Comunità simpatiche … secondo l’Allamano


Il mese di novembre si apre con la solennità di «Tutti i Santi» e, quest’anno, si apre subito dopo il Sinodo dei giovani che ha avuto tra le sue parole chiave «santità», non certo politically correct (parlando di giovani). Tra i vari documenti del Sinodo, appare anche questa annotazione: «Convinti che la santità “è il volto più bello della chiesa”, prima di proporla ai giovani, siamo chiamati tutti a viverla da testimoni, divenendo così una comunità “simpatica”. Solo a partire da questa coerenza, diventa importante accompagnare i giovani sulla via della santità. Se sant’Ambrogio affermava che “ogni età è matura per la santità”, senza dubbio lo è anche la giovinezza».

Tutti noi adulti, dunque, siamo invitati a diventare «simpatici», ossia attraenti e capaci di accompagnare i nostri giovani sulle strade della santità. In questo, per noi missionari della Consolata, è stato maestro e testimone esemplare il beato Allamano che, con autorevolezza e sapienza, ha saputo esercitare con i giovani aspiranti missionari una vera «pedagogia della santità»; come appare, ad esempio, nelle poche lettere da lui scritte a fratel Benedetto Falda, missionario poco più che ventenne e appena arrivato in Africa.

Ricordandolo con nostalgia e trepidando un poco per lui, l’Allamano gli scrive: «Ciò che ti raccomando particolarmente è di non mai scoraggiarti dei tuoi difetti, sia di umiltà, di ubbidienza, di carità o d’altro. Non sei ancora santo e di questa roba ne avrai sempre, finché vivrai, frutto in gran parte del tuo carattere vivace. Basta che abbia davanti a Dio il desiderio di emendarti… e poi, allegro come prima!». E ancora: «Comprenderai come il mio cuore paterno abbia esultato nel sapere della tua professione perpetua. Il caro p. Morino me ne scrisse una minuta relazione, riferendomi i punti principali del bel discorso del p. Cagliero. Metti in pratica tale predica e sarai il modello di quanti fratelli verranno dopo di te… Felice te! Sarai capo di una grande schiera di santi fratelli in cielo e dovrai lassù anche ringraziare me, che non ti risparmiai le correzioni».

Questi cenni brevissimi, ma luminosi, ci aiutano a scoprire, una volta di più, la volontà del Signore «che ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» (Gaudete et exsultate, 1). Non solo, ma che questa «meta alta» a cui tutti siamo chiamati deve essere proposta ai giovani con l’accompagnamento, l’affetto e la guida sapiente… proprio come il beato Giuseppe Allamano ci ha mostrato e insegnato.

Giacomo Mazzotti

 

Suore per la Missione

I primi missionari della Consolata intravidero subito che il loro apostolato sarebbe rimasto penalizzato senza l’apporto delle suore. Il contatto con l’ambiente femminile e con i bambini, tutto l’apparato infermieristico e, parzialmente, anche quello scolastico, la cura degli ambienti delle missioni, erano situazioni nelle quali le suore si sarebbero mosse molto meglio.

Padre Filippo Perlo, procuratore del primo gruppo, appena quattro mesi dopo l’arrivo in Kenya, inviò un messaggio allo zio, il canonico Giacomo Camisassa, da trasmettere all’Allamano: «Per ora dica al Sig. Rettore che se vuole mandare 100-200 missionari, non vi è che l’imbarazzo della scelta del posto. Ad ogni passo si presentano splendide popolazioni. Se vi sono pochi preti mandi suore. Convertiremo il Kenya con le suore».

Sia l’Allamano che il Camisassa, conoscendo l’esperienza di altri istituti missionari, erano più che convinti della necessità di personale femminile in missione. Così, ben presto, l’Allamano si accordò con il canonico Giuseppe Ferrero, padre della Piccola Casa della Divina Provvidenza, il Cottolengo, ed ottenne che alcune suore Vincenzine partissero per collaborare con i suoi missionari in Kenya.

1903 le prime suore Vincenzine in Kenya

Le missionarie Vincenzine del Cottolengo

Le suore del Cottolengo rimasero in Kenya dal 1903 al 1925, e subito pagarono un alto prezzo in vite umane. La loro santa avventura missionaria si aprì con la morte di sr. Editta e di sr. Giordana già nel 1903, e si concluse con la morte di sr. Maria Carola nel 1925, mentre stava rientrando a Torino in nave. Per lei il mare divenne il suo sepolcro.

In occasione della beatificazione del Cottolengo, nel 1917, prima che tutte le missionarie Vincenzine lasciassero il Kenya, l’Allamano espresse pubblicamente la riconoscenza sua e dei missionari scrivendo: «Mirabile fu la fortezza con cui queste cooperatrici dei miei missionari li coadiuvarono nelle difficoltà degli inizi straordinariamente ardui e duri. Alcune di esse ne meritarono già il premio, volate in Cielo; ma altre ne presero il posto; e anche oggidì, in numero di 36, compatte e sempre molto agguerrite contro il clima, istruite da lunga pratica, compiono un’opera apostolica di cui la loro modestia vieta di dire il valore e il merito, precedendo, come anziane, le già numerose missionarie della Consolata, divenute loro compagne di apostolato».

Le missionarie della Consolata

Quando i responsabili del Cottolengo non furono più in grado di rispondere alle esigenze delle missioni che chiedevano suore sempre più numerose, l’Allamano si vide costretto a prendere in esame l’eventualità di iniziare un istituto femminile per conto suo. A spingerlo in questa direzione erano pure le insistenze dei missionari.

Per iniziare l’istituto delle missionarie, l’Allamano seguì il suo metodo di discernimento che usava per ogni attività importante e consisteva in questo trinomio: pregare, consigliarsi e ubbidire.

Certo pregò molto. Non disse mai quanto, ma in occasione della memoria liturgica del beato Cottolengo si lasciò sfuggire questa confidenza con le suore: «Oggi è la festa del beato Cottolengo. Prima d’incominciare il vostro istituto io sono andato a pregare sulla sua tomba. Naturalmente ho dovuto pregare e poi consigliarmi e ciò ho fatto non solo coi galantuomini di questo mondo, ma anche coi Santi. Gli ho detto: “Ho da fare questo istituto o no? Veramente avrei più caro di non farlo; la mia pigrizia vorrebbe quello. Anche voi avreste fatto tanto volentieri il canonico, eppure avete realizzato questo complesso di carità. Dunque, devo farlo o non farlo?“». Poi quasi scherzando: «Quel che mi abbia detto non lo dico a voi. Però, se non si faceva l‘istituto per i missionari, non si faceva per voi sicuro». E le suore capirono.

La prima foto della Suore della Consolata in Kenya

Si consigliò, come disse, anche con i «galantuomini di questo mondo». Sicuramente con il suo arcivescovo, il card. Richelmy, e con il prefetto di Propaganda Fide, il card. Girolamo Gotti. Tutti lo spingevano per quella direzione, incoraggiandolo ad iniziare presto. Chi, però, diede la spinta decisiva fu il papa san Pio X. L’Allamano stesso raccontò come si svolsero le cose durante un’udienza privata con il papa. Mentre ricordava alle suore la fondazione dei missionari, fece questa precisazione: «Poi, ma molto più tardi, siete venute voi, ma voi siete del papa Pio X. Una volta che gli parlavo di questa nuova fondazione, mi disse: “Bisogna farla”. E avendo io aggiunto che credevo di non avere la vocazione per questo, egli mi rispose: “Se non l’hai te la do io”. Ed ecco le suore».

Su questo particolare l’Allamano ritornò altre volte, perché per lui non era solo un dettaglio insignificante, ma la più esplicita espressione della volontà di Dio. Alle missionarie disse ancora: «L’idea della fondazione venne dal papa Pio X, che è il rappresentante di Gesù Cristo in terra, quindi non c’è stato neppure un momento che questa istituzione non sia stata di Nostro Signore». E in altra occasione: «È il papa Pio X che vi ha volute; è lui che mi ha dato la vocazione di fare delle missionarie». L’obbedienza al papa fu il fondamento della sua serenità di fondatore e di educatore delle missionarie.

C’è una testimonianza che aggiunge un aspetto originale e forse determinante. Secondo quanto scrisse padre Giuseppe Gallea, sembra che sia stato addirittura Pio X a suggerire la vera motivazione della fondazione: «Le opere in missione – avrebbe detto il pontefice all’Allamano -, procederanno meglio se le suore saranno formate con lo stesso spirito che avete dato ai missionari».

