Fare uomini per fare cristiani

Nell’esortazione apostolica Dilexi te, che papa Leone XIV ha ereditato da papa Francesco, proponendola alla cattolicità con l’aggiunta di alcune riflessioni proprie, il Pontefice ribadisce il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri. Il Papa insiste su questo cammino di santificazione, perché nel «richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi».

Tra questi santi annoveriamo, certamente, san Giuseppe Allamano che indicava nella santità l’aspirazione principale nella vita del missionario: «Nulla è più efficace della carità – scriveva ai suoi missionari -. Nella carità consiste essenzialmente la santità. Amare e farsi santi è la stessa cosa. Non basta che amiamo in un modo qualsiasi, ci vuole un amore superlativo».

Papa Leone parla di tutte le povertà, da quella economica a quella educativa, dai malati ai carcerati, percorrendo tutte le categorie più fragili della società. Leone vuole una Chiesa per i poveri e con i poveri. Per questo critica con forza un sistema economico oppressivo, capace solo di generare disuguaglianze e povertà, ed esorta a riconoscere e distruggere le strutture d’ingiustizia «con la forza del bene, attraverso il cambiamento della mentalità, ma anche con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società».

San Giuseppe Allamano insegnava a raggiungere questo obiettivo innanzitutto con la visita quotidiana alla gente nelle case e nei villaggi; visite che non dovevano «ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri», dove avevano la precedenza i poveri, gli ammalati e i villaggi più bisognosi.

Una delle più belle pagine della storia dell’Istituto dei Missionari della Consolata l’ha scritta la Santa Sede, nel decreto di approvazione, che risale al 28 dicembre 1909: «Caratteristica di queste missioni è che i missionari non si limitano a introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve, ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell’agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali». Allamano commentava: «Il decreto della Santa Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni di Propaganda fide, le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro apostolato: “Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi, per poi poterli fare cristiani”».

Allamano ricordava che Gesù, prima di redimerci, «si era ridotto a piallare assi, alla scuola di Giuseppe, e quando cominciò a predicare il Regno di Dio era un provetto falegname che sapeva usare gli arnesi del mestiere». Per questo il fondatore indirizzò i suoi missionari a uno sviluppo basato su una elaborazione della tecnica di Cristo. I suoi missionari furono, e sono tutt’ora, bravi agricoltori, organizzatori di cooperative, di scuole agricole e tecniche, senza dimenticare di essere dei predicatori e dei battezzatori.

Sergio Frassetto

Torino: città dei santi sociali

Storici e teologi concordano nell’affermare che, proprio mentre si sviluppavano processi di secolarizzazione, massoneria, anticlericalismo e modernizzazione sociale, nella città di Torino fiorì una straordinaria stagione di santità e di iniziative pastorali. Questo fenomeno ha portato molti a parlare di «scuola torinese di carità» o «Torino, città dei santi sociali», un contesto in cui la fede cristiana si tradusse in opere concrete di carità, educazione e promozione umana.

Una Chiesa propositiva, creativa e pastorale

La trasformazione culturale, economica e sociale della città – caratterizzata da una parte dall’industrializzazione e urbanizzazione e dall’altra dalla migrazione dalle campagne – generò nuove forme di povertà e marginalizzazione. Migliaia di giovani arrivavano a Torino in cerca di lavoro, spesso privi di istruzione e di sostegno familiare. La risposta della Chiesa torinese non fu soltanto difensiva nei confronti della modernità, ma propositiva, creativa e pastorale: sacerdoti, religiosi e laici diedero vita a una vasta rete di opere educative, assistenziali e missionarie.

In questo contesto si collocò l’opera di figure straordinarie che contribuirono a delineare un modello di cattolicesimo sociale, capace di coniugare spiritualità, carità e impegno nella trasformazione della società.

Quadro della Consolata nella cappella del battistero del Santuario di Santa Rita a Torino. A destra, sullo sfondo tra altri santi c’è l’Allamano dietro a Don Bosco. A sinistra san Giuseppe Cafasso

I protagonisti

Furono diversi i protagonisti e testimoni della rinascita cattolica torinese ottocentesca. Una delle figure più emblematiche fu Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel 1832 fondò la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta da tutti come «Cottolengo». Quest’opera nacque per accogliere coloro che non trovavano posto negli ospedali pubblici: malati cronici, disabili, poveri e persone abbandonate. Il Cottolengo rappresentò una risposta concreta alla crescente marginalizzazione sociale prodotta dalla modernizzazione urbana.

Accanto a Cottolengo ricordiamo anche due figure laiche di nobili origini, i venerabili Giulia e Tancredi Falletti di Barolo fondatori dell’Opera Pia Barolo e organizzatori di scuole e opere caritative per le donne carcerate.

Tra le figure più influenti emerge Giovanni Bosco, noto come Don Bosco. Nel quartiere torinese di Valdocco ideò l’oratorio come un ambiente educativo che offriva ai ragazzi formazione religiosa, istruzione di base, formazione professionale, accompagnamento umano e spirituale.

Nel 1859 Don Bosco fondò la Società di San Francesco di Sales, più comunemente conosciuta come Salesiani di Don Bosco, destinata a diffondere il suo metodo educativo in Italia e nel mondo.

Un’altra personalità che ebbe un ruolo decisivo nella vita religiosa torinese fu Giuseppe Cafasso, sacerdote e docente presso il Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, istituzione destinata alla formazione dei giovani sacerdoti. La sua azione, specie a favore dei carcerati, contribuì a formare un clero sensibile ai problemi sociali e capace di una pastorale vicina alla gente.

Un’ulteriore figura di rilievo è stata Leonardo Murialdo, sacerdote impegnato nell’educazione dei giovani lavoratori. Egli fondò la Congregazione di San Giuseppe (Giuseppini del Murialdo), dedicata alla formazione professionale e cristiana dei giovani.

Giuseppe Allamano

Accanto alle opere sociali ed educative sviluppate nel contesto urbano, Torino diede origine anche a un importante impulso missionario. Figura centrale in questo ambito fu Giuseppe Allamano, sacerdote torinese e fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata. Il Canonico Allamano fu, per 46 anni, rettore del Santuario della Consolata, uno dei luoghi più significativi della spiritualità torinese. Ispirato da questo centro di spiritualità e di formazione, Allamano maturò il progetto missionario che lo portò alla fondazione, nel 1901, dell’istituto missionario destinato all’evangelizzazione e promozione umana dei popoli. I primi missionari furono inviati in Africa orientale nel 1902, avviando una presenza ecclesiale che univa evangelizzazione, promozione umana ed educazione.

L’opera di Giuseppe Allamano esprime una dimensione nuova della spiritualità torinese: una visione missionaria aperta all’universalità e alla multiculturalità. La sua prospettiva può essere sintetizzata nell’idea di «agire localmente pensando universalmente»: la vita spirituale, la formazione e la carità sviluppate a Torino diventarono la base per una missione che superava i confini nazionali.

Il «Chilometro quadrato» della carità

Tutti questi interpreti della carità cristiana furono testimoni di una fede viva, che trasformava la contemplazione in gesti concreti di compassione e solidarietà per diverse categorie di svantaggiati, fragili ed emarginati, all’interno di un’area di Torino che, proprio per questo, possiamo benissimo denominare il «Chilometro quadrato della carità». In esso, dall’Ottocento a oggi, hanno preso forma opere di bene – congregazioni religiose e apostolato sociale – e hanno visto la luce numerosi carismi. Per queste e altre ragioni storiche e religiose, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo metropolita di Torino e vescovo di Susa, ha lanciato a gennaio 2026 l’idea di una candidatura internazionale per far conoscere al mondo la «città della carità» iscrivendo questo luogo nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Il progetto mira a garantirne riconoscimento, tutela e valorizzazione come spazio di eccezionale valore umano universale.

padre Ashenafi Yonas Abebe, Imc

Fatima: la Via crucis dei pellegrini si è conclusa presso il «Calvario» dove è stata ricordata la vita e l’opera di san Giuaeppe Allamano.

Centenario in Portogallo

Canti, colori e parole di speranza. Con questa atmosfera sono stati accolti i circa 6mila partecipanti al 36° Pellegrinaggio della famiglia missionaria della Consolata a Fatima, sabato 21 febbraio 2026. Le carovane sono arrivate da tutto il Portogallo, Paese in cui i Missionari della Consolata operano dal 1943.

Si tratta di un appuntamento ormai consolidato nel cammino della famiglia Consolata in Portogallo. L’incontro di quest’anno ha assunto un significato particolare, perché vissuto nel contesto del centenario della morte di san Giuseppe Allamano, come occasione di memoria grata, rinnovamento spirituale e rilancio del carisma missionario.

La partecipazione molto numerosa di pellegrini ha reso questo appuntamento particolarmente significativo e incoraggiante. La giornata, scandita dal motto «Allamano, pellegrino di consolazione», è stata vissuta come un tempo intenso di preghiera, condivisione e celebrazione, nel quale si è manifestato ancora una volta l’affetto di tante persone verso la famiglia missionaria della Consolata e il legame vivo con il carisma del fondatore.

L’incontro è stato preceduto da una veglia di preghiera, riflessione e condivisione che si è svolta venerdì sera, 20 febbraio, a cui hanno partecipato circa 200 giovani. La band musicale Discípulos de Fátima, un progetto con l’obiettivo di far conoscere la Parola di Dio attraverso la musica, ha animato la serata.

Via Crucis missionaria

Momento culminante del pellegrinaggio è stato la Via Crucis missionaria realizzata nel «Valinhos de Fátima». Le meditazioni in ogni stazione, oltre a ricordare gli ultimi passi di Cristo, commentati anche dalle parole di san Giuseppe Allamano, hanno fatto riferimento ai più poveri, a coloro che subiscono ingiustizie e anche a chi commette tali atti. Insieme, i pellegrini hanno chiesto a Dio la capacità di alleggerire il peso di coloro che portano la croce della malattia, della solitudine e dell’emarginazione e anche il coraggio di denunciare il male.

Ogni stazione è stata caratterizzata dalla consueta scenografia dei giovani di Ribeirão (Vila Nova de Gaia), che hanno indossato costumi del tempo per rappresentare gli ultimi momenti della vita di Cristo sulla terra. La celebrazione si è conclusa con un momento scenico presso il Calvario ungherese. È stata l’occasione per parlare ai pellegrini di san Giuseppe Allamano mentre erano esposti pannelli e striscioni che ne illustravano il carisma e l’opera sempre attuali.

Eucaristia nella Basilica della Santissima Trinità

L’opera di sant’Allamano è stata evidenziata anche nell’eucaristia celebrata nella basilica della Santissima Trinità, presieduta da padre James Lengarin, superiore generale dei missionari della Consolata. Nell’omelia, ha detto che i «missionari sono attualmente in viaggio attraverso l’Africa, le Americhe, l’Asia e l’Europa, portando consolazione, giustizia, speranza e umanità», ma ha pure sottolineato che non è necessario viaggiare per essere missionari: «La missione si realizza quando si sceglie il bene invece dell’indifferenza. Quando si ascolta invece di giudicare. Quando si costruisce invece di distruggere».

La conclusione del pellegrinaggio è avvenuta presso la Cappellina delle apparizioni con la consacrazione alla Madonna di Fatima e l’invito a essere costruttori di pace, seguendo l’esempio di san Giuseppe Allamano. «La santità di Allamano ci spinge a essere anche noi santi attraverso una vita di preghiera, servizio e dono di sé senza misura e a lavorare per la giustizia e la pace», ha detto padre Lengarin.

a cura di Sergio Frassetto




La cooperazione: tra bancabilità e coerenza

Lo scorso maggio a Roma c’è stata la terza Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo. È stata l’occasione per conoscere i risultati di una revisione fra pari dell’Ocse, e per riflettere su aspetti come la finanza per lo sviluppo e la coerenza delle politiche.

La Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, in breve Coopera, è un evento previsto dalla legge 125/2014. Deve essere organizzata ogni tre anni dal Maeci, il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Lo scopo è «favorire la partecipazione dei cittadini nella definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo»@.

Uno degli eventi di maggior rilievo di questa terza edizione è stato la presentazione della più recente Revisione fra pari (Peer review), condotta dall’Ocse. Uno studio che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conduce ogni 6-7 anni sui risultati raggiunti dai membri del proprio Comitato di assistenza allo sviluppo (Dac, nell’acronimo inglese), di cui anche l’Italia fa parte.

Il presidente del Comitato, Carsten Staur, ha presentato i risultati chiarendo che le revisioni «non sono classifiche, né audit, ma un’occasione per imparare insieme, tra amici».

Con questo spirito, Staur ha citato i punti di forza della cooperazione italiana, ma anche@ alcuni dei suoi limiti (vedi box).

L’Italia, evidenzia la Peer review, ha delle ambizioni dichiarate che riguardano l’aumento del numero di Paesi con cui è prioritario cooperare. Allo stesso tempo, ha la volontà di mettere in piedi programmi di sviluppo complessi che siano il frutto di decisioni politiche ad alto livello, da affiancare agli interventi ideati con i partner di progetto nei Paesi in cui si opera, cioè l’approccio «dal basso» finora prevalente nella cooperazione italiana. Staur ha sintetizzato: occorre assicurarsi che «le risorse siano all’altezza delle ambizioni e le ambizioni siano all’altezza delle risorse». Stefano Gatti, a capo della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Maeci, ha risposto@ a Staur che dal suo punto di vista ciò che conta, prima ancora delle risorse, è che la qualità dei progetti sia all’altezza delle ambizioni.

I buoni progetti, ha argomentato Gatti, attirano più facilmente le risorse ed evitano di sprecarle in interventi inefficaci. Inoltre, solo i risultati di qualità sono una leva efficace, sia per incoraggiare il coinvolgimento del settore privato che per giustificare ulteriori richieste di risorse al Parlamento. «Quello che stiamo facendo oggi – ha aggiunto – è un primo passo per organizzare il sistema della cooperazione italiana come una comunità che sviluppa insieme i progetti», unendo le istituzioni pubbliche, il settore privato e la società civile con la sua lunga esperienza e grande professionalità.

Carsten Staur, Presidente del Comitato di Assistenza allo Sviluppo (DAC) dell’OCSE , interviene a Coopera 2026

Tre dati chiave sulle risorse

Un’altra sessione che ha suscitato interesse è stata quella sulla finanza per lo sviluppo@, anche perché andava al cuore proprio della questione delle risorse. I dati forniti in apertura di sessione dal vicedirettore generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, Carlo Batori, aiutano a farsi un’idea delle dimensioni dell’aiuto allo sviluppo e dei bisogni a cui risponde.

Il primo dato riguarda le risorse che mancano per raggiungere a livello mondiale gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu: un deficit pari a 4mila miliardi di dollari all’anno. L’aiuto pubblico allo sviluppo nel mondo nel 2025 è stato poco più di 170 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta circa il 4% del fabbisogno e che l’anno scorso ha registrato una riduzione di circa il 23%: 50 miliardi in valore assoluto, di cui tre quarti dovuti al calo degli aiuti da parte degli Stati Uniti. C’è poi un «terzo numero che illustra il paradosso della finanza per lo sviluppo», ha detto Batori, e cioè l’aumento della ricchezza globale: secondo il rapporto 2025 del Comitato di esperti indipendenti del G20 sulla disuguaglianza globale, guidato dallo studioso premio Nobel per l’economia 2001, Joseph E. Stiglitz, la ricchezza globale è passata da 200mila miliardi di dollari nel 2000 a 480mila miliardi di dollari nel 2024@. Basterebbe l’1% di questa ricchezza globale, ha detto Batori, per sanare il deficit, ma una serie di ostacoli strutturali impediscono che essa raggiunga proprio i Paesi che hanno bisogno di maggior sostegno per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, cioè quelli in via di sviluppo.

La finanza come spedizione alpinistica

Batori ha, poi, descritto la finanza per lo sviluppo usando una metafora alpinistica: per scalare la montagna del deficit da colmare ci vuole un team composto innanzitutto dai finanziatori della scalata, che devono mettere a disposizione l’attrezzatura adatta: queste sono le sono le istituzioni finanziarie. Ci sono poi le organizzazioni internazionali, che costruiscono il campo base, cioè fissano regole e i processi. Gli alpinisti veri e propri sono elementi del settore privato, cioè gli imprenditori, che devono portare le proprie competenze per rendere possibile l’ascesa, con l’aiuto fondamentale degli sherpa, ovvero le organizzazioni della società civile, che «sanno come evitare le valanghe e i crepacci».

I soccorsi in caso di emergenza sono poi i governi dei Paesi donatori, mentre il capo della spedizione è il governo del Paese partner, le cui richieste, necessità e aspettative sono il punto di partenza della spedizione.

All’introduzione di Batori è seguito un dibattito che ha coinvolto rappresentati del ministero delle Finanze, di Cassa depositi e prestiti, della Banca mondiale e del programma Onu per lo sviluppo (Undp). Una delle espressioni più ricorrenti è stata «bancabilità», cioè la capacità di un’iniziativa di sviluppo di risultare abbastanza solida e sicura da attirare gli investitori privati e le banche.

Questo ruolo del settore privato e il peso delle valutazioni di tipo finanziario, si è fatto negli anni via via più evidente nella cooperazione e, di conseguenza, negli eventi che la trattano: se ne era già parlato nel Forum sulla cooperazione internazionale del 2012, precursore delle conferenze Coopera@, e ha acquistato uno spazio che, da una Coopera all’altra, continua a consolidarsi.

A voler rintracciare un momento ufficiale di svolta nella visione del rapporto fra sviluppo e settore privato, si può riprendere la comunicazione della Commissione europea dal titolo A stronger role of the private sector in achieving inclusive and sustainable growth in developing countries@. Nel documento del 2014 in cui la Commissione chiariva che il «settore privato fornisce circa il 90% dei posti di lavoro nei Paesi in via di sviluppo ed è quindi un partner essenziale nella lotta contro la povertà. È anche indispensabile come investitore nella produzione agricola sostenibile se il mondo vuole affrontare la sfida di sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050». Riconosceva, inoltre, al settore privato importanza nella transizione «verso un’economia verde inclusiva» e il suo ruolo sempre più attivo sia come fonte di finanziamento sia come partner di governi, organizzazioni non governative e donatori.

Non dimenticare

Ivana Borsotto, presidente della Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv) e portavoce della Campagna 070@, non smentisce la sua propensione a cercare innanzitutto gli elementi costruttivi in ogni discussione sulla cooperazione: «La conferenza Coopera 2026», scrive in risposta a una nostra richiesta di commento, «non si è limitata a essere una passerella di visibilità: ha confermato l’impegno del governo italiano a rafforzare la cooperazione allo sviluppo, soprattutto con i Paesi africani, attraverso il Piano Mattei, considerato uno strumento strategico per promuovere partenariati paritari, sviluppo sostenibile e collaborazione multilaterale».

È emerso con forza, scrive la presidente Focsiv, il tema dell’impatto reale della cooperazione: occorre verificare chi beneficia degli interventi e quanto contribuiscono alla riduzione della povertà e delle disuguaglianze e alla resilienza climatica.

Tuttavia, continua Borsotto, «non possiamo non rilevare una mancanza nel dibattito della Conferenza: si è parlato poco delle grandi questioni politiche globali. In un contesto segnato da guerre, crisi climatiche, disuguaglianze e aumento delle spese militari, la cooperazione rischia di restare marginale rispetto ad altre politiche che influenzano maggiormente gli equilibri internazionali».

