Gesù, il Logos, cioè il «senso delle cose» (Gv 1)

Abbiamo seguito per due anni il Vangelo di Giovanni, per scoprire come Gesù ci aiuti a cogliere il volto del Padre. Il percorso, iniziato sul numero di MC di gennaio 2024, è terminato lo scorso numero, eppure ci sembra opportuno ritornare ai primi 18 versetti del Vangelo, in quella che potremmo paragonare a una prefazione.

Le prefazioni servono a entrare appieno dentro i contenuti dei libri. Per questo, di solito, sono scritte per ultime, quando già tutto è diventato chiaro, anche per l’autore meno capace di programmare la propria opera. Non sappiamo se il prologo al Vangelo di Giovanni (Gv 1,1-18) sia stato scritto anch’esso per ultimo, ma di certo sa portarci appieno dentro al senso di ciò che narra, al punto che può essere letto con frutto dopo aver affrontato tutti i capitoli che lo seguono, come facciamo noi con questo articolo.

Il prologo di Giovanni è una buona interpretazione di tutto Vangelo, del suo cuore che è l’incarnazione, ma anche, ovviamente, del modo in cui Gesù ci fa conoscere il Padre.

Una parola intraducibile?

«In principio era il Verbo». L’esordio del Vangelo di Giovanni è famosissimo, e si merita la sua fama. Innanzitutto, perché comincia come il libro della Genesi: l’evangelista voleva di sicuro che i suoi lettori si spostassero mentalmente all’inizio del tempo e al fondamento delle cose, che leggessero non solo seguendo la vicenda di un essere umano, ma il cuore stesso della storia. D’altronde, la parola utilizzata già nella traduzione greca della Genesi era tra quelle «pesanti»: il «principio». Una parola che indicava infatti non semplicemente l’inizio del tempo, ma anche il fondamento, ciò su cui si basa tutto. E nel «tutto» è chiaramente compreso anche ciò che a noi interessa più di qualunque altra cosa, ossia la nostra stessa vita e il fatto che sia degna di essere vissuta.

Giovanni, all’interno di un Vangelo, ossia di un testo sacro, ha il coraggio di sostenere che all’inizio «di tutto» c’è il Logos. È un termine greco che indica la «parola», ma anche la «logica», il «criterio», il «ragionamento», addirittura il «senso che sta sotto le cose».

Anche se noi ci aspetteremmo qualche profonda riflessione sulla centralità di Dio, l’evangelista ci fa ammettere che al fondo delle cose, almeno per noi, c’è la domanda sul senso di ciò che viviamo. E ha poi il coraggio di sostenere che questo senso esiste, ed è il fondamento delle cose, e lo è da sempre.

In principio non c’era Dio, ma il Logos, che per noi, per la nostra vita, è più importante di Dio stesso. Il principio unificante, la logica di fondo, il senso del vivere. Si parte da lì, dal nostro desiderio di vivere bene.

Questo principio, però, afferma subito Giovanni, era presso Dio, dalle parti di Dio, addirittura tendeva a Dio. Anzi, Dio era esattamente questo principio. Ciò che il mondo della filosofia aveva cercato nei «fondamenti» del reale, Giovanni invita a cercarlo verso Dio, in Dio. Quel senso che cerchiamo è lì.

Vedere la luce

Siamo ormai abituati al modo giovanneo di far procedere il discorso: a volte sembra restare fermo a ripeterci le stesse cose, anche se a ogni passaggio cambia qualcosa e, in qualche modo, è come se ci arrampicassimo a spirale continuando a ripassare negli stessi posti ma sempre più su.

Sembra, ad esempio, che Giovanni ripeta quanto detto nel primo versetto, già nel secondo: «Egli era, in principio, presso Dio». Il pronome maschile «egli» è riferito a Logos, in modo grammaticalmente coerente, e comincia a suggerire che esso non è qualcosa, ma qualcuno.

Giovanni dice, quindi, che tutto è stato fatto tramite quel Logos, che è principio di tutto ed è qualcuno. Dice che in lui c’era la vita per gli uomini (v. 4) e che la vita era la luce degli uomini.

L’immagine è interessante: la luce non ci dice che cosa dobbiamo fare, semplicemente ci fa vedere, per poter decidere liberamente e in sicurezza.

La vita, dice Giovanni, non è lo scopo degli uomini (se ci pensiamo, molti nella storia hanno rinunciato addirittura alla propria vita per uno scopo più nobile), ma è ciò che permette loro di muoversi, di decidere.

Una relazione

La spirale giovannea continua a salire regolare. Al v. 9 rimarca, infatti, l’esistenza della «luce autentica», in grado di illuminare ogni uomo, «che viene nel mondo». Non è chiaro, qui, se a venire nel mondo sia «ogni uomo», oppure la luce. Se fosse «ogni uomo», allora la sottolineatura andrebbe sul fatto che la luce che fa vedere non è riservata ad alcuni, ma a tutta l’umanità. D’altra parte, però, a «venire nel mondo» potrebbe anche essere la luce. E se così fosse, ne ricaveremmo che la luce, qui, non sarebbe una qualche fonte esterna all’umanità, oggettiva e neutrale, ma qualcosa che nell’umanità viene in modo dinamico, in movimento. Il modo in cui Giovanni ha scritto il versetto è un aiuto a cogliere quella luce come qualcosa di personale. Non è obbligatorio scegliere: come un poeta, Giovanni probabilmente si compiace di questa ambiguità, vuole, in fondo, che immaginiamo entrambe le letture come possibili, perché ci sta accompagnando gradualmente da eventi senza tempo né luogo a qualcosa di personale e situato che entra in dialogo profondo con la nostra esistenza.

Lo sviluppo ulteriore, infatti, ci conduce sempre più a una dimensione temporale e relazionale: «Lui» è venuto tra i suoi (lui chi? il Logos? la luce?), ma non è stato accolto. Nel dipanarsi dei versetti, diventa sempre più chiaro che il «senso» è legato a qualcuno, e che questo qualcuno ha a che vedere con Dio. Ci viene presentato il fallimento di una relazione su cui non sapremmo ancora niente, se non conoscessimo già la storia di Gesù, e subito dopo ci viene detto che, però, c’è chi ha accolto l’offerta e ha ottenuto, in tal modo, il potere di diventare «figli di Dio» (v. 12). Compare per la prima volta nel Vangelo il tema della paternità di Dio, vista dalla parte dei suoi figli. Questa parte, peraltro, non si concentra su Gesù, ma già su tutti gli uomini.

Giovanni lega il potere di divenire figli di Dio all’atto di «credere nel suo nome». E dice che quelli che credono sono generati non dalla carne, ma da Dio stesso.

È ciò che abbiamo colto nel discorso dell’ultima cena: una dimensione di affetto e legame personale tra il Padre e il Figlio dentro la quale anche gli esseri umani sono chiamati, non in virtù di riti o sacrifici, né perché già consanguinei del Padre, ma per la Sua unica e generosa volontà.

L’incarnazione

Il lento procedere di Giovanni, a un tratto fa un passaggio brusco, al v. 14: «E il Logos divenne carne».

Se fossimo dei filosofi greci, faremmo un salto sulla sedia. Ma come? Il Logos, quel principio di fondo, quella logica, quel criterio, non si limita a restare qualcosa di teorico, di vagamente intuibile, ma entra nel mondo. E non entra nel mondo come un ologramma, etereo e sfuggente, ma si fa carne. Si fa concretezza pesante, esposta al limite, alla malattia, ai condizionamenti, persino alla morte.

Un’idea può non morire, la carne invece morirà di certo. Dire che il principio di fondo del mondo si sia fatto concreto al punto da esporsi alla morte può essere un’idea spaventosa, allucinante. Non è un impoverimento? Il Logos non si contaminerà? Nello stesso tempo, non sarà eccessivo mettere al centro la concretezza della nostra esistenza? Farla diventare più importante di qualunque teoria?

Ma Giovanni non si ferma e aggiunge che il logos si «attendò» in noi, mise la sua tenda tra noi. La tenda era un ricordo piacevole e scomodo, per gli ebrei. Essi facevano memoria del fatto che i loro padri avevano vissuto nelle tende durante i quarant’anni di peregrinazione nel deserto. Anni di povertà, di castigo, ma anche di contatto strettissimo con un Dio che provvedeva a loro, chiaramente, ogni giorno. La tenda, riparo prezioso ma fragile, diventa un facile simbolo del corpo, fuori dal quale non viviamo ma che è anche tanto debole.

In questa fragilità, debolezza, precarietà, entra il Logos, entra Dio, mettendo la sua tenda «in noi». Vuol dire in mezzo a noi, ovviamente, e come giustamente ci dicono le nostre traduzioni: entra nelle nostre consuetudini, costumi, relazioni. Come ogni bambino che entra nel mondo, anche il Logos, Dio, deve imparare, e questo ci ripete ogni anno il Natale.

Il Logos, però, entra addirittura «in noi». Diventa non solo uno di noi, ma come noi, identico a noi. Il che significa che l’essere umano può prendere dentro, comprendere Dio, il senso ultimo e profondo del mondo, delle cose, della vita. Non avremmo potuto immaginarlo, finché non avessimo visto Dio prendere dimora in noi.

Di questo Logos possiamo addirittura dire di averlo visto, di averne fatto esperienza tangibile. E ciò che abbiamo visto, ciò che lui è nel profondo della sua pienezza, la sua «gloria» (questo significa «gloria» nel linguaggio biblico), non sono i suoi miracoli o la sua predicazione, non è la sua capacità di conoscere il cuore dell’uomo o la sua risurrezione. Il cuore del suo essere, ci dice il quarto evangelista, è nell’essere «l’unigenito che viene dal Padre, pieno di dono gratuito e verità». Vale a dire che l’essenza più preziosa e autentica di Gesù è nella sua relazione con il Padre. E significa quindi anche che, guardando Gesù, cogliamo innanzitutto la sua relazione con il Padre, chi è il Padre. E ciò che cogliamo è «grazia e verità», il dono gratuito di sé e di tante cose, il generoso donarsi, e il farlo in autenticità profonda, nella verità che svela anche tutte le false immagini di Dio e dell’uomo.

All’inizio del suo Vangelo, come chiave di lettura che può ottimamente servire anche alla fine come sintesi, Giovanni dice che il senso della nostra vita è Gesù, che mostra tangibilmente, nella storia e nella natura umana, il volto del Padre, e che questo volto, la natura piena di Dio, è dono e autenticità. Avremmo potuto immaginare altro su Dio, ma Gesù confuta ogni falsa immagine e fantasia che avevamo. Guardare Gesù significa innanzitutto vedere la generosità trasparente del Padre.

«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel ventre del Padre, lui lo ha rivelato» (v. 18).

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 22 – fine)

Raccolta «Il Volto del Padre»

È qui disponibile la caccolta di tutti i 22 capitoli del nostro cammino alla ricerca del Volto del Padre attraverso le pagine del Vangelo di Giovanni.
La raccolta si può anche scaricare. Grazie ad Angelo Fracchia per le sue riflessioni e aiuto alla comprensione. Grazie anche a Marco Francescato per le sue illustrazioni creative.




Dalla nostra rivista, 100 anni fa

Siamo lieti di condividere con voi la copia integrale della nostra rivista pubblicata nel marzo 1926, immediatamente dopo i funerali di San Giuseppe Allamano.

«Martedì, 16 febbraio (1926), alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Re.mo canonico Giuseppe Allamano Fondatore e Superiore generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino».
Giuseppe Allamano vegliato nella camera ardente, 17 febbraio 1926

Queste sono le parole che aprono le sedici pagine dedicate all’evento che ha segnato la vita dei due Istituti e della Chiesa di Torino.
Le pagine raccontano «La morte del Giusto» (vedi MC 1/2026), seguita dal «Commovente tributo d’affetto del Clero e Popolo di Torino» e dalla «Mirabile apoteosi» del funerale. Segue una breve sintesi della sua vita come «L’Uomo di Dio», e si conclude con «L’elogio del Papa» (Pio XI).

Qui trovate il periodico nella sua integrità, come è stato pubblicato cento anni fa.
Buona lettura. Uniti nella preghiera e nel ringraziamento con tutti i Missionari e le Missionarie della Consolata e con la Chiesa torinese.

N:B: per facilitare la lettura utilizzare il menu qui sotto o scaricare il file (formato pdf).




Centenario

Il 16 febbraio 2025 si è celebrata per la prima volta la solennità di san Giuseppe Allamano dopo la sua canonizzazione. Da quella data, la Famiglia Consolata ha iniziato un percorso di animazione verso il centenario della morte del suo fondatore (16 febbraio 2026). «Dopo cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i nostri due istituti si sono evoluti e trasformati; lungo gli anni si sono evidenziate situazioni nuove e nuove problematiche, ma la canonizzazione del padre fondatore ci aiuta a superare tutto e a dare risposte adeguate ai nuovi contesti se saremo capaci di riavvicinarci e identificarci al carisma da lui trasmesso», ha detto il superiore generale, padre James Lengarin.

Ravvivare e rivitalizzare il carisma che Allamano ci ha lasciato come preziosa eredità è l’impegno che accompagna i missionari lungo il cammino di quest’anno. Un carisma sbocciato dalla santità del fondatore e che raggiunge la sua massima espressione nell’impegno di vivere come santi secondo il motto a lui caro: «Prima santi, poi missionari».

Il fatto che le due famiglie missionarie fondate da san Giuseppe Allamano continuino a svolgere la loro opera, sul solco da lui tracciato, a distanza di un secolo dalla sua morte è prova certa della buona radice da cui sono germinate: la sua santità. Ecco perché questo anniversario diventa occasione per celebrare anche i 125 anni di esistenza dei Missionari e i 115 delle Missionarie della Consolata. La loro opera, in questi 100 anni, ha cambiato la vita di tante persone e di popoli interi, rivelando indirettamente i tratti della ricca personalità del padre fondatore.

«Come Famiglia Consolata desideriamo vivere intensamente questo tempo insieme a lui, contemplare la sua santità, ascoltarlo, pregarlo e sperimentarlo sempre di più come padre che illumina il nostro cammino, in cui ci sentiamo ancora una volta invitati a un rinnovamento spirituale profondo della nostra identità di missionari inviati ad annunciare il Vangelo a chi ancora non lo conosce», ha concluso padre Lengarin.

Nel celebrare il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i missionari e le missionarie, in comunione con la vasta rete dei laici missionari, amici e benefattori, guardano al futuro con spirito positivo, impegnati a cogliere i segni dei tempi, in un mondo in rapida trasformazione, per continuare a essere segni di consolazione per tutti coloro che attendono l’annuncio della salvezza di Cristo.

Sergio Frassetto

Padre e fondatore

Cent’anni fa, il 16 febbraio 1926, morì il canonico don Giuseppe Allamano, sacerdote della diocesi di Torino. È passato un secolo e la presenza di quest’uomo, fragile come un cristallo, resistente come il diamante, rimane viva nell’esemplarità del suo zelo sacerdotale, nelle opere realizzate, nell’attività dei suoi Missionari e Missionarie. Anziché morire, i santi suscitano energie nuove, trascinano con la forza della loro vita e con la proposta del loro insegnamento. A Giuseppe Allamano, santo tra i santi, i Missionari e le Missionarie della Consolata si rivolgono nella preghiera e lo invocano come padre e fondatore.