Missionarie della Consolata in Etiopia si adattano ai mezzi di trasporto locale.

Molte suore, poche missionarie

Raccomandando alle loro preghiere il card. G. Gotti morente, l’Allamano così si espresse con le missionarie: «Era un uomo di fede; fu anche lui che mi incoraggiò a fondare le suore; egli stesso mi disse: è volontà di Dio che ci siano le suore. “Ma, risposi io, suore ce ne sono già tante”. E lui: “Molte suore, poche missionarie”».

Ben presto si passò alla realizzazione pratica, dando vita alla prima comunità delle missionarie della Consolata, ufficialmente il 29 gennaio 1910. L’annuncio al pubblico fu senza rumore. Sul periodico «La Consolata» del mese di febbraio 1910, figurano poche righe, che non accennano ad una “fondazione” ma la lasciano supporre: «La Direzione del periodico riceve spesso domande di informazioni da persone che vorrebbero prendere parte come suore nelle missioni della Consolata. Avvertiamo che per questo si rivolgano alla “Direzione Istituto Missionarie”, corso Duca di Genova, 49 – Torino». Tutto qui, secondo lo stile dell’Allamano: operare con ardore, ma senza apparire!

Francesco Pavese

 


Il valore dell’interculturalità

Crescere vivendo nell’interculturalità

L’interculturalità non è semplicemente un modello nuovo e più efficiente, magari per impostare la nostra attuale internazionalità o almeno mantenerla il più possibile libera da conflitti. Interculturalità, nella spiritualità del nostro Istituto, significa molto di più, cioè è invito a una visione più profonda dell’attuale mondo plurale e in continua evoluzione, e delle persone che lo abitano, indipendentemente da lingua, cultura e religione.

Una visione che è in sintonia con la «contemplazione cristiana a occhi aperti» e che  va considerata anche nelle relazioni interpersonali all’interno delle nostre comunità formative.

Voi, cari giovani, siete privilegiati su questo punto, perché le vostre comunità sono di fatto internazionali e, conseguentemente, interculturali. Voi potete formarvi e crescere nell’esperienza vissuta dell’interculturalità.

La vostra generazione, fatta adulta, non potrà non essere interculturale. Nei nostri noviziati e case di formazione i segni dell’interculturalità sono già numerosi ed evidenti. Vi invito a continuare a percorrere il cammino intrapreso dando il meglio di voi. In un mondo caratterizzato dal pluralismo culturale, è compito profetico della Chiesa e nostro, come Istituto, offrire al mondo nuovi modelli esemplari della vita comunitaria.

Ci potrebbe essere il rischio che, impegnandosi ad aderire alle varie culture, gradatamente si sottovaluti o si trascurino l’origine e la tradizione. Ricordiamoci che tutto possiede il suo valore. L’albero si mantiene vivo e produce frutto, se conserva le sue radici vive e sane. I futuri missionari della Consolata saranno necessariamente una famiglia interculturale, ma con tutti i valori e con lo spirito immutato proprio dell’Allamano. Questo ideale è stimolante e merita perseguirlo.

Il beato Allamano

Cari giovani, vi propongo un esercizio interessante, che consiste nel confrontare  voi stessi con il fondatore vivo e perenne. Perché sia efficace, questo confronto deve essere realizzato spesso, non una volta sola, e in modo concreto, vitale e adatto al particolare momento che uno sta vivendo.

«Confrontarsi» con il fondatore significa compiere un gesto formativo di prim’ordine, purché sappiate porvi di fronte a lui, così come siete, lasciandovi conoscere e interrogandolo, magari discutendo, per poi rispondergli. Le risposte, però, non ve le dovete dare per conto vostro, con l’ausilio della vostra fantasia. Esse devono essere oggettive, cioè contenere la verità dello spirito del fondatore. Dire: «Oggi, il fondatore mi direbbe o farebbe così…», può essere comodo. Perché sia anche vero, si richiedono genuine disposizioni interiori, che impediscano di «barare».

Oltre alla conoscenza, è indispensabile la «Sapienza», e questa virtù ce la dona lo Spirito. Per cui, prima di confrontarvi con il fondatore, oltre alla coscienza di conoscere lui, la sua storicità, il suo pensiero, dovete «pregare», per avere luce e forza: luce per non sbagliarvi, forza per non voltarvi da un’altra parte e fingere di non aver capito. Il fondatore, anche oggi, non chiede l’impossibile, ma la coerenza, nel clima di fervore che ha sempre proposto ai suoi missionari.

Quando l’Allamano era con noi su questa terra, assicurava personalmente questo confronto con la comunità e con i singoli, mediante la sua opera formativa. Conosceva ognuno personalmente. Ora, continua a garantire questo confronto con l’ispirazione.

Come allora, anche oggi, a quanti sono suoi discepoli, è richiesto di essere attivi, accogliendo il suo insegnamento, seguendo le sue proposte, confrontando con lui la propria vita e la propria attività. Chi non realizza questo contatto esistenziale di conoscenza, sequela e confronto perché è negligente o perché non gli interessa, si pone al di fuori del suo influsso. Lo possiamo paragonare a quanti, durante la sua vita terrena, erano svogliati, distratti o freddi e non lo seguivano. Senza dubbio, nessuno di loro è diventato missionario della Consolata o, se lo è diventato, lo era solo giuridicamente, ma non nell’identità vocazionale.

Perché il contatto con colui che sentite «padre» della vostra vocazione si realizzi pienamente per tutti voi, vi assicuro la mia preghiera presso la Consolata e il fondatore, ai quali chiedo una speciale benedizione sui nostri noviziati e case di formazione, che sono il futuro della nostra famiglia missionaria.

Signore, ti ringraziamo per il nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano. Padre e maestro, ci ha insegnato ad essere missionari in spirito di famiglia e santità di vita. Aiutaci a vivere con fedeltà e ardore la nostra consacrazione missionaria nella condivisione dello stesso carisma, nell’amore fraterno e nello zelo apostolico. Insegnaci ad annunciare a tutti che Tu sei Padre e chiami ogni persona, popolo e cultura a fare parte del tuo progetto universale di salvezza. Amen.

Aquiléo Fiorentini

Padre Aquiléo Fiorentini, brasiliano di nascita, è stato il primo superiore generale non italiano dell’Istituto missioni Consolata. Era pertanto logico che sentisse particolarmente importante il tema dell’interculturalità, verso cui l’Istituto sta camminando a passi veloci. Cogliamo da una sua lettera, del 20 maggio 2010, rivolta ai missionari giovani, una riflessione sul tema dell’interculturalità e della fedeltà al fondatore.

 

  1.  



Allamano, Giocando a bocce… coi giovani


È inutile nasconderla, questa voglia di vacanza, che seduce proprio tutti. Da tempo, le varie agenzie tentano di infilare un po’ dovunque le proposte più furbe, per accalappiare clienti. Non fanno eccezione i missionari, che propongono vacanze alternative, esperienze controcorrente, condivisione con popoli e culture lontane. Tutto questo, mentre aspettiamo il prossimo Sinodo di ottobre, scandito da tre flash, luminosi e provocanti: giovani – fede – vocazione (altro che vacanze!). Come sempre, papa Francesco non ha perso l’occasione per proporre un Sinodo diverso, con i giovani davvero protagonisti.

Citando la Scrittura, ha ricordato che spesso sono proprio i giovani a riaprire la porta della speranza nei momenti di crisi, mentre una Chiesa che non osa strade nuove è condannata a invecchiare.

