Madagascar, la Gen Z tradita dai militari

Padre Jean Tuluba, missionario della Consolata, risponde alle nostre domande. Ci guida nel Paese dove la generazione Z continua a chiedere cambiamenti e soluzioni ai vecchi problemi dell’isola.

«Dopo alcuni mesi dal cambio di regime, nulla è cambiato rispetto al governo precedente: i giovani della Generazione Z che osano manifestare subiscono una dura repressione e alcuni addirittura spariscono. Oggi si parla di quattro giovani manifestanti arrestati e di due scomparsi». Così padre Jean Tuluba, missionario della Consolata congolese che lavora in Madagascar, riassume la situazione non rosea del Paese ad aprile, mentre scriviamo. I giovani della cosiddetta «Gen Z» – nati, cioè, dopo il 2000 – avevano avuto un ruolo chiave nel movimento di protesta che, fra settembre e ottobre 2025, aveva riempito le piazze malgasce@. Gridando «Leo délestage» («Basta blackout») e «Miala Rajoelina» («Vattene Rajoelina», cioè il presidente Andry Rajoelina), i manifestanti chiedevano la fine di disservizi come le continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza di acqua che, oltre a creare ovvi disagi, erano il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di affrontare e ridurre le profonde ingiustizie sociali nel Paese.

L’ondata di proteste autunnali, spiega padre Jean, aveva interessato soprattutto le grandi città, in particolare Antananarivo, Antsirabe, Fianarantsoa, Toamasina, Tulear, Diego Suarez. C’erano stati diversi episodi di violenza contro i manifestanti da parte delle forze dell’ordine e almeno ventidue persone erano state uccise. «Era stato in questo contesto che una parte dell’esercito, responsabile di tutta la logistica militare del Paese e guidata dal colonnello Michaël Randrianirina, si era rifiutata di reprimere i manifestanti e si era unita a loro contro la parte di forze armate rimaste fedeli al presidente Rajoelina». Randrianirina ha preso il potere dopo la fuga di Rajoelina, promettendo di migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma ha deluso le aspettative molto presto e i giovani ora si sentono traditi.
I ragazzi, riportava France24 lo scorso aprile, vedono nella repressione e negli arresti arbitrari «un segno che è il momento di tornare in strada»@.

padre Noè Cereda (mancato nel 2024) con le Suore discepole del Sacro Cuore a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja. © AfMC

La guerra in Iran

A peggiorare la situazione è arrivata ora la guerra in Iran: un’ulteriore dimostrazione – commenta padre Tuluba – che il mondo di oggi è interconnesso, come affermava già papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.

La conseguenza più visibile e tangibile della guerra è la carenza di carburante nelle stazioni di servizio. «Bisogna fare lunghe code e aspettare molto tempo, per poi ottenere una quantità minima di benzina». Questo alimenta la crisi politica e sociale, poiché molti cittadini che gestiscono piccole attività commerciali utilizzano generatori elettrici alimentati con il carburante, visto che l’infrastruttura, al momento, non è in grado di garantire una fornitura costante di elettricità. «Quindi, la logica è chiara: niente carburante, niente elettricità stabile, niente sviluppo per le piccole e grandi attività di produzione, niente commercio, niente mezzi per sopravvivere. Così la tensione sociale aumenta e c’è un nuovo rischio di implosione».

La crisi climatica

A questo si aggiunge che il Madagascar è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Gli ultimi due cicloni, Fytia e Gezani, ne sono un esempio concreto, in particolare dopo la devastazione, lo scorso 10 febbraio, della città portuale di Toamasina, distrutta all’80%. Continua il missionario: «Diciottomila abitazioni distrutte, 36 morti e molti feriti, 424mila sfollati (altre fonti dicono 60 morti e oltre mezzo milione di sfollati, ndr), strade e rete elettrica danneggiate, raccolti perduti.

Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha stimato i costi di ricostruzione in oltre 2 miliardi di dollari americani». Questo disastro ha un impatto considerevole sull’economia nazionale, sottolinea padre Jean, dato che la città di Toamasina ospita il principale porto del Paese.

Anche molte altre regioni subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In quelle meridionali ci sono zone semi desertiche dove piove troppo poco. Lì, la popolazione, che sopravvive quasi esclusivamente grazie all’agricoltura, non può produrre nulla senza acqua. In queste condizioni la fame raggiunge livelli molto elevati. «Nella nostra regione (la missione di Beandrarezona è nel Nord dell’isola, a oltre 1.100 metri di altitudine, ndr) non ci sono cicloni – spiga padre Jean -, perché siamo lontani dalle coste e in una zona molto montuosa. Quando c’è un ciclone, ne subiamo solo gli effetti a distanza: molta acqua ovunque a causa delle piogge lunghe e intense».

Un lavoro importante, nota padre Jean, sarebbe la sensibilizzazione della popolazione riguardo all’impatto del cambiamento climatico sulla vita delle persone, ma questa sensibilizzazione è ancora troppo scarsa.

«Le poche foreste rimaste vengono devastate ogni giorno dal taglio degli alberi per produrre legna da ardere e carbone per cucinare. Gli alberi non vengono sostituiti e questo fa presagire gravi conseguenze in un futuro non troppo lontano.

La sola sensibilizzazione, comunque, non è sufficiente, deve essere accompagnata da politiche pubbliche e sociali che aiutino la popolazione a provvedere ai propri bisogni senza distruggere l’ecosistema».

Beandrarezona, la scuola secondaria © AfMC

Una lunga crisi

La crisi politica del Madagascar dura da decenni, chiarisce padre Tuluba, e incide sulla vita di oltre 30 milioni di persone, tre quarti delle quali vivono al di sotto della soglia di povertà. La grande maggioranza è costituita da giovani: secondo i dati delle Nazioni Unite, il 68% della popolazione ha meno di 30 anni@.

La crisi politica e sociale, secondo l’analisi che emerge dai messaggi del 2024 e 2025 della Conferenza episcopale del Madagascar, è dovuta a diversi fattori, fra i quali la corruzione generalizzata, le diseguaglianze, la mancanza di ascolto e di rappresentanza politica (che crea un deficit di fiducia), i problemi strutturali irrisolti, la violenza, l’instabilità e la mancanza di sicurezza@.

Il tasso di disoccupazione per le persone fra i 15 e i 24 anni è intorno al 5%, ma a pesare è soprattutto l’elevata proporzione di lavoro informale, che rappresenta il 94% del totale. «I giovani studiano, ma poi non trovano opportunità per servire la loro nazione, non esiste una politica orientata all’inserimento e all’occupazione giovanile. Anche questo genera nei ragazzi molta frustrazione e il desiderio di far sentire la propria voce a modo loro, come si è visto alla fine dello scorso anno».

2023 costruzione scuola a Beandrarezona © AfMC

La presenza Imc

La storia della presenza dei missionari della Consolata in Madagascar, racconta padre Jean, «è un lungo percorso, che ha inizio con l’arrivo sull’isola di padre Antonio Noè Cereda, missionario della Consolata. Egli, dopo aver lavorato nella Repubblica democratica del Congo e in Italia come responsabile dell’Emi (Editrice missionaria italiana), alla fine del 1999 si è trasferito in Madagascar. Qui ha trascorso quasi 20 anni collaborando con le Suore discepole del Sacro Cuore, basate a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja, e ad Antananarivo, la capitale».

L’idea di una possibile presenza Imc sull’isola è nata nel 2010, durante la vista dell’allora vice-superiore generale padre Stefano Camerlengo@ ed è diventa concreta con l’apertura ufficiale nel 2018 e l’arrivo, il 13 marzo 2019, dei primi tre missionari: padre Jean Tuluba, padre Kizito Mukalazi dell’Uganda e padre Jared Makori Mayaka del Kenya.

Essi si stabilirono nella diocesi di Ambanja, nel piccolo villaggio di Beandrarezona, a quasi mille chilometri dalla capitale Antananarivo e a 300 dalla sede vescovile di Ambanja, nel Nord della grande isola@.

«Ma perché proprio il Madagascar? – si domanda padre Jean -. Per rispondere alla triplice motivazione dei missionari della Consolata. In primo luogo, essere fedeli alla propria identità di missionari ad gentes: nel Paese, i cattolici rappresentano il 28,5% della popolazione e solo il 3% nella nostra missione. In secondo luogo, per lavorare in un Paese che è un ponte tra l’Africa e l’Asia, con una parte della popolazione di origine africana e l’altra di origine austronesiana», cioè diffusa nella zona fra l’Oceania, l’Asia sudorientale e, appunto, il Madagascar@. «In terzo luogo, è un’occasione per i missionari africani di realizzare una missione africana in uno spazio culturalmente speciale e diverso».

Alluni della scuola di Bendrarezona © AfMC

Priorità alla formazione

Sono due le grandi priorità dell’Imc in Madagascar, continua padre Tuluba: l’annuncio esplicito del Vangelo e la promozione umana. Una delle prime opere realizzate è stata la scuola secondaria Notre dame de la Consolata, che ha aperto nel settembre 2024 e che accoglie gli studenti delle ultime tre classi della scuola secondaria, per un totale, oggi, di 34 studenti. «La scuola è per noi uno strumento fondamentale di evangelizzazione e formazione dei giovani in un mondo in continua evoluzione. Oltre alle materie previste dal programma scolastico nazionale, offriamo loro anche corsi sulle nuove tecnologie, con attrezzature moderne per l’apprendimento dell’informatica e delle lingue straniere, senza dimenticare la catechesi, per chi lo desidera». Per gli studenti i cui genitori non riescono a pagare la retta, è prevista la copertura parziale delle spese.

Alla scuola si affiancherà anche un progetto di sostegno alle donne e alle ragazze madri che i missionari intendono avviare a breve. Si tratterà di corsi professionali come sartoria, pasticceria e ristorazione «per aiutarle, attraverso piccole attività commerciali, a raggiungere l’autonomia economica e contribuire così al rafforzamento delle loro economie domestiche, che al momento sono troppo fragili».

Benedizione e mandato degli animatori e catechisti a Beandrarezona – © AfMC

Sviluppo a lungo termine

Gli obiettivi di sviluppo a lungo termine che i missionari si sono dati sono quelli di formare i giovani e di ridurre la vulnerabilità delle ragazze e delle donne del villaggio. «Molte adolescenti non completano gli studi secondari perché rimangono incinte molto presto e diventano madri prima di raggiungere la maggiore età». A collaborare con i missionari ci sono gli insegnanti, i genitori, le autorità locali, i privati e l’associazione svizzera Boky Mamiko, che visita la missione ogni anno e si fa carico delle spese scolastiche di una parte delle studentesse.

Alcune ragazze vivono in convitto presso il convento delle suore che collaborano con i missionari. C’è una richiesta pressante da parte dei genitori che chiedono un convitto anche per i ragazzi, dato che nelle loro case non c’è un ambiente che favorisca la concentrazione e lo studio. I missionari stanno, dunque, valutando di elaborare un progetto che includa la costruzione di un convitto anche per loro.

A livello sanitario, l’insufficienza dei servizi ha generato un’altra richiesta da parte della popolazione: la costruzione di una piccola clinica locale per consentire l’accesso a cure sanitarie di qualità alle popolazioni di Beandrarezona e dei villaggi circostanti. «Già ora, la nostra auto, l’unica sul territorio, viene spesso utilizzata come ambulanza per trasportare malati di ogni tipo nella vicina città di Bealanana, a 18 chilometri, affinché ricevano un minimo di cure».
A Beandrarezona c’è un centro sanitario di base non attrezzato e quasi abbandonato, che non consente di fornire assistenza adeguata ai pazienti che vi si recano. «Avere un dispensario ben attrezzato entro i prossimi cinque anni darebbe grande sollievo alle nostre popolazioni.

Per realizzare questi diversi sogni, contiamo sempre sul sostegno dei nostri vari collaboratori e su tutte le persone di buona volontà, che hanno nel cuore la nostra stessa preoccupazione di aiutare i fratelli e le sorelle di Beandrarezona e dintorni a vivere con dignità».

Chiara Giovetti

La torre dell’acqua a Beandrarezona – © AfMC



Tempo di imposte, tempo di solidarietà

Da maggio a ottobre, con diverse scadenze a seconda della categoria di contribuenti, si compilano le dichiarazioni dei redditi ed è possibile destinare il 5 per mille e l’8 per mille. Vediamo com’è andata l’anno scorso e quali novità ci sono.

Le novità più visibili per il 5 per mille 2026 sono due: l’aumento dei fondi e la soppressione delle Onlus. Il primo deriva da un innalzamento del tetto di spesa, ovvero la cifra che il governo si impegna a distribuire agli enti beneficiari, che passa da 525 milioni a 610 milioni di euro. L’incremento arriva anche dopo una campagna, «5 per mille, ma per davvero», promossa dalla rivista online Vita insieme ad altre 67 organizzazioni del Terzo settore italiano.

La campagna lamentava il fatto che, in base alle scelte dei contribuenti, il totale destinato agli enti arrivava a quasi 604 milioni di euro, ma poi il Governo ne distribuiva in effetti solo 525: tanto vale ribattezzarlo 4,3 per mille, polemizzava in un’intervista sul «Domani» uno dei sostenitori della campagna@.

La seconda novità di quest’anno, il superamento delle Onlus, è l’effetto della riforma del terzo settore che, con la legge delega 106 del 2016, ha riordinato la disciplina che regola il settore non profit e l’impresa sociale. Dal 1° gennaio di quest’anno, la qualifica di Onlus – Organizzazione non lucrativa di utilità sociale – è eliminata dall’ordinamento italiano. Gli enti qualificati come tali avevano tempo fino al 31 marzo 2026 per iscriversi al Registro unico nazionale del terzo settore (Runts), introdotto dalla riforma. L’alternativa era quella di cedere il proprio patrimonio a un altro ente simile, per garantire che le risorse venissero usate in modo coerente al motivo per cui sono state raccolte, cioè svolgere attività di interesse sociale. L’iscrizione al Runts, spiegava a marzo scorso un articolo@ sul sito Cantiere terzo settore, è necessaria anche per mantenere il diritto di ricevere i fondi del 5 per mille.

Con 5 per mille, ricordiamo, si indica la quota delle imposte – pari appunto al 5 per mille, o 0,5% – che lo Stato deve distribuire a una lista di enti su indicazione dei contribuenti, i quali esprimono la loro preferenza nella dichiarazione dei redditi.
I contribuenti possono scegliere fra realtà che operano in diverse categorie: enti del terzo settore (Ets, come la nostra fondazione), ricerca sanitaria, ricerca scientifica, associazioni sportive dilettantistiche, comuni, beni culturali e aree protette.

Ospedale di Wamba, Kenya (© AfMC)

Un tetto già sfondato

«Terzjus», un altro dei siti di riferimento sul terzo settore e le leggi che lo regolano, ha accolto con soddisfazione l’innalzamento del limite a 610 milioni, ma ha rilevato che, in prospettiva, si tratta di un tetto già sfondato, perché, secondo le previsioni basate sulle tendenze attuali, già nel 2028 i fondi assegnati con il 5 per mille potrebbero raggiungere i 628 milioni.

In una dettagliata disamina di fine gennaio scorso, Terzjus riportava che i cittadini che destinano il contributo sono in crescita: fra il 2022 e il 2024 il loro numero è aumentato di 1,4 milioni. Si tratta di circa 18 milioni di contribuenti: meno della metà dei 42 milioni che presentano la dichiarazione dei redditi; poco più della metà dei 35,5 milioni che versano almeno un euro di Irpef.

Quelli che firmano per il 5 per mille, sono di più dei 17 milioni che destinano l’8 per mille – il «sorpasso» è avvenuto nel 2024 – e sono contribuenti disciplinati e motivati: l’84% non si limita infatti a indicare la categoria, ma scrive il codice fiscale di un ente, segno di consapevolezza e conoscenza della realtà che si vuole sostenere@.

Un altro elemento che fa prevedere un prossimo sfondamento del nuovo tetto, nota ancora Terzjus, riguarda poi l’aumento degli enti: grazie soprattutto all’entrata in funzione del Registro unico, gli ammessi a ricevere i fondi del 5 per mille sono aumentati del 36% fra il 2022 e il 2024 arrivando a quota 68mila: tre quarti dei 91mila enti esistenti.

Migranti arrivati a Oujda in Marocco (© AfMC)

Com’è andata nel 2024

Nel 2025, gli enti hanno ricevuto la loro quota di contributo per l’anno finanziario 2024. Guardando le tabelle dei beneficiari dal 2020 al 2024, le prime tre posizioni sono occupate da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro ed Emergency, che sono le prime tre nello stesso ordine dal 2020.

Airc aveva ricevuto 68,5 milioni nel 2020. Nel 2025 ne ha ricevuti 71,8. La Fondazione è passata da 11,9 a 12,2 milioni, con un picco di 12,4 nel 2022. Emergency è invece in lieve calo, dagli 11,6 milioni del 2020 ai 10,6 attuali, dopo un picco di 12 milioni nel 2022.

Segue poi la Lega del filo d’oro che ha raccolto 9,3 milioni ed è stabilmente al quarto posto dal 2021, mentre al quinto c’è l’Associazione italiana contro le leucemie, che nel 2024 ha ricevuto 8,7 milioni ed è subentrata nel 2023 all’Istituto europeo di oncologia, che si trova ora al sesto posto. Nelle posizioni dalla settima alla decima ci sono Medici senza frontiere (Msf), la Fondazione italiana sclerosi multipla, Save the children Italia e la Fondazione dell’ospedale pediatrico Anna Meyer, che si sono avvicendati in queste quattro posizioni nel quinquennio, con l’eccezione di Msf, passata dal quarto al sesto e poi al settimo posto.

I primi dieci enti ricevono insieme 142milioni, circa il 28% del totale: questa, commenta Terzjus, è una criticità, alla quale si aggiunge, all’estremo opposto, la presenza di oltre 8mila enti che non ricevono firme e di un 43% che riceve meno di 500 euro.

Razionalizzare

La riforma e l’attivazione del registro del Terzo settore dovrebbero contribuire a razionalizzare la situazione di questi ultimi enti: nella lista degli Ets consultabile sul sito del Runts, a fine marzo c’erano 141.698 nominativi. Tra questi, erano accreditati per accedere al 5 per mille in poco meno di 72 mila (quindi 4mila in più rispetto alla cifra citata sopra). Il registro riportava, però, altri 9mila enti ai quali era stato negato il passaggio a Ets. Segno, questo, che tali organizzazioni non avevano superato le verifiche sul rispetto dei criteri per entrare nel Runts, ad esempio non erano state in grado di fornire la documentazione necessaria.

D’altra parte, nel 2023 si era registrata una crescita anomala degli enti che avevano ricevuto preferenze dai contribuenti, ma erano poi stati esclusi dal 5 per mille del 2022, anno nel quale le richieste di iscrizione al Registro unico erano nel momento di picco.

Gli enti esclusi nel 2023 erano circa 8mila. Fra i motivi dell’esclusione il segretario generale di Terzjus, Gabriele Sepio, citava, tra gli altri, il fatto che 2mila enti erano risultati inesistenti.

In sostanza, dunque, la razionalizzazione che passerà dal Runts non sarà tanto una riduzione del numero di organizzazioni, quanto piuttosto una verifica sulla loro effettiva esistenza e capacità di rispettare i criteri.

Anche se quest’ultima condizione, a detta di alcuni osservatori, si scontra con la complessità delle procedure, che mettono in difficoltà specialmente gli enti più piccoli e composti solo da volontari che non sempre hanno le competenze tecniche, o anche solo il tempo, per affrontare formulari online, firme digitali e adeguamenti dei documenti fondativi come lo statuto.

