti livelli e gli ospedali furono una realtà diffusa ovunque e accessibile a tutte le classi sociali. Il primo, destinato ai lebbrosi, venne edificato a Damasco nel 707: le «fatture» venivano pagate dal califfo. In seguito Baghdad arrivò a vantare una sessantina di nosocomi.
Tra i più grandi medici arabi ricordiamo ar-Razi (925), che istituì la specializzazione dell’ostetricia e diede la prima descrizione scientifica di vaiolo e morbillo; al-Zahrah (939), che compilò un trattato di chirurgia, divenuto famoso, in cui spiegava come effettuare varie operazioni e descriveva numerosi strumenti chirurgici. Egli si occupò anche di odontorniatria e di «estetica odontorniatrica», correggendo irregolarità dentali.
Ibn Sina (Avicenna 980-1037) è conosciuto in tutto il mondo grazie alle sue opere scientifiche: il Qanun fi at-Tibb (Canone di medicina) è il testo più noto e utilizzato fino al xvi secolo: sono illustrati 760 rimedi medico-farmacologici. Venne tradotto in latino da Gherardo da Cremona nel xii secolo e rappresentò per secoli la maggiore guida medica.
Ibn Nafis (1288) ebbe il merito di definire con precisione il meccanismo della circolazione sanguigna, ma nei manuali di medicina tale scoperta venne attribuita, nel 1628, all’inglese Harvey.
Agli arabi si deve, inoltre, la costruzione dei primi ospedali psichiatrici: quello del Cairo risale all’872. Anche in campo farmaceutico erano molto preparati. Inoltre, i sufi, i mistici dell’islam, erano molto ferrati nelle cure psichiatriche e psicologiche e si avvalevano di metodi «modei».

Vita quotidiana
La vita quotidiana del bacino mediterraneo fu rivoluzionata da innovazioni e sperimentazioni in moltissimi ambiti. La società urbana fu strutturata in modo da rendere la vita di tutti i giorni più confortevole: nelle città gli arabo-islamici crearono il sistema fognario, migliorarono le condizioni igieniche, edificando bagni pubblici e hammam, questi ultimi oggi di nuovo molto noti nelle nostre città. Svilupparono le vie di comunicazione, grazie a grandi strade commerciali.
In tema di rapporti sociali, l’etichetta era molto apprezzata: a tavola si mangiava con le posate, introdotte dalla Spagna musulmana, e il cibo era tagliato a piccoli pezzi; aglio e cipolla non erano molto apprezzati, perché producevano odori sgradevoli e imbarazzanti; era considerato riprovevole portare le dita alla bocca per eliminare i residui di alimenti presenti nei denti.
La pulizia personale era molto accurata: ci si lavava quotidianamente facendo largo uso di profumi; gli uomini si radevano e le donne si depilavano. L’abbigliamento era ricercato e all’«ultima moda».

L’eclettico Ziryab
Un personaggio in particolare merita attenzione in fatto di novità: ‘Abul Hasan Ali ibn Nafi, popolarmente noto come Ziryab. Musicista, cantante, poeta, di origini irachene, ma residente in Spagna, fondò una scuola di musica, innovando l’arte musicale dell’epoca, inventò il liuto a 5 corde; introdusse l’uso del dentifricio, deodoranti per le ascelle, nuovi look per i capelli e la rasatura per gli uomini; diede vita a una sorta di istituti di bellezza, dove s’imparava l’arte dell’acconciatura, dell’estetica e della moda stagionale.
Ebbe un ruolo determinante anche nella diffusione tra gli andalusi del consumo di vino, che, a causa del grande successo popolare, venne dichiarato «lecito», nonostante la proibizione del Corano.
Nell’Andalusia musulmana come nella Sicilia fatimide, le abitudini arabo-islamiche si diffusero rapidamente. Vennero erette moschee, i cui minareti, successivamente, forse influenzarono architettonicamente i nostri campanili.
Quanto alle abitazioni, esse venivano costruite con criteri arabeggianti: ampi spazi, prevalente utilizzo del colore bianco, cortili e porticati interni dalle pareti rivestite di azulejos (piastrelle colorate di azzurro), abbelliti con fontane e piante.

«Nel 1919 un sacerdote spagnolo, Miguel Asín-Palacios, dotto islamista e docente all’Università di Madrid, pubblicò i risultati di una sua lunga ricerca: La escatologia musulmana en la Divina Comedia. In sintesi, lavorando su testi arabi fino ad allora quasi sconosciuti in Occidente, Asín-Palacios rilevò la somiglianza tra numerosi elementi simbolici presenti nella Commedia dantesca e certi racconti arabi sull’aldilà, in particolare quello del miraj, l’ascensione al cielo di Maometto. Arrivò addirittura ad affermare che lo spirito stesso della Commedia è di ispirazione musulmana»2.
«Nella tradizione culturale dei paesi islamici era particolarmente diffuso, in varie versioni, il Kitab al-Mi’rag, racconto del viaggio ultraterreno del profeta; diffusione testimoniata dalle numerose miniature persiane e turche su tale viaggio. Solo nel 1949 lo studioso italiano Enrico Cerulli pubblicava nella Biblioteca Apostolica Vaticana per la prima volta l’edizione nei testi francesi e latino del Libro della scala di Maometto, che alla corte del re Alfonso x il Savio fu dapprima tradotto in castigliano dal medico ebreo Abraham e in seguito ritradotto in francese e latino dal notaio senese Bonaventura (maggio del 1264). A Firenze la traduzione di Bonaventura giunse forse tramite Brunetto Latini, che era stato per un certo periodo ambasciatore alla corte di Alfonso x. Pare infatti che, recentemente, sia stato scoperto che il titolo si trovi menzionato in una lista di libri formanti la sua biblioteca.
La traduzione dal latino in italiano del Liber scalae Machomethi avvenne solo molto più tardi, alla fine del xx secolo, essendo sorto da noi un interesse alla cultura islamica, interesse suscitato dagli immigrati provenienti dai paesi di cultura e religione islamica»3.

note
1 – Da: Maometto in Europa, Ed. Mondadori 1982
2 – Da: www.airesis.net/IlGiardinoDeiMagi/Giardino% 201/
GiordanoBerti1.htm
3- Da: www.dismec.unige.it/testi/cosmo/poeta.htm
4 – Da: www.arab.it

Bibliografia
G. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine, Paideia 1972
Maometto in Europa, Mondadori 1982
Europa islamica, Ist. geografico De Agostini, Cde 1991-2000
Il libro della Scala di Maometto, Se 1991
Avicenna, Il poema della Medicina, S. Zamorani editore 1996
Stefano Allievi, Islam italiano, Einaudi 2003

BOX 1

Scontro di civiltà
Intervista a Paolo Branca, docente di lingua araba alla cattolica di milano


Angela Lano




SIRIA – Il monastero di san Mosè

IL DESERTO STA FIORENDO

Nel deserto siriano, un prete italiano ha rivitalizzato un antico monastero e raccolto attorno a sé una comunità che si propone, oltre alla preghiera e contemplazione, il dialogo tra culture e religioni, per far fiorire la pace in Medio Oriente.

Conobbi il Monastero di San Mosè l’abissino (Deir Mar Musa el-Habashi) nel 2000. Mi trovavo a Damasco. Raife, la signora presso cui vivevo, mi parlava sempre di un padre italiano, padre Paolo, che da qualche anno viveva in un antico monastero nel deserto, a una ottantina di chilometri da Damasco, nei pressi di Nebek a circa 1.400 metri di altezza.
Presi un autobus per Nebek; dove avrei potuto trovare un passaggio da qualche contadino che mi avrebbe accompagnata in prossimità del monastero. Non fu difficile trovare qualcuno che mi aiutasse, tutti conoscevano Deir Mar Musa, tutti conoscevano padre Paolo. Mi unii a due abitanti del luogo, anch’essi diretti al monastero.
Il ragazzo che ci aveva fatto salire sul suo motocarro ci accompagnò fino all’ultimo punto raggiungibile con mezzi di trasporto. Da lì avremmo dovuto continuare a piedi, perché l’unica via che portava direttamente al monastero era uno stretto sentirnero in salita tra le rocce. Il ragazzo ci disse di fare attenzione alle indicazioni che avremmo trovato, di non sbagliare sentirnero perché era quasi notte e poteva essere facile per noi perdere la strada.
Dopo 40 minuti di cammino, intravedemmo tra le rocce il lato posteriore di Deir Mar Musa. Entrammo attraverso una piccolissima porta di ferro, alta poco più di mezzo metro; questo era l’unico ingresso.
Ci venne incontro padre Paolo, che ci invitò a dividere con lui e alcuni compagni un piatto di patate e pomodori. Ci fece strada e ci condusse su un’enorme terrazza affacciata sulla valle.
A tutti gli ospiti e pellegrini che arrivavano al monastero non veniva chiesto niente a livello economico, solo di condividere tutto con la comunità, non solo il cibo e le stanze per dormire, ma anche partecipare attivamente alla vita quotidiana, aiutandoli nella cucina, nei lavori di pulizia, nell’organizzazione dei pasti e anche in lavori di costruzione e manutenzione dentro e fuori il monastero.

Ci sedemmo attorno alla tavola e padre Paolo iniziò a raccontare alcuni episodi della sua vita e del motivo per cui si trovava nel cuore del deserto siriano, a 1.400 metri di altezza.
Disse che è originario di Roma. Fu allievo dei gesuiti; dal 1977 è in Medio Oriente per servire l’impegno della chiesa nel mondo islamico. Nel 1982 arrivò alle rovine di Deir Mar Musa e se ne innamorò. Qui trovò la possibilità di realizzare i suoi sogni e desideri, quelli mistici, ma anche comunitari, culturali e politici.
Con l’aiuto di volontari del luogo e persone di passaggio iniziò i lavori di restauro del monastero e il recupero di oggetti e libri sparsi tra le macerie. Piano piano arrivarono altre persone, uomini e donne provenienti da diverse chiese e paesi. Nel 1991 nacque una comunità.
Raccontò che, fin dal tempo di Maometto, il monastero svolgeva una funzione socio-spirituale, nota, apprezzata e rispettata nel mondo musulmano. Costituiva un testimone della vita spirituale della regione. Diceva che, con l’impegno e lavoro suo e dei suoi compagni, voleva recuperare tale funzione e riproporla nel mondo attuale.
Deir Mar Musa si affaccia su una valle tra le montagne a oriente di Nebek. Quest’area era inizialmente abitata da cacciatori di gazzelle, pastori di capre e briganti. Era una zona ideale per il pascolo delle capre. Forse i romani avevano costruito inizialmente una torre di guardia.
In seguito i cristiani eremiti usarono le grotte naturali formatesi nella montagna come luoghi per la meditazione. Si creò quindi il primo centro monastico.
Sulla base della tradizione locale, San Mosè era il figlio del re dell’Etiopia. Rifiutò di accettare la corona, gli onori e un matrimonio, per dedicarsi alla ricerca di Dio. Iniziò a viaggiare in Egitto e in terra santa. Visse come un monaco a Qara, un villaggio siriano, e poi come un eremita tra queste montagne. Morì martirizzato dai soldati bizantini.
Con l’ausilio di studi storico-archeologici sappiamo, spiegava padre Paolo, che il monastero esisteva dalla metà del vi secolo, apparteneva al rito siriaco di Antiochia. Dalla traduzione delle iscrizioni arabe che si possono leggere sui muri, il monastero sarebbe stato costruito nel 450 dell’epoca islamica (1058 d.C.). Nel xv secolo è stato parzialmente ricostruito e allargato; ma dalla prima metà del xix secolo è stato completamente abbandonato. Lentamente cadde in rovina. Tuttavia rimase nella proprietà della diocesi siriana cattolica di Homs, Hama e Nebek. Gli abitanti di Nebek hanno sempre continuato a visitare il monastero con devozione e la parrocchia locale lottò per conservarlo.
Nel 1984 iniziarono i lavori di restauro, grazie a una comune iniziativa dello stato siriano, chiesa locale e un gruppo di volontari arabi e europei. Il restauro è stato completato nel 1994 grazie alla cooperazione tra gli stati italiano e siriano.

