Il Paese che non c’è Territorio palestinese. Lezioni di resistenza pacifica

Alcuni villaggi sulle colline a sud di Hebron, in Area C
(territorio palestinese sotto controllo e amministrazione israeliani),
rischiano di scomparire per far posto a insediamenti di coloni e avamposti
militari israeliani, totalmente illegali anche per le leggi d’Israele. La popolazione
locale, per lo più composta da pastori e agricoltori, nonostante le violenze
che subisce da anni, resiste con azioni nonviolente per difendere i propri diritti,
sostenuta dai volontari dell’Operazione Colomba (vedi:
www.operazionecolomba.it). Anche l’autore di questo articolo vi ha portato la
sua esperienza di resistenza pacifica.

«Loro hanno le armi e le pietre,
noi i bastoni del pastore. Loro hanno la polizia dalla loro parte, noi nessuno,
solo le nostre famiglie. Loro fanno quello che vogliono e noi dobbiamo tacere.
Loro vengono e buttano giù le nostre case, distruggono le nostre cistee; noi
le dobbiamo ricostruire di nascosto. Fino a quando?». Il lamento di Abud è il lamento
di un popolo.

Una convivenza difficile

Ormai la nascita di uno stato
palestinese sembra un sogno impossibile. Il territorio di Gaza, sul mare
Mediterraneo con una uscita verso l’Egitto è considerato un’immensa prigione a
cielo aperto. Il territorio della Cisgiordania è una pelle di leopardo, nella
quale i villaggi dei pastori devono convivere con gli insediamenti israeliani
serviti da strade, luce elettrica, acqua in abbondanza.

Un solo ulivo dei coloni beve in
un giorno tanta acqua quanta ne beve un villaggio palestinese con donne, uomini
e bambini. Con l’acqua abbondante chiunque è capace di far fiorire il deserto.

Gerusalemme est e Betlemme con i
territori vicini vede un muro costruito al di fuori di ogni logica, che non sia
quella del disprezzo dei valori e della giustizia, tagliando pascoli, dividendo
famiglie e comunità, distruggendo relazioni, isolando le fonti di acqua a
favore del più forte. Come si può pensare a due stati e due popoli?  Si dovrebbe spostare mezzo
milione di israeliani, che adesso vivono fuori dai confini ufficiali dello
stato d’Israele.

A fine novembre 2012 si è tentato
ancora una volta un qualche riconoscimento della Palestina alle Nazioni Unite,
nonostante la minaccia d’Israele di ridurre alla fame la comunità palestinese.
Eppure il riconoscimento della Palestina come membro osservatore (stesso status
del Vaticano), ruolo finora svolto dall’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina (Olp), ha avuto i numeri necessari per diventare realtà. Nel
settembre 2011 Mahmoud Abbas aveva cercato di ottenere il riconoscimento della
Palestina come stato membro, ma era stato bocciato dal veto americano al
Consiglio di Sicurezza, mentre altri stati, tra cui l’Italia, esprimevano la
loro neutralità sulla faccenda. Adesso poi, dopo la guerra dei nove giorni, la
posizione di Fatah, dominante in Cisgiordania, appare più debole rispetto a
quella di Hamas della striscia di Gaza.

E tutti, paesi arabi della
primavera, Stati Uniti, Europa e lo stesso Israele, si lasciano impressionare
di più da chi fa la voce grossa: non certamente l’autorità palestinese
dialogante, ma quella che spara i razzi fabbricati in Iran. Il più forte e il
più rumoroso aggiunge degli argomenti importanti alle proprie ragioni.

Intanto continua l’ostilità
quotidiana: pecore uccise, ulivi tagliati, pietre sui bambini che vanno a
scuola, asini rubati… Sono le azioni dei coloni, normalmente integralisti
ebrei, convinti che tutta questa terra sia stata data loro da Dio. «Terra», sì,
ma con della gente dentro, non una terra vuota.

Segni di cambiamento

Oggi non mancano gli israeliani
che mostrano solidarietà e sensibilità verso i palestinesi. Sono i giovani che fanno
obiezione di coscienza contro il servizio militare obbligatorio per uomini e
donne. Essi sono disposti ad andare in prigione pur di non imbracciare le armi
contro i pastori.

Sono gli avvocati, alcuni già in
pensione, che suggeriscono gli articoli di legge favorevoli ai palestinesi, che
difendono chi viene imprigionato, che esigono, quando possibile, l’abbattimento
di insediamenti israeliani.

Ci sono i poveri di Jaffa ai
quali vengono tolte le case per lasciare spazio a ville e resort lungo
la riva del mare, non importa se palestinesi o israeliani.

Si comincia a vedere la lotta dei
poveri contro i prepotenti. La lotta delle femministe dell’associazione Ahoti
for Women in Israel
(Sorelle per le donne in Israele), che a Tel Aviv
aprono le porte del loro piccolo centro d’incontro a tutti per denunciare,
appoggiare e cercare vie di uscita per i poveracci che, arrivati dall’Africa,
vengono abbandonati senza nessun futuro, nel parco vicino.

È chiaro che i palestinesi hanno
anche i loro problemi interni; il primo e forse il più profondo è la spaccatura
tra Hamas e Fatah. Fino a che punto si può essere
mansueti a Gaza, un luogo invivibile, con 5.800 persone per chilometro quadrato
(in Italia ce ne sono 201), con problemi gravi di acqua, energia elettrica,
mancanza di ospedali, scuole… sotto blocco permanente per terra e per mare,
un territorio tagliato fuori dagli altri territori palestinesi. È evidente che
la maggioranza della popolazione si senta identificata con chi si oppone in
modo più violento alla dominazione israeliana.

Intanto la Cisgiordania è
praticamente divisa in tre zone:

– Territorio a controllo e
amministrazione palestinese (Area A);
– Territorio a controllo
israeliano, ma con amministrazione palestinese (Area B);
– Territorio a controllo e
amministrazione israeliana (Area C).

Mentre il primo copre un 17% del
territorio con il 55% della popolazione palestinese, il secondo copre il 24%
del territorio con il 41% della popolazione, il terzo fa riferimento al 59% del
territorio con appena il 4% di palestinesi.

La nonviolenza

Hafez non è l’unico ma è un
tassello importante e riconosciuto nelle colline a sud di Hebron. Lui stesso
racconta la sua storia.  Quando era poco più che un
ragazzo vide sua madre maltrattata e picchiata da coloni israeliani tanto da
finire in ospedale. Andò a trovarla e le assicurò che avrebbe trovato il modo
di vendicarla. «Cerca un’altra strada – gli
disse lei -. Se ti vuoi vendicare potrebbero distruggere il nostro villaggio e
noi ti perderemo. Alla fine, che cosa si guadagnerebbe? Un’altra strada.
L’unica possibile è quella di resistere usando altri metodi: la non violenza
attiva. Come? I bambini, andando a scuola; i pastori portando il gregge al
pascolo. Se c’è un attacco dei coloni, tutti gli abitanti si fanno presenti. Se
distruggono la moschea, scuola, strade… le ricostruiamo. Noi restiamo qui e
continuiamo a resistere alle politiche di aggressione con la non violenza».

Il piccolo villaggio di At-Tuwani
ha così conquistato il suo diritto a esistere. Nel 1999 tutti gli abitanti
hanno resistito a ogni evacuazione, anzi, hanno ospitato altri pastori evacuati
a loro volta dalle loro terre poco lontane. Con l’aiuto di attivisti israeliani
e di un avvocato si è capito che non tutti gli israeliani sono soldati o
coloni.

Oggi una presenza preziosa è
quella dei giovani dell’Operazione Colomba, corpo non violento di pace
dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Armati di macchine fotografiche e
videocamere si muovono continuamente per documentare, dare appoggio con la loro
presenza pacifica e diventando l’occhio che vede e discee i fatti. Un continuo, a volte quotidiano, report
fa arrivare all’estero la documentazione in italiano e in inglese. La gente si
sente collegata con la solidarietà internazionale, i soldati e i coloni hanno
sopra di loro gli occhi attenti di tanti che non accettano l’ingiustificabile.

Dal 2010 At-Tuwani è collegata
con la linea elettrica, che arriva da Yatta, la più grande città palestinese
della zona, facendo passare i cavi sopra la bypassroad, (una strada che
collega le colonie israeliane) cosa finora impensabile. L’acqua è assicurata più o meno
grazie ad alcuni depositi, cistee che sono state legalizzate. I bambini arrivano dal villaggio
di Tuba accompagnati da una scorta dell’esercito israeliano che li difende
dagli attacchi dei coloni. Se un colono si presenta incappucciato lungo la
strada per terrorizzare i ragazzi, gli inteazionali e le famiglie arriveranno
in tempo per proteggerli mentre i soldati cercheranno di mostrare la loro
affidabilità. 

Un momento privilegiato

A fine ottobre l’Unione Europea
ha organizzato un workshop, un momento di incontro, riflessione,
solidarietà. Grazie ai responsabili dell’Operazione Colomba sono stato scelto
per accompagnare quel momento.
– Te la senti?
– Non saprei. Proviamo.

È stata una settimana che si
andava costruendo quasi di giorno in giorno. Incontri che creavano altri
incontri. Dal Centro di Informazione Alteativa a Beit Sahour, a est di
Betlemme siamo passati al «Kairos Palestina», un movimento di cristiani,
che hanno prodotto un documento serio e profondo per costruire cammini di pace
e riconciliazione nella Terra Santa. E ancora incontri con il gruppo della
Teologia della liberazione palestinese, un gruppo piuttosto agguerrito, e le
femministe di Tel Aviv, con gli avvocati che difendono le case di Jaffa, finché
sarà possibile, ecc.

Le date poi cambiavano, affinché
non coincidessero con la festa di Ismaele, quando bisognava sacrificare
cammelli e mucche. Finalmente il lunedì 29 ci siamo
trovati a Al Mufaqara, su, in alto sulla collina. Erano riuniti i capi di
diversi villaggi, i giovani, le donne e i bambini del luogo. Mi avevano proposto un tema: «Lotta
nazionale e perdono personale». Non avevo voluto preparare nessun
testo. Volevo vedere con i miei occhi la realtà, il volto della gente, entrare
nelle loro case, nelle loro grotte. Penso che sia stata una scelta giusta. Come
si può parlare di perdono in questa situazione? Mi sono posto questa domanda ad
alta voce in italiano, tradotta in arabo: «Un mese fa mi hanno ucciso una
pecora e posso perdonare, una settimana fa mi hanno ucciso una pecora e posso
perdonare, ieri mi hanno ucciso una pecora e posso perdonare. Ma domani me ne
uccideranno un’altra, e tra una settimana, e tra un mese e tra due mesi…
Posso perdonare al futuro? All’infinito?». Forse il tema del perdono risulta
corto, non più sufficiente. Vedevo quegli occhi che mi guardavano con
attenzione e ho continuato a parlare: «La lingua ci separa, ma il cuore ci
unisce».

Dovessi riassumere non saprei che
cosa ho detto, ma ho parlato di resistenza e di non violenza attiva. Della
necessità di non perdonare i fatti, ma di guarire la ferita che quei fatti
producono in noi per poter reagire in modo pacifico e umano. «Purtroppo gli israeliani hanno
sofferto molto in Europa e poi anche qui. Ma hanno imparato a reagire con la
forza. Sanno combattere con chi è violento, ma non sanno gestire la non
violenza. Rimangono spiazzati. Alla fine preferiscono avere a che fare con
Hamas e con la guerriglia. A ogni colpo rispondono con il pugno duro, ma con
quelli che sanno resistere senza essere violenti? Come si fa?».

E alla fine, al momento del
riposo, nessuno si è mosso, e sono invece iniziate delle domande a cui ho
risposto come potevo. Un prete cattolico che parlava a
una comunità totalmente musulmana. Ma non ci ho neppure pensato. Ero uno che
parlava e che imparava. Finita la giornata intensa, due
giovani volevano a tutti i costi che andassi anche al loro villaggio, un po’
lontano di lì. «Insh’Allah, se Dio vuole». È rimasto il desiderio. Forse
sarà per un’altra volta.

La conclusione

Alla sera, quando eravamo già
scesi ad At-Tuwani, l’esercito e la polizia israeliani hanno catturato lo scheich,
un pastore molto conosciuto, guida spirituale del villaggio. Stava lavorando
alla sua cisterna. Aveva guidato l’invocazione
iniziale al mattino. Il suo lavoro non era permesso, ma neppure proibito.
Quando la figlia si interpose tra il papà e i militari e fu colpita, egli si
ribellò. Ecco l’accusa: resistenza a pubblico ufficiale. Le ragazze della
Colomba, subito informate, hanno ripreso la scena e si sono guadagnate
anch’esse qualche spintone. Non si può fare di più. Intanto
la gente, accorsa in buon numero, non ha potuto impedire che se lo portassero
via. Lo avevano già messo nella loro camionetta. A quel punto tutti si sono
ritirati: i pastori e i soldati. Quando tutto sembrava finito la gente toò
su, si organizzò e terminò il lavoro. Quando lo scheich toerà dalla
prigione troverà la sua cisterna, così come lui avrebbe voluto realizzarla. Ecco la resistenza pacifica.

Gianfranco Testa

Gianfranco Testa




Esodo di cristiani

Intervista a padre Artemio Vitores, custode in Terra Santa

I cristiani in Terra Santa sono passati dal 19,4% (nel 1948) all’1,4%
della popolazione. E l’esodo continua. Cosa succederebbe se anche l’ultimo cristiano lasciasse Gerusalemme? Qual è oggi il significato della Custodia dei Luoghi Santi?
Lo abbiamo chiesto al vicario della Custodia in Terra Santa, padre Vitores.

Artemio Vitores Gonzáles è padre francescano, ricopre la carica di Vicario Custodiale e fa parte della più antica istituzione cattolica di Gerusalemme, la Custodia di Terra Santa. Spagnolo, padre Artemio vive a Gerusalemme da più di quarant’anni e insegna alla facoltà di teologia della Città Santa.

Da quando i francescani sono presenti in Palestina? Come nasce la Custodia di Terra Santa?
«San Francesco arrivò in Terra Santa nel 1219. Si mise subito in contatto con i musulmani che controllavano l’area, considerati nemici dai cristiani. Era un periodo difficile, un periodo di guerra. Francesco venne ricevuto dal nipote di Saladino, che regnava sulla Città Santa dopo essere stata conquistata dallo zio nel 1187. Il sultano rimase colpito dal frate che rifiutò i doni in oro e argento e che, al contrario dei crociati, non veniva per far la guerra. Dopo quest’incontro il regnante permise ai frati della corda di rimanere in Terra Santa. L’ordine si stabilì a Gerusalemme dove sarebbe rimasto fino al 1291 quando, dopo la conquista di Akko, la situazione per i cristiani diventò troppo difficile, e furono costretti a lasciare la zona. Ma ben presto i francescani tornarono, questa volta con i crociati e con il beneplacito del re di Aragona e del re di Napoli, e da quel momento iniziò la Custodia di Terra Santa: prima al Santo Sepolcro e al Cenacolo, poi a Betlemme. Dal 1187, quando Saladino conquistò Gerusalemme, al 1555, gli unici cattolici in Terra Santa furono i frati, forse qualche pellegrino, qualche mercante, ma non una comunità».

Quindi la Custodia è quel che rimane delle crociate?
«In occasione della sua visita in Terra Santa, Giovanni Paolo II sintetizzò la presenza francescana con parole simili a queste: “In momenti difficili per la cristianità in Terra Santa, quando i cristiani erano simili a Cristo, cioè portavano una croce, la provvidenza ha voluto che ci fossero i figli di Francesco per interpretare in modo evangelico il loro desiderio di venire a vedere i luoghi fonte della nostra salvezza. I francescani sono venuti qui non come crociati, ma come crocifissi”».
Cosa rappresenta Gerusalemme? Perché da secoli i potenti del mondo se la contendono?
«Gerusalemme è il cuore del mondo cristiano, è il cuore del mondo ebraico e in parte anche di quello musulmano. Una città che attrae tutti. Il cristianesimo si riassume in due luoghi; alle mie spalle il Santo Sepolcro, dove Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra salvezza, e un po’ più in là alla mia sinistra il monte Sion, il Cenacolo. Sono, per così dire, i due polmoni del mondo cristiano».

La presenza cristiana nella Città Santa è in diminuzione. È un fenomeno preoccupante?
«Per capire bisogna parlare di cifre. Nel 1948 fu fondato lo Stato d’Israele, in quei giorni i cristiani a Gerusalemme erano tutti palestinesi e rappresentavano il 19,4% della popolazione. Dopo 64 anni l’intera comunità cristiana rappresenta l’1,4% e i cristiani sono divisi in 12-13 gruppi. Se a questa percentuale di residenti si aggiungono i domiciliati stranieri, si può arrivare al 2,5%. Questo però non deve trarre in inganno, in quanto anche io dopo 41 anni devo rinnovare il permesso di soggiorno ogni anno. Vivo con una spada di Damocle sulla testa, in quanto da un anno all’altro possono non rinnovarmi il permesso senza alcuna motivazione. In Italia o in Spagna dopo 5 o 10 anni un lavoratore straniero ottiene la residenza. Gerusalemme deve essere una città aperta, la madre di tutti, non l’amante di uno. Gerusalemme è anche una città cristiana, soprattutto una città cristiana, perché Maometto non è nato qua, né c’è morto o vissuto. Neanche Mosè è mai stato qui, mentre Gesù è morto qui ed è risorto lì di fronte».

Come hanno fatto i francescani a mantenere nei secoli la loro presenza?

«I frati sono riusciti a restare qui seguendo quanto ha detto Gesù nel Vangelo, “siate semplici come colombe e astuti come serpenti”. Per aprire la stamperia che c’è sotto il nostro convento ci sono voluti 15 anni di pressioni dell’impero austro-ungarico nei confronti dei turchi, e anche solo l’ampliamento di una chiesa richiede 50 anni di attesa per ottenere i permessi necessari. Abbiamo aspettato 10 anni il via libera del governo israeliano per la costruzione di alcune abitazioni su un nostro terreno, e dopo ce ne sono voluti altri quattro per ottenee l’abitabilità. Qui anche un santo può perdere la pazienza, ma questo non ci scoraggia. Anche se la mia può sembrare superbia, posso dire che se qui sono passati gli imperi, i frati sono rimasti. Io sono qui da 41 anni e ho conosciuto sei guerre e due intifade».

È immaginabile la Terra Santa senza cristiani?
«Nel 1967 i cristiani a Betlemme erano il 70% della popolazione, oggi non sono che il 12%. Questo vuol dire che se non cambiamo qualcosa la Terra Santa rimarrà senza cristiani. È un’eventualità molto triste, sarebbe un disastro. Paolo VI ci ha ricordato che se sparissero i cristiani, i luoghi santi diventerebbero musei.
I musulmani hanno appoggi politici ed economici, che vengono dagli altri paesi arabi. Gli ebrei hanno l’appoggio politico del governo, senza dimenticare che Israele è lo Stato ebraico, uno Stato confessionale. Mentre noi cristiani non siamo sostenuti che dalle nostre comunità. Le nazioni cattoliche, come l’Italia o la Spagna, non ci aiutano, bensì sostengono i governi israeliano e palestinese. In particolare l’Europa aiuta i palestinesi, ma le istituzioni di Ramllah sono quasi tutte in mano a musulmani. I cristiani in questa terra sono arabi, parlano arabo, ma non sono musulmani, e questo agli occhi di alcuni li fa sembrare traditori, perché rompe l’unità del popolo palestinese».
Nonostante questi dati allarmanti, in Israele non ci sono persecuzioni nei confronti dei cristiani come invece avviene in Egitto.
«Peggio ancora dell’Egitto c’è stato l’Iraq, dal quale, si calcola, sono scappati 1,5 milioni di cristiani. Qui in Palestina dal 1948 sono 350mila i cristiani che sono scappati altrove. Non c’è mai stata persecuzione nel senso radicale del termine. Sono in atto, però, molte persecuzioni “burocratiche” e complicazioni economiche.
Dopo il 2000 la seconda Intifada portò un periodo di grave crisi: per 5 anni non si è visto un pellegrino. A Betlemme, dove il turismo è la prima fonte di occupazione, i palestinesi hanno sofferto una forte recessione, con tassi di disoccupazione superiori al 60%. Per questi la soluzione era venire in Israele per lavorare, ma il muro ha toccato ancora più profondamente la comunità locale. Se prima della costruzione del muro si poteva circolare con facilità, ora i permessi sono difficili da ottenere e possono essere revocati in qualsiasi momento. La scelta di lasciare questa terra è stata obbligata per molti cristiani».

Come si può arginare questa diaspora cristiana dalla Terra Santa?
«Bisogna creare e sostenere la comunità, per noi frati la priorità è fornire ai cattolici un lavoro. I francescani hanno agito secondo l’idea che non bisogna dare il pesce al bisognoso, ma insegnargli a pescare. Quindi da decenni la comunità ha imparato a fare i souvenir di legno di ulivo o di madreperla, e iniziammo a esportarli verso l’Europa e l’America. Ma non basta riempire la pancia, bisogna pensare anche alla testa, quindi i francescani hanno istituito le scuole. Per quattro secoli i Turchi hanno dominato la Terra Santa e l’hanno fatto partendo dal principio secondo cui mantenere i popoli nell’ignoranza rende possibile dominarli.
Un problema importante rimane quello abitativo. Secondo la legge islamica, e questo vale anche per gli ebrei, quando un paese è conquistato dall’Islam è terra musulmana: non può essere abitato se non dai musulmani. Se noi apriamo la Bibbia, Jahvé dice a Israele: “Questa è la terra promessa, caccia via tutti gli altri, essa è soltanto per voi”. I cristiani si trovano quindi tra due fuochi. Nei secoli i frati hanno cercato di aggirare queste limitazioni, ad esempio acquistando casa per tramite di un amico musulmano, col pagamento di un sovrapprezzo».

Questa situazione è la conseguenza solo di un problema interreligioso?
«È un problema politico, quindi un problema reale: qual è la capitale dello stato israeliano? È Gerusalemme, su questo non si discute. Poco tempo fa alle Nazioni Unite si discuteva di fare uno Stato Palestinese, e quale sarebbe stata la capitale? Gerusalemme. Per decidere chi ha diritto ad avere la capitale a Gerusalemme si considerano il numero di case e quindi delle famiglie. Siamo qui in circa 750mila abitanti, dei quali 520mila sono ebrei, 220mila sono musulmani e 12mila cristiani. Quindi gli ebrei dicono che a loro spetta la capitale, perché hanno il maggior numero di case e se non fossero abbastanza potrebbero costruie altre da un giorno all’altro. La stessa rivendicazione è avanzata dai musulmani, che riconoscono Gerusalemme come incedibile in quanto città santa dell’Islam.
Poco tempo fa abbiamo seppellito un nostro confratello, Fra Ovidio, e durante il corteo funebre siamo stati fermati da un israeliano ebreo, che si è lamentato della nostra celebrazione. Ha usato due argomenti contro di noi; nessun non ebreo può essere seppellito a Gerusalemme e non avremmo dovuto portare la croce. Ma non pensate che questi siano atteggiamenti nuovi: al tempo dei turchi quando moriva un frate bisognava pagare per fargli il funerale, e sul permesso c’era scritto che si poteva dare sepoltura a un “buon cane”».

