Voci e lacrime attraverso il muro

Essere cristiani in Terra Santa oggi

Esperienze di viaggio, pellegrinaggio e permanenza  in Terra Santa si trasformano nella narrazione di piccole storie quotidiane. Racconti che parlano di fatica, violenza, sofferenza e resistenza dei cristiani che vivono nei territori occupati.

Il 10 ottobre 2008, il Centro di animazione missionaria dell’Istituto Missioni Consolata di Torino ha ospitato l’incontro-dibattito «Essere cristiani in Terra Santa: affrontare l’occupazione, riscattare la speranza».
La serata è stata promossa dalla rivista «Missioni Consolata», dalle edizioni Paoline, da Pax Christi e dalla redazione di «Infopal.it».
Erano presenti don Nandino Capovilla, referente di Pax Christi per la Palestina; Betta Tusset, di Pax Christi; Gianluca Solera, cornordinatore del network Anna Lindh per il dialogo tra le culture; p. Ugo Pozzoli, direttore di «Missioni Consolata»; Filippo Fortunato Pilato, direttore di «www.Jerusalem-Holy-Land.org»; Angela Lano, direttrice dell’agenzia stampa «Infopal.it», moderatrice dell’incontro.
Durante la conferenza sono stati presentati i libri: «Bocche scucite», di N. Capovilla e B. Tusset, edizioni Paoline; «Voce che grida nel deserto», di Michel Sabbah, (a cura di Nandino Capovilla), edizioni Paoline; «Muri, lacrime e za’tar», di Gianluca Solera, edizioni Nuovadimensione. 
Abbiamo rivolto alcune domande a Solera e Capovilla sulla situazione che descrivono in dettaglio nei loro libri.

La difficile quotidianità dei cristiani in Terra Santa

Essere cristiani in Terra Santa, quali sono le difficoltà e le sfide, che, nella vostra esperienza di viaggio e pellegrinaggio, avete potuto constatare?

Gianluca Solera: «Credo che la grande sfida consista nel saper vivere la fede in una situazione di oppressione politico-militare che determina tutta la storia di un popolo, e farlo parlando di speranza e riscatto alla propria gente.
Vorrei rispondere raccontando anche dell’esperienza del pellegrinaggio in sé. Lo spirito dei pellegrinaggi in Terra Santa soffre di un problema di poca permeabilità, dell’incapacità di voler entrare in contatto con le comunità cristiane locali senza ridursi a percorrere itinerari «museali» tra Santo Sepolcro e Monte delle Beatitudini. Come vincere questa resistenza alla permeabilità? Innanzitutto bisogna sconfiggere una pigrizia di fondo da parte dei promotori di pellegrinaggi, che spesso sono ciechi alla condivisione dell’esperienza del pellegrinaggio con la chiesa incarnata di Terra Santa. Per un qualsiasi pellegrino che non conosce la realtà locale, è molto difficile entrare in contatto e comunione con le comunità cristiane del posto. In secondo luogo bisogna sfidare la politica di separazione e isolamento imposta dalle autorità israeliane su villaggi e città palestinesi, che rende complicato l’accesso alle comunità cristiane in Cisgiordania. Sono convinto che un pellegrinaggio che non sfida quest’isolamento, è un pellegrinaggio povero umanamente e già morto in partenza nello spirito».
Don Nandino Capovilla: «I cristiani di Terra Santa sono essi stessi un appello vivente, fortissimo, alla presenza, alla condivisione delle loro sofferenze. Dai vescovi al credente: tutti aspettano con trepidazione che, dall’Occidente, arrivi qualcuno a sostenerli, a portare solidarietà, a conoscere la drammatica situazione in cui sono costretti a vivere sotto occupazione».

Sia in «Muri, lacrime e za’tar» sia in «Voce che grida dal deserto» e in «Bocche scucite» emerge, a un certo punto, il tema dell’«insicurezza» dei cristiani che vivono a Gerusalemme e in Israele. Essi si sentono trattati dalle autorità israeliane come «cittadini di serie B». Qual è la vostra esperienza?

Solera: «Ho percepito i cristiani soffrire in silenzio, quel silenzio che è proprio di chi si sente minoranza. L’insicurezza dei cristiani è anche quella dei musulmani, ovvero di tutti gli arabi israeliani che vivono in un regime di effettiva discriminazione e di isolamento. D’altro lato, i cristiani in quanto minoranza sono più esposti al rischio di scomparire, di vedere i loro diritti umani e civili calpestati giorno dopo giorno, di vivere la tentazione del ripiegamento nel privato. Il sinodo diocesano delle chiese cattoliche di Terra Santa, conclusosi nel 2000, ha sollevato questa questione e ha chiesto un impegno pubblico maggiore da parte della comunità cristiana araba in Israele. I risultati delle ultime elezioni politiche nel paese hanno manifestato questa volontà di emergere e di farsi ascoltare, con l’elezione, per la prima volta, di tre arabi cristiani a membri della Knesset (parlamento israeliano, ndr). Credo che sia la pista giusta. Maggiore senso di responsabilità pubblica da parte dei cristiani arabi di Israele e Gerusalemme significherebbe maggiore attenzione ai problemi effettivi della convivenza e coesistenza inter-religiosa e soprattutto maggiore azione sociale contro la discriminazione etnica in Israele».
Capovilla: «Sì, in Israele si sentono cittadini di serie B, perché lo stato continua a sostenere l’ebraicità come valore assoluto, quindi sia i cittadini cristiani sia i musulmani – cioè, gli arabi palestinesi – soffrono per le discriminazioni che colpiscono tutti gli ambiti della loro vita. Interessante è la sintesi tracciata da Sabbah nel suo libro:  “Noi siamo discriminati in quanto palestinesi, non in quanto cristiani”».

Persecuzioni islamiche
anti-cristiane?

In entrambi i testi sopracitati si parla di cristiani che lasciano la Palestina. Una certa informazione, anche italiana, punta il dito contro i musulmani. Tuttavia, sia monsignor Sabbah sia i religiosi intervistati da Solera smorzano queste tesi e accusano, invece, l’occupazione israeliana. Qual è la vostra opinione?

Solera: «Credo che non vi sia una volontà egemonica da parte dei musulmani palestinesi. La questione è che i numeri fanno la differenza, e i musulmani si fanno demograficamente più numerosi che i cristiani, con conseguenze materiali sulle regole e gli spazi della convivenza. Ma credo che la convivenza sia possibile, anzi necessaria per preservare la diversità, che è una delle ricchezze fondanti del “carattere palestinese”. Che le autorità israeliane possano usare possibili tensioni intee alla società palestinese non è da escludere, e fa parte delle armi utilizzate per indebolire la coesione sociale palestinese e quindi la capacità di lotta nazionale. Ho personalmente conosciuto dei palestinesi cristiani che, alle ultime elezioni politiche hanno votato Hamas in distretti quali Betlemme o Ramallah, e questo la dice lunga sulla complessità delle relazioni intee, che non si possono semplificare in una visione conflittuale interreligiosa».
Capovilla: «I cristiani non lasciano la Palestina a causa dei musulmani. Lo confermano le dichiarazioni autorevoli di Sabbah che, in “Voce che grida dal deserto”, scrive:  “Da alcuni anni è in atto una campagna che vorrebbe far risaltare un’ipotetica persecuzione dei cristiani da parte dei musulmani. Che vi siano difficoltà nei rapporti, per una ragione o per l’altra, tra maggioranza e minoranza, è comprensibile e avviene qui come in ogni altro contesto. Noi palestinesi, cristiani e musulmani, siamo un solo popolo. Abbiamo le radici nella stessa terra, la Palestina. Le apparteniamo entrambi”.  Le sue parole sono una garanzia del nostro dovere di smontare tale propaganda, che è favorevole e funzionale, in Occidente, ad alimentare lo “scontro di civiltà” e quindi la “crociata anti-Islam” attualmente in corso. Il patriarca ripete sempre: “Siamo una piccola minoranza e quindi ci sono problemi di convivenza, come in qualsiasi  società, ma è ben altra cosa approfittare di piccoli episodi di criminalità trasformandoli in atti di discriminazione anti-cristiani e in propaganda”».

Cos’è cambiato da quando Hamas ha vinto le elezioni, nel gennaio 2006, e come viene considerato il movimento islamico tra i cristiani?

Solera: «Ripeto, molti cristiani votarono Hamas per ragioni politiche. Non so se farebbero lo stesso ora, dopo aver conosciuto le conseguenze dell’embargo imposto dalla comunità internazionale, ma questa è un’altra storia. Tra alcuni cristiani vi è apprensione, si teme che un movimento politico di ispirazione islamica possa marginalizzare la comunità cristiana e stimolare passioni irrazionali anti-cristiane. A metà settembre, quando stavo a Gaza, incontrai alcuni cristiani e feci la stessa domanda: ne ricevetti una risposta insperata, ovvero che non si sentivano minacciati da Hamas, ma piuttosto dai conflitti intestini, e che “Hamas li lasciava in pace”. La conclusione che ne traggo è che la comunità cristiana soffre certamente dell’animosità Hamas – Fatah, esponendo i suoi membri ai rischi della spirale di una lotta politica fratricida, ma che l’emersione di Hamas quale movimento di ispirazione islamica non comporta necessariamente l’affermazione di una politica di persecuzione su basi religiose».
Capovilla: «Purtroppo, il nostro modo di percepire e comprendere le varie dimensioni del conflitto è spesso lontano dai fatti reali. I cristiani, pur essendo contrari a radicalismi fondamentalisti che si scontrano con la natura laica della Palestina, non hanno problemi con Hamas. Il loro rapporto non è negativo: ad esempio, le autorità di Hamas nella Striscia di Gaza dimostrano rispetto nei loro confronti».

Il Muro che nasconde
la sofferenza dei palestinesi

I pellegrini si accorgono del «Muro di annessione»?

Solera: «Purtroppo no, nella maggior parte dei casi. Anche quando raggiungono Betlemme provenienti da Gerusalemme, passando con l’autobus attraverso quell’orrendo muro alto quasi nove metri, non si rendono conto di cosa significhi essere circondati da una barriera di cemento. Non fanno l’esperienza fisica dell’isolamento a cui è sottoposto un qualsiasi cittadino di Betlemme. Purtroppo, per “accorgersi” del Muro, è necessario vivee almeno un poco le conseguenze, mentre le facilitazioni al transito concesse esclusivamente ai pellegrini contribuiscono a rendere falsa l’immagine che uno straniero porta a casa della politica di segregazione imposta con la costruzione del Muro. Un poco di condivisione della sofferenza della segregazione in Terra Santa non farebbe male ai nostri pellegrini, e lo dico con franchezza».
Capovilla: «Lo vedono con gli occhi, ma non lo percepiscono. Vengono subito istruiti dalla guida sui “motivi di sicurezza” sottostanti… Ormai, con questa scusa tutto è possibile: anche chiudere milioni di persone in una grande prigione. Da qualche anno a questa parte, tutti i venerdì, alle 17, a Betlemme, in prossimità dell’apertura del Muro destinata a lasciar passare gli autobus dei pellegrini, un gruppo di suore organizza un rosario. Una preghiera contro il Muro. Nonviolenta. I pellegrini vengono invitati a scendere dai pullman e a unirsi alla preghiera, ma nessuno lo fa…».

Cosa si può fare, o si sta già facendo, per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana, in particolare quella cattolica?

Solera: «Si sta facendo molto, ma sempre poco se compariamo gli sforzi di informazione e sensibilizzazione compiuti con il numero importante di pellegrini che visitano la Terra Santa senza un’adeguata preparazione culturale e politica. Quando si prega per la pace in Terra Santa, lo si fa spesso con quell’astrattezza e neutralità che rivela una mancanza di conoscenza della reale quotidianità delle comunità cristiane di Terra Santa. Credo che un buon modo di pregare per la pace sarebbe quello di gemellarsi con una delle molteplici parrocchie della Palestina, a cominciare da quelle più isolate, come quelle di Gaza o di Nablus. In altre parole, vedo necessaria una campagna di “adozione” delle parrocchie palestinesi da parte delle nostre e un lavoro pubblico che non esiterei a definire di contro-informazione sui cristiani di quella regione».
Capovilla:  «È importante preparare i pellegrini che partono, attraverso un lavoro paziente, spirituale e anche storico. Questa “apertura degli occhi” è un dovere morale e spirituale, pastorale, ancor più doveroso per noi, come cristiani».

Ebrei e israeliani «contro l’occupazione»

In Israele ci sono gruppi, movimenti, singoli cittadini ebrei che sostengono e lottano a fianco dei palestinesi. Sono gli «israeliani che chiedono giustizia»: Parents’ Circle, Icahd di Jeff Halper, i Refuseniks, i Naturei Karta, Bat Shalom, giornalisti come Amira Hass e Gideon Levy, storici come Ilan Pappe e tanti altri di cui i nostri media non parlano mai. Che peso hanno, secondo voi, queste organizzazioni e queste persone, in Israele?

Solera: «A metà settembre di quest’anno, ho incontrato Gideon Levy a Tel Aviv e Amira Hass a Ramallah, e ho posto loro la stessa domanda. Questi movimenti sono l’anima critica, la parte più sana della società civile israeliana che rifiuta di cadere nella logica dominante di disumanizzazione dei palestinesi e di compressione dei valori e delle libertà civili all’interno di Israele. Certo sono una minoranza, ma una minoranza necessaria, che rifiuta di parlare di pace senza giustizia. Debbo anche riconoscere, tuttavia, che la frustrazione e il pessimismo si sono accumulati in questi anni anche tra queste voci coraggiose. Gideon Levy riceve continuamente minacce verbali dal pubblico ebreo israeliano, e questo logoramento indebolisce anche lo spirito di un giornalista come lui. Amira Hass, che continua a vivere a Ramallah, è ancora più pessimista sul livello di apertura dei suoi concittadini verso un dibattito franco sulle cause profonde della crisi israelo-palestinese, e si aspetta un ciclico ritorno alla violenza, quasi che solamente la sofferenza possa scuotere le coscienze. Durante lo stesso viaggio, ho incontrato molte delle organizzazioni israeliane che lottano contro l’occupazione. Tutte hanno segnalato il rischio che alcuni settori del potere israeliano cerchino di “normalizzare” i rapporti israelo-palestinesi anche attraverso iniziative della cosiddetta società civile. La “normalizzazione” è una parola che non piace alle organizzazioni anti-occupazione, e l’unico modo per evitarla è avere propositi chiari ed espliciti ed azioni coerenti con essi, perché la “normalizzazione” è percepita dai palestinesi come un tentativo di pacificare senza giustizia. Oggi come oggi, queste organizzazioni sono in difficoltà anche logistica, e richiedono il nostro sostegno politico, civico e anche finanziario. Il loro successo starà nella capacità di creare spazi “binazionali” in cui ebrei israeliani e arabi lavorino insieme per un’alternativa alla politica di segregazione (come fanno ad esempio Parents’ Circle e Combatants for Peace). La loro missione consiste nel continuare a protestare sui cantieri del Muro e nel sensibilizzare israeliani e palestinesi sulla necessità di trasformare il loro modo di pensare il conflitto.
Queste organizzazioni sono accomunate da una visione critica del processo di pace e dell’iniziativa di Annapolis (Usa), del novembre 2007; credono che le parti che negoziano siano deboli e delegittimate di fronte all’opinione pubblica, e vogliono lavorare su un terreno più ampio che quello dell’opposizione alla costruzione degli insediamenti o del Muro di separazione. Ovvero, sulla memoria, sulla pianificazione territoriale alternativa, sulla demilitarizzazione della società, sugli stereotipi culturali, sulla preservazione delle risorse naturali come l’acqua, e soprattutto sulla formazione di un pensiero critico tra le persone. Gideon Levy mi diceva: “La società israeliana ha bisogno di uno scossone (breakthrough) emotivo”. Per questo, il lavoro coraggioso di queste organizzazioni che alcuni israeliani vorrebbero bollare come “traditrici della patria” è così importante».
Capovilla: «Io credo che la loro presenza incida più di quello che vediamo. Mons. Sabbah risponde a questa domanda puntando lo sguardo sulle future generazioni. Speriamo che esse possano superare i blocchi del passato e aprirsi alla dignità di tutti gli esseri umani e al rispetto dei diritti civili».

Violenza e nonviolenza
in Palestina

Il tema della «resistenza nonviolenta» è caro a molti cristiani e musulmani impegnati per la giusta soluzione alla causa palestinese, e mons. Sabbah ne parla ripetutamente nel suo libro. I villaggi palestinesi di Nil’in e Bil’in, ma non solo, ne sono un coraggioso esempio. Che cosa ne pensate?

Solera: «È sicuramente una strada da percorrere, e l’esempio di Bil’in, dove tutti i venerdì, da tre anni, gli abitanti del piccolo villaggio palestinese di Bil’in manifestano contro la costruzione del Muro è straordinario. Tuttavia, credo che non possa essere esclusiva. Come mi diceva Molly Malekar, direttrice dell’associazione di donne israeliane Bat Shalom che lavora per una giusta riconciliazione, i soldati del suo paese hanno picchiato pure lei durante una manifestazione non-violenta contro il Muro. Ovvero, il messaggio di Malekar era: “Non dobbiamo illuderci che la pratica non-violenta possa essere sufficiente a debellare la macchina dell’oppressione e a indebolire la forza militare e la volontà politica israeliana”. Condivido questa preoccupazione. Credo che si debba simultaneamente lavorare alla costruzione di un pensiero critico e alternativo dentro la società israeliana. D’altro lato, non possiamo neppure negare il diritto alla resistenza dei palestinesi, che potrebbe manifestarsi anche in modo armato, sempreché rispettino i canoni del diritto internazionale, che richiede, ad esempio, di non coinvolgere civili e inermi in eventuali scontri o azioni di difesa. Se da un lato dobbiamo ammettere che la resistenza palestinese non sia stata sufficientemente creativa e si sia definitivamente screditata con l’utilizzo dei kamikaze, d’altro lato dobbiamo riconoscere ai palestinesi il diritto all’autodifesa, e aiutarli a trovare il modo più efficace di esercitarlo, senza ulteriormente alimentare il vortice cieco della vendetta e della ritorsione violenta. Come cristiani è un dibattito difficile, ma necessario. Credo che la cultura della nonviolenza possa contribuire a ridisegnare i termini della legalità dell’uso della violenza stessa, che attualmente poteri statali come quello israeliano pretendono esercitare con diritto in forma esclusiva».
Capovilla:  «Con la nonviolenza si può: Michel Sabbah ha fiducia in questo mezzo. La forza sta nel lavoro sotterraneo e nel non valutare il risultato dall’effetto immediato, che è tipico, invece, della violenza».

«La pace è nelle mani di Israele», afferma Sabbah, che aggiunge: «l’ostacolo più grande alla pace è rappresentato dall’occupazione militare israeliana». Perché in Occidente si pensa che, invece, tutto dipenda dai palestinesi e che Israele non abbia «interlocutori validi»?

Solera: «Credo che tre siano le ragioni: il senso di responsabilità storica nei confronti degli ebrei, che ci porta a esser parziali nel nostro giudizio; il senso di prossimità culturale maggiore nei confronti degli israeliani, percepiti come europei rispetto agli arabi o ai musulmani, per i quali proviamo invece un inconscio sentimento di diffidenza, se non di ostilità; infine, la scarsa informazione disponibile in Occidente sulla vita che si svolge nei territori occupati. Quest’ultima ragione ha giocato un ruolo decisivo nel convincermi a scrivere il mio libro. Contribuire a diffondere in Occidente un’informazione corretta e prossima alle ragioni dei più oppressi è un imperativo per coloro che come noi hanno conosciuto la realtà dei territori occupati».
Capovilla: «Dobbiamo rilevare con amarezza che di fronte allo stato di Israele, ogni critica è avvertita come un attacco al popolo ebraico. Questo impedisce di accettare che la pace sia davvero nelle mani di Israele, come dice Sabbah».

Cisgiordania e Gaza sotto assedio

La popolazione palestinese, a Gaza e in Cisgiordania, è ormai allo stremo. Quali azioni di solidarietà ritenete valide e possibili?
Solera: «Due sono le azioni necessarie: rompere l’embargo e l’assedio a cui è sottoposta soprattutto la Striscia di Gaza, e sostenere politicamente i movimenti palestinesi. Molti dei palestinesi che ho incontrato mi dicevano:  “Non vogliamo il vostro pane, ma il vostro sostegno politico”. Ridurre la Palestina a un problema umanitario significa confondere le conseguenze con le cause, e contribuire indirettamente a mantenere lo status quo».
Capovilla: «Ci sono tantissime iniziative di solidarietà con il popolo palestinese, ma i media non ne parlano mai. Hanno prestato attenzione alla missione del Free Gaza Movement, forse perché più eclatante o forse perché a bordo delle due imbarcazioni, che ad agosto sono giunte al porto di Gaza rompendo virtualmente l’assedio, c’erano alcuni personaggi di spicco internazionale. In generale, i mezzi di informazione non parlano delle azioni di sostegno alla popolazione assediata, quindi, molti pensano che non si faccia nulla…».

