Contemplare il creato

«Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e “li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione”. La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. […]

Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (Laudato si’, 11).

Per una volta apriamo la nostra riflessione lasciando ampio spazio alle parole di papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Laudato si’, con le quali egli fa notare che l’atteggiamento più corretto nei confronti della creazione è quello della contemplazione e dell’ammirazione.

Non è ovvio, ma si tratta di un modo di guardare il mondo che ritroviamo nella Bibbia, ed è proprio questo sguardo che vogliamo cercare in questa puntata nella quale spazieremo nell’intero Antico Testamento.

Lo sguardo dei profeti

Non è facile muoversi con ordine logico in un bosco, in un prato. Allo stesso modo, aggirarsi dentro testi antichi pieni di presentazioni e lodi che non seguono un ordine storico può essere faticoso, anche se affascinante. Proviamo allora a lasciarci affascinare partendo dalle parole dei profeti, quelle che forse per prime furono messe per iscritto tra le molte contenute nella Bibbia; quelle che potremmo immaginare meno attente alla creazione, perché i loro autori e ispiratori erano tutti occupati dalla storia, dall’opera di Dio tra gli uomini, dai coinvolgimenti e scontri con i potenti.

Eppure, anche i profeti si lasciano commuovere dalla contemplazione del creato. Geremia (5,24), Zaccaria (10,1) e Gioele (2,23), ad esempio, non si limitano a minacciare una punizione o a promettere un recupero, ma si dilungano a contemplare la pioggerellina primaverile, tanto simile a rugiada, e i rovesci dell’autunno, come fossero (e in effetti lo sono) non solo benedizione di acqua, ma spettacolo ammirevole della natura.

Allo stesso modo, quando Isaia vuole difendere la libertà di Dio nel gestire il creato e affermare l’autentica origine divina di tutto ciò che esiste, ammira la luce, invita i cieli a fare scendere sulla terra delle gocce delicate, e invoca dalle nubi la giustizia – ciò che gli esseri umani più desiderano -, usando immagini toccanti e affascinanti del creato.

Si spinge ancora un poco più in là Geremia. Egli in 10,11-14 sembrerebbe semplicemente impegnato a sostenere che gli idoli non contano nulla, ma suggerisce di guardare al creato per cogliere la grandezza del creatore, perché di fronte alla intelligenza con cui sono stati formati i cieli, alla potenza con cui è stata fissata la terra, e alla sublimità della grandezza e della delicata precisione con cui tutto è stato disposto, la mente umana non può che rimanere sbigottita e sorpresa, e, nello stesso tempo, spaventata e ammirata.

L’uomo che contempla

Quello dei profeti è uno sguardo che ci avvicina già a quello dei libri sapienziali. L’intera opera sapienziale (soprattutto i libri dei Proverbi, della Sapienza, del Siracide) ha come sfondo l’intento di nobilitare la ricerca umana, la quale non parte da come Dio si mostra nell’incontro con l’umanità, ma coglie il riflesso del creatore guardando alla vita creata, che è fatta di esperienze umane, di incidenti e sorprese, e di bellezza.

Ecco allora che l’autore dei Proverbi (8,22-31) esalta la sapienza divina, ma lo fa guardando al creato, alla grandezza dei monti, alla magnificenza degli abissi e delle sorgenti d’acqua che da sotto i monti scaturiscono, all’incomprensibile bellezza delle nubi che restano, pur pesanti, ferme nel cielo, al mare che arriva maestoso e potente fino ai confini a lui fissati e non li oltrepassa.

Si può addirittura dire che è come se la sapienza giocasse e si divertisse a mostrare le proprie capacità su tutta questa terra in formazione. Allora, guardare a tutto ciò che è stato composto nella creazione porta a contemplare ammirati quella sapienza che è Dio stesso.

È lo stesso sentimento comunicato dall’autore del libro di Giobbe, il quale dedica l’intero capitolo 28 a contemplare, quasi distraendosi, le meraviglie del creato, a partire da ciò che accade nel sottosuolo, nei filoni di metalli preziosi – quasi stupendosi di quanto tutto ciò resti nascosto -, ai passi violenti delle bestie carnivore, allo sguardo penetrante dei rapaci, alla forza del leone. E, mentre spiega come tutti questi animali siano incapaci di penetrare nella sapienza divina, li ritrae tuttavia ammirato.

Nello stesso libro, d’altronde, sembra che Dio stesso si attardi a contemplare ciò che ha fatto. Quando, infatti, verso la fine dell’opera, Dio compare davanti a Giobbe per rispondere alle sue domande provocatorie, non si limita a dire, come avrebbe potuto: «Tu che mi chiedi ragione del mio comportamento, c’eri quando ho creato il mondo, così da spiegarmi come fare?» (Gb 38,4), ma si lancia a descrivere nei dettagli il creato. I continenti, le basi del mondo, le stelle, il mare racchiuso dentro i suoi confini, i colori dell’aurora e il fascino delle tenebre, il mistero della neve e la forza tragica della grandine, la pioggia che si riversa anche dove non vive nessuno. E poi anche l’intelligenza degli animali, capaci di provvedere al cibo dei propri piccoli, a scavarsi tane e a trovare i sentieri nel cielo. L’ordine preciso della natura che fa nascere i cuccioli quando è il tempo opportuno. E ancora: lo splendore degli animali, la forza del bufalo, il balzo dello struzzo che rimedia così alla sua scarsa intelligenza, il nitrito del cavallo.

Per due interi capitoli si narra la natura con stupore, realizzando così che l’uomo non è in grado di comprendere tutto e, quindi, non sarebbe stato capace di comporla con tanto ordine e precisione.

Quando poi il discorso sembra avviarsi verso la conclusione, si torna a contemplare il «Levitano», enorme bestia che si muove nel mare, che pare giocare con la sua stessa maestosità, senza che nessuno sia in grado di porgli un argine.

In tutto ciò l’autore biblico non si limita ad argomentare che Dio è grande e compie cose che gli uomini non capiscono; descrive la grandezza e bellezza del creato lasciandosi guidare da uno sguardo poetico, piuttosto che dal ragionamento.

Anche in un libro come la Genesi il Dio biblico si compiace dell’abbondanza della vita («Siate fecondi e moltiplicatevi», 1,22). Non era così per gli dèi babilonesi disturbati nel loro sonno dal chiasso della terra e irritati a tal punto da mandare malattie, tempeste, carestie, cavallette.

In Genesi, l’impegno divino nella salvaguardia della vita, dopo il diluvio, è segnato da un fenomeno delicato e meraviglioso, affascinante e incantevole, come l’arcobaleno (9,13).

La statua di san Giovanni Nepomuceno è posta nel fiume Chiese

In preghiera

Questa tendenza biblica allo sguardo contemplativo sulla creazione fa nascere una raccolta straordinaria di preghiere, i Salmi, che spesso sono lodi stupite di quanto Dio ha compiuto.

Questo è significativo soprattutto in un mondo come quello antico che molto spesso non ha l’approccio meditativo e artistico che noi conosciamo meglio, e per il quale la natura sembra semplicemente messa lì a uso dell’uomo.

Il salmo 19 presenta la natura stessa che annuncia l’opera divina, nella successione dei giorni e delle notti, nel cammino eroico del sole.

Nel salmo 29 il tuono delle acque, la sua voce che schianta i cedri e scuote il deserto, fa balzare i monti come un giovane bufalo e affretta il parto dei capretti, diventano manifestazione della sovranità e gloria di Dio e benedizione sul suo popolo.

Nel salmo 104, ancora, il cielo e i fenomeni atmosferici diventano annuncio della grandezza divina, mentre la vita animale è il segno di una cura costante di Dio verso tutto ciò che vive. Il mare è lo spazio del Leviatano, «che hai plasmato per giocare con lui» (v. 26; chissà se questi enormi animali marini, che tanti autori biblici vedevano come grandi giocherelloni, erano delfini, balene o bestie inventate).

Nel salmo 136 sono ancora i fenomeni celesti a diventare motivo di lode per la sapienza divina.

Ed è proprio su questa base che i salmisti possono spingersi fino a invitare la creazione stessa a lodare Dio. Perché anch’essa è beneficiaria della Sua azione vitale ed è immaginata sufficientemente autonoma da potersi accorgere del bene che riceve: «Ti lodino, Signore, tutte le tue opere» (Sal 145,10); «Lodatelo, cieli, lodatelo, acque, mostri marini e voi, abissi, fuoco e grandine […], bestie e animali selvatici, rettili e animali alati» (Sal 148,5-10).

A questo salmo fa eco il cantico dei tre giovani buttati nella fornace dal re Nabucodonsor (Dan 3,52-90). I tre coinvolgono tutta la creazione e tutte le creature a lodare il Signore.

Questo invito che l’uomo contemplativo rivolge alla natura, non è solo un particolare che intenerisce, è un elemento coerente con il ruolo dell’uomo come di «signore» del creato, tanto da avere il diritto e forse persino il dovere di condurre il creato a lodare il Creatore di tutto.

Questo corrisponde anche a ciò che diremo nella prossima puntata sul ruolo dell’uomo nel raggiungere la meta finale della vita.

La creazione, scopriremo, va a Dio attraverso l’uomo. Ed è, allora, quanto mai adeguato che sia l’uomo a invitare la creazione a lodare il Creatore.

In sintesi

Sarebbero ancora altri i passi, soprattutto dei salmi e dei libri sapienziali, che si potrebbero citare per mostrare come la contemplazione della natura, per nulla consueta nell’antichità, sia indicata nei testi biblici come una strada privilegiata per arrivare al creatore, lodandone la possanza e la capacità di regolare con perizia gli incastri più difficili.

Proprio perché tale sguardo è inconsueto nell’antichità, diventa ancora più prezioso sottolinearlo. Risuonano allora particolarmente significative, e sicuramente ispirate, al mondo biblico, tutte le parole di papa Francesco da cui siamo partiti: lo sguardo contemplativo, meditativo, ammirato degli esseri umani nei confronti della creazione, che forse noi moderni riusciamo a recuperare con più spontaneità e autenticità, era già una caratteristica di tanti autori biblici antichi, che riuscivano a vedere nella natura il tratto dell’opera di Dio. Accanto a tante considerazioni più teologiche e meditate resta lo sguardo artistico che si lascia semplicemente affascinare dalla bellezza di ciò che sperimenta.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 3 – continua)

Il sole sorge dietro la basilica di Superga



Restauratori di strade

Vedevo affamati domandare il pane, caviglie ristrette in catene, bambini senza tetto dormire nell’immondizia.
Incontravo miseri e nudi privi di riparo, oppressi in cerca di libertà, vite in affanno paralizzate da gioghi gravosi.

Gli afflitti di cuore non trovavano consolazione.

Implorazioni di aiuto si spegnevano nel silenzio,
mentre parole empie erano gridate dai tetti delle case giorno e notte.

Nel mezzo di rovine antiche e strade interrotte, mi affannavo per portare aiuto.
Ma il mio agitarmi era fatica di delusione. La mia ferita s’infettava, e la mia tenebra si faceva fitta.

Così era, prima che arrivasse il vento a scoperchiare la mia casa.
Quando ho sentito una voce pronunciare «Eccomi»,
e non capivo se venisse dall’aria o dagli amici attorno.

Una fiamma sui loro capi. Stupore nei loro sguardi.

E parole, tracciate come con un dito sulla polvere appena posata: «Ti guiderò sempre, ti sazierò in terreni aridi, rinvigorirò le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono» (Is 58,11).

Ho sentito la mia ferita bruciare meno. Ho visto una luce brillare negli occhi degli altri come l’aurora. E al fondo delle mie tenebre il meriggio.

Qualcuno mi ha spinto, e mi sono trovato tra una folla di lingue e odori, di mani e domande. E ho iniziato a dire a un bambino, e poi a un’anziana, e a una coppia – e loro dicevano a me -: «La tua gente riedificherà le rovine antiche. Ti chiameranno riparatore di brecce, e restauratore di strade perché siano popolate».

Così è dello Spirito, che si trasmette non tra sani, ma tra feriti, e che non rifiuta le tenebre, ma in esse risplende.

Riparatori di brecce e restauratori di strade, lasciamoci dissetare dallo Spirito che zampilla,
 amico
Luca Lorusso

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Tempo di imposte, tempo di solidarietà

Da maggio a ottobre, con diverse scadenze a seconda della categoria di contribuenti, si compilano le dichiarazioni dei redditi ed è possibile destinare il 5 per mille e l’8 per mille. Vediamo com’è andata l’anno scorso e quali novità ci sono.

Le novità più visibili per il 5 per mille 2026 sono due: l’aumento dei fondi e la soppressione delle Onlus. Il primo deriva da un innalzamento del tetto di spesa, ovvero la cifra che il governo si impegna a distribuire agli enti beneficiari, che passa da 525 milioni a 610 milioni di euro. L’incremento arriva anche dopo una campagna, «5 per mille, ma per davvero», promossa dalla rivista online Vita insieme ad altre 67 organizzazioni del Terzo settore italiano.

La campagna lamentava il fatto che, in base alle scelte dei contribuenti, il totale destinato agli enti arrivava a quasi 604 milioni di euro, ma poi il Governo ne distribuiva in effetti solo 525: tanto vale ribattezzarlo 4,3 per mille, polemizzava in un’intervista sul «Domani» uno dei sostenitori della campagna@.

La seconda novità di quest’anno, il superamento delle Onlus, è l’effetto della riforma del terzo settore che, con la legge delega 106 del 2016, ha riordinato la disciplina che regola il settore non profit e l’impresa sociale. Dal 1° gennaio di quest’anno, la qualifica di Onlus – Organizzazione non lucrativa di utilità sociale – è eliminata dall’ordinamento italiano. Gli enti qualificati come tali avevano tempo fino al 31 marzo 2026 per iscriversi al Registro unico nazionale del terzo settore (Runts), introdotto dalla riforma. L’alternativa era quella di cedere il proprio patrimonio a un altro ente simile, per garantire che le risorse venissero usate in modo coerente al motivo per cui sono state raccolte, cioè svolgere attività di interesse sociale. L’iscrizione al Runts, spiegava a marzo scorso un articolo@ sul sito Cantiere terzo settore, è necessaria anche per mantenere il diritto di ricevere i fondi del 5 per mille.

Con 5 per mille, ricordiamo, si indica la quota delle imposte – pari appunto al 5 per mille, o 0,5% – che lo Stato deve distribuire a una lista di enti su indicazione dei contribuenti, i quali esprimono la loro preferenza nella dichiarazione dei redditi.
I contribuenti possono scegliere fra realtà che operano in diverse categorie: enti del terzo settore (Ets, come la nostra fondazione), ricerca sanitaria, ricerca scientifica, associazioni sportive dilettantistiche, comuni, beni culturali e aree protette.

Ospedale di Wamba, Kenya (© AfMC)

Un tetto già sfondato

«Terzjus», un altro dei siti di riferimento sul terzo settore e le leggi che lo regolano, ha accolto con soddisfazione l’innalzamento del limite a 610 milioni, ma ha rilevato che, in prospettiva, si tratta di un tetto già sfondato, perché, secondo le previsioni basate sulle tendenze attuali, già nel 2028 i fondi assegnati con il 5 per mille potrebbero raggiungere i 628 milioni.

In una dettagliata disamina di fine gennaio scorso, Terzjus riportava che i cittadini che destinano il contributo sono in crescita: fra il 2022 e il 2024 il loro numero è aumentato di 1,4 milioni. Si tratta di circa 18 milioni di contribuenti: meno della metà dei 42 milioni che presentano la dichiarazione dei redditi; poco più della metà dei 35,5 milioni che versano almeno un euro di Irpef.

