Un anno di progetti

Nel 2025 abbiamo realizzato alcuni progetti in ambiti classici, in particolare l’accesso all’acqua, e in altri che invece cercano di affrontare nuove difficoltà o di rispondere a problemi vecchi con strumenti nuovi.

Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non disponevano ancora di servizi di approvvigionamento di acqua potabile gestiti in modo sicuro. Lo riferisce il rapporto@ realizzato dal Programma congiunto di monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Oms/Unicef), incaricato di monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’acqua potabile, alla sanificazione e all’igiene.

Dei 2,1 miliardi di persone senza acqua sicura, 1,4 miliardi dispongono solo di servizi di base, cioè acqua da fonti migliorate ma non garantite come sicure per il consumo umano e raggiungibili con uno spostamento che richiede fino a 30 minuti fra andata, ritorno e attesa in coda alla fonte d’acqua. Ci sono poi 287 milioni di persone che dispongono di servizi limitati, cioè devono affrontare uno spostamento che supera i 30 minuti, 302 milioni con servizi non migliorati e 106 milioni che usano acqua di superficie, ad esempio da fiumi, laghi, stagni.

Negli ultimi dieci anni, si legge ancora nel rapporto, i progressi ci sono stati, visto che 961 milioni di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro, con un aumento della copertura dal 68% del 2015 al 74% del 2024. Ma, per raggiungere la copertura universale in questi cinque anni che ci separano dalla scadenza degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030, l’avanzamento dovrebbe essere otto volte più rapido rispetto al decennio passato. Dal monitoraggio emergono poi diseguaglianze molto profonde a livello sub regionale: se in Australia e Nuova Zelanda l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro è già totale, in Africa subsahariana si è passati dal 26% del 2015 al 32% dell’anno scorso. L’Africa, quindi, dovrebbe andare non otto, ma venti volte più veloce per garantire a tutti l’accesso all’acqua pulita entro la fine di questo decennio.

20241231_Chumviere Boreole Blessing

Kenya, alto rischio idrico

Nel rapporto, una scheda si concentra sull’analisi dell’insicurezza idrica in Kenya, evidenziando che oltre la metà del territorio del Paese è interessato da alti livelli di rischio.

Fra le zone coinvolte c’è la contea di Isiolo, che si suddivide in zone semi aride e aride. Secondo l’analisi contenuta nella Strategia idrica della contea di Isiolo 2023-2025@ l’area, che ha una temperatura media annuale intorno ai 29°C, è anche una delle più vulnerabili del Paese rispetto al cambiamento climatico. Fra i fenomeni ricorrenti ci sono ondate di siccità, piogge imprevedibili e inondazioni: l’instabile distribuzione dell’acqua incide sul fragile equilibrio fra le comunità di agricoltori e quelle di pastori e anche sulla convivenza tra fauna selvatica ed esseri umani.

Nel 2025, grazie al sostegno di donatori privati, i missionari della Consolata hanno realizzato due progetti idrici nella zona di Isiolo: un pozzo a Leparua, dove i lavori a fine ottobre erano ancora in corso, e uno a Chumviere, realizzato alla fine del 2024 e attivo dall’inizio del 2025. La perforazione del pozzo, si legge nella relazione finale, è arrivata a una profondità di 68 metri e interrotta a questa profondità dopo che la trivella ha raggiunto la prima falda acquifera a 60 metri. I rilievi preliminari avevano identificato una seconda falda a 140 metri, ma non è stato possibile raggiungerla sia per i limiti della trivella che per le caratteristiche del suolo. Il pozzo si trova sul terreno della parrocchia ma, spiega Naomi Nyaki dall’ufficio cooperazione di Nairobi, «i missionari hanno installato una stazione idrica ben strutturata dove la comunità può andare ad attingere acqua». Il sistema di pompaggio è alimentato con l’energia di 18 pannelli fotovoltaici, collocati a poca distanza dalla torre idrica che regge la cisterna.

Chumviere Boreole – Isiolo – water tank and solar panel

Africa, scommettere sul sole

È un impianto fotovoltaico anche quello che alimenta la nuova pompa sommersa del pozzo della parrocchia di Makambako, in Tanzania, installata grazie alla raccolta fondi della parrocchia Regina delle Missioni, vicino alla Casa Madre dei missionari della Consolata a Torino. Il pozzo, oltre a servire la parrocchia e la casa dei missionari a Makambako, fornisce l’acqua anche alla scuola materna e primaria, che ha circa 400 alunni.

L’uso dell’energia solare nelle missioni è sempre più diffuso: l’anno scorso, le iniziative ricevute dall’ufficio progetti della Fondazione Missioni Consolata, che comprendevano l’installazione di pannelli fotovoltaici, rappresentavano il 15% del totale della richiesta di finanziamento. Gli impianti in genere alimentavano pompe di pozzi che portavano l’acqua a scuole, centri di salute e sistemi di irrigazione. Nel caso della scuola professionale Our Lady Consolata a Bweyogerere, Uganda, il progetto in corso – finanziato dalla diocesi di Torino in collaborazione con l’associazione Impegnarsi serve – prevede invece l’uso del fotovoltaico per illuminare aule e dormitori della scuola.

L’Africa ha un potenziale enorme e finora quasi per nulla utilizzato per quanto riguarda l’energia solare: circa il 20% della popolazione mondiale, riportava uno studio@ della Banca mondiale del giugno 2020, vive in 70 Paesi con condizioni eccellenti per il fotovoltaico e i Paesi della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e dell’Africa subsahariana dominano questa categoria. Eppure, scriveva lo scorso ottobre la giornalista della Cnn, Rebecca Cairns, riferendo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea)@, nel 2024 l’Africa aveva una capacità installata pari a 21,5 gigawatt, circa l’1% del totale mondiale: un dato paragonabile con quello della sola Polonia@.

La capacità installata in impianti di larga scala è di circa 13,7 gigawatt, mentre la componente cosiddetta distribuita – cioè gli impianti fotovoltaici nelle case o nelle aziende – produce 6,4 gigawatt. Ulteriori 1,4 sono poi energia solare a concentrazione, cioè ottenuta usando specchi o lenti che concentrano la luce del sole verso un ricevitore che ne sfrutta il calore per azionare un motore termico.

A limitare lo sviluppo del fotovoltaico su larga scala in Africa sarebbero una serie di fattori, fra cui gli elevati costi infrastrutturali, la presenza di reti inadeguate che faticano a trasportare e distribuire grandi quantità di energia, ostacoli normativi e, in alcuni Paesi, conflitti e disordini. In questo senso, commentava nell’articolo di Cairns l’analista della Iea Heymi Bahar, gli impianti solari domestici e le mini-reti potrebbero «fare da ponte» in attesa dell’estensione e dell’adeguamento della rete.

Attenzione al disagio

Oltre ai progetti più «classici» della cooperazione, come quelli idrici, e a quelli che assecondano un’esigenza di innovazione nella produzione di energia, il 2025 ha visto anche la realizzazione, in Brasile, del progetto «Amico per la vita», che mira a formare operatori in grado di prevenire il disagio, in particolare fra i giovani e nelle comunità indigene, e accompagnare le persone e le famiglie colpite dal problema dei suicidi. Anche se la raccolta fondi non ha raggiunto la cifra richiesta, è stato possibile coprire oltre l’80% dei costi e il progetto è stato realizzato: benché le iniziative che rispondono a bisogni primari come la salute, l’istruzione e l’acqua continuino a essere una priorità per i donatori, si sta comunque sviluppando una sensibilità verso temi nuovi, come la salute mentale, legati a un’attualità che tocca le comunità del Nord come del Sud del mondo. Nelle pagine di Amico, viene proposta una riflessione sulle iniziative di solidarietà del 2025 che, oltre alla prevenzione dei suicidi in Brasile, hanno riguardato l’approvvigionamento idrico in Kenya, con l’installazione di una pompa per un pozzo, anche in questo caso alimentata con energia solare.

Chiara Giovetti

AGENDA 2030, L’ITALIA ARRETRA SU SEI OBIETTIVI

Rapporto Asvis 2025

L’Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile: lo ha detto lo scorso 22 ottobre Enrico Giovannini, direttore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis, durante la presentazione del rapporto 2025 all’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, a Roma. Il rapporto misura dal 2016 i progressi dell’Italia verso il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sdgs): su sei di questi – alimentazione, salute, acqua, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership – l’Italia è peggiorata rispetto al 2024, mentre risultano stabili o in lieve miglioramento otto obiettivi: lotta alla povertà, energia pulita, lavoro dignitoso, imprese e innovazione, città sostenibili, economia circolare, ecosistemi marini, pace e giustizia. Si registrano, infine, miglioramenti su istruzione, parità di genere e lotta al cambiamento climatico.

Al ritmo attuale, alcuni sotto obiettivi non saranno comunque raggiunti. Tra questi, ci sono il dimezzamento rispetto al 2019 del divario occupazionale di genere, la riduzione del 15% della dispersione nelle reti idriche, il raggiungimento del 42,5% di energia prodotta usando fonti rinnovabili, l’azzeramento del consumo di suolo e la riduzione del 50% dei feriti per incidenti stradali rispetto al 2019. Anche l’Unione europea è indietro: sul 37% degli Sdg, i ritardi accumulati sono tali da rendere improbabile il loro raggiungimento entro cinque anni.
«Le persone e le imprese vogliono andare in questa direzione», ha detto Giovannini riferendosi a una visione di Europa «con più unità, per essere più indipendenti, ma aperti al mondo, fermi nella difesa dei nostri valori, delle nostre libertà e della capacità di scrivere il nostro destino», aggiungendo poi che «apparentemente, non tutta la politica vuole andare in questa direzione».

Serve un salto, un’accelerazione: il rapporto propone una tabella di marcia e alcune leve per rimuovere gli impedimenti alla trasformazione.
La sostenibilità non è, sottolinea ancora Giovannini, una questione solo ambientale: ha come suoi pilastri la pace, la giustizia e i diritti. E, in un momento storico così difficile e conflittuale – di questo passo la spesa militare globale nel 2035 sarà pari a quattro o cinque volte quella registrata alla fine della guerra fredda – il richiamo a questi pilastri è un appello all’importanza del multilateralismo, «indispensabile per affrontare questioni globali come la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tutela della salute, la lotta alle pandemie, la gestione del crescente debito, soprattutto dei paesi in via di sviluppo».

Chi.Gio.

Per scaricare il rapporto: https://asvis.it/rapporto-asvis-2025

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QUALE FINANZA DOPO SIVIGLIA?

Il multilateralismo non è mai stato così in crisi, eppure proprio l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali potrebbe aprire prospettive di collaborazione inattese, ad esempio nelle scelte di finanza per lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti che è emerso dal webinar organizzato lo scorso 15 ottobre dalla «Campagna 070», promossa da quattro reti di organizzazioni attive nella cooperazione: Focsiv, Aoi, Cini e Link2007.

Il relatore del webinar è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo per l’economia e ora copresidente del gruppo Onu sulla crisi del debito. Egli ha individuato alcune convergenze emerse alla quarta conferenza sulla finanza per lo sviluppo (Siviglia, 30 giugno – 3 luglio 2025). C’è stata, innanzitutto, convergenza sull’analisi della situazione: oggi, più che un aumento del debito si registra l’aumento dei costi del servizio del debito, cioè degli interessi da pagare. I Paesi debitori, quindi, hanno meno rischi di default sistemico – che dipende appunto dalla capacità di pagare o meno il debito alla scadenza prevista -, ma gli interessi sono un costo così esorbitante da impedire loro non solo di investire nello sviluppo, ma anche di garantire servizi essenziali. Altre convergenze hanno riguardato la necessità di alleviare il peso del debito attraverso varie forme di rinegoziazione e l’opportunità di rivedere i meccanismi per definire la sostenibilità del debito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (principalmente Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). Infine, c’è stata convergenza anche sull’ipotesi di promuovere quelli che in gergo si chiamano borrowers club, cioè piattaforme che permettano ai Paesi debitori di coordinarsi e scambiare informazioni: entità in un certo senso speculari a quelle che riuniscono i Paesi creditori, come il Club di Parigi, la cui influenza è stata molto estesa fino all’inizio di questo secolo e si è poi ridotta quando i creditori privati – banche, fondi di investimento, eccetera – hanno acquisito peso crescente.

Siamo in tempi diversi, ha detto Gentiloni, da quelli del Giubileo del 2000, in cui prese forma la campagna – promossa fra gli altri dall’allora presidente Usa Bill Clinton, dalla Santa Sede e da molte Ong – per la cancellazione del debito: oltre al ruolo dei privati, un’altra grande differenza è che oggi il principale creditore sovrano, la Cina, «esclude per principio la possibilità di una remissione del debito», anche se è «attiva sulle diverse forme di rinegoziazione».
Secondo l’ultimo rapporto Unctad@, nel 2024 il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo era di 31 mila miliardi. I loro pagamenti netti degli interessi sul debito pubblico sono stati di 921 miliardi; 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più in interessi sul debito che in istruzione o sanità.

Chi.Gio.

Per rivedere il webinar: https://www.youtube.com/watch?v=Z2Sr0ARAWRE&t=5s

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Brasile, diseguaglianze e grandi aspirazioni

Oggi il Brasile è un Paese che, pur attraversato da profonde divisioni e contraddizioni, è determinato a contare di più nello sviluppo e nella politica internazionale. Il 10 novembre comincia a Belém la Cop30 e sarà un banco di prova importante.

«Davanti agli occhi del mondo, il Brasile ha lanciato un messaggio a tutti gli aspiranti autocrati e a coloro che li sostengono: la nostra democrazia e la nostra sovranità sono non negoziabili». Sono le parole che il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivolto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre. Il suo intervento@ apriva la riunione di alto livello in cui parlano i capi di Stato e di governo. Molta parte del «discorso al vetriolo» di Lula, come lo ha definito il New York Times, era un attacco frontale alle «ingerenze negli affari interni» del Brasile, alle «misure unilaterali e arbitrarie contro le nostre istituzioni e la nostra economia», alle «forze antidemocratiche che cercano di soggiogare le istituzioni e soffocare le libertà», alle bombe e alle armi nucleari che «non ci proteggeranno dalla crisi climatica». In altre parole, un attacco a Donald Trump, che ha messo dazi al 50% verso il Brasile come ritorsione per aver condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato@, ha sospeso i visti e imposto sanzioni ai giudici che lo hanno giudicato e continua a definire bufala, truffa e inganno il cambiamento climatico.

Il Brasile – è il messaggio del presidente Lula – ha dimostrato di essere un grande Paese. Ha difeso la democrazia, non si è piegato a Trump, ha da poco ricevuto dalla Fao la conferma di essere uscito dalla mappa della fame@.

Inoltre, è il Paese ospitante della «Cop della verità» – cioè la Cop30, trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre -, e si impegna a lottare contro la povertà, «nemica della democrazia quanto l’estremismo», a promuovere la concorrenza nei mercati digitali e l’installazione di data center sostenibili, a spingere sul multilateralismo e a fare in modo che la voce del Sud globale sia ascoltata. Chi ama questa agenda, sembra dire Lula, ci segua.

Siccità nel Nord Este – © FMC

Come sta il Brasile

Quinto Paese al mondo per estensione, con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Brasile è grande quanto la metà del Paese più esteso, la Federazione Russa, mentre la supera di poco quanto alle dimensioni dell’economia: la Russia, infatti, ha un Pil di 2.174 miliardi di dollari (per 143 milioni di abitanti), mentre quello del Brasile è 2.179 miliardi (per una popolazione di 212,8 milioni): valore comparabile con quello dell’Italia (59 milioni), che ha un Pil di 2.373 miliardi@.

Diverso è invece lo scenario se si guarda all’indice di sviluppo umano (Isu, o Hdi nell’acronimo inglese), utilizzato dalle Nazioni Unite per includere variabili più raffinate del solo Pil nel valutare la condizione delle società umane, come la possibilità di condurre una vita lunga e sana, di avere un buon livello di istruzione e un reddito che garantisca un tenore di vita dignitoso@. Il valore massimo dell’Isu è 1, il Paese che nel 2023 ci è andato più vicino è stato l’Islanda (0,972), mentre il Brasile è a 0,786, occupando l’84a posizione: si trova, dunque, fra i Paesi di fascia alta, in linea con l’altra potenza regionale, il Messico, ma venti posizioni più in basso della Russia. A limitare i risultati nello sviluppo umano del Paese, influiscono diversi fattori, fra i quali il grado di diseguaglianza: la longevità, il livello di istruzione, il reddito, cambiano molto da una fascia all’altra della popolazione. «Il problema maggiore del Brasile è la disuguaglianza sociale», conferma Guglielmo Damioli, arrivato in Brasile nel 1979 per lavorare con i popoli indigeni di Roraima e oggi residente di Belém. Il Paese ha un sistema piramidale, con una élite dominante che vive negli Stati del Sud come Rio de Janeiro e San Paolo, e una grande massa di poveri nel Nord e Nordest. «Se i servizi pubblici, in particolare sanità, sicurezza, igiene, politiche abitative e infrastrutture, sono precari in tutto il Brasile, qui al Nord sono di pessima qualità, specialmente nell’entroterra». Secondo il World inequality database@, sito di statistiche fondato, fra gli altri, dall’economista francese Thomas Piketty, in Brasile il 10% più ricco detiene il 69,7% delle risorse, mentre nella nazione meno diseguale, i Paesi Bassi, ne detiene il 45%.

I freni allo sviluppo

Ridurre le diseguaglianze non sarà né rapido né semplice. Quello di Lula, scrive padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e responsabile della pastorale carceraria della Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb), «è un governo sostenuto da un’ampia coalizione che, pur proponendosi idealmente di fare passi significativi in campo sociale, rimane fortemente limitato dal Parlamento», dominato da una maggioranza di destra, e dalle lobby agroindustriali e minerarie.

Con la pastorale carceraria, spiega ancora padre Gianfranco, «portiamo avanti la lotta contro le detenzioni di massa, usate come strumento di controllo della povertà, delle periferie, delle persone e dei corpi, e come sofisticato e moderno sistema di tortura». In questo settore, l’arrivo di Lula per ora non ha portato miglioramenti significativi, perché il governo continua a gestire il problema «a partire da una visione mercantilista e punitiva».

Qualche cambiamento lo ha invece registrato padre Juan Carlos Greco, responsabile dell’equipe dei missionari della Consolata che assiste i migranti venezuelani a Boa Vista. Sono migliorati i toni – Lula ha detto pubblicamente che migranti e rifugiati devono essere trattati «con grande responsabilità e rispetto» – e il governo ha preso alcuni impegni, come aiutare lo Stato di Roraima a garantire l’istruzione e il benessere dei rifugiati. Il presidente ha poi mantenuto il sostegno all’Operazione accoglienza per assistere i migranti in fuga dalla crisi venezuelana.

Ma i tagli dei fondi Usa per lo sviluppo imposti dall’amministrazione Trump, riporta padre Juan Carlos, hanno avuto «un impatto diretto sui programmi umanitari, la gran parte dei quali era finanziata da Usaid», l’agenzia degli Stati Uniti per l’aiuto allo sviluppo. Organizzazioni come Caritas brasiliana sono state costrette a sospendere diverse iniziative come, ad esempio, il progetto Sumaúma, che distribuiva circa 2mila pasti al giorno ai migranti venezuelani e alle persone senza fissa dimora a Boa Vista, e il progetto Orinoco, che offriva servizi igienici gratuiti a Boa Vista e Pacaraima. La sospensione dei fondi di Usaid ha portato le organizzazioni a cercare sostegno presso l’Unione europea e le Caritas di Germania e Svizzera, che hanno contribuito a riaprire in parte alcuni servizi.

