Un anno di progetti
Nel 2025 abbiamo realizzato alcuni progetti in ambiti classici, in particolare l’accesso all’acqua, e in altri che invece cercano di affrontare nuove difficoltà o di rispondere a problemi vecchi con strumenti nuovi.
Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non disponevano ancora di servizi di approvvigionamento di acqua potabile gestiti in modo sicuro. Lo riferisce il rapporto@ realizzato dal Programma congiunto di monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Oms/Unicef), incaricato di monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’acqua potabile, alla sanificazione e all’igiene.
Dei 2,1 miliardi di persone senza acqua sicura, 1,4 miliardi dispongono solo di servizi di base, cioè acqua da fonti migliorate ma non garantite come sicure per il consumo umano e raggiungibili con uno spostamento che richiede fino a 30 minuti fra andata, ritorno e attesa in coda alla fonte d’acqua. Ci sono poi 287 milioni di persone che dispongono di servizi limitati, cioè devono affrontare uno spostamento che supera i 30 minuti, 302 milioni con servizi non migliorati e 106 milioni che usano acqua di superficie, ad esempio da fiumi, laghi, stagni.
Negli ultimi dieci anni, si legge ancora nel rapporto, i progressi ci sono stati, visto che 961 milioni di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro, con un aumento della copertura dal 68% del 2015 al 74% del 2024. Ma, per raggiungere la copertura universale in questi cinque anni che ci separano dalla scadenza degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030, l’avanzamento dovrebbe essere otto volte più rapido rispetto al decennio passato. Dal monitoraggio emergono poi diseguaglianze molto profonde a livello sub regionale: se in Australia e Nuova Zelanda l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro è già totale, in Africa subsahariana si è passati dal 26% del 2015 al 32% dell’anno scorso. L’Africa, quindi, dovrebbe andare non otto, ma venti volte più veloce per garantire a tutti l’accesso all’acqua pulita entro la fine di questo decennio.

Kenya, alto rischio idrico
Nel rapporto, una scheda si concentra sull’analisi dell’insicurezza idrica in Kenya, evidenziando che oltre la metà del territorio del Paese è interessato da alti livelli di rischio.
Fra le zone coinvolte c’è la contea di Isiolo, che si suddivide in zone semi aride e aride. Secondo l’analisi contenuta nella Strategia idrica della contea di Isiolo 2023-2025@ l’area, che ha una temperatura media annuale intorno ai 29°C, è anche una delle più vulnerabili del Paese rispetto al cambiamento climatico. Fra i fenomeni ricorrenti ci sono ondate di siccità, piogge imprevedibili e inondazioni: l’instabile distribuzione dell’acqua incide sul fragile equilibrio fra le comunità di agricoltori e quelle di pastori e anche sulla convivenza tra fauna selvatica ed esseri umani.
Nel 2025, grazie al sostegno di donatori privati, i missionari della Consolata hanno realizzato due progetti idrici nella zona di Isiolo: un pozzo a Leparua, dove i lavori a fine ottobre erano ancora in corso, e uno a Chumviere, realizzato alla fine del 2024 e attivo dall’inizio del 2025. La perforazione del pozzo, si legge nella relazione finale, è arrivata a una profondità di 68 metri e interrotta a questa profondità dopo che la trivella ha raggiunto la prima falda acquifera a 60 metri. I rilievi preliminari avevano identificato una seconda falda a 140 metri, ma non è stato possibile raggiungerla sia per i limiti della trivella che per le caratteristiche del suolo. Il pozzo si trova sul terreno della parrocchia ma, spiega Naomi Nyaki dall’ufficio cooperazione di Nairobi, «i missionari hanno installato una stazione idrica ben strutturata dove la comunità può andare ad attingere acqua». Il sistema di pompaggio è alimentato con l’energia di 18 pannelli fotovoltaici, collocati a poca distanza dalla torre idrica che regge la cisterna.

