Contemplare il creato
«Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e “li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione”. La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. […]
Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (Laudato si’, 11).
Per una volta apriamo la nostra riflessione lasciando ampio spazio alle parole di papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Laudato si’, con le quali egli fa notare che l’atteggiamento più corretto nei confronti della creazione è quello della contemplazione e dell’ammirazione.
Non è ovvio, ma si tratta di un modo di guardare il mondo che ritroviamo nella Bibbia, ed è proprio questo sguardo che vogliamo cercare in questa puntata nella quale spazieremo nell’intero Antico Testamento.
Lo sguardo dei profeti
Non è facile muoversi con ordine logico in un bosco, in un prato. Allo stesso modo, aggirarsi dentro testi antichi pieni di presentazioni e lodi che non seguono un ordine storico può essere faticoso, anche se affascinante. Proviamo allora a lasciarci affascinare partendo dalle parole dei profeti, quelle che forse per prime furono messe per iscritto tra le molte contenute nella Bibbia; quelle che potremmo immaginare meno attente alla creazione, perché i loro autori e ispiratori erano tutti occupati dalla storia, dall’opera di Dio tra gli uomini, dai coinvolgimenti e scontri con i potenti.
Eppure, anche i profeti si lasciano commuovere dalla contemplazione del creato. Geremia (5,24), Zaccaria (10,1) e Gioele (2,23), ad esempio, non si limitano a minacciare una punizione o a promettere un recupero, ma si dilungano a contemplare la pioggerellina primaverile, tanto simile a rugiada, e i rovesci dell’autunno, come fossero (e in effetti lo sono) non solo benedizione di acqua, ma spettacolo ammirevole della natura.
Allo stesso modo, quando Isaia vuole difendere la libertà di Dio nel gestire il creato e affermare l’autentica origine divina di tutto ciò che esiste, ammira la luce, invita i cieli a fare scendere sulla terra delle gocce delicate, e invoca dalle nubi la giustizia – ciò che gli esseri umani più desiderano -, usando immagini toccanti e affascinanti del creato.
Si spinge ancora un poco più in là Geremia. Egli in 10,11-14 sembrerebbe semplicemente impegnato a sostenere che gli idoli non contano nulla, ma suggerisce di guardare al creato per cogliere la grandezza del creatore, perché di fronte alla intelligenza con cui sono stati formati i cieli, alla potenza con cui è stata fissata la terra, e alla sublimità della grandezza e della delicata precisione con cui tutto è stato disposto, la mente umana non può che rimanere sbigottita e sorpresa, e, nello stesso tempo, spaventata e ammirata.

L’uomo che contempla
Quello dei profeti è uno sguardo che ci avvicina già a quello dei libri sapienziali. L’intera opera sapienziale (soprattutto i libri dei Proverbi, della Sapienza, del Siracide) ha come sfondo l’intento di nobilitare la ricerca umana, la quale non parte da come Dio si mostra nell’incontro con l’umanità, ma coglie il riflesso del creatore guardando alla vita creata, che è fatta di esperienze umane, di incidenti e sorprese, e di bellezza.
Ecco allora che l’autore dei Proverbi (8,22-31) esalta la sapienza divina, ma lo fa guardando al creato, alla grandezza dei monti, alla magnificenza degli abissi e delle sorgenti d’acqua che da sotto i monti scaturiscono, all’incomprensibile bellezza delle nubi che restano, pur pesanti, ferme nel cielo, al mare che arriva maestoso e potente fino ai confini a lui fissati e non li oltrepassa.
Si può addirittura dire che è come se la sapienza giocasse e si divertisse a mostrare le proprie capacità su tutta questa terra in formazione. Allora, guardare a tutto ciò che è stato composto nella creazione porta a contemplare ammirati quella sapienza che è Dio stesso.
È lo stesso sentimento comunicato dall’autore del libro di Giobbe, il quale dedica l’intero capitolo 28 a contemplare, quasi distraendosi, le meraviglie del creato, a partire da ciò che accade nel sottosuolo, nei filoni di metalli preziosi – quasi stupendosi di quanto tutto ciò resti nascosto -, ai passi violenti delle bestie carnivore, allo sguardo penetrante dei rapaci, alla forza del leone. E, mentre spiega come tutti questi animali siano incapaci di penetrare nella sapienza divina, li ritrae tuttavia ammirato.
Nello stesso libro, d’altronde, sembra che Dio stesso si attardi a contemplare ciò che ha fatto. Quando, infatti, verso la fine dell’opera, Dio compare davanti a Giobbe per rispondere alle sue domande provocatorie, non si limita a dire, come avrebbe potuto: «Tu che mi chiedi ragione del mio comportamento, c’eri quando ho creato il mondo, così da spiegarmi come fare?» (Gb 38,4), ma si lancia a descrivere nei dettagli il creato. I continenti, le basi del mondo, le stelle, il mare racchiuso dentro i suoi confini, i colori dell’aurora e il fascino delle tenebre, il mistero della neve e la forza tragica della grandine, la pioggia che si riversa anche dove non vive nessuno. E poi anche l’intelligenza degli animali, capaci di provvedere al cibo dei propri piccoli, a scavarsi tane e a trovare i sentieri nel cielo. L’ordine preciso della natura che fa nascere i cuccioli quando è il tempo opportuno. E ancora: lo splendore degli animali, la forza del bufalo, il balzo dello struzzo che rimedia così alla sua scarsa intelligenza, il nitrito del cavallo.