Allagamenti a Rio do Oeste – © AfMC

G4, Brics, G20

Il ritrarsi degli Stati Uniti dagli impegni internazionali sta creando confusione e paura, ma ha anche aperto spazi di azione per altri Paesi. Forte del suo ruolo di potenza regionale, il Brasile da anni reclama un maggior peso nei processi decisionali internazionali. Un esempio è la sua appartenenza, insieme a Germania, Giappone e India, al G4, il gruppo di Paesi che chiedono un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu.

In un’analisi pubblicata dal centro studi statunitense Carnegie endowment for international peace, il professore di relazioni internazionali alla Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, Matias Spektor, osservava, tuttavia, che nessuna amministrazione brasiliana ha finora prodotto un documento ufficiale che dettagli la proposta di riforma. Inoltre, fra il 2018 e il 2022, gli stanziamenti annuali del Brasile per il bilancio ordinario delle Nazioni Unite sono scesi da 92 a 56 milioni di dollari (hanno cominciato a risalire dal 2023). Quella del Brasile, scrive Spektor, sembra essere stata fin qui una «strategia a basso costo»@.

Ma il ruolo del Brasile acquista un peso diverso quando si combina con quello di altre nazioni, come quelle del gruppo Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica -, diversissime fra loro, ma accomunate da un’aspirazione: fare da contrappeso all’influenza occidentale nelle istituzioni globali come Banca mondiale, G7 e, appunto, Consiglio di sicurezza dell’Onu@. Il Brics, che dal 2023 si è allargato anche a Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran e Emirati arabi uniti, rappresenta oggi un terzo dell’economia globale e metà della popolazione del pianeta.

Il Brasile è anche uno dei Paesi del Gruppo dei 20, o G20, nato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso per riunire ministri delle finanze e governatori delle banche centrali del gruppo e reagire alla crisi finanziaria asiatica e diventato, con la crisi globale del 2008, un luogo di negoziazione a cui partecipano i capi di stato e di governo. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di gennaio@ Matias Spektor sostiene che il G20 ha sostituito il G7 come principale forum per la governance economica globale. Fra i risultati ottenuti, Spektor cita il suo ruolo nel favorire l’ampliamento della rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale per includere le economie emergenti.

La scommessa sulla foresta

Un ambito nel quale il Brasile di Lula appare determinato a far valere il proprio primato, è quello della lotta al cambiamento climatico. Il primato è, ovviamente, quello di avere sul proprio territorio circa il 60% della foresta pluviale più grande del pianeta, la foresta amazzonica, che assorbe una quantità significativa dell’anidride carbonica, contribuisce e a regolare il ciclo dell’acqua e produce ossigeno. Già a settembre scorso il presidente brasiliano ha annunciato@ un contributo di un miliardo di dollari al meccanismo Tropical forests forever fund (Tfff, Fondo foreste tropicali per sempre), presentato dallo stesso Brasile nel 2023 durante la Cop28 a Dubai come meccanismo che garantisca ai Paesi con foreste tropicali finanziamenti stabili e continui per mantenere ed espandere la copertura forestale.

Lula sa che la questione del finanziamento è stato il principale ostacolo ai negoziati sul clima negli ultimi anni e a New York il 23 settembre ha detto: basta negoziare, è venuto il momento di agire. La scommessa di questo Fondo – che finora ha suscitato tante speranze quante perplessità – è che si possa rendere la conservazione delle foreste conveniente sia per i Paesi che le hanno sul proprio territorio che per gli investitori. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo iniziale di 25 miliardi – il miliardo annunciato da Lula è il primo di questi – donati da governi e organizzazioni filantropiche. L’obiettivo sarebbe poi quello di attirare altri 100 miliardi di dollari da investitori sul mercato, arrivando così a 125 miliardi da prestare puntando a realizzare un profitto del 7,6%, per poi restituire agli investitori il 4,9% e realizzare così un guadagno finale del 2,7%, pari a circa 3,4 miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero, infine, distribuiti destinando 4 dollari per ettaro di foresta ai Paesi con foreste tropicali, affinché questi provvedano alla loro conservazione@. Il meccanismo prevede che il 20% dei fondi vadano ai popoli indigeni e alle comunità locali per garantire, ha detto il presidente brasiliano, «i mezzi adeguati a chi si è sempre preso cura dei nostri boschi e foreste».

«Nessuno lascia la mano di nessuno» dice il cartello delle donne indigene – © AfMC

Verso Belém

«La Cop30 è il sogno planetario di Lula e la scelta della città di Belém come sede serve ad attrarre attenzione e investimenti sull’Amazzonia». A parlare è ancora Guglielmo Damioli, ora attivo nell’associazione di agricoltori Abaa di Bujaru, nello stato di Pará. Belém, continua, è «porta e capitale dell’Amazzonia, una grande metropoli immagine e frutto della disuguaglianza sociale e della mancanza di politiche pubbliche del Paese». E l’Amazzonia «è il simbolo dell’equilibrio planetario, con la sua fragilità e con l’infinità delle sue ricchezze, umane e naturali». Ma è anche il luogo dove gli agricoltori e coloni hanno tagliato e bruciato la foresta per coltivare la terra, dove «la destra vuole sviluppare monocolture per l’esportazione, come la soia e il biodiesel, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento minerario». La città, racconta Damioli, è piena di cantieri, gli alloggi sono insufficienti per le decine di migliaia di partecipanti attesi per la Cop30, i prezzi sono altissimi. «La gente di Belém soffre un poco il caos per i tanti lavori in corso, ma sa che erediterà una città migliore e che sarà al centro di un evento storico».

Così storico da spingere diversi osservatori a vederci un test cruciale sulla sopravvivenza del multilateralismo nel suo complesso, non solo delle Cop. Su questo concorda anche padre Dario Bossi, che sarà alla Cop30 con la Commissione per l’ecologia integrale della Cnbb. «Siamo in un momento critico per i meccanismi multilaterali, con i nazionalismi e i sovranismi che stanno tentando di smantellarne non solo i concetti ma le strutture stesse».

Padre Dario riporta una battuta che circola fra chi sta preparandosi alla Conferenza: «Qualcuno dice che sarebbe già una vittoria uscire dalla Cop30 progettando una Cop31». Ma, continua padre Bossi, a di là dei timori, ci sono alcuni elementi che non rendono scontato il risultato negativo di questa Cop. Il presidente della Cop, André Aranha Corrêa do Lago, è un diplomatico di carriera con una grande esperienza su cambiamento climatico, energia e ambiente e in questi eventi la capacità degli organizzatori nel creare un clima di fiducia fra i partecipanti è fondamentale.

La Cnbb non sarà nella zona blu, dove si svolgono i negoziati ufficiali e dove a rappresentare la Chiesa ci saranno lo Stato del Vaticano e Caritas internationalis, ma farà comunque sentire le proprie proposte insieme a quelle delle 1.100 organizzazioni riunite nella Cupola dei popoli@ e nel Tapiri interreligioso (tapiri è una parola in lingua indigena che indica una capanna dove si fermano i viandanti a riposare). Quest’anno, poi, a dare maggiore compattezza alle posizioni delle Chiese del Sud globale c’è anche un loro documento congiunto dal titolo «Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni»@.

«Noi scommettiamo sul processo più che sull’evento in sé, perché la vita quotidiana delle persone e la Cop sono molto lontani. Siamo convinti che la storia del clima si cambia dai territori», lavorando con le persone per trovare soluzioni e strumenti concreti. Per questo i popoli indigeni hanno redatto i loro Contributi determinati a livello nazionale – o Nationally determined contributions, Ndc, i piani in cui gli Stati indicano le azioni che intendono portare avanti per il clima – e chiedono che vengano inclusi nel Ndc del Brasile. Non solo: dal momento che il finanziamento è un tema chiave della Cop30, i popoli indigeni hanno proposte su come usare i 300 miliardi di dollari che la Cop29 aveva destinato alla lotta al cambiamento climatico: «Le proposte si basano su esperienze reali, che hanno funzionato, e dimostrano che i popoli indigeni sono un attore decisivo per definire nuovi percorsi».

Chiara Giovetti

© AfMC / James Patias

Nota Bene

Da Onlus a Ets, la sostanza dietro le sigle

Dallo scorso agosto, la Fondazione Missioni Consolata è diventata un Ets, «Ente del terzo settore», ed è iscritta al Registro unico nazionale. Questo è disponibile per la consultazione online@ e permette di leggere e scaricare le informazioni e i documenti fondamentali di ogni ente, come lo statuto e i bilanci.

Al 25 settembre 2025 gli enti iscritti erano 138.014. Gli Ets possono essere di 7 tipi: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; enti filantropici; imprese sociali, incluse le cooperative sociali; reti associative; società di mutuo soccorso e altri enti del Terzo settore. La Fondazione Missioni Consolata fa parte di quest’ultimo gruppo.

Che cosa cambia, per la Fondazione e per i suoi sostenitori?

In primo luogo, che non ci chiameremo più Mco: la «o» finale dell’acronimo, infatti, stava per «onlus», tipologia di ente che non esisterà più a partire dal 2026. Aggiorneremo quindi la denominazione in tutti i canali che usiamo per comunicare con sostenitori, amici, lettori, fornitori, enti pubblici. Il nostro identificativo sarà Fondazione Missioni Consolata Ets.

Nulla cambia, o quasi, per quanto riguarda invece i conti correnti: gli Iban restano gli stessi, cambia solo l’intestazione dei conti, dove la sigla Ets sostituirà Onlus.

Quanto poi ai vantaggi fiscali, continueranno a esserci: riporta la pagina web di Forum terzo settore@ che ci sarà la detrazione del 30% per le erogazioni liberali delle persone fisiche a favore degli Ets (35% nel caso delle organizzazioni di volontariato) fino a un massimo di 30mila euro. A società ed enti spetta invece una deduzione fino al 10% del reddito complessivo netto dichiarato.

Non abbiamo ancora deciso il nome «per gli amici», cioè come riferirci più informalmente a noi stessi, se chiamarci semplicemente Fondazione Mc, oppure Mce. Ma saranno il tempo e l’uso a decidere, come è stato per la onlus. Nessuno aveva stabilito a priori di usare la lettura delle lettere dell’acronimo (emme-ci-o) ma piano piano ci siamo abituati, noi che ci lavoriamo e voi che ci sostenete, a fare così. Anzi, accettiamo suggerimenti: voi come ci chiamerete da oggi?

 Chi.Gio




Onu, un 80° compleanno mesto

Il 24 ottobre ricorre l’ottantesimo anniversario   del Trattato che ha istituito l’Organizzazione delle  Nazioni Unite. Ma le celebrazioni, più che una festa,  si stanno rivelando un’occasione per ripensare il ruolo dell’Onu ed evitarne l’irrilevanza.

Il compleanno delle Nazioni Unite ha una torta con molte candeline, che minaccia di farsi sempre più piccola e con gli amici della prima ora che non sembrano avere molta voglia di presentarsi alla festa.
Per i suoi ottant’anni, infatti, l’Onu sta affrontando progetti di riforme radicali e tagli alla spesa, grossi ritardi nei contributi finanziari da parte degli Stati membri e, più in generale, molte domande su come conservare un minimo di rilevanza in un mondo che fatica a rispettare le regole che si era dato a metà del Novecento.

Queste scelte derivano in larga parte dalle decisioni dell’amministrazione Usa guidata dal Presidente Donald J. Trump, che pare intenzionata a ridurre molto la propria quota di contributo all’organizzazione, pari, finora, a circa un quarto del budget totale.

Usa, ieri fondatori, oggi affondatori?

Gli Stati Uniti erano stati i principali e più convinti fondatori dell’Onu. L’Organizzazione è infatti nata nel 1945 su iniziativa dei Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e, in particolare, di quattro potenze patrocinanti, cioè Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Regno Unito. Dopo la conferenza di Jalta del febbraio 1945, in cui i leader di Usa, Regno Unito e Urss avevano discusso l’ordine mondiale post-bellico, gli stessi Paesi convocarono la Conferenza delle Nazioni Unite sull’organizzazione internazionale. Il termine «Nazioni Unite» fu proposto dall’allora presidente Usa Franklin Delano Roosevelt già anni prima, e utilizzato per la prima volta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, firmata a Washington il 1° gennaio 1942 da 26 Paesi per sancire la loro decisione di cooperare per vincere la guerra contro le potenze dell’Asse, cioè Germania, Italia, Giappone e i loro alleati.

Alcune di queste agenzie esistevano già da molto tempo: l’Unione internazionale delle Telecomunicazioni (Itu), ad esempio, era stata fondata a Parigi nel 1865 e compie quindi 160 anni. Altri organi, come l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), erano un’eredità della Società delle Nazioni, ente precursore dell’Onu fondato dopo la Prima guerra mondiale, mentre le istituzioni finanziarie – Banca mondiale e Fondo monetario internazionale – e l’Unesco, l’agenzia che si occupa di cooperazione nell’ambito educativo, scientifico e culturale, nacquero insieme all’Onu fra il 1944 e il 1945. Altri organi sono poi sorti per iniziativa della stessa Onu: ad esempio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who), nel 1948, l’Unhcr nel 1950, l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica – Aiea/Iaea nel 1957.

Palo della pace all’Unep a Gigiri, Nairobi (foto The Seed)

Il sistema Onu e i suoi costi

Secondo le statistiche ufficiali della stessa Onu, nel 2023 – anno più recente disponibile – l’organizzazione@ ha speso circa 68,5 miliardi di dollari. Una cifra, per dare una misura, pari a due volte il valore delle risorse stanziate con la legge di bilancio italiana nel 2024, o a una volta e mezzo l’importo pagato da Elon Musk per comprare il social network Twitter. Di questi 68,5 miliardi di dollari, la fetta più grossa (44%) è andata all’assistenza umanitaria, seguita da quella destinata all’assistenza allo sviluppo (30%), mentre le operazioni di pace sono al 12%. Stessa quota per le spese rivolte alla realizzazione dell’agenda globale e all’assistenza specializzata, attività cioè che affrontano sfide globali o regionali senza un collegamento diretto con le altre tre funzioni. I principali beneficiari sono l’Africa, dove l’Onu spende ogni anno circa 24 miliardi (35%), e l’Asia (18 miliardi, 27%), seguiti dalle Americhe (4,7 miliardi, 7%), l’Europa (4,4 miliardi, 6,5%) e l’Oceania (507 milioni, 0,7%), mentre il restante 23% (16 miliardi) va a interventi globali o interregionali.

Soldi spesi bene?

Per farsi un’idea del lavoro svolto dalle Nazioni Unite in questi 80 anni, Mugnanini ripercorre i premi Nobel per la Pace assegnati ad agenzie o funzionari Onu: un esercizio che aiuta a distinguere meglio il ruolo dell’organizzazione come specchio del mondo (mirror of the world). Nel 1950, il Nobel andò al diplomatico Ralph J. Bunche che, per conto dell’Onu, aveva mediato le prime fasi del conflitto fra Israele e i suoi vicini, arrivando agli armistizi con Egitto, Libano, Giordania e Siria. Il Nobel del 1954 andò invece all’Unhcr, nato quattro anni prima per aiutare i milioni di sfollati della Seconda guerra mondiale. Nel 1961 fu la volta del premio, postumo, a Dag Hammarskjöld, segretario generale Onu dal 1953 al 1961, morto a Ndola, nell’attuale Zambia, mentre conduceva delicati negoziati per risolvere la crisi in Congo, cruciale (e brutale) banco di prova sia della decolonizzazione che del confronto Est-Ovest.

Negli anni Sessanta, epoca di lotte e profondi cambiamenti sociali, il premio andò nel 1965 all’Unicef, agenzia Onu per l’infanzia, e nel 1969 all’Ilo, che promuove i diritti fondamentali nel lavoro. Nel 1981 fu di nuovo l’Unhcr a ricevere il Nobel, stavolta per l’assistenza ai rifugiati delle guerre in Africa e Asia, mentre nel 1988 fu assegnato alle Forze di peacekeeping delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel ridurre le tensioni nei luoghi di guerra. Nel 2001, il comitato per il Nobel volle sottolineare la fine della Guerra fredda e rafforzare il ruolo del multilateralismo nel nuovo ordine mondiale assegnando il premio alla stessa Onu e al suo segretario generale, Kofi Annan, mentre nel 2005 fu la volta dell’Aiea e del suo direttore, Mohamed El Baradei. Erano gli anni della guerra preventiva, e non autorizzata dal Consiglio di sicurezza, con cui Usa e Regno Unito colpirono l’Iraq di Saddam Hussein e, sia l’Aiea che il segretario generale Annan, si scontrarono duramente con i governi americano e inglese: «Nel suo ruolo di garante del regime di non proliferazione nucleare», scrive ancora Mugnaini, «la Aiea non aveva concordato con la richiesta statunitense di affermare che l’Iraq avesse ripreso il suo programma nucleare militare, posizione quella dell’Aiea che si rivelò poi essere corretta».

Nel 2007, a ricevere il premio fu il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – Ipcc) insieme all’ex vicepresidente Usa Al Gore, per lo sforzo di aumentare la conoscenza sul cambiamento climatico e gettare le basi per le future soluzioni. Infine, nel 2020 è stato il Programma alimentare mondiale (Wfp) a ottenere il riconoscimento: l’agenzia è la più grande organizzazione umanitaria mondiale e nel 2024 ha nutrito 124 milioni di persone, di cui 90 milioni con assistenza di emergenza.

Ma questi esempi di incisività, o almeno partecipazione attiva, delle Nazioni unite alla politica internazionale non esauriscono il suo operato: insuccessi come l’incapacità di prevenire il genocidio in Rwanda, nel 1994 (800mila vittime), e quello a Srbrenica, in Bosnia, nel 1995 (8mila vittime), sono fra gli esempi più citati nelle analisi dei fallimenti nell’ambito che costituisce uno dei pilastri dell’organizzazione, cioè la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale.

Consiglio di sicurezza dell’Onu, agosto 2025 (Un photo / Loey Felipe)

Un Consiglio di sicurezza bloccato

Guardiano di questo pilastro è uno degli organi principali delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza. La sua attuale composizione – cinque membri permanenti con diritto di veto e dieci membri eletti a rotazione per due anni – è ritenuta anacronistica da molti studiosi e dalla maggioranza degli stati membri dell’Onu, e l’inefficacia dimostrata di recente nel reagire all’invasione russa dell’Ucraina e al massacro compiuto da Israele a Gaza non hanno fatto che evidenziare questo stato di cose.

La prima iniziativa dell’Assemblea generale per avviare una riforma del Consiglio risale al 1992, ma oltre trent’anni di negoziazioni non hanno portato alcun risultato concreto, e le tre principali posizioni in campo continuano a creare uno stallo. La prima, del blocco cosiddetto G4 – Germania, Giappone, Brasile e India – chiede per i quattro Paesi lo stesso status dei cinque membri permanenti, anche se è flessibile circa il potere di veto, ed è favorevole all’assegnazione di due seggi permanenti all’Africa. Il secondo blocco, la coalizione Uniting for consensus (Ufc), guidata dai rivali regionali del G4 (tra cui Argentina, Messico, Italia, Polonia, Pakistan, Corea del Sud e Turchia) chiede l’aumento dei membri eletti da dieci a venti per ottenere un Consiglio egualitario e rappresentativo. Il terzo blocco è l’Unione africana, i cui 54 membri insistono affinché al continente vengano dati due seggi permanenti con diritto di veto e almeno tre seggi non permanenti in più, forti del fatto che la metà delle riunioni del Consiglio e circa il 70% delle sue risoluzioni riguardano questioni africane.