Africa, scommettere sul sole
È un impianto fotovoltaico anche quello che alimenta la nuova pompa sommersa del pozzo della parrocchia di Makambako, in Tanzania, installata grazie alla raccolta fondi della parrocchia Regina delle Missioni, vicino alla Casa Madre dei missionari della Consolata a Torino. Il pozzo, oltre a servire la parrocchia e la casa dei missionari a Makambako, fornisce l’acqua anche alla scuola materna e primaria, che ha circa 400 alunni.
L’uso dell’energia solare nelle missioni è sempre più diffuso: l’anno scorso, le iniziative ricevute dall’ufficio progetti della Fondazione Missioni Consolata, che comprendevano l’installazione di pannelli fotovoltaici, rappresentavano il 15% del totale della richiesta di finanziamento. Gli impianti in genere alimentavano pompe di pozzi che portavano l’acqua a scuole, centri di salute e sistemi di irrigazione. Nel caso della scuola professionale Our Lady Consolata a Bweyogerere, Uganda, il progetto in corso – finanziato dalla diocesi di Torino in collaborazione con l’associazione Impegnarsi serve – prevede invece l’uso del fotovoltaico per illuminare aule e dormitori della scuola.
L’Africa ha un potenziale enorme e finora quasi per nulla utilizzato per quanto riguarda l’energia solare: circa il 20% della popolazione mondiale, riportava uno studio@ della Banca mondiale del giugno 2020, vive in 70 Paesi con condizioni eccellenti per il fotovoltaico e i Paesi della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e dell’Africa subsahariana dominano questa categoria. Eppure, scriveva lo scorso ottobre la giornalista della Cnn, Rebecca Cairns, riferendo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea)@, nel 2024 l’Africa aveva una capacità installata pari a 21,5 gigawatt, circa l’1% del totale mondiale: un dato paragonabile con quello della sola Polonia@.
La capacità installata in impianti di larga scala è di circa 13,7 gigawatt, mentre la componente cosiddetta distribuita – cioè gli impianti fotovoltaici nelle case o nelle aziende – produce 6,4 gigawatt. Ulteriori 1,4 sono poi energia solare a concentrazione, cioè ottenuta usando specchi o lenti che concentrano la luce del sole verso un ricevitore che ne sfrutta il calore per azionare un motore termico.
A limitare lo sviluppo del fotovoltaico su larga scala in Africa sarebbero una serie di fattori, fra cui gli elevati costi infrastrutturali, la presenza di reti inadeguate che faticano a trasportare e distribuire grandi quantità di energia, ostacoli normativi e, in alcuni Paesi, conflitti e disordini. In questo senso, commentava nell’articolo di Cairns l’analista della Iea Heymi Bahar, gli impianti solari domestici e le mini-reti potrebbero «fare da ponte» in attesa dell’estensione e dell’adeguamento della rete.

Attenzione al disagio
Oltre ai progetti più «classici» della cooperazione, come quelli idrici, e a quelli che assecondano un’esigenza di innovazione nella produzione di energia, il 2025 ha visto anche la realizzazione, in Brasile, del progetto «Amico per la vita», che mira a formare operatori in grado di prevenire il disagio, in particolare fra i giovani e nelle comunità indigene, e accompagnare le persone e le famiglie colpite dal problema dei suicidi. Anche se la raccolta fondi non ha raggiunto la cifra richiesta, è stato possibile coprire oltre l’80% dei costi e il progetto è stato realizzato: benché le iniziative che rispondono a bisogni primari come la salute, l’istruzione e l’acqua continuino a essere una priorità per i donatori, si sta comunque sviluppando una sensibilità verso temi nuovi, come la salute mentale, legati a un’attualità che tocca le comunità del Nord come del Sud del mondo. Nelle pagine di Amico, viene proposta una riflessione sulle iniziative di solidarietà del 2025 che, oltre alla prevenzione dei suicidi in Brasile, hanno riguardato l’approvvigionamento idrico in Kenya, con l’installazione di una pompa per un pozzo, anche in questo caso alimentata con energia solare.
Chiara Giovetti

