L’insistenza del seminatore

Voi siete la terra, il Padre è il contadino.
Egli getta i semi in voi perché portiate frutto.
Semina la Parola, sparge me,
finché la fame si arresti
e il vostro deserto muti in giardino.

Il Padre è il contadino, voi i semi, e io in voi.
Egli vi sparpaglia nel mondo perché molti
gustino cibo nuovo che non marcisce.
Lo Spirito è il vento che prende con sé i semi
e li butta dove vuole, in abbondanza.

Non abbiate paura degli uccelli che rubano la mia Parola da voi, che vi strappano dalla terra su cui siete caduti. I semi non sono gettati una volta per sempre. La semina si ripeterà.
E non abbiate timore se non c’è profondità sufficiente per accogliere radici robuste in voi e nella porzione di mondo che vi è stata affidata. L’insistenza del seminatore è più dura delle pietre.

Non scoraggiatevi, poi, se l’affanno dei giorni vi stringe in un intrico di filo spinato, se il mondo soffoca in mezzo a tormenti sanguinosi.
La misura eccedente della semina aprirà la sua strada.

Il contadino sa come preparare un terreno nuovo. E si prende cura della terra che dà il trenta per uno come della terra che dà il cento.

E nella vostra buona terra, e nella terra buona del creato io germoglio e sono nutrimento per la vita che non muore.

In questo ottobre nel quale celebriamo la centesima giornata missionaria mondiale,
ci sentiamo uniti nella missione di rivelare al mondo che tutti siamo Uno in Cristo.
Buona semina da amico
Luca Lorusso

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https://amico.rivistamissioniconsolata.it/



I danni del «fast fashion»

Che la moda veloce e ultra veloce avesse un costo ambientale e sociale nei Paesi di produzione era già noto. Ma ora sta contribuendo a danneggiare anche la solidarietà e il riuso nei Paesi d’arrivo.

I vestiti a basso costo venduti da piattaforme online come Shein e Temu stanno creando grandi difficoltà sia al mercato dei vestiti di seconda mano, sia alla raccolta di indumenti da distribuire a persone in condizioni di disagio. Fra le prime fonti a segnalarlo è stata Wrap – Waste and resources action programme, organizzazione britannica fondata nel 2000 per promuovere l’economia circolare. Già nel 2024, avvertiva@ dell’arrivo di una «tempesta perfetta» che avrebbe visto l’aumento dei capi di abbigliamento sul mercato dell’usato e la presenza crescente di articoli di fast fashion (o moda veloce, vedi box) e di bassa qualità.

Si tratta di prodotti di materiali talmente scadenti che è impossibile riutilizzarli: questo riduce i margini di guadagno per chi ne tenta il recupero e, anzi, spesso genera costi di smaltimento.

Per questo l’esperta del settore tessile di Wrap, Cristina Sabaiduc, intervistata dal The Guardian nell’aprile dello scorso anno@, prevedeva la chiusura dei punti per il conferimento dei tessuti nel Regno Unito e un’interruzione delle attività di raccolta da parte degli enti non profit, non più in grado di immagazzinare quelle quantità di vestiti.

La previsione si è rivelata corretta per il Regno Unito, dove, ad esempio, l’Esercito della salvezza ha dovuto chiudere 27 punti di raccolta nel Devon@, ma anche per altri Paesi.

In Francia, riportava il quotidiano Libération lo scorso giugno, Le Relais, uno dei principali operatori nel settore della raccolta e della cernita dei tessuti, membro del movimento di solidarietà Emmaüs France, ha annunciato di dover ridurre drasticamente le proprie raccolte e sopprimere sessanta posti di lavoro.

Nel comunicato citato da Libération, Le Relais lamentava che l’esplosione del fast fashion aveva portato a un massiccio aumento dei volumi immessi sul mercato, accompagnato da un calo costante della qualità dei tessuti, riducendo così le possibilità di riutilizzo, e facendo lievitare i costi della cernita dei capi.

Inquinamento da vestiti usati e tanto altro a Kibera, Nairobi, Kenya. (© Purity Mwenda, AfMC)

I danni alla filiera

L’equilibrio economico della filiera sembra essere messo in discussione da diversi fenomeni: alla saturazione della raccolta causata dai prodotti di fast fashion, vanno aggiunti la concorrenza delle piattaforme dell’usato e l’aumento del costo del carburante che ha fatto lievitare il costo dei trasporti.

Come spiegava lo scorso giungo il giornalista francese Martial You in una puntata del suo podcast L’éco and you, sull’emittente Rtl, Le Relais è responsabile del 40% del riuso e riciclo di abiti usati in Francia; ma di fronte a magliette di poliestere a 3 euro impossibili da riciclare, e a un giro di raccolta che ha costi maggiori rispetto al materiale recuperato, non vale più la pena continuare l’attività.