Bambini delal scuola della missione d iArvaiheer in Mongolia (© AfMC)

Come va l’8 per mille

Oltre al 5 per mille agli enti di cui abbiamo parlato finora, i contribuenti possono destinare un’altra quota delle loro imposte, pari allo 0,8% o 8 per mille, scegliendo fra lo Stato, la Chiesa cattolica e altre 12 confessioni religiose.

Il meccanismo è diverso da quello del 5 per mille: non c’è un tetto, viene distribuito l’8 per mille anche di coloro che non fanno una scelta (secondo le percentuali di chi la esprime).

Così, i quaranta contribuenti su cento che esprimono una scelta decidono anche per i sessanta che non la esprimono.

Questo crea un effetto distorsivo: lo Stato riceve 4,1 milioni di scelte, cioè circa una firma su dieci rispetto alla platea totale di 41,5 milioni di contribuenti. Però, visto che tali firme sono un quarto del totale delle scelte, lo Stato riceve un quarto dei fondi, non solo un decimo. Lo Stato riceve quindi 376 milioni di cui 153 milioni, cioè il 40%, generato dalle scelte dirette dei contribuenti, mentre gli altri 223 milioni, cioè il 60%, gli vengono dalla ripartizione dei fondi non destinati.

È la Chiesa cattolica a ricevere da anni la quota più grande: l’ultimo dato, cioè quello del 2025 che ha riguardato l’anno finanziario 2021, mostra un ritorno della Chiesa oltre il miliardo di euro (1.014.954.678, per l’esattezza), dopo una discesa sotto questa soglia nell’anno precedente, quando il contributo si era fermato a 911 milioni.

Anche nel caso della Chiesa, la parte più consistente dei fondi non deriva dalle scelte espresse, ma dalla distribuzione proporzionale che porta alla Chiesa cattolica 623 milioni oltre ai 430 milioni destinati esplicitamente dai contribuenti: il 69% dei fondi totali con il 28% delle scelte espresse@.

Il rendiconto della Chiesa cattolica

La Chiesa rendiconta ogni anno le spese sostenute con i fondi ricevuti dall’8 per mille perché, si legge sul sito@, «ce lo chiede una legge dello Stato, ma lo facciamo in maniera ancor più chiara e dettagliata perché crediamo nei valori di trasparenza e partecipazione».

Nel più recente rendiconto consultabile sul sito, il capitolo di spesa più grande è il sostentamento dei sacerdoti, che richiede il 37,3% dei fondi, ovvero 389 milioni che servono per «garantire una remunerazione dignitosa a tutti i sacerdoti italiani (un salario medio di circa 12.500 euro all’anno per ogni sacerdote, ndr), cioè 28.500 sacerdoti in servizio nelle Diocesi, 2.500 sacerdoti anziani o malati e 287 sacerdoti cosiddetti fidei donum che sono in missione in paesi a basso e medio reddito.

Segue il capitolo delle esigenze di culto e pastorale della popolazione italiana: poco meno di 381 milioni di euro, di cui 100 milioni per l’esercizio della cura delle anime e 97 milioni per gli interventi su edifici esistenti.

Vi è poi il capitolo degli interventi caritativi, per totali 275 milioni, di cui 150 milioni per interventi in Italia, anche attraverso le Caritas, e 80 milioni destinati a iniziative nel mondo attraverso la Conferenza episcopale italiana e, in particolare, il suo Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli (prima chiamato Servizio per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo). Oltre la metà dei fondi, cioè 42 milioni, va a progetti in Africa, circa un quarto (21 milioni) in Asia, 15 milioni in America Latina, 4 milioni al Medio Oriente e 288mila euro all’Europa orientale.

Scuola di Alaba in Addis Abeba, Etiopia (© AfMC)

8 per mille allo Stato

L’8 per mille allo Stato è passato dai 99 milioni di euro del 2008 ai 375 del 2025. Lo scorso 4 marzo, sul sito della Presidenza del consiglio sono apparsi i decreti che assegnano le risorse dell’8 per mille 2024, per un totale disponibile di poco sopra i 137 milioni di euro, di cui 77 milioni sono già stati assegnati a 125 progetti@.

Queste cifre non includono i fondi destinati all’edilizia scolastica – intorno ai 60 milioni di euro nel 2024@ – affidati direttamente al ministero dell’Istruzione.

Le quote più significative sono andate per ora alla prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze, con il 43% dei fondi. Seguono calamità naturali e conservazione dei beni culturali, rispettivamente al 32% e 31%. L’assistenza ai rifugiati è al 7% se si guarda alla disponibilità dei fondi, ma per ora dei 9 milioni disponibili ne sono stati assegnati solo poco meno di due.

La fame nel mondo, tema collegato alle attività di cooperazione allo sviluppo, è al penultimo posto, con una quota del 12% per 31 progetti ammessi al finanziamento con 9,4 milioni di euro, mentre i progetti esclusi sono 80.

Lo scorso luglio, il sito di informazione Info-cooperazione ha commentato l’uso delle risorse in un articolo dal titolo «8×1000 statale, risorse importanti gestite male». Il primo problema rilevato dal sito è la centralizzazione delle procedure presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo, una struttura interna alla presidenza del Consiglio. Il Governo rinuncia così ad avvalersi della competenza delle proprie amministrazioni specializzate, ad esempio l’Agenzia per la cooperazione.

C’è poi la questione dei requisiti per valutare i progetti, che sono così rigidi da aver determinato l’esclusione del 70% delle proposte. Essi starebbero spingendo le organizzazioni a rinunciare a presentare nuove iniziative. Infine, le nuove regole richiedono che i progetti per la lotta alla fame si concentrino sui Paesi già inclusi nel Piano Mattei, l’iniziativa di cooperazione avviata dal Governo nel 2024. In questo modo le organizzazioni di cooperazione sono costrette a progettare interventi coerenti con il Piano stesso, pena l’esclusione dal finanziamento@.

Chiara Giovetti

Lavori alal missione di Kapalanga, Viana, Angola (© AfMC)



Un mondo senza Onu?

Da mesi si moltiplicano gli allarmi sulla mancanza di fondi. A rischio le attività a sostengo dell’educazione e della sanità. Ma anche la risposta alle emergenze umanitarie. In un mondo senza Onu, chi e come risponderebbe a quei bisogni?

«Gli Stati membri devono concordare una revisione delle norme finanziarie dell’Onu, oppure accettare la prospettiva molto concreta del suo collasso finanziario».@ Così lo scorso gennaio il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Manuel de Oliveira Guterres, ha riassunto in una lettera agli Stati membri la situazione critica in cui si trova l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che a luglio potrebbe terminare i fondi necessari per funzionare.

Guterres, pur senza nominarli nella lettera, si rivolge in particolare agli Usa, che del budget ordinario dell’Onu coprono da soli oltre un quinto, e che oggi sono responsabili del 95% delle quote non versate. Queste ammontano a circa 2,2 miliardi di dollari, cifra che si ottiene sommando i 767 milioni dovuti quest’anno agli arretrati degli anni precedenti. A questi si aggiungono altri 1,8 miliardi di dollari che gli Stati Uniti non hanno pagato per le operazioni di mantenimento della pace. Totale: quattro miliardi di dollari@.

Il ritardo nei pagamenti degli Stati Uniti non è una novità: ha cominciato a manifestarsi negli anni Ottanta del secolo scorso, e nel 2024, quando il presidente era Joe Biden, gli Usa avevano un debito con l’Onu intorno al miliardo di dollari. Ma questa odierna, precisa il Segretario generale, non è una semplice crisi di liquidità come ce ne sono state in passato: stavolta ci sono Stati membri che, oltre a non avere versato la loro parte – questo era già successo -, hanno annunciato formalmente di non volerla versare. Gli Stati Uniti, appunto, e la Russia, che però incide dieci volte meno.

Ai mancati versamenti si aggiunge poi una norma finanziaria, risalente al 1945, che riduce ancora la disponibilità di fondi, imprigionando l’organizzazione in un «circolo vizioso kafkiano»: nel caso in cui l’organizzazione non spendesse gli stanziamenti dell’anno, infatti, dovrebbe restituire agli Stati membri ciò che non ha speso, anche se in realtà non ha mai ricevuto quei fondi, che sono, appunto, stanziati, assegnati, ma non sempre disponibili. Per il 2026, i fondi che l’Onu dovrebbe restituire sono pari a circa 300 milioni di dollari.

Bambibi Turkana e Samburu a Loyangallani, Kenya

Il bilancio dell’Onu

Per capire in che modo questa riduzione dei fondi limita il lavoro dell’organizzazione è utile ricordare rapidamente, e semplificando molto, in che modo le Nazioni Unite si finanziano. Come riporta il sito@ dell’organizzazione Better world campaign (Bwc), fondata e sostenuta dall’imprenditore dei media, filantropo e fondatore dell’emittente televisiva Cnn, Ted Turner, i finanziamenti degli Stati membri provengono da due fonti principali: i contributi obbligatori e quelli volontari.

I primi vengono stabiliti dall’Assemblea generale in base alla capacità di pagamento di un Paese, calcolata combinando diversi parametri, fra cui il Pil, il debito e le dimensioni della popolazione. Questi finanziano il grosso del cosiddetto bilancio ordinario (regular budget), che sostiene soprattutto il Segretariato, cioè la parte esecutiva dell’organizzazione, che si occupa di coordinare le risposte alle emergenze umanitarie e far funzionare le relazioni diplomatiche. Per il 2026, il bilancio ordinario è di 3,45 miliardi di dollari, in calo del 7% rispetto al 2025.

Le operazioni di mantenimento della pace, infine, sono sostenute da contributi obbligatori e invio di personale militare (peacekeeping operations). I Paesi che inviano soldati, invece di denaro, ricevono un rimborso. Per il 2026, gli stanziamenti per queste operazioni sono di 5,38 miliardi di dollari.

In totale, i contributi obbligatori ammontavano a circa 13 miliardi di dollari nel 2024 (ultimo dato consolidato disponibile).

Nello stesso anno 2024 i contributi volontari sono stati quasi 47 miliardi: il grosso della raccolta annuale, quindi. I contributi volontari si suddividono tra vincolati e non vincolati: Bwc li definisce la linfa vitale delle agenzie umanitarie e di sviluppo. Le agenzie che, insieme, ricevono oltre la metà dei fondi sono quattro: Programma alimentare mondiale (Wfp), Unicef, Programma Onu per lo sviluppo (Undp) e Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr).

Nel bilancio Onu 2024 sono inclusi, infine, i ricavi da altre attività (7,7 miliardi nel 2024), generati, ad esempio, da fornitura di servizi, investimenti e fluttuazioni dei tassi di cambio.

Il totale dei ricavi dell’Onu risulta dalla somma di queste componenti: contributi obbligatori, volontari e ricavi da altre attività. Esso è passato dai poco meno di 40 miliardi del 2011 ai 68 miliardi del 2024, con un picco di oltre 74 miliardi nel 2022@.

Mingranti accolti e rifocillati a Oujda in Marocco.

Interruzione di servizio

La principale vittima del possibile collasso di cui parla Guterres sarebbe il Segretariato sostenuto dai contributi obbligatori. Se questi non arriveranno, ad agosto 2026 gli uffici al Palazzo di vetro dovranno chiudere, il Consiglio di sicurezza dovrà riunirsi altrove, la sessione dell’Assemblea generale di settembre sarà annullata e smetterà di funzionare anche l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), solo per citare gli effetti più vistosi.

Nel corso degli anni», ha spiegato Farhan Haq, uno dei portavoce del Segretario generale, «abbiamo dovuto arrangiarci e utilizzare tutti i fondi a nostra disposizione per mandare avanti le nostre attività. […]. Non disponiamo delle riserve di liquidità necessarie per continuare a funzionare come abbiamo fatto negli anni precedenti@».

Se questi uffici non funzionano, non funziona ad esempio il coordinamento degli interventi umanitari, cioè non c’è un centro che aiuti le agenzie specializzate a lavorare insieme per rispondere a crisi umanitarie, come quelle causate dalle guerre o dagli eventi climatici estremi.

Se l’allarme lanciato da Guterrez a gennaio rispecchia una situazione inedita per gravità e urgenza, perché rischia di decapitare l’organizzazione bloccandone la capacità operativa, la riduzione dei fondi all’Onu è un problema diffuso che tocca anche direttamente le agenzie, non solo il Segretariato.

Ad esempio, il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), imposto dal presidente Donald Trump con un ordine esecutivo del gennaio 2025, è entrato in vigore a febbraio. È presto per dire quali saranno gli effetti sulla salute globale, ma nel 2024 il governo degli Usa aveva dato all’Oms un totale di 588 milioni di dollari sul totale di circa 3,2 miliardi: il 18% del budget dell’organizzazione.

Lo scorso 8 gennaio, Trump ha firmato un altro ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti da diverse organizzazioni internazionali, fra cui 31 delle Nazioni Unite@.

La necessità di ridurre la dipendenza del sistema Onu dagli Stati Uniti e il declino nella credibilità dell’organizzazione dovuto a inefficienza, scandali e sprechi sono tutti temi che meritano una profonda riflessione oltre ad azioni urgenti di riforma. Ma, fa notare ancora Better world campaign, i contributi del governo Usa al bilancio ordinario delle Nazioni Unite hanno fin qui rappresentato una quota pari allo 0,2% del bilancio federale: il costo per ciascun cittadino americano di circa la metà di un latte macchiato.

Distribuzione di cibo in tempi di siccità nel Samburu, Kenya

Gli effetti sul campo: Kenya e Tanzania

Secondo i dati consultabili sul sito delle Nazioni Unite in Kenya@, le risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel 2024 erano circa un miliardo di dollari. I fondi a disposizione nello stesso anno sono risultati essere 657 milioni di dollari e la spesa è stata di 528 milioni. Un terzo ha finanziato i programmi relativi all’obiettivo 2 per la riduzione della fame, il 16% è andato alle iniziativi legate all’obiettivo 3 sulla salute e il benessere, il 14,5% alle iniziative dell’obiettivo 5 per la parità di genere. Queste sono state le tre voci più consistenti.

Per dare un ordine di grandezza, basta pensare che nell’anno fiscale 2023/2024 il bilancio del Kenya@ era di circa 3.680 miliardi scellini, pari a 29 miliardi di dollari.

È presto per misurare i possibili effetti di quello che peraltro ancora non si può definire un ritiro definitivo delle Nazioni Unite, ma i missionari sul campo cominciano a immaginare possibili scenari. Il Sagana technical training institute, nella contea di Kirinyaga, spiega padre John Gachoki, «non riceve direttamente fondi da programmi Onu, ma molte strutture che lo circondano dipendono direttamente o indirettamente dalle agenzie delle Nazioni Unite». Se la mancanza di fondi dovesse interessare le strutture sanitarie pubbliche, i missionari si aspettano una riduzione delle campagne di vaccinazione (tra cui il tetano), delle attività di prevenzione e cura dell’Hiv/Aids, inclusa la distribuzione di farmaci antiretrovirali, e una conseguente forte pressione su farmacie e centri sanitari privati della contea, oltre che minori iniziative di sensibilizzazione sulla salute all’interno degli istituti educativi.

Da Loyiangalani, villaggio sul Lago Turkana, nel nord nel Paese, padre Abel Yoseph condivide le preoccupazioni del confratello riguardo ai programmi di prevenzione dell’Hiv e segnala che le Nazioni Unite sostengono, insieme ad altri donatori, anche dei programmi di risoluzione del conflitto fra gruppi etnici in aree come il Turkana: «Senza questi programmi di pacificazione, la situazione sarebbe compromessa», poiché i gruppi di mediatori non potrebbero più raggiungere le persone e sarebbe più probabile un aumento delle tensioni interetniche.

Anche in Tanzania gli effetti non sono ancora misurabili ma, spiega la responsabile dell’ufficio cooperazione Imc nel Paese, Modesta Kagali, «la crisi finanziaria delle Nazioni Unite rischia di avere ripercussioni, poiché il governo della Tanzania riceve fondi per progetti umanitari e di sviluppo in settori quali l’agricoltura, l’istruzione e la sanità». In questo ultimo settore, in particolare, «attraverso il Governo i nostri dispensari e l’ospedale di Ikonda hanno ricevuto aiuti per i programmi contro l’Hiv/Aids e la tubercolosi, e un’eventuale cessazione del sostegno avrà ripercussioni in termini di distribuzione di farmaci, test per l’Hiv e la tubercolosi, disponibilità di equipaggiamento e di attrezzature». La situazione del personale che lavora nel programma contro l’Hiv è molto precaria, perché è assunto e retribuito dal Stato. Dal 2021, la clinica per l’Hiv del Consolata Ikonda hospital ha fornito più di 44mila consulenze gratuite: servizi che sarebbero a rischio se le forniture di farmaci e i finanziamenti del programma dovessero cessare.

Migranti warao dal venezuela a Boa Vista in Roraima, Brasile

Migranti e rifugiati, il caso di Boa Vista

«Qui l’Onu continua a essere presente, ma con forti pressioni di bilancio», dice padre Juan Carlos Greco, impegnato nell’equipe che lavora con i migranti venezuelani a Boa Vista, nel nord del Brasile. Il suo punto di vista si basa sull’esperienza nell’Asemir, Articolazione ecclesiale dei servizi per migranti e rifugiati, rete coordinata dai missionari della Consolata, dalla fondazione gesuita Fe y Alegría e dalla Caritas diocesana, che coinvolge altre 10 istituzioni. «Alcune organizzazioni hanno sofferto per il taglio dei fondi che l’Unhcr trasferiva loro per le procedure necessarie a ottenere il “pre documento”, cioè il primo documento ufficiale rilasciato dalla Polizia federale (Pf) agli stranieri che cercano protezione internazionale, attività che queste organizzazioni svolgevano con l’aiuto di professionisti. Il lavoro viene svolto ora dal Servizio pastorale migranti solo con volontari.

Le stime per il 2026@- continua padre Juan Carlos – dicono che per mantenere queste attività di assistenza umanitaria in Brasile servono 113 milioni, da destinare principalmente a salute, istruzione, protezione dell’infanzia e disponibilità di rifugi (abrigos): nonostante i fondi siano passati dai 98 milioni di dollari del 2021 ai 113 stimati per il 2025, le lacune nei servizi sono tante: manca cibo, i programmi scolastici sono poco efficaci, ci sono episodi di violenza all’interno dei rifugi e anche la situazione della sicurezza è preoccupante a causa della presenza di gruppi criminali».

Il Brasile sta cercando con la sua nuova politica migratoria di rendere strutturale la risposta alla domanda d’accoglienza e di assumere un ruolo più autonomo dalle organizzazioni internazionali. Il rischio è che, senza finanziamenti sufficienti, le città di confine come Boa Vista debbano affrontare un sovraccarico nei servizi sanitari, educativi e abitativi. Lo stato di Roraima concentra già ora il 61,2% di tutte le richieste di asilo in Brasile, oggi anche e soprattutto presentate da cittadini cubani. «Il futuro dipenderà dalla capacità del Governo brasiliano di attrarre il sostegno del settore privato e della società civile, dalla collaborazione fra differenti livelli di governo», cioè fra il Governo federale e quello statale, «dalla cooperazione regionale per gestire i flussi migratori, dalla continuità nelle politiche inclusive che evitano l’emarginazione dei rifugiati e dal contrasto alla corruzione».