Gerusalemme assiste a una forte ebraicizzazione, sia dal punto di vista urbanistico sia culturale e sociale. I luoghi santi cristiani e musulmani sono a rischio?

Solera: «Certamente lo sono in quanto luoghi di fede vivi, spazi sociali per cristiani e musulmani. Non credo che i luoghi sacri rischino la distruzione fisica. Ciò che mi preoccupa è che vengano trasformati in “reliquari” di archeologia religiosa, a cui non possono accedere i credenti locali per pregare o per incontrarsi. La giudaizzazione di Gerusalemme è anche questo: decomporre gli spazi comunitari e collettivi delle comunità cristiana e musulmana locali e banalizzare il patrimonio storico religioso a recinti di memoria».
Capovilla: «Non penso sia questo il problema reale, quanto piuttosto il fatto che il volto della Città Santa è ormai sfigurato. E ciò la mette a rischio di non poter diventare, un giorno, la capitale dello Stato palestinese. La stessa diplomazia internazionale che non concede a Israele di spostare a Gerusalemme le sedi delle ambasciate straniere dovrebbe impegnarsi affinché essa non diventi possesso di un solo Stato, di una sola comunità». 

Di Angela Lano

Angela Lano




Osanna nelle alture

Le montagne di dio nella bibbia e nelle religioni non cristiane

In quasi tutte le religioni il monte, a motivo della sua altezza e mistero di cui è circondato, è ritenuto
il punto in cui il cielo incontra la terra. Ogni paese ha il suo monte santo, dove abitano le divinità
da cui viene la salvezza. La bibbia ha conservato tali credenze, ma le ha purificate.

T ra tutti i fenomeni della natura la montagna come luogo sacro e seducente ha sempre affascinato gli uomini. Essa è considerata in modo del tutto particolare luogo delle ierofanie, delle manifestazioni del sacro. Fin dai tempi più remoti, in quasi tutte le religioni e in tutte le civiltà si credeva che l’altitudine avesse una virtù consacrante, che le regioni superiori fossero sature di forze sacre.
Tutto quello che più si avvicinava al cielo, partecipava con intensità variabile alla trascendenza. L’altitudine (monti, cime, colline, alture) veniva assimilata al trascendente, al sovrumano, punto d’incontro del cielo e della terra, simbolo della presenza del sacro e dell’ascensione umana verso Dio.
NEL MONDO BIBLICO
Le montagne hanno un compito importante nelle vicende del popolo d’Israele. Non sono solo menzionate come luoghi geografici; hanno anche un valore simbolico. Sono pieni di sacralità, producono determinati effetti religiosi, diventano luoghi di culto dai quali si rende gloria a Dio. Per tutti questi motivi i monti sono l’abitazione di Dio: «Dio ha scelto a sua dimora il monte di Basan, il monte delle alte cime; il Signore lo abiterà per sempre» (Sal 67, 14-17).
Nella bibbia, specialmente là dove si narrano gli avvenimenti più antichi del popolo ebraico, moltissimi luoghi di culto si trovano sulle «alture», parola che traduce il plurale ebraico bāmôt, luoghi normalmente situati sulla cima di una collina o di un monte, dove Dio abita e si rivela:  dal monte Ararat, sulla cui cima l’arca di Noé si arenò dopo il diluvio e dove Noé offrì olocausti al Signore (Gn 8, 1-22), al monte Sinai, il cuore dell’Esodo, la montagna «tutta fumante, perché su di essa era sceso il Signore nel fuoco» (Es 19,16-20).
Anche il Dio d’Israele, Jahvè, è sovente collegato strettamente alle montagne sacre. «Il loro Dio – dicevano gli aramei degli israeliti – è un Dio delle montagne, per questo ci sono stati superiori» (1Re 20,23).
I monti Sinai, Or, Ermon, Carmelo, Libano, Tabor, Garizim, Sion erano per eccellenza di Jahvè, gli appartenevano. In Sion era la cittadella di Dio, che dava sicurezza al suo popolo; era il monte santo, la dimora di Dio, la città del grande Sovrano (Sal 47,2-4; 52,7; Is 62,5). Su di esso abitava la magnificenza di Dio e da esso veniva «il mio aiuto» (Sal 120,1-2). Lo salirà solo «chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronuncia menzogna e non giura a danno del suo prossimo» (Sal 23,3-4).
Il monte Sinai rappresenta ed è veramente il cuore di tutta la vicenda del popolo ebraico. È il monte della rivelazione di Dio e dell’alleanza con il suo popolo, è il monte Oreb della tradizione elohista e deuteronomista. Prima della grande teofania sul monte Sinai, Mosé si tolse i sandali dai piedi, «perché il luogo sul quale tu sali è una terra santa» (Es 3,5). Da Jahvè ricevette l’ordine di fissare tutto intorno al monte un confine. Nessuno doveva salire sul monte e neppure toccarne le falde (Es 19,12). Dopo questi avvertimenti, Jahvè parlò al suo popolo da un fuoco in mezzo al cielo, senza vedere alcuna figura, ma solo una voce (Es 20,22; Dt 4,12-18).
Nel racconto del Sinai hanno un particolare valore simbolico le espressioni come fuoco, fulmine e tuono. Sono immagini che sottolineano la potenza della parola di Dio. Così pure, tenebre, oscurità, nuvole e pioggia indicano il nascondimento di Dio. Il suono dei coi e delle trombe rinviano alla liturgia che si celebrava a Gerusalemme, sul monte Sion, dove Jahvè voleva essere sempre presente.
I monti sono il luogo delle manifestazioni di Dio anche  nel Nuovo Testamento. È il caso dell’alto monte delle tentazioni di Gesù (Mt 4, 8-10; Lc 3, 5-8). Su un’altra montagna, rimasta senza una precisa connotazione geografica, ma non certo priva di un linguaggio simbolico, quello del Sinai, Gesù fece il discorso delle beatitudini (Mt 5,1-12; Lc 6,20-23). Sul monte Tabor avvenne la trasfigurazione, benché molti esegeti pensino a una diversa montagna, quella dell’Ermon.
TRA GLI ANTICHI POPOLI MEDIORIENTALI
Molte forme del culto delle alture furono mutuate, specialmente durante l’epoca dei re, dalle popolazioni con cui gli ebrei nel loro peregrinare vennero a contatto, dalla Mesopotamia all’Egitto, dai sumeri agli ittiti, soprattutto dai cananei, che esercitarono una notevole influenza sulle tradizioni religiose ebraiche.
Il dio Baal di Ugarit, città sulla costa della Siria, che costituisce per noi la migliore testimonianza della civiltà cananea più antica, viene menzionato molte volte nella bibbia. Era il dio della tempesta, del tuono, dei fulmini, della pioggia, della fertilità e della fecondità, e come tale fu protagonista di un grande ciclo mitologico. Sua dimora era il Monte Lapanu, visibile da Ugarit con la sua cima avvolta dalle nubi.
Assai popolare in Canaan, il dio Baal costituì una tentazione permanente per Israele e Israele ne subì il fascino, così come accadde di fronte alle tradizioni religiose della civiltà egizia, babilonese e altre ancora.
La cosmogonia egizia esordisce con l’affiorare di un’altura dalle Acque primordiali. L’apparizione di questo «primo luogo» al di sopra dell’immensità delle acque significa l’emergere della terra, ma anche della luce e della vita. A Heliopolis la località chiamata «Collina della Sabbia» era identificata con la «Collina primordiale». Di fatto ogni città, ogni santuario, era considerato un «Centro del mondo», luogo in cui aveva avuto principio la creazione. L’altura primordiale talvolta diveniva la Montagna Cosmica, sulla quale il faraone saliva per incontrare il dio sole.
Per i cananei gli oggetti più comuni che rappresentavano simbolicamente la divinità erano le massebe (massebôth) e le ascere (asherim). Le massebe erano stele o cippi o pilastri, ritti, alti, stretti, rozzamente levigati, spesso con qualche emblema raffigurante la mascolinità, quando si trattava di pietre dedicate a un dio, o la femminilità, quando il cippo doveva raffigurare una dea. Non vi era, si può dire, «altura» (bāmôth) in terra di Canaan senza una o più massebe.
Nell’area indoiranica
Il tema della montagna come luogo abitato dalla divinità è evocato anche nella religione dell’antico Iran. I persiani usavano salire sulle più alte vette dei monti per offrire i sacrifici al loro dio. Questo fatto indica come nell’ideologia religiosa iranica le montagne avessero un posto molto importante. Ai monti si elevavano lodi e nel calendario zoroastriano il ventesimo giorno del mese era consacrato alla Terra, alle montagne e allo Khvarenah. Dietro questa concezione stava l’idea di una montagna cosmica come Axis Mundi, comune a tutta l’area indoiranica.
Al centro del mondo gli iranici collocavano il picco della grande catena montuosa dell’alta Harā, così come gli indiani dell’India ponevano il monte Meru, la vetta più alta della catena Lokāloka. La cima della Harā e il monte Meru (sameru nella cosmografia buddista) erano collocati «al centro di un continente o di una regione, Khavaniratha in Iran o Jambūdvīpa in India, a sua volta circondato da altri sei continenti o regioni, come sei grandi porzioni circolari in cui si suddivideva la terra».
In India la natura nel suo complesso è concepita come vibrante di vita: alberi, rocce, montagne, acque e cascate sono centri di forza per il sacro, e diventano santuari dove i fedeli trovano e danno senso alla loro esistenza. Le montagne e le foreste parlano agli indiani delle potenze divine che contrastano gli sforzi umani, e richiamano così alla loro mente la lotta che si svolge tra il bene e il male, tra le potenze divine e quelle demoniache.
Il mito di una montagna, di un albero, di una scala o di una corda, che collega la Terra al Cielo come Axis Mundi, lo si ritrova anche nelle religioni dell’Asia centrale e settentrionale. Antichissima è l’idea che il monte meriti venerazione come centro di forza della terra e che la terra viva là dove si solleva. Il «monte del mondo» che emerse dalle acque del caos primordiale, e sulla cui sommità troneggia En-lil, è il simbolo della terra per i babilonesi e ha la sua immagine nelle ziqqurat, torri a gradoni che s’innalzavano verso il cielo, come la torre di Babele (Gen 11,1-9). Si credeva infatti che la ziqqurat poggiasse la sua base sull’ombelico della terra e toccasse il cielo con la sommità e che come tale fosse un monte cosmico, un’immagine simbolica e viva del cosmo.
tra i popoli africani
Abitate dagli dei o venerate come divinità sono soprattutto le montagne vulcaniche e quelle coperte di nevi perenni, come il monte Kenya e il Kilimangiaro in Africa o l’Aconcagua e i picchi più elevati della Cordigliera delle Ande nell’America meridionale. «Gli uomini abitano nella valle, sui monti dimorano gli dei», dicono le popolazioni che vi abitano. Presso i popoli antichi esisteva la credenza che la terra vivesse là dove si sollevava.
La montagna, associata alla divinità e al simbolismo ascensionale celeste come evocazione della presenza di Dio, è tipico soprattutto dei popoli pastori, per esempio i masai, ma anche degli agricoltori, come i kikuyu del Kenya e gli yoruba della Nigeria. La montagna domina infatti il paesaggio. Da qualsiasi punto della pianura, della steppa o della savana, si vede la sua sommità. Essa emerge nella luce quando la terra è nell’ombra ed evoca l’elevazione dell’anima a Dio. Il culto a Dio può svolgersi sulla montagna oppure rivolto a essa. Su di essa si formano i temporali: il tuono che è voce del cielo e le piogge che distruggono o vivificano. Si deve però sottolineare che la montagna di per sé non raffigura Dio; essa non fa che evocare l’esperienza di una presenza trascendente il mondo e l’uomo.
Nell’Africa del sud alcune colline sono note come luoghi dove vive la divinità. Su di esse non pascola il bestiame e la gente raramente vi sale. «Solo quando imploriamo la pioggia saliamo su questa altura. Saliamo in silenzio, pieni di timore, tenendo gli occhi abbassati e camminando con umiltà. Non parliamo, perché colui alla cui presenza ci troviamo è terribile».
in america latina
Le popolazioni montane delle Ande vedono in Pachamama, la Terra Madre, la fonte e la protettrice della vita. Sulle cime alte innevate vivono gli spiriti Apu, «signori», che controllano ogni cosa. Gli spiriti delle cime più basse sono detti Anki e non sono potenti come gli Apu. Sia gli Apu che gli Anki portano il nome della montagna o collina su cui vivono. Essi sono gli dei principali della popolazione delle Ande.
Gli aztechi del Messico veneravano la grande montagna Iztacihmath (donna bianca) e il suo compagno Popocatepetl (montagna fumante); i tlascaltechi la montagna Matlalcueye (veste azzurra), ora chiamata Malinche.
Nel mese decimoterzo del loro calendario celebravano la festa dei numi delle montagne, rappresentati da quattro donne e un uomo; ognuno di essi, durante la festa e prima di essere sacrificato, portava il nome della sua divinità, ossia Tepechoch, Matlalquac, Xuchitecatl, Mayahuel e Minohuatl.
in asia centro-orientale
I monti più sacri sono, a seconda della tradizione religiosa del luogo, l’Olimpo in Grecia, il Fuji in Giappone, il Kailāš in India, i Monti Altai (mongolico: Ultain Ula, montagna d’oro) e i Monti celesti (Tängri Dag Tien Cian) nell’Asia centrale.
A Tängri, un nome che indicava sia il dio dei mongoli sia il cielo azzurro, venivano indirizzate preghiere di oranti solitari che s’inchinavano al suo cospetto sulle cime delle montagne, mentre in suo onore si bruciava incenso di ginepro. L’antica religione del Tibet si chiama bön. A somiglianza di molte religioni ritiene che le montagne, come il Kangchenjunga, siano la dimora degli dei.
Anche in Giappone lo shintornismo ha considerato oggetto privilegiato di venerazione le montagne, ritenute abitazione delle divinità o kami. Dallo shintornismo deriva l’amore che i giapponesi hanno per la natura, per la bellezza del paesaggio e la maestosità delle montagne, fonte di riconoscenza verso i kami e di godimento estetico.
Molte sono le montagne che ospitano santuari sulla loro cima. Famosissimo è il monte Fuji, una sorta di simbolo religioso della nazione. Secondo un’antica tradizione, Amaterasu, la dea solare, l’augusta dea che illumina il cielo, mandò suo figlio a governare le isole giapponesi. Egli sposò la figlia del Monte Fuji e un nipote divenne il primo imperatore del Giappone. Una delle principali correnti religiose scintorniste, la Jikko, rivolgendosi al Monte Fuji, prega per il bene e la continuità della famiglia imperiale, l’esistenza della nazione e l’assistenza divina nell’adempimento del proprio dovere.
Il culto delle montagne incoraggiò anche uno dei movimenti sincretistici più affascinanti della storia della religione, il movimento shugendo, che fuse insieme buddismo e shintornismo.
Proveniente dalla Corea e dalla Cina, il buddismo in Giappone è datato dall’inizio del VI secolo d.C. Nell’805 circa, sul Monte Hiei, vicino alla nuova capitale Kyoto, sorse uno dei più importanti insediamenti buddisti, che s’ispirava alla scuola cinese t’ien t’ai. Quasi subito dopo sul Monte Koya, a sud di Kyoto, fu fondato un altro insediamento che si ispirava al buddismo shingon, la scuola istituita dal monaco Kukai (744-835), venerato come un santo.

G li esempi segnalati non esauriscono il tema della montagna come abitazione della divinità. Sono comunque sufficienti per dimostrare una certa omogeneità d’ispirazione religiosa, un comune linguaggio sacrale, portatore di una comune nozione circolante fra i popoli del vicino Oriente nel II-I millennio prima di Cristo e diffusa in molte altre civiltà, anche se formulata in modo diverso a seconda delle tradizioni religiose. Questo fatto ci introduce in una comparazione storico-culturale e apre una prospettiva larghissima su orizzonti di gran lunga più vasti di quello del mondo ebraico, sui quali ci siamo soffermati brevemente.
Ci si potrebbe per esempio chiedere se il Dio che abita le alture sottintenda il classico «monoteismo biblico» o semplicemente la nozione di un «essere supremo», quale si riscontra sulla maggior parte delle religioni tradizionali. La pura e semplice affermazione dell’esistenza di un rigido monoteismo del Dio delle alture va certo almeno in parte ridimensionata, sia perché non vanno dimenticate le influenze della civiltà egizia, mesopotamica e specialmente cananea sulla religione ebraica, sia perché non si possono trasferire in blocco nell’idea di Dio propria della nostra civiltà occidentale, elaborata nell’Antico Testamento, passata nel Nuovo e poi definita chiaramente in seno al cristianesimo.

Così pure ci si potrebbe interrogare sugli attributi del Dio delle «alture», come l’onniscenza nella sua forma divina o magica. Le due forme sembrano talvolta coesistere nella stessa figura del Dio delle alture, all’interno di concezioni diverse a seconda dei gradi di civiltà dei popoli della terra: nomadi, pastori, cacciatori, agricoltori. 

Di Giampiero Casiraghi

Giampiero Casiraghi




Handan se ne deve andare

Reportage / Breve viaggio nei quartieri di Istanbul (2a): Ayazma e Tarlabashi

Dopo Sulukule (cfr. MC, maggio), dove gli abitanti sono (o erano rom), adesso sgombrare tocca a Ayazma e Tarlabashi, quartieri di Istanbul in cui vivono molti profughi. Anche in questo caso le autorità turche parlano di una riqualificazione urbanistica che porterà benefici per tutti. Ma anche in questo caso sono gli affari che muovono tutto. Con in più una motivazione politica: gli abitanti sono in maggioranza curdi…

Istanbul. «Era notte fonda quando è arrivata la polizia. Svegliati di soprassalto, siamo stati costretti a uscire dalle case. Io non volevo uscire così. Era dicembre ed era freddo: mi sono rifiutata. Sono stata picchiata e a mio padre hanno rotto un braccio». Handan è curda e dimostra più dei suoi 15 anni. È cresciuta in fretta ed ha l’aspetto di una donna. Le ciabatte che indossa sbucano dal lungo vestito colorato. Mentre cammina tra le macerie, la sua voce è rotta dall’emozione. Racconta, sistemandosi il velo e indicando le pietre e i calcinacci che ci circondano. «Siamo usciti tutti e, dopo qualche ora, le nostre case non c’erano più».
Siamo ad Ayazma, gecekondu curda nella periferia di Istanbul, vicino allo stadio Atatürk dove si giocò la finale di Champions League nel 2005. Gecekondu significa «sorto in una notte», ed è un’espressione che indica le baraccopoli (1). Continuiamo a camminare facendo gimcana tra i cumuli di macerie.  Quando incontriamo una baracca o una tornilette improvvisata (una «turca» in mezzo al nulla e senza acqua corrente, per cui ogni volta che la si usa c’è un andirivieni con i secchi), Handan mi spiega che «prima non era così, non eravamo costretti a uscire per andare in bagno, ma soprattutto non dovevamo arrivare fin qui per prendere l’acqua». Mi indica un contatore fissato su un tubo che viene fuori dal terreno e mi fa capire a gesti che per quell’acqua pagano una bolletta troppo cara.