Il suono di una campanella ci informò che stava per iniziare, come ogni sera, l’ora del silenzio. Un’ora da dedicare interamente alla preghiera e riflessione. Improvvisamente ogni conversazione e ogni attività furono interrotte.
Terminato il silenzio, all’interno della chiesa padre Paolo iniziò a recitare i vespri secondo il rito siro-cattolico. Eravamo seduti attorno a lui, sopra dei grandi tappeti, con in mano una candela, perché il generatore di corrente non sempre riusciva a fornire energia sufficiente a illuminare tutte le stanze.
Dopo i vespri iniziò la messa.Terminata la lettura del vangelo, completamente in arabo, chi voleva poteva esprimere un suo giudizio, un suo pensiero, una sua riflessione sui brani letti. Poi nel momento della comunione, vennero fatti passare una ciotola con vino e una pagnotta di pane, con cui ognuno poteva condividere con gli altri il corpo e il sangue di Cristo.
Terminata la funzione padre Paolo mi indicò gli alloggi riservati alle donne, mentre gli uomini dormivano in stanze ricavate nella roccia fuori del monastero.

Il giorno seguente Elena, una ricercatrice in studi islamici, che avevo incontrato all’università di lingue orientali a Venezia e che per caso trovai lì, mi portò a fare un giro dell’edificio. Mi disse che, come padre Paolo, anch’essa era arrivata a Deir Mar Musa e se ne era innamorata. Aveva deciso di rimanere per aiutare, soprattutto nella riorganizzazione della biblioteca.
Mi accompagnò all’interno della chiesa dove, con la luce del sole, era più facile poter ammirare il ciclo di affreschi. Essi vengono fatti risalire al secolo xi-xii e rappresentano l’unico ciclo completo di affreschi sul giudizio universale scoperto in Siria.
La chiesa era stata costruita nel 1058. Lo spazio, circa 10×10 metri, era suddiviso in due parti: la più grande è a una navata centrale, illuminata da due piccole finestre; la seconda è il santuario con l’altare e l’abside. La piccola chiesa si affaccia sulla terrazza ed è situata nel cuore della costruzione.
Nelle altre zone si trovano la cucina, le stanze per dormire, un piccolo museo e una biblioteca, nati grazie al recupero di oggetti vari e libri.
Attraverso uno stretto passaggio, dove erano custodite delle enormi anfore di terracotta per conservare l’acqua, mi condusse fuori dal monastero dove stavano iniziando la costruzione di alloggi per i monaci e per gli ospiti. Al momento venivano utilizzate principalmente le grotte che servivano anche come stalle per il riparo degli animali. Ma la comunità si stava piano piano allargando, per questo risultavano necessarie nuove costruzioni.
Il materiale veniva portato dal paese con l’aiuto di muli e una piccola carrucola. Elena mi disse che moltissime persone del paese offrivano il loro aiuto, sia nel trasporto del materiale che nella costruzione degli edifici. Molto importante per loro era l’acqua. Stavano iniziando gli scavi di un pozzo, con il quale avrebbero non solo coperto il fabbisogno giornaliero degli ospiti, ma anche potuto creare un orto e frutteto.
Le parole di Elena, la vita della comunità con i suoi progetti, idee e sogni, il monastero con quell’atmosfera di pace e serenità, ma soprattutto di calore umano che regnava, mi avevano affascinata. Capivo benissimo le persone arrivate fin quassù e poi non più ripartite.
Quasi ogni volta che too in Siria passo da Deir Mar Musa, ogni anno ci sono dei cambiamenti, degli sviluppi. Ora è arrivato internet, c’è il telefono, il computer, anche se spesso le linee non funzionano.

La comunità che negli anni si è formata a Deir Mar Musa è una comunità di silenzio e preghiera. Attraverso la riscoperta dell’attività manuale e del valore del corpo e delle cose, vuole elaborare una vita di semplicità evangelica, in armonia con il creato e la società circostante.
L’ospitalità sta alla base di questa concezione di vita, punto di partenza anche per gli antichi monaci che popolavano questa zona. Il monastero è inteso come luogo di incontro, di approfondimento, di cultura, di comunione, dialogo e unità tra le chiese, senza perdere nulla della specificità siriaca e siro-cattolica del monastero stesso.
Vengono organizzati incontri interreligiosi a tema, cercando la mutua comprensione. La visita viene restituita andando a visitare moschee e centri islamici.
La relazione islamo-cristiana è l’obiettivo primario che cerca di raggiungere la comunità. Per questo viene utilizzata la lingua araba, non solo per la vita liturgica, ma anche per quella sociale, perché è lo strumento necessario per arrivare allo scopo prefisso.
Questo progetto, di approfondimento della collaborazione interculturale e interreligiosa, riceve aiuti dalla Comunità Europea, nell’ambito del programma per la diffusione della democrazia nel Mediterraneo, dalla Fondazione Remo Orseri di Roma e da altre associazioni.
A questo proposito, vengono organizzati seminari di studio e scambio di esperienze nel campo del discorso interculturale e interreligioso, sia sul piano locale che su quello internazionale. Attraverso gli scambi e i rapporti con altre realtà simili, favoriti dall’arrivo di internet, la comunità vuole partecipare alla creazione di una cultura condivisa, centrata sui valori della pace.
Sul piano sociale la comunità di Deir Mar Musa è impegnata nell’aiuto alle famiglie cristiane delle cittadine limitrofe. Il progetto di un dialogo interreligioso è infatti messo a rischio dalla continua migrazione di famiglie cristiane verso altri paesi, costrette a lasciare la Siria per motivi economici.
Un tempo il pluralismo culturale era molto importante in questa regione, era considerato un valore: un valore che la comunità di Deir Mar Musa vuole salvaguardare. Quindi il monastero aiuta, con il restauro di case tradizionali e con la costruzione di nuove, giovani famiglie della parrocchia, che non sarebbero in grado altrimenti di comprare o affittare una casa.
Su un piano puramente ambientale, la comunità ha avviato alcuni programmi di sviluppo agrario destinati alla pastorizia e alla coltivazione in luoghi desertici. Tale connessione di scopi ha favorito l’effettiva riconciliazione tra la comunità cristiana e musulmana per le quali il monastero è tornato a essere un simbolo di condivisione e riconciliazione.
La piccola biblioteca curata dai monaci, nata inizialmente dal recupero di testi trovati tra le rovine, si è negli anni sviluppata. L’intento è stato quello di raccogliere testi che potranno servire a operatori e formatori nel campo del dialogo. Essa non è esclusivamente specializzata sulle scienze religiose cristiane e musulmane, ma è anche foita di testi di antropologia, psicologia, sociologia e filosofia, discipline indispensabili per lo sviluppo del dialogo e la sua comprensione.
Un’attenzione particolare viene data agli studi di Louis Massignon (1883-1962). Questi fu uno dei precursori del dialogo tra cristiani e musulmani. Dedicò la sua vita al contatto spirituale tra il cristianesimo e l’islam. Le sue impegnate riflessioni e stile di vita sono fonte di costante ispirazione per la comunità.

Elisabetta Bondavalli




PALESTINA – Le elezioni presidenziali (gennaio 2005)

PALESTINA: analisi delle elezioni presidenziali (gennaio 2005)

ABU MAZEN TENTA L’IMPRESA

Il neopresidente Mahmoud Abbas detto Abu Mazen è l’opposto del defunto
Yasser Arafat. Cocciuto e mite, è stato l’artefice occulto degli accordi di Oslo,
in seguito da altri affossati. Ha iniziato il suo mandato incontrando
(8 febbraio) Ariel Sharon. Ma la bomba ad orologeria è sempre innescata…


Mahmoud Abbas, meglio conosciuto col nome di battaglia, Abu Mazen (all’uso orientale = padre di Mazen, il figlio morto improvvisamente nel 2002), ha vinto le elezioni presidenziali palestinesi del 9 gennaio. Il 62,3% dei votanti lo ha scelto come presidente successore di Yasser Arafat.
Hanno votato il 60% degli aventi diritto. Tra questi non tutti hanno potuto esprimere il voto per la confusione organizzativa tipica orientale e per l’impegno d’Israele che, nonostante le promesse di un ritiro temporaneo dell’esercito per favorire lo svolgimento ordinato delle operazioni di voto, ha volutamente rallentato le operazioni di controllo ai check-point per non facilitare il primo diritto politico ufficialmente riconosciuto al popolo di Palestina. In tutta la Cisgiordania il 40% dei palestinesi non ha potuto votare. A Gerusalemme Est solo un migliaio di elettori su 120.000 aventi diritto ha potuto votare. E ha potuto farlo negli uffici postali, perché i seggi non erano neppure stati installati.
La percentuale di voti ottenuta da Abu Mazen equivale all’80/85% del totale dei votanti, se tutti avessero esercitato il loro diritto. Prendiamo comunque atto che le prime elezioni «abbastanza-democratiche» sono avvenute senza incidenti di rilievo e nell’euforia tipica degli eventi arabi.

IN NOME DEL POPOLO PALESTINESE
Abu Mazen non ha solo vinto, ma ha ricevuto un’investitura inequivocabile, riconosciuta anche dall’ala armata di Al Fatah e del gruppo irriducibile di Hamas. Morto Yasser Arafat, il padre-padrone dell’Olp, morto lo sceicco Yassin, fondatore della Jihad di Hamas, ora nessuno altro può formalmente presentarsi in nome di quel popolo se non Abu Mazen.
Scegliendo Abu Mazen, il tessitore cocciuto e mite, i palestinesi hanno impresso una svolta nel proprio futuro, chiedendo con un voto la fine della guerra e l’inizio delle trattative con Israele. La prima dichiarazione del vincitore, infatti, è stata lapidaria e in sintonia col sentire popolare: «Mi adopererò per porre fine alla sofferenza del popolo palestinese» e, per la prima volta, Israele è definito «vicino» e non nemico. Le sfumature terminologiche in Oriente hanno a volte una portata di trasformazione epocale e qualche altra sono più travolgenti di una rivoluzione.
Il secondo pensiero, una novità nelle procedure arabe, è stato il sentito ringraziamento alle donne che in massa hanno affollato i seggi/uffici postali e garantito lo svolgimento delle votazioni. Mossa vincente perché saranno le donne a decidere del futuro della Palestina, quando si alzeranno dalla loro sudditanza e allora anche il sole si avvicinerà alla terra. Da sottile diplomatico, Abu Mazen ha dedicato la vittoria a Yasser Arafat per obbligo di opportunità politica e con questa dedica ha sepolto il padre della resistenza palestinese in una nicchia di devozione onoraria e lo ha rimosso allo stesso tempo in quanto impedimento alla liberazione del popolo palestinese. Definitivamente.

