Le «tre sorelle» danno i voti
Il «rating» è un voto d’affidabilità finanziaria assegnato da alcune agenzie private a società, enti o Stati. Le più importanti sono tre, tutte statunitensi. La questione è: chi controlla la correttezza delle agenzie?
Da qualche tempo alle nazioni vengono assegnate pagelle come se fossero degli scolaretti sui banchi di scuola. In cattedra non siedono però dei professori, bensì delle imprese, cosiddette «di rating», alla lettera agenzie di valutazione. In tutto il mondo ne esistono all’incirca centocinquanta, ma le più grandi sono tre, tutte con casa madre statunitense: Moody’s, S&P e Fitch, anche dette «le tre sorelle».
Imprese dai contorni misteriosi, le agenzie di rating sono ben conosciute soprattutto da chi cerca di guadagnare tramite i prestiti perché è per questi che esse sono nate. Benché la loro fisionomia sia cambiata nel corso del tempo, queste agenzie hanno mantenuto l’impronta del controspionaggio: il loro compito è, infatti, raccogliere informazioni sulla solidità economica di chi richiede prestiti – che sia un’azienda o uno Stato -, affinché affinché i loro finanziatori possano stabilire se si tratta di soggetti sicuri, ai quali conviene prestare denaro, o di soggetti inaffidabili dai quali è meglio stare alla larga.
Gli inizi
La nascita delle agenzie di rating avviene negli Stati Uniti e si collega alla costruzione delle ferrovie. Siamo nella seconda metà del 1800 e il treno a vapore è ormai una realtà consolidata. Si moltiplicano le imprese decise a costruire ferrovie come mezzo di collegamento fra le diverse località del Paese. Il primo tratto, di appena 13 miglia, viene costruito nel 1827 per collegare la città di Baltimora al fiume Ohio. Successivamente, vengono realizzati centinaia di altri tronconi, fino a completare, nel 1869, la ferrovia transcontinentale, che collega la due coste degli Stati Uniti. La messa in posa dei binari richiede una gran quantità di denaro che le imprese si procurano non solo ricorrendo alle banche, ma anche chiedendo prestiti al grande pubblico che, in cambio, ottiene delle ricevute, dette obbligazioni (titoli di debito). In caso di necessità, i prestatori possono cedere le obbligazioni ad altri per rientrare subito del proprio capitale.
La possibilità di vendere titoli di debito dipende molto dalla reputazione di cui godono le imprese emittenti. Se stimate, i loro titoli sono molto richiesti e quindi ben collocabili, altrimenti nessuno li vuole e chi li ha vive nell’angoscia di non riuscire ad avere indietro il capitale prestato né il pagamento degli interessi pattuiti.
Durante il boom della rete ferroviaria, molti risparmiatori si erano arricchiti grazie ai prestiti concessi alle imprese di costruzione, ma c’era anche chi aveva subito delle sonore perdite, semplicemente perché si era fidato di imprese poco solide. In effetti i costruttori erano così tanti e le informazioni su di loro così scarse che mettersi in affari con loro era un po’ come fare un salto nel buio. Fu in questo clima di incertezza che l’avvocato Henry B. Poor iniziò a condurre indagini sulla situazione economica dei costruttori di ferrovie pubblicando poi le informazioni raccolte in una sorta di guida dal titolo più culturale che economico: History of railways and canals in the United States (Storia delle ferrovie e dei canali negli Stati Uniti).
La prima pubblicazione avvenne nel 1860 e fu un tale successo che, nel 1868, l’avvocato decise di fondare un’impresa di famiglia specializzata in informazioni finanziarie. La chiamò HV and HW Poor Company. In seguito altri uomini d’affari decisero di dedicarsi allo stesso genere di attività: fu così che nacquero Moody’s (1909), Standard statistics company (1922), Fitch publishing company (1924). Nel 1941, Poor e Standard decisero di fondersi dando vita a Standard & Poor’s, poi ribattezzata S&P Global ratings.