«Portami in Italia» 

Entriamo in una delle baracche, dove troviamo il padre di Handan e un amico. Ci sediamo su un tappeto che copre tutto il terreno, in un ambiente ordinato e pulito nonostante gli spazi ridotti. I due uomini mi mostrano un documento ufficiale firmato dal sindaco della municipalità di Küçükçekmece, Aziz Yeniay, in cui si dichiara che le demolizioni saranno l’occasione per gli abitanti di Ayazma per cambiare vita. La municipalità di Istanbul, quella di Küçükçekmece e Toki, l’«Amministrazione centrale alloggi», provvederanno a fornire soluzioni abitative tagliate sulle esigenze di ogni nucleo familiare, sia esso proprietario di immobile o affittuario. Nuove modee case con tutte le comodità sono la soluzione proposta agli abitanti di Ayazma, che, sempre secondo il documento, non si saranno dispersi ma rimarranno uniti in una nuova comunità. Segue una sfilza di documenti da presentare al comune per avere diritto ad una nuova abitazione. Molti residenti non hanno quelle carte, perché la maggior parte degli immobili è ancora abusiva. E 18 famiglie hanno deciso di rimanere ad Ayazma per denunciare l’operazione delle autorità, che fingono di non sapere che la maggior parte degli abitanti della gecekondu è costituita da profughi, scappati senza nulla dal sud-est della Turchia.  Mentre lascio il campo Handan mi prende da parte, sorride, e mi rivolge una preghiera: «Portami in Italia…».
Anche Ahmad è curdo, ha una piccola attività dove vende pezzi di ricambio per lavandini e oggetti di ferramenta, vive nello storico quartiere di Tarlabashi, a 2 fermate di tram da Taksim, il cuore commerciale di Istanbul. «Sono arrivato nel 1994. Abitavo in un villaggio del sud est della Turchia vicino Diyarbakir, ma la tensione e la presenza costante dei militari erano stressanti, molti dei nostri villaggi sono stati distrutti. Inoltre in quella zona non c’è lavoro, quindi mi sono trasferito qui, a Tarlabashi». La vita della comunità curda di questo quartiere ruota intorno a una via centrale con piccole attività commerciali, bar, una piazza e una moschea. In questo modo si è ricreato il tessuto sociale dei villaggi d’origine interessati dalle forti migrazioni intee degli anni ’90 (2) .
Nel piccolo retro del negozio dove Ahmad ci offre il tè si raccoglie un gruppetto di giovani: è raro che stranieri e turchi si fermino a parlare con i curdi nel cuore di Tarlabashi. La zona è considerata pericolosa, il tasso di criminalità, secondo la municipalità di Istanbul, è uno dei più alti in città.

Terroristi o criminali 

«Ayazma è bollata come roccaforte del Pkk (3), mentre a Tarlabashi semplicemente sono tutti criminali. Ecco come le istituzioni turche cercano di creare il consenso tra la popolazione per realizzare i loro progetti di riqualificazione urbana», sostiene Cihan Baysal, attivista turca che sta scrivendo la sua tesi di laurea sui diritti dei residenti di Ayazma per la Istanbul Bilgi University. «Ayazma nasce negli anni ’80, ma cresce nella metà degli anni ‘90 in seguito alle migrazioni intee. Le circa 2.000 case del quartiere divennero molto affollate allora. La gente costruì le case sul terreno statale, fuori dalla legalità, ma nel tempo, con i condoni edilizi, molti sono riusciti a ottenere la proprietà degli immobili».
I quartieri, sebbene molto diversi perché uno ha l’aspetto di un campo profughi mentre l’altro ha un ricco patrimonio architettonico, sorgono entrambi su un terreno che si è apprezzato. Il piano di riqualificazione delle aree urbane storiche e fatiscenti  (4) coinvolge entrambi, e uno degli attori principali è il Toki: «Il Toki è un ente pubblico – spiega Cihan – che dovrebbe costruire case popolari per gli strati meno abbienti della popolazione, ma negli ultimi anni, soprattutto dopo l’ascesa al potere dell’Akp (il “Partito per la giustizia e lo sviluppo” di Tayyip Erdogan oggi al potere, ndr) , si è trasformato in un’impresa al servizio degli strati più ricchi della popolazione: costruisce case eleganti e molto costose».
È proprio il Toki l’organismo incaricato di reclutare le società di costruzione che dovranno ricostruire Tarlabashi e Ayazma: da una ricerca dell’associazione turca Human Settlement Association le imprese che vincono i bandi risultano essere direttamente collegate all’Akp di Tayyip Erdogan e portano avanti forti speculazioni edilizie. 
«Sulla carta i residenti di Ayazma e Tarlabashi hanno gli stessi diritti della popolazione turca, quelli sanciti dalla Costituzione – continua Cihan -, in quanto sono cittadini della Repubblica turca, ma la realtà è molto diversa. Non hanno neanche i diritti sociali ed economici di un cittadino medio, per esempio dovrebbero avere la cosiddetta “carta verde” per avere diritto all’assistenza sanitaria gratuita, ma molti di loro non riescono ad ottenerla. Spesso fanno lavori umili e pesanti senza contributi e senza tutele, con stipendi da fame». La discriminazione si esprime al meglio quando si giocano le partite della nazionale turca nello Atatürk Stadium, sulla collina di fronte ad Ayazma: gli abitanti vengono intimati dalla polizia a non uscire dalle baracche per evitare che il pubblico internazionale veda cosa c’è fuori dallo stadio. Tra non molto questa misura d’ordine pubblico non avrà più nessuna importanza: Ayazma sarà sinonimo di villette a due o tre piani con giardino, dove le classi abbienti potranno muoversi liberamente. 

Intanto, a Tarlabashi …

Il quartiere di Tarlabashi è leggermente più agiato di Ayazma e non si trova in periferia, ma nel cuore commerciale di Istanbul.
A Tarlabashi la Bilgi University di Istanbul è presente con un ufficio. Nel quartiere, i problemi relativi a educazione, povertà e discriminazione vengono affrontati con l’aiuto di operatori e assistenti sociali. Ceren lavora con i bambini: «I problemi principali sono la mancanza di scolarizzazione e di strutture per bambini e anziani, e ovviamente la povertà».
Il professor Alper Unlu della Istanbul Technical University ha tenuto conto di queste problematiche e ha capito che qualsiasi piano di riqualificazione urbana deve passare attraverso una loro soluzione. Il progetto di recupero dell’area che ha presentato alla municipalità prevede la costruzione di scuole, centri culturali e sportivi per i residenti, insieme al restauro degli edifici, ma la municipalità di Beyoğlu ha preferito il piano presentato da un commerciante che possiede un hotel nella zona e che è riuscito a mettersi d’accordo con gli enti locali. «Istanbul dovrebbe essere capitale europea della cultura nel 2010, ma, quando si valuteranno i risultati di questi progetti, il comune e gli enti locali dovranno affrontare problemi seri».
Dello stesso parere è Jean-François Perouse, sociologo urbano direttore dell’Osservatorio urbano di Istanbul, facente parte dell’Istituto francese di studi sull’Anatolia: «Gli enti locali hanno come obiettivo primario far lavorare le società di costruzione legate all’Akp, lo sviluppo del turismo e la diversificazione sociale. Presentano questo progetto come un restauro dell’intera città per il 2010, ma aree come Tarlabashi e Ayazma devono essere svuotate per essere riempite di residenti appartenenti alla classe borghese, che ha un reddito più elevato e può migliorare l’immagine della città, secondo le autorità locali. Ayazma verrà ricostruita con casette a pochi piani per nuovi ricchi. È una politica molto miope».
Le autorità centrali e locali promuovono il progetto di riqualificazione urbana facendolo passare per un’iniziativa sociale senza precedenti, un punto di svolta nella vita di migliaia di famiglie. I nuovi quartieri di Bezirganbahce e Basibuyuk, dove la maggior parte dei residenti verrà trasferita, si presentano come sobborghi con palazzoni coloratissimi a 20 e più piani, molto vicini l’uno all’altro. E nelle strade neanche un albero. A metà aprile il sindaco di Istanbul, Kadir Topbaş, ha accompagnato una delegazione di giornalisti della televisione giapponese, a Istanbul per girare un documentario sulla città, nel quartiere di Bezirganbahce: la visita doveva essere un’occasione per mostrare l’operato della sua amministrazione, e quanto i nuovi appartamenti del Toki siano modei e confortevoli. L’accoglienza dei nuovi abitanti è stata una violenta protesta infarcita di improperi che è finita su tutti i giornali, e che in qualche modo il sindaco avrà dovuto spiegare agli attoniti ospiti. La visita successiva, che sarebbe dovuta svolgersi ad Ayazma per illustrare il progetto di riqualificazione dell’area, è stata prontamente annullata.
Lo stipendio medio di una famiglia di Bezirganbahce si aggira intorno alle 600-650 lire turche, mentre le spese di un appartamento, gas, acqua, elettricità e affitto, superano le 750 lire turche. Coloro che non possono pagare sono perseguitati dalle banche: se non si paga l’affitto per più di cinque mesi la banca manda un avviso a domicilio. Se il debito non viene saldato entro i termini prescritti, l’appartamento viene confiscato. «Se una donna rimane vedova questo è l’ineluttabile destino che l’aspetta», spiega Cihan Baysal. «Inoltre, la vita in questi quartieri è molto diversa da quella di comunità all’aperto di Ayazma, dove bastava uscire di casa per incontrare i vicini e far giocare i bambini nei prati. Ora le persone si sentono come prigioniere in piccoli spazi al 18° piano di palazzoni di cemento».

Case nuove e scadenti

Matteo Pasi è un videomaker che, insieme a Marcello Dapporto, ha realizzato il documentario «Ayazma. Ghetto curdo nel cuore di Istanbul». Una parte del suo lavoro riguarda i nuovi edifici dove gli sfollati ottengono un appartamento, dove tra non molto anche Handan e Ahmad saranno costretti a trasferirsi.
«I nuovi edifici nel distretto di Bezirganbahce – racconta Matteo – sembrano accettabili e vivibili, ma abbiamo potuto verificare che sono costruiti con materiali di secondo ordine. Continuamente si riscontrano problemi idraulici e di manutenzione, sia per la singola abitazione che per l’intero condominio. Alcuni condomini anziani buttano la spazzatura dal sesto piano perché l’ascensore non funziona per settimane. Diventeranno quartieri discarica, abbandonati a loro stessi e con persone senza alcuna possibilità economica, il cui problema non potrà più essere la questione culturale e politica curda, ma la sopravvivenza». 

Di Alessandra Cappelletti

 

Alessandra Cappelletti




Chi vuole uccidere sulukule?

Reportage: breve viaggio nei quartieri di Istambul

È un antico distretto a poca distanza dal Topkapi, il palazzo del sultano. Insediamento rom da oltre mille anni, un tempo Sulukule era frequentato da turisti, che vi trovavano cibo, musica e danze. Poi arrivò il degrado, non spontaneo. Oggi le ruspe (e i gas lacrimogeni) lo stanno radendo al suolo. In nome della politica e della speculazione edilizia.

Istanbul. «Per la fine della primavera verranno a demolire le case rimaste, la prossima estate non saremo più qui», la signora Uyar parla con Ferdin Davaroglu in una stradina di Sulukule, i lembi del suo lungo vestito toccano l’asfalto, mentre si accarezza i pochi capelli che escono dal velo colorato. Con fronte corrugata e sguardo rassegnato continua: «Ma noi non sappiamo dove andare».
Ferdin, che ha vissuto in Svizzera ed è tornato a Istanbul per stare vicino agli anziani genitori, risponde: «Avete accettato di vendere le vostre case, ora cosa possiamo fare? Dovevate parlarne prima, dieci anni fa, quando l’area di Sulukule è stata inserita nel progetto di riqualificazione urbana del Comune di Fatih, essendo considerata una delle zone fatiscenti della città di Istanbul. Ma voi vi svegliate solo ora, oramai non vi resta che andarvene». Il piccolo gruppo di residenti che si è raccolto intorno a noi rimane in silenzio. I bambini continuano a giocare tra le macerie e nel frattempo passa un signore, Ferdin lo ferma: «Murat è stato coraggioso, non ha venduto la sua casa e forse c’è ancora qualche speranza». Murat annuisce ma non nasconde una certa ansia, mentre parla la sigaretta che tiene in mano trema leggermente: «Ho fatto la mia scelta, ma non nutro speranze, so che la legge non tutela noi residenti, ma serve a dare sempre più potere al Comune e alle società private che vincono gli appalti. Non so cosa succederà, l’unica cosa che posso fare è aspettare».

La notte di Sulukule 

È un susseguirsi di voci, passaparola, lettere e avvisi ufficiali: scadenze, ultimatum, numeri civici, cognomi, proprietari e affittuari, municipalità, gli elementi del dramma ci sono tutti, e si confondono in un’unica forte paura, poiché nessuno può dire con certezza cosa succederà nel futuro immediato a Sulukule. L’unica certezza si ha quando ci si sveglia la mattina e tre, quattro case vicine sono state demolite, come se la notte e il buio concedessero l’impunità a questi operatori nottui, e la luce del giorno, le voci e l’attività facessero svanire, come dopo un brutto sogno, i lati più controversi della questione.
Purtroppo non è così, e in una bella mattina primaverile di metà marzo gli abitanti di Sulukule sono usciti e hanno trovato delle croci rosse sui muri delle case.
«La Municipalità di Fatih ha fatto marchiare le case con grosse croci rosse realizzate con bombolette spray, – spiega Cihan Baysal, attivista che sta scrivendo un rapporto sulla difesa dei diritti dei residenti di varie parti della città per la Istanbul Bilgi Üniversitesi, famosa perché si occupa di temi sensibili per la Turchia, come il genocidio degli armeni – sono gli edifici che saranno demoliti nei prossimi giorni, forse nelle prossime ore. È una vera vergogna. Stiamo riunendo vari gruppi per contestare questa pratica, dipingeremo sulle croci e faremo stendere grandi lenzuoli bianchi fuori dai balconi. Nel distretto di Basibuyuk sono stati usati gas lacrimogeni contro i residenti, molti sono stati picchiati e feriti gravemente. Abbiamo tutti paura che succeda anche a Sulukule. Erdoğan ha fatto una conferenza stampa in cui ha accusato i manifestanti di non essere al corrente nel modo giusto dei piani del governo, ma è apparso nervoso e a disagio».

Quando James Bond 
era di casa

Antico distretto della città di Istanbul, Sulukule sorge a ridosso delle mura costruite dall’imperatore Teodosio nel V sec. d.C., nella municipalità di Fatih, a qualche fermata di autobus dal centro turistico di Sultan Hamet e da Topkapi, il palazzo del sultano.
Fonti scritte risalenti al 1054 attestano la presenza di musici, acrobati, giocolieri e domatori di orsi arrivati su cavalli, bambini e donne con lunghe gonne che praticano la chiromanzia, accampati lungo le mura bizantine. Scambiati al tempo per egiziani, in realtà arrivavano dal nord-est dell’India e fuggivano dalle invasioni musulmane. Sotto Mehmet il Conquistatore, nel XV sec., l’abitato da temporaneo divenne permanente: oggi rappresenta il più antico insediamento rom del mondo. Luogo unico, dal forte valore simbolico per una popolazione vittima di discriminazione e per un’Europa in cui la convivenza tra culture è un dichiarato obiettivo politico, i suoi 3.500 residenti ne rappresentano il vero patrimonio.
Nei secoli, all’ombra delle antiche mura, la comunità è cresciuta e ha dato vita a un tessuto sociale attivo e vivace: l’interazione degli abitanti di Sulukule con la città è uno dei rari esempi di integrazione riuscita di una comunità rom, che vive nel rispetto delle tradizioni e del proprio stile di vita.
È necessario fare un passo indietro fino al periodo precedente il 1992, quando gli abitanti erano circa 20.000 e il quartiere uno dei più vivaci e turistici di Istanbul. Il cuore della cultura rom, musica e danza, si era riproposto in vere e proprie attività redditizie: le case d’intrattenimento erano almeno 40, e costituivano il nucleo della socialità e dell’economia locali. In un’atmosfera calda e accogliente, il capo famiglia e i figli maschi suonavano, la moglie cucinava e le figlie danzavano. Gli abitanti di Istanbul e i numerosi turisti erano attratti dalle melodie e dalle danze orientali di famosi musicisti e danzatrici. «Nel 1992, quando Tayyip Erdogan era sindaco di Istanbul, il Comune e la Polizia hanno chiuso le attività, sostenendo che fossero illegali perché non si pagavano le tasse –  spiega Hacer Foggo di Sulukule Platform, gruppo di attivisti nato dalla Sulukule Romani Culture Solidarity and Development Association -. Gli abitanti sostengono che le tasse venivano pagate regolarmente, ma che non veniva rilasciata alcuna ricevuta di pagamento».
Da allora il quartiere si è spopolato e impoverito, alcune famiglie non possono permettersi di pagare i servizi base come acqua e luce. La disoccupazione e il tasso di criminalità sono aumentati, e l’area si è gradualmente trasformata in un vero e proprio slum in cui non mancano prostituzione, spaccio e delinquenza.
La storia di Sulukule è ora al capolinea: le sue stradine in salita, gli edifici bassi e colorati che si rincorrono lungo i vicoli fiancheggiati dalle antiche mura, le case in legno e pietra con gli interni variopinti e le decorazioni floreali dei soffitti, tra non molto rimarranno solo nella memoria degli anziani e nelle scene del film «Arkadas» di Yilmaz Guney girato nel 1974, o in quelle di «Agente 007. Dalla Russia con amore» del 1963, in cui James Bond si ritrova in una rissa in una Sulukule dall’atmosfera noir. Per il 2010, quando Istanbul sarà la capitale europea della cultura e il progetto della municipalità di Fatih sarà completato, nell’area ci saranno 480 nuove casette in stile ottomano, un palazzo di uffici, un centro culturale, un hotel e un grande parcheggio. 

Espropriazioni con la forza

Il progetto è stato definito nel 2003, ma è nel 2005 che il Parlamento turco approva la legge 5.366 sul recupero e il riutilizzo delle zone storiche fatiscenti, meglio conosciuta come «legge sugli espropri». «La legge 5.366 dà tutti i privilegi agli enti locali, mentre gli individui e i proprietari degli immobili non sono considerati – spiega il prof. Alper Unlu della Istanbul Technical University, uno degli istituti più prestigiosi del paese per gli studi di architettura e ingegneria -, così i diritti della popolazione rom sono brutalmente calpestati. Si sta verificando una sorta di inganno: il progetto è presentato come un piano di recupero sociale ma in realtà le autorità stanno mandando via le persone in modo poco chiaro. Le basi legali per procedere all’espropriazione e alla demolizioni non esistevano, gli enti locali hanno preso decisioni ad hoc per legittimare gli espropri».
Appellandosi a questa legge, il 13 luglio 2006 il Comune di Istanbul, la municipalità di Fatih e il Toki, l’«Amministrazione centrale alloggi», firmano un accordo in cui si rende operativo il progetto di recupero di diverse zone della Istanbul storica, tra cui Sulukule. Lo slogan del progetto è People first. A nulla servono le proteste degli abitanti del quartiere, che, non invitati a partecipare all’incontro, si riuniscono davanti alla sede centrale del Comune di Istanbul. Ong e associazioni per la tutela dei diritti umani vengono coinvolte, comincia una vera e propria campagna in difesa dei diritti dei residenti rom e per la tutela della loro cultura e del loro spazio vitale. La risposta del governo turco arriva nell’ottobre 2006: con un provvedimento ad hoc si autorizzano le espropriazioni forzate dei terreni di Sulukule, lasciando così un’unica possibilità, la vendita degli immobili.
«Queste persone dovrebbero avere la possibilità di integrarsi nel tessuto urbano: mancano occasioni di incontro, scuole, posti di lavoro – continua Alper Unlu -. La legge è dalla parte dei developers, le società private che prendono in gestione interi terreni e ne “riqualificano” lo status costruendo e vendendo gli immobili. Nei loro progetti l’aspetto sociale non è considerato. Non si tratta neanche di un vero restauro: si conservano le facciate degli edifici ma si demolisce tutto quello che c’è dietro, e si ricostruisce non rispettando le funzionalità originarie dell’immobile. Questo modo di procedere è contrario all’etica professionale e darà ai residenti il diritto di andare in tribunale. Dobbiamo aspettarci grossi conflitti».     
Nonostante il professor Unlu sostenga che, alle porte del 2010, quando Istanbul sarà «Capitale europea della cultura» (con Essen e Pécs) , Comunità europea e Unesco valuteranno negativamente i risultati di questo progetto mettendo in imbarazzo il governo turco, il sindaco di Istanbul Kadir Topbaş continua a presentare il progetto come una iniziativa sociale senza precedenti, dichiarando che la sua attuazione rappresenta la via diretta alla risoluzione dei problemi dei residenti. Le case saranno ricostruite e saranno dotate di tutti i servizi, il quartiere verrà rivalutato e gli immobili si apprezzeranno.

