Li avete sempre con voi

L’ho visto lì, appeso al legno. Spogliato di ogni cosa. Persino della vita.
Povero, come me.
Ho visto anche te in quei paraggi.
Te, che lo hai seguito per la Palestina e hai ascoltato le sue parole e assistito ai suoi prodigi e che, soprattutto, lo hai avuto con te.

Ora mi offri un pasto, un panno per coprirmi, una parola di conforto.

Ti sei impresso nel cuore quel momento in cui, due giorni prima che lo catturassero, aveva detto «i poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7). Io ero presente anche quel giorno, nella casa di Simone. Uno dei poveri di cui parlava Gesù. Ma tu non mi avevi riconosciuto finché non mi ha riconosciuto Lui.

Ti dirò di più: forse non avevi ancora riconosciuto nemmeno Lui, finché non l’hai visto inerme sul Golgota. E poi vivo. Risuscitato e povero, come noi.

Ora ti voglio dire una parola:
hai riconosciuto me; hai riconosciuto Lui.
È tempo di riconoscere anche te.
Riconosciti povero.
Non avrai più nostalgia di quando lo avevi con te.
Non sei più tu ad averlo.
È Lui che è con te. Tutti i giorni. Fino alla fine del mondo.

Invitati a riconoscere i poveri e il Signore in loro, e noi stessi poveri,
buona estate missionaria
da amico
Luca Lorusso

Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

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Restauratori di strade

Vedevo affamati domandare il pane, caviglie ristrette in catene, bambini senza tetto dormire nell’immondizia.
Incontravo miseri e nudi privi di riparo, oppressi in cerca di libertà, vite in affanno paralizzate da gioghi gravosi.

Gli afflitti di cuore non trovavano consolazione.

Implorazioni di aiuto si spegnevano nel silenzio,
mentre parole empie erano gridate dai tetti delle case giorno e notte.

Nel mezzo di rovine antiche e strade interrotte, mi affannavo per portare aiuto.
Ma il mio agitarmi era fatica di delusione. La mia ferita s’infettava, e la mia tenebra si faceva fitta.

Così era, prima che arrivasse il vento a scoperchiare la mia casa.
Quando ho sentito una voce pronunciare «Eccomi»,
e non capivo se venisse dall’aria o dagli amici attorno.

Una fiamma sui loro capi. Stupore nei loro sguardi.

E parole, tracciate come con un dito sulla polvere appena posata: «Ti guiderò sempre, ti sazierò in terreni aridi, rinvigorirò le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono» (Is 58,11).

Ho sentito la mia ferita bruciare meno. Ho visto una luce brillare negli occhi degli altri come l’aurora. E al fondo delle mie tenebre il meriggio.

Qualcuno mi ha spinto, e mi sono trovato tra una folla di lingue e odori, di mani e domande. E ho iniziato a dire a un bambino, e poi a un’anziana, e a una coppia – e loro dicevano a me -: «La tua gente riedificherà le rovine antiche. Ti chiameranno riparatore di brecce, e restauratore di strade perché siano popolate».

Così è dello Spirito, che si trasmette non tra sani, ma tra feriti, e che non rifiuta le tenebre, ma in esse risplende.

Riparatori di brecce e restauratori di strade, lasciamoci dissetare dallo Spirito che zampilla,
 amico
Luca Lorusso

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Tra le mie mani, la tua pace

Hai posato il tuo sguardo nel mio,
il tuo cuore sul mio.
Senti chiaro il mio turbamento:
tu te ne vai, e io non so dove.
Dici che viene il Principe di questo mondo,
e io non so come, sotto quale aspetto.
E so che non so vincerlo.

«Non vi lascio orfani», affermi, mentre prendi congedo.
E mi comandi di tenere nel fodero la spada,
nonostante le ingiustizie sui poveri, le armi sugli inermi, il sangue sui nostri figli.

Tornerai, dici. E io non so come attenderti.
E rabbrividisco al suono di una sirena antiaereo,
al ronzio di un drone, al silenzio di ordini digitati su uno schermo.

Mi lasci tra le mani la pace, la tua pace.
E le mie mani tremano: di paura, di odio, rassegnazione.
Mi pare più ragionevole la pace come la dà il mondo:
opporre alla violenza una violenza appena un poco più grande,
alla morte una morte appena un poco più efficace.
È semplicemente l’unica via possibile. Mi sembra.

