Il capitalismo delle piattaforme digitali

Testo di Francesco Gesualdi |


L’intermediazione è sempre esistita, ma è cambiata con l’avvento di internet. Oggi dominano e-Bay, Airbnb, Uber e le varie piattaforme per la consegna del cibo a domicilio. Avvantaggiate anche dalla pandemia.

Gli inglesi, che in fatto di lingua sono piuttosto fantasiosi, l’hanno battezzata «gig economy», l’economia dei lavoretti. Si riferisce a tutte quelle attività che, un tempo, erano svolte da studenti desiderosi di procurarsi qualche soldo per le proprie spese personali, ma che, in tempi di disoccupazione, sono effettuate anche da chi deve mantenere una famiglia.

Fino a una ventina di anni fa, poteva essere il servizio occasionale reso come baby sitter o come manovale nei traslochi, ma oggi è un’attività strutturata che ruota attorno alle cosiddette «piattaforme».

Prima di internet, la parola piattaforma evocava una struttura da utilizzare come base d’appoggio di un carico o di una costruzione. È piattaforma la pedana di legno allestita per la realizzazione di uno spettacolo, come è piattaforma il carrello elevatore su cui salgono i vigili del fuoco per raggiungere i piani alti da soccorrere. E ancora sono piattaforme le imponenti strutture costruite in mare per ospitare le trivelle deputate alla perforazione del fondale marino alla ricerca di petrolio. In epoca digitale, la parola piattaforma ci porta invece in ambito virtuale, nei luoghi evanescenti di internet creati per mettere in comunicazione chi richiede qualcosa e chi lo offre.  In fondo si tratta di mercati che invece di svolgersi di persona nelle piazze o nelle borse, avvengono per via telematica tramite luoghi virtuali: le piattaforme online.

I mercati virtuali

La prima piattaforma online venne allestita nel 1995 da un iraniano naturalizzato statunitense, tale Pierre Omidyar, che fondò e-Bay. Laureato in scienze informatiche, si era reso conto che internet era diventato un formidabile canale di comunicazione che la gente utilizzava non solo per scambiarsi foto, saluti e opinioni, ma anche per darsi appuntamenti, concordare iniziative e aiutarsi a risolvere piccoli problemi  quotidiani tramite lo scambio di oggetti o la condivisione dell’auto e altre apparecchiature domestiche. Insomma, internet aveva fatto emergere il lato collaborativo delle persone e qualcuno azzardò la nascita di una nuova economia che il mondo anglosassone battezzò «share economy», l’economia dell’amicizia e della condivisione. Però, come era già successo a molte altre iniziative solidali nate dal basso, anche la share economy attirò l’attenzione del mondo degli affari che aveva fiutato odore di soldi. L’attività intravista come via di guadagno era quella di intermediazione, un mestiere fra i più antichi dell’umanità. Anche nel vecchio mondo contadino esisteva il sensale, un personaggio che girava per le campagne in cerca di chi aveva bestie da vendere e di chi voleva comprarne. E, dopo avere fatto incontrare le due parti interessate, le aiutava a condurre le trattative con l’obiettivo di intascare una percentuale sul prezzo di vendita. Un’attività simile è tutt’oggi svolta dalle agenzie immobiliari che fungono da intermediari nella compravendita di case. Nella stessa categoria si collocano le borse valori, i luoghi in cui si contrattano titoli e materie prime e che devono il proprio nome al palazzo Ter Buerse, la prima sede commerciale costruita a Bruges a fine 1300 dalla famiglia veneta Della Borsa. Per certi versi perfino le banche possono essere catalogate fra le agenzie di intermediazione, per il ruolo di cerniera che svolgono fra chi risparmia e chi è in cerca di prestiti. Per cui le attività di intermediazione sono tante, sempre uguali per finalità, sempre diverse per substrato e modalità di svolgimento.

Uber e gli altri

Una caratteristica del capitalismo è la capacità di adattamento. Grazie ad essa, il sistema è riuscito non solo a garantirsi lunga vita, ma perfino a   trasformare le catastrofi in opportunità. Tipiche le guerre e i terremoti che dopo la distruzione hanno bisogno di ricostruzione. La stessa crisi climatica è vissuta come occasione di rilancio economico perché per passare dai combustibili fossili  alle energie rinnovabili serve una tale quantità di investimenti da rimettere in moto una massiccia attività produttiva. Ma il principale spirito di adattamento il capitalismo l’ha dovuto sviluppare verso la tecnologia. Angosciato dalla necessità di aumentare la produttività, ossia la quantità di produzione in rapporto al tempo e alla spesa, la tecnologia è sempre stata la sua alleata principale. Tuttavia, non senza contraccolpi, considerato che talvolta i cambiamenti sono così profondi da costringere le imprese non solo a rinnovarsi, ma addirittura a reinventarsi. Chi ci riesce sopravvive, chi non ce la fa soccombe. Ciò spiega perché nell’era del computer si siano affermate imprese create dal niente da parte di giovani con grande inventiva. Il riferimento è  a personaggi come Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google, Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ormai appartenenti tutti all’olimpo dei miliardari. Ma oltre a loro ce ne sono molti altri, non meno ricchi anche se meno appariscenti, che hanno costruito il loro  impero economico sulle opportunità offerte da internet. Fra essi gli opportunisti delle intermediazioni. Cominciò la già citata e-Bay, pensata per facilitare il commercio di beni usati fra privati. Una sorta di bacheca online dove chiunque può esporre ciò che desidera vendere, delegando alla piattaforma le funzioni di pagamento e di trasferimento del prezzo, ben inteso lasciandole una percentuale sull’incasso. Nel 2019 il valore complessivo dei beni transitati per e-Bay è stato di 22 miliardi di dollari, due dei quali trattenuti dalla piattaforma come corrispettivo del servizio reso. Più tardi, tale Brian Chesky e altri amici applicarono lo stesso modello all’affitto di camere, crearono Airbnb, un portale online che mette in contatto persone in cerca di camere per brevi periodi, con persone che dispongono di spazi extra da affittare. Ma benché rivoluzionarie sul piano commerciale, tali iniziative non hanno però avuto effetti di rilievo rispetto al lavoro. Queste piattaforme dispongono senz’altro di dipendenti, ma presumibilmente tutti assunti secondo i canoni classici del lavoro salariato.

Le novità arrivarono nel 2009, quando alcuni informatici, fra cui Travis Kalanick, si concentrarono sui trasporti. Avendo notato che in internet si stavano sviluppando contatti fra chi chiedeva passaggi e chi era disposta a darli, Kalanick, assieme ad altri amici, creò una piattaforma dedicata ai trasporti, che battezzò Uber. Quanto alla sua gestione avrebbe potuto seguire il modello e-Bay, ma si rese conto che lasciato allo spontaneismo le possibilità di guadagno erano piuttosto ridotte perché il passaggio era concepito più come servizio che come attività commerciale. I passaggi, infatti, venivano dati da chi avrebbe comunque effettuato il viaggio, chiedendo tutt’al più un contributo alle spese da riscuotere in forma diretta durante il passaggio. Perciò Kalanick capì che, se voleva guadagnarci, doveva industrializzare l’iniziativa.

La soluzione che si inventò fu quella di trasformare i normali conducenti proprietari di un’auto in tassisti. Detto fatto, sperimentò il suo piano a San Francisco agendo su due livelli. Da una parte lanciò un appello per chiedere a chiunque volesse effettuare trasporti a pagamento di iscriversi a una lista di disponibilità. Dall’altra creò Uberpop, un’applicazione a disposizione del grande pubblico per permettere a chiunque volesse un passaggio di poterlo richiedere.  Un’apparecchiatura retrostante avrebbe passato la richiesta a un conducente che avrebbe provveduto al servizio. Quanto al pagamento della corsa, il cliente avrebbe pagato direttamente a Uber tramite carta di credito, mentre il conducente avrebbe ricevuto da Uber un compenso stabilito da un tariffario interno, previa decurtazione di una percentuale a titolo di commissione d’ingaggio. A San Francisco l’esperimento funzionò e oggi Uber è presente in 700 città sparse in 80 diverse nazioni, con una  isponibilità complessiva di tre milioni di conducenti. Per un certo periodo è stato presente anche in alcune città italiane, ma nel maggio 2015 il tribunale di Milano dichiarò l’attività illegale perché in contrasto con le leggi nazionali che regolano il servizio taxi.

Sul piano finanziario, nel 2018 Uber ha incassato 50 miliardi di dollari, ma i conducenti lamentano coralmente compensi ridotti all’osso a fronte di alti costi  a loro carico.

I fattorini del cibo

Il modello ha fatto scuola e qualcuno l’ha applicato alla consegna di cibo a domicilio (anche Uber stessa con Uber Eats). Il primo a pensarci fu Will Shu, un analista bancario che, nel 2013, fondò Deliveroo, un’applicazione che permette di ordinare cibo a una serie di ristoranti inseriti nella sua lista. Il cliente ordina, Deliveroo incassa tramite carta di credito e paga il corrispettivo al ristorante decurtato di una commissione. Il prezzo complessivo richiesto al cliente comprende anche una quota per pagare il fattorino che esegue la consegna. Fattorino attinto da una lista interna formata da persone che si sono dichiarate disponibili a effettuare le consegne con mezzo proprio, solitamente la bici o la moto, per questo detti riders. Per cui, quando il cliente chiama, scattano due richieste contemporaneamente: una al ristorante affinché prepari il piatto, l’altra a un fattorino affinché effettui la consegna.

Oggi in tutto il mondo si contano decine di società che fanno consegna di cibo a domicilio tramite ordinazioni online (in aumento anche a causa della pandemia). In Italia, le principali sono le britanniche Deliveroo e Just Eat, la spagnola Glovo, l’italiana Foodys. Secondo una stima della Fondazione De Benedetti del 2018, tutte assieme ingaggiano 10mila fattorini. Milena Gabbanelli – Corriere della Sera, 18 giugno 2018 – descrive così la loro condizione: «Il lavoro è organizzato da un algoritmo, e punta su un continuo turn over. Le condizioni e i compensi cambiano continuamente e variano anche da città a città. Non sono previste maggiorazioni per lavoro festivo, notturno, pioggia o neve. Mediamente le piattaforme “ingaggiano” il 20% di lavoratori più del necessario per tutelarsi rispetto alle defezioni dell’ultimo minuto. Foodora (non più presente, ndr) assume Co.co.co., li paga 4 euro lordi a consegna che vuol dire 3,60 netti. Deliveroo ingaggia collaboratori occasionali, li paga 4 euro netti a consegna. Glovo ha collaboratori occasionali pagati 2,00 euro netti a consegna più 60 centesimi per chilometro percorso più 5 centesimi per ogni minuto di attesa al ristorante o in negozio oltre i primi cinque minuti».

I nuovi lavoratori

I riders sono solo la punta dell’iceberg dei cosiddetti gig workers. Oltre a chi pedala in bicicletta, c’è chi fa babysitteraggio, chi effettua pulizie per camere in affitto, chi svolge lavoro informatico occasionale. Complessivamente si stima che in Italia il pianeta gig economy occupi fra 700mila e un milione di persone, prevalentemente giovani. Eppure di loro non c’è quasi traccia nell’anagrafe dell’Inps, segno che non godono né di versamenti pensionistici, né di copertura assicurativa. Da un’indagine condotta dall’Inps nel 2018 su 50 imprese di servizi on line, si apprende che 22 di esse non hanno posizione contributiva, 17 risultano avere solo lavoratori dipendenti, 11 sia lavoratori dipendenti che collaboratori iscritti alla gestione separata. In conclusione, poco più di 2.700 lavoratori. Tutti gli altri sono considerati lavoratori autonomi, a cui non è pagato nient’altro che il servizio reso secondo un tariffario stabilito dalla piattaforma. Questo significa: niente ferie, niente indennità di malattia, niente assicurazione contro gli infortuni, niente versamenti pensionistici. Per mettere fine a questa totale mancanza di tutele, nel 2017 alcuni fattorini al servizio di Foodora, si appellarono al Tribunale di Torino per essere riconosciuti lavoratori dipendenti. Il tribunale rigettò la richiesta, facendo propria la tesi di Foodora che voleva i rider lavoratori autonomi in quanto proprietari dei  mezzi di produzione: bicicletta e smartphone non sono dell’azienda, ma dei fattorini stessi. I lavoratori ricorsero in appello e ottennero una vittoria parziale: i giudici non li riconobbero lavoratori subordinati ma neppure lavoratori totalmente autonomi, bensì una via di mezzo, lavoratori «etero-organizzati», ossia organizzati da altri e in quanto tali aventi diritto ad alcune garanzie tipiche dei lavoratori dipendenti: «sicurezza e igiene, retribuzione diretta e differita, limiti di orario, ferie e previdenza». Sentenza confermata in Cassazione e quindi pienamente esecutiva. Un buon passo avanti per la dignità del lavoro, anche se la politica deve fare la sua parte per colmare le lacune legislative che permettono ai profittatori del terzo millennio di spadroneggiare.

Francesco Gesualdi

Rider a Tokyo. Foto di Yuya Tamai.




La sanità pubblica ai tempi del coronavirus

testo di Francesco Gesualdi |


Forse adesso abbiamo imparato che la sanità pubblica non è uno spreco come politici ed economisti volevano farci credere. Per capirlo meglio, confrontiamo i sistemi sanitari degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Italia (con un occhio critico sulla Lombardia).

Più pubblico, meno privato

Nella puntata di maggio di questa rubrica, abbiamo iniziato a descrivere le conseguenze economiche dell’arrivo del nuovo coronavirus sulla vita delle persone. Abbiamo parlato del nuovo ruolo che lo stato dovrebbe avere (o riavere) nell’economia. In questa puntata, vedremo quanto un efficiente sistema sanitario pubblico (di tutti e per tutti) sia indispensabile. (F.G.)

L’aggressività del coronavirus e il numero di persone che ha  avuto bisogno di cure ospedaliere fino ai limiti più estremi, dove il confine fra la vita e la morte si fa incerto, ci hanno fatto riscoprire il valore della sanità. L’importanza cioè di quell’insieme di persone e strutture che ci permettono di riparare i danni provocati da agenti infettivi (come i virus) e da malattie in genere, per tornare alla pienezza della nostra vita. In una parola ci hanno fatto riscoprire il valore di quella sanità pubblica (cioè di tutti i cittadini) che, in tempi normali, non teniamo nella dovuta considerazione. Anzi, tendiamo a vedere come uno spreco da ridimensionare.

Interpretare i parametri

È successo anche in Italia dove la spesa sanitaria da parte delle strutture pubbliche è passata dal 7,1% del Pil nel 2009 al 6,5% nel 2018. Il dato è fornito dall’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, ed è stato calcolato in termini reali, ossia mantenendo fermo il livello dei prezzi.

Stando alle statistiche internazionali, l’Italia non si trova ai primissimi posti per spesa sanitaria, ma la statistica è una materia sofisticata che, a seconda dei dati prescelti, può darci informazioni molto diverse fra loro, talvolta fino a confonderci. Gli indicatori riguardanti la sanità sono un caso di scuola. Uno dei parametri abitualmente utilizzati per capire quanta importanza si dà alla sanità è la spesa sanitaria totale in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil). Da questo punto di vista all’avanguardia troviamo gli Stati Uniti, che nel 2018 hanno registrato una spesa sanitaria totale pari al 16,9% del Pil. Otto punti percentuale in più dell’Italia la cui spesa sanitaria complessiva è stata pari all’8,8% del Pil. Un dato che, a prima vista, potrebbe indurci a credere che gli Stati Uniti siano il paese con la maggiore attenzione per la salute al mondo. La spesa sanitaria indica però quanti soldi sono stati spesi per le cure mediche senza precisare né la destinazione, né i beneficiari. Ad esempio, sappiamo che gli Stati Uniti sono un paese altamente disuguale, poco propenso alla solidarietà collettiva. Per cui quel 17% potrebbe nascondere un alto numero di interventi di chirurgia plastica comprati dai più ricchi, mentre i più poveri non riescono a curarsi neanche un’appendicite. Il dato che ci dice quanto un paese sia attento alla salute di tutti è la spesa pubblica dedicata alla sanità, ed ecco che se concentriamo l’attenzione solo su questa voce, gli Stati Uniti scendono al 5,3%. E, tuttavia, anche rispetto all’idea di sanità pubblica ci sono idee molto diverse.

Mascherine anche per le statue di Sheffield, in Inghilterra. Foto: Tim Dennell.