Chiara Giovetti

Bambini Warao a Boa Vista con richiesta di aiuto



La Bolivia post socialista fra dialogo e incertezza

Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, racconta la sua esperienza in Bolivia, dove ha vissuto dal 2013 al 2023, e fornisce qualche chiave di lettura del presente.

«Quando arrivai in Bolivia, nel 2013, il Paese era un laboratorio a cielo aperto, impegnato a rendere concreti i principi sanciti dalla Costituzione del 2009, che riconosceva l’esistenza, il valore e il diritto a vivere (secondo la loro cultura) dei popoli originari». Suor Stefania Raspo è una missionaria della Consolata che oggi è in Italia come consigliera generale del suo Istituto. Descrive così il fermento che animava il Paese nei primi anni di questo secolo, dopo che il cammino popolare guidato dal Movimiento al socialismo, Mas, il partito di sinistra fondato dal leader indigeno di etnia aymara, Evo Morales@, aveva portato alla redazione di una nuova Costituzione. Il primo articolo definiva la Bolivia Stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario@.

C’era un’alchimia, continua suor Stefania, che univa una forte identità di popolo a uno sforzo di riappropriazione di quella stessa identità a livello politico e sociale. I colonizzatori spagnoli e, dopo di loro, l’élite fondatrice della Repubblica nel XIX secolo, avevano impedito in modo sistematico ai popoli originari di godere degli stessi diritti della popolazione di origine europea. Questi popoli rappresentano tuttora una grossa parte della popolazione: secondo il censimento del 2024, su 11,3 milioni di boliviani, sono stati 4,3 milioni i cittadini che hanno risposto di autoidentificarsi come appartenenti a un popolo indigeno originario: il 38% del totale. I gruppi etnici più consistenti sono i popoli Quechua, Aymara e Guaraní. I primi due vivono principalmente nella zona dell’Altopiano e contano circa 1,6 milioni di persone ciascuno, mentre il popolo guaraní, il terzo più numeroso, conta 103mila persone.

La scuola plurinazionale

Un esempio molto chiaro dell’alchimia fra l’identità di popolo e la sua declinazione in chiave sociopolitica è quello della riforma del sistema scolastico. Suor Stefania ha potuto osservare più da vicino rispetto ad altri settori, grazie a una lunga collaborazione con i maestri rurali della zona di Vilacaya, dipartimento di Potosí, nella parte del Paese occupata dalle Ande, dove ha lavorato dal 2013 al 2023.

La riforma doveva adattare il sistema educativo, sia pubblico che privato, ai valori della nuova Costituzione. Doveva farlo mettendo insieme la lingua e le conoscenze dei popoli originari, con lo studio in lingua spagnola e anche in inglese. Il risultato è stato una scuola trilingue, che aveva programmi specifici a seconda dell’area geografica.

«Tutto questo ha richiesto un grande sforzo di aggiornamento da parte dei maestri – racconta suor Stefania -, che hanno dovuto rimettersi a studiare. E ha anche permesso a molti di loro di prendersi una laurea».

Se per diventare maestri era bastato loro un titolo di scuola secondaria acquisito con un corso di 4 anni, il nuovo Programma di formazione complementare (Profocom) per gli insegnanti in servizio, totalmente finanziato dallo Stato, permetteva a maestre e maestri di formarsi ottenendo al contempo il titolo accademico di Licenciatura (laurea, appunto)@.

Ci sono state anche delle resistenze: «Lasciare una forma mentis per entrare in un’altra non incontrava l’interesse e la visione politica e socioculturale di tutti. Ma è stato bello assistere a questo sforzo di valorizzare le culture all’interno di un sistema educativo che fosse anche aperto al mondo».

La Bolivia e il mondo

Il mondo, a sua volta, si è aperto alla Bolivia nel decennio che suor Stefania ha passato a Vilacaya. Un esempio è quello delle telecomunicazioni: «Quando sono arrivata, c’era solo il collegamento, senza internet, e per trovare il segnale bisognava camminare fino alla cima di una collina. Dieci anni dopo c’erano antenne 4G un po’ ovunque».

La rete e la disponibilità di smartphone sta cambiando la vita delle persone di Vilacaya, ma molto lentamente: si tratta comunque di una zona senza grandi traffici commerciali, dove continua a restare viva la pratica del baratto. Solo di recente si è diffuso l’uso del denaro e sono arrivate le carte di debito, preferite soprattutto dalla parte più giovane della popolazione, la quale tende anche a usare di più la lingua spagnola rispetto alle generazioni precedenti.

Diverso è il ritmo a cui si muove l’economia nelle valli orientali, i cosiddetti Llanos, la zona che confina con il Brasile e che ha visto, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, una decisa accelerazione incentrata sull’allevamento e sulla produzione agricola, in particolare di riso.

Con il suo maggior peso economico, la zona delle valli orientali ha iniziato ad avere anche un maggior peso politico, che nel passato si era invece concentrato nella zona andina, o Altipiano, e sub andina (le Valles)@, dove si trovano le miniere di metalli e le riserve di gas naturale, che sono state, tuttora sono, le voci trainanti dell’economia.

Questo affermarsi delle valli orientali, in un certo senso, costringe a bilanciare la visione diffusa della Bolivia come Paese andino: «Lo è, certo: per un terzo del suo territorio», spiega suor Stefania, «ma non bisogna dimenticare che due terzi della superficie della Bolivia sono Amazzonia». Rientrano nel cosiddetto bioma amazzonico, ovvero il complesso di ecosistemi in cui prevale la foresta pluviale, ma che include anche altri ecosistemi, come savane e praterie.

L’Amazzonia si estende su nove stati dell’America meridionale@ e sta subendo anche nella sua parte boliviana una forte deforestazione.

Quale Bolivia dopo il socialismo?

Lo scorso novembre, dopo vent’anni di governo del Mas, un politico di destra moderata ha vinto le lezioni. Si chiama Rodrigo Paz Pereira e il suo slogan è «capitalismo para todos», che – come ha scritto Missioni Consolata@ all’indomani delle elezioni – consisterebbe in un’apertura al libero mercato senza dimenticare le riforme sociali del Mas che hanno permesso a molte persone di uscire dalla povertà estrema.

«Se fino ad agosto la Bolivia era allineata con i Paesi socialisti dell’America Latina, a cominciare da Venezuela e Cuba», dice suor Stefania, «il primo atto del nuovo presidente è stato quello di avvicinarsi agli Stati Uniti, fino a quel momento il principale avversario». È presto, secondo suor Stefania, per dare qualunque giudizio su questo governo. Quel che è certo, però, è che Paz eredita un Paese con una crisi economica molto profonda e una grave mancanza di liquidità. «Lo stato dava sussidi alle importazioni del carburante coprendone la metà del costo, questo ha dissanguato le casse pubbliche. Ora la destra ha tolto queste sovvenzioni, anche spinta dalle imprese, che preferiscono avere benzina e gasolio al doppio del prezzo di prima che non averne per niente». Il risultato, riportava Bbc Mundo a dicembre, è che la benzina è passata da 0,53 dollari a un dollaro al litro e il gasolio a 1,58 dollari@.

Proprio sui temi economici sono iniziate le tensioni fra il governo e la Central obrera boliviana, Cob, il potente sindacato che anche negli anni di Morales ha organizzato numerose proteste e blocchi stradali che, non di rado, sconfinavano nello scontro fisico fra manifestanti e polizia.

«Forse è solo un’impressione», continua suor Stefania, «ma mi sembra che questo governo stia provando a negoziare di più del precedente con le parti sociali: la legge di bilancio del 2025 è stata modificata anche in base al confronto e al dialogo con i sindacati».

Il dialogo con i popoli originari

Il dialogo è il grande protagonista del racconto di suor Stefania e, più in generale, del lavoro delle suore della Consolata in Bolivia. «Come Missionarie della Consolata, nel nostro vivere con i popoli nativi puntiamo molto al dialogo interculturale. A noi piace chiamarlo “dialogo interspirituale”, anche se il termine non esiste. Significa condividere le esperienze dell’incontro con Dio». Un tratto tipico della missione ad gentes che, assicura la missionaria, arricchisce tantissimo. Antropologa di formazione, ha trovato in questo dialogo anche un valido alleato per i suoi studi: dopo la laurea in filosofia con indirizzo antropologico a Torino, ha avuto la possibilità di perfezionarsi proprio in Bolivia, con un lavoro sull’esperienza del divino e del sacro, approfittando di un approccio alla disciplina «molto localizzato, come è comune in America Latina, dove l’antropologia cerca di distinguersi dalla matrice delle due grandi scuole, quella inglese e quella statunitense».

Lontano dall’essere solo un esercizio teorico, il dialogo interspirituale è un «dialogo di vita, del giorno per giorno, con il vicino di casa, con le persone che incontri, scoprendo delle ricchezze grandissime che ti insegnano a crescere nella fede e nel rapporto con Dio». 

La zona di Vilacaya è ancora molto legata alle proprie radici ancestrali e lo si vede specialmente in due aspetti: la relazione con i santi, «molto inculturata nella realtà e nella cosmovisione locali», e quella con la Madre Terra, che fonda l’esistenza e dà significato a tutto. Da questo emerge una devozione vissuta in modo molto «vivo ed esistenziale», una capacità di fede e di relazione con l’altro che riesce a essere sia immediata che profonda.

Questa devozione si è codificata anche in momenti di ritualità, ma è ancora una volta il dialogo del giorno per giorno che ha fornito a suor Stefania gli esempi più potenti: «Le persone in quelle zone sono in genere molto pacate nell’esprimersi, ma ricordo l’intensità con cui, una volta, un signore mi parlò della sua relazione con la Madre Terra: mimava con le mani il gesto del raccogliere i doni della terra e quello del ringraziare. Si emozionò nel farlo, e fece emozionare anche me. Qualcuno definisce idolatria i culti della Madre Terra, a me sembra invece una capacità di entrare in contatto con tutto quello che ci circonda. Una capacità che avevamo anche noi – io ricordo di averla assaporata con la mia famiglia, per via delle mie origini contadine – ma l’abbiamo un po’ persa per strada».

Fare con gli altri

Se si lavora a livello pastorale in America Latina, riflette suor Stefania, ci si trova quasi sempre a dover coprire spazi enormi con pochi agenti pastorali e a volte si rischia di perdersi un po’ nel correre di qua e di là. Ma concentrarsi sul dialogo aiuta anche a contenere questo rischio: «Sono i maestri rurali, che conoscono bene tutte le famiglie e le problematiche, ad averci fatto da ponte per capire i bisogni delle comunità». E il bisogno più chiaro era quello del sostegno all’istruzione.

L’area di Vilacaya è molto colpita dal cambiamento climatico e dalla desertificazione, che va avanti da 40 anni: il verde scompare e resta il deserto. Questo è ovviamente un problema per una società contadina, che si impoverisce perché non è più in grado di vivere con i prodotti della terra. Spesso la sola possibilità è la migrazione, stagionale o definitiva, e nei villaggi restano solo le persone più umili. «Le scuole primarie sono piccole, ma ci sono, e le comunità hanno indicato come bisogno prioritario quello di sostenere i ragazzi nello studio, sia con materiale e risorse didattiche, sia con l’alimentazione». In questo secondo caso, le iniziative delle suore sostengono le mense, oppure il solo programma di merenda, «che di fatto è un pasto a tutti gli effetti, come riso e lenticchie o un piatto di pasta».

Per ora non si registrano casi di vera e propria malnutrizione, «ma gli ultimi anni sono stati molto duri e diverse famiglie sono venute a bussare alla nostra porta per chiedere cibo».

Le suore della Consolata non hanno iniziative nell’ambito della salute o dell’accesso all’acqua, perché «lo Stato finora ha portato avanti in modo efficace l’assistenza sanitaria capillare anche nelle aree rurali». Gli attuali tagli alla spesa pubblica dovuti alla difficile situazione finanziaria del Paese, tuttavia, sono preoccupanti e occorrerà monitorarne gli effetti sulle fasce più fragili della popolazione.

Un’altra iniziativa è il sostegno a corsi universitari per ragazze. «L’Università in Bolivia è molto cara e le donne incontrano grandi ostacoli a entrare nel mondo del lavoro. Il progetto che abbiamo sostenuto ha già permesso a quattro ragazze di finire i corsi universitari o comunque di istruzione post secondaria. Sono ragazze che vengono da famiglie numerose che non potrebbero sostenerle negli studi».

La cooperazione delle Missionarie della Consolata può contare sull’organizzazione «Allamano fra i popoli», che fino al 2025 è stata una onlus e ora sta facendo il passaggio a ente del terzo settore. «Una sorella all’ufficio progetti raccoglie le richieste di aiuto dalle missioni e, a partire da quelle, presentiamo ai donatori una realtà e una cifra da raccogliere»@.

«Se dovessi dirti una cosa della mia esperienza in Bolivia che oggi farei in modo diverso», conclude Stefania, «forse mi concentrerei di più sullo studio della lingua all’inizio della missione: molte persone – specialmente le donne – capiscono lo spagnolo, ma non lo parlano, e la lingua quechua mi avrebbe aiutato a entrare meglio in relazione con loro. Sono invece molto soddisfatta delle visite alle comunità, che cerchiamo sempre di fare con una certa frequenza».

Non è insolito che le persone si sentano abbandonate dalla Chiesa: i territori sono così vasti che i sacerdoti non sempre riescono ad arrivare dappertutto. Quanto alle autorità pubbliche, a volte trascurano certe zone perché non ci sono abbastanza elettori e le comunità non hanno quindi peso politico. «Per questo, visitare una comunità e vedere la gioia delle persone che non si sentono più abbandonate mi ha sempre emozionato molto. È tempo ben speso».

Chiara Giovetti

Fonti

La Bolivia in dati

  • Nome: Stato plurinazionale della Bolivia
  • Capitali: Sucre e La Paz
  • Popolazione: 11.365.333 (censimento 2024), di cui 4,3 milioni si autoidentificano come appartenenti a una nazione o a un popolo indigeno originario o afroboliviano
  • Estensione: 1.098.581 km² (tre volte l’Italia), di cui 65% bioma amazzonico
  • Lingue: spagnolo (8,1 milioni di persone), quechua (1,4 milioni), aymara (775mila), guaraní (44mila) e altre 34 lingue ufficiali
  • Gruppi etnici principali: Quechua (1,65 milioni); Aymara (1,59 milioni); Guaraní (103 mila)
  • Moneta: boliviano (pari a 7,85 euro, media 2025)
  • Pil: 55 miliardi di dollari Usa (1/43 di quello italiano)
  • Crescita annuale -1.12% (2024)
  • Aspettativa di vita alla nascita: 69 anni (2023)
  • Popolazione urbana: 71,24% (2023)
  • Accesso all’elettricità: 99,9% (2022)
  • Accesso individuale a internet: 70,2% (2023)
  • Esportazioni: 58% minerali (zinco, stagno, piombo, argento, oro, litio, tungsteno e altri); 12% idrocarburi (soprattutto gas naturale); 20% prodotti alimentari; 10% altro
  • Importazioni: 30% combustibili e lubrificanti (soprattutto gasolio e benzina), 27% prodotti industriali (ad esempio siderurgici o chimici); 16% beni strumentali come macchinari e attrezzature; 10% articoli di consumo; 9% mezzi di trasporto; 6,7% cibo e bevande; 1,3% altro



Cop30, negoziato vivo, ma non vegeto

La 30ª Conferenza delle parti, o Cop30, si è svolta a Belém, in Brasile, lo scorso novembre. Si è conclusa con un accordo molto debole e molti dubbi su quanto le Cop siano ancora efficaci in un mondo diverso da quello degli anni 90 in cui sono nate.

Ci sono due punti di vista prevalenti nel descrivere i risultati della Cop30, la 30° Conferenza sul clima che si è conclusa il 22 novembre scorso a Belém, in Brasile, e nessuno di questi vede il bicchiere mezzo pieno. Si tratta di decidere se è mezzo vuoto o vuoto del tutto.

L’assenza degli Usa, il secondo emettitore di gas serra del pianeta, ha condannato la Cop già in partenza a raggiungere risultati limitati. Per questo, l’accordo finale, per quanto annacquato, ha indotto il segretario esecutivo della Convenzione quadro dell’Onu per il clima (Unfccc nell’acronimo inglese), Simon Stiell, ad affermare nel suo discorso conclusivo che la Cop è «alive and kicking», viva e vegeta@. In una situazione mondiale piena di fratture, infatti, non era scontato che si arrivasse a un accordo. Anzi, per alcuni, la semplice «tenuta» del meccanismo è stato già un successo.

D’altro canto, però, se si pensa alle aspettative generate dalla dichiarata intenzione del Brasile, Paese ospitante, di realizzare una Cop delle azioni concrete, e alla speranza che emergesse una nuova leadership mondiale a ridare forza ai negoziati climatici – e, per questa via, al multilateralismo nel suo complesso – allora è fin troppo facile dire che la cooperazione sul clima sarà anche viva, ma di certo non vegeta.

O per metterla giù dura, come ha fatto il presidente della Colombia Gustavo Petro@: «Non accetto che nella dichiarazione della Cop30 non si dica con chiarezza, come dice la scienza, che la causa della crisi climatica sono i combustibili fossili usati dal capitale. Se non si dice questo, tutto il resto è ipocrisia».

Perché nel testo dell’accordo finale manca, fra le tante cose, anche questo: l’indicazione inequivocabile dei combustibili fossili come responsabili della crisi climatica.

Le puntate precedenti

Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile, lo aveva detto alle Nazioni Unite a settembre 2025: ora basta negoziare, è il momento di fare. In realtà, le Cop sono sempre luogo di negoziati: quello che intendeva Lula era che le negoziazioni dovevano concentrarsi sulle azioni per mettere in atto gli accordi, non sui loro contenuti.

Facciamo un passo indietro (e semplifichiamo molto): l’accordo di Parigi, raggiunto nel 2015 durante la Cop21, è il punto di riferimento normativo che il mondo si è dato per reagire alla crisi climatica. Il suo primo pilastro è la mitigazione, cioè le azioni da compiere per attenuare i cambiamenti climatici. Il secondo è l’adattamento, cioè quello che va fatto per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Il terzo riguarda la finanza, cioè gli strumenti economici per realizzare i primi due. L’articolo 9 del trattato, infatti, assegna ai Paesi sviluppati un ruolo chiave nel fornire le risorse finanziarie ai Paesi in via di sviluppo.

Nei dieci anni seguiti all’accordo di Parigi, il lavoro delle Cop è stato tradurre questi pilastri in impegni precisi, messi nero su bianco. Alcune Cop sono state del tutto inefficaci, altre hanno invece fissato degli impegni, per quanto limitati e migliorabili. È il caso della Cop27 a Sharm el-Sheikh, Egitto, che ha stabilito di istituire un «fondo perdite e danni» con cui compensare i Paesi più poveri e vulnerabili per le conseguenze dei disastri climatici. È anche il caso della Cop28 a Dubai, Emirati arabi uniti, che ha sancito l’impegno della comunità internazionale ad allontanarsi progressivamente (transition away, nel testo originale) dai combustibili fossili. Quanto alla Cop29 di Baku, Azerbaijan, dell’anno scorso, il risultato concreto, per quanto insoddisfacente, era stato l’impegno a destinare ai Paesi in via di sviluppo aiuti crescenti fino a raggiungere i 300 miliardi l’anno entro il 2035, a fronte però di una loro richiesta che era oltre quattro volte più grande.