Questo intreccio di idee mi ha fatto riaffiorare – spontaneamente – il volto paterno e amico dell’Allamano che, a cinquant’anni suonati, si ritrovò non solo a fondare un Istituto missionario, ma anche a diventare padre e guida di un bel grappolo di ragazzi e giovani che avevano nel cuore il sogno di mollare i loro amici per condividere, con gente ritenuta (allora) esotica e lontana… l’Evangelii gaudium, la gioia, cioè, di incontrare Gesù, portatore di una «buona notizia» per tutti. Per raccontare, allora, cosa sia stato il Fondatore per quei primi giovani sognatori e cosa furono loro per lui, ricordiamo un piccolo, simpatico episodio, quasi una parabola, che vale un libro di parole…

Durante le vacanze a S. Ignazio (luogo di villeggiatura), dopo pranzo i ragazzi dovevano ritirarsi nelle loro camere e non andare a giocare per non disturbare chi si riposava. L’assistente era inflessibile. Una volta, quando l’Allamano era presente, alcuni sgusciarono dalle camerette e bussarono alla sua porta, mentre riposava. «Cosa volete?» – «Signor Rettore, non possiamo dormire e vorremmo andare a giocare alle bocce» – «Andate pure» – «Ma, Sig. Rettore, l’assistente non ce lo permette, teme che disturbiamo la comunità». Avendo capito perché si erano rivolti a lui, si dimostrò comprensivo e rispose: «Vengo anch’io…». E poi si fermò con loro, contava i punti, lodando chi giocava meglio…

C’è proprio tutto: i giovani, la missione, la formazione, il cuore di un padre e… persino l’aria di vacanza, che tira in questi giorni d’estate.

padre Giacomo Mazzotti


I giovani aspettavano lui

Alla comunità dei missionari alla Consolatina, prima Casa Madre dell’Istituto, l’Allamano diede un’organizzazione semplice, come era il suo stile, e sufficiente: due suore di S. Gaetano per i vari servizi e un sacerdote, don Luigi Borio, per la celebrazione della messa e per l’assistenza ai giovani. L’anima della comunità, però, era lui, pur vivendo al santuario della Consolata. All’inizio specialmente, veniva ad incontrare i suoi giovani come gruppo e individualmente, non tutti i giorni, ma quasi. Li voleva conoscere bene e preparare alla missione secondo il suo spirito in modo da «saper essere con loro», in futuro, anche da lontano.

C’è da aggiungere un particolare di grande importanza. L’Allamano non agì da solo. Per il Santuario e per il Convitto ecclesiastico, si era scelto come collaboratore un sacerdote di sua fiducia, il can. Giacomo Camisassa. Per i due Istituti missionari il Camisassa è da considerare a buon diritto il «Confondatore» perché fu il braccio destro dell’Allamano, soprattutto sul piano organizzativo, dei lavori e delle spedizioni di persone e di merci.

Il programma formativo

Appena un mese dopo l’apertura della casa, l’Allamano inviò al piccolo gruppo di aspiranti alla missione una magnifica lettera, indicando le vie maestre della formazione missionaria. Ecco la parte centrale: «Non potendo per ora soddisfare al mio desiderio di trovarmi frequentemente in mezzo a voi per aiutarvi a mettere le fondamenta al nostro piccolo Istituto, stimo bene con questa lettera di aprirvi il mio cuore.

Anzitutto godo di dichiararvi che i vostri principi mi sono di vera consolazione. Il vostro buon animo, la carità vicendevole e lo spirito di sacrificio di cui siete animati promettono bene della vostra opera. Deo gratias! Gesù Sacramentato deve essere contento delle frequenti vostre visite. Il S. Tabernacolo è il centro della casa ed ogni punto deve tendere come raggio colà. Quante grazie deriveranno su di voi e sull’Istituto! Egli stesso, Gesù nostro padrone, si formerà i suoi apostoli!

Tenete caro il libretto del Regolamento, meditatene ogni giorno qualche punto, procurando di osservare, per quanto è possibile al presente, quanto vi è prescritto. Amate quindi il ritiro nelle vostre camerette, dove attendete allo studio della S. Scrittura, delle lingue e delle materie insegnate. Riservandomi di dirvi a poco a poco, a voce o per scritto, tante altre cose che vi aiutino a perfezionarvi ed a prepararvi alla grande opera dell’apostolato, vi benedico».

I giovani aspettavano lui

Gli scritti del Fondatore erano attesi e graditi, ma i giovani aspettavano soprattutto lui. Volevano vederlo, incontrarlo di persona, parlargli.

Uno di essi, poi missionario in Tanzania, p. Gaudenzio Panelatti, scrisse: «La sua presenza era sempre una grande e attesa gioia. Egli c’intratteneva familiarmente e c’infervorava, quasi sen-za che ce ne accorgessimo, nella nostra vocazione. A volte ci leggeva lettere o brani di lettere scritte dall’Africa da coloro che noi avevamo conosciuto, e di qui prendeva lo spunto per le sue considerazioni così pratiche e incisive che non si son più potute dimenticare.

Ciascuno era libero di parlargli in privato; e prima di partire ci lasciava ogni volta la sua paterna benedizione, ovunque ci trovava raccolti.

A me dava l’impressione ch’Egli avesse giammai niente da fare. Da noi occupava molto bene il suo tempo, poi per andare alla Consolata; mai che mostrasse avere impegni o urgenze, e più tardi soltanto venimmo a sapere che dirigeva mezza Diocesi ed era occupatissimo. L’ordine gli diede modo di attendere a tutto.

Dava importanza alla preghiera, quale mezzo principale di formazione sacerdotale, religiosa e missionaria. Una volta gli sfuggì questa confidenza: “Dicono che vi faccio pregare troppo, ma in Cielo che faremo d’altro? Gli Apostoli non si riservarono, come compito proprio, la Parola di Dio e l’orazione?”».

Uno dei primi fratelli coadiutori laici, fr. Benedetto Falda, volle lasciare il suo ricordo in modo brioso: «Alla domenica poi era tutto per i suoi figli. Giungeva per i Santi Vespri e dopo la S. Benedizione si recava nel salone, o, tempo permettendolo, in giardino e là ci voleva tutti attorno a sé. La sua conferenza non aveva nulla di cattedratico o di rigido, ma era il Padre che, seduto in mezzo ai suoi figli, che voleva ben vicini, specialmente i Coadiutori, ci parlava alla buona. Erano consigli detti quasi all’orecchio, ma che restavano impressi nell’animo e ci imbeveva del suo spirito!

Alla fine della conferenza, faceva portare una bottiglia di vino scelto e distribuiva a ciascuno dei biscotti (che veramente i benefattori gli regalavano per il suo stomaco delicato) poi si alzava e dopo una visita al SS. Sacramento lo si accompagnava tutti assieme fino al cancello della palazzina. Un giorno che toccò a me l’onore di accompagnarlo al tram, ad una svolta mi congedò dicendomi: “Proseguo a piedi, così risparmio due soldi che sono della Provvidenza!”».

Giovani alla tomba del beato Giuseppe Allamano.

Difese lo spirito delle origini

L’Allamano aveva una convinzione di fondo che lo guidò nel realizzare il suo compito di fondatore. Era convinto che lo Spirito Santo non solo lo avesse indotto a dare vita a quest’opera, ma gli avesse pure ispirato i valori da infondere e trasmettere ai futuri missionari e missionarie e che nessuno aveva il diritto di modificare.

Questa grazia delle origini si chiama «Carisma di fondazione», divenuta poi il «Carisma dell’Istituto». Ecco perché più di una volta, l’Allamano intervenne, anche con energia, a difendere questo spirito delle origini. Ad un anno appena dalla fondazione, nel marzo del 1902, sentì il bisogno di parlare chiaro ai suoi giovani, senza paura di offenderli, anzi sicuro di aiutarli: «Sono io, e chi vi pongo io a guidarvi che dovete solamente ascoltare. La forma che dovete prendere nell’istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’istituto si perfezioni e viva vita perfetta. Sono d’avviso che il bene bisogna farlo bene; altrimenti fra le altre mie occupazioni, non mi sarei sobbarcato ancora questa gravissima della fondazione di sì importante istituto».

Queste parole sembrano piuttosto severe, ma a giustificarle c’è una postilla annotata di suo pugno in calce al manoscritto della conferenza: «Così parlai perché taluni, anche buoni, venivano a disturbare i giovani con idee…».

padre Francesco Pavese

 

Alla tomba del beato Allamano (16 febbraio 2018).


Novena e festa del beato Allamano

La comunità di Casa Madre si è preparata alla festa dell’Allamano assieme alle missionarie della Consolata, mediante la novena celebrata nella chiesa che accoglie il sepolcro del Fondatore delle nostre famiglie missionarie.

Padre Giuseppe Ronco, con le sue riflessioni, ci ha coinvolti con la spiritualità del Beato partendo da una pagina degli «Atti capitolari», frutto del Capitolo generale svoltosi l’anno scorso, dove si parla della necessità di rivitalizzare e di ristrutturare l’Istituto tenendo presente il suo fine che è la missione.

«Il cuore di ogni rinnovamento umano e spirituale del missionario – scrive il Capitolo – sta nel recuperare la centralità di Cristo» nella vita.