Una guerra 
contro i poveri

«Qui siamo poveri e ignoranti, il livello di scolarizzazione è molto basso, solo il 50% dei bambini va a scuola, le famiglie non hanno soldi per comprare i libri. Per questo la gente non si rende conto di quello che sta succedendo – dice Ferdin Davaroğlu – se non fosse stato per due o tre di noi che si sono ribellati saremmo già tutti sulla strada. Quello che dice il governo è pura propaganda, nessuno di noi qui ha i soldi per acquistare un immobile o pagare rate mensili. La maggior parte di noi non ha i servizi essenziali, vive in condizioni di pura sussistenza ed è impensabile chiederci dei soldi. Vogliono mandarci via ma noi non ce ne andremo, la mia famiglia vive qui da generazioni, non me ne andrò mai. Sono turco e amo questo paese, ma in questa situazione mi sento rom».
Il primo round di demolizioni riguarda 620 immobili di proprietà e 432 immobili in affitto, i terreni diventano proprietà statale. In ogni immobile vivono dalle due alle dieci famiglie, considerando che le condizioni di povertà costringono spesso più nuclei famigliari a una convivenza forzata. I 620 immobili verranno demoliti e ricostruiti, i proprietari possono decidere se andarsene e ricevere una compensazione calcolata su 500 lire turche al metro quadro, accontentandosi di un totale che varia dalle 7.000 alle 25.000 lire turche a seconda delle dimensioni dell’immobile, oppure possono acquistare il nuovo immobile a prezzi agevolati e con, a detta delle autorità, numerose facilitazioni. Il comune ha già ricevuto 314 richieste per comprare i nuovi immobili, solo 8 di queste sono state avanzate da famiglie rom. Il prezzo dei nuovi immobili è il triplo e spesso il quadruplo della compensazione. 
Gli affittuari dei 432 immobili da demolire saranno invece dislocati in appartamenti di periferia dove le rate mensili sono comunque troppo alte.
«Il piano sta procedendo molto velocemente – spiega Asli Kiyak, architetto e attivista di Human Settlement Association e Sulukule Platform -, siamo in tribunale ogni giorno per contestare il modo di procedere del Comune che non rispetta i diritti dei residenti e demolisce edifici storici senza autorizzazioni dal Ministero dei beni culturali.  Le persone sono state convocate singolarmente per colloqui con i responsabili della municipalità, per evitare che si creassero gruppi o comitati di solidarietà. La stampa è stata usata per far vedere che il Comune stava definendo il progetto insieme ai residenti, ma in realtà è stata un’operazione propagandistica per creare consenso e far sì che le case venissero vendute prima degli espropri».
 «Siamo stati minacciati – dice Hüseyin Küçükatasayci, 53 anni, guida di un carro trainato da cavalli -. Ho avuto paura che la mia casa venisse espropriata da un giorno all’altro, così ho venduto tutto. Ora vivo lontano da qui, in un palazzo in periferia, ma quando i vicini hanno visto il carro con i cavalli parcheggiato davanti al portone hanno protestato, e io sono tornato a Sulukule con la mia famiglia e il mio carro. Dormiamo da mia madre». Il lavoro di Hüseyin è trasportare i turisti, l’estate lavora nelle Princes Islands.
Nonostante i ricorsi alla Corte di giustizia e gli appelli alla Commissione europea per i diritti umani, 35 edifici sono stati demoliti. In Sulukule street è stata demolita la casa di legno a due piani della famiglia Güldür, che quel 21 febbraio 2007 alle 9.30 si trovava ad Ankara. La Municipalità di Fatih ha successivamente presentato scuse ufficiali alla famiglia.

«Lo facciamo per voi» 

Duecento  famiglie hanno venduto le loro case a privati e società, che da una ricerca dell’associazione Sulukule Platform risultano essere collegati all’AKP di Tayyip Erdoğan e che hanno intenzione di speculare sui nuovi immobili. «Sulukule non è un caso isolato – dice Hacer Foggo di Sulukule Platform – i distretti di Küçükbakkalköy e Kağıthane, abitati prevalentemente da rom, sono già stati distrutti e ricostruiti, e la popolazione dislocata». Il sospetto è che le autorità vogliano portare nelle periferie i rom, socialmente e politicamente molto deboli e senza strumenti per difendere i propri diritti. «Le nuove case che costruiranno a Sulukule hanno tutte il garage, considerando che qui solo il 5% della popolazione ha una macchina, è chiaro che il progetto non è fatto per gli attuali residenti. Se si va avanti di questo passo, le famiglie rom scompariranno dal quartiere» conclude Hacer.
La protesta ha raggiunto gli alti ranghi della politica e il CHP, il Partito repubblicano del popolo all’opposizione, ha invitato un gruppo di rappresentanti degli abitanti del quartiere al Parlamento di Ankara, dove il presidente della Sulukule Romani Culture Solidarity and Development Association, Şükrü Pündük, ha potuto illustrare la situazione e ha dichiarato di non essere contrario al recupero di Sulukule, ma di voler creare un tavolo di lavoro in cui insieme a governo e Comune di Istanbul sieda anche la popolazione rom.
«Non siamo contrari al risanamento degli immobili – afferma Şükrü,  ci sono situazioni veramente drammatiche e c’è bisogno di un intervento delle istituzioni. Pensiamo però che le decisioni non possano passare sulla testa di noi residenti, e che la popolazione rom abbia il diritto di proporre una propria soluzione che non rischi di tagliarci fuori da Sulukule».
Il parlamentare europeo Joost Lagendijk ha visitato l’area e ha proposto alle autorità un approccio partecipativo al problema. Due giorni dopo altri nove edifici sono stati demoliti. «Questa mossa ha confuso tutti» spiega Asli.
Il 20 marzo 2008 Tayyip Erdoğan, in uno dei suoi discorsi televisivi alla popolazione, afferma: «È molto strano quello che sta succedendo in merito al progetto su Sulukule. Quelli che protestano non ci sono mai stati, non ci hanno mai vissuto. Altrimenti si esprimerebbero in un altro modo. Se fossero sinceri e sensibili ci direbbero grazie, per aver salvato Sulukule dallo sfacelo e per trasformarlo in uno spazio moderno, in linea con la contemporaneità, dotato di tutti i servizi ma nello stesso tempo, storico. Questo è quello che stiamo facendo perché noi amiamo Istanbul». Nel frattempo elettricità e acqua sono state tagliate in molte altre case, dove «ancora bollivano le pentole sui fornelli», come riporta un comunicato stampa dei residenti. (1a puntata – continua)

Di Alessandra Cappelletti

Alessandra Cappelletti




Presenza scomoda

Cristiani a Urmia, nel Nord dell’Iran

La storia dei cristiani assiri, caldei, armeni è costellata di ostilità e persecuzioni; quelli che vivono a Urmia, nell’Azerbaigian occidentale (Iran), non fanno eccezione. L’emorragia di giovani in cerca di libertà continua; eppure la presenza cristiana nel mondo islamico ha ancora senso e costituisce un esempio per i cristiani che vivono nei paesi liberi.

Urmia è una tranquilla città nel nord dell’Iran, capoluogo della provincia dell’Azerbaigian occidentale. Pare che il suo nome significhi «culla d’acqua». L’acqua in questione potrebbe essere quella del lago omonimo, sulle cui rive è distesa la città: un’acqua salatissima, forse più di quella del Mar Morto, tanto che in alcuni punti il sale si raccoglie e diventa spiaggia e scogli. Oppure potrebbe essere l’acqua che scende dai monti Zagros, sulle cui propaggini hanno cominciato ad arrampicarsi i nuovi quartieri della città.
Se si attraversano gli Zagros e si scende dall’altro versante, quello iracheno, si arriverà nella piana del Tigri, non lontano dai resti di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro, un nome che rimanda d’istinto al manuale scolastico di storia antica.

IDENTITà CRISTIANA
Quello assiro fu uno dei tanti imperi, la cui gloria sorse e tramontò in quella parte d’Asia che si suole chiamare «fertile mezzaluna». Dei regni e popoli che vi si succedettero – medi, sumeri, accadi, babilonesi, cassiti, hittiti, mitanni – oggi rimangono solo pochi resti. Si stenta a credere che gli assiri, invece, siano riusciti a non sprofondare nell’abisso della storia e siano arrivati fino a noi attraverso i millenni.
La conversione alla fede cristiana li ha distinti come gruppo e li ha aiutati a mantenere viva la coscienza della propria identità in una terra dove hanno sempre predominato altre religioni: lo zoroastrismo sotto i parti e i sassanidi, l’islam a partire dalla conquista araba del vii secolo. Altro tratto distintivo di questa comunità è la lingua: essi parlano una lingua semitica del gruppo aramaico, che nella variante antica è rimasta fino a oggi la lingua della liturgia.
Gli assiri conobbero il cristianesimo già nel primo secolo; la loro evangelizzazione si fa risalire all’apostolo Tommaso, cui fu affidato il compito di portare la buona notizia alle genti della Mesopotamia. 
Centro spirituale dei cristiani della Mesopotamia era il patriarcato di Seleucia-Ctesifonte, la cui sede si trovava fuori dei confini orientali dell’impero romano; di qui la definizione di chiesa d’Oriente, o siriaco orientale, con cui furono indicate le comunità cristiane costituitesi nell’impero persiano. La circostanza di trovarsi nel territorio dei persiani, nemici di Roma, fu determinante per la chiesa d’Oriente, perché non poté partecipare ai concili della cristianità occidentale e seguì un percorso suo. Essa adottò la dottrina cristologica antiochena, un rappresentante della quale, Nestorio, fu sconfessato al concilio di Efeso del 431. Per questo motivo spesso si parla, impropriamente, di chiesa nestoriana. In realtà, i cristiani d’Oriente non si riconoscono in questo termine e Nestorio rimane per loro una figura secondaria.
In quanto minoranza, in Oriente i cristiani sperimentarono forme diverse di ostilità e subirono la persecuzione sotto i re sassanidi. Essendo loro preclusa la via dell’Occidente, essi rivolsero il proprio slancio missionario a est e portarono il cristianesimo in India, Cina e Mongolia. I loro monaci erano tenuti in grande considerazione alla corte del Gran Khan.
Quando gli eserciti mongoli di Hulagu distrussero Baghdad, nel 1258, e stabilirono il proprio dominio sulla Persia, i cristiani non solo furono risparmiati, ma godettero del favore dei conquistatori. Nuove chiese furono costruite in diversi centri dell’Azerbaigian: oltre che a Urmia, dove la presenza degli assiri è attestata dall’inizio del xii secolo, a Tabriz, Salmas, Marāghe. I cristiani non sfuggirono, invece, alla ferocia di Tamerlano, che alla fine del xiv secolo percorse a più riprese la Persia e la Mesopotamia, distruggendo e uccidendo. I secoli successivi furono più tranquilli, ma con l’inizio della prima guerra mondiale una nuova tragedia si abbatté su queste comunità.

FUGA DAL GENOCIDIO
Si calcola che all’inizio del Novecento nella regione di Urmia i cristiani, tra assiri, caldei e armeni, fossero circa il 40% della popolazione. Essi abitavano prevalentemente nei villaggi. Nell’Ottocento avevano cominciato ad arrivare in Persia i missionari occidentali, primi tra tutti i protestanti americani, che nel 1834 aprirono una missione a Urmia, subito seguiti dai lazzaristi francesi, poi dagli inglesi e, infine, dai russi.
A quei tempi la Russia si contendeva con l’impero britannico il dominio sulla Persia che, rimanendo formalmente uno stato indipendente, era stata divisa nel 1907 in due zone di influenza: quella inglese a sud e quella russa a nord. Quando la Russia entrò in guerra contro l’impero ottomano, benché la Persia fosse neutrale, le sue province settentrionali furono ben presto interessate dal conflitto.
Alla fine del 1914 gli ottomani attaccarono le posizioni russe nel Caucaso e cominciarono ad avanzare verso Tabriz e Urmia. Questo fatto non lasciava presagire niente di buono per i cristiani. Nella regione si sapeva dei massacri contro gli armeni avvenuti in Turchia negli anni 1894-96 e della politica dei «Giovani turchi», sfociata nel genocidio di un milione e mezzo di armeni e 275 mila cristiani assiri e siro-caldei.
Alla notizia dell’arrivo dei turchi molti cristiani fuggirono verso il Caucaso russo, quelli rimasti cercarono rifugio presso le missioni occidentali, mentre le truppe irregolari curde al seguito degli ottomani razziavano e distruggevano i villaggi. Si calcola che le missioni americane siano arrivate a ospitare fino a 15 mila rifugiati, quella francese 10 mila. Sebbene gli ottomani rispettassero la loro neutralità, le condizioni al loro interno erano così terribili che moltissimi morirono per malattie e stenti. Alla fine della guerra, dopo una seconda occupazione ottomana nel 1918, ai cristiani fu permesso di tornare, ma la loro presenza nella regione non toò mai più ai livelli di prima.

L’ESODO CONTINUA
Molte di queste cose mi erano ancora ignote quella mattina, mentre, seduta nel cortile della chiesa di Santa Maria, aspettavo di parlare con un rappresentante della comunità assira. Secondo una tradizione locale, questa chiesa fu eretta sulla tomba di uno dei magi che seguirono la stella di Gesù, ma nulla rimane dell’edificio originale e neppure di quello ricostruito dai russi a fine Ottocento, raso al suolo durante l’occupazione ottomana. Al suo posto è sorta una spartana cappella, accanto alla quale, in anni recenti, è stata costruita una chiesa molto più grande.
Era un venerdì, giorno di festa e di riposo in Iran; il cortile era pieno di giovani, venuti a fare lezione di aramaico. Sebbene lo parlino in famiglia, i ragazzi che frequentano le scuole statali non sempre imparano anche a scriverlo e a leggerlo.
Mentre osservavo i crocchi in attesa della lezione e meditavo su quale lingua avremmo utilizzato per comunicare, mi sono sentita salutare in perfetto italiano. No, non era uno sperduto connazionale capitato per caso in quel luogo, era padre Bengiamin, o Paolo, come si fa chiamare quando è in Italia. Non avrei potuto trovare una guida migliore.
Padre Bengiamin è in Italia dal 1996. È stato il patriarca Dinkha iv a chiedergli di venire a studiare nel nostro paese. Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 2001 ha continuato gli studi. Ha alle spalle cinque anni di Gregoriana e adesso sta ultimando un master in diritto canonico presso il Pontificio istituto orientale.
Tanti anni in Italia, eppure ogni anno ha problemi con il permesso di soggiorno, come se fosse un novellino. In estate dà una mano all’altro sacerdote assiro di Urmia, padre Dariaush, che si trova da solo a provvedere a una comunità di 3-4 mila persone. Padre Bengiamin si ricorda di quando gli assiri erano 20 mila in città e provincia, quasi 50 mila in tutto l’Iran. Adesso i numeri sono diversi. A Teheran, dove c’è il gruppo più numeroso, sono meno di 6 mila. Anche la comunità assira, come quella armena, è afflitta dal fenomeno dell’emigrazione. Le mete principali sono America e Australia, più di rado l’Europa.

GIOCHI PANASSIRI
Proprio quel venerdì si concludevano i giochi panassiri, una manifestazione che si svolge ormai da sei anni e che raccoglie giovani da tutti i paesi in cui sono presenti le comunità assire: oltre all’Iran, la Georgia, l’Armenia, l’Iraq e la Siria. Tutti parlano la stessa lingua, con piccole differenze locali. I giochi si svolgono nel club assiro di Urmia; l’alloggio, invece, è offerto dal governo iraniano, che quest’anno ha messo a disposizione un albergo in riva al lago. La comunità non sarebbe in grado di pagare le spese della manifestazione, circa 50 mila euro, se non ci fossero i finanziamenti pubblici, ottenuti attraverso il proprio rappresentante in parlamento.
I giochi sono una grande occasione d’incontro: per 10 giorni i giovani stanno insieme, ne nascono amicizie, che proseguono con scambi di visite e che, a volte, hanno come esito il matrimonio. Per gli assiri iraniani questa possibilità non è irrilevante. I matrimoni misti in Iran non sono ammessi, a meno che l’uomo o la donna cristiani siano disposti ad abiurare la propria fede. Durante lo scià c’era libertà di culto, ma adesso la conversione a una fede diversa dall’islam è un delitto che prevede perfino la pena di morte.
Quando padre Bengiamin e padre Dariaush si recarono all’albergo per salutare i partecipanti ai giochi, mi invitarono ad accompagnarli. Gli iracheni erano già partiti, mentre gli altri gruppi si stavano raccogliendo nella hall e nello spiazzo davanti all’ingresso per godere degli ultimi momenti insieme. C’era un’atmosfera di festa. Per molti quello non voleva essere un addio, ma un arrivederci, ci si scambiava indirizzi, promesse di visite; qualcuno indossava la maglia della nostra nazionale di calcio, vincitrice della coppa del mondo.
Padre Bengiamin, che ben conosce le abitudini degli italiani, mi invitò a prendere il caffè preparato dagli armeni, gli unici a non condividere la predilezione orientale per il tè. Ne approfittai per scambiare qualche parola con loro.
L’Armenia, come la Georgia, è un paese cristiano, di conseguenza per gli assiri la vita è più facile che nei paesi di fede islamica. C’è, però, in agguato un pericolo d’altro genere, quello dell’assimilazione. Assimilarsi offre innegabili vantaggi: finché vengono percepiti come un gruppo a sé, gli assiri restano esclusi dalle reti di solidarietà, che favoriscono, nel lavoro e nella politica, gli armeni.
A questo proposito è interessante il ruolo che svolge la lingua. Si assimilano gli assiri che frequentano le scuole armene e che quindi finiscono per usare abitualmente la lingua locale, mentre quelli che frequentano le scuole russe mantengono la propria identità. Il fenomeno dell’assimilazione è massimamente diffuso tra coloro che sono emigrati in Occidente: difatti, mi diceva con un certo tono di recriminazione il rappresentante della comunità armena, gli unici a non partecipare ai giochi sono gli assiri della diaspora.

LIBERI…  A SAN SERGIO
Per il pomeriggio mi avevano consigliato di visitare la chiesa assira di san Sergio, appena fuori città, sulle pendici degli Zagros, che nei giorni di festa diventa meta di escursioni e picnic. Quando vi fui arrivata, capii perché il luogo è così popolare. Circondata da campi e ulivi, l’antica chiesa si trova a metà collina, in una posizione che domina la regione circostante. Da lì lo sguardo abbraccia tutta Urmia e arriva fino al lago e ai monti lontani.
L’edificio è di un’estrema semplicità: rettangolare, in pietra; all’interno è diviso in due cappelle comunicanti, le pareti sono completamente spoglie e solo la croce sul fondo sta a indicare dove ci troviamo. Mi sedetti sull’unica sedia a contemplare quella pace. Di tanto in tanto entrava qualche visitatore; i musulmani si comportavano come in moschea: lasciavano le scarpe all’ingresso, anche se non c’erano tappeti da calpestare.
Saranno state le cinque, ma di gente lì intorno non se ne vedeva molta. Ero un po’ delusa, perché mi aspettavo di trovarvi più animazione. Ma un’ora più tardi, discendendo da una passeggiata su per la collina, mi si presentò uno spettacolo del tutto imprevisto: vie e spiazzo intorno a san Sergio formicolavano di gente, macchine parcheggiate dappertutto, altre stavano riempiendo un ampio prato poco distante. Mi domandavo dove avrebbero trovato posto tutte quelle che stavano salendo, formando una sequenza ininterrotta fino a dove arrivava l’occhio.
Non meno sorprendente era vedere che le persone lì convenute avevano messo da parte l’etichetta islamica: i giovani si mischiavano tra loro, molte ragazze e signore erano senza velo e, a volte, addirittura sbracciate.
Uno dei motivi per cui i cristiani lasciano l’Iran è di riacquistare la libertà di comportarsi in luogo pubblico come ci si comporta nel privato, tra familiari e amici. I doppi standard nel vestirsi, nei rapporti interpersonali, cui tutti sono costretti, cristiani e musulmani allo stesso modo, sono un aspetto assai poco piacevole della vita in questo paese.
Si può, dunque, capire l’aspirazione a liberarsi per sempre dalle rigide regole di comportamento imposte dalla Repubblica islamica, e non solo per poche ore, su a san Sergio. Di una libertà di tal fatta coloro che si trasferiscono in Occidente ne trovano in abbondanza.
C’è, però, chi ritiene che la presenza dei cristiani in questi luoghi continui ad avere un senso, anche nelle non facili condizioni in cui si trovano a vivere. Ne ebbi una conferma il giorno dopo, nell’incontro con l’arcivescovo caldeo di Urmia, mons. Thomas Meram.