DA OSLO A CAMP DAVID
Le reazioni inteazionali sono state unanimemente positive: si parla di pace vicina, di democrazia, di moderazione del vincitore, di ripresa del dialogo con Israele… tutti felici e contenti. Anche noi vogliamo essere contenti e felici, ma da persone serie che hanno a cuore la soluzione vera e giusta dello tsunami che devasta da 60 anni il Medio Oriente. La storia non fa salti qualitativi e una rondine non ha mai fatto primavera. Per fare baldoria, aspettiamo un poco per vedere compiersi alcune condizioni, premesse essenziali, perché il plebiscito per Abu Mazen si trasformi in vittoria.
Stimiamo Abu Mazen perché lo abbiamo visto all’opera negli ultimi vent’anni, quando tutti sparavano, si ammazzavano e si odiavano. Lui, solo ma lungimirante da vero patriarca antico e amante del suo popolo, preferiva incontrare quasi di nascosto personalità israeliane come Yossi Beilin che in Israele voleva lo stesso obiettivo. Mentre i responsabili politici e governativi maciullavano i loro figli in avventure disperate senza ritorno, seminando morte e odio a piene mani, due profeti nascosti e silenziosi costruivano mattoni di amicizia velata, lavorando per spalancare le porte al rivolo della pace nel deserto dell’odio e della morte.
I colloqui privati tra Abu Mazen e Yossi Beilin nel 1995 approdarono agli accordi di Oslo, dei cui meriti si appropriarono gli avversari degli stessi accordi che, infatti, li fecero fallire subito, dall’una e dall’altra parte. Il fallimento fu sancito definitivamente nel 2000 in America a Camp David da Ehud Barak e Yasser Arafat, testimone Bill Clinton. Abu Mazen si mise in disparte per non entrare in collisione con Arafat che appena lo tollerava perché lo ha sempre temuto come antagonista.
Egli non è un uomo di appeal e non ha quel carisma che gli eventi traumatici cucirono casualmente addosso ad Arafat che si trovò nel posto giusto al momento giusto. Uomo senza l’ossessione del potere ad ogni costo, Abu Mazen è sempre stato umile e non ha mai partecipato agli estenuanti riti orientali della spartizione della torta di potere. Quando fu nominato primo ministro da Arafat, si accorse che la sua era una carica vuota per coprire una facciata di corruttela ed ebbe il coraggio di dimettersi, dicendo apertamente che voleva governare e non regnare come un re travicello.

ABU MAZEN ED UNA DANZA IN SEI PASSI
Dopo l’euforia delle elezioni, per Abu Mazen e per il suo popolo inizia un lungo cammino, irto di trabocchetti e di pericoli che non saranno facili da superare, ma se qualcuno li può superare questi, oggi è solo Mahmoud Abbas detto Abu Mazen che deve guardarsi da un esercito di cecchini nascosti in ogni anfratto perché fallisca nel suo progetto di pacificazione.

Punto uno: la corruzione
Il primo nodo da sciogliere che è anche la prima battaglia, o meglio la prima guerra da vincere ad ogni costo, è la corruzione endemica in ogni struttura dell’apparato politico amministrativo palestinese. Arafat aveva creato ben 13 milizie dipendenti direttamente da lui che teneva saldo il cordone della borsa senza cederlo a nessun altro. Goveava pagando e manteneva la moglie e la figlia, che lo avevano abbandonato rifugiandosi in Francia, in un lusso sfrenato a spese della miseria dei palestinesi. Il suo popolo moriva letteralmente di fame e il raìs investiva in ogni parte del mondo, anche in società americane di bowling, senza mai rendere conto del suo operato e della destinazione dei fondi e intanto il popolo palestinese viveva nelle baracche dei campi profughi, privi di qualsiasi servizio sanitario. A Gaza gli scarichi delle acque nere sono ancora all’aperto. Una scelta politica calcolata ha anche giocato sui 60 campi profughi, senza risolvere un solo problema esistenziale delle persone per giocare la carta della mendicità internazionale e del sopruso israeliano su ogni tavolo. L’elemosina che il raìs elargiva benignamente, tipica della cultura tribale, aveva sostituito il concetto stesso dei diritti e dei doveri, tra l’altro assenti nel sentire arabo-orientale. Con l’elemosina ricevuta, i «sudditi» dovevano poi pagare funzionari e impiegati e polizia per qualsiasi pratica, qualsiasi atto pubblico e privato: targa della macchina, documenti personali, permessi e autorizzazioni.
Rompere questa spirale di corruttela comporterà una guerra civile sotterranea, se non dichiarata, tra le diverse fazioni palestinesi che non faciliteranno il compito ad Abu Mazen: se non porrà da subito la scure alla radice, «Abu-il padre» del popolo senza patria e senza terra rimarrà impigliato tra le spine di rovi potenti che lo soffocheranno senza pietà.

Punto due: la ricostruzione
Il secondo nodo da sciogliere, conseguenza diretta del primo è la ricostruzione economica che deve portare ad un minimo essenziale di stato sociale, attualmente del tutto assente. Abituato alla cultura del favore, l’arabo palestinese farà fatica ad accettare e rispettare le regole della convivenza democratica.
Golda Meir, primo ministro d’Israele dal 1969 al 1974, soleva dire: «Comincerò ad avere paura degli Arabi, il giorno in cui rispetteranno una fila in un pubblico ufficio». Aveva ragione. Nel mondo arabo, palestinese in particolare, esistono «traffici» non imprese o attività economiche strutturate, per cui la vera prima grande impresa da costruire sarà il rispetto delle regole condivise e accettate. Un’economia senza regole civili e sociali è solo una pia illusione.

Punto tre: un cambio di sistema
Il terzo nodo da sciogliere è la creazione di pesi e contrappesi giuridico-politici espressivi della realtà palestinese che deve essere artefice del proprio destino. È il superamento del concetto tribale del potere.
Non sappiamo se si possa impiantare in Oriente un sistema democratico (?) come quello occidentale, ma sono certo che Abu Mazen deve trovare un sistema che debba rendere efficace e autentica la rappresentatività decisionale che riguarda l’intero popolo senza ancora una patria intera. Ciò comporta la formazione di una classe dirigente giovane, composta di uomini e donne, proiettata sul futuro, ponendo così un freno all’emorragia dell’emigrazione che naturalmente coinvolge sempre le teste pensanti in ogni campo.

Punto quattro: i gruppi armati
Il quarto nodo da sciogliere riguarda i gruppi armati, da Hamas alla Jihad, ai martiri di Alaqsa alla stessa ala armata di Al Fatah, il partito che fu di Yasser Arafat e che ora esprime Abu Mazen. Sarà sufficiente che uno di questi gruppi spari, anche in aria, un colpo di kalashnikov in direzione di Israele ed ecco che il governo Sharon accuserà Abu Mazen di incapacità di governare la violenza e la non volontà politica di raggiungere un accordo. In questo modo anche il moderato Abu Mazen diventerà un estremista nemico di Israele con un requiem per altri 50 anni.

Punto cinque: con Israele
Il quinto e penultimo nodo da sciogliere prima di cantare vittoria, riguarda la posizione politica da assumere nei confronti di Israele. Su questo versante, il nuovo presidente palestinese può giocare la valanga di voti e il plebiscito che gli ha dato un ampio mandato popolare come l’ultima spiaggia per Israele. Abu Mazen deve stanare Israele e inchiodarlo alle sue responsabilità, ma senza giocare al rialzo come faceva Arafat, al quale in fondo non conveniva trovare un accordo con Israele come non conveniva a questi trovare un accordo con Arafat.
Il primo passo è approfittare di questo climax internazionale degno di un classico innamoramento e battere il ferro finché è caldo, sfruttando la simpatia e la stima che Abu Mazen porta in dote in tutte le cancellerie diplomatiche, Stati Uniti compresi. È il momento dell’audacia e della serietà che deve avere un solo obiettivo: porre finalmente fine alle sofferenze del popolo palestinese, affrontando il rodeo delle trattative con Israele non da solo, ma con il viatico delle cancellerie europee, asiatiche (Russia e Cina in primo piano), statunitense, latinoamericane e africane. O Abu Mazen sarà capace di trasformare il nodo palestinese in «nodo di Gordio internazionale» o morirà di asfissia e con lui anche le speranze del suo popolo.

Punto sei: l’educazione
Il sesto e ultimo nodo da sciogliere riguarda il futuro che è già iniziato. Il suo nome è plurimo: bambini, adolescenti e giovani. Questa è la scommessa più importante per la Palestina, per Israele, per Abu Mazen e per la pace del mondo intero. I rapporti tra Israele e i palestinesi da sessant’anni sono cementati dall’odio viscerale inculcato fin dal concepimento. L’altro è il nemico. Vale una sola legge: la vendetta. Si insegue un solo obiettivo: la distruzione dell’altro. Con un solo metodo: violenza e terrore.
Ora all’orizzonte spunta una nuova alba, di cui l’elezione di Abu Mazen è la premessa timida e forte. Inizia anche l’ora più buia che normalmente precede sempre l’aurora e in quest’ora buia si scateneranno tutte le forze contrarie sia all’interno dei palestinesi che all’interno di Israele. Il ritiro dei coloni dalla Cisgiordania potrebbe essere una valanga in discesa libera e potrebbe fare saltare qualsiasi governo, qualsiasi accordo. Occorre più che mai sapienza, lungimiranza e autorevolezza morale.
Abu Mazen possiede queste caratteristiche, Sharon sta tentando di ricostruirsi una verginità perduta da tempo col pronto soccorso di Perez e del partito laburista. Entro mille giorni dalle elezioni di Abu Mazen, è indispensabile raggiungere un accordo anche minimale che abbia l’avallo politico dei due popoli e non solo delle rappresentanze partitiche.
Un punto essenziale di questo accordo deve riguardare la costruzione di alcune scuole che segnino il confine tra i due Stati al posto dell’orrido e orrendo muro di apartheid costruito sulla viva carne della terra di Palestina. Segnare i confini con edifici scolastici aperti dai due lati confinanti dove educare insieme i bambini ebrei e palestinesi di oggi, i governanti di domani. Educarli a crescere insieme, imparando le rispettive lingue, con maestri dell’uno e dell’altro popolo per stemperare la diffidenza e la paura dell’altro fino a trasformarle in reciprocità libera e liberante. Solo così, fra 50 anni, Abu Mazen e il suo dirimpettaio israeliano potranno dire di avere vinto la sfida della Pace.
LA SANTA SEDE E L’ITALIA
Il punto di appoggio su cui fare leva per iniziare il pellegrinaggio del diritto nelle città dell’est e dell’ovest, del sud e del nord, dovrà necessariamente partire da Roma: dalla Santa Sede in particolare, perché essa fu la sola che, in epoca non sospetta (15 febbraio 2000), contro il parere dell’opinione comune mondiale, firmò un protocollo di reciproco riconoscimento con l’Autorità palestinese, compiendo così un raro atto diplomatico che ebbe le fattezze del gesto profetico nell’anno giubilare del secondo millennio cristiano. Quel riconoscimento oggi ha il suo peso e diventa un viatico di notevole portata nelle sedi diplomatiche del mondo ad Oriente come ad Occidente.
L’Italia berlusconiana, purtroppo, ha creato anche un vulnus nella politica mediorientale che era stato un distintivo d’onore degli ultimi 60 anni: punto di raccordo tra le esigenze di sicurezza d’Israele e il bisogno di giustizia del popolo palestinese, soggetto arabo di diritto.
La stessa posizione geografica dell’Italia ne ha sempre facilitato la missione di pontiera fra i tre continenti: arabico-asiatico, africano ed europeo. In questo ruolo di prim’ordine si distinse il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira che già negli anni ’50-’70 con i «Colloqui del Mediterraneo» fu indefesso profeta del «sentirnero di Isaia», che inesorabilmente conduceva i figli dispersi sulla stessa terra e nemici per condizioni storiche verso l’ineluttabilità dell’unica pateità: Abramo.
Israeliani e palestinesi, discendenza abramitica, possono violentare la Pace in modo sistematico con ogni forma di guerra, possono ritardare gli appuntamenti della Storia, ma sono condannati ad una inesorabile pacificazione.