Quanto ai membri permanenti, i cosiddetti P5, la loro strategia è ostacolare il processo di riforma. Tutti vogliono mantenere il proprio seggio permanente e il diritto di veto, ma le loro posizioni sulla riforma del Consiglio sono diverse. La Russia è scettica sull’aggiunta di seggi permanenti e vuole evitare di indebolire il proprio status globale. Nemmeno la Cina vuole nuovi membri permanenti, mostrando particolare ostilità verso le aspirazioni dei rivali regionali nel G4, India e Giappone, ma sostiene, con l’Ufc, l’aggiunta di un massimo di dieci membri eletti. Inoltre, Pechino si oppone all’adozione di un testo che faccia da base per il negoziato, introducendo un ulteriore elemento di impasse.

Truppe della Monusco nella provincia dell’Ituri in Congo Rd (Un photo / Jorkim Jothan Pituwa)

Le riforme degli altri pilastri

Ma, al di là delle scelte specifiche sulle singole agenzie, il documento fa emergere un generale bisogno di razionalizzazione: fa infatti riferimento a «mandati sovrapposti» – un mandato in ambito Onu è la decisione che conferisce a un organismo l’autorità di svolgere le proprie funzioni, ad esempio la fondazione di un ufficio o la creazione di una commissione d’inchiesta – a un «uso inefficiente delle risorse»,  alla «frammentazione e duplicazione» e a un eccessivo numero di posizioni dirigenziali.

Chiara Giovetti

Riunione dellUnep a Nairobi (foto The Seed)



Guerra alla scuola, troppi ragazzi senza istruzione

Ogni giorno, nel mondo, otto scuole e i loro studenti, sono colpiti da attacchi di varia natura. In Palestina, Ucraina, Sudan, Rd Congo e altri Paesi in crisi, la guerra rischia di privare un’intera generazione di un’istruzione adeguata.
Borodjanka, Ucraina (Luca Bovio / AfMC)

Nel 2022 e 2023, diecimila studenti ed educatori sono stati uccisi, feriti, rapiti, arrestati o in altro modo danneggiati. Le cause sono stati gli attacchi che hanno colpito istituzioni educative e gli incidenti dovuti all’uso di scuole e università per fini militari. Questi attacchi e incidenti sono stati circa seimila, cioè una media di otto al giorno, con un incremento del 20% rispetto agli anni precedenti. Lo riporta il rapporto Education under attack 2024@, elaborato dalla Global coalition to protect education from attack (Gcpea). La coalizione, formata nel 2010 da organizzazioni attive nel campo dell’istruzione, ha nel suo comitato direttivo rappresentanti di enti come Unicef, Unesco, Human rights watch e Amnesty international.

Nella sezione del rapporto che descrive la metodologia usata, gli attacchi violenti all’istruzione sono definiti come uso della forza, minacciato o effettivo, contro studenti, insegnanti, personale di servizio, funzionari dell’istruzione, edifici, risorse educative o strutture.

Fra le categorie degli attacchi all’istruzione c’è anche l’uso militare di scuole e università. Questo avviene quando le strutture destinate all’educazione sono trasformate in caserme, rifugi temporanei, depositi di munizioni, centri per detenzione e interrogatori.

Quanto ai metodi per la raccolta dei dati, Gcpea ne indica tre: un’analisi di rapporti e statistiche prodotti da Nazioni Unite o Ong, think tank o gruppi di esperti, ricerche sui media e contatti con i membri del personale delle organizzazioni internazionali e nazionali che operano nei Paesi interessati.

La coalizione ha fra i suoi obiettivi anche quello di promuovere e monitorare l’applicazione della Safe schools declaration@, un impegno politico che mira a vincolare i governi a proteggere, anche con provvedimenti legislativi, le scuole durante i conflitti armati, a raccogliere dati affidabili sugli attacchi avvenuti e a fornire assistenza alle vittime.

Un esempio di messa in atto della dichiarazione, citato nella scheda informativa 2025 sui progressi fatti, è il Codice di protezione dell’infanzia promulgato dalla Repubblica centrafricana, che rende reato gli attacchi alle scuole e la loro occupazione. Si tratta del primo atto legislativo di questo genere in Africa@.

Gaza, in 658mila senza scuola

Nel 2022 e 2023, si legge ancora nel rapporto, il maggior numero di attacchi all’istruzione è stato registrato in Palestina, Ucraina, Repubblica democratica del Congo e Myanmar: centinaia di scuole sono state minacciate, saccheggiate, bruciate, bersagliate da ordigni esplosivi improvvisati@ o colpite da bombardamenti o attacchi aerei.

Secondo il monitoraggio di giugno scorso sugli impatti della guerra nella striscia di Gaza, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha, nell’acronimo inglese), dall’ottobre 2023, 15.379 alunni e 691 membri del personale scolastico sono stati uccisi, mentre 23.105 studenti e 2.926 insegnanti sono stati feriti. L’89% delle scuole, cioè 501 su 564, dovranno essere ricostruite del tutto o subire ristrutturazione massicce per tornare a funzionare. In totale, sono 658mila i bambini e gli adolescenti e 87mila gli studenti universitari che non possono andare a scuola@.

Già a settembre 2024, uno studio realizzato dall’Università di Cambridge in collaborazione con l’Agenzia Onu per i profughi Palestinesi, Unrwa, e il Centre for lebanese studies, un centro studi sul Libano con sede nel Regno Unito, rilevava che i bambini e i giovani di Gaza fra la pandemia, gli scontri nel maggio 2021 e la guerra attuale hanno perso circa due anni scolastici, con un conseguente aumento del 20% della povertà educativa, cioè la quota di bambini che a 10 anni non sa leggere un testo di base.

Lo studio calcolava anche che uno studente in procinto di affrontare l’equivalente dell’esame di maturità nel 2023 vedeva ritardato di due o tre anni il conseguimento del titolo se non gli fosse stato permesso di tornare immediatamente a scuola e ricevere anche un sostegno integrativo per recuperare le competenze perdute.

A peggiorare la situazione, continua il rapporto, intervenivano ulteriori fattori: le disabilità provocate dalle violenze a una media di 15 bambini ogni giorno, i ritardi nello sviluppo cognitivo dovuti alla malnutrizione e le conseguenze sulla salute mentale, e quindi su attenzione, concentrazione e memoria, di migliaia di bambini traumatizzati dalla guerra.

15 gennaio 2011. Benedizione e apertura del “Dormitorio della Pace”, Porro, Samburu, Kenya (Virgilio Pante /AfMC)

Ucraina, a scuola sottoterra

In Ucraina, fra gennaio e aprile di quest’anno, 220 bambini sono stati uccisi o feriti: un numero del 40% più alto di quello dello stesso periodo del 2024@.

Nemmeno qui gli attacchi risparmiano le scuole: a fine giugno un istituto superiore della zona di Odessa è stato colpito@ da missili balistici russi che hanno ucciso due persone dello staff della scuola e danneggiato la struttura: nessun bambino è stato ferito perché erano già iniziate le vacanze estive e la scuola era vuota.

Nel complesso, riportava l’Unicef@ a marzo 2025, le istituzioni educative danneggiate dall’inizio dell’invasione russa sono 3.373, di cui 385 distrutte. A fine dicembre dell’anno scorso, 741mila bambini studiavano in modalità mista – in presenza e a distanza -, mentre 443mila seguivano le lezioni solo online. A Kharkiv, riportava Save the children a gennaio di quest’anno@, per garantire ai bambini la scuola in presenza almeno qualche ora al giorno, nonostante i frequenti attacchi, la città ha predisposto scuole sotterranee nel sistema della metropolitana.

Le proporzioni dello studio online cambiano in relazione all’area geografica e alla vicinanza del fronte: i risultati di un sondaggio realizzato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), pubblicati nel maggio scorso,@ mostravano che nella macro regione più colpita dalle ostilità, cioè la parte orientale del Paese, la metà degli alunni studiava solo online e solo uno su otto frequentava lezioni in presenza; per gli sfollati interni, la quota di didattica a distanza era del 44%.

Anche in Ucraina, i test standardizzati condotti già a ottobre del 2022, dopo otto mesi di guerra, rilevavano un declino nell’apprendimento comparabile a due anni di scuola persa.

Padre Luca Bovio visita una scuola per bambini nei pressi di Cherson, Ucraina (2023)

Sudan e Rd Congo

E poi c’è il Sudan, la crisi insieme più grave – almeno nei numeri – e più ignorata di questi anni. Secondo i dati del Global education cluster© – l’approccio a cluster (grappolo) è il meccanismo di coordinamento adottato dal 2005 dalle Agenzie Onu e i loro partner specializzati per affrontare le emergenze – la situazione attuale in Sudan è la seguente: dopo due anni di conflitto, su 12,5 milioni di studenti iscritti prima della guerra, 9 milioni non sono ancora tornati a scuola. A questi vanno aggiunti i 6,9 milioni di bambini che già prima del conflitto non erano scolarizzati. Nelle parti occidentale e meridionale del Paese l’istruzione formale – cioè scuole registrate e riconosciute, pubbliche o private che siano – manca del tutto, gli insegnanti non ricevono lo stipendio o lo ricevono solo in modo irregolare e un milione di ragazzi sono a rischio di passare all’età adulta senza un diploma di istruzione secondaria, vedendo così preclusa ogni possibilità di continuare gli studi e di trovare lavori qualificati.

Anche nell’Est della Rd Congo, riportavano Save the children e Unicef a maggio@, oltre 600mila bambini non sono ancora tornati a scuola dopo la ripresa, a gennaio 2025, delle ostilità fra l’esercito congolese e gruppo ribelle M23, sostenuto dal vicino Rwanda. In particolare, risultavano ancora chiuse 786 scuole su 6.632 nella provincia del Nord Kivu e 862 scuole su 8.175 nel Sud Kivu.

In Ituri, provincia confinante con il Nord Kivu, a fine maggio altri 130mila bambini risultavano non frequentare più la scuola, portando così a 1,3 milioni il totale degli alunni della provincia senza accesso all’istruzione@.

Unicef ha quantificato in 57 milioni di dollari i fondi necessari per affrontare la crisi nel Congo orientale: a maggio scorso, mancavano ancora 24 milioni di dollari per raggiungere la cifra necessaria@.

Chiara Giovetti

Giochi per bambini al Malindza refugee camp in eSwatini (AfMC)

8 e 9 settembre per l’istruzione

Secondo il Rapporto di monitoraggio globale sull’istruzione 2024, 251 milioni di bambini continuano a essere non scolarizzati. Il dato si è ridotto solo dell’1% nel corso dell’ultimo decennio. Nei Paesi a basso reddito, la percentuale di persone in età scolare che non va a scuola è del 33%, a fronte del 3% dei Paesi ad alto reddito. Oltre la metà dei bambini non scolarizzati del mondo si trova in Africa subsahariana.

L’8 settembre è la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.

Il tema è: «Promuovere l’alfabetizzazione nell’era digitale». L’obiettivo di quest’anno è sensibilizzare al ruolo degli strumenti digitali, sia per favorire l’apprendimento da parte di circa 754 milioni di persone nel mondo che risultano tuttora non alfabetizzate, sia per evitare, viceversa, che il divario digitale crei una doppia emarginazione, privando le persone anche dei benefici dell’era delle tecnologie digitali. Per gli aggiornamenti sugli eventi che segneranno la giornata si può fare riferimento al sito Unesco: https://www.unesco.org/en/days/literacy

La giornata prevede fra l’altro l’assegnazione di due premi: il primo è il premio Unesco – Re Sejong, promosso dalla Repubblica di Corea e rivolto specialmente all’alfabetizzazione in lingua madre. I premiati sono tre e ricevono una medaglia, un diploma e 20mila dollari.

Il secondo è il premio Unesco – Confucius, promosso dalla Repubblica popolare cinese e dedicato all’alfabetizzazione funzionale e all’uso degli strumenti tecnologici per sostenere l’apprendimento da parte degli adulti nelle aree rurali e dei giovani in abbandono scolastico. In questo caso, i tre vincitori ricevono una medaglia, un diploma e 30mila dollari.

Nel 2019, uno dei vincitori del Premio Confucio è stato il Nuovo comitato il Nobel per i disabili, Ong fondata da Dario Fo, che ha vinto con il programma «Tell Me» Theatre for education and literacy learning of migrants in Europe (Teatro per l’educazione e l’alfabetizzazione dei migranti in Europa), che tutt’oggi mira a favorire «l’inclusione sociale dei giovani e degli adulti migranti in Italia, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana per mezzo del teatro»@.

Scuola di Somana ad Isiro, nord del rd Congo (AfMC)

Il 9 settembre è la Giornata internazionale per la protezione dell’istruzione dagli attacchi.

Il tema di quest’anno non è ancora stato annunciato alla chiusura di questo articolo, ma gli aggiornamenti verranno pubblicati sulla pagina dedicata dell’Unesco@ https://www.unesco.org/en/days/protect-education-attack.

Per le iniziative in Italia di entrambe le giornate si può visitare la pagina eventi di Onuitalia@: https://www.onuitalia.it/calendario-eventi/.

Chi.Gio.

Scuola di Alaba ad Addis Abeba in Etiopia. (AfMC)



Che dice su di noi il bilancio sociale

A giugno, abbiamo pubblicato il bilancio sociale sulle nostre attività del 2024. Per Mco si tratta del quinto. Vale la pena di fermarsi a riflettere su quello che abbiamo capito di noi grazie alla sua stesura.

Interventi multisettore, assistenza sanitaria in Africa, educazione allo sviluppo in Italia. Ecco quali sono gli ambiti di lavoro nei quali sono aumentati di più gli investimenti di Missioni Consolata onlus nel 2024.
Il dato emerge dal nostro Bilancio sociale pubblicato@ il mese scorso. Nel documento, consultabile sul sito di Mco, si dà conto ai donatori anche del complessivo aumento della raccolta fondi rispetto all’anno precedente. L’incremento è stato di quasi 712 mila euro, il 21% in più del 2023.

Sono i fondi per il sostegno generico quelli che hanno registrato il maggiore aumento: questo è dovuto al fatto che, rispetto al 2023, Mco ha ricevuto più donazioni libere, cioè senza indicazioni vincolanti da parte dei donatori su come utilizzarle. Con esse si è costituito un fondo che finanzierà interventi di emergenza e iniziative in linea con le priorità della onlus: sostenere, ad esempio, progetti significativi in Paesi dove la presenza dei Missionari della Consolata è più recente e le difficoltà delle comunità locali più accentuate.

I fondi sono andati a circa 230 missionari, che li hanno usati in venti Paesi, Italia compresa, per realizzare progetti, gestire il programma di sostegno a distanza, ma soprattutto per il funzionamento di strutture e attività ricorrenti.

Mettere in sicurezza i servizi

È questo, infatti, il dato che risalta guardando alla ripartizione dei fondi fra settori operativi: progetti, sostegno a distanza (di scolari e studenti, ndr), sostegno a opere e attività ricorrenti, attività religiose e rivista.

Nel 2024, quasi trentadue euro ogni cento raccolti hanno sostenuto il funzionamento di strutture e attività ricorrenti: alle scuole è andato il 29% dei fondi di questo settore, agli ospedali il 49%, agli impianti idrici il 3%, ai programmi consolidati di difesa dei popoli indigeni il 3% e altri costi che garantiscono la piena operatività dei servizi già presenti.

In altre parole, e semplificando un po’, grazie a queste risorse, un ospedale è in grado di effettuare almeno le stesse visite e gli stessi esami di laboratorio dell’anno precedente; una scuola non è costretta ad accorpare più classi per mancanza di insegnanti o perché la pioggia ha sfondato il tetto di un’aula; una comunità non rischia di restare senz’acqua perché la pompa del pozzo si è rotta.

A finanziare, invece, iniziative espansive dell’offerta di servizi attraverso progetti di cooperazione sono andati circa 25 euro ogni cento, oltre la metà spesi fra istruzione e sanità. Mentre i sostegni a distanza ne hanno assorbiti meno di quattro.
Una fetta cospicua, pari a circa 13 euro ogni cento, ha permesso alla redazione di Missioni Consolata di produrre informazione missionaria sia sul cartaceo che sul web, mentre quasi otto euro sono stati spesi in attività religiose, come il sostegno ai seminari in cui si formano i futuri missionari della Consolata o la costruzione di chiese e cappelle. Per i costi di amministrazione e funzionamento in missione e in Italia – cioè i costi di personale e di struttura sia della onlus che delle amministrazioni regionali Imc sul campo – si è speso circa il 13% dei fondi, mentre intorno al 3% sono andati al sostegno generico di cui abbiamo parlato sopra.

Bambini del doposcuola di Zuunmod in Mongolia

E allora la sostenibilità?

A ben guardare, questa preponderanza del sostegno a strutture e attività che già esistono non stupisce: il modo dei missionari di fare cooperazione prevede, infatti, che quest’ultima sia una delle attività che si svolgono in anni di permanenza sul campo, che, non di rado, porta i religiosi stessi a diventare parte integrante della comunità locale.

In molti casi, i missionari si trovano in zone dove, negli anni, lavorando con la gente locale, sono riusciti a garantire servizi di base in ambito educativo e sanitario – dispensari e scuole primarie – per fasce della popolazione che altrimenti ne sarebbero escluse, perché le locali autorità pubbliche non sono in grado di farsi carico dei costi per i servizi alla popolazione o perché la situazione globale è decisamente peggiorata sia per ragioni interne al Paese, per il cambiamento climatico o crisi internazionali. Così, a volte, le autorità governative fanno accordi ufficiali con i missionari perché essi offrano quel servizio al posto loro.

È il caso, ad esempio, dell’ospedale di Neisu, nella Repubblica democratica del Congo, che, sulla base di una convenzione quadro del 2007 fra il ministero della Sanità congolese e la diocesi di Isiro-Niangara, è incaricato di servire la zona sanitaria Ovest della città di Isiro, diventando di fatto uno snodo del sistema sanitario nazionale.

In questi contesti, non si tratta di costruire un ospedale, ma di mantenerne in piedi e funzionante uno già esistente. Eventuali nuovi servizi sanitari – ad esempio, restando a Neisu: la creazione di un reparto cardiologia – vengono aggiunti attraverso interventi progettuali circoscritti solo quando se ne ravvisano necessità, fattibilità e almeno parziale sostenibilità.

La comunità locale viene coinvolta in vari modi per coprire i costi ordinari, ad esempio richiedendo il pagamento di rette scolastiche nelle scuole, o di alcuni servizi sanitari negli ospedali e centri di salute. Spesso, però, queste strutture si trovano in zone dove una buona parte della popolazione non ha il reddito sufficiente per pagare tale servizio. I missionari scelgono di offrirlo comunque per evitare che le persone rinuncino a curarsi o smettano di mandare i figli a scuola. In questo modo, la sostenibilità, intesa come capacità di queste strutture di coprire in autonomia i propri costi, viene raggiunta solo in parte. Per questo le donazioni sono indispensabili.

Inoltre, un progetto è, per definizione, un’iniziativa innovativa che trasforma, a volte in modo profondo, il contesto in cui si realizza per offrire una soluzione duratura a un problema strutturale. In questo senso, tutte le opere dei missionari, alle quali Mco offre il suo sostegno, sono state «progetti» nella loro fase iniziale, ma sono passate poi a essere «strutture e attività ricorrenti» da mantenere e far funzionare sul lungo periodo.