Belém (PA), 07/11/2025 – Presidente da República, Luiz Inácio Lula da Silva, participa acompanhado de chefes de estado da foto de família na COP30. Foto: Bruno Peres/Agência Brasil

I risultati della Cop30

Con tutti questi pezzi dell’accordo di Parigi già tradotti in impegni, il lavoro della Cop30 doveva essere quindi quello di mettere in piedi gli strumenti operativi per rispettarli, fra questi: una tabella di marcia (roadmap) per abbandonare i combustibili fossili; un obiettivo globale sull’adattamento definito e misurabile – il «gemello», lo definisce l’associazione Italian climate network (Icn)@, dell’obiettivo sulla mitigazione, che è 1,5°C di riscaldamento massimo -; e un incremento dei fondi per la finanza climatica.

Il risultato è stato il cosiddetto Pacchetto politico di Belém@, di cui la parte forse più simbolica è il Mutirão globale, documento finale dell’accordo che prende il nome da un termine della lingua indigena Tupi-Guarani che significa sforzo collettivo, lavoro comunitario, volontario. Un concetto simile a quello della minga colombiana e anche all’harambee keniano. In esso l’approccio volontario l’elemento distintivo – e per molti deludente – di questa Cop: la tabella di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili nell’accordo non c’è, viene affidata all’iniziativa volontaria portata avanti, fuori dal quadro Onu, da un gruppo di 24 Stati guidati da Colombia e Paesi Bassi che si incontrerà ad aprile nella città portuale colombiana di Santa Marta@ per lavorare a una giusta transizione fuori dal fossile.

L’obiettivo globale sull’adattamento è finalmente definito – fissare gli indicatori, cioè i valori di riferimento per misurarlo, è stato un lavoro lungo e complicato – spiegava il giornalista Ferdinando Cotugno nei suoi dispacci giornalieri da Belém per il quotidiano Domani@ -, ma nell’accordo si legge che è «volontario, non prescrittivo, non punitivo, agevolante, di natura globale, rispettoso della sovranità e delle circostanze nazionali e gestito dai Paesi».

Sulla finanza climatica, poi, il Pacchetto di Belém prevede di triplicare le risorse, ma lo fa più che altro attraverso delle esortazioni, e sposta la data per farlo dal 2030 al 2035. Qualche avanzamento, osserva@ Icn, si registra sulla giusta transizione, che mostra maggiore sensibilità verso i temi di giustizia sociale, diritti umani, dignità del lavoro. Ma le fonti fossili non sono mai menzionate nel testo, e questo è, senza dubbio, un arretramento. Anche per chi non è esperto di linguaggio giuridico, è evidente il depotenziamento di un dispositivo normativo che, almeno negli intenti del Brasile, era dato per assodato e doveva «solo» essere messo in pratica.

Una vittoria dei Petrostati

La scomparsa dei combustibili fossili dal testo dell’accordo è una vittoria degli stati produttori di petrolio. Come osservava@ l’inviata del Guardian a Belém, Fiona Harvey, in oltre 30 anni di conferenze sul clima, solo l’accordo della Cop28 del 2023 a Dubai – il cosiddetto United arab emirates consensus – li aveva menzionati, e i delegati del gruppo di 22 Paesi arabi, della Russia e di alcuni altri stati, «erano determinati a impedire che questo si ripetesse».

Dopo una lunga e tesa trattativa, l’Arabia saudita e i suoi alleati hanno accettato solo il riferimento, nel testo finale, al Consensus del 2023.

Questa riscossa dei Paesi produttori di petrolio è stata possibile, spiegano diversi osservatori, per una concomitanza di altri fattori, a cominciare dallo sfilarsi della Cina dal ruolo di possibile guida nella lotta ai cambiamenti climatici. «Alla Cop, la Cina offre borse con i panda, ma nessun nuovo impegno», titolava l’articolo@ di Lisa Friedman e Somini Sengupta sul New York Times il 21 novembre scorso, riferendosi alla massiccia auto promozione che la superpotenza asiatica ha messo in piedi nel proprio padiglione espositivo, offrendo gadget, incontri con esperti di energia e mostre celebrative dei traguardi cinesi nell’energia pulita. La Cina è ormai leader mondiale nella produzione di elettricità da fonti rinnovabili, ma non ha fra i suoi piani (e interessi) quello di riempire il vuoto lasciato dagli Usa.

A rafforzare la posizione degli Stati produttori di petrolio sono state anche le divisioni all’interno dell’Unione europea: mentre il negoziatore Ue, Wopke Hoekstra, tentava di puntellare le posizioni più ambiziose della maggioranza degli Stati membri, alcune nazioni – Polonia, Ungheria e Italia – hanno assunto posizioni che Icn definisce «di retroguardia»@, e, al G20 in corso in Sudafrica negli stessi giorni della Cop, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiarava@ che l’Ue «non sta combattendo i combustibili fossili, sta combattendo le emissioni che derivano dai combustibili fossili», indebolendo, secondo il giornale online Politico, la posizione europea a Belém@.

A completare lo scenario, la gestione del negoziato da parte del Brasile, che nella puntata del 25 novembre@ del suo podcast Areale, Ferdinando Cotugno ha definito populista e opaca, per aver creato grandi aspettative con un’agenda ambiziosa senza però avere davvero un piano efficace per farla approvare.

Belém (PA), 17/11/2025 – Marcha Global dos Povos Indígenas – A Resposta Somos Nós, evento paralelo à COP30. Foto: Bruno Peres/Agência Brasil

E adesso?

La prossima Cop sarà in Turchia, ma sotto la presidenza australiana: una soluzione irrituale che ha messo fine allo stallo nelle trattative per la prossima sede della Conferenza delle parti.

A detta di molti osservatori, la scelta della Turchia ha almeno due limiti: il primo è quello di togliere visibilità agli stati del Pacifico, come le Isole Marshall, Tuvalu e Kiribati, per i quali il cambiamento climatico è già oggi una minaccia alla loro stessa esistenza. Inoltre, dopo tre anni di Cop in Paesi autoritari, la società civile alla Cop30 aveva potuto di nuovo riappropriarsi dello spazio pubblico con manifestazioni e proteste, con i popoli indigeni in un ruolo di primo piano: in Turchia, questo ruolo della società civile rischia di nuovo di essere molto limitato.

In ogni caso, al di là di questi aspetti, le domande rimangono tante, a partire da quella che mette in discussione l’efficacia stessa delle Cop, che riflettono il mondo in cui si svolgono e che, per questo, funzionano meno di quanto si speri in anni di conflitti e lacerazioni, lasciando spazi crescenti ai lobbisti del fossile e dell’agrobusiness.

Da questa Cop emerge anche un tentativo di costruire forum alternativi – come la Conferenza di aprile in Colombia – dove provare a tradurre in azioni quello che in sede Onu non riesce ad andare oltre la dichiarazione d’intenti.

Ma forse uno spunto di riflessione viene dal paragrafo 10 del Mutirão, nel quale si «riconosce che la transizione globale verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo resiliente al clima è irreversibile e rappresenta la tendenza del futuro».

Che la transizione sia ormai nelle cose – perché conviene, perché c’è già una fiorente economia collegata ad essa, perché la sensibilità ormai si è radicata, perché una delle due superpotenze, la Cina, traina il mondo in quella direzione – è opinione diffusa. Ma forse non è sempre chiaro a tutti che il ruolo del multilateralismo, della cooperazione sul clima, e quindi delle Cop, da anni non è più solo quello di promuovere la transizione: è anche realizzarla rendendola «giusta ordinata ed equa».

Chiara Giovetti

Belém (PA), 13/11/2025 – Lideranças extrativistas e apoiadores usando porangas na cabeça, participam da marcha “Porangaço dos Povos da Floresta”, evento paralelo à COP30. Foto: Bruno Peres/Agência Brasil



Un anno di progetti

Nel 2025 abbiamo realizzato alcuni progetti in ambiti classici, in particolare l’accesso all’acqua, e in altri che invece cercano di affrontare nuove difficoltà o di rispondere a problemi vecchi con strumenti nuovi.

Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non disponevano ancora di servizi di approvvigionamento di acqua potabile gestiti in modo sicuro. Lo riferisce il rapporto@ realizzato dal Programma congiunto di monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Oms/Unicef), incaricato di monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’acqua potabile, alla sanificazione e all’igiene.

Dei 2,1 miliardi di persone senza acqua sicura, 1,4 miliardi dispongono solo di servizi di base, cioè acqua da fonti migliorate ma non garantite come sicure per il consumo umano e raggiungibili con uno spostamento che richiede fino a 30 minuti fra andata, ritorno e attesa in coda alla fonte d’acqua. Ci sono poi 287 milioni di persone che dispongono di servizi limitati, cioè devono affrontare uno spostamento che supera i 30 minuti, 302 milioni con servizi non migliorati e 106 milioni che usano acqua di superficie, ad esempio da fiumi, laghi, stagni.

Negli ultimi dieci anni, si legge ancora nel rapporto, i progressi ci sono stati, visto che 961 milioni di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro, con un aumento della copertura dal 68% del 2015 al 74% del 2024. Ma, per raggiungere la copertura universale in questi cinque anni che ci separano dalla scadenza degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030, l’avanzamento dovrebbe essere otto volte più rapido rispetto al decennio passato. Dal monitoraggio emergono poi diseguaglianze molto profonde a livello sub regionale: se in Australia e Nuova Zelanda l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro è già totale, in Africa subsahariana si è passati dal 26% del 2015 al 32% dell’anno scorso. L’Africa, quindi, dovrebbe andare non otto, ma venti volte più veloce per garantire a tutti l’accesso all’acqua pulita entro la fine di questo decennio.

20241231_Chumviere Boreole Blessing

Kenya, alto rischio idrico

Nel rapporto, una scheda si concentra sull’analisi dell’insicurezza idrica in Kenya, evidenziando che oltre la metà del territorio del Paese è interessato da alti livelli di rischio.

Fra le zone coinvolte c’è la contea di Isiolo, che si suddivide in zone semi aride e aride. Secondo l’analisi contenuta nella Strategia idrica della contea di Isiolo 2023-2025@ l’area, che ha una temperatura media annuale intorno ai 29°C, è anche una delle più vulnerabili del Paese rispetto al cambiamento climatico. Fra i fenomeni ricorrenti ci sono ondate di siccità, piogge imprevedibili e inondazioni: l’instabile distribuzione dell’acqua incide sul fragile equilibrio fra le comunità di agricoltori e quelle di pastori e anche sulla convivenza tra fauna selvatica ed esseri umani.

Nel 2025, grazie al sostegno di donatori privati, i missionari della Consolata hanno realizzato due progetti idrici nella zona di Isiolo: un pozzo a Leparua, dove i lavori a fine ottobre erano ancora in corso, e uno a Chumviere, realizzato alla fine del 2024 e attivo dall’inizio del 2025. La perforazione del pozzo, si legge nella relazione finale, è arrivata a una profondità di 68 metri e interrotta a questa profondità dopo che la trivella ha raggiunto la prima falda acquifera a 60 metri. I rilievi preliminari avevano identificato una seconda falda a 140 metri, ma non è stato possibile raggiungerla sia per i limiti della trivella che per le caratteristiche del suolo. Il pozzo si trova sul terreno della parrocchia ma, spiega Naomi Nyaki dall’ufficio cooperazione di Nairobi, «i missionari hanno installato una stazione idrica ben strutturata dove la comunità può andare ad attingere acqua». Il sistema di pompaggio è alimentato con l’energia di 18 pannelli fotovoltaici, collocati a poca distanza dalla torre idrica che regge la cisterna.

Chumviere Boreole – Isiolo – water tank and solar panel

Africa, scommettere sul sole

È un impianto fotovoltaico anche quello che alimenta la nuova pompa sommersa del pozzo della parrocchia di Makambako, in Tanzania, installata grazie alla raccolta fondi della parrocchia Regina delle Missioni, vicino alla Casa Madre dei missionari della Consolata a Torino. Il pozzo, oltre a servire la parrocchia e la casa dei missionari a Makambako, fornisce l’acqua anche alla scuola materna e primaria, che ha circa 400 alunni.

L’uso dell’energia solare nelle missioni è sempre più diffuso: l’anno scorso, le iniziative ricevute dall’ufficio progetti della Fondazione Missioni Consolata, che comprendevano l’installazione di pannelli fotovoltaici, rappresentavano il 15% del totale della richiesta di finanziamento. Gli impianti in genere alimentavano pompe di pozzi che portavano l’acqua a scuole, centri di salute e sistemi di irrigazione. Nel caso della scuola professionale Our Lady Consolata a Bweyogerere, Uganda, il progetto in corso – finanziato dalla diocesi di Torino in collaborazione con l’associazione Impegnarsi serve – prevede invece l’uso del fotovoltaico per illuminare aule e dormitori della scuola.

L’Africa ha un potenziale enorme e finora quasi per nulla utilizzato per quanto riguarda l’energia solare: circa il 20% della popolazione mondiale, riportava uno studio@ della Banca mondiale del giugno 2020, vive in 70 Paesi con condizioni eccellenti per il fotovoltaico e i Paesi della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e dell’Africa subsahariana dominano questa categoria. Eppure, scriveva lo scorso ottobre la giornalista della Cnn, Rebecca Cairns, riferendo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea)@, nel 2024 l’Africa aveva una capacità installata pari a 21,5 gigawatt, circa l’1% del totale mondiale: un dato paragonabile con quello della sola Polonia@.

La capacità installata in impianti di larga scala è di circa 13,7 gigawatt, mentre la componente cosiddetta distribuita – cioè gli impianti fotovoltaici nelle case o nelle aziende – produce 6,4 gigawatt. Ulteriori 1,4 sono poi energia solare a concentrazione, cioè ottenuta usando specchi o lenti che concentrano la luce del sole verso un ricevitore che ne sfrutta il calore per azionare un motore termico.

A limitare lo sviluppo del fotovoltaico su larga scala in Africa sarebbero una serie di fattori, fra cui gli elevati costi infrastrutturali, la presenza di reti inadeguate che faticano a trasportare e distribuire grandi quantità di energia, ostacoli normativi e, in alcuni Paesi, conflitti e disordini. In questo senso, commentava nell’articolo di Cairns l’analista della Iea Heymi Bahar, gli impianti solari domestici e le mini-reti potrebbero «fare da ponte» in attesa dell’estensione e dell’adeguamento della rete.

Attenzione al disagio

Oltre ai progetti più «classici» della cooperazione, come quelli idrici, e a quelli che assecondano un’esigenza di innovazione nella produzione di energia, il 2025 ha visto anche la realizzazione, in Brasile, del progetto «Amico per la vita», che mira a formare operatori in grado di prevenire il disagio, in particolare fra i giovani e nelle comunità indigene, e accompagnare le persone e le famiglie colpite dal problema dei suicidi. Anche se la raccolta fondi non ha raggiunto la cifra richiesta, è stato possibile coprire oltre l’80% dei costi e il progetto è stato realizzato: benché le iniziative che rispondono a bisogni primari come la salute, l’istruzione e l’acqua continuino a essere una priorità per i donatori, si sta comunque sviluppando una sensibilità verso temi nuovi, come la salute mentale, legati a un’attualità che tocca le comunità del Nord come del Sud del mondo. Nelle pagine di Amico, viene proposta una riflessione sulle iniziative di solidarietà del 2025 che, oltre alla prevenzione dei suicidi in Brasile, hanno riguardato l’approvvigionamento idrico in Kenya, con l’installazione di una pompa per un pozzo, anche in questo caso alimentata con energia solare.

Chiara Giovetti

AGENDA 2030, L’ITALIA ARRETRA SU SEI OBIETTIVI

Rapporto Asvis 2025

L’Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile: lo ha detto lo scorso 22 ottobre Enrico Giovannini, direttore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis, durante la presentazione del rapporto 2025 all’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, a Roma. Il rapporto misura dal 2016 i progressi dell’Italia verso il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sdgs): su sei di questi – alimentazione, salute, acqua, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership – l’Italia è peggiorata rispetto al 2024, mentre risultano stabili o in lieve miglioramento otto obiettivi: lotta alla povertà, energia pulita, lavoro dignitoso, imprese e innovazione, città sostenibili, economia circolare, ecosistemi marini, pace e giustizia. Si registrano, infine, miglioramenti su istruzione, parità di genere e lotta al cambiamento climatico.

Al ritmo attuale, alcuni sotto obiettivi non saranno comunque raggiunti. Tra questi, ci sono il dimezzamento rispetto al 2019 del divario occupazionale di genere, la riduzione del 15% della dispersione nelle reti idriche, il raggiungimento del 42,5% di energia prodotta usando fonti rinnovabili, l’azzeramento del consumo di suolo e la riduzione del 50% dei feriti per incidenti stradali rispetto al 2019. Anche l’Unione europea è indietro: sul 37% degli Sdg, i ritardi accumulati sono tali da rendere improbabile il loro raggiungimento entro cinque anni.
«Le persone e le imprese vogliono andare in questa direzione», ha detto Giovannini riferendosi a una visione di Europa «con più unità, per essere più indipendenti, ma aperti al mondo, fermi nella difesa dei nostri valori, delle nostre libertà e della capacità di scrivere il nostro destino», aggiungendo poi che «apparentemente, non tutta la politica vuole andare in questa direzione».

Serve un salto, un’accelerazione: il rapporto propone una tabella di marcia e alcune leve per rimuovere gli impedimenti alla trasformazione.
La sostenibilità non è, sottolinea ancora Giovannini, una questione solo ambientale: ha come suoi pilastri la pace, la giustizia e i diritti. E, in un momento storico così difficile e conflittuale – di questo passo la spesa militare globale nel 2035 sarà pari a quattro o cinque volte quella registrata alla fine della guerra fredda – il richiamo a questi pilastri è un appello all’importanza del multilateralismo, «indispensabile per affrontare questioni globali come la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tutela della salute, la lotta alle pandemie, la gestione del crescente debito, soprattutto dei paesi in via di sviluppo».

Chi.Gio.

Per scaricare il rapporto: https://asvis.it/rapporto-asvis-2025

20251021_Leparua Borehole Drilling

QUALE FINANZA DOPO SIVIGLIA?

Il multilateralismo non è mai stato così in crisi, eppure proprio l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali potrebbe aprire prospettive di collaborazione inattese, ad esempio nelle scelte di finanza per lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti che è emerso dal webinar organizzato lo scorso 15 ottobre dalla «Campagna 070», promossa da quattro reti di organizzazioni attive nella cooperazione: Focsiv, Aoi, Cini e Link2007.

Il relatore del webinar è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo per l’economia e ora copresidente del gruppo Onu sulla crisi del debito. Egli ha individuato alcune convergenze emerse alla quarta conferenza sulla finanza per lo sviluppo (Siviglia, 30 giugno – 3 luglio 2025). C’è stata, innanzitutto, convergenza sull’analisi della situazione: oggi, più che un aumento del debito si registra l’aumento dei costi del servizio del debito, cioè degli interessi da pagare. I Paesi debitori, quindi, hanno meno rischi di default sistemico – che dipende appunto dalla capacità di pagare o meno il debito alla scadenza prevista -, ma gli interessi sono un costo così esorbitante da impedire loro non solo di investire nello sviluppo, ma anche di garantire servizi essenziali. Altre convergenze hanno riguardato la necessità di alleviare il peso del debito attraverso varie forme di rinegoziazione e l’opportunità di rivedere i meccanismi per definire la sostenibilità del debito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (principalmente Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). Infine, c’è stata convergenza anche sull’ipotesi di promuovere quelli che in gergo si chiamano borrowers club, cioè piattaforme che permettano ai Paesi debitori di coordinarsi e scambiare informazioni: entità in un certo senso speculari a quelle che riuniscono i Paesi creditori, come il Club di Parigi, la cui influenza è stata molto estesa fino all’inizio di questo secolo e si è poi ridotta quando i creditori privati – banche, fondi di investimento, eccetera – hanno acquisito peso crescente.