Piovono voti
Oggi l’attività di indagine su chi richiede prestiti è estesa a livello mondiale ed è gestita da decine di imprese investigative che, complessivamente, nel 2025 hanno fatturato 123 miliardi di dollari.
Nel loro mirino può finire ogni tipo di richiedente prestiti: famiglie, imprese, governi. Su ognuno di loro viene aperto un dossier e tutte le informazioni raccolte sono rivendute a chiunque svolga attività creditizia: banche, società finanziarie, investitori privati. Ma qualcuno ha pensato di andare oltre, condensando le informazioni raccolte in un voto sintetico di valutazione (rating, in inglese), in modo da facilitare l’attività decisionale dei creditori. La prima impresa investigativa a fare questo tipo di operazione fu Moody’s che, nel 1916, pubblicò pagelle di valutazione sulle imprese ferroviarie utilizzando una scala calibrata su ventuno livelli: dal voto più alto «Aaa», interpretabile come molto affidabile, fino a quello più basso di «C», corrispondente a soggetto da evitare.
In seguito anche le altre due imprese d’indagine finanziaria, Fitch e Standard&Poor’s, imitarono l’iniziativa di Moody’s e oggi le tre sorelle coprono la quasi totalità del giro d’affari procurato dall’attività di rating, che complessivamente nel 2025 è stato stimato in 25-30 miliardi di dollari a livello mondiale.
Anche l’Italia è fra le entità scrutinate dalle agenzie di rating. Quando, nel novembre 2025, Moody’s ha emesso il suo ultimo verdetto, Giancarlo Giorgietti, ministro dell’Economia, si dichiarato molto soddisfatto. Dopo 23 anni di valutazione «Baa3», il voto italiano è passato a «Baa2», un piccolo avanzamento che il ministro ha interpretato come «un’ulteriore conferma della ritrovata fiducia in questo governo e dunque nell’Italia».

La crisi del 2008
Arrivati a questo punto, la domanda diventa: ci si può fidare delle agenzie di rating? La domanda non è peregrina considerato il ruolo che esse hanno avuto nella crisi finanziaria del 2008. Giova ricordare che la crisi ebbe origine dalla messa in vendita di titoli di investimento che erano legati alla capacità delle famiglie americane di ripagare i mutui che avevano acceso presso le banche per comprare casa. In altre parole, i titoli in questione erano delle specie di scommesse che garantivano alti ritorni agli investitori, ma solo se le famiglie americane onoravano i loro impegni sui mutui, altrimenti tutto sarebbe andato perduto. Di titoli/scommessa con questa particolarità ne erano stati emessi per un quantitativo corrispondente a circa duemila miliardi di dollari ed erano stati offerti a chiunque fosse in cerca di alti rendimenti, comprese banche, assicurazioni, fondi pensione di ogni parte del mondo, che ci si erano buttati a capofitto.
Sfortunatamente, circa la metà dei titoli in circolazione risultarono legati a mutui accesi da famiglie inadempienti. Così, i soggetti che avevano accettato la scommessa si ritrovarono con perdite enormi. La preoccupazione principale era legata alle banche che rischiavano di dover chiudere i battenti, mettendo a rischio non solo i soldi dei risparmiatori, ma la capacità di funzionamento dell’intero sistema economico. Molte di loro si salvarono solo perché vennero soccorse dai rispettivi governi che però si indebitarono pesantemente per raccogliere il denaro necessario a impedire i fallimenti bancari.
Le indagini condotte dal Congresso statunitense e vari altri organi di vigilanza, appurarono che i titoli/scommessa avevano trovato grande accoglienza in tutto il mondo finanziario perché godevano di ottimi voti da parte delle agenzie di rating. Voti che tutti avevano interpretato come garanzia di sicurezza.
Quello che però le agenzie non avevano detto era che, a pagare le parcelle per l’attività di valutazione, erano le stesse società che emettevano i titoli, condizionando pesantemente l’esito finale del voto.