AGENDA 2030, L’ITALIA ARRETRA SU SEI OBIETTIVI
Rapporto Asvis 2025
L’Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile: lo ha detto lo scorso 22 ottobre Enrico Giovannini, direttore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis, durante la presentazione del rapporto 2025 all’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, a Roma. Il rapporto misura dal 2016 i progressi dell’Italia verso il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sdgs): su sei di questi – alimentazione, salute, acqua, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership – l’Italia è peggiorata rispetto al 2024, mentre risultano stabili o in lieve miglioramento otto obiettivi: lotta alla povertà, energia pulita, lavoro dignitoso, imprese e innovazione, città sostenibili, economia circolare, ecosistemi marini, pace e giustizia. Si registrano, infine, miglioramenti su istruzione, parità di genere e lotta al cambiamento climatico.
Al ritmo attuale, alcuni sotto obiettivi non saranno comunque raggiunti. Tra questi, ci sono il dimezzamento rispetto al 2019 del divario occupazionale di genere, la riduzione del 15% della dispersione nelle reti idriche, il raggiungimento del 42,5% di energia prodotta usando fonti rinnovabili, l’azzeramento del consumo di suolo e la riduzione del 50% dei feriti per incidenti stradali rispetto al 2019. Anche l’Unione europea è indietro: sul 37% degli Sdg, i ritardi accumulati sono tali da rendere improbabile il loro raggiungimento entro cinque anni.
«Le persone e le imprese vogliono andare in questa direzione», ha detto Giovannini riferendosi a una visione di Europa «con più unità, per essere più indipendenti, ma aperti al mondo, fermi nella difesa dei nostri valori, delle nostre libertà e della capacità di scrivere il nostro destino», aggiungendo poi che «apparentemente, non tutta la politica vuole andare in questa direzione».
Serve un salto, un’accelerazione: il rapporto propone una tabella di marcia e alcune leve per rimuovere gli impedimenti alla trasformazione.
La sostenibilità non è, sottolinea ancora Giovannini, una questione solo ambientale: ha come suoi pilastri la pace, la giustizia e i diritti. E, in un momento storico così difficile e conflittuale – di questo passo la spesa militare globale nel 2035 sarà pari a quattro o cinque volte quella registrata alla fine della guerra fredda – il richiamo a questi pilastri è un appello all’importanza del multilateralismo, «indispensabile per affrontare questioni globali come la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tutela della salute, la lotta alle pandemie, la gestione del crescente debito, soprattutto dei paesi in via di sviluppo».
Chi.Gio.
Per scaricare il rapporto: https://asvis.it/rapporto-asvis-2025

QUALE FINANZA DOPO SIVIGLIA?
Il multilateralismo non è mai stato così in crisi, eppure proprio l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali potrebbe aprire prospettive di collaborazione inattese, ad esempio nelle scelte di finanza per lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti che è emerso dal webinar organizzato lo scorso 15 ottobre dalla «Campagna 070», promossa da quattro reti di organizzazioni attive nella cooperazione: Focsiv, Aoi, Cini e Link2007.
Il relatore del webinar è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo per l’economia e ora copresidente del gruppo Onu sulla crisi del debito. Egli ha individuato alcune convergenze emerse alla quarta conferenza sulla finanza per lo sviluppo (Siviglia, 30 giugno – 3 luglio 2025). C’è stata, innanzitutto, convergenza sull’analisi della situazione: oggi, più che un aumento del debito si registra l’aumento dei costi del servizio del debito, cioè degli interessi da pagare. I Paesi debitori, quindi, hanno meno rischi di default sistemico – che dipende appunto dalla capacità di pagare o meno il debito alla scadenza prevista -, ma gli interessi sono un costo così esorbitante da impedire loro non solo di investire nello sviluppo, ma anche di garantire servizi essenziali. Altre convergenze hanno riguardato la necessità di alleviare il peso del debito attraverso varie forme di rinegoziazione e l’opportunità di rivedere i meccanismi per definire la sostenibilità del debito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (principalmente Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). Infine, c’è stata convergenza anche sull’ipotesi di promuovere quelli che in gergo si chiamano borrowers club, cioè piattaforme che permettano ai Paesi debitori di coordinarsi e scambiare informazioni: entità in un certo senso speculari a quelle che riuniscono i Paesi creditori, come il Club di Parigi, la cui influenza è stata molto estesa fino all’inizio di questo secolo e si è poi ridotta quando i creditori privati – banche, fondi di investimento, eccetera – hanno acquisito peso crescente.
Siamo in tempi diversi, ha detto Gentiloni, da quelli del Giubileo del 2000, in cui prese forma la campagna – promossa fra gli altri dall’allora presidente Usa Bill Clinton, dalla Santa Sede e da molte Ong – per la cancellazione del debito: oltre al ruolo dei privati, un’altra grande differenza è che oggi il principale creditore sovrano, la Cina, «esclude per principio la possibilità di una remissione del debito», anche se è «attiva sulle diverse forme di rinegoziazione».
Secondo l’ultimo rapporto Unctad@, nel 2024 il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo era di 31 mila miliardi. I loro pagamenti netti degli interessi sul debito pubblico sono stati di 921 miliardi; 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più in interessi sul debito che in istruzione o sanità.
Chi.Gio.
Per rivedere il webinar: https://www.youtube.com/watch?v=Z2Sr0ARAWRE&t=5s











