Costi e profittI

Il problema della sanità è il suo costo che, con l’andare del tempo, si è fatto sempre più alto, non tanto per le medicine e gli onorari dei professionisti, quanto per le attrezzature che giocano un ruolo sempre più decisivo con l’evolversi della tecnologia. Per cui è sempre stato chiaro nella testa di tutti che la sanità è una spesa che non conviene affrontare da soli, ma assieme agli altri. L’alleanza è però un concetto che non trova spazio nelle logiche di mercato, per definizione individualista e competitivo. Tuttavia, il capitalismo non fa mai troppo lo schizzinoso e non esita a passare sopra ai propri fondamenti culturali se questi sono di ostacolo agli affari. È stato proprio osservando le soluzioni adottate dal movimento operaio che il mondo degli affari ha capito come trasformarsi in imprenditore dell’alleanza. Ai primordi della rivoluzione industriale, i salari erano così bassi da non permettere ai lavoratori nemmeno di dare sepoltura ai propri cari. Il che indusse a individuare nella mutualità la soluzione per affrontare i gravi problemi della vita. Operai di una stessa città, di una stessa categoria, versavano un tanto al mese in un fondo comune, acquisendo così il diritto di essere soccorsi in caso di necessità. Nascevano le società di mutuo soccorso, talune orientate anche al sostegno scolastico, ma principalmente create per dare assistenza in caso di malattia, invalidità, infortunio, disoccupazione e anche vecchiaia. Esperienze basate sul principio assicurativo che diedero luogo a due importanti sviluppi: l’uno in ambito privato, l’altro in ambito pubblico. In ambito privato diedero impulso alle assicurazioni previdenziali, società per azioni che, al pari delle società di mutuo soccorso assicurano contro malattia, infortuni, morte, vecchiaia, con la differenza che il vero obiettivo è garantire profitto agli azionisti. Quindi, premi e indennizzi sono calcolati in modo da lasciare sempre un margine di guadagno per i proprietari.

Le Assicurazioni sanitarie

A questo filone di attività appartengono le assicurazioni sulla vita, i fondi pensione e anche le assicurazioni sanitarie che, pur essendosi sviluppate ovunque, hanno trovato terreno particolarmente fertile oltre Atlantico dove la mentalità mercantile è più radicata. Negli Stati Uniti, il sistema sanitario si regge di fatto sul sistema assicurativo per il 50% pubblico e il 50% privato, laddove la parte pubblica è ulteriormente suddivisibile in due porzioni: 36% finanziata dal sistema fiscale per prestazioni a favore di anziani e incapienti, 14% finanziata dai prelievi sugli stipendi dei dipendenti pubblici per prestazioni sanitarie a loro favore. Ogni forma assicurativa garantisce prestazioni diversificate. Nel caso di chi gode dell’assicurazione sociale, i limiti sono fissati dalla legge. Per tutti gli altri sono fissati dall’ammontare dei premi pagati. In definitiva, in caso di necessità di cure, la probabilità di dover compartecipare alla spesa farmaceutica o ospedaliera è molto alta per ogni tipo di assicurato: sia esso iscritto all’assicurazione pubblica o cliente dell’assicurazione privata.

Questa intricata rete assistenziale rende l’impalcatura sanitaria statunitense molto complicata con la contemporanea presenza di enti pubblici, come Medicare e Medicaid, e di società assicurative dai più vari connotati. Analoga complicazione si trova anche nell’ambito degli ospedali e di tutte le altre strutture che forniscono servizi sanitari. Pochi ospedali statali al servizio degli assistiti dagli enti pubblici convivono con una pletora di ospedali privati, alcuni posseduti da enti caritatevoli,   la maggior parte da società per azioni. In ambito assicurativo, dieci società, fra cui United Health Group, Kaiser Foundation, Anthem, Humana, si aggiudicano il 50% dei premi assicurativi di tipo sanitario. In ambito ospedaliero, l’operatore più grande è Hospital Corporation of America, che possiede 185 ospedali e 2mila cliniche con un fatturato annuo di 28 miliardi di dollari e 190mila dipendenti. Gli ospedali ricevono i loro compensi dalle assicurazioni e dai diretti interessati se la prestazione fornita va oltre la copertura assicurativa. Secondo l’organizzazione non profit Fair Health, il coronavirus potrebbe fare arrivare a migliaia di ospedalizzati conti salatissimi in base alla loro posizione assicurativa: da 40 a 75mila dollari se totalmente scoperti e da 20 a 38mila dollari se coperti da polizze di bassa entità.

La nascita del Sistema  sanitario nazionale

Fino al 1978 anche in Italia l’assistenza sanitaria era gestita su base assicurativa, ma da parte dello stato. In pratica, ogni lavoratore era obbligato a versare una percentuale del proprio stipendio a una specifica cassa statale che assicurava la sanità ai partecipanti. La più importante era l’Inam – Istituto nazionale assistenza malattie – a favore dei lavoratori dipendenti. Il limite del sistema era che forniva assistenza solo a chi partecipava ai versamenti, mentre escludeva tutti gli altri. Il che contrastava con il dettato dell’articolo 32 della Costituzione secondo il quale la Repubblica deve tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo. Per definizione, i diritti appartengono a tutti e sono indipendenti dalle condizioni personali di ricchezza, sesso, età. Lo spirito della Costituzione venne attuato nel 1978 tramite l’introduzione del Servizio sanitario nazionale concepito come servizio universale e gratuito, finanziato attraverso la fiscalità generale. Dotato di tutti i servizi, dagli ospedali agli ambulatori territoriali, il servizio sanitario italiano è ritenuto uno dei migliori al mondo, ma alcuni segnali fanno temere per la sua integrità. Fra essi il restringimento dei farmaci a carico del servizio sanitario nazionale, l’introduzione dei ticket sulle prestazioni diagnostiche, le lunghe liste di attesa per visite, esami ed interventi che spingono le famiglie più abbienti a rivolgersi alle strutture private, che non sono scomparse.

La Lombardia  e la sanità di mercato

In alcune regioni, ad esempio la Lombardia, c’è (o c’è stata) la tendenza ad accrescere il numero di convenzioni che abilitano le strutture private ad erogare servizi per conto del Servizio sanitario nazionale. Nel 2017, ad esempio, le strutture private lombarde hanno assorbito il 35% dei ricoveri ordinari e il 40% del denaro messo a bilancio per questo scopo dal servizio sanitario della regione.

Segnali preoccupanti che denotano una graduale demolizione del servizio pubblico a favore della sanità di mercato, anche perché è un fenomeno che sta avvenendo anche in altri paesi. Tipico il caso della Gran Bretagna dove il servizio sanitario universale esiste dal 1948 e subito venne amato dagli inglesi. Negli anni Ottanta del secolo scorso subì però una prima incrinatura quando Margaret
Thatcher decretò la possibilità di esternalizzare a imprese private servizi specifici come pulizie, mense, lavanderie, sterilizzazione. Nel 2000 la crepa si approfondì ulteriormente con la decisione, questa volta da parte del  governo laburista di Blair, di poter appaltare a società private anche mansioni di più diretta pertinenza sanitaria come indagini di laboratorio e piccoli interventi chirurgici. Ma la definitiva apertura ai privati è stata decretata dalla riforma approvata nel 2012 che spinge ulteriormente il Servizio sanitario nazionale verso il mercato attraverso due meccanismi principali: la possibilità per ogni cittadino di scegliere lui a quale struttura rivolgersi, sia essa privata o pubblica, per ottenere la prestazione specialistica pagata dal Servizio sanitario nazionale e la possibilità per quest’ultimo di appaltare l’assistenza ospedaliera alle strutture private in base al criterio monetario. Uno dei settori a maggior coinvolgimento privato è quello psichiatrico. Secondo un’indagine condotta dal Financial Times, a Bristol il 95% dei posti letto dedicati ai pazienti psichiatrici sono in strutture private, prevalentemente società statunitensi quotate in borsa quali Acadia Healthcare e Universal Health Service. Nel novembre scorso, durante la campagna elettorale, il Partito laburista sosteneva di avere documenti comprovanti l’intenzione dei conservatori di uscire dall’Unione europea anche per consentire alle imprese sanitarie statunitensi di penetrare ulteriormente sul suolo inglese.

In Italia, gli ospedali hanno fatto il massimo per curare i malati da coronavirus, ma i momenti di difficoltà che hanno vissuto debbono indurci a impegnarci sempre di più per rafforzare la nostra sanità pubblica al servizio di tutti.

Francesco Gesualdi




Economia e vita ai tempi del coronavirus

testo di Francesco Gesualdi |


Siamo dovuti arrivare con l’acqua alla gola per iniziare a cambiare. Tra la vita e la ricchezza abbiamo scelto la prima. Ora dobbiamo rivedere profondamente stili di vita e forme economiche. Una sfida inevitabile e non indolore, ma affrontabile.

Sembrava che niente potesse fermarci. Né gli uragani, né lo scongelamento delle calotte polari, né gli appelli disperati di Greta Thunberg. Insensibili a tutto, abbiamo continuato a spostarci freneticamente, a consumare oltre ogni logica di buon senso, a invocare la crescita come il nostro massimo bene. Ma poi è arrivata una minuscola forma di vita, neanche una cellula, addirittura un frammento di Rna, e ci ha fermati. Semplicemente perché ci ha fatto vedere la morte in faccia, come invece non sono capaci di farci vedere i cambiamenti climatici, troppo lenti per metterci paura.

La legge del rospo

È la legge del rospo. Se lo metti in una pentola di acqua bollente, avverte di essere in pericolo di vita e, raccogliendo tutte le sue forze, con un balzo salta fuori dalla pentola. Ustionato, ma vivo. Se invece lo metti in una pentola di acqua fredda e vi accendete sotto il fuoco, il rospo si adatterà alla temperatura crescente e vi morirà dentro, bollito. Il coronavirus (e Covid-19, la patologia che genera) è stato avvertito come un pericolo mortale e abbiamo reagito: se dobbiamo scegliere fra la vita e la ricchezza scegliamo la vita. Per questo abbiamo accettato di rinunciare a viaggi e vacanze, abbiamo disertato le autostrade, abbiamo evitato ristoranti, stadi e sale cinematografiche, non ci siamo lamentati dei tagli ai voli aerei e alle corse ferroviarie. Abbiamo accettato di fare le code ai supermercati, di lavorare da casa quando era possibile, di non presentarci al lavoro in assenza di mascherine.

Pur nella sua drammaticità, la capacità che abbiamo avuto di reagire di fronte al coronavirus è di buon auspicio: significa che siamo ancora capaci di scegliere. Ma scegliere solo perché si ha l’acqua alla gola non è la miglior strategia di cambiamento. I drammi ambientali e sociali che abbiamo accumulato, ci impongono di rivedere in profondità stili di vita e forme economiche, ma la sfida è farlo in maniera indolore. In fondo la scelta che dobbiamo compiere è proprio questa: proseguire la nostra corsa frenetica finché non ci schianteremo contro il muro o frenare e deviare finché siamo in tempo? Se fossimo intelligenti sceglieremmo la seconda strada: prenderemmo atto della necessità di ridurre e programmeremmo la transizione introducendo gradualmente tutte le riforme che servono in ambito produttivo, sociale, politico, in modo da attuare la sostenibilità senza che nessuno abbia a rimanere senza lavoro e, quindi, senza mezzi di sostentamento.

«Covid-19 ci ha costretto a fermarci e, speriamo, anche a riflettere. Da un lato ha messo in ginocchio il nostro modello industriale, mettendo in crisi il lavoro e la vita di milioni di persone, ma dall’altro, paradossalmente, ha ridotto massicciamente le emissioni di gas serra nel mondo (oltre il 25% solo in Cina) e ha ripulito l’aria della Pianura Padana dalle polveri sottili. Non facciamo sì che un ritorno alla normalità significhi rimpiazzare le mascherine antivirali con quelle antismog». Così scriveva un gruppo di parlamentari in una lettera ad Avvenire il 18 marzo 2020. E forse è proprio dalle contraddizioni che il coronavirus ha messo in evidenza che potremmo cominciare per riformare la nostra economia. Mi limiterò solo a due aspetti.

Per un’economia locale

Il primo si riferisce alla carenza di mascherine: in Italia non se ne trovano semplicemente perché non esiste più un’impresa che le produca. Conseguenza di una globalizzazione totalizzante che, portando alle estreme conseguenze la teoria dei vantaggi comparati, ha trasferito in Cina e altri paesi a basso costo produttivo qualsiasi tipo di produzione. Tutte le scelte a senso unico, prima o poi, presentano il conto, perché la vita non è mai fatta di un solo elemento, ma di tanti aspetti che devono stare in equilibrio fra loro. L’impostazione mercantile pretende di imporci come unica legge la convenienza monetaria. Di conseguenza ci ha catapultati in una globalizzazione incondizionata, che però ci ha fatto prima subire contraccolpi sul piano ambientale e poi anche su quello della sicurezza sanitaria. Già venti anni fa Wolfgang Sachs ci aveva avvertito della necessità di ritrovare il senso di casa che non vuol dire rinchiudersi nell’autarchica, tanto meno avventurarsi in guerre commerciali, ma valorizzare l’economia locale. Ogni paese dovrebbe produrre tutto il possibile per la propria popolazione in modo da evitare trasporti inutili, salvaguardare l’occupazione, tutelare la propria autonomia. Quando l’emergenza sarà finita dovremo impegnarci per fare cambiare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) affinché l’obiettivo non sia più l’espansione del commercio fine a se stesso, ma la salvaguardia delle economie locali, la tutela dei diritti dei lavoratori, la riduzione dell’anidride carbonica.

Lo stato e la UE

Il secondo spunto di riflessione offerto dalla situazione creata dal coronavirus riguarda lo stato: il suo ruolo e le sue vie di finanziamento. Di fronte alle difficoltà in cui sono venuti a trovarsi cittadini, ospedali, interi comparti produttivi, giustamente lo stato ha deciso di intervenire con stanziamenti eccezionali, non solo per rafforzare gli interventi di prevenzione e cura contro l’infezione, ma anche per sostenere i redditi, salvaguardare l’occupazione e potenziare gli ammortizzatori sociali di quanti stavano subendo un danno economico dall’epidemia. In gioco c’erano migliaia di posti di lavoro e quindi il pane di migliaia di famiglie: intervenire era un obbligo morale e sociale prima ancora che un’esigenza economica.

Chiarita l’assoluta necessità di intervenire, non si può fare a meno di considerare che l’operazione è stata fatta a debito peggiorando un quadro già molto critico. Non tanto per le maggiori somme che dovremo restituire a titolo di capitale, quanto per la maggiore quantità di denaro che dovremo sborsare a copertura degli interessi. Soldi dei cittadini che in misura crescente saranno distolti da servizi e investimenti collettivi per finire nelle tasche dei nostri creditori. È il solito vecchio gioco del sollievo di oggi che prepara la pena del domani.

Ma davvero non abbiamo altro destino?

Diciamocelo: l’economia non è come la fisica che è governata da regole naturali immodificabili come la forza di gravità. L’economia è frutto di regole umane che possiamo cambiare in ogni momento. E se oggi ci troviamo nella condizione di non avere altro modo di affrontare le emergenze se non indebitandoci, è perché abbiamo fatto scelte assurde nella gestione della moneta. C’è una certa ritrosia a criticare l’euro perché non si vuole mettere in discussione l’appartenenza all’Unione europea. Ma l’attaccamento all’Europa non si dimostra accettando tutto ciò che fa, bensì sapendo criticare ciò che non va. Chi critica e propone modifiche dimostra di amare l’Europa più di chi l’accetta così com’è. I sentimenti antieuropei sempre più diffusi da un capo all’altro dell’Unione non hanno matrice ideologica, ma pratica. Sono frutto dell’esperienza di chi ha constatato che le regole europee hanno esacerbato la concorrenza fra lavoratori, hanno aggravato l’austerità, hanno accelerato le delocalizzazioni produttive all’interno dell’Unione, hanno lasciato soli i paesi di prima linea nell’accoglienza dei migranti. E la conclusione di molti è il ritorno ai nazionalismi. Giustamente ce la prendiamo con certi politici che cavalcano le paure e il malcontento per consolidare la propria posizione di potere, ma l’unico modo per sbarrare la strada all’avanzata dell’onda nazionalpopulista è la correzione dell’Europa in un’ottica di maggiore sensibilità sociale. Che non si fa a parole, ma con riforme radicali a cominciare dalla gestione dell’euro.

foto Nickolay Romensky

Senza fare nuovo debito

L’euro è stato concepito in piena era neoliberista, quando i governi non erano più visti come attori indispensabili per l’economia, ma come nemici da esautorare se non da combattere. Per cui si è deciso di gestire la moneta unica in una logica puramente mercantilistica con un accanimento particolare verso i governi a cui la Banca centrale europea non poteva, e tutt’ora non può, prestare neanche un centesimo. Dell’assurdità di questa misura ci siamo resi conto nel 2011 quando i paesi più deboli e più indebitati sono diventati preda della speculazione internazionale. La situazione è stata ripresa per i capelli da Mario Draghi (al quale ora è subentrata Christine Lagarde) che, tramite alcune forzature, è riuscito a trasformare la Bce nel più potente acquirente di titoli di stato sul mercato secondario. Il che non solo ha fermato gli speculatori, ma ha anche indotto una notevole riduzione dei tassi di interesse applicati ai debiti sovrani. Il nostro paese è stato fra quelli che più hanno risentito dell’effetto benefico di questa politica perché ha visto passare la spesa per interessi da 83 miliardi nel 2012 a 64 miliardi nel 2018 nonostante una crescita del debito complessivo.