Siamo in tempi diversi, ha detto Gentiloni, da quelli del Giubileo del 2000, in cui prese forma la campagna – promossa fra gli altri dall’allora presidente Usa Bill Clinton, dalla Santa Sede e da molte Ong – per la cancellazione del debito: oltre al ruolo dei privati, un’altra grande differenza è che oggi il principale creditore sovrano, la Cina, «esclude per principio la possibilità di una remissione del debito», anche se è «attiva sulle diverse forme di rinegoziazione».
Secondo l’ultimo rapporto Unctad@, nel 2024 il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo era di 31 mila miliardi. I loro pagamenti netti degli interessi sul debito pubblico sono stati di 921 miliardi; 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più in interessi sul debito che in istruzione o sanità.

Chi.Gio.

Per rivedere il webinar: https://www.youtube.com/watch?v=Z2Sr0ARAWRE&t=5s

20251021_Leparua Borehole Drilling



Brasile, diseguaglianze e grandi aspirazioni

Oggi il Brasile è un Paese che, pur attraversato da profonde divisioni e contraddizioni, è determinato a contare di più nello sviluppo e nella politica internazionale. Il 10 novembre comincia a Belém la Cop30 e sarà un banco di prova importante.

«Davanti agli occhi del mondo, il Brasile ha lanciato un messaggio a tutti gli aspiranti autocrati e a coloro che li sostengono: la nostra democrazia e la nostra sovranità sono non negoziabili». Sono le parole che il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivolto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre. Il suo intervento@ apriva la riunione di alto livello in cui parlano i capi di Stato e di governo. Molta parte del «discorso al vetriolo» di Lula, come lo ha definito il New York Times, era un attacco frontale alle «ingerenze negli affari interni» del Brasile, alle «misure unilaterali e arbitrarie contro le nostre istituzioni e la nostra economia», alle «forze antidemocratiche che cercano di soggiogare le istituzioni e soffocare le libertà», alle bombe e alle armi nucleari che «non ci proteggeranno dalla crisi climatica». In altre parole, un attacco a Donald Trump, che ha messo dazi al 50% verso il Brasile come ritorsione per aver condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato@, ha sospeso i visti e imposto sanzioni ai giudici che lo hanno giudicato e continua a definire bufala, truffa e inganno il cambiamento climatico.

Il Brasile – è il messaggio del presidente Lula – ha dimostrato di essere un grande Paese. Ha difeso la democrazia, non si è piegato a Trump, ha da poco ricevuto dalla Fao la conferma di essere uscito dalla mappa della fame@.

Inoltre, è il Paese ospitante della «Cop della verità» – cioè la Cop30, trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre -, e si impegna a lottare contro la povertà, «nemica della democrazia quanto l’estremismo», a promuovere la concorrenza nei mercati digitali e l’installazione di data center sostenibili, a spingere sul multilateralismo e a fare in modo che la voce del Sud globale sia ascoltata. Chi ama questa agenda, sembra dire Lula, ci segua.

Siccità nel Nord Este – © FMC

Come sta il Brasile

Quinto Paese al mondo per estensione, con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Brasile è grande quanto la metà del Paese più esteso, la Federazione Russa, mentre la supera di poco quanto alle dimensioni dell’economia: la Russia, infatti, ha un Pil di 2.174 miliardi di dollari (per 143 milioni di abitanti), mentre quello del Brasile è 2.179 miliardi (per una popolazione di 212,8 milioni): valore comparabile con quello dell’Italia (59 milioni), che ha un Pil di 2.373 miliardi@.

Diverso è invece lo scenario se si guarda all’indice di sviluppo umano (Isu, o Hdi nell’acronimo inglese), utilizzato dalle Nazioni Unite per includere variabili più raffinate del solo Pil nel valutare la condizione delle società umane, come la possibilità di condurre una vita lunga e sana, di avere un buon livello di istruzione e un reddito che garantisca un tenore di vita dignitoso@. Il valore massimo dell’Isu è 1, il Paese che nel 2023 ci è andato più vicino è stato l’Islanda (0,972), mentre il Brasile è a 0,786, occupando l’84a posizione: si trova, dunque, fra i Paesi di fascia alta, in linea con l’altra potenza regionale, il Messico, ma venti posizioni più in basso della Russia. A limitare i risultati nello sviluppo umano del Paese, influiscono diversi fattori, fra i quali il grado di diseguaglianza: la longevità, il livello di istruzione, il reddito, cambiano molto da una fascia all’altra della popolazione. «Il problema maggiore del Brasile è la disuguaglianza sociale», conferma Guglielmo Damioli, arrivato in Brasile nel 1979 per lavorare con i popoli indigeni di Roraima e oggi residente di Belém. Il Paese ha un sistema piramidale, con una élite dominante che vive negli Stati del Sud come Rio de Janeiro e San Paolo, e una grande massa di poveri nel Nord e Nordest. «Se i servizi pubblici, in particolare sanità, sicurezza, igiene, politiche abitative e infrastrutture, sono precari in tutto il Brasile, qui al Nord sono di pessima qualità, specialmente nell’entroterra». Secondo il World inequality database@, sito di statistiche fondato, fra gli altri, dall’economista francese Thomas Piketty, in Brasile il 10% più ricco detiene il 69,7% delle risorse, mentre nella nazione meno diseguale, i Paesi Bassi, ne detiene il 45%.

I freni allo sviluppo

Ridurre le diseguaglianze non sarà né rapido né semplice. Quello di Lula, scrive padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e responsabile della pastorale carceraria della Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb), «è un governo sostenuto da un’ampia coalizione che, pur proponendosi idealmente di fare passi significativi in campo sociale, rimane fortemente limitato dal Parlamento», dominato da una maggioranza di destra, e dalle lobby agroindustriali e minerarie.

Con la pastorale carceraria, spiega ancora padre Gianfranco, «portiamo avanti la lotta contro le detenzioni di massa, usate come strumento di controllo della povertà, delle periferie, delle persone e dei corpi, e come sofisticato e moderno sistema di tortura». In questo settore, l’arrivo di Lula per ora non ha portato miglioramenti significativi, perché il governo continua a gestire il problema «a partire da una visione mercantilista e punitiva».

Qualche cambiamento lo ha invece registrato padre Juan Carlos Greco, responsabile dell’equipe dei missionari della Consolata che assiste i migranti venezuelani a Boa Vista. Sono migliorati i toni – Lula ha detto pubblicamente che migranti e rifugiati devono essere trattati «con grande responsabilità e rispetto» – e il governo ha preso alcuni impegni, come aiutare lo Stato di Roraima a garantire l’istruzione e il benessere dei rifugiati. Il presidente ha poi mantenuto il sostegno all’Operazione accoglienza per assistere i migranti in fuga dalla crisi venezuelana.

Ma i tagli dei fondi Usa per lo sviluppo imposti dall’amministrazione Trump, riporta padre Juan Carlos, hanno avuto «un impatto diretto sui programmi umanitari, la gran parte dei quali era finanziata da Usaid», l’agenzia degli Stati Uniti per l’aiuto allo sviluppo. Organizzazioni come Caritas brasiliana sono state costrette a sospendere diverse iniziative come, ad esempio, il progetto Sumaúma, che distribuiva circa 2mila pasti al giorno ai migranti venezuelani e alle persone senza fissa dimora a Boa Vista, e il progetto Orinoco, che offriva servizi igienici gratuiti a Boa Vista e Pacaraima. La sospensione dei fondi di Usaid ha portato le organizzazioni a cercare sostegno presso l’Unione europea e le Caritas di Germania e Svizzera, che hanno contribuito a riaprire in parte alcuni servizi.

Allagamenti a Rio do Oeste – © AfMC

G4, Brics, G20

Il ritrarsi degli Stati Uniti dagli impegni internazionali sta creando confusione e paura, ma ha anche aperto spazi di azione per altri Paesi. Forte del suo ruolo di potenza regionale, il Brasile da anni reclama un maggior peso nei processi decisionali internazionali. Un esempio è la sua appartenenza, insieme a Germania, Giappone e India, al G4, il gruppo di Paesi che chiedono un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu.

In un’analisi pubblicata dal centro studi statunitense Carnegie endowment for international peace, il professore di relazioni internazionali alla Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, Matias Spektor, osservava, tuttavia, che nessuna amministrazione brasiliana ha finora prodotto un documento ufficiale che dettagli la proposta di riforma. Inoltre, fra il 2018 e il 2022, gli stanziamenti annuali del Brasile per il bilancio ordinario delle Nazioni Unite sono scesi da 92 a 56 milioni di dollari (hanno cominciato a risalire dal 2023). Quella del Brasile, scrive Spektor, sembra essere stata fin qui una «strategia a basso costo»@.

Ma il ruolo del Brasile acquista un peso diverso quando si combina con quello di altre nazioni, come quelle del gruppo Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica -, diversissime fra loro, ma accomunate da un’aspirazione: fare da contrappeso all’influenza occidentale nelle istituzioni globali come Banca mondiale, G7 e, appunto, Consiglio di sicurezza dell’Onu@. Il Brics, che dal 2023 si è allargato anche a Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran e Emirati arabi uniti, rappresenta oggi un terzo dell’economia globale e metà della popolazione del pianeta.

Il Brasile è anche uno dei Paesi del Gruppo dei 20, o G20, nato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso per riunire ministri delle finanze e governatori delle banche centrali del gruppo e reagire alla crisi finanziaria asiatica e diventato, con la crisi globale del 2008, un luogo di negoziazione a cui partecipano i capi di stato e di governo. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di gennaio@ Matias Spektor sostiene che il G20 ha sostituito il G7 come principale forum per la governance economica globale. Fra i risultati ottenuti, Spektor cita il suo ruolo nel favorire l’ampliamento della rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale per includere le economie emergenti.

La scommessa sulla foresta

Un ambito nel quale il Brasile di Lula appare determinato a far valere il proprio primato, è quello della lotta al cambiamento climatico. Il primato è, ovviamente, quello di avere sul proprio territorio circa il 60% della foresta pluviale più grande del pianeta, la foresta amazzonica, che assorbe una quantità significativa dell’anidride carbonica, contribuisce e a regolare il ciclo dell’acqua e produce ossigeno. Già a settembre scorso il presidente brasiliano ha annunciato@ un contributo di un miliardo di dollari al meccanismo Tropical forests forever fund (Tfff, Fondo foreste tropicali per sempre), presentato dallo stesso Brasile nel 2023 durante la Cop28 a Dubai come meccanismo che garantisca ai Paesi con foreste tropicali finanziamenti stabili e continui per mantenere ed espandere la copertura forestale.

Lula sa che la questione del finanziamento è stato il principale ostacolo ai negoziati sul clima negli ultimi anni e a New York il 23 settembre ha detto: basta negoziare, è venuto il momento di agire. La scommessa di questo Fondo – che finora ha suscitato tante speranze quante perplessità – è che si possa rendere la conservazione delle foreste conveniente sia per i Paesi che le hanno sul proprio territorio che per gli investitori. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo iniziale di 25 miliardi – il miliardo annunciato da Lula è il primo di questi – donati da governi e organizzazioni filantropiche. L’obiettivo sarebbe poi quello di attirare altri 100 miliardi di dollari da investitori sul mercato, arrivando così a 125 miliardi da prestare puntando a realizzare un profitto del 7,6%, per poi restituire agli investitori il 4,9% e realizzare così un guadagno finale del 2,7%, pari a circa 3,4 miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero, infine, distribuiti destinando 4 dollari per ettaro di foresta ai Paesi con foreste tropicali, affinché questi provvedano alla loro conservazione@. Il meccanismo prevede che il 20% dei fondi vadano ai popoli indigeni e alle comunità locali per garantire, ha detto il presidente brasiliano, «i mezzi adeguati a chi si è sempre preso cura dei nostri boschi e foreste».

«Nessuno lascia la mano di nessuno» dice il cartello delle donne indigene – © AfMC

Verso Belém

«La Cop30 è il sogno planetario di Lula e la scelta della città di Belém come sede serve ad attrarre attenzione e investimenti sull’Amazzonia». A parlare è ancora Guglielmo Damioli, ora attivo nell’associazione di agricoltori Abaa di Bujaru, nello stato di Pará. Belém, continua, è «porta e capitale dell’Amazzonia, una grande metropoli immagine e frutto della disuguaglianza sociale e della mancanza di politiche pubbliche del Paese». E l’Amazzonia «è il simbolo dell’equilibrio planetario, con la sua fragilità e con l’infinità delle sue ricchezze, umane e naturali». Ma è anche il luogo dove gli agricoltori e coloni hanno tagliato e bruciato la foresta per coltivare la terra, dove «la destra vuole sviluppare monocolture per l’esportazione, come la soia e il biodiesel, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento minerario». La città, racconta Damioli, è piena di cantieri, gli alloggi sono insufficienti per le decine di migliaia di partecipanti attesi per la Cop30, i prezzi sono altissimi. «La gente di Belém soffre un poco il caos per i tanti lavori in corso, ma sa che erediterà una città migliore e che sarà al centro di un evento storico».

Così storico da spingere diversi osservatori a vederci un test cruciale sulla sopravvivenza del multilateralismo nel suo complesso, non solo delle Cop. Su questo concorda anche padre Dario Bossi, che sarà alla Cop30 con la Commissione per l’ecologia integrale della Cnbb. «Siamo in un momento critico per i meccanismi multilaterali, con i nazionalismi e i sovranismi che stanno tentando di smantellarne non solo i concetti ma le strutture stesse».

Padre Dario riporta una battuta che circola fra chi sta preparandosi alla Conferenza: «Qualcuno dice che sarebbe già una vittoria uscire dalla Cop30 progettando una Cop31». Ma, continua padre Bossi, a di là dei timori, ci sono alcuni elementi che non rendono scontato il risultato negativo di questa Cop. Il presidente della Cop, André Aranha Corrêa do Lago, è un diplomatico di carriera con una grande esperienza su cambiamento climatico, energia e ambiente e in questi eventi la capacità degli organizzatori nel creare un clima di fiducia fra i partecipanti è fondamentale.

La Cnbb non sarà nella zona blu, dove si svolgono i negoziati ufficiali e dove a rappresentare la Chiesa ci saranno lo Stato del Vaticano e Caritas internationalis, ma farà comunque sentire le proprie proposte insieme a quelle delle 1.100 organizzazioni riunite nella Cupola dei popoli@ e nel Tapiri interreligioso (tapiri è una parola in lingua indigena che indica una capanna dove si fermano i viandanti a riposare). Quest’anno, poi, a dare maggiore compattezza alle posizioni delle Chiese del Sud globale c’è anche un loro documento congiunto dal titolo «Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni»@.

«Noi scommettiamo sul processo più che sull’evento in sé, perché la vita quotidiana delle persone e la Cop sono molto lontani. Siamo convinti che la storia del clima si cambia dai territori», lavorando con le persone per trovare soluzioni e strumenti concreti. Per questo i popoli indigeni hanno redatto i loro Contributi determinati a livello nazionale – o Nationally determined contributions, Ndc, i piani in cui gli Stati indicano le azioni che intendono portare avanti per il clima – e chiedono che vengano inclusi nel Ndc del Brasile. Non solo: dal momento che il finanziamento è un tema chiave della Cop30, i popoli indigeni hanno proposte su come usare i 300 miliardi di dollari che la Cop29 aveva destinato alla lotta al cambiamento climatico: «Le proposte si basano su esperienze reali, che hanno funzionato, e dimostrano che i popoli indigeni sono un attore decisivo per definire nuovi percorsi».

Chiara Giovetti

© AfMC / James Patias

Nota Bene

Da Onlus a Ets, la sostanza dietro le sigle

Dallo scorso agosto, la Fondazione Missioni Consolata è diventata un Ets, «Ente del terzo settore», ed è iscritta al Registro unico nazionale. Questo è disponibile per la consultazione online@ e permette di leggere e scaricare le informazioni e i documenti fondamentali di ogni ente, come lo statuto e i bilanci.

Al 25 settembre 2025 gli enti iscritti erano 138.014. Gli Ets possono essere di 7 tipi: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; enti filantropici; imprese sociali, incluse le cooperative sociali; reti associative; società di mutuo soccorso e altri enti del Terzo settore. La Fondazione Missioni Consolata fa parte di quest’ultimo gruppo.

Che cosa cambia, per la Fondazione e per i suoi sostenitori?

In primo luogo, che non ci chiameremo più Mco: la «o» finale dell’acronimo, infatti, stava per «onlus», tipologia di ente che non esisterà più a partire dal 2026. Aggiorneremo quindi la denominazione in tutti i canali che usiamo per comunicare con sostenitori, amici, lettori, fornitori, enti pubblici. Il nostro identificativo sarà Fondazione Missioni Consolata Ets.

Nulla cambia, o quasi, per quanto riguarda invece i conti correnti: gli Iban restano gli stessi, cambia solo l’intestazione dei conti, dove la sigla Ets sostituirà Onlus.

Quanto poi ai vantaggi fiscali, continueranno a esserci: riporta la pagina web di Forum terzo settore@ che ci sarà la detrazione del 30% per le erogazioni liberali delle persone fisiche a favore degli Ets (35% nel caso delle organizzazioni di volontariato) fino a un massimo di 30mila euro. A società ed enti spetta invece una deduzione fino al 10% del reddito complessivo netto dichiarato.

Non abbiamo ancora deciso il nome «per gli amici», cioè come riferirci più informalmente a noi stessi, se chiamarci semplicemente Fondazione Mc, oppure Mce. Ma saranno il tempo e l’uso a decidere, come è stato per la onlus. Nessuno aveva stabilito a priori di usare la lettura delle lettere dell’acronimo (emme-ci-o) ma piano piano ci siamo abituati, noi che ci lavoriamo e voi che ci sostenete, a fare così. Anzi, accettiamo suggerimenti: voi come ci chiamerete da oggi?

 Chi.Gio




Onu, un 80° compleanno mesto

Il 24 ottobre ricorre l’ottantesimo anniversario   del Trattato che ha istituito l’Organizzazione delle  Nazioni Unite. Ma le celebrazioni, più che una festa,  si stanno rivelando un’occasione per ripensare il ruolo dell’Onu ed evitarne l’irrilevanza.

Il compleanno delle Nazioni Unite ha una torta con molte candeline, che minaccia di farsi sempre più piccola e con gli amici della prima ora che non sembrano avere molta voglia di presentarsi alla festa.
Per i suoi ottant’anni, infatti, l’Onu sta affrontando progetti di riforme radicali e tagli alla spesa, grossi ritardi nei contributi finanziari da parte degli Stati membri e, più in generale, molte domande su come conservare un minimo di rilevanza in un mondo che fatica a rispettare le regole che si era dato a metà del Novecento.

Queste scelte derivano in larga parte dalle decisioni dell’amministrazione Usa guidata dal Presidente Donald J. Trump, che pare intenzionata a ridurre molto la propria quota di contributo all’organizzazione, pari, finora, a circa un quarto del budget totale.

Usa, ieri fondatori, oggi affondatori?