Quelli che firmano per il 5 per mille, sono di più dei 17 milioni che destinano l’8 per mille – il «sorpasso» è avvenuto nel 2024 – e sono contribuenti disciplinati e motivati: l’84% non si limita infatti a indicare la categoria, ma scrive il codice fiscale di un ente, segno di consapevolezza e conoscenza della realtà che si vuole sostenere@.

Un altro elemento che fa prevedere un prossimo sfondamento del nuovo tetto, nota ancora Terzjus, riguarda poi l’aumento degli enti: grazie soprattutto all’entrata in funzione del Registro unico, gli ammessi a ricevere i fondi del 5 per mille sono aumentati del 36% fra il 2022 e il 2024 arrivando a quota 68mila: tre quarti dei 91mila enti esistenti.

Migranti arrivati a Oujda in Marocco (© AfMC)

Com’è andata nel 2024

Nel 2025, gli enti hanno ricevuto la loro quota di contributo per l’anno finanziario 2024. Guardando le tabelle dei beneficiari dal 2020 al 2024, le prime tre posizioni sono occupate da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro ed Emergency, che sono le prime tre nello stesso ordine dal 2020.

Airc aveva ricevuto 68,5 milioni nel 2020. Nel 2025 ne ha ricevuti 71,8. La Fondazione è passata da 11,9 a 12,2 milioni, con un picco di 12,4 nel 2022. Emergency è invece in lieve calo, dagli 11,6 milioni del 2020 ai 10,6 attuali, dopo un picco di 12 milioni nel 2022.

Segue poi la Lega del filo d’oro che ha raccolto 9,3 milioni ed è stabilmente al quarto posto dal 2021, mentre al quinto c’è l’Associazione italiana contro le leucemie, che nel 2024 ha ricevuto 8,7 milioni ed è subentrata nel 2023 all’Istituto europeo di oncologia, che si trova ora al sesto posto. Nelle posizioni dalla settima alla decima ci sono Medici senza frontiere (Msf), la Fondazione italiana sclerosi multipla, Save the children Italia e la Fondazione dell’ospedale pediatrico Anna Meyer, che si sono avvicendati in queste quattro posizioni nel quinquennio, con l’eccezione di Msf, passata dal quarto al sesto e poi al settimo posto.

I primi dieci enti ricevono insieme 142milioni, circa il 28% del totale: questa, commenta Terzjus, è una criticità, alla quale si aggiunge, all’estremo opposto, la presenza di oltre 8mila enti che non ricevono firme e di un 43% che riceve meno di 500 euro.

Razionalizzare

La riforma e l’attivazione del registro del Terzo settore dovrebbero contribuire a razionalizzare la situazione di questi ultimi enti: nella lista degli Ets consultabile sul sito del Runts, a fine marzo c’erano 141.698 nominativi. Tra questi, erano accreditati per accedere al 5 per mille in poco meno di 72 mila (quindi 4mila in più rispetto alla cifra citata sopra). Il registro riportava, però, altri 9mila enti ai quali era stato negato il passaggio a Ets. Segno, questo, che tali organizzazioni non avevano superato le verifiche sul rispetto dei criteri per entrare nel Runts, ad esempio non erano state in grado di fornire la documentazione necessaria.

D’altra parte, nel 2023 si era registrata una crescita anomala degli enti che avevano ricevuto preferenze dai contribuenti, ma erano poi stati esclusi dal 5 per mille del 2022, anno nel quale le richieste di iscrizione al Registro unico erano nel momento di picco.

Gli enti esclusi nel 2023 erano circa 8mila. Fra i motivi dell’esclusione il segretario generale di Terzjus, Gabriele Sepio, citava, tra gli altri, il fatto che 2mila enti erano risultati inesistenti.

In sostanza, dunque, la razionalizzazione che passerà dal Runts non sarà tanto una riduzione del numero di organizzazioni, quanto piuttosto una verifica sulla loro effettiva esistenza e capacità di rispettare i criteri.

Anche se quest’ultima condizione, a detta di alcuni osservatori, si scontra con la complessità delle procedure, che mettono in difficoltà specialmente gli enti più piccoli e composti solo da volontari che non sempre hanno le competenze tecniche, o anche solo il tempo, per affrontare formulari online, firme digitali e adeguamenti dei documenti fondativi come lo statuto.

Bambini delal scuola della missione d iArvaiheer in Mongolia (© AfMC)

Come va l’8 per mille

Oltre al 5 per mille agli enti di cui abbiamo parlato finora, i contribuenti possono destinare un’altra quota delle loro imposte, pari allo 0,8% o 8 per mille, scegliendo fra lo Stato, la Chiesa cattolica e altre 12 confessioni religiose.

Il meccanismo è diverso da quello del 5 per mille: non c’è un tetto, viene distribuito l’8 per mille anche di coloro che non fanno una scelta (secondo le percentuali di chi la esprime).

Così, i quaranta contribuenti su cento che esprimono una scelta decidono anche per i sessanta che non la esprimono.

Questo crea un effetto distorsivo: lo Stato riceve 4,1 milioni di scelte, cioè circa una firma su dieci rispetto alla platea totale di 41,5 milioni di contribuenti. Però, visto che tali firme sono un quarto del totale delle scelte, lo Stato riceve un quarto dei fondi, non solo un decimo. Lo Stato riceve quindi 376 milioni di cui 153 milioni, cioè il 40%, generato dalle scelte dirette dei contribuenti, mentre gli altri 223 milioni, cioè il 60%, gli vengono dalla ripartizione dei fondi non destinati.

È la Chiesa cattolica a ricevere da anni la quota più grande: l’ultimo dato, cioè quello del 2025 che ha riguardato l’anno finanziario 2021, mostra un ritorno della Chiesa oltre il miliardo di euro (1.014.954.678, per l’esattezza), dopo una discesa sotto questa soglia nell’anno precedente, quando il contributo si era fermato a 911 milioni.

Anche nel caso della Chiesa, la parte più consistente dei fondi non deriva dalle scelte espresse, ma dalla distribuzione proporzionale che porta alla Chiesa cattolica 623 milioni oltre ai 430 milioni destinati esplicitamente dai contribuenti: il 69% dei fondi totali con il 28% delle scelte espresse@.

Il rendiconto della Chiesa cattolica

La Chiesa rendiconta ogni anno le spese sostenute con i fondi ricevuti dall’8 per mille perché, si legge sul sito@, «ce lo chiede una legge dello Stato, ma lo facciamo in maniera ancor più chiara e dettagliata perché crediamo nei valori di trasparenza e partecipazione».

Nel più recente rendiconto consultabile sul sito, il capitolo di spesa più grande è il sostentamento dei sacerdoti, che richiede il 37,3% dei fondi, ovvero 389 milioni che servono per «garantire una remunerazione dignitosa a tutti i sacerdoti italiani (un salario medio di circa 12.500 euro all’anno per ogni sacerdote, ndr), cioè 28.500 sacerdoti in servizio nelle Diocesi, 2.500 sacerdoti anziani o malati e 287 sacerdoti cosiddetti fidei donum che sono in missione in paesi a basso e medio reddito.

Segue il capitolo delle esigenze di culto e pastorale della popolazione italiana: poco meno di 381 milioni di euro, di cui 100 milioni per l’esercizio della cura delle anime e 97 milioni per gli interventi su edifici esistenti.

Vi è poi il capitolo degli interventi caritativi, per totali 275 milioni, di cui 150 milioni per interventi in Italia, anche attraverso le Caritas, e 80 milioni destinati a iniziative nel mondo attraverso la Conferenza episcopale italiana e, in particolare, il suo Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli (prima chiamato Servizio per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo). Oltre la metà dei fondi, cioè 42 milioni, va a progetti in Africa, circa un quarto (21 milioni) in Asia, 15 milioni in America Latina, 4 milioni al Medio Oriente e 288mila euro all’Europa orientale.

Scuola di Alaba in Addis Abeba, Etiopia (© AfMC)

8 per mille allo Stato

L’8 per mille allo Stato è passato dai 99 milioni di euro del 2008 ai 375 del 2025. Lo scorso 4 marzo, sul sito della Presidenza del consiglio sono apparsi i decreti che assegnano le risorse dell’8 per mille 2024, per un totale disponibile di poco sopra i 137 milioni di euro, di cui 77 milioni sono già stati assegnati a 125 progetti@.

Queste cifre non includono i fondi destinati all’edilizia scolastica – intorno ai 60 milioni di euro nel 2024@ – affidati direttamente al ministero dell’Istruzione.

Le quote più significative sono andate per ora alla prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze, con il 43% dei fondi. Seguono calamità naturali e conservazione dei beni culturali, rispettivamente al 32% e 31%. L’assistenza ai rifugiati è al 7% se si guarda alla disponibilità dei fondi, ma per ora dei 9 milioni disponibili ne sono stati assegnati solo poco meno di due.

La fame nel mondo, tema collegato alle attività di cooperazione allo sviluppo, è al penultimo posto, con una quota del 12% per 31 progetti ammessi al finanziamento con 9,4 milioni di euro, mentre i progetti esclusi sono 80.

Lo scorso luglio, il sito di informazione Info-cooperazione ha commentato l’uso delle risorse in un articolo dal titolo «8×1000 statale, risorse importanti gestite male». Il primo problema rilevato dal sito è la centralizzazione delle procedure presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo, una struttura interna alla presidenza del Consiglio. Il Governo rinuncia così ad avvalersi della competenza delle proprie amministrazioni specializzate, ad esempio l’Agenzia per la cooperazione.

C’è poi la questione dei requisiti per valutare i progetti, che sono così rigidi da aver determinato l’esclusione del 70% delle proposte. Essi starebbero spingendo le organizzazioni a rinunciare a presentare nuove iniziative. Infine, le nuove regole richiedono che i progetti per la lotta alla fame si concentrino sui Paesi già inclusi nel Piano Mattei, l’iniziativa di cooperazione avviata dal Governo nel 2024. In questo modo le organizzazioni di cooperazione sono costrette a progettare interventi coerenti con il Piano stesso, pena l’esclusione dal finanziamento@.

Chiara Giovetti

Lavori alal missione di Kapalanga, Viana, Angola (© AfMC)



Relazione, non solitudine (Gen 2-3)

Il mese scorso abbiamo esplorato le intuizioni sulla creazione offerte dal primo racconto che troviamo nella Bibbia, all’inizio del libro della Genesi (Gen 1,1-2,3). Un mondo voluto e creato da un’intelligenza personale. Esattamente come succede all’uomo.

La natura e l’uomo si trovano accomunati dal fatto di essere creati, dal fatto di essere in relazione con il Creatore. Il fatto di essere creati accomuna uomo e natura in un rapporto di riconoscenza con il creatore.

Il racconto delle origini nel libro della Genesi non si ferma a quelle prime battute. Esso prosegue accumulando diversi elementi, che sembrerebbero incoerenti se fossero dentro una narrazione storica. Essendo però inseriti in un testo che non ha lo scopo di descrivere avvenimenti storici, ma di sottolineare le regole di fondo con cui la storia accade, essi diventano arricchenti.

L’uomo come signore

Che il secondo capitolo della Genesi (2,4b-3,24) non sia semplicemente una prosecuzione del primo lo si intuisce da tanti elementi: innanzitutto dal fatto che viene raccontata la creazione una seconda volta; poi dal fatto che nel primo racconto c’è sovrabbondanza di acqua, Dio procede con sicurezza semplicemente parlando, viene creato prima il mondo e solo dopo l’uomo, «maschio e femmina».

Nel secondo racconto, invece, la terra è arida e senza erbe, gli animali e la donna vengono creati dopo l’uomo, e, infine, pare che Dio proceda per errori e correzioni.

Proprio la prima indicazione ci offre un dato interessante. La terra, si dice, era arida e improduttiva «perché Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che la coltivasse» (Gen 2,5). Con estrema leggerezza e facilità si dice che il compito dell’uomo sulla terra è di collaborare alla creazione divina, di farsi agricoltore per essere «con-creatore»: Dio da solo non basta, e l’essere umano sembra subito indispensabile per la vita del mondo.

L’osservazione, in effetti, a qualcuno potrebbe sembrare quasi blasfema (Dio da solo non sarebbe capace di produrre erbe e alberi, come come scritto poche righe prima in Genesi 1?), ma la coerenza con il primo capitolo c’è: l’uomo è creato a immagine di Dio, e ciò che finora abbiamo letto di Dio, cioè che Egli crea, vale anche per l’uomo. Dunque, l’uomo, non può che farsi a sua volta creatore.

«Ma no! Si tratta soltanto di coltivare», si potrebbe obiettare. Quello che Genesi suggerisce qui, però, è che la creazione non può raggiungere la propria pienezza di vita senza la collaborazione attiva di Dio e uomo.

L’uomo non può nulla sul clima: deve essere Dio, come Signore del creato, a mandare la pioggia sulla terra, ma deve esserci allo stesso tempo, l’uomo a coltivarla, perché quell’opera creatrice venga perfezionata. Il «semplice» lavoro dell’uomo è, quindi, un’opera di co-creazione in collaborazione con Dio. Ciò che l’uomo fa non è soltanto trovare il modo di nutrirsi, ma è rendere piena la creazione divina, completare ciò che Dio, da solo, non vuole assumersi.

Signoria è servizio

Questo fondamentale ruolo umano, se vogliamo, è ulteriormente richiamato da ciò che, nel racconto biblico, è il primo intoppo nell’opera divina. Per la prima volta, infatti, si fa notare che qualcosa «non è bene», ed è Dio stesso a segnalarlo: a non essere buono è il fatto che l’uomo sia solo (Gen 2,18).

Si apre qui la riflessione di Genesi sulle dimensioni fondamentali dell’essere umano, in relazione verso l’alto (con Dio), verso il basso (il creato) ma anche verso il suo stesso livello, con almeno un altro essere umano.

È un punto non scontato per la tradizione culturale in cui nasce questo brano, ed è comprensibile che debba essere sottolineato.

Per ciò di cui ci stiamo occupando, però, è più significativo un altro aspetto: il primo tentativo di soluzione della solitudine umana è quello di mettere l’uomo di fronte ad altri esseri creati (v. 19). Questi, nei quali l’essere umano non trova un aiuto «come in faccia a lui», ossia al suo livello, ricevono il loro proprio nome da adam, dall’«essere umano». Chi dà il nome è in qualche modo «signore», «padrone» di chi viene in tal modo «battezzato». Non a caso la donna non riceverà il nome dall’uomo, ma direttamente da Dio. È questo, infatti, il senso del passivo, «sarà chiamata donna» (v. 23), senza indicare da chi sarà chiamata così.

A noi moderni l’idea che l’uomo sia «signore del creato» suscita un po’ di sospetto e forse addirittura repulsione, come se questa sua condizione gli desse il potere di fare ciò che vuole, di sfruttare e abusare. Non è però l’intenzione del testo biblico dire questo. In esso la gerarchia tra gli esseri viventi è intesa in senso opposto: chi è più in alto ha, automaticamente, il dovere di prendersi cura di chi è più in basso. D’altronde, il modello per la «signoria» è quello di Dio, il quale, proprio perché è superiore all’uomo, lo custodisce, lo protegge, instaura con lui una relazione di intimità e fiducia. Lo stesso dovrebbe fare l’uomo con il creato. Che l’uomo sia superiore a tutto il resto, implica che tocchi a lui entrare in una relazione di cura con il creato e ricondurlo a Dio.

Maria Mfariji shrine, pitture murali di storia sacra _ Adamo ed Eva

Quando le cose vanno male

Alla fine del secondo capitolo della Genesi parrebbe che tutto sia sistemato. L’essere umano non è più solo, ha di fronte a sé un aiuto «come in faccia a lui» (Gen 2,20). E il creato può contare sulla collaborazione operativa di entrambi i suoi creatori: Dio, come fonte di tutto, e l’essere umano, come «signore in seconda», come punto di riferimento diretto. L’uomo è in rapporto di inferiorità rispetto a Dio e di superiorità nei confronti del creato, in una relazione che è di attenzione e cura.