La tematica è presente nel Fondatore il quale l’ha espressa con i termini del suo tempo presentando Cristo come modello per eccellenza di tutte le virtù.

Si appoggiava, in questo, sull’autorità di san Giuseppe Cafasso, suo zio: «Come diceva il nostro venerabile: “Bisogna che facciamo tutte le cose come nostro Signore quando era su questa terra”».

L’Allamano dava molta importanza all’imitazione di «Gesù mite», un concetto che si riassume nell’esortazione: «Scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione».

Il missionario deve saper trasformare la realtà non dominando, non spadroneggiando sul gregge, ma col cuore umile e mite, facendosi quasi pecora al seguito del suo pastore.

Citando san Basilio, il Fondatore definisce la mitezza come la più importante virtù per chi ha a che fare con il prossimo, non solo nel campo dell’evangelizzazione, ma anche nel tessuto sociale e umano. «Mi sta a cuore la mansuetudine. Quando si tratta di salvare un’anima, si pensi che una parola secca basta a impedire una conversione forse per sempre».

Giuseppe Allamano ci insegna, attraverso la sua vita, che noi potremo imboccare la strada della trasformazione con la virtù della mitezza. Trasformare, non rompendo, ma con umiltà e mitezza di cuore.

Ne corso della novena, parlando di «ristrutturazione», p. Ronco ha messo in evidenza come il Fondatore non era interessato alla «quantità» ossia ad aprire più missioni possibile, ma alla qualità. Si interessava cioè alle persone che aveva a disposizione, e voleva che fossero missionari santi e qualificati per compiere una missione di qualità ottimale: «Noi non abbiamo la mania di avere molta terra e non le mani per lavorarla; meglio poche missioni ma curate bene».

La missione era l’orizzonte di ogni suo desiderio, era la lente fissa davanti ai suoi occhi attraverso la quale guardava tutto. «Noi siamo per i pagani», diceva, che tradotto vuol dire: «Noi siamo ad gentes».

L’Allamano vedeva la missione come un’attività da svolgere in una comunione di vita che aveva come modello Gesù, primo apostolo del Padre. Da qui egli deduceva che la vocazione missionaria è la più bella in assoluto e invitava a ringraziare sempre il Signore per questo dono.

Inoltre voleva una missione «inglobante» e il fatto che lui abbia speso tutta la sua vita a Torino, testimoniando il Vangelo nel suo ambiente, fa capire che la missione non è solo quella geografica. In questo senso è missione il dialogo interreligioso, l’ecumenismo, la collaborazione tra le fedi, ecc.

L’Allamano voleva anche una missione «integrale»; il termine indica la metodologia della missione. Essa cioè deve rivolgersi alla persona umana nella sua parte spirituale e poi nella sua parte materiale. Fu lui a volere l’integrazione della promozione umana con l’evangelizzazione. Per lui l’uomo e il cristiano andavano formati insieme.

Un quarto aspetto della missione nel pensiero dell’Allamano era «lavorare insieme con spirito sinodale». Il concetto significa «camminare insieme», missionari, missionarie, catechisti, e tutto il popolo. E questo comporta un metodo di lavoro che è quello dell’armonia, della condivisione, del mettere insieme.

Infine l’Allamano era convinto che la missione dipendesse dalla qualità del missionario, espressa dalla frase «Prima santi e poi missionari». «La vostra santità deve essere maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari; la santità dei missionari deve essere speciale, anche eroica e all’occasione straordinaria da operare miracoli».

Il 16 febbraio, giorno della nascita al cielo del beato Allamano, missionari e missionarie, assieme a tanti laici amici, si sono stretti nella chiesa-santuario dove riposano i suoi resti mortali per partecipare all’eucaristia solenne presieduta da mons. Giacomo Martinacci, rettore del santuario della Consolata e perciò successore dell’Allamano nella guida del santuario.

Parlando dell’Allamano alla luce del Vangelo: «Lo Spirito del signore è su di me e mi ha mandato…», «Davvero lo Spirito di Dio è stato su questo sacerdote – ha detto -. Egli non l’ha tenuto per sé, ma ha portato frutto che ha espresso, prima di tutto come formatore di sacerdoti e poi come fondatore di famiglie missionarie per portare il Vangelo di Gesù alle genti.

Sergio Frassetto

 

Novizie della missionarie della Consolata alla tomba del beato Giuseppe Allamano.




Allamano: Santità… alla mano

Testo su Santità… alla mano di Giacomo Mazzotti | pagine a cura di Sergio Frassetto |


Un bel dono quello di papa Francesco che, con la sua nuova, recentissima Esortazione apostolica “Gaudete et exsultate” ci ricorda: «Il Signore chiede tutto e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente».

Non ha voluto scrivere un trattato, il papa, ma stuzzicare ognuno di noi a non dimenticare che siamo stati chiamati a questa meta (cioè, essere santi), lasciandoci provocare «dai segni di santità che il Signore ci presenta attraverso i più umili membri del suo popolo, che sono i santi della porta accanto». Una santità popolare, allora, alla portata di tutti, «alla mano», ma che, pur crescendo mediante piccoli gesti, diventa feconda per il mondo.

Ed è proprio lui, l’Allamano, (ancora in attesa dell’ultimo balzo per essere proclamato santo) che parlava quasi con le stesse parole ai suoi missionari e missionarie. Erano nati di fresco dalla sua passione per l’Africa, per «i pagani» e, mentre si preparavano alla partenza per quella missione ancora sconosciuta, si sentivano ripetere: «Siete qui per essere missionari della Consolata, ma non potete esserlo se non vivendo e operando in conformità al fine dell’Istituto, che è la santificazione dei membri e la conversione dei popoli. È ciò che vi ripeto di continuo: le anime si salvano con la santità… Missionari sì, ma santi!».

Iniziava, così, l’avventura di tanti – preti, fratelli laici e suore – che, facendo tesoro delle esortazioni (ma ancor più dell’esempio di vita) del loro fondatore, intrecciavano il lavoro apostolico con la preghiera intensa, l’annuncio del vangelo con «la consolazione» e promozione umana, insaporendo ogni passo, ogni gesto, ogni momento con quello che sarebbe diventato il must (!) dei missionari della Consolata: «Prima santi e poi missionari».

La santità è, dunque, la molla, l’anima, il sogno di tutta la nostra vita… proprio come voleva Giuseppe Allamano e come stimola, oggi, papa Francesco, con queste parole così chiare: «Ci mette in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante».

Chissà se riusciremo a lasciarci spiazzare proprio dall’esempio dei santi…

Giacomo Mazzotti

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Allamano:

Beata Leonella Sgorbati,

Morire per dono

Beato Giuseppe Allamano, dalla Chiesa al mondo | Testi di Giacomo Mazzotti, Francesco Pavese e Mario Bianchi |


Beata Leonella Sgorbati: Morire per dono

Missionarie e missionari della Consolata, ancora una volta stiamo vivendo giorni intensi di attesa e di grazia: la nostra suor Leonella Sgorbati sarà, infatti, proclamata Beata il prossimo 26 maggio, a Piacenza, come martire per la fede. Colpita a morte a Mogadiscio (Somalia – 17/09/2006) mentre prestava il suo servizio di carità tra i fratelli dell’islam, riusciva ancora a sussurrare, con l’ultimo soffio della vita: «Perdono, perdono, perdono». Una vita donata, una morte come quella di Gesù.

Le missionarie della Consolata fanno, dunque, il bis, con due sorelle entrate a pieno titolo nel calendario dei santi. E, a pennello, ritornano in mente le parole di papa Francesco ai partecipanti al Capitolo generale, il 5 giugno scorso: «La storia dei vostri Istituti, fatta – come in ogni famiglia – di gioie e di dolori, di luci e di ombre, è stata segnata e resa feconda anche in questi ultimi anni dalla Croce di Cristo. Come non ricordare i vostri confratelli e le vostre consorelle che hanno amato il Vangelo della carità più di sé stessi e hanno coronato il servizio missionario col sacrificio della vita? La loro scelta evangelica senza riserve illumini il vostro impegno missionario e sia d’incoraggiamento per tutti e tutte a proseguire con rinnovata generosità nella vostra peculiare missione nella Chiesa».

Funerale di sr Leonella Sgorbati (21 settembre 2006). Mons. Giorgio Bertin accoglie la bara nel Consolata Shrine di Nairobi.