Cosimo Caridi

Cosimo Caridi




Terzo polmone del cristianesimo

Cristiani in Siria: tra due fuochi

La Siria è, insieme al Libano, la terra che esprime pienamente la ricchezza e la complessità della storia cristiana: orientali, cattolici e ortodossi, ci sono tutti; un crogiolo di confessioni, riti e culture che, attraverso i secoli, è diventato un laboratorio di dialogo ecumenico e tolleranza interreligiosa; un’esperienza bimillenaria presa tra due fuochi: le violenze settarie dei ribelli e la repressione feroce del regime.

Da oltre un anno si susseguono le notizie sulla carneficina in corso in Siria. Tra le loro pieghe, ogni tanto si sentono accenni a cristiani in fuga: caldei, assiri, siro-ortodossi, siro-cattolici… Per la maggior parte della gente questi cristiani sono un mondo sconosciuto; i più informati li considerano residuati di un mondo esotico e complesso, conosciuti per i loro riti pittoreschi e le tante giurisdizioni: nella sola città di Aleppo ci sono 11 chiese diverse, la maggior parte delle quali con a capo un vescovo.
Di fronte a una guerra civile ormai in corso, con bombardamenti dell’esercito regolare e autobombe degli insorti, i cristiani si trovano tra due fuochi. Incombe sulla Siria la minaccia comune a molti paesi del Medio Oriente: la fuga dei cristiani e l’estinzione delle più antiche Chiese cristiane, risalenti all’epoca apostolica. Sarebbe una perdita enorme per l’intera umanità, che non può permettersi di vedere disperso un ricchissimo patrimonio culturale e religioso tramandato ininterrottamente per duemila anni.

il polmone siro-orientale
La prima evangelizzazione della Siria, secondo l’antica tradizione ecclesiastica, risale all’apostolo Giuda Taddeo, del clan familiare di Gesù, e all’apostolo Tommaso, nel suo viaggio verso la Persia.
La Siria, a quei tempi, comprendeva i territori dell’omonima provincia romana, dalla Palestina alle regioni dell’Eufrate, e aveva come capitale Antiochia di Siria. L’area geografica si allarga di molto se pensiamo alla lingua parlata in quelle regioni: il siriaco, un dialetto strettamente legato all’aramaico, la lingua parlata da Gesù e dagli apostoli.
Ad Antiochia soggioò a lungo l’apostolo Pietro, prima di stabilirsi a Roma; sempre ad Antiochia tutti i discepoli di Gesù, giudei e pagani, da allora e per sempre vennero chiamati «cristiani».
Intoo all’anno 36, sulla via di Damasco, folgorato da Gesù stesso, Saulo di Tarso divenne l’apostolo delle genti e fece di Antiochia di Siria il punto di partenza dei suoi viaggi missionari. E dopo la distruzione di Gerusalemme per mano dei romani (70 d.C.), Antiochia diventò il centro delle chiese di lingua siriaca e scuola del pensiero cristiano d’Oriente, come Alessandria (poi Costantinopoli) lo fu delle chiese di lingua greca e Roma di quelle di lingua latina.
Già nel II secolo la teologia siriaca, non ancora influenzata dal pensiero greco, si sviluppò con caratteristiche autoctone, grazie alla riflessione di grandi figure come gli apologeti Teofilo di Antiochia e Taziano il Siro, Afraate monaco, asceta e vescovo, e soprattutto il grande sant’Efrem il Siro (306-373), teologo, poeta e padre della chiesa.
Alla fine del III secolo, la chiesa siriaca era profondamente radicata nelle città e nelle campagne, grazie soprattutto alla straordinaria fioritura del fenomeno ascetico-monastico, le cui caratteristiche indigene, come la forma eremitica degli stiliti, distinsero la chiesa siriaca e la resero famosa su tutte le altre. San Simeone Stilita (521-592) e san Marone sono alcuni dei più noti tra i tanti monaci che vissero in questa regione. Testimoni di tale fioritura sono migliaia di luoghi di preghiera, risalenti al IV e V secolo, i cui ruderi ancora visibili sono disseminati nelle famose «90 città morte» a ovest di Aleppo.
Ben presto la Siria fu teatro delle controversie cristologiche che causarono la divisione religiosa in Oriente: quando il concilio di Calcedonia (451) condannò il monofisismo (Cristo avrebbe una sola natura), condanna ribadita nel secondo concilio di Costantinopoli (553), la maggior parte dei cristiani siriaci rifiutarono le decisioni conciliari, dando vita alla chiesa siro-ortodossa (monofisita). Più che a divergenze teologiche, lo scisma fu dovuto a fraintendimenti linguistici e, soprattutto, alla reazione nazional-religiosa contro i dominatori greco-bizantini. Una parte della società, più colta e ellenizzata, accettò senza difficoltà le decisioni conciliari, dando origine alla chiesa melchita (melek=re).
Per tutto il millennio (cioè finché le condizioni lo permisero) i siriaci, soprattutto orientali, svolsero una stupefacente attività missionaria, espandendo il vangelo nella penisola arabica, fino a raggiungere varie tribù mongole dell’Asia centrale, il Tibet e la Cina.
Di valore eccezionale è la produzione di testi teologici e spirituali delle chiese siriache: un patrimonio letterario ricchissimo, purtroppo poco conosciuto e in parte perduto, che non ha nulla da invidiare alla letteratura greca e latina, tanto che uno dei massimi studiosi di questa tradizione, Sebastian Brock, riprendendo una immagine di Giovanni Paolo II, afferma che la cristianità respira con tre polmoni: quello latino, quello orientale e quello siriaco.

Impatto con l’islam
In seguito alla conquista araba (VII secolo) i cristiani bizantini e siri esercitarono un enorme influsso anche sulla nascente civiltà islamica, sia quando Damasco divenne la capitale dei califfi Omayyadi, sia quando la capitale fu spostata a Baghdad dalla dinastia degli Abbasidi (750). Funzionari cristiani ed ebrei pullulavano nell’establishment dei vari califfati. Uno di essi fu san Giovanni Damasceno (675-749), di nobile famiglia arabo-cristiana, amico e consigliere del califfo e responsabile economico del califfato fino a quando si ritirò nella laura di San Saba in Palestina.
L’incontro tra cristianesimo e islam portò per forza alla presentazione delle rispettive dottrine di fede. Lo stesso Damasceno analizzò il Corano, lo paragonò alla Bibbia e ne dedusse che l’islam era un’eresia cristiana.
Ben presto l’arabo divenne idioma cristiano, usato nel dibattito culturale e nelle differenti controversie religiose nell’area islamica: il vescovo Teodoro Abucara (741-825), discepolo del Damasceno, compose in arabo le sue opere, tra cui il trattato sulla Difesa delle icone, traendo argomenti dal Corano e dai detti del Profeta.
Per tre secoli, numerosi cristiani siriaci (ed ebrei) animarono le famose accademie musulmane fiorite in Siria e in Mesopotamia e, su incarico dei califfi, intrapresero una sistematica traduzione dal greco in arabo, attraverso il siriaco, dei testi letterari, filosofici e scientifici dell’antichità classica. In tal modo la conoscenza del mondo greco-romano divenne uno dei fondamenti della cultura arabo-islamica.
Durante il Medio Evo gli arabi, attraverso la Spagna, riportarono i testi classici della filosofia greca in Europa, che aveva quasi del tutto dimenticato questa tradizione.
Nel secondo millennio, sotto il dominio dei mamelucchi e poi dei turchi ottomani, la storia dei cristiani della Siria fu costellata di violenze e pogrom anticristiani; ma nei momenti di calma essi riuscirono a contribuire allo sviluppo della regione con le loro attività commerciali e intellettuali, culminate in iniziative culturali, verso la metà del secolo XIX, come scuole, tipografie, giornali, testi scolastici e di letteratura… che hanno creato in Libano e in Siria il senso di «arabità», collante comune a cristiani e musulmani in chiave anti ottomana e terreno di coltura del nascente nazionalismo siriano.
Durante il mandato francese (1921-46), un giurista cristiano libanese, Edmond Rabbath, ispirò la Costituzione del 1930: sfruttando il senso di arabità, fu prescritta una rigorosa neutralità del potere civile nei confronti delle varie confessioni religiose. Il modello «laicizzante» rimase anche dopo la dichiarazione d’indipendenza (1944) e nella nuova Costituzione elaborata all’inizio degli anni ‘50: nonostante le pressioni dei Fratelli musulmani, l’islam non fu menzionato come religione di Stato; mentre fu prescritta l’assoluta appartenenza alla religione islamica del presidente della repubblica (art. 3).
Altri cristiani contribuirono all’indipendenza della Siria, come Michel Aflaq, militante nazionalista, che nel 1947 fondò il Partito Baath arabo socialista (o semplicemente Baath, ossia, risurrezione). Un altro cristiano, Fares al-Khoury, anche lui tenace nazionalista, fu eletto presidente della Repubblica per due volte (1945 e 1954) e fu acclamato padre della patria, ma, a differenza di Aflaq, si oppose al pan-arabismo di Nasser e alla unione tra Egitto e Siria (1958-1961).

Caleidoscopio di riti e culture
Trent’anni fa in Siria vivevano 9 milioni di abitanti; oggi sono quasi 23 milioni, compresi 472 mila rifugiati palestinesi e 1,5 milioni di sfollati iracheni: un mosaico di «47 gruppi etnici e religiosi», secondo un professore di relazioni inteazionali di Damasco.
Sotto l’aspetto etnico il popolo siriano è composto da arabi e aramei arabizzati (86%), curdi (7%), armeni (2%), turchi, circassi, caldei, assiri, turkmeni, ceceni e altri. Sotto l’aspetto religioso la società siriana risulta ancora più frastagliata. La maggioranza dei siriani sono musulmani sunniti (74%) il resto è formato da minoranze di sciiti, alawiti, drusi, ismailiti e altri gruppi islamici.
I cristiani sono circa 2 milioni (quasi 10%) e costituiscono a loro volta un autentico caleidoscopio di riti e tradizioni, con 11 gerarchie e comunità differenti, con ben 3 patriarchi di chiese orientali che hanno la propria sede a Damasco, erede della sede apostolica antiochena.
Metà di essi appartiene alla chiesa antiochena (greci ortodossi); circa 500 mila costituiscono la chiesa ortodossa siriaca; 125 mila la chiesa apostolica armena; poche migliaia di nestoriani o assiri e protestanti.
I cattolici siriani sono circa 430 mila, divisi in varie chiese con giurisdizioni diverse per i fedeli di ciascun rito: greco-cattolici o melchiti, siriaci, maroniti, armeni, latini, caldei. 
La Siria è, insieme al Libano, l’unico paese arabo in cui l’islam non è definito religione di stato dalla Costituzione e la religione non è riportata sulle carte d’identità. I cristiani, quindi godono di totale libertà di culto e possono svolgere i loro riti e funzioni (messe, processioni, pellegrinaggi…) liberamente e pubblicamente, purché non disturbino l’ordine pubblico; le solennità cristiane come Natale e Pasqua sono giorni festivi per tutto il paese; croci, insegne religiose, edicole mariane… sono apertamente esposte nei quartieri cristiani. Non esiste alcuno ostacolo all’edificazione di nuove chiese e strutture religiose; anzi, talvolta è il governo a facilitae la costruzione, particolarmente nelle aree suburbane di Aleppo, Damasco, Homs, offrendo il terreno e accelerando i permessi. Senza dimenticare che, al pari di moschee e strutture islamiche, chiese e edifici cristiani sono esenti da tasse e godono della foitura gratuita di elettricità e acqua.
Un decreto presidenziale del 2006 garantisce ai cattolici la possibilità di regolare questioni di diritto familiare ed ereditario secondo norme e criteri differenti da quelli derivanti dalla legge coranica. Tutto ciò ha garantito e stabilizzato la presenza cristiana nel paese e scoraggiato l’emigrazione.
Sulla libertà di coscienza, però, pesano le regole dettate dalla tradizione musulmana. Nessuna legge proibisce il proselitismo cristiano, ma il governo lo scoraggia, fino a perseguitare i missionari cristiani; la conversione al cristianesimo è ritenuto un reato dall’establishment religioso e sociale; come in tutte le società islamiche, una donna musulmana non può sposare un cristiano; se una cristiana sposa un musulmano i suoi figli sono automaticamente considerati musulmani.
Per tenere insieme questo mosaico di gruppi etnici e religiosi la società siriana ha saputo sviluppare una mirabile ma fragilissima armonia sociale e interreligiosa, basata sul nazionalismo arabo di matrice laica, ma anche imposta, da oltre 40 anni, con l’uso della repressione poliziesca. Da quando, cioè, governo ed esercito, con il colpo di stato che nel 1970 portò al potere Hafez al Assad, sono passati nelle mani degli alawiti, una minoranza di matrice sciita, rinnegata come eretica dalla maggioranza sunnita.

Futuro di paura
Da oltre un anno i cristiani si sentono in pericolo, da quando cioè sono scoppiate le proteste antigovernative, poi degenerate in atroci violenze. Con una girandola di disinformazione mediatica, governo e oppositori si rimpallano le responsabilità della mattanza, che sarebbe già costata più di 9 mila vittime, con centinaia di bambini. Al di là di tutte le informazioni e disinformazioni che provengono dalla Siria, la situazione è molto complessa. Da una parte c’è il regime autoritario, poliziesco, oppressivo di Bashar al Assad, che dal 2000 ha ereditato potere e metodi dal padre Hafez: nessuno in Siria scorda la feroce repressione della rivolta guidata dai Fratelli musulmani, nel 1982 ad Hama, costata circa 20 mila morti.
Dall’altra c’è l’opposizione che, sull’onda della cosiddetta primavera araba, lotta per una maggiore libertà e democrazia, in modo da affrontare gli enormi problemi economici in cui si dibatte il paese. In pratica però, si tratta di un’opposizione molto frastagliata all’interno, che va dai movimenti laici liberali ai gruppi fondamentalisti, in cui il desiderio di libertà si confonde con quello della rivincita dei sunniti contro la minoranza alawita; un coacervo di movimenti senza veri leader di riferimento; gruppi degenerati in bande armate che infieriscono contro la popolazione civile di ogni confessione.
Alla divisione intea si aggiunge una lotta di influenze, quasi una guerra per procura fra potenze mondiali e paesi confinanti: Usa e paesi sunniti (Arabia Saudita ed emirati del Golfo) dalla parte dei ribelli islamici; Russia, Cina e paesi sciiti (Iran) schierati con Assad.
Nel clima di caos e violenze a pagare il prezzo maggiore sono la popolazione civile e le minoranze non schierate nel conflitto tra sunniti e sciiti; tra queste minoranze ci sono i cristiani, presi tra due fuochi: tra la brutalità del regime e la lotta senza quartiere dei ribelli islamici.
Dall’inizio del 2012, infatti, si stanno registrando parecchi episodi palesemente anticristiani: il 25 gennaio è stato ucciso padre Basilios Nassar, sacerdote greco ortodosso, mentre prestava soccorso a un ferito in una strada di Hama; a Homs i ribelli hanno ucciso 230 cristiani; chiese, scuole e case di cristiani sono state saccheggiate e distrutte; in qualche manifestazione di protesta del venerdì è risuonato lo slogan: «Alawiti alla tomba e cristiani in Libano».
Non siamo ancora all’esodo, ma i cristiani hanno iniziato la fuga: essi temono che, tolto di mezzo il regime degli Assad, che fino ad ora li ha riparati dalle violenze e discriminazioni perpetrate in altri paesi islamici, si ripeta lo scenario dell’Iraq, dove le milizie sunnite praticano apertamente la caccia al cristiano.
Fermare la repressione del regime è un imperativo, quanto fermare una deriva settaria che caratterizza la lotta in corso. «Credo che la Siria, dopo un anno di questa esperienza, non sarà più la stessa – afferma il patriarca melchita Gregorio II Laham -. Credo che ci sarà un cambiamento di base, e credo che anche il presidente Bashar al Assad lo voglia».
Di fronte alle critiche di chi rimprovera la Chiesa in Siria di non schierarsi contro il sistema, il patriarca chiama al dialogo «tutti i partiti in Siria e fuori della Siria» e, rivolgendosi soprattutto ai paesi Europei e del Mediterraneo dice: «Non pensate a cambiare il regime, ma aiutate il regime a cambiare. Credo che sia questa la giusta visione delle cose. E per questo la chiesa è là, e ha fatto molto… Per noi non è il momento di chiedere i nostri diritti, ma di riscoprire la nostra missione in un mondo arabo, che vive una nuova nascita. Predicare la pace, la legalità, la giustizia è la nostra maniera di accompagnare gli avvenimenti, sia all’interno che all’esterno».

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Terra Santa oltre il Giordano

Comunità cristiane in Giordania

La pacifica convivenza tra cristiani e musulmani in Giordania è un modello di dialogo interreligioso per il resto del Medio Oriente. E ciò grazie alla stabilità politica del regno ashemita e alla vivacità e maturità della Chiesa, una minoranza religiosa molto stimata per lo straordinario contributo delle sue opere culturali e sociali, non ultima l’assistenza ai profughi iracheni.

«La Giordania fa parte del Patriarcato Latino di Gerusalemme – esordisce il patriarca mons. Fouad Twal durante un incontro a margine del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, tenutosi a Roma nell’ottobre 2010 -. Anzi è il polmone, il cuore del patriarcato per il numero di famiglie e scuole cristiane, di preti e seminaristi (80% circa)». 
«In Giordania il Signore capisce l’arabo; anzi, lo parla – continua sorridendo mons. Salim Sayegh, vicario patriarcale per la Giordania -. La pacifica convivenza tra cristiani e musulmani è una realtà; benché immerso in una delle aree più conflittuali del pianeta, il paese è un esempio di dialogo e convivenza tra religioni per tutto il Medio Oriente tanto che ormai si parla di “modello Giordania”».

Un pezzo di terra santa
«Non bisogna dimenticare che la Giordania è parte integrante della Terra Santa: non a caso i pontefici, nei loro pellegrinaggi ai luoghi santi hanno sempre iniziato dalla Giordania: Paolo VI nel 1964, Giovanni Paolo II nel 2000 e Benedetto nel 2009. Anche qui pietre e paesaggi recano grandi tracce dell’Antico e del Nuovo Testamento» continua il patriarca Twal.
Le regioni a est del Giordano furono di fatto teatro di numerosi eventi della storia della salvezza fin dal tempo dei patriarchi. Nel nord, lungo la valle del torrente Yabbok passarono Abramo e suo nipote Lot diretti alla terra di Canaan; Giacobbe fece il cammino inverso per sfuggire all’ira del fratello Esaù, a cui aveva sottratto la primogenitura, e rifugiarsi presso lo zio Labano. Sulle sponde dello stesso Yabbok il patriarca fece alleanza con lo zio, si riconciliò con il fratello, si trovò coinvolto nella misteriosa lotta con l’angelo di Dio e ricevette il nuovo nome: «Israele». Molti secoli dopo quelle regioni furono occupate dai suoi discendenti: le tribù di Ruben, Gad e Manasse.
Nel sud della Giordania, a est del Mar Morto, si rifugiarono Lot e le sue figlie, fuggiti da Sodoma e Gomorra, dando origine ai Moabiti e Ammoniti; qui si stabilì anche Esaù dal quale sarebbero discesi gli Edomiti: tutte popolazioni e luoghi associati all’alleanza tra Dio e il suo popolo, alla storia di Mosè e all’epopea dell’Esodo, la lunga marcia dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa.
Gli archeologi hanno portato e continuano a portare alla luce numerosi siti biblici che ricordano questo evento chiave nella storia della salvezza; il più importante di essi è certamente il Monte Nebo, dove sorge uno dei santuari più suggestivi della Terra Santa, memoriale degli ultimi momenti della vita di Mosè, morto e sepolto alle soglie della terra promessa, ma non prima di averla contemplata dalla cima di quel monte.
La Giordania fu patria di importanti figure della Prima Alleanza, come la moabita Rut, bisnonna di Davide, e di Elia, padre del profetismo biblico, nato a Tisbe in Galaad e rapito in cielo da un carro di fuoco, ma destinato a ritornare per preparare l’avvento del Messia.
Otto secoli dopo, «a Betania oltre il Giordano» (Gv 1,28), poco distante dal luogo del rapimento, Giovanni Battista iniziò a preparare la venuta del Salvatore, predicando un battesimo di conversione; Gesù stesso vi si fece battezzare, dando così inizio alla sua vita pubblica. Nello stesso sito Gesù si rifugiò fuggendo da Gerusalemme per salvarsi dalla lapidazione (Gv 10,40). Sempre in Giordania il Battista terminò la sua missione con la decapitazione per ordine di Erode Antipa (Mt 14,3-11), nella fortezza di Macheronte, a est del Mar Morto, come testimonia Giuseppe Flavio.
Altri luoghi santi sono sparsi in tutta la Transgiordania, nelle regioni della Decapoli e di Perea, dove Gesù passò insegnando, sfamò le folle che lo seguivano (Mc 8,1-9), guarì malati e scacciò demoni, come fece a Gadara (Mt 8.28-34) o nella «regione dei Geraseni» (Mc 5,1-20), dove gli spiriti maligni, cacciati da due indemoniati, affogarono una mandria di porci nel lago di Galilea.