Gli Stati Uniti erano stati i principali e più convinti fondatori dell’Onu. L’Organizzazione è infatti nata nel 1945 su iniziativa dei Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e, in particolare, di quattro potenze patrocinanti, cioè Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Regno Unito. Dopo la conferenza di Jalta del febbraio 1945, in cui i leader di Usa, Regno Unito e Urss avevano discusso l’ordine mondiale post-bellico, gli stessi Paesi convocarono la Conferenza delle Nazioni Unite sull’organizzazione internazionale. Il termine «Nazioni Unite» fu proposto dall’allora presidente Usa Franklin Delano Roosevelt già anni prima, e utilizzato per la prima volta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, firmata a Washington il 1° gennaio 1942 da 26 Paesi per sancire la loro decisione di cooperare per vincere la guerra contro le potenze dell’Asse, cioè Germania, Italia, Giappone e i loro alleati.

Alcune di queste agenzie esistevano già da molto tempo: l’Unione internazionale delle Telecomunicazioni (Itu), ad esempio, era stata fondata a Parigi nel 1865 e compie quindi 160 anni. Altri organi, come l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), erano un’eredità della Società delle Nazioni, ente precursore dell’Onu fondato dopo la Prima guerra mondiale, mentre le istituzioni finanziarie – Banca mondiale e Fondo monetario internazionale – e l’Unesco, l’agenzia che si occupa di cooperazione nell’ambito educativo, scientifico e culturale, nacquero insieme all’Onu fra il 1944 e il 1945. Altri organi sono poi sorti per iniziativa della stessa Onu: ad esempio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who), nel 1948, l’Unhcr nel 1950, l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica – Aiea/Iaea nel 1957.

Palo della pace all’Unep a Gigiri, Nairobi (foto The Seed)

Il sistema Onu e i suoi costi

Secondo le statistiche ufficiali della stessa Onu, nel 2023 – anno più recente disponibile – l’organizzazione@ ha speso circa 68,5 miliardi di dollari. Una cifra, per dare una misura, pari a due volte il valore delle risorse stanziate con la legge di bilancio italiana nel 2024, o a una volta e mezzo l’importo pagato da Elon Musk per comprare il social network Twitter. Di questi 68,5 miliardi di dollari, la fetta più grossa (44%) è andata all’assistenza umanitaria, seguita da quella destinata all’assistenza allo sviluppo (30%), mentre le operazioni di pace sono al 12%. Stessa quota per le spese rivolte alla realizzazione dell’agenda globale e all’assistenza specializzata, attività cioè che affrontano sfide globali o regionali senza un collegamento diretto con le altre tre funzioni. I principali beneficiari sono l’Africa, dove l’Onu spende ogni anno circa 24 miliardi (35%), e l’Asia (18 miliardi, 27%), seguiti dalle Americhe (4,7 miliardi, 7%), l’Europa (4,4 miliardi, 6,5%) e l’Oceania (507 milioni, 0,7%), mentre il restante 23% (16 miliardi) va a interventi globali o interregionali.

Soldi spesi bene?

Per farsi un’idea del lavoro svolto dalle Nazioni Unite in questi 80 anni, Mugnanini ripercorre i premi Nobel per la Pace assegnati ad agenzie o funzionari Onu: un esercizio che aiuta a distinguere meglio il ruolo dell’organizzazione come specchio del mondo (mirror of the world). Nel 1950, il Nobel andò al diplomatico Ralph J. Bunche che, per conto dell’Onu, aveva mediato le prime fasi del conflitto fra Israele e i suoi vicini, arrivando agli armistizi con Egitto, Libano, Giordania e Siria. Il Nobel del 1954 andò invece all’Unhcr, nato quattro anni prima per aiutare i milioni di sfollati della Seconda guerra mondiale. Nel 1961 fu la volta del premio, postumo, a Dag Hammarskjöld, segretario generale Onu dal 1953 al 1961, morto a Ndola, nell’attuale Zambia, mentre conduceva delicati negoziati per risolvere la crisi in Congo, cruciale (e brutale) banco di prova sia della decolonizzazione che del confronto Est-Ovest.

Negli anni Sessanta, epoca di lotte e profondi cambiamenti sociali, il premio andò nel 1965 all’Unicef, agenzia Onu per l’infanzia, e nel 1969 all’Ilo, che promuove i diritti fondamentali nel lavoro. Nel 1981 fu di nuovo l’Unhcr a ricevere il Nobel, stavolta per l’assistenza ai rifugiati delle guerre in Africa e Asia, mentre nel 1988 fu assegnato alle Forze di peacekeeping delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel ridurre le tensioni nei luoghi di guerra. Nel 2001, il comitato per il Nobel volle sottolineare la fine della Guerra fredda e rafforzare il ruolo del multilateralismo nel nuovo ordine mondiale assegnando il premio alla stessa Onu e al suo segretario generale, Kofi Annan, mentre nel 2005 fu la volta dell’Aiea e del suo direttore, Mohamed El Baradei. Erano gli anni della guerra preventiva, e non autorizzata dal Consiglio di sicurezza, con cui Usa e Regno Unito colpirono l’Iraq di Saddam Hussein e, sia l’Aiea che il segretario generale Annan, si scontrarono duramente con i governi americano e inglese: «Nel suo ruolo di garante del regime di non proliferazione nucleare», scrive ancora Mugnaini, «la Aiea non aveva concordato con la richiesta statunitense di affermare che l’Iraq avesse ripreso il suo programma nucleare militare, posizione quella dell’Aiea che si rivelò poi essere corretta».

Nel 2007, a ricevere il premio fu il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – Ipcc) insieme all’ex vicepresidente Usa Al Gore, per lo sforzo di aumentare la conoscenza sul cambiamento climatico e gettare le basi per le future soluzioni. Infine, nel 2020 è stato il Programma alimentare mondiale (Wfp) a ottenere il riconoscimento: l’agenzia è la più grande organizzazione umanitaria mondiale e nel 2024 ha nutrito 124 milioni di persone, di cui 90 milioni con assistenza di emergenza.

Ma questi esempi di incisività, o almeno partecipazione attiva, delle Nazioni unite alla politica internazionale non esauriscono il suo operato: insuccessi come l’incapacità di prevenire il genocidio in Rwanda, nel 1994 (800mila vittime), e quello a Srbrenica, in Bosnia, nel 1995 (8mila vittime), sono fra gli esempi più citati nelle analisi dei fallimenti nell’ambito che costituisce uno dei pilastri dell’organizzazione, cioè la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale.

Consiglio di sicurezza dell’Onu, agosto 2025 (Un photo / Loey Felipe)

Un Consiglio di sicurezza bloccato

Guardiano di questo pilastro è uno degli organi principali delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza. La sua attuale composizione – cinque membri permanenti con diritto di veto e dieci membri eletti a rotazione per due anni – è ritenuta anacronistica da molti studiosi e dalla maggioranza degli stati membri dell’Onu, e l’inefficacia dimostrata di recente nel reagire all’invasione russa dell’Ucraina e al massacro compiuto da Israele a Gaza non hanno fatto che evidenziare questo stato di cose.

La prima iniziativa dell’Assemblea generale per avviare una riforma del Consiglio risale al 1992, ma oltre trent’anni di negoziazioni non hanno portato alcun risultato concreto, e le tre principali posizioni in campo continuano a creare uno stallo. La prima, del blocco cosiddetto G4 – Germania, Giappone, Brasile e India – chiede per i quattro Paesi lo stesso status dei cinque membri permanenti, anche se è flessibile circa il potere di veto, ed è favorevole all’assegnazione di due seggi permanenti all’Africa. Il secondo blocco, la coalizione Uniting for consensus (Ufc), guidata dai rivali regionali del G4 (tra cui Argentina, Messico, Italia, Polonia, Pakistan, Corea del Sud e Turchia) chiede l’aumento dei membri eletti da dieci a venti per ottenere un Consiglio egualitario e rappresentativo. Il terzo blocco è l’Unione africana, i cui 54 membri insistono affinché al continente vengano dati due seggi permanenti con diritto di veto e almeno tre seggi non permanenti in più, forti del fatto che la metà delle riunioni del Consiglio e circa il 70% delle sue risoluzioni riguardano questioni africane.

Quanto ai membri permanenti, i cosiddetti P5, la loro strategia è ostacolare il processo di riforma. Tutti vogliono mantenere il proprio seggio permanente e il diritto di veto, ma le loro posizioni sulla riforma del Consiglio sono diverse. La Russia è scettica sull’aggiunta di seggi permanenti e vuole evitare di indebolire il proprio status globale. Nemmeno la Cina vuole nuovi membri permanenti, mostrando particolare ostilità verso le aspirazioni dei rivali regionali nel G4, India e Giappone, ma sostiene, con l’Ufc, l’aggiunta di un massimo di dieci membri eletti. Inoltre, Pechino si oppone all’adozione di un testo che faccia da base per il negoziato, introducendo un ulteriore elemento di impasse.

Truppe della Monusco nella provincia dell’Ituri in Congo Rd (Un photo / Jorkim Jothan Pituwa)

Le riforme degli altri pilastri

Ma, al di là delle scelte specifiche sulle singole agenzie, il documento fa emergere un generale bisogno di razionalizzazione: fa infatti riferimento a «mandati sovrapposti» – un mandato in ambito Onu è la decisione che conferisce a un organismo l’autorità di svolgere le proprie funzioni, ad esempio la fondazione di un ufficio o la creazione di una commissione d’inchiesta – a un «uso inefficiente delle risorse»,  alla «frammentazione e duplicazione» e a un eccessivo numero di posizioni dirigenziali.

Chiara Giovetti

Riunione dellUnep a Nairobi (foto The Seed)



Guerra alla scuola, troppi ragazzi senza istruzione

Ogni giorno, nel mondo, otto scuole e i loro studenti, sono colpiti da attacchi di varia natura. In Palestina, Ucraina, Sudan, Rd Congo e altri Paesi in crisi, la guerra rischia di privare un’intera generazione di un’istruzione adeguata.
Borodjanka, Ucraina (Luca Bovio / AfMC)

Nel 2022 e 2023, diecimila studenti ed educatori sono stati uccisi, feriti, rapiti, arrestati o in altro modo danneggiati. Le cause sono stati gli attacchi che hanno colpito istituzioni educative e gli incidenti dovuti all’uso di scuole e università per fini militari. Questi attacchi e incidenti sono stati circa seimila, cioè una media di otto al giorno, con un incremento del 20% rispetto agli anni precedenti. Lo riporta il rapporto Education under attack 2024@, elaborato dalla Global coalition to protect education from attack (Gcpea). La coalizione, formata nel 2010 da organizzazioni attive nel campo dell’istruzione, ha nel suo comitato direttivo rappresentanti di enti come Unicef, Unesco, Human rights watch e Amnesty international.

Nella sezione del rapporto che descrive la metodologia usata, gli attacchi violenti all’istruzione sono definiti come uso della forza, minacciato o effettivo, contro studenti, insegnanti, personale di servizio, funzionari dell’istruzione, edifici, risorse educative o strutture.

Fra le categorie degli attacchi all’istruzione c’è anche l’uso militare di scuole e università. Questo avviene quando le strutture destinate all’educazione sono trasformate in caserme, rifugi temporanei, depositi di munizioni, centri per detenzione e interrogatori.

Quanto ai metodi per la raccolta dei dati, Gcpea ne indica tre: un’analisi di rapporti e statistiche prodotti da Nazioni Unite o Ong, think tank o gruppi di esperti, ricerche sui media e contatti con i membri del personale delle organizzazioni internazionali e nazionali che operano nei Paesi interessati.

La coalizione ha fra i suoi obiettivi anche quello di promuovere e monitorare l’applicazione della Safe schools declaration@, un impegno politico che mira a vincolare i governi a proteggere, anche con provvedimenti legislativi, le scuole durante i conflitti armati, a raccogliere dati affidabili sugli attacchi avvenuti e a fornire assistenza alle vittime.

Un esempio di messa in atto della dichiarazione, citato nella scheda informativa 2025 sui progressi fatti, è il Codice di protezione dell’infanzia promulgato dalla Repubblica centrafricana, che rende reato gli attacchi alle scuole e la loro occupazione. Si tratta del primo atto legislativo di questo genere in Africa@.

Gaza, in 658mila senza scuola

Nel 2022 e 2023, si legge ancora nel rapporto, il maggior numero di attacchi all’istruzione è stato registrato in Palestina, Ucraina, Repubblica democratica del Congo e Myanmar: centinaia di scuole sono state minacciate, saccheggiate, bruciate, bersagliate da ordigni esplosivi improvvisati@ o colpite da bombardamenti o attacchi aerei.

Secondo il monitoraggio di giugno scorso sugli impatti della guerra nella striscia di Gaza, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha, nell’acronimo inglese), dall’ottobre 2023, 15.379 alunni e 691 membri del personale scolastico sono stati uccisi, mentre 23.105 studenti e 2.926 insegnanti sono stati feriti. L’89% delle scuole, cioè 501 su 564, dovranno essere ricostruite del tutto o subire ristrutturazione massicce per tornare a funzionare. In totale, sono 658mila i bambini e gli adolescenti e 87mila gli studenti universitari che non possono andare a scuola@.

Già a settembre 2024, uno studio realizzato dall’Università di Cambridge in collaborazione con l’Agenzia Onu per i profughi Palestinesi, Unrwa, e il Centre for lebanese studies, un centro studi sul Libano con sede nel Regno Unito, rilevava che i bambini e i giovani di Gaza fra la pandemia, gli scontri nel maggio 2021 e la guerra attuale hanno perso circa due anni scolastici, con un conseguente aumento del 20% della povertà educativa, cioè la quota di bambini che a 10 anni non sa leggere un testo di base.

Lo studio calcolava anche che uno studente in procinto di affrontare l’equivalente dell’esame di maturità nel 2023 vedeva ritardato di due o tre anni il conseguimento del titolo se non gli fosse stato permesso di tornare immediatamente a scuola e ricevere anche un sostegno integrativo per recuperare le competenze perdute.

A peggiorare la situazione, continua il rapporto, intervenivano ulteriori fattori: le disabilità provocate dalle violenze a una media di 15 bambini ogni giorno, i ritardi nello sviluppo cognitivo dovuti alla malnutrizione e le conseguenze sulla salute mentale, e quindi su attenzione, concentrazione e memoria, di migliaia di bambini traumatizzati dalla guerra.

15 gennaio 2011. Benedizione e apertura del “Dormitorio della Pace”, Porro, Samburu, Kenya (Virgilio Pante /AfMC)

Ucraina, a scuola sottoterra

In Ucraina, fra gennaio e aprile di quest’anno, 220 bambini sono stati uccisi o feriti: un numero del 40% più alto di quello dello stesso periodo del 2024@.

Nemmeno qui gli attacchi risparmiano le scuole: a fine giugno un istituto superiore della zona di Odessa è stato colpito@ da missili balistici russi che hanno ucciso due persone dello staff della scuola e danneggiato la struttura: nessun bambino è stato ferito perché erano già iniziate le vacanze estive e la scuola era vuota.

Nel complesso, riportava l’Unicef@ a marzo 2025, le istituzioni educative danneggiate dall’inizio dell’invasione russa sono 3.373, di cui 385 distrutte. A fine dicembre dell’anno scorso, 741mila bambini studiavano in modalità mista – in presenza e a distanza -, mentre 443mila seguivano le lezioni solo online. A Kharkiv, riportava Save the children a gennaio di quest’anno@, per garantire ai bambini la scuola in presenza almeno qualche ora al giorno, nonostante i frequenti attacchi, la città ha predisposto scuole sotterranee nel sistema della metropolitana.

Le proporzioni dello studio online cambiano in relazione all’area geografica e alla vicinanza del fronte: i risultati di un sondaggio realizzato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), pubblicati nel maggio scorso,@ mostravano che nella macro regione più colpita dalle ostilità, cioè la parte orientale del Paese, la metà degli alunni studiava solo online e solo uno su otto frequentava lezioni in presenza; per gli sfollati interni, la quota di didattica a distanza era del 44%.

Anche in Ucraina, i test standardizzati condotti già a ottobre del 2022, dopo otto mesi di guerra, rilevavano un declino nell’apprendimento comparabile a due anni di scuola persa.

Padre Luca Bovio visita una scuola per bambini nei pressi di Cherson, Ucraina (2023)

Sudan e Rd Congo

E poi c’è il Sudan, la crisi insieme più grave – almeno nei numeri – e più ignorata di questi anni. Secondo i dati del Global education cluster© – l’approccio a cluster (grappolo) è il meccanismo di coordinamento adottato dal 2005 dalle Agenzie Onu e i loro partner specializzati per affrontare le emergenze – la situazione attuale in Sudan è la seguente: dopo due anni di conflitto, su 12,5 milioni di studenti iscritti prima della guerra, 9 milioni non sono ancora tornati a scuola. A questi vanno aggiunti i 6,9 milioni di bambini che già prima del conflitto non erano scolarizzati. Nelle parti occidentale e meridionale del Paese l’istruzione formale – cioè scuole registrate e riconosciute, pubbliche o private che siano – manca del tutto, gli insegnanti non ricevono lo stipendio o lo ricevono solo in modo irregolare e un milione di ragazzi sono a rischio di passare all’età adulta senza un diploma di istruzione secondaria, vedendo così preclusa ogni possibilità di continuare gli studi e di trovare lavori qualificati.

Anche nell’Est della Rd Congo, riportavano Save the children e Unicef a maggio@, oltre 600mila bambini non sono ancora tornati a scuola dopo la ripresa, a gennaio 2025, delle ostilità fra l’esercito congolese e gruppo ribelle M23, sostenuto dal vicino Rwanda. In particolare, risultavano ancora chiuse 786 scuole su 6.632 nella provincia del Nord Kivu e 862 scuole su 8.175 nel Sud Kivu.

In Ituri, provincia confinante con il Nord Kivu, a fine maggio altri 130mila bambini risultavano non frequentare più la scuola, portando così a 1,3 milioni il totale degli alunni della provincia senza accesso all’istruzione@.

Unicef ha quantificato in 57 milioni di dollari i fondi necessari per affrontare la crisi nel Congo orientale: a maggio scorso, mancavano ancora 24 milioni di dollari per raggiungere la cifra necessaria@.

Chiara Giovetti

Giochi per bambini al Malindza refugee camp in eSwatini (AfMC)

8 e 9 settembre per l’istruzione

Secondo il Rapporto di monitoraggio globale sull’istruzione 2024, 251 milioni di bambini continuano a essere non scolarizzati. Il dato si è ridotto solo dell’1% nel corso dell’ultimo decennio. Nei Paesi a basso reddito, la percentuale di persone in età scolare che non va a scuola è del 33%, a fronte del 3% dei Paesi ad alto reddito. Oltre la metà dei bambini non scolarizzati del mondo si trova in Africa subsahariana.

L’8 settembre è la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.

Il tema è: «Promuovere l’alfabetizzazione nell’era digitale». L’obiettivo di quest’anno è sensibilizzare al ruolo degli strumenti digitali, sia per favorire l’apprendimento da parte di circa 754 milioni di persone nel mondo che risultano tuttora non alfabetizzate, sia per evitare, viceversa, che il divario digitale crei una doppia emarginazione, privando le persone anche dei benefici dell’era delle tecnologie digitali. Per gli aggiornamenti sugli eventi che segneranno la giornata si può fare riferimento al sito Unesco: https://www.unesco.org/en/days/literacy

La giornata prevede fra l’altro l’assegnazione di due premi: il primo è il premio Unesco – Re Sejong, promosso dalla Repubblica di Corea e rivolto specialmente all’alfabetizzazione in lingua madre. I premiati sono tre e ricevono una medaglia, un diploma e 20mila dollari.

Il secondo è il premio Unesco – Confucius, promosso dalla Repubblica popolare cinese e dedicato all’alfabetizzazione funzionale e all’uso degli strumenti tecnologici per sostenere l’apprendimento da parte degli adulti nelle aree rurali e dei giovani in abbandono scolastico. In questo caso, i tre vincitori ricevono una medaglia, un diploma e 30mila dollari.