Negli anni che seguirono la crisi finanziaria, le agenzie di rating finirono in vari procedimenti giudiziari, molti dei quali si conclusero con ammissione di colpa da parte loro, considerati i patteggiamenti a cui approdarono. Valgano come esempio la multa da 1,3 miliardi di dollari accettata nel 2015 da Standard & Poor’s e quella da 864 milioni di dollari accettata nel 2017da Moody’s.
Voti e speculatori
Lezione imparata? Non proprio, a giudicare da quanto è emerso da un servizio giornalistico effettuato nel 2019 dal Wall Street Journal. L’indagine condotta su 30mila valutazioni a cavallo di più anni, conferma che è rimasto il vizietto alla sopravvalutazione dei titoli/scommessa. A complicare le cose, tuttavia, c’è il fatto che, nei casi diversi dai titoli/scommessa, l’interesse di chi commissiona la valutazione non è sempre quello di avere dei voti alti. Un esempio riguarda la valutazione degli Stati in cerca di prestiti. Se a commissionare la valutazione sono i Governi, l’esortazione è per buoni voti perché il loro obiettivo è attirare la fiducia degli investitori e quindi ottenere a buon mercato i prestiti agognati. La situazione cambia però radicalmente se la richiesta di valutazione è avanzata dagli speculatori. Da soggetti, cioè, che scommettono sul fallimento degli Stati. In tal caso l’esortazione è per voti al ribasso in modo da indurre gli investitori a non comprare il debito degli Stati presi di mira e innalzare le probabilità del loro fallimento, con possibilità, per gli speculatori, di intascare il premio sulle scommesse ingaggiate.
Si sospetta che un caso del genere si sia verificato nel 2010 nei confronti della Grecia, allorché venne classificata al rango di «Stato spazzatura». La Grecia evitò il fallimento solo per l’intervento dell’Unione europea che però fece pagare un prezzo durissimo al popolo greco in termini di sacrifici economici e sociali.
L’interesse a dare bassi voti agli Stati, purtroppo, non è solo degli speculatori, ma anche di banche, assicurazioni, fondi pensione e qualsiasi altro soggetto interessato a prestare denaro ai governi. Per la semplice ragione che, secondo la legge di mercato, ai debitori poco affidabili si possono estorcere alti tassi di interesse. Proprio ciò che lamentano gli Stati africani.
Il primo Paese africano a ricevere una pagella sullo stato della propria economia fu il Sudafrica nel 1996 e non fu per niente buona. In seguito, altri 31 Paesi africani, su un totale di 55, furono classificati dalle tre sorelle, ma ben 26 di loro contestarono il voto ricevuto, considerandolo troppo basso. Tanto che l’Unione africana sta lavorando attorno alla creazione di una propria agenzia di rating.
Se la pagella è brutta
Il punto è che una cattiva pagella ha conseguenze molto concrete. In primo luogo, diventa più difficile trovare investitori disposti a concedere prestiti. Come dice Maggie Mutesi, membro della società di consulenza AfriCatalyst: «La retrocessione, anche di un solo punto, da parte delle agenzie di rating può fare mancare i fondi necessari al potenziamento della rete elettrica, ritardare la costruzione di una strada, impedire l’acquisto di macchinari o l’assunzione di nuovo personale da parte degli ospedali».
Sul tema, nel 2023 il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha condotto una ricerca su sedici nazioni africane e ha concluso che «le nazioni analizzate avrebbero potuto raccogliere 46 miliardi di dollari in più se le agenzie di rating avessero espresso giudizi basati di più sui dati statistici e meno su opinioni soggettive». La ricerca ha anche appurato che le cattive valutazioni hanno costretto i sedici Paesi in questione a sborsare annualmente all’incirca un miliardo di dollari in più per interessi. Ennesima conferma che la guerra ai poveri non si fa solo con i cannoni, ma anche con la finanza.
Francesco Gesualdi