Pietre vive
Lo storico della chiesa Eusebio di Cesarea (264-340) informa che nel 67-68 d.C., durante la guerra giudaica, i cristiani fuggirono da Gerusalemme prima che fosse distrutta dai romani, attraversarono il Giordano e si rifugiarono a Pella, poi si estesero in altre città della Decapoli.
Alla fine del IV secolo il cristianesimo si era sparso in tutti i centri urbani ellenizzati della Giordania: al concilio di Nicea, nel 325, erano presenti i vescovi di città come Filadelfia (oggi Amman), Esbus e Aila (Aqaba). Ben presto accolsero il cristianesimo anche varie tribù arabe nomadi e seminomadi del deserto, come i Ghassanidi nel centro nord e quelle dei Nabatei nel sud, la cui capitale, Petra, ebbe la sua cattedrale nel 447.
A testimoniare la grande fioritura del cristianesimo rimangono le rovine, tuttora visibili, di innumerevoli chiese del IV-V secolo, abbellite da pavimenti con elaborati mosaici, da decorazioni sontuose e da altri ricchi arredi.
Edificata con pietre vive, anche dopo la conquista islamica della Terra Santa (VII sec.), la chiesa in Giordania continuò a fiorire con nuove chiese, monasteri ed eremitaggi nei deserti, popolati da migliaia di uomini e donne in cerca di silenzio e preghiera.
Per due secoli la minoranza musulmana e la maggioranza cristiana vissero fianco a fianco, grazie anche ai clan arabo-cristiani che strinsero alleanze con gli invasori consanguinei. Ma nei secoli seguenti le città bizantine si spopolarono e decaddero e la presenza cristiana si ridusse a esigua minoranza; i territori d’Oltregiordano diventarono marginali, quando, passati dal califfato degli Omayyadi a quello dell’Egitto, le rotte carovaniere furono soppiantate da quelle marittime.
Sotto l’Impero ottomano (1517-1918) i cristiani continuarono a diminuire, conservando un tenue legame di appartenenza al cristianesimo più che altro per distinguersi dalle tribù beduine passate all’islam. Giuridicamente essi dipendevano dai patriarcati di Gerusalemme, ma non ricevevano alcuna cura pastorale, finché a metà dell’Ottocento preti latini e di altre chiese cristiane si spinsero oltre il Giordano alla ricerca dei propri fedeli autoctoni. Il Patriarcato latino si mostrò subito il più dinamico, aprendo scuole, chiese e altre opere caritative a favore di tutta la popolazione giordana, che alla fine dell’Impero ottomano contava circa 40 mila abitanti, di cui il 18% cristiani.

Scuole aperte a tutti
Oggi la Giordania ha una popolazione di circa 6,5 milioni di abitanti, molti di origine palestinese, 94% musulmani e 6% cristiani, secondo le statistiche governative. Fonti indipendenti, tuttavia, stimano che i cristiani di tutte le denominazioni presenti in Giordania siano circa 340 mila; la maggioranza aderisce alle chiese ortodosse orientali; circa 110 mila sono i cattolici di vari riti (latini, melchiti, maroniti, armeni, caldei, siriaci…). Piccola ma in molti aspetti vivace, la chiesa cattolica conta in Giordania 64 parrocchie, 4 vescovi, 103 sacerdoti, 266 religiosi e religiose; giordani sono oggi la maggioranza dei seminaristi nel seminario del Patriarcato latino a Beit Jala, in Palestina. «La Giordania fornisce vescovi, sacerdoti e seminaristi a tutto il Patriarcato» sorride mons. Twal, lui stesso cittadino giordano, originario di Madaba.
Fin dalla metà dell’Ottocento, quando dai preti del Patriarcato latino furono aperte le prime scuole, in un mondo chiuso e marginale, limitato da strette leggi tribali, il settore scolastico è sempre stato il fiore all’occhiello della Chiesa cattolica in Giordania: oggi 70 mila alunni, cristiani e musulmani, frequentano 123 scuole matee e primarie, medie inferiori e secondarie, gestite da enti religiosi.
«Fino a ora, l’impegno educativo della Chiesa cattolica, per quanto grande, finiva con la maturità, mancando nel Paese una università cristiana – spiega mons. Twal -. Il 17 ottobre 2011 l’American University of Madaba ha aperto ufficialmente le porte ai primi studenti. Per ora conta 7 facoltà e può ospitare fino a 8 mila studenti».
Un’altra iniziativa in corso, appoggiata dalle autorità giordane è la costituzione del Parco archeologico di Wadi Kharrar, il luogo del battesimo di Gesù: un territorio di oltre 350 ettari, che il re di Giordania ha messo a disposizione delle varie confessioni religiose, con facoltà di costruire ognuna la propria chiesa. «Il progetto cattolico va anche oltre ed è quasi ultimato – spiega mons. Twal -. Accanto alla chiesa, sorge un grande complesso con monastero per una comunità contemplativa che si prenderà cura del sito, edifici e strutture che permettano ai pellegrini di fermarsi per ritiri spirituali e vivere un’esperienza seria di fede e di preghiera».

L’altra faccia di maometto
Benché nel regno ashemita l’islam sia religione di stato e non passi alcuna decisione governativa se prima non viene provata la conformità ai precetti islamici, la convivenza tra cristiani e musulmani è un esempio per tutti i paesi islamici. La Costituzione del 1952 garantisce «la libera espressione di tutte le forme di culto e di religione, in conformità con i costumi osservati in Giordania» e sancisce l’uguaglianza di tutti i giordani davanti alla legge senza discriminazioni basate «su razza e religione».
I cristiani sono quindi bene integrati nella società giordana; quasi tutti appartengono alle classi media e alta e godono di migliori opportunità economiche, maggiore visibilità pubblica e rilevanza sociale e politica che in qualsiasi altro paese islamico: ai cristiani sono riservati 9 seggi su 110 in Parlamento, sono affidati prominenti posizioni ministeriali e militari, cariche diplomatiche e amministrative, nella corte reale e ai vertici di imprese e banche nazionali.
«La Giordania è un Paese sereno – afferma mons. Sayegh – nel quale la Chiesa è una cosa necessaria per far vivere insieme cristiani e musulmani. Pensiamo alle scuole: i musulmani desiderano che i loro figli frequentino le scuole cristiane, e di questo la comunità cristiana è orgogliosa. I rapporti sono buoni e da noi il fondamentalismo è un fatto molto limitato. E speriamo anche di migliorare».
Ci sono state tensioni nei decenni passati, quando i Fratelli musulmani, ottenuto il controllo del Ministero dell’Educazione, hanno cercato d’islamizzare la società attraverso la scuola, rispolverando cliché di propaganda islamica, con richiami alla jihad contro i miscredenti.
A troncare ogni rigurgito fondamentalista è intervenuto il re Abdullah, nel novembre 2004, con il famoso «Messaggio di Amman», in cui «chiarisce al mondo cosa è e cosa non è il vero islam», riaffermando, in quando discendente di Maometto, la sua funzione di interprete e garante della «retta comprensione» della fede islamica, presentata come «messaggio di fratellanza e umanità, che sostiene ciò che è buono e proibisce ciò che è sbagliato, accettando gli altri e onorando ogni essere umano».
Gli islamisti più zelanti continuano il loro mobbing spirituale in vari settori della società; al tempo stesso il dialogo tra i vari leader religiosi continua fecondo, diventando un modello per tutto il mondo islamico. Ne è un esempio il documento A Common Word, la lettera dei 138 saggi musulmani, promossa proprio dal principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal.
Un’altra iniziativa che ha attirato l’attenzione dei mass media, apprezzata sia dai musulmani che dai cristiani è la moschea sorta a Madaba e dedicata a Gesù Cristo, la prima del mondo arabo.

Dialogo delle opere
Il contributo che i cristiani danno alla società civile giordana è incalcolabile, soprattutto praticando «il dialogo delle opere, che sono tante» afferma al signora Huda Muhasher, presidente della Caritas giordana. «La Caritas è nata inizialmente per rispondere ai gravi problemi causati dalla guerra dei sei giorni (1967); da lì in poi ha fatto fronte a tutte le più gravi emergenze nazionali, compresa, oggi, quella degli immigrati e soprattutto dei profughi iracheni».
Fin dai tempi biblici i territori oltre il Giordano sono stati una valvola di sfogo per i conflitti dei paesi vicini: oltre metà dei residenti giordani sono di origine palestinese, migrati qui dopo le guerre del 1948 e del 1967 con Israele. L’invasione americana dell’Iraq ha portato in questi anni oltre mezzo milione di profughi, molti dei quali cristiani, accolti in maggioranza nei quartieri più poveri e periferici della capitale, Amman, ma senza alcun accesso ai servizi sociali fondamentali, perché il governo non riconosce loro lo status di rifugiati. «Ad Amman viviamo ormai da anni in prima linea l’accoglienza ai cristiani fuggiti dall’Iraq» testimonia Huda Muhasher. La loro situazione è veramente tragica: senza lo status di rifugiati gli uomini non possono lavorare né è permesso loro espatriare in Occidente. Senza lavoro non possono mantenere i loro famigliari; alcuni lavorano in nero, con il rischio di essere scoperti, arrestati e rimandati in Iraq. Per molti di essi, che a casa esercitavano una professione o un lavoro di alto livello, come professori e ingegneri, l’inattività è distruttiva, e dover vivere di aiuti è difficile da accettare: per questo aumentano tra gli iracheni le malattie legate al cuore e alla depressione.
Dal 2002 la Caritas giordana promuove programmi per creare una rete di gruppi di volontari per essere presente capillarmente sul territorio e rispondere ai bisogni delle persone più povere e vulnerabili. A oggi, sono stati costituiti 25 gruppi, che operano in 31 parrocchie di differenti città e villaggi, per un totale di circa 250 volontari. La rete estende la sua attività di sensibilizzazione soprattutto nelle scuole, per formare gruppi di volontari tra gli studenti dei vari istituti cristiani.
«La Caritas giordana, tra le altre cose, ha progetti importanti per l’assistenza ai disabili, ai quali collaborano anche i musulmani; è l’unica organizzazione impegnata nelle carceri locali» afferma ancora la signora Huda Muhasher.
Altro simbolo della solidarietà cristiana è il Centro Regina Pacis, voluto dal patriarcato latino, sostenuto da tante Ong inteazionali, tra cui il Sermig di Torino: presente ad Amman e a Madaba, con comitati formati da cristiani e musulmani, il Centro si occupa degli handicappati e del loro reinserimento sociale; essi costituiscono circa il 10% della popolazione del paese a causa dell’elevato numero di matrimoni tra consanguinei dentro le tribù.
Un’altra emergenza della società giordana è quella dell’immigrazione. Circa 70 mila donne immigrate in Giordania lavorano nelle famiglie come badanti o domestiche; vengono soprattutto da Indonesia, Sri Lanka e Filippine e in buona parte sono cristiane. Metà di esse sono senza regolari documenti, anche perché spesso vengono loro sottratti dai datori di lavoro; molte sono maltrattate e senza diritti, come in molti paesi arabi.
Anche in questi casi i centri Caritas cercano di offrire assistenza medica, cibo, consulenze legali e spiegazioni sui loro diritti, di cui spesso non sono consapevoli.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Una vita da profugo

Libano-Palestina / Viaggio nell’inferno dei campi profughi palestinesi

In Libano, vivono circa 400mila rifugiati palestinesi. Alcuni dal 1948. I campi sono privi di tutto e i rifugiati non godono gli stessi diritti dei libanesi. Ma il mondo, sembra, essersi dimenticato di loro. Reportage.

Dicembre 2010, Beirut. Nella hall dell’hotel ci danno il benvenuto un enorme abete e altri addobbi natalizi. La struttura, tuttavia, non appartiene a proprietari cristiani, bensì a sciiti. Questo è il Libano, multireligioso e multietnico. E pieno di conflitti interni e indotti dall’esterno. La città, molto vasta, è un susseguirsi di quartieri appartenenti a «comunità» etnico-religiose e politiche diverse: sciiti di Amal, sciiti di Hezbollah; sunniti (anch’essi divisi in varie appartenenze politiche), cristiani di diverse confessioni.
Zone visibilmente ricche, con edifici modei ed eleganti, hotel lussuosi e magazzini ricolmi di merci, si alternano ad altre povere e a vere e proprie baraccopoli. Dovunque sono riconoscibili i segni dei bombardamenti israeliani e dei passati e recenti conflitti interlibanesi.
Il nostro  viaggio in Libano ha come obiettivo la visita ai campi profughi dove vivono circa 400 mila rifugiati palestinesi, generazione dopo generazione, da sessant’anni.
Sono sparsi in 12 campi ufficiali e 25 clandestini. Non hanno diritti, né cittadinanza, non possono esercitare una lunga lista di professioni, hanno scarsi mezzi per curarsi e per studiare, sono spesso il capro espiatorio delle tensioni e dei conflitti interni libanesi, ma anche uno degli obiettivi privilegiati dei piani di destabilizzazione dei governi israeliani e statunitensi.
Un recente studio congiunto tra l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency, agenzia delle Nazioni Unite specifica per questi campi) e l’Università americana di Beirut ha rivelato che il 67% dei profughi vive al di sotto della soglia di povertà.
Tutte le persone che abbiamo incontrato – gente comune e dirigenti politici – hanno affermato che l’Anp (Autorità nazionale palestinese guidata dal presidente Mahmud Abbas) – ha cessato completamente di interessarsi alla loro situazione.
Essi, tra l’altro, sono avversati da tutte le componenti politiche libanesi, che gestiscono il potere in base a fattori etnico-religiosi, mantenendo un difficile e spesso instabile equilibrio.
Per evitare di ritrovarsi nuovamente coinvolti in conflitti inter-palestinesi e in guerre civili, come è successo fino a un passato piuttosto recente, le varie fazioni palestinesi si sono impegnate a mantenere una totale neutralità nei confronti delle lotte intee libanesi.

Campo di Mar Elyas, Beirut
È il «centro» della vita politica palestinese in Libano, in quanto è sede delle rappresentanze di tutti i partiti.
Veniamo ricevuti dal leader locale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), Marwan Abdel ‘Aal, che ci parla della difficile condizione di vita dei suoi connazionali in Libano: «La situazione sta peggiorando, sia socialmente, sia a livello lavorativo e scolastico. Il rispetto dei nostri diritti, qui, è molto scarso. Siamo il punto più debole delle leggi libanesi, che ci escludono da tutto, anche dalla possibilità di ottenere la cittadinanza».    
Usciamo dall’ufficio del Fplp e giriamo per i vicoli del campo: un labirinto di case, cortili, magazzini, uno addossato sull’altro, e sviluppato in verticale, a causa del divieto di edificare nuove abitazioni. La mancanza delle più basilari condizioni di igiene e sicurezza sono evidenti.
Ci dirigiamo verso la casa di Mohammad, uno dei 5.000 palestinesi senza documenti, cioè, persone che per il governo libanese «non esistono». Si tratta di una sorta di «clandestini», anche se risiedono nel paese da decenni. Non hanno carta d’identità e quindi appena lasciano il campo sono arrestati. Sono la categoria più bassa della già tragica scala umana del profugo.
«Io sono di Yafa (la Giaffa dell’occupazione israeliana, ndr) – ci racconta Mohammad – e, dopo la Nakba1, con la famiglia mi sono rifugiato in Giordania, dove sono stato registrato come profugo. Sono andato in Libano, a studiare, a metà degli anni ’70. Nel 1982, durante l’invasione sionista, ho abbracciato la resistenza. È questa la mia colpa, che pago con la mancanza di un qualsiasi documento che attesti la mia residenza e identità. Avevo un passaporto giordano, che non mi è stato più rinnovato.
Nel 1983 mi sono sposato e ho avuto cinque figli che avevano bisogno di certificati anagrafici per poter frequentare le scuole, viaggiare, lavorare.
Nel 2008 mi era stato detto che c’era la possibilità di regolarizzare me e tutti i miei familiari, così mi sono presentato per richiedere finalmente i documenti, ma mi hanno arrestato in quanto “clandestino”.
Ai miei figli hanno dato permessi provvisori, di un anno, con cui non possono fare nulla. Uno di loro, che si trovava negli Emirati Arabi con visto scaduto, è stato fermato in aeroporto prima di partire per il Libano, e trattenuto lì dentro per otto mesi. È stato rilasciato a seguito di pressioni inteazionali, e poi, appena ha potuto, se n’è andato in Norvegia, dove ha chiesto asilo politico».
Le autorità libanesi rifiutano intenzionalmente di trovare soluzioni al caso dei 5.000 palestinesi senza documenti. Sanno bene che se vengono respinti alla frontiera, nessuno stato arabo li accoglierà, e che non possono tornare in patria, in Palestina.
Mohammad ci spiega che esistono tre categorie di profughi: quelli registrati dall’Onu, nel ’49, quelli non registrati e i senza documenti. I primi sono in possesso di documenti libanesi che hanno validità di tre o cinque anni; i secondi hanno documenti (con scadenza annuale), ma non risultano nell’elenco dei profughi, mentre gli ultimi sono persone inesistenti per il governo del Libano.

Un km quadrato per 25mila
Proseguiamo il nostro viaggio tra i campi. Burj el-Barajneh è un luogo inquietante: una gabbia di un km quadrato per 25mila esseri umani che vivono sotto un vasto reticolato di fili elettrici e tubi per l’acqua pericolosamente intrecciati sopra le loro teste.  Visitiamo la Al Ghawth, Humanitarian Relief for development society, un’associazione caritatevole – una delle tante, dentro e fuori dai campi – che si occupa del sostegno agli orfani, di adozioni a distanza, assistenza medico-sanitaria attraverso diversi ambulatori e centri per disabili, e di formazione professionale.
Parallelamente all’erogazione dei molti, troppi, servizi che il governo libanese non garantisce, il centro ha promosso un progetto di microcredito per sviluppare piccole attività commerciali, in modo da rendere la gente più autonoma e meno dipendente dall’assistenza.
I nostri ospiti ci portano nell’asilo da loro gestito: sono diverse classi di bambini in età tra i tre e i cinque anni. I piccoli ci accolgono sorridenti, intonando teneri cori di benvenuto.
Continuiamo il giro per i vicoli del campo, attraversando vere e proprie foreste di cavi e tubi, che ogni mese, spiegano gli abitanti, provocano la morte per folgorazione di ragazzini e adulti.
Fango, immondizia e assenza di una qualsiasi forma di raccolta dei rifiuti contribuiscono a creare un clima insalubre in tutta l’area.
Entriamo nella sede del Comitato popolare: è un’istituzione attiva in tutti i campi profughi e rappresenta tutte le forze politiche palestinesi. Essa ha lo scopo di tutelare la sicurezza, arrestando i criminali e consegnandoli alla polizia libanese, e di mediare i conflitti interni.
«I nostri diritti civili e di proprietà non esistono – ci spiega uno dei responsabili -. Non possiamo comprare immobili e la costruzione delle abitazioni si sviluppa in verticale, con finestre che si specchiano in altre, negando ogni privacy e creando tensioni tra vicini di casa. Non abbiamo il permesso neanche di allacciare la corrente e l’acqua, ed è per questo che ci sono ragnatele di fili dovunque. La quantità di energia elettrica concessa dal governo libanese è rimasta invariata rispetto a decenni fa, quando l’area era meno popolata. Ogni 48 ore le famiglie hanno diritto a mezz’ora per riempire serbatorni da 200 litri. Questo avviene in condizioni normali, ma quando manca la corrente per le pompe, si rimane a secco. Inoltre, l’acqua contiene il 60% di sale e per essere bevuta necessita di filtri, che non sono foiti dalle autorità libanesi, ma devono essere comprati da privati. Pochi, dunque, possono permetterseli».
Discriminazione professionale: «Noi palestinesi siamo autorizzati dallo stato libanese a svolgere soltanto alcune professioni, prevalentemente umili. Ben 72 ci sono proibite – tra cui quelle del medico, ingegnere, architetto… La maggior parte di noi lavora nei campi, occupandosi di piccole attività di commercio, o come manovale, in nero e mal pagato. Non ci sono contributi previdenziali e assicurativi.
Per ciò che riguarda l’educazione scolastica, l’Unrwa garantisce la primaria, le medie e le superiori. Le aule sono poche e sovraffollate, e spesso il livello di preparazione non è adeguato. Qui a Beirut ci sono 65mila studenti e una sola scuola superiore.
L’università è a pagamento e chi non ottiene le borse di studio, non può accedervi: su 500 che passano l’esame di maturità, soltanto 100 trovano posto. La maggioranza è costretta ad abbandonare gli studi.
Prima del 1982 (l’invasione israeliana del Libano), il 90% dei palestinesi si iscriveva all’università. Dall’83 in poi, a causa delle continue e prolungate chiusure delle scuole, sono iniziati i problemi, e la mancanza delle rimesse dall’estero, soprattutto dai paesi del Golfo, dopo il 1990 (prima guerra del Golfo), ha notevolmente impoverito i profughi. Per tutti noi questa è una vita piena di rinunce».

Mala-sanità?
Entriamo nell’ospedale Haifa, uno dei cinque istituiti nei campi profughi in Libano. È una struttura della Mezzaluna Rossa palestinese, appartenente all’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina) e finanziata dall’Unione Europea, con 42 posti letto destinati a circa 50mila palestinesi.
Il direttore dell’ospedale ci spiega che i bambini soffrono di problemi gastro-intestinali causati dall’alta concentrazione di sale nell’acqua, di allergie e malattie polmonari provocate dall’umidità e dall’aria malsana. Molto alta è la percentuale di persone affette da diabete da eccesso di zuccheri.
Molto diffusi sono anche lo stress e problemi psicologici dovuti alla drammatica condizione in cui le persone del campo sono costrette a vivere.
Per gravi malattie tipo il cancro, l’ospedale Haifa garantisce solo la diagnostica e non le cure, e ai pazienti che non possono permettersi di andare in un ospedale libanese, a pagamento, non restano molte possibilità di sopravvivenza.