Poter pagare bassi tassi di interessi è già un sollievo, ma quando la spesa complessiva per il servizio del debito assorbe comunque il 10% delle entrate pubbliche, bisogna trovare dei modi per poter finanziare le emergenze sociali, sanitarie, ambientali, economiche senza ricorrere a nuovo debito. Il che è possibile a patto che si riformi la Banca centrale europea. Bisogna riaffermare il principio che la moneta deve essere gestita avendo come priorità la piena occupazione, l’espansione dei servizi pubblici, la tutela dei beni comuni, la difesa delle famiglie più bisognose. Obiettivi che hanno guidato il governo delle monete nei gloriosi trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, anni durante i quali i paesi europei hanno conosciuto il più alto tasso di crescita economica, di occupazione e di sviluppo della sicurezza sociale grazie all’azione guida dei governi e a un uso sociale della moneta. Il principio base è che, in condizioni di emergenza, i governi debbano poter finanziare le spese supplementari con denaro ottenuto direttamente dalla Banca centrale, a tasso zero sotto forma di debito irredimibile. La cosa può fare paura per la quantità di nuovo denaro di cui può essere inondato il sistema, ma non è senz’altro un problema di oggi. Dal 2015 al 2018 la Banca centrale europea ha iniettato nel sistema economico 2.650 miliardi di nuova liquidità, ma lo ha fatto acquistando titoli, privati e pubblici, dalle banche commerciali e da altri investitori privati. Se avesse usato lo stesso denaro per finanziare direttamente i governi, più che una crescita della finanza, avremmo avuto una crescita dell’occupazione, dei servizi pubblici, degli investimenti verdi. In conclusione, avremmo avuto un effetto benefico assicurato per l’economia reale e la realtà sociale, che invece continuano a dibattersi nei problemi di sempre. Dal 1992, anno in cui veniva firmato il Trattato di Maastricht che istituiva l’euro e questa Banca centrale europea, sono passati quasi trent’anni. È tempo di rivederlo, in modo da non essere più costretti a dover andare in Europa per chiedere più flessibilità, ossia possibilità di fare nuovo debito, ogni volta che si ha l’acqua alla gola, ma di poter ottenere nuova liquidità per gestire le emergenze senza fare nuovo debito. Si può fare, ma qualcuno deve avere il coraggio di gridare che il re è nudo.

Francesco Gesualdi

 




Lavoro o malattia: un dilemma inaccettabile

testo di Francesco Gesualdi |


Per anni dai camini e dai depositi dell’Ilva di Taranto sono uscite tonnellate di sostanze inquinanti e cancerogene: diossido di azoto, anidride solforosa, metalli pesanti, diossine. A parte le vicende economiche, politiche e giudiziarie attorno alla fabbrica, il vero conflitto è tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Un conflitto che nelle acciaierie di Linz (Austria) a Duisburg (Germania) è stato risolto.

Il 7 novembre 2019, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte andò a Taranto per approfondire il caso ex Ilva, si trovò difronte a due città: quella rappresentata dai lavoratori che chiedevano la difesa a oltranza dell’acciaieria e quello delle mamme che ne chiedevano la chiusura. Gli uni in nome del lavoro, le altre in nome della salute. Molte delle mamme venivano dal quartiere Tamburi, il rione sorto a ridosso della fabbrica Ilva in cui vivono 18mila persone. Il quartiere dove bisogna «pulire due tre volte al giorno se non vogliamo pattinare sulla polvere», spiega una di loro. «E nei giorni di vento la troviamo anche nel frigorifero». La polvere è quella del ferro e del carbone, in parte proveniente dai depositi, in parte dai camini, in ogni caso piena di sostanze che oltre a sporcare pavimenti e biancheria, fanno ammalare.

Emissioni e complicità

Negli anni prima che intervenisse la magistratura, le emissioni erano quantificate nell’ordine delle migliaia di tonnellate. I rilievi relativi al 2010 parlano di   oltre 4mila tonnellate di polveri, 11 mila tonnellate di diossido di azoto, 11.300 tonnellate di anidride solforosa oltre a quantità variabili di metalli pesanti e diossine. Polveri respirate da persone con i balconi a pochi metri dal muro di cinta della fabbrica che durante i pasti avevano come panorama i camini fumiganti degli altiforni. Polveri che si mescolavano con l’aria che respiravano e con i cibi che inghiottivano procurando tumori in ogni parte del corpo.

Nell’agosto 2016 il Centro ambiente e salute, finanziato dalla regione Puglia, ha pubblicato

il rapporto conclusivo sulla morbosità e mortalità della popolazione residente a Taranto. Lo studio, condotto dal 1998 al 2014 su un totale di 321mila persone residenti nei comuni di Taranto, Massafra e Statte, ha accertato 36.580 decessi collegabili alle emissioni dell’ex Ilva. Del resto già lo studio epidemiologico commissionato dall’Istituto nazionale di sanità e pubblicato nel 2012, aveva accertato che, nei territori circostanti lo stabilimento Ilva, c’era un eccesso di tumori femminili del 20%; un eccesso di tumori maschili del 30% e, quel che è peggio, un aumento dell’incidenza di tumori infantili del 54% e un aumento della mortalità infantile dell’11% rispetto alla media regionale.

Si poteva evitare? Sembrerebbe di sì a giudicare dalle buone prassi attuate da altre acciaierie. Un esempio in tal senso viene dall’acciaieria di Linz in Austria, per molti versi comparabile a quella di Taranto: entrambe con la stessa capacità produttiva, entrambe con le stesse fasi produttive, entrambe a ridosso della città, entrambe gestite da privati. Quella di Taranto è stata trascinata in tribunale per disastro ambientale, quella di Linz è portata come esempio di compatibilità ambientale. E, alla fine, si scopre che, nel caso specifico della produzione di acciaio, le vere minacce per la salute e per l’ambiente sono avidità e negligenza, quest’ultima non solo da parte dei proprietari delle imprese, ma anche di chi ricopre ruoli istituzionali. Di sicuro a Taranto lo scempio si è compiuto con la complicità di molti: c’è chi ha inquinato, chi ha chiuso gli occhi, chi ha provato a nascondere la polvere sotto un tappeto ormai ridotto a brandelli, chi non ha deciso, chi ha scelto di non decidere, chi ha guardato solo agli interessi economici di breve termine. Per molti, troppi anni.

Passaggi di proprietà

La prima pietra dell’acciaieria di Taranto venne posata il 9 luglio 1960 da parte dell’Iri, cassaforte dello stato italiano, e partì subito male: per far posto allo stabilimento si estirparono migliaia di piante di olivo. Nel 1964, prima ancora che lo stabilimento fosse completato, l’ufficiale sanitario di Taranto, il medico Alessandro Leccese, aveva messo in guardia contro il possibile inquinamento da benzo(a)pirene, berillio, e molto altro. Ma ottenne solo ingiurie, isolamento e denunce da cui dovette difendersi in tribunale. Nel luglio 1971 la rivista «Taranto oggi domani» denunciò l’alto grado d’inquinamento atmosferico e marino, e localizzò nel quartiere Tamburi la massima concentrazione di sostanze velenose. In quel quartiere si svolsero molte inchieste, sollecitate dalla popolazione e dalle donne in particolare, che non ne potevano più della polvere nera che si infilava dappertutto. Tanto più che, negli anni a seguire, venne deciso il raddoppio della capacità produttiva. Scelta sciagurata non solo per la salute dei tarantini, ma anche per la stabilità finanziaria dello stabilimento, considerato che di lì a poco il mercato dell’acciaio avrebbe registrato una certa saturazione. Fatto sta che nel 1995 lo stato vendette lo stabilimento alla famiglia Riva che diede il colpo di grazia alla salute dei tarantini. Fra il 1997 e il 2003 molti lavoratori anziani sindacalizzati andarono in pensione, la fabbrica rimase senza vigilanza interna e la famiglia Riva ne approfittò per trascurare gli investimenti necessari al miglioramento ambientale e della sicurezza. E a dimostrazione delle sue responsabilità, in quegli stessi anni un’altra acciaieria, quella di Duisburg in Germania, investiva pesantemente per rispettare la normativa europea in materia ambientale che, nel frattempo, aveva cominciato a muovere i primi passi. Venivano interamente sostituiti i forni a coke, mentre l’intera lavorazione del carbone veniva allontanata dal centro abitato. Un’operazione che alla ThyssenKrupp costò circa ottocento milioni di euro, ma che mise in sicurezza cittadini e lavoratori. Così, mentre a Duisburg il problema del benzo(a)pirene – uno dei cancerogeni più temibili – veniva sostanzialmente risolto, a Taranto continuava a rimanere al di sopra dei limiti sanciti dalla legislazione europea. Complice la politica: nel 2010 Stefania Prestigiacomo, ministro dell’ambiente del governo Berlusconi, con un decreto legge, spostò dal 1999 al 2013 l’entrata in vigore del valore obiettivo di 1 ng/m3 (nanogrammi per metro cubo) per il benzo(a)pirene. Quanto alla regione Puglia, vietò il pascolo nelle zone contaminate ma non fece nulla per imporre all’azienda di ridurre le emissioni. Il toro per le corna venne infine preso dalla magistratura di Taranto che il 26 luglio 2012 ordinò il blocco della produzione e l’arresto di otto vertici aziendali tra cui Emilio Riva e il figlio Nicola. Ma il governo si mise di traverso e nel dicembre dello stesso anno emanò un decreto legge che autorizzava la prosecuzione della produzione. Così si mise in moto un braccio di ferro fra giudici e governo, una sorta di Kramer contro Kramer, dove la magistratura imponeva divieti a difesa della salute e il governo li smontava a difesa della produzione. Quanto alla famiglia Riva, vista la montagna di guai giudiziari accumulati, optò per il basso profilo e se da un parte accettò di consegnare, a parziale indennizzo, una parte del tesoretto che aveva rifugiato in Svizzera (1,2 miliardi), dall’altra dichiarò fallimento. Così lo stabilimento di Taranto passò sotto gestione commissariale con l’intento di proseguire la produzione nonostante le problematicità esistenti. Il tutto in attesa di trovare una realtà industriale disposta a rilevarlo. Nel 2017 la gara di assegnazione venne vinta da Arcelor Mittal che però di lì a poco si accorse di avere fatto male i conti, e nel novembre 2019, accampando come pretesto il mutato contesto legislativo, annunciava di voler recedere dal contratto. Di nuovo senza proprietario, attorno allo stabilimento si è riaperta la vecchia contesa: approfittare della vacanza gestionale per fermare tutto e mettere finalmente la città in sicurezza o trovare in fretta un nuovo proprietario per mandare avanti la produzione? In altre parole, privilegiare la salute o il lavoro?

ILVA © Fabio Duma

Prevenire, vigilare, rimediare

Il dilemma è talmente assurdo e scandaloso che va rifiutato. Il lavoro è un diritto perché serve per vivere, ma se porta morte che lavoro è? In altri termini non può esistere lavoro, se non esiste salute. Per cui è compito della Repubblica creare le condizioni affinché non si ponga mai, nel paese, questo tipo di contrapposizione. E deve farlo attraverso tre strategie: prevenire, vigilare, rimediare.

Prevenire significa vietare la produzione di beni dannosi sia per chi li produce che per chi li usa. Tipico l’esempio dell’amianto che ha provocato migliaia di casi di tumore al polmone, sia nei lavoratori che nei cittadini. Molti altri prodotti andrebbero rimessi in discussione. Valgano come esempio i pesticidi e le sementi geneticamente modificate di cui non conosciamo tutte le ripercussioni sugli ecosistemi, né gli effetti nel lungo periodo. È responsabilità di ogni collettività fissare il limite di rischio accettabile e, nel dubbio, utilizzare come criterio il principio di precauzione.
Vigilare significa verificare che le aziende attuino tutte le misure che servono per portare le emissioni legate ai cicli produttivi al di sotto del limite di dannosità per la collettività e garantire ai lavoratori condizioni di sicurezza. E non importa se ciò comporta un aumento dei prezzi finali. La salute e la tutela ambientale vanno considerati costi  da includere nei prezzi finali al pari dell’energia o delle materie prime. Se lo avessimo fatto da sempre, forse avremmo evitato un consumismo sgangherato che ha portato a fenomeni di grave degrado del pianeta.
Rimediare significa correggere le situazioni malsane, tutelando al tempo stesso la salute e i posti di lavoro. Ogni volta con strategie appropriate alla situazione. Rispetto a Taranto, per esempio, la prima domanda da porsi è se la produzione di acciaio va mantenuta o abbandonata tenendo conto della sostenibilità economica e ambientale del paese.

Lo stato e i lavoratori

Ci serve produrre acciaio? E in che quantità? Per farne cosa? A quale prezzo rispetto ai cambiamenti climatici? E se la conclusione dovesse essere affermativa, dovremmo comunque accettare che prima di fare ripartire la produzione, lo stabilimento sia rimesso a norma. Con spese a carico di chiunque lo rilevi. E se dovesse succedere che nessun privato si fa avanti, lo dovrebbe fare lo stato, nazionalizzando lo stabilimento. Il tutto senza fare subire contraccolpi alle maestranze che, durante il periodo di chiusura, dovrebbero comunque ricevere uno stipendio. Che non significa automaticamente una cassa integrazione in cambio di niente, ma in cambio di lavori socialmente utili. Se invece dovessimo giungere alla conclusione che lo stabilimento di Taranto non ci serve più, allora deve essere creata occupazione alternativa per tutti i lavoratori coinvolti. Nell’immediato, tramite il soddisfacimento dei bisogni ambientali e sociali, primo fra tutti la bonifica del territorio e dei corsi d’acqua. Più in prospettiva, tramite la produzione di beni e servizi che possono generare reddito utilizzando correttamente ciò che il territorio è in grado di mettere a disposizione sotto il profilo naturale, culturale, professionale. Con un forte ruolo da parte dello stato, che solo per motivi ideologici lo si vuole escluso dall’attività produttiva ed economica. Però, quando si dice stato, si dice comunità. È tempo che la comunità torni protagonista della propria economia.

Francesco Gesualdi

 




L’«industria 4.0»: che succederà del lavoro?

testo di Francesco Gesualdi |


Dopo quelle del 1784, del 1870 e del 1970, siamo già arrivati alla quarta rivoluzione industriale, quella dell’automazione. Una rivoluzione che potrebbe far perdere il lavoro a milioni di persone: le stime vanno da un minimo di 75 a un massimo di 375 milioni di posti in meno. E pare molto difficile che i nuovi lavori possano compensare le perdite.

L’hanno battezzata «Industria 4.0» e si riferisce alla nuova frontiera tecnologica destinata a rivoluzionare non solo il settore manifatturiero, ma anche quello commerciale, finanziario, sanitario, edile, perfino agricolo. È la tecnologia del digitale e dell’intelligenza artificiale che, a differenza della vecchia robotica, capace solo di svolgere una varietà di mansioni messe in successione, è capace di prendere decisioni in base ai dati che rileva. Su di essa, ad esempio, si basa la messa a punto di veicoli capaci di viaggiare senza guidatore, o di robot medici capaci di elaborare la terapia più appropriata in base ai parametri clinici e di laboratorio. E ancora: di computer assicurativi in grado di elaborare la polizza più appropriata in base al rischio da coprire, o di calcolatori bancari capaci di stabilire le condizioni di prestito più adeguate alla situazione economica del richiedente, o di centraline agricole in grado di aprire e chiudere il rubinetto dell’irrigazione in base al tasso di umidità presente nel terreno.

Storia delle rivoluzioni industriali

Da una ricerca condotta dall’Ocse sulle prime 2mila imprese mondiali che investono in ricerca, risulta che il 40% dei brevetti collegati all’intelligenza artificiale è posseduto da imprese di computer ed elettronica, il 16% da imprese automobilistiche, il 12% da imprese di macchinari. In ordine decrescente seguono imprese del settore chimico, elettrico, farmaceutico, fino ad arrivare, in coda, al servizio dei trasporti.

L’espressione Industria 4.0 è stata usata per la prima volta alla Fiera di Hannover (Germania) nel 2011. Una terminologia non casuale con l’intento di ricordarci che si tratta della quarta rivoluzione industriale affrontata dal capitalismo.

La prima, avvenuta nel 1784, è coincidente con la macchina a vapore, l’invenzione che ha consentito alle fabbriche di avviarsi verso un processo di meccanizzazione caratterizzato da velocità e potenza. La seconda, avvenuta nel 1870, è legata all’avvento dell’elettricità e del petrolio. Grazie a questa rinnovata potenza energetica, i livelli di meccanizzazione sono cresciuti ulteriormente fino a sfociare nella catena di montaggio che inaugura l’era della produzione di massa. La terza, avvenuta nel 1970, corrisponde all’ingresso in fabbrica dell’Ict, acronimo di Information and communication technology, in pratica l’informatica e le telecomunicazioni. E, infine, la quarta rivoluzione, dei nostri giorni, riassumibile in un mix di robotica, sensoristica, connessione e programmazione informatica.