CATTOLICI ASSIRO-CALDEI
Seppellita tra i vicoli di un vecchio quartiere di Urmia, non molto distante da quella assira, si trova la chiesa cattolica caldea.
Nel 1552, a seguito di una disputa sull’elezione del nuovo patriarca, all’interno della chiesa d’Oriente si verificò uno scisma. Coloro che non lo riconobbero ne elessero un altro, il quale l’anno successivo chiese e ottenne il riconoscimento di papa Giulio iii. Per la parte entrata in comunione con Roma si affermò da allora il termine «caldea». Il vecchio nome legato alla nazionalità, però, continuò a esercitare una certa attrazione, tanto che nel 1973 i caldei lo reinserirono: ora si chiamano ufficialmente «cattolici assiro-caldei».
La chiesa caldea di Urmia, un ampio edificio di recente costruzione, al momento della mia visita era deserta, finché arrivò il sacrestano a riordinare l’altare. Saputo che ero italiana, il signor Michail mi prese in simpatia e, vista la mia curiosità, mi domandò a bruciapelo se mi sarebbe piaciuto parlare con l’arcivescovo Thomas Meram, sempre che egli avesse tempo per ricevermi.
Di lì a poco, mi trovai di fronte un uomo sulla sessantina, in maniche di camicia, dai modi semplici e risoluti. Un incontro inaspettato per tutti e due. Da persona abituata a non perdere tempo in convenevoli, monsignore attaccò subito a parlare della sua comunità; nelle sue parole è risuonata quella nota di rimpianto che ben conoscevo: ai tempi dello scià i cristiani caldei erano 30 mila, adesso arrivano a malapena a 5 mila.
Quando era sacerdote a Teheran, nel 1977, mons. Meram conosceva personalmente le 1.600 famiglie della città, più altre 200 che non figuravano nei registri. Si celebravano 110 battesimi all’anno, 40 matrimoni. Ma adesso…
Adesso la gente se ne va in America, senza sapere neanche perché. Molti partono per ricongiungersi a parenti che vi abitano di già e che li chiamano. Non ci sono motivi gravi per lasciare il paese. «Qui possiamo praticare la nostra fede senza problemi – continua mons. Meram -. Quattro anni fa ho ricostruito la chiesa e un rappresentante del governo è venuto alla consacrazione; adesso stiamo costruendo una nuova sede arcivescovile».
Le sue parole si stavano facendo sempre più accalorate. «Penso che dobbiamo ringraziare Dio di vivere in un paese musulmano, in questo modo teniamo salda la nostra fede. E sì, perché l’Europa si sta scristianizzando. Guardi la Spagna. Zapatero non è un agnostico, ma uno che ha dichiarato guerra al cristianesimo. Tutto è lecito, ogni tipo di comportamento sessuale, ogni forma di manipolazione della vita.
Per un musulmano questa è la dimostrazione della superiorità della loro fede, e sa perché? Perché per loro l’Europa è una terra tutta cristiana, così come nei paesi islamici tutti sono musulmani. Per loro vale l’equazione: Europa = cristianesimo. Quindi, nella loro testa tutto ciò che accade in Europa è opera di cristiani. Così, quando è scoppiato il caso delle barzellette su Maometto, l’impressione che se ne è avuta qui è che siano stati dei cristiani a pubblicarle.
Quando il governatore della nostra provincia è venuto ad assistere a una messa in occasione dei 27 anni della rivoluzione islamica, giorno che coincideva con la presentazione di Cristo al tempio, ne ho approfittato per affrontare l’argomento. Gli ho spiegato che non bisogna mettere in conto quelle barzellette alla cristianità, perché in Europa, come nel resto del mondo, non esistono governi cristiani, semmai il contrario».
Le parole di mons. Meram non ammettevano repliche, né, d’altronde, io avrei avuto alcunché da replicare. L’arcivescovo di Urmia, che parlava un ottimo inglese, dimostrava di essere bene informato sulla situazione europea: era venuto diverse volte in Occidente e in quel momento davanti a lui, sul tavolo, c’era una nota rivista italiana d’attualità e politica.

Alla luce dei fatti recenti, qualcosa, però, si potrebbe aggiungere al suo discorso. Se è vero che i cristiani assiri e caldei non hanno motivi seri per abbandonare l’Iran, ciò non vale, purtroppo, per un altro paese musulmano. I loro confratelli che vivono al di là degli Zagros, in territorio iracheno, stanno attraversando uno dei peggiori periodi della loro storia millenaria: sono perseguitati per la loro fede e oggetto di continue minacce e violenze da parte di gruppi ed elementi che mirano alla totale islamizzazione del paese.
La cronaca riporta una serie continua di intimidazioni, attacchi a chiese e uccisioni di fedeli e religiosi. Nessuno è in grado di garantire la loro incolumità. Dal 2003 il numero dei cristiani in Iraq si è dimezzato e continua a diminuire. E come non fuggire, se per il solo fatto di portare al petto una croce si può essere impunemente ammazzati, come sotto i «Giovani turchi», che all’inizio del Novecento svuotarono il proprio paese della presenza cristiana?
Allora gli eccidi furono organizzati dal governo, adesso le violenze trovano terreno favorevole grazie al caos e alla mancanza di istituzioni credibili, ma il risultato potrebbe essere lo stesso. 

di Bianca Maria Balestra

Bianca Maria Balestra




Ai pellegrini non s’ha da dire

Incontro con don Nandino Capovilla (Pax Christi)

L’occupazione non esiste. I problemi nemmeno.
La disinformazione sul conflitto non risparmia i pellegrini che si recano in Terra Santa.  Quanto al turismo, non deve lasciare neanche le briciole ai palestinesi. A tutto ciò si è ribellato un prete che ha detto «basta» e che ha iniziato ad organizzare pellegrinaggi «alternativi». Questa è la storia della sua sfida.

La Palestina è sotto assedio da sessant’anni, ma dopo gli accordi (fallimentari) di Oslo, nel 2003, la situazione è precipitata, anziché migliorare.
I pellegrini che affollano i luoghi santi della cristianità non s’accorgono della tragedia in cui il popolo palestinese è costretto a vivere a causa di una delle occupazioni più spietate della storia: quella israeliana.
La gestione dei «pellegrinaggi in Terra Santa», una volta fonte di sussistenza per tanti palestinesi a Betlemme, Gerusalemme e in altre città, da alcuni anni è esclusivo appannaggio di aziende israeliane, emanazione del ministero del turismo.
Ne abbiamo parlato con don Nandino Capovilla, parroco a Murano e referente di Pax Christi per i «pellegrinaggi di giustizia».

Don Nandino, da un paio di anni Pax Christi organizza i «Pellegrinaggi di giustizia». Di che si tratta?
«Sono pellegrinaggi “alternativi” a quelli tradizionali organizzati dalle grandi agenzie israeliane, i cui manuali raccontano che si tratta di viaggi “spirituali” e non “politici”».

In pratica, il «buon pellegrino» non deve accorgersi che la Cisgiordania è assediata e spezzettata dal muro di separazione e che i cristiani, come i musulmani, vivono in condizioni drammatiche?
«Esatto. Chi si reca in Palestina non deve vedere cosa accade ai palestinesi, non deve porsi domande, non deve studiare quella che gli organizzatori definiscono eufemisticamente “complessa situazione politica”. A Betlemme non si può sostare neanche una notte, perché in questo modo si utilizzerebbero le risorse palestinesi, e il governo israeliano non lo vuole. Le strutture palestinesi vengono bypassate. Al pellegrino viene nascosta la mastodontica situazione di occupazione. Il muro, che ormai è molto ben visibile, viene giustificato con la necessità della “sicurezza”.  Viene raccontato che è stato costruito anche per proteggere i turisti, i pellegrini, dagli attentati terroristici dei palestinesi».

Come sono promossi i pellegrinaggi tradizionali?
«Emissari del ministero del turismo israeliano si recano nelle varie diocesi italiane e offrono “pacchetti di pellegrinaggi” in Terra Santa, comprensivi di alberghi e pullman israeliani. Nel “kit del pellegrino” è inclusa una cartina geografica dove la Palestina non esiste. La Cisgiordania e Gaza non esistono. Ci sono solo la Galilea e la Samaria e i nomi riportati sono quelli biblici. La maggior parte del tempo viene trascorso nei territori israeliani».

E i vostri pellegrinaggi in cosa si distinguono?
«Noi facciamo il contrario: i nostri pellegrini incontrano i palestinesi, cristiani e musulmani. Ogni sera vengono organizzati incontri con testimoni, associazioni, realtà palestinesi.
Come per i pellegrinaggi “tradizionali”, anche noi iniziamo il percorso da Nazareth, ma poi ci spostiamo nei villaggi del ’48 distrutti da Israele. Queste visite creano subito un forte impatto, fanno riflettere. Poi proseguiamo per Qalqiliya, Aboud, Taibe…».

Com’è iniziato questo vostro progetto «alternativo» e indubbiamente coraggioso?
«Nel 2002, durante i giorni dell’assedio dell’esercito israeliano alla Basilica della Natività. Non riuscivo più a sopportare quella situazione, quelle notizie. Ho iniziato a recarmi in Palestina con AssoPace e con il presidio del Medical Relief di Nablus. Nel 2004 sono tornato con alcune persone di Pax Christi. Quell’anno abbiamo prodotto il video Né muri né silenzi. A quel punto, Pax Christi mi ha affidato l’incarico di strutturare programmi di viaggi e di tenere le relazioni con la Palestina.
Ero stufo di vedere tutti quegli autobus che scaricavano turisti o pellegrini davanti alle basiliche cristiane palestinesi, persone che non avrebbero mai conosciuto la vera realtà della popolazione, cristiana e musulmana. Così, ho iniziato a proporre periodici pellegrinaggi “di giustizia”.
Ciò che ci porta in Palestina è il desiderio di vedere e capire quanto sta accadendo in questa terra, la Terra Santa, méta di migliaia di pellegrini da tutto il mondo con il solo desiderio di visitare i luoghi sacri della cristianità.
Li vediamo giungere a gruppi numerosissimi e su autobus con targa israeliana, passare velocemente i controlli ai check point e altrettanto velocemente procedere verso quella che sembra la loro unica méta.
Allora, ci viene spontaneo domandarci come sia possibile andare in Palestina senza prendere consapevolezza di quello che sta accadendo. Per questo motivo per noi è importante sforzarci di osservare e denunciare un’ingiustizia così evidente».

I media spesso denunciano le persecuzioni dei cristiani ad opera dei musulmani in Terra Santa. Qual è la sua opinione?
«Musulmani e cristiani condividono la stessa tragedia e sono uniti nella sofferenza e nella lotta contro l’occupazione, sono entrambi vittime di un’aggressione tra le più scandalose di tutta la storia umana.
I rapporti tra di loro sono buoni. I cristiani affrontano le difficoltà tipiche delle minoranze: rappresentano il 2% della popolazione palestinese. Quanto alle persecuzioni, sono gli stessi cristiani, preti, suore, vescovi, che ci chiedono di smentire queste voci che aiutano molto Israele, come tutta la disinformazione sul conflitto israelo-palestinese.
Queste notizie, smentite dai diretti interessati, sono funzionali allo scontro di civiltà tra islam e cristianesimo, e certamente all’occupazione israeliana che cerca di spaccare l’unità tra cristiani e musulmani in Palestina. I media enfatizzano molto piccoli episodi, seppur tragici, come, ad esempio, l’assassinio del cristiano evangelico a Gaza, lo scorso ottobre. Tutto va ad alimentare la propaganda e distoglie l’attenzione dalle operazioni dell’esercito israeliano».

Gerusalemme Est sta perdendo le proprie caratteristiche arabe, cristiane e musulmane: gli scavi sotto la «Spianata delle moschee» stanno procedendo indisturbati, nel silenzio o nel disinteresse internazionale. I palestinesi musulmani non possono pregare nella splendida Moschea di al-Aqsa (terzo luogo santo per l’islam, dopo quelli di Mecca e Medina) e «patrimonio architettonico dell’umanità», e i cristiani fanno fatica a entrare nella basilica del Santo sepolcro. Che futuro prevede?
«È probabile che gli israeliani si impossesseranno di tutta la città, ma benché potente, lo stato di Israele non potrà eliminare tutti i palestinesi, cristiani e musulmani, dalla faccia di Gerusalemme.
L’anno scorso abbiamo organizzato una sorta di protesta contro il tentativo di cancellare l’identità palestinese da parte di Israele: abbiamo sepolto di cartoline un nostro amico, un anziano leader del movimento nonviolento gerusalemita. Nell’intestazione abbiamo scritto “Palestina” e non “Israele”.  Gliene abbiamo spedite da tutta l’Italia, tantissime. Ebbene, i postini hanno cancellato la parola “Palestine” e l’hanno sostituita con “Israel”». 

A cura di Angela Lano

Angela Lano




Cristiani in Kurdistan

Intervista a mons. Rabban Al Qas, vescovo di Amadhiya, Kurdistan iracheno

L’appoggio logistico dato dai curdi agli americani nella guerra contro Saddam Hussein ha fatto
del Nord dell’Iraq un’oasi di pace rispetto al resto del paese. Migliaia di profughi provenienti da Baghdad e da altre zone colpite dal conflitto cercano rifugio nel territorio amministrato dal Goveo regionale curdo. Tra di essi molti cristiani. Problemi attuali e prospettive future nelle parole del vescovo di Amadhiya.

Monsignor Rabban Al Qas è dal 2001 vescovo della diocesi caldea di Amadhiya. Dal 2005 è anche amministratore della sede vescovile di Erbil, rimasta vacante dopo la morte del precedente titolare, mons. Yacoub Scher. Entrambe le diocesi che mons. Al Qas guida si trovano in Kurdistan, la zona settentrionale dell’Iraq, un’area a maggioranza curda, di fatto semindipendente dal governo centrale di Baghdad, e controllata dal Goveo regionale curdo (Grc).
Il Kurdistan è anche la zona dove, specialmente negli ultimi tempi, si stanno rifugiando i cristiani iracheni che fuggono dalle violenze settarie che li vedono vittime prescelte da chi vorrebbe islamizzare il paese cancellando le minoranze non musulmane. I cristiani rifugiati in Kurdistan sono ormai decine di migliaia. Disperati, costretti a lasciare le proprie case senza portare via nulla, disoccupati e terrorizzati arrivano nel nord e cercano nella chiesa l’aiuto morale e materiale di cui hanno bisogno.
Approfittando di una sua breve visita in Italia, abbiamo rivolto a proposito alcune domande a mons. Al Qas.

Che difficoltà pratiche affronta un vescovo che da tempo gestisce due diocesi, una delle quali – Erbil – accoglie la maggioranza dei cristiani che fuggono dal centro e dal sud dell’Iraq?
Difficoltà legate non solo all’ingente flusso migratorio, ma soprattutto al fatto che la maggior parte di chi cerca rifugio nel nord è in condizione di estrema povertà, non ha nulla, neanche una casa. In questo senso l’aiuto ci è arrivato dal Grc attraverso il suo ministro delle finanze, Sarkis Aghajan. Ogni famiglia riceve dai 100 ai 150 dollari al mese e sono in costruzione molte case per ospitarle. I cristiani sono benvenuti e per quanto riguarda Ankawa, cittadina vicino a Erbil, ad esempio, è volontà del governo che essa mantenga la sua caratteristica di essere un centro della cristianità. Il Grc vuol fare di Ankawa una città modea e sa molto bene che i cristiani, grazie alla loro professionalità, possono tornare molto utili.
In genere le migrazioni di massa, specialmente se concentrate in un lasso di tempo breve, sono causa di tensioni sociali tra i vecchi abitanti della zona e i nuovi arrivati. Succede così anche in Kurdistan tra antichi abitanti e nuovi arrivati dal centro e dal sud del paese?
Non parlerei di tensioni sociali, ma sempre e solo di difficoltà economiche. Le persone che scappano nel nord sanno che si tratta di una situazione temporanea e non potrebbe essere altrimenti, visto che non si può provvedere a tutti. Così, ad esempio, un medico, che magari a Baghdad poteva arrivare a guadagnare 500 dollari al mese, qui ne guadagnerà 150 a fronte di prezzi molto alti.  La povertà è un problema che riguarda i cristiani ed anche gli arabi musulmani, specialmente d’inverno quando il prezzo di un barile di petrolio da 200 litri sale a 150/170 dollari quando prima costava un solo dollaro. L’embargo che c’era sotto Saddam è ora diventato l’embargo attuato dalla Turchia, che raffina il nostro petrolio e poi ce lo rivende a prezzo altissimo.

Perché questa emigrazione verso il Kurdistan?
Il problema è la mancanza di sicurezza nel resto dell’Iraq. Agli inizi degli anni ‘60 molti abitanti del nord si trasferirono nelle grandi città, a Baghdad o Mosul, e a metà degli anni ‘70 altri iniziarono a emigrare verso l’estero; ora molte di quelle famiglie sono costrette a lasciare i luoghi dove hanno vissuto per decenni per sfuggire alla morte. Molti sono fuggiti anche in Siria, Giordania e Turchia, ma la maggior parte arriva nel Kurdistan, dove il Grc sta facendo costruire per loro dei nuovi villaggi. Nella diocesi di Amadhiya, ad esempio, sono state costruite più di 800 case per accogliere i profughi. Le abitazioni vengono consegnate «chiavi in mano». Questa è la soluzione giusta perché i cristiani rimangano in Kurdistan, in Iraq.

Il Grc nell’ultimo anno ha iniziato ad appoggiare l’idea di una regione amministrativa cristiana sotto il suo controllo, può spiegare di che cosa si tratta?
I cristiani non vogliono l’autonomia per lasciare l’Iraq o il Kurdistan. Ciò che vogliono è un’autonomia amministrativa e non politica. La regione di Ninive, per la quale si chiede tale tipo di autonomia e che ospita villaggi cristiani, curdi e a maggioranza yazida, non fa geograficamente parte del Kurdistan, anche se a mio parere dovrebbe esserlo. In questi tempi difficili i cristiani sono più vicini ai curdi che agli arabi. Prendiamo ad esempio la città di Mosul: le chiese bruciate, i sacerdoti uccisi, le violenze compiute contro i cristiani. Come potrebbero questi desiderare di tornare a viverci?
Molti cristiani vorrebbero vivere nella regione di Ninive, dove godrebbero della libertà che è ora loro negata, ma non hanno un esercito per difendersi e per questa ragione hanno bisogno della protezione dei curdi. Essi non vorrebbero lasciare le proprie case e desidererebbero essere cittadini come tutti gli altri; ma sanno che nella nuova costituzione irachena sono invece considerati come cittadini di seconda categoria.
In Kurdistan è diverso; ora che si sta stilando la costituzione regionale io stesso ho chiesto che dai documenti sparisca l’indicazione della religione del titolare e che si cancelli la legge dell’epoca di Saddam, per la quale i figli di un cristiano o di una cristiana convertito/a all’Islam vengono automaticamente e immediatamente considerati e registrati come musulmani.
Nel maggio del 2006 il presidente del Kurdistan, Masoud Barzani, ha promesso al nostro patriarca di cancellare ogni punto della costituzione contro i cristiani. La situazione del Kurdistan è molto diversa da quella di Baghdad, noi siamo liberi di parlare, la stampa è libera; a natale ben tre canali televisivi, due curdi e uno cristiano, hanno diffuso in diretta le sante messe. Durante la mia omelia di natale ho detto che Gesù non è venuto solo per i cristiani, ma per tutto il mondo, una cosa che prima non era possibile dire e che purtroppo non lo è ancora nelle altre zone del paese.

Che contatti ci sono tra Kurdistan,  chiesa e resto del mondo?
La collaborazione tra l’estero e i kurdistani – è così che si chiamano gli abitanti del Kurdistan – è ottima dal punto di vista economico. Il Grc è libero di stilare contratti e fare affari, e anche le infrastrutture lo permettono, visto che ci sono due aeroporti che collegano il Kurdistan con l’estero: quello di Sulemainiya e quello di Erbil che è in fase di ampliamento. Come ha detto il primo ministro, Nechirvan Barzani, il Kurdistan può diventare un nuovo Dubai, dove sviluppare gli affari e l’economia.
Le relazioni con la chiesa estea all’Iraq avvengono tramite la nunziatura apostolica di Baghdad, attraverso la quale ci arrivano, ad esempio, le notizie da Roma, i messaggi del santo padre e l’Osservatore Romano, ma non ci sono contatti diretti. Personalmente, continuo a esprimere, anche a nome di altri vescovi del nord Iraq, il desiderio che tali legami si intensifichino e diventino diretti, non solo epistolari.
Oggi come oggi la situazione della comunità cristiana irachena è molto confusa. A gennaio il Babel College, la facoltà di teologia cristiana, e il seminario maggiore caldeo sono stati trasferiti da Baghdad ad Ankawa per ragioni di sicurezza.