Serve una «maggiore coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile: la cooperazione può produrre risultati importanti in settori come istruzione, salute e aiuti umanitari, ma senza cambiamenti profondi nelle politiche economiche, climatiche e di sicurezza non sarà possibile affrontare le cause profonde delle disuguaglianze e delle crisi globali. Per questo riteniamo urgente l’attuazione del Piano nazionale per la coerenza delle politiche»@.

Chiara Giovetti

L’atrio dell’Auditorium Conciliazione durante Coopera 2026

La peer review Ocse in sintesi

Punti di forza

  • Il Piano Mattei mette la cooperazione al centro della politica estera. L’attenzione per l’Africa, che riceve due terzi degli aiuti bilaterali, è evidente;
  • c’è uno sforzo di far lavorare insieme le varie parti coinvolte. Lo si vede ad esempio nelle cosiddette missioni di sistema, viaggi in cui 50-60 persone fra rappresentanti dell’Agenzia, dei ministeri, di Cassa depositi e prestiti, delle imprese e delle organizzazioni della società civile, visitano i Paesi partner per raccogliere informazioni e creare contatti da usare in fase di programmazione delle iniziative di cooperazione;
  • ci sono strumenti finanziari innovativi, come il Fondo per il clima, e la Cassa depositi e prestiti, una delle più importanti e solide istituzioni finanziarie del Paese che, nel finanziare lo sviluppo, rendono l’Italia più credibile.

Cose da migliorare

  • La scelta di aumentare i Paesi di intervento ritenuti prioritari dovrebbe accompagnarsi a un aumento delle risorse e a un percorso chiaro per raggiungere lo 0,7% di Pil da destinare all’aiuto allo sviluppo;
  • è necessario aumentare l’efficienza del sistema migliorando il coordinamento fra gli organismi coinvolti, chiarendo i ruoli e semplificando le procedure;
  • l’Italia è stata il primo Paese del comitato Ocse-Dac a darsi linee guida sul rapporto fra migrazione e cooperazione, ma per ora gli interventi che riguardano la migrazione sono frammentati e non abbastanza mirati a rimuovere le cause profonde delle migrazioni forzate.

Il documento completo è disponibile online@

Momento della Conferenza Coopera 2026

Il festival dello sviluppo sostenibile Asvis

L’Italia non realizzerà gran parte degli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. La strategia nazionale italiana di sviluppo sostenibile derivata dall’Agenda 2030 dell’Onu prevede 38 obiettivi quantitativi da raggiungere. Oggi ne risultano ancora raggiungibili soltanto 11, mentre 22 sono ormai fuori portata e 5 mostrano progressi dall’andamento troppo fluttuante per permettere una previsione.
Lo ha detto lo scorso 22 maggio Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, Asvis, durante l’evento conclusivo del decimo Festival dello sviluppo sostenibile tenutosi nella Sala della Regina della Camera dei deputati@.

Utilizzando dati messi a disposizione da fonti ufficiali fra cui Eurostat, Istat, Banca d’Italia e Ispra, l’Asvis monitora i progressi dell’Italia in quattro dimensioni, «misurandoli» appunto attraverso questi 38 obiettivi. Essi includono l’aumento dei posti negli asili nido, la riduzione delle diseguaglianze di reddito, l’aumento del tasso di occupazione, la diminuzione della dispersione idrica e delle polveri sottili, l’azzeramento del sovraffollamento nelle carceri e il raggiungimento dello 0,7% del Pil destinato alla cooperazione.

Il rapporto più recente, quello della primavera 2026, mostra peggioramenti sugli obiettivi che riguardano, fra gli altri, la povertà, la condizione dei sistemi idrici e sociosanitari, le disuguaglianze e la condizione degli ecosistemi terrestri. Il biennio 2026 – 2027, ha ricordato Giovannini, rappresenta comunque un’occasione unica per migliorare la situazione, a patto di non mancare alcuni appuntamenti: entro la seconda metà di quest’anno, ad esempio, è prevista la revisione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, mentre nella prima parte del 2027, l’Italia dovrebbe definire il Piano di accelerazione trasformativa per recuperare i ritardi nell’avanzamento verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, onorando così l’impegno che i capi di Stato e di Governo hanno preso al summit Onu del 2023@.

L’evento Asvis ha visto anche una conversazione fra la biologa e divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti e lo studioso premio Nobel per la fisica 2021, Giorgio Parisi. Rispondendo a una domanda di Gallavotti sui due passaggi chiave – transizione energetica e transizione ecologica – necessari a garantire all’umanità la vita su un pianeta che possa ancora sostenerla, Parisi ha precisato: «Direi che i passaggi chiave sono quattro, intrecciati fra di loro: a energia ed ecologia bisogna aggiungere giustizia sociale e pace». Se non si va in queste quattro direzioni contemporaneamente, ha concluso Parisi, non sarà possibile andare nemmeno nelle prime due.

Chi.Gio.

Evento di chiusura del Festival dello sviluppo sostenibile 2026. Da sinistra. Il direttore dell’Ansa Luigi Contu, la presidente ASviS Marcella Mallen, il direttore scientifico ASviS Enrico Giovannini, il Presidente ASviS, Pierluigi Stefanini



La strada delle sanzioni

Blocco, embargo, sanzioni: la terminologia è varia, ma lo strumento è – più o meno – lo stesso. Viene utilizzato al posto di un attacco armato per fare pressione su un Paese. Cosa comporta? È utile?

Usare il commercio come «arma di ricatto» non è una novità dei tempi moderni. Fin dall’antichità le strategie d’assedio contemplavano il blocco dei rifornimenti per ottenere la resa degli assediati sulla spinta della fame e della sete.

La prima documentazione scritta di questo tipo di assedio risale al 1478 a.C. allorché il faraone egizio Thutmose III conquistò Megiddo, una cittadina cananea localizzata sul monte citato nell’Apocalisse (Ap 16,16) come Armaghedòn, il luogo in cui – secondo il libro sacro – avverrà l’ultima battaglia tra Cristo e le forze del male.

Venendo ai nostri giorni, il caso più recente di blocco dei rifornimenti a supporto di operazioni militari, è stato quello attuato da Israele nei confronti di Gaza, provocando lo sdegno del mondo intero. Nell’ultimo secolo, il blocco commerciale ha subìto una sorta di riabilitazione perché si è capito che può essere utilizzato come via alternativa a quella armata, specie se assunta in forma collegiale da parte della comunità internazionale. Lo scopo è di indurre i governi con comportamenti illegittimi a uniformarsi al diritto internazionale.

I blocchi commerciali assunti come via di pressione alternativa a quella armata sono definiti «embarghi». Quando includono anche misure di carattere finanziario, tali provvedimenti sono genericamente indicati con il termine di «sanzioni economiche».

Contro l’Italia

La prima nazione a subire un embargo decretato dalla comunità internazionale fu, nel 1935, l’Italia, colpevole di avere aggredito l’Etiopia.
La decisione venne assunta all’interno della «Società delle nazioni», il progenitore delle attuali Nazioni Unite.

Benché il provvedimento comprendesse sanzioni sia di carattere commerciale che finanziario, l’effetto fu blando perché erano stati esclusi dal blocco beni strategici come petrolio, acciaio, carbone.

In realtà, l’effetto finale fu addirittura positivo per l’Italia perché permise a Mussolini di rafforzare nel Paese l’orgoglio nazionalista facendo passare Roma come vittima dell’odio straniero. Fatto sta che, di lì a poco, le sanzioni contro l’Italia vennero tolte, convincendo Germania e Giappone che avrebbero potuto procedere impuniti nei loro propositi imperialistici.

Constatata la sua inefficacia, dopo la Seconda guerra mondiale la Società delle nazioni venne sciolta e sostituita con un organismo dai fondamenti più solidi.

Nascita delle Nazioni Unite

Il 26 giugno 1945 i rappresentanti di 51 nazioni si riunirono a San Francisco e firmarono la carta istitutiva delle Nazioni Unite. Tra i suoi organismi esse comprendono il Consiglio di sicurezza che, in teoria, ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Secondo quanto disposto dall’articolo 41, fra i poteri del Consiglio di sicurezza c’è anche quello decretare misure non armate che «possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio e altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche».

Il primo embargo di un certo peso decretato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu risale al 1966 contro la Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Il provvedimento era stato richiesto dalla Gran Bretagna per indurre Ian Smith, un bianco segregazionista, a lasciare il potere che aveva preso con la forza. A quel tempo il Paese era ancora una colonia britannica, ma, in vista della sua indipendenza, la minoranza bianca aveva deciso di fare un colpo di Stato per impedire alla maggioranza nera di assumerne la guida nel momento della liberazione.

Per la verità, già qualche anno prima, il Consiglio di sicurezza aveva acceso i riflettori su un altro Paese segregazionista. Era il Sudafrica contro il quale nel 1963 aveva deliberato il blocco del commercio di armi, ma su base volontaria.

Nel 1977, tuttavia, la misura divenne vincolante. Così, sommata alle proteste internazionali, all’opposizione interna al Paese e ad altre forme di embargo decretate dall’assemblea delle Nazioni Unite, nel 1994 essa riuscì a fare capitolare il regime dell’apartheid.

L’embargo all’Iraq

Nel corso della sua esistenza il Consiglio di sicurezza ha emesso provvedimenti di embargo contro numerosi Paesi per periodi più o meno lunghi e per i motivi più vari, spesso per fermare governi oppressivi o responsabili di aggressioni verso altri Paesi. Non a caso la maggior parte degli embarghi sono stati circoscritti al commercio di armi, anche se non sono mancati embarghi totali, o comunque molto estesi.

Ricordiamo l’embargo verso la Rhodesia Meridionale fra il 1966 e il 1979, contro la Yugoslavia fra il 1991 e il 1996, contro l’Iraq fra il 1990 e il 2003, contro la Libia fra 1992 e il 2003.

Il più duro di tutti fu quello contro l’Iraq che si attirò molte critiche per i danni inflitti alla popolazione. Benché fossero esonerati i beni di prima necessità, di fatto valevano clausole così restrittive che nessun tipo di merce, o quasi, poteva sbarcare nel Paese.

Sostenendo che diversi articoli di importanza vitale sarebbero potuti essere utilizzati dall’Iraq anche per scopi militari, gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano posto il veto sull’invio di prodotti come depuratori d’acqua, materiali edili, derrate alimentari, farmaci salva vita.

Perfino le spedizioni dei vaccini erano state bloccate, sostenendo che avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi biologiche. Si stima che centinaia di migliaia di persone morirono in Iraq per la scarsità di cibo, acqua, farmaci. Fra loro molti bambini.

Il problema era così grave che lo stesso Boutros Boutros-Ghali, segretario delle Nazioni Unite dal 1992 al 1996, definì le sanzioni «uno strumento rozzo che pone una questione etica, ossia se la sofferenza inflitta alla popolazione più vulnerabile sia un mezzo legittimo per esercitare pressione sui leader politici».

Israele intoccabile

Nel 2025 una ventina di Paesi risultavano a vario titolo oggetto di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite. Fra essi Afghanistan, Sudan, Libia, Iran, Siria, Iraq, Repubblica democratica del Congo, Corea del Nord. Tutti con l’accusa di essere regimi oppressivi, stati terroristici, o parti belligeranti di conflitti in corso.

Stranamente, nella lista non compare Israele, autore di numerosi soprusi nei confronti del popolo palestinese e – addirittura – accusata di genocidio da parte di vari Governi e altre entità internazionali, tra cui la stessa Onu.

Il fatto è che le sanzioni devono avere l’approvazione del Consiglio di sicurezza al cui interno siedono in maniera permanente cinque stati (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, vincitori della Seconda guerra mondiale) che hanno diritto di veto.

Purtroppo, gli Stati Uniti pongono sempre il veto su qualsiasi risoluzione tesa a condannare e sanzionare Israele che, di conseguenza, continua a spadroneggiare impunita. Come del resto rimangono impuniti tutti gli atti di aggressione di Russia e Usa, che sono tanti.

L’anomalia del diritto di veto getta molte ombre sull’oggettività delle sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, lasciando intendere che, a essere colpiti, sono solo i Paesi senza protettori dentro il Consiglio di sicurezza.

A rendere lo strumento ancora più discutibile, c’è il fatto che, oltre a quelle decretate dalle Nazioni Unite, ci sono anche le sanzioni decise autonomamente da singoli Paesi che usano criteri di applicazione tutti propri.

Valgano come esempio gli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, entrambi con legislazioni interne che ammettono l’uso delle sanzioni contro Stati che, a loro avviso, non si comportano bene o che rappresentano una minaccia per la propria sicurezza.

È questa mescolanza fra interventi punitivi contro chi viola il diritto internazionale e interventi che mirano a colpire politiche ritenute contrarie agli interessi di singoli Stati o gruppi di Paesi, che fanno perdere credibilità alle sanzioni. Rimane, infatti, sempre il dubbio se esse siano usate come strumento di ripristino della legalità o come strumento per punire i Paesi ritenuti nemici.

Una delle tante vecchie auto americane in uso a Cuba; dopo un embargo (el bloqueo) di 64 anni, oggi l’isola è allo stremo. Foto Willipixel – Pixabay.

Cuba, 64 anni di embargo

Gli Stati Uniti, ad esempio, dal 1962 hanno imposto un blocco commerciale e finanziario nei confronti di Cuba, prima accusandola di essere nemica della libertà, poi di sponsorizzare (addirittura) il terrorismo. Quando la semplice verità è che gli Stati Uniti non hanno mai tollerato che, nel proprio «cortile di casa», ossia in America Latina, ci fossero Stati a orientamento socialista.

Dopo sessantaquattro anni di strangolamento economico, mitigato a fasi alterne dal sostegno di Paesi come la Russia o il Venezuela, oggi l’isola è arrivata al capolinea, a corto com’è di ogni bene di prima necessità. In particolare, di materiale sanitario e carburante che, oltre a paralizzare i trasporti, compromette qualsiasi tipo di produzione e di servizio per le continue interruzioni di corrente.

Venezuela e Iran

Una persona con la bandiera del Venezuela sulle spalle; il Paese latinoamericano prima ha subito pesanti sanzioni, poi è stato «preso» dagli Usa. Foto Andres Silva – Unsplash.

Nella stessa ottica vanno lette le sanzioni decretate da Trump nel gennaio 2025 contro le esportazioni di greggio da parte del governo venezuelano.

Che queste avessero come unico scopo quello di spodestare il presidente Nicolas Maduro per riportare il petrolio venezuelano sotto controllo delle compagnie statunitensi, lo hanno dimostrato gli eventi successivi. Infatti, il 2 gennaio 2026, un commando di soldati Usa si è para-

cadutato su Caracas per catturare il presidente venezuelano e trasferirlo in una prigione statunitense.

Alla luce dell’aggressione armata contro l’Iran, iniziata nel marzo 2026, anche le sanzioni decretate a più riprese nei confronti del Paese del Medio Oriente, si possono leggere come una strategia che ha un unico obiettivo: far cadere un governo ritenuto nemico degli Stati Uniti fin dalla cacciata dello Shah, avvenuta nel 1979.

La politica dell’Unione europea non sembra altrettanto cinica, quantunque generi dubbi la scelta di andare allo scontro aperto con la Russia, sia sul piano militare che economico.

I numerosi pacchetti di sanzioni commerciali e finanziarie decretati contro personalità ed entità del governo russo, a seguito dell’aggressione all’Ucraina, non sono sembrate nient’altro che strategie di supporto alla scelta armata da subito sposata e sostenuta dall’Unione europea.

Odiose o lodevoli

Per concludere, potremmo dire che le sanzioni sono sempre lodevoli quando colpiscono il commercio di armi. Al contrario, sono sempre odiose quando mettono a repentaglio la vita delle popolazioni.

In tutti gli altri casi sono ora odiose, ora lodevoli, a seconda delle motivazioni. Sono lodevoli quando dimostrano di perseguire genuinamente la difesa dei diritti umani previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Sono odiose quando sono forme mascherate di aggressione per imporre la propria volontà ad altri Stati.

Francesco Gesualdi




L’ardente aspettativa della creazione

«Quando andremo in paradiso, troveremo anche il mio cagnolino e il mio gattino?». Come spesso accade, le domande dei bambini, in apparenza ingenue, sanno andare al cuore della questione, con quella schiettezza e precisione che da adulti spesso perdiamo.

La fine ultima delle relazioni dice molto sul modo con cui possiamo viverle già ora. Sono effimere e destinate a perdersi? Oppure rispondono a una promessa di continuità? Nel piano divino, la creazione è soltanto lo sfondo su cui si muove l’uomo, oppure ha una sua autonoma importanza?

Dove siamo arrivati

Nel nostro percorso di lettura di ciò che la Bibbia sa dirci sul rapporto dell’uomo con la natura, abbiamo iniziato (cfr MC aprile 2026) cogliendo che, da una parte, si tratta di un tema affrontato raramente, ma che, dall’altra parte, è posto proprio all’inizio, nel racconto della creazione, laddove la Scrittura esprime il fondamento della comunione tra gli esseri umani e la natura. Entrambi riceviamo dalla medesima fonte il dono della vita. Sullo sfondo di un racconto che pone l’uomo come culmine della creazione, il capitolo terzo della Genesi osa addirittura affermare che la sfiducia umana verso Dio ha comportato la frattura della comunione diretta anche tra il Creatore e la creazione (su questo abbiamo ragionato a maggio).

Ciò significa che la creazione è ormai autonoma, separata e condannata a deperire e sparire? È una conclusione che si potrebbe ricavare dalla percezione della libertà della natura. Una libertà che porta con sé il rischio di un’estraneità dal piano di Dio. Senza la consapevole decisione di vivere come il Creatore, come potrebbe, la creazione, ritornare a Lui? (Vedi quanto scritto a luglio).

Allo stesso tempo, a giugno abbiamo visto che la natura si dispiega come un grande inno all’amore divino, al punto da poter essere invitata, dall’autore sacro della Scrittura, a lodarlo e anche a costituire oggetto di lode da parte dell’umanità.

Abbiamo visto che il mondo cristiano non si limita a offrire sagge indicazioni di vita: pretende invece di aver conosciuto l’intenzione di Dio sull’esito delle sue promesse, e questo esito, buono, cambia il modo di vivere la vita.

Per il fatto di essere chiamati a diventare figli di Dio, iniziamo già da ora a vivere da figli, consapevoli che così esprimiamo al meglio il nostro volto autentico e la nostra dignità.

Ma se noi siamo figli di Dio, qual è la sorte del resto della creazione? È destinata a svanire nel nulla?

Dal punto di vista cristiano, l’esito delle promesse divine dice molto anche della dignità attuale di ogni creatura.

Le intuizioni dei profeti

I profeti, solitamente, non argomentano, non spiegano il motivo per cui Dio agisce come agisce. Si limitano a intuire qualcosa del cuore divino. Le loro intuizioni sono preziose, perché, sia pure senza spiegare, offrono agli esseri umani una direzione nella quale guardare.

Quando i profeti si spingono a immaginare un futuro nel quale parlerà soltanto Dio, troviamo, da una parte, l’abbondanza di frutti, dall’altra la concordia tra elementi diversi della natura, e tra la natura e l’uomo.