L’INSEGNAMENTO DI ABRAMO E L’EREDITÀ DELLE «3P»
Come Abramo, Abu Mazen deve avere il coraggio di lasciare le «tre P»: il padre, il paese e la patria.
Il padre Arafat lo ha lasciato per sempre e senza rimpianti. Ora deve superare il concetto di «paese» ed accettare la convivenza con l’altro figlio di Abramo, Israele. Infine, deve porre mano all’aratro dell’identità palestinese e ritessere un concetto di «patria» che finalmente possa assidersi alla mensa del consesso dei popoli. Non più popolo-paria ai margini del deserto, senza petrolio e senza arte né parte, ma popolo di diritto che difende i suoi diritti e interessi non uccidendo i suoi stessi figli scagliati come kamikaze contro altri figli, ma innalzando l’emblema della giustizia che si conquista nella normale dialettica politica, nelle sedi mondiali dove ancora si esercita il magistero della legge internazionale come stativo di ogni popolo e Stato.
Solo allora inizierà un’era di Pace-Shalom-Salam.

Paolo Farinella


Box 1:
Piccolo glossario

Abramo
Secondo la tradizione è il primo patriarca biblico, fondatore della discendenza ebraica attraverso la moglie Sara. Anche i popoli arabi si attribuiscono la pateità abramitica attraverso la discendenza di Agar, schiava di Sara.
Accordi di Oslo
Oslo 1: Il 20-29 agosto 1993, a Oslo in Norvegia va in onda il 10° tentativo di pace degli ultimi 30 anni tra Israele e Palestinesi; tra il 9 e il 10 settembre Yitzhak Rabin e Yasser Arafat si scambiano lettere di reciproco riconoscimento formale. Oslo 2: Il 28 settembre 1995 l’Olp di Arafat e Israele firmano un accordo temporaneo sulla Cisgiordania e la striscia di Gaza su un parziale controllo palestinese sui territori occupati. Israele riconosce ufficialmente «i diritti dei palestinesi sull’acqua in Cisgiordania».
Al-Fatah
Partito maggioritario dell’Olp (v. sotto) fondato alla fine degli anni ’50 da Yasser Arafat che ne è stato il presidente fino alla morte (2004).
Camp David
Dopo la Casa Bianca, è la seconda residenza (estiva) ufficiale del presidente americano.
Coloni
Ebrei che si sono insediati abusivamente nei territori palestinesi, dove hanno costruito villaggi e attività agricole con l’obiettivo di riprendersi la «terra d’Israele», secondo loro, illegittimamente occupata dagli arabi palestinesi. Sostenuti da tutti i governi israeliani dal 1948 ad oggi, si considerano i pionieri del ritorno nella Terra Promessa e sono in grado di condizionare l’opinione pubblica e i governi. Sono Ebrei irriducibili che vogliono la distruzione totale dei Palestinesi e non accettano di lasciare pacificamente gli avamposti occupati.
Hamas
Acronimo di Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah (Movimento di resistenza islamico) fu fondata dallo sceicco Ahmed Yassin e Mohammed Taha nel 1987 con un solo motivo: la distruzione dello stato d’Israele al cui posto impiantare uno stato palestinese islamico. La guerra israelo-palestinese è «una lotta religiosa tra islam ed ebraismo che può essere risolta solamente per mezzo della distruzione dello stato di Israele». È presente specialmente nella Striscia di Gaza e Cisgiordania. Hamas si è assunto la pateità della maggior parte dei kamikaze che si sono fatti esplodere in Israele, seminando morte e terrore tra civili e anche militari. Ha grande seguito tra il popolo che da Hamas riceve sostegno economico e assistenza.
Jihad (Islamica)
Altro gruppo di irriducibili resistenti palestinesi che hanno fatto del terrore la loro arma privilegiata. Letteralmente «Jihad» significa «sforzo/impegno» e indica il «combattimento» spirituale, interiore sulla Via di Allah, poi, erroneamente passato ad indicare la lotta armata.
Muro
Dopo la seconda Intifada (2000-2002) che ebbe come conseguenza diretta decine di kamikaze che si facevano esplodere in centri affollati, il governo Sharon, appellandosi alla «sicurezza d’Israele», ha deciso la costruzione di un muro per isolare gli insediamenti dei coloni dagli attacchi palestinesi. Definito dalla maggior parte degli stati di diritto «muro della vergogna», in concreto, il muro ha finito per dividere e rinchiudere in un ghetto di apartheid interi villaggi arabi, separando i palestinesi dai luoghi di lavoro e dalle campagne, al fine di rendere impossibile la vita e costringere all’emigrazione.
Olp
Organizzazione per la Liberazione della Palestina è fondata a Gerusalemme Est il 2 giugno 1964 dal primo vertice della Lega araba. Nel gennaio del 1969, ne assume la guida Yasser Arafat, leader del partito maggioritario di Al Fatah.
Raís
Titolo arabo che significa, signore/padrone/capo.
Pa.F.

Box 2
E la pace darà buoni frutti

La pace produrrà mille pampini di giustizia e ogni pampino farà sbocciare mille grappoli di pace e ogni grappolo fruttificherà mille acini di giusti e ogni giusto pianterà mille ulivi e ogni ulivo vivrà e darà olio per mille anni. In quel giorno, i figli di Palestina e i figli di Israele, ambedue scaturiti dalle viscere di Abramo per Sara e per Agar, sosteranno al pozzo della Pace per attingere l’acqua della giustizia e nessuno dei due popoli avrà più sete per mille anni a venire perché l’acqua invaderà il deserto e il diritto scorrerà come un fiume che alimenta la vita. Solo allora sarà veramente iniziato il terzo millennio, un millennio in cui la Giustizia incontrerà la Pace che si baceranno davanti a Israele, davanti alla Palestina, coram mundo.
Auguri Mahmoud Abbas, che Dio Misericordioso abbia pietà di te e dei governanti israeliani e vi benedica nel vostro entrare e nel vostro uscire ( Dt 28,6).

Paolo Farinella




IRAQIl braccio religioso dell’impero americano

Aggressivi nelle parole e nei fatti, convinti di essere gli unici depositari della verità, ricchi di sovvenzioni e di lobbies potentissime all’interno del congresso Usa, gli evangelici americani sono arrivati in Iraq al seguito dei marines per tentare l’assalto all’islam. In realtà
potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza della comunità cristiana, già provata dagli attentati.

John Llano viene da Houston (Texas) e nella primavera del 2004 era il cappellano militare del V Corpo d’Armata americano nella base di Camp Bushmaster, vicino a Najaf, nonché incaricato della gestione di una riserva d’acqua di quasi 2000 litri che pensò bene di far fruttare se non in termini di soldi in termini di anime.
Il baratto era semplice: il soldato di ritorno da un tuo avrebbe potuto trovare sollievo alla propria fatica e togliersi di dosso la finissima polvere del deserto iracheno con l’acqua del cappellano, ma in cambio avrebbe dovuto accettare di essere battezzato. Al cappellano John non interessava sapere quanti di quei neo battezzati fossero mossi da soli motivi igienici, per lui, in ogni caso, il sistema era giusto perché, con machiavellico convincimento, affermava la necessità di essere aggressivi per avvicinare la gente a Dio.
Le parole di Llano, che si definisce un evangelista battista del sud, a prima vista possono sembrare frutto di spregiudicatezza di carattere e di disinvoltura nel trattare un argomento delicato come l’eventuale conversione, ma in realtà sono spie di un atteggiamento generalizzato e fatto proprio dalle diverse confessioni evangeliche americane che sono arrivate in Iraq al seguito dei marines, e che va ben oltre l’eventuale avvicinamento a Dio dei soldati statunitensi (1).

IL MONDO PERDUTO
Lo scopo ufficiale di queste organizzazioni (tra le quali spicca per attivismo la Inteational Mission Board, legata alla chiesa battista del sud) è quello di dare un conforto materiale agli iracheni; quello ufficioso, però, parrebbe essere diverso: la conversione dei musulmani d’Iraq.
Per capirlo basta esaminare accuratamente i siti internet di queste organizzazioni e scoprire, ad esempio, come i fedeli islamici siano considerati parte del cosiddetto «mondo perduto» (2), quel mondo che a causa della sua fede deve essere aiutato ad avvicinarsi a Dio, al vero Dio.
Quel mondo che per avverse condizioni storico-geografiche non ha ancora beneficiato della Sua parola, e che sta «al di là del muro» o, più precisamente, nella zona chiamata «fascia resistente» o anche «finestra 10/40», alludendo a quell’area del globo che si estende dal 10° al 40° di latitudine a nord dell’equatore e che include la maggior parte dei musulmani, per non parlare degli induisti e dei buddisti, anch’essi da annoverare tra i popoli perduti.
Che lo scopo delle organizzazioni evangeliche americane sia quello di convertire le popolazioni non cristiane, nel caso specifico i musulmani, non è storia nuova, anche se gli ultimi decenni hanno visto crescere notevolmente questo sforzo. Alla metà degli anni ’80, ad esempio, i missionari battisti operanti nella finestra 10/40 erano l’1 per cento del totale mentre nel 2003 erano già diventati il 27%. In molti paesi sono arrivati come normali operatori umanitari, in altri invece, quelli effettivamente «resistenti» alla loro presenza, approfittando di eventi eccezionali che hanno convinto, o costretto, i governi a chiudere un occhio e ad accoglierli. È il caso dell’ultimo terremoto che ha distrutto un’intera regione iraniana o, appunto, della guerra all’Iraq.

LE GUERRE DEL GOLFO
Il primo tentativo di «avvicinamento dolce» alla regione mediorientale fatto in concomitanza con un periodo bellico risale al 1990-’91, al tempo della prima guerra del Golfo contro l’Iraq, quando l’icona dell’evangelismo americano d’assalto, il reverendo Franklin Graham varò l’operazione Dear Abby, con la quale invitò gli americani a spedire lettere di incoraggiamento ai soldati al fronte.
Tale iniziativa si rivelò una copertura utilizzata dai seguaci di Graham per spedire ai soldati 200.000 scritti di matrice cristiana in arabo con il chiaro, anche se non dichiarato, intento di diffonderli tra gli abitanti del luogo. Malgrado l’opposizione dell’allora capo di stato maggiore della coalizione anti-Saddam, il generale Norman Schwarzkopf, e del suo pari grado saudita, il principe Khaled Bin Sultan, l’operazione continuò per mano di alcuni cappellani militari che più che ai loro superiori risposero alla chiamata di Graham (3).
Eppure Baghdad rimaneva lontana. Un decreto governativo degli inizi degli anni ’80 aveva ristretto la presenza delle confessioni cristiane a quelle già esistenti, e neanche nei periodi più neri del paese, quando, piegati dalle sanzioni economiche e dal regime, gli iracheni morivano o fuggivano a milioni, gli evangelici riuscirono a mettervi piede con la scusa di fornire aiuti materiali. Con la caduta della statua del ra’is, nell’aprile 2003, la situazione è cambiata e si è aperta la «finestra d’opportunità» per la quale, come ha dichiarato John Brady, responsabile della branca mediorientale e nordafricana della Imb, i battisti del sud avevano a lungo pregato (4) e che ha permesso finalmente agli evangelici di «bagnarsi nelle acque di Abramo».
Una finestra di opportunità che però, come essi stessi riconoscono, sta per richiudersi. Non si fanno illusioni gli evangelici americani: sanno che, se in Iraq dovesse prevalere, come tutto fa per ora pensare, un governo di forte orientamento islamico, la loro presenza nel paese diventerebbe sgradita.
Eppure neanche con una finestra d’opportunità più lunga si sarebbe potuto ragionevolmente pensare di convertire i musulmani e togliere l’Iraq dalla lista dei paesi perduti. Certo, è possibile che qualche fedele di Maometto, al pari del soldato affaticato e sporco, abbia barattato un pasto ed una coperta per una lettura del Nuovo Testamento, ma la sempre maggiore influenza sciita non ha sicuramente contribuito al fenomeno. Se nell’Iraq «ufficialmente» laico di Saddam vigeva il reato di apostasia, il divieto cioè per ogni musulmano di convertirsi ad altra fede, niente fa pensare che tale reato possa venire abrogato, ed è dubbio, quindi, che folle di islamici possano desiderare di rischiare passando «dall’altra parte».