«Vado a prepararti un posto. Manderò lo Spirito», hai sussurrato.

«Non sia turbato il tuo cuore, non temere.
Te lo dico ora, prima che avvenga, perché quando avverrà, tu creda».

E io ci provo a credere che il Principe di questo mondo
non può nulla contro te, contro me.
Che la violenza non può che generare violenza, e la morte, morte, fintanto che qualcuno non le spezza.

Forse con l’accoglienza che genera accoglienza, con la vita che genera vita.

«Non ti lascio solo», mi dici. «Sarò con te tutti i giorni».

Infine aggiungi, «Alzati ora, andiamo».

E io reggo tra le dita incerte la pace, la tua pace, da restituire al mondo.

Buon cammino disarmato e disarmante
verso la Pasqua,

da amico
Luca Lorusso

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Alzo gli occhi verso i monti

Sono Nesma Ayed. Mi trovo nell’ospedale Friends of the patient society di Gaza City. È il 17 settembre. Nel lettino di fronte a me, la mia bambina Jana, 9 anni, ha smesso di respirare. Malnutrizione acuta. Come sua sorella Jouri, morta un mese fa. Aveva due anni.

Alzo gli occhi verso la finestra. Fuori vedo macerie. Da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio nome è Rahman, vivo con mia mamma, mia moglie i miei due bambini nel villaggio di Patarkhola, vicino a Satkhira, in Bangladesh. Lavoro a giornata in una fabbrica di mattoni. Cerco ancora di ricostruire la mia abitazione distrutta dal ciclone Amphan.

Alzo gli occhi verso i miei bambini. Da dove mi verrà l’aiuto?

Sono Federico, ho lasciato l’università un anno fa. Vivo con i miei. Mio padre è depresso. Mia mamma è sempre via per lavoro. Fuori, i palazzi immobili di Belluno. Dentro me, un disagio che cresce ogni giorno.

Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto? (cfr. Sal 120).

Ho visto, in Rd Congo, una donna raccogliere due bambini soli che non erano suoi, mentre tutti fuggivamo dai miliziani
dell’M23.

Ho ricevuto l’eucaristia nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, in Sri Lanka, insieme a chi ricordava i 100 morti dell’attentato del 2019.

Ho visitato un uomo in carcere, a Roma. Nel suo sguardo perso, ho intuito una piccola luce di desiderio di vita.

Ho alzato gli occhi verso il cielo e verso l’umanità, e ho visto vite resistenti, custodite dalla vita che non muore. E una luce nuova, farsi piccola via tra le tenebre.

da amico, Luca Lorusso

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Incontro al volto

Ecco il tuo volto: soglia tra la tua vita e il mondo.
Ecco il mio corpo: tempo amato,
custodito dall’amore che non muore.
Ecco il volto dell’altro: volto prossimo,
soglia tra il tuo mondo e il suo.
Volto al quale aprire il tuo, e il mio nel tuo.

Ascoltami. Non nascondermi il tuo volto.
La tua vita mi è cara. È preziosa ai miei occhi.
Il mio cuore abita in te, perché là dove sta
il mio tesoro, sta anche il mio cuore (Mt 6,21).
E tu sei il mio tesoro.

E se tu sei il mio tesoro, e se il prossimo è il tuo tesoro,
allora io sono nel suo cuore, perché sono nel tuo, e il tuo è nel suo.
Se il nostro tesoro, poi, è il Padre,
il nostro cuore dimora in Lui, e il suo cuore riposa in tutti.

Così è il missionario, semplicemente:
incontra la vita dell’altro e pone sulla soglia
il proprio cuore abitato da Dio.

In questo ottobre in cui ricorre l’anniversario della canonizzazione di san Giuseppe Allamano,
padre di missionarie e missionari, mettiamoci in cerca dei volti prossimi. Il nostro, il Suo, i loro.
Buon mese missionario da amico
Luca Lorusso

Indice:

Bibbia on the road: Inni crstologici /6

Parole di corsa: Non possiamo dare altro che Dio

Amico Mondo: Dilexit nos. Amore per amore

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«Dico a voi, alzatevi»

Eravamo vicini alla città di Nain, non distanti da Nazareth, nel Nord della terra di Israele. Gerusalemme distava 130 chilometri a Sud, Gaza 170.