Ricordo dei martiri
Il cimitero dei martiri di Sabra e Shatila è un giardino desolato, con una grande tomba, dentro alla quale sono state sepolte, in una enorme fossa comune, circa 1.000 persone, vittime dell’eccidio che si consumò nel 1982, ad opera delle falangi libanesi, aiutate dall’esercito israeliano.
Il campo di Shatila è a un chilometro dal cimitero. Per raggiungerlo bisogna percorrere una strada affollata che passa dentro un mercato frequentatissimo, sporco e pieno di mercanzie.
Ci lasciamo Beirut alle spalle e costeggiamo per qualche chilometro una distesa di slum: edifici fatiscenti, con persone poverissime che lavorano davanti a negozi sporchi e ad officine altrettanto malsane.
Qualche chilometro più in là, iniziano le cittadine con case e villette e campi coltivati. Sembra di essere passati da un mondo all’altro, in poco tempo. Tutto il Libano è così.
Oltrepassiamo Sidone attraverso un check-point militare.
Lungo il percorso, sfilano ai due lati della strada chiese e moschee, istituti islamici e cristiani, uno a fianco all’altro.
Arriviamo a Tiro, dove ci aspetta il direttore locale dell’Unrwa, dalla quale dipendono per la sopravvivenza tre campi profughi e 12 raggruppamenti illegali, per un totale di 95 mila profughi.
«I perimetri dei campi sono rimasti quelli degli anni ’50 – ci spiega il dirigente -. All’epoca ospitavano 7.000 rifugiati, ora invece ne hanno 29mila ciascuno. Ecco perché hanno dovuto svilupparsi verticalmente e in aree illegali, non riconosciute, dove vivono 73 famiglie (circa 300 persone).
La restrizione nell’entrata di materiali edili, mobili e del transito stesso dentro e fuori dal campo, crea gravi difficoltà per i palestinesi. Una recente ricerca svolta dall’Unrwa in collaborazione con l’università americana di Beirut, evidenzia un aumento esponenziale della povertà tra i profughi, in particolare a Tiro».
Lasciamo l’ufficio dell’Unrwa e ci rechiamo a visitare il campo di Burj el-Shamaliy.
All’ingresso troviamo un check-point di forze libanesi. Durante l’occupazione israeliana la postazione era un avamposto militare, ma ora è utilizzato dall’esercito libanese per monitorare i residenti palestinesi.
Ci fermano mezz’ora, per controllare i nostri passaporti.
Finalmente, dopo un’ispezione accurata delle pagine e dei nostri nomi, ci lasciano andare.
Entriamo in un asilo costruito nel 1967 dall’associazione Assumud, finanziata dall’Olp. Tre classi accolgono circa 80 bambini e 4 insegnanti.
La giovane direttrice, Hiba, ci conduce in giro per la struttura e ci presenta i piccoli, tutti vestiti di azzurro, lindi e ordinati, e molto educati.
Nei piani superiori ci sono locali per la formazione professionale dei giovani, con laboratori di informatica e di altre discipline.
Burj el-Shamaliy è stato soprannominato «Campo dei Martiri», per l’alto numero di vittime durante il massacro del 1982: 96 morti.
Qui ci sono 20mila abitanti e un solo ambulatorio con due medici che lavorano quattro ore. Ricevono 400 pazienti al giorno. Danno solo calmanti, per qualsiasi patologia. Il 95% delle medicine è a pagamento. Per le malattie croniche è concessa solo una dose al mese, le altre devono comprarsele.
Le convenzioni con gli ospedali prevedono solo alcuni interventi chirurgici, ma le strutture meno care hanno posti limitati. Per gli interventi cardiaci, l’Unrwa passa 3.000 dollari, ma il costo è di 6.000. Paradossalmente, dopo i 60 anni, la cifra si abbassa a 2.000.
Il 66,4% dei poveri del campo viene sfamato da associazioni caritatevoli e dall’Unrwa. Questa dà 110 dollari all’anno al 12% di loro. Quindi, poco o nulla.

Al «bambino felice»
Ci rechiamo alla scuola matea «Bambino felice». È una struttura costruita nel 1992, che ospita 200 bimbi tra i 3 e i 6 anni, divisi in 8 classi.
Il nome dell’asilo non deve trarre in inganno: qui manca tutto. Non ci sono giochi, non c’è nulla. Le famiglie devono portare frutta e verdura per la mensa. La retta è di 75 dollari all’anno, ma il 30% dei bambini è esente, perché troppo povero.
Un piano della struttura è senza finestre, e d’inverno fa freddo.
Entriamo nelle aule, semispoglie, con bimbi seduti intorno a un tavolo, con un pezzetto di pongo ciascuno che girano e rigirano tra le dita, mentre ci osservano con occhioni sgranati, cantando canzoncine di benvenuto. Non hanno nulla, nemmeno l’essenziale, e ripetono a memoria storie e canti per passare il tempo.
Quando, un’ora dopo, usciamo per strada, abbiamo ancora impressa negli occhi l’immagine delle loro manine che impastano un pezzo quasi invisibile di pongo, e non riusciamo a non pensare che generazioni e generazioni di bambini sono accomunati dalla stessa miseria e ingiustizia, che li vede prigionieri in campi profughi dove non c’è neanche l’indispensabile.
A Sidone i rifugiati sono 120mila: 5.000 vivono a Mi’eh w Mi’eh; 40 mila sono suddivisi tra un quartiere della città e raggruppamenti illegali; 75mila, nel campo di Ein el-Helweh. La maggior parte di loro viene dall’Alta Galilea ed è qui dal 1948.
Il campo di Ein el-Helweh ci colpisce per il «clima», caratterizzato dalla mancanza di luce naturale, da molta sporcizia e caos, e da tanta gente, per lo più miliziani, che se ne va in giro armata.
L’area destinata ai campi è la stessa di 60 anni fa, anche se la popolazione è triplicata. Le case sono una addossata all’altra, il sole non riesce neanche a entrare. Ci sono vicoli completamente bui. Tutto ciò provoca gravi problemi psico-fisici. Appena possono, i ragazzi scappano da qui.
Ein el-Helweh ha poco del nome che si porta appresso, «L’occhio (o la fonte) della bella». Come tutti i campi, è un posto di grande sofferenza, di prova concreta, visibile, dell’ingiustizia subita dai palestinesi 63 anni fa, quando a centinaia di migliaia vennero espulsi dalla Palestina attraverso massacri e pulizia etnica, e si rifugiarono in campi profughi allestiti qua e là nel mondo arabo. Libano compreso.
Questo luogo, tuttavia, ha una tristezza e una cupezza maggiori: le persone ci guardano con diffidenza, ci salutano in inglese e non in arabo, come fossimo degli intrusi, e non degli ospiti.
In questo campo ci sono stati molti conflitti interni tra le varie fazioni palestinesi, e la presenza di paramilitari palestinesi armati di tutto punto ne è un effetto, e forse pure una causa.
Anche qui, come negli altri campi, visitiamo ospedali dove manca quasi tutto, centri assistenziali, e incontriamo esponenti di Fatah e di Hamas, i due principali movimenti politici palestinesi.
I campi profughi sono un esempio di come si possa tenere una popolazione in uno stato di miseria calcolata, voluta, per indurla ad andarsene quanto prima, ed indubbiamente è stata una strategia vincente, poiché da 400mila il numero di rifugiati è sceso a 250mila. Gli altri sono fuggiti da questo inferno, per cercare accoglienza in Occidente e in altri paesi arabi e islamici.

Angela Lano

1- La catastrofe che portò alla cacciata dei palestinesi dalla loro terra nel 1948.

Angela Lano




Profezia e utopia

Incontro con Abdessalam Najjar, primo abitante di Nevé Shalom

In territorio israeliano c’è un villaggio dove ebrei e palestinesi vivono insieme: lo ha inventato un domenicano ebreo, Bruno Hussar, profeta di grande fede, per testimoniare e insegnare che la pace non è solo un sogno e i conflitti possono essere superati con accettazione, rispetto e collaborazione reciproca.

«Mi chiamo Abdessalam e da oltre 30 anni sono in questa comunità chiamata Nevé Shalom-Wahat as-Salam, un villaggio in cui vivono insieme ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana, impegnati nel lavoro di educazione per la pace, l’uguaglianza e la comprensione tra le due popolazioni. La nostra esperienza è la dimostrazione tangibile che i due gruppi possono coesistere, vivere in pace e lavorare insieme».
Inizia così l’incontro con il professore Abdessalam Najjar, uno dei fondatori dell’«Oasi di Pace»: è questo il significato letterale della duplice espressione, in ebraico e in arabo,Nevé Shalom-Wahat as-Salam; termine ispirato alla promessa del profeta Isaia: «Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace» (Is 32,18).

SOGNO DI PACE
«L’oasi nasce da un sogno di un domenicano ebreo: padre Bruno Hussar. Uomo di grande fede, arrivato a Gerusalemme nel 1960, aveva subito attratto attorno a sé un gruppo di persone di differente credo religioso e promosso incontri di dialogo tra cristiani, ebrei, musulmani. All’inizio era spinto da entusiasmo e buona volontà, senza sapere cosa avrebbe raggiunto: diceva che parlare è meglio che litigare».
Sorride Abdessalam e continua: «Dopo tanti incontri, padre Bruno cominciò a riflettere: “Siamo qui seduti in un piccolo gruppo, cristiani, ebrei, musulmani, tutta brava gente, tutti vogliamo la pace… ma perché fuori non c’è pace? Forse il gruppo di dialogo non basta; dobbiamo fare qualcosa di più”».
Alla fine degli anni ‘60 egli ottenne un pezzo di terra in prestito dal monastero trappista di Latrun e cominciò a sognare la sua «oasi di pace», iniziando a tenervi i suoi incontri soprattutto nei fine-settimana. Cominciò ad arrivare varia gente, soprattutto dall’Europa, giovani capelloni, nella loro strada verso l’India o di ritorno dall’India in cerca di un guru. Padre Bruno accoglieva tutti con molta cordialità, ma non era sua intenzione essere un guru. Il suo progetto era ben differente: mirava alle persone in conflitto, ebrei a palestinesi, disposti a vivere insieme, esplorando le cause del conflitto, per superarle ogni giorno, prendendo insieme le decisioni adeguate.
«A quei tempi – continua Abdessalam – quando incontrai per la prima volta padre Bruno, ero impegnato insieme a mia moglie nel dialogo tra studenti universitari ebrei e palestinesi e stavamo progettando una scuola per ebrei e palestinesi insieme. Egli mi invitò a costruirla nel suo villaggio di Nevé Shalom. Non vi immaginate la delusione che provammo quando andammo a visitarlo: mi aspettavo alberi e case come si addice a un’oasi; trovai solo un vecchio autobus in disuso, un pergolato di bambù e alcune pietre per sedersi. Padre Bruno cominciò a parlare del suo villaggio, di bambini che si arrampicavano sugli alberi… Domandai dove fosse realmente tale villaggio: “Ora ci siete voi e abbiamo Nevé Shalom; poi arriveranno anche i bambini” rispose seraficamente. Era fatto così: pensava una cosa ed era convinto che sarebbe diventata subito realtà».
Naturalmente ci vollero altri incontri per esplorare le varie possibilità, finché fu deciso di organizzare un campo estivo, tanto per dare vita a qualcosa di concreto: nell’estate del 1977 c’erano circa 300 giovani, ebrei e arabi, seduti insieme a discutere su che cosa significhi dialogare, lavorare, vivere insieme. Fu un evento importante, ma il sogno di padre Bruno divenne realtà l’anno seguente: alla fine del 1978 si stabilirono le prime quattro famiglie, tre ebree e una palestinese. Da quel momento la comunità continuò a crescere gradualmente, con l’arrivo di due-tre famiglie l’anno. Ora esse sono 60, metà ebree e metà palestinesi, tutte hanno la cittadinanza israeliana. Il progetto continua per raggiungere le 140 famiglie.

EDUCAZIONE BILINGUE
Narrata l’origine di Nevé Shalom, il dottor Najjar passa a spiegare la vita attuale del villaggio, guidandoci nella visita alle varie strutture della comunità, prime tra tutte gli asili nido. «Il problema educativo si è imposto fin dall’inizio, con la nascita dei primi figli. Fu deciso di educarli insieme. Ogni asilo ha una madre ebrea e una madre araba; ognuna parla la propria lingua ai bambini, in modo che ognuno cresca secondo le proprie tradizioni culturali, e al tempo stesso impari la lingua dei compagni di cultura differente. Col crescere dei bambini abbiamo deciso con padre Bruno di aprire la scuola matea, seguita poi da quella elementare. La comunità mi chiese di lasciare l’impiego nella scuola statale per insegnare qui, insieme a una maestra ebrea».
Nasceva così, nel 1984, la scuola bilingue ebreo-araba, la prima del genere in Israele. «Benché non fossimo preparati a tale impresa – continua il dottor Najjar -, dato che non esisteva alcuna struttura per preparare insegnanti di scuole del genere, l’esperienza riscosse un successo superiore alle aspettative: molte famiglie attorno chiesero di accogliere e istruire i loro figli nella nostra scuola».
Oggi la scuola elementare e quella matea contano complessivamente circa 300 bambini, oltre il 90% dei quali provengono dai villaggi vicini sia arabi che ebrei. Un nuovo edificio è stato richiesto per estendere il curriculum scolastico alla scuola media.

MODELLO DA ESPORTARE?
Nel 1997, il Ministero israeliano dell’Educazione riconobbe ufficialmente la scuola matea e l’anno seguente quella elementare; nel 2000 «incorporò» la scuola matea nel sistema scolastico nazionale. «Era uno degli obiettivi del nostro metodo educativo: lanciare un modello che potesse essere imitato particolarmente in città o regioni con popolazione binazionale. I nostri sforzi sembrano avere successo: oggi in Israele abbiamo 5 scuole come questa, bilingue arabo-ebrea. Abbiamo lavorato in altri paesi con situazioni di conflitto, come Irlanda, Cipro e nella ex Yugoslavia».
A Skoplie, in Macedonia, per esempio, è sorto un asilo infantile bilingue: le insegnanti sono state a Nevé Shalom per prepararsi a una scuola del genere. Si è tentata un’esperienza anche in Kosovo, con le comunità di albanesi e serbi, ma con gruppi separati, perché i serbi sono chiusi in enclaves e le restrizioni non permettono ancora di organizzare una scuola biligue.
Più che un modello da esportare, Nevé Shalom vuole essere un esempio, un laboratorio di metodologia educativa, da adattare alle situazioni concrete dei popoli in conflitto. Le pubblicazioni che descrivono i percorsi e i metodi educativi sperimentati a Nevé Shalom sono ora disponibili in ebraico, arabo e inglese.

SCUOLA PER LA PACE
Scopo di Nevé Shalom non era solo di formare una comunità, ma anche di espandee l’impatto educativo all’esterno. Già prima che le famiglie si stabilissero a Nevé Shalom, erano stati organizzati incontri di studenti di scuole arabe e di scuole israeliane per incontrarsi e discutere insieme. «Le chiamavamo “scuole di pace”. Non era una vera scuola, dato che l’incontro durava un giorno solo – racconta Abdessalam -; però si parlava di pace. Molte altre scuole vollero venire a parlare di pace. Quando le discussioni si svolgevano con calma e i giovani tornavano a casa tranquilli, dicevamo che l’incontro aveva avuto un bel successo. Ma una volta ci fu una discussione accesa e sperimentammo fortissime tensioni: non sapevamo cosa fare. La sera concludemmo che era stato un fallimento.
Qualcuno, invece, ci disse che le forti discussioni non significavano fallimento e che era meglio discutere i problemi piuttosto che non affrontarli. Ci spiegò che, trattandosi di problemi emozionali, non basati sulla razionalità, avremmo dovuto chiamare qualche persona qualificata per organizzare i gruppi, adottare le strategie per guidare le discussioni, valutare i risultati finali e i metodi adottati».
Dopo quattro anni di valutazione e studio, si giunse alla conclusione che un giorno era troppo poco, una settimana troppo lunga; la durata ideale per la scuola di pace era di tre giorni, con gruppi misti ristretti di 15-18 partecipanti, con due facilitatori, uno arabo e uno ebreo. La Scuola per la pace (School for peace, Sfp) cominciò ad avere una fisionomia più regolare e metodica anche nella struttura di lavoro, con meno lezione o informazione e più dinamica di gruppo.
Fu cambiato anche il fine da raggiungere: all’inizio si parlava di trasformazione politica. Cosa impossibile. Primo traguardo da raggiungere era prendere coscienza di se stessi, pensare e agire senza stereotipi e generalizzazioni, in modo da comprendere e capire gli altri. «Per raggiungere tale comprensione reciproca, tra ebrei e palestinesi, ci vuole tempo – spiega il dottor Najjar -. Non basta un incontro, ma occorrono più esperienze in altre situazioni e in altri gruppi, dopo di che è possibile che qualcosa cambi».
centro spirituale
La terza istituzione educativa, sogno di padre Bruno, è stato il Centro spirituale pluralista. Anche se in questa terra i conflitti non sono di natura religiosa, negli ultimi anni, purtroppo, la religione ha cominciato a giocarvi un ruolo importante. Padre Bruno si domandava: «Come mai noi popoli del libro ci facciamo guerra in nome di Dio? Deve esserci una interpretazione sbagliata della sacra scrittura. Nulla è più sacro dell’umano: non è la terra che fa la santità di un popolo, ma è il popolo che fa santa la terra. Più che parlare di cose spirituali, bisogna parlare in modo spirituale, poiché ogni aspetto della nostra vita ha una dimensione spirituale» insegnava padre Bruno.
Ci furono molti incontri di dialogo interreligioso, non a livello di contenuto teologico, ma a livcello esistenziale: si discuteva su come devono essere le relazioni umane tra persone di diversa fede religiosa; sul perché in certi periodi i rapporti erano più pacifici o più ostili; su cosa bisogna fare per creare relazioni di pace.
«Anche oggi – continua Abdessalam – le iniziative di dialogo interreligioso sono sempre legate alla realtà che stiamo vivendo; partecipiamo agli incontri come esseri umani, cioè portando con noi tensioni e problemi, conflitti e paure, emozioni e pregiudizi… per cercare di esplorarli psicologicamente e trattarli in modo spirituale, in modo religioso».
Un’altra intuizione di padre Bruno, suggerita dalla sua prima collaboratrice Anne Le Meignen, fu di non edificare una chiesa, una sinagoga o una moschea, ma un luogo speciale, aperto a tutte le religioni: la «Casa del silenzio» (Bet Dumia-Sakina, in ebraico e arabo rispettivamente). L’ispirazione era venuta dalla meditazione sul Salmo 65,2: «Per Te il silenzio (dumìa) è lode, o Dio…».
È una cupola candida, sul dorsale della collina boscosa, affacciata sulla pianura sottostante; unici arredi sono alcuni cuscini per sedersi. Qui ciascun abitante del villaggio, religioso o no, a qualunque fede faccia riferimento, può raccogliersi, per pregare, meditare, riflettere. L’unico linguaggio che vi si parla è, appunto, il silenzio.
«Dio si rivela nel silenzio – spiega Anne Le Meignen -. Ricordate l’esperienza di Elia sull’Oreb: Dio non era nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco, ma nel “qol demama daqqa, una voce di silenzio lieve” (1Re 19,12)».
Nel 2006 attorno alla Dumia è sorto appunto il «Centro spirituale pluralista Bruno Hussar», una struttura per incontri, giornate di studio e corsi dedicati a una riflessione spirituale sui problemi che costituiscono il cuore del conflitto in Medio Oriente e sulla ricerca di una possibile soluzione, attingendo le risorse disponibili nella propria cultura e tradizioni religiose. 
Un altro sogno di padre Bruno sta per realizzarsi: la «Casa degli studi silenziosi», un edificio con sale riunioni, biblioteca, spazi per la creatività artistica… un ulteriore strumento di carattere spirituale per educare al dialogo, alla riconciliazione ed alla pace, attraverso la ricerca dei punti comuni, da rintracciare anche nelle rispettive scritture sacre delle diverse religioni.

La vita a Nevé Shalom
Il villaggio è gestito in modo democratico: ogni anno viene eletto un segretario che lo governa, affiancato da quattro consiglieri; almeno una volta al mese viene convocata l’assemblea plenaria per prendere le decisioni più importanti.
Attualmente vi sono una sessantina di famiglie, metà ebree e metà palestinesi, ma presto se ne aggiungeranno altre. La lista di attesa è lunga; un comitato studia i vari casi, ne analizza le motivazioni, istruisce sulle condizioni ed esigenze per vivere nella comunità, esamina le capacità di resistenza e alla fine fa la selezione.
Ogni famiglia deve costruirsi la propria casa. La terra è della comunità, la casa è proprietà privata, ma non può essere venduta; se una famiglia lascia il villaggio, terra e casa rimangono alla comunità, non viene venduta ad altra famiglia.
Lingua ufficiale è l’ebraico, anche perché gli arabi sono generalmente bilingui; d’altronde, i palestinesi hanno bisogno di conoscere l’ebraico per vari motivi; gli ebrei invece, non conoscono l’arabo; magari sono bilingui di una lingua europea.
Il villaggio non è affiliato ad alcun partito o movimento politico. Fino ad ora nessun governo israeliano ha considerato Nevé Shalom un’iniziativa o progetto di interesse nazionale; c’è rispetto e nulla più. È stato chiesto in concessione un pezzo di terra, come il governo fa per i kibbutz, ma fino ad ora la richiesta è stata rifiutata, con la scusa che non è una iniziativa di necessità nazionale; in realtà non si vuole la presenza di arabi in territorio israeliano.
Dal punto di vista religioso a Nevé Shalom risiedono ebrei, cristiani, musulmani e agnostici. Buona parte di essi non vi sono entrati per motivi religiosi; anzi, molti non sono neppure coscienti della loro identità religiosa. Era una delle critiche mosse a padre Bruno: come prete avrebbe dovuto interessarsi solo di cristiani, invece accoglieva tutti, senza chiedere la loro appartenenza religiosa. Padre Bruno rispondeva: «Da parte mia non rinuncio a nulla della mia fede; quanto a quelli che ancora non hanno trovato la strada che porta a Dio, sono certo che, al momento, agiscono secondo la parola di Dio; un giorno forse troveranno anche la loro via a Dio».

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




I sogni ad alta voce

Teatro: scuola di integrazione e di pace

«A noi e alla maggior parte degli israeliani non importa vincere la guerra. C’importa vincere la pace!» dice Angelica Calò Livné; a tale scopo ha dato vita, nel 2002, a Beresheet la Shalom (in principio  la pace), fondazione che comprende una compagnia teatrale di giovani ebrei e mussulmani, cattolici e non credenti dell’Alta Galilea.

Incontrare Angelica Edna Calò Livné è sempre fonte di intensa emozione. In qualità di insegnante ho avuto modo di assistere con i miei studenti a due rappresentazioni del Teatro dell’Arcobaleno al Dal Verme di Milano; in seguito il mio Liceo ha avuto il privilegio di ospitarla per la rappresentazione di Beresheet e per un seminario sulle tecniche teatrali destinate a favorire l’accoglienza reciproca. Ogni volta sono rimasta incantata dalla sua personalità prorompente, dalla passione con cui persegue la sua missione di educatrice, dall’amore per la sua famiglia e per i suoi figli «adottivi» del Teatro.
L’ho rivista il 12 settembre 2010; di passaggio per Milano, è riuscita a trovare alcune ore per incontrare un gruppo di ragazzi della parrocchia di San Giovanni Battista alla Bicocca, che aveva trascorso quindici giorni in Terra Santa, nell’intento di ascoltare le loro esperienze e offrire con la sua testimonianza una conoscenza più completa e articolata di Israele.