Esempi sull’abbondanza dei frutti si trovano in Am 9,13: «Chi ara si incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; i monti stilleranno vino nuovo e le colline si scioglieranno»; in Ger 31,27: «Renderò la casa di Israele e di Giuda feconde di uomini e bestiame»; in Is 27,6: «Israele riempirà il mondo di frutti».

Queste parole dei profeti indicano di certo l’abbondanza e la ricchezza per gli esseri umani, ma anche il pieno successo della creazione.

La concordia tra gli elementi naturali è, invece, illustrata da Is 11,6-8, quando il profeta immagina che, nel tempo del messia, lupo e agnello dormiranno insieme, vitello e leone pascoleranno guidati da un bambino.

Una promessa simile è presente anche alla fine del libro di Isaia (65,25), in versetti scritti da un autore diverso rispetto ai versetti citati prima.

D’altronde, già secoli prima, un altro profeta, Osea, tutto preso dal narrare in forma simbolica la relazione di affetto tra Dio e il suo popolo (Os 2,18), immagina un’alleanza con animali selvatici e uccelli del cielo, per far vivere tutto nell’armonia (v 20).

Ripresa nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento è più breve del Vecchio e si concentra ancora di più sulle questioni fondamentali. Questo non toglie che faccia accenni alla creazione tutta: chi ha composto l’inno che troviamo all’inizio della lettera ai Colossesi (ci interessano in particolare i versetti 15-17 del primo capitolo) vede Gesù come colui che ricapitola in sé tutto ciò che si vede e ciò che è invisibile. Non specifica l’elenco delle cose visibili, ma non può non esservi compresa la natura, che non viene quindi dimenticata come qualcosa di secondario ed estraneo al discorso religioso, ma invece compresa in esso come suo punto focale.

Nell’Apocalisse di Giovanni, la creazione viene spesso richiamata nelle pagine finali, quelle che descrivono un mondo nuovo che scende direttamente dal cielo, dalle mani di Dio. La creazione, però, è rievocata anche nell’immagine iniziale che dà il tono all’intero libro. La grande visione del capitolo 4, infatti, quella in cui davanti al veggente si dipana l’intera struttura del mondo (e del libro), prevede, tra i personaggi, anche quattro esseri viventi. La tradizione cristiana nei secoli vi ha cercato i simboli degli evangelisti, ma l’interpretazione più probabile è che essi rimandino alla vita del mondo: quattro come i punti cardinali, con figure animali scelte per illustrare il meglio della vita, ossia l’intelligenza dell’uomo, il coraggio del leone, lo sguardo penetrante dell’aquila e la pazienza del bue (Ap 4,7). Ebbene, questi quattro «esseri viventi» (il greco parla direttamente di «animali») sono posti al centro del trono, che è immagine del regno di Dio, e tutto intorno al trono.

Quest’immagine intende suggerire che al centro del progetto divino c’è la vita di tutti, e che il cuore della vita è Dio stesso.

Lo stile è quello simbolico delle apocalissi, ma il messaggio è chiarissimo: la vita della creazione sta profondamente a cuore al Padre e all’Agnello.

Lo sfogo di Paolo (Rom 8)

Ma è un altro passo del Nuovo Testamento che ci conduce a vette altissime nella riflessione sulla creazione. Stiamo parlando dell’ottavo capitolo della lettera di san Paolo ai Romani.

Si tratta di un testo monumentale, un vero capolavoro dell’apostolo delle genti, probabilmente perché motivata da un bisogno profondo e impellente. Paolo era stato attaccato dai «giudaizzanti», i quali sostenevano che per diventare cristiani occorresse prima farsi ebrei, e quindi farsi circoncidere, rispettando tutta la legge mosaica. È molto probabile che la loro propaganda avesse fatto presa anche sulla comunità che Paolo guidava, quella di Antiochia, la quale forse gli aveva tolto le lettere di raccomandazione grazie alle quali poteva viaggiare venendo riconosciuto come apostolo. Per capire il senso di queste lettere basta che immaginiamo il nostro mondo: se qualcuno ci vuole convincere dell’affidabilità di una dieta, di un percorso medico o di benessere, probabilmente rimanderà a libri o siti, sia per approfondire, sia per far capire che non si tratta delle fantasie di una persona sola, ma di un percorso condiviso con altri. Nell’antichità questo rimando era ottenuto, dai cristiani, con la garanzia di una comunità. Se qualcuno avesse voluto verificare se Paolo diffondesse solo sue idee personali, avrebbe potuto rivolgersi alla sua comunità di riferimento per chiedere conferma.

È vero che non erano molte le persone che viaggiavano ai tempi di Paolo, ma tanti commercianti avevano reti estese di traffici, e Antiochia era un porto importante e molto frequentato. Deduciamo che Paolo fosse stato in qualche modo sfiduciato dalla sua comunità antiochena, e che avesse deciso di cercare il sostegno della comunità cristiana più importante dell’impero, quella romana. Gli sarebbe stato più facile ottenere lettere di presentazione da parte di Corinto, Efeso o Tessalonica, comunità che aveva contribuito a fondare, ma Roma era decisamente più autorevole. Il problema era che, a Roma, la presenza di cristiani provenienti dall’ebraismo era preponderante e, forse, si era già cominciato a sentire parlare di Paolo, in termini lusinghieri, persino là.

La sua mossa, allora, è stata quella di spiegare la propria teologia, di chiarire perché, secondo lui, la legge di Mosè era ormai inutile, e lo ha fatto nei confronti di una comunità di origine ebraica dalla quale sperava di essere sostenuto. Ne è nato un testo controllato e molto ben argomentato, che nella prima metà conduce i lettori in un percorso rabbinico estremamente convincente.

Potremmo immaginare un Paolo soddisfatto dell’esito (lui che, di solito, non rileggeva neppure i propri scritti) che si lascia andare in quella che è forse una delle pagine più toccanti del Nuovo Testamento, che fa venire i brividi al commentatore.

Il sogno della creazione

Nel capitolo 8 della lettera ai Romani Paolo scrive della fiducia che nasce dal sapersi chiamati a essere figli di Dio. Un’intuizione che ridimensiona le sofferenze attuali (v. 18).

Con uno scarto quasi sconcertante, Paolo passa a parlare del creato. L’immagine è quella di una creazione che allunga il collo e si solleva sulle punte dei piedi per vedere in anticipo ciò che spera, ossia che gli uomini siano svelati come figli di Dio (v. 19). Il punto, sostiene Paolo, è che la creazione stessa è sottomessa alla corruzione, alla propria fragilità, debolezza, all’essere orientata alla morte, pur senza desiderarlo né averlo mai scelto (v. 20). Essa spera che gli esseri umani vengano liberati dalla corruzione, come accadrà alla fine dei tempi, per essere a sua volta liberata (v. 21). È la creazione stessa, infatti, a trovarsi come nelle doglie del parto (v. 22), travagliata da una nascita che avverrà, ma che intanto fa soffrire e quasi disperare. La creazione, come noi, sa di essere destinata a quella che è, però, solo una speranza (vv. 23-25).

Il discorso passa quindi di nuovo agli esseri umani e allo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza, con gemiti che non si possono esprimere ma che il Padre comprende.

Si direbbe che qui qualunque distinzione tra il mondo umano e quello della creazione sia sfumata fino a sparire: tutti speriamo in una liberazione dal limite, dalla corruzione, dalla morte, ma la creazione deve attenderla per tramite nostro, passando da noi.

Questa liberazione è promessa in modo esplicito agli uomini, e a quel punto, esplode Paolo, non dobbiamo più aver paura di niente: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (v. 31), dove quel «noi» abbraccia stavolta tutto il creato. «Nulla ci separerà dall’amore di Dio» (v. 39), neppure il diverso ruolo che abbiamo nella sua opera creatrice.

E allora la risposta alla domanda dei bambini si fa più semplice: la creazione arriverà alla pienezza promessa da Dio, ma ci arriverà tramite noi, attraverso quel «signore della creazione» che siamo noi. Gli esseri umani hanno quindi il compito di ricondurre tutto al Padre, come noi siamo a lui ricondotti tramite Gesù.

Ciò che porteremo nel nostro cuore, è accolto nel cuore divino.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 5 – fine
)

La vite che piange. La creazione che geme nell’attesa…



Li avete sempre con voi

L’ho visto lì, appeso al legno. Spogliato di ogni cosa. Persino della vita.
Povero, come me.
Ho visto anche te in quei paraggi.
Te, che lo hai seguito per la Palestina e hai ascoltato le sue parole e assistito ai suoi prodigi e che, soprattutto, lo hai avuto con te.

Ora mi offri un pasto, un panno per coprirmi, una parola di conforto.

Ti sei impresso nel cuore quel momento in cui, due giorni prima che lo catturassero, aveva detto «i poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7). Io ero presente anche quel giorno, nella casa di Simone. Uno dei poveri di cui parlava Gesù. Ma tu non mi avevi riconosciuto finché non mi ha riconosciuto Lui.

Ti dirò di più: forse non avevi ancora riconosciuto nemmeno Lui, finché non l’hai visto inerme sul Golgota. E poi vivo. Risuscitato e povero, come noi.

Ora ti voglio dire una parola:
hai riconosciuto me; hai riconosciuto Lui.
È tempo di riconoscere anche te.
Riconosciti povero.
Non avrai più nostalgia di quando lo avevi con te.
Non sei più tu ad averlo.
È Lui che è con te. Tutti i giorni. Fino alla fine del mondo.

Invitati a riconoscere i poveri e il Signore in loro, e noi stessi poveri,
buona estate missionaria
da amico
Luca Lorusso

Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

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Turismo, sui lavoratori il peso delle guerre

Nel 2025 gli arrivi internazionali sono stati 1,52 miliardi, confermando così il ritorno ai livelli precedenti alla pandemia. Ma i conflitti e le crisi dei primi mesi del 2026 hanno riportato incertezza. E, nel frattempo, la sostenibilità del turismo non cresce come dovrebbe.

Autista, guardia, addetto al trasporto di acqua potabile: questi sono gli impieghi di tre dei civili uccisi dagli attacchi iraniani in varie città degli Emirati arabi uniti fra il 28 febbraio e il primo marzo scorsi, nel primo giorno della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran@.

Erano un cittadino del Pakistan, uno del Bangladesh e uno del Nepal: lavoratori migranti che, insieme ad altri circa altri 10 milioni di stranieri, rappresentano il 90% della popolazione degli Emirati e sono il motore di settori cruciali come l’edilizia, l’ospitalità e il turismo.

A causa della guerra, ha riferito a fine marzo l’ong Human rights watch (Hrw), i tassi di occupazione degli hotel negli Emirati erano diminuiti molto, e le aziende stavano chiedendo ai dipendenti di smaltire le ferie accumulate, di prendere congedi non retribuiti o di rescindere i contratti.

Uno chef riferiva a Hrw che lo staff della struttura dove lavorava era passato da una trentina di dipendenti a tre o quattro. Ai lavoratori in congedo non retribuito che non potevano tornare nei loro Paesi di origine veniva fornito un alloggio aziendale, ma non il vitto@.

Lavoratori in difficoltà

Sibenik, Croazia. Una scritta dice: Porta a casa un pezzo di Croazia autentica @ Chiara Giovetti

Le difficoltà legate alla guerra si innestano su un contesto lavorativo che è già problematico di per sé. Le persone straniere impiegate nelle monarchie del Golfo, infatti, ricevono spesso salari bassi, dai quali cercano comunque di ricavare una quota da inviare alle famiglie nei Paesi di origine, riducendo così le risorse per la propria sussistenza – cibo, alloggio, cure mediche – nel Paese dove lavorano.

Nei casi peggiori, i migranti si vedono decurtare una parte del salario per coprire le spese di reclutamento e di viaggio, benché negli Emirati sia illegale far ricadere questi costi sui lavoratori@.

Un altro chef nepalese impiegato ad Abu Dhabi e intervistato da Human right watch commentava: «Perdere il lavoro dopo aver fatto prestiti per venire qui è triste. Le persone pagano 300mila-400mila rupie nepalesi – equivalenti a circa 2mila-2.686 dollari – per questi lavori».

Il primo aggiornamento del 2026 dell’Organizzazione mondiale del turismo@, riportava che il settore è in netta espansione in tutto il Medio Oriente, che nel 2025 ha raggiunto i 100 milioni di arrivi, per un contributo al Pil della regione intorno al 5%.

Impiega circa un milione di lavoratori in Arabia saudita@, e mezzo milione nei restanti Paesi, per un totale di quasi 2,5 milioni di persone, anche in questo caso in maggioranza straniere: i lavoratori migranti che vivono nella regione sono circa 35milioni. Di questi, uno ogni 14 proviene dall’Asia meridionale@.

Cuba, turismo cruciale

Secondo i più recenti dati (2022) dell’Onei, l’istituto di statistica cubano, nei ristoranti e negli alberghi di Cuba lavorano più o meno 275mila persone@, il 6% della forza lavoro attiva, che è di 4,5 milioni su una popolazione totale di quasi 11 milioni. Si aggiungono poi altri lavoratori di settori dell’indotto. Ad esempio, una parte dei trasporti, per un totale che oggi è stimato intorno ai 300mila, con punte di 500mila nel 2017-2018, quando Cuba stava attraversando una crescita epocale nei flussi del turismo. Gli arrivi nel 2017 furono, infatti, 4,6 milioni e le entrate economiche intorno ai 3,2 miliardi di dollari. La pandemia determinò poi una drastica riduzione e nel 2024, malgrado il recupero, i flussi risultavano la metà rispetto a sette anni prima.

Ciononostante, il turismo ha continuato a essere per Cuba una voce molto importante delle sue esportazioni, la seconda dopo i servizi sanitari: l’isola, infatti, invia da decenni personale sanitario in missioni internazionali – in Italia, ad esempio, ci sono poco meno di 500 medici cubani attivi in Calabria@ – e gli introiti che Cuba ha ricavato da questi servizi nel 2024 sono stati di circa 7 miliardi di dollari, contro il miliardo e 300 milioni di dollari generati dal turismo.

Uragano Trump

Marsiglia (Francia). Una scritta di protesta sull’asfalto: «Non è turismo, è una fabbrica» © Chiara Giovetti

A complicare le cose per il settore già in affanno c’è stato poi l’uragano Melissa che, nell’autunno del 2025, ha colpito la parte orientale dell’isola, costringendo 735mila persone all’evacuazione preventiva dalle proprie abitazioni e infliggendo danni all’infrastruttura elettrica, alle strade e alle coltivazioni. Sulla ripresa e la ricostruzione dopo il passaggio di Melissa è arrivato come un secondo uragano l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, con la rimozione del presidente Nicholas Maduro@ e la presa di controllo de facto da parte degli Usa dell’industria petrolifera venezuelana. A questa è poi seguita una recrudescenza dell’embargo imposto dagli Usa, e il blocco di tutte le esportazioni di petrolio verso Cuba.

Il Venezuela era, insieme al Messico, il principale fornitore di idrocarburi per l’isola, che è in grado di produrre soltanto 40mila dei 100mila barili di petrolio usati ogni giorno.

Lo scorso 14 maggio il governo cubano ha annunciato di aver esaurito le riserve: i tagli di corrente all’Avana, ha riferito il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy, sarebbero durati 20-22 ore@, mettendo così sotto pressione servizi pubblici essenziali come la sanità e la raccolta dei rifiuti e determinando anche una riduzione negli arrivi di turisti del 48% nel primo trimestre del 2026@.

I danni al settore

Se è vero che il grosso delle strutture, come i resort, sono di proprietà di un ente (Gaesa) che di fatto è gestito dalle Forze armate, sono tante anche le cosiddette casas particulares, alloggi privati a gestione familiare: dai dati statistici più recenti emerge che un terzo dei pernottamenti, cioè 3,95 milioni su 12,5 milioni totali – è imputabile al settore privato@.

Oltre agli alloggi privati ci sono poi diversi piccoli esercizi, come ristoranti, caffè, negozi, che traevano dal turismo i propri guadagni. Lo scorso febbraio il gestore di una caffetteria all’Avana raccontava alla Bbc@ che, prima della crisi, riusciva a guadagnare circa 15 dollari al giorno: lavorava moltissimo – dalle 8 del mattino alle 11 di sera sei giorni alla settimana – ma otteneva in un giorno quasi l’equivalente del salario medio mensile a Cuba, cioè 6.930 pesos@, che, al cambio ufficiale, sarebbero circa 290 dollari, ma in realtà valgono solo più o meno 16 dollari al cambio informale, che è quello che condiziona l’economia locale.

La mancanza di combustibile ha però reso molto complicato coprire il tragitto fra casa e lavoro: trovare un mezzo di trasporto poteva richiedere una giornata intera. In queste condizioni, ha spiegato l’imprenditore, era impossibile per lui lavorare e, quindi, vivere sull’isola. Alla fine ha scelto di emigrare in Perù.

Turismo come arma

Per arrecare danni al settore turistico non è nemmeno necessario che ci sia un intervento militare. Come è successo in Giappone, basta dirsi contrari all’eventualità che un intervento avvenga. Stiamo parlando della dichiarazione della premier giapponese Sanae Takaichi (analisi a pag. 19, ndr) alla fine del 2025, quando ha detto che un attacco della Cina a Taiwan rappresenterebbe una minaccia esistenziale per il suo Paese. La Cina ha reagito in modo molto duro: ha ridotto le importazioni di prodotti ittici giapponesi e ha sconsigliato ai propri cittadini di intraprendere viaggi in Giappone. Il risultato è stato un calo del 60% degli arrivi di turisti cinesi, che erano stati la colonna portante della ripresa post Covid del Giappone, rappresentando circa un quinto dei 62,7 miliardi di dollari di entrate turistiche nel 2025@.

È un panorama piuttosto lontano da «una solida cooperazione e un coordinamento multilaterale» auspicati dall’Organizzazione mondiale del turismo nel rapporto@ con cui l’anno scorso aveva celebrato i suoi 50 anni.

Parigi, piazza Montmartre. Tipica scena nella quale artisti disegnano ritratti ai turisti. © Marco Bello

Turismo insostenibile

Se le previsioni parlano di due miliardi di arrivi nel 2030, non è chiaro quanto sostenibile questo flusso possa essere: non ci sono, ad esempio, studi aggiornati sull’impronta carbonica del settore, cioè su quanto contribuisce alle emissioni di gas climalteranti@.

Il dato Onu per cui il turismo contribuirebbe al 5,3% delle emissioni di gas serra totali risale a un rapporto del 2019@; un dato più recente lo ha calcolato nel 2025 l’organizzazione che rappresenta il settore privato globale dei viaggi e del turismo, il World travel & tourism council (Wttc), che ha collocato al 7,3% il contributo del turismo alle emissioni.

Quanto agli obiettivi di sviluppo sostenibile nei quali il turismo è presente, il rapporto sui progressi del 2025@ mostra una situazione di stallo sull’obiettivo 8, che riguarda la crescita economica, duratura e inclusiva, progressi limitati sull’obiettivo 12 relativo a produzione e consumo e addirittura un peggioramento nella salvaguardia del mare e delle sue risorse nei piccoli Stati insulari e nei Paesi meno sviluppati. Mentre in Europa – di gran lunga la regione con più arrivi internazionali: 783 milioni – le comunità protestano contro il sovraffollamento turistico (overtourism), Messico, Usa e Canada stanno ospitando i mondiali di calcio 2026, definiti dal quotidiano inglese The Guardian i più inquinanti di sempre. Alcune stime prevedevano la scorsa primavera che la spesa turistica legata allla Coppa del mondo sarà di circa 4,3 miliardi di dollari, di cui l’80% concentrata nel settore ricettivo. Ma questi guadagni sono realizzabili al costo di emissioni totali di gas serra che raggiungeranno quasi il doppio della media storica, in larga parte a causa dei voli, a cui sono imputabili 7,7 milioni sui 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica previsti.