Questo potrebbe portare a uno spostamento del patriarcato da Baghdad a una sede più sicura?
Personalmente, credo che la collocazione geografica della sede patriarcale non sia così importante. Essa deve essere dove sono i fedeli. Per ora sono state spostate queste due istituzioni, e il Grc ha anche concesso una vasta area dove costruire una casa per i religiosi. Se i cristiani dovessero sparire da Baghdad converrebbe spostare la sede patriarcale, ma per ora molti di essi vivono ancora nella capitale e dobbiamo essere ottimisti.

Come giudica la presenza della chiesa in Kurdistan?
Oltre al clero delle varie diocesi, si contano religiosi di vari ordini: i padri redentoristi belgi che vivono in Iraq da almeno 35 anni, domenicani e un gesuita americano che vive in Giordania e che viene ad Ankawa per insegnare. Cerchiamo di essere sensibili alle varie esigenze dei fedeli delle nostre comunità. Per esempio, molti dei cristiani che ora vivono in Kurdistan hanno vissuto per decenni lontano e, per questa ragione, non conoscono l’aramaico, che è la lingua ancestrale della maggioranza dei cristiani in Iraq ed è pure la lingua liturgica della chiesa caldea. Per questa ragione il venerdì c’è una messa in arabo per chi non capisce l’aramaico.
Pare strano che sia di venerdì e non di domenica, ma il venerdì è il giorno festivo islamico e siccome a questa messa partecipano anche fedeli che provengono da Mosul o da altre zone, cerchiamo di agevolarli facendo sì che possano approfittare del giorno festivo.

Se le forze inteazionali se ne andassero dall’Iraq, ci sarebbero conseguenze per la popolazione cristiana, e quali?
Questa è una domanda che bisognerebbe rivolgere a George Bush e non a me che sono un vescovo. Per quanto riguarda il Kurdistan la zona è stata affidata alle truppe coreane, con le quali la collaborazione è stata ottima. Il Kurdistan ha il proprio esercito – i peshmerga – e non ha bisogno di essere difeso da altri.
Dai coreani quindi abbiamo avuto modo di imparare molte cose che senza dubbio saranno utili in futuro. Oggi la presenza americana in Kurdistan è minima e i soldati Usa che vi risiedono dicono che per loro è come «essere in vacanza». Hanno ragione, chiunque abbia vissuto a Baghdad sa che è così: là la guerra, in Kurdistan la pace. 

Di Luigia Storti

Luigia Storti




Gianluca Iazzolino




IRAN, un paese da rispettare

La Repubblica islamica e il suo presidente sono un vero pericolo?

Mahamoud Ahmadinejad è presidente dell’Iran dal giugno 2005. Con le sue dichiarazioni è arrivato subito sulle prime pagine dei media mondiali.  Oggi la repubblica islamica (sciita) è “sotto osservazione” per i suoi progetti nucleari.
Ma la realtà ha molte sfaccettature, troppo spesso taciute. Per interesse…

Di certo il presidente Mahamoud Ahmadinejad avrebbe molti requisiti per essere scelto dal settimanale Time come il “Personaggio dell’Anno 2006” (Person of the Year 2006), come lo era stato nel 1979 il grande ayatollah, Segno di Dio, Khomeini. E così, 27 anni dopo la rivoluzione che dette vita alla Repubblica islamica, l’Iran sarebbe di nuovo sulla prima pagina del periodico statunitense che, nel 1927, varò questo Oscar editoriale ormai diventato una tradizione consolidata. Naturalmente non è detto che la scelta cada  su Ahmadinejad, poiché quando Time nominò Khomeini, mentre era ancora in atto il sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, ricevette ben 14 mila lettere di lettori, che si lamentavano di quella nomina. Dopotutto fin da quando è apparso sulla scena internazionale Ahmadinejad, nonostante il suo sorriso raggiante,  non è che riscuota, anche lui, grandi simpatie.
La sua elezione a presidente dell’Iran sorprese persino i suoi connazionali. Figurarsi il resto del mondo. Infatti, a poche ore dalla sua nomina  i mezzibusti dei telegiornali si affannavano a pronunciae il cognome producendo suoni surreali. Ma nel giro di pochissimi mesi ci ha pensato lui a costringere tutti a imparae la pronuncia esatta e lo ha fatto con una brutale dichiarazione con la quale si è guadagnato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo: “Israele va cancellata dalle carte geografiche”. Apriti cielo. Da allora ci ha abituati ad un linguaggio di singolare durezza. Come quando, intervenendo all’Assemblea generale dell’Onu, ha ammesso di aver avuto un’illuminazione di fronte ad una recente tragedia aerea a Teheran e ha affermato che le 108 vittime hanno “indicato la strada che dobbiamo seguire”. Sulla questione religiosa è tornato quando il suo governo è entrato in carica e i ministri hanno sottoscritto i comuni obiettivi in una lettera indirizzata all’”imam nascosto”, che è stata poi gettata nella fonte di Jamkaran, poco distante dalla città santa di Qom, dove si cela. Poiché il dodicesimo imam al-Mahdi, scomparso nel 939 d.C., secondo la credenza sciita, toerà a vivere e darà la vittoria.

I “pasdaran”
Ahmadinejad  ha aderito a questo messianesimo fin da quando ha mosso i primi passi nella politica. L’apprendistato l’ha svolto tra i pasdaran, i guardiani della rivoluzione iraniana, il corpo scelto dell’esercito creato dopo la rivoluzione. E ad essi deve il sostegno, al limite della regolarità, nelle elezioni vinte nel giugno 2005. Costoro formano il gruppo politico della “nuova destra” neoconservatrice, composto prevalentemente dai comandanti dei pasdaran, da uomini della milizia e dei servizi, di età compresa tra i 40 e i 50 anni, formati sui campi di battaglia di diversi fronti: da quelli contro le opposizioni a quelli della guerra contro Saddam Hussein che durò 8 anni. I pasdaran combatterono negli anni Ottanta contro l’Iraq che a quel tempo era armato dagli Stati Uniti: sono uomini fortemente ideologizzati, che hanno visto cadere centinaia di migliaia di loro commilitoni sui campi di battaglia, chiamati i “campi della morte”.  Sono pervasi di un nazionalismo estremo, che si alimenta con la visione messianica religiosa appunto, con connotazioni millenariste e apocalittiche tipiche degli uomini che si votano alla morte; una falange di coetanei che, considerandosi inflessibili e forti, non tollerano alcuna variazione sulla visione piena, totale e organica del loro credo.

L’ingegnere conservatore
Nato nel 1956 ad Aradan, nella provincia di Semnam, un centinaio di chilometri a sud est di Teheran, figlio di un fabbro, Ahmadinejad arriva con i genitori a Teheran l’anno seguente. Laureato in ingegneria civile, consegue il dottorato in pianificazione del traffico e dei trasporti. Nel 1979 sostiene – secondo le affermazioni di Said Hajarian, ideologo del riformismo islamico e consigliere di Khatami – che bisogna occupare l’ambasciata sovietica e non quella degli Stati Uniti come di fatto accadde. Tuttavia alcune voci insistenti (di provenienza prevalentemente statunitense) lo collocano tra gli studenti che partecipano al sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, ma sono voci non supportate da prove concrete. È il 4 novembre quando un gruppo di studenti che si definiscono “seguaci dell’imam Khomeini” prendono in ostaggio 55 persone tra funzionari e impiegati con il pretesto di volere l’estradizione dello scià rifugiatosi a New York. Il sequestro durerà 444 giorni durante i quali nel deserto iraniano muore un intero reparto dei Navy Seals, truppe d’élite e fiore all’occhiello della macchina bellica statunitense, commandos inviati dal presidente Carter per liberare gli ostaggi con un blitz. Su quella tragedia non fu mai fatta completa chiarezza, certo è che Carter subì un crollo d’immagine tale che non fu rieletto. Sarà Ronald Reagan, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, ad annunciare la liberazione degli ostaggi.
Nel 1985 Ahmadinejad è al fronte nella guerra contro l’Iraq (1980-1988). Come membro della brigata Qods partecipa a diverse operazioni oltre confine. Conclusa la guerra, diventa governatore delle città di Maku e Khoi, vicino al confine con la Turchia; poi per due anni è consigliere del governatore generale del Kurdistan iraniano e infine per tre anni è governatore generale della provincia di Ardebil, sempre nella zona nord ovest del Paese. Nel maggio 2003 viene eletto sindaco di Teheran grazie all’altissima astensione dell’elettorato nelle elezioni municipali di quell’anno che premiano i conservatori. Infine, nel giugno 2005 diventa presidente sconfiggendo al ballottaggio l’ex presidente pragmatico Akbar Hashemi Rafsanjani.

Teheran e Mosca: l’alleanza del gas
Quando a metà gennaio 2006 Teheran annuncia di voler riaprire le centrali nucleari, riprendono a suonare i tamburi di guerra, si diffondono di nuovo parole come fondamentalismo, radicalismo, islamismo e via dicendo. L’immagine del presidente Ahmadinejad e le sue dichiarazioni scatenano un’ansia planetaria che a ogni suo intervento si rinnova.
Eppure pochi sanno che nello stato iraniano esiste una legge che vieta al governo e a vari enti e organismi governativi di intraprendere qualsiasi attività nel settore militare relativo al nucleare. Come sostiene Rajab Saparov, consigliere della Duma, il parlamento russo, l’Iran è l’unico paese al mondo dove la costruzione delle armi di distruzione di massa è vietata per legge. Secondo Saparov, le pressioni che gli Stati Uniti esercitano sull’Iran riguardo la questione nucleare sono dovute alla presenza e all’influenza che la Repubblica islamica ha in Iraq, in Afghanistan, nel Caucaso e nell’Asia centrale. Buoni, se non ottimi sono anche i rapporti con la Russia di Putin, che non perde occasione per reclamare il suo diritto a una poltrona tra “i grandi della Terra” (il G8) con le enormi riserve di gas e petrolio a sua disposizione, in un pianeta sempre più affamato di energia. A luglio 2006 a San Pietroburgo, grazie all’Iran, Putin si è potuto presentare ai suoi ospiti del G8 forte di un altro successo raccolto a  margine del vertice dell’”Organizzazione di cooperazione di Shanghai” (OcS), poche settimane prima. In quell’occasione i due più importanti produttori di gas del mondo, la Russia appunto e l’Iran, avevano concluso un accordo strategico che tutela non solo i loro interessi, ma anche quelli del Pakistan e dell’India e, probabilmente, del Turkmenistan e della Cina. La Gazprom, compagnia statale russa, finanzierà la costruzione del gasdotto che dal 2009 collegherà l’Iran all’India passando per il Pakistan, un progetto invano osteggiato da Washington. L’idea di un gasdotto che colleghi l’Iran al Pakistan e all’India era stata avanzata da Teheran già nel 1996. La canalizzazione sarà lunga 2.775 chilometri e costerà 7 miliardi di dollari. A partire dal 2010, l’India e il Pakistan potranno ricevere 35 miliardi di metri cubi di gas all’anno e 70 miliardi nel 2015. Secondo alcuni osservatori, questo riavvicinamento tra la Russia e l’Iran nel settore del gas creerà le condizioni necessarie all’emergere di un’organizzazione di paesi produttori di gas, analoga al cartello petroliero. L’unificazione delle reti di trasporto di gas russo e iraniano permetterà a Gazprom di partecipare alla gestione della quasi totalità del sistema di gasdotti asiatici. Tanto più che il Turkmenistan ha in vista l’integrazione in questo sistema (grazie al già esistente gasdotto Turkmenistan-Iran). Seguirà l’Asia centrale e ne risulterà un mercato del gas che riunirà il Turkmenistan, l’Iran, il Pakistan, l’India e la Cina. Il futuro economico di buona parte dell’Asia sembra assicurato, nel momento in cui quello degli Stati Uniti e, in misura minore, dell’Europa occidentale sono minacciati.
Pochi sanno che i pragmatici ayatollah si sono rivelati da sempre maestri come pochi altri nel conciliare “il diavolo con l’acqua santa” e si sono mantenuti sempre cauti anche quando l’Urss era sull’orlo del collasso. Con la Russia del resto c’è una salda amicizia. Tra il 1989 e il 1993 l’Iran ha acquistato armamenti russi per 10 miliardi di dollari per riequipaggiare le sue forze armate dopo la devastante guerra con l’Iraq. Poi ha cominciato a comprare missilistica e tecnologia nucleare, a stringere le relazioni commerciali e a incrementare gli scambi energetici con Mosca.
Il rapporto di amicizia si è consolidato su una preoccupazione comune ai due paesi: considerare i talebani e l’influenza statunitense i due maggiori pericoli per la stabilità regionale. Sullo sfondo, l’impegno di non permettere agli Stati Uniti il controllo delle esportazioni di energia – gas e petrolio – in Asia centrale. È un’attenzione che Mosca coglie, apprezza, incoraggia. Infatti in nessun Paese dell’Asia centrale gli ayatollah propagandano i precetti della religione sciita o della rivoluzione islamica così come fanno in Medio Oriente. Il motivo è semplice e di natura religiosa: essi hanno capito che l’ideologia sciita non sarebbe bene accetta nell’Asia centrale di radicata tradizione sunnita. Molto meglio stringere relazioni tra stato e stato e saldarle con contratti commerciali cementati dalla riconoscenza, perché l’Iran è stato il maggior fornitore di armamenti dell’alleanza antitalebana e la sua caparbia volontà di tener testa ai talebani ne ha incrementato la stima nella regione. Naturalmente la Russia ha tratto un enorme vantaggio dal fatto di avere un alleato solido e non minaccioso nell’ambito dell’islam radicale, sebbene l’Iran appartenga alla fazione minoritaria sciita.

“No” al nucleare (ma non per tutti)
L’Iran è retto  da una teocrazia che non è la democrazia di tipo occidentale, ma non può essere nemmeno confusa con una dittatura. L’Iran non ha nella sua storia episodi di aggressività tali da allarmare la comunità internazionale. È membro dell’Onu e ha firmato quasi tutti i trattati inteazionali tra i quali  il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), nel rispetto del quale ha accettato le ispezioni dell’Aiea ai siti deputati allo sviluppo del programma nucleare civile. Nonostante le rotture diplomatiche, Teheran si è detta sempre disponibile a proseguire nelle trattative.
Anche il Pakistan è una potenza nucleare, ma è pure un paese amico degli Stati Uniti, quindi non gli si può chieder conto di nulla. Lo stesso accade con l’India, potenza nucleare che ha stipulato accordi per interscambi di tecnologia nucleare con Washington. Né Israele né il Pakistan né l’India hanno firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Eppure tutti e tre hanno armi nucleari. Tutti e tre hanno sistemi aerei e missilistici in grado di trasportare le bombe atomiche sugli obiettivi nemici. Tutti e tre sono in aperta violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’Iran rappresenta l’esatto contrario: non ha armi nucleari, non ha sistemi missilistici per portarle a destinazione, ha ratificato il Tnp e dichiara di volerlo rispettare. Per completare lo scenario va aggiunto che neppure la ricerca nucleare condotta dal Brasile ha sollevato i timori del mondo come quella dell’Iran, sebbene questo paese, membro del Tnp, abbia opposto e continui a opporre resistenza alle ispezioni dell’Aiea ai suoi impianti nucleari. Il Brasile ha realizzato quanto sta cercando di fare l’Iran, ma gli Stati Uniti non gli hanno chiesto di smantellare il suo programma nucleare e non lo hanno neppure criticato per la sua riluttanza ad aprire le porte agli ispettori Aiea.
Gli Usa  non hanno mostrato nei confronti del programma nucleare del Brasile l’ostilità riservata all’Iran in quanto se il primo è loro alleato strategico nel continente sudamericano nel ruolo di moderatore del Venezuela del bolivarista Chávez, il secondo è loro inconciliabile antagonista nella fascia strategica del Rimland (fascia marittima e costiera, ndr) eurasiatico. Mentre stigmatizza il programma nucleare di Teheran, Washington, senza preoccuparsi delle critiche generalizzate alla sua politica dei “due pesi, due misure”, continua a stanziare 27 miliardi di dollari l’anno per conservare e costruire nuove armi nucleari (in piena trasgressione del Tnp che impone agli stati nucleari il disarmo progressivo) e prepara nuovi piani per l’impiego delle stesse.

“Sì” alle sanzioni (ma non per tutti)
Bisogna ricordare, inoltre, che con le loro sanzioni gli Stati Uniti ostacolano lo sviluppo dei progetti iraniani nel settore del gas e petrolio.
Gli Usa con l’Iran Non-Proliferation Act del 2000 (firmato da Clinton) impongono sanzioni agli individui e alle società che aiutano i programmi iraniani per la costruzione di armi di distruzione di massa, ma colpiscono anche quelle società che investono nel settore energetico in Iran. In questo modo, le capacità estrattive rimangono modeste determinando minori introiti. E quindi l’economia va in crisi, aumentano i poveri  delle grandi metropoli come Teheran, quelle masse delle grandi periferie sensibili ai proclami populisti e nazionalistici che hanno determinato la vittoria di Ahmadinejad. Infatti, egli ha ottenuto i loro voti in cambio di grandi promesse di ridistribuzione del reddito e di un miglioramento delle condizioni economiche. Nessuno di questi impegni è stato fino a ora tradotto nei fatti. Anzi, nel bilancio di quest’anno – 1385 dell’Egira secondo il calendario persiano – che si concluderà il 20  marzo 2007, l’inflazione sta viaggiando, secondo le stime degli osservatori più ottimisti, intorno al 45 per cento, 15 punti in più di quanto aveva pianificato il governo. Che non entrerà comunque in crisi poiché da quando gli Usa continuano ad esercitare la pressione sull’Iran, inevitabilmente si rafforza il blocco conservatore che ha vinto le elezioni e governa il paese. Non credo che così agendo si possa esportare la democrazia in Medio Oriente   come predica il presidente Bush. Molto più realistiche le conclusioni dello studioso statunitense John Mearsheimer quando sostiene che lo scopo della politica di non proliferazione non è affatto quello di scongiurare possibili pericoli nucleari, “ma di prevenire tutto ciò che può limitare la libertà d’azione degli Stati Uniti nei loro rapporti con gli altri paesi: perché uno stato dotato di armi nucleari diventa inattaccabile”.
Dopotutto l’Iran per molti versi inattaccabile già lo è anche senza l’atomica, se si tiene conto che è un paese con una forte tradizione di nazionalismo e che è una delle più antiche nazioni del mondo.  Resta comunque il fatto che il diritto dell’Iran ad avere il nucleare civile costituisce un collante universale. Il 90 per cento degli iraniani, di destra o di centro (o della sinistra, ridotta però alla clandestinità), laici o religiosi, filostatunitensi o filo Hamas non tollerano un’imposizione dall’esterno. Su questo non c’è ombra di dubbio. Infatti in tutti questi mesi di affannose trattative l’Iran non ha ceduto di un millimetro, e il presidente non manca occasione per ribadire che mai Teheran fermerà il proprio programma nucleare, anche in presenza di sanzioni.
Quindi ben si comprende perché gli ayatollah al vertice del “Supremo Consiglio nazionale di sicurezza”, l’organismo che, tra le altre cose, gestisce e negozia appunto la politica nucleare di Teheran abbiano nominato come negoziatore il filosofo e matematico Mohammad Ali Ardashir Larijani. Larijani appartiene a una famiglia di religiosi di alto rango (con il padre e il suocero, entrambi  ayatollah), di cui ha acquisito lo stile, anche formale: la giacca di buon taglio, i capelli in piega, la compostezza sobria e disciplinata, i toni pacati. Non ha insomma l’aspetto trasandato e non usa le frasi terremotanti del presidente Ahmadinejad. È perciò uomo di fiducia del regime come pochi altri.
La guida suprema Khamenei non può che essee soddisfatto. Il fatto  che l’abbia scelto per negoziare il nucleare iraniano è l’ennesima riprova di quanto sia oculata la strategia degli ayatollah al potere in Iran. Se ci si ostina a ignorarla o a negarla, come fanno i neocon statunitensi e i loro simpatizzanti europei, ben difficilmente si raggiungerà la pace in Medio Oriente. 