Lavori di costruzione del pozzo di Luia a Tete in Mozambico

Progetti sì, progettifici no

Semplificando molto, la visione più rigida dello strumento «progetto» nella cooperazione allo sviluppo prevede che il progetto «virtuoso» sia quello che realizza un’iniziativa in grado di reggersi in piedi da sola dal punto di vista finanziario una volta che il progetto è concluso e i suoi fondi terminati.

Le spese di struttura, funzionamento, personale, attività ordinarie di una scuola o di un ospedale in un Paese del Sud globale, quindi, dovrebbero essere via via coperte grazie al ruolo crescente delle autorità pubbliche locali nel prendersi in carico i costi, o attraverso le entrate – rette scolastiche, pagamenti delle visite e delle terapie – che la struttura ottiene dagli utenti in grado di pagare, o, ancora, da una combinazione di queste due cose.

Dal 2020 a oggi, i bilanci sociali di Mco hanno messo in chiaro che il sostegno a opere (strutture) e attività ricorrenti per garantirne il funzionamento ordinario assorbe il grosso dei fondi di una onlus missionaria come Mco.

Questo qualifica il suo lavoro come non sostenibile? La sua capacità di lavorare per progetti ne esce compromessa? In definitiva sono queste le domande che ci si trova a porsi davanti al quinto bilancio sociale.

Per rispondere, è di aiuto affacciarsi sulla piazza dove si svolge molta parte del dibattito pubblico sulla cooperazione in Italia, cioè il blog Info-cooperazione. Nel 2018, un articolo dal titolo «Uscire dalla spirale del progettificio. La proposta della filantropia privata» riportava un contributo@ apparso sul giornale delle Fondazioni a firma di Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero (Associazione italiana delle fondazioni ed enti della filantropia istituzionale) secondo cui «in qualunque settore, le organizzazioni che investono sulle persone, sulle capacità, sui sistemi gestionali e tecnologici, sulla sostenibilità e lo sviluppo finanziario hanno più probabilità di successo. Ma nel terzo settore l’approccio ideologico cambia le carte in tavola» e i donatori vogliono finanziare solo i progetti, seguendo il «mantra che (…) tutti i finanziamenti debbano essere destinati ai progetti con la correlata formula magica della percentuale dei costi di struttura/costi generali come unico indicatore di efficienza». Secondo Carazzone, questo da decenni strangola gli enti del terzo settore, riducendoli in «progettifici».

Carazzone definiva già nel 2018 questo modo di lavorare obsoleto e inefficace in un’epoca storica di fenomeni che superavano i confini tra settori e che si caratterizzavano per «diseguaglianza crescente, popoli in movimento, cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, populismo, xenofobia». Per affrontare questioni come queste, concludeva la segretaria di Assifero, i singoli progetti non sono sufficienti. Occorre selezionare le organizzazioni del terzo settore e «investire sulle loro missioni, sui loro obiettivi strategici, espandendo e catalizzando le loro competenze e capacità».

Centro sociale dela Barrio Santo Agostino nel Barrio Caplanca a Luanda, Angola

Nessun posto è lontano…

Sette anni, trenta milioni tra rifugiati e sfollati, una pandemia e due guerre dopo, le considerazioni di Carazzone non potrebbero essere più attuali. Che qualcuno non possa curarsi in Costa d’Avorio o non possa andare a scuola in Colombia ha smesso da tempo di essere un problema solo locale. Questo per almeno due motivi: il primo è la mobilità umana, che è un tratto tipico della nostra specie e lo strumento a cui ricorrono le persone quando non trovano, nel luogo in cui vivono, le condizioni, compresa la disponibilità di servizi pubblici, per avere uno standard di vita che ritengono accettabile. Se la quota di popolazione che migra sul pianeta non è aumentata nemmeno di un punto percentuale dal 1990 a oggi, passando dal 2,9% al 3,7%, in valore assoluto le persone che si muovono sono raddoppiate: da 154 a 304 milioni@.

Il secondo motivo è che le diseguaglianze stanno aumentando anche nelle società del Nord del mondo, che stanno affrontando problemi sempre più simili a quelli del Sud globale: problemi che, in Italia, riguardano sistemi sanitari in affanno, una incidenza della povertà familiare cresciuta di tre punti percentuali in dieci anni@ e investimenti troppo bassi nel settore dell’istruzione@.

Bambini del doposcuola di Zuunmod in Mongolia

… e chi dona lo sa

Le persone reagiscono in modi diversi di fronte a questi fenomeni: uno di essi è percepire i problemi come questioni comuni a loro e a molti altri lontani e collegate tra loro, che si manifestino sotto casa o in un altro continente.

Molti dei donatori di Mco mostrano in modo chiaro questa sensibilità, quando donano a una struttura (ospedale, scuola) o addirittura a un’attività ordinaria che la struttura svolge (parti sicuri, stipendi per gli insegnanti) senza indicare altro.

Molti immaginano forse che un ospedale missionario come quello di Neisu, in Rd Congo, resterà non del tutto sostenibile a lungo.

Ma sanno che non è sostenibile nemmeno il fatto che in quello stesso Paese ci siano intere aree dove la guerra del 1997 – 2002 non è mai finita e dove i metalli necessari per produrre i nostri dispositivi elettronici vengono estratti dal sottosuolo da una forza lavoro che include bambini di sette anni pagati un dollaro al giorno@ e che a trarre i maggiori guadagni da questo commercio sia un gruppo armato, l’M23, che commette atrocità costanti contro la popolazione civile@.

In questo senso, allora, il sostegno a opere e attività ricorrenti è una voce che abbiamo creato per «etichettare» una parte importante delle risorse raccolte, e poi utilizzate sul campo, e che mostra la visione inclusiva e solidale che i nostri donatori hanno del mondo.

Formazione di donne vedove all’allevamento suino in Uganda

Una piccola galassia

Siamo certamente in buona compagnia: secondo i dati disponibili su Open Cooperazione@, la piattaforma di info-cooperazione che raccoglie i dati delle organizzazioni italiane del settore, le entrate di queste organizzazioni nel 2023 sono state 1,3 milardi di euro di cui il 40% da donatori privati.

A caricare i dati sono stati 143 enti. Secondo l’ultimo censimento Istat delle istituzioni non profit@, quelle che hanno come settore di attività prevalente la cooperazione e solidarietà internazionale sono 4.443 e portano avanti il loro lavoro grazie a 3.741 dipendenti e 70.262 volontari, di cui il 55% svolgono attività sistematica e il 45% saltuaria.

È difficile stabilire solo con queste informazioni quale sia il volume totale dei fondi raccolti da queste oltre 4mila organizzazioni e impiegati nella cooperazione.

Per quanto riguarda Mco, gli enti del terzo settore che ci hanno sostenuti nel 2024 sono stati 87, di cui sei hanno come obiettivo esclusivo, o almeno prevalente, il finanziamento alle opere dei missionari della Consolata, e forniscono oltre un terzo dei fondi che riceviamo da questa categoria di donatori.

Chiara Giovetti

Nota bene:
alla data di chiusura di questo articolo, il bilancio sociale era ancora in fase di stesura. Per questo potrebbero esserci delle piccole discrepanze fra i dati riportati qui e quelli definitivi.

Lavori al pozzo di Luia a Tete, Mozambico



Rifugiati, la crisi non rallenta

Il numero di rifugiati e sfollati nel mondo è aumentato per 12 anni consecutivi e oggi è pari a oltre due volte la popolazione dell’Italia. Sette rifugiati su dieci sono ospitati negli Stati confinanti il Paese d’origine, quasi sempre Paesi a basso o medio reddito.

Lo scorso 7 aprile, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Unhcr, riferiva che, a due anni all’inizio della guerra in Sudan, le persone costrette a fuggire dal Paese erano circa 12,7 milioni, di cui 8,6 milioni sfollati all’interno dei confini sudanesi e quattro milioni nei Paesi confinanti o vicini: Egitto, Sud Sudan, Chad, Libia, Uganda, Etiopia e Repubblica centrafricana@. Sul totale mondiale dei rifugiati, riportava l’agenzia, uno su 13 è del Sudan, che diventa così il Paese con il maggior numero di profughi al di fuori dei propri confini in tutta l’Africa. Fra le persone costrette a fuggire ci sono anche cittadini non sudanesi che erano già rifugiati da altri Paesi accolti in Sudan.
I livelli di insicurezza alimentare erano molto alti, fra il livello 3, che indica crisi, e il livello 4, di vera e propria emergenza, con una zona nella parte meridionale del Sudan dove la situazione era già in fase 5, quella della catastrofe umanitaria@.

La guerra nel Paese, raccontava Enrico Casale su MC dello scorso aprile@, è scoppiata nel 2023 «a causa di tensioni legate alla transizione politica del Sudan verso un governo civile», in seguito all’instabilità politica generata dalla caduta del dittatore Omar al-Bashir, arrivato al potere nel 1989 con un colpo di Stato e deposto trent’anni dopo. Il conflitto vede opporsi l’esercito sudanese e le Rapid support forces (Rsf), eredi delle milizie Janjaweed responsabili delle atrocità nella regione sudanese occidentale del Darfur all’inizio di questo secolo.

123 milioni di profughi

Quella del Sudan è una delle peggiori crisi umanitarie in corso, ma il numero di profughi nel mondo sta aumentando da 12 anni consecutivi: se nel 2012 gli sfollati globali erano circa 43 milioni, alla fine di giugno dell’anno scorso erano triplicati: 122,6 milioni, provenienti da 179 Paesi@. Questo mese esce il nuovo rapporto Unhcr che fornirà dati più consolidati; intanto, quelli a disposizione dicono che una persona su 67 sul pianeta è costretta a lasciare il luogo in cui vive per sfuggire a persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

Sul totale di quasi 123 milioni, oltre la metà sono sfollati interni al paese d’origine, 38 milioni sono rifugiati, 8 milioni sono richiedenti asilo – cioè persone che hanno richiesto il riconoscimento dello status di rifugiato o un’altra forma di protezione internazionale, ma la cui situazione non è ancora definita – e poco meno di 6 milioni sono persone non incluse in queste due categorie ma probabilmente bisognose di protezione internazionale.

Due terzi dei rifugiati vengono da soli quattro Stati: Siria, Venezuela, Ucraina e Afghanistan; circa sette su dieci sono ospiti di Paesi a basso e medio reddito confinanti con quello di origine. I minori, cioè le persone sotto i 18 anni di età, sono 47 milioni.

Questi numeri provengono da tre fonti: Unhcr, Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees in the Near East) e l’Idmc (Internal displacement monitoring centre) della Ong umanitaria Consiglio norvegese per i rifugiati.

Unhcr e Unrwa sono entrambe agenzie Onu, ma hanno mandati diversi e complementari. In particolare, l’Unrwa – che ha sotto il suo mandato circa 5,9 milioni di palestinesi – fornisce ai rifugiati servizi in cinque ambiti, fra cui sanità e istruzione, in attesa di una soluzione alla loro situazione, mentre l’Unhcr offre assistenza solo temporanea ma ha l’autorità di reinsediare i rifugiati palestinesi e cercare per loro soluzioni durature. Secondo l’Unhcr, però, ogni anno viene reinsediato meno dell’1% dei rifugiati@.

Boa Vista e rifugiati venezuelani

Anche la crisi venezuelana non registra miglioramenti: la situazione di mancanza di servizi di base, violenza, criminalità e violazioni dei diritti umani è tale che quasi un venezuelano su quattro ha lasciato il Paese. Secondo la piattaforma R4V, cogestita da Unhcr e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), i rifugiati e migranti venezuelani nel mondo sono poco meno di 7,9 milioni, di cui 6,7 distribuiti in 17 Paesi dell’America Latina. I primi tre Paesi ospitanti sono Colombia, che ha 2,8 milioni di venezuelani sul proprio territorio, Perù (1,7 milioni) e Brasile (627mila)@.

Il Brasile si è dato una legislazione sulla migrazione che facilita molto l’accoglienza, attribuendo agli stranieri – almeno sulla carta – gli stessi diritti e doveri dei brasiliani, senza grandi distinzioni legate allo status di rifugiato o migrante, e mettendo a disposizione rifugi, assistenza umanitaria e ricollocamento delle persone nei vari Stati brasiliani nell’ambito della Operação acolhida, operazione accoglienza. Ma le difficoltà restano tante: secondo l’analisi dei bisogni di rifugiati e migranti fatta da R4V nel 2024@, i minori immigrati che non erano iscritti al sistema scolastico formale erano circa il 17% nel Paese, ma un’ulteriore verifica condotta nello stato di Roraima, principale punto di ingresso dei migranti dal Venezuela in Brasile, alzava il dato al 54%. Quanto alla nutrizione, se a livello nazionale era il 22% delle famiglie immigrate intervistate a segnalare insicurezza alimentare moderata o grave, in Roraima la percentuale era di cinque punti più alta. La popolazione indigena – Warao, Pemon, Taurepang, E’ñepa, Kariña e Wayuu – ha difficoltà ancora maggiori: l’analisi cita il caso di un rifugio della Operação acolhida dove i bambini che non frequentavano la scuola erano 86 su cento.

Donna Warao che lava la sua roba a Boa Vista

Le difficoltà concrete

A Boa Vista, in Roraima, un’équipe dei missionari della Consolata assiste i migranti e rifugiati venezuelani che vivono negli insediamenti informali, cioè fuori dai centri governativi. Padre Juan Carlos Greco, missionario di origine argentina membro dell’équipe, ha lavorato anche nove anni in Venezuela con gli indigeni Warao.

«Non è facile capire chi è rifugiato e chi migrante», spiega Juan Carlos: spesso non dipende solo dal motivo per cui una persona ha abbandonato il proprio Paese – cioè se è o no in fuga da una persecuzione – ma dai documenti di cui dispone all’arrivo. «Immagina che marito e moglie arrivino con in tasca una carta d’identità venezuelana: a entrambi viene riconosciuto il diritto ad avere la residenza in Brasile e diventano così migranti residenti. Ai bambini con meno di 12 anni, il Venezuela non rilascia una carta di identità, perciò, se la coppia ha una figlio di quell’età è senza documenti e le autorità, per poterlo accogliere, devono riconoscergli lo status di rifugiato. Infine, se a questi genitori arriva un nuovo figlio mentre sono in Brasile, lo Stato brasiliano non può attribuire al nuovo nato la cittadinanza venezuelana, perciò lo riconosce come cittadino brasiliano. Ecco allora che hai famiglie con genitori migranti residenti, figli grandi rifugiati e figli piccoli cittadini brasiliani».

Alle questioni burocratiche si aggiungono poi altre difficoltà: ci sono persone – continua Juan Carlos – che sono venute dal Venezuela perché sono malate o disabili e nel loro Paese non possono più curarsi. Ma nelle loro condizioni non riescono a lavorare e possono solo “stare in un rifugio in attesa di un miracolo”». Spesso, poi, il cibo servito nei rifugi crea ulteriori problemi, perché è avariato o cucinato in modo scorretto e causa intossicazioni alimentari. «Prima, a fornire il cibo era la Caritas brasiliana, ma ora ha chiuso per mancanza di fondi: questi venivano infatti in larga parte dagli Usa, ma il governo statunitense a gennaio ha sospeso gli aiuti»@.

A volte, pur di lavorare, i migranti entrano in contatto con organizzazioni criminali. «Una donna warao aveva un marito, non indigeno, che si è messo nel traffico di droga ed è stato ucciso da due sicari in moto a colpi di arma da fuoco. Lui è morto sul colpo, la moglie, ferita al costato, è morta pochi giorni dopo. Il bambino di cinque mesi, che lei teneva in braccio, è stato ferito a una mano ma si è salvato. Ora lui e i suoi sette fratelli sono orfani e hanno solo i nonni ultrasessantenni che possono prendersi cura di loro. Il governo ancora non ha concesso loro la bolsa familia», cioè l’aiuto finanziario per le famiglie povere, «perciò per ora aiutiamo noi con latte in polvere e un po’ di cibo». Adesso sei dei bambini vanno anche a scuola: il nonno accompagnava quattro di loro usando Uber, ma non aveva i soldi per rientrare a casa e poi tornare a prenderli, perciò li aspettava fino alle 5 del pomeriggio fuori dalla scuola. «Qualcuno lo ha notato e, toccato dalla sua situazione, gli ha procurato un piccolo aiuto finanziario per coprire i costi di trasporto».

Malindza Refugee Reception Centre 2022
The eSwatini Council of Catholic Women (ECCW) visited the Refugee Centre for a time of prayer and to share their gifts (09 July 2022)

eSwatini e Sudafrica, emergenze vecchie e nuove

Oltre al Sudan, ci sono altre realtà in Africa che vivono da anni una situazione di emergenza. Il Centro di accoglienza per rifugiati di Malindza, nel Regno di eSwatini, ospita ad esempio molte persone provenienti dalla zona dei Grandi Laghi, che comprende fra gli altri la Repubblica democratica del Congo, dove il conflitto nella zona orientale va avanti da anni.

Il Centro è sotto mandato Unhcr, in collaborazione con il governo di eSwatini e con la Ong World Vision come partner. «Fino a dicembre scorso», spiega monsignor José Luis Ponce de León, vescovo di Manzini e missionario della Consolata, «a Malindza gli ospiti erano circa 400, la metà bambini. Poi, con lo scoppio della violenza in Mozambico, centinaia di persone hanno attraversato il confine». Caritas eSwatini ha reagito fornendo coperte, materassi e cibo. «Visitando il campo insieme ad alcune suore mozambicane», continua monsignor Ponce de León, «ci siamo resi conto che, sebbene arrivassero dal Mozambico, i profughi non erano mozambicani, ma di altre parti dell’Africa che erano scappati dai loro Paesi e si erano stabiliti lì».

Anche a Pretoria, in Sudafrica, un missionario della Consolata, padre Daniel Kivuw’a, collabora con la Chiesa locale per assistere migranti e rifugiati provenienti da diversi paesi africani. «Ad alcuni», spiega padre Daniel, «soprattutto a quelli provenienti da Paesi con un conflitto in corso – Rd Congo, Sudan e, ultimamente, il Mozambico – il governo ha concesso lo status di rifugiato». Ma le difficoltà per i migranti in Sudafrica continuano a essere legate all’ostilità della popolazione locale, che non è nuova ad atti xenofobi violenti e al rischio di cadere vittima del traffico di esseri umani e agli elevati livelli di corruzione. «Molti migranti», continua Daniel, «faticano a ottenere documenti perché non hanno denaro per pagare i funzionari dell’immigrazione. Se sono donne migranti, poi, rischiano anche di subire abusi sessuali».

Chiara Giovetti




Giustizia e pace, se non ora quando?


Diseguaglianze, guerra e crisi climatica sono le sfide a cui tentano di rispondere le iniziative del mondo missionario che vanno sotto il grande ombrello chiamato Gpic: giustizia, pace e integrità del creato. Dalle esperienze passate e presenti possono venire gli spunti per quelle future.

Giustizia, pace e integrità del creato (Gpic) è l’espressione con cui gli istituti religiosi indicano uno degli ambiti su cui si concentrano il loro lavoro e la riflessione teologica.