Padre

L’immagine della generazione esprime trasmissione di vita e amore. Anche san Paolo la usa con i cristiani ai quali ha annunciato il Vangelo. Fra l’apostolo e le comunità si stabilisce una relazione profonda. Esse potranno avere molti maestri… ma lui solo ne è il padre. Parole che Allamano riprende nei confronti dei suoi missionari. Espressione che dice tutto l’interesse e l’amore che egli ha per loro.

È padre, perché dona uno spirito: quel modo di percepire e di vivere il Vangelo che è tipico dei santi. Quel modo di sentire e compiere la missione che distingue i Missionari della Consolata. Questo spirito, Allamano è cosciente di possederlo. Desidera comunicarlo. Lo fa con intensità, nell’insegnamento e nei contatti personali. Ne è geloso. Non permette interferenze. Chi non lo condivide, vada pure altrove. Meglio pochi, ma radicati in quello che egli intuisce e offre come spiritualità propria dei suoi missionari.

C’è una paternità spirituale, e quindi perenne. Ma c’è anche una paternità a livello di relazioni umane. Anche questa Allamano la vive in profondità. Ognuno si sente accolto nella sua singolarità. Ognuno ascolta la sua parola di incoraggiamento. La figura del padre è quella che maggiormente impressiona quanti lo conoscono. Le testimonianze, a questo riguardo, sono numerose. Molti ricordano il primo incontro con lui, le sue parole, i suoi gesti. Ricordano il suo sorriso e le sue delicatezze verso i parenti.

Padre di una famiglia

Essere padre è il suo stile di educare e formare. Per lui l’istituto è una famiglia. Parla molto di famiglia e di fraternità. Tutta la formazione e tutta la vita del missionario gravitano attorno a queste dimensioni. Come un padre, Allamano racconta tutti gli eventi della famiglia. L’Africa dev’essere molto vicina per i giovani studenti di allora! Le gioie e le sofferenze di ognuno devono essere di tutti. E quello «spirito di corpo» – altro modo di esprimere la coesione della famiglia – è forte. Uno per tutti e tutti per uno. Quando la formazione era di carattere piuttosto disciplinare, Allamano è originale ed efficace nel suo metodo. Metodo e spirito che ancora caratterizzano ovunque i Missionari e le Missionarie della Consolata.

Fondatore

Allamano non vuole essere chiamato fondatore, anzi lo proibisce esplicitamente. La Consolata è la vera fondatrice. Ma, nonostante la sua umiltà, è fondatore. Non sono da ricercare forme straordinarie di ispirazione riguardo alle due famiglie missionarie da lui fondate. Non le ha, né le cerca. Gli bastano i richiami dall’Africa, l’abbondanza di clero in Piemonte, il desiderio di alcuni sacerdoti di andare in missione, la necessità di un nuovo tipo di suore per la missione. Gli basta la parola della Chiesa. Gli è sufficiente l’obbedienza. È in queste realtà che lo Spirito opera. Perché è certo che ogni vita nella Chiesa e ogni dono all’umanità scaturiscono dallo Spirito, inesauribile nel rispondere con creatività al dinamismo degli uomini.

Uomo dello Spirito

Nonostante il suo pragmatismo, fatto di studio e riflessione, di sondaggi e contatti, Allamano è un uomo dello Spirito. Uomo che conduce alla santità; che rende la Chiesa sempre più idonea a svolgere la sua missione di universale sacramento di salvezza. Questi sono, infatti, i due aspetti che qualificano un fondatore: contribuire alla sempre maggiore comprensione del Vangelo e porsi al servizio della Chiesa.

Indubbiamente, Allamano è maestro di sapienza e di santità. Lo è per i seminaristi e il clero diocesano. Lo è per le molte persone di ogni ceto che ricorrevano al suo ministero di confessore e di consigliere. Ma lo è, in modo eminente, per i suoi missionari e per le sue missionarie. Il richiamo alla santità, condizione indispensabile per l’apostolato, è continuo. E a una santità specifica, da missionari. Lo si comprende soprattutto considerando i mezzi da lui suggeriti. Due espressioni caratterizzano la sua proposta a quanti intendono seguire Cristo come discepoli: «Fare bene il bene», e «essere straordinari nell’ordinario». In questo c’è dell’eroico, ci si santifica. Qui c’è l’intuizione carismatica propria di ogni fondatore nel proporre una via per vivere il Vangelo.

San Giuseppe Allamano vive

Il centesimo anniversario della scomparsa di san Giuseppe Allamano ci parla di vita più che di morte. Egli è vivo nella fama della sua santità, nello spirito a noi trasmesso. Vive nella paternità spirituale e carismatica. Vive nei Missionari e nelle Missionarie della Consolata che continuano a nutrirsi della sua parola. Vive in quanti ne ammirano l’attività apostolica, lo zelo pastorale, la santità sacerdotale. Vive ancora in quanti, seguendo l’opera dei Missionari della Consolata, diventano parte della loro famiglia e condividono la paternità di Allamano.

Il centenario della sua nascita al cielo contribuisce a rinvigorire questa continua presenza e vitalità che fa ardere nel cuore il fuoco della missione per portare a tutti gli uomini il lieto annuncio del Vangelo.

a cura di Sergio Frassetto

La Santità celebrata

I missionari della Consolata che vivono e lavorano in Venezuela hanno celebrato con grande gioia la canonizzazione di san Giuseppe Allamano.

Tutti noi abbiamo potuto vedere e sentire papa Francesco pronunciare il rito della canonizzazione e abbiamo provato un’emozione traboccante nel seguire questo evento meraviglioso da lontano.

Vedere tanti sacerdoti, religiosi e laici, che parlavano lingue diverse, ma uniti in un solo cuore, celebrare come una grande famiglia ci ha riempito di gioia. Era la famiglia sognata da san Giuseppe Allamano che proprio lì, in Italia, aveva iniziato quel grande progetto missionario che oggi è una realtà in 35 Paesi del mondo.

In Venezuela, come famiglia della Consolata, abbiamo toccato quel «piccolo pezzo di cielo» il 27 ottobre 2024 con una celebrazione di ringraziamento che si è svolta nel Santuario di Nostra Signora di Coromoto, situato nel settore El Paraíso della capitale Caracas.

L’eucaristia è stata presieduta da monsignor Lisandro Rivas, missionario della Consolata, vescovo di San Cristobal. Lui e padre Nebyu Elias, superiore delegato Imc, erano appena tornati da Roma dove avevano partecipato al solenne evento della canonizzazione, per cui ci hanno trasmesso tutte le meravigliose impressioni che avevano vissuto in quell’evento.

Insieme a loro c’erano tutti i missionari e le missionarie della Consolata che lavorano in Venezuela, padre Ricardo Guillén, direttore delle Pontificie opere missionarie (Pom), padre Alfredo Infante, superiore dei gesuiti in Venezuela, padre Gonzalo Becerra, superiore dei redentoristi e il diacono permanente Eduardo Jiménez che ha annunciato il Vangelo.

È stata una celebrazione emozionante e indimenticabile per noi che facciamo parte della grande famiglia Imc, ma anche per gli amici, i benefattori, le congregazioni religiose amiche e i parrocchiani in generale. Tutti abbiamo vissuto un’eucaristia intrisa dell’ardore missionario che il nuovo santo ci ha lasciato in eredità.

Prima della messa, ha avuto luogo la XXII marcia missionaria giovanile, che si realizza ogni anno durante il mese delle missioni e che, in quell’occasione si è svolta lungo le vie circostanti, fino a concludersi in chiesa. Si tratta di un’attività di animazione missionaria nata per iniziativa dei Missionari della Consolata e che oggi si realizza in collaborazione con le Pom e la Pastorale giovanile di Caracas.

Lo scopo della marcia è di animare i giovani delle scuole, delle parrocchie e dei movimenti cattolici all’impegno missionario acquisito nel battesimo. In questa occasione, si è data particolare enfasi alla figura di san Giuseppe Allamano, missionario per eccellenza.

La camminata è stata caratterizzata da canti, dinamiche, animazioni e riflessioni su temi di attualità e sfide di interesse per i giovani, organizzati con grande creatività e fantasia dai gruppi responsabili.

Va notato che in tutte le nostre presenze missionarie, nella città di Barquisimeto, a Barlovento tra gli afroamericani, e tra gli indigeni di Tucupita e Nabasanuka c’è stato un momento di preghiera e ringraziamento.

La nostra gioia è grande: siamo felici di far parte della famiglia della Consolata e chiediamo a Dio di aiutarci a mantenere vivo questo entusiasmo per continuare a lavorare sempre in comunione confidando nell’intercessione di san Giuseppe Allamano.

padre Beni Kapala




Il mercato del carbonio

Introdotto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi (2015), il meccanismo dei crediti di carbonio è ingegnoso, ma consente molti imbrogli. Anche per l’assenza di controlli da parte degli Stati. 

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca a assorbirne. Un paio di numeri illustrano bene la situazione.

Secondo l’organizzazione Global carbon project, nel 2024 l’umanità ha prodotto 41 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ma gli oceani e il sistema vegetale sono stati capaci di assorbirne solo il 50-60%. Pertanto, un’altra ventina di miliardi di tonnellate sono salite in atmosfera, accrescendo ulteriormente la concentrazione di anidride carbonica che oggi si calcola in 430 parti per milione.

Come termine di paragone, nel 1700, prima della Rivoluzione industriale, la sua concentrazione è stata stimata in 280 parti per milione. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con inevitabili ripercussioni sul clima. I climatologi ci dicono che, oggi, la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850.  

Ricerche condotte da Our world in data dicono che Stati Uniti e Unione europea sono i maggiori responsabili delle emissioni accumulate fra il 1750 e il 2017: i primi avendo contribuito per il 25%, la seconda per il 22%. Quanto all’Africa, il suo contributo è stimato nell’ordine del 2-3%. La responsabilità non è, quindi, identica per tutti.

Lontani da Parigi

I primi richiami alla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica risalgono al 1972 da parte della Conferenza scientifica delle Nazioni Unite riunita a Stoccolma. Ma solo nel 2015, 43 anni dopo, i governi di tutto il mondo hanno accettato di accordarsi su un piano per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 2 gradi centigradi, meglio ancora 1,5 gradi, rispetto all’epoca preindustriale.

Si tratta dell’Accordo di Parigi che, tuttavia, traccia solo delle direttrici di marcia che gli Stati devono (dovrebbero) trasformare in impegni concreti tramite incontri annuali noti come Cop, acronimo inglese per Conferenza delle parti (Conference of the parties).

L’ultima (fallimentare) Cop, la numero 30, si è tenuta a novembre a Belém, in Brasile (articolo a pag. 63), senza la partecipazione degli Stati Uniti che – per decisione di Trump – hanno abbandonato l’Accordo di Parigi. Un abbandono che rischia di fare naufragare definitivamente un’intesa già traballante perché – al di là delle parole – governi ed imprese non sembrano realmente intenzionate a fare ciò che serve per fermare i cambiamenti climatici.

Tecnologia e politica

Il punto è molto semplice. Dal momento che i cambiamenti climatici sono la conseguenza di un utilizzo eccessivo di combustibili fossili, l’unico modo per fermare il processo è ridurre il consumo di petrolio, carbone e metano.

Un obiettivo che si raggiunge agendo contemporaneamente su due fronti: quello tecnologico, per ottenere energia da fonti non fossili, e quello politico, per ridurre il livello dei consumi. Ma il sistema economico fa difficoltà ad accettare sia l’uno che l’altro: il primo per ragioni di costi, il secondo per ragioni di impostazione.

Due difficoltà che si colgono bene analizzando alcuni dei settori più inquinanti: acciaio, cemento, abbigliamento, allevamenti, trasporti.

Per ridurre le emissioni da parte dell’industria dell’acciaio e del cemento servirebbero altre tecnologie, che però non vengono introdotte perché molto costose. La vicenda dell’acciaieria di Taranto ne è una triste conferma: benché siano noti i suoi danni (non solo ambientali, ma anche sanitari), il rinnovamento non avviene perché costa tanto e le due sole opzioni in campo sembrano essere quella della chiusura o del tenersi l’industria inquinante.

Per ridurre le emissioni provenienti da abbigliamento, allevamenti e trasporti, la soluzione più semplice è quella di ridurre i consumi. Potremmo vivere benissimo senza fast fashion, senza carne a tutti i pasti, senza automobile, ma il sistema non può accettare una simile prospettiva perché la sua sopravvivenza si basa sulla crescita. L’obiettivo del capitalismo è garantire profitto alle imprese, possibile solo se c’è certezza di vendite. Così il consumo, e di conseguenza la produzione, sono i due snodi centrali. Ma poiché l’inclinazione al consumo non fa parte della nostra natura umana, il sistema si è organizzato in tutti i modi possibili per spingerci a consumare oltre misura.

Le vie sono quelle della pubblicità, della moda, dell’introduzione di nuovi prodotti che generano nuovi bisogni. Tipico il caso dei telefonini. Questo continuo lavaggio del cervello ha fatto breccia in tutti noi e perfino i sindacati si oppongono alla prospettiva della sobrietà in nome del lavoro. Un ragionamento che conosciamo fin troppo bene: per vivere ci serve un salario, quindi un lavoro, ma il lavoro lo danno le imprese solo se vendono ciò che producono. Dunque, dobbiamo consumare sempre di più, anche se questo comporta conseguenze negative per molti: per il pianeta a causa dell’inquinamento, per le nostre vite a causa di un eccesso di cose, per le relazioni umane e sociali a causa della mancanza di tempo, per le generazioni che verranno perché erediteranno un pianeta tossico ed esaurito.

Per uscire da questa trappola, le alternative ci sarebbero, ma le nostre «gabbie mentali» ci impediscono anche solo di prenderle in considerazione.

Foto Tyler Casey – Unsplash.

I palliativi del sistema

Non volendo intraprendere le strade che servirebbero per toglierci dai guai, il sistema si sta inventando un sacco di palliativi, come quello inserito all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi secondo il quale uno Stato o un’impresa può dimostrare di avere ridotto le proprie emissioni di anidride carbonica non perché le abbia ridotte davvero, ma perché ha finanziato una buona pratica attuata in un altro paese.

Un po’ come un’impresa di armi che, pur continuando a produrre bombe, pretende di essere considerata nonviolenta perché finanzia la Croce Rossa.

Immaginando che la questione ambientale possa essere ridotta a un bilancio economico, nella colonna dei debiti scriveremmo le quantità di anidride carbonica emesse, nella colonna dei crediti scriveremmo le quantità di anidride carbonica eliminate tramite iniziative positive.

L’Articolo 6 dell’accordo di Parigi permette agli Stati di iscrivere nella colonna dei crediti anche le tonnellate di anidride carbonica che i loro finanziamenti contribuiscono ad abbattere in un paese straniero, di solito scelto tra i più poveri. È in virtù di questa trovata che, nell’Accordo di Parigi, il trasferimento delle riduzioni di anidride carbonica da un’entità all’altra è indicato come «meccanismo dei crediti di carbonio».

Cosa prevede l’articolo 6

L’articolo 6 non definisce quali progetti possono rientrare nei crediti di carbonio, ma – per consuetudine – comprendono le iniziative di riforestazione o di tutela delle foreste, gli investi-

menti nell’ambito delle energie rinnovabili, qualsiasi altra iniziativa tesa a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

L’articolo 6 impone, però, una serie di regole per impedire la degenerazione dello strumento. Fra esse, l’obbligo di trasparenza, il divieto di doppio conteggio, la creazione di organismi internazionali addetti al controllo.