In questo quadro, subentra però la sfiducia, introdotta dall’essere umano che è abbastanza autonomo da poterla scegliere. È quello che noi solitamente chiamiamo «peccato originale», che non è tanto un mangiare ciò che non si deve per gola o per disubbidienza, ma un non fidarsi: Dio mi ha detto di non mangiarne, per il mio bene, ma in realtà non mi fido che davvero voglia il bene mio: «“È vero che Dio ha detto di non mangiare degli alberi del giardino?”. “Non di tutti, solo di questo, altrimenti moriremmo”. “Non morireste, ma diventereste come Dio”» (Gen 3,4-5).

Questa sfiducia comporta delle conseguenze pesanti, che nelle parole divine si condensano intorno alla consapevolezza che il male nella storia esiste ed è operativo. Nello stesso tempo, però, il male non costituisce né l’ultima parola né un danno irrimediabile.

È ciò che vediamo agire in tutte e tre le parole che il creatore rivolge ad Adamo e a Eva, parole che si riferiscono ai tre campi relazionali già individuati: con il basso (la terra, Gen 3,14), con il pari livello (la relazione con «il tuo uomo», Gen 3,15) e con l’alto. Questo è espresso non dal rapporto con Dio, ma da quello con le generazioni, con i figli (Gen 3,16), che ci fanno cogliere il nostro rapporto con ciò che ci supera, dal momento che ogni generazione subisce le scelte e gli orientamenti di quella precedente, ma nello stesso tempo le sopravvivrà.

Di questi tre aspetti in Genesi si dice, appunto, che il male esiste (si partorisce con dolore, nella relazione di coppia l’uomo punterà al dominio, la terra darà spine e cardi), ma anche che inestricabilmente legato al male c’è il bene, e quest’ultimo avrà la meglio. Il dolore del parto porterà a nuove vite; nonostante il dominio dentro la relazione di coppia, resterà la passione; seppure sudando, l’uomo trarrà dalla terra il cibo.

Di nuovo, a noi interessa soprattutto un aspetto che potrebbe sembrare il più marginale del testo: Dio, nonostante il «castigo» inflitto all’uomo e alla donna, non li maledice, non infrange la relazione con loro. Maledice, invece, il serpente (Gen 3,14-15), simbolo della sfiducia e causa originante del male, quasi a dire che, benché Dio sia sfiduciato dall’uomo, l’uomo non sarà sfiduciato da Dio. A differenza di ciò che ci aspetteremmo, alla sfiducia Dio reagisce rinnovando la fiducia.

In più, ed è ciò che ci riguarda, Dio maledice il creato a causa della scelta di Adamo (Gen 3,17-19). È una reazione quasi illogica, ma che dice innanzi tutto l’intenzione divina di non privarsi mai della relazione, dell’intimità e del sogno di fiducia reciproca con l’essere umano.

Ciò pone tuttavia l’uomo in una relazione nuova, di responsabilità addirittura maggiore nei confronti della creazione. Se infatti Dio non si pone più come riferimento del creato, quella posizione di «signoria» non viene tolta all’essere umano. Dopo che uno dei due signori della natura (l’uomo) ha tolto la fiducia all’altro (Dio), la situazione di «signoria» condivisa non può più esistere. A «restare in carica» è l’essere umano. La frattura della fiducia con Dio comporta che l’unico «signore del creato» diventa l’uomo. Lungi dall’essere un suo degradamento, l’uomo diventa l’unico responsabile della possibilità del creato di entrare in dialogo con Dio.

È quello che papa Francesco ha intuito e spiegato nell’enciclica «Laudato si’».

Una sintesi per noi

E quindi? Vale la pena provare a riassumere ciò che è stato detto finora leggendo i primi capitoli della Genesi: la natura è creata, come noi, e questo ci pone in una dimensione di intimità, di comunione con essa. Questa creazione, però, non può soddisfare il desiderio dell’uomo di scambio alla pari. Possiamo cogliere nella creazione alcuni tratti di somiglianza all’essere umano, ma essa rimane inferiore.

Questo, lungi dal giustificarne uno sfruttamento sconsiderato, diventa la ragione per cui l’uomo è chiamato a prendersi cura della natura, di fatto suo «signore» e custode. Dio si ritira dal mondo creato e rompe per questo la relazione con tutto, tranne con l’essere umano.

Quest’ultimo è chiamato a un compito chiaro, quello di ricostruire l’unità del creato facendo da «tramite» tra il divino e la natura. Ciò che si salverà, ciò che troverà la vita in Dio, dovrà passare dalla mediazione umana.

Ecco allora che il compito che si apre davanti all’uomo, «signore del creato», è tutt’altro che banale. L’uomo è chiamato a essere il responsabile del creato, colui che sarà chiamato a riportare tutto al Padre.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 2-continua)




Sapore di «woke»

Il termine indica l’opposizione a qualsiasi forma di discriminazione: razziale, sessuale, sociale, etnica, religiosa. Per il presidente statunitense è, invece, l’origine di tutti i mali. Da cancellare a ogni costo.

Donald Trump l’aveva annunciato in campagna elettorale e l’ha confermato nel suo discorso tenuto il 4 marzo 2025 davanti al Congresso: avrebbe fatto qualunque cosa per demolire tutto ciò che ha il sapore di woke. E, per dimostrare fin dove è disposto a spingersi, il 6 febbraio 2026 ha pubblicato un post, elaborato dall’intelligenza artificiale, che rappresenta Barack Obama e la moglie Michelle nelle sembianze di scimmie. Benvenuti fra le bravate oscurantiste dell’uomo eletto per la seconda volta a presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese da molti additato come faro della democrazia.

Nascita ed evoluzione di un termine

«Stai all’erta. Vota». Immagine Marcia Fudge-Wikimedia 2018.

Prima che Donald Trump tornasse alla Casa Bianca, solo pochi in Italia conoscevano l’esistenza del termine woke e un numero ancora più piccolo era a conoscenza del suo significato politico. Da un punto di vista linguistico, woke è un’espressione dialettale delle comunità nere degli Stati Uniti, per indicare lo stato di veglia contrapposto a quella di sonno. Ma, come succede pure in italiano, sveglio ha anche un significato metaforico che indica la capacità di capire al volo la realtà. Come esortazione, poi, è un invito «a tenere gli occhi aperti, a stare all’erta».

L’espressione assunse connotati politici negli anni Trenta quando nove adolescenti neri di Scottsboro (foto pagina seguente), una cittadina dell’Alabama, finirono sotto processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due donne bianche. Il processo si concluse con un verdetto di colpevolezza e la condanna a morte di quasi tutti gli imputati. Ma, per come si era svolto il dibattimento, apparve chiaro a tutti che si era trattato di un processo farsa, animato solo da un intento punitivo di matrice razzista. In effetti, la giuria era formata solo da maschi bianchi ed erano state accettate per buone prove del tutto inconsistenti.

A seguito del processo si levarono molte proteste e il cantante nero Huddie Ledbetter – in arte Lead Belly – diede il proprio contributo componendo una canzone che invitava tutti i neri degli Stati Uniti a evitare l’Alabama. E, nel caso qualcuno non avesse potuto rinunciarvi, Lead Belly raccomandava di «essere woke», ossia di tenere gli occhi bene aperti per non incorrere in rappresaglie razziste. Così l’Alabama divenne l’emblema del razzismo e woke la parola d’ordine contro la discriminazione razziale.

Più tardi, attorno agli anni Settanta, il termine venne adottato anche dal movimento Lgbt che lottava per i diritti delle minoranze sessuali, e woke assunse il significato più ampio di opposizione a qualsiasi forma di discriminazione, sia essa razziale, sessuale, etnica, religiosa o sociale. Un’opposizione che, messa in positivo, si traduce nell’aspirazione a una società più giusta e più inclusiva, per cui woke è diventato sinonimo di parità, accoglienza, diritti.

Le leggi anti discriminazione

Il primo grande successo del movimento woke si concretizzò nel 1964, quando venne emanato il Civil rights act. Il provvedimento, promosso da John F. Kennedy, ma firmato da Lyndon Johnson, metteva fuori legge qualsiasi forma di discriminazione attuata nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nelle scuole.

La lotta alla discriminazione continuò nel 1965 con una legge che vietava qualsiasi pratica tesa a escludere dal voto chi aveva bassi livelli di istruzione o di reddito. Nell’ambito più specifico della discriminazione sessuale, nel 1993 venne votata una legge per mettere fine all’esclusione degli omosessuali dall’arruolamento nell’esercito, purché non manifestassero pubblicamente la loro tendenza sessuale. Ma, nel 2010, un provvedimento firmato da Barack Obama tolse anche questo vincolo, e l’esercito si aprì totalmente a qualsiasi orientamento sessuale.

Intanto, nel 2009, era stata emanata una legge contro i crimini animati da odio verso gay e transgender. Più tardi anche Joe Biden si spese a favore delle categorie più svantaggiate tramite l’emanazione di vari ordini esecutivi che non solo destinavano più fondi a senza casa, invalidi e senza reddito, ma obbligavano gli uffici e le agenzie federali a dotarsi di tutti gli strumenti necessari ad assicurare l’assunzione, la parità salariale e di carriera alle persone tradizionalmente discriminate su base razziale, sociale e sessuale.

Non a caso tali provvedimenti hanno preso il nome di Dei, acronimo di «diversità, equità, inclusione».

Revisionismo e disprezzo

Appena tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato tre ordini esecutivi, o meglio tre «contrordini», per annullare le iniziative di Biden, sostenendo – addirittura – che è discriminatorio cercare di favorire determinate categorie. Purtroppo, è stato solo l’inizio di un processo revisionista di proporzioni ben più vaste.

Deciso a ripristinare il modello anti woke in ogni ambito del vivere economico e sociale, Trump ha dato battaglia a tutto ciò che ha il sapore di solidarietà, equità, inclusione. Ed ha cominciato proprio dalla solidarietà, ordinando la sospensione di tutti i programmi di cooperazione internazionale che gli Stati Uniti gestivano nei paesi più poveri tramite Usaid,l’agenzia statale di cooperazione.

Si sperava che si trattasse di un provvedimento temporaneo, invece il primo luglio 2025 l’Usaid venne chiusa definitivamente e ai paesi più poveri è venuto a mancare un canale di assistenza importante.

A titolo d’esempio, nel 2024 l’agenzia aveva erogato fondi per 32 miliardi di dollari, per la maggior parte destinati a programmi di aiuto alimentare e sanitario. Secondo uno studio della rivista scientifica Lancet, la soppressione dell’attività dell’Usaid può significare la morte per oltre 14 milioni di persone da qui al 2030. Del resto, il disprezzo di Trump per la cooperazione internazionale emerge anche dalla decisione, assunta nel gennaio 2026, di ritirare gli Stati Uniti (e i loro contributi) da ben 66 organismi internazionali, fra cui l’Organizzazione mondiale della sanità.

La «grande bella» legge

In ogni caso il provvedimento anti woke di cui Trump va più fiero viene assunto nel luglio 2025 quando il Congresso approva una legge di proposta governativa che il tycoon battezza Big beautiful bill, grande bellissima legge Di naturafinanziaria, il provvedimento introduce tagli fiscali alle classi più agiate, riduce i fondi destinati all’assistenza sanitaria e alimentare, aggrava i costi per le pratiche dei migranti, potenzia le forze di polizia addette alla repressione dell’immigrazione clandestina. In breve, è un capolavoro di disuguaglianza sociale, di lotta ai poveri, di lotta ai migranti.

Negli Stati Uniti, più di 43 milioni di persone (il 12,9% della popolazione) vivono in condizione di povertà estrema, addirittura incapaci di mangiare adeguatamente. Riescono a sbarcare il lunario grazie ai buoni cibo ricevuti dallo Stato spendibili nei supermercati. Ma un’altra cinquantina di milioni di persone, per un totale di 90 milioni di individui, non sono in grado di pagarsi un’assicurazione sanitaria e riescono ad avere le cure minime solo grazie al programma di assistenza governativa denominato Medicaid.

Secondo le indagini condotte dall’Ufficio studi dei parlamentari democratici, i tagli previsti dal Big beautiful bill lasceranno 15 milioni di americani senza nessun tipo di assistenza medica, mentre priveranno 5 milioni di poveri dei buoni alimentari. E mentre la spesa sanitaria è stata ridotta di 800 miliardi di dollari, quella per contrastare l’immigrazione clandestina è stata aumentata di 140 miliardi di dollari. Soldi che, stando alle rivelazioni del Financial Times, sono stati in parte destinati ad aziende edili come Fisher Sand & Gravel per la costruzione del muro alla frontiera con il Messico, in parte ad aziende come Palantir, Deloitte, Amazon, Microsoft, per il potenziamento
del servizio di sorveglianza
elettronica, in parte al ministero dell’Interno per il rafforzamento dell’Ice, il famigerato corpo di polizia istituito per dare la caccia ai migranti irregolari (cfr. MC aprile 2026).

Le operazioni dell’Ice

«Non posso respirare», lo slogan del movimento statunitense Black lives matter. Foto Obi-Unspash.

L’Ice venne istituito nel 2003 da George Bush e, per il nome che porta, era concepito come una sorta di guardia di frontiera antimmigrazione. Ice, infatti, sta per Immigration customs enforcement che può essere tradotto come Controllo migratorio alle frontiere. Trump però l’ha trasformato in un corpo che esegue rastrellamenti all’interno del territorio statunitense per scovare gli immigrati irregolari sparsi per il Paese.

L’operazione speciale è iniziata nell’aprile del 2025 con un ordine esecutivo firmato da Trump per «proteggere la comunità americana dagli alieni criminali». Dopo aver lamentato che alcuni Stati della nazione stanno disobbedendo alle leggi federali in quanto «continuano a usare la loro autorità per violare, ostacolare e sfidare le leggi federali sull’immigrazione», Trump ha ordinato agli uffici interni di individuare tali Stati e di assumere tutte le misure necessarie per ripristinare il rispetto della legge federale.

Gli Stati finiti nella lista nera sono diciassette, fra cui California, New Jersey, Massachusetts, Washington. Ma le cronache ci dicono che il Minnesota è risultato essere lo Stato più preso di mira, forse perché si trova al confine con il Canada, nazione che Trump rivendica come cinquantunesimo componente degli Stati Uniti. Trump vi ha mandato truppe speciali dell’Ice per rintracciare tutti gli stranieri soggiornanti con permessi ritenuti abusivi, per arrestarli e rinchiuderli in appositi centri di detenzione e, infine, deportarli nel proprio paese di provenienza, o anche altrove, come testimoniano le deportazioni effettuate verso il Salvador, Costa Rica, Messico, Panama, addirittura Rwanda, Uganda, Sud Sudan, Eswatini (ex Swaziland). Alla popolazione di Minneapolis, capitale del Minnesota, l’intervento dell’Ice ha ricordato i rastrellamenti eseguiti dalle SS per scovare gli ebrei e deportarli nei campi di concentramento. Perciò, c’è stata una forte opposizione popolare che è costata la vita a due dimostranti e difensori dei diritti umani.

Qualche numero

In termini numerici la quantità di immigrati deportati dagli Usa nel 2025 è simile a quelli deportati nel 2024: 675mila contro 650mila. È cambiata però la loro composizione. Sotto Biden il 75% degli arresti avvenivano alla frontiera, il 25% nel resto del Paese; sotto Trump il 25% sono avvenuti alla frontiera, il 75% dispersi sul territorio. Un’inversione dovuta al rallentamento del flusso migratorio indotto dal clima di paura provocato dalle misure di Trump e allo sguinzagliamento dei poliziotti dell’Ice sul territorio nazionale.