Nel 2024, in Francia, prosegue il giornalista, sono stati comprati 3,2 miliardi di capi d’abbigliamento, dalle calze ai vestiti, circa 10 milioni di pezzi al giorno, in larga parte di qualità scadente. Per quelli di buona qualità, che possono essere riutilizzati, le persone interessate si rivolgono sempre più spesso a piattaforme come Vinted, eBay e Leboncoin, dove possono rivenderli. Si potrebbe aggiungere, che molti degli utenti lo fanno per rientrare almeno in parte di quello stesso aumento di costi di carburante e di energia che gravano anche sugli individui e sulle famiglie in Occidente.

«Questa storia di Le Relais», continua You, «rappresenta la fine della globalizzazione felice: i poveri stanno facendo impoverire altri poveri». Ci sono persone che lavorano in condizioni disumane dall’altra parte del pianeta, argomenta You, per vendere abiti in plastica a occidentali con redditi ridotti interessati al prezzo più basso possibile. «Sappiamo già che troveremo questi prodotti su una spiaggia in Africa o in Asia, aggiungendo una catastrofe ambientale al tracollo dal punto di vista umano»@.

Qualche speranza da politica e scienza?

Donna zulu in Sudafrica, sceglie tra vestiti usati al mercato. (© AfMC)

Per tentare di dare una prospettiva meno drammatica alle osservazioni di Martial You, facciamo notare alcune possibili reazioni.

La nuova legislazione europea, entrata in vigore lo scorso luglio, proibisce la distruzione dei capi invenduti, salvo nei casi in cui siano pericolosi, danneggiati, contraffatti, violino i diritti di proprietà intellettuale, o siano rifiutati dagli enti di beneficenza@. Si tratta di una delle prime misure previste dal Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Espr) del 2024. Ha l’obiettivo di evitare la distruzione di una quantità fra le 264mila e 594mila tonnellate di prodotti tessili: è questa, infatti, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, la quantità di capi immessi sul mercato in Europa, ma distrutti prima dell’uso: una quota fra il 4 e il 9% del totale.

La Francia, inoltre, ha introdotto nel 2023 un bonus per le riparazioni, che permette agli utenti di ottenere fino a 25 euro di rimborso per capo riparato e che, allo scorso luglio, risultava aver sostenuto oltre un milione di interventi di riparazione@.

Anche dalla scienza, poi, potrebbero venire importanti contributi: nel 2024, la rivista Nature segnalava uno studio@ su una nuova tecnica capace di utilizzare il calore e un catalizzatore per spezzare le lunghe catene molecolari delle fibre sia naturali che sintetiche in unità chimiche più piccole e facilmente riutilizzabili.

Vestiti scaricati nel deserto di Atacama in Alto Hospicio, Iquique, in Cile. (Photo by MARTIN BERNETTI / AFP)

Lavoratori sfruttati e foreste distrutte

Anche nell’ipotesi di scelte politiche e di nuove scoperte scientifiche in grado di invertire la tendenza negli anni a venire, resta pressante il problema di che cosa succederà nel frattempo. A oggi, sappiamo da reportage di media come France24@ o BBC@che il fast fashion sta generando diseguaglianze e sfruttamento per i lavoratori.

France 24 ha documentato come a Guangzhou (Cina Sud orientale) Shein non gestisca direttamente nessuna delle fabbriche della zona, ma si appoggi, di fatto, su una rete informale di aziende. In queste ultime verificare le reali condizioni dei lavoratori e gli orari di lavoro, è molto complicato. Nel servizio, i reporter riferiscono di aver parlato con persone che lavorano fino a 75 ore a settimana, sette giorni su sette.

Secondo un rapporto della Ong China labour watch, inoltre, questi lavoratori vengono pagati a pezzo, con compensi fra i 7 e i 28 centesimi di dollaro per capo.

Vi sono poi le conseguenze ambientali della produzione di abbigliamento e accessori: un esempio è lo sfruttamento delle foreste del Chaco paraguaiano e la minaccia che rappresenta per i popoli originari che lo abitano. Lo scorso aprile, i due rappresentanti del popolo ayoreo Porai Picanerai e Darajidi Picanerai, accompagnati dalle rappresentanti di Survival Italia, hanno organizzato una protesta a Milano con lo scopo di denunciare la massiccia deforestazione del Chaco per far posto agli allevamenti di bestiame da cui ricavare pelle per i settori dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’automobile.

L’Italia, si legge nella cartella stampa della campagna Sulla pelle degli Ayoreo, è da anni la principale destinazione mondiale per le pelli paraguaiane.