Per due interi capitoli si narra la natura con stupore, realizzando così che l’uomo non è in grado di comprendere tutto e, quindi, non sarebbe stato capace di comporla con tanto ordine e precisione.
Quando poi il discorso sembra avviarsi verso la conclusione, si torna a contemplare il «Levitano», enorme bestia che si muove nel mare, che pare giocare con la sua stessa maestosità, senza che nessuno sia in grado di porgli un argine.
In tutto ciò l’autore biblico non si limita ad argomentare che Dio è grande e compie cose che gli uomini non capiscono; descrive la grandezza e bellezza del creato lasciandosi guidare da uno sguardo poetico, piuttosto che dal ragionamento.
Anche in un libro come la Genesi il Dio biblico si compiace dell’abbondanza della vita («Siate fecondi e moltiplicatevi», 1,22). Non era così per gli dèi babilonesi disturbati nel loro sonno dal chiasso della terra e irritati a tal punto da mandare malattie, tempeste, carestie, cavallette.
In Genesi, l’impegno divino nella salvaguardia della vita, dopo il diluvio, è segnato da un fenomeno delicato e meraviglioso, affascinante e incantevole, come l’arcobaleno (9,13).

In preghiera
Questa tendenza biblica allo sguardo contemplativo sulla creazione fa nascere una raccolta straordinaria di preghiere, i Salmi, che spesso sono lodi stupite di quanto Dio ha compiuto.
Questo è significativo soprattutto in un mondo come quello antico che molto spesso non ha l’approccio meditativo e artistico che noi conosciamo meglio, e per il quale la natura sembra semplicemente messa lì a uso dell’uomo.
Il salmo 19 presenta la natura stessa che annuncia l’opera divina, nella successione dei giorni e delle notti, nel cammino eroico del sole.
Nel salmo 29 il tuono delle acque, la sua voce che schianta i cedri e scuote il deserto, fa balzare i monti come un giovane bufalo e affretta il parto dei capretti, diventano manifestazione della sovranità e gloria di Dio e benedizione sul suo popolo.
Nel salmo 104, ancora, il cielo e i fenomeni atmosferici diventano annuncio della grandezza divina, mentre la vita animale è il segno di una cura costante di Dio verso tutto ciò che vive. Il mare è lo spazio del Leviatano, «che hai plasmato per giocare con lui» (v. 26; chissà se questi enormi animali marini, che tanti autori biblici vedevano come grandi giocherelloni, erano delfini, balene o bestie inventate).
Nel salmo 136 sono ancora i fenomeni celesti a diventare motivo di lode per la sapienza divina.
Ed è proprio su questa base che i salmisti possono spingersi fino a invitare la creazione stessa a lodare Dio. Perché anch’essa è beneficiaria della Sua azione vitale ed è immaginata sufficientemente autonoma da potersi accorgere del bene che riceve: «Ti lodino, Signore, tutte le tue opere» (Sal 145,10); «Lodatelo, cieli, lodatelo, acque, mostri marini e voi, abissi, fuoco e grandine […], bestie e animali selvatici, rettili e animali alati» (Sal 148,5-10).
A questo salmo fa eco il cantico dei tre giovani buttati nella fornace dal re Nabucodonsor (Dan 3,52-90). I tre coinvolgono tutta la creazione e tutte le creature a lodare il Signore.
Questo invito che l’uomo contemplativo rivolge alla natura, non è solo un particolare che intenerisce, è un elemento coerente con il ruolo dell’uomo come di «signore» del creato, tanto da avere il diritto e forse persino il dovere di condurre il creato a lodare il Creatore di tutto.
Questo corrisponde anche a ciò che diremo nella prossima puntata sul ruolo dell’uomo nel raggiungere la meta finale della vita.
La creazione, scopriremo, va a Dio attraverso l’uomo. Ed è, allora, quanto mai adeguato che sia l’uomo a invitare la creazione a lodare il Creatore.
In sintesi
Sarebbero ancora altri i passi, soprattutto dei salmi e dei libri sapienziali, che si potrebbero citare per mostrare come la contemplazione della natura, per nulla consueta nell’antichità, sia indicata nei testi biblici come una strada privilegiata per arrivare al creatore, lodandone la possanza e la capacità di regolare con perizia gli incastri più difficili.
Proprio perché tale sguardo è inconsueto nell’antichità, diventa ancora più prezioso sottolinearlo. Risuonano allora particolarmente significative, e sicuramente ispirate, al mondo biblico, tutte le parole di papa Francesco da cui siamo partiti: lo sguardo contemplativo, meditativo, ammirato degli esseri umani nei confronti della creazione, che forse noi moderni riusciamo a recuperare con più spontaneità e autenticità, era già una caratteristica di tanti autori biblici antichi, che riuscivano a vedere nella natura il tratto dell’opera di Dio. Accanto a tante considerazioni più teologiche e meditate resta lo sguardo artistico che si lascia semplicemente affascinare dalla bellezza di ciò che sperimenta.
Angelo Fracchia
(Danza a tre, 3 – continua)