Camminavamo con lui e una grande folla.

Quando arrivammo alla porta della città, ecco, «veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei» (Lc 7,11-15).
Il Signore vide la donna e si fermò per domandare di lei alla gente. Saputo quello che le accadeva, fu preso da grande compassione, le si accostò «e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara,
mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre».

Poi Gesù si girò verso di noi, e ci guardò con la stessa compassione.
Anche noi piangevamo, e lui sapeva che avremmo pianto ancora, per causa della morte, e per le cause delle morti.
Avremmo vissuto il lutto quando la morte sarebbe arrivata, accompagnata, volta per volta, dai nomi e cognomi dei carnefici, sferrata tramite le armi, la fame e la sete, la sottrazione di cure e del minimo per conservare la vita.

Si avvicinò e ci toccò, uno per uno, mentre la nostra angoscia si fermava, la nostra corsa verso l’odio si arrestava.

E ci disse: «Fratelli, dico a voi, alzatevi!».

Poi ci indicò con il dito il Sud dove altre donne e uomini piangevano sui corpi dei loro figli.

Guardò la folla intorno, e aggiunse: «Fate questo in memoria di me».

Inviati a disarmare il mondo come fili di sutura nelle mani della pace, buon cammino verso Sud
da Amico
Luca Lorusso

Acqua pulita a Rabour, Kisumu, Kenya



Vedere venire il bene


La mia vita, e la vita del mondo: crocifisse come te, Signore, inchiodate sulla morte.

Ero un tamarisco nella steppa: maledetto, gettato in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere (cfr. Ger 17,5-8).

Non vedevo venire alcun bene.
Nessuna consolazione mi toccava.
Tantomeno una speranza.

Ricordo in modo confuso, invece, cosa provavo guardando Maria. Invidia, forse rabbia. Sete, molta sete: un desiderio, allora, ancora senza nome.

Lei era un albero piantato lungo un corso d’acqua che non teme il caldo, perché ha radici stese verso la corrente.
Le sue foglie, in mezzo al sale di quelle ore, rimanevano verdi.

Il mio nome, Pietro, pronunciato da lei,
era un frutto dolce che mi veniva offerto. Bagnava la mia bocca disseccata.

La sua fiducia era il Padre. La sua cura per me era dire bene di Lui e di te.

Senza lei, non so se avrei ritrovato gli occhi per vedere il bene venire.

Di certo oggi protendo anche io le mie radici nodose verso il Padre, e osservo con stupore le mani di molti che, in tutta la Terra, afferrano i frutti del tuo Spirito tra le foglie verdi dei tuoi amici.

Come pellegrini di speranza tra le macerie, con Maria, fissiamo lo sguardo sul bene che viene,
da amico
Luca Lorusso

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Il tocco delle tue mani


Sento ancora il tocco delle tue mani ruvide sui miei piedi. Mani vive, callose, come quelle di mio padre, di mio nonno. Il tuo lavare, asciugare, accarezzare la mia pelle, ha reso più sensibili i miei timpani che vibrano alle tue parole. Tu mi dici di rimanere in te.

Eppure sai che tra poco ti porteranno via, sai che domani a questa stessa ora sarai un corpo morto, disteso nel buio impenetrabile di un sepolcro.

Lo sai, eppure mi chiedi di rimanere in te.
E mi assicuri che tu rimarrai in me.

Io sono qui, tra il calore calmo delle tue mani sui miei piedi
e la visione del tuo sangue sopra un legno.

Come rimanere in te? Come rimani tu in me?

Com’è che io e te non ci perderemo?

Aprirai una strada nella morte?

Buon cammino a piedi nudi verso la Pasqua,

da amico
Luca Lorusso

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Un rifugio nel deserto


Nel deserto, una donna fugge. Il cielo sopra di lei ha perso un terzo delle stelle. Dietro, una bestia la insegue: voleva divorare suo figlio, ma non è riuscita, e ora è furiosa (Ap 12).