Da Roma al kibbutz in Galilea
Angelica ha iniziato a parlare ricordando la sua esperienza di ebrea romana, che ha vissuto l’adolescenza sul «confine», tra ebrei e cristiani, tra ebrei osservanti ed ebrei di ideali sionisti. A 20 anni ha preso la decisione di concretizzare quell’amore per Israele che condivideva con i genitori con una scelta di vita radicale: andare a vivere in kibbutz.
Così da 35 anni vive a Sasa, un kibbutz dell’Alta Galilea, nei pressi del confine libanese, nelle vicinanze del quale sorgono un villaggio druso, uno circasso, un villaggio di arabi prevalentemente cristiani, uno di arabi a maggioranza mussulmana.
Nel kibbutz, uno dei pochi che resistono alle trasformazioni in atto nella società israeliana, ha potuto dar corpo, insieme a suo marito Yehuda, alla sua passione per l’educazione e per il teatro.
Al tempo dell’intifada (1987) ha deciso di porre a servizio della pace la sua missione di educatrice e la sua esperienza di attrice e regista fondando nel 2002 il Teatro dell’Arcobaleno, il cui nome allude alla varietà di ragazzi che lo compongono, di etnia e religione diversa, ed evoca al tempo stesso il simbolo biblico per eccellenza della pace.
Ha ripercorso la storia di quella che è diventata nel frattempo una fondazione, la Fondazione Beresheet la Shalom (in principio la pace), intrecciando nel racconto le vicende del teatro, le difficoltà incontrate a livello economico-amministrativo, i momenti di scoraggiamento, ma anche gli aiuti inaspettati, i riconoscimenti ottenuti…, con la storia dei suoi ragazzi. Grazie a lei, essi hanno imparato il linguaggio universale dell’arte, ma soprattutto hanno imparato a conoscersi, ad accettarsi, al punto da sentirsi come appartenenti a una grande famiglia. Quando il tempo del teatro finisce e inizia quello dell’università e del lavoro per gli arabi e dell’esercito per gli ebrei, ricordano ad Angelica che sono e saranno sempre i suoi figli.

La storia di Mor
Due episodi in particolare sono impressi nella mia memoria. Il primo è legato alla storia di Mor, la ragazzina ebrea che, in vacanza in Kenya, si è trovata con i genitori e i fratelli nell’albergo di Mombasa oggetto nel 2002 di un terribile attentato.
Mor ha visto tutto l’orrore di quella strage e ha deciso di non frequentare più il teatro di Angelica: da quel momento ha odiato gli arabi. Angelica ha insistito perché almeno tornasse a salutare i suoi amici ebrei, Mor ha accettato.
Angelica ha preparato un’azione teatrale che aiutasse ad allentare la tensione che ognuno si portava nel cuore: era un’azione in cui ci si trovava imprigionati in scatole da cui progressivamente ci si doveva liberare. Al termine i ragazzi ad uno ad uno sono saliti sul palcoscenico a parlare di sé, delle proprie «prigioni»: Mor ha ascoltato in silenzio, poi, a sua volta è salita sul palcoscenico e ha dato sfogo a tutto ciò che ha visto, le macerie, il sangue, i corpi mutilati…
A quel punto Sharif, ragazzo arabo cristiano, le si è avvicinato e le ha chiesto di poterla abbracciare: tutti hanno seguito il suo esempio creando intorno a Mor un abbraccio di solidarietà e amore. Mor non è più partita.

Siamo tutti in barella
L’altro episodio ha riguardato un gruppo di studenti di una scuola professionale romana, poco motivati e assai indisciplinati, per i quali Angelica ha accettato di organizzare in Israele una settimana di approfondimento della cucina multietnica mediorientale. I ragazzi hanno partecipato con estrema attenzione e inaspettato senso di responsabilità, facendo amicizia con i ragazzi del Teatro dell’Arcobaleno.
Il momento culminante è stato quello in cui Yotam, uno dei quattro figli di Angelica, che era in quel periodo nell’esercito, ha letto la poesia di Erri De Luca, «Considero valore», e ha chiesto un tempo di silenzio, dopo il quale ha invitato tutti i ragazzi a esprimere a loro volta quello che per loro era il valore più importante.
È stato emozionante ascoltare quei ragazzi, spesso conosciuti soprattutto per le loro trasgressioni, parlare di amicizia, affetti familiari, solidarietà…
Un rappresentante dell’amministrazione comunale di Roma, che accompagnava gli studenti e che aveva sempre espresso la sua simpatia per la causa palestinese, ha chiesto a Yotam come mai un giovane come lui, così dolce e sensibile, non facesse l’obiettore di coscienza.
Yotam ha risposto raccontando quello che ha chiamato l’aneddoto della barella: «Nell’esercito quattro soldati portano sulle spalle una barella e devono marciare per molti chilometri sotto un sole cocente in territori impervi, seguiti da una lunga fila di soldati. Quando il dolore alla spalla si fa insostenibile il soldato alza una mano e dalle fila retrostanti uno prende il suo posto. Il ferito – dice Yotam – che viene portato sulle spalle è il popolo ebraico, in Israele e nel mondo, ma siete anche un po’ tutti voi minacciati dal terrorismo internazionale… Io devo essere pronto a sostituire chi è in difficoltà».
L’assessore al termine del soggiorno affermò di continuare ad avere a cuore la causa palestinese, ma ammise anche di capire Israele.
Angelica non avrebbe voluto che i suoi figli fossero costretti a indossare la divisa; fin da quando era in attesa del primogenito si augurava che non gli toccasse questa sorte e continua a sperarlo per Or, il figlio minore. Vorrebbe per loro e per tutti i ragazzi di Israele, ebrei e arabi, un destino di pace, di armonia, senza kamikaze, senza missili, senza muri.
Proprio perché si realizzi questo sogno ha dato vita alla Fondazione che comprende, oltre al Teatro, Shalom Lecha Salaam Radio Program, un programma radiofonico realizzato e condotto, insieme, da ragazzi israeliani arabi ed ebrei; il Progetto Comuna, che prevede un anno di servizio civile nella Fondazione; il Centro ecologico per la Pace e la Squadra di calcio United Colours of Galilee…

Sognando ad alta voce
Secondo la mistica ebraica un sogno pronunciato a voce alta è destinato ad avverarsi, perciò Angelica continua a sperare e a lottare con determinazione.
Mentre parlava sulla parete scorrevano le immagini di un documentario che proponeva un’intervista ad Angelica, ai suoi ragazzi e immagini di Beresheet, lo spettacolo diventato il simbolo del Teatro dell’Arcobaleno.
Si vedevano i ragazzi entrare in scena indossando abiti bianchi e una maschera: mimavano la condizione dell’umanità, vittima dell’ignoranza e della paura, che gradualmente scopre la sua identità. I ragazzi si liberavano così delle maschere, degli abiti tutti uguali, ma dall’identità ritrovata nasceva il desiderio di prevaricazione su chi ora, senza maschera, appariva «altro, diverso, nemico». Poi faticosamente emergeva la scoperta della comune dimensione umana che affratella nella diversità.
Nella mia mente riemerge il ricordo di quando Beresheet è stato rappresentato nell’auditorium del mio liceo. La rappresentazione ebbe luogo l’8 maggio 2008 e fu particolarmente emozionante perché coincise con il 60° della fondazione di Israele.
Il pubblico seguiva attento, ritmava i canti, accendeva i cellulari illuminando di piccole stelle l’auditorium, si univa alla danza sul palcoscenico, applaudiva, mentre sullo sfondo scorrevano le immagini della vita del kibbutz e scorci di paesaggi e di città israeliane, dove vivono tutt’ora i ragazzi, incantando con la loro bellezza gli spettatori.
Al termine dello spettacolo i ragazzi del Teatro dell’Arcobaleno si sono rivolti al pubblico ponendo ai loro coetanei domande del genere: «Come ci immaginavate? Come ci aspettavate?» e se ciò che avevano visto aveva confermato o modificato le loro idee, i loro convincimenti.
Gli spetattori hanno ammesso  con gratitudine che dopo lo spettacolo avrebbero guardato a Israele con occhi e cuore diversi. Mentre i mass-media imponevano le immagini di un paese militarizzato e profondamente segnato dall’odio, dalla violenza, Angelica e i suoi ragazzi avevano fatto conoscere la vita di gente normale che sogna e lotta per la pace.
A dimostrarlo basterebbero queste parole di Ittay, 17 anni, ebreo: «Mio fratello è nell’esercito da diversi mesi; tutti i giorni penso a lui e alla guerra e faccio quello che posso per testimoniare che la pace è possibile»; così pure Saeed, 17 anni, mussulmano: «Lo spettacolo porta la pace nei cuori. Noi siamo un microcosmo di pace dentro un mondo di guerra. Tutti possono mettere un po’ di amore nelle proprie guerre quotidiane».

Spettatori: giù la maschera!
Beresheet rappresenta una storia di liberazione, di conoscenza di sé e di accettazione dell’altro, che ha una valenza universale e al tempo stesso anche ciò che Angelica realizza con il Teatro dell’Arcobaleno educando a combattere il pregiudizio, a scoprire la bellezza e la ricchezza del vivere con l’«altro».
Ma l’azione teatrale diventa vera ed efficace anche nel momento stesso della sua rappresentazione, coinvolgendo il pubblico a cui si toglie la maschera di una conoscenza approssimativa, deformata da stereotipi e informazioni parziali…

Ballando la pace
Angelica è tornata nel nostro liceo anche nell’ottobre 2009 per incontrare un gruppo di studenti e far conoscere la sua tecnica teatrale. Così quell’incontro rivive nelle parole di Giulia: «Angelica ha voluto fare con noi lo stesso lavoro e le stesse attività che fa con i “suoi” ragazzi in Israele. E così ci siamo ritrovati a ballare e a fare giochi con ragazzi/e di altre classi, che non conoscevamo e di cui soltanto dopo abbiamo conosciuto i nomi e le origini.
Nella seconda parte dell’incontro, dopo essere stati divisi in gruppi, abbiamo preparato delle piccole scene mute, dalle quali però doveva trasparire il concetto di amicizia o di conflitto e riappacificazione. Il fatto più strano è che Angelica, pur non conoscendoci, è riuscita a metterci a nostro agio. Non mi era mai capitato di ballare o recitare davanti e con persone sconosciute, soprattutto in un’aula di scuola con i professori presenti.
In sostanza Angelica è riuscita a unire e a far divertire dei ragazzi di classi diverse, che probabilmente non si sarebbero mai incontrati e conosciuti altrimenti. Quindi è riuscita nel suo intento, perché ha ricreato una situazione simile a quella che vive tutti i giorni in Israele e ha dimostrato come attraverso il teatro e l’arte si possano costruire incontri e gettare le basi di un dialogo duraturo».
E Giovanni aggiunge a sua volta: «Quando Angelica, trafelata, è arrivata nell’aula predisposta, ha fatto spazio spingendo le sedie contro una parete, ha acceso la musica e ha detto: “Iniziamo a muoverci!”. Tutti si sono pietrificati. Pian piano, un arto alla volta, abbiamo iniziato a scioglierci. Ho visto persone, che consideravo da anni dei timidi cronici, ballare e saltare per la stanza e ragazzi sconosciuti svelare volti nascosti e inimmaginabili.
Definire questa esperienza “teatro” è esagerato. Non si diventa attori in due ore scarse di laboratorio e improvvisazione; un termine più corretto sarebbe “esperienza di socializzazione”. Alla fine dell’incontro erano tutti rilassati e sorridenti, ci siamo salutati come vecchi conoscenti e un mio compagno di classe mi ha detto ridendo: “Oggi ci siamo fatti un bel po’ di nuovi amici!”.
È stato un incontro interessante e utile, da riproporre. Non trovo per nulla strano che con questi “giochi” e musiche senza parole si possano unire popoli lontani e nemici come palestinesi e israeliani».
Ora Angelica sta allestendo uno spettacolo sui diritti dei minori, ispirato all’opera di Janus Korczak, il medico polacco di origine ebraica, estensore della carta dei diritti del bambino, morto a Treblinka insieme ai 200 bambini e ragazzi del ghetto di Varsavia che non aveva voluto abbandonare.

Per maggiori informazioni vedi il sito: www.masksoff.org

Maria Teresa Maglioni

Maria Teresa Maglionii




Piccolo popolo, tanti primati

Samariani: pochi, ma «buoni»

Fenomeno più unico che raro, i Samaritani sono sopravvissuti come entità etnica e religiosa a difficoltà e persecuzioni secolari; il loro numero può apparire insignificante; le loro tradizioni sembrano più attrazioni turistiche che espressioni di fede; eppure hanno una forte ambizione: fare da ponte nel conflitto israelo-palestinese… Anche perché, per sopravvivere, hanno bisogno di pace soprattutto.

«Siamo la più antica e la più piccola nazione e setta religiosa del mondo. Per questi e altri primati potremmo entrare in molte pagine del Guinnes of Records – esordisce Husney W. Kohen, fondatore e direttore del Museo dei Samaritani a Kiryat Luza, villaggio sulla dorsale del monte Garizim -. Tre mila anni fa i Samaritani erano 3 milioni; nel medioevo erano un milione e 200 mila; nel 1917 contavano appena 146 persone. Oggi sono 729 (1° gennaio 2010); metà vivono sul monte Garizim, il resto a Holon presso Tel Aviv».
Elegante nella sua lunga veste grigia, 66 anni, Husney Kohen si presenta come uno dei 12 sacerdoti custodi della fede dei Samaritani e, sottolineando il suo lignaggio, spiega l’albero genealogico: «Da Adamo a me ci sono 162 generazioni; da Aronne, fratello di Mosè, 132 generazioni».
LE ORIGINI
«Abbiamo anche il calendario più antico del mondo – continua Kohen mostrando un almanacco con le cifre 3647-3648 -. Questi sono gli anni trascorsi da quando gli ebrei passarono il Giordano, entrarono nella terra di Canaan e rinnovarono l’alleanza qui a Sichem (oggi Nablus), secondo il comando di Mosè:  “Quando il Signore tuo Dio ti avrà condotto nella terra che vai a conquistare, tu porrai la benedizione sul monte Garizim e la maledizione sul monte Ebal” (Deut 11,29)».
E così avvenne, come si legge nel libro di Giosuè: tutte le tribù schierate attorno all’arca dell’alleanza, metà voltate verso il monte Garizim pronunciarono le benedizioni per gli osservanti della legge; metà rivolte al monte Ebal lanciarono le maledizioni contro i trasgressori (Cf Gios 8,33).
Nella regione che prenderà il nome di Samaria rimasero i discendenti di Efraim e Manasse, figli di Giuseppe, e alcuni della tribù di Levi, mentre le altre continuarono la conquista del territorio sotto la guida dei giudici e poi della monarchia. Per 270 anni esse condivisero la stessa storia; seguirono due secoli di storia parallela, in seguito alla divisione (930 a.C.) tra regno di Giuda al sud, con capitale Gerusalemme, e regno d’Israele al nord, con capitale Sichem e poi Samaria.
La separazione politica divenne anche divisione religiosa, a partire dal 722 a.C., quando il regno del nord fu distrutto dagli Assiri e una parte della popolazione (27.290 secondo gli annali dei vincitori) fu deportata e sostituita con coloni della Mesopotamia, provenienti soprattutto da Cutha, che si mischiarono ai 60 mila israeliti rimasti sul luogo. La mescolanza etnica e culturale, con relativo sincretismo religioso, provocò il rigetto da parte dei giudei del sud verso i Samaritani, chiamati con disprezzo «cutheani», cioè gente di sangue misto e semi-pagana.
In realtà, i Samaritani continuarono a ritenersi parte del popolo ebraico e nel 538 a.C., quando i giudei esiliati a Babilonia tornarono a Gerusalemme, i Samaritani offrirono il loro aiuto per ricostruire il tempio e officiarlo insieme, ma furono respinti brutalmente, perché considerati razzialmente impuri. Per questo, nel IV secolo a.C., i Samaritani costruirono il proprio tempio sul monte Garizim, il luogo in cui, secondo il loro credo, erano avvenuti diversi eventi significativi della storia dei patriarchi e del popolo israelitico. Si consumava così lo scisma tra le due popolazioni.
Non passarono due secoli e il tempio fu raso al suolo, nel 128 a.C., dal re di Giuda, Giovanni Ircano, nel tentativo di sottomettere i Samaritani alla tradizione gerosolimitana, portando al culmine, invece, l’incomunicabilità, l’ostilità e l’odio tra giudei e samaritani. E questo era il clima che si respirava al tempo di Gesù (vedi riquadro).
Nei secoli seguenti, con il susseguirsi nella terra santa di varie dominazioni  – romana, bizantina, islamica, turca – i Samaritani sperimentarono momenti di pace alternati a periodi di oppressione e persecuzione, in cui essi furono costretti alla conversione o alla diaspora. Così il loro numero si assottigliava costantemente, fino a raggiungere il minimo storico di 146 persone, grazie anche a una tremenda epidemia scoppiata a Nablus alla fine della guerra mondiale, quando i turchi lasciarono la Palestina.
IDENTITÀ
«Da oltre tre millenni abitiamo in questo luogo; siamo il resto dell’antico regno d’Israele, ci riteniamo e definiamo Bene-Yisrael, figli d’Israele. Siamo i veri israeliti» afferma Husney Kohen in polemica con una corrente storiografica che definisce i Samaritani una setta staccatasi dal giudaismo nel periodo del 2° tempio (538 a.C.-70 d.C.), e continua: «Contrariamente a quanto capita per la maggior parte dei popoli, non è la Samaria a dare il nome ai suoi abitanti, ma il contrario: il termine samaritani deriva infatti dall’ebraico “shamerim”, che significa “custodi, osservanti” dell’insegnamento di Mosè».
Mentre parla, Kohen si avvicina a una parete ricoperta da un drappo rosso con scritte ricamate in oro; rimuove un velo rosso e apre un rotolo di pergamena avvolto in un panno di seta verde, ugualmente ricoperto da una fitta scrittura ricamata in oro. Poi continua, sciorinando altri primati: «Questo è il più antico libro del mondo, il Pentateuco, i cinque libri della Torah, l’unica nostra legge, tramandataci da Mosè. Questo codice è di 150 anni fa, ma ne abbiamo un altro che risale a sei secoli fa, ma non viene mostrato al pubblico; già una volta hanno tentato di rubarlo, quando era nella sinagoga di Nablus. Molti musei vorrebbero comperarlo; il British Museum ha offerto una grossissima somma solo per custodirlo ed esporlo al pubblico, ma non possiamo privarci del nostro tesoro più prezioso».
Oltre al contenuto, la preziosità del codice sta nella sua rarità: è scritto in ebraico antico, con un alfabeto precedente a quello attuale a lettere quadrate, adottato dagli ebrei dopo l’esilio sotto l’influsso della scrittura babilonese. «L’ebraico antico è la madre di tutte le lingue del mondo» continua Kohen, indicando una riproduzione delle lettere dell’alfabeto e spiegando come ognuna di esse corrisponda a un membro del corpo umano.
Il Pentateuco samaritano, la cui redazione è attribuita dalla tradizione ad Abisha, pronipote di Mosè, contiene oltre 7 mila differenze rispetto al testo ebraico masoretico. Per lo più sono diversità ortografiche, ma alcune anche di contenuto «teologico», come la questione del luogo della presenza di Dio. In 22 versetti del Deuteronomio, la versione samaritana usa il verbo al passato: «Nel luogo che l’Onnipotente ha scelto»; mentre la redazione masoretica usa il futuro: «Nel luogo che l’Onnipotente sceglierà» (Dt 16,11).
La differenza è cruciale: per i Samaritani tale scelta è avvenuta ancor prima dell’entrata nella terra promessa ed è il Garizim, unico monte della terra d’Israele espressamente consacrato nel Deuteronomio quale luogo delle benedizioni (Dt 11,29), luogo dove Abramo e Giacobbe hanno costruito altari. Per i giudei, invece, il verbo al futuro esprime solo l’annuncio della scelta, che si realizzerà al tempo di David e Salomone (1000-930 a.C.) e cadrà sul monte del tempio a Gerusalemme.
Un’altra differenza riguarda la redazione del decalogo (Es 20,1-14). Nel testo samaritano il primo comandamento è: «Non avrai altri dei…» (secondo nella versione masoretica); il decimo ordina di costruire un altare sul monte Garizim, comandamento assente nel testo masoretico.
Il luogo del culto è sempre stato il pomo della discordia, da quando Eli scippò al Garizim l’arca dell’alleanza e la trasportò a Silo, fino al tempo di Gesù, come appare dalla domanda della donna samaritana: «I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». E rimane tutt’ora la principale discriminante tra la fede dei Samaritani e quella degli Ebrei, come si apprende dalle labbra stesse di Kohen: «Inutile che certi Ebrei cerchino di ricostruire il terzo tempio a Gerusalemme, quando Dio ha scelto il Garizim».
CREDO E FESTE
«I Samaritani sono guidati da quattro principi di fede – continua -: un solo Dio, il Dio d’Israele; un solo profeta, Mosè figlio di Amran; un solo libro sacro, il Pentateuco, la Torah trasmessa da Mosè; un solo luogo sacro, il monte Garizim. Inoltre crediamo nella venuta del Taheb, “un profeta come Mosè” (cf Dt 18,15), un messia (cf Gv 4,25) della stirpe di Giuseppe e non di discendenza davidica, che verrà alla fine dei tempi, nel giorno della vendetta e della ricompensa».
Samaritani ed Ebrei hanno in comune la celebrazione di sette festività, quelle menzionate nel Pentateuco: la Pasqua con il suo sacrificio (vedi riquadro) per ricordare la liberazione dalla schiavitù in Egitto; la festa degli Azzimi, per sette giorni si mangia pane non lievitato; la festa delle Settimane (Shavuoth) o pentecoste; il primo giorno del Settimo Mese (Tishri), per ricordare l’entrata nella terra di Canaan; il Gioo dell’Espiazione (Yom Kippur); la festa delle Capanne (Sukkot), a ricordo delle abitazioni durante l’esodo, che si conclude con la festa della Gioia della Torah.
«In conseguenza della persecuzione islamica dei secoli passati – continua Kohen mentre mostra un grande plastico di frutta multicolore – i Samaritani costruiscono il sukkot in casa e non all’aperto come gli Ebrei. Comperiamo 3-400 chili di frutta della terra santa, la leghiamo a un graticcio di acciaio formando disegni fantasiosi e lo appendiamo al soffitto della stanza principale; l’ottavo giorno, la frutta è ridotta in succo per la delizia dei più piccoli, e non solo, per festeggiare la dolcezza della Torah».
Altri doveri del «buon samaritano» sono: vivere in terra d’Israele o almeno mantenervi la residenza; celebrare la pasqua sul monte Garizim; fare il pellegrinaggio al monte sacro tre volte l’anno (ultimo giorno degli Azimi, Pentecoste; primo giorno del Sukkot); osservare scrupolosamente le leggi della purità alimentare e del sabato. «In tale giorno – continua Kohen – non solo non facciamo alcun lavoro, ma non usiamo l’elettricità né rispondiamo al telefono, non usciamo di casa se non per andare a pregare nella sinagoga; tornati a casa leggiamo un capitolo della Torah».
PROBLEMI E LAMENTELE
«Siamo la popolazione più giovane al mondo – continua Kohen con un altro primato – ma abbiamo un grave problema: da oltre due secoli soffriamo la scarsità di spose, per cui i nostri uomini cercano donne di altre religioni. Attualmente un’ebrea, 5 cristiane provenienti da Russia e Ucraina, 3 musulmane da Turchia e Azerbaigian sono sposate con uomini samaritani di Kiryat Luza. Prima, però, sono state sottoposte a un periodo di prova, si sono convertite alla nostra religione e impegnate a osservarla».
Sono curioso di sapere come vengono combinati tali matrimoni. «Usiamo anche noi internet e facebook – risponde sorridendo -. Siamo molto religiosi, ma aperti al mondo moderno. I miei figli, due maschi e tre femmine, hanno studiato all’università: una giornalismo, un’altra economia e commercio, la terza informatica; un figlio gioca a pallacanestro».
Contro la sopravvivenza dei Samaritani congiurano anche altri problemi economici e sanitari. «La nostra gente ha spesso mal di testa» lamenta Husney Kohen. La causa è attribuita alle radiazioni elettromagnetiche emanate da 7 torri di comunicazione, costruite e gestite dal governo israeliano attorno al villaggio».
Da più di tre anni i Samaritani sopportano l’embargo al loro rinomato tahinia (crema di sesamo). «Il migliore al mondo» afferma Kohen. Israele ne impedisce l’esportazione per motivi di sicurezza, dicono; in pratica priva del lavoro una decina di famiglie».
Ma il problema più grave per il futuro dei Samaritani viene dalla situazione di guerra israelo-palestinese. I musulmani li considerano ebrei; gli ebrei li ritengono arabi; per questo si sentono spesso «tra l’incudine e il martello» e in passato hanno subito angherie da ambo le parti.
«Come abitanti di Kiryat Luza abbiamo la cittadinanza palestinese – spiega Kohen -; nella vita quotidiana parliamo l’arabo, ma il sabato e nelle feste usiamo l’antico ebraico e lo insegniamo ai nostri figli a scuola. In quanto credenti della Torah, abbiamo ricevuto la cittadinanza israeliana, come quelli della comunità di Holon, in territorio israeliano. Non siamo schierati da nessuna delle due parti. Anzi, molti di noi hanno la carta di identità palestinese, il passaporto israeliano e quello giordano, dato che fino al 1967 eravamo sotto il re della Giordania».
Con tale neutralità i Samaritani si propongono come intermediari tra Israele e Palestina; l’irrilevanza numerica favorisce la credibilità della loro mediazione, dal momento che non rivendicano alcun privilegio territoriale, ma solo la libertà di vivere secondo le proprie tradizioni. «Israeliani e palestinesi devono imparare dai Samaritani – conclude Kohen -. Anche noi vogliamo essere motivo di pace tra i due popoli. Senza pace sono a rischio Samaritani, Palestinesi e Israeliani. La guerra non serve a nessuno. Ma non può esserci pace senza riconoscere ai Palestinesi il diritto alla propria patria. Per questo noi lavoriamo e preghiamo. E anche ora prego Dio perché ci conceda la pace».
Che Dio lo ascolti.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Resistere Resistere Resistere