L’impatto sul lavoro

Ogni cambio tecnologico comporta grandi impatti sul lavoro, per cui molti  stanno cercando di capire quali novità porterà con se l’industria 4.0 in termini occupazionali e di trasformazioni professionali. Nel rapporto del 2017 intitolato Jobs lost, jobs gained, la società di consulenza McKinsey sostiene che, da qui al 2030, fra 75 e 375 milioni di lavoratori a livello globale potrebbero essere colpiti dall’automazione perdendo il loro lavoro attuale. Se dovesse avverarsi l’ipotesi massimale si tratterebbe del 14% di tutti gli occupati del mondo. In un’altra ricerca (Will robots really steal our jobs?), condotta nel 2018 da un’altra società di consulenza, la PricewaterhouseCoopers (PwC), si sostiene che la rivoluzione in atto si protrarrà fino al 2030 e procederà in tre ondate. La prima, fino al 2020, sarà caratterizzata dall’automazione delle funzioni contabili e riguarderà in particolar modo il settore finanziario. La seconda, fino al 2025, riguarderà non solo l’automazione di molte funzioni impiegatizie e dirigenziali, ma comprenderà anche la massiccia robotizzazione di funzioni riguardante la gestione merci, come i centri logistici. Infine la terza ondata, fino al 2030, coinvolgerà al tempo stesso l’automazione di molte attività fisiche e manuali    e l’automazione di funzioni che richiedono la capacità di risolvere problemi in corso d’opera, come nel caso dei trasporti e delle costruzioni. Secondo PwC l’ondata di maggiore automazione si avrà nella terza fase, quando potrebbe interessare il 35% dei posti di lavoro a livello globale, pur con ampie differenze fra le diverse parti del mondo.

Dall’analisi condotta su 29 nazioni di nuova e vecchia industrializzazione, emerge che i paesi a maggior rischio di automazione sarebbero quella dell’Europa dell’Est, dove si prevede un rischio di automazione, da qui ai prossimi 15 anni, del 40%. L’area meno colpita, invece, sarebbe quella comprendente i paesi con i più alti livelli di istruzione come la Corea del Sud e la Finlandia, dove si prevede un tasso di automazione del 25%. Nella fascia intermedia, si collocano i paesi dominati dai servizi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra con tassi di estromissione attorno al 35%. L’Italia si collocherebbe nella parte alta con un tasso di automazione del 38%. Quanto ai settori, ai primi posti si troverebbero quello dei trasporti e della logistica col 52% dei posti di lavoro a rischio di automazione. Seguono il manifatturiero col 45% e quello delle costruzioni col 37%. I meno esposti saranno quelli dell’istruzione e della sanità.

Venendo invece alle mansioni, la ricerca sostiene che il rischio di automazione è inversamente proporzionale al livello di studio: più alto per le mansioni a bassa scolarità (45%), più basso per le mansioni ad alta scolarità (12%). In concreto i lavoratori più esposti sarebbero gli operai addetti alle macchine e gli impiegati comuni con un rischio di automazione che è rispettivamente del 64 e del 54%.

La situazione in Italia

Volendoci concentrare sull’Italia, si può fare riferimento al rapporto dell’Istituto Ambrosetti, «Tecnologia e lavoro: governare il cambiamento», pubblicato nel 2018. L’Istituto valuta che nei prossimi 15 anni il 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro a causa dell’automazione. Quanto ai settori, sarebbero a maggior rischio quello dell’agricoltura e della pesca (25%), del commercio (20%) e il manifatturiero (19%). I meno esposti quello dell’istruzione e della salute, rispettivamente al 9 e 6%. Quanto alle mansioni, i più a rischio sarebbero i lavoratori meno qualificati e non laureati, ma rischiano molto anche i tecnici matematici, i commercialisti e gli analisti di credito, che pur appartenendo a un livello di istruzione elevato svolgono mansioni facilmente sostituibili dalle macchine intelligenti.

Nonostante tutto, McKinsey getta acqua sul fuoco sostenendo che le nuove tecnologie creeranno anche posti di lavoro.  Soprattutto per ingegneri, programmatori, analisti, esperti di sicurezza informatica e di intelligenza artificiale. Ma non oltrepasserebbero i 50 milioni a livello globale, per cui si avrebbe un saldo negativo pari a 300 milioni di posti di lavoro. Uno scarto importante che però non crea sconforto nei sostenitori dell’innovazione tecnologica ad ogni costo, i quali trovano rassicurazioni nella storia. Guardando alle precedenti rivoluzioni industriali si nota che le innovazioni tecnologiche solo in un primo momento generano disoccupazione. Poi si attivano dei meccanismi di tipo economico e sociale che fanno risollevare la marea occupazionale. Ad esempio, è sempre successo che le maggiori rese produttive abbiano fatto lievitare i salari, facendo nascere nuove esigenze che hanno stimolato l’avvio di nuove attività produttive. In effetti dopo la seconda rivoluzione industriale si è assistito a uno spostamento di mano d’opera dall’agricoltura all’industria e quando anche l’industria ha subito una battuta d’arresto occupazionale, si è assistito a uno spostamento verso i servizi.

Verso quale futuro: con o senza intervento pubblico

Per il futuro, gli ottimisti ipotizzano un recupero occupazionale attraverso un’ulteriore terziarizzazione della società. Ma molti servizi sono già saturi e per giunta essi stessi subiranno un’emorragia di posti di lavoro a causa dell’industria 4.0. E allora da dove verrà il nuovo lavoro? L’idea di molti è che i bisogni sono insaziabili e che ogni epoca presenta nuove problematiche. Come esempio viene citato l’invecchiamento della popolazione che richiede il potenziamento di molti comparti: dal sanitario all’assistenziale, dal fisioterapico al formativo. Ma senza un adeguato intervento pubblico c’è il rischio che il problema venga risolto in maniera selvaggia, ciascuno in base alla propria ricchezza con la collaborazione di una massa di precari sottopagati. Tutto questo per dire che la piega che prenderà la società futura dipende molto dai valori che la animeranno. Può essere la società del trickle down, dello «sgocciolamento»: totalmente animata dal mercato con pochi protetti e ben pagati che faranno arrivare delle mance a chi sta sotto, utilizzandoli per mansioni accessorie come ricevere la pizza a casa, o accompagnare il cane a passeggio. Oppure può essere la società dell’uguaglianza, con una forte presenza pubblica che livella le posizioni e garantisce lavoro per tutti attraverso un corretto uso della leva fiscale, una sana regolamentazione dell’orario di lavoro, un grande investimento nella scuola e la creazione di servizi gratuiti per tutti. Ancora una volta la tecnologia si trasformerà in mostro o angelo a seconda se prevarrà il tornaconto personale o la solidarietà.

Francesco Gesualdi




Quantitative easing (il mondo alla rovescia)

Testo di Francesco Gesualdi


Può sembrare noiosa e incomprensibile, ma l’economia condiziona le nostre vite e l’integrità dell’ambiente. Anche su tematiche complesse come quelle monetarie noi cittadini dovremmo essere più attenti e preparati. Per non lasciare che vincano sempre il mercato e gli speculatori. Come sta accadendo.

Le questioni monetarie continuano a perseguitarci e sono piuttosto noiose perché non hanno come obiettivo la nostra felicità, ma la sopravvivenza del mercato. Tuttavia, siamo costretti ad occuparcene prima di tutto per una questione di democrazia. Il sistema vorrebbe tanto che considerassimo l’economia così noiosa e incomprensibile da gettare la spugna. Ma, se lo facessimo, finiremmo per diventare dei pupazzi totalmente  nelle mani dei mercanti, che a seconda dei loro calcoli di guadagno, ora ci metterebbero in scena, ora ci getterebbero nella pattumiera come stracci vecchi. È proprio il fatto che l’economia condiziona così tanto la nostra vita e l’integrità del Creato, la seconda ragione per cui dobbiamo non solo vigilare, ma pretendere di assumerne il comando.

Le banche centrali e la moneta in circolazione

Questa volta l’espressione da esaminare è quantitative easing, due parole così enigmatiche da indurre alla fuga ancor prima di qualsiasi tentativo di decriptazione. Per capire, invece di andare dritti sul coperchio della pentola per vedere cosa c’è dentro, partiamo dall’apparecchiatura. Di scena sono le banche centrali, le istituzioni che stanno al vertice delle monete in circolazione, eccezion fatta per le criptovalute che al momento conviene lasciare da parte. Nel caso del dollaro, la Banca centrale è la Fed, abbreviazione di Federal Reserve. Per l’euro è la Bce, la Banca centrale europea (già più volte protagonista di questa nostra rubrica). Quando avevamo la lira era la Banca d’Italia.

Una delle principali funzioni delle banche centrali è la gestione della massa monetaria, una questione piuttosto delicata perché la quantità di moneta in circolazione oltre ad avere ricadute sul livello dei prezzi, riduce o favorisce consumi e investimenti e quindi la crescita o il rallentamento dell’intero sistema produttivo. Per capire come la disponibilità di denaro freni o attivi consumi e investimenti, basta pensare a noi stessi: se inaspettatamente troviamo dei soldi lasciati nel cassetto da uno zio morto possiamo fare acquisti a cui non avevamo mai pensato. Se al contrario perdiamo il portafogli, siamo costretti a cancellare spese anche molto importanti. Con ripercussioni sulle aziende produttrici: positive se ci ritroviamo con più soldi in tasca, negativi se ne perdiamo. Di qui la regola generale: si espande la moneta quando si svuole stimolare l’economia, si restringe quando si vuole raffreddarla.

Va anche precisato che l’espansione o la restrizione della massa monetaria non passa necessariamente attraverso la creazione o la distruzione di moneta, ma più semplicemente attraverso operazioni di sequestro e di rilascio di moneta attraverso un polmone monetario costituito presso la  Banca centrale. Al bisogno, però, si può attivare l’espansione anche attraverso la creazione di nuova moneta.

Politiche monetarie: creditizie e fiscali

I canali a disposizione della Banca centrale per immettere o ritirare moneta dal circuito economico sono tre: il sistema bancario, la borsa valori, il governo della nazione. Le strategie utilizzate nei confronti del sistema bancario riguardano le riserve e il tasso di interesse. Le riserve si riferiscono all’obbligo imposto alle banche ordinarie di accantonare presso la Banca centrale una quota delle loro disponibilità. Il tasso di interesse si riferisce al prezzo richiesto per i rapporti di debito credito intercorrenti fra Banca centrale e banche ordinarie. Prezzo che poi si ripercuote a catena anche sui rapporti che le banche hanno con i propri clienti. L’innalzamento delle riserve riduce le disponibilità delle banche che quindi si traduce in una riduzione della massa monetaria. Al contrario, una riduzione delle riserve si traduce in una maggiore disponibilità delle banche e quindi in una crescita della massa monetaria. Anche l’aumento del tasso di interesse fa da freno alla massa monetaria in circolazione perché, se il credito costa di più, si riduce il numero di coloro che lo richiedono. L’operazione contraria ovviamente conduce all’effetto opposto.

Il rapporto con la Borsa consiste in operazioni di acquisto e vendita di titoli da parte della Banca Centrale. Se acquista titoli immette moneta nel sistema, se vende titoli rastrella denaro. Il terzo canale è il rapporto col governo e funziona praticamente in una sola direzione, che è quello di immettere denaro nel sistema economico. Lo fa finanziando spese a deficit, ossia non coperte dal gettito fiscale.

Per riassumere, dunque, le vie classiche di gestione della massa monetaria comprendono il canale privato e il canale pubblico. Il canale privato basato sul costo del denaro e su meccanismi di sequestro e rilascio del denaro circolante. Il canale pubblico basato sull’immissione di nuova moneta. E, da un punto di vista lessicale, gli interventi tramite il canale privato sono definiti «politiche monetarie creditizie», articolate in regolazione delle riserve, regolazione del tasso di interesse, operazioni di mercato aperto (operazioni di Borsa). Gli interventi tramite il canale pubblico sono definite «politiche monetarie fiscali» e consistono essenzialmente nel finanziamento di spese tramite emissione di nuova moneta.

Dal pubblico al privato

Questa era l’impostazione classica in vigore nel secolo scorso. Ma gradatamente, già sul finire del secolo, si è assistito ad un ridimensionamento del canale pubblico e un potenziamento di quello privato. Spostamento non casuale, ma figlio del cambio ideologico in atto in tutto il mondo, a sua volta figlio del cambio dei rapporti di potere avvenuto fra sfera pubblica e sfera privata. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, le imprese si sono fatte sempre più agguerrite fino ad imporre il trionfo assoluto del mercato. Quanto alla sfera pubblica è stata relegata al ruolo di garzone, il giovane di bottega che deve limitarsi a fare le leggi gradite al mercato e a gestire i servizi indivisibili come l’ordine pubblico, la giustizia (rapida per permettere ai mercanti di risolvere rapidamente i loro contenziosi), la difesa dei confini, facendo ben attenzione a non occuparsi mai di servizi che il mercato vuole per sé come sanità, scuola, acqua, strade. Un disegno che ha avuto la sua massima espressione nell’Unione europea, allorché ha affidato la gestione della moneta unica a una Banca centrale autorizzata ad interagire unicamente col settore privato. Il divieto imposto alla Banca centrale europea di prestare ai governi anche un solo centesimo, è stata la mazzata finale data ai governi per svuotarli di qualsiasi possibilità di intervento in campo economico e ridurli alla stregua di gelidi amministratori di condominio che, se si azzardano a prevedere una pur minima spesa straordinaria, non hanno altra possibilità di finanziarla se non indebitandosi con le banche private in cambio di lauti tassi di interesse.

Altrove non si è osato altrettanto. In Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, le banche centrali continuano ad avere fra i propri scopi il sostegno ai governi per il raggiungimento della piena occupazione e dello sviluppo sociale. Ma, nella pratica quotidiana, anche in questi paesi si sono affievoliti gli interventi tramite i governi mentre si son potenziati quelli tramite il canale privato. Addirittura, si è consentito al canale privato di godere di prerogative che, in passato, erano riservate all’ambito pubblico. Stiamo parlando di interventi realizzati con moneta creata ex-novo. Ed è proprio questo il «quantitative easing» che alla lettera significa «allentamento quantitativo»: l’acquisto di titoli presso le banche e la borsa valori con moneta coniata di fresco con lo scopo di aumentare la base monetaria circolante nel sistema.

Se i benefici sono ipotetici

Un cambio di strategia apparentemente innocuo, in realtà gravido di conseguenze sia in termini politici che pratici. Sul piano politico è la proclamazione del mercato a gestore principe dell’economia. Sul piano pratico è l’anteposizione dell’interesse degli speculatori su quello dei cittadini. Quando la creazione di nuova moneta era al servizio dello stato per permettergli di finanziare nuovi servizi e creare posti di lavoro, i beneficiari diretti erano i cittadini e i disoccupati. Oggi che è al servizio di banche e Borsa, i beneficiari diretti sono gli speculatori. Certo della maggior disponibilità di denaro possono approfittare anche gli imprenditori per effettuare nuovi investimenti e quindi creare posti di lavoro. Però la disponibilità di credito è condizione necessaria ma non sufficiente per nuovi investimenti. Parallelamente servono sbocchi di mercato che il quantitative easing non garantisce. Diverso è per lo stato che producendo gratuitamente per i propri cittadini, non ha mai il problema di doversi procacciare i clienti. Per questo l’uso dello stato come canale di immissione di nuova moneta procura alla cittadinanza benefici certi, mentre il quantitative easing ne procura solo di ipotetici.

Il primo paese a sperimentare il quantitative easing fu il Giappone nel 2001: l’economia ristagnava e, avendo portato i tassi di interessi già a zero, senza ottenere risultati, si illuse di poter spingere gli imprenditori a nuovi investimenti inondando il canale finanziario di denaro. Ma, nonostante una crescita del 60% della base monetaria, le cose non andarono molto meglio. Nel 2008 fu la volta degli Stati Uniti che, nel 2018, registravano una base monetaria 5 volte più alta rispetto a dieci anni prima (4mila miliardi di dollari contro 800). Nel 2015 anche la Banca centrale europea si lancia nell’acquisto di titoli con nuova moneta al ritmo di 60-80 miliardi di euro al mese. Ha continuato fino ai nostri giorni per un totale di oltre 2.500 miliardi di euro.

Un sistema prigioniero del mercato

Concludiamo parlando dei risultati concreti. Che sono discutibili sul piano del rilancio economico, vista la situazione di recessione all’orizzonte a livello mondiale. Di sicuro, è stato sostenuto il sistema bancario che, dopo la crisi del 2007, traballava sulle due sponde dell’Atlantico.

Così come è stato sostenuto il valore di molti titoli di borsa visti gli acquisti massicci delle banche centrali. Una mossa che oltre ad avere favorito i detentori di titoli, ha favorito anche i governi perché li ha messi al riparo da attacchi speculativi al ribasso che avrebbero fatto aumentare i loro tassi di interesse. Un risultato senz’altro positivo per la collettività, ma la collettività ci avrebbe guadagnato molto di più se quella stessa massa monetaria fosse stata utilizzata per liberare i governi dai loro debiti nei confronti delle banche.

In più c’è da dire che l’inondazione del sistema con denaro fresco ha reso il mondo più insicuro da un punto di vista finanziario. Infatti, l’alta disponibilità di credito a buon mercato ha indotto molti fondi d’investimento a procurarsi in Occidente denaro a basso costo per prestarlo a interesse molto più alto a entità africane, asiatiche, latino americane. Tanto che, se nel 1995 il debito dei paesi emergenti rappresentava il 10% del debito complessivo mondiale, oggi è al 28%. Una situazione pericolosa che potrebbe rappresentare la prossima miccia d’innesco di una nuova crisi mondiale perché può bastare un brusco aumento dei tassi di interessi per mettere le realtà del Sud del mondo nella condizione di non poter pagare.