Le sue origini, si legge sul sito dell’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg)@, risalgono agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in particolare alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del 1965 e al Sinodo dei vescovi sulla giustizia nel mondo del 1971. Un documento (la GS) e un’istituzione (il sinodo) nati entrambi  dal Concilio Vaticano II e dalla spinta al rinnovamento della Chiesa che esso raccolse. Nel 1967, papa Paolo VI istituì il Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace, soppresso da papa Francesco nel 2017 per trasferire le sue funzioni e quella di altri tre Pontifici consigli al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale@.

Il dicastero, si legge sulla sua pagina istituzionale, «ha il compito di promuovere la persona umana e la sua dignità donatale da Dio, i diritti umani, la salute, la giustizia e la pace», e «si interessa principalmente alle questioni relative all’economia e al lavoro, alla cura del creato e della terra come “casa comune”, alle migrazioni e alle emergenze umanitarie».

La definizione estesa aiuta a orientarsi nella varietà di temi che la Gpic copre, e a operare una sorta di traduzione verso il linguaggio della cooperazione allo sviluppo.

Forzando un po’ alcuni concetti – come è inevitabile quando si passa da un lessico religioso a uno laico -, possiamo dire che la Gpic rimanda alla lotta alle diseguaglianze, alla risoluzione dei conflitti e alla protezione dell’ambiente.

Temi, questi, che anche le Nazioni Unite ritengono prioritari: nel suo discorso all’Assemblea generale Onu dello scorso gennaio, il Segretario generale António Guterres ha indicato come sfide globali più urgenti per il 2025 i conflitti in continua ascesa, le disuguaglianze crescenti, l’intensificarsi della crisi climatica e l’aumento incontrollato della tecnologia.

E non è difficile rintracciare, nel testo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i riferimenti (ad esempio al punto 13) all’interdipendenza di queste sfide e alla conseguente necessità di affrontarle insieme.

Ricordando padre Antonio Bonanomi a Toribio.

Toribio, dove tutto si incrocia

L’insieme queste tre dimensioni della Gpic si è manifestato fin dall’inizio nella realtà di Toribio, dove – ricorda padre Rinaldo Cogliati, che a Toribio ha lavorato dal 1986 al 2007 – i missionari della Consolata hanno iniziato il loro lavoro il 2 febbraio del 1985: quarant’anni fa.

Toribio si trova nel Nord del Cauca, regione sudoccidentale della Colombia sulla Cordigliera centrale delle Ande. Su Missioni Consolata del novembre 1996, padre Antonio Bonanomi, coordinatore dell’équipe missionaria dal 1988 al 2005, spiegava che i missionari della Consolata erano arrivati a Toribio per continuare il lavoro di padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote colombiano ucciso il 10 novembre 1984 a causa «del suo impegno evangelico per la giustizia».

Membro lui stesso del popolo indigeno dei Nasa, padre Alvaro aveva lavorato nella parrocchia di Toribio e nei vicini villaggi di Caldono, Jambaló e Tacueyó con la sua équipe di suore missionarie di Madre Laura e di laici indigeni dal 1975 al 1984. Frutto del suo lavoro era stato l’avvio del Progetto Nasa, che probabilmente sarebbe un caso da manuale – se ne esistesse uno – di impegno per la giustizia, la pace e l’integrità del creato.

Chi ha operato in quella zona fra gli anni Settanta e oggi, infatti, si è trovato ad affrontare l’effetto combinato dell’esclusione di cui sono vittime da secoli i popoli indigeni, del conflitto fra esercito e guerriglia, e degli effetti sull’ambiente e sulla sicurezza dell’espandersi prima del latifondo e poi dell’industria, con il corollario della violenza esercitata dai gruppi paramilitari al servizio di latifondisti e industriali.

A questa violenza, la comunità nasa ha opposto la guardia civica, gruppi di volontari che monitorano il territorio. All’epoca della sua istituzione c’erano molti dubbi sull’efficacia di persone armate solo di bastonie nel contenere gruppi con armi vere come i paramilitari e i guerriglieri. Ma, scriveva padre Rinaldo su MC del settembre 2001, la risposta fu che «la vera arma della guardia è l’appoggio della comunità», e la volontà di quest’ultima di difendere, anche con la vita, il proprio plan de vida, cioè il progetto di sviluppo che il popolo nasa ha elaborato per se stesso.

Sarebbe troppo complicato riassumere qui i risultati del lavoro avviato da padre Alvaro e portato avanti dai missionari della Consolata fino allo scorso febbraio, quando questi ultimi hanno lasciato Toribio alla Chiesa locale.

Vale però la pena di ricordare che, se nel 1984, poco prima del suo assassinio, padre Alvaro aveva condiviso con padre Ezio Roattino – missionario della Consolata amico di Alvaro e una delle ultime persone ad averlo visto vivo – la preoccupazione per una popolazione di 69mila persone che rischiava di ridursi fino a sparire, oggi, secondo il più recente censimento nazionale (2018),@ il popolo nasa conta 243mila persone, di cui l’88% nel Cauca.

Il «Centro di educazione, abilitazione e ricerca per lo sviluppo integrale» della comunità, Cecidic, attraverso cui dal 1992 passano gran parte delle attività di istruzione e formazione del Progetto nasa, e al quale l’équipe missionaria ha dato un impulso fondamentale, offre corsi tecnici in agricoltura sostenibile, formazione su arti e saperi ancestrali, etno educazione ed economia, anche in collaborazione con la Pontificia università bolivariana di Medellin.

Ripasso di matematica elementare.

Oujda e i migranti

Se Toribio è un luogo dove si sovrappongono e incrociano, potremmo dire in presa diretta, le tre sfide della Gpic, Oujda, nella parte orientale del Marocco, è un posto che accoglie persone costrette ad affrontare un’impresa ancora diversa: trovare pace e benessere in Europa perché povertà, guerra e crisi climatica rendono impossibile avere queste cose nel proprio Paese d’origine.

«A volte fuggire è anche un atto di ribellione davanti a situazioni a cui non si può fare fronte», spiega, da Malaga, Silvio Testa, responsabile dell’associazione Uyamaa (dal kiswahili ujamaa, famiglia estesa, ndr) dei Missionari della Consolata in Spagna. «La voglia, non solo di aiutare la propria famiglia, ma anche di contribuire a cambiare il proprio Paese, emerge spesso nei racconti dei migranti che i Missionari della Consolata ricevono alla parrocchia di Saint Louis, con il loro servizio di accoglienza d’emergenza, attivo sette giorni su sette, 24 ore al giorno».

Nel 2024, riferisce Silvio, che con il team missionario di Oujda collabora in modo stabile, i migranti accolti dai missionari sono stati 3.744. «Di questi, l’80% circa veniva dal Sudan», il Paese africano dove è in corso la più grave crisi umanitaria sul pianeta, con 30 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti urgenti@.

Quasi metà dei migranti che sono arrivati a Oujda l’anno scorso, continua Silvio, erano minori stranieri non accompagnati, il più piccolo dei quali aveva 13 anni. C’erano poi 44 donne con 20 bambini fra i due e i dieci anni, e molti di loro in condizioni di salute che richiedono cure. Le consultazioni mediche sono state, infatti, poco meno di 1.500 e in 14 casi c’è stato bisogno di un intervento chirurgico. Le ferite e le patologie dermatologiche sono una costante, a cui si sono aggiunti tre casi di tubercolosi, due di anemia falciforme, un’insufficienza cardiaca e una renale. I missionari attivi a Oujda sono i padri Edwin Osaleh, Francesco Giuliani e Patrick Mandondo. Le principali difficoltà che segnalano riguardano l’accesso dei migranti all’ospedale, sia per i costi che occorre affrontare per ricoveri e terapie, che per la mancanza di documenti di identità degli assistiti. Fra gli altri servizi che il centro di accoglienza offre, spiegava padre Edwin in una relazione del 2024, ci sono anche il vitto e alloggio per le persone in attesa di rimpatrio volontario, la formazione professionale, l’alfabetizzazione e il sostegno alle vittime di tratta, che prevede la protezione e l’accompagnamento nelle procedure presso la polizia e le autorità marocchine.

eSwatini, lavorare per il dialogo

Sempre in Africa, ma quasi 11 mila chilometri più a Sud, c’è un’altra realtà dove favorire il dialogo può essere un modo per provare a vincere le tre sfide della Gpic. Monsignor José Luis Ponce de León, missionario della Consolata e vescovo di Manzini, porta avanti nella sua diocesi, assieme a un gruppo di sacerdoti e collaboratori, un intenso e delicato lavoro per creare spazi di confronto costruttivo e pacifico.

Questo impegno si è reso necessario specialmente dopo che, nel 2021, il Paese ha vissuto momenti di tensione e violenza in seguito alle proteste, soprattutto da parte dei giovani, per l’uccisione di uno studente universitario e alla repressione da parte delle forze di sicurezza. Anche il 2022 ha visto ulteriori episodi violenti, e nel 2023 è stato ucciso Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani, fondatore di Msf, una coalizione di partiti di opposizione.

Al di là dei singoli episodi, alla base della tensione vi è probabilmente la frustrazione per le scarse opportunità di lavoro: il tasso di disoccupazione fra i giovani, raggiunge il 58%@.

«eSwatini», riferiva monsingor Ponce de Leon a MC nel gennaio dell’anno scorso, «ha sempre avuto un buon sistema educativo. Anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione razziale. Eppure, tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troverà un lavoro»@.

Per riflettere su questo e altri problemi, la diocesi ha avviato diverse iniziative. «L’esperienza dei disordini ci ha aperto gli occhi sulla necessità di riunirci e dialogare», scrive oggi il vescovo. «Una delle iniziative è stato la creazione di “club della pace” nelle scuole superiori, che ora stiamo estendendo alle parrocchie».

C’è poi la sensibilizzazione sulla violenza di genere, ad esempio le due tavole rotonde con i membri del governo organizzate su questo tema, e l’inizio di un lavoro sulla salute mentale e di sostegno psicosociale: «Il suicidio sta diventando una parola familiare nel nostro Paese, almeno a giudicare dalle statistiche ufficiali. È una grande sfida in una cultura che ha sempre rispettato la vita». Infine, c’è l’Ecplo – eSwatini catholic parliamentary liaison office, «un ufficio lanciato un paio di anni fa per dare al lavoro del Parlamento un contributo ispirato alla nostra dottrina sociale. È molto apprezzato perché i nostri documenti sono brevi e diretti al punto».

Grande área de garimpo com dezenas de barracões sao vistos na regão do rio Uraricoera na Terra Indigena Yanomami. ( Foto: Bruno Kelly/Amazôia Real).

Altre esperienze

Ci sono altre esperienze significative che i missionari della Consolata portano avanti nella giustizia, pace e integrità del creato, ad esempio l’esperienza nell’Amazzonia brasiliana a cominciare da quella di Catrimani. Qui da 70 anni i missionari fanno cooperazione allo sviluppo in ambito educativo e sanitario, ma fungono anche da forza di interposizione fra le comunità indigene e le varie istanze che, nel corso di questi decenni, si sono avvicendate (o alleate) per mandare via questi popoli e sfruttarne le terre.@

C’è poi l’impegno delle missionarie della Consolata, a cominciare da suor Eugenia Bonetti, nella lotta alla tratta di esseri umani@, ma anche il lavoro che padre Nicholas Muthoka e i suoi confratelli portano avanti alla Spera, la parrocchia Maria Speranza Nostra, nel quartiere torinese di Barriera di Milano, zona popolare e multietnica@.

Dal punto di vista del pensiero e della riflessione su Gpic, a cominciare dalle parole e dal loro significato, un contributo prezioso e una sintesi di grande efficacia è stata, dalla fine anni Novanta e per una decina di anni, la Scuola per l’Alternativa, un’iniziativa dei Missionari della Consolata a Torino, in particolare di padre Antonio Rovelli, in collaborazione con questa rivista e le Ong Cisv e Vis.

«Abbiamo bisogno di parole», scriveva padre Rovelli nel 2005@, «perché le vecchie parole sono diventate moneta fuori corso per certi versi. Termini come guerra, terrorismo, amico, nemico, patria, pace, occidente, sostenibilità, progresso, Europa, democrazia e partecipazione, hanno subito una pericolosa metamorfosi semantica.

All’interno delle mura protette del Palazzo gli strateghi fanno i salti mortali, come dei veri e propri funamboli sull’asse dei significati, mentre lontano, nei vari contesti del vissuto sociale, la gente cerca significato e senso alla propria esistenza».

Difficile non sentire delle assonanze sorprendenti con l’oggi.

Chiara Giovetti




Africa, come va la lotta all’Hiv/Aids


Venticinque anni fa una storica conferenza sull’Aids di Durban, in Sudafrica, fece emergere le proporzioni dell’epidemia da Hiv in Africa. Oggi preoccupa la scelta dell’amministrazione Trump di congelare i fondi Usa destinati agli aiuti, inclusa la lotta all’Hiv/Aids.

Secondo il più recente rapporto di Unaids, l’agenzia Onu per la lotta all’Hiv/Aids, il 2023 è stato il primo anno in cui ci sono state più nuove infezioni fuori dall’Africa che al suo interno. Su 1,3 milioni di contagi, infatti, 640mila sono avvenuti in Africa e 660mila nel resto del mondo. La riduzione dei contagi nel continente è un traguardo notevole per l’area del mondo che è stata di gran lunga la più colpita dalla diffusione del virus: in Africa subsahariana sono avvenuti, infatti, circa il 70% degli oltre 42 milioni di decessi dall’inizio della pandemia da Hiv, cioè dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi.

L’anno con il numero più alto di morti è stato il 2004: due milioni di vittime nel mondo, di cui un milione e mezzo nella sola Africa. «Arrivai a Ikonda nel 2002, in piena crisi dell’Hiv/Aids», ricorda padre Sandro Nava, missionario della Consolata responsabile fino al 2019 del Consolata Ikonda Hospital e oggi dell’Allamano Makiungu Hospital, entrambi in Tanzania. «Trovai interi villaggi decimati: mi ricordo benissimo di un villaggio tra Ikonda e Makete dove tutti i giorni c’erano dei funerali. La tradizione prevede che si faccia il kiliyo, cioè la cerimonia funebre con i pianti rituali, e si condivida poi il cibo fra tutti i convenuti. La comunità fu costretta sospendere tutto: la gente che moriva era talmente tanta che era impossibile mantenere il rito».

 

La conferenza di Durban

Nel 2000 c’era stata a Durban, sulla costa orientale del Sudafrica, la XIII conferenza internazionale sull’Aids (spesso abbreviata in Aids 2000): si trattò di un evento storico, racconta@ in un Ted Talk del 2016 Stefano Vella, ex direttore del Dipartimento del farmaco e poi del Centro per la salute globale dell’Istituto superiore di Sanità e, all’epoca, presidente della International Aids society@, l’associazione con sede a Ginevra che organizza le conferenze. Fino a quell’anno, l’evento si era sempre svolto nei paesi del Nord globale, ma l’area del mondo in cui l’Aids stava facendo più vittime era di gran lunga l’Africa.

Anni Duemila, l’Africa travolta

Centre de Santé Notre Dame de la Consolata

Alla conferenza, ricorda Vella, si incontrarono migliaia di scienziati, medici, ricercatori, ma anche attivisti, pazienti, politici e un migliaio di giornalisti: il merito dell’evento fu quello di rompere il silenzio – come suggeriva il suo titolo, Breaking the silence – sulle enormi diseguaglian- ze fra il Nord e il Sud globale nell’accesso alla prevenzione, alla diagnosi e alle terapie.

La scelta del Sudafrica come nazione ospitante fu significativa: si trattava, infatti, del Paese più colpito al mondo con 3,6 milioni che avevano l’Hiv su 44 milioni di abitanti. Ci fu un accorato discorso conclusivo di Nelson Mandela, ex presidente del Sudafrica e figura chiave della lotta all’apartheid, che esortò tutti ad agire subito. I politici si mossero, spiega ancora Vella: un anno e mezzo dopo, nacque il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, che ad oggi ha speso 68 miliardi di dollari nella lotta alle tre malattie, 35 miliardi solo per l’Hiv@.

Inoltre, Aids 2000 diede un impulso fondamentale alla salute globale, grazie a un approccio che si fondava non solo del miglioramento della salute ma anche sulla riduzione delle diseguaglianze nell’accesso all’assistenza sanitaria.

Il Pepfar, acronimo per Piano d’emergenza del Presidente degli Stati Uniti per la lotta all’Aids (President’s emergency plan for Aids relief), fu lanciato dal presidente George Bush e dalla moglie Laura nel 2003. Sotto il suo coordinamento, diversi dipartimenti e agenzie governative Usa hanno investito finora oltre 110 miliardi di dollari grazie ai quali – si legge in una scheda@ dello scorso dicembre – 26 milioni di vite sono state salvate e 7,8 milioni di bambini hanno potuto nascere senza contrarre l’Hiv dalla madre. A settembre 2024, i pazienti che, grazie al Pepfar, ricevevano farmaci antiretrovirali – capaci di bloccare l’ingresso nella cellula e la replicazione del virus@ – erano 20,6 milioni, mentre i medici, infermieri e altro personale sanitario, i cui salari erano coperti dal programma presidenziale, erano 342mila.

I primi, difficili passi

«A Ikonda», dice ancora padre Nava, «grazie all’aiuto di alcuni donatori, nel 2004, aprimmo la clinica Hiv che, all’inizio, era tutta sulle nostre spalle. Ricordo che nel 2006 andai Monaco, in Germania, a visitare un’azienda che produceva le prime macchine per la conta dei Cd4», una proteina presente nel tipo di linfociti (globuli bianchi) che innescano la reazione del sistema immunitario alle sostanze estranee, come virus e batteri, e che vengono distrutti dall’Hiv. Contare i Cd4, dunque, dà una misura di quanto il sistema immunitario di un paziente sia «in difficoltà». «Il tecnico venne dalla Germania a Ikonda a installare la macchina e cominciammo così le prime conte dei Cd4.

Solo molto tempo dopo, il Governo sostenne l’installazione di attrezzature diagnostiche, come le macchine per misurare la carica virale, e iniziò anche a fornire farmaci. Nel frattempo, la clinica era giunta da avere quasi seimila persone registrate: ci aiutò molto il dottor Gerold Jäger, un dermatologo esperto di lebbra che aveva per questo una vasta conoscenza della sanità in Africa e che, una volta in pensione, venne con la moglie Elizabeth a lavorare per tre anni a Ikonda. Infine, arrivarono organizzazioni come Usaid», l’agenzia del Governo statunitense per lo sviluppo internazionale, uno degli enti che realizza il Pepfar, «a coprire i costi di una parte del personale della clinica Hiv che, per la quantità di pazienti, era di fatto un ospedale a sé».

«Quando alla prevenzione – racconta ancora padre Sandro -, cominciammo subito con la clinica mobile: andavamo nei villaggi con un generatore che alimentava un televisore, e mostravamo filmati per informare le persone su come evitare di contagiarsi». La provincia dove si trovava Ikonda, montana e senza attività produttive, era la più colpita del Paese: molti uomini migravano in altre regioni per cercare lavoro stagionale nelle piantagioni di tè, caffè o agave, e lì si infettavano; poi rientravano dalle loro mogli e le contagiavano. Le mogli, a loro volta, passavano l’infezione ad altri partner occasionali».