Il Deportation data project conferma che, nel primo anno di amministrazione Trump 2, il numero di deportati, prelevati in località lontane dai confini, è aumentato quattro volte e mezzo. E pensare che gli Stati Uniti, al pari tutti i Paesi industrializzati, afflitti da processi d’invecchiamento, hanno un assoluto bisogno di immigrati.

L’American immigration council sostiene che perfino gli immigrati irregolari – all’incirca 10 milioni – contribuiscono al finanziamento dei servizi sociali e sanitari statunitensi tramite le tasse che pagano su ciò che consumano. Nel 2023, il loro contributo è stato pari a 89 miliardi di dollari. E se prendiamo i 50 milioni di immigrati complessivi presenti negli Stati Uniti, scopriamo che contribuiscono al 17% delle imposte raccolte nel Paese, mentre sono determinanti in settori chiave come agricoltura, costruzioni, industria alimentare. Chissà che dove non è riuscita la coscienza, riesca lo spirito di convenienza a convincere il popolo Maga che il futuro è woke o non è.

Francesco Gesualdi




Eredi del suo carisma

Il 16 febbraio scorso i missionari e le missionarie della Consolata hanno celebrato gioiosamente il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano.

Il centenario della morte del nostro fondatore, san Giuseppe Allamano (16 febbraio 1926 – 16 febbraio 2026), è un momento favorevole per fermarsi, meditare e ringraziare il Signore per i numerosi favori che ha fatto ai nostri due istituti. È un’opportunità per rinnovarci spiritualmente e per essere fedeli al nostro carisma ad gentes, così come lui lo ha voluto.

Il centenario ci offre l’occasione di ripercorrere le tappe significative della vita e del ministero sacerdotale di san Giuseppe Allamano, meditando al tempo stesso sulle intuizioni carismatiche che lo hanno reso padre e fondatore delle nostre famiglie missionarie.

Questa felice ricorrenza sia un’occasione propizia per un profetico rilancio del nostro carisma e ci sproni a impegnarci con coraggio nell’annunciare e testimoniare in ogni realtà il Vangelo della consolazione e della speranza.

Allamano, con entusiasmo, diceva: «A ciascuno di voi il Signore ha rivolto la stessa chiamata dei Dodici: “Andate in tutto il mondo e proclamate la Buona Novella a tutta la creazione” (Mc 16,15), lui ha dato, per così dire, ai missionari tutta la terra, tutte le nazioni e popoli. Che cosa potrebbe esserci di più grande di questo? Considerate pure tutte le vocazioni, non ne troverete una più grande di questa… Per voi il Signore ha esaurito tutto il suo infinito amore in fatto di vocazione perché vi ha dato la sua stessa missione».

Con vero orgoglio di figli e figlie, vogliamo vivere l’anno del centenario per dire grazie al Signore per aver suscitato nella Chiesa san Giuseppe Allamano, per avercelo donato come padre e fondatore e per averci chiamati a diventare figli e figlie della Consolata, ed essere così, testimoni di consolazione nel mondo.

padre George Kibeu
e suor Generosa Iruma Ireri

Alla tomba di Allamano con benedizione delle 4 torce del carisma.

Presenza viva

Sedici febbraio 2026: sono trascorsi cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano. Missionari, missionarie e laici amici delle missioni affollano la chiesa di Casa Madre e si stringono in preghiera attorno al sepolcro che contiene i suoi resti mortali. Padre James Lengarin, suo successore alla guida dell’Istituto, presiede l’eucaristia solenne e celebra il fondatore come presenza viva e paterna che continua a generare vita in ogni parte del mondo.

Eredità viva e operante

Carissimi fratelli e sorelle della grande famiglia allamaniana, oggi, 16 febbraio, siamo riuniti con il cuore colmo di gratitudine e di memoria viva. Sono trascorsi cento anni da quando san Giuseppe Allamano ha concluso il suo pellegrinaggio terreno per entrare nella pienezza della vita eterna. E, tuttavia, il suo spirito, la sua visione e il suo cuore continuano a guidare i nostri passi. Oggi non celebriamo soltanto un anniversario, celebriamo un’eredità luminosa, una missione feconda, una presenza paterna che continua a generare vita in ogni parte del mondo.

A cento anni dalla sua morte, Allamano continua a parlarci. Ci ricorda che la missione non è un’idea astratta, ma un incontro. Non è un progetto, ma una relazione. Non è un dovere, ma un atto d’amore. La sua vita ci insegna che non servono eroi per cambiare il mondo. Servono persone fedeli. Persone vere. Persone disponibili.

Uno sguardo verso il futuro

In questo centenario non guardiamo soltanto al passato, ma rivolgiamo lo sguardo al futuro, al mondo che ci attende, alle missioni che chiedono coraggio, creatività, compassione. Allamano non è mai partito per le missioni, ma ha fatto partire il mondo. Ha acceso un fuoco che arde ancora oggi in Africa, nelle Americhe, in Asia e in Europa. Ci ha insegnato che la missione non è solo un viaggio geografico, ma un movimento del cuore: uscire da sé per incontrare l’altro.

Servo, seme, parola

In questo centenario, la Parola di Dio ci offre tre immagini che illuminano la figura di san Giuseppe Allamano e la missione che ci ha affidato. Il profeta Isaia ci presenta il Servo del Signore, mite e perseverante, che porta la giustizia senza spezzare la canna incrinata e senza spegnere il lucignolo fumigante. È il ritratto di una missione che non si impone con la forza, ma che trasforma con la fedeltà e la compassione.

In questo servo riconosciamo l’Allamano: un uomo che ha guidato senza clamore, ha formato con pazienza, ha consolato con discrezione, ha creduto nella forza della bontà più che nella forza del rumore.

San Paolo ai Filippesi ci ricorda che l’opera iniziata da Dio in ciascuno sarà portata a compimento. È un invito a guardare alla vita di Allamano come a un’opera di Dio: un seme che continua a crescere nella Chiesa attraverso i suoi figli e le sue figlie missionarie. La gratitudine di Paolo diventa la nostra gratitudine: per il dono del fondatore, per la sua intuizione missionaria, per la sua capacità di generare comunione e di formare cuori maturi e generosi.

Infine, il Vangelo di Marco ci consegna il mandato missionario: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo». È il cuore pulsante della spiritualità allamaniana. Allamano, pur non avendo raggiunto terre lontane, ha messo in movimento il mondo. Non ha attraversato oceani, ma ha aperto vie nuove. Non ha predicato in molte lingue, ma ha insegnato a molti la lingua universale del Vangelo: la consolazione, la fraternità, la speranza.

Alla luce di queste letture comprendiamo che san Giuseppe Allamano non è solo un ricordo, ma una parola viva che Dio rivolge oggi alla Chiesa. È il servo che ha consolato. È il padre che ha generato. È il missionario che ha inviato. È il santo che continua a ispirare.

Uomini di comunione

San Giuseppe Allamano e il canonico Giacomo Camisassa sono stati due uomini uniti da una stessa visione: servire la Chiesa nella comunione, nella corresponsabilità e nella dedizione totale alla missione. Allamano non ha mai pensato la missione come un’opera individuale: accanto a lui, Camisassa è stato mano destra, confidente, consigliere e compagno fedele. Erano un cuor solo e un’anima sola: uno più contemplativo, l’altro più operativo; uno padre spirituale, l’altro fratello leale; uno sognava e l’altro costruiva. La loro collaborazione, vissuta con umiltà e fiducia reciproca, è stata un esempio luminoso di sinodalità ante litteram: camminare insieme, ascoltarsi, sostenersi, condividere il peso e la gioia della missione. Per questo Allamano lo chiamava «Confondatore dell’istituto», riconoscendo che il bene più grande nasce sempre da un cuore condiviso.

Oggi, in un tempo segnato dall’individualismo, la loro testimonianza ci ricorda che nessuno evangelizza da solo, nessuno costruisce il Regno da solo, nessuno porta consolazione da solo. La missione è sempre un’opera di comunione.

Per noi, Allamano e Camisassa rimangono due fari che indicano la via: servire insieme, camminare insieme, amare insieme, perché solo nella comunione la missione diventa feconda.

Compito affidato a noi

San Giuseppe Allamano ci consegna un mandato: continuare ciò che lui ha iniziato. Essere consolazione dove c’è dolore. Essere luce dove c’è oscurità. Essere fratelli e sorelle dove c’è divisione. Essere missione, sempre, ovunque, con gioia. La sua vita, dono prezioso per la Chiesa, continui a ispirare uomini e donne disposti a servire il Vangelo con umiltà, dedizione e gioia.

James Lengarin, superiore generale Imc

Santuario della Consolata, messa per il centenario della morte di San Giuseppe Allamano presieduta dall’ausiliare mons. Alessandro Giraudo

Celebrazioni centenarie

I missionari della Consolata si sono preparati alla celebrazione dei cento anni della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano con un intenso programma di carattere spirituale e culturale.

Pellegrinaggio virtuale: attraverso una piattaforma di videoconferenze, la famiglia della Consolata ha visitato in preghiera i luoghi in cui il padre fondatore è vissuto evidenziando l’importanza e il messaggio che ancora oggi ci donano. Il pellegrinaggio ha avuto come prima tappa Castelnuovo don Bosco nella casa natale di san Giuseppe Allamano. Le due mete successive sono state il santuario di san Giuseppe Allamano, nella Casa Madre Imc, e il santuario della Consolata.

Novena in preparazione alla festa: un gruppo di missionari, missionarie e laici della Consolata ha preparato la novena dal tema «Allamano, pellegrino di consolazione», che ci ha aiutato a vivere nella preghiera i giorni precedenti alla celebrazione del 16 febbraio 2026.

Giornata di studio: sabato 14 febbraio, presso la casa generalizia Imc di Roma, si è svolta una giornata di studio dal titolo «La santità è andare oltre», seguita in streaming dai missionari e missionarie in tutto il mondo. Vi ha partecipato come relatore monsignor Giovanni Crippa, missionario della Consolata, vescovo di Ilhéus (Bahía), in Brasile e il giornalista Alberto Chiara, autore del libro «Oltre. Vita e missione di san Giuseppe Allamano».

15 febbraio, vigilia della festa: è stata celebrata una solenne eucaristia, a Castelnuovo don Bosco, paese natale di san Giuseppe Allamano, presieduta da monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare di Torino.

16 febbraio, festa del centenario: san Giuseppe Allamano è stato celebrato nella chiesa di Casa Madre, a Torino, dove riposano le sue spoglie mortali, con una solenne eucaristia presieduta da padre James Lengarin, superiore generale.

Le quattro torce del carisma: la celebrazione in Casa Madre si è conclusa presso il sepolcro di san Giuseppe Allamano dove il padre generale ha acceso e benedetto quattro torce attingendo dalla lampada che arde presso il sepolcro.
Sono le torce del carisma che esprimono l’unità e la missione universale della famiglia della Consolata (missionari, missionarie e laici). Insieme alla reliquia di san Giuseppe Allamano, esse peregrineranno nei quattro continenti, toccando tutte le comunità Imc e Mc. Il pellegrinaggio si concluderà a febbraio 2027 con il ritorno delle torce alla chiesa di Allamano dove rimarranno come segno di comunione di tutte le comunità attorno al loro santo fondatore.

Santuario della Consolata: la festa del centenario si è conclusa con una celebrazione eucaristica pomeridiana presieduta da monsignor Alessandro Giraudo, nel santuario della Consolata, luogo in cui è vissuto e ha svolto il suo ministero per 46 anni san Giuseppe Allamano.

Messaggio: i consigli generali dei missionari e delle missionarie della Consolata, in un messaggio inviato ai due istituti, hanno incoraggiato i missionari e le missionarie ad «attingere sempre di più alla ricchezza della santità del fondatore e a vivere in profondità il nostro carisma, che intreccia insieme santità e missione nello spirito della Consolazione. Chiamati dal nostro padre fondatore, attirati dal suo esempio di vita, ritorniamo con più entusiasmo e dedizione a quel carisma donato alla Chiesa tramite lui: la missione ad gentes, la passione per l’annuncio del Vangelo a chi non ha ancora conosciuto Cristo, con la disponibilità a dare la vita, lasciando le nostre sicurezze, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente, sapendo che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere».

a cura di Sergio Frassetto

Santuario della Consolata, 16/02/2026. Mons Alessandro Giraudo con sr Simona Brambilla, p. Hames Lengarin. mons. Virgilio Pante e sr Lucia Bartolomasi e il rettore del Santuario Don Sergio Baravalle e un diacono.



Le «tre sorelle» danno i voti

Il «rating» è un voto d’affidabilità finanziaria assegnato da alcune agenzie private a società, enti o Stati. Le più importanti sono tre, tutte statunitensi. La questione è: chi controlla la correttezza delle agenzie?

Da qualche tempo alle nazioni vengono assegnate pagelle come se fossero degli scolaretti sui banchi di scuola. In cattedra non siedono però dei professori, bensì delle imprese, cosiddette «di rating», alla lettera agenzie di valutazione. In tutto il mondo ne esistono all’incirca centocinquanta, ma le più grandi sono tre, tutte con casa madre statunitense: Moody’s, S&P e Fitch, anche dette «le tre sorelle».

Imprese dai contorni misteriosi, le agenzie di rating sono ben conosciute soprattutto da chi cerca di guadagnare tramite i prestiti perché è per questi che esse sono nate. Benché la loro fisionomia sia cambiata nel corso del tempo, queste agenzie hanno mantenuto l’impronta del controspionaggio: il loro compito è, infatti, raccogliere informazioni sulla solidità economica di chi richiede prestiti – che sia un’azienda o uno Stato -, affinché affinché i loro finanziatori possano stabilire se si tratta di soggetti sicuri, ai quali conviene prestare denaro, o di soggetti inaffidabili dai quali è meglio stare alla larga.

Gli inizi

La nascita delle agenzie di rating avviene negli Stati Uniti e si collega alla costruzione delle ferrovie. Siamo nella seconda metà del 1800 e il treno a vapore è ormai una realtà consolidata. Si moltiplicano le imprese decise a costruire ferrovie come mezzo di collegamento fra le diverse località del Paese. Il primo tratto, di appena 13 miglia, viene costruito nel 1827 per collegare la città di Baltimora al fiume Ohio. Successivamente, vengono realizzati centinaia di altri tronconi, fino a completare, nel 1869, la ferrovia transcontinentale, che collega la due coste degli Stati Uniti. La messa in posa dei binari richiede una gran quantità di denaro che le imprese si procurano non solo ricorrendo alle banche, ma anche chiedendo prestiti al grande pubblico che, in cambio, ottiene delle ricevute, dette obbligazioni (titoli di debito). In caso di necessità, i prestatori possono cedere le obbligazioni ad altri per rientrare subito del proprio capitale.

La possibilità di vendere titoli di debito dipende molto dalla reputazione di cui godono le imprese emittenti. Se stimate, i loro titoli sono molto richiesti e quindi ben collocabili, altrimenti nessuno li vuole e chi li ha vive nell’angoscia di non riuscire ad avere indietro il capitale prestato né il pagamento degli interessi pattuiti.

Durante il boom della rete ferroviaria, molti risparmiatori si erano arricchiti grazie ai prestiti concessi alle imprese di costruzione, ma c’era anche chi aveva subito delle sonore perdite, semplicemente perché si era fidato di imprese poco solide. In effetti i costruttori erano così tanti e le informazioni su di loro così scarse che mettersi in affari con loro era un po’ come fare un salto nel buio. Fu in questo clima di incertezza che l’avvocato Henry B. Poor iniziò a condurre indagini sulla situazione economica dei costruttori di ferrovie pubblicando poi le informazioni raccolte in una sorta di guida dal titolo più culturale che economico: History of railways and canals in the United States (Storia delle ferrovie e dei canali negli Stati Uniti).