Vincenzo Maddaloni

Un (ottimo) saggio di geopolitica

TEHERAN, WASHINGTON E GLI ALTRI

Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, ora la Casa Bianca ha nel mirino l’Iran.
Cosa c’è dietro questo desiderio di una nuova “guerra preventiva”?

“In questi tempi ammorbati da una rabbia endemica che stringe ed indurisce i cuori”. La frase si legge nella premessa de L’atomica degli ayatollah, un appassionante (e appassionato) saggio  di geopolitica scritto da Vincenzo Maddaloni e Amir Modini. Gli autori, un cristiano italiano e un musulmano iraniano, nell’ultima parte del libro si confrontano in un dibattito, anche aspro, sulle rispettive fedi, ma il lavoro non trova i motivi della “questione iraniana” nei contrasti religiosi. Al contrario, li trova in fatti tangibili come gli interessi petroliferi, il mercato, il businness, i rapporti di forza tra i paesi.  
L’interpretazione più semplicistica ed acritica della questione iraniana divide il campo in due: da una parte la teocrazia iraniana, dall’altra la democrazia statunitense.   

Iran, un grande paese. “L’Iran è una grande nazione, di raffinata cultura, di lunga storia. I suoi dirigenti non possono essere trattati come fossero dei criminali. Perché non sono dei criminali. Usano i toni forti? Qual è il paese che non li usa quando si sente stretto in una morsa? Certamente la Repubblica islamica dell’Iran non ha mai aggredito alcun paese. Al contrario è stata aggredita – è storia – da Saddam Hussein al quale gli occidentali avevano fornito le armi chimiche quando stava per soccombere agli iraniani” (pag. 62).

Dio e mercato. Negli ultimi anni la politica Usa è stata scritta dai cosiddetti “neocon”, neoconservatori, insostituibili sostenitori della famiglia Bush. “Essi hanno due archetipi a cui si riferiscono uno è il mercato che domina tutti ed assicura la ricchezza ai pochi che lo controllano; l’altro è il divino, cioè il mostrarsi al mondo in comunione con Dio, come i veri messaggeri della sua volontà. (…) È opinione diffusa che il free trade favorisca solo il grande business, danneggi il medio-piccolo, riduca lo Stato a servire gli interessi di bottega. I neoconservatori supporter dell’amministrazione Bush sono l’espressione dell’ala più aggressiva del capitalismo contemporaneo” (pag. 217).

Il dominio sulle risorse energetiche. L’Iran è un grande produttore ed esportatore di petrolio e gas naturale. Ed ha pessimi rapporti con Washington dal 1979, anno della rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini. I neocon statunitensi vogliono porre fine a questa situazione inaccettabile per un paese che vuole essere unica guida del mondo come previsto nel progetto del New American Century (nuovo secolo americano). “L’obiettivo dichiarato è quello di ridisegnare la mappa del Medio Oriente e mettere definitivamente le mani sulla quasi totalità delle risorse energetiche dell’area per assicurarsi il dominio sull’intero globo. Di conseguenza, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, il “presidente di guerra” George W. Bush avrebbe chiesto ai propri consiglieri: “Who is the next?” (Chi è il prossimo?). Questi ultimi, essendo la diretta espressione dei potentati economici nordamericani, gli hanno ricordato che l’obiettivo è sempre lo stesso: l’Iran. (…) La riconquista dell’Iran significa prima di ogni altra cosa: controllare quasi completamente tutte le aree circostanti e le risorse energetiche racchiuse tra il Golfo Persico e il Mar Caspio; mettere l’Europa e il Giappone, la Cina e l’India – gli attuali e futuri maggiori importatori e consumatori di idrocarburi – in una condizione di dipendenza dal nuovo assetto impostato da Washington. Poi gli consentirebbero di tenere sempre sotto osservazione Russia, Cina, India e di esercitare un’influenza diretta sull’Asia centrale ex sovietica, sul mondo arabo e sul subcontinente indiano” (pag. 23-25).

Dollaro ed euro. Gli Stati Uniti sono il paese più indebitato del mondo, ma stampano il dollaro, moneta internazionale per antonomasia. “Alcuni analisti – scrivono Maddaloni e Modini (pag. 96) – ritengono che il reale motivo del contrasto tra Washington e Teheran – e quindi la causa di un probabile conflitto armato –  non sia il programma nucleare ma il suo progetto di borsa petrolifera in euro. La stessa decisione era stata presa da Saddam Hussein prima di essere rimosso dal potere con l’attacco del marzo 2003. (…) In effetti, la guerra preventiva contro Saddam non aveva avuto niente a che vedere con gli armamenti di distruzione di massa, con la difesa dei diritti umani, con la volontà di difendere la democrazia e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i campi di petrolio; lo scopo prioritario era invece quello di salvaguardare il valore del dollaro, di salvaguardare cioè il fondamento dell’impero americano. Due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq (…) il mondo non poteva più comprare in euro il petrolio dell’Iraq. In questo modo la supremazia globale del dollaro venne ristabilita. (…) Tuttavia l’Iran ha deciso di raccogliere la sfida decretando di aprire entro l’anno 2006 la sua borsa petrolifera in euro in modo da inaugurare un circuito alternativo a quello del dollaro. Se ciò dovesse accadere, moltissimi clienti se ne avvantaggerebbero; per prima l’Europa che non sarebbe più costretta a comprare e mantenere riserve in dollari al fine di assicurarsi la moneta di pagamento per il petrolio perché potrebbe pagarlo con la propria valuta”. Anche Cina, Giappone, Russia e paesi arabi ne trarrebbero vantaggio, diversificando le proprie riserve e proteggendosi dalla svalutazione del dollaro. “Naturalmente gli americani non potrebbero permettere che ciò accada”. Naturalmente.

Questo e molto altro racconta L’atomica degli ayatollah, un libro che si legge con crescente interesse perché i tasselli – di storia, politica, economia, religione – non sono buttati lì alla rinfusa, ma si fondono in un collage complesso eppure comprensibile e quasi sempre condivisibile.

Paolo Moiola

Vincenzo Maddaloni – Amir Modini,
L’atomica degli
ayatollah, Nutrimenti, Roma 2006.

Anno 632, la scissione musulmana

ISLAM: SCIITI E SUNNITI

Gli sciiti rappresentano il 10-15 per cento del miliardo e 300 milioni di musulmani del mondo. Di questi, 180 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono la maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaijan e Bahrain e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, India, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In cosa il loro islam è differente da quello dei sunniti? Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Ali è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, “tradizione”) crede che sia necessario individuare nella comunità il successore (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ha, “partito”, da cui sciiti) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Ali, unico rappresentante della famiglia del profeta. Ali, proclamato imam (originariamente “colui che guida la preghiera”), rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia.
Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli ommiadi, poi degli abbasidi e infine degli ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione. Contrariamente ai sunniti essi non credono che il corano sia esistito da sempre, bensì che sia stato creato  e quindi non enfatizzano l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, ma designano uno o più studiosi eletti dalla comunità dei fedeli a interpretare il corano e le altre fonti del diritto islamico. Diverso è anche il loro atteggiamento nei confronti del potere: nei Paesi a maggioranza sunnita i sacerdoti sono pagati dal governo e vi sono sottomessi, quelli sciiti sono indipendenti, vivono con le offerte dei fedeli, non riconoscono alcun potere temporale, perché secondo loro il potere legittimo appartiene al dodicesimo imam ritiratosi dal mondo visibile e che riapparirà un giorno trionfalmente per aprire un’era di pace e di giustizia.
È nel 1502 che lo sciismo diventa la religione di stato dei persiani fino ad allora, nella grande maggioranza, sunniti. Ad  imporlo – ben 10 secoli dopo la morte di Ali e gli avvenimenti che hanno originato la shi’ha –  è la dinastia turca dei safawidi, i quali fanno venire dalla Siria meridionale e dal Bahrain i predicatori e i propagandisti necessari alla loro opera di sciitizzazione del paese. Le motivazioni sono in realtà puramente politiche: lo si può capire dall’alleanza che i regnanti stringono con la chiesa di Roma per combattere gli ottomani. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, lo sciismo diventa il carattere fondante dell’Iran.

Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Al pari di sant’Agostino, Khomeini sostiene la tesi secondo cui tutti i governi sono artificiali. Ma a differenza del filosofo cristiano, l’ayatollah non indica soltanto “la Città di Dio” come la soluzione ideale di riferimento. Egli ritiene indispensabile che ci sia sulla terra un governo islamico, composto dal collettivo dei giuristi, i fuqaha (i giureconsulti musulmani), uomini di grande virtù ai quali spetta il diritto di governare. È un richiamo forte alla tradizione degli sciiti che, diversamente dai sunniti che riconoscono fin dal VII secolo la legittimità dei califfi, accettano soltanto quella degli imam. In attesa della fine dei tempi e dell’imam nascosto, che verrà a ristabilire un regno di giustizia sulla terra, a chi spetta il compito di guidare la comunità dei credenti? Per l’ayatollah Khomeini tale ruolo spetta ai mullah (“teologi”) e al faqih (“il saggio”), vicario dell’imam nascosto e delegato alla sovranità divina. Questa dottrina del “governo del saggio” (velayat-e-faqih), che accorda ai mullah enormi poteri e che orienta il potere iraniano, è stata contestata in passato – e lo è tuttora – da altri ayatollah. È l’onda di questa dottrina che ha travolto lo scià e che oggi, come detto, è al centro di una controversia che rischia di spaccare il clero sciita e che ha avuto nell’ayatollah Montazeri, uno dei “padri della rivoluzione”, la sua vittima più illustre. Massima convergenza invece su un altro punto nel quale la teologia sciita si differenzia da quella ortodossa sunnita: il valore dato all’ideale, all’utopia, basato esclusivamente sulla sofferenza, sul martirio che nello sciismo assume un carattere quasi redentivo (dall’evento dell’anno 680, quando Hussein viene ucciso a Kerbala). La rivalutazione del dolore, della sofferenza, della sconfitta sulla terra diventano fatti religiosamente positivi. Non a caso Khomeini esalterà la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam. Da allora le missioni dei martiri (diverse da quelle suicide, sunnite) diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.                                                                               

Vi.Ma.

Se ogni mezzo diventa lecito

LA LEGGE DI WASHINGTON

Interrogatori “pesanti”, prigioni segrete, tribunali militari.

Il premio Pulitzer Thomas Friedman, sul New York Times non è stato tanto tenero con  Bush. “Il mondo -ha scritto – detesta George Bush più di qualsiasi altro presidente statunitense che io ricordi da quando sono nato. Bush è radioattivo, ed è così invischiato nella sua stessa bolla ideologica da essere incapace di concepire o predisporre strategie alternative”. Infatti, i fondamenti teorici del progetto americano che hanno portato alla guerra all’Iraq sono il risultato del lavoro intellettuale e politico di un piccolo nucleo di neoconservatori (neocon), a iniziare da Norman Podhoretz, Richard Pearle, David Frum, Beard Lewis, Fuad Ajami e dal “prediletto” del presidente Bush, l’ex dissidente sovietico e politico israeliano di destra Natan Sharansky. Sono uomini accomunati dalla stessa visione del mondo musulmano, descritto come un universo in decadenza continua, dovuta ai difetti culturali, psicologici e religiosi delle società islamiche. Questa caratteristica “genetica” spiegherebbe, secondo costoro, l’ondata di violenza terrorista sempre più virulenta cui assistiamo e si frapporrebbe come ostacolo ad una democratizzazione concepita come l’unico rimedio possibile a tutti questi mali. Di fronte alla quale l’America, secondo i neocon, non può aspettare, ma deve agire per modificare il corso della storia nel mondo arabo-islamico, ricorrendo anche alla forza, e se necessario con l’aiuto di Israele.
È una strategia politica che mette insieme il fondamentalismo cristiano di destra, il sionismo americano militante e un militarismo senza limiti. Questo spiega anche la facilità con cui si tollera la tortura e si investe di poteri illimitati il presidente, consentendogli di tenere in carcere indefinitamente persone che non sono state non solo giudicate, ma neppure accusate.

Si aprono pagine nere per la democrazia. Secondo Amnesty Inteational, dopo l’11 settembre oltre 1.200  persone di origine mediorientale (o appartenenti a comunità musulmane) sono state arrestate. L’attenzione pubblica si è soffermata sui sospetti membri di al-Qaida e sui talebani catturati in Afghanistan e deportati al campo X-Ray di Guantanamo, ma la questione della “sicurezza nazionale” ha portato ad abusi ed ha implicazioni che scavalcano il drammaticamente famoso reticolato delle basi militari.
Infatti, subito dopo i tragici eventi dell’11 settembre, circa 5 mila uomini tra i 18 e i 33 anni, provenienti da paesi del Medio Oriente sono stati interrogati, in quelle che venivano ufficialmente denominate “interviste volontarie” ma che di fatto costituivano una schedatura a sfondo etnico. Diecimila persone di origine musulmana, araba, sud-asiatica sono diventate obiettivo di investigazione. Uomini di tutte le età, provenienti da 25 paesi target (paesi  prevalentemente musulmani), senza che esistesse alcuna accusa nei loro confronti, sono stati richiamati dall’ufficio immigrazione per essere interrogati  e sono state loro prelevate le impronte digitali. Più di 82 mila  persone hanno dovuto subire questa “special registration”, per oltre 13 mila si è tradotta in espulsione. Tutto questo facilitato da una legge creata ad hoc, il 26 ottobre 2001, l’ormai triste e famoso Patriot Act. “U.S.A. P.A.T.R.I.O.T.” è, infatti, un acronimo che sta per “Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism” (“unire e fortificare l’America foendo strumenti appropriati per intercettare e ostruire il terrorismo”). È una legge approvata dal Congresso alla quale sono seguiti – 21 marzo e 21 giugno 2003 – i più incisivi “Military Commission Orders” del presidente e le 8 “Military Instructions” che li attuano.

Il 17 ottobre 2006, ecco il Military Commissions Act, la legge sui tribunali militari che è stata firmata da Bush e che consentirà alla Cia e in genere alle agenzie antiterrorismo americane di detenere a tempo indeterminato e senza la necessità di prove qualsiasi persona considerata un “nemico degli Stati Uniti”. E per i detenuti di Guantanamo si apriranno i processi davanti alle military commission, tribunali militari dove saranno giudicati senza la necessità che siano esibite prove contro di loro e senza che siano assistiti da un avvocato. La legge autorizza anche gli interrogatori “pesanti” – ma la Casa Bianca nega che si tratti di tortura – e la creazione di prigioni in luoghi segreti. “Sono rare le occasioni – ha detto il presidente Bush alla cerimonia della firma – in cui un presidente può firmare una legge che sa che salverà vite americane. Oggi io ho questo privilegio”. Un privilegio che però non gli è bastato per evitare la pesante sconfitta elettorale del 7 novembre.                 

V. Maddaloni

(*) Gioalista e scrittore, Vincenzo Maddaloni è stato capo della redazione romana del settimanale Famiglia Cristiana. È stato corrispondente da Varsavia negli anni di Lech Walesa e Wojcieh Jaruzelski e da Mosca durante l’era di Mikhail Gorbacev. Come inviato speciale è stato a Pechino, Kabul, Teheran, Santiago del Cile, Il Cairo, Berlino. È autore di diversi saggi tra cui: Memorie del vescovo Lukà. La religiosità nell’Urss; La rivoluzione di Allende; Noi (operai italiani) e Solidaosc (che vinse il premio Federico Motta); La Polonia, i polacchi (che si aggiudicò il premio Catullo). L’ultimo lavoro, scritto in collaborazione con l’iraniano Amir Modini, è “L’atomica degli ayatollah”, Nutrimenti, Roma 2006.

Vincenzo Maddaloni




«Refusenik», obiettori in Israele

Ricercatore di fisica presso l’Università ebraica di Gerusalemme, 27 anni, Itai Ryb è un refusenik: militare che rifiuta di prestare servizio nei Territori occupati; per questo è finito più volte in prigione. Fa parte di Yesh G’vul (c’è un limite). Durante l’assedio alla basilica della Natività (2002), a Betlemme, era stato richiamato alle armi come riservista: il suo rifiuto gli è costato un mese di carcere.

Quanti refusenik ci sono attualmente in Israele?
Sono più di mille, tra soldati e ufficiali che rifiutano il servizio di leva e che hanno firmato la petizione che sta circolando via internet.

Come vi considerano i vostri connazionali?
Molti ci definiscono «traditori», antidemocratici. L’atmosfera generale è molto dura. Il sostegno ci arriva dagli accademici, alcuni intellettuali, persone di strada. Ma alcuni gruppi ortodossi sostengono che sia giusto uccidere i refusenik.

Ha ricevuto delle minacce?
Per lo più e-mail cattive. Durante le dimostrazioni capita che qualcuno venga picchiato o addirittura ucciso. Soprattutto fra coloro che svolgono attività di protezione dei contadini palestinesi durante la raccolta delle olive: vengono attaccati da coloni israeliani ultraortodossi.

Si considera un pacifista?
Nel movimento dei refusenik esistono tante tendenze. Non tutti sono pacifisti nel senso generale del termine. Spesso si tratta non tanto del rifiuto a servire nell’esercito, ma a far parte delle forze di occupazione nei territori arabi. È una forma di obiezione «selettiva». Personalmente mi considero un obiettore di coscienza alla politica di Sharon, basata su un progetto di «pulizia etnica» contro i palestinesi.

Qual è il ruolo dei refusenik e delle organizzazioni pacifiste israeliane nell’attuale scenario di conflitto?
Può essere cruciale la presa di coscienza di un numero sempre crescente di militari e riservisti: molti refusenik, infatti, arrivano dalle «prime linee», cioè da postazioni importantissime per l’esercito; l’acquisire consapevolezza del proprio ruolo e possibilità di opporsi al programma previsto da Sharon, potrà essere fondamentale per fermare l’escalation della guerra e dei massacri. Alla violenza e alle brutalità si può opporre un rifiuto. Da ambedue le parti. Ecco perché parte delle mie attività sociali e culturali sono destinate ai ragazzi palestinesi.

Quali sono i progetti in cui Yesh G’vul è impegnata?
Principalmente si tratta di azioni per «fermare la distruzione», come «protezione» o interposizione nei confronti dei palestinesi, ma anche attività di sensibilizzazione. Altri gruppi svolgono attività indirizzate alla «costruzione», come il sostegno ai soldati che si rifiutano di combattere, progetti educativi e culturali sia tra gli israeliani che tra i palestinesi, azioni specificamente nonviolente, petizioni, raccolta fondi da consegnare alle famiglie dei refusenik (senza stipendio per tutto il tempo della prigionia), sostegno psicologico e legale.

A quale figura si ispira. Chi è il suo eroe?
Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano rapito a Roma dal Mossad nel 1986, perché aveva denunciato la presenza di una base per la costruzione di armi nucleari nel deserto del Negev. Da 16 anni sta pagando con il carcere duro e l’isolamento quel suo atto di coraggio: aveva capito la responsabilità di ciò di cui era stato testimone e non si è mai tirato indietro.

Qual è la cosa più terribile per lei in Israele?
Che stia crescendo una generazione senza speranza e senza strumenti per un cambiamento costruttivo. I giovani pensano sia impossibile uscire dall’attuale situazione di guerra e di violenza. Per questo la soluzione deve giungere al più presto, altrimenti sarà impossibile modificare la loro mentalità.

E qual è la soluzione per lei?
Due stati dai confini labili, senza muri, dove palestinesi e israeliani possano spostarsi liberamente, vivere vicini, in pace e in amicizia.

Angela Lano (*)

(*) La seguente intervista è stata rilasciata nel 2003.

Angela Lano




ISRAELE – Si guardano, ma non si parlano

Il blocco dei territori strangola l’economia palestinese.
Il 40% dei lavoratori ha perso l’impiego.
Intanto gli insediamenti ebraici nascono come funghi.
E sono i civili palestinesi a sentirsi prigionieri a casa loro.