Purtroppo, gli Stati ci hanno messo nove anni per accordarsi su tutti i dettagli, e solo nel 2025 il meccanismo è entrato ufficialmente in funzione con tanto di regole e organismi di governo. Un’attesa che è durata nove anni per gli Stati, ma non per le imprese che, nel frattempo, hanno deciso di agire da sole ravvisando in quel meccanismo un ottimo strumento per farsi passare (a buon mercato) come «verdi».

Le imprese più inquinanti possono, infatti, continuare a emettere grandi quantità di anidride carbonica, comunicando di averle ridotte in virtù dei crediti acquistati. Così, a partire dal 2016, si è assistito all’esplosione del mercato volontario dei crediti di carbonio che, fino ad allora, aveva funzionato in maniera embrionale.

Dal 2005 al 2024, attraverso questo canale, i crediti commercializzati sono passati da 13 a 84 milioni di tonnellate con un coinvolgimento particolare delle imprese petrolifere, automobilistiche, informatiche. Nel 2024 il più grande acquirente di crediti di carbonio è stato Shell che si rifornisce da progetti agricoli e forestali avviati in varie parti del mondo fra cui Australia, Filippine, Senegal. Altri grandi acquirenti sono Microsoft, Eni, PetroChina, Volkswagen, per un giro d’affari che nel 2024 è stato calcolato in 535 milioni di dollari.

La preservazione delle foreste non è l’unica via individuata per liberare il pianeta dall’anidride carbonica. Ci sono anche progetti che puntano a ridurre le quantità emesse. Nel qual caso sono poste in vendita le negaCO2, ossia le tonnellate di anidride carbonica non prodotte.

Esempi che vanno in questa direzione sono gli impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, o progetti che promuovono stufe per cucinare a basse emissioni. I gestori di tali progetti calcolano le tonnellate di anidride carbonica risparmiate rispetto agli impianti tradizionali e le cedono a chi ha bisogno di alleggerire il proprio carico di CO2 in cambio di denaro per le spese di impianto o di gestione. Ad esempio, Acqua minerale San Benedetto compensa le sue emissioni acquistando crediti generati in vari paesi del mondo, non solo da progetti di riforestazione, ma anche da impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, come una centrale idroelettrica del Pamir, in Tajikistan.

Elaborazione da un grafico di earth.org

L’imbroglio è certificato

In apparenza sembra tutto lineare, ma uno dei problemi di questo circuito è che non esistono controlli pubblici: l’intero sistema è affidato a società private di certificazione che rilasciano certificati sulla validità dei progetti e sulle tonnellate di anidride carbonica eliminate secondo i loro criteri. Per di più la certificazione è pagata dai proprietari dei progetti che hanno tutto l’interesse a ricevere attestati che gonfiano il servizio reso al pianeta in modo da avere più crediti di carbonio da mettere in vendita. Del resto, le stesse società di certificazione hanno una partecipazione sui crediti commercializzati.

In conclusione, numerose indagini, non solo giornalistiche, ma anche universitarie, hanno evidenziato vari casi di conti che non tornano. Tanto da avere indotto alcune società certificanti ad adottare misure correttive. Ad esempio, nel settembre 2025, Verra, una società di certificazione statunitense, fra le più grandi del mondo, è stata costretta ad ammettere di avere validato la vendita di 15 milioni di crediti inesistenti vantati da un progetto di riforestazione nello Zimbabwe gestito dalla società Carbon green investments. Fra i clienti invischiati nella frode compaiono anche Volkwagen, Nestlé, Total che ora dovranno valutare come correggere i propri bilanci di sostenibilità.

Truffe a parte, vari esperti ritengono che i crediti di carbonio possano svolgere un ruolo positivo, ma solo se provengono da progetti che riducono realmente l’anidride carbonica presente in atmosfera senza produrre alcun tipo di danno collaterale né di tipo ambientale, né sociale.

Sulla questione giungono molti allarmi, soprattutto dall’Africa dove è stata da poco istituita l’Africa carbon market initiative per promuovere la vendita dei crediti di carbonio ottenuti nel continente. Un’impresa molto attiva nella vendita dei crediti di carbonio è Green resources di proprietà del fondo African forestry impact platform (Afip), a sua volta partecipato da varie multinazionali, fra cui le giapponesi Mitsui e Nomura.

Green Resources si presenta come la più grande impresa africana di sviluppo forestale e trasformazione di legname. In effetti, gestisce all’incirca 38mila ettari di piantagioni legnose in Mozambico, Tanzania e Uganda. Per la maggior parte si tratta, però, di monoculture di pino ed eucalipto, che pongono al tempo stesso problemi di ordine ambientale e sociale. Quello di carattere ambientale è che le monoculture distruggono la biodiversità e hanno bisogno di molti trattamenti chimici. Quello di ordine sociale è che mettono in moto un processo di land grabbing, ossia di sottrazione di terre a spese delle comunità locali.

L’umanità deve trovare i modi per arrestare i cambiamenti climatici, ma non è certo con l’abuso e con l’inganno che potrà riuscirci.

Francesco Gesualdi

 



Cop30, negoziato vivo, ma non vegeto

La 30ª Conferenza delle parti, o Cop30, si è svolta a Belém, in Brasile, lo scorso novembre. Si è conclusa con un accordo molto debole e molti dubbi su quanto le Cop siano ancora efficaci in un mondo diverso da quello degli anni 90 in cui sono nate.

Ci sono due punti di vista prevalenti nel descrivere i risultati della Cop30, la 30° Conferenza sul clima che si è conclusa il 22 novembre scorso a Belém, in Brasile, e nessuno di questi vede il bicchiere mezzo pieno. Si tratta di decidere se è mezzo vuoto o vuoto del tutto.

L’assenza degli Usa, il secondo emettitore di gas serra del pianeta, ha condannato la Cop già in partenza a raggiungere risultati limitati. Per questo, l’accordo finale, per quanto annacquato, ha indotto il segretario esecutivo della Convenzione quadro dell’Onu per il clima (Unfccc nell’acronimo inglese), Simon Stiell, ad affermare nel suo discorso conclusivo che la Cop è «alive and kicking», viva e vegeta@. In una situazione mondiale piena di fratture, infatti, non era scontato che si arrivasse a un accordo. Anzi, per alcuni, la semplice «tenuta» del meccanismo è stato già un successo.

D’altro canto, però, se si pensa alle aspettative generate dalla dichiarata intenzione del Brasile, Paese ospitante, di realizzare una Cop delle azioni concrete, e alla speranza che emergesse una nuova leadership mondiale a ridare forza ai negoziati climatici – e, per questa via, al multilateralismo nel suo complesso – allora è fin troppo facile dire che la cooperazione sul clima sarà anche viva, ma di certo non vegeta.

O per metterla giù dura, come ha fatto il presidente della Colombia Gustavo Petro@: «Non accetto che nella dichiarazione della Cop30 non si dica con chiarezza, come dice la scienza, che la causa della crisi climatica sono i combustibili fossili usati dal capitale. Se non si dice questo, tutto il resto è ipocrisia».

Perché nel testo dell’accordo finale manca, fra le tante cose, anche questo: l’indicazione inequivocabile dei combustibili fossili come responsabili della crisi climatica.

Le puntate precedenti

Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile, lo aveva detto alle Nazioni Unite a settembre 2025: ora basta negoziare, è il momento di fare. In realtà, le Cop sono sempre luogo di negoziati: quello che intendeva Lula era che le negoziazioni dovevano concentrarsi sulle azioni per mettere in atto gli accordi, non sui loro contenuti.

Facciamo un passo indietro (e semplifichiamo molto): l’accordo di Parigi, raggiunto nel 2015 durante la Cop21, è il punto di riferimento normativo che il mondo si è dato per reagire alla crisi climatica. Il suo primo pilastro è la mitigazione, cioè le azioni da compiere per attenuare i cambiamenti climatici. Il secondo è l’adattamento, cioè quello che va fatto per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Il terzo riguarda la finanza, cioè gli strumenti economici per realizzare i primi due. L’articolo 9 del trattato, infatti, assegna ai Paesi sviluppati un ruolo chiave nel fornire le risorse finanziarie ai Paesi in via di sviluppo.

Nei dieci anni seguiti all’accordo di Parigi, il lavoro delle Cop è stato tradurre questi pilastri in impegni precisi, messi nero su bianco. Alcune Cop sono state del tutto inefficaci, altre hanno invece fissato degli impegni, per quanto limitati e migliorabili. È il caso della Cop27 a Sharm el-Sheikh, Egitto, che ha stabilito di istituire un «fondo perdite e danni» con cui compensare i Paesi più poveri e vulnerabili per le conseguenze dei disastri climatici. È anche il caso della Cop28 a Dubai, Emirati arabi uniti, che ha sancito l’impegno della comunità internazionale ad allontanarsi progressivamente (transition away, nel testo originale) dai combustibili fossili. Quanto alla Cop29 di Baku, Azerbaijan, dell’anno scorso, il risultato concreto, per quanto insoddisfacente, era stato l’impegno a destinare ai Paesi in via di sviluppo aiuti crescenti fino a raggiungere i 300 miliardi l’anno entro il 2035, a fronte però di una loro richiesta che era oltre quattro volte più grande.

Belém (PA), 07/11/2025 – Presidente da República, Luiz Inácio Lula da Silva, participa acompanhado de chefes de estado da foto de família na COP30. Foto: Bruno Peres/Agência Brasil

I risultati della Cop30

Con tutti questi pezzi dell’accordo di Parigi già tradotti in impegni, il lavoro della Cop30 doveva essere quindi quello di mettere in piedi gli strumenti operativi per rispettarli, fra questi: una tabella di marcia (roadmap) per abbandonare i combustibili fossili; un obiettivo globale sull’adattamento definito e misurabile – il «gemello», lo definisce l’associazione Italian climate network (Icn)@, dell’obiettivo sulla mitigazione, che è 1,5°C di riscaldamento massimo -; e un incremento dei fondi per la finanza climatica.

Il risultato è stato il cosiddetto Pacchetto politico di Belém@, di cui la parte forse più simbolica è il Mutirão globale, documento finale dell’accordo che prende il nome da un termine della lingua indigena Tupi-Guarani che significa sforzo collettivo, lavoro comunitario, volontario. Un concetto simile a quello della minga colombiana e anche all’harambee keniano. In esso l’approccio volontario l’elemento distintivo – e per molti deludente – di questa Cop: la tabella di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili nell’accordo non c’è, viene affidata all’iniziativa volontaria portata avanti, fuori dal quadro Onu, da un gruppo di 24 Stati guidati da Colombia e Paesi Bassi che si incontrerà ad aprile nella città portuale colombiana di Santa Marta@ per lavorare a una giusta transizione fuori dal fossile.

L’obiettivo globale sull’adattamento è finalmente definito – fissare gli indicatori, cioè i valori di riferimento per misurarlo, è stato un lavoro lungo e complicato – spiegava il giornalista Ferdinando Cotugno nei suoi dispacci giornalieri da Belém per il quotidiano Domani@ -, ma nell’accordo si legge che è «volontario, non prescrittivo, non punitivo, agevolante, di natura globale, rispettoso della sovranità e delle circostanze nazionali e gestito dai Paesi».

Sulla finanza climatica, poi, il Pacchetto di Belém prevede di triplicare le risorse, ma lo fa più che altro attraverso delle esortazioni, e sposta la data per farlo dal 2030 al 2035. Qualche avanzamento, osserva@ Icn, si registra sulla giusta transizione, che mostra maggiore sensibilità verso i temi di giustizia sociale, diritti umani, dignità del lavoro. Ma le fonti fossili non sono mai menzionate nel testo, e questo è, senza dubbio, un arretramento. Anche per chi non è esperto di linguaggio giuridico, è evidente il depotenziamento di un dispositivo normativo che, almeno negli intenti del Brasile, era dato per assodato e doveva «solo» essere messo in pratica.

Una vittoria dei Petrostati

La scomparsa dei combustibili fossili dal testo dell’accordo è una vittoria degli stati produttori di petrolio. Come osservava@ l’inviata del Guardian a Belém, Fiona Harvey, in oltre 30 anni di conferenze sul clima, solo l’accordo della Cop28 del 2023 a Dubai – il cosiddetto United arab emirates consensus – li aveva menzionati, e i delegati del gruppo di 22 Paesi arabi, della Russia e di alcuni altri stati, «erano determinati a impedire che questo si ripetesse».

Dopo una lunga e tesa trattativa, l’Arabia saudita e i suoi alleati hanno accettato solo il riferimento, nel testo finale, al Consensus del 2023.

Questa riscossa dei Paesi produttori di petrolio è stata possibile, spiegano diversi osservatori, per una concomitanza di altri fattori, a cominciare dallo sfilarsi della Cina dal ruolo di possibile guida nella lotta ai cambiamenti climatici. «Alla Cop, la Cina offre borse con i panda, ma nessun nuovo impegno», titolava l’articolo@ di Lisa Friedman e Somini Sengupta sul New York Times il 21 novembre scorso, riferendosi alla massiccia auto promozione che la superpotenza asiatica ha messo in piedi nel proprio padiglione espositivo, offrendo gadget, incontri con esperti di energia e mostre celebrative dei traguardi cinesi nell’energia pulita. La Cina è ormai leader mondiale nella produzione di elettricità da fonti rinnovabili, ma non ha fra i suoi piani (e interessi) quello di riempire il vuoto lasciato dagli Usa.

A rafforzare la posizione degli Stati produttori di petrolio sono state anche le divisioni all’interno dell’Unione europea: mentre il negoziatore Ue, Wopke Hoekstra, tentava di puntellare le posizioni più ambiziose della maggioranza degli Stati membri, alcune nazioni – Polonia, Ungheria e Italia – hanno assunto posizioni che Icn definisce «di retroguardia»@, e, al G20 in corso in Sudafrica negli stessi giorni della Cop, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiarava@ che l’Ue «non sta combattendo i combustibili fossili, sta combattendo le emissioni che derivano dai combustibili fossili», indebolendo, secondo il giornale online Politico, la posizione europea a Belém@.

A completare lo scenario, la gestione del negoziato da parte del Brasile, che nella puntata del 25 novembre@ del suo podcast Areale, Ferdinando Cotugno ha definito populista e opaca, per aver creato grandi aspettative con un’agenda ambiziosa senza però avere davvero un piano efficace per farla approvare.

Belém (PA), 17/11/2025 – Marcha Global dos Povos Indígenas – A Resposta Somos Nós, evento paralelo à COP30. Foto: Bruno Peres/Agência Brasil

E adesso?

La prossima Cop sarà in Turchia, ma sotto la presidenza australiana: una soluzione irrituale che ha messo fine allo stallo nelle trattative per la prossima sede della Conferenza delle parti.

A detta di molti osservatori, la scelta della Turchia ha almeno due limiti: il primo è quello di togliere visibilità agli stati del Pacifico, come le Isole Marshall, Tuvalu e Kiribati, per i quali il cambiamento climatico è già oggi una minaccia alla loro stessa esistenza. Inoltre, dopo tre anni di Cop in Paesi autoritari, la società civile alla Cop30 aveva potuto di nuovo riappropriarsi dello spazio pubblico con manifestazioni e proteste, con i popoli indigeni in un ruolo di primo piano: in Turchia, questo ruolo della società civile rischia di nuovo di essere molto limitato.

In ogni caso, al di là di questi aspetti, le domande rimangono tante, a partire da quella che mette in discussione l’efficacia stessa delle Cop, che riflettono il mondo in cui si svolgono e che, per questo, funzionano meno di quanto si speri in anni di conflitti e lacerazioni, lasciando spazi crescenti ai lobbisti del fossile e dell’agrobusiness.