Nel 2019, uno dei vincitori del Premio Confucio è stato il Nuovo comitato il Nobel per i disabili, Ong fondata da Dario Fo, che ha vinto con il programma «Tell Me» Theatre for education and literacy learning of migrants in Europe (Teatro per l’educazione e l’alfabetizzazione dei migranti in Europa), che tutt’oggi mira a favorire «l’inclusione sociale dei giovani e degli adulti migranti in Italia, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana per mezzo del teatro»@.

Scuola di Somana ad Isiro, nord del rd Congo (AfMC)

Il 9 settembre è la Giornata internazionale per la protezione dell’istruzione dagli attacchi.

Il tema di quest’anno non è ancora stato annunciato alla chiusura di questo articolo, ma gli aggiornamenti verranno pubblicati sulla pagina dedicata dell’Unesco@ https://www.unesco.org/en/days/protect-education-attack.

Per le iniziative in Italia di entrambe le giornate si può visitare la pagina eventi di Onuitalia@: https://www.onuitalia.it/calendario-eventi/.

Chi.Gio.

Scuola di Alaba ad Addis Abeba in Etiopia. (AfMC)



Che dice su di noi il bilancio sociale

A giugno, abbiamo pubblicato il bilancio sociale sulle nostre attività del 2024. Per Mco si tratta del quinto. Vale la pena di fermarsi a riflettere su quello che abbiamo capito di noi grazie alla sua stesura.

Interventi multisettore, assistenza sanitaria in Africa, educazione allo sviluppo in Italia. Ecco quali sono gli ambiti di lavoro nei quali sono aumentati di più gli investimenti di Missioni Consolata onlus nel 2024.
Il dato emerge dal nostro Bilancio sociale pubblicato@ il mese scorso. Nel documento, consultabile sul sito di Mco, si dà conto ai donatori anche del complessivo aumento della raccolta fondi rispetto all’anno precedente. L’incremento è stato di quasi 712 mila euro, il 21% in più del 2023.

Sono i fondi per il sostegno generico quelli che hanno registrato il maggiore aumento: questo è dovuto al fatto che, rispetto al 2023, Mco ha ricevuto più donazioni libere, cioè senza indicazioni vincolanti da parte dei donatori su come utilizzarle. Con esse si è costituito un fondo che finanzierà interventi di emergenza e iniziative in linea con le priorità della onlus: sostenere, ad esempio, progetti significativi in Paesi dove la presenza dei Missionari della Consolata è più recente e le difficoltà delle comunità locali più accentuate.

I fondi sono andati a circa 230 missionari, che li hanno usati in venti Paesi, Italia compresa, per realizzare progetti, gestire il programma di sostegno a distanza, ma soprattutto per il funzionamento di strutture e attività ricorrenti.

Mettere in sicurezza i servizi

È questo, infatti, il dato che risalta guardando alla ripartizione dei fondi fra settori operativi: progetti, sostegno a distanza (di scolari e studenti, ndr), sostegno a opere e attività ricorrenti, attività religiose e rivista.

Nel 2024, quasi trentadue euro ogni cento raccolti hanno sostenuto il funzionamento di strutture e attività ricorrenti: alle scuole è andato il 29% dei fondi di questo settore, agli ospedali il 49%, agli impianti idrici il 3%, ai programmi consolidati di difesa dei popoli indigeni il 3% e altri costi che garantiscono la piena operatività dei servizi già presenti.

In altre parole, e semplificando un po’, grazie a queste risorse, un ospedale è in grado di effettuare almeno le stesse visite e gli stessi esami di laboratorio dell’anno precedente; una scuola non è costretta ad accorpare più classi per mancanza di insegnanti o perché la pioggia ha sfondato il tetto di un’aula; una comunità non rischia di restare senz’acqua perché la pompa del pozzo si è rotta.

A finanziare, invece, iniziative espansive dell’offerta di servizi attraverso progetti di cooperazione sono andati circa 25 euro ogni cento, oltre la metà spesi fra istruzione e sanità. Mentre i sostegni a distanza ne hanno assorbiti meno di quattro.
Una fetta cospicua, pari a circa 13 euro ogni cento, ha permesso alla redazione di Missioni Consolata di produrre informazione missionaria sia sul cartaceo che sul web, mentre quasi otto euro sono stati spesi in attività religiose, come il sostegno ai seminari in cui si formano i futuri missionari della Consolata o la costruzione di chiese e cappelle. Per i costi di amministrazione e funzionamento in missione e in Italia – cioè i costi di personale e di struttura sia della onlus che delle amministrazioni regionali Imc sul campo – si è speso circa il 13% dei fondi, mentre intorno al 3% sono andati al sostegno generico di cui abbiamo parlato sopra.

Bambini del doposcuola di Zuunmod in Mongolia

E allora la sostenibilità?

A ben guardare, questa preponderanza del sostegno a strutture e attività che già esistono non stupisce: il modo dei missionari di fare cooperazione prevede, infatti, che quest’ultima sia una delle attività che si svolgono in anni di permanenza sul campo, che, non di rado, porta i religiosi stessi a diventare parte integrante della comunità locale.

In molti casi, i missionari si trovano in zone dove, negli anni, lavorando con la gente locale, sono riusciti a garantire servizi di base in ambito educativo e sanitario – dispensari e scuole primarie – per fasce della popolazione che altrimenti ne sarebbero escluse, perché le locali autorità pubbliche non sono in grado di farsi carico dei costi per i servizi alla popolazione o perché la situazione globale è decisamente peggiorata sia per ragioni interne al Paese, per il cambiamento climatico o crisi internazionali. Così, a volte, le autorità governative fanno accordi ufficiali con i missionari perché essi offrano quel servizio al posto loro.

È il caso, ad esempio, dell’ospedale di Neisu, nella Repubblica democratica del Congo, che, sulla base di una convenzione quadro del 2007 fra il ministero della Sanità congolese e la diocesi di Isiro-Niangara, è incaricato di servire la zona sanitaria Ovest della città di Isiro, diventando di fatto uno snodo del sistema sanitario nazionale.

In questi contesti, non si tratta di costruire un ospedale, ma di mantenerne in piedi e funzionante uno già esistente. Eventuali nuovi servizi sanitari – ad esempio, restando a Neisu: la creazione di un reparto cardiologia – vengono aggiunti attraverso interventi progettuali circoscritti solo quando se ne ravvisano necessità, fattibilità e almeno parziale sostenibilità.

La comunità locale viene coinvolta in vari modi per coprire i costi ordinari, ad esempio richiedendo il pagamento di rette scolastiche nelle scuole, o di alcuni servizi sanitari negli ospedali e centri di salute. Spesso, però, queste strutture si trovano in zone dove una buona parte della popolazione non ha il reddito sufficiente per pagare tale servizio. I missionari scelgono di offrirlo comunque per evitare che le persone rinuncino a curarsi o smettano di mandare i figli a scuola. In questo modo, la sostenibilità, intesa come capacità di queste strutture di coprire in autonomia i propri costi, viene raggiunta solo in parte. Per questo le donazioni sono indispensabili.

Inoltre, un progetto è, per definizione, un’iniziativa innovativa che trasforma, a volte in modo profondo, il contesto in cui si realizza per offrire una soluzione duratura a un problema strutturale. In questo senso, tutte le opere dei missionari, alle quali Mco offre il suo sostegno, sono state «progetti» nella loro fase iniziale, ma sono passate poi a essere «strutture e attività ricorrenti» da mantenere e far funzionare sul lungo periodo.

Lavori di costruzione del pozzo di Luia a Tete in Mozambico

Progetti sì, progettifici no

Semplificando molto, la visione più rigida dello strumento «progetto» nella cooperazione allo sviluppo prevede che il progetto «virtuoso» sia quello che realizza un’iniziativa in grado di reggersi in piedi da sola dal punto di vista finanziario una volta che il progetto è concluso e i suoi fondi terminati.

Le spese di struttura, funzionamento, personale, attività ordinarie di una scuola o di un ospedale in un Paese del Sud globale, quindi, dovrebbero essere via via coperte grazie al ruolo crescente delle autorità pubbliche locali nel prendersi in carico i costi, o attraverso le entrate – rette scolastiche, pagamenti delle visite e delle terapie – che la struttura ottiene dagli utenti in grado di pagare, o, ancora, da una combinazione di queste due cose.

Dal 2020 a oggi, i bilanci sociali di Mco hanno messo in chiaro che il sostegno a opere (strutture) e attività ricorrenti per garantirne il funzionamento ordinario assorbe il grosso dei fondi di una onlus missionaria come Mco.

Questo qualifica il suo lavoro come non sostenibile? La sua capacità di lavorare per progetti ne esce compromessa? In definitiva sono queste le domande che ci si trova a porsi davanti al quinto bilancio sociale.

Per rispondere, è di aiuto affacciarsi sulla piazza dove si svolge molta parte del dibattito pubblico sulla cooperazione in Italia, cioè il blog Info-cooperazione. Nel 2018, un articolo dal titolo «Uscire dalla spirale del progettificio. La proposta della filantropia privata» riportava un contributo@ apparso sul giornale delle Fondazioni a firma di Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero (Associazione italiana delle fondazioni ed enti della filantropia istituzionale) secondo cui «in qualunque settore, le organizzazioni che investono sulle persone, sulle capacità, sui sistemi gestionali e tecnologici, sulla sostenibilità e lo sviluppo finanziario hanno più probabilità di successo. Ma nel terzo settore l’approccio ideologico cambia le carte in tavola» e i donatori vogliono finanziare solo i progetti, seguendo il «mantra che (…) tutti i finanziamenti debbano essere destinati ai progetti con la correlata formula magica della percentuale dei costi di struttura/costi generali come unico indicatore di efficienza». Secondo Carazzone, questo da decenni strangola gli enti del terzo settore, riducendoli in «progettifici».

Carazzone definiva già nel 2018 questo modo di lavorare obsoleto e inefficace in un’epoca storica di fenomeni che superavano i confini tra settori e che si caratterizzavano per «diseguaglianza crescente, popoli in movimento, cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, populismo, xenofobia». Per affrontare questioni come queste, concludeva la segretaria di Assifero, i singoli progetti non sono sufficienti. Occorre selezionare le organizzazioni del terzo settore e «investire sulle loro missioni, sui loro obiettivi strategici, espandendo e catalizzando le loro competenze e capacità».

Centro sociale dela Barrio Santo Agostino nel Barrio Caplanca a Luanda, Angola

Nessun posto è lontano…

Sette anni, trenta milioni tra rifugiati e sfollati, una pandemia e due guerre dopo, le considerazioni di Carazzone non potrebbero essere più attuali. Che qualcuno non possa curarsi in Costa d’Avorio o non possa andare a scuola in Colombia ha smesso da tempo di essere un problema solo locale. Questo per almeno due motivi: il primo è la mobilità umana, che è un tratto tipico della nostra specie e lo strumento a cui ricorrono le persone quando non trovano, nel luogo in cui vivono, le condizioni, compresa la disponibilità di servizi pubblici, per avere uno standard di vita che ritengono accettabile. Se la quota di popolazione che migra sul pianeta non è aumentata nemmeno di un punto percentuale dal 1990 a oggi, passando dal 2,9% al 3,7%, in valore assoluto le persone che si muovono sono raddoppiate: da 154 a 304 milioni@.

Il secondo motivo è che le diseguaglianze stanno aumentando anche nelle società del Nord del mondo, che stanno affrontando problemi sempre più simili a quelli del Sud globale: problemi che, in Italia, riguardano sistemi sanitari in affanno, una incidenza della povertà familiare cresciuta di tre punti percentuali in dieci anni@ e investimenti troppo bassi nel settore dell’istruzione@.

Bambini del doposcuola di Zuunmod in Mongolia

… e chi dona lo sa

Le persone reagiscono in modi diversi di fronte a questi fenomeni: uno di essi è percepire i problemi come questioni comuni a loro e a molti altri lontani e collegate tra loro, che si manifestino sotto casa o in un altro continente.

Molti dei donatori di Mco mostrano in modo chiaro questa sensibilità, quando donano a una struttura (ospedale, scuola) o addirittura a un’attività ordinaria che la struttura svolge (parti sicuri, stipendi per gli insegnanti) senza indicare altro.

Molti immaginano forse che un ospedale missionario come quello di Neisu, in Rd Congo, resterà non del tutto sostenibile a lungo.

Ma sanno che non è sostenibile nemmeno il fatto che in quello stesso Paese ci siano intere aree dove la guerra del 1997 – 2002 non è mai finita e dove i metalli necessari per produrre i nostri dispositivi elettronici vengono estratti dal sottosuolo da una forza lavoro che include bambini di sette anni pagati un dollaro al giorno@ e che a trarre i maggiori guadagni da questo commercio sia un gruppo armato, l’M23, che commette atrocità costanti contro la popolazione civile@.

In questo senso, allora, il sostegno a opere e attività ricorrenti è una voce che abbiamo creato per «etichettare» una parte importante delle risorse raccolte, e poi utilizzate sul campo, e che mostra la visione inclusiva e solidale che i nostri donatori hanno del mondo.

Formazione di donne vedove all’allevamento suino in Uganda

Una piccola galassia

Siamo certamente in buona compagnia: secondo i dati disponibili su Open Cooperazione@, la piattaforma di info-cooperazione che raccoglie i dati delle organizzazioni italiane del settore, le entrate di queste organizzazioni nel 2023 sono state 1,3 milardi di euro di cui il 40% da donatori privati.

A caricare i dati sono stati 143 enti. Secondo l’ultimo censimento Istat delle istituzioni non profit@, quelle che hanno come settore di attività prevalente la cooperazione e solidarietà internazionale sono 4.443 e portano avanti il loro lavoro grazie a 3.741 dipendenti e 70.262 volontari, di cui il 55% svolgono attività sistematica e il 45% saltuaria.

È difficile stabilire solo con queste informazioni quale sia il volume totale dei fondi raccolti da queste oltre 4mila organizzazioni e impiegati nella cooperazione.

Per quanto riguarda Mco, gli enti del terzo settore che ci hanno sostenuti nel 2024 sono stati 87, di cui sei hanno come obiettivo esclusivo, o almeno prevalente, il finanziamento alle opere dei missionari della Consolata, e forniscono oltre un terzo dei fondi che riceviamo da questa categoria di donatori.

Chiara Giovetti

Nota bene:
alla data di chiusura di questo articolo, il bilancio sociale era ancora in fase di stesura. Per questo potrebbero esserci delle piccole discrepanze fra i dati riportati qui e quelli definitivi.

Lavori al pozzo di Luia a Tete, Mozambico



Rifugiati, la crisi non rallenta

Il numero di rifugiati e sfollati nel mondo è aumentato per 12 anni consecutivi e oggi è pari a oltre due volte la popolazione dell’Italia. Sette rifugiati su dieci sono ospitati negli Stati confinanti il Paese d’origine, quasi sempre Paesi a basso o medio reddito.

Lo scorso 7 aprile, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Unhcr, riferiva che, a due anni all’inizio della guerra in Sudan, le persone costrette a fuggire dal Paese erano circa 12,7 milioni, di cui 8,6 milioni sfollati all’interno dei confini sudanesi e quattro milioni nei Paesi confinanti o vicini: Egitto, Sud Sudan, Chad, Libia, Uganda, Etiopia e Repubblica centrafricana@. Sul totale mondiale dei rifugiati, riportava l’agenzia, uno su 13 è del Sudan, che diventa così il Paese con il maggior numero di profughi al di fuori dei propri confini in tutta l’Africa. Fra le persone costrette a fuggire ci sono anche cittadini non sudanesi che erano già rifugiati da altri Paesi accolti in Sudan.
I livelli di insicurezza alimentare erano molto alti, fra il livello 3, che indica crisi, e il livello 4, di vera e propria emergenza, con una zona nella parte meridionale del Sudan dove la situazione era già in fase 5, quella della catastrofe umanitaria@.

La guerra nel Paese, raccontava Enrico Casale su MC dello scorso aprile@, è scoppiata nel 2023 «a causa di tensioni legate alla transizione politica del Sudan verso un governo civile», in seguito all’instabilità politica generata dalla caduta del dittatore Omar al-Bashir, arrivato al potere nel 1989 con un colpo di Stato e deposto trent’anni dopo. Il conflitto vede opporsi l’esercito sudanese e le Rapid support forces (Rsf), eredi delle milizie Janjaweed responsabili delle atrocità nella regione sudanese occidentale del Darfur all’inizio di questo secolo.

123 milioni di profughi

Quella del Sudan è una delle peggiori crisi umanitarie in corso, ma il numero di profughi nel mondo sta aumentando da 12 anni consecutivi: se nel 2012 gli sfollati globali erano circa 43 milioni, alla fine di giugno dell’anno scorso erano triplicati: 122,6 milioni, provenienti da 179 Paesi@. Questo mese esce il nuovo rapporto Unhcr che fornirà dati più consolidati; intanto, quelli a disposizione dicono che una persona su 67 sul pianeta è costretta a lasciare il luogo in cui vive per sfuggire a persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

Sul totale di quasi 123 milioni, oltre la metà sono sfollati interni al paese d’origine, 38 milioni sono rifugiati, 8 milioni sono richiedenti asilo – cioè persone che hanno richiesto il riconoscimento dello status di rifugiato o un’altra forma di protezione internazionale, ma la cui situazione non è ancora definita – e poco meno di 6 milioni sono persone non incluse in queste due categorie ma probabilmente bisognose di protezione internazionale.

Due terzi dei rifugiati vengono da soli quattro Stati: Siria, Venezuela, Ucraina e Afghanistan; circa sette su dieci sono ospiti di Paesi a basso e medio reddito confinanti con quello di origine. I minori, cioè le persone sotto i 18 anni di età, sono 47 milioni.

Questi numeri provengono da tre fonti: Unhcr, Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees in the Near East) e l’Idmc (Internal displacement monitoring centre) della Ong umanitaria Consiglio norvegese per i rifugiati.

Unhcr e Unrwa sono entrambe agenzie Onu, ma hanno mandati diversi e complementari. In particolare, l’Unrwa – che ha sotto il suo mandato circa 5,9 milioni di palestinesi – fornisce ai rifugiati servizi in cinque ambiti, fra cui sanità e istruzione, in attesa di una soluzione alla loro situazione, mentre l’Unhcr offre assistenza solo temporanea ma ha l’autorità di reinsediare i rifugiati palestinesi e cercare per loro soluzioni durature. Secondo l’Unhcr, però, ogni anno viene reinsediato meno dell’1% dei rifugiati@.

Boa Vista e rifugiati venezuelani

Anche la crisi venezuelana non registra miglioramenti: la situazione di mancanza di servizi di base, violenza, criminalità e violazioni dei diritti umani è tale che quasi un venezuelano su quattro ha lasciato il Paese. Secondo la piattaforma R4V, cogestita da Unhcr e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), i rifugiati e migranti venezuelani nel mondo sono poco meno di 7,9 milioni, di cui 6,7 distribuiti in 17 Paesi dell’America Latina. I primi tre Paesi ospitanti sono Colombia, che ha 2,8 milioni di venezuelani sul proprio territorio, Perù (1,7 milioni) e Brasile (627mila)@.