Betlemme, città chiusa

«Le città sono isolate. Esistono stradine dove si riesce a passare, ma bisogna conoscerle» ci dice il direttore del Christian information center a Gerusalemme, parlando della Cisgiordania. Vogliamo andare a Betlemme, a pochi chilometri dalla città santa: è il primo centro sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).
Il minibus pubblico è guidato da un arabo israeliano e ha la targa gialla, le uniche ammesse in Israele. Sfreccia attraverso i quartieri modei della Gerusalemme nuova e, in 15 minuti, giunge sull’ampio corso che porta a Betlemme. Rallenta e si ferma: la gente scende diligentemente. Poi fa inversione e riparte verso il centro città.
Ad una cinquantina di metri, alcuni grossi blocchi di cemento in mezzo alla strada costringono i mezzi ad un’insolita gimcana. Ci sono pure modei autobus turistici, parcheggiati in fila.
Siamo giunti al check point israeliano (controllo) e a nessun veicolo è permesso di proseguire. Si continua a piedi. Un giovane militare in tenuta da combattimento, con il mitragliatore «m16» a tracolla, conversa con una ragazza: sembra rilassato. Intoo, alcuni gruppuscoli di stranieri: pochi pellegrini in visita ai luoghi santi. Passiamo senza essere controllati. Forse è vero che «ci si riconosce dalla faccia», come ci aveva detto qualcuno. Subito dopo il posto di controllo, troviamo altri taxi e bus. Hanno la targa verde, quella palestinese.
La seconda Intifada
Da quando è scoppiata la seconda Intifada, alla fine dello scorso settembre, Israele ha «chiuso» i Territori occupati (costituiti da Gaza e Cisgiordania): ha imposto sanzioni economiche e ridotto la circolazione di persone tra questi e il suo territorio nazionale.
Il 28 settembre Ariel Sharon (leader del partito di destra, Likud, e dal 6 febbraio primo ministro) si recò sulla «spianata delle moschee» a Gerusalemme, accompagnato da oltre mille militari, profanando così il terzo luogo santo dell’islam (dopo Mecca e Medina). Questo ha creato la reazione degli arabi musulmani di Israele e manifestazioni di solidarietà dei palestinesi (arabi dei territori occupati). Presto le manifestazioni sono degenerate e la reazione dell’Israel defence force (Idf, l’ultra moderno esercito israeliano) e della polizia ha lasciato sul terreno parecchi morti. A Nazaret, città della Galilea, in pochi giorni sono stati uccisi 13 arabo-israeliani.
Gli estremisti islamici dei gruppi di Hamas e Jihad islamica hanno ricominciato gli attentati suicidi in Israele, creando un clima di paura nelle grandi città, come Tel Aviv, inducendo il nuovo governo di destra a sigillare ancor più i Territori, dove i terroristi hanno le loro basi. Le città palestinesi, amministrate dall’Anp, sono state accerchiate dall’esercito israeliano, che controlla ancora l’88% della Cisgiordania e il 20% di Gaza. A metà marzo si contavano quasi 400 morti e 14 mila feriti tra i palestinesi e 65 ebrei israeliani tra le vittime.
L’incontro
A Betlemme c’è poca gente per le strade: soprattutto nei pressi della tomba di Rachele, luogo santo per gli ebrei, dove spesso ci sono scontri.
Clara e Nabil ci invitano a casa loro. Sono una coppia sulla sessantina, palestinesi, e appartengono alla minoranza cristiana (il 2% in Terra Santa), ma che a Betlemme è una presenza numerosa (arrivano al 15% nella confinante cittadina di Beit Jala). È una casa della media borghesia, curata da lei senza sfarzo, ma con buon gusto. Lui è commerciante di beni di consumo e, prima che incominciasse l’Intifada, gli affari andavano bene.
Oggi la crisi economica colpisce i Territori. I turisti sono quasi scomparsi e la strada è interrotta. «I nostri fornitori sono tutti a Gerusalemme – rileva Nabil – e ora, per far passare la merce, bisogna scaricare tutto dal lato israeliano del check point, per poi ricaricarla su un altro mezzo da questa parte».
L’economia dei Territori è dipendente da quella israeliana. L’Autonomia palestinese è composta da città-isole in Cisgiordania e da gran parte della striscia di Gaza: non solo non confinano tra loro (perché circondate da Israele o da zone sotto il suo controllo militare), ma non hanno alcuna frontiera con il mondo esterno; non controllano né aeroporti (quello di Gaza è tenuto dagli israeliani) né porti. «Con il blocco, le nostre esportazioni si sono ridotte del 60-70% e le importazioni rese più difficili» ci aveva spiegato un commerciante di Ramallah, il centro economico più importante della Cisgiordania.
Secondo fonti palestinesi, l’economia ha perso 1,3 miliardi di dollari nei primi cinque mesi di guerra. Da ottobre, inoltre, la disoccupazione attanaglia le famiglie palestinesi. Oltre il 40% dei lavoratori era pendolare in Israele, dove svolgeva attività in settori poco qualificati. Oggi le aziende israeliane importano operai da Romania e Filippine. «Li portano in aereo, danno loro una sistemazione presso i cantieri e un salario. Terminato il lavoro, li rispediscono a casa».
Clara prende la parola: «Oggi è molto difficile andare a Gerusalemme; per gli uomini sotto i 40 anni è impossibile». La figlia Nasrin lavora proprio nella città santa e ogni giorno deve trovare il modo per andarci e tornare. Clara e Nabil hanno anche tre figli maschi, tutti emigrati negli Stati Uniti. «Un medico e due ingegneri – dice la madre con fierezza, mostrando una vecchia foto in cui la famiglia era riunita –; qui non avrebbero una vita decente. Se non ci fosse la guerra toerebbero; però oggi non potrebbero neanche raggiungere la città vicina».
È quello che succede a molti giovani arabi (ma anche israeliani), soprattutto cristiani, i quali, vista la mancanza di prospettive, cercano di emigrare. Negli Stati Uniti e in Australia ci sono già città popolate da arabi della Terra Santa.
In Cisgiordania vivono anche tanti rifugiati del 1948, quando nacque lo stato israeliano. Clara è una di loro. Nell’aprile di quell’anno la sua famiglia fu cacciata dalla propria casa di Lod (Tel Aviv): «I soldati israeliani arrivarono e ci mandarono via dicendo che dovevano allontanarci per due settimane. In realtà non siamo mai potuti tornare. Camminammo tre giorni e tre notti senza mangiare, solo con i vestiti che indossavamo. Tutto era rimasto a Lod, documenti compresi. Arrivammo a Betlemme, dove ci siamo stabiliti».
È una storia simile a quella degli abitanti dei 531 villaggi arabi distrutti nella Palestina, nel 1948 protettorato britannico, nell’avanzata israeliana che causò quattro milioni di rifugiati. «Alcuni conservano ancora le chiavi di casa. È come dire che il ricordo non è morto».
I pellegrini non arrivano più
Betlemme è una cittadina di circa 35 mila abitanti ed è stata tirata a lucido per i pellegrinaggi dell’anno giubilare. Nel centro cittadino, rimodeato, le case sono costruite con blocchi di pietra color crema, di cui abbondano le cave nella zona. Anche gli scaloni e i passaggi pedonali sono lastricati con lo stesso materiale, che conferisce un alone di antico. Qua e là, sui muri, alcuni cartelli mostrano la bandiera dello stato che ha finanziato la ristrutturazione di un palazzo o di una via: Belgio, Italia, Germania, Giappone. Ma i turisti e pellegrini che percorrono via della Stella o via Vergine Maria oggi sono davvero pochi.
Arrivati in piazza della Mangiatornia, davanti alla chiesa della Natività, un cordiale poliziotto palestinese in divisa nera ci chiede la nazionalità, con qualche domanda sul check point, cercando di capire se abbiamo avuto problemi a passare. Annota tutto su un foglio.
La visione idilliaca del centro storico si infrange quando entriamo nella più importante via commerciale della città. Qui lo scheletro di un palazzo moderno, senza vetri, si staglia verso il cielo. «È stato bombardato – spiega chi ci accompagna – come anche il villaggio di Beit Jala, qui vicino, dove fino a due sere fa continuavano a piovere bombe». Ci ricordiamo delle parole di una suora, incontrata a Ramallah: «Sono palestinese e vivo a Beit Jala. La stanno distruggendo a cannonate. L’altra notte sono cadute 25 bombe. Un giovane è morto dilaniato: io non riuscivo a guardargli il volto».
Facciamo un giro. Attraversata la via in fondo a una discesa, passiamo da una parte all’altra della città senza accorgercene. Risaliamo una collina su cui è costruito un quartiere per giungere all’altro versante. «La gente che abitava su questo lato si è trasferita presso famiglie di parenti o amici in altri quartieri». Andiamo a vedere le case: alcune sono signorili di 2 o 3 piani; una ha un’intera parete distrutta dalle bombe e il tetto sfondato; un’altra mostra i muri di blocchi bianchi con enormi buchi ovali (causati dagli obici) e molti segni di mitragliate.
Di fronte, in cima ad un’altra collina, troneggia la nuova colonia israeliana di Ghilo e la sua postazione militare. Le case dei due agglomerati quasi si fronteggiano.
Insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gaza: le colonie sono centri autosufficienti, collegati da autostrade riservate ai coloni e protette dai militari dell’Idf; sono state aperte per controllare i territori conquistati da Israele nel 1967, ma non ufficialmente annessi. Gli insediamenti vantano i servizi di un’alta qualità di vita, facilitazioni economiche per chi ci va a vivere e, grazie alla rete stradale, sono a mezz’ora di macchina dalle città israeliane della costa, quindi dagli uffici. Sono 200 mila i coloni israeliani in Cisgiordania, Gaza e Golan (Siria).
Le case sono bianche con tetti di tegole rosse, circondate da giardini. Ne vediamo alcune in costruzione molto vicino a Betlemme. In vetta alle colline (sempre in posizione dominante), assumono pure un effetto psicologico. Sono una presenza inquietante: ben visibili, ma inavvicinabili. Due mondi che si guardano in faccia, ma non si parlano.
Ci dicono che Beit Jala sia stata bombardata come rappresaglia, perché Ghilo è stata a sua volta colpita dal fuoco di musulmani infiltrati. Però la colonia, come spesso accade, è stata costruita su terra confiscata agli abitanti di Beit Jala.
Perché l’Intifada?
Sul perché della nuova Intifada ascoltiamo diverse analisi.
C’è chi sostiene che si tratta di una reazione alla provocazione di Sharon. Il leader della destra voleva prendere il posto di Barak (allora primo ministro laburista), che stava concedendo troppo ai palestinesi, e bloccare il processo di pace. In questo modo ci sarebbe riuscito… Altri dicono che l’Intifada era nell’aria. «I palestinesi erano già organizzati per reagire in quel modo».
Fonti israeliane imputano la questione alla fine strategia di Arafat, leader dell’Anp. La nuova guerra sarebbe una sua mossa per riacquistare la popolarità persa a causa del fallimento del vertice di Camp David (luglio 2000), ma anche del malgoverno dei suoi uomini.
La proposta di Camp David non era favorevole ai palestinesi. All’Anp veniva offerto il 50% della Cisgiordania suddiviso in zone separate; il 10% sarebbe rimasto agli israeliani, mentre il 40% non entrava nella discussione (restando all’Idf). L’ultima porzione (che comprende la valle del Giordano) permette di continuare l’accerchiamento delle «isole» palestinesi. Le colonie ebraiche non erano in discussione, come neppure la restituzione di Gerusalemme est.

L asciamo Betlemme a piedi lungo la strada principale. «È successo qualcosa alla tomba di Rachele» ci viene detto. Al check point i militari israeliani appaiono più nervosi. Dall’altra parte, le camionette della polizia seguono una manifestazione. I poliziotti in tenuta antisommossa tengono a bada una quarantina di pacifici manifestanti, che mostrano cartelli scritti in arabo, ebraico e inglese: «Rivogliamo i confini del 1967»; «No alla chiusura delle frontiere». Sembrano stranieri; hanno anche il cartellino con il nome che, di norma, portano i pellegrini. Una signora di mezza età dice di essere americana e di appartenere ad un’associazione di donne per la pace. Intanto un poliziotto filma i manifestanti.
Forse così gli efficienti servizi di sicurezza all’aeroporto potranno dimostrare che sono stati nei Territori occupati e perquisire minuziosamente i loro bagagli.

Marco Bello




Casa mia, casa mia …

Dietro portoni anonimi, si nascondono piccoli angoli di paradiso, con cortili, saloni per ricevere gli ospiti, stanze private, terrazzi, giardini… Sono le abitazioni della città storica di Damasco: esse rispecchiano le antiche tradizioni della famiglia patriarcale estesa. Ma il progresso sta introducendo nuovi stili di vita, a scapito dell’unità familiare sia nelle comunità arabe che in quelle musulmane.

Nel passato la struttura della casa araba corrispondeva generalmente alla struttura della famiglia patriarcale estesa. La casa non solo come luogo in cui una famiglia viveva ma anche come spazio di incontro e scambio con l’altro. Spazio in cui vivere tutti i momenti e le circostanze importanti della storia di una famiglia. Infatti veniva utilizzata soprattutto nell’organizzazione di matrimoni, battesimi, circoncisioni e anche momenti meno felici come i funerali. Nella società attuale la casa ha mantenuto in parte questa sua funzione sociale, anche se il progresso, il cambiare dei costumi e il distaccamento dalle tradizioni ha, in certe classi sociali, introdotto nuovi stili di vita.
L’abitazione araba tradizionale si sviluppa tutta verso l’interno. Una corte sulla quale si affacciano la cucina, il salone per gli ospiti, la sala da pranzo e le camere da letto. Generalmente nelle campagne è a un solo piano mentre nelle città possono esserci uno o più piani. La sua struttura, le cui origini risalgono all’antica Mesopotamia, ai greci e ai romani, la possiamo ritrovare in molti paesi mediterranei, come il Marocco, Tunisia, Egitto oltre naturalmente ai paesi della penisola araba.

Più volte, durante i miei soggiorni a Damasco, ho avuto l’occasione di entrare in una delle abitazioni tradizionali nella parte storica della città. La cosa che mi colpì molto è che nel groviglio di vie della medina (così chiamato in arabo il centro storico) si possono vedere solo le porte delle case. Porte semplici, tutte uguali, molto piccole. Ma dietro queste porte possiamo scoprire dei piccoli paradisi.
Nelle case di Damasco, prima di entrare nella loro intimità, un ospite deve attraversare un corridoio, chiamato dihliz, che rappresenta con la porta il passaggio dalla vita pubblica a quella privata, un modo per preservare, in un certo senso, la privacy della famiglia. Esso conduce alla corte, la diyyara.
In alcune case sulla corte si apre il liwan, un ambiente a volta, al riparo dai raggi del sole, spesso più alto rispetto al cortile, dove, durante i mesi estivi si accolgono gli ospiti. Il suo arco ricorda quello dell’entrata alla moschea. Durante i mesi invernali, invece, gli ospiti vengono accolti nella murabb’a, un salone di forma quadrata, (in arabo arb’a significa quattro), che si affaccia sulla corte.
Questo salone rappresenta per la famiglia damascena l’ambiente di rappresentanza per eccellenza. In ogni casa, anche tra quelle più modeste, c’è sempre una stanza dedicata agli ospiti. Una stanza aperta solo per occasioni speciali. Una stanza in cui mettere le foto della famiglia, in cui custodire regali e oggetti importanti. Nelle abitazioni più antiche questo luogo è rifinito con decorazioni e stucchi. La luce filtra da alcune piccole finestre colorate con mosaici di vetro. Esse permettono l’entrata dei raggi del sole e della luna. Per questo sono chiamate shamsiat o qamariat (shams in arabo vuole dire sole e qamar luna).
La mashrabiyya è l’unica finestra della murabb’a che si affaccia sulla strada, interamente di legno, permette alle donne di vedere la strada senza essere viste. La mashrabiyya prende il nome dallo schermo che la compone, uno schermo fatto con minuscoli fori di legno tenuti insieme da dei tasselli. Il nome mashrabiyya, infatti, significa tessitura o legno intrecciato.
Le famiglie damascene custodiscono gelosamente questo salone. Spesso infatti la sua porta è chiusa, il padrone di casa è restio a mostrarlo a semplici avventori. Viene aperto per occasioni importanti, come matrimoni o fidanzamenti, oppure per ricevere ospiti di un certo riguardo.
Le altre stanze che si affacciano sulla corte damascena normalmente non sono comunicanti; per andare da una all’altra bisogna attraversare la corte stessa. Ogni stanza, durante i mesi invernali, viene riscaldata con il kanun, la stufa a carbone che durante il periodo estivo viene tolta.
Nel piano superiore si trovano le stanze da letto. Un corridoio, che percorre tutto intorno la corte, fa da anticamera. Esso è generalmente chiuso sul lato esterno da vetrate per proteggere dalla pioggia le stanze. Nelle pareti delle stanze da letto vengono ricavati degli armadi per contenere coperte e tappeti da utilizzare durante la notte e da riporre durante il giorno. Infatti queste stanze durante le ore diue vengono adibite ad altri usi, in base alle necessità di una famiglia.
Sopra la casa c’è la tayara, la terrazza coperta in parte da un pergolato di viti. La terrazza non è solo un luogo di incontro ma è un luogo di lavoro, il luogo dove le donne svolgono parte dei lavori domestici, soprattutto nei mesi estivi. Madri, figlie, nonne, cugine amiche e vicine di casa si ritrovano nella terrazza a sbattere tappeti e materassi, stendere la biancheria, fare essiccare erbe, preparare marmellate, verdure, sciroppi, da conservare per le stagioni fredde.

La bellezza delle case damascene sta nella giunaina, il giardinetto. All’interno di ogni abitazione, grande o piccola che sia, è consuetudine coltivare sia piante oamentali, sia piante aromatiche, da utilizzarsi nella preparazione di cibi e tisane. Non mancano mai l’albero di arance amare, il cedro, il limone, piante di gelsomino e di rose.
Al centro, generalmente, si trova una vasca di marmo bicromo, al-bahirat, di forma rotonda o geometrica, dal cui interno spillano zampilli d’acqua.
Il giardino per i musulmani è molto importante, rappresenta il paradiso, il paradiso che ci attenderà dopo la morte. Dall’oasi del deserto ai giardini sontuosi dei palazzi reali, a quelli più semplici delle case, l’arte del giardino in islam conobbe un’epopea rimarcabile. Il giardino è uno dei luoghi privilegiati dall’uomo arabo. Gli arabi definiscono il giardino una sorta di paradiso terrestre, che simbolizza l’unione del celeste e del terrestre.
Le corti damascene non presentano la stessa ricchezza decorativa e la stessa lussureggiante vegetazione, ma qualunque sia la loro grandezza, la loro bellezza o la loro esuberanza oamentale, esse costituiscono il luogo d’ incontro e di passaggio. È nella corte che le donne e gli uomini della casa, insieme o in orari diversi, si ritrovano a conversare, a svolgere attività inerenti la casa o la famiglia, ma soprattutto accolgono parenti, amici e vicini di casa.
Nella società siriana la famiglia è molto numerosa. Notevole importanza infatti viene data al matrimonio e alla procreazione. Il matrimonio è raccomandato dall’islam. Il suo fine principale è il creare una «cellula» famigliare e preservare i buoni costumi tra gli uomini e le donne, ma anche, e soprattutto, garantire la conservazione della specie e la continuità della razza umana. In poche parole per i musulmani la famiglia è la struttura essenziale sulla quale si basa l’avvenire dell’umanità.
Purtroppo la crisi economica e l’inflazione hanno investito anche il Medio Oriente, con la conseguente diminuzione dei matrimoni ma soprattutto il conseguente controllo delle nascite. Questo è riscontrabile specialmente nelle città, dove la vita è più costosa e le necessità più elevate rispetto alla campagna.
In alcune classi della società siriana si tende a mantenere la famiglia unita. I figli maschi quando si sposano rimangono a vivere nella casa dei genitori, dove spesso ci sono anche i nonni e gli zii. Una ragazza, invece, con il matrimonio si trasferisce nell’abitazione del futuro sposo.
Nel focolare famigliare non solo trova accoglienza un figlio appena sposato, ma anche membri della famiglia rimasti soli, o che per lavoro o studio devono trasferirsi dalla campagna in città. Difficile che una ragazza viva da sola. Generalmente una ragazza, che per studio o per lavoro deve lasciare la famiglia di origine, affitta una stanza presso una famiglia di sua conoscenza o va a vivere con dei parenti. Raramente una ragazza sola divide un appartamento con delle amiche.
Oltre a tutto questo non dobbiamo dimenticare che nei paesi arabi, in questo caso la Siria, esiste la poligamia. Anche per questo fattore molte famiglie sono numerose.
La struttura della casa araba tradizionale è adatta in questo senso ad accogliere famiglie allargate. All’interno della casa ci sono degli spazi dedicati agli uomini e altri alle donne. A Damasco non di rado mi è capitato di vedere che in certe famiglie la madre dorme in una stanza grande con le figlie e il padre in un’altra stanza con i figli maschi. Questo sia presso famiglie cristiane che famiglie musulmane.

Elisabetta Bondavalli