Da questa Cop emerge anche un tentativo di costruire forum alternativi – come la Conferenza di aprile in Colombia – dove provare a tradurre in azioni quello che in sede Onu non riesce ad andare oltre la dichiarazione d’intenti.

Ma forse uno spunto di riflessione viene dal paragrafo 10 del Mutirão, nel quale si «riconosce che la transizione globale verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo resiliente al clima è irreversibile e rappresenta la tendenza del futuro».

Che la transizione sia ormai nelle cose – perché conviene, perché c’è già una fiorente economia collegata ad essa, perché la sensibilità ormai si è radicata, perché una delle due superpotenze, la Cina, traina il mondo in quella direzione – è opinione diffusa. Ma forse non è sempre chiaro a tutti che il ruolo del multilateralismo, della cooperazione sul clima, e quindi delle Cop, da anni non è più solo quello di promuovere la transizione: è anche realizzarla rendendola «giusta ordinata ed equa».

Chiara Giovetti

Belém (PA), 13/11/2025 – Lideranças extrativistas e apoiadores usando porangas na cabeça, participam da marcha “Porangaço dos Povos da Floresta”, evento paralelo à COP30. Foto: Bruno Peres/Agência Brasil



Una relazione inimmaginabile (Gv 1-17)

Siamo giunti al termine di un percorso lungo, accidentato e impegnativo. Come una guida alpina in territori di alta quota, l’evangelista non ha d’altronde mai promesso che il cammino sarebbe stato semplice, ma ci ha lasciato intravvedere che avremmo respirato aria pulita e rarefatta, che saremmo stati più vicini al cielo.
Come se fossimo in cima alla nostra vetta, quindi, può valere la pena ripercorrere il nostro itinerario, che da quassù si vede più chiaro e nitido.

Il punto di partenza

Siamo all’interno di un Vangelo, di un testo considerato sacro dai cristiani. Non stiamo cercando in questo scritto un modo per distenderci, per passare qualche ora di svago immaginandoci in un’altra esperienza umana, come se stessimo leggendo un romanzo o guardando un film. Stiamo ponendoci la domanda più estrema, se questa nostra esistenza che viviamo sia frutto non del caso ma di una volontà che ci ha voluti, e che volto abbia questa volontà.

Tale domanda, peraltro, non serve «soltanto» (non sarebbe poco!) per conoscere e capire, ma per decidere: come gestire la nostra vita in modo che non sia inutile? In modo che sia inserita in un orizzonte di senso e non destinata a essere dimenticata? Come fare in modo che la nostra vita, come avrebbero detto i primi cristiani provenienti dall’ebraismo, sia salvata?

Tutti noi, infatti, percepiamo l’angoscia del tempo che ci inghiotte, la fatica di costruire una vita significativa che rischia di essere cancellata dalla morte e dall’oblio.

Noi moderni preferiamo parlare di un «senso» da trovare in questa vita, gli antichi di «salvezza», ma il significato è molto simile.

I cristiani credono di aver trovato questo senso nell’esperienza storica di Gesù di Nazaret, che ci svela il volto non conoscibile del Dio della creazione. In lui si può cogliere la fisionomia divina.

Da qui parte l’evangelista Giovanni. O, meglio, con il prologo, che occupa i primi versetti del Vangelo, parte da ancora più indietro.

Ma forse, come succede spesso a chi scrive libri, anche lui ha scritto prima l’intero testo, e solo alla fine l’introduzione. Per questo noi ripercorreremo il Prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-18) in appendice a questa serie di articoli, come ultima tappa: quasi come fa chi torna a casa dopo una scalata e ripensa al percorso fatto.

Con strumenti umani

La prima comparsa di Gesù nel racconto di Giovanni avviene nelle parole e nel dito di Giovanni Battista, che indica lui come «l’Agnello di Dio» (Gv 1,29).

Gesù non ha ancora fatto nulla di significativo, sembra uno dei tanti che si aggirano attorno al Battista.

Nonostante i molti prodigi che Gesù metterà in campo (nel quarto Vangelo, in realtà, molti meno che negli altri), il volto di Dio si mostra innanzitutto nella sua umanità. E in un’umanità normale. Dio non compare con visioni poderose e violente, con segni esterni impressionanti, come ci piacerebbe e come a volte lo immaginiamo. Il Padre si svela tramite un essere umano, rispetto al quale potremmo anche chiederci che cosa abbia più di noi. Dio si fa conoscere tramite altro, e in particolare tramite l’umanità.

C’è tuttavia da dire che l’umanità nella quale si mostra non è del tutto «regolare» e prevedibile: è il Battista, che promette un perdono divino che non passa dai riti del tempio, è Gesù che, come primo «segno» dell’irrompere di Dio nella storia, sceglie di garantire che una festa di nozze possa concludersi nella gioia nonostante sia finito il vino (nozze di Cana: 2,1-11).

Anche se forse il lettore del Vangelo non sa ancora che cosa di preciso stia cercando, l’evangelista ci suggerisce già, con la scelta della parola «segno», che vediamo e ascoltiamo cose che ci rimandano a un oltre. Vediamo Gesù, ma cerchiamo (anche) il Padre.

E l’imprevedibilità divina la si riscopre subito dopo, quando Gesù scaccia dal tempio i cambiavalute e venditori (2,13-25). Un gesto che lascia intuire un Dio che non si fa semplicemente trovare nei riti e nel culto, ma in altre forme che dovranno essere precisate. Per la prima volta, qui, Gesù parla del «Padre» suo, con il quale si lascia intuire in profonda comunione.

La meta del nostro cammino comincia a esserci chiara: la guida alpina, Giovanni, dopo i primi passi, ci indica una cima lontana e ci dice: «Oggi saliremo là».

Nella vita

Più camminiamo, più diventa chiaro che il Padre che Gesù ci mostra è imprevedibile, non ubbidisce a schemi, ma si apre a chi lo cerca con sincerità, anche se di nascosto, come Nicodemo (cap. 3), o se irregolare come la samaritana (cap. 4). Il Padre sa riconoscere l’autenticità di una ricerca anche scomposta, fuori dalle regole.

È significativo che Gesù incontri, una dopo l’altro, un «capo dei giudei» e una donna di Samaria, entrambi in contesti non consueti, clandestini (non si va a interrogare un maestro di notte, non si va ad attingere l’acqua a mezzogiorno). Eppure, Gesù, e con lui il Padre, si lasciano incontrare, vedono in profondità, «in Spirito e verità» (4,23), e si dimostrano amanti della vita, non giudici severi, ma pronti a dispensare serenità, a dissetare, a promettere gioia.

La stessa tensione verso la vita, e la vita piena, la possiamo ritrovare nel capitolo 5, nella guarigione alla piscina di Betzatà di un uomo infermo da trentotto anni. A fronte di coloro che lo criticano per una guarigione eseguita di sabato, Gesù ribadisce il volto di un Padre che ama la vita, e vuole la vita piena per le sue creature, e così, inizia a far intravvedere che quella promessa di vita non potrà fermarsi neppure davanti allo scandalo della malattia e della morte.

Se l’umanità poteva pensare a un Dio solenne, nobile e altero che dall’alto dei cieli guardava con severità la storia e la giudicava, Gesù la mette davanti al volto di un Dio che va incontro a chi è impedito e lo solleva.

Lo stesso atteggiamento prosegue anche nel capitolo 6, con la moltiplicazione dei pani che apre la strada a un lungo dibattito dal quale emergono in Gesù i lineamenti del Padre.

Pur essendo in sé autosufficiente, Gesù non si ritira in un nobile distacco, ma vede i bisogni di chi ha davanti e va loro incontro, si pone al servizio delle loro vite (mai Gesù opera un miracolo che danneggi qualcuno). Così facendo, rende sempre più chiaro che agisce in questo modo, perché è perché è così che opera. Rende chiaro che il Padre vuole stabilire con l’umanità una relazione di fiducia, e non di servitù. Un rapporto nel quale rispettare, anzi, desiderare, la libertà dell’altro. Ai discepoli che si fanno prendere da dubbi, non può che offrire la possibilità di andarsene, liberamente (6,67).

Liberi e autentici

Proprio questa libertà costringe i discepoli a prendere posizione, tenendo conto che l’opera di Gesù può essere interpretata come blasfema, problematica.

La domanda su chi Gesù sia, chi rappresenti, in nome di chi si muova, è una domanda lecita. Questo proprio perché il Padre lascia libera l’umanità, non la pone di fronte a prove incontrovertibili che la obbligherebbero a credere e la farebbero muovere fuori dal campo della fiducia (cap. 7). Che questo sia il campo in cui Dio vuole muoversi è chiarito dal fatto che Egli imposta tutto sulla relazione, profonda e autentica. Se ci si muovesse nel campo dell’autorità e dell’obbedienza, tutto sarebbe più semplice, misurabile. Nel campo delle relazioni, però, non possiamo mai smettere di interrogarci, di interpretare, di fidarci.

Nello stesso tempo, Gesù rassicura i suoi del fatto che il Padre sa leggere i cuori, vede in profondità, coglie l’autenticità di chi lo cerca con cuore sincero (cap. 8).

E lui stesso si muove in libertà: ci cerca e ci desidera astenendosi sempre da qualunque forma di giudizio (cap. 9), come chi vuole la comunione ed è motivato dall’amore.

Relazione non immaginabile

Negli ultimi capitoli del Vangelo, il tono si alza, e Gesù parla sempre più spesso del Padre, rimanda in modo sempre più chiaro a lui: il Signore e l’umanità sono il pastore e il suo gregge che si conoscono, e riconoscono la voce dell’altro (10,1-21). La loro è una relazione che non si può spiegare nei dettagli ma è fatta di protezione e fiducia (10,22-42). Il Padre ridona la vita (a Lazzaro) e si muove sempre dentro a relazioni personali, di amicizia, di affetto (cap. 11).

Anche nel «glorificare il Figlio», il Padre dona la vita (cap. 12), tanto da proporsi non come datore di un elenco di precetti, ma come un esempio da imitare, per vivere una esistenza autentica e sensata, segnata fino in fondo dall’amore (cap. 13).

Quell’amore che Dio vive innanzi tutto dentro sé, in una relazione tra il Padre e il Figlio che non ha condizioni ma solo dono e fiducia reciproci (cap. 14), e in cambio non chiede altro che amore (cap. 15).

Proprio questo passo, con l’immagine della vite (che è Gesù stesso), del coltivatore (che è il Padre) e dei tralci (che sono coloro che confidano in Gesù), ci apre lo sguardo sull’ultima, sorprendente tappa.

Il Padre che Gesù ci mostra non solo preferisce essere amato piuttosto che servito, ma vuole fare entrare tutta l’umanità nella relazione che lo lega al Figlio (capp. 16 e 17).

Il punto d’arrivo del nostro percorso, che ci ha portato ad altezze non preventivabili, è l’invito a fare parte della relazione d’amore tra Gesù e il Padre.

L’antica distanza tra il divino e l’umano, che l’uomo ha sempre percepito, è annullata, per volontà dell’unico che potrebbe farlo, ossia Dio.

Gesù con la sua vita mostra questo amore profondo del Padre per l’umanità, e chiama tutti ad accoglierlo e farlo proprio, per essere accolti, a nostra volta, nella comunione che, da sempre, esiste tra il Padre e il Figlio e che, come ogni amore autentico, si apre agli altri senza gelosia.

Sintonia tra divino e umano

Forse anche noi, persino noi cristiani consapevoli dell’amore di Dio mostrato in Gesù, restiamo stupiti di fronte a un divino che non mantiene le distanze, ma ci offre di entrare nell’intimità di quella relazione di amore che esiste da sempre dentro la divinità stessa. E che, coerentemente, ma in modo imprevedibile, ci chiede di vivere soltanto quella dimensione umana che, pure, lo sappiamo, è ciò che ci fa autenticamente umani e rappresenta il più vero e profondo desiderio nostro: amare ed essere amati. Come se tutto, nella nostra ricerca e nella promessa divina, finisse imprevedibilmente per poi ricomporsi, incastrarsi come i pezzi di un puzzle.

Siamo forse entrati nella lettura spirituale del Vangelo convinti che la nostra dimensione religiosa fosse più importante delle nostre aspirazioni umane, quasi pronti a rinunciare all’umanità per guadagnare il divino. E scopriamo che le due dimensioni sono in totale sintonia. E che ciò che vediamo nel divino esalta la nostra umanità più autentica.

Anche noi, come l’evangelista, sentiamo forse il bisogno di meditare ancora su questo stupefacente mistero. Giovanni lo fa nel prologo, che anche noi, prendendoci ancora una tappa, rileggeremo con calma, il mese prossimo.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 21 – continua)

Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre».
(Gv 19,26-27)
Con questa immagine vorremmo esprimere la bellezza e la gioia del fatto che Gesù non solo ci ha fatto conoscere il vero volto del Padre, ma anche quello della Madre, sua e nostra, Maria.




Alzo gli occhi verso i monti

Sono Nesma Ayed. Mi trovo nell’ospedale Friends of the patient society di Gaza City. È il 17 settembre. Nel lettino di fronte a me, la mia bambina Jana, 9 anni, ha smesso di respirare. Malnutrizione acuta. Come sua sorella Jouri, morta un mese fa. Aveva due anni.

Alzo gli occhi verso la finestra. Fuori vedo macerie. Da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio nome è Rahman, vivo con mia mamma, mia moglie i miei due bambini nel villaggio di Patarkhola, vicino a Satkhira, in Bangladesh. Lavoro a giornata in una fabbrica di mattoni. Cerco ancora di ricostruire la mia abitazione distrutta dal ciclone Amphan.

Alzo gli occhi verso i miei bambini. Da dove mi verrà l’aiuto?

Sono Federico, ho lasciato l’università un anno fa. Vivo con i miei. Mio padre è depresso. Mia mamma è sempre via per lavoro. Fuori, i palazzi immobili di Belluno. Dentro me, un disagio che cresce ogni giorno.

Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto? (cfr. Sal 120).

Ho visto, in Rd Congo, una donna raccogliere due bambini soli che non erano suoi, mentre tutti fuggivamo dai miliziani
dell’M23.

Ho ricevuto l’eucaristia nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, in Sri Lanka, insieme a chi ricordava i 100 morti dell’attentato del 2019.

Ho visitato un uomo in carcere, a Roma. Nel suo sguardo perso, ho intuito una piccola luce di desiderio di vita.

Ho alzato gli occhi verso il cielo e verso l’umanità, e ho visto vite resistenti, custodite dalla vita che non muore. E una luce nuova, farsi piccola via tra le tenebre.

da amico, Luca Lorusso

Leggi tutto Amico:



La vita prima di tutto

Il 18 agosto 2025 sono stati beatificati padre Luigi Carrara, fratel Vittorio Faccin e padre Giovanni Didonè, missionari Saveriani, e l’abbé Albert Joubert, sacerdote congolese, assassinati il 28 novembre 1964 a Fizi, nell’ex Congo belga, diventato indipendente dal 30 giugno 1960.

I quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2021

Nei 75 anni di vita della parrocchia Cuore Immacolato di Maria di Baraka a Fizi, territorio affacciato sulla punta Nord del lago Tanganica, nella diocesi di Uvira, in Rd Congo, una data ha segnato fortemente la fede di tutti: il 28 novembre 1964, quel sabato avvenne il «martirio» dei tre missionari saveriani e del sacerdote diocesano, uccisi lo stesso giorno dai medesimi aggressori.