Taybeh: ultimo villaggio interamente cristiano

Tre campanili e nessun minareto: l’antica Efraim è l’unico villaggio palestinese interamente cristiano, ma è a rischio estinzione: varie iniziative provvedono lavoro e motivazioni perché la gente resista alla tentazione di emigrare.

La sua storia risale a migliaia di anni prima di Cristo, quando arrivarono nella regione alcuni clan cananei, provenienti dalla penisola araba; una storia travagliata fin dal nome, citato almeno sei volte nella bibbia come Ofra, Efron, Efraim, Afra, finché nel 1187 il Saladino gli diede il nome definitivo: era capitato che, ricevendo gli omaggi di una delegazione di Afra, il presentatore storpiò talmente il nome da significare «demonio malefico»; affascinato dalla bellezza e gentilezza dei delegati, il condottiero musulmano cambiò il nome in «Taybeh», che significa «Bello di nome».
Taybeh è bello anche di fatto, con le sue casette bianche appollaiate su una collina sassosa, 35 chilometri a nord-est di Gerusalemme, ai margini della Samaria e del deserto di Giuda. Visto da lontano assomiglia ad altri innumerevoli villaggi arabi disseminati nelle zone collinose della Terra Santa; è così piccolo che non figura sulle mappe ufficiali di Israele e Palestina; ma quanto più ci si avvicina tanto più appare la sua singolarità: al posto del solito minareto e rispettiva moschea, spiccano tre bei campanili di altrettante chiese cristiane: la cattolica latina, che conta oltre 750 fedeli, quella greca-ortodossa con poco più di 450 membri e quella greco-cattolica o melchita con circa 160 seguaci.
Storia e tradizioni
«Taybeh è l’unico villaggio della Terra Santa abitato da soli cristiani: tutti arabi. Anch’io sono arabo, nato a Jenin 42 anni fa; dal 2002 sono parroco della comunità cristiana di rito latino» esordisce don Raed Abusalhia, parlando ai visitatori, come fa ogni domenica dopo la celebrazione della messa. Di solito li accoglie nella «Sala del divano», ammobiliata come una tenda di beduini; questa volta, però, ci raduna tutti in chiesa, poiché due gruppi di ospiti (indiani del Kerala e cristiani uniati di San Francisco, Usa) sono troppo numerosi.  
«Gli abitanti del villaggio sono tutti arabi – ripete don Raed – e si vantano di essere stati evangelizzati da Gesù in persona, come si legge nel vangelo». Dopo la risurrezione di Lazzaro, racconta l’evangelista Giovanni, «i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio… e decisero di uccidere Gesù. Pertanto egli… si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli» (Giovanni, 11,47-54).
L’enunciato evangelico è molto scao. Ma ci ha pensato la fantasia mediorientale a fornire altri dettagli, a cui si ispira anche don Raed. «Gesù venne in questo luogo per quattro motivi – continua il parroco. Primo perché la Samaria è un posto tranquillo e i samaritani sono ospitali; secondo perché questo era un luogo di rifugio e chi vi accorreva godeva di immunità e non poteva essere perseguito neppure dai rabbini; terzo perché qui Gesù aveva degli amici a cui ricorreva nelle difficoltà; soprattutto egli venne in questo luogo quasi desertico per prepararsi agli ultimi eventi della sua vita, come aveva già fatto tre anni prima, ritirandosi a pochi chilometri da qui, sul monte della Quarantena o delle Tentazioni, per prepararsi alla sua vita pubblica».
Secondo la tradizione, proprio sulla strada verso Efraim sarebbe avvenuta la guarigione dei 10 lebbrosi (Luca 17,12) e il samaritano guarito avrebbe accompagnato Gesù fino al villaggio, gridando talmente la sua felicità che gli apostoli ne furono irritati. Ma Gesù, continua la leggenda, si fermò, chiamò il samaritano, lo benedisse e lo congedò. L’uomo, baciando il suolo, chiese un nuovo nome e Gesù lo chiamò «Efraim», che significa «doppio frutto», cioè, la vita ricevuta due volte.
Un’altra tradizione racconta che, arrivato ad Efraim, i notabili del villaggio lo invitarono a restare con loro, poiché quelli del tempio lo odiavano, e un ragazzo gli corse incontro con un melograno. Gesù ne approfittò per raccontare una parabola. Spaccò il melograno e lo mostrò ai presenti, dicendo: «I chicchi di questo frutto sono dolci, come sapete, ma sono racchiusi in una membrana molto amara. Così il Figlio dell’uomo deve passare attraverso le amarezze della morte, prima di gustare la dolcezza della risurrezione».  
Anche alla Madonna, venuta a Taybeh per trovare il Figlio, la gente avrebbe offerto un melograno. A tale leggenda si ispira l’icona della «Madonna di Efraim», in cui la vergine è rappresentata con in mano il melograno, frutto sacro in oriente, simbolo di pienezza, fecondità ed eternità.
«Leggende a parte – continua il parroco – i cristiani di Taybeh rivendicano la discendenza apostolica della loro fede e la consapevolezza di avere mantenuto vivo il vangelo da due mila anni senza interruzione, resistendo all’islamizzazione avvenuta invece nel resto della Palestina. Tale resistenza e costanza nella fede è testimoniata dalle rovine di due antichissime chiese bizantine costruite nel paese fin dall’inizio del IV secolo. In una di esse, El Khader o chiesa di san Giorgio, potete vedere il battistero in cui gli abitanti di Taybeh hanno attinto e continuano ad attingere la fede cristiana» (vedi riquadro).
Uniti  dalla stessa sorte
Taybeh è un laboratorio di ecumenismo. I parroci delle tre comunità formano un comitato che si incontra una volta al mese per discutere i problemi della gente, trovare soluzioni ed anche per pregare insieme, fatto non comune in Terra Santa. Tale intesa è necessaria anche perché molte famiglie, in seguito ai matrimoni misti, fanno parte di più chiese. Per evitare confusioni in famiglia e di fronte ai musulmani, le tre chiese hanno concordato di celebrare natale e pasqua nelle stesse date, nonostante le differenze di calendario: natale il 25 dicembre, secondo il calendario gregoriano-latino, e pasqua seguendo il calendario giuliano-ortodosso.
«Qui pratichiamo l’ecumenismo della vita. Non capisco perché, con tanti incontri ecumenici ad alto livello non si riesca a stabilire una data definitiva per la pasqua valida per tutte le chiese cristiane nel mondo, senza dipendere dalle fasi della luna» sottolinea polemicamente don Raed, tra sonori applausi degli uniati americani.
«Coltiviamo buoni rapporti anche con i musulmani: una quarantina locali (“ospiti di passaggio” dicono i paesani), e quelli dei 16 villaggi circostanti. Noi cristiani ci sentiamo palestinesi a tutti gli effetti. Viviamo insieme da almeno 14 secoli e ci sentiamo un solo popolo: stesse tradizioni, stessa lingua, stessi problemi, stessa sorte. Nel conflitto in corso non rappresentiamo una terza parte, ma siamo sulla stessa barca con i nostri fratelli musulmani e abbiamo a cuore la liberazione della nostra terra in modo pacifico, senza essere antisemiti né anti-israeliani».
Don Raed insiste nell’affermare che lui e la sua comunità sono arabi, per confutare una certa «propaganda» che identifica il cristiano con l’occidentale e lo contrappone all’arabo islamico. «A volte ci capita di essere vittime di reciproci “pregiudizi”, ma con il dialogo riusciamo a superarli». Lo prova il fatto che gli alunni più piccoli della scuola del Patriarcato Latino sono per un terzo musulmani: vengono dai villaggi vicini, compagni di scuola dei ragazzi di Taybeh con normalissime relazioni di amicizia.
«Noi cristiani – continua don Raed – non vogliamo essere definiti “minoranza”: parola che in arabo ha la stessa radice di debole, perseguitato, straniero. Niente di tutto questo. La nostra rilevanza non dipende dal numero, ma dal tipo di presenza e testimonianza che riusciamo a garantire». Ma non si pensi che sia facile restare cristiani in Terra Santa. «Il problema principale è la mancanza di libertà, in seguito all’occupazione militare israeliana e alla politica di sicurezza, diventata più oppressiva dopo lo scoppio della seconda intifada» spiega don Abusalhia. Centinaia di chilometri di «muro», posti di blocco, check points tengono i palestinesi prigionieri nei loro territori, dai quali non possono uscire senza uno speciale permesso, rilasciato dall’amministrazione israeliana solo per motivi particolari.
Tale isolamento è reso più pesante dalla politica di colonizzazione perseguita dal governo ebraico senza sosta e con ogni mezzo, comprando dai palestinesi o espropriando con la forza i loro terreni. Attoo a Taybeh ci sono già cinque insediamenti ebraici e quello di Ofra continua ad espandersi, erodendo anche il territorio del villaggio cristiano. Tale politica rende più difficile gli spostamenti anche all’interno dei territori palestinesi: alcune strade sono riservate esclusivamente alle auto dei coloni israeliani, costringendo i palestinesi a nuovi e più lunghi percorsi. «Prima della costruzione di Ofra – precisa don Abusalhia – il percorso tra Taybeh a Ramallah era di 13 chilometri; oggi è di 35».
Sopravvivenza a rischio
Conseguenza di tale situazione è l’emorragia migratoria, che minaccia la sopravvivenza del villaggio cristiano, al pari della presenza cristiana nel resto della Terra Santa. Prima della guerra dei sei giorni (1967), Taybeh contava 3.400 abitanti; oggi sono più che dimezzati; almeno 7 mila persone originarie di Taybeh sono sparse per il mondo, in America, Giordania o semplicemente a Gerusalemme.
Per frenare tale emorragia le autorità religiose e civili di Taybeh hanno posto in atto varie iniziative. Prima di tutto, contro la minaccia della colonizzazione, è stato costituito un fondo comune, con il contributo degli emigrati, per acquistare i beni di chi decidesse di emigrare: una legge non scritta, ma scrupolosamente osservata, proibisce di vendere ai non cristiani le proprietà, terreni e case, che devono passare da padre in figlio.
Ma non basta: bisogna motivare la gente a restare nel paese, foendo lavoro e prospettive per il futuro. La chiesa ortodossa ha lanciato il progetto per la costruzione di 20 abitazioni: alla raccolta dei fondi contribuiscono anche cattolici romani. «La spesa prevista è di un milione di dollari» chiarisce don Raed, con un sorriso accattivante verso gli uniati americani.
«In tempi di check point e strade chiuse – continua don Raed – è quasi impossibile raggiungere l’ospedale di Ramallah o Gerusalemme; in questi anni, nei check point abbiamo avuto la nascita di 76 bambini e 24 decessi tra madri e bambini. Per questo abbiamo dovuto ingrandire il centro medico, foendolo di una sala parto e altre piccole strutture di emergenza. Oggi il centro medico, nonostante la sua minuscola taglia, offre tutti i servizi di un vero ospedale. E questo grazie al vostro aiuto» conclude il parroco ammiccando agli estasiati americani. E continua senza distogliere lo sguardo dal gruppo califoiano: «Cerchiamo sponsor e volontari per sostenere la scuola, che oggi accoglie oltre 450 alunni, dall’asilo al liceo, e la nostra Beit Afram, la casa di riposo per anziani e di riabilitazione per handicappati, realizzata nel 2005 con fondi donati dalla parrocchia di San Lorenzo in Firenze e gestita dalle suore Figlie dell’Addolorata».
A Taybeh c’è anche una casa di accoglienza per pellegrini e gente di passaggio, intitolata a Charles de Foucauld, il quale passò a Taybeh una prima volta nel 1897 e vi ritoò l’anno seguente per una settimana di ritiro, dal 14 al 21 marzo, traendo da qui ispirazione per ben 35 pagine dei suoi scritti spirituali.
Olio extra vergine e…
 per la pace
La parrocchia cattolica, essendo la più numerosa e meglio organizzata, è l’asse portante di tutto lo sviluppo del paese, valorizzando al massimo le risorse locali e con gli aiuti che vengono dall’estero. «Ma noi cristiani di Terra Santa non vogliamo restare mendicanti, dipendere dagli altri. La nostra gente ha voglia di lavorare e creare prodotti di qualità» continua il parroco.
Appena arrivato a Taybeh don Raed ha creato la Olive Branch Foundation (Fondazione ramo d’olivo) che ha finanziato la realizzazione di un moderno oleificio e l’avvio di laboratori artigianali per la produzione di oggetti di legno d’olivo, sapone, candele, maftul (cuscus), ceramiche… La produzione dell’olio di oliva è un’attività ancestrale a Taybeh, praticata da 300 famiglie su 380, con oltre 30 mila olivi e altri 180 mila nei territori dei villaggi circostanti. Ma l’intifada e relative misure di sicurezza israeliane hanno reso difficile il mercato dell’olio di Taybeh, dimezzandone il prezzo e riducendolo a moneta di baratto.
La gente era così scoraggiata che non si curava più di raccogliere le olive. «Un anno, all’apertura delle scuole, molta gente si trovò senza soldi per pagare la tassa scolastica – racconta don Raed -. Dissi che potevano pagare con l’olio: sei taniche da 16 litri all’anno per ogni studente. Mi ritrovai con oltre trenta ettolitri d’olio d’oliva da smaltire, in compenso la gente trovò nuovo coraggio».
L’installazione a Taybeh del frantornio moderno, senza più dipendere da quello di Silwad, ha permesso di ottimizzare la produzione dell’olio con certi accorgimenti tecnici, come la raccolta ritardata delle olive e la frantumazione in giornata, cosicché l’olio può  essere classificato come «extra vergine». «Nel 2003 – continua don Raed – abbiamo firmato un contratto con una Ong francese, Ater Ego, che assorbe gran parte della produzione locale: oggi l’olio di Taybeh viene venduto in 4 mila supermercati francesi, mentre i prodotti artigianali, tramite il commercio equo-solidale, vengono spediti in ogni parte del mondo».
Un’altra idea del vulcanico parroco, lanciata nel 2004, è la «lampada della pace», una ceramica a forma di lucerna tradizionale o di colomba, che oltre a dare lavoro e di che vivere dignitosamente ad una ventina di famiglie, vuole richiamare l’attenzione sulla Terra Santa, straziata da decenni di conflitto israelo-palestinese, in una situazione che a tutt’oggi sembra senza via di uscita. «Ci resta un ultimo rimedio: rivolgiamo al Signore la nostra preghiera per la pace in Terra Santa, attorno a un’idea semplice e simbolica: la lampada, con olio e luce, è un messaggio di pace da parte nostra e un segno di solidarietà da parte vostra» spiega il parroco sempre rivolto agli americani.
Il suo obiettivo è far giungere le «lampade della pace» a più di 100 mila chiese in tutto il mondo. «Con una tale catena di preghiera che unisce i cristiani di tutto il mondo, il buon Dio ascolterà il nostro appello, non avrà altra scelta!» conclude don Raed, volgendo lo sguardo accattivante anche agli indiani del Kerala.

Di Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Il sogno di Jeff

Israele e Palestina: tra pareti abbattute e muri eretti

È possibile avviare un processo di riconciliazione, oggi, tra Israele e Palestina? Lo abbiamo chiesto all’antropologo e attivista isrealiano Jeff Halper, direttore del Comitato isrealiano
contro la demolizione delle case (Icahd).

Più di una volta la nostra rivista ha affrontato il tema del conflitto isrealiano- palestinese. Vorremmo chiedere se, oggi come oggi, vedi una qualche possibilità di riconciliazione fra le due parti.
Parlare di  riconciliazione è  prematuro. Questa può e deve avvenire soltanto dopo aver stabilito un accordo di pace. Ci sono stati in passato molti tentativi di dialogo tra israeliani e palestinesi; continuiamo  sempre a dire che faremo lo sforzo di capirci di più, che ci conosceremo meglio, che parleremo dei nostri problemi… Purtroppo, sono tutti tentativi che, in realtà, non hanno mai funzionato; anche perché il governo israeliano non ha mai manifestato la volontà di smantellare, far cessare l’occupazione. Né che al governo ci fossero i laburisti, il Likud, o qualsiasi altro partito.
Chiaramente, quando i palestinesi entrano in dialogo con gli israeliani che fanno parte di un movimento di pace, si rendono conto che questi ultimi non sono in realtà capaci di influenzare la politica del loro governo e quindi il dialogo si esaurisce ben presto perché i palestinesi dicono: «Non possiamo normalizzare le relazioni, imparare a conoscere meglio voi israeliani, diventare amici e, nel contempo, continuare a subire l’occupazione». Bisogna eliminare l’occupazione dai territori palestinesi e poi si potrà iniziare a dialogare. Non possiamo mettere il carro davanti ai buoi.

Cosa ostacola l’inizio di un processo di normalizzazione e, quindi, di pace e riconciliazione?
Il vero problema è rappresentato dalla politica e dalle strategie politiche che vengono prima di ogni processo di riconciliazione. Ciò che mi sorprende sempre è il fatto che non vi sia odio fra la gente comune delle due parti in conflitto. Anzi, in questo senso, penso che siamo noi israeliani ad essere in difetto. Siamo indifferenti ai palestinesi, non ci importa di loro, non ci importa neppure di odiarli; semplicemente, viviamo la nostra vita. Loro sono arabi, vivono sullo sfondo, appartengono allo scenario, non influenzano la nostra vita, siamo convinti di potee fare a meno. L’economia israeliana sta andando bene, il turismo si sta riprendendo… gli israeliani si sentono tranquilli. Il fatto è che noi possiamo  vivere tranquillamente con l’occupazione, non ci pensiamo neppure all’occupazione. Ecco il vero problema.
Per contro, la maggior parte dei palestinesi andrebbe anche d’accordo con gli israeliani… Tutto sommato, non credo che sentano odio verso di noi. L’anno scorso ho fatto parte di uno dei primi gruppi che sono riusciti ad entrare a Gaza rompendo l’assedio dopo l’operazione «Piombo fuso». Ero l’unico isrealiano. e c’erano un sacco di persone che mi chiamavano, mi invitavano per un caffè; alcuni, i più anziani, volevano perfino parlare ebraico. E non di politica, non volevano fare discorsi politici…si chiedevano semplicemente come si sarebbe potuti uscire tutti insieme da questa situazione, da questo marasma che si era creato. Era una conversazione fra gente comune che non discuteva di soluzioni «politiche» come quelle che si potrebbero prendere a livello governativo: gli isrealiani qui, i palestinesi dall’altra parte;  meglio una soluzione che contempli uno stato unico, oppure due stati… Niente di tutto ciò. La conversazione partiva dal dato di fatto che ci fosse un “noi” da tenere presente, protagonista di tutta la vicenda: «Perché “noi” non possiamo semplicemente vivere in questo paese? “Noi”, israeliani e palestinesi. Già viviamo tutti nello stesso paese, perché non possiamo convivere tranquillamente?». Questo discorso, fatto da gente comune, mi ha colpito profondamente; è stato importante per me ascoltare ciò che la gente mi stava comunicando. Se loro avessero detto: «Noi palestinesi “dobbiamo” vivere con voi israeliani, siamo costretti a farlo, ma non lo vorremmo assolutamente», la situazione sarebbe stata radicalmente diversa. Ma quello che si stava invece dicendo è: «Siamo qui tutti insieme, allora viviamo in pace tutti insieme». E, lo diceva la gente comune, che è comunque la maggioranza. Su questa base potrebbe iniziare un cammino di riconciliazione, ma la premessa è, ovviamente, la possibilità di avere una vera pace.