SE I PREDICATORI
CAMBIANO OBIETTIVO

«In America, la gente è libera di essere cristiana o musulmana, ma in Iraq chi decidesse di lasciare l’islam per convertirsi al cristianesimo verrebbe ucciso dalla sua stessa famiglia in applicazione della legge islamica», afferma a proposito il reverendo Ikram Mehanni, pastore di una chiesa presbiteriana di Baghdad, una delle chiese presenti in Iraq da circa un secolo.
Frustrati in questo tentativo gli evangelici potrebbero quindi rivolgere le loro attenzioni verso un obiettivo più a portata di mano: la conversione dei cristiani iracheni. Essi sono già «dall’altra parte», non rischierebbero nulla, e potrebbero essere affascinati dall’attivismo e dall’aggressiva retorica dei predicatori della bibbia, che tanto contrasta con il basso profilo che, in passato, le chiese autoctone sono sempre state costrette a tenere per non attirare sui propri fedeli inopportune attenzioni del governo ed ora quelle di chi le vuole legate, per comunanza di fede, ai nuovi crociati invasori.
I cristiani potrebbero sentirsi più «protetti» da queste nuove chiese evangeliche, almeno quelli che interpretano gli attacchi alle chiese del primo agosto (e del 16 ottobre) come un fallimento della politica del dialogo perseguita dalle proprie gerarchie ecclesiastiche.
Percentualmente, quindi, gli evangelici potrebbero avere più successo tra i cristiani che tra i musulmani, e la cosa non può non far paura alle chiese già esistenti preoccupate di preservare l’integrità delle loro piccole comunità. Una preoccupazione basata su dati obiettivi, come confermano le parole del reverendo Ikram Mehanni: «Queste chiese vogliono dividere la cristianità: il loro numero aumenta, ma i cristiani no».
Che ci stiano riuscendo è indubbio: a Baghdad ci sono già 26 nuove chiese evangeliche, ed almeno una di esse, la Evangelical Holiness Revival Church, come afferma il suo pastore, il reverendo Wissam Jamil, ha raccolto fedeli provenienti da altre chiese visto che il proselitismo tra i musulmani è vietato.
«Gli evangelici si concentrano nelle aree cristiane della città perché più sicure per loro, ed evitano quelle musulmane in cui sarebbero attaccati dalla popolazione – dice monsignor Matti Shaba Mattoka, vescovo siro-cattolico -. Perché distribuiscono bibbie e vangeli in arabo ai cristiani, pensano forse che essi non conoscano Gesù Cristo? Perché non vanno a distribuirle nei quartieri musulmani?».
«L’aggressività caritatevole» che contraddistingue gli evangelici potrebbe inoltre rafforzare l’idea che la guerra mossa all’Iraq, oltre che per motivi geostrategici ed economici, sia stata mossa per motivi religiosi in una sorta di riedizione delle crociate. Un pericolo messo in luce anche dallo sceicco sciita Fatih Kashif Ghitaa che ha sottolineato come già gli iracheni vedano l’occupazione americana del paese come una guerra di religione, e che ha riferito di un incontro tra capi sciiti e sunniti per valutare l’opportunità di emettere una fatwa di condanna nei confronti dei missionari cristiani.

QUEGLI AIUTI «FIRMATI»
I ripetuti riferimenti al divino fatti dal presidente Bush, ma soprattutto le stesse affermazioni dei capi evangelici che, come Graham hanno definito l’islam «una religione malvagia», non sono passati infatti inosservati ed i cristiani iracheni temono di essere confusi con loro.
Un punto di forza delle chiese autoctone rischia di vacillare: esse rappresentano solo il 3% della popolazione, ma nessuno può negare loro il primato delle origini che risalenti alla predicazione dell’apostolo Tommaso nel I secolo d.C. anticipa di secoli l’arrivo dell’islam in Mesopotamia.
«Rubando» i fedeli alle chiese del luogo, tentando l’assalto all’islam, usando linguaggi e comportamenti aggressivi, gli evangelici stanno quindi diventando un pericolo per gli stessi cristiani e stanno svelando il loro vero volto di «braccio religioso» dell’impero americano.
Se il loro scopo fosse stato veramente solo quello di aiutare la popolazione irachena senza tentare di convertirla sarebbe stato sufficiente convogliare gli aiuti verso le organizzazioni umanitarie, laiche o religiose, già operanti in Iraq da prima della guerra, ma in quel caso le scatole di aiuti inviate dalla Inteational Mission Board non avrebbero dovuto riportare le parole di Giovanni (1:17): «La legge fu data attraverso Mosè e la grazia e la verità furono realizzate attraverso Gesù Cristo». Firmato: «Un dono d’amore dalle chiese battiste americane».
Un dono che alla lunga rischia di risultare sgradito e persino pericoloso.

BOX 1

Intervista: «Sono chiese d’affari»

«Sono arrivate a seguito dei marines ed hanno iniziato a stabilire le loro sedi nelle zone abitate dai cristiani, e comunque vicino alle chiese. Il loro scopo è attirare i fedeli cristiani facendo leva sulle ingenti somme di denaro a loro disposizione, un metodo che ci mette in imbarazzo e in difficoltà. Nel natale dello scorso anno, ad esempio, è stato difficile spiegare ai bambini della mia parrocchia perché i loro pacchi dono erano poca cosa in confronto a quelli distribuiti dagli “americani.” Gli adulti sono attirati dai posti di lavoro e dai salari che queste chiese garantiscono, i giovani dal fatto che in esse trovano computers e collegamenti internet gratuiti.
Noi possiamo far leva sulla tradizione, sulla fede comune che ci ha permesso di resistere uniti in tutti gli anni di sofferenze, ma non so per quanto ancora. Il popolo iracheno (ed i cristiani non fanno eccezione) si risolleverà, perché il nostro è un paese ricco ed il petrolio, prima nelle mani di Saddam ed ora degli americani, prima o poi toerà a noi. Per ora, però, cibo, medicine, giocattoli e tecnologia sono ancora un buon sistema per “comprare” la fede».
«Certo, queste chiese d’affari non conquisteranno tutti, ma potrebbero diventare un pericolo. La mia parrocchia, la chiesa di Mar Mari (nella zona nord-est della città) contava all’inizio degli anni ’90, 350 famiglie. Oggi, la fuga verso il nord o verso l’estero le ha ridotte a 120, e la situazione instabile del paese, ed il suo trovarsi al confine dell’enorme quartiere sciita di Sadr City, roccaforte dell’integralismo islamico pronta a scoppiare, potrebbe ridurre ulteriormente questo numero. Se a ciò aggiungiamo l’eventuale conversione a queste nuove chiese, il conto è presto fatto: nel futuro la nostra chiesa potrebbe non avere più fedeli, e magari essere chiusa».
«La presenza delle chiese evangeliche, inoltre, ci mette in imbarazzo nei confronti dei musulmani che non apprezzano, ad esempio, le loro grandi croci luminose che spuntano un po’ d’ovunque. Quando capita di parlare con gli sceicchi delle moschee, che conosciamo da sempre, ed il discorso cade sulle nuove chiese, la nostra posizione si fa difficile e ci ritroviamo tra due fuochi. Da una parte non possiamo “sconfessarle”, perché, anche se le sappiamo “diverse” e non ne apprezziamo il dogma (che non prevede la centralità di Cristo ma solo della bibbia), ciò potrebbe portare ad una sorta di “via libera” per chi volesse attaccarle, mettendo a rischio anche la “nostra gente”. Sconfessare altri cristiani, poi, sarebbe agli occhi dei musulmani un segno di debolezza su cui eventualmente far leva per dividerci e toglierci i pochi spazi rimasti. Se, d’altra parte, le difendessimo a spada tratta presto anche noi, cristiani iracheni, presenti nel paese da prima dell’arrivo dell’islam, saremmo accomunati a loro, percepiti come i nuovi crociati».

Lu.S.

Luigia Storti




SIRIA-ITALIAIl complotto

Perseguitato per le sue idee politiche e religiose, Elias, cristiano della Siria, riesce a fuggire in Grecia con moglie e figli.
Lui solo riesce a raggiungere Venezia, mentre i suoi familiari spariscono nel nulla.

Il lavoro di mediatrice culturale mi porta spesso a contatto con uomini e donne costretti a lasciare la propria terra, perché continuamente perseguitati per la loro religione e per le loro idee dai governi al potere, come è successo a Elias, 75 anni, siriano, originario di Damasco.
Rientrava in un programma di accoglienza per richiedenti asilo gestito dal comune di Venezia. Ma dopo 9 mesi dal suo ingresso in Italia, nessuno era ancora riuscito a sapere il motivo per cui era scappato dalla Siria e per cui chiedeva asilo all’Italia. Non parlava, rifiutava di studiare l’italiano, stava quasi sempre ritirato in camera, non aveva instaurato legami con nessuno degli altri ospiti del centro di accoglienza.
La responsabile del centro mi aveva contattata, ritenendo che le mie conoscenze sulla società araba e la lunga permanenza in Siria potevano essere dei buoni elementi per creare un legame con Elias e aiutarlo ad aprirsi e a confidarsi.
Il nostro primo incontro fu nella sua camera, tranquilla e soprattutto ordinata. Non amava ricevere i suoi ospiti nella sala da pranzo, come era di norma fare nell’istituto: troppe persone presenti, troppa confusione.
Mi accolse molto amichevolmente. Mi aveva preparato una colazione, come si è soliti fare in Siria: pane, olive, pistacchi, dolci e tè nero molto zuccherato.
Rimase sorpreso e al tempo stesso entusiasta nel sentirmi parlare in arabo. Per me, ma soprattutto per lui, fu una cosa inaspettata scoprire che a Damasco avevo abitato proprio nel quartiere dove era nato e cresciuto. Fu piacevole per entrambi ricordare luoghi e persone che avremmo potuto avere in comune.
«Qui a Venezia mi trovo bene, ma mi manca molto la Siria, Damasco. Mi manca la confusione dei suq, l’odore delle spezie, il nostro cibo, soprattutto la mia gente». Senza rendersene conto iniziò a parlare di sé, della sua vita in Siria.
«Fino a tre anni fa conducevo una vita normale: casa, lavoro, famiglia, amici. Ero direttore di banca. Questa aveva rapporti commerciali con vari paesi europei, per questo parlo inglese, francese, tedesco e russo. Ho imparato tante lingue perché amo studiare: è il mio passatempo preferito. Alla sera, dopo cena mi ritiravo nel mio studio a leggere e studiare. Le lingue straniere sono sempre state la mia passione».
Elias continuava a parlare della sua casa, della sua famiglia, dei suoi libri e di Damasco. Io non lo interrompevo; lo ascoltavo e lo lasciavo parlare. Mi rendevo conto che era una cosa che voleva fare da molto tempo. Il suo viso era disteso, felice di vedere che lo capivo, che potevo condividere i suoi ricordi, perché conoscevo bene la sua città, la sua gente.
«Ho tre figli. Due gemelli di ventinove anni, un maschio e una femmina, e un’altra femmina di 37 anni, Habsa. Si è sposata quattro anni fa e si è trasferita in Canada. Gli altri due figli sono ancora in casa con me e mia moglie. Il ragazzo è ingegnere, la ragazza avvocato».