La Terra vive un tempo di travaglio e di grandi conflitti. Il cosmo intero pare vacillare. I rifugi che le donne e gli uomini conoscevano sono crollati. E chi si trova nella tempesta non sa orientarsi. È il nostro tempo.

La donna alza lo sguardo al cielo mentre attraversa quel suolo arido. Ripensa ai molti occhi del drago che poco prima attendeva, di fronte a lei, la nascita del nuovo re.

Ricorda le doglie del parto. Il suo travaglio, come il travaglio dell’umanità che ogni giorno genera nel sangue vita nuova. Il suo timore, come il timore dell’umanità che prega perché la vita generata non sia inghiottita dalla morte.

La donna corre nella polvere e sente il nemico avvicinarsi. Il serpente antico alle sue spalle sibila come un seduttore e un accusatore dalle lingue infinite.

La donna si sente sollevare. Le sono state date le due ali della grande aquila. Allora la bestia vomita un fiume per travolgerla, ma la terra spalanca la sua bocca e inghiotte le acque.

La donna giunge al rifugio che Dio ha preparato per lei. È un deserto di abbondante nutrimento. Chi volesse rifugiarsi con lei ne avrebbe per sé e molti altri, e lei chiama.

La bestia si apposta altrove, in attesa di aggredire altri figli generati dallo stesso amore.

E la donna fa memoria di suo figlio: i lineamenti amabili che mai avrebbe voluto lasciare andare; il suo rapimento verso l’alto; la salvezza in Dio. Avesse tenuto per sé il frutto del suo grembo, non sarebbe stato dono per tutti. Ha generato vita per la vita di ciascuno, e il suo rifugio, precario, nel deserto, senza bellezza né apparenza, è un asilo aperto per ogni esule.

Il bambino stesso, il Figlio dell’Altissimo, è quel rifugio, è quelle ali di aquila, è nutrimento e seme e terra. È vita nuova che germina.

Perché il Signore che nasce sia rifugio nella tempesta. Buon avvento e buon Natale.

da amico, Luca Lorusso

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Un banchetto di nozze


C’è una festa oggi. Un banchetto di nozze. Dio si è invaghito dell’umanità e la chiama per condividere ciò che è suo, ciò che è.

Ha sentito il grido delle sue creature levarsi dalla Terra. Le ha guardate e le ha amate.

E ha mandato i suoi testimoni attraverso i secoli e i confini, per parlare al loro cuore e cambiare il pianto in danza, mostrare che la morte ha perduto il suo veleno, e la vita è viva per sempre.

Giuseppe Allamano è uno di loro. Ha sentito il Signore stare alla porta e bussare. Bussava da dentro perché gli si aprisse per uscire incontro ai popoli*. E quando Giuseppe ha aperto, molti uomini e donne si sono sparsi fino ai confini della Terra per invitare tutti alle nozze, e dire che Egli è con noi ogni giorno, fino alla fine del mondo.

Quei missionari sono andati in Africa, Americhe, Asia, Europa e, con Maria Consolata, ancora oggi rinnovano il segno dell’acqua mutata in vino.

Sono giunti fin nel cuore dell’Amazzonia, dove hanno incontrato e affiancato i popoli nativi che si oppongono al male della storia che li travolge.

Anche lì, come in tutti gli altri luoghi geografici ed esistenziali nei quali vivono, hanno portato la notizia delle nozze, e hanno celebrando la cena del Signore che realizza «il radunarsi escatologico del popolo di Dio»*.

Anche lì, dove la guarigione di un uomo in fin di vita ha mostrato in modo tangibile che la morte non ha l’ultima parola, che la vita non muore, l’umanità oggi può sentire di non essere abbandonata, ma consolata, sposata.

C’è una festa oggi. Una festa che non legge le sofferenze individuali e di interi popoli come incidenti da tralasciare, la croce come una parentesi da scordare. Ma come vita amata da trasfigurare, già qui e ora.

Grati per le opere che il Signore ha compiuto e compie,
buon mese missionario in questo ottobre che celebra Giuseppe Allamano santo

da amico, Luca Lorusso

*Cfr. Messaggio di papa Francesco per la giornata missionaria mondiale (Gmm) del 20 ottobre 2024, data della canonizzazione di Giuseppe Allamano, uno dei principali promotori dell’istituzione della Gmm stessa.