Chiara Giovetti

Turisti a Parigi – © Marco Bello

TURISMO MONDIALE

(DATI 2025) Arrivi internazionali

◊ Mondo: 1 ,52 miliardi (+4%)
◊ Europa: 793 milioni di turisti (+4%), di cui Ue-27: 582,6 milioni
◊ Asia e Pacifico: 331 milioni (+6%)
◊ Americhe: 218 milioni (+1%)
◊ Medio Oriente: 100 milioni (+3%)
◊ Africa: 81 milioni (+8%)

Spesa dei visitatori

1.900 miliardi di dollari.
Ricavi totali delle esportazioni derivanti dal turismo (compreso trasporto passeggeri): 2.200 miliardi di dollari.

Peso del turismo

◊ sulle esportazioni mondiali: 6%
◊ sulle esportazioni di servizi: 23%
◊ Contributo diretto al Pil mondiale: 3,54% (2024).

Fonte: Un Tourism




Videogiochi fuori controllo

Nella classifica dell’intrattenimento sono al terzo posto, dopo la televisione e i social. Il loro crescente successo porta con sé vari problemi: dalla grande diffusione tra i minori alla ludopatia.

S i narra che la carriera da miliardario di Elon Musk, oggi primo nella classifica di Forbes per ricchezza detenuta a livello mondiale, sia iniziata con la progettazione di un videogioco. Era il 1986 ed Elon, appena dodicenne, ma appassionato di tecnologia, progettò un gioco elettronico di guerre spaziali, che vendette a una ditta del settore per 500 dollari. A quel tempo, i videogiochi si avvalevano di schermi televisivi collegati a una particolare apparecchiatura denominata «console», una tecnologia ancora esistente, anche se schermi e programmi sono di tutt’altro genere.

Dalla vecchia «console» all’«online»

Oggi i videogiochi tramite console stanno cedendo terreno davanti a quelli online, fruibili su computer o cellulari.

Nel 2024 il fatturato complessivo del settore, a livello mondiale, è stato di 190 miliardi di dollari, per il 28% generato dal comparto console (con PlayStation di Sony, Xbox di Microsoft e Switch di Nintendo) e tutto il resto dalla tecnologia online. In particolare, la modalità via cellulare tramite app fa la parte del leone, aggiudicandosi il 49% di tutti gli introiti.

Benché i due tipi di videogioco, quella a console e quella online, seguano percorsi di utilizzo distinti fra loro, in comune hanno le stesse tecnologie di progettazione, che ormai fanno un uso crescente di intelligenza artificiale. Da questo punto di vista il settore è talmente avanzato che è osservato dagli altri comparti produttivi – compreso quello della difesa – per stringere accordi di utilizzo dei risultati raggiunti. Un capovolgimento di ruoli che solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Più in generale, la filiera di fornitura dei videogiochi si può dividere in due grandi blocchi: quello di progettazione e quello di pubblicazione. L’una dedicata alla messa a punto dei giochi, l’altra alla messa in circolazione tramite la gestione dei dispositivi, delle piattaforme e delle app che permettono alle persone di giocare.

Ci sono ditte che fanno solo progettazione e vendono i loro prodotti a quelle che provvedono a mettere i giochi sul mercato. Alcuni esempi sono Juego Studios, Virtuos, Cubix, e altri.

Sempre più spesso, però, la progettazione avviene da parte di colossi che gestiscono anche la pubblicazione. Per quanto riguarda i giochi svolti tramite console alcuni esempi sono le giapponesi Sony e Nintendo e l’americana Microsoft Games, mentre sul lato dei giochi online (sia Pc che cellulare) compaiono le cinesi Tencent e Net Easy Games, le americane Activision Blizzard (di proprietà Microsoft), Electronic Arts, Epic Games, Roblox, Valve Steam, Nvidia, Netflix, la francese Ubisoft, la sudcoreana Nexon. Imprese che ormai non appartengono più, se non in minima parte, ai fondatori, ma sempre di più ai grandi soggetti della finanza.

Come accaduto, ad esempio, nel settembre 2025 quando Electronic Arts – al sesto posto per fatturato nel settore dei videogiochi – è stata comprata per 55 miliardi di dollari da un consorzio formato dal fondo sovrano saudita Pif, dalla società d’investimento Affinity partners di proprietà di Jared Kushner, genero di Donald Trump, e dal fondo californiano Silver Lake. I tre soggetti sono stati affiancati dalla banca statunitense JP Morgan, che ha messo sul tavolo 20 miliardi di dollari per finanziare l’operazione.

Il mondo della finanza è sempre più attratto dal settore dei videogiochi perché si sta dimostrando molto promettente. Basti dire che, dal 2005 al 2025, il suo giro d’affari è raddoppiato.

Gratis? Non proprio

A prima vista, questi numeri non si giustificano. Molti giochi online, infatti, sono gratuiti. Ma il trucco, anzi i trucchi, ci sono, anche se non si vedono.

Per prima cosa, un prezzo che tutti devono pagare per giocare è la tortura della pubblicità, che, nel 2024, ha generato introiti per 60 miliardi di dollari ai gestori di videogiochi online. In secondo luogo, molti videogiochi offrono gratuitamente solo i primi livelli, ma poi, per continuare a giocare, chiedono un pagamento.

In inglese, il sistema si chiama «Free to play + microtransactions» (Liberi di giocare + microtransazioni). Gratuitamente ti fanno entrare e ti fanno provare il brivido del gioco, ma poi, se vuoi godere di tutte le potenzialità, devi pagare un prezzo per ogni novità che vuoi aggiungere.

Per spillare ancora più soldi, c’è poi il sistema delle cosiddette «loot boxes», ossia le scatole delle sorprese, una sorta di gioco d’azzardo per cui paghi, ma non sai cosa otterrai: può essere niente e può essere una montagna di opportunità. L’intelligenza artificiale organizzerà le cose in modo da indurre il giocatore a fare più puntate possibili finché non si sarà dissanguato.

Numero ed età dei giocatori

La quantità di persone che praticano i videogiochi sta crescendo velocemente. Nel 2025, il numero di giocatori era stimato in tre miliardi e mezzo a livello mondiale, il 5% in più dell’anno precedente. Quanto all’Europa, l’associazione imprenditoriale di categoria stima che il 54% degli abitanti del continente, in prevalenza maschi, pratichi una qualche attività di videogioco.

Mediamente gli europei dedicano ai videogiochi 9 ore e mezzo per settimana, contro le 17 passate sui social media e 23 alla televisione.

Quello che preoccupa è l’età dei giocatori. In Europa, l’incidenza più alta di giocatori si trova fra i bambini in età compresa tra gli 11 e i 13 anni. In questa fascia d’età, ben l’85% fa uso di videogiochi mentre fra gli adulti in età compresa fra 45 e 65 anni l’incidenza è del 33%.

A rendere le cose ancora più allarmanti, c’è il fatto che ormai si comincia a giocare all’età di due anni, quando la deambulazione è ancora instabile, ma i pollici sanno già digitare sulla tastiera del cellulare, magari di ultima generazione. Non esistono statistiche sull’incidenza dei giocatori nella primissima infanzia, ma ma ci sono per i bambini europei tra i 6 e i 10 anni: il 69%.

La questione del tempo

I videogiochi presentano una varietà di problemi, alcuni comuni a tutti gli altri giochi, altri specifici, dovuti alla tecnologia impiegata e ai contenuti offerti. Fra i problemi condivisi con gli altri giochi, al primo posto c’è il furto di tempo, specie fra le fasce giovanili.

Don Lorenzo Milani, che aveva criticato aspramente la propensione delle parrocchie a farsi promotrici di giochi, considerava il gioco una sorta di bestemmia del tempo, «dono prezioso di Dio che passa e non torna».

Più laicamente, il gioco, salvo eccezioni, lo potremmo considerare un ostacolo all’elevazione personale, alla socialità, alla democrazia, considerato che le ore del giorno sono piuttosto limitate. Fra lavoro, accudimento della propria persona e sonno, se ne vanno una ventina di ore per cui diventa davvero risicato il tempo da destinare alla riflessione, alle relazioni affettive, alla partecipazione. Tutte dimensioni oggi fortemente in crisi come si evince dalla vittoria del pensiero breve, dai legami familiari sempre più sfilacciati, dalla democrazia in crisi profonda. L’afflusso alle urne sta andando pericolosamente sotto la soglia del 50% e mentre si cita la sfiducia verso i politici come causa principale della disaffezione popolare alla politica, si dimentica la difficoltà a capire la complessità come elemento che frena la partecipazione. Per partecipare con cognizione di causa a un sistema politicamente, economicamente e giuridicamente complesso, oltre che profondamente intrecciato a livello internazionale come è quello di oggi, servono due condizioni di fondo: una solida base culturale e un’ampia informazione quotidiana. E, se la solida base culturale dipende dal tipo di scuola che ci viene offerta, la capacità di informarci è fortemente dipendente anche dalla disponibilità di tempo. Purtroppo, se lo usiamo per giocare e divagarci, non ne rimane per informarci, lasciando campo libero all’indifferenza, al qualunquismo, agli autoritarismi.

Dalla libera scelta alla ludopatia

Fin qui abbiamo considerato la perdita di tempo come scelta libera di persone che hanno conservato la capacità di decidere se e quanto giocare. Ma non sempre è così perché in taluni il gioco crea dipendenza al pari di una droga.

Il termine esatto è ludopatia e consiste in un bisogno di giocare così irrefrenabile da diventare il principale obiettivo di vita.

Secondo gli ultimi dati pubblicati nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità, in Italia la ludopatia riguarda all’incirca un milione e mezzo di persone e da quando si sono sviluppati i videogiochi il fenomeno è in crescita. La possibilità di giocare è, infatti, costantemente a portata di mano grazie al cellulare, perennemente in funzione.

Un dato ancora più preoccupante riguarda i minori. Il 10,4% degli studenti italiani giocatori tra i 14 e i 17 anni è un giocatore problematico, fa notare l’Istituto, che precisa: si definiscono problematici coloro i quali manifestano un comportamento di gioco che genera conseguenze negative per se stessi, per le persone che li circondano (come la rete sociale) e per la comunità in generale.

Sempre secondo i dati dell’Istituto italiano, con riferimento ai soli giocatori maschi, la percentuale di giovani che presenta un «possibile uso problematico dei videogiochi» è del 14,5% fra i diciassettenni e – addirittura – del 27% fra gli undicenni.

Un allarme confermato dal fatto che il 15,6% del primo gruppo e il 18% del secondo gruppo stanno davanti ai videogiochi più di quattro ore al giorno.

Nel 2018 anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha inserito la ludopatia da videogiochi nella lista delle malattie ufficialmente riconosciute, descrivendola come una condizione «caratterizzata dall’incapacità di tenere il gioco sotto controllo, considerandolo così importante da dargli la precedenza su qualsiasi altro interesse e attività quotidiana anche quando ci sono segni evidenti di quanto questa scelta sia dannosa».

Secondo uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista inglese
Public health in practice, mediamente l’8,6% dei giovani del mondo in età compresa fra 10 e 21 anni, è a rischio dipendenza da videogiochi, con l’Iran che arriva al 33% e l’Egitto addirittura al 63%.

L’impronta

Oltre all’aspetto socio sanitario, c’è anche quello educativo, perché ogni esperienza lascia un’impronta su di noi. Quella dei videogiochi non è delle migliori, per la spinta all’uso irresponsabile del tempo, lo stimolo consumista indotto dalla pubblicità, l’istigazione alla violenza esercitata dai contenuti bellici. La legge potrebbe porre degli argini a queste derive, ma è alquanto improbabile che lo faccia per non inimicarsi il mondo degli affari. Stante la situazione, solo una forte presa di coscienza collettiva potrà salvarci.

Francesco Gesualdi

 



Un «ultra» di troppo

La lotta si combatte tra cibi freschi e cibi industriali. Con questi ultimi in rapida crescita. Tuttavia, il loro bagaglio di zuccheri, sali, grassi e  additivi favorisce nelle persone almeno dodici condizioni patologiche.

In un qualsiasi supermercato (non importa quale sia l’insegna) basta un rapido colpo d’occhio per rendersi conto che l’estensione degli scaffali dedicati ai cibi lavorati industrialmente supera abbondantemente lo spazio dedicato ai cibi freschi.

È l’offerta per una domanda di prodotti industriali, che è enormemente aumentata a partire dal secondo dopoguerra. Tra questi, la percentuale maggiore è oggi quella degli alimenti ultra processati (Upf) – o ultra lavorati -, secondo la classificazione denominata «Nova», un metodo che suddivide gli alimenti in base al loro grado di lavorazione industriale. Il sistema individua quattro gruppi di cibi: non trasformati, ingredienti culinari trasformati, alimenti trasformati e ultra processati.

Questi ultimi, nei soli Stati Uniti, rappresentano ormai il 60-70 per cento (grafico in basso) dell’offerta alimentare.

Gli Upf sono prodotti industriali ricchi di ingredienti raffinati (zuccheri, oli, amidi modificati, proteine addizionate, sale), a cui vengono aggiunti additivi «cosmetici» (coloranti, aromi, emulsionanti) per renderli «iper palatabili» (ovvero molto gradevoli al palato) e – spesso – pronti da consumare o da riscaldare.

Tra questi abbiamo, ad esempio, i soft drink zuccherati, gli snack dolci e salati confezionati, i cereali zuccherati da colazione, i piatti pronti, le carni trasformate come i wurstel e nuggets. Si tratta di alimenti diffusi ovunque, consumati spesso per mancanza di tempo per cucinare o perché piacciono ai bambini o come snack tra un pasto e l’altro.

Secondo una serie di studi pubblicati su The Lancet, una tale diffusione di Upf sta silenziosamente portando a una crisi globale, che non ha la stessa risonanza mediatica della crisi climatica o delle guerre, ma che è altrettanto grave per l’impatto che tali cibi hanno su salute, economia e ambiente.

Le conseguenze sulla salute

Cominciamo a vedere quale impatto hanno gli Upf sulla salute. Ben 104 studi longitudinali (osservazioni fatte sugli stessi individui in un periodo di tempo prolungato) collegano un più alto consumo di Upf a un aumentato rischio di almeno dodici condizioni patologiche, tra cui obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari, depressione, malattie renali, alcuni tipi di tumori, malattie neurodegenerative, effetti cognitivi avversi durante lo sviluppo cerebrale e mortalità precoce. In particolare, gli studi evidenziano l’aumento di circa il 50% del rischio di morte cardiovascolare, del 48-53% di casi d’ansia e disturbi mentali comuni e del 12% di diabete tipo 2 nei consumatori più esposti.

Gli effetti sanitari dei cibi ultra-processati sono dovuti a una combinazione di cattivo profilo nutrizionale, struttura fisica del cibo alterata, additivi e contaminanti che agiscono su intestino, metabolismo e cervello.

Esistono più cause plausibili e sinergiche che determinano i danni alla salute da Upf. Generalmente si tratta di cibi ad alta densità energetica, ricchi di zuccheri liberi, grassi saturi e sodio e, all’opposto, poveri di fibre, di micronutrienti (vitamine e sali minerali essenziali necessari in piccole quantità per la crescita, lo sviluppo e la regolazione del metabolismo) e di fitocomposti protettivi.

La matrice acellulare di questi cibi (amidi raffinati, zuccheri, proteine isolate) accelera la digestione, aumenta i picchi glicemici/insulinemici e facilita il bilancio energetico positivo, favorendo situazioni patologiche come adiposità, insulino resistenza e steatosi epatica (fegato grasso).

Le proprietà dei cibi ultra processati e la gradevole consistenza «facile da mangiare» portano a una rapida ingestione con scarsa masticazione e ridotta attivazione dei segnali meccanici e ormonali di sazietà, con aumento dell’apporto calorico che causa facilmente sovrappeso o – nei casi più gravi – obesità. Una pericolosa caratteristica degli Upf è che questi cibi attivano in modo ripetuto i circuiti dopaminergici di reward (cioè i meccanismi chimici di ricompensa e assuefazione che generano dipendenza data dal piacere), esattamente come fanno le sostanze stupefacenti, l’alcol e il tabacco. Questo, nel tempo, può favorire la dipendenza da questi cibi, il loro desiderio compulsivo, la preferenza solo per cibi gratificanti a scapito di quelli sani e una minore regolazione dell’asse intestino-cervello, con implicazioni anche per i disturbi dell’umore.

Su modelli animali e in vitro è stato dimostrato che alcuni additivi degli Upf (emulsionanti, dolcificanti intensivi, coloranti) hanno effetti sul metabolismo lipidico, sulla tolleranza al glucosio, sulle risposte immunitarie e sulla espressione genica di vie metaboliche chiave.

Oltre a queste sostanze, bisogna tenere conto dei materiali in cui sono impacchettati gli Upf. Tali materiali sono spesso fonte di contaminanti come ftalati, bisfenoli e altri interferenti endocrini, che migrano negli alimenti e possono alterare segnali ormonali (recettori nucleari, vie tiroidee e steroidee) contribuendo a obesità, diabete e aumentato rischio di alcuni tumori.

Tra questi ultimi, quelli particolarmente favoriti dagli Upf sono i tumori del tratto gastrointestinale (tumori colorettale e gastrico) e alcuni tumori ormono dipendenti come quello del seno e quello ovarico. Inoltre, è stato osservato aumento dei tumori polmonare, pancreatico e della leucemia linfatica cronica.

L’associazione tra il consumo di Upf e l’aumento dei casi di tumore è «dose-risposta», con incrementi del rischio del 10-20% per ogni +10% di energia da Upf nella dieta.

Un’elevata assunzione di Upf aumenta – inoltre – il rischio di diabete tipo 2 in modo dose-dipendente, con incrementi del rischio tra 10-50%, a seconda del livello di assunzione. Questa associazione persiste anche dopo l’aggiustamento della qualità globale della dieta, della riduzione dell’apporto energetico e del Bmi (Body mass index, Indice di massa corporea). Secondo recenti studi, chi consuma oltre 300 grammi al giorno di Upf ha un aumento più rapido del rischio di diabete di tipo 2, pari a oltre il 48% rispetto ai controlli.

Un elevato consumo di Upf è stato collegato anche a un aumentato rischio di malattie neurodegenerative, inclusi declino cognitivo, demenza, Alzheimer e Parkinson.

In particolare, è stato osservato un aumento del rischio di Alzheimer, vascolare e delle demenze da tutte le cause del +25-35%, che si riduce del 19% sostituendo almeno il 10% degli Upf con cibi minimamente processati. I cibi ultra processati accelerano il declino cognitivo attraverso molteplici meccanismi sinergici tra loro, che coinvolgono infiammazione, asse intestino-cervello, danno vascolare e stress ossidativo.