Quel tragico evento è stato percepito gradualmente come l’espressione più alta del valore del Vangelo di Cristo, testimoniato secondo lo Spirito di colui che ha donato la sua vita per liberarci dal peccato e risorgere a vita nuova.

I quattro beati non abbandonarono dal loro gregge in quei tempi tumultuosi della guerra
civile seguita alla dichiarazione di indipendenza dal Belgio. La coerenza con il Vangelo e la consacrazione missionaria richiedevano loro di restare accanto a una popolazione che a sua volta cercava anche di proteggerli dai pericoli, a testimonianza di una fraternità evangelica reciproca e autentica.

Carrara e Faccin, così come Didonè e Joubert, erano ben consapevoli del pericolo imminente. Sapevano che restare al loro posto poteva costare loro la vita. Ma sapevano anche che il martirio non è la scelta della morte. È piuttosto la scelta di non anteporre nulla alla vita di chi amiamo.

La cronaca

Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostituire i fatti del martirio dei nostri quattro testimoni.
Intorno alle 14 arrivò a gran velocità una jeep militare che parcheggiò davanti alla chiesa di Baraka. Si trattava di mulelisti (movimento ribelle di ispirazione maoista fondato nel 1963 da Robert Mulele e più conosciuti come i Simba, ndr.) che, da diversi mesi, occupavano la zona e combattevano contro l’Esercito nazionale congolese (Anc). Il colonnello Abedi Masanga uscì dall’auto nello stesso momento in cui fratel Vittorio Faccin usciva dalla missione, ancora in costruzione.

I luoghi del martirio in Rd Congo, vicino ad Uvira e al Lago Tanganika

Abedi chiese a Faccin di salire sul veicolo e andare a Fizi. Il fratello rifiutò, dicendo che non poteva lasciare padre Carrara solo a Baraka. Il fratello fu colpito tre volte al petto e morì sul colpo.

Padre Luigi Carrara, che stava confessando in chiesa, uscì ancora indossando la stola, tutto sorpreso. Abedi gli ordinò di salire sul veicolo per andare a Fizi in modo da poter essere ucciso là. Carrara rispose che, se doveva essere ucciso, preferiva morire accanto al suo fratello. Si inginocchiò davanti al corpo senza vita di Faccin e, all’improvviso, gli spararono alla testa: bastò un proiettile e morì sul colpo. Cominciarono i maltrattamenti dei corpi dei due. Uno dei mulelisti, Évariste Mauridi Mulisho (che poi si pentirà e diventerà un testimone prezioso del martirio, ndr), tagliò un braccio di Faccin e andò a esibirlo nel villaggio di Baraka.

Più tardi la stessa jeep arrivò davanti alla chiesa di Fizi. Erano circa le 20. I mulelisti che sorvegliavano la missione di Fizi provarono a impedire l’ingresso del colonnello Abedi. Questo s’impose. Chiamò i padri. Giovanni Didonè, presa la lampada a petrolio, aprì la porta. Lui e l’abbé Albert Joubert uscirono incontro al colonnello che puntava la pistola. Didonè cominciò a farsi il segno della croce, ma una pallottola in fronte gli impedì di finire il gesto. Poi Abedi sparò direttamente al petto di padre Joubert che morì accanto al sacerdote suo amico.

Circa trent’anni dopo, padre Cyrille Tambwe conobbe personalmente Évariste Mauridi Mulisho nel campo profughi congolesi di Nyarugusu (Tanzania). Egli aveva riconosciuto il suo errore e che aveva agito sotto l’influenza dell’indottrinamento comunista anticristiano e dell’ingenuo entusiasmo della gioventù. Già all’inizio degli anni ‘70 si era convertito al punto da diventare responsabile di una comunità ecclesiale di base e supervisore nella Legio Mariae.

I tre saveriani

Fratel Faccin, alla guida dei cori, dimostrò il desiderio di coesione e lo spirito di fraternità attraverso liturgie ben preparate e celebrate. I viaggi di Didonè sugli altopiani di Fizi, dove si era organizzata una fiorente comunità di ruandesi, mostrarono l’apertura della missione verso coloro che non erano ben visti nel territorio: Cristo unisce le persone.

Carrara, con la sua pastorale dell’ascolto attraverso il sacramento della riconciliazione, espresse il desiderio di liberare le persone dalla schiavitù del peccato, un tema, quello della schiavitù, molto vicino ai fedeli, tra cui operava, i cui nonni avevano subito la tratta e lo sfruttamento del colonialismo del re Leopoldo del Belgio.

Un attentato contro la fede cristiana

Le testimonianze raccolte dall’abbé Cyrille, che all’epoca dell’indagine diocesana era parroco di Baraka, mettono a fuoco le ragioni del martirio. Questo non è stato conseguenza dell’odio razziale contro i bianchi e l’imperialismo coloniale, odio molto forte nel post indipendenza del Congo, ma di una reazione contro i valori stessi della fede cristiana.

L’azione dei missionari, in quegli anni, consisteva nel dire che ogni separazione, ogni guerra, ogni rifiuto dell’altro non poteva venire dallo Spirito di Dio. Le catechesi e le preghiere insegnate e ripetute prima delle celebrazioni miravano a sottolineare la nuova identità cristiana, come comunità di credenti in colui che tutti salva e che invita a chiamarlo Padre nostro. Le gioie e i dolori di ogni persona sono le gioie e i dolori dell’intera comunità che, per questo, si prende cura dei più bisognosi, come i lebbrosi di Busimba (Fizi). La fede voleva essere radicata nelle opere di carità e nella promozione della dignità.

Le reliquie dei quattro martiri

abbé Albert Joubert

Sacerdote congolese

Fu tra i primi sacerdoti della Chiesa in Kivu. Nacque a Saint Louis de Mrumbi-Moba il 18 ottobre 1908. Suo padre, di origine francese, aveva fatto parte della guardia pontificia in Vaticano prima di dedicarsi completamente alle missioni estere cattoliche. Andò a vivere in Africa, condividendo la cultura e lo stile di vita, sposando una donna del luogo e lottando per l’abolizione della schiavitù. La sua azione e la sua lotta erano radicate in una fede profonda. I coniugi ebbero tre figli: due preti e una figlia religiosa che fu costretta a lasciare la vita consacrata per motivi di salute.

Albert frequentò il seminario minore e poi iniziò gli studi filosofici-teologici completandoli con successo, tanto da essere richiesto come professore. Insegnò presso il Seminario maggiore e fu direttore di scuole.

Formato alla scuola dei missionari, assunse lui stesso uno stile di vita tipicamente missionario, disponibile a trasferirsi nelle missioni dove c’era più bisogno, vivendo con semplicità e con attenzione per i poveri e i sofferenti. Nella diocesi di Uvira, terminò il suo impegno, donando la sua vita come sacrificio di fraternità umana e sacerdotale.

Obbedendo al suo vescovo, si recò in una parrocchia povera e da ricostruire, Kibanga, dove ebbe a che fare con la violenza anticristiana dei suoi connazionali congolesi, i Simba, divenuti ribelli e affiliati all’ideologia atea di stampo cinese, russa e cubana. Per causa loro soffri molto.

Consapevole del pericolo che lo aspettava, accettò di recarsi a Fizi, roccaforte dei ribelli Simba, per unirsi al saveriano Giovanni Didonè. Là subì il martirio il 28 novembre 1964. Testimone della fede in Cristo e della fraternità al di là di ogni popolo e di ogni nazione. Insieme a padre Didonè è sepolto nella chiesa di Fizi, meta di pellegrinaggi.

Padre Giovanni Didonè 

Padre Giovanni Didonè, da Missionari Saveriani, marzo 2024.

La missione come dono totale di sé

Padre Giovanni Didonè nacque a Cusinati di Rosà (Vicenza) il 18 marzo 1930. La sua è una famiglia di agricoltori, crebbe in un clima sereno e religioso. I genitori erano cristiani praticanti e dei loro undici figli, sette si consacrarono al Signore nella vita religiosa.

Il papà non aveva preclusioni sulla scelta del figlio di farsi prete, purché divenisse sacerdote diocesano. Per questo motivo, entrò nel Seminario di Thiene della diocesi di Padova e attese l’età di 20 anni per ottenere l’assenso, pur sofferto, del papà sulla sua scelta. Entrò dai missionari Saveriani nel 1950 ed emise la prima professione il 12 ottobre 1951. Finiti gli studi il 9 novembre 1958 ricevette il presbiterato.

Padre Didonè parti per la missione il 3 dicembre 1959 – festa di San Francesco Saverio, patrono dell’Istituto Saveriano – nella diocesi di Uvira (nel Kivu, Congo belga) dove fu assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Uno dei tanti problemi che il giovane sacerdote saveriano dovette affrontare era quasi irrisolvibile: far superare i desideri di vendetta esistente tra i clan indigeni e, nel contempo, far cadere i giudizi negativi dei congolesi nei confronti dei bianchi.

Nella tarda primavera del 1962, padre Didonè era a Fizi con un compito ben preciso: costruire una chiesa per la sua comunità, che fu dedicata l’11 febbraio 1963. La ricostruzione delle ultime ore di vita del missionario saveriano si deve a padre Palmiro Cima che, tornato nei luoghi dell’eccidio nel gennaio 1966, ha raccolto informazioni da testimoni oculari.

Padre Didonè concepiva il suo essere missionario come un dono totale di sé a Dio. Nutriva un amore particolare verso la Vergine Maria, che seguiva secondo il metodo suggerito da san Luigi Grignion de Montfort, che diffondeva a tutti, compresa la sua famiglia. Il martirio a Fizi, non lo trovò impreparato.

Padre Luigi Carrara

Padre Luigi Carrara

Spirito di preghiera e disponibilità al servizio

Nacque a Cornale di Pradalunga (Bg) il 3 marzo 1933, quinto di sette fratelli e sorelle. Fu battezzato il 6 marzo e cresimato il 12 giugno dello stesso mese. Trascorse una serena infanzia in una famiglia unita che gli offrì un’educazione religiosa e umana molto solida. Per le ristrettezze economiche in cui versava la famiglia, il padre fu costretto ad emigrare in Svizzera. Lui visse nell’ambiente parrocchiale.

Fu un ragazzo incline alla preghiera e all’età di 14 anni chiese di essere ammesso presso la scuola apostolica dei missionari Saveriani. Terminato il curriculum di studi ginnasiale, a vent’anni entrò in noviziato e, una volta conclusi gli studi teologici, emise la sua professione perpetua e fu ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961.

Religioso stimato dai superiori e dai compagni di corso, si distinse sempre per il suo spirito di preghiera e di disponibilità al servizio. Lo studio della teologia si era trasformato in preghiera e meditazione. La frequenza ai Sacramenti era diventata per lui esperienza di vita e motivo di incontrare Cristo nei poveri.

Subito dopo la sua ordinazione presbiterale, il superiore generale lo destinò alla missione del Congo. Gli anni da lui trascorsi in terra africana furono vissuti nel clima della preghiera e del servizio incondizionato ai piccoli e agli umili, senza giudicarli, senza condannarli, ma cercando di giustificarli.

La guerra civile che esplose dopo l’indipendenza del 30 giugno 1960, gli permise di testimoniare la fedeltà al Signore e ai suoi fedeli cristiani, rimanendo con loro fino alla morte.

Fratel Vittorio Faccin

Fratel Vittorio Faccin, davanti alla casa madre dei Saveriani Parma

Il lavoro era la sua passione

Nato a Villaverla (Vi) il 4 gennaio 1934, era terzo di cinque figli di una famiglia di agricoltori nella quale apprese la semplicità e la laboriosità. A 16 anni compì la scelta radicale di entrare tra i missionari Saveriani. Fu accolto a Cremona, dove frequentò le scuole medie. Trovando difficoltà negli studi, gli fu consigliato dai superiori di diventare fratello coadiutore. A 17 anni fu ammesso al noviziato e fece i voti l’8 dicembre 1952. Dopo qualche anno di servizio in Italia chiese e ottenne di partire per la missione del Congo dove arrivò nel 1959.

Là fu addetto alle costruzioni di cui era diventato un esperto, formando molti congolesi a quel mestiere: il lavoro era la sua passione. Dedicava molto del suo tempo libero alla formazione dei catecumeni che si preparavano al battesimo. Pur conservando un certo rammarico per non essere diventato sacerdote, si era convinto che la sua vocazione fosse quella di essere vittima come Gesù nel sacramento dell’Eucaristia.

Il 30 giugno 1960 il Congo divenne indipendente, ma con due fazioni rivali che si combattevano aspramente per il dominio del Paese, dietro la spinta dell’ideologia marxista sovietica e di quella cinese. E lui, come testimone di Cristo che predicava l’amore, fu perseguitato e imprigionato nel 1960. Era felice di poter condividere la prigionia con altri poveri congolesi perseguitati, ben consapevole del pericolo di vita in cui si trovava.

Liberato, tornò a Baraka, e andava a dormire in una famiglia, poiché nella missione non si sentiva sicuro. Lì emise i voti perpetui nel 1962.

Pur avendo la possibilità di fuggire in Burundi, non volle abbandonare i suoi confratelli e restò con loro continuando il suo servizio. Questo gli costò la vita, versando il sangue per Cristo nell’agguato del 28 novembre. è sepolto con padre Carrara nella chiesa di Baraka,

Faustino Turco,
missionario saveriano

Icona dei quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2024



Cento anni e «oltre»

L’anno che sta arrivando sarà ricco di anniversari per i Missionari e le Missionarie della Consolata. Diventa un’occasione per ripensare al passato e capire meglio il presente. E magari progettare le mosse future.

«Stasera voglio parlarvi di una bella pratica che desidero sia da voi… praticata… quella degli anniversari».

Esordiva così, Giuseppe Allamano, «il signor Rettore», in una delle consuete conferenze formative domenicali (quella di domenica 21 gennaio 1912) ai suoi missionari della Casa Madre di Torino. Desiderava convincerli dell’importanza di tenere un calendario del cuore, in cui appuntarsi le date significative della vita di ognuno: nascita, battesimo, cresima, prima comunione, ordinazioni.

Ogni ricorrenza, infatti, aiuta a far memoria e la memoria ci mantiene «sul pezzo», facendoci vivere al meglio il presente e proiettandoci nel futuro.

Allamano visse con questo spirito la celebrazione dei 25 anni di fondazione dell’istituto, le «nozze d’argento», trascorsa ricopiando le ultime disposizioni testamentarie, con uno sguardo realistico sulla sua ormai compromessa situazione di salute, ma anche aperto a chi e a cosa gli sarebbe sopravvissuto e ne avrebbe continuato l’opera. Era il 29 gennaio 1926. Poco più di due settimane più tardi, il 16 febbraio, il canonico Giuseppe Allamano sarebbe morto al Santuario della Consolata, il luogo che per 46 anni aveva servito con amore e totale dedizione.

il cardinale Giorgio Marengo con due monaci buddhisti mongoli in visita in Vaticano. Il dialogo interreligioso è un aspetto fondamentale della missione. ©AfMC

Il passato ci definisce

Oggi tocca a noi riportare alla luce un passato che ci definisce, che continua a suggerirci chi siamo e cosa dovremmo essere. Poco più di un anno fa, il 20 ottobre 2024, Roma e Torino si sono riempite dei colori e dei suoni del mondo grazie alle centinaia di persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, venute in pellegrinaggio per vederlo santo.

Tuttavia, al di là della bellezza del ritrovarsi insieme, la canonizzazione del nostro fondatore ci ha obbligato a fare un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire le ragioni della sua santità. È stata un’occasione unica per ripensare alle nostre radici, provare a confrontarci oggi sul nostro modo di vivere la missione e capire come essere autenticamente Missionari della Consolata domani.