Come non vivere, allora, questi giorni di «avvento» con l’emozione e la gioia del nostro Beato Allamano che, dopo suor Irene, vede un’altra missionaria salire «all’onore degli altari»? Si realizza infatti, uno dei sogni che il nostro fondatore, ancora vivente, portava nel cuore: «Tre cose desidero prima di morire: vedere il mio zio don Cafasso beatificato; vedere un sacerdote indigeno delle missioni e sapere che un missionario o missionaria è morto martire».

Assieme all’Allamano, che già in Paradiso avrà accolto con gioia di padre questa sua figlia martire, anche noi vogliamo ringraziare il Signore per il dono grande e prezioso, fatto alla nostra famiglia missionaria, di suor Leonella «che ha saputo ascoltare lo Spirito, cogliere il “dono pasquale” che le veniva offerto e viverlo con intensità e passione, personalmente e comunitariamente fino alla fine, per l’avvento del Regno di Dio, Regno di pace, giustizia e fraternità». La sua beatificazione diventa l’occasione per riscoprire la bellezza e la radicalità della nostra vocazione, che ci spinge a essere missionari con energia, zelo, gioia e coraggio, secondo l’insegnamento del Fondatore: senza sconti e con sconfinata generosità. Proprio come la nostra sorella Leonella, esempio luminoso per tutti noi, suoi fratelli e sorelle, figli e figlie di Giuseppe Allamano che speriamo di vedere presto nella gloria dei santi.

Giacomo Mazzotti

 



Scherzi della provvidenza

La vocazione missionaria dell’Allamano, come si sviluppò, sembra oggetto di qualche benevolo scherzo della Provvidenza. Per convincere i giovani che il suo ardore missionario non era qualcosa di improvvisato, ma era fortemente collegato con la sua vocazione di sacerdote, fece questa confidenza: «Ero chierico e già pensavo alle missioni». Non solo ci pensava, ma aveva già programmato come realizzare il suo sogno. Sarebbe andato al Collegio Missionario Brignole Sale di Genova che, dopo un’opportuna preparazione, lo avrebbe messo a disposizione di Propaganda Fide per essere inviato alle missioni. Sembrava che non ci fossero ostacoli. Anche la mamma, già ammalata, era dalla sua parte, rassicurandolo di non preoccuparsi di lei. Un ostacolo, però, e addirittura insormontabile, venne dal seminario stesso. I superiori, che lo conoscevano bene, lo convinsero che la sua fragile salute sarebbe stata un sicuro impedimento per una seria vita missionaria. Non sarebbe riuscito. Accettò, come era suo solito, il consiglio dei superiori, ma in cuor suo sentiva che il fuoco missionario era rimasto intatto. Si trattava solo di non lasciarlo spegnere. Il futuro, poi, non lo preoccupava, perché era nelle mani della Provvidenza.

La sua interpretazione

In concreto, l’Allamano intuì che il Signore non lo voleva missionario da solo, ma Padre di missionari, con tanti figli e figlie. Se accese quel fuoco nel suo cuore fin da giovane era perché lo coltivasse e, a suo tempo, lo trasmettesse a tanti altri giovani. Da lui stesso sappiamo come seppe interpretare e realizzare la propria vocazione missionaria. Più di una volta ritornò su questo argomento. Accennando alla fondazione dell’Istituto e al suo sogno giovanile non realizzato, disse semplicemente: «Il Signore nei suoi imperscrutabili disegni aspettò il giorno e l’ora. Io ho sempre raccomandato al grande missionario martire S. Fedele da Sigmaringa la mia vocazione, che era di partire, ma egli me l’ottenne in altro modo questa grazia. Vedete, non potendo essere io missionario, voglio che non siano impedite quelle anime che desiderano seguire tale via».

Riflettendo su questo cammino interiore dell’Allamano, si ha l’impressione che la Provvidenza abbia quasi scherzato con lui, prospettandogli un grande ideale, quello della missione, per poi inserirlo in un altro progetto più grande ancora, quello di diventare Fondatore di due istituti e Padre di missionari e missionarie. Così la sua vocazione si moltiplicò più di mille volte.

Lo scherzo continua

Ormai Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto dei sacerdoti, l’Allamano maturò il progetto di un istituto missionario. In questo fu anche assecondato da alcuni di quei convittori che intendevano dedicare la loro vita sacerdotale alle missioni e si erano resi conto che l’Allamano stava progettando qualcosa di interessante. L’allora arcivescovo di Torino, il Card. Giacomo Alimonda, al quale l’Allamano prospettò il progetto, per diversi motivi, non si mostrò favorevole. L’Allamano, che preferiva seguire la volontà di Dio manifestatagli dall’obbedienza, accettò, senza scomporsi, di accantonare l’idea. La sospese, senza sapere per quanto tempo, ma non l’abbandonò. Purtroppo la sosta durò dieci anni. In seguito, quando il progetto stava prendendo forma concreta, assicurava al Card. Prefetto di Propaganda Fide di aver continuato a «coltivare nello spirito della loro vocazione quei sacerdoti che volevano dedicarsi alle missioni».

La Provvidenza volle che fosse nominato arcivescovo di Torino il Card. Agostino Richelmy, compagno di seminario e amico dell’Allamano. Spirito apostolico aperto, questo Pastore della Chiesa torinese comprese che il progetto dell’Allamano era valido e fattibile. Anzi, poteva diventare motivo di orgoglio per la diocesi. Fu subito d’accordo.

Ma ecco, il nuovo scherzo della Provvidenza. Quando tutto sembrava sul punto di partire, l’Allamano si ammalò improvvisamente di broncopolmonite doppia, tanto grave da portarlo sull’orlo della tomba. Aveva solo 49 anni.

Ricordando quella malattia, l’Allamano raccontava: «Il Cardinale veniva a trovarmi quasi tutte le sere, e siccome avevamo già parlato di questa istituzione, gli dissi: “Sicché all’Istituto ormai penserà un altro”, e lo dicevo contento, forse per pigrizia di non sobbarcarmi tale peso. Egli però mi rispose: “No, guarirai, e lo farai tu”. E sono guarito e fu decisa la fondazione». Era il 29 gennaio 1900.

Durante la convalescenza nella villa che un sacerdote gli aveva lasciato a Rivoli, in vista della fondazione scrisse una lunga lettera al Cardinale. La tenne sull’altare durante la Messa e poi la spedì. Di ritorno a Torino, si recò dall’arcivescovo che, al vederlo, «Eh – gli disse -, nella tua lettera hai messo più contro che in favore della fondazione. Tuttavia devi farla tu, perché Dio lo vuole». «Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti». S. Pietro aveva detto queste parole a Gesù, dopo una notte infruttuosa sul lago, e così fece una pesca miracolosa. L’Allamano ripeté le stesse parole, ben sapendo a quale precedente si ricollegava, e così iniziò l’Istituto dei missionari della Consolata.

Un curioso particolare

Il primo biografo dell’Allamano, così concluse la descrizione del fatto: «Il mattino seguente, mentre il giornale cattolico dava il laconico annunzio dell’imminente catastrofe, sì che alcuni sacerdoti celebrarono la Messa in suffragio dell’anima dell’amato rettore, questi invece era fuori pericolo. Non si può fare a meno di riconoscere una grazia speciale della Consolata». E continuava: «Raccontandoci il particolare delle Messe celebrate in suo suffragio, l’Allamano aggiungeva sorridendo di averli già ricompensati tutti quei sacerdoti, celebrando la Messa in suffragio delle loro anime, quando sono deceduti».

L’esatta realtà

È certo che l’Allamano non interpretò la sosta di dieci anni imposta dal poco interesse dell’arcivescovo al suo progetto missionario, né la malattia improvvisa come scherzi della Provvidenza. A noi, sì, oggi paiono quasi scherzi per provare la sua tenacia. Per lui, invece, che sapeva giudicare ogni evento sul piano della fede, erano espressioni di come Dio voleva che procedesse la fondazione del nuovo Istituto missionario. «Voglio che lo sappiate – chiarì un giorno durante una conferenza ai missionari -, è per colpa vostra che sono guarito e sono qui. Dovevo già essere in Paradiso. Avevo l’età del Cafasso, senza averne i meriti… ma il Signore non ha voluto. Ero proprio già spedito, ma il Signore mi ha conservato per voi».