Le conseguenze sui bambini

Gli Upf hanno un impatto significativo sull’infanzia, poiché favoriscono obesità, sindrome metabolica, disturbi comportamentali e alterazioni dello sviluppo cerebrale attraverso meccanismi di ricompensa iper-stimolati e infiammazione cronica. Un consumo elevato di Upf (fino al 50% delle calorie giornaliere) aumenta il Bmi, la circonferenza della vita e il rischio di obesità infantile del 40-50% con +51% di rischio di pre diabete e di insulino resistenza già a 11 anni. In Italia, il 15% dei bambini è insulino-resistente da Upf, con sindrome metabolica (ipertensione, dislipidemia) che emerge precocemente. Inoltre, nei bambini gli Upf attivano circuiti di ricompensa dopaminergici, modellando le preferenze per cibi iper palatabili e riducendo la plasticità sinaptica (cioè la capacità dei neuroni del cervello di connettersi), con rischi di iperattività (Adhd), ansia, depressione e scarso rendimento scolastico. L’esposizione precoce agli Upf altera il microbiota intestinale e aumenta l’infiammazione, compromettendo memoria e attenzione a lungo termine.

Anche l’alto consumo materno di Upf in gravidanza si correla con ridotti punteggi globali di cognizione, espressione verbale, ragionamento concettuale e memoria nei bambini in età prescolare. Questo avviene perché additivi e contaminanti (nanoparticelle, TiO2, bisfenoli) presenti negli Upf attraversano la barriera emato-encefalica immatura dei bambini alterando i circuiti dopamina/serotonina dipendenti e causando accumulo neuronale con compromissione di memoria e apprendimento. Inoltre, la disbiosi precoce (cioè l’alterazione del microbiota intestinale) e l’infiammazione sistemica compromettono la plasticità sinaptica ippocampale e la rigenerazione neuronale, con effetti dose-dipendenti su attenzione e iperattività.

Recentemente (2 dicembre 2025) in California, il procuratore di San Francisco ha intentato una causa con richiesta dei danni, a nome dello Stato, denunciando dieci colossi del settore alimentare produttori di Upf (tra cui Kraft, Heinz Company, Coca-Cola Company, PepsiCo, Nestlé Usa, Kellogg, Mars Incorporated, ConAgra, Mondelez International, General Mills), per danni alla salute pubblica provocati dai loro prodotti ultra processati, che rappresentano la maggior parte di tali alimenti sul mercato Usa e a livello mondiale.

E quelle sull’economia

Per quanto riguarda l’impatto dei cibi ultra processati sull’economia, essi generano costi economici elevatissimi a causa dell’aumento delle malattie croniche non trasmissibili (Ncd), con oneri sanitari, perdite di produttività e assenze lavorative stimate in centinaia di miliardi annui nei Paesi sviluppati. Si stima che la riduzione dei consumi di Upf potrebbe fare risparmiare fino al 3% del Pil globale entro il 2035, principalmente da minori cure per obesità e diabete, ma sarebbero necessarie politiche fiscali e regolatorie globali. La riduzione del 50% del consumo di cibi ultra processati potrebbe permettere risparmi economici globali stimati in migliaia di miliardi di dollari all’anno.

Le malattie croniche non trasmissibili legate agli Upf (obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari, cancro) rappresentano oltre il 70% della spesa sanitaria nei Paesi sviluppati. Nel Regno Unito tali patologie comportano una spesa sanitaria annua di 268 miliardi di sterline. Negli Stati Uniti la sola obesità costa circa 58 miliardi di dollari annui in cure dirette.

Le assenze lavorative, l’invalidità precoce e la mortalità prematura comportano una contrazione del Pil da mancata produttività pari a circa il 3,3% in Europa (2,8% in Italia), valori che si allineano a quelli degli altri Paesi sviluppati (2-3%).

Gli impatti maggiori sono a carico dei Paesi a basso e medio reddito, dove il consumo di Upf sta crescendo rapidamente. In tali Paesi, l’espansione degli Upf amplifica i costi indiretti (assenze lavorative, invalidità), superando spesso quelli diretti.

L’impatto sull’ambiente

Non meno importante dei precedenti, è l’impatto dei cibi ultra processati sull’ambiente. Un impatto sproporzionato rispetto al loro apporto energetico, considerando le fasi di produzione,  trasformazione e distribuzione, tutte altamente energivore e responsabili del consumo di grandi quantità di risorse.

La sostituzione degli Upf con cibi minimamente processati ridurrebbe le emissioni di gas serra e il consumo di suolo del 9-10%. Gli Upf rappresentano circa il 19-20% dell’energia dietetica, ma il 23-26% delle emissioni di gas serra per via dei processi industriali, dei lunghi trasporti e del packaging necessari alla loro produzione e distribuzione.

Secondo studi longitudinali, un aumento del 10% nel consumo degli Upf aumenta i gas serra, il consumo di energia e quello di suolo del 5-10%. Si stima che gli Upf contribuiscano al 20-30% dell’uso di suolo a causa delle monocolture intensive (mais, soia, palma da olio, canna da zucchero). Inoltre, rappresentano il 15-25% dell’impronta idrica dietetica. Aggiungiamo che gli Upf contribuiscono alla perdita di biodiversità, poiché le monocolture utilizzate e il packaging plastico favoriscono l’erosione genetica con il 75% di diversità vegetale persa dal 1900. L’impatto ambientale degli Upf è aumentato, inoltre, dall’uso di pesticidi e di fertilizzanti usati nelle monocolture, dall’inquinamento derivante dai trasporti e dalla enorme produzione di rifiuti derivante dal packaging utilizzato per la commercializzazione.

L’alleanza

La crisi globale provocata dall’enorme consumo di cibi ultra-processati è una conseguenza degli smisurati interessi sia delle multinazionali produttrici di questi alimenti, sia di quelle produttrici di farmaci, che sono collegate tra loro poiché condividono gli stessi investitori istituzionali e fanno parte di gruppi societari, che stanno diversificando le loro attività in entrambi i settori.

Per questo si parla di un fenomeno noto come «Food-pharma nexus» (nesso cibo-farmaco): le stesse entità traggono profitto sia dalla produzione di alimenti, che causano malattie croniche, sia dalla vendita di farmaci per curarle.

Rosanna Novara Topino

Il consumo percentuale di cibo ultra processato in alcuni Paesi (dati British medical journal, 2023). La classifica è guidata dagli Stati Uniti (Istogramma da economiaxfinanza.com).

Dentro, c’è tutto questo

Gli Upf sono ricchi di emulsionanti, dolcificanti, coloranti e nanoparticelle, che alterano la composizione del microbiota intestinale, riducendo specie benefiche e favorendo batteri muco degradanti e pro infiammatori. L’erosione dello strato di muco protettivo della parete intestinale e il danneggiamento delle giunzioni (tight junctions) tra le sue cellule aumentano la permeabilità intestinale, favorendo il passaggio in circolo di Lps (lipopolisaccaride batterico) e di metaboliti batterici, i quali innescano endotossiemia e infiammazione cronica di basso grado. L’endotossiemia, la lipotossicità e la glucotossicità da dieta a base di Upf attivano recettori cellulari come i Tlr4 e fattori nucleari Nf-kB, che costituiscono un meccanismo regolatore della risposta immunitaria, dell’infiammazione, della sopravvivenza e della proliferazione cellulare, con produzione cronica di citochine pro infiammatorie, che promuovono insulino resistenza, aterosclerosi e disfunzione d’organo.

A livello cellulare sono state osservate disfunzioni mitocondriali (i mitocondri servono alla respirazione cellulare), stress del reticolo endoplasmatico (funzione di trasporto delle proteine sintetizzate dalla cellula), delle vie cellulari di regolazione dell’equilibrio energetico e della omeostasi di lipidi e di glucosio, collegando direttamente gli Upf alle patologie metaboliche. (RNT)

Bambini e pubblicità

La pubblicità di alimenti ultra processati aumenta in modo misurabile le richieste di acquisto, le preferenze e i consumi ed è ormai provata la causalità tra i suoi effetti e l’obesità. In particolare, gli studi fatti per scrivere le linee dell’Oms 2023 hanno documentato che l’esposizione alla pubblicità di prodotti alimentari Upf tramite Tv, comunicazione digitale e packaging aumenta la domanda di questi cibi tra i bambini.

Nei gruppi di studio esaminati nel Regno Unito, si è osservato che il tempo di esposizione alla Tv commerciale è direttamente associato a maggiori richieste di acquisto, a maggiori acquisti familiari e maggiore consumo di cibi non salutari, con effetto indiretto sull’aumento del Bmi. I bambini e gli adolescenti vedono centinaia di annunci alla settimana per Upf e cibo spazzatura con un focus mirato basato sui dati e un uso sistematico di influencer e kid influencer.

L’esposizione alla pubblicità digitale – attraverso computer, cellulari e videogiochi – è associata a maggiore probabilità di consumo di Upf, tramite il rafforzamento di atteggiamenti positivi e l’induzione dell’idea che sia normale consumarne in modo frequente. Inoltre, studi condotti su bambini di 4-6 anni hanno dimostrato che per loro è più «buono» il prodotto che riporta sulla confezione un personaggio dei cartoni animati rispetto a un prodotto identico che non abbia personaggi sulla confezione. Questo dimostra che il design utilizzato dall’azienda produttrice e il packaging agiscono direttamente sulla percezione del gusto e sulla desiderabilità.

La pubblicità degli Upf agisce su diverse leve: salienza visiva costante, promozione di prezzo, associazione a personaggi/valori aspirazionali, fidelizzazione precoce di determinati marchi e la normalizzazione culturale di snack e bevande come scelta. Inoltre, l’elevata palatabilità e l’aspetto di molti Upf ricchi di zuccheri, grassi e sale amplificano l’effetto della pubblicità.

In ambito digitale, la pubblicità degli Upf viene fatta molto spesso dagli influencer, con i quali soprattutto i bambini sviluppano interazioni «parasociali», percependoli come amici fidati. Questo aumenta la credibilità e l’imitazione dei loro comportamenti alimentari. Nel digitale, questa forma di pubblicità viene enormemente amplificata dalle condivisioni con amici da parte dei vari fruitori.

Lo status socio economico basso comporta una più elevata esposizione a pubblicità per Upf obesogeni e di scarsa qualità: bambini e adolescenti con famiglie a basso reddito o che vivono in quartieri svantaggiati riportano più frequentemente l’esposizione a pubblicità di alimenti di scarsa qualità sia offline che online.

Esiste – inoltre – una differenziazione per spot diretti a maschi e a femmine. I contenuti di tipo maschile per pubblicizzare gli Upf fanno leva su sport, performance, forza, realizzazione con più personaggi maschili negli spot, nei quali i ragazzi tendono a identificarsi. Per le ragazze i contenuti pubblicitari fanno leva su controllo del peso, magrezza, bellezza, salute e i prodotti pubblicizzati vengono spesso presentati come salutari e «light».

È opportuno fare attenzione anche ai colori usati per pubblicizzare gli Upf. Il rosso, l’arancione e il giallo, infatti, aumentano l’appeal degli alimenti ultra processati, quindi il loro consumo. In particolare, il rosso stimola l’appetito aumentando la frequenza cardiaca e trasmettendo urgenza, sapore intenso ed energia, ideale per fast food e snack salati. L’arancione evoca vitalità, freschezza e convivialità, mentre il giallo si associa a ottimismo, gioia e sazietà leggera. (RNT)




Creazione: libera o schiava?

La creazione è qualcosa che sta disciplinatamente agli ordini di Dio? Un semplice strumento nelle sue mani? Oppure è qualcosa che si muove in autonomia? La Bibbia non è chiarissima in merito, ma ci offre alcune indicazioni che approfondiamo in queste colonne, prima di parlare, nella prossima puntata, del fine al quale la creazione è orientata.

Lo sfondo culturale

Lo sappiamo bene, la Bibbia non è un catalogo di ordini e divieti, ma la raccolta di racconti sui modi con cui molte persone, in tempi e luoghi diversi, hanno compreso il proprio rapporto con Dio. Questo significa che ciascun racconto si porta dietro il modo di pensare dell’epoca e delle persone che lo hanno prodotto, e soprattutto molti sottintesi, elementi culturali non espressi, che «contaminano» la modalità con cui chi scrive il testo biblico guarda al mondo, alla propria vita e, quindi, a Dio.

Nella nostra vita quotidiana facciamo continuamente ricorso a sottintesi: ad esempio, quando facciamo allusioni o battute. Lì attingiamo al «non detto», e questo «non detto» può essere diverso quando sono diverse le radici culturali. È una distanza che riemerge nettissima quando leggiamo testi antichi come la Bibbia. Testi che magari sentiamo familiari, ma dove il significato sottinteso può essere diverso dal nostro.

Gli sfondi culturali con i quali fare i conti leggendo la Bibbia sono vari: ad esempio, oltre alla cultura ebraica del primo millennio avanti Cristo, bisogna prendere in considerazione anche la cultura greca. Questa incide su poche parti del Primo Testamento, ma rappresenta, invece, il grande termine di confronto nel Nuovo Testamento.

È vero, però, che la riflessione greca sulla natura è molto più superficiale di quella che era riuscita a produrre sull’umanità, e che il suo influsso sugli scritti del Nuovo Testamento è sostanzialmente secondario. In più, l’approccio ellenistico assomiglia al nostro, quindi ci pone quindi meno problemi.

A essere complesso, per noi, è soprattutto lo sfondo culturale semitico, che incide in modo determinante sulla gran parte della Bibbia e che ci può fuorviare.

È vero, infatti, che gli scritti biblici dimostrano, soprattutto nella riflessione sull’umanità, una buona autonomia dallo sfondo sul quale si muovono, ma è anche vero che quello sfondo resta importante e attivo, soprattutto quando sono maggiori i sottintesi. Succede anche a noi: ad esempio, nessuno pensa più, scientificamente, che il cuore sia la sede delle emozioni, ma tutti continuano a mandare l’emoticon del cuoricino per esprimere il nostro affetto, e chi si confrontasse con i testi delle nostre canzoni senza conoscerci potrebbe immaginare che ancora, per noi, tutta la razionalità sta nel cervello e tutto il sentimento nel muscolo cardiaco.

Ebbene, secondo il contesto culturale semitico antico, tutto ciò che si muove nel mondo visibile è condizionato da qualcosa che non si vede e che è altamente complesso, tra gerarchie di molti dèi ed esseri spirituali (demòni) che intervengono a complicare quello che vediamo nella natura. Di fronte a tutto ciò che accadeva, quindi, la domanda riguardava soprattutto quale ente lo avesse voluto, non quale fosse stata la causa mondana. Anche la natura, quindi, parlava di altro, esprimeva altro, magari qualcosa di completamente disinteressato alle sorti umane.

Quello del mondo semitico antico è un approccio che potrebbe ricordare quello dell’astrologia, che, non a caso, nasce più di tremila anni fa in un ambiente semitico, quello della Mesopotamia.

Quando gli autori del Primo Testamento, ma persino Gesù, parlano della creazione, sullo sfondo hanno questo modello, che, a volte, rimane anche con troppa rapidità tralasciato nelle loro parole.

La creazione in mano a Dio

Appare chiaro, secondo gli autori biblici, che la creazione possa essere piegata ai desideri divini: il sole e la luna si fermano per consentire a Giosuè di sconfiggere gli Amorrei (Gs 10,12-14), un fuoco scende dal cielo limpido per consumare l’offerta di Elia (1 Re 18,38-39), il mare si apre per far passare il popolo eletto all’asciutto nel Mar Rosso (Es 14) e, dalla roccia, sgorga acqua per dissetarlo (Es 17). Prima ancora, sono le piaghe che colpiscono l’Egitto a mostrare quanto la natura si pieghi ai desideri del Dio d’Israele (Es 7-12).

Anche i salmi e i libri sapienziali presentano spesso una natura che ubbidisce direttamente ai comandi divini.

Va, tuttavia, notato che nel mondo biblico queste sono eccezioni, perché normalmente la natura segue leggi sue, a meno che non sia costretta a violarle per ordine divino. A volte capita che la natura si mostri ossequiente verso Dio, ma in forma pienamente autonoma: succede, ad esempio con l’asina di Balaam (Nm 22) che vede l’angelo di Dio e decide di agire di conseguenza, rimproverando poi il veggente. Succede quando Isaia «vede» monti e colline che gridano di gioia davanti al loro Signore (Is 55,12). Anche quando parla dell’onnipotenza del Dio che crea e domina l’universo, e lo esprime soprattutto nelle sue forze più distruttrici, la Bibbia evita di presentare il Signore come autore del male portato dalla natura: all’inizio del libro di Gioele le cavallette distruttrici dei raccolti non sono mandate da Dio, ma diventano un simbolo di ciò che Dio potrà fare; e nel Salmo 29 la tempesta non è emanazione di Dio, che invece si siede sereno mentre quella infuria,
mostrando di esserle superiore, ma anche che essa si è scatenata da sola.

Queste descrizioni sono ben diverse da quelle fatte nei testi della stessa epoca che venivano meditati a Babilonia. In essi si presentavano gli dèi più importanti che mandavano la carestia, le cavallette, il diluvio, la siccità perché «il chiasso dei viventi infastidiva il loro sonno».

Questi testi, scritti nella stessa area geografica e culturale della Bibbia, e negli stessi secoli, rimettevano nelle mani divine tutto quello che accadeva nel mondo. La cultura di partenza degli autori del Primo Testamento era fortemente segnata da questa visione. Allo stesso tempo, però, nella Bibbia viene presentata una natura libera, forse anche, a tratti, tollerata a fatica da Dio, che non è distruttore, ma rispettoso della sua libertà. È un po’ quello che abbozza Gesù quando parla della torre di Siloe, che era crollata uccidendo diciotto abitanti di Gerusalemme (Lc 13,4): certo, la torre non era un elemento naturale, ma non era stata abbattuta da nessuno e possiamo, quindi, vederci un episodio «naturale», non intenzionalmente voluto da altri esseri umani. Era il tipo di avvenimento che poteva facilmente far pensare a un Dio che interveniva direttamente nella storia, a castigare i malvagi. Gesù rifiuta questa logica («Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?»). Può accettare che si tratti di un segno, ma si rifiuta di attribuirlo semplicemente al Padre.

Incendio a Deep Sea, slum di Nairobi

Un abbozzo di riflessione più teologica

Anche se le riflessioni bibliche sulla libertà della natura sono poche, qualcosa possiamo ricavare da alcuni brani.

Intanto, possiamo andare direttamente alla fine della Bibbia, al libro dell’Apocalisse, enigmatico e a volte difficile da leggere, ma profondo e meditato. Al capitolo quarto, in una posizione che per noi è ancora di introduzione ma per gli antichi era una delle più importanti, si presenta in cielo un trono (la sede del Padre) sul quale Uno è seduto. Allo stesso tempo, in mezzo al trono, e tutto intorno, ci sono quattro esseri viventi identificati in quattro animali, chiaramente simboli della vita.

Sarà bene toglierci presto la scomoda illusione che qui si presenti una sorta di quadro, perché tutto è simbolico: gli animali, ossia la vita sulla terra, sono nel cuore del Padre e del Figlio e intorno a loro: hanno il progetto divino al loro centro e sono al centro del progetto divino. Fin qui, potrebbe persino sembrarci un’osservazione banale. Ma, essere al centro del progetto divino, vuol dire, appunto, non essere qualcosa di marginale, di occasionale, di casuale. Dio ha voluto la creazione, e l’ha voluta così, e quanto più la creazione assomiglia al progetto divino, tanto più è se stessa.