La situazione oggi e i tagli di Trump

Oggi, si legge nel rapporto 2024 di Unaids, dal titolo The urgency of now (L’urgenza di adesso), e nella scheda che mostra le statistiche globali@, le persone affette dall’Hiv sono 39,9 milioni. di cui 30,7 milioni hanno accesso alle terapie, mentre 9 milioni ne restano escluse. I decessi continuano a diminuire: da 2,1 milioni all’anno del 2004 sono scesi stabilmente sotto il milione nel 2014 e oggi sono circa 630mila, mentre le nuove infezioni – che negli anni peggiori, il 1995 e il 1996, erano state 3,3 milioni – sono ora due milioni in meno, una cifra che è comunque ancora tre volte sopra l’obiettivo di 370mila previsto per il 2025 dalla Stategia globale 2021 – 2026@ che mira a porre fine all’Aids entro il 2030.

Dal punto di vista dei farmaci, poi, ci sono stati diversi progressi: ad esempio, a settembre 2024 l’Organizzazione mondiale della sanità definiva «promettenti»@ i risultati nella prevenzione dell’Hiv di un farmaco antiretrovirale, il lenacapavir, che con due iniezioni l’anno impedirebbe al virus di replicarsi. Promettenti erano anche i risultati del lavoro dell’Unità di ricerca sulla terapia genica antivirale dell’Università del Witwatersrand, in Sudafrica, che applicava le tecnologie a mRna – su cui si basano alcuni dei vaccini contro il Covid – alla ricerca di un vaccino per l’Hiv. Lo studio, finanziato da Usaid con 45 milioni di dollari (più o meno il costo di 15 missili Patriot, ndr), è ora bloccato a causa della decisione@ del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di sospendere il lavoro dell’agenzia per valutare un suo eventuale smantellamento e l’attribuzione delle sue funzioni al dipartimento di Stato, l’omologo del nostro ministero degli Affari esteri@.

La ricerca non è il solo ambito che sta risentendo delle scelte di Trump: sul sito di Unaids, lo scorso febbraio, una scheda@ aiutava a farsi un’idea delle conseguenze che il blocco dei fondi produrrebbe in 39 Paesi che rappresentano il 71% di quelli finanziati dal Pepfar: in 35 di essi l’attuazione dei programmi di lotta all’Hiv si è interrotta, altri 14 Paesi riferiscono discontinuità nelle terapie salvavita, in dieci sono sospesi i test Hiv ai neonati esposti al virus e la profilassi preventiva per le giovani donne e le adolescenti. Inoltre, in nove Paesi la prevenzione della trasmissione da madre a figlio (Pmtct, nell’acronimo inglese) non funziona regolarmente, in quattro non è possibile fare i test Hiv a tutte le donne incinte e le neo madri e ci sono difficoltà a procurare e distribuire farmaci per l’Hiv; in due Paesi le scorte di medicinali sono descritte come «pericolosamente scarse».

Centre de Santé Notre Dame de la Consolata

Tagli al personale negli ospedali in Tanzania

«Da quando è arrivata la notizia dei tagli», scrivono gli attuali responsabili del Consolata Ikonda Hospital, i missionari della Consolata Marco Turra e Willam Mkalula, «i pazienti sono preoccupati. A nove persone dello staff è stato interrotto il contratto, e chi è rimasto cerca di rassicurare i pazienti. Con i farmaci e i test possiamo andare avanti qualche mese, ma per ora non ci è stato comunicato nulla sul futuro».

Gli iscritti al servizio della clinica Hiv dell’ospedale di Ikonda a febbraio erano 2.365. «Usaid assicura(va) farmaci, i test rapidi e quelli per misurare la carica virale», spiega padre Marco, «mentre i controlli su fegato e reni li fornisce l’ospedale, così come il cibo supplementare per alcuni pazienti». Lo screening si fa proponendo il test ai pazienti ritenuti più esposti o che hanno patologie compatibili con la sindrome da Hiv. C’è un servizio di counselling prima del test e, in caso di positività, una seconda sessione di counselling precede l’apertura della cartella clinica, cioè la presa in carico del paziente. «A quel punto interviene il medico, che prescrive altri esami e stabilisce la terapia. L’aderenza da parte dei pazienti oggi è molto alta: c’è chi tiene segreta la propria condizione, ma questo non porta all’abbandono».

La situazione non è molto diversa a Makiungu, quasi 800 chilometri più a nord di Ikonda, dove padre Sandro Nava, insieme alla dottoressa Manuela Buzzi, gestisce dal 2020 l’Allamano Makiungu hospital. «Alla clinica Hiv, lavoravano otto persone pagate da due fondazioni – la Elizabeth Glaser pediatric Aids foundation e la Benjamin William Mkapa foundation – finanziate da Usaid. Per tre mesi (da febbraio ad aprile 2025, ndr) le fondazioni non riceveranno soldi dagli Usa, perciò hanno licenziato o messo in aspettativa queste otto persone. Noi ne abbiamo assunte alcune, ma non possiamo farlo con tutte».

Quando padre Sandro arrivò a Makiungu, la clinica Hiv era già in funzione «ma aveva pochi pazienti. Potenziandola, i pazienti sono aumentati». Nel 2024, i test sono stati più di 8.000, 169 i risultati positivi. A ricevere cure e farmaci sono state 763 persone, di cui 33 bambini, mentre il programma di prevenzione della trasmissione da madre a figlio ha seguito 96 bambini.

«Il grosso dei pazienti frequenta la clinica ogni mese», dice ancora padre Sandro, «ma c’è anche chi viene ogni tre mesi o addirittura sei, magari perché vive lontano e il costo di un passaggio in moto per raggiungere l’ospedale è troppo elevato». Secondo i dati riportati dalla scheda Unaids, in Tanzania il 90% dei fondi per la lotta all’Aids viene dal Pepfar.

Kenya, ritirata anche l’ambulanza

«Qui c’è grande confusione», commenta preoccupato fratel Severino Mbae, missionario della Consolata incaricato del Wamba Catholic hospital della Diocesi di Maralal, nel nord del Kenya. «Ci aspettiamo di non poter più assistere oltre la metà dei pazienti che abbiamo in cura, che sono 146». Fratel Severino riferisce che, a causa della sospensione voluta dal governo Usa, si è interrotto il progetto di lotta all’Hiv Tujenge Jamii (dallo swahili: Costruiamo comunità) finanziato da Usaid, che garantiva – oltre ad assistenza tecnica, formazione del personale, sensibilizzazione dei pazienti e parte del materiale informatico – anche il salario di quattro persone: un medico, un responsabile del counselling per il test Hiv, un expert patient, cioè un sieropositivo che offre orientamento ad altri, e un incaricato per i giovani e gli adolescenti. «Wamba era una delle strutture sostenute dal progetto, grazie al quale avevamo anche un’ambulanza con cui fare le campagna contro l’Hiv e la tubercolosi, ma ora è stata ritirata».

Maraldallah e Neisu, farmaci scarsi

Il Centro di salute Notre Dame de la Consolata (Csndc) di Marandallah, nel nord della Costa d’Avorio, lavora da diversi anni con i fondi del Pepfar attraverso il ministero della Sanità e in collaborazione con l’Ong Santé espoir vie – Côte d’Ivoire (Sev-Ci). I pazienti sieropositivi in cura sono 294; nel 2024 sono stati fatti 4.800 test e i positivi sono risultati essere 18: un tasso di prevalenza dello 0,4%. I costi dei farmaci antiretrovirali, forniti dal sistema sanitario nazionale, sono stati finora coperti dal Pepfar, che – come in Tanzania – sostiene il 90% della spesa annuale in questo ambito.

«Lavorare con questi fondi ha diversi vantaggi», spiega padre Wema Duwange, che nel 2022 è succeduto a padre Alexander Likono nella gestione del centro. «Uno è quello di ricevere medicinali e sostegno sociale e psicologico per i pazienti. Inoltre, i fondi Usa garantiscono un salario a migliaia di persone in Africa e la formazione continua per tutti». La decisione di Trump ha avuto un effetto immediato, dice padre Wema: «Le medicine hanno iniziato a scarseggiare: tutto si è fermato in sole due settimane».

Interruzione nell’approvvigionamento dei farmaci si sono verificate anche a Neisu, in Repubblica democratica del Congo. «Ma non possiamo attribuirle con certezza ai tagli decisi dal governo Usa», dice Séraphine Nobikana, dottoressa direttrice dell’ospedale di Neisu. «Le difficoltà a trovare i farmaci sono frequenti nel nostro Paese», che da gennaio scorso ha visto aggravarsi la crisi nella zona orientale, dove i ribelli del M23 e le truppe regolari del Rwanda hanno occupato la città di Goma. Nel 2024 l’ospedale di Neisu ha seguito e curato 173 pazienti sieropositivi. I farmaci, riporta ancora Nobikana, li fornisce il sistema sanitario nazionale. La collaborazione con il governo statunitense viene gestita dal ministero della Sanità e per il biennio 2024/ 2025 avrebbe dovuto poter contare su 229 milioni di dollari@ per il Congo (il costo di due caccia F35, ndr).

Chiara Giovetti




Microfinanza, successi e correzioni


Il microcredito e, più in generale, la microfinanza sono strumenti spesso utilizzati nella cooperazione. Ma quanto sono serviti finora per fare uscire le persone dalla povertà? E cosa si potrebbe fare per renderli più efficaci?

Circa 1,4 miliardi di adulti nel mondo non hanno un conto presso un istituto finanziario o un fornitore di moneta mobile, cioè un servizio che permette di ricevere e inviare denaro con telefono cellulare anche senza un conto bancario di supporto. Lo riferisce il più recente rapporto (2021) della Banca mondiale sull’inclusione finanziaria@, che riporta l’analisi dei sondaggi effettuati su una popolazione di circa 128mila adulti intervistati in 123 paesi durante la pandemia da Covid-19.

Il rapporto sottolinea anche come questo dato sia in calo rispetto ai 2,5 miliardi del 2011 e agli 1,7 miliardi del 2017. Se nelle economie ad alto reddito quasi tutti gli adulti (96%) hanno un conto, le persone che non accedono a nessun servizio finanziario si concentrano nei paesi a basso reddito, nei quali ad avere un conto è solo il 39% degli adulti. Quasi la metà degli esclusi da questi servizi appartiene al 40% più povero delle famiglie e poco più della metà – cioè 740 milioni di persone – vive in sette paesi: India, Cina, Pakistan, Indonesia, Nigeria, Egitto e Bangladesh@.

Tre su quattro degli adulti esclusi dai servizi finanziari sono donne.

Uno degli strumenti con cui, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è cercato di ampliare l’accesso ai servizi finanziari per la fascia più povera della popolazione, è il microcredito e, più in generale, la microfinanza. L’esempio forse più noto è quello della Grameen Bank fondata nel 1983 da Muhammad Yunus, economista, imprenditore, attivista insignito nel 2006 del premio Nobel per la pace e da agosto 2024 primo ministro del Bangladesh.

Secondo alcune stime, le persone che usano servizi di microfinanza sono fra 150 e 200 milioni.

Per mettere un po’ di ordine fra i concetti ci appoggiamo all’estesa conoscenza del settore di Matteo Pietro Cortese, socioeconomista specializzato in finanza rurale, oggi consulente Fao con passati incarichi all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), Fondazione Cariplo, KfW e all’Ong Cisv.

Chioschi di Mpesa e Airtel

Microcredito e microfinanza: definizioni

«Cominciamo dalla microfinanza», spiega Matteo al telefono, «che è uno strumento per fornire servizi finanziari a persone con basso reddito che hanno difficoltà ad accedere al settore finanziario tradizionale»: non riescono ad accedere a servizi formali (in particolare ai prestiti) perché, ad esempio, non sono in grado di fornire garanzie come un titolo di proprietà o un contratto di lavoro, condizione molto frequente nei Paesi a basso reddito.

Il microcredito, continua Cortese, è una parte della microfinanza; questa, però, oltre al credito include anche il risparmio, le assicurazioni e le rimesse inviate dai migranti alle proprie famiglie.

La microfinanza è generalmente associata al formarsi di gruppi di autofinanziamento, che nei Paesi a basso e medio reddito «prendono principalmente due forme: le associazioni di risparmio e credito a rotazione, e le associazioni di risparmio e credito ad accumulazione, rispettivamente Rosca e Ascra nell’acronimo inglese».

Su questa suddivisione lo studioso di riferimento è Frist J. A. Bouman, dell’università di Wageningen, Paesi Bassi, che in un suo lavoro del 1995@ spiega come la principale differenza fra i due tipi di associazione sta nel fatto che, nel sistema Rosca, il fondo si forma raccogliendo il contributo dei membri – che può essere settimanale, mensile o avere altra cadenza concordata – e incomincia subito a ruotare, cioè a essere utilizzato da un membro a turno; non ci sono interessi sul prestito e il sistema dura finché l’ultimo membro non ha concluso il proprio turno. Nel sistema Ascra, invece, i fondi non vengono subito ridistribuiti, ma vengono prima accumulati, in genere per un periodo tra i 3 e i 12 mesi, per poi essere presi in prestito anche da più membri contemporaneamente e con tassi di interessi mensili che possono variare tra il 5 e il 15%.

Rotazione e accumulo, alcuni esempi

«Un sistema Rosca tipico dell’Africa occidentale è la tontine e, semplificando molto, funziona così: cinque persone mettono cinque euro ciascuna sul tavolo, così da creare un “piatto” da 25 euro, che la prima persona prende subito in prestito.

Nel secondo giro le stesse persone mettono di nuovo cinque euro ciascuna e sarà un secondo membro a prendere il totale in prestito. Il meccanismo continua così per cinque giri di riempimento del “piatto”, finché non si arriva al quinto membro: mentre i primi quattro hanno avuto un credito, l’ultimo ha di fatto solo realizzato un risparmio, riprendendosi alla fine tutti in una volta i cinque euro che aveva messo a ogni giro».

«Un’altro esempio, più vicino al modello Ascra, è quello delle associazioni di risparmio e prestito del villaggio (anche dette Vsla, Village savings and loan association in inglese), promosse in particolare nei primi anni Novanta del secolo scorso da Care International», confederazione di Ong che coordina 19 Care nazionali e un affiliato. Sono gruppi di risparmio comunitari autogestiti, composti da un numero di persone fra le 15 e le 25, che si riuniscono per risparmiare il proprio denaro, conservarlo in uno spazio sicuro – la scatola verde a tre lucchetti, diventata il simbolo dell’iniziativa – e accedere a piccoli prestiti o ottenere assicurazioni di emergenza. Dal 1991, si legge sul sito di Care, il modello Vsla ha sostenuto più di otto milioni di membri di questi gruppi, per la maggior parte donne.

Chioschi di Mpesa e Airtel

La crisi del 2010

Diversi milioni – trenta per l’esattezza – erano anche i beneficiari del microcredito nello stato dell’Andhra Pradesh, India centro orientale, quando nel 2010 i media internazionali cominciarono a dare conto di quella che poi venne chiamata crisi del microcredito. Secondo il governo indiano, riportava la Bbc nel dicembre di quell’anno@, in pochi mesi più di ottanta persone si erano suicidate perché non erano in grado di rimborsare i micro prestiti ricevuti.

Che cos’era successo? In un articolo sul New York Times del novembre precedente, Lydia Polgreen e Vikas Bajaj spiegavano@ che, se alle sue origini il microcredito era basato su gruppi di autofinanziamento sostenuti da enti no profit e sembrava una promettente via d’uscita dalla povertà, in anni più recenti il settore della microfinanza aveva attirato l’attenzione di società finanziarie non bancarie con scopo di lucro. I loro agenti, con metodi di persuasione piuttosto aggressivi, erano riusciti a convincere molti indiani a prendere micro prestiti senza informarli in modo corretto sui tassi di cambio applicati, spesso molto alti, e senza verificare che le persone coinvolte avessero la capacità reale di ripagare il debito e la preparazione necessaria per intraprendere un percorso del genere. In quei mesi, spiegava sempre a novembre 2010 un’analisi@ del think tank statunitense Cgap, molti clienti di questi enti smisero di restituire i propri prestiti, anche incoraggiati dagli incitamenti populisti di diversi politici indiani, generando così un serio rischio di collasso dell’intero settore bancario indiano, da cui proveniva l’80% del denaro prestato dalle istituzioni di microcredito ai clienti, pari all’equivalente in rupie di circa 4 miliardi di dollari.

I più poveri sono esclusi

Con il passare del tempo la situazione rientrò anche grazie a un intervento del governo dell’Andhra Pradesh, che bloccò i nuovi prestiti e ridusse i livelli di rimborso@. Ma la fiducia che la microfinanza fosse la strada verso la fine della povertà ne uscì piuttosto ammaccata.

«Nella letteratura», commenta Matteo Cortese, «non sembra esserci consenso su una correlazione tra impiego della microfinanza e l’uscita dalla povertà». Sembra inoltre ancora molto attuale un’intervista del 2012 a tre studiosi dell’università di Yale, Dean Karlan, Tony Sheldon e Rodrigo Canales, in cui il professor Sheldon afferma che chiedersi quante persone sono uscite dalla povertà grazie alla microfinanza è una domanda fuorviante e che è più utile concentrarsi su altri aspetti. «È più che altro una questione di resilienza», precisa Sheldon, invitando piuttosto a chiedersi: «Quanto sono ancora vulnerabili queste persone? Sono in grado di preservare i propri mezzi di sostentamento? Riescono a coprire le rette scolastiche, le spese mediche o le spese funerarie? La microfinanza li ha aiutati a essere più resilienti?»@.

Altro elemento da riconoscere al di là della retorica, continua Karlan, è che la microfinanza non raggiunge i più poveri, o lo fa solo in rari casi. Questo avviene ad esempio perché le istituzioni di microfinanza non sono disposte a concedere prestiti e o gestire i risparmi per importi che giudicano troppo piccoli, o perché spesso ai beneficiari è richiesto di avere già una sorta di micro impresa, o almeno un’attività già avviata, e tipicamente i più poveri non hanno niente di tutto questo.

Correzioni necessarie

Un possibile approccio per raggiungere queste persone in povertà estrema, riporta un altro studio Cgap, è il Graduation model, applicato in Bangladesh dalla Ong internazionale Brac, (Bangladesh rural advancement committee). Il modello è basato su cinque elementi fondamentali: l’individuazione dei più poveri tramite una raccolta di dati sul campo approfondita e partecipativa, il sostegno al consumo attraverso la fornitura di cibo o di denaro, il risparmio reso regolare, sicuro e accessibile, la formazione sulle competenze accompagnato da un coaching costante e la fornitura di beni, ad esempio bestiame o strumenti agricoli. L’idea di fondo è quella di fornire prima soluzioni non solo al problema del mancato accesso al credito, ma anche a tutte le altre difficoltà che rischiano di costringere un nucleo familiare a usare le risorse ottenute con la microfinanza non per migliorare la propria condizione ma per soddisfare necessità di base o rispondere a emergenze.

Ci sono anche altri aspetti da correggere se davvero si vuole migliorare l’accesso ai servizi finanziari specialmente per i più poveri, riprende Matteo Cortese. Innanzitutto, benché molte delle persone che avrebbero necessità di accedere al credito siano attive nell’agricoltura, molte istituzioni sono restie a finanziare questo settore, perché è un’attività altamente rischiosa e poco redditizia.

Sarebbe necessaria una maggiore elasticità anche da parte degli enti regolatori del sistema finanziario (le banche centrali) per evitare di sfavorire gli istituti di microfinanza che finanziano i piccoli produttori agricoli e che hanno inevitabilmente un portafoglio a rischio (Par) maggiore delle banche classiche che lavorano in ambito urbano. Limitare le operazioni degli istituti di microfinanza significa togliere risorse esattamente ai settori e agli utenti che più ne hanno bisogno. E si tratta di un bacino d’utenza notevole: riportava proprio la Bceao (Banca centrale degli stati dell’Africa dell’ovest) a novembre 2024@ che nella zona dell’unione monetaria – che comprende otto stati e ha come moneta il franco Cfa – le istituzioni di microfinanza erano 539 e, attraverso una rete di 4.921 punti di servizio che raggiungevano 18.923.770 clienti.