L’ormai imminente anno 2026 ci sembra essere, dal punto di vista celebrativo, particolarmente fecondo. Il 16 febbraio festeggeremo il centenario della morte o, per meglio dire, della «nascita al cielo» di san Giuseppe Allamano. Questa data, tuttavia, verrà preceduta da un altro momento celebrativo importante: il 125° anniversario della nascita dell’Istituto Missioni Consolata, avvenuta il 29 gennaio 1901. Non si può separare il ricordo del Fondatore da quello della sua fondazione.

È stato grazie ai missionari e alle missionarie che lo spirito di Giuseppe Allamano ha continuato a vivere in tanti luoghi e in mezzo a moltissimi popoli, dando continuità al suo carisma, facendone conoscere il nome, con orgoglio e gratitudine. La storia dei missionari e delle missionarie della Consolata si è innestata in quella di Giuseppe Allamano e ne ha dato seguito, l’ha portata a compimento.

In quattro continenti

Forse non sempre le cose sono riuscite così come l’Allamano avrebbe desiderato, non sempre siamo stati capaci di vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza di tutti i giorni, la ferialità della vita religiosa e missionaria. Non sempre, forse, siamo riusciti a «fare bene il bene» e a farlo senza rumore, con l’understatement tutto piemontese con cui il Fondatore condiva le sue azioni. E, senz’altro, molte volte siamo stati missionari senza prima essere santi, santi come lui, eroico nelle sue virtù.

Missionari, però, questo sì, lo siamo stati. Allamano si è reso presente in quattro continenti grazie alla partenza dei suoi figli e delle sue figlie, che hanno parlato di Cristo, della Consolata, ma anche di quest’uomo minuto, silenzioso, che nella sua vita ha mosso poco le gambe, ma ha fatto correre il cuore.

Il 2026 porterà con sé anche una terza ricorrenza, certamente non così significativa come le altre due; tuttavia, l’affetto e la riconoscenza di tante comunità che hanno avuto modo di conoscere i Missionari della Consolata ci rende orgogliosi anche del più piccolo di questi anniversari: i 25 anni della Fondazione Missioni Consolata Ets (MCets).  Nata nel giugno del 2001 come Missioni Consolata Onlus per poter rendere più efficace e organizzato il lavoro di cooperazione svolto dai missionari, la fondazione ha cambiato nome, ma non lo spirito con cui opera negli ambiti dell’educazione, sanità, e molto altro. MCets è anche l’editore di questa rivista che state leggendo, nonché la struttura organizzativa dietro ai programmi del Cam, acronimo di Cultures and Mission, il polo culturale e di promozione missionaria aperto a Torino, presso la Casa Madre dei Missionari della Consolata due anni fa.

Chi volesse saperne di più sulla fondazione può trovare tutte le informazioni necessarie sul sito www.missioniconsolataets.it.

processione il giorno della Consolata a Funda, in Angola. ©AfMC

Trasformare l’ambiente

MCets ha passato 25 anni a servizio delle attività dei missionari della Consolata nel mondo, mantenendo vivo lo spirito ereditato dal fondatore che sempre intese la promozione umana come una componente irrinunciabile dell’evangelizzazione. «Ameranno una religione che offre le promesse dell’altra vita e rende più felici su questa terra», scrisse Giuseppe Allamano ai suoi missionari del Kenya, in una lettera datata 10 ottobre 1910, parlando delle persone a cui erano stati inviati e alle quali dovevano, con la testimonianza della loro vita, dimostrare che il Regno di Dio inizia già qui, su questa terra. Agli stessi missionari aveva detto: «Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini», un pensiero che è rimasto alla base del metodo di evangelizzazione adottato dai missionari della Consolata e del loro modo di fare cooperazione.

Una nuova biografia

Per esercitare concretamente «la bella pratica» degli anniversari da celebrare, Missioni Consolata Ets ha promosso la pubblicazione di una nuova biografia del Padre Fondatore: «Oltre. Vita e Missione di San Giuseppe Allamano», di Alberto Chiara, pubblicato presso le edizioni Effatà. Non è certamente la prima biografia dedicata alla sua figura: ricordiamo, tra i principali contributi, la straordinaria e completissima opera di padre Igino Tubaldo e i volumi molto più agili di Domenico Agasso e padre Giovanni Tebaldi. Soprattutto questi due testi, ormai purtroppo esauriti, sono serviti all’autore da riferimento per seguire le vicende storiche di questo prete vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, nipote di san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti come lo zio e come un’altra eccezionale figura della chiesa di quegli anni: san Giovanni Bosco.

Allamano manda i suoi missionari in Kenya, dipinto della chiesa di Wamba (ora perso a causa dell’incendio che l’ha distrutta), Kenya ©AfMC

Santo locale con sguardo globale

Alcune caratteristiche rendono quest’ultima fatica letteraria particolarmente interessante e meritevole di lettura. Il titolo, «Oltre», descrive Allamano in quella che fu una delle sue peculiarità: aver fondato due istituti missionari senza essere mai «partito» lui stesso per la missione. Un santo «glocal», lo definisce Alberto Chiara ripescando un termine in uso anni fa per definire il carattere globale e allo stesso tempo locale di una determinata realtà.

Allamano visse il suo ministero sacerdotale in modo pieno e realizzato nella Torino dei suoi tempi. Il Santuario della Consolata rimase il centro operativo delle sue attività, da cui non si staccò mai per ben 46 anni. Un luogo a cui dedicò sforzi non indifferenti per rimetterlo a nuovo e offrire un servizio pastorale e liturgico di prim’ordine affinché chi vi entrasse potesse vivere un’autentica esperienza di incontro con Cristo e con Maria, sua Madre.

Eppure, nel contempo, Allamano seppe andare oltre, con la mente e con il cuore, offrendo alla Chiesa di Torino la possibilità di incontrarsi con altri mondi, altre culture.

Alberto Chiara, per molti anni redattore di «Famiglia Cristiana», grande viaggiatore e narratore di storie di Chiesa in giro per il mondo, con stile giornalistico va anche oltre la vita stessa di Giuseppe Allamano, mettendola in dialogo con quanto avviene nel mondo, nella consapevolezza che davvero, in questa nostra vita, tutto è interconnesso, collegato, in relazione, come Papa Francesco ha scritto a chiare lettere nella sua enciclica «Laudato si’», dedicata alla cura della casa comune.

Alberto Chiara evidenzia, però, anche un «oltre» temporale, portando l’opera di Allamano fino ai nostri giorni e aprendo uno spazio che la proietta in un futuro a noi ancora sconosciuto. È forse questo il contributo più originale del libro, annunciato già dalla copertina, nella quale il volto del santo è avvolto in una «nuvola» di parole che ne raccontano lo spirito e la missione. Alcuni di questi termini, come ad esempio migrazioni, minoranze non appartengono al cuore della spiritualità originaria di Allamano, ma sono diventati temi e priorità nell’attività dei missionari nei vari contesti in cui si sono dovuti confrontare.

Del resto, Alberto Chiara ha conosciuto lo spirito di Allamano negli anni ’90 attraverso i suoi missionari. In qualità di inviato del suo giornale, ne ha raccontato il lavoro, faticoso e rischioso, nell’Amazzonia brasiliana, in una delle missioni più significative e sfidanti, in difesa del diritto alla terra delle popolazioni indigene.

Proprio all’Amazzonia è dedicato uno dei capitoli più toccanti del libro, con il racconto, più volte narrato anche sulle pagine di questa rivista, del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano: la guarigione di Sorino, l’indigeno Yanomami attaccato e quasi ucciso da un giaguaro in piena foresta.

padre Jaime Patias durante la celebrazione dell’Eucarestia nella comunità Guyana El Clavo, in Venezuela. ©AfMC

La storia continua

La biografia non si conclude con la morte di Giuseppe Allamano, avvenuta al Santuario della Consolata il 16 febbraio 1926, ma termina con la descrizione della missione attuale dei missionari della Consolata. Per l’autore è chiaro che anche il 16 febbraio 2026, data in cui festeggeremo il centenario della nascita al cielo di Giuseppe Allamano, non sarà il termine reale e definitivo della storia che ha narrato.

Allamano continua a vivere in coloro che, a Torino come nel resto del mondo, si lasciano ispirare dalla sua intuizione, e continuano, attraverso il loro impegno, ad allargare a dismisura i confini della Chiesa.

Il suo è un invito a continuare ad avere fiducia e speranza in Dio per poter essere annunciatori del suo amore nel mondo, un invito che vale per tutti, noi inclusi. Lo dice bene Alberto Chiara, nelle ultime righe del volume: «Una cosa è certa, anzi due. La prima: grazie all’opera dei Missionari e delle Missionarie della Consolata attivi in circa trenta Paesi, san Giuseppe Allamano continua a essere un modello di fiducia, non a caso richiamato più volte nel corso del 2025, Anno Santo della speranza. Ancora oggi la sua spiritualità sprona tutti a vivere con impegno il “qui e ora”, considerando ogni istante come un momento favorevole per l’azione di Dio, senza sottrarsi ciascuno alle proprie responsabilità. Il segreto per saldare Cielo e Terra, l’infinito e l’ingarbugliato intreccio della storia rimane quello indicato dal canonico: l’abbandono confidente al Signore e alla Vergine Maria».

Ugo Pozzoli*
*Coordinatore della Fondazione  Missioni Consolata Ets, già direttore editoriale di MC.

Allamano Youth Day al Consolata Philosophicum Hall. Langata -Nairobi, Kenya ©AfMC

Il libro «Oltre» si trova nelle librerie o potete richiederlo a
Missioni Consolata Ets, corso Ferrucci 14, 10138 Torino
Chiamate al 011 4400400 o scrivete una email a:
segreteria@missioniconsolataets.it oppure spedizioni@missioniconsolataets.it (vedi contatti)




Le ambiguità del piano Mattei

Enrico Mattei è stato un grande italiano. Lo è anche il piano che ha preso il suo nome? Senza voler criticare a priori il progetto, per ora prevalgono i dubbi.

All’apparenza sembra un progetto di cooperazione. Nei fatti è uno strumento di geopolitica. La differenza fra i due concetti è abissale e va tenuta presente per capirne le intenzioni e gli effetti: la cooperazione è finalizzata a sradicare la povertà, tutelare i diritti umani, prevenire i conflitti; la geopolitica è finalizzata a garantire una posizione di vantaggio al proprio Paese rispetto agli altri.

Stiamo parlando del cosiddetto piano Mattei, molto simile al Belt and road initiative, il piano messo a punto dalla Cina, per sostenere e realizzare la costruzione di strade, ferrovie, porti, aeroporti in vari paesi del Sud del mondo, al fine di rafforzare i propri rapporti commerciali e garantirsi, possibilmente, una presenza militare oltre confine. Il piano Mattei si focalizza sull’Africa con l’intento di sostenere tutti quegli interventi che possono garantire all’Italia il massimo dei risultati possibili in termini di riduzione dell’immigrazione clandestina, di apertura di nuovi mercati, di approvvigionamento di materie prime. Il tutto, così si dice, senza propositi predatori e per questo dedicato a Enrico Mattei (foto a pag. 56) che, negli anni Cinquanta del secolo scorso, avviò lo sfruttamento d’idrocarburi nei paesi africani pagando un giusto prezzo ai governi locali.

Si chiamava Enrico Mattei

La prima volta che la premier Giorgia Meloni ha accennato al piano Mattei è stato il 22 ottobre 2022 quando si è presentata in Parlamento per chiedere la fiducia al proprio Governo. E lo ha fatto parlando dell’immigrazione clandestina: «Tutto quello che noi vogliamo fare in rapporto al tema dell’immigrazione, è impedire che la selezione di ingresso in Italia la facciano gli scafisti. E allora mancherà un’ultima cosa da fare, forse la più importante: rimuovere le cause che portano i migranti, soprattutto i più giovani, ad abbandonare la propria terra, le proprie radici culturali e la propria famiglia per cercare una vita migliore in Europa.
Lo scorso 27 ottobre è stato il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei, un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione postbellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il mondo. Ecco, credo che l’Italia debba farsi promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area subsahariana. E ci piacerebbe così recuperare finalmente, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il ruolo strategico che l’Italia ha nel Mediterraneo».

In sintesi, si potrebbe dire che l’obiettivo è quello di creare più stretti rapporti economici con l’Africa per tenere gli africani lontani dalle città italiane, ma anche per ridare centralità economica e politica all’Italia, in perfetta linea con la logica nazionalista.

Concetto ripreso dalla stessa Meloni quasi un anno dopo, il 3 ottobre 2023, in un discorso tenuto a Torino al Festival delle regioni: «Se il futuro è il tema delle materie prime, allora devo ricordare che l’Africa non è un continente povero. Devo ricordare che, mentre l’Europa ha un problema di approvvigionamento energetico, l’Africa è potenzialmente un enorme produttore di energia e che le due cose possono stare insieme tramite la realizzazione di investimenti strategici, com’è ad esempio il cavo di collegamento sottomarino con la Tunisia».

Enrico Mattei – Flickr

Vita o morte

La questione energetica è sempre stata un tema cruciale in tutte le epoche, ma per un sistema organizzato sulla crescita, com’è il capitalismo, è addirittura una questione di vita o di morte. Specie per l’Europa che internamente può fare affidamento solo su fonti rinnovabili, da cui ottiene, però, solo il 47% del proprio fabbisogno elettrico e il 25% dell’intero fabbisogno energetico. In più, oggi, l’Ue è in guerra con la Russia, suo tradizionale venditore di gas, avendo – di conseguenza – un bisogno assoluto di fornitori alternativi di prodotti energetici. Per questo la premier guarda all’Africa, con il duplice obiettivo di coprire i fabbisogni dell’Italia e fare diventare il nostro paese il punto d’ingresso di materiale energetico per tutta l’Europa. Concetto ribadito nel gennaio 2024 durante il discorso che ha tenuto alla conferenza Italia-Africa: «Noi siamo sempre stati convinti che l’Italia abbia tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa. […] L’interesse che persegue l’Italia è aiutare le Nazioni africane interessate a produrre energia sufficiente alle proprie esigenze e ad esportare in Europa la parte in eccesso. […] Tra le iniziative in quest’ambito voglio ricordare quella in Kenya dedicata allo sviluppo della filiera dei biocarburanti, che punta a coinvolgere fino a circa 400mila agricoltori entro il 2027. Ma chiaramente questo scambio funziona se ci sono anche infrastrutture di connessione tra i due continenti e lavoriamo da tempo anche su questo, soprattutto insieme all’Unione europea. Penso all’interconnessione elettrica Elmed tra Italia e Tunisia, o al nuovo corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno dal Nord Africa all’Europa centrale passando per l’Italia».

Per capire meglio il discorso di Meloni, vale la pena precisare che Elmed è un progetto che prevede la costruzione di un elettrodotto tra Sicilia e Tunisia, per una lunghezza complessiva di 220 chilometri, di cui 200 in cavo sottomarino. Un progetto portato avanti dalla società elettrica italiana Terna e da quella tunisina Steg, con il finanziamento di fondi europei e della Banca mondiale, per garantire all’Europa energia elettrica prodotta in Nord Africa da fonti rinnovabili. Quanto al corridoio H2 Sud, è un progetto portato avanti da un consorzio di imprese europee, fra cui l’italiana Snam, finalizzato a costruire una conduttura lunga 3.300 km per trasportare idrogeno prodotto in Tunisia fino al cuore d’Europa.