Padre Francesco Pavese

 



Il nostro ideale di missionari della Consolata

Si era concluso da poco l’importante Capitolo Generale Speciale del 1969. Padre Mario Bianchi, Superiore Generale, avviò la visita a tutte le comunità d’Europa per studiarne la situazione e prospettare loro cammini di vita e di lavoro in consonanza con le linee conciliari e capitolari. La lettera da cui sono tratte le seguenti riflessioni porta la data del 9 novembre 1971.

I valori che formano il «religioso» e il «missionario» sono parte viva ed essenziale dell’Istituto e della nostra vocazione di «Missionari della Consolata». Tuttavia, ritengo opportuno invitare tutti a sviluppare in sé un più forte amore per la nostra Famiglia e un impegno reale e serio per formarsi al suo spirito.

Noi sappiamo quanto il Fondatore insistesse su questo: è una nota che traspare da tutto il suo insegnamento. Basti qualche richiamo: «L’Istituto non è un collegio od un seminario in cui possano avere il loro svolgimento varie vocazioni; ma solamente quella di missionario, e questi della Consolata». «Dall’amore alla propria vocazione scaturisce spontaneo ed ugualmente forte l’amore al proprio Istituto. Stimarlo e amarlo più d’ogni altro; sentirsi santamente orgogliosi di appartenervi, di essere non solo missionari, ma Missionari della Consolata». «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore mi ispirò e mi ispira».

Secondo il Fondatore, vi è amore per l’Istituto quando c’è impegno a formarsi al suo spirito: «Dovete avere lo spirito dei Missionari della Consolata nei pensieri, nelle parole e nelle opere», diceva.

Il Capitolo, con sobrietà ha delineato il carisma del Fondatore e quello dell’Istituto: carisma missionario ecclesiale, carisma religioso in funzione della Missione, nonché le caratteristiche della nostra spiritualità, sintetizzate nella caratteristica eucaristica e in quella mariana. Si tratta di «uno stile di vita spirituale, robusta e lineare, ardente, aperta, straordinaria nell’ordinario».

Vorrei, ora, richiamare a tutti i confratelli alcune espressioni del nostro stile di Missionari della Consolata, secondo le attuali situazioni ed esigenze.

– La caratteristica eucaristica del Fondatore dà importanza alla preghiera di adorazione, privata o comunitaria, dell’Eucarestia: è un tratto, una finezza che merita di essere continuata, forse riscoperta da molti di noi.

– La caratteristica mariana, oltre la speciale devozione alla Santissima Vergine Consolata, nelle raccomandazioni del Fondatore e, secondo la sana tradizione dell’Istituto, confermata dal Capitolo, comporta l’amore e la recita quotidiana del S. Rosario.

– Il senso di dignità, educazione e decoro era amato dal Fondatore nella liturgia, nella chiesa, nella persona e nel comportamento. Su questo punto, il suo insegnamento era preciso ed esigente.

– Infine, desidero ricordare un tratto della personalità del Fondatore che egli ha desiderato trasmettere ai suoi figli. Egli fu uomo di azione, e questo appare anche dal suo insegnamento incentrato sempre sulla realtà, l’esperienza, l’autorità e l’esempio dei Santi.

Appartenne al gruppo di santi e zelanti sacerdoti torinesi che, alla fine del secolo scorso, contestarono la poco felice situazione religiosa e politica del tempo, non con discorsi ma con iniziative e opere di valore, di visione per il futuro della Chiesa e della società (così Don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Albert, Faà di Bruno; così il nostro Fondatore).

Volle che i suoi missionari fossero decisi e costanti nell’azione, ma non amò il chiasso, la loquacità (la pubblicità, diciamo oggi, il sensazionale). Non è questa una contestazione valida e necessaria per l’Istituto anche oggi?

Termino con una frase del Fondatore che desidero applicare ai nostri morti del 1971: «Se un giorno lo spirito dell’Istituto avesse a venir meno, spero di farmi sentire dal Paradiso» (VS, p. 79).

Prendiamo questa affermazione, incoraggiante e nello stesso tempo grave, del Padre Fondatore come un invito alla vigilanza e all’impegno; ma, poiché parla di Paradiso, ritengo bene applicarla ai nostri Confratelli che ci hanno lasciato. Con dolore li abbiamo visti partire per l’eternità; con l’affetto e la preghiera, restiamo in comunione con loro che Dio ha chiamato, quasi in fretta, a ricevere il premio della loro fedeltà; il loro esempio ci sia d’ispirazione e incoraggiamento per perseverare nella vocazione e nella dedizione per la Missione.

Se da parte di tutti vi sarà l’impegno a riscoprire e realizzare questi valori, in cui si esprimono gli ideali della nostra vocazione, l’Istituto conoscerà un periodo di autentico rinnovamento. La vita delle nostre comunità creerà quella comunione di amicizia, di preghiera e di collaborazione fra i membri, che renderà possibile ai giovani e ai meno giovani o anziani comprendersi e completarsi nelle idee e nel lavoro.

Allora, la nostra Famiglia avrà la condizione e lo spazio spirituali perché possa aversi l’entusiasmo di cui essa ha oggi bisogno: l’entusiasmo dei giovani e l’entusiasmo per i giovani.

Mario Bianchi, Imc
(Superiore Generale /9/11/1971)

 




Sogni di Capodanno


Testo di Giacomo Mazzotti |


Continuate a sognare»: lo ha detto papa Francesco ad alcuni giovani del “Piano dreamers” (sognatori), ossia figli di immigrati negli Stati Uniti, ai quali Barack Obama aveva concesso la cittadinanza (piano che, invece, Trump ha abrogato). E proprio ai giovani va il nostro pensiero all’inizio di questo nuovo anno che vedrà un sinodo dedicato tutto a loro sul tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ha scritto il papa: «Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: “Vattene!” (Gen 12, 1)… Ma cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?».

Giovani, dunque, chiamati ad uscire, a incontrare gli altri, a lasciarsi toccare dalle sofferenze e dalle speranze di coloro che sono ancora oggi emarginati, dimenticati o scartati… e ai quali annunciare la Buona Notizia del Vangelo. Giovani che, assordati da tante voci, forse hanno paura di sentire nel loro cuore l’invito a decidersi, a non sprecare tempo e doti, a sognare in grande… ma che sempre più scarseggiano e diminuiscono a vista d’occhio (almeno nella nostra vecchia e stanca Europa).

E ci viene in mente il nostro Fondatore che, attento al grido che veniva da lontano e avendo «sognato» un Istituto (giovane e di giovani) per l’Africa, così scriveva alle autorità romane: «Ho un certo numero di sacerdoti (i laici non mancheranno), che hanno da poco terminato la loro educazione, giovani di buona condotta e di belle speranze, ai quali avendo io lasciato intravvedere la speranza d’incominciare un istituto regionale di missionari, mi stanno giornalmente attorno, sollecitandomi di mettere mano a quell’opera, pronti a dedicarsi tosto con slancio e uno zelo del quale alcuni hanno dato buona prova».

Anche lui, dunque, un dreamer, che non si è accontentato di emozioni e sogni, ma è riuscito a spingere un bel grappolo di coraggiosi «a staccarsi con coraggio dal loro ambiente, dalle comodità della vita e, superando giudizi e motivi umani, sono entrati nell’Istituto per prepararsi alla missione» (sono parole sue).

Si ricordi, allora, il Beato Allamano di noi – suoi missionari – in quest’anno, ottenendoci ancora dal Signore il dono di giovani generosi e un po’ pazzi, capaci non solo di sognare in grande, ma di continuare sulle strade del mondo la stessa missione di Gesù.