Seguirono molti altri incontri, nell’istituto e fuori, per fare una passeggiata o bere un caffè. Contrariamente a quanto mi aveva riferito la responsabile dell’istituto, Elias era riuscito a instaurare a Venezia varie amicizie, che incontrava quasi quotidianamente. Aveva conosciuto alcuni iracheni ed egiziani che risiedevano a Venezia; frequentava assiduamente una chiesa nel centro della città, dove partecipava alle varie attività di un gruppo di preghiera.
«Faccio molta fatica ad esprimermi e a comprendere l’italiano, ma sono riuscito a conoscere persone che parlano inglese e francese» mi diceva, spiegando il motivo per cui non si trovava bene al centro e preferiva mantenere una vita ritirata.
«In questo centro sono ospitate persone provenienti da vari paesi, con cultura, religione e estrazione sociale diverse. La maggioranza è musulmana. Inoltre, sono la persona più anziana, gli ospiti sono quasi tutti giovanissimi. Il nostro ritmo di vita è molto diverso. Io ho bisogno di tranquillità, soprattutto di dormire la notte. Purtroppo questo è impossibile. Alle sette di sera i responsabili del centro se ne vanno. Non c’è nessun guardiano: per tutta la notte c’è gente che va e che viene. Ci sono stati anche dei furti. In teoria è proibito far entrare amici o parenti, ma non essendoci controlli tutto è permesso. Poco tempo fa c’è stato il mese di ramadan, il mese del digiuno musulmano, ogni notte veniva organizzata una festa, come è tradizione per i musulmani. Musica alta e danze fino alle tre, le quattro del mattino.
Non riesco ad adattarmi alle abitudini dei vicini di stanza. Mi sento molto vecchio in confronto a loro. Tuttavia non dico niente, non voglio avere problemi con nessuno. Me ne resto ritirato nella stanza in attesa di essere convocato al più presto a Roma, presso l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), con la speranza che mi venga concesso l’asilo. Se questo dovesse avvenire, potrei lasciare questo istituto, avrei la possibilità di lavorare, di guadagnare e permettermi una casa. Mi piacerebbe usare i miei risparmi per aprire un ristorante insieme alla mia famiglia, se Dio lo vorrà!».

Elias era molto devoto; molte le immagini sacre presenti nella sua stanza. Le sue letture preferite erano la bibbia e il vangelo. Mi mostrava il libro del vangelo, un’edizione molto bella, logicamente in arabo, che teneva esposto sopra uno scaffale, con davanti una candela accesa. «Quando ho lasciato la Siria, questo libro è stata la prima cosa che ho messo nella mia piccola valigia», continuava, dicendomi che nel vangelo trovava conforto e aiuto. E mi lesse alcuni passi, salmodiandoli come è tradizione nelle chiese cristiane d’Oriente.
Ormai si era instaurato un rapporto amichevole. Era arrivato il momento di chiedergli il motivo della sua fuga dalla Siria, per aiutarlo a presentare all’Acnur la richiesta d’asilo.
«Sono cristiano da generazioni. Il mio credo religioso e le mie idee politiche sono stati la causa della fine della mia vita. Appartenevo al partito comunista, partito d’opposizione al Ba’th, tutt’ora al potere in Siria.
Quattro anni fa sono stato incarcerato con l’accusa di complottare contro lo stato. Non avevo fatto e detto niente, ma in Siria solo il fatto di essere cristiano e per di più comunista crea sempre problemi.
Ho perso il lavoro. Sono stato in carcere, senza rendermi esattamente conto del motivo. L’accusa era di tramare contro l’islam.
Sono uscito dal carcere dopo tre anni e ho cercato di riprendere la mia vita, anche se non avevo più il mio lavoro. Cercavo di stare attento, evitando di parlare di politica. Ma non si è mai troppo prudenti.
Una settimana dopo la tragedia dell’11 settembre, mi trovavo con alcuni carissimi amici musulmani in un nadi, un club privato. C’era molta gente. I miei amici iniziarono a parlare della strage delle torri di New York. Io ascoltavo i loro discorsi. Parlavano di Berlusconi, di Bush: dicevano che entrambi erano contro l’islam e volevano cancellarlo dalla terra. Addirittura arrivarono a giustificare l’atto dei terroristi.
A quel punto non riuscii più a stare zitto. Mi limitai a dire che in quelle due torri morirono persone che non c’entravano niente, non solo cristiani, ma anche ebrei e musulmani.
Dal tavolo vicino si alzarono due uomini. Appartenevano alla mukabarat, la polizia segreta dello stato. Iniziarono a gridare: “Sei un kafir (infedele), stai complottando contro lo stato siriano, contro gli arabi e l’islam”. Mi presero, mi misero su un’auto e mi portarono alla prigione di Tadmur, sei ore da Damasco, una delle più dure carceri siriane.
Mia moglie e i miei figli non furono avvertiti. Iniziarono a cercarmi ovunque, ma nessuno gli diceva dove mi avevano portato. Solo dopo 50 giorni, durante una perquisizione nella mia casa, mia moglie venne a sapere che ero rinchiuso nella prigione di Tadmur, che ero vivo, ma non potevo ricevere visite».
Mentre mi raccontava questa storia, Elias aveva le lacrime agli occhi, ma volle continuare il suo racconto. «Ero chiuso in una cella di due metri per due. Ero solo e senza luce. Ogni due settimane potevo fare una doccia, per dieci minuti e alla presenza di due guardie. Una volta alla settimana avevo la possibilità di prendere 30 minuti d’aria, ma senza poter vedere il cielo. Ogni sera un po’ d’acqua e una zuppa mi venivano introdotte da un piccolo sportello. Vietati i colloqui con parenti e amici. Mi picchiavano perché dicessi i nomi dei cospiratori.
Tadmur è una prigione molto dura per prigionieri politici. Ma la maggior parte dei carcerati è cristiana. Dopo tre mesi fui mandato a casa, con l’obbligo di una firma al giorno presso la polizia del quartiere».

Negli ultimi 20 anni, molte famiglie cristiane hanno lasciato la Siria. Prima dell’arrivo del Ba’th al potere, la comunità cristiana godeva di maggiori libertà, era parte dello stato siriano alla pari di quella musulmana. Il nuovo governo ha introdotto varie restrizioni e limitazioni.
Elias sentiva che la sua vita in Siria non era più sicura: decise di fuggire con moglie e figli, che acconsentirono. Vendette la casa e altre proprietà; pagò una persona che, per 2 mila dollari, li aiutò a passare la frontiera tra Siria e Turchia e li condusse a Istanbul. Da lì raggiunsero Atene, dove un suo cugino viveva da 35 anni.
«È stato un viaggio molto duro: eravamo nascosti dentro un camion, senza poterci muovere e parlare -continua Elias -. Quando raggiungemmo Atene, avevo la febbre alta. Non potevo andare da nessun dottore, perché in Grecia i clandestini non hanno diritto alle cure mediche. La moglie di mio cugino riuscì a procurarmi delle medicine con il suo tesserino sanitario. Ma avevo bisogno di un medico, di essere ricoverato in un ospedale. Per questo mio cugino mi consigliò di venire in Italia, dove tutti, anche i clandestini, hanno diritto all’assistenza medica».
Con gli ultimi soldi rimasti riuscì a pagare degli uomini che lo aiutarono a raggiungere Venezia.
«A Venezia fui immediatamente ricoverato in ospedale, dove rimasi per una settimana. Ho problemi al cuore, devo stare sotto controllo, la mia pressione è molto alta».
I suoi familiari avrebbero dovuto raggiungerlo in Italia, ma non ci riuscirono. Si sentivano ogni tanto al telefono, li chiamava lui.

Erano passati 10 mesi dall’arrivo di Elias a Venezia. Da alcune settimane non era più riuscito a mettersi in contatto con la moglie e i figli. Temeva che fosse successo qualcosa. Sapeva che avevano lasciato la casa del cugino ad Atene e si erano diretti sulla costa, in attesa di trovare un passaggio su una nave per clandestini.
Nell’ultima telefonata lo avevano informato di avere pagato 4 mila dollari a uno scafista, per essere condotti a Bari, ma costui era scomparso con il denaro. Da allora non li aveva più sentiti.
Elias non aveva mai raccontato a nessuno questa storia, aveva paura che a Venezia ci fosse qualcuno in contatto con la polizia segreta siriana; temeva di compromettere la sua vita e, soprattutto, quella della sua famiglia. Solo quando fosse stato convocato a Roma, avrebbe raccontato tutto.
Nonostante i suoi timori, ritenne importante fidarsi di me; ma non so fino a che punto l’abbia fatto, e non lo saprò mai. Elias, infatti, abbandonò il centro. Mi lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica, dicendomi che sarebbe andato a cercare la famiglia. Aveva bisogno di lui.
A una settimana dalla sua partenza, trovai un altro messaggio, in cui, piangendo, mi annunciava che i suoi familiari erano scomparsi. Aveva saputo che erano riusciti a imbarcarsi per Bari; a Bari non erano mai arrivati, ma non li credeva morti.
Mi disse che sarebbe andato a cercarli. Non rivelò dove; non mi lasciò un numero di telefono né un recapito. La responsabile del centro mi spiegò che aveva rinunciato al programma di accoglienza e che non aveva potuto obbligarlo a restare.

Elisabetta Bondavalle




ISRAELEL’incredibile storia di Mordechai Vanunu

Nel 1986, il tecnico Mordechai Vanunu rivelò ad un giornale che Israele disponeva di un sofisticato sistema nucleare. Fu rapito dai servizi segreti
del Mossad a Roma ed incarcerato in Israele. Mordechai Vanunu è uscito lo scorso 21 aprile, dopo 18 anni di detenzione.
In questo articolo, ripercorriamo la sua storia da brividi. E ci poniamo qualche (ingenua) domanda: come mai Israele può detenere testate nucleari senza che nessuno (di importante) se ne preoccupi? Perché mai per Tel Aviv non si parla di ispezioni inteazionali come, ad esempio, per il vicino Iran?

La vicenda che vogliamo raccontare prende le mosse dalla liberazione dal carcere, dopo 18 anni di detenzione, di un tecnico nucleare israeliano, nato in Marocco da famiglia sefardita. La sua colpa era di aver rivelato informazioni segretissime sull’armamento atomico di Israele.
Dopo aver cercato inutilmente di entrare nello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, Mordechai Vanunu – questo il nome del protagonista – all’età di circa vent’anni venne assunto al centro di ricerche nucleari di Dimona, nel deserto del Negev in Israele. Questo impiego segnò il suo destino successivo.
Prima di ricordae le vicende, vale però la pena di esaminare con un minimo di dettaglio la storia dell’impianto, interessante ed esemplificativa di come le alleanze politiche e militari tra stati cambino radicalmente nel tempo e portino a risultati inattesi e talora imprevedibili.

L’ENERGIA NUCLEARE: MA PER QUALI SCOPI?