La prima pubblicazione avvenne nel 1860 e fu un tale successo che, nel 1868, l’avvocato decise di fondare un’impresa di famiglia specializzata in informazioni finanziarie. La chiamò HV and HW Poor Company. In seguito altri uomini d’affari decisero di dedicarsi allo stesso genere di attività: fu così che nacquero Moody’s (1909), Standard statistics company (1922), Fitch publishing company (1924). Nel 1941, Poor e Standard decisero di fondersi dando vita a Standard & Poor’s, poi ribattezzata S&P Global ratings.

Piovono voti

Oggi l’attività di indagine su chi richiede prestiti è estesa a livello mondiale ed è gestita da decine di imprese investigative che, complessivamente, nel 2025 hanno fatturato 123 miliardi di dollari.

Nel loro mirino può finire ogni tipo di richiedente prestiti: famiglie, imprese, governi. Su ognuno di loro viene aperto un dossier e tutte le informazioni raccolte sono rivendute a chiunque svolga attività creditizia: banche, società finanziarie, investitori privati. Ma qualcuno ha pensato di andare oltre, condensando le informazioni raccolte in un voto sintetico di valutazione (rating, in inglese), in modo da facilitare l’attività decisionale dei creditori. La prima impresa investigativa a fare questo tipo di operazione fu Moody’s che, nel 1916, pubblicò pagelle di valutazione sulle imprese ferroviarie utilizzando una scala calibrata su ventuno livelli: dal voto più alto «Aaa», interpretabile come molto affidabile, fino a quello più basso di «C», corrispondente a soggetto da evitare.

In seguito anche le altre due imprese d’indagine finanziaria, Fitch e Standard&Poor’s, imitarono l’iniziativa di Moody’s e oggi le tre sorelle coprono la quasi totalità del giro d’affari procurato dall’attività di rating, che complessivamente nel 2025 è stato stimato in 25-30 miliardi di dollari a livello mondiale.

Anche l’Italia è fra le entità scrutinate dalle agenzie di rating. Quando, nel novembre 2025, Moody’s ha emesso il suo ultimo verdetto, Giancarlo Giorgietti, ministro dell’Economia, si dichiarato molto soddisfatto. Dopo 23 anni di valutazione «Baa3», il voto italiano è passato a «Baa2», un piccolo avanzamento che il ministro ha interpretato come «un’ulteriore conferma della ritrovata fiducia in questo governo e dunque nell’Italia». 

Moody’s, agenzia statunitense, è una delle «tre sorelle» del rating. (Imagoeconomica)

La crisi del 2008

Arrivati a questo punto, la domanda diventa: ci si può fidare delle agenzie di rating? La domanda non è peregrina considerato il ruolo che esse hanno avuto nella crisi finanziaria del 2008. Giova ricordare che la crisi ebbe origine dalla messa in vendita di titoli di investimento che erano legati alla capacità delle famiglie americane di ripagare i mutui che avevano acceso presso le banche per comprare casa. In altre parole, i titoli in questione erano delle specie di scommesse che garantivano alti ritorni agli investitori, ma solo se le famiglie americane onoravano i loro impegni sui mutui, altrimenti tutto sarebbe andato perduto. Di titoli/scommessa con questa particolarità ne erano stati emessi per un quantitativo corrispondente a circa duemila miliardi di dollari ed erano stati offerti a chiunque fosse in cerca di alti rendimenti, comprese banche, assicurazioni, fondi pensione di ogni parte del mondo, che ci si erano buttati a capofitto.

Sfortunatamente, circa la metà dei titoli in circolazione risultarono legati a mutui accesi da famiglie inadempienti. Così, i soggetti che avevano accettato la scommessa si ritrovarono con perdite enormi. La preoccupazione principale era legata alle banche che rischiavano di dover chiudere i battenti, mettendo a rischio non solo i soldi dei risparmiatori, ma la capacità di funzionamento dell’intero sistema economico. Molte di loro si salvarono solo perché vennero soccorse dai rispettivi governi che però si indebitarono pesantemente per raccogliere il denaro necessario a impedire i fallimenti bancari.

Le indagini condotte dal Congresso statunitense e vari altri organi di vigilanza, appurarono che i titoli/scommessa avevano trovato grande accoglienza in tutto il mondo finanziario perché godevano di ottimi voti da parte delle agenzie di rating. Voti che tutti avevano interpretato come garanzia di sicurezza.

Quello che però le agenzie non avevano detto era che, a pagare le parcelle per l’attività di valutazione, erano le stesse società che emettevano i titoli, condizionando pesantemente l’esito finale del voto.

Negli anni che seguirono la crisi finanziaria, le agenzie di rating finirono in vari procedimenti giudiziari, molti dei quali si conclusero con ammissione di colpa da parte loro, considerati i patteggiamenti a cui approdarono. Valgano come esempio la multa da 1,3 miliardi di dollari accettata nel 2015 da Standard & Poor’s e quella da 864 milioni di dollari accettata nel 2017da Moody’s.

Voti e speculatori

Lezione imparata? Non proprio, a giudicare da quanto è emerso da un servizio giornalistico effettuato nel 2019 dal Wall Street Journal. L’indagine condotta su 30mila valutazioni a cavallo di più anni, conferma che è rimasto il vizietto alla sopravvalutazione dei titoli/scommessa. A complicare le cose, tuttavia, c’è il fatto che, nei casi diversi dai titoli/scommessa, l’interesse di chi commissiona la valutazione non è sempre quello di avere dei voti alti. Un esempio riguarda la valutazione degli Stati in cerca di prestiti. Se a commissionare la valutazione sono i Governi, l’esortazione è per buoni voti perché il loro obiettivo è attirare la fiducia degli investitori e quindi ottenere a buon mercato i prestiti agognati. La situazione cambia però radicalmente se la richiesta di valutazione è avanzata dagli speculatori. Da soggetti, cioè, che scommettono sul fallimento degli Stati. In tal caso l’esortazione è per voti al ribasso in modo da indurre gli investitori a non comprare il debito degli Stati presi di mira e innalzare le probabilità del loro fallimento, con possibilità, per gli speculatori, di intascare il premio sulle scommesse ingaggiate.

Si sospetta che un caso del genere si sia verificato nel 2010 nei confronti della Grecia, allorché venne classificata al rango di «Stato spazzatura». La Grecia evitò il fallimento solo per l’intervento dell’Unione europea che però fece pagare un prezzo durissimo al popolo greco in termini di sacrifici economici e sociali.

L’interesse a dare bassi voti agli Stati, purtroppo, non è solo degli speculatori, ma anche di banche, assicurazioni, fondi pensione e qualsiasi altro soggetto interessato a prestare denaro ai governi. Per la semplice ragione che, secondo la legge di mercato, ai debitori poco affidabili si possono estorcere alti tassi di interesse. Proprio ciò che lamentano gli Stati africani.

Il primo Paese africano a ricevere una pagella sullo stato della propria economia fu il Sudafrica nel 1996 e non fu per niente buona. In seguito, altri 31 Paesi africani, su un totale di 55, furono classificati dalle tre sorelle, ma ben 26 di loro contestarono il voto ricevuto, considerandolo troppo basso. Tanto che l’Unione africana sta lavorando attorno alla creazione di una propria agenzia di rating.

Se la pagella è brutta

Il punto è che una cattiva pagella ha conseguenze molto concrete. In primo luogo, diventa più difficile trovare investitori disposti a concedere prestiti. Come dice Maggie Mutesi, membro della società di consulenza AfriCatalyst: «La retrocessione, anche di un solo punto, da parte delle agenzie di rating può fare mancare i fondi necessari al potenziamento della rete elettrica, ritardare la costruzione di una strada, impedire l’acquisto di macchinari o l’assunzione di nuovo personale da parte degli ospedali».

Sul tema, nel 2023 il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha condotto una ricerca su sedici nazioni africane e ha concluso che «le nazioni analizzate avrebbero potuto raccogliere 46 miliardi di dollari in più se le agenzie di rating avessero espresso giudizi basati di più sui dati statistici e meno su opinioni soggettive». La ricerca ha anche appurato che le cattive valutazioni hanno costretto i sedici Paesi in questione a sborsare annualmente all’incirca un miliardo di dollari in più per interessi. Ennesima conferma che la guerra ai poveri non si fa solo con i cannoni, ma anche con la finanza.

Francesco Gesualdi

Standard and Poor’s è la più vecchia e grande agenzia di rating del mondo.
 



Un mondo senza Onu?

Da mesi si moltiplicano gli allarmi sulla mancanza di fondi. A rischio le attività a sostengo dell’educazione e della sanità. Ma anche la risposta alle emergenze umanitarie. In un mondo senza Onu, chi e come risponderebbe a quei bisogni?

«Gli Stati membri devono concordare una revisione delle norme finanziarie dell’Onu, oppure accettare la prospettiva molto concreta del suo collasso finanziario».@ Così lo scorso gennaio il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Manuel de Oliveira Guterres, ha riassunto in una lettera agli Stati membri la situazione critica in cui si trova l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che a luglio potrebbe terminare i fondi necessari per funzionare.

Guterres, pur senza nominarli nella lettera, si rivolge in particolare agli Usa, che del budget ordinario dell’Onu coprono da soli oltre un quinto, e che oggi sono responsabili del 95% delle quote non versate. Queste ammontano a circa 2,2 miliardi di dollari, cifra che si ottiene sommando i 767 milioni dovuti quest’anno agli arretrati degli anni precedenti. A questi si aggiungono altri 1,8 miliardi di dollari che gli Stati Uniti non hanno pagato per le operazioni di mantenimento della pace. Totale: quattro miliardi di dollari@.

Il ritardo nei pagamenti degli Stati Uniti non è una novità: ha cominciato a manifestarsi negli anni Ottanta del secolo scorso, e nel 2024, quando il presidente era Joe Biden, gli Usa avevano un debito con l’Onu intorno al miliardo di dollari. Ma questa odierna, precisa il Segretario generale, non è una semplice crisi di liquidità come ce ne sono state in passato: stavolta ci sono Stati membri che, oltre a non avere versato la loro parte – questo era già successo -, hanno annunciato formalmente di non volerla versare. Gli Stati Uniti, appunto, e la Russia, che però incide dieci volte meno.

Ai mancati versamenti si aggiunge poi una norma finanziaria, risalente al 1945, che riduce ancora la disponibilità di fondi, imprigionando l’organizzazione in un «circolo vizioso kafkiano»: nel caso in cui l’organizzazione non spendesse gli stanziamenti dell’anno, infatti, dovrebbe restituire agli Stati membri ciò che non ha speso, anche se in realtà non ha mai ricevuto quei fondi, che sono, appunto, stanziati, assegnati, ma non sempre disponibili. Per il 2026, i fondi che l’Onu dovrebbe restituire sono pari a circa 300 milioni di dollari.

Bambibi Turkana e Samburu a Loyangallani, Kenya

Il bilancio dell’Onu

Per capire in che modo questa riduzione dei fondi limita il lavoro dell’organizzazione è utile ricordare rapidamente, e semplificando molto, in che modo le Nazioni Unite si finanziano. Come riporta il sito@ dell’organizzazione Better world campaign (Bwc), fondata e sostenuta dall’imprenditore dei media, filantropo e fondatore dell’emittente televisiva Cnn, Ted Turner, i finanziamenti degli Stati membri provengono da due fonti principali: i contributi obbligatori e quelli volontari.

I primi vengono stabiliti dall’Assemblea generale in base alla capacità di pagamento di un Paese, calcolata combinando diversi parametri, fra cui il Pil, il debito e le dimensioni della popolazione. Questi finanziano il grosso del cosiddetto bilancio ordinario (regular budget), che sostiene soprattutto il Segretariato, cioè la parte esecutiva dell’organizzazione, che si occupa di coordinare le risposte alle emergenze umanitarie e far funzionare le relazioni diplomatiche. Per il 2026, il bilancio ordinario è di 3,45 miliardi di dollari, in calo del 7% rispetto al 2025.

Le operazioni di mantenimento della pace, infine, sono sostenute da contributi obbligatori e invio di personale militare (peacekeeping operations). I Paesi che inviano soldati, invece di denaro, ricevono un rimborso. Per il 2026, gli stanziamenti per queste operazioni sono di 5,38 miliardi di dollari.

In totale, i contributi obbligatori ammontavano a circa 13 miliardi di dollari nel 2024 (ultimo dato consolidato disponibile).

Nello stesso anno 2024 i contributi volontari sono stati quasi 47 miliardi: il grosso della raccolta annuale, quindi. I contributi volontari si suddividono tra vincolati e non vincolati: Bwc li definisce la linfa vitale delle agenzie umanitarie e di sviluppo. Le agenzie che, insieme, ricevono oltre la metà dei fondi sono quattro: Programma alimentare mondiale (Wfp), Unicef, Programma Onu per lo sviluppo (Undp) e Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr).

Nel bilancio Onu 2024 sono inclusi, infine, i ricavi da altre attività (7,7 miliardi nel 2024), generati, ad esempio, da fornitura di servizi, investimenti e fluttuazioni dei tassi di cambio.

Il totale dei ricavi dell’Onu risulta dalla somma di queste componenti: contributi obbligatori, volontari e ricavi da altre attività. Esso è passato dai poco meno di 40 miliardi del 2011 ai 68 miliardi del 2024, con un picco di oltre 74 miliardi nel 2022@.

Mingranti accolti e rifocillati a Oujda in Marocco.

Interruzione di servizio

La principale vittima del possibile collasso di cui parla Guterres sarebbe il Segretariato sostenuto dai contributi obbligatori. Se questi non arriveranno, ad agosto 2026 gli uffici al Palazzo di vetro dovranno chiudere, il Consiglio di sicurezza dovrà riunirsi altrove, la sessione dell’Assemblea generale di settembre sarà annullata e smetterà di funzionare anche l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), solo per citare gli effetti più vistosi.

Nel corso degli anni», ha spiegato Farhan Haq, uno dei portavoce del Segretario generale, «abbiamo dovuto arrangiarci e utilizzare tutti i fondi a nostra disposizione per mandare avanti le nostre attività. […]. Non disponiamo delle riserve di liquidità necessarie per continuare a funzionare come abbiamo fatto negli anni precedenti@».

Se questi uffici non funzionano, non funziona ad esempio il coordinamento degli interventi umanitari, cioè non c’è un centro che aiuti le agenzie specializzate a lavorare insieme per rispondere a crisi umanitarie, come quelle causate dalle guerre o dagli eventi climatici estremi.

Se l’allarme lanciato da Guterrez a gennaio rispecchia una situazione inedita per gravità e urgenza, perché rischia di decapitare l’organizzazione bloccandone la capacità operativa, la riduzione dei fondi all’Onu è un problema diffuso che tocca anche direttamente le agenzie, non solo il Segretariato.

Ad esempio, il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), imposto dal presidente Donald Trump con un ordine esecutivo del gennaio 2025, è entrato in vigore a febbraio. È presto per dire quali saranno gli effetti sulla salute globale, ma nel 2024 il governo degli Usa aveva dato all’Oms un totale di 588 milioni di dollari sul totale di circa 3,2 miliardi: il 18% del budget dell’organizzazione.

Lo scorso 8 gennaio, Trump ha firmato un altro ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti da diverse organizzazioni internazionali, fra cui 31 delle Nazioni Unite@.

La necessità di ridurre la dipendenza del sistema Onu dagli Stati Uniti e il declino nella credibilità dell’organizzazione dovuto a inefficienza, scandali e sprechi sono tutti temi che meritano una profonda riflessione oltre ad azioni urgenti di riforma. Ma, fa notare ancora Better world campaign, i contributi del governo Usa al bilancio ordinario delle Nazioni Unite hanno fin qui rappresentato una quota pari allo 0,2% del bilancio federale: il costo per ciascun cittadino americano di circa la metà di un latte macchiato.