Il Brasile si è dato una legislazione sulla migrazione che facilita molto l’accoglienza, attribuendo agli stranieri – almeno sulla carta – gli stessi diritti e doveri dei brasiliani, senza grandi distinzioni legate allo status di rifugiato o migrante, e mettendo a disposizione rifugi, assistenza umanitaria e ricollocamento delle persone nei vari Stati brasiliani nell’ambito della Operação acolhida, operazione accoglienza. Ma le difficoltà restano tante: secondo l’analisi dei bisogni di rifugiati e migranti fatta da R4V nel 2024@, i minori immigrati che non erano iscritti al sistema scolastico formale erano circa il 17% nel Paese, ma un’ulteriore verifica condotta nello stato di Roraima, principale punto di ingresso dei migranti dal Venezuela in Brasile, alzava il dato al 54%. Quanto alla nutrizione, se a livello nazionale era il 22% delle famiglie immigrate intervistate a segnalare insicurezza alimentare moderata o grave, in Roraima la percentuale era di cinque punti più alta. La popolazione indigena – Warao, Pemon, Taurepang, E’ñepa, Kariña e Wayuu – ha difficoltà ancora maggiori: l’analisi cita il caso di un rifugio della Operação acolhida dove i bambini che non frequentavano la scuola erano 86 su cento.

Donna Warao che lava la sua roba a Boa Vista

Le difficoltà concrete

A Boa Vista, in Roraima, un’équipe dei missionari della Consolata assiste i migranti e rifugiati venezuelani che vivono negli insediamenti informali, cioè fuori dai centri governativi. Padre Juan Carlos Greco, missionario di origine argentina membro dell’équipe, ha lavorato anche nove anni in Venezuela con gli indigeni Warao.

«Non è facile capire chi è rifugiato e chi migrante», spiega Juan Carlos: spesso non dipende solo dal motivo per cui una persona ha abbandonato il proprio Paese – cioè se è o no in fuga da una persecuzione – ma dai documenti di cui dispone all’arrivo. «Immagina che marito e moglie arrivino con in tasca una carta d’identità venezuelana: a entrambi viene riconosciuto il diritto ad avere la residenza in Brasile e diventano così migranti residenti. Ai bambini con meno di 12 anni, il Venezuela non rilascia una carta di identità, perciò, se la coppia ha una figlio di quell’età è senza documenti e le autorità, per poterlo accogliere, devono riconoscergli lo status di rifugiato. Infine, se a questi genitori arriva un nuovo figlio mentre sono in Brasile, lo Stato brasiliano non può attribuire al nuovo nato la cittadinanza venezuelana, perciò lo riconosce come cittadino brasiliano. Ecco allora che hai famiglie con genitori migranti residenti, figli grandi rifugiati e figli piccoli cittadini brasiliani».

Alle questioni burocratiche si aggiungono poi altre difficoltà: ci sono persone – continua Juan Carlos – che sono venute dal Venezuela perché sono malate o disabili e nel loro Paese non possono più curarsi. Ma nelle loro condizioni non riescono a lavorare e possono solo “stare in un rifugio in attesa di un miracolo”». Spesso, poi, il cibo servito nei rifugi crea ulteriori problemi, perché è avariato o cucinato in modo scorretto e causa intossicazioni alimentari. «Prima, a fornire il cibo era la Caritas brasiliana, ma ora ha chiuso per mancanza di fondi: questi venivano infatti in larga parte dagli Usa, ma il governo statunitense a gennaio ha sospeso gli aiuti»@.

A volte, pur di lavorare, i migranti entrano in contatto con organizzazioni criminali. «Una donna warao aveva un marito, non indigeno, che si è messo nel traffico di droga ed è stato ucciso da due sicari in moto a colpi di arma da fuoco. Lui è morto sul colpo, la moglie, ferita al costato, è morta pochi giorni dopo. Il bambino di cinque mesi, che lei teneva in braccio, è stato ferito a una mano ma si è salvato. Ora lui e i suoi sette fratelli sono orfani e hanno solo i nonni ultrasessantenni che possono prendersi cura di loro. Il governo ancora non ha concesso loro la bolsa familia», cioè l’aiuto finanziario per le famiglie povere, «perciò per ora aiutiamo noi con latte in polvere e un po’ di cibo». Adesso sei dei bambini vanno anche a scuola: il nonno accompagnava quattro di loro usando Uber, ma non aveva i soldi per rientrare a casa e poi tornare a prenderli, perciò li aspettava fino alle 5 del pomeriggio fuori dalla scuola. «Qualcuno lo ha notato e, toccato dalla sua situazione, gli ha procurato un piccolo aiuto finanziario per coprire i costi di trasporto».

Malindza Refugee Reception Centre 2022
The eSwatini Council of Catholic Women (ECCW) visited the Refugee Centre for a time of prayer and to share their gifts (09 July 2022)

eSwatini e Sudafrica, emergenze vecchie e nuove

Oltre al Sudan, ci sono altre realtà in Africa che vivono da anni una situazione di emergenza. Il Centro di accoglienza per rifugiati di Malindza, nel Regno di eSwatini, ospita ad esempio molte persone provenienti dalla zona dei Grandi Laghi, che comprende fra gli altri la Repubblica democratica del Congo, dove il conflitto nella zona orientale va avanti da anni.

Il Centro è sotto mandato Unhcr, in collaborazione con il governo di eSwatini e con la Ong World Vision come partner. «Fino a dicembre scorso», spiega monsignor José Luis Ponce de León, vescovo di Manzini e missionario della Consolata, «a Malindza gli ospiti erano circa 400, la metà bambini. Poi, con lo scoppio della violenza in Mozambico, centinaia di persone hanno attraversato il confine». Caritas eSwatini ha reagito fornendo coperte, materassi e cibo. «Visitando il campo insieme ad alcune suore mozambicane», continua monsignor Ponce de León, «ci siamo resi conto che, sebbene arrivassero dal Mozambico, i profughi non erano mozambicani, ma di altre parti dell’Africa che erano scappati dai loro Paesi e si erano stabiliti lì».

Anche a Pretoria, in Sudafrica, un missionario della Consolata, padre Daniel Kivuw’a, collabora con la Chiesa locale per assistere migranti e rifugiati provenienti da diversi paesi africani. «Ad alcuni», spiega padre Daniel, «soprattutto a quelli provenienti da Paesi con un conflitto in corso – Rd Congo, Sudan e, ultimamente, il Mozambico – il governo ha concesso lo status di rifugiato». Ma le difficoltà per i migranti in Sudafrica continuano a essere legate all’ostilità della popolazione locale, che non è nuova ad atti xenofobi violenti e al rischio di cadere vittima del traffico di esseri umani e agli elevati livelli di corruzione. «Molti migranti», continua Daniel, «faticano a ottenere documenti perché non hanno denaro per pagare i funzionari dell’immigrazione. Se sono donne migranti, poi, rischiano anche di subire abusi sessuali».

Chiara Giovetti




Giustizia e pace, se non ora quando?


Diseguaglianze, guerra e crisi climatica sono le sfide a cui tentano di rispondere le iniziative del mondo missionario che vanno sotto il grande ombrello chiamato Gpic: giustizia, pace e integrità del creato. Dalle esperienze passate e presenti possono venire gli spunti per quelle future.

Giustizia, pace e integrità del creato (Gpic) è l’espressione con cui gli istituti religiosi indicano uno degli ambiti su cui si concentrano il loro lavoro e la riflessione teologica.

Le sue origini, si legge sul sito dell’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg)@, risalgono agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in particolare alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del 1965 e al Sinodo dei vescovi sulla giustizia nel mondo del 1971. Un documento (la GS) e un’istituzione (il sinodo) nati entrambi  dal Concilio Vaticano II e dalla spinta al rinnovamento della Chiesa che esso raccolse. Nel 1967, papa Paolo VI istituì il Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace, soppresso da papa Francesco nel 2017 per trasferire le sue funzioni e quella di altri tre Pontifici consigli al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale@.

Il dicastero, si legge sulla sua pagina istituzionale, «ha il compito di promuovere la persona umana e la sua dignità donatale da Dio, i diritti umani, la salute, la giustizia e la pace», e «si interessa principalmente alle questioni relative all’economia e al lavoro, alla cura del creato e della terra come “casa comune”, alle migrazioni e alle emergenze umanitarie».

La definizione estesa aiuta a orientarsi nella varietà di temi che la Gpic copre, e a operare una sorta di traduzione verso il linguaggio della cooperazione allo sviluppo.

Forzando un po’ alcuni concetti – come è inevitabile quando si passa da un lessico religioso a uno laico -, possiamo dire che la Gpic rimanda alla lotta alle diseguaglianze, alla risoluzione dei conflitti e alla protezione dell’ambiente.

Temi, questi, che anche le Nazioni Unite ritengono prioritari: nel suo discorso all’Assemblea generale Onu dello scorso gennaio, il Segretario generale António Guterres ha indicato come sfide globali più urgenti per il 2025 i conflitti in continua ascesa, le disuguaglianze crescenti, l’intensificarsi della crisi climatica e l’aumento incontrollato della tecnologia.

E non è difficile rintracciare, nel testo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i riferimenti (ad esempio al punto 13) all’interdipendenza di queste sfide e alla conseguente necessità di affrontarle insieme.

Ricordando padre Antonio Bonanomi a Toribio.

Toribio, dove tutto si incrocia

L’insieme queste tre dimensioni della Gpic si è manifestato fin dall’inizio nella realtà di Toribio, dove – ricorda padre Rinaldo Cogliati, che a Toribio ha lavorato dal 1986 al 2007 – i missionari della Consolata hanno iniziato il loro lavoro il 2 febbraio del 1985: quarant’anni fa.

Toribio si trova nel Nord del Cauca, regione sudoccidentale della Colombia sulla Cordigliera centrale delle Ande. Su Missioni Consolata del novembre 1996, padre Antonio Bonanomi, coordinatore dell’équipe missionaria dal 1988 al 2005, spiegava che i missionari della Consolata erano arrivati a Toribio per continuare il lavoro di padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote colombiano ucciso il 10 novembre 1984 a causa «del suo impegno evangelico per la giustizia».

Membro lui stesso del popolo indigeno dei Nasa, padre Alvaro aveva lavorato nella parrocchia di Toribio e nei vicini villaggi di Caldono, Jambaló e Tacueyó con la sua équipe di suore missionarie di Madre Laura e di laici indigeni dal 1975 al 1984. Frutto del suo lavoro era stato l’avvio del Progetto Nasa, che probabilmente sarebbe un caso da manuale – se ne esistesse uno – di impegno per la giustizia, la pace e l’integrità del creato.

Chi ha operato in quella zona fra gli anni Settanta e oggi, infatti, si è trovato ad affrontare l’effetto combinato dell’esclusione di cui sono vittime da secoli i popoli indigeni, del conflitto fra esercito e guerriglia, e degli effetti sull’ambiente e sulla sicurezza dell’espandersi prima del latifondo e poi dell’industria, con il corollario della violenza esercitata dai gruppi paramilitari al servizio di latifondisti e industriali.

A questa violenza, la comunità nasa ha opposto la guardia civica, gruppi di volontari che monitorano il territorio. All’epoca della sua istituzione c’erano molti dubbi sull’efficacia di persone armate solo di bastonie nel contenere gruppi con armi vere come i paramilitari e i guerriglieri. Ma, scriveva padre Rinaldo su MC del settembre 2001, la risposta fu che «la vera arma della guardia è l’appoggio della comunità», e la volontà di quest’ultima di difendere, anche con la vita, il proprio plan de vida, cioè il progetto di sviluppo che il popolo nasa ha elaborato per se stesso.

Sarebbe troppo complicato riassumere qui i risultati del lavoro avviato da padre Alvaro e portato avanti dai missionari della Consolata fino allo scorso febbraio, quando questi ultimi hanno lasciato Toribio alla Chiesa locale.

Vale però la pena di ricordare che, se nel 1984, poco prima del suo assassinio, padre Alvaro aveva condiviso con padre Ezio Roattino – missionario della Consolata amico di Alvaro e una delle ultime persone ad averlo visto vivo – la preoccupazione per una popolazione di 69mila persone che rischiava di ridursi fino a sparire, oggi, secondo il più recente censimento nazionale (2018),@ il popolo nasa conta 243mila persone, di cui l’88% nel Cauca.

Il «Centro di educazione, abilitazione e ricerca per lo sviluppo integrale» della comunità, Cecidic, attraverso cui dal 1992 passano gran parte delle attività di istruzione e formazione del Progetto nasa, e al quale l’équipe missionaria ha dato un impulso fondamentale, offre corsi tecnici in agricoltura sostenibile, formazione su arti e saperi ancestrali, etno educazione ed economia, anche in collaborazione con la Pontificia università bolivariana di Medellin.

Ripasso di matematica elementare.

Oujda e i migranti

Se Toribio è un luogo dove si sovrappongono e incrociano, potremmo dire in presa diretta, le tre sfide della Gpic, Oujda, nella parte orientale del Marocco, è un posto che accoglie persone costrette ad affrontare un’impresa ancora diversa: trovare pace e benessere in Europa perché povertà, guerra e crisi climatica rendono impossibile avere queste cose nel proprio Paese d’origine.

«A volte fuggire è anche un atto di ribellione davanti a situazioni a cui non si può fare fronte», spiega, da Malaga, Silvio Testa, responsabile dell’associazione Uyamaa (dal kiswahili ujamaa, famiglia estesa, ndr) dei Missionari della Consolata in Spagna. «La voglia, non solo di aiutare la propria famiglia, ma anche di contribuire a cambiare il proprio Paese, emerge spesso nei racconti dei migranti che i Missionari della Consolata ricevono alla parrocchia di Saint Louis, con il loro servizio di accoglienza d’emergenza, attivo sette giorni su sette, 24 ore al giorno».

Nel 2024, riferisce Silvio, che con il team missionario di Oujda collabora in modo stabile, i migranti accolti dai missionari sono stati 3.744. «Di questi, l’80% circa veniva dal Sudan», il Paese africano dove è in corso la più grave crisi umanitaria sul pianeta, con 30 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti urgenti@.

Quasi metà dei migranti che sono arrivati a Oujda l’anno scorso, continua Silvio, erano minori stranieri non accompagnati, il più piccolo dei quali aveva 13 anni. C’erano poi 44 donne con 20 bambini fra i due e i dieci anni, e molti di loro in condizioni di salute che richiedono cure. Le consultazioni mediche sono state, infatti, poco meno di 1.500 e in 14 casi c’è stato bisogno di un intervento chirurgico. Le ferite e le patologie dermatologiche sono una costante, a cui si sono aggiunti tre casi di tubercolosi, due di anemia falciforme, un’insufficienza cardiaca e una renale. I missionari attivi a Oujda sono i padri Edwin Osaleh, Francesco Giuliani e Patrick Mandondo. Le principali difficoltà che segnalano riguardano l’accesso dei migranti all’ospedale, sia per i costi che occorre affrontare per ricoveri e terapie, che per la mancanza di documenti di identità degli assistiti. Fra gli altri servizi che il centro di accoglienza offre, spiegava padre Edwin in una relazione del 2024, ci sono anche il vitto e alloggio per le persone in attesa di rimpatrio volontario, la formazione professionale, l’alfabetizzazione e il sostegno alle vittime di tratta, che prevede la protezione e l’accompagnamento nelle procedure presso la polizia e le autorità marocchine.

eSwatini, lavorare per il dialogo

Sempre in Africa, ma quasi 11 mila chilometri più a Sud, c’è un’altra realtà dove favorire il dialogo può essere un modo per provare a vincere le tre sfide della Gpic. Monsignor José Luis Ponce de León, missionario della Consolata e vescovo di Manzini, porta avanti nella sua diocesi, assieme a un gruppo di sacerdoti e collaboratori, un intenso e delicato lavoro per creare spazi di confronto costruttivo e pacifico.

Questo impegno si è reso necessario specialmente dopo che, nel 2021, il Paese ha vissuto momenti di tensione e violenza in seguito alle proteste, soprattutto da parte dei giovani, per l’uccisione di uno studente universitario e alla repressione da parte delle forze di sicurezza. Anche il 2022 ha visto ulteriori episodi violenti, e nel 2023 è stato ucciso Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani, fondatore di Msf, una coalizione di partiti di opposizione.

Al di là dei singoli episodi, alla base della tensione vi è probabilmente la frustrazione per le scarse opportunità di lavoro: il tasso di disoccupazione fra i giovani, raggiunge il 58%@.

«eSwatini», riferiva monsingor Ponce de Leon a MC nel gennaio dell’anno scorso, «ha sempre avuto un buon sistema educativo. Anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione razziale. Eppure, tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troverà un lavoro»@.

Per riflettere su questo e altri problemi, la diocesi ha avviato diverse iniziative. «L’esperienza dei disordini ci ha aperto gli occhi sulla necessità di riunirci e dialogare», scrive oggi il vescovo. «Una delle iniziative è stato la creazione di “club della pace” nelle scuole superiori, che ora stiamo estendendo alle parrocchie».

C’è poi la sensibilizzazione sulla violenza di genere, ad esempio le due tavole rotonde con i membri del governo organizzate su questo tema, e l’inizio di un lavoro sulla salute mentale e di sostegno psicosociale: «Il suicidio sta diventando una parola familiare nel nostro Paese, almeno a giudicare dalle statistiche ufficiali. È una grande sfida in una cultura che ha sempre rispettato la vita». Infine, c’è l’Ecplo – eSwatini catholic parliamentary liaison office, «un ufficio lanciato un paio di anni fa per dare al lavoro del Parlamento un contributo ispirato alla nostra dottrina sociale. È molto apprezzato perché i nostri documenti sono brevi e diretti al punto».

Grande área de garimpo com dezenas de barracões sao vistos na regão do rio Uraricoera na Terra Indigena Yanomami. ( Foto: Bruno Kelly/Amazôia Real).

Altre esperienze

Ci sono altre esperienze significative che i missionari della Consolata portano avanti nella giustizia, pace e integrità del creato, ad esempio l’esperienza nell’Amazzonia brasiliana a cominciare da quella di Catrimani. Qui da 70 anni i missionari fanno cooperazione allo sviluppo in ambito educativo e sanitario, ma fungono anche da forza di interposizione fra le comunità indigene e le varie istanze che, nel corso di questi decenni, si sono avvicendate (o alleate) per mandare via questi popoli e sfruttarne le terre.@

C’è poi l’impegno delle missionarie della Consolata, a cominciare da suor Eugenia Bonetti, nella lotta alla tratta di esseri umani@, ma anche il lavoro che padre Nicholas Muthoka e i suoi confratelli portano avanti alla Spera, la parrocchia Maria Speranza Nostra, nel quartiere torinese di Barriera di Milano, zona popolare e multietnica@.

Dal punto di vista del pensiero e della riflessione su Gpic, a cominciare dalle parole e dal loro significato, un contributo prezioso e una sintesi di grande efficacia è stata, dalla fine anni Novanta e per una decina di anni, la Scuola per l’Alternativa, un’iniziativa dei Missionari della Consolata a Torino, in particolare di padre Antonio Rovelli, in collaborazione con questa rivista e le Ong Cisv e Vis.

«Abbiamo bisogno di parole», scriveva padre Rovelli nel 2005@, «perché le vecchie parole sono diventate moneta fuori corso per certi versi. Termini come guerra, terrorismo, amico, nemico, patria, pace, occidente, sostenibilità, progresso, Europa, democrazia e partecipazione, hanno subito una pericolosa metamorfosi semantica.

All’interno delle mura protette del Palazzo gli strateghi fanno i salti mortali, come dei veri e propri funamboli sull’asse dei significati, mentre lontano, nei vari contesti del vissuto sociale, la gente cerca significato e senso alla propria esistenza».

Difficile non sentire delle assonanze sorprendenti con l’oggi.

Chiara Giovetti