Giacomo Mazzotti

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Allamano, un carisma per essere sempre “di moda”


Sono arrivati, come frutto del Capitolo da poco celebrato, gli «Atti», un modesto fascicoletto i cui semi, macinati e impastati, dovranno diventare il pane buono che alimenterà la futura attività missionaria, «rivitalizzata e ristrutturata». Tra le varie indicazioni, non poteva sfuggirci un’annotazione, che così suona: «Al Consiglio Continentale spetta mantenere vivo nel Continente l’approfondimento, lo studio, l’inculturazione e la trasmissione del carisma… promuovendo momenti di spiritualità centrati sul carisma (esercizi spirituali allamaniani, pedagogia allamaniana, ecc.)» (cfr. nn. 30 e 169). Poche e timide righe per ricordare a tutti i missionari l’importanza di rivitalizzare il nostro carisma (cioè la nostra stessa vocazione) che ha come sua limpida sorgente Giuseppe Allamano. Il suddetto suggerimento non sarebbe tanto originale, se non fosse per due paroline decisamente interessanti e cioè che, oltre allo studio e approfondimento del carisma, bisognerebbe curarne anche «l’inculturazione e la trasmissione». Per questo, l’invito viene rivolto non tanto all’Istituto nella sua totalità (come avveniva nel passato), ma ai singoli Continenti dove sono presenti i missionari e che, dal Capitolo, sono usciti come i veri protagonisti della missione Imc. Queste parole allargano il cuore perché, anche se appena sussurrate, ci confermano che l’Allamano non è un dono solo per noi, italiani o europei, ma può esserlo anche per altri popoli, altre culture, altri mondi diversi dal nostro (Allamano, missionario doc!). In più, questo dono non è relegato in un museo o in un santuario, ma è vivo e deve essere accolto da quelli che amano e invocano il Fondatore dei missionari della Consolata; occorre, perciò, «trasmettere e far conoscere» ciò che lui è stato per la Chiesa e il mondo. Proprio come avevano scritto i missionari, preparandosi al Capitolo: «Tra le ricchezze del passato che ci appartengono, c’è anche Giuseppe Allamano, un gioiello prezioso che non può rimanere chiuso in un forziere per paura di perderlo, ma deve tornare ad essere indossato, perché è soltanto esibendolo che potremo far vedere a chi ci incontra come il suo stile possa adattarsi anche alla moda del tempo presente. Uno dei nostri obiettivi consiste nel far nuovamente “indossare” il Fondatore. Non è parlando di lui che se ne mostra la bellezza spirituale, è “vivendone il carisma” che il suo pensiero, la sua dimensione spirituale, la sua ricchezza e profondità possono tornarci a dire qualcosa, anche oggi».

Giacomo Mazzotti

 

«Voi badate ai miei comandi, alle mie esortazioni e anche ai semplici desideri, che ben conoscete. Ecco ciò che vorrei da voi: la buona volontà, lo sforzo generoso e costante di assimilare lo spirito dell’Istituto». (Giuseppe Allamano)


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Beato Allamano:

Caldo, fuoco e ceneri


L’estate dardeggia ormai sulle nostre povere teste e il desiderio di fuga verso un po’ di riposo e di fresco irrompe ovunque (sindrome, forse, dell’ormai famosa «chiesa in uscita»). Anche i nostri «padri capitolari», dopo il mese di soggiorno romano, sono rientrati nelle sedi più disparate del pianeta, – pardon! – della geografia missionaria. Soltanto alcuni di loro (i «quattro dell’Ave Maria») ripeteranno il cammino inverso per rientrare nell’Urbe e, insieme a padre Stefano, riconfermato padre generale, cercheranno di aiutare i Missionari della Consolata nel non facile cammino della RIVITALIZZAZIONE e della RISTRUTTURAZIONE (le due famose passwords del Capitolo appena concluso). Guidati, in questo, dalla presenza paterna del nostro beato Fondatore, Giuseppe Allamano, e dalla fedeltà al suo carisma, cioè quella destinazione tenace e irrinunciabile ad gentes, che è il succo e il sapore della nostra vita. E, tutto, con il fervore degli inizi, quando lui, il Fondatore, era ancora presente e cercava in tutti i modi di far capire a quei primi giovani, preti e laici, che non aveva senso sognare l’Africa e andarvi, se non si era prima uomini veri, cristiani senza sconti… insomma: santi! Proprio durante il Capitolo, circolava tra i missionari uno strano frammento apocrifo rivolto ai missionari (qualcuno, più addentro alle cose, sosteneva di riconoscervi l’inconfondibile stile di papa Francesco) che diceva pressappoco così: «Dopo più di 100 anni, il vostro carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! E, poi, il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire «pietrificarlo» o metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Giuseppe Allamano non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione «significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri». L’Allamano non vi perdonerebbe mai di perdere la libertà e trasformarvi in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro!». Non ci mancava che l’accenno al fuoco, in questa calda e torrida estate! Ma, senza questo fuoco che ci rende «discepoli missionari», non si farà molta strada; altro che rivitalizzazione e ristrutturazione…
Buon cammino, allora, sempre ispirati e trepidamente seguiti da lui, il nostro Padre Fondatore!

Giacomo Mazzotti

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Allamano: L’impronta di Maria


Scriveva uno dei biografi dell’Allamano, nostro Fondatore: «Se alla morte si fosse aperto il suo cuore, vi si sarebbero trovate incise due parole, Consolata e Missioni», i suoi grandi amori, come i due polmoni che diedero il respiro all’intera sua esistenza. Dando inizio a due famiglie missionarie, il Fondatore volle che fossero plasmate dall’impronta di Colei che lui chiamava, con affetto filiale, la «cara» Consolata e di cui si definiva il segretario, «il tesoriere». Non è possibile, allora, parlare dell’Allamano, capirne la spiritualità, stupirsi della sua intensa attività, senza tenere conto della Madonna che per lui era semplicemente… la Consolata. Parlando un giorno ai suoi missionari, gli scappò di dire: «Che volete… È una devozione che va al cuore. Se dovessi fare la storia delle consolazioni ricevute dalla Madonna in questi quarant’anni che sono al santuario, direi che sono quarant’anni di consolazione».

La Consolata fu dunque per lui una presenza dolce e materna che l’accompagnò in tutti i momenti della sua vita: mentre si preparava a diventare sacerdote e perse la sua amatissima mamma; negli anni in cui fu rettore del più famoso santuario di Torino; ma soprattutto quando, aprendo la sua chiesa locale alla Missione in Africa, diede ai suoi figli e figlie, come obiettivo di vita quello di diffondere «la gloria di Maria alle genti», questa donna eccezionale, diventata per l’occasione anche «fondatrice»: «Non è infatti la SS. Vergine, sotto questo titolo, la nostra Madre e non siamo noi i suoi figli? Sì, nostra Madre tenerissima, che ci ama come la pupilla dei suoi occhi, che ideò il nostro Istituto, lo sostenne in tutti questi anni… La vera Fondatrice è la Madonna!».

La Consolata, da lui amata, invocata e annunciata, oltre che modello di vita consacrata per la Missione, diventò così Consolatrice, la Madonna missionaria che, con lo slancio dei discepoli missionari, donne e uomini di Vangelo, cammina sui sentieri dei continenti, visita le case dei poveri, entra nel cuore dei popoli come segno di speranza e di consolazione.

E fu con il suo nome sulle labbra e nel cuore che i missionari aprirono nel Kikuyu (Kenya) il primo campo di apostolato dell’Istituto; fu alla Consolata che dedicarono la prima stazione di Tusu a cui si aggiunsero tutte le altre e che il Fondatore volle fossero dedicate alla Madonna.

Con questa «impronta mariana», voluta e vissuta dal loro Fondatore, anche oggi i missionari e le missionarie della Consolata non si stancano di annunciare Gesù, figlio di Maria e vera consolazione del mondo.

Giacomo Mazzotti

Festa del Beato Allamano 2016, novizie MdC da Capri e studenti IMC da Castenuovo attorno alla tomba del beato Giuseppe Allamano.

 




Allamano: Con fervore pasquale


Colpiscono sicuramente la nostra immaginazione quelle porte sbarrate del Cenacolo e anche la paura che attanaglia il piccolo gruppo dei discepoli di Gesù, morto e sepolto da quasi tre giorni. Eppure, in questa comunità ferita e fragile, il Risorto non teme di entrare, di portare una parola di pace, alitando il suo Spirito di perdono e di vita nuova, senza dimenticarsi di mostrare le sue mani piagate e gloriose, segno inconfondibile di morte e risurrezione. Esplode, allora, in noi la gioia della Pasqua, che arriva dopo gli austeri quaranta giorni quaresimali, trasfigurandoli e rendendo la fatica del vivere “più fervorosa”, come ricordava il beato Allamano: «La Pasqua è una festa che va al cuore. Noi dobbiamo risorgere al fervore. Tutti dicano a se stessi: “Siamo risorti, non vogliamo più morire, vogliamo essere veri missionari”. E non abbiate paura di diventare troppo fervorosi!». E come ci dice Papa Francesco che sembra riecheggiare il nostro Fondatore: «La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo. Di conseguenza, un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo e accresciamo il fervore, “la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime…“. Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo… Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!». La sera oscura lascia il posto a una visita, quella di Gesù. Lui è con noi e ci apre la strada a una gioia che non può essere ingabbiata o trattenuta dalle mura di un tempio chiuso, che non sa più di casa, che non è più luogo di incontro. Il dono del Risorto, che sconfigge «la psicologia della tomba», fa spalancare le porte del nostro cuore un po’ codardo, caso mai fossimo tentati di sprangarle di nuovo, o di costruire altri muri o, peggio ancora, di selezionare chi merita e chi no il nostro aiuto. «Come fa piacere quando uno tira diritto, va avanti, sempre avanti! Vi voglio allegri. Desidero che si conservi e si accresca sempre più lo spirito di tranquillità, di scioltezza, di serenità. Questo è lo spirito che io voglio: sempre gioia, sempre facce allegre». Parole del beato Allamano per noi tutti, in questo tempo pasquale. Fortunati di avere incontrato Gesù, risorti con lui, per poi uscire e andare incontro agli altri, per annunciarlo e testimoniarlo vivente: fervore di Pasqua, gioia missionaria.