Distribuzione di cibo in tempi di siccità nel Samburu, Kenya

Gli effetti sul campo: Kenya e Tanzania

Secondo i dati consultabili sul sito delle Nazioni Unite in Kenya@, le risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel 2024 erano circa un miliardo di dollari. I fondi a disposizione nello stesso anno sono risultati essere 657 milioni di dollari e la spesa è stata di 528 milioni. Un terzo ha finanziato i programmi relativi all’obiettivo 2 per la riduzione della fame, il 16% è andato alle iniziativi legate all’obiettivo 3 sulla salute e il benessere, il 14,5% alle iniziative dell’obiettivo 5 per la parità di genere. Queste sono state le tre voci più consistenti.

Per dare un ordine di grandezza, basta pensare che nell’anno fiscale 2023/2024 il bilancio del Kenya@ era di circa 3.680 miliardi scellini, pari a 29 miliardi di dollari.

È presto per misurare i possibili effetti di quello che peraltro ancora non si può definire un ritiro definitivo delle Nazioni Unite, ma i missionari sul campo cominciano a immaginare possibili scenari. Il Sagana technical training institute, nella contea di Kirinyaga, spiega padre John Gachoki, «non riceve direttamente fondi da programmi Onu, ma molte strutture che lo circondano dipendono direttamente o indirettamente dalle agenzie delle Nazioni Unite». Se la mancanza di fondi dovesse interessare le strutture sanitarie pubbliche, i missionari si aspettano una riduzione delle campagne di vaccinazione (tra cui il tetano), delle attività di prevenzione e cura dell’Hiv/Aids, inclusa la distribuzione di farmaci antiretrovirali, e una conseguente forte pressione su farmacie e centri sanitari privati della contea, oltre che minori iniziative di sensibilizzazione sulla salute all’interno degli istituti educativi.

Da Loyiangalani, villaggio sul Lago Turkana, nel nord nel Paese, padre Abel Yoseph condivide le preoccupazioni del confratello riguardo ai programmi di prevenzione dell’Hiv e segnala che le Nazioni Unite sostengono, insieme ad altri donatori, anche dei programmi di risoluzione del conflitto fra gruppi etnici in aree come il Turkana: «Senza questi programmi di pacificazione, la situazione sarebbe compromessa», poiché i gruppi di mediatori non potrebbero più raggiungere le persone e sarebbe più probabile un aumento delle tensioni interetniche.

Anche in Tanzania gli effetti non sono ancora misurabili ma, spiega la responsabile dell’ufficio cooperazione Imc nel Paese, Modesta Kagali, «la crisi finanziaria delle Nazioni Unite rischia di avere ripercussioni, poiché il governo della Tanzania riceve fondi per progetti umanitari e di sviluppo in settori quali l’agricoltura, l’istruzione e la sanità». In questo ultimo settore, in particolare, «attraverso il Governo i nostri dispensari e l’ospedale di Ikonda hanno ricevuto aiuti per i programmi contro l’Hiv/Aids e la tubercolosi, e un’eventuale cessazione del sostegno avrà ripercussioni in termini di distribuzione di farmaci, test per l’Hiv e la tubercolosi, disponibilità di equipaggiamento e di attrezzature». La situazione del personale che lavora nel programma contro l’Hiv è molto precaria, perché è assunto e retribuito dal Stato. Dal 2021, la clinica per l’Hiv del Consolata Ikonda hospital ha fornito più di 44mila consulenze gratuite: servizi che sarebbero a rischio se le forniture di farmaci e i finanziamenti del programma dovessero cessare.

Migranti warao dal venezuela a Boa Vista in Roraima, Brasile

Migranti e rifugiati, il caso di Boa Vista

«Qui l’Onu continua a essere presente, ma con forti pressioni di bilancio», dice padre Juan Carlos Greco, impegnato nell’equipe che lavora con i migranti venezuelani a Boa Vista, nel nord del Brasile. Il suo punto di vista si basa sull’esperienza nell’Asemir, Articolazione ecclesiale dei servizi per migranti e rifugiati, rete coordinata dai missionari della Consolata, dalla fondazione gesuita Fe y Alegría e dalla Caritas diocesana, che coinvolge altre 10 istituzioni. «Alcune organizzazioni hanno sofferto per il taglio dei fondi che l’Unhcr trasferiva loro per le procedure necessarie a ottenere il “pre documento”, cioè il primo documento ufficiale rilasciato dalla Polizia federale (Pf) agli stranieri che cercano protezione internazionale, attività che queste organizzazioni svolgevano con l’aiuto di professionisti. Il lavoro viene svolto ora dal Servizio pastorale migranti solo con volontari.

Le stime per il 2026@- continua padre Juan Carlos – dicono che per mantenere queste attività di assistenza umanitaria in Brasile servono 113 milioni, da destinare principalmente a salute, istruzione, protezione dell’infanzia e disponibilità di rifugi (abrigos): nonostante i fondi siano passati dai 98 milioni di dollari del 2021 ai 113 stimati per il 2025, le lacune nei servizi sono tante: manca cibo, i programmi scolastici sono poco efficaci, ci sono episodi di violenza all’interno dei rifugi e anche la situazione della sicurezza è preoccupante a causa della presenza di gruppi criminali».

Il Brasile sta cercando con la sua nuova politica migratoria di rendere strutturale la risposta alla domanda d’accoglienza e di assumere un ruolo più autonomo dalle organizzazioni internazionali. Il rischio è che, senza finanziamenti sufficienti, le città di confine come Boa Vista debbano affrontare un sovraccarico nei servizi sanitari, educativi e abitativi. Lo stato di Roraima concentra già ora il 61,2% di tutte le richieste di asilo in Brasile, oggi anche e soprattutto presentate da cittadini cubani. «Il futuro dipenderà dalla capacità del Governo brasiliano di attrarre il sostegno del settore privato e della società civile, dalla collaborazione fra differenti livelli di governo», cioè fra il Governo federale e quello statale, «dalla cooperazione regionale per gestire i flussi migratori, dalla continuità nelle politiche inclusive che evitano l’emarginazione dei rifugiati e dal contrasto alla corruzione».

Chiara Giovetti

Bambini Warao a Boa Vista con richiesta di aiuto



La Parola, l’uomo e il mondo

Il nostro tempo si è finalmente accorto che tra i temi fondamentali da affrontare c’è quello ambientale. In verità, dovrebbe essere molto più presente e centrale nel dibattito pubblico rispetto a quanto non sia, ma aumentano i «luoghi» di riflessione (tra cui «Missioni Consolata») che oggi cercano di diffondere la consapevolezza della centralità della nostra gestione della natura per garantire a noi e alle generazioni future una vita sostenibile.

Per questo, vogliamo dedicare alcune puntate di questa nostra rubrica alla tematica ambientale, per cogliere cosa possiamo ricavare dalla Bibbia sul rapporto tra creazione ed esseri umani. Sullo sfondo – a volte, anche in primo piano – terremo l’enciclica di papa Francesco «Laudato si’», profonda riflessione cristiana sull’ecologia, peraltro proposta non solo ai cattolici, ma «agli uomini di buona volontà».

Tema silenzioso?

Quando un credente si pone davanti alla Bibbia, la tentazione può essere quella di andarvi a ricercare delle indicazioni esplicite, chiare, pensate per noi oggi, come se si trattasse di un ricettario o di un indice analitico di ciò che dobbiamo e non dobbiamo fare. È tuttavia chiaro a tutti noi che un approccio di questo tipo è inutile, a volte fuorviante e, in ultimo, non rispettoso né del testo biblico né della nostra intelligenza.

Gli autori sacri hanno, infatti, posto nella Bibbia lodi, racconti, riflessioni, leggi e altro in una lingua e una forma adeguate a esprimere il loro rapporto con Dio. Gli autori, ciascuno diverso dagli altri, lo hanno fatto ognuno nel proprio tempo, luogo e condizione di vita, che erano diversi dai nostri.

L’uomo ha sempre plasmato il mondo, trasformandolo per renderlo più facile da abitare. È però vero che fino a quasi duecento anni fa, noi uomini eravamo in un numero e avevamo delle possibilità tecnologiche tali da mandare eventualmente in rovina un piccolissimo angolo del pianeta (come sull’isola di Pasqua, secondo le ricostruzioni di alcuni storici), ma mai la Terra tutta. Da quando, invece, abbiamo scoperto antibiotici, elaborato vaccini e sviluppato la medicina moderna, permettendo di abbassare la mortalità precoce in tutto il mondo, e abbiamo iniziato a estrarre e bruciare petrolio e derivati in maniera massiccia, raggiungendo rapidamente ogni angolo del globo e immettendo nell’atmosfera grandi quantità di gas serra, le cose sono cambiate. Non possiamo chiedere agli autori biblici di darci risposte a problemi che non potevano neppure immaginare. Possiamo, però, farci guidare dalle loro impostazioni per cogliere che cosa potremmo essere chiamati a vivere noi.

È peraltro il lavoro che dovremmo fare sempre quando leggiamo la Bibbia: non pretendere ricette che non può darci, ma riconoscere che si tratta di riflessioni – spesso molto meditate – di persone che hanno scelto di tramandare nei secoli alcuni aspetti o modalità del loro rapporto con Dio, convinte che potessero essere utili anche per altri.

Insomma, nei testi biblici non troviamo riflessioni ecologiche come le intendiamo noi oggi, ma molte indicazioni preziose anche per l’ecologia.

Come iniziare una biblioteca?

I testi che oggi compongono la Bibbia sono nati poco per volta, probabilmente dapprima solo come rapidi appunti per non dimenticare gli insegnamenti di alcuni profeti o raccolte di indicazioni legate al culto da conservare in vista della ricostruzione di un tempio. A un certo punto, però, probabilmente durante l’esilio di Israele a Babilonia nella prima metà del VI secolo a.C., alcuni scribi decisero che testi di archivio, memorie, leggi tramandate a voce, racconti narrati di padre in figlio e anche altre riflessioni, andassero raccolti, organizzati, completati e messi a disposizione in un ordine preciso.

Questi autori stabilirono, quindi, che all’inizio andasse messo ciò che cronologicamente era accaduto prima (a noi che siamo andati a scuola nel sistema italiano sembra ovvio, ma non lo è neppure in tutte le organizzazioni scolastiche contemporanee) o che era più importante. Decisero peraltro che la storia del popolo ebraico, dai suoi inizi, o prima ancora, dovesse essere considerata fondamentale, rispetto alla storia di altri popoli, e venire, quindi, per prima. Pertanto, un libro come la Genesi è ottimo per aprire la collezione sacra. Sempre quegli autori, però, rifletterono sul fatto che non bastava cominciare dall’inizio della storia del popolo, con Giacobbe o Abramo, ma che fosse utile risalire ancora più indietro, perché l’umanità tutta non poteva essere lasciata fuori. Per questo composero i primi undici capitoli della Genesi che intendono parlarci non delle vicende del popolo di Dio, ma dell’umanità intera.

Questi scribi conoscevano senza dubbio i miti babilonesi della creazione. Anziché trascurarli e benché fossero stati conquistati proprio dai babilonesi e deportati nella loro terra, scelsero di utilizzarli nei loro scritti. Ma non li presero alla lettera. Instaurarono con essi un dialogo polemico, portandovi dentro la loro fede religiosa. Ecco che nacque il primo capitolo della Genesi, nel quale oggi possiamo trovare riflessioni preziose per noi.

Da dove il tutto?

La domanda sull’origine di tutto ciò che ci troviamo davanti non può non sorgere nei bambini, come pure negli inizi della storia umana. Su tale domanda torna anche il primo capitolo della Bibbia.

«In principio Dio creò». Le risposte dell’umanità alla domanda sugli inizi sono sempre state molto diverse tra loro, tanto che il celebre incipit della Genesi è tutt’altro che banale. La parola ebraica usata per indicare il «principio», così come accade anche alla corrispettiva parola italiana, è un termine che può significare molte cose: indica l’inizio, quando il tempo comincia, ma anche il criterio, il «principio di fondo» in base al quale si fanno le cose. Questo significa che gli autori del primo versetto della Genesi volevano sottolineare che, al fondamento di tutto, c’è l’azione creatrice di Dio.

Gli autori biblici non si ponevano questioni filosofiche e non si misero a ragionare su che cosa ci fosse prima dell’inizio della creazione, se il nulla o qualcosa d’altro. A loro interessava soltanto affermare che tutto ciò che esiste è iniziato a un certo punto, ed è stato voluto, e dipende da un’origine esterna, diversa da sé.

È un passaggio già decisivo, come chiarisce papa Francesco nella «Laudato si’», perché ci fa intuire molte cose anche del nostro vivere odierno. Gli autori della Genesi sostengono che tutto ciò che esiste è stato creato, è stato voluto da Dio, il quale ha deciso che venisse alla luce. Ci aiutano ad accorgerci che, in effetti, noi fruiamo di un bene, la vita, promettente in sé (anche chi dice di voler morire, lo fa per stanchezza, per sofferenze, per delusioni, non perché la vita sia brutta) e che nessuno di noi ha voluto, ha chiesto. Nessuno di noi ha faticato per ottenerlo. Nessuno, d’altronde, può posarlo e poi riprenderlo. Insomma, la vita ha in sé le caratteristiche del dono, di qualcosa che viene da fuori, senza ragioni (non è un acquisto), ed è una cosa buona, bella. Il racconto della creazione non si rivolge soltanto ai credenti, e aiuta tutti a intuire che fruiamo di un bene regalato. Possiamo anche non sapere da chi ci venga – come un gioiello che ci troviamo nella buca delle lettere in una busta senza mittente -, ma è comunque un dono. E ogni dono fa nascere una naturale reazione di riconoscenza.

Proprio il fatto che la vita, il mondo, la creazione tutta siano un dono, implica che nessuno può vantare dei diritti su di essi. Non sono qualcosa che «mi spetta». La creazione non è di qualcuno più che di qualun altro: è naturalmente destinata a tutti. Da questo presupposto discende il fatto che la creazione e i suoi beni hanno una destinazione universale, per tutti e per le generazioni.

In più, se vediamo che altri hanno ricevuto un dono come il nostro, ci sentiamo accomunati da un donatore unico, messi in comunione perché qualcuno ha regalato qualcosa di prezioso a tutti, indistintamente.

La polemica «illuminante»

Il discorso non finisce, tuttavia, qui. Chi scrive il primo capitolo della Genesi, come dicevamo, conosce i miti babilonesi della creazione, secondo i quali, all’interno di una rigida e inflessibile gerarchia divina, le divinità meno importanti devono pensare al benessere degli dèi superiori e hanno quindi, per nutrirli, creato il mondo. In questa cosmogonia, gli dèi più buoni hanno creato cose buone (la terra, la luce, il giorno, il sole, l’uomo), altri, invece, gli aspetti più negativi (il mare, la notte, il buio, la luna, la donna…). Era quindi giusto, per i babilonesi, affidarsi alle opere buone della creazione e diffidare di quelle negative.

Gli autori della Genesi, su questo punto, entrano in polemica. Dio crea il cielo e la terra, entrambi. E poi anche la luce e le tenebre. E poi ancora il mare e l’asciutto. E così via. Di tanto in tanto, poi, si ferma e fa il bilancio e decreta: «È cosa buona». Non esiste il cattivo, il male, nella creazione.

Quando gli autori arrivano a parlare degli astri, i quali erano venerati come dèi dai babilonesi, li rappresentano come semplici orologi che regolano il giorno e la notte: buoni anch’essi. Anzi, se gli dèi babilonesi (quelli superiori, quelli serviti dagli altri) di tanto in tanto vedevano il loro «sonno disturbato dal chiasso del mondo», il Dio biblico, al contrario, è felice del brulicare della vita, che invita a moltiplicarsi. Tutto è buono.

A fare eccezione è solo l’uomo, che è non solo «buono», ma «molto buono», anche perché creato a immagine di Dio. Ciò che ha fatto Dio, anche l’uomo è chiamato a farlo, per essere perfetto e compiuto.