Dopo la seconda guerra mondiale la prospettiva di un uso diffuso e importante dell’energia nucleare ebbe sostenitori entusiasti ovunque, dato che in essa si vedeva la fonte energetica del futuro: potentissima, abbondante, economica. I benefici di questa fonte si auspicava fossero universali e a questa filosofia si ispirò il presidente americano Eisenhower quando, l’8 dicembre 1953, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, propose il programma Atomi per la Pace, mirato a fornire assistenza tecnica ai paesi che desideravano impegnarsi nel campo dell’utilizzo pacifico dell’energia nucleare.
In Israele la Commissione per l’energia atomica era nata un anno prima e si caratterizzò subito per una stretta collaborazione con gli ambienti militari, in ciò seguendo le direttive di uno dei padri dello stato sionista: David Ben Gurion. L’anno dopo gli israeliani riuscirono a mettere a punto un processo efficace per estrarre l’uranio presente nel deserto del Negev, nonché un nuovo metodo per produrre acqua pesante. Con questi due materiali i progetti atomici del paese potevano procedere, innanzitutto costruendo un reattore nucleare.
Per la complessa progettazione e realizzazione dell’impianto, Israele ebbe bisogno di assistenza. La cercò (e la ricevette) in Francia, che a quel tempo era fortemente impegnata a cercare di sconfiggere il movimento indipendentista algerino.
In quel periodo, Parigi si contrapponeva al mondo arabo (in primis all’Egitto, contro cui, nel 1956, Francia, Gran Bretagna e Israele combatterono la cosiddetta guerra di Suez) e quindi era interessata a sostenere uno stato mediorientale «naturalmente antiarabo». All’interno della collaborazione che ne scaturì, Israele ricevette pure assistenza militare diretta, sotto forma di aerei e altri armamenti sofisticati. Il pilastro fondamentale su cui reggeva questa tacita alleanza era comunque rappresentato dalla rivolta algerina e quando la nazione maghrebina ottenne finalmente l’indipendenza nel 1962 iniziò un lento processo di normalizzazione tra Parigi ed i vari stati arabi, che man mano vide il parallelo raffreddamento dei rapporti con Tel Aviv.
La centrale di Dimona venne realizzata alla fine degli anni ’50, in gran segreto. Ma gli Stati Uniti si accorsero che qualcosa di insolito stava succedendo. Effettuando dei sorvoli con gli aerei spia U2 nacque in loro il sospetto che Israele avesse ambizioni nucleari militari, tanto che espressero la loro preoccupazione in merito. Alla fine la natura nucleare dell’impianto fu ammessa apertamente da Ben Gurion, ma solo nel 1960, quando lo descrisse come «struttura di ricerca a scopo pacifico». Negli anni successivi Israele ribadì più volte che non sarebbe stato il primo a introdurre armi nucleari nel Medio Oriente.
L’impianto venne visitato negli anni ’60 da ispettori americani, che però non riuscirono a farsi un’idea chiara di quel che in esso avveniva, anche perché, secondo alcune fonti, gli israeliani camuffarono abilmente le installazioni, realizzando delle false sale controlli e addirittura murando intere sezioni, specialmente quelle sotterranee. Gli ispettori si fecero peraltro l’idea che non esistessero motivazioni scientifiche o civili sufficienti per giustificare un reattore nucleare di tali dimensioni – e ciò aumentò i sospetti che Israele avesse intenzione di farsi segretamente la bomba atomica – ma nemmeno trovarono prove di attività chiaramente mirate alla produzione di ordigni nucleari.
Si giunse così al 1968, quando la Cia americana concluse che Israele aveva iniziato a realizzare bombe nucleari. Negli anni successivi vi fu molta incertezza; non sull’esistenza, ma solo sulle dimensioni dell’arsenale atomico israeliano.
Risulta sorprendente l’incapacità ed il disinteresse mostrato a questo riguardo dal mondo intero: sia gli stati occidentali, come anche e soprattutto le nazioni arabe e l’Urss se ne restarono quieti relativamente all’armamento atomico israeliano. Questo tema non assunse mai grande importanza, né venne mai discusso pubblicamente ed Israele non subì particolari pressioni perché accettasse ispezioni inteazionali e rinunciasse ai propri programmi di armamento nucleare. Anche i principali leaders arabi avallarono questa «politica dello struzzo», evitando di sollevare la questione a livello internazionale. Forse per paura di non poter più utilizzare a fini interni l’infiammante retorica che auspicava la totale distruzione dello stato sionista.

LE «TESTATE» DI ISRAELE

Quando entrò in gioco Mordechai Vanunu? Egli rimase a lavorare a Dimona per quasi un decennio, fino al 1985. Licenziatosi, andò dapprima in Australia, ove si convertì alla religione anglicana. Spostatosi in Gran Bretagna, nel 1986 svelò al giornale britannico Sunday Times l’esistenza del segretissimo programma di armamento nucleare del suo paese. Grazie alle informazioni foite da Vanunu e alle 60 fotografie che egli era riuscito a scattare di nascosto nell’impianto (materiale vagliato e convalidato da noti esperti, come il fisico Frank Baaby), la comunità internazionale scoprì che l’arsenale di Israele era di tutto rispetto: 100 se non forse addirittura 200 testate atomiche.
Ci si sarebbe attesi che la notizia scatenasse un putiferio. Improvvisamente si affacciava sulla scena mondiale una sesta potenza, comparabile con Francia, Gran Bretagna e Cina. Gli stati arabi avrebbero potuto usare questa novità per mettere in cattiva luce lo stato sionista, incolpandolo di aggravare le tensioni nell’area e di introdurre -contrariamente a tutte le dichiarazioni pubbliche precedenti – armi di distruzione di massa dalle conseguenze imprevedibili. Invece nulla accadde e presto tutto finì nel dimenticatornio.
Ma non per Mordechai Vanunu, che per aver divulgato queste notizie dovette pagare un prezzo altissimo.

L’EFFICIENZA DEL MOSSAD E L’ITALIA

Israele si attivò subito e Vanunu cadde nella trappola preparatagli. Una trappola antica, ma sempre valida. Gli venne fatta incontrare una donna – agente segreto di Tel Aviv – di cui egli si invaghì. Da lei fu indotto a venire in Italia e precisamente a Roma. Giunto nella nostra capitale, fu immediatamente rapito, drogato, messo su una nave che aspettava al largo della costa e condotto illegalmente in Israele, ove nel 1988 venne processato e condannato a 18 anni di carcere per tradimento e spionaggio.
L’operazione dei servizi israeliani era chiaramente illegale e infrangeva tutte le leggi italiane e inteazionali. Sta di fatto che il rapimento venne eseguito con tale professionalità che nessuno si accorse di nulla. Ancora una volta il Mossad aveva mostrato la sua leggendaria efficienza.
Il fattaccio venne alla luce solo più tardi, quando Vanunu, durante un trasferimento in auto tra il carcere e il tribunale ove veniva processato a porte chiuse, riuscì a far arrivare ai giornalisti un messaggio. Con grande inventiva Vanunu aveva scritto sul palmo della propria mano poche righe in cui denunciava di essere stato rapito a Roma e la mostrò ai fotografi che stazionavano fuori del tribunale. La notizia fece il giro del mondo, ma ancora una volta la questione non suscitò grandi reazioni nel nostro paese.
Solo la magistratura fece qualcosa: il pubblico ministero Domenico Sica aprì un’inchiesta, ma questa fu presto archiviata con la motivazione che non c’era nessuna prova. L’Italia usciva così dalla vicenda in maniera vergognosa e inetta.
Viene da chiedersi perché i servizi israeliani scelsero di non agire contro Vanunu in Gran Bretagna, attraendolo invece in Italia. Dovevano avere fiducia nella nostra incapacità di intralciare i loro piani e nella mancanza di una reazione degna di una nazione civile. In quella occasione, anziché da democrazia attenta a salvaguardare la propria dignità e i principi di legge, l’Italia si comportò come una impotente «repubblica delle banane».

PERCHÉ LO FECE?NON PER DENARO

Sui motivi che hanno spinto Vanunu a denunciare le attività nucleari militari del proprio paese si è discettato molto. Prima di questa decisione egli aveva certamente vissuto un periodo difficile dal punto di vista psicologico, culminato con la crisi religiosa che lo aveva portato ad abbandonare la fede ebraica per quella cristiana anglicana. In ogni caso il suo ripensamento sulla «bontà» del programma nucleare israeliano doveva risalire a ben prima, dato che si era adoperato a scattare numerose immagini dell’impianto di Dimona e a trafugarle all’esterno. Sicuramente era anche conscio dei rischi cui si esponeva nel rivelare i segreti atomici israeliani, ma questo non gli impedì di agire, accettando la possibilità – come poi avvenne – di venir arrestato e pagare duramente per il suo gesto.
Da quel che si sa appare certo che egli non abbia agito per denaro, ma per motivi etici e morali. Vanunu decise di far sapere al mondo intero che il suo paese si era dotato dei più terribili ordigni di morte, introducendo nel Medio Oriente un elemento fortemente destabilizzante, che avrebbe potuto accrescere i rischi di un disastro totale.
Alcuni, ad esempio lo scrittore israeliano A. Yehoshua, sostengono come l’arsenale atomico israeliano giochi in realtà un ruolo favorevole per le prospettive di pace nel Medio Oriente. Esso permetterebbe infatti alle colombe israeliane di avanzare con maggiore efficacia proposte di rinuncia ai territori occupati e ad altre concessioni, a fronte della garanzia foita dalla presenza delle bombe atomiche, che dovrebbe essere in grado di dissuadere ogni stato arabo da un eventuale attacco finale. Un esempio di questo efficace ruolo di deterrenza viene individuato anche nell’improvviso arresto della notevole avanzata militare di egiziani e soprattutto di siriani nei primi giorni della guerra del Kippur nel 1973; «una sconfitta troppo bruciante avrebbe potuto spingere Israele a far uso delle sue armi letali».
Supponendo, per ipotesi, che il possesso delle bombe atomiche favorisca davvero i moderati israeliani, non si può certo dire che questi abbiano avuto grande successo politico negli ultimi anni!

NELLE CARCERI ISRAELIANE

Il trattamento carcerario in cui è stato tenuto Vanunu è stato spietato. Ha trascorso oltre 11 anni in isolamento completo, senza che gli fosse consentito alcun contatto umano, se non sporadici colloqui con i familiari, il suo avvocato e un prete. Durante questi incontri egli era peraltro sempre separato dai suoi interlocutori da una grata metallica. Fino a tempi recenti non gli venne nemmeno concessa l’ora d’aria, come a tutti gli altri detenuti.
I numerosi appelli inteazionali per la sua liberazione, o almeno per un ammorbidimento delle condizioni di detenzione, vennero sempre rifiutati dalle autorità israeliane. Per loro Vanunu aveva tradito la patria e come tale andava trattato in modo severissimo.
Nonostante questo trattamento disumano, Vanunu non è impazzito e a fine aprile di quest’anno, scontata la sua lunghissima pena, è stato rimesso in libertà.

«LIBERO» E SENZA DIRITTI

L’odissea di Mordechai Vanunu non è purtroppo terminata. Come denuncia Amnesty Inteational, lo stato di Israele continua a violare i diritti fondamentali di Vanunu, anche ora che è uscito di prigione. Gli vengono imposte restrizioni assolutamente arbitrarie; ad esempio non gli viene rilasciato il passaporto e, per la durata di un anno, non potrà nemmeno lasciare il paese (come invece egli desidererebbe).
Inoltre, gli è proibito entrare in contatto con cittadini stranieri, se non con uno specifico permesso; non può visitare nessuna ambasciata di stati esteri (in un primo tempo gli era stato imposto di non avvicinarvisi nemmeno); non può rilasciare interviste.
Questa sembra una vera persecuzione, anche perché Vanunu afferma di non essere in possesso di nessun ulteriore segreto atomico. Ciò nonostante non gli è permesso discutere con nessuno (nemmeno per telefono o per posta elettronica) di argomenti nucleari, e gli è anche vietato ripetere le affermazioni già pubblicate nel 1988 dal Sunday Times.
Tutto questo va contro quanto previsto dall’articolo 12 dell’accordo internazionale sui diritti politici e civili. Questo accordo (ratificato anche da Israele, che quindi sarebbe tenuto a non violarlo) recita che «chiunque si trovi legalmente all’interno di uno stato, avrà – all’interno di quella nazione – diritto alla libertà di movimento e la libertà di scegliersi la propria residenza» e «ognuno sarà libero di lasciare qualunque paese, incluso il proprio». Inoltre i diritti alla libertà di espressione e di associazione sono garantiti dagli articoli 19 e 21 dello stesso accordo.
Secondo Amnesty Inteational, «Vanunu non deve essere sottoposto a restrizioni arbitrarie e a violazioni dei suoi diritti fondamentali, sulla base di pretesti o di sospetti nei riguardi di ciò che egli potrebbe fare nel futuro».

ISRAELE: «STATO CANAGLIA»?