E si sa, quando i debitori non pagano i problemi non sono loro, ma dei creditori che rimangono col cerino in mano. Triste orizzonte per un sistema che avendo perso totalmente di vista le persone è diventato ostaggio delle follie del mercato.

Francesco Gesualdi




Per un salario dignitoso (nell’era della disoccupazione)

Testo di Francesco Gesualdi |


Un sistema economico fondato sulla competizione internazionale tende a comprimere salari e diritti. In questo modo i nemici dei lavoratori diventano altri lavoratori. L’introduzione di salari minimi che assicurino la vivibilità appare ancora lontana. Intanto l’occupazione continua a ridursi a causa dell’avanzata dell’automazione. Una questione affrontabile soltanto con la ridistribuzione: del lavoro o del reddito.

Una società che si preoccupa del lavoro mi è sempre sembrata strana. Quando, ancora ragazzo, passai dal mondo rurale a quello urbano, rimasi sbalordito sentendo che la gente si angosciava per il lavoro. Davanti agli occhi avevo l’immagine del contadino sfinito dietro all’aratro. Fra lui e i buoi non si capiva chi faticasse di più, ed ero cresciuto con la convinzione che meno si lavora, meglio si sta, perché il lavoro è abbrutimento e fatica. Ma poi mi ritrovai in un mondo dove la gente si disperava se non faticava. Che fossero tutti matti? Tanto più che guardandomi attorno vedevo un sacco di lavoro da fare. Strade sporche da pulire, scuole scrostate da intonacare, giardini pubblici da sistemare. Se la gente aveva così tanta voglia di fare, perché non si dedicava a ciò di cui c’era bisogno?

Mi ci volle del tempo per capire che si scrive lavoro, ma si pronuncia denaro. Non potevo immaginare che il mondo fosse popolato da una massa di nullatenenti che per vivere devono implorare un padrone perché compri il loro lavoro in cambio di un salario che poi spenderanno in un supermercato. Tanto meno potevo immaginare che questa dipendenza fosse considerata normale. Dov’è la nostra libertà se la nostra sopravvivenza dipende dalle decisioni di altri?

Lavoratori contro lavoratori

Ora che siamo in trappola abbiamo due problemi: come vivere da prigionieri nel miglior modo possibile e come uscire dalla trappola. Finché siamo in prigionia il nostro obiettivo è un posto di lavoro a condizioni decenti. Compito non facile, perché per costringerci ad accettare di lavorare per salari sempre più bassi, il mercante ha cercato di trasformarci in gladiatori: lavoratori contro lavoratori in lotta per posti di lavoro sempre più scarsi. In passato il gioco al massacro venne evitato perché invece di combattersi, i lavoratori si allearono. Così riuscirono ad imporre aumenti salariali, diritti sindacali, tutele previdenziali. Per tutti. Oggi dobbiamo fare lo stesso se vogliamo uscire dall’angolo. Ma il contesto si è fatto più difficile e servono nuove strategie.

Un tempo, quando le economie erano più chiuse, la competizione si giocava fra lavoratori che potevano dialogare fra loro perché appartenevano agli stessi territori. E avevano capito che conveniva unirsi piuttosto che combattersi. Ma oggi che merci, capitali e investimenti sono stati messi in libertà, la competizione si è fatta internazionale. Le imprese si comportano come avvoltoi che volteggiano in cielo pronti a gettarsi dove avvistano la loro preda. Che tradotto significa trasferimento della produzione dove i salari sono più bassi e i diritti meno tutelati.

Così abbiamo finito per sentirci in guerra col cinese, con l’indiano, col polacco e acclamiamo chi paventa guerre commerciali con paesi stranieri e applica riduzioni di tasse sui capitali per richiamare la produzione in patria.

Salari minimi: dignità è vivibilità

Il nostro progetto deve essere ambizioso. Dobbiamo costringere a livello globale le imprese a mettere radici nei territori in cui si impiantano perché, ogni volta che se ne vanno, gettano decine, se non migliaia di famiglie nella disperazione. E poiché le differenze salariali sono il grande incentivo alla delocalizzazione, l’obiettivo su cui dobbiamo concentrarci è l’uniformità salariale. Certo non si può pretendere di avere contratti collettivi mondiali, né salari uguali in tutti i paesi. Ma si può cercare di ridurre le differenze spingendo tutti i paesi del mondo ad adottare gli stessi criteri per la definizione dei salari minimi. Criteri che per essere dignitosi non possono essere che quelli del salario vivibile, un concetto messo a punto dalla «Clean Clothes Campaign» (vedi riquadro p. 42) secondo la quale il salario deve coprire quanto meno le spese per i bisogni fondamentali del lavoratore stesso, del coniuge e di due figli a carico. Se in Italia avessimo un salario minimo legale fissato secondo questo criterio non esisterebbe lo scandalo di contratti pirata che per le categorie più basse prevedono salari inferiori ai sei euro all’ora. Non avremmo neanche lo scandalo di paesi con salari minimi legali ben al di sotto della soglia di vivibilità. In Ungheria ad esempio il salario minimo corrisponde appena al 22% di quello necessario per vivere dignitosamente, mentre in Bulgaria al 18%. Queste gravi sfasature non potrebbero esistere se il principio del salario vivibile facesse parte integrante della normativa internazionale. Ma si può sempre rimediare spingendo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), l’organismo dell’Onu dedicato al lavoro, ad adottare una convenzione ad hoc. L’aspetto interessante è che dentro a questo organismo siedono anche i sindacati che potrebbero farsi promotori di una simile iniziativa. Una circostanza che permette anche a noi di giocare un ruolo attivo, portando la proposta dentro al sindacato in cui militiamo. Senza dimenticare che in attesa di una convenzione internazionale, potremmo attivarci per ottenere un’anticipazione almeno a livello di Unione europea. Il tempo pare propizio considerato l’impegno assunto dalla neo commissaria Ursula von der Leyen a favore di un salario minimo comunitario. Ma tutto dipende dai contorni che assumerà. Sarebbe un grave flop se,  invece di affermare il principio del salario vivibile, ancora una volta trionfasse la logica dei costi e della concorrenza.

L’avanzata dell’automazione

L’altro grande nemico dell’occupazione è l’automazione. Per ammissione generale il settore che ne risentirà di più sarà quello manifatturiero, e per ironia della sorte i lavoratori maggiormente a rischio saranno quelli dei paesi di recente industrializzazione. Foxconn, l’azienda taiwanese che produce quasi la metà dei componenti elettronici destinati al consumo di massa e che ha tra i suoi clienti tutti i colossi del settore, da Apple a Microsoft, ha già intrapreso una lenta, ma costante, marcia verso l’automatizzazione.

Anche in ambito tessile sono stati messi a punto robot capaci di tagliare e assemblare vestiti rendendo superflui milioni di lavoratrici asiatiche e mandando contemporaneamente in fumo i sogni di sviluppo occupazionale perseguiti da un paese come l’Etiopia che ambisce a diventare la Cina dell’Africa. Uno studio condotto nel 2016 dall’Oil su Cambogia, Indonesia, Vietnam, Filippine e Thailandia, prevede che a causa della tecnologia, questi paesi avranno una perdita del 56% dei posti di lavoro. Praticamente tre su cinque.

A fine Settecento, era sorto un vero e proprio movimento, il luddismo, contro l’avanzare della tecnologia che estrometteva manodopera. Ma il movimento venne sconfitto, le macchine continuarono ad avanzare e la catastrofe non si palesò. Soprattutto a causa della crescita economica che assorbiva i fuoriusciti. Tutt’oggi il sistema propone questa ricetta come soluzione, dimenticando però, che non siamo più all’anno zero. Dopo due secoli di crescita galoppante, le risorse si sono assottigliate e i rifiuti accumulati: la crescita non è più possibile a meno di non volerci votare all’autodistruzione. E allora non ci rimane che una strada, in parte già battuta nel passato.

La necessità di ridistribuire

Se di lavoro salariato ce n’è meno perché le macchine si sostituiscono a noi, dobbiamo accettare di vivere in una società dove pochi lavorano e molti fanno la fame oppure dobbiamo ridistribuire ciò che c’è. Con due opzioni possibili: la ridistribuzione del lavoro o la ridistribuzione del reddito.

Ridistribuire il lavoro significa creare lavoro per tutti tramite la riduzione dell’orario di lavoro. Ridistribuire il reddito significa garantire una sopravvivenza a tutti prelevando i soldi a chi ce li ha. In un caso abbiamo una società di uguali tramite il lavoro; nell’altro una società di uguali tramite il sistema fiscale. Personalmente propendo per una distribuzione del lavoro: non mi pare né logica, né dignitosa, una società di pochi che lavorano e molti che vivono alle loro spalle. Ma la riduzione dell’orario di lavoro è fortemente osteggiata dalle imprese perché, a loro dire, fa aumentare il costo del lavoro. Forse anche per questo si è fatta strada la proposta della distribuzione del reddito che però non ha vita facile neanch’essa. La prospettiva di pagare più tasse fa torcere il naso non solo agli ultra ricchi, ma anche al ceto medio. E nel tentativo di non scontentare nessuno, una certa politica sceglie l’assistenza finanziata a debito. Ma si tratta di una toppa peggiore del buco perché, passato il sollievo del momento, la situazione si fa ancora peggiore per gli interessi da pagare e il capitale da restituire.

Per la casa comune con la tassazione del tempo

Se proprio debito deve essere fatto, che almeno sia a vantaggio della casa comune, la parte di economia che dovremmo rafforzare per tre buone ragioni.

La prima: si occupa di beni comuni e bisogni fondamentali. La seconda: è a vantaggio di tutti perché funziona sulla base della solidarietà invece che della compravendita. La terza: può essere un volano potente di creazione di posti di lavoro. Un aspetto, quest’ultimo, che ci sfugge perché abbiamo la testa impregnata di mercato. Nel nostro immaginario le uniche che possono creare lavoro sono le imprese che producono per vendere. Invece esiste anche l’altra possibilità: la comunità imprenditrice di se stessa che si organizza per la difesa dei beni comuni e la garanzia dei diritti per tutti. E se da una parte si attrezza di campi, boschi, macchinari, fabbriche e tutto il resto che serve per produrre beni e servizi, dall’altra fa funzionare la sua macchina produttiva col lavoro di tutti retribuito non con un salario, ma con l’accesso a servizi gratuiti. Ecco il nuovo patto che ciascuno di noi dovrebbe stipulare con la collettività: lavoro gratuito in cambio di servizi gratuiti. Se entrassimo nella logica di contribuire alla cosa pubblica più che attraverso la tassazione del reddito attraverso la tassazione del tempo, potremmo trasformare la macchina pubblica in una grande area di sicurezza occupazionale per tutti. Il tempo di lavoro calcolato in base ai bisogni da soddisfare e all’ammontare complessivo di tempo che i cittadini possono mettere a disposizione. Forse non verrebbe fuori neanche una giornata a testa a settimana, ma rappresenterebbe un minimo occupazionale garantito per tutti che ci farebbe sentire tutti cittadini con pari dignità. La dimostrazione che per risolvere i problemi sociali serve testa, cuore e fantasia.

Francesco Gesualdi

 


Una proposta dall’Asia

Il salario «vivibile»

  • Cos’è: salario che permette al singolo lavoratore e ai suoi familiari (partner e due figli) di far fronte ai bisogni di base individuati in cibo, alloggio, vestiario, sanità, energia, trasporti, istruzione. L’orario di riferimento è quello previsto dalla legislazione nazionale, in ogni caso mai superiore alle 48 ore settimanali.
  • Chi l’ha promosso: a livello mondiale il gruppo che ha elaborato la proposta più articolata di salario vivibile è l’Asia Floor Wage Alliance, espressione asiatica della Clean Clothes Campaign. La campagna comprende organizzazioni sindacali e non governative non solo dell’Asia (Bangladesh, India, Indonesia, Hong Kong, Malesia, Pakistan, Sri Lanka, Thailandia), ma anche d’Europa e America del Nord.
  • Progressi realizzati: nel 2009, l’Asia Floor Wage Alliance ha messo a punto un sistema di calcolo di salario vivibile valido per i paesi asiatici. La proposta è usata come base di contrattazione dalle diverse piattaforme nazionali. In Europa il concetto di living wage è stato inserito nella legislazione inglese, ma assume come riferimento la linea di povertà individuata nel 60% del salario medio nazionale.
  • Il sito: https://asia.floorwage.org
  • Il fumetto: dal sito è possibile scaricare due fumetti in inglese che possono servire a due scopi: far riflettere i ragazzi (e gli adulti) sulla tematica del salario giusto e ripassare la lingua inglese.

F.G.




Il lavoro (nell’era dei mercanti)

testo di Francesco Gesualdi


La teoria economica classica distingue tre fattori di produzione: terra, capitale e lavoro. La loro parabola è stata opposta. I primi due sono diventati sempre più rilevanti, il terzo sempre meno. Prima a causa della rivoluzione industriale, poi della globalizzazione neoliberista e oggi per la rivoluzione informatica e robotica.

Da quando l’uomo ha messo piede sulla terra ha sperimentato che, per procurarsi da vivere, non è sufficiente la sola forza muscolare. Altri due elementi sono di fondamentale importanza: gli strumenti (oggi chiamati tecnologia) e la terra (oggi, la natura e gli ecosistemi). Benché molto diversi fra loro, da quando siamo entrati nell’«era dei mercanti», questi due aspetti hanno finito per essere etichettati sotto la stessa categoria: il capitale. Tant’è che, se parla il proprietario terriero, il suo capitale è la terra; se parla l’allevatore, il suo capitale sono gli animali; se parla l’imprenditore manifatturiero, il suo capitale sono le macchine. Una scelta non casuale: il linguaggio è fra i più potenti condizionatori del pensiero.

Premesso che capitale è sinonimo di importante, fondamentale, senza accorgercene siamo cresciuti con la convinzione che gli aspetti essenziali dell’attività economica siano le macchine, i palazzi, i terreni, le miniere. In una parola, diamo valore a ciò che il mercante reclama come «suo», mentre disprezziamo tutto il resto. In particolare, lavoro e beni comuni. È il trionfo del pensiero mercantile.

Senza mezzi

Un tempo, quando l’economia ruotava attorno all’agricoltura, il capitale di riferimento era la terra. Oggi è rappresentato principalmente dalla tecnologia. Sopra all’uno e all’altro, domina il denaro che, rappresentando la chiave di accesso a qualsiasi bene, ha finito per essere il capitale per eccellenza. Tant’è che il sistema bancario e finanziario oggi è il vero dominus dell’economia.

Ma ciò che interessa notare è che, nel corso della storia, si è assistito a una separazione crescente fra capitale e lavoro. E non per rinuncia da parte dei lavoratori a possedere i  propri mezzi di produzione, ma per la prepotenza di pochi a prendersi con la forza il capitale di tutti. Non a caso, in molti paesi del Sud del mondo, i senzaterra continuano a lottare per riprendersi ciò che i latifondisti hanno accumulato con il sopruso.

Gli storici riempiono pagine per raccontarci delle scorribande organizzate dai vari sovrani per strapparsi le terre a vicenda, ma la vera guerra che si dovrebbe studiare è quella combattuta all’interno delle singole comunità da parte di pochi prepotenti per sottrarre terre ai propri conterranei. Con l’obiettivo esplicito di ridurre la popolazione in povertà e costringerla a lavorare al proprio servizio. Per un certo periodo addirittura in schiavitù. Poi, per fortuna, lo spirito si è affinato e la schiavitù (intesa come  sopraffazione dell’uomo sull’uomo attraverso la proprietà della persona) non è stata più ammessa. Ma non è cresciuta  la condanna per la povertà e a partire dal 1600 in Europa si sono intensificati i meccanismi per privare le famiglie rurali dei propri mezzi di sostentamento. In Inghilterra sono famose le leggi emanate per privatizzare  le terre comuni, l’unica fonte di sostentamento a disposizione dei nullatenenti. Improvvisamente milioni di individui si sono trovati costretti a migrare verso le città in cerca di una soluzione. Che passava  per una sola strada: la vendita del proprio lavoro, unica merce a loro disposizione. Del resto l’obiettivo era proprio questo: permettere alla nuova classe dominante, che ora si basava sul capitale industriale, di poter disporre di uno sterminato esercito di nullatenenti costretti a svendersi. Alla fine il progetto di espropriazione ha sortito i propri effetti: noi tutti siamo nullatenenti capaci di vivere solo se troviamo qualcuno disposto a comprarsi il nostro lavoro. La condizione di spossessamento è talmente diffusa che non ci facciamo neanche più caso: ci pare semplicemente normale dipendere da qualcun altro per poter vivere, anche se vendere lavoro significa vendere il proprio tempo ossia parte della nostra esistenza. Forse servirebbe qualche riflessione in più sulla liceità del lavoro salariato.