È la medesima condizione dell’uomo, che non a caso già in Genesi non è presentato come diverso dalla creazione, ma semmai suo punto culminante, magari migliore del resto, ma coerente con il tutto. Ciò che si può dire dell’uomo, cioè, può essere detto anche, forse in grado minore, della creazione. Non a caso lo stesso «comandamento» di essere fecondi e moltiplicarsi viene dato sia agli animali che all’uomo (Gen 1,22.28).

Ma, se la creazione è al cuore dell’intenzione divina, e se possiamo vedere in piccolo in tutta la natura ciò che vediamo appieno nell’uomo, ciò che nella Bibbia caratterizza l’umanità, vale anche per la creazione, sia pure in modo meno consapevole. E quello che, nella Bibbia, caratterizza sempre l’umanità, è innanzitutto la sua libertà. Il Dio libero crea l’uomo a propria immagine, ed è vero che sogna una relazione con l’essere umano, ma non può imporla, si affida alla sua libera decisione. Anche la maledizione di Gen 3,17 («Maledetto il suolo per causa tua!») acquisisce un valore meno negativo: è l’allontanamento da Dio di una natura che non ha l’autonomia e l’intelligenza dell’essere umano, e solo se separata da Dio (questo è il senso della maledizione) può acquisire indipendenza. Certo, è una frattura che andrebbe risanata, ma su questo rifletteremo nella prossima puntata.

All’interno di un contesto culturale che, spontaneamente, direbbe che la natura ubbidisce ciecamente al divino, gli autori biblici arrivano a sostenere l’autonomia del creato. Certo, non lo dicono con decisione, non lo ripetono a ogni pagina, a tratti sembra quasi che abbiano paura di andare tanto in là, ma alla fine le pagine più meditate ci arrivano.

Ecco perché la natura, pienamente libera da Dio, può scatenarsi anche nei suoi fenomeni più terribili. Se davvero tutto il creato è direttamente nelle mani e nella volontà divina, se Dio è buono, come spiegare gli uragani, i terremoti, i maremoti e tsunami che anche oggi sconvolgono la terra?

Ecco, dunque, che gli autori biblici, magari a fatica e violentando le proprie premesse culturali, ammettono che persino la creazione è libera davanti a Dio. Se libera, però, potrebbe restare per sempre separata da Lui ed essere condannata alla distruzione?

Sarà questa domanda a portarci all’ultima tappa della nostra riflessione.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 4 – continua)




Spiritualità mariana

Il 12 ottobre 2025 si è svolto il Giubileo della spiritualità mariana. Nell’omelia della messa celebrata in Piazza san Pietro, papa Leone ha parlato della devozione a Maria come crocevia per ritornare a Gesù, e scoprire la sua presenza nelle realtà cantate nel Magnificat.

«Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr. Lc 1,51-54)».

San Giuseppe Allamano avrebbe goduto immensamente nell’ascoltare queste parole di papa Leone: lui che aveva trascorso metà della sua vita all’ombra di un santuario mariano; che aveva passato lunghe ore di preghiera, contemplando l’icona della Consolata, e che aveva battezzato con il nome della Vergine Consolatrice le due famiglie missionarie da lui fondate: «Missionari e Missionarie della Consolata». Egli spiegava come ognuno di questi due termini fosse sufficiente per caratterizzare la natura dei suoi figli e figlie: missionari mariani per il mondo, con l’impegno di portare ai popoli la vera «consolazione» che è Gesù, figlio di Maria, unico e universale salvatore.

«Il cammino di Maria è dietro a Gesù – ha detto il Santo Padre -, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. “Perché – come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium – ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni e ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53), è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia».

«Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace – ha concluso papa Leone -, interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti».

Giuseppe Allamano, nel frastuono della Grande guerra (agosto 1917), esortava le sue figlie a invocare dalla Consolata il dono della pace: «Speriamo nella Madonna, è il rifugio di tutte le nostre miserie, è la speranza dei disperati, di tutti i disperati; non si può dare alla Madonna altro titolo più bello di questo: speranza dei disperati».

Sergio Frassetto

Con lo sguardo alla Consolata

«Quante lacrime e quante sofferenze trasudano quelle pietre e quei muri, quante grazie invocate e ricevute in occasione di malattie, disgrazie, carestie, peste, guerre, assedi e fame. Senza contare i casi personali che vede unite nel santuario della Consolata le classi popolari e quelle abbienti, l’aristocrazia e la stessa Casa reale».
Ai tempi di Giuseppe Allamano, così veniva descritto il santuario della Consolata, custode di una cospicua varietà di «ex voto» a testimonianza della diffusione, tra la gente, della devozione alla Madonna Consolata e delle grazie ricevute per sua intercessione.

In occasione della festa della Consolata, dello scorso anno, scrivevo che in una zona popolare di Torino, la Consolata fa quadrato con la «santità sociale» di Cafasso, di Cottolengo e di Don Bosco, e si fa prossima alla gente, ne condivide le gioie e le sofferenze e incoraggia a mantenere viva la speranza.

In questa storia di devozione e affidamento, si inserisce san Giuseppe Allamano, per il quale la Consolata rappresentava un punto di partenza in quanto è Lei che ha generato l’Istituto quale fondatrice e madre, e un modello da proporre ai suoi missionari per la vita e la missione.

Infatti, era profondamente convinto che: «La vera Fondatrice è la Madonna. Non c’è dubbio che tutto quello che si è fatto è opera della SS. Consolata. Siamo Consolatini. Dobbiamo stimarci fortunati di portare il nome della Madonna […] dobbiamo essere santamente superbi di appartenere alla Madonna sotto questo titolo invidiato da molti. E quanti ci vogliono bene, perché ci chiamiamo “Missionari o Missionarie della Consolata!”». E per questo ammoniva i suoi missionari: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere».

Allamano e la Consolata

San Giuseppe Allamano ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del santuario e nel divulgare l’amore alla Consolata. La sua profonda spiritualità mariana lo ha portato a promuovere la devozione a Maria Consolata e, personalmente, si riservava giornalmente momenti per appartarsi a contemplare l’icona della Vergine. Con lo sguardo rivolto a lei, dal «coretto», era ricambiato da quello di Maria che lo sosteneva nelle sue incombenze come rettore e lo orientava nelle preoccupazioni per il nascente Istituto.

Padre Igino Tubaldo, Imc, storico dell’Istituto, scrivendo sul santuario della Consolata, ha avuto una profonda intuizione: «Qui si venera un’antica icona di Maria che ispira soavità; come le classiche icone orientali, con le quali ha forse qualcosa di più di una semplice somiglianza, è Maria a guardare il fedele più che a essere guardata. Per tutto quello che avvenne in questo santuario, dentro di esso e attorno a esso, si potrebbe dire che sta alla Madonna come un ostensorio sta all’ostia consacrata».

Questa reciprocità di sguardi è molto suggestiva e ha una duplice applicazione per la nostra vita: lasciarci consolare dallo sguardo della Madonna, per guardare gli altri con lo stesso sguardo di Maria.

Occhi e cuore

Allora l’icona della Consolata diventa un invito a meditare sulla qualità del nostro sguardo, da cui traspare il nostro cuore. Perché è attraverso gli «occhi del cuore» (Ef 1,18), che possiamo trasformare la nostra percezione interiore in un modo di guardare gli altri con accoglienza e consolazione.

Il santo fondatore ce lo ricorda: «Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione, non vi farete santi!». Una devozione «tenera», cioè, che nasce dal cuore perché: «Dove è l’amore, là è l’occhio», (Riccardo di San Vittore), in quanto lo sguardo si dirige naturalmente verso ciò che amiamo e valorizziamo.

«Occhi e cuore» che nella vita del santo fondatore hanno trovato una combinazione esemplare per noi, soprattutto a riguardo della sua forte umanità arricchita da intensità di vita spirituale. Un’umanità che la gente leggeva sul suo volto sorridente, vedeva nei suoi occhi penetranti e percepiva nel suo sguardo intuitivo: «Con espressione sorridente, calma, affabile si faceva incontro ad ogni persona che l’avvicinava. Muoveva alla confidenza anche a motivo del leggero sorriso che risplendeva quasi abitualmente sul suo volto».

Lasciarsi guardare dalla Consolata

Quest’anno vogliamo celebrare la festa della Consolata, contemplando la sua icona. Fermiamoci per un istante a guardarla sulle immaginette, nei quadri delle nostre chiese e cappelle, nei corridoi, oppure negli uffici dove lavoriamo. Insomma: «Sentiamo vicina la Consolata!».

Attenta e premurosa, il suo sguardo ci segue ovunque, ci protegge sulle strade della missione, abita nelle nostre comunità, si china sugli ammalati, ravviva le speranze dei poveri e degli oppressi. Sotto il suo sguardo ci sentiamo famiglia e creiamo fraternità. A lei affidiamo i missionari stanchi e sfiduciati, tutti coloro che si sentono soli e abbandonati, i migranti, i bambini nei campi profughi, i popoli indigeni, quanti soffrono a causa delle guerre e delle ingiustizie e coloro che non conoscono Gesù.

Solleviamo i nostri occhi e lasciamoci abbracciare dallo sguardo amorevole della Consolata, nessuno ce lo rubi; spetta poi a noi diffonderlo con gesti di tenerezza, vicinanza e consolazione dentro le comunità e verso i più bisognosi.

Per questo preghiamo tutti insieme: «Maria Consolata, donaci il tuo sguardo!».

padre James Lengarin, Superiore generale

Celebrazioni centenarie

I Missionari della Consolata che lavorano in Colombia hanno celebrato il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano nella regione amazzonica del Caquetá, il contesto dove, fin dall’inizio del loro arrivo nel Paese, hanno svolto la loro attività missionaria.

Le celebrazioni sono state precedute dagli esercizi spirituali svoltisi a San Vicente del Caguán e guidati da padre Efrem Baldasso, studioso di san Giuseppe Allamano, venuto appositamente dall’Italia. Le sue riflessioni hanno aiutato il gruppo di 60 missionari (sacerdoti, religiosi e laici) a rivivere l’esperienza del santo fondatore che sapeva estrarre dalla sua enorme ricchezza spirituale semplici proposte di umanità, santità, teologia e prassi missionaria.

Gli insegnamenti saggi e pratici del santo fondatore hanno aiutato i missionari a confrontarsi con un presente che richiede una valutazione sincera per potersi aprire al futuro con speranza e continuare la navigazione «da Gerusalemme a Gerico», motto dell’attuale Direzione regionale.

Quella corrente missionaria, nata nel seno del santuario della Consolata nel 1901, ha viaggiato nel tempo, bagnando e fertilizzando territori, popoli e culture. Nel 1947 è arrivata anche in Colombia e, navigando lungo i fiumi Caquetá, Orteguaza e Putumayo, si è diffusa in tutta l’Amazzonia colombiana.

Veglia di preghiera

Conclusi gli esercizi spirituali, i missionari si sono trasferiti a Florencia, la capitale del Caquetá e primo campo del loro lavoro missionario. Qui, nella parrocchia dedicata al primo vicario apostolico della Consolata, monsignor Antonio Torasso, il 9 febbraio si è svolta una celebrazione, iniziata con un momento di preghiera attorno al fuoco che ardeva di fronte alla chiesa, a cui è seguita l’eucaristia presieduta da monsignor Joaquín Pinzón, missionario della Consolata, vicario apostolico di Puerto Leguízamo.

È stata una celebrazione del ricordo e di un rinnovato invio che ha permesso di rileggere la storia missionaria Imc nei suoi elementi essenziali quali il martirio, la profezia e l’eroismo.

«Al loro arrivo in Colombia – ha detto monsignor Pinzón – i missionari non si sono stabiliti comodamente, ma hanno aperto occhi e orecchie per vedere e sentire quale fosse la missione che Dio indicava loro nella fedeltà e in armonia con il carisma di san Giuseppe Allamano. La loro ricerca li ha portati a rivolgere non solo lo sguardo, ma anche il cuore all’Amazzonia facendosi carico del vicariato di Florencia; una scommessa che nasceva solo da cuori visionari e coraggiosi».

«La santità desiderata da san Giuseppe Allamano si è concretizzata nei fiumi, nelle giungle e nei sentieri percorsi dagli intrepidi missionari. Per questo motivo – ha concluso il vescovo – li ricordiamo con gratitudine e chiediamo loro che dal cielo continuino ad accompagnare la nostra missione affinché non ci manchino visione e rischio, santità e fuoco nel cuore, generosità e radicamento».

Celebrazione del centenario

Il giorno successivo, 9 febbraio, la cattedrale di Florencia ha ospitato la celebrazione del centenario della «Pasqua» di san Giuseppe Allamano. Ha presieduto l’eucaristia monsignor Omar de Jesús Mejía, arcivescovo di Florencia, accompagnato da altri presuli tra i quali monsignor Francisco Javier Múnera, Imc, presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Cartagena.

Nella sua omelia, l’arcivescovo ha ricordato con animo riconoscente i grandi missionari della Consolata che hanno posto le basi della chiesa in Caquetá, tra i quali monsignor Antonio Torasso, Angelo Cuniberti e José Luis Serna, e ha affidato a Maria Consolata il lavoro missionario dell’Istituto che continua ancora oggi nelle terre dell’Amazzonia.

a cura di Sergio Frassetto

 
Postulatore >  padre JONAH MAKAU

Chi ricevesse una grazia per intercessione di san Giuseppe Allamano è   pregato di notificarlo ai seguenti indirizzi:
Postulazione Missioni Consolata
• Viale Mura Aurelie, 11-13 – 00165 Roma
• Corso Ferrucci, 14 – 10138 Torino
E-mail: postulazione@consolata.org




Madagascar, la Gen Z tradita dai militari

Padre Jean Tuluba, missionario della Consolata, risponde alle nostre domande. Ci guida nel Paese dove la generazione Z continua a chiedere cambiamenti e soluzioni ai vecchi problemi dell’isola.

«Dopo alcuni mesi dal cambio di regime, nulla è cambiato rispetto al governo precedente: i giovani della Generazione Z che osano manifestare subiscono una dura repressione e alcuni addirittura spariscono. Oggi si parla di quattro giovani manifestanti arrestati e di due scomparsi». Così padre Jean Tuluba, missionario della Consolata congolese che lavora in Madagascar, riassume la situazione non rosea del Paese ad aprile, mentre scriviamo. I giovani della cosiddetta «Gen Z» – nati, cioè, dopo il 2000 – avevano avuto un ruolo chiave nel movimento di protesta che, fra settembre e ottobre 2025, aveva riempito le piazze malgasce@. Gridando «Leo délestage» («Basta blackout») e «Miala Rajoelina» («Vattene Rajoelina», cioè il presidente Andry Rajoelina), i manifestanti chiedevano la fine di disservizi come le continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza di acqua che, oltre a creare ovvi disagi, erano il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di affrontare e ridurre le profonde ingiustizie sociali nel Paese.

L’ondata di proteste autunnali, spiega padre Jean, aveva interessato soprattutto le grandi città, in particolare Antananarivo, Antsirabe, Fianarantsoa, Toamasina, Tulear, Diego Suarez. C’erano stati diversi episodi di violenza contro i manifestanti da parte delle forze dell’ordine e almeno ventidue persone erano state uccise. «Era stato in questo contesto che una parte dell’esercito, responsabile di tutta la logistica militare del Paese e guidata dal colonnello Michaël Randrianirina, si era rifiutata di reprimere i manifestanti e si era unita a loro contro la parte di forze armate rimaste fedeli al presidente Rajoelina». Randrianirina ha preso il potere dopo la fuga di Rajoelina, promettendo di migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma ha deluso le aspettative molto presto e i giovani ora si sentono traditi.
I ragazzi, riportava France24 lo scorso aprile, vedono nella repressione e negli arresti arbitrari «un segno che è il momento di tornare in strada»@.

padre Noè Cereda (mancato nel 2024) con le Suore discepole del Sacro Cuore a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja. © AfMC

La guerra in Iran

A peggiorare la situazione è arrivata ora la guerra in Iran: un’ulteriore dimostrazione – commenta padre Tuluba – che il mondo di oggi è interconnesso, come affermava già papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.

La conseguenza più visibile e tangibile della guerra è la carenza di carburante nelle stazioni di servizio. «Bisogna fare lunghe code e aspettare molto tempo, per poi ottenere una quantità minima di benzina». Questo alimenta la crisi politica e sociale, poiché molti cittadini che gestiscono piccole attività commerciali utilizzano generatori elettrici alimentati con il carburante, visto che l’infrastruttura, al momento, non è in grado di garantire una fornitura costante di elettricità. «Quindi, la logica è chiara: niente carburante, niente elettricità stabile, niente sviluppo per le piccole e grandi attività di produzione, niente commercio, niente mezzi per sopravvivere. Così la tensione sociale aumenta e c’è un nuovo rischio di implosione».

La crisi climatica

A questo si aggiunge che il Madagascar è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Gli ultimi due cicloni, Fytia e Gezani, ne sono un esempio concreto, in particolare dopo la devastazione, lo scorso 10 febbraio, della città portuale di Toamasina, distrutta all’80%. Continua il missionario: «Diciottomila abitazioni distrutte, 36 morti e molti feriti, 424mila sfollati (altre fonti dicono 60 morti e oltre mezzo milione di sfollati, ndr), strade e rete elettrica danneggiate, raccolti perduti.

Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha stimato i costi di ricostruzione in oltre 2 miliardi di dollari americani». Questo disastro ha un impatto considerevole sull’economia nazionale, sottolinea padre Jean, dato che la città di Toamasina ospita il principale porto del Paese.

Anche molte altre regioni subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In quelle meridionali ci sono zone semi desertiche dove piove troppo poco. Lì, la popolazione, che sopravvive quasi esclusivamente grazie all’agricoltura, non può produrre nulla senza acqua. In queste condizioni la fame raggiunge livelli molto elevati. «Nella nostra regione (la missione di Beandrarezona è nel Nord dell’isola, a oltre 1.100 metri di altitudine, ndr) non ci sono cicloni – spiga padre Jean -, perché siamo lontani dalle coste e in una zona molto montuosa. Quando c’è un ciclone, ne subiamo solo gli effetti a distanza: molta acqua ovunque a causa delle piogge lunghe e intense».

Un lavoro importante, nota padre Jean, sarebbe la sensibilizzazione della popolazione riguardo all’impatto del cambiamento climatico sulla vita delle persone, ma questa sensibilizzazione è ancora troppo scarsa.

«Le poche foreste rimaste vengono devastate ogni giorno dal taglio degli alberi per produrre legna da ardere e carbone per cucinare. Gli alberi non vengono sostituiti e questo fa presagire gravi conseguenze in un futuro non troppo lontano.

La sola sensibilizzazione, comunque, non è sufficiente, deve essere accompagnata da politiche pubbliche e sociali che aiutino la popolazione a provvedere ai propri bisogni senza distruggere l’ecosistema».

Beandrarezona, la scuola secondaria © AfMC

Una lunga crisi

La crisi politica del Madagascar dura da decenni, chiarisce padre Tuluba, e incide sulla vita di oltre 30 milioni di persone, tre quarti delle quali vivono al di sotto della soglia di povertà. La grande maggioranza è costituita da giovani: secondo i dati delle Nazioni Unite, il 68% della popolazione ha meno di 30 anni@.