La questione Vanunu non è importante solo per l’aspetto umano, ma ha una valenza ben più ampia.
Si è fatta la guerra contro l’Iraq motivandola con la supposta presenza di armi di distruzione di massa, mai rinvenute. Libia, Iran e Corea del Nord erano state inserite tra gli «stati canaglia» perché sospettate (peraltro a ragione) di voler sviluppare armamenti nucleari.
Di Israele e delle sue centinaia di bombe nucleari non si dice invece nulla, incuranti del fatto che questo arsenale, mai dichiarato ufficialmente, sia all’origine delle ambizioni atomiche di molti governi della regione mediorientale.
Stupefacente appare l’uso di due pesi e di due misure e l’incapacità della stampa e dei media liberi inteazionali di evidenziare i problemi posti dall’arsenale israeliano. Nel caso della stampa nazionale e dei maîtres à penser nostrani, suscita inoltre tristi riflessioni l’assoluta mancanza di autocritica nei confronti di come il rapimento di Vanunu sul suolo nazionale sia stato gestito.
Ulteriore punto importante riguarda la mancanza di clausole di protezione, sia nella legge italiana che in quella internazionale, per chi decida di divulgare informazioni che sono sì segreti di stato, ma che è invece utile siano noti alla collettività internazionale, in primo luogo nel settore della realizzazione di bombe atomiche. Chi lo fa è in tal modo abbandonato alla vendetta dei governi, che spesso hanno molto da nascondere. Questi misconosciuti benefattori dell’umanità non godono nemmeno del trattamento riservato ai prigionieri politici. Pensiamo a quel che succederebbe se uno di questi coraggiosi personaggi si presentasse un giorno alle nostre frontiere, chiedendo asilo politico dopo aver divulgato ai media notizie riservate sul conto del proprio paese. Sarebbe rispedito in patria e abbandonato alla vendetta delle autorità, come è stato per Vanunu?
Si impone, a livello internazionale, un’iniziativa di protezione di queste persone e sarebbe auspicabile che l’Italia e l’Europa si facessero parti attive a questo riguardo.

L’INSEGNAMENTO DI MORDECHAI

Vogliamo chiudere con le parole di speranza espresse da Mordechai Vanunu poco prima del suo rilascio dal carcere: «Siamo riusciti a superare questo lungo periodo di silenzio. Grazie a tutti gli attivisti e ai sostenitori che hanno lavorato in molte nazioni. Siete stati la mia voce, la mia coscienza. (…) Sarò lieto di incontrarvi e di condividere con voi le mie esperienze, le mie opinioni e di lavorare (…) per l’abolizione delle bombe nucleari in tutto il mondo (seguono varie parole censurate). Quella è la nostra missione e il nostro obiettivo futuro. Ci fermeremo solo nel momento in cui si avrà un nuovo accordo internazionale che metta al bando e abolisca tutti i tipi di bombe nucleari. (…) Crediamo che ciò sia possibile e che potremo vedere questo momento nel corso della nostra vita, proprio come è successo con la fine della guerra fredda. Il nostro messaggio è: “la fine delle bombe nucleari è possibile!”».

Mirco Elena




Troppo facile piangere quando ci fa comodo


È assurdo rispondere al terrorismo con la guerra.

«Qualcuno vuole “uno scontro di civiltà”».

Non è facile trovarlo, ma quando ti risponde ha una voce calda e sicura e soprattutto parole chiare, ancorché concilianti. Padre Giulio Albanese è il vulcanico direttore della Misna, l’agenzia di informazione missionaria che già tanta credibilità si è guadagnata in pochi anni di attività.
Non nasconde la propria preoccupazione: per la guerra, il terrorismo, la pace, il giornalismo asservito o svilito a gossip.
Sulla chiesa rimane cauto e non vuole tornare sulle polemiche che hanno accompagnato l’omelia funebre del cardinale Camillo Ruini, pronunciata durante le esequie di stato per le vittime della strage di Nassiriya. E men che meno vuole commentare i virulenti attacchi subiti da monsignor Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, colpevole di aver detto verità troppo scomode per essere ammesse in pubblico.

Direttore, ci sono stati i morti iracheni, i morti statunitensi ed alla fine anche i morti italiani. Più che dalla giusta pietas il nostro paese è stato travolto da un’ondata di patriottismo non proprio disinteressato...

«Che senso ha questo patriottismo in un’epoca di villaggio globale? Se i confini nazionali sono ormai soltanto virtuali, allora anche la percezione del patriottismo dovrebbe essere cambiata.
Dobbiamo piangere per le sorti del mondo intero e di tante vittime innocenti delle quali spesso neppure sappiamo l’esistenza.
Noi della Misna siamo tra i pochi che danno notizia delle stragi quotidiane che avvengono, ad esempio, nei paesi africani.
Il patriottismo del 2003 dovrebbe avere un respiro globale. Insomma, è troppo facile piangere quando ci fa comodo…».

La guerra fa male e va male. Gli Stati Uniti lasceranno l’Iraq?

«Lo avrebbero lasciato se non ci fossero troppi interessi legati al petrolio e al business della ricostruzione. Certo di sbagli ne hanno fatti, anche dal punto di vista operativo. Tra l’altro, ormai hanno aizzato una guerra intrairachena in quello che prima del loro arrivo era il paese più laico del mondo islamico».

Il presidente Bush sostiene che la guerra in Iraq andava fatta per difendere il mondo dal terrorismo internazionale…

«Combattere il terrorismo con degli eserciti convenzionali? Già questo mi sembra uno sbaglio operativo clamoroso. Detto questo, l’unica lotta lecita è quella fatta attraverso la legge internazionale, l’unica in grado di difendere interessi non particolari».

Ma in un’epoca dominata dall’unilateralismo statunitense non è semplice parlare di diritto internazionale…

«Il papa ha detto che bisognava rispettare il diritto internazionale, che è stato palesemente violato. Questo significa che l’Onu deve tornare a svolgere un ruolo centrale e super partes. Sappiamo tutti che è un’istituzione burocratica, mastodontica, eccessiva, ma nonostante i limiti le Nazioni Unite rappresentano l’unica via d’uscita».

Come spiega il fenomeno del terrorismo?

«Prima di tutto una cosa va detta a voce alta: il terrorismo va condannato comunque, senza se e senza ma. Sempre. È vero che i terroristi trovano terreno fertile dove le situazioni di privazione e ingiustizia sono maggiori. Ma sicuramente essi non combattono per porre fine a ciò, come dimostra il fatto che le vittime delle loro azioni sono quasi sempre gente innocente. In realtà, credo si voglia arrivare al cosiddetto clash of civilizations, lo scontro di civiltà».

Cioè sta dicendo che qualcuno spinge verso questa direzione?

«Sì».

E chi perseguirebbe questo obiettivo?

«Io non posso dirlo, ma le dò un suggerimento. Pensi alla storia italiana e a quanti attori c’erano dietro la stagione del terrorismo negli anni ’70 ed ’80. Ora è su scala globale…».

Mi permetto di tornare alla domanda iniziale alla quale ha preferito non rispondere. Le tematiche della guerra, del terrorismo, della pace continueranno a dividere la chiesa italiana?

«Continuo a non rispondere. Però, un piccolo suggerimento ce l’avrei. Non è un’idea né nuova né originale, ma potrebbe essere qualcosa di positivo. Sto pensando ad un Osservatorio internazionale della chiesa cattolica italiana, formato da personalità religiose e laiche, che studi e valuti le problematiche inteazionali».

Nel suo libro lei è molto critico con il giornalismo italiano. Ora si dice che la guerra e la strage di Nassiriya lo abbiano ucciso…

«Il giornalismo italiano era in crisi già prima della strage di Nassiriya. Prigioniero del provincialismo e del gossip». •

Paolo Moila




Propaganda ad una guerra travestita


Don Tonio, che Italia è uscita dalle commemorazioni per la strage di Nassiriya? Non le sembra che la pietas per i morti sia stata quantomeno messa in secondo piano?

«Abbiamo vissuto momenti di forte ed intensa commozione, ma come sempre, questi sono sentimenti che devono essere compostamente vissuti nell’intimità delle lacrime e non in una sorta di liturgia civile che ricicla parole e simboli vecchi. Se ne è approfittato in maniera sciacalla per far propaganda alla guerra travestita, per riproporre una retorica patriottica che speravamo ormai sepolta. Persino un maresciallo dei carabinieri, confidandosi, mi ha detto che si sentiva molto “usato” e che non vedeva l’ora che la cosa avesse termine! Non sono poi mancati coloro che hanno fatto i conti e i confronti tra bandiere arcobaleno e bandiere tricolore, tra gente in piazza il 15 febbraio e i partecipanti ai funerali… Insomma una brutta pagina in cui, ancora una volta, il ruolo più importante è stato svolto dalle televisioni che hanno fatto leva sui sentimenti e sulle emozioni».

Quella italiana a Nassiriya era tutto fuorché una missione di pace. Ma pare che non si possa dirlo…

«Come Pax Christi lo abbiamo ribadito anche nello stesso giorno dell’attentato. La missione italiana non si svolge nel rispetto del diritto internazionale e si propone accanto ad un esercito che ha occupato militarmente un paese straniero dopo un pesante bombardamento. D’altra parte, se continuiamo a mettere in evidenza il buon rapporto con le popolazioni locali e gli aspetti umani dei carabinieri, significa che sono queste le cose che contano. Sarebbe stato meglio allora essere lì come italiani, ma senza armi, accanto alla gente, per aiutare e sostenere la ricostruzione, per riconciliare le parti… E per la verità c’è chi, anche in queste ore, lo sta facendo ma senza meritare nemmeno una citazione nel telegiornale di mezzanotte».

Sembra che ci siano due chiese cattoliche, ben contrapposte. Quella personificata dal cardinale Ruini e quella del papa e di monsignor Nogaro. È d’accordo?

«Basta leggere i passaggi dell’omelia ai funerali e le prese di posizione dei mesi scorsi del pontefice per rendersene conto! Il problema semmai è che non abbiamo una forte attenzione pastorale sui temi della pace e questo fa sì che un sostegno all’uso della forza, giustificato a partire dalla dottrina sociale o dal vangelo, non scandalizza i cristiani come dovrebbe. Sono altrettanto convinto però che, sia pure a fatica, questa sensibilità sui temi della pace e della nonviolenza vadano diffondendosi all’interno della comunità cristiana».

Il popolo delle bandiere della pace è assediato. Come fare ad uscire allo scoperto per reclamare, ancora più fortemente, le ragioni della pace e l’assurdità della guerra?

«Le bandiere sono una rappresentazione, un simbolo che indicano una realtà più vasta che ha bisogno di un migliore radicamento. Il compito che ci attende è soprattutto di carattere educativo per far crescere nella coscienza della gente il valore della nonviolenza, che è l’unico linguaggio della croce. Dovremmo concentrare gli sforzi per dare priorità a questo compito nella comunità e nella società italiane».

Lei è nella redazione del mensile Mosaico di pace. Da Nassiriya come ne esce il giornalismo italiano?

«Rassegnatamente, succube del punto di vista dei potenti. Se si presentassero le testimonianze di vita di tanti missionari e volontari con la stessa dovizia di particolari e la stessa enfasi mediatica con cui ci sono state raccontate le storie dei morti di Nassiriya… avremmo fatto un servizio vero alla pace soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. Missioni Consolata si è spesa molto per presentare la testimonianza di Carlo Urbani.
Penso a lui, ad Annalena Tonelli, ai tanti che ho conosciuto in questi anni, pur diversi tra loro, ma accomunati dalla vocazione di servire i poveri, la pace, la giustizia. Ecco, stasera pregherò per quei giornalisti che non hanno ancora conosciuto il valore vero che si nasconde in queste persone e non hanno trovato il coraggio di proporlo ai propri lettori».

Paolo Moiola