L’economia dello scarto

Dopo averci ridotto al rango di nullatenenti e averci convinti che l’unico modo per vivere è spendere al supermercato i soldi guadagnati vendendo il nostro lavoro, è successo che il sistema ci ha strappato il tappeto da sotto i piedi. Ci ha semplicemente informati che di lavoro per tutti non ce n’è, perché il capitalismo non è organizzato per creare lavoro, ma per distruggerlo. Il fatto è che per i capitalisti il lavoro è solo un costo da contenere, una merce qualsiasi da comprare al prezzo più basso possibile. E poiché la legge di mercato sancisce che il prezzo scende quando c’è più offerta che domanda, per fare scendere il prezzo del lavoro bisogna creare più offerenti di lavoro di quanto siano i posti disponibili. Un progetto definito da papa Francesco come l’«economia dello scarto», e se fino a ieri gli scartati eravamo abituati a vederli nel Sud del mondo, oggi li troviamo sempre più nelle nostre case, a giudicare dalla crescita dei poveri e dei disoccupati.

Trasformato il lavoro in una variabile dipendente dall’andamento del mercato e dai calcoli di convenienza del mercante, l’umanità è sprofondata in una situazione d’insicurezza mai vista prima. Era brutta la condizione di schiavi e servi della gleba, ma – paradossalmente – fra una frustata e l’altra ci scappava anche la scodella di fagioli, perché il padrone aveva bisogno di tutti e aveva interesse a che tutti gli abili al lavoro rimanessero in vita. Oggi invece, il sistema può permettersi di dire a qualche miliardo di persone che sono in sovrappiù e può condannarli a vivere rovistando fra i  rifiuti prodotti dai pochi ammessi.

Il capitalismo può essere raccontato come la storia di un sistema che si è organizzato per creare disoccupazione e assicurarsi costantemente lavoro a buon mercato. Ai primordi della rivoluzione industriale l’esercito di riserva venne creato – lo abbiamo ricordato – con la privatizzazione delle terre comuni. In seguito il pezzo forte è stata la tecnologia: l’introduzione di macchine sempre più veloci ed autosufficienti capaci di sostituirsi ai lavoratori. Un processo che si è intensificato con l’avvento dell’informatica come mostra l’avanzata dei robot e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito del vivere industriale e umano. Nessuno sa ancora quanti posti di lavoro verranno distrutti dalla robotizzazione. Qualcuno sostiene che alla fine sarà un’operazione a somma zero: da una parte si perderanno posti, ma dall’altra se ne creeranno. A rimetterci saranno le mansioni meno qualificate mentre crescerà la richiesta di ingegneri, matematici, programmatori. Un ottimismo confortato dalla constatazione che, in passato, nonostante l’introduzione delle macchine, alla fine l’occupazione ha tenuto. Ma il contesto era diverso. Per cominciare c’era un’Europa da ricostruire e molta strada da fare sul piano dei consumi. Inoltre c’erano governi molto interventisti che attivavano tutti gli strumenti a propria disposizione per stimolare gli investimenti. E per finire le imprese erano molto più legate ai propri territori perché c’erano regole assai più stringenti rispetto alla circolazione internazionale dei capitali e delle merci. Ma gradatamente tutto questo è cambiato: il mercato si è saturato, il neoliberismo ha tarpato le ali agli stati, merci e capitali hanno avuto licenza di muoversi in piena libertà a livello mondiale. Le imprese, insomma, hanno assunto il mondo intero come territorio di riferimento anche da un punto di vista produttivo e tutte le carte hanno cominciato a rimescolarsi.

Disoccupati al Nord, sfruttati al Sud

Con la globalizzazione, miliardi di persone mantenute in povertà da cinquecento anni di colonialismo, sono state riscoperte dal sistema delle imprese, non come consumatori, ma come lavoratori a buon mercato. E l’intera geografia internazionale del lavoro è stata ridisegnata. Marchi storici con una solida filiera produttiva nei paesi in cui erano nati, hanno scoperto che è più conveniente sbarazzarsi della produzione che mantenerla. La soluzione è appaltarla a terzisti esterni reperiti ora in Corea del Sud, ora in Cina, ora in Bangladesh, in base alle condizioni offerte. Così il mondo delle imprese si è ristrutturato e la produzione frantumata, internazionalizzata, deflagrata: un pezzo qua, un pezzo là; un anno qui, un anno là: sempre in movimento a seconda dei calcoli di convenienza. Il risultato è più lavoro sfruttato al Sud e meno lavoro garantito al Nord. Ovunque più concorrenza fra lavoratori disposti a ridurre i propri salari e i propri diritti pur di ottenere un posto di lavoro. E i risultati si vedono: nei paesi più ricchi, fra il 1975 e il 2011, la quota di reddito nazionale andata ai salari è diminuita mediamente del 10%, passando dal 67% al 56%. In Italia, la diminuzione è stata addirittura dell’11,8%, contro il 6,2% della Francia e il 4,2% del Giappone. Una perdita a tutto vantaggio dei profitti che sono cresciuti specularmente.

Poi gli immigrati

Anche l’immigrazione è usata per alimentare la discesa dei salari e dei diritti. Ma al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è l’apertura a favorire lo sfruttamento, bensì la chiusura. Più si chiudono le frontiere, più si creano ostacoli al rilascio dei permessi di soggiorno, più cresce l’immigrazione clandestina e irregolare che va a finire tutta fra le braccia dell’economia in nero e criminale. In Italia la politica degli ultimi governi, che ha ridotto l’accoglienza, ha abolito i permessi di soggiorno per motivi umanitari, ha reso più difficile il riconoscimento dello status di rifugiato, ha prodotto 650mila irregolari. Un esercito di braccati che non potendo svolgere un lavoro regolare finisce inevitabilmente fra le grinfie dei caporali che usano l’arma del ricatto per portali nei campi e nei cantieri edili a lavorare per due euro l’ora.

L’occupazione è citata da tutte le forze politiche come una priorità. Ma spesso è solo strumentalizzata per giustificare investimenti pubblici inutili e dispendiosi, o per avallare attività private socialmente inaccettabili e ambientalmente dannose. E si può parlare di strumentalizzazione perché nel contempo si rendono complici della costruzione di un ordine economico che dà sempre più potere ai mercanti. Che è come affidare il servizio antincendio ai piromani. La via d’uscita si può ottenere solo costruendo un altro potere economico, di tipo pubblico, parallelo a quello dei mercanti. Oggi i mercanti si sentono onnipotenti perché sanno di possedere il monopolio della produzione e del lavoro. Ma quando si renderanno conto di non essere più così determinanti, perché la gente trova altrove la soluzione ai propri problemi, allora verranno a più miti consigli. Spesso per spengere gli incendi si usano i controfuochi in modo da creare delle aree prive di vegetazione che impediscono alle fiamme di avanzare. Dovremo adottare la stessa strategia anche in ambito economico, per impedire al fuoco mercantilista di divorarsi tutto.

Francesco Gesualdi
(prima parte – continua)

 




Lo spread, una questione di fiducia

Testo di Francesco Gesusaldi


Il termine è inglese e significa «divario», differenziale tra i titoli di stato di un paese (per esempio, l’Italia) e quelli di un altro (per esempio, la Germania). Minore è la fiducia nel paese che ha emesso quei titoli, più alto sarà il differenziale. È esagerata l’attenzione concessa allo spread? No, perché il suo meccanismo (perverso) porta conseguenze reali per tutti. Cerchiamo di capire come e perché.

Ci sono parole oscure che ci piombano addosso dal niente e hanno il potere di terrorizzarci. Una di queste è «spread», parola che si è affacciata nella nostra vita nel 2011 e da allora non ci ha più abbandonati. Non che prima non esistesse, ma circolava solo in ambienti ristretti e specialistici, per cui non ci coinvolgeva.

Abbiamo sempre visto questo termine associato al debito pubblico e, nel nostro immaginario, si è radicata l’idea che se sale porta tormenta, se si riduce torna il bel tempo.

Ma di cosa parliamo esattamente? Non è semplice dirlo, prima di tutto perché non è un vocabolo costruito per noi, intendo dire noi comuni cittadini che ci alziamo al mattino, andiamo in ufficio o in officina e viviamo di ciò che guadagniamo dal nostro lavoro. No, la parola spread è stata coniata a uso e consumo degli operatori finanziari e per capire di quale messaggio è portatrice, bisogna aprire un po’ di parentesi. La prima di queste riguarda la finanza pubblica.

Prestare allo stato

Il canale normale di finanziamento dei governi è quello fiscale, ma quando per questa via essi non riescono a coprire l’intero fabbisogno, allora ricorrono ai prestiti bancari, se non dispongono di sovranità monetaria.

Per lasciare traccia dei prestiti ricevuti, i governi rilasciano dei certificati, titoli su cui sta scritto l’importo da restituire, la data di scadenza, l’interesse riconosciuto. Si tratta dei famosi titoli del debito pubblico che a seconda delle loro caratteristiche assumono nomi diversi. Nel caso italiano il ventaglio comprende i Buoni ordinari del tesoro (Bot), i Buoni del tesoro poliennali (Btp), i Certificati di credito del tesoro (Cct) e altre varietà ancora. La parola «tesoro» ricorre costantemente perché l’organismo governativo addetto al reperimento dei prestiti è il ministero del Tesoro che oggi si chiama ministero dell’Economia e delle Finanze.

Dal momento che i certificati hanno assunto il ruolo di controfigure dei prestiti, hanno finito per prendersi tutta la scena ed ormai è solo di loro che si parla in tutte le operazioni che chiamano in causa i prestiti richiesti e/o ottenuti dai governi. Ad esempio, le operazioni attivate per chiedere prestiti, sono state battezzate «operazioni di collocamento dei titoli» che in Italia avvengono tramite apposite aste. Di fatto succede che lo stato annuncia di essere alla ricerca di una certa quantità di prestiti e che prediligerà i soggetti che richiedono i tassi di interesse più bassi. Va precisato, tuttavia, che le aste non sono aperte a tutti, ma a pochi soggetti, così detti specialisti in titoli di stato, che possono intervenire per sé o per conto di terzi. All’aprile 2019 erano meno di venti e comprendevano UniCredit, Monte dei Paschi, Deutsche Bank, Barclays Bank, Goldman Sachs.

Questo primo livello di vendita, che vede come protagonista lo stato alla ricerca di prestiti, è definito mercato primario. Ma accanto ad esso si è sviluppato anche un altro circuito di compra vendita che è stato definito mercato secondario dei titoli. Per capirlo bisogna abbandonare certi stereotipi che abbiamo rispetto alla macchina dei crediti. Nel nostro immaginario chi ha prestato dei soldi non ha altro modo per riaverli se non aspettando che il debitore li restituisca alle scadenze prefissate.

Entrano gli speculatori

Nel mondo reale le cose non funzionano così: le somme date in prestito si possono recuperare anzi tempo cercando altri soggetti disposti a diventare creditori al posto proprio.

Nel caso dei titoli di stato l’operazione avviene tramite la vendita dei titoli posseduti. Con questo passaggio di proprietà il creditore dello stato cambia, ma a quest’ultimo importa poco perché le condizioni di rimborso rimangono quelle pattuite in partenza. Del resto lo stato sa che prima di arrivare a scadenza, i suoi titoli possono cambiare di mano infinite volte perché attorno a essi ruotano gli speculatori. Soggetti, cioè, che comprano titoli non perché siano interessati a trattenerli, ma per guadagnare sulle variazioni del loro prezzo. Un po’ come fa lo speculatore di case: non compra abitazioni perché sia senza alloggio, ma perché spera di poterci guadagnare rivendendole qualche tempo dopo a un prezzo più alto.

Valore nominale e valore reale

Il fatto che sul mercato secondario i titoli di stato possano cambiare di prezzo ci costringe a segnalare che il valore dei titoli può essere espresso sotto due forme. Da una parte il valore nominale che è quello scritto sul titolo e che corrisponde all’importo che lo stato restituirà alla scadenza. Dall’altra il valore reale che corrisponde al prezzo di scambio in vigore sul mercato. Prezzo determinato dalle dinamiche della domanda e dell’offerta: alto se il titolo è molto richiesto, basso se poco desiderato.

A quanto ammonti il numero di titoli di stato scambiati quotidianamente forse nessuno lo sa, ma tutti concordano che si tratta di una cifra elevata. Per questo si sono sviluppati degli indicatori per fare capire a colpo d’occhio come si muovono sul mercato i prezzi dei titoli di stato di ogni singola nazione.

Lo spread e lo stato

Uno di questi è lo spread che, a onor del vero, è piuttosto cervellotico perché riflette la mentalità dell’investitore tutta concentrata sul guadagno. Cominciamo col dire che «spread» è una parola inglese che significa divario, differenziale, discrepanza. In effetti lo spread è il frutto di un confronto: indica la differenza di guadagno che si ottiene investendo sul titolo maggiormente richiesto, generalmente il Bund tedesco, e su quello del paese preso in considerazione. Si misura in punti base dove un punto corrisponde allo 0,01 di rendimento. Per cui se l’investimento nel Btp italiano a 10 anni rende il 3% e quello nel Bund tedesco rende l’1%, lo spread del titolo italiano è di 200 punti base. Se sale a 500, come è successo nel 2011, vuol dire che la differenza di rendimento fra i due titoli è al 5%.

Fin qui il ragionamento è piuttosto lineare.

Rendimento e rischio

Le complicazioni arrivano se tentiamo di capire in che modo lo spread dà indicazioni sul prezzo e perché la sua crescita è motivo di preoccupazione per il paese bersaglio. I due temi sono collegati: se capiamo l’uno, capiamo anche l’altro. Concentriamoci sulla relazione fra prezzo e rendimento, partendo dalla nascita del titolo. Su di esso ci sono tre numeri che rimangono tali fino alla morte: la durata, il valore nominale e il tasso di interesse. Se il suo valore nominale è 100 euro, la durata 12 mesi e il tasso di interesse 3%, quel titolo frutta 3 euro. Quei tre euro sono indiscutibili, ma a seconda del prezzo pagato sul mercato secondario assume un diverso valore percentuale. Se, ad esempio, il giorno dopo l’emissione viene ricomprato a 90 euro, il vero tasso d’interesse sarà del 3,3%. Da cui l’analogia: spread in crescita prezzo in discesa. A cui segue una seconda analogia: prezzo in discesa, fiducia ridotta.

In effetti, la ragione per cui certi titoli si deprezzano è legata al fatto che si riduce il numero di coloro che li vogliono. Ragione spesso dovuta alla paura che il paese che ha emesso il titolo non dia sufficienti garanzie di solidità e quindi di restituzione del capitale e dell’interesse. Così lo spread da «indicatore di rendimento» si è trasformato in «indicatore di rischio paese». Esprime la fiducia del mercato sulla capacità dei singoli governi di restituire i prestiti ricevuti: spread alto fiducia bassa, spread basso fiducia alta. Ed è proprio il tema della fiducia che genera preoccupazione nei governi ed ha trasformato lo spread in un ricatto. Preoccupazione non tanto per i titoli in circolazione, quanto per quelli di futura emissione. Il mercato, infatti, aspetta i governi deboli al varco e quando si presentano per collocare titoli di nuova emissione ricorda loro che attraverso la caduta dei prezzi, il mercato li ha giudicati debitori poco affidabili, ossia più rischiosi. Quindi, se vogliono nuovi denari, devono essere disposti a pagare tassi di interesse più alti, perché così esige il mercato: a rischio elevato deve corrispondere compenso elevato. Ed ecco la spirale: spread più alti generano spesa per interessi più alti e quindi debito più alto in una rincorsa alquanto pericolosa. Lo abbiamo sperimentato nel 2012 quando la spesa per interessi crebbe dell’11% a seguito del tracollo dei nostri titoli avvenuto nel 2011.

I riflessi sulle banche

Oltre che per il futuro dei bilanci pubblici, lo spread che cresce mette paura anche per le ricadute sul costo dei mutui a interesse variabile. Ancora una volta la connessione è piuttosto tortuosa e passa attraverso il fatto che i tassi sui mutui risentono del tasso di interesse che le banche applicano sui prestiti che si fanno fra loro.

Anche nei rapporti fra banche vige la regola secondo la quale a minore affidabilità corrispondono interessi più alti.

Succede che, se i titoli del debito pubblico dello stato italiano risultano svalutati, anche la posizione delle banche italiane si fa più debole. Non bisogna dimenticare, infatti, che le banche italiane detengono circa il 26% del debito pubblico italiano e, se questo si svaluta, automaticamente anche il capitale delle banche risulta compromesso. Di conseguenza sono più fragili: quando si presentano presso le altre banche per ottenere esse stesse dei prestiti, pagano il prezzo della loro debolezza tramite il pagamento di interessi più alti che puntualmente poi riversano sui loro clienti.

Dunque, il timore per lo spread è giustificato. Non è invece giustificata la nostra ostinazione a mantenere la testa fra le fauci del mercato.

Francesco Gesualdi


Lo spread Btp-Bund: Quel numero fatidico

Ormai gli italiani si sono abituati a sentire dai telegiornali frasi del tipo: «Oggi lo spread è salito a…», «lo spread è tornato sotto la soglia di…».

Il 30 dicembre del 2011 esso arrivò al picco di 528 e costò la poltrona di primo ministro a Silvio Berlusconi (che da allora parla di «colpo di stato internazionale» ai suoi danni).