Questo mondo si presenta come un mondo ideale: non c’è violenza, non esistono carnivori (come il mondo ideale sognato dai bambini), tutto è in armonia e non deve nascondersi né temere nulla. I sogni dei bambini rischiano di essere disincarnati e ingenui, ma sono anche chiarissimi nell’individuare il progetto ideale per l’umanità, il meglio possibile, il sogno di Dio, che è l’assenza del male, anche di quello compiuto per la sopravvivenza (come la macellazione di un animale per mangiarne la carne).

Un primo punto

È presto per trarre conclusioni su come la Bibbia suggerisce di trattare la questione ecologica. Ma qualcosa si può già dire.

Il mondo è creato, non viene da sé. Questo lo pone in una dimensione di riconoscenza verso il creatore, anche qualora non lo conoscesse. E ciò mette, tra l’altro, in rapporto di fraternità il mondo tutto con l’essere umano, il quale è, tuttavia, su un gradino più alto. Non c’è spazio, a quanto pare, né per il disinteresse verso il creato, né per l’idea che l’uomo sia una creatura tra le tante, perché è quella prediletta di Dio. Che cosa è l’essere umano, che cosa ciò significhi, dovrà ancora essere precisato.

Per la «Laudato si’», però, questa sola pagina implica il dovere per gli uomini di prendersi cura del creato tutto, a cui sono superiori ma con cui si trovano in un rapporto di fraternità, avendo ricevuto lo stesso dono.

Angelo Fracchia
(Danza a tre 1 – continua)




Tra le mie mani, la tua pace

Hai posato il tuo sguardo nel mio,
il tuo cuore sul mio.
Senti chiaro il mio turbamento:
tu te ne vai, e io non so dove.
Dici che viene il Principe di questo mondo,
e io non so come, sotto quale aspetto.
E so che non so vincerlo.

«Non vi lascio orfani», affermi, mentre prendi congedo.
E mi comandi di tenere nel fodero la spada,
nonostante le ingiustizie sui poveri, le armi sugli inermi, il sangue sui nostri figli.

Tornerai, dici. E io non so come attenderti.
E rabbrividisco al suono di una sirena antiaereo,
al ronzio di un drone, al silenzio di ordini digitati su uno schermo.

Mi lasci tra le mani la pace, la tua pace.
E le mie mani tremano: di paura, di odio, rassegnazione.
Mi pare più ragionevole la pace come la dà il mondo:
opporre alla violenza una violenza appena un poco più grande,
alla morte una morte appena un poco più efficace.
È semplicemente l’unica via possibile. Mi sembra.

«Vado a prepararti un posto. Manderò lo Spirito», hai sussurrato.

«Non sia turbato il tuo cuore, non temere.
Te lo dico ora, prima che avvenga, perché quando avverrà, tu creda».

E io ci provo a credere che il Principe di questo mondo
non può nulla contro te, contro me.
Che la violenza non può che generare violenza, e la morte, morte, fintanto che qualcuno non le spezza.

Forse con l’accoglienza che genera accoglienza, con la vita che genera vita.

«Non ti lascio solo», mi dici. «Sarò con te tutti i giorni».

Infine aggiungi, «Alzati ora, andiamo».

E io reggo tra le dita incerte la pace, la tua pace, da restituire al mondo.

Buon cammino disarmato e disarmante
verso la Pasqua,

da amico
Luca Lorusso

Leggi tutto qui

https://amico.rivistamissioniconsolata.it/



La Bolivia post socialista fra dialogo e incertezza

Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, racconta la sua esperienza in Bolivia, dove ha vissuto dal 2013 al 2023, e fornisce qualche chiave di lettura del presente.

«Quando arrivai in Bolivia, nel 2013, il Paese era un laboratorio a cielo aperto, impegnato a rendere concreti i principi sanciti dalla Costituzione del 2009, che riconosceva l’esistenza, il valore e il diritto a vivere (secondo la loro cultura) dei popoli originari». Suor Stefania Raspo è una missionaria della Consolata che oggi è in Italia come consigliera generale del suo Istituto. Descrive così il fermento che animava il Paese nei primi anni di questo secolo, dopo che il cammino popolare guidato dal Movimiento al socialismo, Mas, il partito di sinistra fondato dal leader indigeno di etnia aymara, Evo Morales@, aveva portato alla redazione di una nuova Costituzione. Il primo articolo definiva la Bolivia Stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario@.

C’era un’alchimia, continua suor Stefania, che univa una forte identità di popolo a uno sforzo di riappropriazione di quella stessa identità a livello politico e sociale. I colonizzatori spagnoli e, dopo di loro, l’élite fondatrice della Repubblica nel XIX secolo, avevano impedito in modo sistematico ai popoli originari di godere degli stessi diritti della popolazione di origine europea. Questi popoli rappresentano tuttora una grossa parte della popolazione: secondo il censimento del 2024, su 11,3 milioni di boliviani, sono stati 4,3 milioni i cittadini che hanno risposto di autoidentificarsi come appartenenti a un popolo indigeno originario: il 38% del totale. I gruppi etnici più consistenti sono i popoli Quechua, Aymara e Guaraní. I primi due vivono principalmente nella zona dell’Altopiano e contano circa 1,6 milioni di persone ciascuno, mentre il popolo guaraní, il terzo più numeroso, conta 103mila persone.

La scuola plurinazionale

Un esempio molto chiaro dell’alchimia fra l’identità di popolo e la sua declinazione in chiave sociopolitica è quello della riforma del sistema scolastico. Suor Stefania ha potuto osservare più da vicino rispetto ad altri settori, grazie a una lunga collaborazione con i maestri rurali della zona di Vilacaya, dipartimento di Potosí, nella parte del Paese occupata dalle Ande, dove ha lavorato dal 2013 al 2023.

La riforma doveva adattare il sistema educativo, sia pubblico che privato, ai valori della nuova Costituzione. Doveva farlo mettendo insieme la lingua e le conoscenze dei popoli originari, con lo studio in lingua spagnola e anche in inglese. Il risultato è stato una scuola trilingue, che aveva programmi specifici a seconda dell’area geografica.

«Tutto questo ha richiesto un grande sforzo di aggiornamento da parte dei maestri – racconta suor Stefania -, che hanno dovuto rimettersi a studiare. E ha anche permesso a molti di loro di prendersi una laurea».

Se per diventare maestri era bastato loro un titolo di scuola secondaria acquisito con un corso di 4 anni, il nuovo Programma di formazione complementare (Profocom) per gli insegnanti in servizio, totalmente finanziato dallo Stato, permetteva a maestre e maestri di formarsi ottenendo al contempo il titolo accademico di Licenciatura (laurea, appunto)@.

Ci sono state anche delle resistenze: «Lasciare una forma mentis per entrare in un’altra non incontrava l’interesse e la visione politica e socioculturale di tutti. Ma è stato bello assistere a questo sforzo di valorizzare le culture all’interno di un sistema educativo che fosse anche aperto al mondo».

La Bolivia e il mondo

Il mondo, a sua volta, si è aperto alla Bolivia nel decennio che suor Stefania ha passato a Vilacaya. Un esempio è quello delle telecomunicazioni: «Quando sono arrivata, c’era solo il collegamento, senza internet, e per trovare il segnale bisognava camminare fino alla cima di una collina. Dieci anni dopo c’erano antenne 4G un po’ ovunque».

La rete e la disponibilità di smartphone sta cambiando la vita delle persone di Vilacaya, ma molto lentamente: si tratta comunque di una zona senza grandi traffici commerciali, dove continua a restare viva la pratica del baratto. Solo di recente si è diffuso l’uso del denaro e sono arrivate le carte di debito, preferite soprattutto dalla parte più giovane della popolazione, la quale tende anche a usare di più la lingua spagnola rispetto alle generazioni precedenti.

Diverso è il ritmo a cui si muove l’economia nelle valli orientali, i cosiddetti Llanos, la zona che confina con il Brasile e che ha visto, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, una decisa accelerazione incentrata sull’allevamento e sulla produzione agricola, in particolare di riso.

Con il suo maggior peso economico, la zona delle valli orientali ha iniziato ad avere anche un maggior peso politico, che nel passato si era invece concentrato nella zona andina, o Altipiano, e sub andina (le Valles)@, dove si trovano le miniere di metalli e le riserve di gas naturale, che sono state, tuttora sono, le voci trainanti dell’economia.

Questo affermarsi delle valli orientali, in un certo senso, costringe a bilanciare la visione diffusa della Bolivia come Paese andino: «Lo è, certo: per un terzo del suo territorio», spiega suor Stefania, «ma non bisogna dimenticare che due terzi della superficie della Bolivia sono Amazzonia». Rientrano nel cosiddetto bioma amazzonico, ovvero il complesso di ecosistemi in cui prevale la foresta pluviale, ma che include anche altri ecosistemi, come savane e praterie.

L’Amazzonia si estende su nove stati dell’America meridionale@ e sta subendo anche nella sua parte boliviana una forte deforestazione.

Quale Bolivia dopo il socialismo?

Lo scorso novembre, dopo vent’anni di governo del Mas, un politico di destra moderata ha vinto le lezioni. Si chiama Rodrigo Paz Pereira e il suo slogan è «capitalismo para todos», che – come ha scritto Missioni Consolata@ all’indomani delle elezioni – consisterebbe in un’apertura al libero mercato senza dimenticare le riforme sociali del Mas che hanno permesso a molte persone di uscire dalla povertà estrema.

«Se fino ad agosto la Bolivia era allineata con i Paesi socialisti dell’America Latina, a cominciare da Venezuela e Cuba», dice suor Stefania, «il primo atto del nuovo presidente è stato quello di avvicinarsi agli Stati Uniti, fino a quel momento il principale avversario». È presto, secondo suor Stefania, per dare qualunque giudizio su questo governo. Quel che è certo, però, è che Paz eredita un Paese con una crisi economica molto profonda e una grave mancanza di liquidità. «Lo stato dava sussidi alle importazioni del carburante coprendone la metà del costo, questo ha dissanguato le casse pubbliche. Ora la destra ha tolto queste sovvenzioni, anche spinta dalle imprese, che preferiscono avere benzina e gasolio al doppio del prezzo di prima che non averne per niente». Il risultato, riportava Bbc Mundo a dicembre, è che la benzina è passata da 0,53 dollari a un dollaro al litro e il gasolio a 1,58 dollari@.

Proprio sui temi economici sono iniziate le tensioni fra il governo e la Central obrera boliviana, Cob, il potente sindacato che anche negli anni di Morales ha organizzato numerose proteste e blocchi stradali che, non di rado, sconfinavano nello scontro fisico fra manifestanti e polizia.

«Forse è solo un’impressione», continua suor Stefania, «ma mi sembra che questo governo stia provando a negoziare di più del precedente con le parti sociali: la legge di bilancio del 2025 è stata modificata anche in base al confronto e al dialogo con i sindacati».

Il dialogo con i popoli originari

Il dialogo è il grande protagonista del racconto di suor Stefania e, più in generale, del lavoro delle suore della Consolata in Bolivia. «Come Missionarie della Consolata, nel nostro vivere con i popoli nativi puntiamo molto al dialogo interculturale. A noi piace chiamarlo “dialogo interspirituale”, anche se il termine non esiste. Significa condividere le esperienze dell’incontro con Dio». Un tratto tipico della missione ad gentes che, assicura la missionaria, arricchisce tantissimo. Antropologa di formazione, ha trovato in questo dialogo anche un valido alleato per i suoi studi: dopo la laurea in filosofia con indirizzo antropologico a Torino, ha avuto la possibilità di perfezionarsi proprio in Bolivia, con un lavoro sull’esperienza del divino e del sacro, approfittando di un approccio alla disciplina «molto localizzato, come è comune in America Latina, dove l’antropologia cerca di distinguersi dalla matrice delle due grandi scuole, quella inglese e quella statunitense».

Lontano dall’essere solo un esercizio teorico, il dialogo interspirituale è un «dialogo di vita, del giorno per giorno, con il vicino di casa, con le persone che incontri, scoprendo delle ricchezze grandissime che ti insegnano a crescere nella fede e nel rapporto con Dio». 

La zona di Vilacaya è ancora molto legata alle proprie radici ancestrali e lo si vede specialmente in due aspetti: la relazione con i santi, «molto inculturata nella realtà e nella cosmovisione locali», e quella con la Madre Terra, che fonda l’esistenza e dà significato a tutto. Da questo emerge una devozione vissuta in modo molto «vivo ed esistenziale», una capacità di fede e di relazione con l’altro che riesce a essere sia immediata che profonda.

Questa devozione si è codificata anche in momenti di ritualità, ma è ancora una volta il dialogo del giorno per giorno che ha fornito a suor Stefania gli esempi più potenti: «Le persone in quelle zone sono in genere molto pacate nell’esprimersi, ma ricordo l’intensità con cui, una volta, un signore mi parlò della sua relazione con la Madre Terra: mimava con le mani il gesto del raccogliere i doni della terra e quello del ringraziare. Si emozionò nel farlo, e fece emozionare anche me. Qualcuno definisce idolatria i culti della Madre Terra, a me sembra invece una capacità di entrare in contatto con tutto quello che ci circonda. Una capacità che avevamo anche noi – io ricordo di averla assaporata con la mia famiglia, per via delle mie origini contadine – ma l’abbiamo un po’ persa per strada».

Fare con gli altri

Se si lavora a livello pastorale in America Latina, riflette suor Stefania, ci si trova quasi sempre a dover coprire spazi enormi con pochi agenti pastorali e a volte si rischia di perdersi un po’ nel correre di qua e di là. Ma concentrarsi sul dialogo aiuta anche a contenere questo rischio: «Sono i maestri rurali, che conoscono bene tutte le famiglie e le problematiche, ad averci fatto da ponte per capire i bisogni delle comunità». E il bisogno più chiaro era quello del sostegno all’istruzione.

L’area di Vilacaya è molto colpita dal cambiamento climatico e dalla desertificazione, che va avanti da 40 anni: il verde scompare e resta il deserto. Questo è ovviamente un problema per una società contadina, che si impoverisce perché non è più in grado di vivere con i prodotti della terra. Spesso la sola possibilità è la migrazione, stagionale o definitiva, e nei villaggi restano solo le persone più umili. «Le scuole primarie sono piccole, ma ci sono, e le comunità hanno indicato come bisogno prioritario quello di sostenere i ragazzi nello studio, sia con materiale e risorse didattiche, sia con l’alimentazione». In questo secondo caso, le iniziative delle suore sostengono le mense, oppure il solo programma di merenda, «che di fatto è un pasto a tutti gli effetti, come riso e lenticchie o un piatto di pasta».

Per ora non si registrano casi di vera e propria malnutrizione, «ma gli ultimi anni sono stati molto duri e diverse famiglie sono venute a bussare alla nostra porta per chiedere cibo».

Le suore della Consolata non hanno iniziative nell’ambito della salute o dell’accesso all’acqua, perché «lo Stato finora ha portato avanti in modo efficace l’assistenza sanitaria capillare anche nelle aree rurali». Gli attuali tagli alla spesa pubblica dovuti alla difficile situazione finanziaria del Paese, tuttavia, sono preoccupanti e occorrerà monitorarne gli effetti sulle fasce più fragili della popolazione.

Un’altra iniziativa è il sostegno a corsi universitari per ragazze. «L’Università in Bolivia è molto cara e le donne incontrano grandi ostacoli a entrare nel mondo del lavoro. Il progetto che abbiamo sostenuto ha già permesso a quattro ragazze di finire i corsi universitari o comunque di istruzione post secondaria. Sono ragazze che vengono da famiglie numerose che non potrebbero sostenerle negli studi».

La cooperazione delle Missionarie della Consolata può contare sull’organizzazione «Allamano fra i popoli», che fino al 2025 è stata una onlus e ora sta facendo il passaggio a ente del terzo settore. «Una sorella all’ufficio progetti raccoglie le richieste di aiuto dalle missioni e, a partire da quelle, presentiamo ai donatori una realtà e una cifra da raccogliere»@.