E dal punto di vista di Israele?
Non è che la gente di Isreale sia di principio contro la pace; semplicemente agli israeliani non importa nulla di impegnarsi in un processo di pace. L’insistenza dei governi  non è sull’idea di pace, ma su quella di sicurezza, cosa che convince la gente della necessità di continuare l’invasione, di costruire il muro, ecc..
Gli israeliani, per dirla molto brutalmente, possono convivere tranquillamente con l’occupazione, non trovano una seria motivazione per terminare con essa; non c’è una vera pressione internazionale che possa obbligarci ad agire diversamente, l’economia tira, le condizioni di vita della gente sono tutto sommato favorevoli, il terrorismo è in calo e ci si sente sicuri, quindi… 
Il grande problema è che il ritornello della nostra classe dirigente, sia di sinistra che di destra, è sempre stato: «Gli “arabi“ (noi non usiamo il termine palestinese, perché non li riconosciamo come tali), sono fatti così, sono nemici permanenti, ci odiano, non cambieranno mai».
Uno si rende conto che la cosa è semplicemente ridicola, ma è ciò che gente comune crede. La gente dice: «Noi vorremmo la pace ma gli arabi non lo permetterebbero mai. Abbiamo lasciato Gaza e hanno iniziato a lanciarci dei missili, se ora abbandoniamo anche la West Bank sarebbe ancora peggio».
Anche coloro che non hanno mai partecipato direttamente all’occupazione, che non sono mai diventati coloni, sono però convinti che gli «arabi» ci vogliano buttare a mare. E se si dà eccessivo credito a questa visione, viene meno la fiducia nel trovare una soluzione politica al conflitto e cresce la tentazione di appoggiare i partiti più intransigenti nei confronti dei palestinesi e meno inclini a cercare soluzioni politiche e più favorevoli a quelle militari. È un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.
La cosa veramente sorprendente è che pur essendo Israele una società aperta, il 90% degli israeliani ha approvato l’invasione di Gaza dell’anno scorso. È un dato incredibile, testimone di un sentimento assolutamente trasversale, che va ben al di là della dialettica politica fra destra e sinistra.  Un sacco di gente di sinistra ha accettato l’idea che, per la nostra sicurezza, noi dobbiamo usare la mano dura nei confronti dei palestinesi.
Israele non vuole accettare nessuna responsabilità e preferisce presentarsi come una vittima. È un fenomeno che appare chiaro anche solo dalla lettura quotidiana dei giornali; per esempio, si giustifica la costruzione del muro per cercare di evitare che i “terroristi” vengano messi a contatto, si mischino con le loro “vittime”. Se tu sei la vittima non potrai essere considerato responsabile e Israele è proprio questo che non accetta: la responsabilità.
Chiaramente, per poter continuare ad essere la vittima ed evitare di assumerti le tue responsabilità è meglio non conoscere, essere lasciati nell’ignoranza delle cose. Lascia che ti faccia un esempio. Uno dei miei migliori amici, professore universitario in Israele, definisce il muro “lo steccato”. Gli sembra una parola migliore, più elegante. Gli ho detto varie volte: «Dammi 10 minuti che ti faccio fare un giro in macchina e ti faccio vedere questo «steccato di cemento alto 8 metri », ma lui si è sempre rifiutato, anche perché dopo averlo visto non potrebbe continuare a chiamare tranquillamente «steccato» un muro di quel genere. C’è quasi come uno sforzo conscio e deliberato da parte nostra di non vedere, di non vedere e di non sapere. Così possiamo continuare tranquillamente a giocare il ruolo di vittime…

Qual è il tuo sogno? Che paese vorresti lasciare nelle mani dei tuoi nipoti?
Vorrei che Israele fosse un unico stato democratico, non in un territorio con due stati differenti.  Questo è il sogno. Oggi, però, ci troviamo in una situazione politica particolare in cui, se da una parte l’idea dei due stati va esaurendosi , occorre constatare realisticamente che non siamo ancora pronti per rivendicare l’idea di un unico stato. Ma cosa vorrei davvero arrivare a vedere, sarebbe un qualcosa di simile a ciò che era la Comunità Economica Europea 30 anni fa: una confederazione economica. In altre parole: Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano a formare un territorio in cui tutti siano liberi di muoversi, di lavorare, di vivere liberamente al suo interno: una sorta di piccola Schengen medio-orientale. Questa, credo, sarebbe un’alternativa possibile ed idonea alla nostra situazione. Lo dico perché non penso che la soluzione dei nostri problemi si possa trovare all’interno dei confini di un unico stato; sono tutti problemi regionali (acqua, sicurezza, sviluppo, rifugiati), che non possono essere circoscritti al  territorio israeliano-palestinese. Bisogna guardare a un’unità più vasta, che comprenda anche i paesi arabi più vicini. Questo darebbe inoltre più sviluppo economico all’interno della regione. Peccato che, purtroppo, nessuno stia riflettendo e lavorando seriamente a questa idea.

Che cosa significa l’uso del bulldozer in un contesto di guerra? Che messaggio trasmette?
Nel contesto del conflitto che stiamo vivendo, i messaggi che vengono trasmessi sono essenzialmente due; il primo è: «Noi siamo al potere e non abbiamo bisogno di voi. Nessun discorso di uguaglianza, non siamo soci… questo è il nostro paese». Il secondo, conseguenza del primo, è: «Fuori di qui!».
 Se tu neghi una casa ad una persona, è come se gliela negassi anche collettivamente, neghi a questa persona il diritto di appartenere a una comunità, il diritto di avere una patria. Questo è il messaggio di fondo che si vuole trasmettere se si demolisce la casa di un altro. La politica delle demolizioni portate avanti dal governo israeliano rappresenta in un certo senso la vera essenza del conflitto. Dal 1967 ad oggi Israele ha demolito più di 24 mila abitazioni palestinesi nei territori occupati. Il nostro lavoro per la riconciliazione consiste oggi soprattutto in questo aspetto. Quando noi ricostruiamo case lo facciamo anche in vista dell’avviamento di un processo di riconciliazione… Diciamo che il nostro lavoro di riconciliazione è oggi politico: consiste nell’essere presenti, nell’aiutare, appoggiare, ma sul territorio consiste nel resistere fisicamente alla demolizione. Resistiamo, ci incateniamo fisicamente alle case perché non vengano distrutte e per questa ragione veniamo anche arrestati… Inoltre, raccogliamo dei fondi per ricostruire case che sono state demolite. È un’azione pacifica di resistenza, non un atto militare. Negli ultimi 10 anni abbiamo ricostruito 165 case, siamo palestinesi e israeliani, uniti in un atto politico e non-violento di resistenza. Vi sono case che sono state distrutte anche due, tre, volte e noi ogni volta le ricostruiamo. Forse non si può materialmente parlare di riconciliazione, ma si tratta, comunque,  diun tentativo per mantenere viva la solidarietà, la nostra voglia di vivere e lavorare insieme. Quando intravedi una soluzione politica dei conflitti allora anche la riconciliazione diventa possibile; i palestinesi vedono che vi sono israeliani che hanno voglia di impegnarsi per una pace giusta. Senza questo ponte politico fra le due parti non credo che si possa arrivare un giorno a parlare di riconciliazione. 

Di Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli




Seguire Cristo nell’islam

Mazhar Mallouhi: un musulmano discepolo e apostolo di Gesù Cristo

Scrittore ed editore arabo, Mazhar Mallouhi si definisce «musulmano sufi, seguace di Cristo»; con romanzi e teologia pratica cerca di colmare l’abisso di incomprensione tra islam e cristianesimo: partendo dalle radici mediorientali comuni alle due religioni, egli presenta Cristo senza i paludamenti religiosi e culturali occidentali con cui è associato nella mente dei musulmani.

È nato in Siria nel 1935, da una famiglia musulmana sunnita, orgogliosa della propria eredità religiosa: secondo l’albero genealogico appeso al muro, discende dal profeta Maometto. Una famiglia che ha prodotto vari chierici musulmani, attivisti politici comunisti, un folto numero di scrittori rinomati, tra i quali uno zio che ha tradotto in arabo tutte le opere del «Grande Capo» Mao Zedong… e un discepolo di Cristo: Mazhar Mallouhi, scrittore famoso anche lui.

VEDERE CRISTO
CON GLI OCCHI DI GANDHI

Avido lettore fin dall’infanzia, Mallouhi passava molto tempo da solo con i libri. Adolescente, cominciò a sentire problemi di religione, ma fu duramente scoraggiato a fare domande, poiché secondo l’islam è blasfemo porre Dio in questione. «Quando leggevo il Corano – racconta – mi raffiguravo Dio lassù in cielo, che fumava la sua pipa ad acqua. Mi aveva dato il suo libro, ma non era coinvolto nella mia vita quotidiana o nelle sofferenze umane qui in basso».
L’inquietudine spirituale portò Mallouhi a studiare le religioni orientali e poi le credenze religiose degli antichi greci e romani. La sua ricerca lo indusse a concludere che «Dio» fosse un’invenzione umana, per tacitare la coscienza dall’inferno creato dagli uomini sulla terra. Inoltre, notò che in tutte le religioni i capi predicavano cose che essi stessi non riuscivano a vivere e cercavano qualcosa senza mai riuscire a sperimentarla. E quando la famiglia gli propose di entrare a fare parte del clero islamico si rifiutò.
Benché i musulmani abbiano grande rispetto per Cristo, Mallouhi non studiò il cristianesimo: lo vedeva come uno strumento di oppressione dei colonialisti, una religione occidentale che continuava le sue crociate medioevali contro la popolazione araba. Paesi occidentali «cristiani» sostenevano a occhi chiusi le ingiustizie dello stato d’Israele contro il popolo palestinese. Notava inoltre che i cristiani chiamavano Cristo «Principe di pace», ma poi appoggiavano e facevano guerre. E diceva: «La parte più bella del vangelo, la croce, è diventata un’arma contro di noi in mano ai crociati: la croce, dove Dio aveva abbracciato l’umanità, era diventata una spada».
Durante gli anni ‘50, Mallouhi, come molti intellettuali moderati siriani, aderì a un partito politico popolare laico; cominciò a scrivere per giornali e pubblicare poesie. Iniziò pure a leggere le opere di Gandhi e fu conquistato dal suo movimento non violento e dalla sua grande devozione per Cristo come incarnazione della compassione, l’autore del Discorso della montagna. Visto con gli occhi di Gandhi, Cristo gli appariva differente da quello che aveva fino ad allora immaginato. 
«Rimasi affascinato – scrive Mallouhi – nel vedere come Gandhi avesse fatto propri i principi cristiani senza Cristo, come avesse lottato e vinto la sua battaglia contro una nazione cristiana (l’Inghilterra) senza principi cristiani». Confrontando la vita vissuta da entrambi, vita esemplare e di auto-sacrificio, dirà: «Gandhi mi ha spiegato nel modo più drammatico l’insegnamento di Cristo».
Mentre prestava il servizio militare  sulle contese Alture del Golan, Mallouhi decise di studiare la Bibbia. L’inquietudine spirituale cresceva e diventò così forte da ventilare l’idea di suicidarsi. Poi, dopo aver speso un anno a leggere le scritture, concluse che Cristo non era come gli altri leaders religiosi; sia in Gandhi che in Cristo l’insegnamento combaciava con la vita.
Benché non avesse avuto alcun contatto con una chiesa o qualsiasi altra forma di cristianesimo, Mallouhi fu attratto dalle parole di Cristo: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo». Il cuore gli scoppiò nel petto e gridò: «Questo Cristo è il mio Signore! Dammi questa nuova vita che prometti».
Aveva 24 anni. Mallouhi ricevette non solo nuova vita, ma il mondo intero gli cominciò a rivivere: invece di odiare la gente, ora non cercava altro che stare in compagnia.

Nuove direzioni

Da parte della sua famiglia, però, Mallouhi sperimentò immediatamente il rifiuto; uno zio tentò di sgozzarlo in pubblico, come testimonia la cicatrice al collo. Poco dopo, diventato membro attivo di un partito politico, stava per essere arrestato, ma se ne andò in esilio.
Mallouhi perseverò nella sua nuova fede: condividere con gli altri la ricchezza di Cristo era diventato il suo supremo desiderio. E cominciò a scrivere romanzi in arabo con temi spirituali, sul modello di Tolstoj e Dostojevski. La letteratura è per lui la via più naturale e uno dei metodi più efficaci per il mondo arabo, dove i racconti esercitano un fascino potente nella tradizione orientale.
Egli ha già scritto oltre una ventina di libri, che sono letti in tutto il Medio Oriente. ll suo primo romanzo, Il viaggiatore, storia del figlio prodigo impersonato da un arabo moderno, dalla prima edizione (1963) a oggi ha venduto più di 80 mila copie ed è stato letto da oltre un milione e mezzo di musulmani (si calcola che ogni libro è letto da 20-25 persone nel mondo arabo).
Nel 1975 Mazhar sposò Christine, un’australiana che ha dedicato la vita alla popolazione araba; hanno due figli. L’intera famiglia è impegnata nello stesso servizio: scrivere e pubblicare libri; insieme hanno lavorato in Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Giordania e infine in Libano.
E come il Mahatma Gandhi aveva presentato Cristo ai suoi correligionari indù, con lo stesso approccio Mazhar Mallouhi vive la fede in Cristo e la condivide con i suoi compagni musulmani.

Dichiarazione di pace    ai musulmani

Per comprendere meglio l’attività di Mallouhi bisogna tenere presente la sua «dichiarazione di pace ai musulmani». Sotto questo aspetto egli ha esercitato un forte influsso per portare pace e curare i contrasti tra musulmani e cristiani. Perché i musulmani riescano a vedere la vera natura di Cristo, è di cruciale importanza, secondo Mallouhi, che essi vedano prima la somiglianza tra Cristo e i suoi seguaci.
Mallouhi stesso si definisce «un musulmano che segue Gesù» e spiega che seguire Cristo nello spirito di Gandhi significa prendere ogni giorno il sentirnero dell’amore, della pace, del sacrificio e rinnegamento di se stesso. Egli stesso trasuda gentilezza, bontà, cordialità e allegria: attrae la gente come una calamita. I ragazzi lo adorano.
Ho avuto il piacere di passeggiare con lui in vecchi quartieri arabi e l’ho osservato mentre conversava con estranei: li legava a sé quasi all’istante con la sua calda e profonda umanità. È affascinante vederlo parlare e comunicare l’amabilità di Cristo a coloro che gli stanno attorno nei caffè arabi, mentre tira boccate di fumo da una pipa ad acqua e fa scorrere il rosario musulmano. In tutto il Nord Africa e Medio Oriente è conosciuto come uomo dal cuore grande.
L’esistenza dei coniugi Mallouhi è sempre aperta, col risultato che la loro casa è un continuo via vai di gente d’ogni tipo: fondamentalisti islamici, preti e suore cattoliche, pastori battisti, copti ortodossi, comunisti, rabbini giudei, baha’i e ogni sorte di stranieri occidentali.
Mentre viveva in Marocco, Mallouhi portava a casa gente trovata per la strada per nutrirla e aiutarla. A Fes, un milione e 300 mila abitanti, era conosciuto da così tanta gente, che una volta ricevette una lettera indirizzata semplicemente: «Mazhar Mallouhi – Fes».
Grazie alla sua straordinaria capacità di fare amicizia, in tutto il mondo ha centinaia di amici, di cui conosce a memoria i numeri di telefono; e li chiama regolarmente durante l’anno, si interessa di loro e promettendo preghiere. In qualunque città vada, organizza incontri settimanali che attirano intellettuali di ogni tipo.
Mallouhi vive la sua vita per gli altri. La sua gentilezza e giovialità disarmano perfino coloro che si oppongono alle sue credenze. In Egitto, una volta fu imprigionato insieme a dei fondamentalisti islamici, che gli domandarono perché fosse lì. «Perché condivido la mia fede in Cristo con altri musulmani» rispose: uno sceicco fondamentalista condivise con lui la sua coperta e un altro il cibo.
Spesso i musulmani gli dicono: «Non riesco a capirti. Perché ti metti in tanti guai per noi? Quali sono i tuoi secondi fini?». La sua risposta è semplice: «Se mi si presenta un’opportunità di fare del bene e non aiuto, è un peccato. L’opposto dell’amore è l’indifferenza».

CONDIVIDERE
LE SOFFERENZE DI CRISTO

Quando toò in patria dopo 25 anni di esilio, visse un’altra esperienza in prigione, che contribuì profondamente a fargli comprendere il significato sacrificale delle sofferenze di Cristo. Consegnatosi alle autorità, chiese che il suo caso fosse investigato, per avere l’opportunità di provare la sua innocenza. Invece, per 18 giorni fu tenuto in isolamento, in una cella sotterranea, in compagnia di topi, con una sottile coperta sul freddo pavimento di cemento.
Dio usò questa esperienza per insegnargli nuovamente ad «abbracciare le amarezze della vita, finché dalle ferite sgorgano gocce di dolcezza – testimonia Mallouhi -. Sentii come se venissi liberato dal tetro ambiente circostante e dalla prigione intea personale. Bevvi profondamente dell’amore e patimenti per noi del Padre in Cristo sulla croce».
Negli ultimi decenni si è notato un crescente interesse dei cristiani verso l’islam, insieme a sincere aperture per comprendere i musulmani. Altrettanto evidente è stato l’aumento dei reciproci dissensi: alcuni cristiani occidentali hanno cercato di demonizzare l’islam, dipingendolo come l’ultimo grande nemico da vincere.
Invece dello scontro tra cristiani e musulmani, che crea ulteriore allontanamento, Mallouhi propone un approccio opposto: egli dimostra l’importanza di costruire su valori comuni esistenti nell’islam e nella cristianità. I seguaci di Cristo devono impegnarsi in uno sforzo incondizionato per aiutare i musulmani, non per conquistarli, incarnando benevolenza, comprensione e solidarietà nello spirito di Cristo.
Proponendo rispetto e reciprocità, Mallouhi ha ottenuto una stupefacente apertura tra i musulmani verso la fede in Cristo. Per esempio, gli studenti musulmani che frequentano il prestigioso centro islamico Al-Azhar del Cairo, si sono seduti attorno a lui nel cortile della moschea mentre egli parlava di Cristo, esponendo loro le scritture.

Cristo: un mediorientale

Forse il contributo spirituale più significativo di Mallouhi è che ha spogliato Cristo delle sue bardature occidentali e lo ha presentato ai musulmani come uno che è nato, vissuto e morto nel Medio Oriente. Un Cristo così i musulmani lo possono comprendere; ed è il Cristo incontrato da Mallouhi, per cui si definisca semplicemente «un arabo siriano, seguace di Cristo», evitando l’etichetta di «cristiano».
I musulmani in generale percepiscono il cristianesimo come parte dell’agenda politica occidentale e vedono Cristo come un occidentale, senza alcuna relazione con la cultura orientale. Il cristianesimo, tuttavia, non è una fede dell’Occidente, ma ha origine nel Medio Oriente. Cristo, un mediorientale, era culturalmente molto più simile a un arabo odierno che a un cristiano occidentale.
Grazie alla sua personale esperienza, Mallouhi colma con successo questa lacuna. Quando egli divenne seguace di Cristo, i cristiani gli dissero che doveva lasciarsi alle spalle il suo passato culturale, cambiare il nome (prendere un nome «cristiano») cessare di socializzare nei caffè (principale luogo di incontro per gli arabi), non partecipare alle celebrazioni religiose della sua famiglia, stare alla larga da moschee e musulmani, cessare di digiunare, cambiare posa nella preghiera (non piegarsi o prostrarsi) e incominciare a mangiare carne suina (per dimostrare che era convertito).
Il risultato fu che, ben presto si alienò la famiglia e tutti i vecchi amici, e, ironia della sorte, non veniva del tutto accettato dalla comunità cristiana locale, poiché proveniva da un ambiente islamico.
Col tempo, tuttavia, Mallouhi si rese conto che seguire Cristo non significa rinnegare la propria lealtà alla cultura del Medio Oriente e diventare parte di una cultura straniera «cristiana». Pur essendo a servizio di Cristo, egli continua ad abbracciare le sue radici mediorientali, le stesse radici di colui che egli serve. Arrivò a capire che la sua famiglia lo rifiutava  non perché era diventato seguace di Cristo, ma piuttosto per il modo, impostogli dai cristiani, di comportarsi ed esprimere la sua nuova vita. Non era «Buona notizia» per i suoi familiari. Ai loro occhi egli stava voltando le spalle ai valori della famiglia e comunità a favore dell’individualismo occidentale, rigettava la fede monoteistica per il politeismo, e abbandonava forti tradizioni morali per stili di comportamento moralmente rilassati. Era come ribellarsi a tutti i migliori valori che gli avevano insegnato; allo stesso modo qualsiasi decente famiglia si sarebbe giustamente preoccupata.
A Mallouhi piace pregare e meditare nella quieta e riverente atmosfera di una moschea: si siede sul pavimento coperto da tappeto e legge la Bibbia. Spesso ne approfitta per far visita a sceicchi o imam suoi amici.
Mallouhi dice: «L’islam è mia eredità e Cristo è mio patrimonio»; di conseguenza ha mantenuto la sua cultura araba e islamica, pur essendo da oltre 40 anni discepolo di Cristo. La carta di identità siriana lo elenca come musulmano: il governo non permette il cambio della propria identità religiosa. Egli incoraggia i nuovi seguaci di Cristo provenienti da ambiente musulmano a non abbandonare la propria famiglia, popolo o cultura.
E sottolinea che seguire Cristo non richiede di prendere un nome cristiano, vestire in una foggia diversa, farsi il segno della croce (non usato dalla chiesa primitiva), cambiare il giorno di culto pubblico (la domenica al posto del venerdì), aderire a un rito differente in una chiesa, smettere di digiunare, mangiare cibi diversi, bere alcornolici, usare immagini di Cristo, molte illustrano un Cristo di discendenza europea.