Oggi (luglio 2019), dopo una nuova altalena dovuta alle incertezze sull’economia italiana, lo spread si attesta poco sopra i 200 punti base. Ma – ne siamo certi – questo è un numero destinato a subire nuovi scossoni.




A proposito di Brexit: a che punto siamo?

Testo di Francesco Gesualdi


Nel Regno Unito ci sono oltre 9 milioni di stranieri (600mila italiani) su un totale di 66. La guerra degli indipendentisti dell’Ukip contro l’Unione europea è iniziata da questo dato. Una guerra vinta con il referendum che, nel giugno 2016, ha sancito l’uscita del paese dall’Europa: la Brexit. Da allora tutto si è però bloccato. Nel frattempo, ci sono state le nuove elezioni europee del 26 maggio.

Nel Regno Unito il movimento indipendentista fa la sua comparsa nel 1993 con la nascita dell’Ukip, United Kingdom Independent Party. A fondarlo sono alcuni fuoriusciti del partito conservatore che, oltre a non sopportare l’idea di dover sottostare alle decisioni prese da una realtà sovrannazionale, sono anche convinti che le regole europee siano dannose per gli interessi inglesi. Ci vogliono però venti anni per arrivare al successo elettorale: alle europee del 2014 l’Ukip raggiunge il 27,5% dei voti aggiudicandosi il titolo di primo partito inglese (sotto la guida di Nigel Farage, poi uscito per fondare, a poche settimane dal voto del 26 maggio scorso, il «Brexit Party», ndr). E se ottiene un così alto consenso non è per merito delle argomentazioni usate in ambito giuridico ed economico ma per la capacità di far presa sulle ansie del popolo inglese. Gli strateghi del marketing elettorale sanno che non è parlando alla testa delle persone che si ottengono voti, ma rivolgendosi al loro stomaco, e nel 2014 hanno buon gioco a battere questa strada considerato il clima di insicurezza che si respira da un capo all’altro d’Europa.

La colpa è degli stranieri

Benché siano già passati sei anni dal collasso dei grandi gruppi bancari, l’onda della crisi non si è ancora esaurita e ovunque si contano i danni, anche in Inghilterra. La disoccupazione, che nel 2007 era al 5,3%, ha raggiunto l’8,1% nel 2011 e nel 2013 era ancora al 7,6%. Intanto gli studi sulla povertà raccontano di una situazione sociale ancor più preoccupante. Un rapporto, pubblicato nel 2014 dal Poverty and Social Exclusion in collaborazione con The Open University, certifica che in trenta anni la percentuale di famiglie al di sotto dello standard di vita minimo è passata dal 14 al 33%. Più in specifico: 18 milioni di persone non  possono permettersi un’abitazione adeguata, 12 milioni sono troppo povere per avviare qualsiasi attività economica, una su tre non riesce a scaldare a sufficienza la propria casa, 4 milioni, fra adulti e bambini, non mangiano in maniera appropriata. Ma Ukip sa a chi attribuire la responsabilità delle sofferenze inglesi: la colpa è degli stranieri che possono insediarsi con troppa facilità in Inghilterra. Una colpa che dimostra con l’aiuto dei numeri: fra il 2004 e il 2017 la presenza di stranieri (sia quelli nati all’estero che quelli nati in Inghilterra da genitori stranieri) è quasi raddoppiata passando da 5,3 a 9,4 milioni. A livello nazionale rappresentano il 14% della popolazione con punte che in certe aree arrivano al 50%. E se in passato ai porti inglesi si presentavano prevalentemente africani ed asiatici, ora arrivano soprattutto cittadini dell’Unione europea che non hanno bisogno di visti per oltrepassare la frontiera inglese. L’Office of National Statistics conferma: in Inghilterra la comunità straniera più numerosa è quella polacca con quasi un milione di persone. Seconda è quella rumena con mezzo milione. Quella indiana, che caratterizzava l’immigrazione del secolo scorso, ormai arriva terza con poco più di 300mila persone. Per Ukip ce n’è abbastanza per concludere che i mali degli inglesi vengono dall’appartenenza all’Unione europea e che solo abbandonando l’Unione potranno essere risolti.

Euroscettici (da sempre)

L’Ukip non è la sola a pensarla così. In Inghilterra l’adesione all’Unione europea è sempre stata una questione controversa che ha generato divisioni in ogni partito. E ogni volta è stato un referendum a decidere quale scelta compiere. La prima volta è successo nel 1975 per decidere se confermare o meno l’adesione dell’Inghilterra al Mercato comune avvenuta due anni prima. Poi è successo di nuovo nel 1998 per chiedere al popolo inglese se voleva adottare la moneta unica. E se nel primo caso gli europeisti avevano vinto due a uno, nel secondo sono stati gli euroscettici a vincere con l’84% dei voti. Una linea sostenuta principalmente dai conservatori a dimostrazione di quanto questo partito sia sempre stato tentennante rispetto all’Europa. Con la nascita dell’Ukip gran parte del dissenso è migrato, ma una parte è rimasto nel partito conservatore ed è montato fino al punto che, nel gennaio 2013, David Cameron, segretario del partito, ha promesso che, se la sua formazione politica avesse ottenuto la maggioranza parlamentare alle elezioni politiche del 2015, avrebbe indetto un referendum per chiedere al popolo inglese se voleva o meno rimanere in Europa. Promessa temeraria perché Cameron era pro Europa, ma sperava che, con alcune  rinegoziazioni, il popolo si sarebbe espresso per il sì e ciò gli avrebbe permesso di mettere finalmente a tacere il dissenso interno. Il referendum del 23 giugno 2016 è stato però vinto da chi voleva lasciare – ecco la famosa «Brexit» – con un vantaggio dell’1,9% dei voti. Cameron ha abbandonato ogni carica e al suo posto è diventata primo ministro Theresa May, il cui compito principale è stato di gestire il divorzio con l’Unione europea. Compito però non semplice, perché, al di là della retorica legata al problema migratorio, i problemi veri sono quelli economici, sapendo che ogni settore presenta le sue peculiarità e quindi le sue esigenze talvolta più propense a mantenere legami con l’Unione europea, talvolta a reciderli del tutto.

Le imprese e la Ue

In linea di massima le imprese britanniche hanno un rapporto di amore-odio con l’Unione europea. Di amore perché è un mercato protetto, quindi sicuro. Di odio perché costringe a sottostare a regole non sempre gradite e perché fa correre il rischio di perdere mercati di altri paesi dal momento che l’adesione all’Unione europea non permette di stipulare accordi basati su regole diverse da quelle fissate dall’Unione. Come dire: non permette di cogliere le occasioni di nuovi mercati che si possono aprire in un mondo in continua trasformazione. Non a caso, appena si è saputo che aveva vinto la Brexit, gli Stati Uniti si sono precipitati a proporre al paese di stipulare un accordo di libero scambio (confermato da Trump nella visita londinese dello scorso giugno).

Per dimostrare come l’Ue sia una palla al piede dell’industria britannica, piuttosto che un’opportunità, l’Institute of Economic Affairs (Iea), un centro studi di dichiarata fede antieuropeista, cita come esempio il «Reach», il regolamento adottato nel 2006 che impone all’industria chimica di applicare misure molto severe per garantire che le sostanze prodotte, importate, vendute e utilizzate nell’Unione, siano sicure. «I test e le procedure imposte dal regolamento sono un aggravio di spese per le imprese, riducono i margini di guadagno e mettono le piccole imprese fuori mercato» lamenta l’Iea in un opuscolo intitolato «Plan A+». E conclude: «Il risultato è che alcune imprese hanno trasferito la produzione all’estero e hanno depennato l’Unione europea dal proprio mercato, danneggiando non solo se stesse, ma la stessa Ue che corre il rischio di aumenti di prezzi a causa di una minor concorrenza dovuta alla riduzione di aziende chimiche presenti nel suo mercato». Di regole considerate soffocanti per le imprese, l’Iea ne cita anche altre, come quelle sul rispetto dei dati personali, sul funzionamento dei porti o sugli obblighi di trasparenza imposte alle imprese finanziarie. Di qui il monito al governo inglese di stare molto attento alle nuove relazioni che imbastirà con l’Unione europea.

Nigel Farage / foto Gage Skidmore-2018

L’articolo 50 e il nodo del confine irlandese

Allo stato attuale la Gran Bretagna deve affrontare due nodi. Il primo, più urgente, è come impedire che l’uscita dall’Unione blocchi l’economia inglese considerato che è totalmente costruita su un rapporto di interscambio con essa. Il secondo, di più largo respiro, come costruire le future relazioni con l’Unione europea. Due snodi chiave visti con molta apprensione soprattutto dal settore finanziario (banche, assicurazioni, fondi speculativi) che in Inghilterra contribuisce al 10% del Pil, impiega 2,3 milioni di persone ed è il principale settore di esportazione che genera un attivo nella bilancia dei pagamenti uguale a quello di tutti gli altri settori messi assieme.

L’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, che definisce le procedure da seguire in caso di separazione, concede due anni di tempo per la messa a punto di un accordo provvisorio che permetta di continuare la convivenza senza scossoni, in attesa che le due parti stabiliscano i criteri su cui vogliono costruire i loro rapporti futuri. Il governo inglese ha comunicato in maniera ufficiale la sua volontà di abbandonare l’Ue il 29 marzo 2017, per cui l’uscita sarebbe dovuta avvenire il 29 marzo 2019. In realtà è stata posticipata al 31 ottobre 2019 perché il Parlamento inglese non ha approvato l’accordo provvisorio stipulato fra Theresa May e la Commissione europea. Il nodo del contendere è la frontiera fra l’Irlanda di Belfast (sotto giurisdizione inglese) e l’Irlanda di Dublino. Attualmente è come se non esistesse frontiera perché ambedue i territori fanno parte dell’Unione europea. Ma un domani, con regole diverse esistenti nei due territori, si imporrebbero controlli e dazi per impedire passaggi di persone e merci  non conformi a una delle due legislazioni. L’unico modo per tenere la frontiera aperta è che tutta l’Irlanda sia assoggettata alla stessa legislazione. Ma quale: quella dell’Unione europea in vigore nell’Irlanda di Dublino o quella nuova che adotterà Londra? Alla fine May ha accettato la così detta «clausola backstop»: indipendentemente dalla legislazione che adotterà la Gran Bretagna, nell’Irlanda del Nord si continueranno ad applicare le regole dell’Ue. La maggioranza dei parlamentari britannici ha però ripetutamente bocciato l’accordo, considerando questa soluzione una violazione della sovranità nazionale. Se dovesse continuare l’opposizione del Parlamento inglese al Trattato di separazione provvisorio e neanche l’Unione europea dovesse accettare di modificarlo, la prospettiva sarebbe quella di un’uscita del Regno Unito senza accordi. Una prospettiva che molti considerano catastrofica perché la posizione di milioni di persone non  britanniche diventerebbe irregolare, mentre la circolazione di persone, merci e servizi cadrebbe nel caos.

Nel frattempo, Theresa May ha annunciato (24 maggio 2019) le dimissioni e il Brexit Party di Nigel Farage ha vinto le elezioni europee. Per sapere come finirà non rimane che attendere i prossimi eventi.

Francesco Gesualdi




Stati Uniti versus Cina: la lotta per la supremazia


Testo di Francesco Gesualdi


Trump accusa la Cina di pratiche commerciali sleali. Per questo ha adottato dazi sui prodotti cinesi, innescando una guerra commerciale che ha conseguenze mondiali. Quella tra Stati Uniti e Cina è una lotta tra giganti, a cui nulla importa delle persone e del Creato. Nel frattempo, l’Italia…

Uno degli elementi di complicazione del capitalismo è che le imprese non sono un corpo omogeneo. Unite dal medesimo obiettivo di fare profitto, si dividono in mille rivoli quando veniamo alle strategie. Grandi contro piccole, finanziarie contro produttive, locali contro globali, sono solo alcune delle contrapposizioni in campo. Ogni gruppo tenta di far prevalere il proprio interesse e, a seconda di quale si impone, il capitalismo cambia forma. Senza mai arrivare a un assetto definitivo perché la lotta è continua. Talvolta il cambiamento è così repentino che non facciamo in tempo a capire cosa è successo che già è in corso un nuovo mutamento. E, a rendere le cose ancora più complicate, ci sono i calcoli della politica che oltre a voler soddisfare le esigenze dei potentati economici hanno interesse a sopire le frustrazioni popolari per garantirsi un largo consenso. Ed ecco il riemergere di nazionalismi e posizioni di indiscussa fede mercantilista che, attribuendo la responsabilità di tutti i mali agli stranieri, pretendono di risolvere i problemi nazionali semplicemente spuntando rapporti più favorevoli nei confronti del resto del mondo. Magari cominciando a erigere muri contro chiunque pretenda di entrare in casa sua senza essere stato espressamente invitato.

I rappresentanti di questo nuovo corso sono Le Pen, Salvini, Orban, ma soprattutto Donald Trump che è stato anche il più audace in campo economico.

Produzione e posti di lavoro

Il paese contro il quale il presidente americano si è scagliato di più è stato la Cina accusandolo di avere fatto perdere agli Stati Uniti oltre tre milioni di posti di lavoro. In effetti, le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono passate da 2 miliardi di dollari nel 1979 a 636 miliardi nel 2017. E se, nel 2000, gli Stati Uniti registravano un deficit commerciale verso la Cina (differenza fra importazioni ed esportazioni) pari a 84 miliardi di dollari, nel 2017 lo troviamo a 375 miliardi di dollari.

Ciò che Trump ha sempre omesso di dire è che gran parte della crescita delle esportazioni cinesi è pilotato dalle stesse imprese statunitensi che hanno eletto la Cina a principale paese in cui spostare la produzione. Valga come esempio la Nike che, in Cina, dispone di 116 terzisti su un totale di 527 imprese appaltate a livello mondiale. Oppure Apple, che in Cina annovera 380 terzisti sul migliaio che registra a livello planetario.

Sia come sia, già in campagna elettorale Trump aveva promesso battaglia alla Cina con un’accusa durissima lanciata in un comizio del 2 maggio 2016: «Non possiamo continuare a permettere alla Cina di saccheggiare la nostra nazione, perché questo è ciò che sta facendo. Stiamo assistendo alla più grande rapina della storia mondiale». E una volta vinte le elezioni, appellandosi alla Sezione 301, la legge Usa che consente agli Stati Uniti di porre limitazioni alle importazioni provenienti dai paesi che adottano pratiche sleali, Trump ha decretato aumenti doganali sui prodotti provenienti dalla Cina.

Al primo provvedimento, adottato nell’aprile 2018, ne sono seguiti altri, per cui si è messa in moto un’escalation della quale al momento è difficile prevedere gli esiti, perché ad ogni iniziativa statunitense la Cina reagisce con contromosse uguali e contrarie. Al di là di questa contrapposizione, è importante sottolineare che la questione commerciale è usata come pretesto per mettere i puntini sulle «i» su una serie di altre questioni, anch’esse di importanza strategica per le imprese statunitensi.

Le accuse e i dazi punitivi

Tre le questioni di fondo: la proprietà intellettuale, gli aiuti pubblici, l’accesso al mercato cinese.

La proprietà intellettuale è un tema che sta molto a cuore alle imprese americane basate sull’innovazione. In particolare quelle delle telecomunicazioni, dell’elettronica, della chimica, della farmaceutica, dei macchinari. La loro espansione si basa sulla capacità di elaborare prodotti nuovi, all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, per cui è di vitale importanza che nessuno possa utilizzare le loro scoperte o le loro invenzioni senza licenza, che poi significa autorizzazione a pagamento. Per capire quanto sia potente la lobby dell’innovazione tecnologica, basti dire che uno dei 15 trattati istitutivi dell’Organizzazione mondiale del commercio è dedicato proprio alla proprietà intellettuale con lo scopo di definire i principi a cui ogni stato deve uniformarsi quando legifera in materia. Naturalmente la regola d’oro è che nessuna impresa può usare l’invenzione messa a punto da un’altra impresa senza contratto di licenza. E i risultati si vedono: la proprietà intellettuale smuove ogni anno svariate centinaia di miliardi di dollari a livello mondiale, con gli Stati Uniti in cima alla lista dei beneficiari. Nel 2017, le licenze sui brevetti hanno generato a favore delle imprese statunitensi incassi per 128 miliardi di dollari, di cui  8,8 miliardi da imprese cinesi. Il governo statunitense, tuttavia, ritiene che la cifra copra solo una piccola parte dei benefici realmente goduti dalle imprese cinesi, perché gran parte delle innovazioni sarebbero copiate in maniera abusiva procurando alle imprese americane un danno per 50 miliardi di dollari. Di qui i dazi punitivi contro la Cina.

La seconda accusa rivolta alla Cina è che sostiene in maniera eccessiva con aiuti statali le proprie imprese. La prova sarebbe contenuta nel documento di programmazione economica adottato dal governo cinese nel 2015, noto come Made in China 2025. Il piano, che si pone l’obiettivo di trasformare la Cina in un leader mondiale in alcuni settori chiave come i semiconduttori, la robotica, l’intelligenza artificiale, l’energia rinnovabile, l’auto elettrica, il materiale biomedico, prevede di farlo attraverso una serie di misure che le autorità americane bollano come concorrenza sleale. Non solo perché le imprese cinesi possono godere di sovvenzioni pubbliche nell’ambito della ricerca, ma anche perché sarebbero previste delle procedure di acquisto che privilegiano le imprese nazionali a detrimento di quelle estere.