«Se dovessi dirti una cosa della mia esperienza in Bolivia che oggi farei in modo diverso», conclude Stefania, «forse mi concentrerei di più sullo studio della lingua all’inizio della missione: molte persone – specialmente le donne – capiscono lo spagnolo, ma non lo parlano, e la lingua quechua mi avrebbe aiutato a entrare meglio in relazione con loro. Sono invece molto soddisfatta delle visite alle comunità, che cerchiamo sempre di fare con una certa frequenza».

Non è insolito che le persone si sentano abbandonate dalla Chiesa: i territori sono così vasti che i sacerdoti non sempre riescono ad arrivare dappertutto. Quanto alle autorità pubbliche, a volte trascurano certe zone perché non ci sono abbastanza elettori e le comunità non hanno quindi peso politico. «Per questo, visitare una comunità e vedere la gioia delle persone che non si sentono più abbandonate mi ha sempre emozionato molto. È tempo ben speso».

Chiara Giovetti

Fonti

La Bolivia in dati

  • Nome: Stato plurinazionale della Bolivia
  • Capitali: Sucre e La Paz
  • Popolazione: 11.365.333 (censimento 2024), di cui 4,3 milioni si autoidentificano come appartenenti a una nazione o a un popolo indigeno originario o afroboliviano
  • Estensione: 1.098.581 km² (tre volte l’Italia), di cui 65% bioma amazzonico
  • Lingue: spagnolo (8,1 milioni di persone), quechua (1,4 milioni), aymara (775mila), guaraní (44mila) e altre 34 lingue ufficiali
  • Gruppi etnici principali: Quechua (1,65 milioni); Aymara (1,59 milioni); Guaraní (103 mila)
  • Moneta: boliviano (pari a 7,85 euro, media 2025)
  • Pil: 55 miliardi di dollari Usa (1/43 di quello italiano)
  • Crescita annuale -1.12% (2024)
  • Aspettativa di vita alla nascita: 69 anni (2023)
  • Popolazione urbana: 71,24% (2023)
  • Accesso all’elettricità: 99,9% (2022)
  • Accesso individuale a internet: 70,2% (2023)
  • Esportazioni: 58% minerali (zinco, stagno, piombo, argento, oro, litio, tungsteno e altri); 12% idrocarburi (soprattutto gas naturale); 20% prodotti alimentari; 10% altro
  • Importazioni: 30% combustibili e lubrificanti (soprattutto gasolio e benzina), 27% prodotti industriali (ad esempio siderurgici o chimici); 16% beni strumentali come macchinari e attrezzature; 10% articoli di consumo; 9% mezzi di trasporto; 6,7% cibo e bevande; 1,3% altro



Mai dire patrimoniale

L’Italia è un Paese fondato sull’ingiustizia fiscale. Di conseguenza, la disuguaglianza cresce e lo Stato non ha risorse sufficienti per i servizi. Una soluzione ci  sarebbe: invece di fare sconti ai «paperoni», sarebbe utile introdurre una patrimoniale.

Stando ai dati del 2024, in Italia la sfera pubblica amministra oltre 1.100 miliardi di euro, un importo corrispondente a circa il 50% del Prodotto interno lordo (Pil).

La cifra comprende tutto: dalle pensioni al sostegno di individui e famiglie, dall’istruzione all’ordine pubblico, dall’apparato giudiziario al funzionamento della pubblica amministrazione, sen-za dimenticare gli interessi sul debito pubblico.

In ordine decrescente, la prima spesa è quella per pensioni (comprese quelle sociali) che assorbono 337 miliardi, ossia il 30% dell’intera spesa pubblica. Seguono la sanità con 138 miliardi (12%), il sostegno a individui e famiglie con 109 miliardi (10%), gli interessi sul debito 85 miliardi (8%), l’istruzione 79 miliardi (7%) e più giù il complesso militare con 32 miliardi (2,9%).

Il prelievo fiscale

Come si sa, lo Stato non vende ciò che fornisce, tutt’al più chiede delle compartecipazioni sui servizi. Ragion per cui si procura il denaro di cui ha bisogno tramite la fiscalità che consiste in prelievi forzosi, strutturati attorno a due canali principali: i contributi (oneri) sociali e i tributi.

I contributi sociali sono prelievi attuati in sede di produzione sul valore dei salari; i tributi sono prelievi sui proventi e i consumi delle famiglie. Gli oneri sociali contribuiscono al 25% del fabbisogno dello Stato; i tributi al 59%. Ciò che manca, proviene da altre fonti come profitti da partecipazioni societarie e compartecipazioni dei cittadini ai servizi ottenuti (ad esempio, il ticket pagato per una visita medica). Inoltre, se le normali forme di entrata non bastano, lo Stato copre la differenza con l’indebitamento che, nel 2024, è stato di 75 miliardi. Somma che, aggiunta agli indebitamenti precedenti, ha portato il debito complessivo dello Stato italiano a 3mila miliardi di euro.

Nel 2024 l’imposizione fiscale (oneri sociali e tributi) in Italia ha prodotto un gettito di 933 miliardi di euro che rappresenta il 42,6% del Pil.

Tale percentuale è nota come pressione fiscale e indica la quota di ricchezza di cui lo Stato si appropria in maniera forzosa. Molti ritengono che, in Italia, abbiamo una pressione fiscale spropositata, ma in altri paesi dell’Unione europea è anche più alta. Valgano come esempio l’Austria, la Danimarca, la Francia con livelli attestati rispettivamente al 43,2%, 43,5% e  44,3% del Pil.

Il problema della pressione fiscale non è la percentuale in sé, ma i criteri di imposizione adottati, e l’uso che viene fatto del prelievo fiscale. Se gestito con l’intento di fare cassa per spese inutili e dannose, il prelievo fiscale è odioso, ma se è gestito con criteri di equità per spese finalizzate al miglioramento della vita di tutti, è un potente motore di livellamento sociale e di promozione della dignità umana.

L’articolo disatteso

Per capire la qualità del prelievo fiscale in Italia, conviene partire dalla Costituzione che, al tema, dedica l’articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Un testo conciso che, con poche parole, esprime tre concetti fondamentali. Il primo: tutti devono fare la propria parte. Il secondo: ognuno deve contribuire in base alle proprie possibilità. Il terzo: chi più ha, più deve mettere. Purtroppo, né il secondo, né il terzo principio sono adeguatamente applicati. Il secondo perché alcuni canali di ricchezza godono di trattamenti fiscali agevolati o non sono tassati affatto. Il terzo perché la progressività messa in campo lascia molto a desiderare.

Le aliquote sui redditi

La progressività è un concetto matematico che, in linguaggio corrente, può essere riassunto con la massima coniata dai ragazzi di Barbiana in Lettera a una professoressa: «Non c’è niente di più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali». Che, in ambito fiscale, diventa «non c’è niente di più ingiusto che applicare la stessa percentuale di prelievo su redditi disuguali». Un esempio fa capire bene perché.

Se hai due figli a carico e guadagni mille euro al mese, cento euro di imposte possono risultarti fatali. Se – invece – guadagni diecimila euro, anche se paghi mille euro di imposte puoi continuare a vivere nel lusso. Eppure, in ambedue i casi, verrebbe applicata la stessa percentuale di prelievo, ossia un’aliquota del 10%. Chiaro esempio di come le aliquote abbiano un diverso peso specifico in base al reddito percepito e come sia necessario differenziarle per garantire un minimo di equità.  A questo punta la progressività: adottare un metodo di tassazione che procede per scaglioni. Ossia tassazione zero fino a un certo ammontare di reddito riconosciuto come indispensabile per poter vivere, e poi aliquote crescenti sulle diverse porzioni di reddito che si aggiungono.

A titolo di esempio, la progressività potrebbe essere articolata come segue: esenzione universale e incondizionata fino a 10mila euro l’anno, 10% sull’aggiunta di 5mila euro, 11% sull’ulteriore aggiunta di 5mila euro, 13% sull’aggiunta successiva e avanti di questo passo, fino a raggiungere il 90% sulle quote milionarie.

La progressività procede per aliquote crescenti sugli importi che si aggiungono perché la ricchezza incamerata svolge funzioni diverse via via che cresce. Le quote più basse non possono essere toccate, o possono essere toccate poco, perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa, le quote che si aggiungono sono risparmiate o utilizzate per consumi sempre più di lusso, per cui possono essere tassate con aliquote elevate senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma – anzi -migliorandola perché, con maggiori introiti, lo Stato può garantire servizi migliori per tutti. Senza contare che la progressività riduce le disuguaglianze e rafforza la cultura della solidarietà.

L’Irpef, l’Iva e le altre

In Italia, l’imposta sul reddito, ossia su ciò che entra nelle nostre tasche come ricchezza corrente, si chiama Irpef, acronimo di «Imposta reddito persone fisiche».

Quando venne introdotta, nel 1974, era strutturata su 32 scaglioni, l’ultimo dei quali al 72% su un reddito che – rivalutato al costo della vita di oggi – corrisponderebbe a quattro milioni di euro o poco più. Gradatamente gli scaglioni sono stati ridotti fino a diventare tre, tra i quali il più alto è al 43%, oltre i 50mila euro.

Va detto, tuttavia, che l’Irpef rappresenta solo una parte di ciò che versiamo alle casse pubbliche, e neanche la più voluminosa.

Altre due voci hanno un grande peso e hanno il difetto di essere in percentuale fissa. Si tratta dei contributi sociali e dell’Iva, l’Imposta sul valore aggiunto.

Mettendo insieme tutte le somme che versiamo allo Stato, ci rendiamo conto che la progressività in Italia è molto blanda e che, oltre certi importi, vige addirittura la regressività, ossia aliquote decrescenti.

Una ricerca condotta dall’Istituto superiore Sant’Anna di Pisa relativa al 2015 riporta che la pressione fiscale passa dal 40% per i redditi al di sotto di 15mila euro, al 50% per i redditi attestati sui 62mila euro, e scende poi sui redditi oltre gli 82mila euro. Ad esempio, è del 35% per chi guadagna 530mila euro.

Lo studio mette in evidenza che, per assurdo, chi percepisce me-no di 7mila euro l’anno, come chi vive di sola pensione minima, subisce una pressione fiscale del 50%. Artificio dovuto al fatto che, spendendo tutto ciò che incassa, paga alte tasse indirette su tutti i suoi proventi.

La quantità di persone che può usufruire di un sistema fiscale regressivo è piccola, dal momento che corrisponde al 5% più ricco della popolazione adulta, ossia due milioni e mezzo di individui. Individui, questi, che incamerano oltre un quarto della ricchezza complessiva prodotta nel nostro Paese.

Foto Gerd Altmann-Pixabay.

La disuguaglianza

In effetti, l’Italia è nel gruppo dei paesi industrializzati a maggiore disuguaglianza sociale. Questo dato si ricava non solo da come è distribuito il reddito nazionale, ossia la ricchezza prodotta annualmente, ma anche da come è ripartito il patrimonio nazionale, ossia la ricchezza accumulata sotto forma di edifici, risparmi bancari, proprietà aziendali.

La Banca d’Italia certifica che il 10% più povero della popolazione possiede meno dello 0,1% del patrimonio complessivo, mentre il 10% più ricco possiede il 52%. E le differenze si stanno accentuando, considerato che, dal 2020 al 2022, la ricchezza del 10% più ricco è cresciuta di due punti percentuale.

La disuguaglianza è una piaga di livello mondiale che un fisco più giusto potrebbe arginare. Attraverso tre scelte di fondo: maggiore progressività sui redditi, un’alta tassazione sulle eredità più ricche, la tassazione dei grandi patrimoni. Ma, invece di organizzarsi per ridurre le disuguaglianze, oggi gli Stati sono in gara fra loro per richiamare in casa propria i paperoni mondiali, seducendoli con trattamenti fiscali di favore. In Europa, già da tempo immemorabile, paradisi fiscali come Monaco, Andorra, Svizzera, fanno ponti d’oro ai ricchi stranieri che si insediano nei loro confini, ma ora questo tipo di offerta è avanzata anche da Grecia, Malta, Portogallo e perfino dall’Italia.

Asilo fiscale per i paperoni

L’ingresso dell’Italia nel club degli offerenti asilo fiscale ai paperoni mondiali è avvenuto con la legge finanziaria varata nel dicembre 2016, ad opera del Governo guidato da Matteo Renzi. Allora, come oggi, il Governo era alla ricerca di soldi senza affondare le mani nelle tasche dei ricchi nostrani, e varò una legge che permetteva ai ricchi stranieri di prendere la residenza nel nostro Paese con la garanzia che, per quindici anni, nessuno avrebbe indagato sui loro guadagni esteri in cambio di una tassa forfettaria di centomila euro all’anno, più altri benefici per i loro familiari.

Nel corso degli otto anni successivi l’ammontare è stato rivisto prima a duecentomila euro, poi a trecentomila da parte dell’ultima finanziaria varata nel dicembre 2025.

Dai documenti della Corte dei Conti, si apprende che, nel 2023, i paperoni stranieri che avevano aderito all’offerta italiana erano 2.875. Lo studio legale Maisto e Associati stima però che, in seguito, se ne siano aggiunti altri 1.200. In tal modo, il totale odierno sarebbe di oltre 4mila persone, tutte ritenute Uhnwi, sigla inglese che sta per «Individui a ricchezza netta ultra elevata» (Ultra high net worth individual). Persone, cioè, con patrimoni superiori ai 30 milioni di dollari.

Nel mondo ne sono stati censiti mezzo milione sparsi in ogni continente, compresa la poverissima Africa. Benché rappresentino solo lo 0,006% della popolazione mondiale, gli ultra ricchi posseggono il 13% della ricchezza privata totale.

Quali risultati si aspettasse il governo Renzi prostituendosi ai paperoni stranieri non è dato saperlo, ma, alla resa dei conti, il beneficio economico per le casse pubbliche italiane è stato piuttosto modesto.

Nel 2023 il gettito è stato di 315 milioni di euro, ossia lo 0,03% dell’intera spesa pubblica. Un risultato insignificante che, però, ha notevoli costi sociali e politici. Sul piano sociale ne sanno qualcosa città come Milano, Roma, Firenze, i centri urbani prescelti dai ricchi stranieri.

In queste città, l’incetta di appartamenti da parte dei nuovi residenti ha fatto lievitare a dismisura il prezzo delle abitazioni, rendendo più cari non solo gli acquisti, ma anche gli affitti. Sul piano politico, il danno è valoriale perché normalizza, anzi legittima, le disuguaglianze. Che, al contrario, andrebbero combattute, cominciando con un sistema fiscale seriamente progressivo su ogni manifestazione di ricchezza.

Grandi patrimoni

Non a caso gli economisti più attenti insistono sulla necessità di tassare anche i patrimoni, almeno quelli oltre un certo ammontare. Un’imposta patrimo-

niale avrebbe un grande effetto livellatore, non solo perché andrebbe a colpire le accumulazioni più scandalose, ma anche perché fornirebbe allo Stato i soldi necessari a garantire sanità, istruzione e altri servizi fondamentali per tutti i cittadini.

La Cgil ha calcolato che una tassa di appena l’1,5% sui patrimoni superiori a due milioni di euro, in Italia garantirebbe un gettito aggiuntivo di 26 miliardi che permetterebbe di rimettere in sesto la sanità e sostenere meglio le famiglie più fragili, senza ricorrere al debito. La dimostrazione che la strada giusta da seguire non è quella dei favori e dei condoni, ma quella indicata dalla Costituzione.

Francesco Gesualdi

I principi del sistema fiscale italiano sono iscritti nella Costituzione , ma la realtà si sta muovendo in direzione opposta. Foto Gerd Altmann-Pixabay.