«I meccanismi di finanza mista (blended finance mechanisms)», conclude Cortese, «possono fare la differenza anche riguardo alla gestione del rischio in settori come l’agricoltura rurale». In estrema sintesi, il blending consiste nell’abbattere, o almeno nell’attenuare, i rischi legati agli investimenti allo sviluppo in contesti svantaggiati collegando i finanziamenti forniti dall’aiuto pubblico ai prestiti da parte di istituzioni pubbliche o di investitori commerciali, in modo da superare l’avversione al rischio di questi ultimi. Naturalmente, i benefici sono massimizzati solo se gli eventuali investimenti così attirati non vengono usati dai governi come pretesto per diminuire la propria quota di aiuto pubblico allo sviluppo.

Chiara Giovetti


Il microcredito in Costa d’Avorio

È  in fase di avviamento, in questi primi mesi del 2025, un nuovo progetto di microcredito a San Pedro, grande città portuale della Costa d’Avorio.

Finanziato da donatori privati, il progetto coinvolgerà nella fase iniziale quindici donne che partecipano già ora alle attività del Centro di animazione missionaria e alla gestione dei locali commerciali del Consolata Shop, un negozio aperto nell’agosto del 2024 per promuovere la vendita di prodotti locali, sia di artigianato che alimentari.

Le donne sono già coinvolte anche in un sistema di risparmio annuale con una struttura detta tontine, che fornirà garanzie di solvibilità in caso di mancato rimborso.

Le partecipanti saranno divise in tre gruppi da cinque e ciascun gruppo riceverà l’equivalente di 765 euro in franchi Cfa, da dividere equamente fra tutte le donne. I crediti saranno concessi con un interesse del 10% e condizioni flessibili per il loro rimborso e si punterà ad aumentare gradualmente il numero delle persone coinvolte. Il progetto prevede anche due seminari di formazione su gestione finanziaria, marketing e sviluppo e il Consolata Shop sarà poi il punto vendita per i prodotti che le donne realizzeranno.

Chi.Gio.




Cop29, delusione annunciata


I dati definitivi mostreranno probabilmente che il 2024 è stato non solo l’anno più caldo di sempre, ma anche quello in cui la soglia di 1,5 gradi è stata superata. La Cop che si è svolta a Baku non è stata un fallimento totale, ma di certo non si è dimostrata all’altezza della sfida che il pianeta ha di fronte.

Era chiaro a tutti che la 29° Conferenza delle Parti sul clima (Cop29) di Baku, Azerbajian, sarebbe stata la Cop della finanza: come scriveva l’11 novembre Ferdinando Cotugno, inviato del quotidiano Domani a Baku, nella sua newsletter Areale@, «il risultato per cui sarà giudicata sarà un numero, espresso in centinaia o migliaia di miliardi».

E quel numero è 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035: circa un quarto di quanto richiesto dai Paesi che hanno meno responsabilità nella crisi climatica, ma ne subiscono più degli altri gli effetti.

È stata la terza Cop consecutiva in un Paese produttore di petrolio – dopo la Cop27 di Sharm el-Sheik, Egitto, nel 2022, e la Cop28 di Dubai, Emirati arabi uniti, nel 2023 – e anche a Baku si sono visti tratti già presenti nei due anni precedenti: innanzitutto una riduzione degli spazi di protesta per la società civile, a cui è stato vietato di manifestare al di fuori degli spazi della Conferenza – siamo lontanissimi da Glasgow, quando 100 mila persone manifestarono per le strade della città durante Cop26 – e di alzare la voce: per cui, riportava sempre Cotugno, i manifestanti hanno solo potuto schioccare le dita e mugugnare.

Altro tratto simile alle due Cop precedenti: la presenza di un numero consistente di lobbisti del settore dei combustibili fossili. Secondo la coalizione Kick Big Polluters Out, a Baku erano 1.773, meno dei 2.456 presenti a Dubai ma molti di più dei delegati totali dei dieci Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico@.

Il discorso di apertura di Ilyam Aliyev@, presidente dell’Azerbaijan – Paese che l’indice globale di democrazia dell’Economist colloca al 130° posto su 167 – ha sottolineato che petrolio e gas sono «doni di Dio». Nessun Paese, ha detto Alyev, «dovrebbe essere criticato perché ha queste risorse e le porta sul mercato, perché il mercato ne ha bisogno. Le persone ne hanno bisogno». Come presidenza della Cop29, ha aggiunto, sosterremo la transizione verde, ma allo stesso tempo «dobbiamo essere realisti». Non le migliori premesse per intavolare un negoziato a una conferenza sul clima.

COP29 President Mukhtar Babayev speaks at a first closing plenary of the COP29 Climate Conference in Baku on November 23, 2024. The Azerbaijani head of COP29 urged nations on November 23, to bridge their differences after two weeks of fraught negotiations at the UN climate talks over money to help poorer countries tackle global warming. (Photo by STRINGER / AFP)

Perché 1.300 miliardi?

Sul principale tavolo negoziale di Baku, quello della finanza, il punto di partenza era il vecchio obiettivo quantitativo di 100 miliardi di dollari all’anno in aiuti per affrontare la crisi climatica, stabilito alla Cop di Copenaghen nel 2009 e fissato in quella di Parigi nel 2015 come cifra minima da ampliare entro il 2025. I 1.300 miliardi che i paesi in via di sviluppo ritenevano adeguati alle loro esigenze e che volevano inserire come obiettivo vincolante all’interno dell’accordo, viene dalle stime@ che tre economisti – Amar Bhattacharya, Vera Songwe e Nicholas Stern – hanno indicato in vari studi pubblicati dalla London School of Economics e che numerose agenzie delle Nazioni Unite hanno poi adottato. Per realizzare queste stime, i tre studiosi e i loro team sono partiti dai costi per sviluppo e risposta alla crisi climatica affrontati nel 2019 dal gruppo di Stati più esposti ai danni del cambiamento climatico, cioè le economie emergenti (esclusa la Cina: poi torneremo su questo punto) e i paesi in via di sviluppo, riuniti sotto la sigla Emdc.

A partire da questi costi, si legge negli studi dei tre economisti, le proiezioni indicano che i Paesi Emdc avranno bisogno di 2.400 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 e 3.200 entro il 2035: mentre è verosimile che 1.400 miliardi l’anno entro il 2030 e 1.900 miliardi l’anno entro il 2035 siano mobilitati direttamente da questi Paesi con risorse proprie, i restanti mille miliardi l’anno entro il 2030 e 1.300 miliardi l’anno entro il 2035 devono venire da fonti esterne, cioè devono essere fondi internazionali: pubblici, privati e di altro tipo.

Questa cifra, sottolineava poco prima della Cop un rapporto Unctad@, organo delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo, sarebbe pari all’1,4% del Pil mondiale, una cifra più bassa dei 2.500 miliardi all’anno di spesa militare dei paesi Nato, pari all’1,9% del Pil.

A questo proposito, riportava Euronews, il delegato di Panama alla Cop, Juan Carlos Monterrey Gomez, ha commentato: «Per alcuni, 2.500 miliardi dollari per ucciderci a vicenda non sono sufficienti, ma mille miliardi per salvare vite è irragionevole. La cosa più ridicola è che stiamo causando la nostra stessa estinzione. Almeno i dinosauri avevano un asteroide. Noi che scusa abbiamo?»@.

La cifra richiesta dai paesi del Sud globale, continua il rapporto Unctad, è anche a pari circa un terzo del totale dei sussidi che nove paesi sviluppati (inclusa l’Italia) danno ai combustibili fossili e impallidisce di fronte alle risorse mobilitate per far fronte alla pandemia, pari a 16.400 miliardi tra spesa fiscale aggiuntiva e mancate entrate.

«Illusione ottica» e «barzelletta»

L’accordo sulla finanza climatica@ è stato raggiunto nella notte fra sabato 23 e domenica 24 novembre scorso, dopo un negoziato teso e nervoso, a più riprese sul punto di fallire. Stabilisce un nuovo obiettivo quantitativo sotto la guida dei paesi sviluppati di almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere i Paesi in via di sviluppo nell’azione per il clima con fondi provenienti da varie fonti, pubbliche e private.

Il riferimento alla cifra che i Paesi in via di sviluppo richiedevano è presente nel testo, ma come esortazione, come invito a collaborare per consentire l’aumento dei finanziamenti «fino ad almeno 1.300 miliardi l’anno entro il 2035».

Subito dopo l’adozione, ancora in assembla plenaria, i delegati di India, Nigeria, Cuba e Bolivia hanno preso la parola per esprimere la loro rabbia: secondo la negoziatrice indiana, Chandni Raina, 300 miliardi sono una cifra di «abissale povertà», insufficiente per affrontare «l’enormità della sfida che noi tutti abbiamo di fronte»: per questo, ha detto, questo accordo è «poco più di un’illusione ottica». Non è stata più tenera la delegata della Nigeria, Nkiruka Maduekwe: che i paesi sviluppati rivendichino un ruolo di guida impegnandosi su una cifra così bassa «è una barzelletta. Non lo accettiamo»@.

Questi 300 miliardi non arriveranno subito: sono un obiettivo da raggiungere entro il 2035, non il volume degli stanziamenti immediati. Inoltre, non saranno solo fondi pubblici, ma anche fondi privati e risorse da reperire sui mercati, dove Paesi come questi, che spesso hanno già un debito molto alto, faticano a trovare fondi, specialmente visto che si tratta di interventi di adattamento alla crisi climatica che non sono, per loro natura, abbastanza redditizi da invogliare potenziali finanziatori privati.

Activists hold a silent protest inside the COP29 venue to demand that rich nations provide climate finance to developing countries, during the United Nations Climate Change Conference (COP29) in Baku on November 16, 2024. (Photo by Laurent THOMET / AFP)

Gli altri risultati

Un segnale positivo, registra tuttavia l’associazione Italian Climate Network (Icn)@, è che il testo dell’accordo lascia aperta la possibilità che altri Paesi, diversi da quelli sviluppati, forniscano – per quanto su base volontaria – il loro contributo per aumentare questi fondi. E questi Paesi sono la Cina, la Corea del Sud e i Paesi del Golfo membri Opec, che nella Convezione Onu sul clima a tutt’oggi non sono ufficialmente inclusi fra i Paesi sviluppati, perché è ancora in vigore la classificazione del 1992. Si tratta di Paesi con elevate emissioni e con economie non certamente comparabili, ad esempio, a quelle di molti dei Paesi dell’Africa subsahariana, come hanno fatto presente fra gli altri il ministro dell’ambiente nigeriano, Balarabe Abbas Lawal, e la sua omologa della Colombia, Susana Muhamad@.

Fra i risultati che Italian Climate Network elenca nella sua esaustiva analisi della Cop29 c’è anche l’adozione di accorgimenti per regolamentare meglio il mercato internazionale del carbonio: semplificando molto, quando un Paese compie un’azione – ad esempio di riforestazione – che aiuta ad assorbire gas serra, oppure un’azione che evita di emettere questi gas climalteranti, accumula crediti di carbonio e li può vendere ad altri Paesi che hanno bisogno di compensare le proprie emissioni.

A Baku si sono stabiliti nuovi metodi per il calcolo dei crediti e per la valutazione dei progetti che mirano a rimuovere gas serra dall’atmosfera. Inoltre, la Cop29 è intervenuta anche sui registri che raccolgono i dati sui crediti di carbonio, istituendone uno sotto l’ombrello Onu che però Icn definisce leggero, nel senso che riunisce i registri esistenti invece di istituirne uno unico e vincolante.

I fallimenti

Nel primo anno in cui il pianeta probabilmente ha superato la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale, la Cop di Baku non ha nemmeno affrontato il tema della mitigazione. Nel testo finale, riporta Icn, non si parla più di uscita dai combustibili fossili né di contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi o almeno sotto i 2 gradi.

Un dato che ha preoccupato molti riguarda le negoziazioni sul prossimo inventario globale – il Global Stocktake – che aveva rappresentato un successo della Cop di Dubai – e che sono state rimandate alla prossima conferenza sul clima, la Cop30 a Belém, in Amazzonia.

Uno dei motivi per cui non si è raggiunto nessun accordo è che l’Arabia Saudita ha messo in discussione il ruolo del Gruppo intergovernativo sul cambiamento (Ipcc, nell’acronimo inglese), fin qui ritenuto il punto di riferimento scientifico su cui si sono basate le Cop, proponendo di utilizzare anche altre fonti scientifiche. In realtà, riportava a novembre il New York Times@, questa presa di posizione è solo uno degli atti di una strategia di demolizione dei negoziati sul clima che l’Arabia Saudita sta portando avanti già dalla fine della Cop28.

E questo ruolo dell’Arabia saudita richiama l’attenzione anche sull’elefante, anzi, sugli elefanti, nelle stanze negoziali di Baku: l’imminente uscita dall’accordo di Parigi degli Stati Uniti dopo la rielezione di Donald Trump, i numerosi teatri di guerra aperti nel mondo e le conseguenti tensioni che si sono insinuate anche alla Cop, un’Unione europea che ha tentato di guidare i Paesi del Nord globale e di insistere sulla riduzione delle emissioni, ma che era distratta dalle liti fra i Paesi membri sulla scelta dei commissari dell’attuale Commissione Ue, in corso negli stessi giorni a Bruxelles: sono tutti elementi che erano noti prima dell’inizio dei lavori e che avrebbero reso comunque questa Conferenza di difficile gestione. Una presidenza, come quella dell’Azerbaijan, che non sembrava davvero interessata a mediare in modo efficace per raggiungere accordi ambiziosi ha fatto il resto nell’appesantire, rimandare, affossare i negoziati.

Dopo Baku, e sulla scia di Dubai e Sharm El Sheik, sono in molti a chiedersi se ha ancora senso che il pianeta organizzi la propria azione per il clima intorno a un modello negoziale nato tre decenni fa da un trattato che rifletteva un mondo che non esiste più. «È ormai chiaro che le Cop non sono più adatte allo scopo per cui sono nate, ha scritto un gruppo di esperti di clima che include l’ex segretario generale Onu Ban Ki-moon, l’ex presidente dell’Irlanda Mary Robinson, l’ex responsabile del clima delle Nazioni Unite Christiana Figueres e lo scienziato del clima Johan Rockström. I futuri vertici, sostiene il gruppo, dovrebbero essere organizzati solo in paesi che mostrano un chiaro sostegno all’azione per il clima e che hanno regole più severe sulla lobby dei combustibili fossili. La Cop30 di Belem, che si svolgerà quest’anno a novembre, ha un’eredità pesante da raccogliere.

Chiara Giovetti

22 November 2024, Azerbaijan, Baku: Activists from Fridays for Future Germany demonstrate with other activists at the UN Climate Summit COP29. Photo: Larissa Schwedes/dpa (Photo by Larissa Schwedes / DPA / dpa Picture-Alliance via AFP)




Disabilità e sviluppo, progressi insufficienti


Nel mondo, una persona ogni sei ha una disabilità significativa e i numeri sono in aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione, delle pandemie, delle catastrofi naturali e delle guerre, mentre i progressi verso l’inclusione sono ancora insufficienti.

N el 2021, la principale causa di disabilità nel mondo sono stati i disturbi neurologici. Lo riportava lo scorso marzo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riferendo i risultati di uno studio@ pubblicato su The Lancet Neurology, autorevole rivista scientifica britannica, secondo il quale dal 1990 la quantità complessiva di disabilità, malattia e morte prematura causati da problemi neurologiche è aumentata del 18%.

Le prime dieci patologie neurologiche che hanno causato perdita di salute sono ictus, encefalopatia neonatale, emicrania, demenze, neuropatia diabetica, meningite, epilessia, complicazioni neurologiche dovute a parto prematuro, disturbi dello spettro autistico e tumori del sistema nervoso. Oltre otto su dieci dei decessi e della perdita di anni di salute per cause neurologiche si verificano nei Paesi a basso e medio reddito reddito dove il numero di professionisti di neurologia è 70 volte più basso che in quelli ad alto reddito.

Nel complesso, considerando anche patologie diverse da quelle neurologiche, la disabilità è diffusa nel 16% della popolazione mondiale. Una persona ogni sei, per un totale di 1,3 miliardi.

Concetto in evoluzione

La disabilità, si legge sul sito dell’Oms@, è un aspetto della condizione umana, una sua parte integrante. È anche un «concetto in evoluzione», chiarisce la Convenzione Onu del 2006 per i diritti delle persone con disabilità, ed è il risultato dell’interazione fra problemi di salute e fattori personali e ambientali, fra i quali atteggiamenti negativi, trasporti ed edifici pubblici inaccessibili e sostegno sociale limitato. Per questo l’equità sanitaria per le persone con disabilità – cioè il diritto di raggiungere il miglior stato di salute possibile per loro – è una priorità per lo sviluppo. La giornata internazionale delle persone con disabilità, che ricorre il 3 dicembre di ogni anno dal 1981, è nata per promuovere i diritti e il benessere di questo 16% dell’umanità e quest’anno ha come tema «Rafforzare la leadership delle persone con disabilità per un futuro inclusivo e sostenibile»@.

Gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg) rilevanti per la disabilità sono almeno cinque e riguardano l’istruzione, il lavoro, la riduzione delle diseguaglianze, gli insediamenti umani e il rafforzamento del partenariato mondiale per raggiungere gli obiettivi.

Tuttavia, Ulrika Modéer dell’agenzia Onu per lo sviluppo, Undp, e José Viera, della International disability alliance, constatavano nel 2023 sul blog di Undp@ che i progressi sono deboli sulla metà degli obiettivi, mentre su un altro 30% degli obiettivi si registrano regressi. Ad esempio, riferisce il rapporto 2024 sui progressi verso il raggiungimento degli Sdg, solo la metà delle scuole primarie e il 62% delle scuole secondarie hanno infrastrutture di base per studenti con disabilità; inoltre, se i dati mostrano maggiori tassi di violenza da parte del partner nei confronti di donne disabili, la mancanza di dati statistici precisi impedisce di definire le reali dimensioni del problema@.

Disabilità e ferite di guerra

Anche i conflitti armati hanno un ruolo significativo nel generare nuove disabilità. Solo per fare alcuni esempi limitati alle guerre in Ucraina e a Gaza: lo scorso maggio il sito Politico.eu riportava@ che, secondo il ministero per le politiche sociali ucraino, dopo l’invasione russa del febbraio 2022 le persone con disabilità nel paese erano aumentate di 300mila e oltre 20mila avevano subito amputazioni. Il ministero che si occupa dei veterani, inoltre, calcolava che il numero di questi e i membri delle loro famiglie che potrebbero avere bisogno di assistenza a causa dei traumi fisici o psicologici arriverebbe a 5 milioni.

Anche a Gaza la guerra ha causato moltissime lesioni traumatiche: usando i dati raccolti e condivisi dai medici di emergenza dal 10 gennaio al 16 maggio 2024, l’Oms ha stimato@ il numero di lesioni gravi e calcolato che circa un quarto dei 95.500 feriti trattati – ovvero circa 22.500 persone – ha probabilmente bisogno di riabilitazione intensa e continua. Le lesioni agli arti sono quelle più numerose (15mila casi) e si stimano anche fra le 3mila e le 4mila amputazioni, oltre 2mila gravi lesioni alla testa e al midollo spinale e altrettante ustioni gravi.