 




Il pastore bello


Il pastore conosce le sue pecore ed è conosciuto da loro.
Il mercenario non conosce le sue pecore e non si lascia conoscere.
Il pastore, se vede il lupo, si mette in mezzo tra il lupo e le pecore per proteggerle.
Il mercenario, se vede il lupo, manda avanti le pecore perché lo proteggano.

Il pastore dà la sua vita per le sue pecore (Gv 10,11-16), perché le sue pecore sono la sua vita, la sua gioia.

Il mercenario salva la propria vita. Non vorrebbe sacrificare le pecore, perché gli sono utili,
ma se è necessario per mettersi al sicuro, lo fa.

Quando il pastore è assunto in cielo, le sue pecore diventano pastore le une per le altre
e, tutte insieme, pastore per quelle che non sono ancora con loro.

Quando il mercenario muore, le sue pecore gareggiano per prendere il suo posto, il suo potere.
E calpestano le altre. Vogliono le altre con loro solo per se stesse.

Tu, Signore sei il nostro pastore. Non manchiamo di nulla.
Noi siamo le tue pecore, ci chiami per nome, ci custodisci, non lasci che nulla ci colpisca,
non lasci che moriamo in eterno.
Raccogli ogni minuto di ogni ora di ogni giorno delle nostre vite.
E tieni tutto con te.

Inviati come pastori,
raduniamo in Lui la vita nostra e di chi ci è affidato,

buona estate missionaria
da
amico

Luca Lorusso


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La Pentecoste di Maria


Il suo volto ti abita, Maria, ora che non puoi più toccarlo.
Lo vedi ogni momento.
È tranquillo mentre, neonato, si addormenta attaccato al tuo seno.
È sorridente a due anni tra le braccia di Giuseppe.
È serio tra i maestri nel tempio in adolescenza.
È il volto del tuo Signore, il viso bello di tuo figlio.

Lo scruti tra la folla che lo ama.
Lo contempli sporco di polvere e sangue.
Lo abbracci nell’orto degli ulivi, quando vi ordina di rimanere a
Gerusalemme per ricevere lì lo Spirito Santo, poco prima che venga elevato in alto e sottratto al tuo sguardo da una nube.

Erano quaranta giorni che stava con voi, e pronunciava parole di consolazione, e compiva prodigi. Ora ne sono trascorsi nove senza vederlo più, e tu custodisci tutto nel tuo cuore.

Oggi il tuo popolo celebra la Pentecoste, il memoriale della consegna a Mosè della Legge sul Sinai, del momento in cui Israele è diventato il popolo di Dio e il Signore suo Dio. La Città Santa è in fermento. Anche gli amici di Gesù lo sono. Si domandano che fare, cosa celebrare.

E all’improvviso viene dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempie la casa dove state tutti insieme. Vedi lingue come di fuoco che si dividono e si posano su ciascuno. Anche su di te. E tutti venite colmati di Spirito Santo (cfr. At 2,1-11).

A quel rumore, la folla multietnica di Gerusalemme si raduna. E tutti rimangono stupiti nel sentire gli apostoli parlare delle grandi opere di Dio nelle loro lingue native.

Oggi la Chiesa nasce dallo Spirito, e nasce missionaria. Nasce da una Legge scritta sul cuore, capace di parlare di vita piena ed eterna alla vita di ogni donna e ogni uomo.

Anche tu rinasci Maria.

Forse speravi che lo Spirito promesso ti avrebbe chiarito tutto. Quello che da più di trent’anni in qua è accaduto in te e attorno a te e che ancora oggi accade.

Invece hai ricevuto la chiarezza definitiva che, semplicemente, tutto sta in modo saldo nelle mani amorevoli del Padre, che tutto viene da Dio e a Dio torna. Anche tu, anche tutto ciò che hai meditato e mediterai nel tuo cuore.

Oggi sei consolata, Maria, sorella e consolatrice.

Consolati dal Consolatore,
buon cammino sulle strade del mondo,

da amico
Luca Lorusso

In questo inserto:

  • Bibbia on the road: Inni cristologici /1
  • Parole di corsa: Dio ha il suo piano per noi
  • Amico mondo: Laudate Deum, il creato chiama
  • Progetto Mongolia: Per i ragazzi di Zuunmod

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