Presentare la scrittura ai musulmani

Mallouhi spende la maggior parte del tempo ed energie nel presentare la Sacra Scrittura cristiana in modo che i musulmani la possano rispettare. A tale scopo, nel 1998, ha fondato Al Kalima («la parola» in arabo), che pubblica e distribuisce libri di carattere spirituale (vedi riquadro). I più importanti progetti editoriali di Al Kalima si concentrano nel ripresentare le scritture cristiane come scritti dell’antico Medio Oriente, come sono in realtà, riportandoli alla loro autentica origine culturale. In fin dei conti, la Bibbia non è un libro occidentale, essendo di fatto radicato nelle culture mediorientali, più antiche di quella alla base del Corano.
Per spazzare via stereotipi, vincere pregiudizi, illustrare e risolvere incomprensioni tipiche musulmane in fatto di Scrittura, Mallouhi cerca cooperazione e consiglio di influenti musulmani. Ha chiesto a centinaia di essi di leggere le scritture per identificare le difficoltà che incontrano per capire il testo; poi, in base ai suggerimenti, sviluppa un commento che risponda a tali questioni.
I primi due lavori «Una lettura orientale del vangelo di Luca» e «Genesi: l’origine del mondo e dell’umanità» (entrambi in arabo), pubblicati rispettivamente nel 1998 e nel 2001, includono testo biblico e commento mirato all’islam, che di fatto spiega le scritture e presenta Cristo nella sua realtà di mediorientale.
Termini come «messia» e «figlio di Dio» sono presentati in modo tale che i comuni lettori arabo-musulmani possano capirli nel contesto della propria cultura, aiutandoli a vedere in Cristo il compimento dell’alleanza di Dio con Abramo, considerato dai musulmani loro padre storico.
Nel 2004 Mallouhi ha pubblicato «Una lettura sufi del vangelo di Giovanni». Articoli e commenti di otto simboli o concetti chiave (in principio, vita, luce, amore, agnello, vino, acqua, pane), Gesù è presentato come il mistico definitivo e la parola vivente, mentre viene notato che molta poesia e letteratura sufi portano a Gesù Cristo e ai suoi insegnamenti.
Mallouhi cerca la collaborazione con articoli e introduzioni anche ai musulmani; uno di essi è Fadhel Jamali, ex primo ministro dell’Iraq, che nell’introduzione al Una lettura orientale del vangelo di Luca, scrive: «Noi musulmani conosciamo meno sulla fede cristiana di quanto i cristiani conoscono l’islam. Perciò io, come musulmano, vi incoraggio a leggere questo libro per capire ciò che essi credono veramente».
confezione e distribuzione
Tali pubblicazioni «orientalizzate» della scrittura sono state appoggiate da una vasta gamma di leader arabi musulmani, personalità politiche, ministri di governo, rettori e professori di università islamiche.
Oltre al contenuto dei libri, direttamente orientato ai musulmani, è altrettanto importante la confezione estea, insieme al modo in cui sono distribuiti. Per un musulmano, la sacra parola di Dio ha bisogno di essere presentata in una forma che esprima grande importanza e riverenza. Per cui le pubblicazioni di Al Kalima sono volumi elegantemente rilegati e curati nei dettagli, stampati con elaborata calligrafia arabica, come quella che i lettori arabi si spettano nelle edizioni del Corano.
Presentando le scritture come culturalmente mediorientali, Mallouhi si è guadagnato un successo e accoglienza senza precedenti. In una recente fiera del libro arabo, in un paese nordafricano con pochissimi cristiani locali, Una lettura orientale del vangelo di Luca è stato il best seller. Dopo averlo letto, un professore musulmano ha commentato: «Per la prima volta vediamo che Cristo ha radici mediorientali, imparentato alla nostra stessa cultura. Storicamente abbiamo ricevuto il cristianesimo solo attraverso la visione imposta dai colonialisti occidentali. Vogliamo che sia letto da tutti gli studenti nel nostro Dipartimento di studi islamici». Attualmente è usato come libro di testo di religione comparata in due università arabe.
Oltre alla presentazione e confezione estea delle scritture, Mallouhi è fortemente convinto che bisogna curare la distribuzione: deve avvenire esclusivamente attraverso canali di vendita legali, in opposizione a qualsiasi tipo di contrabbando o gratuita distribuzione di massa, come avviene per molta letteratura cristiana di produzione occidentale.
Tutte le pubblicazioni di Al Kalima sono state approvate dai censori governativi, per cui vengono vendute legalmente e apertamente attraverso normali punti vendita: dagli scaffali di supermercati, alle fiere del libro e librerie arabo-musulmane. In questo modo le scritture sono ufficialmente accettabili e largamente disponibili nella maggior parte dei paesi considerati «chiusi» alla Bibbia.
Da notare infine, che il più grande sostegno finanziario per tali pubblicazioni viene dagli stessi lettori musulmani, poiché i proventi dalle vendite sono reinvestiti per assicurare ristampe e ulteriori pubblicazioni.

Come Mahatma Gandhi ha permesso agli indiani di visualizzare Cristo che cammina lungo le loro strade dell’India, così Mazhar Mallouhi è impegnato nel restituire Cristo alle sue origini culturali, che cammina a suo agio per le strade del Medio Oriente. La sua visione per fare spazio alla parola di Dio nel cuore del mondo musulmano aiuta migliaia di musulmani a comprendere il vangelo e permettendo a molti di trovare la vera e duratura riconciliazione nel Principe della pace mediorientale. 

Di Paul-Gordon Chandler

Al Kalima

A l Kalima (in arabo: la parola) è frutto dell’intuizione dello scrittore arabo Mazhar Mallouhi e della sua moglie australiana Christine. Avendo una estesa rete di amici arabo-musulmani, avevano compreso che molti di essi volevano capire l’insegnamento della Bibbia, ma le pubblicazioni disponibili in arabo erano quasi nulle. Nel 1998, per rispondere a questa necessità, è nata Al Kalima, registrata l’anno seguente nel Regno Unito come casa editrice e di distribuzione, con base a Beirut.
La prima pubblicazione di Al Kalima è stato un commento al vangelo di Luca: «Una lettura orientale del vengelo di Luca». L’opera fu accolta con calore dai lettori arabi: in pochi anni sono state vendute oltre 50 mila copie e fatte varie riedizioni. Seguirono altri commenti biblici, «Genesi: origine del mondo e dell’umanita», «Una lettura sufi del vangelo di Giovanni», salutato da un giornale di editori arabi come libro dell’anno 2004, e «Il vero significato del vangelo di Cristo», che presenta i quattro vangeli e Atti degli apostoli, insieme alle rispettive introduzioni, articoli su temi-chiave come «Figlio di Dio» e ispirazione, note a piè di pagina sull’ambiente culturale per aiutare i lettori a comprendere il testo sacro. 
Nel piccolo catalogo di Al Kalima figurano cinque romanzi cristiani scritti da Mazhar Mallouhi: «Il fuggitivo» (144 p.) è la parabola del figliol prodigo ambientata nel mondo arabo moderno; e quattro sono commenti biblici a Luca, Genesi e Giovanni; «Perduta nella città» (424 p.) narra la storia di una donna, vittima della società, che ricostruisce positivamente la sua vita, superando le sue sofferenze e desideri di vendetta; «Momento di morte» (80 p.), una riflessione sulle scelte definitive dell’uomo, analizzando il significato dell’esperienza della sua fanciullezza, in cui ha ricevuto la vita attraverso il sacrificio di suo padre; «La lunga notte» (456 p.), ramanzo ambientato nella lotta della Siria contro il colonialismo, descrive la differenza tra diventare cristiani per scelta e l’essere nato in una famiglia cristiana; «Il fuggitivo» (190 p.) è uno dei più importanti romanzi spirituali in arabo, in cui viene descritta una nuova prospettiva sulla lotta tra bene e male, elaborando il concetto di rinascita nello spirito, che vive nel perdono e cresce nell’amore.

In arabo Al Kalima ha pubblicato altri libri vari, come traduzioni di racconti di Tolstoj e Dostojevski, testimonianze di palestinesi nel loro cammino spirituale verso la riconciliazione e lotta per la giustizia, e tre libri di carattere devozionale: «Fame di Dio» stimola il desiderio di Dio attraverso il digiuno, la preghiera e il rifiuto di ogni idolatria; «La passione di Cristo» risponde al perché della passione e morte di Cristo e ad altre domande; «Il maestro» racconta la vita di Cristo dall’inizio della sua missione fino alla sua morte e risurrezione.
La casa editrice ha pubblicato anche libri scritti in inglese da Christine Mallouhi, i più famosi dei quali sono: «Waging Peace on Islam» (dichiarare pace all’islam) e «Miniskirts, Mothers and Muslims» (minigonne, madri e musulmane).
Dei coniugi Mallouhi si è interessata anche la televisione Al Jazeera, che ha recentemente messo in onda un documentario sulla loro attività di scrittori ed editori di libri cristiani.

Paul-Gordon Chandler




Chiese vulnerabili a rischio estinzione

«Popoli e chiese dell’oriente cristiano»

Da più parti il cristianesimo è considerato essenzialmente occidentale, dimenticando le antiche comunità cristiane fiorite nel Vicino Oriente, prima dell’espansione islamica. Il volume «Popoli
e chiese dell’oriente cristiano» di Aldo Ferrari* vuole riparare a tale dimenticanza, presentando la loro tradizione storica e spirituale, la difficile situazione attuale di alcune chiese orientali, che rischiano
di scomparire dalle loro sedi millenarie.

Delle tre sedi patriarcali in cui era suddivisa la chiesa delle origini, due si trovavano sulla riva orientale del Mediterraneo, nelle città di Alessandria e Antiochia. Nulla di strano che nei primi secoli della nostra era il cristianesimo fosse vivo soprattutto in prossimità dei luoghi che avevano visto la predicazione di Gesù e da cui era partita l’azione evangelizzatrice degli apostoli. Proprio dalla Palestina il nuovo credo si era irradiato lungo le strade dell’Impero Romano, fino ai suoi estremi confini, e vi aveva trovato rapida diffusione, favorito da un clima culturale ricettivo, dalla tolleranza verso gli «dei stranieri», dall’ordine e dalla convivenza pacifica che la pax romana garantiva.
È, invece, più difficile da capire perché il cristianesimo occidentale abbia finito per oscurare la memoria della chiesa orientale, da cui esso ha tratto le proprie origini. Ben venga, dunque, la nuova monografia curata dal professor Aldo Ferrari, Popoli e chiese dell’oriente cristiano, che dà la possibilità di approfondire le ragioni di quest’oscuramento e riscoprire il patrimonio spirituale e culturale che in duemila anni la cristianità orientale non ha cessato di esprimere.
Pur necessariamente incompleto, per la difficoltà di contenere nello spazio di un volume la storia delle numerose comunità cristiane d’oriente, il panorama che ci è qui offerto si presenta di una sorprendente varietà: comprende le chiese copta ed eritrea in Africa, le chiese melkita, ortodossa e cattolica, e maronita nel vicino Oriente, la chiesa sira occidentale, ortodossa e cattolica, e sira orientale, assira e caldea, in Mesopotamia e Iran, le chiese armena, apostolica e cattolica, e georgiana ortodossa nel Caucaso.

LA FRATTURA DOTTRINALE
Come emerge chiaramente dalle pagine del volume, il quasi oblio in cui sono cadute le chiese orientali nella coscienza dei cristiani d’occidente si può spiegare con due ordini di ragioni: intee ed estee alla chiesa.
I primi secoli videro la chiesa, ancora unica e indivisa, impegnata in un intenso dibattito volto a stabilire i fondamenti del credo cristiano. Nel iv secolo fu affrontata la questione trinitaria e si arrivò a definire la formula della consustanzialità delle tre Persone. Già allora si corse il grave rischio di una spaccatura intea, a causa del consenso suscitato dalle tesi del prete alessandrino Ario, il quale non riconosceva al Figlio una natura uguale a quella del Padre. Questo pericolo fu evitato con la convocazione del primo concilio ecumenico a Nicea nel 325.
Non altrettanto felice fu l’esito delle controversie cristologiche, che nel v secolo contrapposero le scuole teologiche di Antiochia e Alessandria. La definizione dogmatica della duplice natura di Cristo, divina e umana, fu materia dei due concili di Efeso e Calcedonia, dove si scontrarono posizioni teologiche diverse. A Efeso, nel 431, fu condannato il patriarca Nestorio, che aveva portato alle estreme conseguenze la teologia duofisita della scuola di Antiochia e chiamava Maria madre di Cristo, ma non madre di Dio. Il concilio di Calcedonia, 20 anni più tardi, si concluse con la riabilitazione della scuola di Antiochia e la condanna della dottrina professata da quella di Alessandria.
Le diatribe cristologiche ebbero la nefasta conseguenza di aprire una frattura, non solo tra Oriente e Occidente, ma anche nella stessa cristianità orientale, che si divise in efesina e non efesina, calcedonese e non calcedonese. Non efesini sono i cristiani che fanno riferimento alla chiesa sira orientale, non calcedonesi sono i siri occidentali, gli armeni, i copti e gli eritrei. La «grande chiesa», cioè quella di tradizione calcedonese, sia greca che latina, chiamò nestoriani i primi e monofisiti i secondi, termini che, oltre a essere imprecisi, sono percepiti come offensivi dai diretti interessati.
Oggi si è fatta strada la coscienza che quelle controversie nacquero più a causa di fraintendimenti nell’uso e interpretazione dei termini teologici, che di vere e proprie divergenze nel modo di concepire la natura di Cristo. «In realtà, il linguaggio teologico delle due scuole era profondamente diverso e questo impediva una reale comprensione delle reciproche posizioni» leggiamo nel saggio di Paola Pizzi sui cristiani melkiti; mentre Alessandro Mengozzi, autore del saggio sulla chiesa sira, parla di una «frattura linguistica, culturale e politica tra il centro dell’impero bizantino e regioni periferiche, ma culturalmente e socialmente vivaci, come l’Egitto, la Siria, la Mesopotamia o l’Armenia».
E cita un passo di un teologo siro occidentale, che nel xiii secolo scriveva, con una perspicacia davvero sorprendente: «Dopo aver molto ponderato il problema, mi sono convinto che queste dispute dei cristiani fra loro (sulla cristologia) non riguardano nulla di sostanziale, ma piuttosto sono questioni di parole e termini, perché tutti confessano che Cristo nostro Signore è Dio perfetto e uomo perfetto, senza commistione, mescolanza e confusione delle nature».
Dopo sette secoli questa stessa convinzione ha ispirato le dichiarazioni congiunte di fede firmate da Giovanni Paolo ii e dai patriarchi della chiesa sira occidentale e della chiesa d’Oriente. Purtroppo, quelli che noi ora giudichiamo equivoci dovuti a consuetudini linguistiche diverse sono stati fonte di molti mali per i cristiani tutti. La presunzione di eresia ha inquinato i rapporti tra le chiese, aprendo un profondo solco d’incomprensione tra le diverse sponde del Mediterraneo.
Rende bene l’idea di quali siano state le conseguenze di questa divisione il fatto menzionato da A. Camplani e A. Elli nel saggio sulla chiesa copta. Essi ricordano che, dopo aver tolto la Palestina ai musulmani, i crociati confiscarono i beni dei cristiani orientali, che consideravano eretici, e impedirono loro l’accesso ai luoghi santi. Quando nel 1187 i crociati furono sconfitti dal Saladino e costretti ad andarsene, «i copti accolsero con gioia la riconquista di Gerusalemme, perché veniva così loro concesso di riprendere, dopo quasi 90 anni, i pellegrinaggi al Santo Sepolcro».

LA CONQUISTA ISLAMICA
Alla frattura dottrinale, nel vii secolo si aggiunse quella causata dalla conquista araba. Questa volta fu l’intervento di una forza estea a dividere tra loro le comunità cristiane. Il continuo stato di belligeranza tra la nuova potenza araba e l’Europa rese ancora più difficili i contatti tra una parte e l’altra del Mediterraneo, quando non li interruppe del tutto, e finì per isolare l’Oriente dall’Occidente cristiano, se si esclude il breve e controverso intervallo dei regni crociati.
Dalla metà del vii secolo, i cristiani che vivevano nei territori dell’Impero Romano d’Oriente, con l’eccezione della penisola anatolica, si trovarono soggetti a un potere teocratico, quello dei califfi, che assegnava loro una condizione d’inferiorità rispetto ai sudditi musulmani. Anche se ciò, in linea di principio non significava il divieto del culto, essere, o meglio, rimanere cristiani diventava oneroso, e non solo perché si era gravati di maggiori tasse rispetto a coloro che si erano convertiti all’islam.
Il rapporto tra le comunità cristiane e le autorità registrava continui alti e bassi: a periodi di convivenza pacifica si alternavano periodi di discriminazione, se non di vera e propria persecuzione. Ciò spiega la progressiva erosione del numero dei cristiani in terra islamica. Alla vigilia della conquista ottomana essi costituivano ormai meno del 10% della popolazione.
Paradossalmente, fu proprio l’arrivo degli ottomani, che fino alla fine del xvii secolo furono percepiti dalla cristianità occidentale come una minaccia alla sua sopravvivenza, a migliorare la vita dei cristiani in Oriente.
Sulla vita delle comunità cristiane influì positivamente il sistema dei millet istituito dal governo ottomano. Si trattava di una forma di autogoverno, che concedeva alle comunità religiose, ufficialmente riconosciute dalla Sublime Porta, una considerevole autonomia amministrativa. Questa nuova forma di organizzazione sociale diede ai cristiani maggiore stabilità e garanzie nei rapporti con le autorità islamiche e contribuì a una notevole ripresa demografica all’interno delle loro comunità.

RESISTENZA E ISOLAMENTO
Per i siri orientali l’isolamento dal resto dell’ecumene cristiano iniziò molto prima del vii secolo. La chiesa sira ebbe origine a Edessa, nell’alta Mesopotamia. In questa città già nella seconda metà del ii secolo è documentata la presenza di una vivace comunità cristiana, che si contraddistingueva per l’uso liturgico di una variante locale di aramaico.
Edessa si trovava all’estrema periferia dell’Impero Romano e una parte della comunità sira, quella orientale, che prese poi il nome di «Chiesa d’Oriente», si trovò ben presto a svilupparsi all’esterno dei suoi confini, nelle terre dei persiani, arcinemici di Roma. Ciò rese difficili i contatti con gli altri centri cristiani e ostacolò la partecipazione dei rappresentanti di questa comunità ai concili ecumenici. Costretta a contare sulle sue sole forze, la Chiesa d’Oriente si organizzò in totale autonomia, nella fedeltà al legame originario con la scuola di Antiochia e alla sua teologia duofisita.
Nonostante la precarietà in cui visse, seppe produrre uno straordinario slancio missionario, che portò i suoi monaci lungo le strade carovaniere fino in India, in Asia Centrale, in Mongolia e in Cina. Si pensi, ad esempio, che la fondazione della prima chiesa sira a Ch’ang-an, capitale della dinastia cinese dei T’ang, nonché punto di partenza della via della seta, risale al 638. Erano proprio gli anni in cui l’Impero Bizantino, da una parte, e quello persiano, dall’altra, stavano per essere travolti dalle schiere arabe.
Anche nei pochi casi in cui i cristiani in Oriente non si trovarono in condizione di minoranza tra fedeli di altre religioni, il loro destino non è mai stato facile. Le chiese etiope, armena e georgiana hanno rappresentato delle isole di cristianesimo in territori sempre più islamizzati.
Grazie alla sua posizione remota, lontana dal Mediterraneo e dalle grandi vie di passaggio, l’Etiopia riuscì a contenere l’espansione dell’islam, a prezzo, però, di un isolamento durato secoli. In Armenia e in Georgia il cristianesimo si affermò come religione nazionale dal iv secolo e si è mantenuto tale fino ai nostri giorni, ma ha dovuto opporre una strenua resistenza alla pressione dei vicini musulmani, cui gli armeni e, in parte, i georgiani, furono anche soggetti politicamente. La storia del cristianesimo in queste terre presenta un pesante bilancio di violenze e martirio.

RISCHIO ESTINZIONE
Leggendo questo volume, pagina dopo pagina, ci si rende conto di cosa abbia voluto dire essere cristiani in oriente. Rimanere nella chiesa è stata per gli orientali una scelta impegnativa, scomoda e mai scontata, ha spesso voluto dire vivere in condizioni d’inferiorità, con diritti limitati e limitate possibilità di sviluppo. Nonostante questo essi hanno saputo custodire intatta la propria fede e la bellezza delle loro liturgie.
La chiesa occidentale non può ignorare questo prezioso patrimonio di spiritualità, se non a prezzo di un suo enorme impoverimento. Il secolo precedente ha fatto molto per il riavvicinamento tra le chiese, non solo nella ripresa di contatti tra le gerarchie, ma anche in termini di reale conoscenza reciproca, dopo secoli di silenzi. Tuttavia, molto rimane da fare.
L’orizzonte dell’Occidente rimane ancora troppo autoreferenziale, e i cristiani non fanno eccezione, siano essi capi di stato o semplici cittadini. Spesso nelle questioni che riguardano l’Oriente, gli occidentali si muovono senza considerare quali conseguenze i loro interventi possono avere sul difficile equilibrio tra le minoranze cristiane e le società in cui sono inserite.
Quando papa Giovanni Paolo ii chiedeva accoratamente che al popolo iracheno fosse risparmiata l’esperienza di un’altra guerra, pochi capivano che il suo sguardo era rivolto con particolare preoccupazione alle comunità cristiane del Medio Oriente. Egli sapeva bene, infatti, che un conflitto avrebbe avuto su di loro gravi conseguenze, perché i cristiani sono visti come alleati dell’Occidente, con cui condividono la fede. La guerra ha provocato un vero e proprio esodo dei cristiani dall’Iraq e ne ha in pochi anni dimezzato la presenza nel paese.
Anche in condizioni di pace, i cristiani in Oriente rimangono a tutt’oggi un gruppo sociale tra i più vulnerabili. Le tensioni inteazionali e quelle intee ai rispettivi paesi si ripercuotono in modo particolare sulle loro comunità, spingendo molti a emigrare.
L’emigrazione verso l’Occidente, iniziata già a fine Ottocento, ha assunto in questi ultimi decenni proporzioni sempre maggiori ed è difficile prevedere un’inversione di tendenza, finché permangono le condizioni che spingono i cristiani ad andarsene: mancanza di libertà, mancanza di sicurezza personale e precarietà economica.
Il fenomeno è tale da far pensare all’estinzione dei cristiani, almeno in Medio Oriente. Se ciò accadesse sarebbe una perdita incalcolabile, non solo per il cristianesimo, ma anche per la stessa civiltà islamica, cui i cristiani hanno dato un contributo unico, nelle arti, nella letteratura, nel pensiero e nella modeizzazione.
Ci sarà, dunque, un futuro per le chiese in Oriente? È la domanda con cui si concludono alcuni dei saggi. Per i loro autori, come per chiunque abbia conosciuto e incontrato la realtà di queste chiese, pare impossibile che tutto ciò possa sparire. E allora si trova conforto nel loro passato, che le ha condotte fino a noi, pur tra infinite e dolorose prove; si trova conforto nei piccoli segni di cambiamento, che sembrano far intravedere l’avvento di tempi più benigni.
Ma anche questo non sarebbe niente, se non ci fosse la speranza, «forse la più mondana delle virtù teologali, quella intrecciata per natura alle vicende storiche di questo mondo e destinata con la fede a spegnersi a favore della carità nel mondo a venire» (A. Mengozzi). 


Di Biancamaria Balestra

Biancamaria Balestra