Il conflitto armato non solo genera nuove disabilità, ma colpisce in modo più grave chi ne ha già una. Un rapporto@ sulla situazione a Gaza pubblicato a settembre di quest’anno da Human rights watch, Ong internazionale per la difesa dei diritti umani, riporta che 98mila bambini di Gaza vivevano con una disabilità già prima dell’inizio della guerra e racconta le storie di alcuni di loro. Ad esempio, quella di Ghazal, una quattordicenne con paralisi cerebrale, che ha dovuto fuggire con la sua famiglia dal Nord al Sud di Gaza senza i suoi dispositivi di assistenza, distrutti in un attacco che aveva colpito la sua casa. A inizio maggio, Ghazal era sfollata in una tenda a Rafah, senza accesso adeguato all’acqua, al cibo e ai servizi igienici e senza la possibilità di andare a scuola e alle sedute di fisioterapia.

Disabilità e clima

Anche il cambiamento climatico ha il doppio effetto di causare incidenti e ferite che possono provocare una disabilità e di peggiorare la vita di chi già ci convive. L’ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri (Undrr, nell’acronimo inglese) ha realizzato l’anno scorso un sondaggio@ che ha prodotto un totale di 6.342 risposte da 132 Paesi. Dal rapporto che commenta i risultati del sondaggio emerge che oltre otto persone con disabilità su dieci non hanno un piano di preparazione personale per i disastri e una su dieci non ha nessuno che la aiuti a evacuare. Solo un quarto degli intervistati ha detto che sarebbe in grado di evacuare immediatamente in caso di un disastro improvviso e solo il 15% ha partecipato alla definizione dei piani e delle strategie con cui la propria comunità organizza la risposta alle emergenze.

Nel sesto rapporto di valutazione dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu, poi, si prevede che il cambiamento climatico causerà una diminuzione del contenuto di micro e macro nutrienti negli alimenti. Questo farà aumentare malattie infettive, diarrea e anemia, portando entro il 2050 un incremento stimato del 10% degli anni di vita condizionati da disabilità (Disability-adjusted life years, o Daly, vedi box) associati a denutrizione e carenze di micronutrienti.

Il lavoro nelle missioni

Nella Repubblica democratica del Congo, la perdita di anni in salute ha come prime quattro cause le infezioni respiratorie e la tubercolosi, la malaria e altre malattie tropicali trascurate, le patologie che riguardano la salute materna e neonatale e le malattie dell’apparato cardiovascolare@.

«Qui in ospedale noi rileviamo innanzitutto le malformazioni congenite», spiega la dottoressa Séraphine Nobikana, medica direttrice dell’ospedale Notre Dame de la Consolata di Neisu, gestito dai missionari della Consolata nel Nord della Repubblica democratica del Congo. «Altre cause di disabilità sono poi poliomielite, benché l’Oms l’abbia dichiarata eradicata, la meningite e le conseguenze di incidenti stradali o sul lavoro, ad esempio le cadute da 10-15 metri di altezza dei lavoratori che raccolgono i frutti delle palme da olio». Alle persone con disabilità vengono forniti sostegno nutrizionale e farmaci, completa il responsabile dell’ospedale Ivo Lazzaroni, ma non ci sono attività specifiche rivolte a loro, diversamente da quanto accade al centro Gajen di Isiro, capoluogo della regione distante circa 30 chilometri da Neisu. «Qui le attività con le persone con disabilità sono iniziate circa vent’anni fa», conferma fratel Rombaut Ngaba Ndala, che dal 2023 ha affiancato fratel Domenico Bugatti, presente a Isiro dalla fine degli anni Novanta (cfr MC gennaio 2022). Una delle attività è la costruzione di sedie a rotelle, che avviene nel laboratorio del centro. Vi sono poi attività sanitarie e di lotta alla malnutrizione che permettono ad esempio a persone con epilessia – tredici nel primo semestre di quest’anno – di ricevere farmaci e assistenza nutrizionale.

Assistenza alle anziane

Anche in Kenya e Tanzania ci sono attività rivolte in modo specifico alle persone disabili.

A Sagana, in Kenya, i missionari della Consolata gestiscono il villaggio Saint Mary’s, una casa protetta per donne anziane. Il lavoro, spiega la responsabile dell’ufficio progetti in Kenya, Naomi Mwingi, è iniziato nel 1974 con quattrodici donne, e oggi le persone ospitate sono trentotto, di cui tre non vedenti e sedici con difficoltà motorie per le quali sono necessarie sedie a rotelle e deambulatori, mentre diciannove camminano se assistite dal personale. La più anziana ha 94 anni e la maggioranza ha problemi di salute mentale.

Produzione di protesi

L’ospedale di Ikonda, in Tanzania, dal 2016 ha un laboratorio che produce protesi per pazienti che hanno subito amputazioni: fra il 2021 e il 2023 ha prodotto un totale di 149 protesi per le gambe, di cui 116 per pazienti che hanno subito amputazioni sotto il ginocchio e 33 sopra il ginocchio.

Produce, inoltre, altre protesi, ad esempio per piedi, ortesi (tutori), stecche, stampelle e altri ausili, per adulti e bambini. «Nel nostro ospedale», scrive da Ikonda il responsabile padre Marco Turra, «il servizio di assistenza protesica interviene ad aiutare soprattutto le persone che hanno acquisito una disabilità a causa di traumi o malattie croniche come il diabete. Sono in media una cinquantina le persone che si rivolgono a noi ogni anno con questo tipo di richiesta».

Chiara Giovetti

COME SI MISURA LA PERDITA DI SALUTE

Lo studio Global burden of diseases, injuries, and risk factors (Gbd) è il più grande e dettagliato sforzo scientifico mai condotto per quantificare i livelli e le tendenze della salute. Guidato dall’Institute for health metrics and evaluation (Ihme) dell’Università di Washington, negli Stati Uniti, conta adesso oltre 12mila ricercatori provenienti da più di 160 paesi e territori. È nato nel 1990 come studio commissionato dalla Banca mondiale e la sua più recente edizione (2021) analizza dati e fornisce stime su 371 patologie e ferite e 88 fattori di rischio.I Disability-adjusted life years (Daly) sono gli anni di vita condizionati dalla disabilità: sono stati introdotti proprio dallo studio Gbd del 1990 per definire meglio il peso della malattia, perché la comunità scientifica riteneva che la mortalità da sola non fosse sufficiente per fornire un quadro completo. Un Daly rappresenta la perdita dell’equivalente di un anno di salute piena e si ottiene sommando gli anni di vita persi (Years of life lost, Yll) per morte prematura e gli anni di vita in salute persi per disabilità o per condizioni di salute non ottimali (Years of healthy life lost due to disability, Yld). Secondo il più recente studio Gbd la prima causa di perdita di salute a livello globale sono le malattie cardiovascolari: gli anni di vita corretti per disabilità di cui sono responsabili queste patologie sono 5.428 ogni 100mila abitanti.

Chi.Gio.

Fonti:
Ihme / Gbd: www.healthdata.org/research-analysis/about-gbd/history
Oms: www.who.int/data/gho/indicator-metadata-registry/imr-details/158




Progetti idrici, una panoramica


Il mondo non ha fatto sufficienti progressi verso il raggiungimento dell’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 dell’Onu, quello relativo all’accesso all’acqua e ai servizi igienici. Nelle missioni della Consolata si continua  a lavorare per garantire acqua pulita a famiglie, scuole e strutture sanitarie.

Nel 2023 i casi di colera nel mondo sono stati oltre 535mila, in aumento rispetto ai quasi 473mila dell’anno precedente, e le morti a causa della malattia sono passate da 2.349 del 2022 a 4.007 dell’anno scorso. Lo riportava a settembre un rapporto@ dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo cui quella in corso è la settima pandemia di colera dal XIX secolo a oggi. Nel complesso, riportava una scheda informativa dell’Oms a marzo@, le malattie diarroiche, tra le quali il colera, continuano a essere la terza causa di morte di bambini sotto i 5 anni: ogni anno a causa della diarrea muoiono circa 444mila bambini fra 0 e 5 anni e  altri 51mila fra i 5 e 9 anni.

Si tratta di malattie per le quali i trattamenti esistono e sono anche economici. A questo proposito, sul New York Times dello scorso settembre, Philippe Barboza, a capo del team che si occupa di colera nel programma delle emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità, definiva inaccettabile che nel 2024 le persone muoiano perché non possono permettersi una bustina di sali per la reidratazione orale che costa 50 centesimi.

Prevenire le malattie diarroiche sarebbe poi ancora più semplice: basterebbe avere a disposizione acqua pulita per bere, cucinare e lavarsi le mani, eliminando batteri come il vibrio cholerae, l’escherichia coli e altri responsabili di queste patologie.

Ma, a oggi, il raggiungimento dell’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quello che riguarda appunto l’acqua e i servizi igienico sanitari, non sembra vicino. Secondo il rapporto 2023 sugli obiettivi di sviluppo sostenibile@, nonostante alcuni miglioramenti, più di 2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile gestita in modo sicuro e oltre 700 milioni sono privi di servizi idrici di base; 3,5 miliardi di persone non dispongono di servizi igienico sanitari adeguati e 2 miliardi non hanno le strutture per lavarsi le mani a casa con acqua e sapone.

Aggiunta di un serbatoio per l’acqua per l’asilo di shambo in Etiopia

C’è pozzo e pozzo

Le proposte di progetto in ambito idrico che i Missionari della Consolata hanno elaborato negli ultimi quattro anni, confermano che garantire acqua pulita continua a essere una priorità. Questo sforzo, infatti, ha assorbito in media almeno 100mila euro l’anno. Gli interventi, realizzati soprattutto in Africa, ma anche in America Latina, hanno riguardato perforazioni di pozzi per portare acqua a ospedali e dispensari, scuole e studentati, comunità e villaggi.

Ci sono diversi tipi di pozzi che possono essere realizzati: uno di questi è il pozzo artesiano, la cui caratteristica è quella di attingere da una falda artesiana, cioè da un accumulo di acqua fra le rocce del sottosuolo che nella parte superiore sono impermeabili e tengono l’acqua sotto pressione. A causa di questa pressione, una volta realizzata la perforazione, l’acqua risale in superficie in modo spontaneo e può essere attinta anche senza usare una pompa. I pozzi freatici attingono invece da falde freatiche, che hanno nella parte superiore rocce permeabili: l’acqua non è in pressione e per estrarla serve una pompa.

I pozzi non sono i soli interventi che i missionari si trovano a realizzare per garantire l’accesso all’acqua: a volte la perforazione esiste già, ma la parete di roccia del foro è crollata o danneggiata, oppure l’estrazione dell’acqua dipende da una pompa azionata da un generatore a gasolio, costoso e inquinante. O, ancora, non c’è un adeguato sistema di raccolta e distribuzione dell’acqua, per cui servono cisterne sollevate da terra dove pompare l’acqua, e tubature collegate per distribuirla sfruttando la forza di gravità.

Inoltre, alcuni interventi idrici riguardano il collegamento di una sorgente – cioè il punto da cui l’acqua sotterranea sgorga spontaneamente in superficie – con le strutture e gli edifici dove verrà utilizzata.

Momento dell’uscita dell’acqua durante lo scavo del pozzo a Neisu, Congo Rd

Congo, tanta acqua ma non per tutti

La Repubblica democratica del Congo è uno dei paesi con maggiori risorse idriche del pianeta: circa due terzi del bacino del fiume Congo si trova infatti all’interno del suo territorio e la sua foresta pluviale è la seconda al mondo per estensione dopo quella amazzonica. Eppure, si legge@ sul sito dell’agenzia Onu per l’acqua Unwater, solo il 12% della popolazione – poco più di un congolese su dieci – dispone di acqua potabile sicura e solo uno su cinque ha la possibilità di lavarsi le mani con acqua e sapone a casa. L’acqua ha un ruolo fondamentale in servizi come quelli sanitari: per questo, negli anni, una delle priorità dell’ospedale di Neisu, che i Missionari della Consolata gestiscono nel Nordest del Congo, è stata quella di dotare non solo l’ospedale ma anche i 12 centri e posti di salute della sua rete sanitaria di almeno un pozzo. «Qui da noi in genere i pozzi sono profondi 13-15 metri», spiega Ivo Lazzaroni, laico missionario della Consolata responsabile dell’ospedale. «La gente comincia a scavare con zappe e picconi e poi continua con il badile, scendendo fino a che non si trova l’acqua».

Una volta scavato, per rinforzare il muro di terra e roccia del foro – che ha un diametro di un metro o un metro e mezzo – i lavoratori preparano quattro o cinque cilindri di cemento (buse) e li calano uno dopo l’altro nello scavo, aiutandosi con un cerchione della ruota di un’auto e delle corde, in modo che si formi un condotto di cemento appoggiato al fondo. Si costruisce poi un muretto circolare di mattoni in superficie e si deposita sul fondo del pozzo uno strato di ghiaia, accompagnato a volte da un sacco di carbone spezzettato, per filtrare l’acqua.

Questi pozzi (freatici), tuttavia, rimangono asciutti quando la stagione secca è molto intensa e per questo Ivo, grazie al generoso sostegno di un donatore, ha deciso di realizzare un pozzo per l’ospedale a 40 metri di profondità (artesiano): «Per realizzare il pozzo, però, abbiamo chiamato il camion con la perforatrice meccanica: hanno fatto un forage (un buco) di 20 centimetri di diametro e inserito dei tubi di plastica a protezione del foro».

Ora la disponibilità d’acqua dell’ospedale dovrebbe essere garantita anche durante la stagione secca.

Scavare pozzi in Congo, si capisce dai racconti di Ivo, significa spesso anche venire a contatto con credenze e usanze locali: c’è ad esempio la convinzione che, una volta trovata l’acqua, occorra togliere il fango dal fondo del pozzo almeno cinque volte per far sì che questo non si asciughi più. Inoltre, c’è la credenza che la ricerca dell’acqua non può avere successo se i leader tradizionali non svolgono prima determinati riti per placare gli spiriti degli antenati. C’è poi chi fa ricorso alla rabdomanzia, una pratica che non ha però alcun riscontro scientifico: i rabdomanti sostengono di essere in grado di individuare il punto del sottosuolo nel quale si trova l’acqua «interpretando» le vibrazioni di un bastone di legno tenuto nelle loro mani.

Siccità nel Nord del Kenya.

Stress idrico in Kenya

Nelle nostre missioni in Kenya, scrive da Nairobi Naomi Nyaki, la responsabile dell’ufficio progetti dei missionari della Consolata, ci sono principalmente tre tipi di pozzi, qui definiti per il modo in cui vengono realizzati: i dug wells, scavati nel terreno con un badile a una profondità fra i 10 e i 30 metri, permettono di prelevare l’acqua con un secchio; i drilled wells, perforati con macchinari appositi, possono raggiungere i 300 metri di profondità e richiedono una pompa per portare l’acqua in superficie; e i driven wells, che sono pozzi in genere poco profondi realizzati inserendo un tubo nel terreno fino alla falda acquifera e collegando poi una pompa per portare l’acqua in superficie.

A volte, continua Naomi, il pozzo è sul terreno della missione o della parrocchia gestita dai missionari della Consolata, ma a beneficiarne sono comunque centinaia di persone: nella parrocchia di San Giovanni XXIII a Rabour, Kenya occidentale, il pozzo è a disposizione dei parrocchiani servendo così i due missionari che lavorano lì e i 1.700 abitanti dell’area.

E ancora: a Makima, città del Kenya centrale a circa 130 chilometri da Nairobi, il pozzo garantisce acqua a 14mila persone: «Profondo 280 metri, questo pozzo fornisce una grande quantità di acqua pulita, sufficiente per essere incanalata e raggiungere la township (insediamento informale) di Kitololoni, due scuole elementari, una scuola secondaria, un dispensario e la fattoria della missione cattolica di St. Paul».

Secondo i dati Unwater, in Kenya@ il 72% della popolazione dispone di una fonte di acqua potabile sicura: più del doppio della media regionale dell’Africa subsahariana, che è al 31%. Ma su altri indicatori il Kenya ha maggiori difficoltà, ad esempio quello dello stress idrico: quando un territorio preleva il 25% o più delle sue risorse rinnovabili di acqua dolce, si dice che è in «stress idrico» e il Kenya ne preleva il 33%.

Tanzania, acqua dalla montagna

Trivellatrice nel momento in cui raggiunge la falda acquifera a Irole, Tanzania

La Tanzania ha un prelievo idrico più contenuto del Kenya: estrae infatti solo il 13% delle sue risorse idriche rinnovabili e non è, quindi, in stress idrico. Ma la quota di popolazione che ha accesso all’acqua pulita, pari all’11%, è molto sotto la media regionale. Per garantire l’acqua alle comunità con cui lavorano, scrive da Iringa la responsabile dall’ufficio progetti Imc, Modesta Kagali, i missionari della Consolata hanno costruito diversi tipi di pozzi che vengono scavati a mano o con una perforatrice, a seconda delle situazioni, e hanno profondità comprese fra i 10 e i 150 metri. A volte, però, ricorrono anche alla raccolta di acqua piovana o alla canalizzazione da fiumi o da sorgenti montane.

Nella missione di Ikonda, ad esempio, i missionari hanno realizzato un acquedotto, convogliando l’acqua dalla montagna attraverso un sistema di tubature e canali per raggiungere l’ospedale, le case del personale e il villaggio circostante di Ikonda. L’ospedale può così servire migliaia di pazienti – nel 2023, i ricoveri sono stati quasi 18mila – e anche la popolazione del villaggio. Come in Kenya, anche in Tanzania i missionari usano l’acqua per irrigare i campi delle fattorie che gestiscono, ma anche gli orti di seminari e scuole per abbattere i costi di gestione, coltivando frutta e verdura per le mense scolastiche.

Fasi di lavoro per la costruzione del pozzo per il vaccaro del progetto bestiame

Pozzi artesiani in Amazzonia

L’acqua che proviene dai rilievi circostanti è stata a lungo la principale risorsa idrica anche per molte comunità che vivono nella Terra indigena Raposa Serra do Sol (Tirss), nello stato di Roraima, Amazzonia brasiliana. Negli ultimi anni, però, difficoltà nella manutenzione e stagioni più secche hanno reso meno costante la disponibilità di acqua.

Spiegava nel 2022 padre Jean-Claude Bafutanga, allora in missione nella Tirss a Baixo Cotingo: «Ci sono spesso interruzioni nel sistema idrico che porta l’acqua a valle. In inverno l’acqua c’è, ma se piove troppo i canali si intasano per l’accumularsi di foglie; d’estate, invece, abbiamo avuto siccità così intense che l’acqua non c’era più».

Nella Tirss, completa padre Joseph Mampia, che lavora alla missione di Raposa, non esiste un sistema di raccolta e distribuzione dell’acqua come nelle città. Molti utilizzano l’acqua piovana accumulata negli igarapé, (ruscelli), che però si seccano d’estate e spesso portano acqua non potabile. Il garimpo, cioè l’estrazione mineraria illegale, infatti, ha peggiorato la situazione, inquinando l’acqua@. Per questo, concordano i due missionari, il pozzo artesiano è la soluzione migliore in questa zona: è abbastanza profondo da evitare le contaminazioni causate dal garimpo e l’acqua sgorga in modo spontaneo.

Chiara Giovetti

Contemplando l’acqua nel pozzo