La terza accusa, infine, è che la Cina continua ad imporre troppi limiti e vincoli alle imprese estere che vogliono entrare nel capitale delle imprese cinesi. Uno degli obblighi più odiosi, a detta delle autorità americane, è quello di dover condividere i segreti industriali. Dunque, la questione tecnologica torna e ritorna, facendoci capire che è il vero nodo attorno al quale ruota l’intero contenzioso fra Cina e Stati Uniti, come del resto è confermato anche dal caso Huawei.

Il caso Huawei

Fra le più grandi multinazionali del mondo attive nel campo delle telecomunicazioni, delle reti e dei dispositivi informatici, c’è la Huawei, un’impresa cinese a proprietà collettiva, addirittura posseduta dai lavoratori stessi. Ma il condizionale è d’obbligo visto la cortina di segretezza che avvolge la Cina. Nata come impresa privata nel 1987, Huawei ha avuto uno sviluppo rapidissimo, con filiali sparse in tutti i continenti. Si narra, ad esempio, che sia di Huawei la tecnologia usata nei 16 mila uffici postali distribuiti in Italia. Uno degli ambiti in cui Huawei sta avanzando di più è quello del 5G anche detto «internet delle cose», la tecnologia dell’avvenire che permetterà di controllare a distanza elettrodomestici e macchinari nelle nostre case, uffici, stabilimenti.

Huawei è nel mirino del governo americano già dal 2012, con l’accusa di spionaggio e pirateria industriale. Ma recentemente è stata anche accusata di mantenere relazioni economiche con l’Iran contravvenendo alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Per questo il 1° dicembre 2018, Meng Wanzhou, alto dirigente di Huawei, è stata arrestata mentre era di passaggio in Canada e successivamente estradata negli Usa, dove dovrà rispondere di 13 capi d’accusa che vanno dallo spionaggio alla truffa finanziaria. Non contento, Trump ha anche chiesto ai paesi occidentali in rapporti commerciali con Huawei di sospendere qualsiasi relazione economica con questa impresa.

Dunque i rapporti fra Cina e Usa sono al calor bianco e non per qualche manciata di miliardi di import export, ma per il dominio dell’economia mondiale che si gioca su due piani: la supremazia tecnologica e la capacità di dominare le rotte commerciali.

L’Italia sulla «Via della seta»

Il tema delle rotte commerciali ci porta al progetto cinese inizialmente chiamato «Via della seta» e poi ribattezzato Road and Belt Initiative (in sigla Rbi) che potremmo tradurre come «Progetto di cintura stradale». Un progetto faraonico che ha il duplice scopo di rafforzare la rete stradale che collega la Cina all’Europa e quindi all’Asia Occidentale e di rafforzare le infrastrutture marittime dei paesi asiatici, africani ed europei. Il tutto per permettere alla Cina di espandere i suoi rapporti commerciali (come nella mappa sotto lo sguardo del presidente Xi Jinping).

Il costo totale del progetto, spalmato in più anni, è stimato in 8.000 miliardi di dollari e sarà sostenuto in parte dai governi che aderiscono all’iniziativa, in parte dal governo cinese. Più in particolare il governo cinese partecipa sia con investimenti diretti che con prestiti. Al 2017 si stima che il governo cinese abbia investito nel progetto 350 miliardi di dollari di cui 70 sotto forma di investimenti diretti e 280 sotto forma di prestiti. Su proposta del governo cinese, nel 2015 è stata istituita anche l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) come ulteriore strumento di finanziamento delle opere progettate nell’ambito della Road and Belt Initiative. A essa partecipa anche l’Italia per il tramite di «Cassa depositi e prestiti», che detiene il 2,58% del capitale sociale della banca pari a 2,5 miliardi di euro. Ed è stato proprio per rafforzare questo rapporto di collaborazione che, a marzo a Roma (e poi ad aprile a Pechino), il governo italiano ha firmato con il presidente cinese Xi Jinping un Memorandum d’intesa. «Le parti – è scritto nel documento – esploreranno modelli di cooperazione di reciproco beneficio per sostenere la realizzazione del maggior numero di programmi inseriti nella Rbi». Beneficio che, nel caso della Cina, si traduce nell’interesse a rafforzare la propria presenza nelle società che gestiscono  porti e autostrade d’Italia, senza dimenticare che già detiene il 5% di Società autostrade e il 49% della società che gestisce il porto di Vado presso Savona. Quanto all’Italia il suo interesse è sia industriale che finanziario. Da un punto di vista industriale l’interesse è quello di fare realizzare ai cinesi opere che altrimenti non potrebbero decollare per mancanza di fondi italiani. Un esempio è l’ampliamento del porto di Trieste. Da un punto di vista finanziario è quello di aprire nuove opportunità di affari per il sistema bancario italiano. E poi, chissà, se la Cina diventasse amica potrebbe anche comprarsi un po’ di debito pubblico italiano, considerato che già possiede il 5,6% del debito pubblico americano (circa 1.100 miliardi di dollari).

Lotta tra giganti

In conclusione, ha ragione l’America o la Cina? In una logica di espansione hanno ragione entrambi. L’America, che rappresenta chi è già gigante, vuole mantenere il primato imponendo al mondo intero le regole del gioco che vanno bene ai giganti. La Cina, che sta cercando di diventare gigante, vuole raggiungere il primato con metodiche di concorrenza protetta. Tutt’intorno i paesi minori come l’Italia che, non sapendo come finirà, cercano di essere amici dell’uno e dell’altro, godendo intanto di ciò che la situazione può dare. Il problema è che ciò che conta, ossia la dignità delle persone e la tutela del Creato, non è al centro dell’attenzione né di una parte, né dell’altra.

Come paesi minori, forse è proprio questo che dovremmo fare: sperimentare nuove formule economiche non orientate alla conquista, ma alla tutela delle persone e della sostenibilità in spirito di cooperazione e solidarietà. Ma, per riuscirci, dobbiamo uscire dalla logica delle bandiere e dell’accumulazione ed entrare in quella del rispetto.

Francesco Gesualdi

 




L’euro della discordia


Entrato in circolazione il 1° gennaio 2002, oggi l’euro è la moneta comune di 19 paesi europei. Dopo il dollaro, è la seconda valuta più importante al mondo. La sua storia è però anche una storia di vincitori e vinti. Tra i primi si annovera la Germania, tra i secondi l’Italia.

Testo di Francesco Gesualdi

Il primo gennaio 1999 undici nazioni europee si legarono a un patto di cambi fissi e crearono l’euro. Tre anni dopo vennero stampate anche le relative banconote e la nuova moneta soppiantò lire, franchi, fiorini, marchi, per rimanere l’unica in circolazione nei paesi aderenti al patto. In seguito, altre otto nazioni adottarono la moneta unica, e oggi l’euro è usato in 19 paesi per un totale di 340 milioni di persone.

A livello internazionale è la seconda moneta più importante del mondo dopo il dollaro: copre il 36% dei pagamenti internazionali e costituisce il 20% delle riserve di tutte le banche centrali del mondo. Dunque, quella dell’euro sembrerebbe una storia tutta improntata al successo. Ma, a guardare meglio, è una storia di vincitori e vinti e non per il principio di unificazione su cui la moneta unica si basava, ma per il modo in cui è stata gestita.

L’euro «neoliberista»

Per cominciare è importante capire il contesto ideologico prima che economico. Il segno astrale sotto cui nasce l’euro è quello neoliberista caratterizzato da tre atti di fede: il mercato è la forma suprema di funzionamento dell’economia; il mercato trova da solo i propri equilibri; il privato è bello il pubblico è brutto. Da cui altrettante conclusioni: la concorrenza è il motore dell’economia; le regole vanno eliminate; tutto va privatizzato. Inevitabilmente l’euro nasce non come una moneta di stato al servizio dei bisogni sociali della collettività, ma come una moneta bancaria al servizio del mercato organizzato sulla concorrenza. Nella convinzione che la politica faccia solo danni, il governo dell’euro è affidato a una struttura indipendente, la Banca centrale europea (Bce), gestita dal sistema bancario europeo. Questa ha come mandato esclusivo ciò che più serve al mercato ossia la difesa del valore della moneta tramite il contenimento dell’inflazione. E, per evitare ogni rischio di pressione da parte della politica, che poi significa del popolo visto che la politica è espressione degli elettori, la Bce nasce con il divieto di prestare anche un solo centesimo direttamente agli stati. Neanche il paese più capitalista del mondo, ossia gli Stati Uniti, è arrivato a tanto dal momento che, tra gli scopi della Federal Reserve, la banca centrale statunitense, è compresa la piena occupazione mentre sono previsti rapporti finanziari diretti fra questa e il governo statunitense.

Nessuna svalutazione, massima concorrenza

Oltre a una gestione totalmente privatistica dell’euro, l’altro grande elemento che caratterizza gli effetti della nuova moneta è il regime di massima concorrenza in vigore nell’Unione europea. Per la verità l’Europa nasce come un progetto di unione doganale, ossia come spazio di libero scambio dentro il quale merci e servizi possano circolare senza ostacoli tariffari. Un conto è però avere un’unione doganale con monete differenziate, un altro un’unione doganale che è anche unione monetaria. Da un punto di vista tariffario fra le due situazioni non c’è differenza: in entrambi i casi le vendite sono regolate dalla concorrenza, ossia dalla capacità delle imprese di farsi spazio producendo beni di qualità crescente a prezzi sempre più bassi. Ma in un regime di monete nazionali, in caso di cattiva parata, le nazioni possono ridurre artificialmente i prezzi dei propri prodotti ricorrendo alla svalutazione. Con la moneta unica questa possibilità viene meno e la concorrenza diventa l’unica modalità di confronto tra le imprese. Se sei capace di produrre roba buona a prezzi bassi ti fai spazio, altrimenti sei sopraffatto. E nessuno viene in tuo aiuto. In definitiva adottare una moneta unica è come spalancare le gabbie dello zoo: le bestie più forti possono saccheggiare le gabbie delle bestie più deboli senza che intervenga alcun guardiano. Che tradotto significa piena possibilità per le imprese più forti di penetrare nei mercati delle imprese più deboli e portarsi via i loro clienti.

Perché la Germania stravince

Da un punto di vista della forza industriale, l’Europa è sempre stata a due velocità con un Nord più forte e un Sud più debole, un po’ come è l’Italia. E, tra i paesi del Nord, quello che ha sempre avuto il ruolo di leader è la Germania, pur avendo anch’essa i suoi alti e i suoi bassi (come in questo momento storico). Per la verità se guardiamo l’interscambio fra Italia e Germania, troviamo che prima del 1985 l’Italia era in vantaggio, poi la situazione si è rovesciata e l’Italia è rimasta in uno stato di permanente disavanzo verso la Germania. Ad esempio, nel 2018 ha esportato verso la Germania beni per 55 miliardi di euro, mentre ne ha importati per 65 miliardi. Va detto, tuttavia, che la Germania trionfa non solo in Europa, ma nel mondo intero. Con 1.400 miliardi di dollari di esportazioni (al 2017) contende agli Stati Uniti il secondo posto fra gli esportatori mondiali, dopo la Cina. Ma mentre gli Stati Uniti registrano un debito commerciale nei confronti del resto del mondo pari a 566 miliardi di dollari, la Germania registra un avanzo di 250 miliardi.

Indiscutibilmente il successo tedesco ha subìto un’accelerazione con la nascita dell’euro. E se nel 1999 aveva un saldo commerciale negativo pari all’1,7% del Pil, nel 2008 lo troviamo positivo del 6,8% per raggiungere il 7,6% nel 2016.

Altrettanto indiscutibilmente una forte spinta è provenuta dalle riforme del lavoro, realizzate tra il 2002 e il 2005, che vanno sotto il nome di riforme Hartz (in tedesco Hartz-Konzept), dal nome del suo proponente. Oltre a una maggiore libertà di licenziamento, esse comprendevano l’ampliamento delle forme di assunzione, ivi compresi i mini-jobs retribuiti in forma forfettaria con salari non superiori ai 450 euro mensili. Inoltre, con l’ingresso nell’Unione europea dell’Ungheria e di altri paesi dell’Est, la Germania ha anche potuto trarre vantaggio dall’esportazione di fasi produttive in questi paesi che hanno un costo del lavoro anche dieci volte più basso. Tuttavia, non si può neanche tacere il ruolo della formazione e degli investimenti in sviluppo e ricerca, che hanno permesso alle imprese tedesche di accrescere considerevolmente la loro produttività e, quindi, di ridurre i prezzi pur aumentando i salari.

Vincitori e vinti secondo l’istituto tedesco Cep

A tutto questo, molti però aggiungono che la fortuna della Germania è stata costruita anche sull’uso di un euro che, essendo ancorato all’economia di un continente che non ha la sua stessa solidità, di fatto è sottovalutato rispetto alle capacità produttive tedesche. Come dire che la Germania usa uno strumento monetario truccato che la rende artificiosamente più competitiva. Seppure sia impossibile stabilire quanta parte del successo tedesco sia imputabile all’uso di un euro sottovalutato, rimane il calcolo del centro studi tedesco Cep (Centrum für Europäische Politik) secondo il quale l’ingresso nell’euro ha permesso alla Germania di accrescere la propria ricchezza di 1.893 miliardi di euro dal 1999 ad oggi, 23mila euro in più per ogni cittadino tedesco. Per contro, l’Italia sarebbe quella che ci ha rimesso di più: in 20 anni avrebbe perso 4.325 miliardi di euro, 73.605 euro in meno per ogni italiano (numeri visibili nei due grafici, ndr).

Lo studio non è molto chiaro sui criteri di calcolo, per cui si tratta di numeri da prendere con le pinze. È innegabile, tuttavia, che l’euro abbia giocato (e giochi) un ruolo frenante nei confronti dell’Italia, non solo perché – non potendo svalutare – il nostro paese ha perso quote di mercato interno a favore di una Germania più competitiva, ma soprattutto perché si è dovuta piegare alle politiche di austerità imposte dall’Europa in nome dell’alto debito pubblico. Lo stesso Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, in un discorso tenuto a inizio anno al Parlamento europeo ha parlato di «austerità avventata» da parte dell’Europa. Austerità che, per l’innalzamento delle tasse e la riduzione delle spese da parte dello stato, ha provocato una pesante battuta d’arresto nella domanda di beni e servizi aggravando la recessione messa in moto dalla crisi finanziaria mondiale.

Uscire dall’euro?

Nonostante tutto, sembra che la domanda se rimanere o uscire dall’euro non si ponga più, in quanto la maggior parte degli italiani sembra propensa a restare temendo che, in caso di uscita, le perdite possano essere superiori ai vantaggi.

Ciò non toglie che si debba fare una battaglia più ampia per chiedere una diversa gestione dell’euro perché questo è il vero nodo da affrontare se vogliamo mettere fine all’austerità che ancora ci perseguita.

Il punto da cui partire è che si sono raccontate molte falsità rispetto al nostro debito pubblico, la principale delle quali è che siamo indebitati perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. La verità è che non siamo stati capaci di tenere la corsa con gli interessi e ogni anno accendiamo nuovo debito per pagare gli interessi non coperti dal risparmio realizzato dalla pubblica amministrazione. Questa storia non può durare in eterno. Non si può continuare all’infinito a farci mungere per arricchire banche, assicurazioni e altri investitori. La montagna di interessi che abbiamo pagato a questi signori dal 1980 a oggi supera i 2.000 miliardi di euro. Fin dove vogliamo arrivare?

Azzerare il debito pubblico

L’unico modo per uscire da questo meccanismo infernale è azzerare il nostro debito pubblico, ma togliamoci dalla testa di poterlo fare pagandolo: è diventato troppo grande per essere ripagato. Esso potrebbe essere azzerato solo buttandolo sulle spalle della Banca centrale europea, l’unica che può caricarsi di debiti senza rischiare di subire ricatti. Come massima autorità capace di emettere moneta non rischia di fallire, né di subire attacchi speculativi, mentre può gestire interessi e capitale con una varietà di strumenti molto più ampia di quelli a disposizione dei governi. Vari studi hanno dimostrato la fattibilità di questa ipotesi, ma il vero ostacolo sono i trattati europei che escludono ogni possibilità di coinvolgimento diretto della Bce con i debiti pubblici. Dunque, è da qui che bisogna partire. Ma i nostri rappresentanti politici vogliono farlo? Un modo per capirlo è chiedere ai candidati delle prossime elezioni europee (23-26 maggio 2019) come pensano che vada gestito il debito pubblico. Se vi rispondono che la strada è la crescita, diffidate: è il paravento che tutti usano per imporci la solita vecchia ricetta dell’austerità che tanto ci danneggia. La soluzione è in mano all’Europa, ma verrà solo se essa sarà rifondata. Ora che stiamo per andare a votare anche noi possiamo decidere quale Europa vogliamo.

Francesco Gesualdi