  1. Giacomo Mazzotti



Anno santo al rovescio


Abbiamo assistito, con gioia, all’apertura della prima porta santa del Giubileo a Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana diventata, per l’occasione, «capitale spirituale del mondo». Un’apertura davvero missionaria. E, il 13 novembre scorso, alla chiusura delle varie porte sante sparse, con non poca fantasia, un po’ dovunque nel mondo. Mi è venuta, allora, in mente una lettera, nella quale don Tonino Bello raccontava: «Quando c’è stata l’inaugurazione dell’anno giubilare, mi sono avvicinato alla porta di ingresso della chiesa, ho battuto tre volte, la porta si è spalancata e io sono entrato nel tempio carico di luci, tutto il popolo dietro di me, la folla esultante. Io vorrei invece poter inaugurare, un giorno, un anno santo al rovescio. Tutti quanti in chiesa, il vescovo vicino alla porta chiusa, con il martello che batte, la porta che si apre e il popolo di Dio che esce sulla piazza per portare Gesù Cristo agli altri. Sì, perché oggi il problema più urgente per le nostre comunità cristiane è quello di aprire le porte che, dall’interno del tempio, diano sulla piazza… I battenti si schiuderanno. E voi, folla di credenti in Gesù Cristo, uscirete sulla piazza per un incontenibile bisogno di comunicare la lieta notizia all’uomo della strada». Questo “anno santo al rovescio”, immaginato dall’indimenticabile vescovo di Molfetta, mi è rimasto nel cuore e si è intrufolato nei sogni che normalmente si fanno all’inizio di un nuovo anno. Un anno da cominciare con la stessa ansia missionaria che viene dritta dal Vangelo e che ci è stata trasmessa dal nostro beato Fondatore, Giuseppe Allamano quando, ad esempio, con un’espressione colorita ma efficace, ci diceva: «Voi dovete essere missionari nella testa, nella bocca e nel cuore». Come dire: la Missione, l’annuncio, la testimonianza, “lo zelo (o passione) per le anime” – come si diceva una volta – sono i fili di una normalissima trama, entro cui dovrebbero scorrere i giorni che il Signore ci concederà in questo nuovo anno di grazia. Uscendo, condividendo, incontrando, facendo vedere, senza timori o paure, che il Signore Gesù è… la cosa più bella che potesse capitarci. E desiderando che gli altri lo sappiano. Per prolungare, così, quell’ondata di misericordia che l’Anno santo appena concluso ci ha spinto ad assumere come Dna della nostra identità cristiana. E per non essere missionari a metà, ma «nella testa, nella bocca e nel cuore». Auguri!

Giacomo Mazzotti

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Allamano santi missionari

Il mese di novembre si apre con la solennità di “Tutti i Santi”, e prosegue con altre celebrazioni rivolte alla santità. Il padre fondatore beato Giuseppe Allamano ripeteva ai suoi missionari e missionarie: «Ricordatevi che l’opera della missione esige grande santità. Non basta una santità mediocre, perché è la continuazione della missione di Nostro Signore Gesù Cristo, degli apostoli e dei santi missionari. Questa vocazione vi eleva sopra i cristiani, i religiosi, gli stessi sacerdoti dei nostri paesi, ai quali non è dato far conoscere e amare Dio da tanti che mai l’avrebbero potuto conoscere e amare». All’eccellenza di questo apostolato deve corrispondere una santità maggiore a quella dei consacrati e religiosi con altre attività pastorali.

Questa raccomandazione della santità ai missionari è stata richiamata anche dai papi del nostro tempo. Per Giovanni Paolo II: «Vero missionario è il santo». Perciò, «ogni missionario è autenticamente tale se si impegna nella via della santità» (Redemptoris Missio 90-91). Paolo VI ribadisce che soltanto così si può annunciare Cristo in modo credibile. Infatti, l’evangelizzazione scaturisce dall’esperienza di Dio conosciuto e familiare. Ogni missionario deve poter dire: «Ciò che abbiamo visto, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi» (EN 76). Per questo «occorre suscitare un nuovo “ardore di santità” nei missionari e nei più stretti loro collaboratori». E ribadisce: «La rinnovata spinta verso la Missione esige missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e cornordinare meglio le forze ecclesiali. Occorre suscitare un nuovo “ardore di santità” nei missionari». Ciò rafforza l’insistenza del beato Allamano sulla necessità della santità per scegliere la vocazione missionaria e per «salvare il maggior numero di anime». Egli non si limita a raccomandare, ma insiste sulla qualità della santità: «Ricordatevi che l’opera della missione esige una grande santità. Non basta una santità mediocre, ci vuole gran santità. L’opera dell’apostolato è opera divina perché è la stessa missione di Nostro Signore Gesù Cristo, degli apostoli e dei santi missionari».

  1. Gottardo Pasqualetti



Dal cielo bene sulla terra


Per il beato Giuseppe Allamano «la missionaria in modo particolare deve avere un cuore largo, grande e generoso, aperto, magnanimo per ogni miseria umana, pieno di amore per Dio» (Conferenze alle Suore 143-144).

E ai missionari raccomandava di essere «Missionari della bontà», di agire con tenerezza, pazienza, umiltà, mansuetudine, affabilità «senza asprezze, con bel garbo, carità e massima dolcezza».

A metà agosto celebriamo l’Assunzione di Maria al cielo, solennità che ricorda come Maria è presso il Figlio e prega per noi come a Cana. Teresa di Gesù Bambino scrisse: «Voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra». La festa della Assunzione di Maria ci raccomanda di farlo fin d’ora. Così ha fatto il beato Padre Fondatore. «Trattava i convittori come un buon padre, interessandosi delle loro condizioni economiche, e riducendo la già tenue retta di pensione… E in casi pietosi sovveniva le loro famiglie» (F. Perlo). «Si interessava anche delle minime richieste; ascoltava le difficoltà; era tutto per l’individuo con cui trattava». E poi «rispondeva, dava il consiglio, la direzione, ma con un fare così paterno e persuasivo che si usciva dal colloquio con la convinzione di essere stati compresi, e che la via tracciata era proprio quella da seguire» (G. Cappella). Stesso atteggiamento si ritrova nel suo rapporto con i missionari. «Si preoccupava delle minime necessità materiali e spirituali di ognuno. Si interessava grandemente dei parenti dei membri dell’Istituto, specialmente delle loro mamme. E quando avvertiva qualche necessità, senza essee pregato, sovveniva con larga generosità» (G. Barlassina). Attuava così quello che raccomandava alla giovane superiora, sr. Margherita De Maria, sul suo comportamento con le suore: «Abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, sempre correggendo mateamente… Fa coraggio a tutte… Raccomanda sempre grande carità, longanimità…».

Pazientare, compatire, richiamare con dolcezza, curare il contatto personale, proporre ideali per essere all’altezza della propria missione, è il segreto della sua pateità. E raccomandava ai missionari: «Nelle difficoltà pensami vicino e comportati come pensi che ti avrei suggerito di fare». Questo ha un riflesso anche nell’attività missionaria. Quella del missionario è una spiritualità di presenza, rapporti personali, attenzione all’altro. I primi missionari nel Kenya lo calarono nelle loro decisioni pastorali, che prevedevano la visita ai villaggi per conoscere e contattare le persone, prestare attenzione alle loro necessità e sofferenze, portando aiuto e consolazione. È lo spirito ribadito dall’Allamano, che raccomandava: «Spandete il profumo dell’amore, facendo felici le persone».

Gottardo Pasqualetti