La crisi politica e sociale, secondo l’analisi che emerge dai messaggi del 2024 e 2025 della Conferenza episcopale del Madagascar, è dovuta a diversi fattori, fra i quali la corruzione generalizzata, le diseguaglianze, la mancanza di ascolto e di rappresentanza politica (che crea un deficit di fiducia), i problemi strutturali irrisolti, la violenza, l’instabilità e la mancanza di sicurezza@.

Il tasso di disoccupazione per le persone fra i 15 e i 24 anni è intorno al 5%, ma a pesare è soprattutto l’elevata proporzione di lavoro informale, che rappresenta il 94% del totale. «I giovani studiano, ma poi non trovano opportunità per servire la loro nazione, non esiste una politica orientata all’inserimento e all’occupazione giovanile. Anche questo genera nei ragazzi molta frustrazione e il desiderio di far sentire la propria voce a modo loro, come si è visto alla fine dello scorso anno».

2023 costruzione scuola a Beandrarezona © AfMC

La presenza Imc

La storia della presenza dei missionari della Consolata in Madagascar, racconta padre Jean, «è un lungo percorso, che ha inizio con l’arrivo sull’isola di padre Antonio Noè Cereda, missionario della Consolata. Egli, dopo aver lavorato nella Repubblica democratica del Congo e in Italia come responsabile dell’Emi (Editrice missionaria italiana), alla fine del 1999 si è trasferito in Madagascar. Qui ha trascorso quasi 20 anni collaborando con le Suore discepole del Sacro Cuore, basate a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja, e ad Antananarivo, la capitale».

L’idea di una possibile presenza Imc sull’isola è nata nel 2010, durante la vista dell’allora vice-superiore generale padre Stefano Camerlengo@ ed è diventa concreta con l’apertura ufficiale nel 2018 e l’arrivo, il 13 marzo 2019, dei primi tre missionari: padre Jean Tuluba, padre Kizito Mukalazi dell’Uganda e padre Jared Makori Mayaka del Kenya.

Essi si stabilirono nella diocesi di Ambanja, nel piccolo villaggio di Beandrarezona, a quasi mille chilometri dalla capitale Antananarivo e a 300 dalla sede vescovile di Ambanja, nel Nord della grande isola@.

«Ma perché proprio il Madagascar? – si domanda padre Jean -. Per rispondere alla triplice motivazione dei missionari della Consolata. In primo luogo, essere fedeli alla propria identità di missionari ad gentes: nel Paese, i cattolici rappresentano il 28,5% della popolazione e solo il 3% nella nostra missione. In secondo luogo, per lavorare in un Paese che è un ponte tra l’Africa e l’Asia, con una parte della popolazione di origine africana e l’altra di origine austronesiana», cioè diffusa nella zona fra l’Oceania, l’Asia sudorientale e, appunto, il Madagascar@. «In terzo luogo, è un’occasione per i missionari africani di realizzare una missione africana in uno spazio culturalmente speciale e diverso».

Alluni della scuola di Bendrarezona © AfMC

Priorità alla formazione

Sono due le grandi priorità dell’Imc in Madagascar, continua padre Tuluba: l’annuncio esplicito del Vangelo e la promozione umana. Una delle prime opere realizzate è stata la scuola secondaria Notre dame de la Consolata, che ha aperto nel settembre 2024 e che accoglie gli studenti delle ultime tre classi della scuola secondaria, per un totale, oggi, di 34 studenti. «La scuola è per noi uno strumento fondamentale di evangelizzazione e formazione dei giovani in un mondo in continua evoluzione. Oltre alle materie previste dal programma scolastico nazionale, offriamo loro anche corsi sulle nuove tecnologie, con attrezzature moderne per l’apprendimento dell’informatica e delle lingue straniere, senza dimenticare la catechesi, per chi lo desidera». Per gli studenti i cui genitori non riescono a pagare la retta, è prevista la copertura parziale delle spese.

Alla scuola si affiancherà anche un progetto di sostegno alle donne e alle ragazze madri che i missionari intendono avviare a breve. Si tratterà di corsi professionali come sartoria, pasticceria e ristorazione «per aiutarle, attraverso piccole attività commerciali, a raggiungere l’autonomia economica e contribuire così al rafforzamento delle loro economie domestiche, che al momento sono troppo fragili».

Benedizione e mandato degli animatori e catechisti a Beandrarezona – © AfMC

Sviluppo a lungo termine

Gli obiettivi di sviluppo a lungo termine che i missionari si sono dati sono quelli di formare i giovani e di ridurre la vulnerabilità delle ragazze e delle donne del villaggio. «Molte adolescenti non completano gli studi secondari perché rimangono incinte molto presto e diventano madri prima di raggiungere la maggiore età». A collaborare con i missionari ci sono gli insegnanti, i genitori, le autorità locali, i privati e l’associazione svizzera Boky Mamiko, che visita la missione ogni anno e si fa carico delle spese scolastiche di una parte delle studentesse.

Alcune ragazze vivono in convitto presso il convento delle suore che collaborano con i missionari. C’è una richiesta pressante da parte dei genitori che chiedono un convitto anche per i ragazzi, dato che nelle loro case non c’è un ambiente che favorisca la concentrazione e lo studio. I missionari stanno, dunque, valutando di elaborare un progetto che includa la costruzione di un convitto anche per loro.

A livello sanitario, l’insufficienza dei servizi ha generato un’altra richiesta da parte della popolazione: la costruzione di una piccola clinica locale per consentire l’accesso a cure sanitarie di qualità alle popolazioni di Beandrarezona e dei villaggi circostanti. «Già ora, la nostra auto, l’unica sul territorio, viene spesso utilizzata come ambulanza per trasportare malati di ogni tipo nella vicina città di Bealanana, a 18 chilometri, affinché ricevano un minimo di cure».
A Beandrarezona c’è un centro sanitario di base non attrezzato e quasi abbandonato, che non consente di fornire assistenza adeguata ai pazienti che vi si recano. «Avere un dispensario ben attrezzato entro i prossimi cinque anni darebbe grande sollievo alle nostre popolazioni.

Per realizzare questi diversi sogni, contiamo sempre sul sostegno dei nostri vari collaboratori e su tutte le persone di buona volontà, che hanno nel cuore la nostra stessa preoccupazione di aiutare i fratelli e le sorelle di Beandrarezona e dintorni a vivere con dignità».

Chiara Giovetti

La torre dell’acqua a Beandrarezona – © AfMC



Invece di armarci, potremmo…

Sommario

Introduzione: «Svuotare gli arsenali, riempire i granai»

Il nostro dossier inizia con questa frase di Sandro Pertini, pronunciata davanti al Parlamento in seduta comune il 9 luglio del 1978, giorno del suo insediamento come presidente della Repubblica italiana.

Nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (il 5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche, non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale.

La somma aggiuntiva, infatti, non sarà trovata aumentando le tasse sui ricchi, ma facendo lievitare il debito pubblico – già alla cifra record di 3.100 miliardi di euro – e tagliando le spese sociali.

Le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile.

Ecco perché, invece di armarci, potremmo, anzi dovremmo, spendere di più in sanità, scuola, difesa del territorio, accoglienza dei migranti e in molti altri ambiti che condizionano pesantemente la qualità della nostra vita personale, familiare, collettiva.

Le pagine che seguono passano in rassegna alcune delle problematiche più urgenti che dovremmo risolvere, evidenziando criticità e necessità finanziarie che la scelta militare non consente di soddisfare.

Francesco Gesualdi

Invece di armarci, potremmo:
Soccorrere la sanità pubblica

A forza di tagli e finanziamenti insufficienti, il Servizio sanitario nazionale non è più in grado di dare risposte rapide ed efficaci.

Le liste d’attesa rappresentano una delle criticità più pressanti del nostro Servizio sanitario. Secondo il ministero della Salute nel 2023 l’attesa media per una visita specialistica ha superato i 4 mesi, mentre per esami diagnostici come risonanza magnetica e Tac può arrivare anche a 12 mesi. Per interventi chirurgici, come la protesi d’anca o la cataratta, in molte regioni bisogna aspettare oltre un anno.

I lunghi tempi di attesa inducono molte persone a rinunciare alle cure: nel 2024, i rinunciatari sono stati 5,8 milioni, pari al 9,9% della popolazione. Chi può, invece, ricorre alla sanità privata: tra il 2012 e il 2024 la spesa sanitaria delle famiglie è cresciuta da 32 a 41 miliardi di euro.

La crisi della sanità pubblica emerge anche dalla carenza di personale. Ad esempio, mancano fra i 16mila e i 22mila infermieri. Quanto ai medici, le associazioni di categoria avvertono che sul territorio mancano 5.575 medici di famiglia, mentre negli ospedali mancano fra i 20 e i 25mila medici specialistici. La crisi è avvertita particolarmente nei reparti di pronto soccorso (almeno 3.500 medici in meno), oltre a quelli di rianimazione, pediatria, chirurgia, psichiatria.

Anche il raffronto con gli altri stati mette in evidenza il declino della sanità italiana. Mediamente, nell’Unione europea, la sanità pubblica assorbe il 6,9 % del Prodotto interno lordo, in Germania addirittura il 10,6%. In Italia non supera il 6,3%.

La conclusione della Fondazione Gimbe è che, per riportare la sanità pubblica italiana alla media europea, dovremmo aumentare il suo bilancio di una quindicina di miliardi di euro all’anno. Ma dove reperirli se si continua a sprecarli per spese di morte? ◆

Fonti

Fondazione Gimbe, Ottavo rapporto sul «Servizio sanitario nazionale», 9 ottobre 2025

Invece di armarci, potremmo:
Organizzare una buona scuola

La Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti. Un concetto da intendersi sotto un duplice profilo.

La scuola italiana dovrebbe essere in grado di accogliere tutti e di fornire a tutti il sapere necessario a essere cittadini sovrani. Questi due propositi, però, non trovano riscontro nella realtà dei fatti.

Nel 1967, quando uscì il celebre libro Lettera a una professoressa, l’impostazione classista della scuola traspariva dall’alto numero di bocciature che buttavano fuori i ragazzi più poveri. Oggi sembrerebbe non essere più così perché le bocciature sono diventate così rare da avere ridotto l’abbandono scolastico sotto l’1%. Tuttavia, frequentare la scuola non significa automaticamente imparare. Da questo punto di vista i risultati sono deludenti. L’Istat certifica che oltre il 12% dei ragazzi sono persi, pur avendo formalmente frequentato l’intero ciclo della scuola dell’obbligo, perché il loro livello di conoscenze è ben al di sotto di quelle programmate. Del resto, che la scuola non assolva al proprio compito lo dimostra anche l’alta percentuale di «analfabetismo di ritorno».

L’Ocse ha appurato che il 35% degli adulti italiani, in età compresa fra i 16 e i 64 anni, fatica a comprendere testi brevi e a risolvere piccoli problemi di matematica. Si tratta di persone che, pur sapendo leggere e scrivere, incontrano difficoltà nella comprensione e nell’uso di informazioni scritte, con ripercussioni sulla loro capacità di accedere ai servizi, gestire situazioni burocratiche e affrontare il mondo del lavoro. Figurarsi capire un articolo di fondo o un dibattito parlamentare.

Per essere all’altezza del suo mandato costituzionale, la scuola deve mettersi a completa disposizione degli studenti sia in termini di tempo che di offerta didattica. Deve aumentare le ore annuali di insegnamento, deve ridurre il numero di allievi per classe, deve avere un numero di insegnanti sufficiente per personalizzare l’insegnamento, se necessario. Esigenza particolarmente sentita in un contesto fortemente multietnico come quello di oggi.

Organizzare una scuola al servizio di tutti è possibile, ma bisogna investirci denaro. Molto di più dei 52 miliardi di euro stanziati oggi. Invece succede il contrario. Se rapportata al Pil, la ricchezza prodotta nel paese, la spesa per la scuola è scesa dal 4,4% del 1995 al 3,9% di oggi. Ben al di sotto della media europea che si attesta al 4,7%.

Purtroppo, si preferisce destinare i soldi alle spese militari che – nello stesso periodo – sono passate dall’1,09% al 2% del Pil. Ma non è con i fucili che si costruisce la democrazia, bensì con cittadini ben istruiti. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
mettere le scuole in sicurezza

In Italia può succedere di andare a scuola e rischiare di morire perché l’edificio non è sicuro.

È successo a San Giuliano di Puglia nel 2002, quando una scossa di terremoto fece crollare il solaio di un plesso scolastico provocando la morte di 27 bambini e un’insegnante. Ed è successo a Rivoli nel 2008, quando il crollo improvviso di un controsoffitto uccise uno studente liceale.

Ancora oggi il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano tecnicamente irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge. Addirittura 3.600 (10%) sono totalmente fuori norma perché non ne possiedono neanche una, pur ospitando 700mila persone fra allievi, insegnanti e personale amministrativo.

Il problema di fondo degli edifici scolastici è che sono vecchi. Due su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa senza criteri antisismici, con l’impiego di materiali scadenti e senza misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. In una parola andrebbero rifatti.

Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) lo Stato ha stanziato 3,9 miliardi per l’ammodernamento degli edifici scolastici. Iniziativa lodevole, ma insufficiente. Secondo uno studio realizzato nel 2019 dalla Fondazione Agnelli, servirebbero 200 miliardi di euro, sei volte la cifra che abbiamo speso per armi nel 2025. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
Migliorare lo stato sociale

Salari, indennità per disoccupazione e pensioni troppo bassi: i poveri ci sono, lo Stato meno.

Teoricamente, ogni italiano dispone di una somma stimabile in 20.000 euro l’anno.

Si tratta, ovviamente, di una finzione statistica, perché in realtà le differenze di reddito sono notevoli. L’Istat conferma che, mediamente, gli introiti delle famiglie più ricche sono cinque volte e mezzo più alti di quelle più povere. E, andando più nel dettaglio, si scopre che gli ultimi della fila, all’incirca 12 milioni di individui, hanno un reddito attorno ai 2.000 euro l’anno, mentre le prime 60mila persone hanno introiti superiori al milione di euro.

La conclusione è che, in Italia, più di 13 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, vivono una qualche forma di povertà e non solo per colpa della disoccupazione, ma anche di basse pensioni e bassi salari. In effetti, ci sono quattro milioni e mezzo di pensionati che riscuotono meno di 1.000 euro al mese (un milione e mezzo addirittura meno di 500 euro), mentre 3,8 milioni di individui sono poveri, pur lavorando, perché guadagnano meno di 1.000 euro al mese.

Una categoria particolarmente esposta alla povertà è quella dei bambini. In Italia, il 13,8% di loro – ossia 1,2 milioni di minori – vivono in povertà assoluta con tutto ciò che ne consegue sul piano scolastico, igienico, sanitario, perfino alimentare. Tanto che 200mila bambini in età compresa tra 0 e 5 anni (8,5% del totale) vivono in famiglie che non riescono a garantire un pasto adeguato ogni due giorni.

Fra indennità di disoccupazione, sostegno alla maternità e infanzia, assegni familiari, pensioni sociali, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato alla protezione sociale 77 miliardi di euro, all’incirca il 13% delle entrate tributarie. Ma i problemi sociali da risolvere sono ancora molti, per cui la cifra va aumentata. Prova ne sia che, nel febbraio 2026, per mancanza di fondi, il Parlamento ha respinto la proposta di ampliare il congedo parentale nei confronti dei figli. Ma – anche in questo caso – i soldi si potevano trovare attingendo al comparto militare. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
allestire servizi per l’infanzia

L’Italia lamenta uno dei tassi di natalità più bassi del mondo. I motivi sono molti. Tra questi, la mancanza di asili nido.

In Italia, il numero di figli per donna fertile è ormai sceso a 1,14, tanto che, nel 2025, le nascite si sono arrestate a 355mila, circa 15mila in meno rispetto al 2024 (-3,9 per cento).

Al primo posto fra i motivi della bassa natalità ci sono le difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma ci sono anche le difficoltà di conciliare lavoro e maternità o paternità per la mancanza di strutture di sostegno all’infanzia.

In Italia, gli asili nido hanno posti sufficienti per ospitare solo il 31,6% dei bambini in età compresa fra zero e tre anni. In Campania e Sicilia il livello di copertura scende al 13,2% e al 13,9%. Numeri che mettono chiaramente in evidenza quanto lo Stato sia latitante. Soprattutto se consideriamo che solo il 33% dei 378.500 posti disponibili a livello nazionale sono di offerta pubblica, mentre i restanti sono asili privati. Con inevitabili ripercussioni sui bilanci delle famiglie.

Secondo un’inchiesta condotta nel 2024 dalla rivista Altroconsumo, la retta media mensile pagata dalle famiglie con Isee di 30mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze, per permettere ai propri bambini di frequentare asili nido comunali. Nei nidi privati degli stessi territori la retta media sale a 640 euro, tranne a Milano dove raggiunge gli 800 euro mensili. L’impatto è attenuato da un bonus erogato dallo Stato di 327 euro al mese, ma le famiglie debbono pur sempre sborsare di tasca propria fra i 100 e i 450 euro al mese per ogni figlio a seconda di dove risiedono.

Gli asili nido sono un servizio utile non solo per i genitori che devono assentarsi per lavoro, ma per i bambini stessi a motivo delle opportunità di socialità e degli stimoli formativi che possono ricevere fin dai primi tempi di vita. Le ricerche confermano che l’educazione e la cura della prima infanzia rappresentano uno strumento privilegiato per ridurre il tasso di abbandono scolastico precoce, a sua volta strettamente correlato allo svantaggio socioeconomico. Per questo gli asili nido devono essere gratuiti e in numero sufficiente ad accogliere tutti i bambini. Ma richiedono stanziamenti per decine di miliardi di euro, non solo per costruire gli edifici, ma anche per assumere il personale e pagare il materiale utile a farli funzionare. In una società che si dichiara civilizzata la scelta fra armi e asili nido non dovrebbe neppure porsi. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
risanare la giustizia

Sia in ambito civile che penale per ottenere una sentenza definitiva occorrono anni. A ciò va aggiunto il disastro degli istituti penali.

In Europa, l’Italia ha il primato per lentezza giudiziaria. Nei contenziosi civili o commerciali ci vogliono in media 500 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri 700 per un giudizio di appello e altri 1.000 per un verdetto finale della Cassazione. In totale, ci vogliono mediamente cinque anni e dieci mesi per ottenere una sentenza definitiva in ambito civile. Quanto ai processi penali, di media passano 1.600 giorni (quattro anni e mezzo) dalla fase delle indagini preliminari alla sentenza della Corte di cassazione.

Tutti concordano che lo stato di crisi in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e mezzi. Oltre alla mancanza del 18% dei magistrati (1.900 su 10.600 previsti), il ministero della Giustizia certifica che, al dicembre 2024, mancavano 15mila funzionari sui 45.600 previsti. Solo grazie ai due miliardi di euro ottenuti dall’Unione europea tramite il Pnrr, è stato possibile assumere a tempo determinato 12mila addetti che hanno contribuito a ridurre dell’80% le cause civili arretrate. Ma si tratta di una misura temporanea.

La crisi della giustizia coinvolge anche il sistema carcerario. L’associazione Antigone riporta che, al 30 novembre 2025, in Italia le persone detenute erano più di 63mila a fronte di una capienza effettiva di 46mila posti. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138,5%, con punte oltre il 200% nelle carceri di Milano, Foggia, Lucca. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate dall’associazione, non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. La triste conseguenza è l’aumento dei suicidi arrivati a 76 nel 2025, un’incidenza 20 volte più alta rispetto alla popolazione non carcerata.