Puntualmente ambedue i progetti sono stati inseriti nel piano Mattei attirando le critiche di molti gruppi ambientalisti e terzomondisti: «Ci opponiamo alla produzione di idrogeno verde nel Sud del mondo, e allo sviluppo di infrastrutture a essa collegate, a causa della sua estrema inefficienza. Per produrre idrogeno servono enormi quantità di elettricità e acqua, due risorse scarse nei paesi che si intende trasformare in produttori di idrogeno da inviare in Europa».

Un «verde» di facciata

È il vecchio modello estrattivista in versione ambientalista che, invece di convogliare le risorse verso la soluzione dei bisogni locali, le dirotta verso la produzione di ciò che serve ai vecchi paesi coloniali per continuare a gozzovigliare a spese di tutti senza sensi di colpa di tipo ambientale. «Un’operazione di greenwashing estremamente utile anche alle industrie di combustibili fossili che possono farsi passare per verdi, mentre continuano a inondare il pianeta di prodotti tossici che sconvolgono il clima». Così si esprime Siphesihle Mvundla, attivista per la giustizia climatica ed energetica di GroundWorkFriends of the Earth Sudafrica.

Del resto, un altro progetto energetico inserito nel piano Mattei, suscita forti dubbi sul rispetto dello spirito non predatorio vantato da Giorgia Meloni. Il progetto in questione è gestito da società del gruppo Eni e ha come oggetto la coltivazione in Kenya di semi di ricino destinati alla produzione di biocarburante negli stabilimenti Eni operanti a Gela e Porto Marghera. Il progetto, che ha ricevuto prestiti per 210 milioni di dollari, di cui 135 dall’International finance corporation (Banca mondiale) e 75 dal Fondo italiano per il clima, è reclamizzato come un’iniziativa che offre una prospettiva di vita a centinaia di migliaia di piccoli contadini proprietari di terre semiaride, inadatte ad altre coltivazioni. Ma varie testimonianze raccolte dal coordinamento europeo Transport&environment mettono in dubbio i vantaggi sociali e ambientali vantati da Eni. Per cominciare va detto che nel programma sono entrati anche molti coltivatori che già producevano mais e legumi per il mercato locale. Di fronte agli alti guadagni prospettati dalla multinazionale italiana, hanno deciso di cambiare coltivazione, ma sono rimasti delusi. I contratti firmati, infatti, prevedevano l’ottenimento agevolato se non gratuito dei semi, ma compensi totalmente rapportati alle quantità di prodotto consegnato. E quando le annate sono andate male, per loro è stata la fame. Tant’è che molti hanno deciso di tornare alle coltivazioni tradizionali.

Prima le imprese italiane

Oltre che in ambito energetico, il Piano Mattei intende intervenire anche in altri settori ritenuti strategici: istruzione, sanità, agricoltura, infrastrutture sia fisiche che digitali. In ogni caso sempre privilegiando il sostegno alle imprese italiane che prendono parte ai progetti, a volte come partner, a volte come promotori. Un’attenzione, quella verso le imprese, che emerge anche analizzando la composizione della cabina di regia, l’organismo che decide i progetti da promuovere e come finanziarli. Due terzi dei suoi componenti sono rappresentanti d’impresa o di associazioni imprenditoriali (Acea, Snam, Fincantieri, Eni, Leonardo, Fs, Enel, Terna, Confagricoltura, Coldiretti, Confartigianato e altre). Del resto, durante il discorso alla Conferenza Italia-Africa, Giorgia Meloni ha precisato che il piano non può «prescindere dal pieno coinvolgimento di tutto il “Sistema Italia” complessivamente inteso, a partire dalla Cooperazione allo sviluppo e dal settore privato che è fondamentale coinvolgere nella nostra strategia, dato l’enorme patrimonio di conoscenza, tecnologia e soluzioni innovative che può vantare».

Il risultato è che, fra i primi progetti inseriti nel piano Mattei, c’è l’avvio, in Algeria, di un polo agricolo gestito dall’azienda italiana Bonifiche ferraresi per la messa in produzione di 36mila ettari di terreni semiaridi nei pressi dell’oasi di Timimoun. Il 70% della superficie sarà coltivata a cereali – grano duro e tenero – e la restante parte dedicata a legumi e semi oleosi. Il tutto secondo le tecnologie più moderne che prevedono l’intervento di varie altre imprese italiane, fra cui Consorzi agrari d’Italia e Irritec Spa per lo sviluppo del sistema di irrigazione, la società Ocrim Spa per la realizzazione di impianti di trasformazione, Giorgio Tesi Group per le attività vivaistiche, la società Diagram per la digitalizzazione, Acea per le tecnologie legate alla fonte idrica. Recentemente la lista si è arricchita anche della presenza di Leonardo Spa che fornirà tecnologie digitali e satellitari per monitorare dallo spazio le colture, i suoli e le risorse idriche.

Non è dato sapere se i raccolti verranno acquistati dal governo algerino e quindi rivenduti localmente a prezzi politici, o se saranno immessi nel mercato locale ai prezzi totalmente decisi dall’azienda produttrice. Dalla relazione, presentata al Parlamento il 17 luglio 2024, si apprende, comunque, che il 30% del raccolto è destinato alla esportazione verso l’Italia. In particolare, quello di grano duro di cui il Paese ha grande bisogno per la produzione di pasta. Dallo stesso documento, si apprende anche che il progetto è sostenuto da Simest, società di Cassa depositi e prestiti, gruppo controllato all’82% dal Governo italiano. Istituita con il compito di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Simest interviene sia concedendo prestiti agevolati, sia partecipando al capitale sociale delle aziende selezionate. Nel caso di Bonifiche ferraresi, il finanziamento, pari a 15 milioni di euro, ha assunto la forma di partecipazione all’aumento di capitale decretato da  una sua controllata operante all’estero.

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Un piano generico

Per la verità, da un punto di vista finanziario, il piano è piuttosto generico. Non precisa quali progetti hanno diritto a contributi a fondo perduto, quali solo a prestiti. Si limita a dire che per il primo quadriennio, il piano potrà contare su una disponibilità finanziaria di 5,2 miliardi di euro, di cui 3 attinti dal Fondo italiano per il clima e 2,2 dai fondi per la Cooperazione allo sviluppo. Inoltre, asserisce di volersi avvalere della collaborazione di una serie di istituti finanziari italiani di natura pubblica come la Cassa depositi e prestiti, Simest, Sace e altri fondi di livello internazionale. Ma non precisa né i criteri di finanziamento né le procedure da seguire, forse per lasciare ampia libertà di manovra alla Cabina di regia che di volta in volta potrà decidere quale forma di aiuto assicurare e da parte di chi.

La legge prevede che, a giugno di ogni anno, venga presentata una relazione al Parlamento sullo stato di avanzamento dei progetti. Ma più fonti lamentano scarsa trasparenza.

L’Osservatorio conti pubblici dell’Università cattolica, ad esempio, scrive che «spesso non vengono citate le risorse messe in campo per singolo progetto, e quando vengono citate non è chiara la ripartizione fra risorse pubbliche e private». Un ulteriore elemento che getta ombra su un piano già pieno di ambiguità.

Francesco Gesualdi




Chiamati alla «gloria» (Gv. 17)

I discorsi di Gesù nel Vangelo di Giovanni crescono in lunghezza e profondità di capitolo in capitolo, fino a quello dell’ultima cena che copre ben quattro capitoli chiudendosi al 17°. 

Seguiranno ancora alcuni scambi, alcune parole, ma nulla di così ampio. E se il capitolo 16 era segnato da un tono quasi luttuoso, nel 17 domina il calore dell’intimità, come un toccante epilogo che mette il cappello a un’intera costruzione. Dopo, resterà «solo» da vivere l’ultimo atto, senza bisogno di altre parole.

La gloria (vv. 1-5)

Abbiamo già ricordato che nel mondo ebraico e, quindi, anche nel quarto Vangelo, la «gloria» non evoca incenso e lodi e gratificazioni alla grandezza, ma è il «mostrarsi di Dio per ciò che è davvero». La gloria di uno sportivo non è la medaglia d’oro che ha vinto, ma la gara nella quale se l’è guadagnata.

Ma proprio perché il senso della gloria è l’essere non l’apparire, in prima battuta ci si può stupire di questa esaltazione gloriosa collegata a ciò che il Padre sta per fare, o che addirittura, per dire meglio, è invitato a fare. A questo capitolo, infatti, seguirà il racconto del cammino di Gesù verso la croce. Ma, anche questo è già stato detto (Giovanni torna più volte sugli stessi argomenti): è proprio la croce a mostrare appieno il volto vero di Dio. Un Dio che si mette a disposizione dell’uomo al punto da lasciarsi uccidere, e da lasciarsi uccidere come se fosse un maledetto da Dio. Questa totale offerta di sé all’uomo è la gloria del Figlio, e quindi anche la gloria del Padre.

Si tratta di un aspetto che è già stato toccato più volte, e che qui è ribadito in modo solenne: il meglio dell’opera di Gesù, la sua pienezza, è mostrare il volto del Padre. La gloria del Figlio e quella del Padre non si danno in alternativa, ma in collaborazione, come succede solo tra chi si ama.

Se, infatti, io assisto all’esaltazione dell’opera di un collega, di un compagno di squadra, di un collaboratore, ne posso essere felice, ma può anche darsi che mi senta punto da un pizzico di gelosia, o almeno di emulazione: vero che lavoriamo insieme, che lo stimo e che si merita questi complimenti, ma la prossima volta, magari, sarebbe bello se lodassero me.

Al contrario, un genitore, un innamorato, un amico davvero profondo, quando sente proclamare la grandezza di chi ama solitamente gode persino più che se sentisse parlare di sé.

Tra Gesù e il Padre, da tutti i punti di vista, c’è un rapporto di intimità e di affetto tale che non ricorda semplicemente la collaborazione tra colleghi, ma il calore di chi si ama.

Tutto è dato

Già da subito, però, il discorso si apre a «tutto ciò che è stato dato» a Gesù, e cioè ai discepoli; quindi, a persone per le quali si invoca il dono della vita eterna. Sembrerebbe che questo accenno alla vita eterna introduca un tema diverso, ma Gesù indica immediatamente che la vita eterna consiste nella conoscenza prima del Padre e poi del Figlio (v. 3). Siamo subito riportati alla relazione tra loro due, nella quale, peraltro, Gesù si mette al secondo posto.

È un gesto di umiltà? Potremmo anche dire di sì, perché Gesù si è già offerto nell’ultima cena come colui che serve (Gv 13,4-11), benché, allo stesso tempo, abbia accettato di essere il Signore, e altrove si è presentato come «via, verità e vita» (14,6): è più centrale, quindi, rispetto all’unità, cogliere che Gesù, esaltandosi, non esalta sé, ma il Padre.

Se chiedessimo a Gesù se sia più importante lui o il Padre, potrebbe anche risponderci che la domanda è sbagliata, perché non sono in concorrenza bensì persone che si amano.

È in tutto e per tutto un rapporto d’amore, e proprio quel versetto 3, che concentra la vita eterna nella conoscenza dei due, non solo non è un disturbo, ma anzi indica già dove ci porterà l’evangelista.

«Siano uno come noi» (vv. 6-11)

Il discorso di Gesù prosegue apparentemente sul tema di questa intima e amorevole unità di Padre e Figlio, ma cogliamo subito che qualcos’altro, per così dire, apparentemente non quadra. Infatti, tutto sembra da subito focalizzarsi sugli esseri umani: «Quello che è mio è tuo», dice, e viceversa. Gesù parla degli uomini e sposta sempre più l’accento su di loro, che sono coinvolti in questo rapporto di affetto.

Come ogni tipo di amore, anche quello tra Padre e Figlio non si accontenta di restare chiuso in se stesso, ma ne genera altro.

E quindi, dapprima, Gesù si mostra interessato soprattutto alla sorte dei suoi discepoli, che restano nel mondo pur non appartenendo al mondo. Poi afferma, in modo apparentemente definitivo: «Siano una cosa sola, come noi» (v. 11).

Gesù mostra il Padre, e ama il Padre che ama il Figlio. Ma il loro amore, autentico e quindi non rinchiuso su se stesso, si allarga agli esseri umani, ai discepoli di Gesù, che sono chiamati a essere «una cosa sola» come Gesù e il Padre.

Detto così: diventare «una cosa sola», potrebbe sembrare qualcosa di violento, come se le diverse identità dei discepoli fossero destinate a essere schiacciate in un amalgama indistinto. Ma l’amore non sopporta di cancellare le identità, di annullare le differenze. Ecco perché Gesù aggiunte «come noi»: perché è chiaro oramai da tutto il Vangelo che l’amore tra il Padre e il Figlio non cancella le loro individualità, ma le valorizza

Ma perché citare l’amore tra Padre e Figlio? Serve soltanto ad avanzare un esempio? O gli uomini dovrebbero davvero prendere come modello Dio? E chi è che gli esseri umani dovrebbero amare?

Nel mondo, ma non del mondo (vv. 12-19)

Gesù continua a preoccuparsi per i suoi discepoli che dovrà lasciare nel mondo. Ma lo fa, come abbiamo già visto, proponendo come modello sé e il proprio rapporto con il Padre: «anche io non sono del mondo», «li ho mandati come mi hai mandato», «santifico me stesso perché loro vengano santificati».

Il modello continua a restare Gesù, con insistenza, tanto che potremmo iniziare a sospettare che non si tratti semplicemente di un caso, né del primo esempio che gli viene casualmente in mente. Tutto ciò che dice sugli esseri umani, sui discepoli, è preso dalla storia di amore tra Gesù e il Padre. Come se quella fosse il modello anche per loro, sul quale capire che cosa significa vivere in intimità e unione.

L’unico parziale spostamento da questo modello sembra essere la santificazione (v. 19). Il «santo» non è il «perfetto», come troppo spesso viene detto nel mondo greco e quindi anche nel nostro, quanto ciò che viene riservato, lasciato da parte. Per capirlo potremmo pensare a quando, in un negozio, ci proviamo degli indumenti e ce li teniamo già nel carrello: non sono ancora propriamente nostri, perché non li abbiamo ancora pagati, ma ci offenderemmo se qualcuno ce li prendesse, perché comunque sono già destinati a noi. La «santità» ebraica è questo: è l’essere stati scelti o messi da parte, anche se non si appartiene ancora in maniera definitiva a chi ci ha scelti. Gesù è fatto per tornare al Padre, è riservato per quello, anche se si trova ancora, per poche ore, nel mondo.

Ma se Gesù «si mette da parte», «si riserva» per l’intenzione buona del Padre, questo processo vissuto da Gesù, che già è un modello per i discepoli, diventa qualcosa di più: si dice che questa santificazione di Gesù avrà come conseguenza che anche i discepoli siano santificati in verità. Il destino degli uomini non è, apparentemente, quello di Gesù, perché vengono dalla terra e lì devono tornare. Ma se Gesù si metterà da parte per il Padre, anche la destinazione autentica degli uomini verrà chiarita. Tale destinazione non viene ancora esplicitata, ma il discorso si fa sempre più insistente, e capiamo di dover fare attenzione agli sviluppi.

Ricapitolare il mondo nell’amore (vv. 20-26)

Al versetto 20 parrebbe esserci un’altra deviazione, perché Gesù sembra improvvisamente ricordarsi di dover riallargare il quadro per inglobare non solo i discepoli lì presenti, quei dodici che si era scelti, ma anche tutti coloro che arriveranno nel tempo, credendo a ciò che quei dodici avranno detto.