Le cose non vanno meglio negli istituti penali per minori. Da quando il «decreto Caivano» ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto l’uso delle alternative al carcere, è cresciuto il tasso di affollamento negli istituti minorili fin oltre il 140%. Al colmo dell’esasperazione si sono intensificate le proteste dei ragazzi carcerati, ma come risposta sono arrivati provvedimenti disciplinari e farmaci. La rivista Altreconomia riporta che, nel 2024, la spesa pro capite per psicofarmaci è cresciuta a dismisura in molte carceri minorili, addirittura del 1.000% nel carcere di Pontremoli.

In termini monetari, il ministero della Giustizia assorbe 11 miliardi di euro l’anno. Per ridare dignità alle carceri e permettere alla giustizia di recuperare efficienza, servirebbe una disponibilità aggiuntiva di un miliardo l’anno per l’assunzione del personale mancante. Inoltre servirebbe una spesa straordinaria di un miliardo e mezzo per interventi edilizi e tecnologici. Cifre tutto sommato contenute, che però si scontrano con la scelta di investire in spese di morte piuttosto che in spese di maggiore giustizia. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
mettere il territorio in sicurezza

Milioni di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico.

L’Italia è un territorio fragile sempre più esposto a frane, cedimenti di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Ne sono una triste conferma il crollo, nel 2026, di una porzione importante del paese di Niscemi, un comune della Sicilia meridionale. Oppure la frana che nel 2022 colpì il comune di Casamicciola, nell’isola di Ischia, provocando la morte di 12 persone, centinaia di sfollati e gravi danni alla rete stradale. Per non parlare del disastro che nel 2023 coinvolse 44 comuni dell’Emilia-Romagna. Le forti piogge provocarono lo straripamento di 23 fiumi, con allagamento di 540 chilometri quadrati di territorio, causando la morte di 17 persone e danni a case, strade e attività produttive per 10 miliardi di euro.

Stando ai dati Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia i comuni variamente a rischio idrogeologico, per la probabilità di eventi come frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera, sono 7.463, il 94,5% del totale. Complessivamente oltre 30 milioni di persone vivono in aree vulnerabili di cui 5,7 in zone a rischio frane e 6,8 in aree a rischio alluvioni.

Sappiamo che il rischio idrogeologico è stato aggravato da scelte sbagliate come disboscamenti, agricoltura intensiva, cementificazione eccessiva e indiscriminata. Ed è da qui che dobbiamo partire per rimettere il nostro territorio in sicurezza. Ma nel contempo dobbiamo realizzare tutta una serie di interventi per limitare allagamenti, frane e cedimenti di terreno.

Nel libro «Fuori dalle emergenze», i due autori, esponenti della fondazione Earth and water agenda, sostengono che «l’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil ogni anno per quindici anni». Il totale fa 300 miliardi di euro, 20 all’anno, una cifra che costituisce una ragione di più per sbarazzarsi delle spese inutili e dannose, come quelle militari. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
bonificare la rete idrica

La carenza d’acqua sarà sempre più grave. Eppure, non si fa abbastanza per impedire perdite e sprechi.

Nel 2024, l’8,7% delle famiglie italiane ha lamentato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua. I problemi principali includono interruzioni temporanee, cali di pressione e razionamenti. I disservizi riguardano tutte le regioni, con percentuali variabili, e coinvolgono circa 2,3 milioni di famiglie, oltre due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno.

Con l’acuirsi dei cambiamenti climatici, la carenza d’acqua è destinata ad aggravarsi, anche perché molte infrastrutture sono vecchie e fatiscenti. Ad esempio, la maggior parte delle grandi dighe e degli invasi idrici d’Italia è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso ed avrebbe bisogno di importanti lavori di ristrutturazione per poter assolvere alla propria funzione in piena efficienza.

Anche la rete idrica è molto vecchia: il 60% ha più di 30 anni, il 25% addirittura più di 50 anni. I materiali sono così deteriorati che il 42% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Le perdite sono particolarmente critiche al Centro Sud, con punte del 71% a Potenza.

L’istituto Ambrosetti ha calcolato che per mettere il sistema idrico in sicurezza servirebbero 50 miliardi di euro, più di quanto si spende in un solo anno per armamenti. Ricordandoci che, senza l’intervento dello Stato, rimangono due sole alternative: rubinetti sempre più a secco o bollette sempre più care. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
accelerare la transizione energetica

L’abbandono dei combustibili fossili è sempre più necessario, eppure non pare una priorità.

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca ad assorbirne. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con una serie di effetti a catena. I climatologi ci dicono che oggi la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850, con effetti negativi sul clima, sul livello dei mari, sulla biodiversità, sul ciclo dell’acqua, sulla produzione agricola. Il motivo per cui, negli ultimi due secoli, l’umanità ha prodotto così tanta anidride carbonica, da compromettere gli equilibri naturali, è da ricercarsi nell’utilizzo eccessivo di combustibili fossili, ossia carbone, gas e petrolio. Dunque, se vogliamo salvarci, dobbiamo abbandonare questi materiali e ottenere energia da fonti rinnovabili: sole, vento, corsi d’acqua. Ma, in Italia, le fonti rinnovabili contribuiscono solo al 42,4% dell’energia elettrica prodotta (dato 2025), mentre in Spagna e Germania rappresentano il 60%.

I cambiamenti necessari per staccare la spina dai combustibili fossili vanno sotto il nome di transizione energetica e coinvolgono il modo di costruire, scaldare e refrigerare le nostre case, il modo di produrre, consumare e trasportare l’energia elettrica, il modo di fare agricoltura, il modo di fornire energia ai mezzi di trasporto. Per ognuno di questi aspetti l’Unione europea ha fissato degli obiettivi che gli stati membri debbono raggiungere entro il 2030, chiedendo a ognuno di loro di presentare il proprio piano d’azione. Anche l’Italia ha presentato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), nel quale specifica che, per il solo periodo 2024-2030, la transizione energetica richiederà investimenti complessivi per 824 miliardi di euro. Il Piano non precisa chi dovrà sostenere la spesa, ma certamente anche lo Stato dovrà fare la propria parte per importi ben superiori ai 20 miliardi di euro stanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Decisamente è arrivato il tempo di ridefinire le nostre priorità. ◆

Fonti

  • – Ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica
  • – European House Ambrosetti, «Lo stato della transizione energetica in Italia», 2025

Invece di armarci, potremmo:
accogliere degnamente i migranti

L’Italia è un Paese vecchio. Anche per questo l’immigrazione è indispensabile.

Ogni anno, nel mondo, decine di milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case per fuggire da guerre, fame, povertà, disastri naturali, repressione politica. Molti migranti bussano anche alle nostre porte, ma noi cerchiamo di tenerli fuori. Anche a costo di farli morire in mare.

Nel 2025 è stata accertata la morte di 1.324 persone nel Mediterraneo centrale e di 2.200 su tutte le rotte mediterranee.

La cosa assurda è che noi rifiutiamo gli immigrati, ma ne abbiamo bisogno. Le statistiche confermano che l’Italia sta invecchiando: un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, l’8% addirittura più di 80. Una popolazione di vecchi è destinata al declino; avremmo tutto l’interesse ad aprire le porte ai giovani stranieri e a investire su di loro per farne dei cittadini che si prendano cura della nostra collettività. Come del resto già fanno coloro che ormai hanno messo radici «casa nostra» (che oramai è anche «casa loro»).

I migranti contribuiscono in maniera significativa alla nostra economia. Nel 2023 hanno prodotto 177 miliardi di euro (pari al 9% del Pil), pagato tasse per 13 miliardi, e versato contributi pensionistici per 25 miliardi. Molti anziani devono ringraziare gli immigrati se riscuotono una pensione, perché i pagamenti sono effettuati con la liquidità messa a disposizione da chi lavora.

Al dicembre 2025 si contavano 142mila immigrati nelle strutture predisposte dal governo per i richiedenti asilo. Strutture che, per ammissione generale, assomigliano più a centri di detenzione che di accoglienza. Il centro di Gjader, in Albania, ne è una triste conferma.

Il Governo non fornisce numeri sui costi sostenuti nel 2025 a favore dei richiedenti asilo, ma verosimilmente la cifra si aggira su 2-3 miliardi di euro, meno di un decimo di quanto abbiamo speso in armamenti. Se destinassimo parte delle spese militari all’accoglienza, potremmo dare ospitalità a un numero ben più ampio di richiedenti asilo, ma soprattutto di qualità più decorosa. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
potenziare la cooperazione

Nel 2015 l’Onu ha stabilito una serie di obiettivi di sviluppo da raggiungere entro il 2030. La scadenza è vicina, la meta ancora lontana.

Se lasciamo l’Italia e allarghiamo lo sguardo al mondo, scopriamo problematiche ben più gravi di quelle esistenti nel nostro Paese.

Nel 2015 tutti gli Stati si misero d’accordo per porre fine a una serie di vergogne che affliggono il mondo. Problematiche come la fame, la penuria di acqua pulita e di servizi igienici, la mancanza di corrente elettrica, le migrazioni forzate dovute ai disastri naturali. Il programma, la cosiddetta «Agenda 30», prevedeva interventi in 17 ambiti, che vennero battezzati «obiettivi per lo sviluppo sostenibile», da raggiungere entro il 2030. Ma, a pochi anni dal traguardo, molte problematiche rimangono ancora da risolvere, mentre alcune si sono addirittura aggravate.

Attualmente 750 milioni di persone soffrono la fame. Oltre 2 miliardi di individui hanno problemi di approvvigionamento idrico e mancano di servizi igienici. Più di 1 miliardo non dispone di corrente elettrica. Intanto, cresce il numero di chi è costretto ad abbandonare le proprie case per allagamenti, carestie o siccità dovuti al peggioramento della crisi climatica.

Le necessità finanziarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 sono nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro: cifre impossibili per i paesi più poveri, che per giunta soffrono anche le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Da soli non ce la faranno mai ad affrontare le spese necessarie per garantire ai propri cittadini livelli adeguati di sanità, istruzione, alloggio, sicurezza di vita. Anche perché sono nella morsa di debiti pesantissimi verso l’estero.

L’unica soluzione è che intervengano i Paesi ricchi, tanto più che la loro fortuna è stata costruita sullo sfruttamento di quelli poveri. Posizione condivisa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, già nel 1970, aveva indicato lo 0,70% del reddito nazionale come quota da destinare alla solidarietà internazionale. Una percentuale che, applicata all’Italia, corrisponde a 14 miliardi di euro, ma il nostro Paese si ferma a 6 miliardi, appena lo 0,29% del nostro reddito nazionale. Con un’inclinazione a ridurre, non solo per il riaffiorare degli spiriti nazionalistici, ma anche per il restringersi delle disponibilità economiche dovuto all’aumento delle spese militari. ◆

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Don Lorenzo Milani

Invece di armarci, potremmo:
investire nella difesa nonviolenta

Sull’esempio di Ghandi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani.

Difendersi è una necessità, ma è pericoloso affidarsi alla via armata perché espone a conseguenze molto gravi sia in tempo di guerra che di pace. In caso di guerra, per i morti provocati dalle bombe, i veleni sprigionati dai siti chimici danneggiati, i materiali radioattivi emessi da certi ordigni, la distruzione di case, ospedali, strade, fabbriche che creano il caos sociale ed economico. In tempo di pace, per l’inquinamento connesso alla produzione di armi, le risorse sottratte alla soluzione dei problemi sociali e sanitari, il mancato stimolo a compiere scelte politiche ed economiche che favoriscono la pace. E tutto questo senza certezza di difesa, perché nei conflitti armati non vince chi ha ragione, ma il più forte. A rigor di logica, chi decide di basare la propria difesa sulla forza delle armi può avere successo solo se punta a essere il primo al mondo per dotazione armata. Ma sapendo che ciò porterebbe al collasso economico e sociale, nessun Paese di piccola e media taglia si avvia per questa strada, finendo per mettersi nella posizione assurda di chi impoverisce il comparto sociale per alimentare un sistema militare inefficace.

L’unico modo per uscire da questa situazione senza senso è decidere di basare la difesa su una forza diversa da quella armata: la forza della verità. Una potenza che si basa su popoli così convinti dei propri valori che di fronte all’aggressore mettono in atto la non collaborazione come hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani (nella foto). L’alternativa, insomma, è la difesa popolare nonviolenta basata sulla constatazione che nessun invasore può sopravvivere di fronte a un popolo che non è disposto a collaborare. Ossia che non obbedisce agli ordini dell’esercito occupante, che non paga i tributi imposti, che diserta tutte le attività utili al dominio dell’invasore. Molti pensano che si tratti di pura teoria, ma oltre all’esperienza indiana, ci sono altri casi di successo di resistenza nonviolenta perfino nei confronti dei nazisti.

La difesa nonviolenta può funzionare, ma ha bisogno di cittadini motivati e addestrati alle tecniche della non collaborazione. Un risultato che si può ottenere investendo di più nella formazione ai valori costituzionali e istituendo un Servizio nazionale di difesa popolare non violenta funzionante con la partecipazione obbligatoria di tutti i cittadini, sia uomini che donne. Qualche mese della propria vita utilizzato per apprendere le tecniche di disobbedienza civile e rendere gratuitamente un servizio sociale e ambientale alla collettività.

Un passo in questa direzione è rappresentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per la «difesa civile non armata e non violenta», lanciata dalla Campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

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Invece di armarci, potremmo:
istituire un corpo civile di pace

Fare azioni d’interposizione nei conflitti è possibile. Gli esempi dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e della Comunità di Sant’Egidio.

I conflitti non sono mai fulmini a ciel sereno. Hanno sempre dietro di sé risentimenti provocati da abusi, accordi non rispettati, diritti violati. Spesso è il loro accumulo a provocare ritorsioni, vendette e contro vendette. La guerra fra Israele e Palestinesi ha alle spalle una storia di questo tipo: dal 1967 a oggi sono una trentina le risoluzioni Onu violate da Israele. Se Israele avesse avuto attorno a sé Paesi amici che l’avessero indotta a interrompere gli abusi, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 probabilmente non sarebbe mai avvenuto.

L’articolo 11 della nostra Costituzione rileva la necessità dell’azione internazionale per garantire la pace. Due iniziative che potrebbero essere assunte in questa direzione sono la creazione per via legislativa dei Corpi d’interposizione nonviolenta (anche detti «Corpi civili di pace») e l’istituzione del ministero della Riconciliazione.

I Corpi d’interposizione nonviolenta dovrebbero essere corpi governativi non armati con il compito d’intervenire in zone di conflitto come forze d’interposizione disarmata al fine di proteggere la popolazione, dissuadere le parti belligeranti dall’uso delle armi (usando come deterrente la propria presenza), prospettare alle parti soluzioni di pace.

Una simile attività è svolta in alcune aree del mondo dall’Associazione Papa Giovanni XXIII tramite l’«Operazione Colomba», a dimostrazione che si può fare.

Il ministero della Riconciliazione dovrebbe avere il compito di mantenere l’attenzione sulle zone più calde del mondo per valutare gli abusi commessi. Quindi, esercitare tutta la pressione diplomatica possibile per farli cessare. Parimenti dovrebbe avviare ogni iniziativa di mediazione per fare parlare le parti in conflitto. Solo attraverso il dialogo si può giungere a soluzioni condivise per vie pacifiche.

Fino ad oggi, in Italia, il compito di mediazione è stato svolto principalmente da organizzazioni della società civile come la Comunità di Sant’Egidio. Ma si tratta di azioni tampone. L’attività di mediazione deve essere svolta in maniera continuativa, avendo a disposizione tutte le risorse che servono. Per questo deve essere assunta dai governi che – però – devono dare prova di neutralità sganciandosi da qualsiasi tipo di alleanza militare.

Anche i Corpi civili di pace sono previsti dalla proposta di legge di iniziativa popolare lanciata nel marzo 2026 dalla campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

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Invece di armarci, potremmo:
rafforzare le nazioni unite

Nata nel 1945, oggi l’Onu versa in una crisi grave e pericolosa.

Convinti che le guerre vadano evitate, nel 1945 venne istituita l’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come luogo d’incontro di tutte le nazioni per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, definire regole universali a tutela dei diritti umani, politici e sociali, discutere e risolvere i problemi che affliggono l’umanità da un punto di vista sanitario, ambientale e sociale.

Non a caso all’interno delle Nazioni Unite sono nate agenzie come l’Unicef a protezione dell’infanzia, la Fao per la promozione della produzione agricola, l’Oms a difesa della salute, l’Oil (Ilo)a tutela del lavoro, l’Unep a protezione dell’ambiente.

Grazie all’Onu, è stato possibile promuovere il processo di decolonizzazione, portare all’ordine del giorno il tema della miseria, far maturare l’idea dello «sviluppo umano», far crescere la cultura dell’eguaglianza di genere e della tutela ambientale, disinnescare alcuni conflitti.

Oggi ci sono governi che vogliono indebolire, o addirittura distruggere, il sistema delle Nazioni Unite. In particolare, gli Stati Uniti che – sotto Trump – hanno deciso di abbandonare alcune agenzie internazionali, di ridurre i finanziamenti a loro favore, di lanciare organismi alternativi, diretti da loro stessi, per la gestione di situazioni particolari. Tipico il Board of peace, creato nel gennaio 2026, per amministrare quel che resta di Gaza, secondo logiche affaristiche e neocoloniali.  Oltre al Segretariato generale, il sistema delle Nazioni Unite comprende una quarantina di agenzie specializzate su temi specifici che complessivamente richiedono un fabbisogno finanziario attorno ai 70 miliardi di dollari. Nel 2022 la somma raccolta è stata di 74 miliardi, ma nel 2023 si è fermata a 67 miliardi. Segno di come i governi, che contribuiscono a circa il 70% del fabbisogno finanziario delle Nazioni Unite, stiano riducendo il proprio impegno. Non a caso sta salendo la quota di finanziamento delle realtà private con il rischio che le Nazioni Unite si pieghino al mondo degli affari.

L’Italia si vanta di essere fra i maggiori contributori del sistema delle Nazioni Unite. Nel 2024 il suo contributo complessivo è stato di circa 850 milioni di dollari, per il 13% destinato al Segretariato generale, il 22% a operazioni di mantenimento di pace, il 65% alle agenzie di sviluppo sociale e umanitario. La cifra, però, rappresenta a malapena un quarantesimo della spesa militare. Come Paese che, secondo la Costituzione, «ripudia la guerra» e ha l’obbligo di «favorire le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni», dovremmo invertire le proporzioni. ◆

Fonti

Hanno firmato il dossier:

Francesco Gesualdi. Autore dei testi. È coordinatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», associazione di volontariato che svolge attività di ricerca al servizio dei gruppi militanti, su: rapporti Nord/Sud, processi di impoverimento, squilibri ambientali, modelli economici alternativi. Per MC è responsabile da anni di un’apprezzata rubrica di economia. Sito web: www.cnms.it.

Roberto Benotti. Alias «Robihood», autore delle vignette. Da sempre produce vignette su tutto, dalla politica al sociale, dalla religione al cibo. È appena uscito il suo ultimo libro: «Francesco anima libera» (edizioni inDialogo, Milano). Sito web: www.robertobenotti.it.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.