È nella logica dell’amore, già lo abbiamo detto, di non chiudersi, ma di continuare a riaprirsi e riallargarsi. Gli amici autentici non sono gelosi delle proprie amicizie, ma godono nel condividerle anche con altri.

Questo richiamo, prezioso e opportuno, è solo l’ultimo tassello per arrivare all’intuizione definitiva, che pure è già stata preparata da tutto il capitolo, e forse dal Vangelo intero: nell’amore tra Gesù e il Padre, che potrebbe sembrare esclusivo perché costituito a un livello sovra-umano, sono invitati, con desiderio, anche gli esseri umani. Questi ultimi non potrebbero ambire a quell’incontro, non potrebbero pretenderlo, ma viene loro donato dal Padre e dal Figlio con la stessa apertura e generosità di un amore che non si chiude su di sé.

Gesù, da tempo, da almeno tre Pasque, mostra il volto e l’amore del Padre. Ma ora arriva finalmente all’affermazione definitiva: quella conoscenza e intimità di cui fruisce lui, vuole che siano vissute anche dai suoi discepoli. Quel rapporto di condivisione totale che esiste dentro la Trinità, è aperto anche agli uomini. Quell’uguaglianza con Dio che Adamo ed Eva avevano tentato di «rubare», prendendo di nascosto il frutto dell’albero proibito, e che i costruttori della torre di Babele avevano provato a conquistare con la forza, è ora donata gratuitamente agli esseri umani.

Perché il segreto divino non è la potenza o l’immortalità o la severità o la perfezione o la fredda giustizia, ma l’amore, pieno e oltre ogni misura. E l’unico modo coerente di esprimersi per un amore senza misura è quello di abbattere ogni distinzione e barriera: «L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (v. 26).

All’inizio di quest’ultima preghiera al Padre sembra che Gesù si preoccupi solo di che cosa avrebbero fatto in sua assenza, e pare invocare solo che restino uniti, ma l’insistenza sul legame d’unione tra il Figlio e il Padre prepara la strada al sogno finale, all’invocazione di un legame tra Dio e l’umanità che finisca con l’accogliere tutti i discepoli di Gesù nella comunione e intimità divine.

È il punto d’arrivo del percorso di svelamento del Padre nel Vangelo di Giovanni. Tanto ricco e complesso che varrà la pena, continuando il cammino, recuperare tutto ciò che abbiamo scoperto per raccoglierlo in una sintesi nuova.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 20 – continua)




Un anno di progetti

Nel 2025 abbiamo realizzato alcuni progetti in ambiti classici, in particolare l’accesso all’acqua, e in altri che invece cercano di affrontare nuove difficoltà o di rispondere a problemi vecchi con strumenti nuovi.

Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non disponevano ancora di servizi di approvvigionamento di acqua potabile gestiti in modo sicuro. Lo riferisce il rapporto@ realizzato dal Programma congiunto di monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Oms/Unicef), incaricato di monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’acqua potabile, alla sanificazione e all’igiene.

Dei 2,1 miliardi di persone senza acqua sicura, 1,4 miliardi dispongono solo di servizi di base, cioè acqua da fonti migliorate ma non garantite come sicure per il consumo umano e raggiungibili con uno spostamento che richiede fino a 30 minuti fra andata, ritorno e attesa in coda alla fonte d’acqua. Ci sono poi 287 milioni di persone che dispongono di servizi limitati, cioè devono affrontare uno spostamento che supera i 30 minuti, 302 milioni con servizi non migliorati e 106 milioni che usano acqua di superficie, ad esempio da fiumi, laghi, stagni.

Negli ultimi dieci anni, si legge ancora nel rapporto, i progressi ci sono stati, visto che 961 milioni di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro, con un aumento della copertura dal 68% del 2015 al 74% del 2024. Ma, per raggiungere la copertura universale in questi cinque anni che ci separano dalla scadenza degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030, l’avanzamento dovrebbe essere otto volte più rapido rispetto al decennio passato. Dal monitoraggio emergono poi diseguaglianze molto profonde a livello sub regionale: se in Australia e Nuova Zelanda l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro è già totale, in Africa subsahariana si è passati dal 26% del 2015 al 32% dell’anno scorso. L’Africa, quindi, dovrebbe andare non otto, ma venti volte più veloce per garantire a tutti l’accesso all’acqua pulita entro la fine di questo decennio.

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Kenya, alto rischio idrico

Nel rapporto, una scheda si concentra sull’analisi dell’insicurezza idrica in Kenya, evidenziando che oltre la metà del territorio del Paese è interessato da alti livelli di rischio.

Fra le zone coinvolte c’è la contea di Isiolo, che si suddivide in zone semi aride e aride. Secondo l’analisi contenuta nella Strategia idrica della contea di Isiolo 2023-2025@ l’area, che ha una temperatura media annuale intorno ai 29°C, è anche una delle più vulnerabili del Paese rispetto al cambiamento climatico. Fra i fenomeni ricorrenti ci sono ondate di siccità, piogge imprevedibili e inondazioni: l’instabile distribuzione dell’acqua incide sul fragile equilibrio fra le comunità di agricoltori e quelle di pastori e anche sulla convivenza tra fauna selvatica ed esseri umani.

Nel 2025, grazie al sostegno di donatori privati, i missionari della Consolata hanno realizzato due progetti idrici nella zona di Isiolo: un pozzo a Leparua, dove i lavori a fine ottobre erano ancora in corso, e uno a Chumviere, realizzato alla fine del 2024 e attivo dall’inizio del 2025. La perforazione del pozzo, si legge nella relazione finale, è arrivata a una profondità di 68 metri e interrotta a questa profondità dopo che la trivella ha raggiunto la prima falda acquifera a 60 metri. I rilievi preliminari avevano identificato una seconda falda a 140 metri, ma non è stato possibile raggiungerla sia per i limiti della trivella che per le caratteristiche del suolo. Il pozzo si trova sul terreno della parrocchia ma, spiega Naomi Nyaki dall’ufficio cooperazione di Nairobi, «i missionari hanno installato una stazione idrica ben strutturata dove la comunità può andare ad attingere acqua». Il sistema di pompaggio è alimentato con l’energia di 18 pannelli fotovoltaici, collocati a poca distanza dalla torre idrica che regge la cisterna.

Chumviere Boreole – Isiolo – water tank and solar panel

Africa, scommettere sul sole

È un impianto fotovoltaico anche quello che alimenta la nuova pompa sommersa del pozzo della parrocchia di Makambako, in Tanzania, installata grazie alla raccolta fondi della parrocchia Regina delle Missioni, vicino alla Casa Madre dei missionari della Consolata a Torino. Il pozzo, oltre a servire la parrocchia e la casa dei missionari a Makambako, fornisce l’acqua anche alla scuola materna e primaria, che ha circa 400 alunni.

L’uso dell’energia solare nelle missioni è sempre più diffuso: l’anno scorso, le iniziative ricevute dall’ufficio progetti della Fondazione Missioni Consolata, che comprendevano l’installazione di pannelli fotovoltaici, rappresentavano il 15% del totale della richiesta di finanziamento. Gli impianti in genere alimentavano pompe di pozzi che portavano l’acqua a scuole, centri di salute e sistemi di irrigazione. Nel caso della scuola professionale Our Lady Consolata a Bweyogerere, Uganda, il progetto in corso – finanziato dalla diocesi di Torino in collaborazione con l’associazione Impegnarsi serve – prevede invece l’uso del fotovoltaico per illuminare aule e dormitori della scuola.

L’Africa ha un potenziale enorme e finora quasi per nulla utilizzato per quanto riguarda l’energia solare: circa il 20% della popolazione mondiale, riportava uno studio@ della Banca mondiale del giugno 2020, vive in 70 Paesi con condizioni eccellenti per il fotovoltaico e i Paesi della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e dell’Africa subsahariana dominano questa categoria. Eppure, scriveva lo scorso ottobre la giornalista della Cnn, Rebecca Cairns, riferendo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea)@, nel 2024 l’Africa aveva una capacità installata pari a 21,5 gigawatt, circa l’1% del totale mondiale: un dato paragonabile con quello della sola Polonia@.

La capacità installata in impianti di larga scala è di circa 13,7 gigawatt, mentre la componente cosiddetta distribuita – cioè gli impianti fotovoltaici nelle case o nelle aziende – produce 6,4 gigawatt. Ulteriori 1,4 sono poi energia solare a concentrazione, cioè ottenuta usando specchi o lenti che concentrano la luce del sole verso un ricevitore che ne sfrutta il calore per azionare un motore termico.

A limitare lo sviluppo del fotovoltaico su larga scala in Africa sarebbero una serie di fattori, fra cui gli elevati costi infrastrutturali, la presenza di reti inadeguate che faticano a trasportare e distribuire grandi quantità di energia, ostacoli normativi e, in alcuni Paesi, conflitti e disordini. In questo senso, commentava nell’articolo di Cairns l’analista della Iea Heymi Bahar, gli impianti solari domestici e le mini-reti potrebbero «fare da ponte» in attesa dell’estensione e dell’adeguamento della rete.

Attenzione al disagio

Oltre ai progetti più «classici» della cooperazione, come quelli idrici, e a quelli che assecondano un’esigenza di innovazione nella produzione di energia, il 2025 ha visto anche la realizzazione, in Brasile, del progetto «Amico per la vita», che mira a formare operatori in grado di prevenire il disagio, in particolare fra i giovani e nelle comunità indigene, e accompagnare le persone e le famiglie colpite dal problema dei suicidi. Anche se la raccolta fondi non ha raggiunto la cifra richiesta, è stato possibile coprire oltre l’80% dei costi e il progetto è stato realizzato: benché le iniziative che rispondono a bisogni primari come la salute, l’istruzione e l’acqua continuino a essere una priorità per i donatori, si sta comunque sviluppando una sensibilità verso temi nuovi, come la salute mentale, legati a un’attualità che tocca le comunità del Nord come del Sud del mondo. Nelle pagine di Amico, viene proposta una riflessione sulle iniziative di solidarietà del 2025 che, oltre alla prevenzione dei suicidi in Brasile, hanno riguardato l’approvvigionamento idrico in Kenya, con l’installazione di una pompa per un pozzo, anche in questo caso alimentata con energia solare.

Chiara Giovetti

AGENDA 2030, L’ITALIA ARRETRA SU SEI OBIETTIVI

Rapporto Asvis 2025

L’Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile: lo ha detto lo scorso 22 ottobre Enrico Giovannini, direttore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis, durante la presentazione del rapporto 2025 all’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, a Roma. Il rapporto misura dal 2016 i progressi dell’Italia verso il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sdgs): su sei di questi – alimentazione, salute, acqua, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership – l’Italia è peggiorata rispetto al 2024, mentre risultano stabili o in lieve miglioramento otto obiettivi: lotta alla povertà, energia pulita, lavoro dignitoso, imprese e innovazione, città sostenibili, economia circolare, ecosistemi marini, pace e giustizia. Si registrano, infine, miglioramenti su istruzione, parità di genere e lotta al cambiamento climatico.

Al ritmo attuale, alcuni sotto obiettivi non saranno comunque raggiunti. Tra questi, ci sono il dimezzamento rispetto al 2019 del divario occupazionale di genere, la riduzione del 15% della dispersione nelle reti idriche, il raggiungimento del 42,5% di energia prodotta usando fonti rinnovabili, l’azzeramento del consumo di suolo e la riduzione del 50% dei feriti per incidenti stradali rispetto al 2019. Anche l’Unione europea è indietro: sul 37% degli Sdg, i ritardi accumulati sono tali da rendere improbabile il loro raggiungimento entro cinque anni.
«Le persone e le imprese vogliono andare in questa direzione», ha detto Giovannini riferendosi a una visione di Europa «con più unità, per essere più indipendenti, ma aperti al mondo, fermi nella difesa dei nostri valori, delle nostre libertà e della capacità di scrivere il nostro destino», aggiungendo poi che «apparentemente, non tutta la politica vuole andare in questa direzione».

Serve un salto, un’accelerazione: il rapporto propone una tabella di marcia e alcune leve per rimuovere gli impedimenti alla trasformazione.
La sostenibilità non è, sottolinea ancora Giovannini, una questione solo ambientale: ha come suoi pilastri la pace, la giustizia e i diritti. E, in un momento storico così difficile e conflittuale – di questo passo la spesa militare globale nel 2035 sarà pari a quattro o cinque volte quella registrata alla fine della guerra fredda – il richiamo a questi pilastri è un appello all’importanza del multilateralismo, «indispensabile per affrontare questioni globali come la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tutela della salute, la lotta alle pandemie, la gestione del crescente debito, soprattutto dei paesi in via di sviluppo».

Chi.Gio.

Per scaricare il rapporto: https://asvis.it/rapporto-asvis-2025

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QUALE FINANZA DOPO SIVIGLIA?

Il multilateralismo non è mai stato così in crisi, eppure proprio l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali potrebbe aprire prospettive di collaborazione inattese, ad esempio nelle scelte di finanza per lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti che è emerso dal webinar organizzato lo scorso 15 ottobre dalla «Campagna 070», promossa da quattro reti di organizzazioni attive nella cooperazione: Focsiv, Aoi, Cini e Link2007.

Il relatore del webinar è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo per l’economia e ora copresidente del gruppo Onu sulla crisi del debito. Egli ha individuato alcune convergenze emerse alla quarta conferenza sulla finanza per lo sviluppo (Siviglia, 30 giugno – 3 luglio 2025). C’è stata, innanzitutto, convergenza sull’analisi della situazione: oggi, più che un aumento del debito si registra l’aumento dei costi del servizio del debito, cioè degli interessi da pagare. I Paesi debitori, quindi, hanno meno rischi di default sistemico – che dipende appunto dalla capacità di pagare o meno il debito alla scadenza prevista -, ma gli interessi sono un costo così esorbitante da impedire loro non solo di investire nello sviluppo, ma anche di garantire servizi essenziali. Altre convergenze hanno riguardato la necessità di alleviare il peso del debito attraverso varie forme di rinegoziazione e l’opportunità di rivedere i meccanismi per definire la sostenibilità del debito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (principalmente Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). Infine, c’è stata convergenza anche sull’ipotesi di promuovere quelli che in gergo si chiamano borrowers club, cioè piattaforme che permettano ai Paesi debitori di coordinarsi e scambiare informazioni: entità in un certo senso speculari a quelle che riuniscono i Paesi creditori, come il Club di Parigi, la cui influenza è stata molto estesa fino all’inizio di questo secolo e si è poi ridotta quando i creditori privati – banche, fondi di investimento, eccetera – hanno acquisito peso crescente.

Siamo in tempi diversi, ha detto Gentiloni, da quelli del Giubileo del 2000, in cui prese forma la campagna – promossa fra gli altri dall’allora presidente Usa Bill Clinton, dalla Santa Sede e da molte Ong – per la cancellazione del debito: oltre al ruolo dei privati, un’altra grande differenza è che oggi il principale creditore sovrano, la Cina, «esclude per principio la possibilità di una remissione del debito», anche se è «attiva sulle diverse forme di rinegoziazione».
Secondo l’ultimo rapporto Unctad@, nel 2024 il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo era di 31 mila miliardi. I loro pagamenti netti degli interessi sul debito pubblico sono stati di 921 miliardi; 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più in interessi sul debito che in istruzione o sanità.

Chi.Gio.

Per rivedere il webinar: https://www.youtube.com/watch?v=Z2Sr0ARAWRE&t=5s

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