Per questo i rappresentanti ayoreo hanno manifestato il 24 aprile, con Survival Italia, di fronte all’Unione delle concerie italiane (Unic). «Dopo il contatto forzato», denuncia Porai Picanerai, «siamo stati abbandonati dal governo, che ignora i nostri diritti mentre permette alle grandi aziende di distruggere la nostra foresta. I nostri parenti incontattati (cioè: gruppi indigeni che rifiutano il contatto@, ndr) dipendono dalla foresta. Anche noi dipendiamo dalla foresta, che viene distrutta con bulldozer e incendi. Mentre altri traggono profitto, a noi non resta nulla, e i nostri bisogni e diritti sono ignorati».

Chiara Giovetti

Contenitore per la raccolta di vestiti usati in corso Ferrucci angolo via Cialdini a Torino. (© Gigi Anataloni, AfMC)

Definizioni

«Fast fashion» o moda veloce

È un modello di business incentrato sulla rapida progettazione, produzione e promozione di capi di abbigliamento a basso costo che riflettono le ultime tendenze della moda. Il termine è probabilmente stato coniato dal New York Times nel 1989 per descrivere l’obiettivo della catena spagnola Zara di portare i capi dalla fase di progettazione agli scaffali dei negozi in soli 15 giorni.

Altri marchi di fast fashion includono Uniqlo, H&M, Primark, Mango e Asos.

«Ultra fast fashion»: o moda ultraveloce

Le principali aziende, che utilizzano in via esclusiva l’e-commerce, sono Shein (pronuncia: sci-in) e Temu. Attuano un modello di business che, utilizzando le tecnologie digitali, rende ancora più rapida la progettazione, produzione e promozione dei capi.

La produzione per Shein è guidata dalla domanda in tempo reale e da algoritmi predittivi che adeguano di continuo la produzione al comportamento dei consumatori, imponendo così ritmi di lavoro estremamente duri ai lavoratori nelle fabbriche. Le tendenze vengono individuate anche con un monitoraggio costante delle informazioni online (sfilate, contenuti social, ecc.) e la promozione si avvale della collaborazione attiva di diversi influencer.

La Rete di cooperazione per la tutela dei consumatori dell’Ue ha ammonito Shein per una serie di pratiche che violano i diritti dei consumatori europei, come l’utilizzo sul portale di timer di conto alla rovescia, messaggi di scorte in esaurimento e altre pratiche di sollecito insistente, oltre allo sforzo di creare nell’utente il timore di perdersi qualcosa (fear of missing out, Fomo) e alla registrazione forzata sul sito o sull’app.

In termini di produzione, mentre Zara offriva circa 20mila nuovi modelli l’anno (circa 60 al giorno, in media), Shein ne propone circa 4.700 al giorno (secondo alcune fonti, fino a 6.000).

Oujda, Marocco, selezione di vestiti usati per i migranti. (© Alice Torrengo, AfMC)

Economia circolare

Definizione dal sito del Parlamento europeo:

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti per renderli utilizzabili il più a lungo possibile. In questo modo si estende il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti. Una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto vengono reintrodotti, laddove possibile con il riciclo. In questo modo si possono continuamente riutilizzare all’interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore.

I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico lineare, fondato invece sullo schema «estrarre, produrre, utilizzare e gettare».@ 

Fonti: Encyclopedia Britannica, Ocse, The Guardian, Commissione europea, Parlamento europeo, New York Times

I numeri del settore

Principali voci nelle esportazioni di abbigliamento e calzature, in dollari americani:

  • articoli e accessori di abbigliamento a maglia o all’uncinetto: 288 miliardi (Cina: 81 mld; Italia: 12 mld)
  • articoli e accessori di abbigliamento non a maglia o all’uncinetto: 257 miliardi (Cina 64 mld; Italia: 17 mld)
  • pelle per abbigliamento: 7,6 miliardi (Cina: 0,8 mld; Italia: 1,4 mld)
  • calzature: 181 miliardi (Cina: 46 mld; Italia: 14 mld)
  • totale: 734 miliardi, cioè il 2,87% delle esportazioni mondiali di beni, pari a 26mila miliardi
    (fonte: Trade Map@, indicatori selezionati a cura di MC Ets)
  • indumenti smaltiti ogni anno: 120 milioni di tonnellate (circa 200 stadi olimpici), di cui l’80% finisce in un inceneritore o in una discarica
  • valore stimato dei rifiuti tessili: 150 miliardi di dollari
    (fonte: Boston consulting group@)
  • lavoratori nei settori tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria e dei prodotti correlati: 99,5 milioni (2023, Organizzazione internazionale del lavoro@)
Etichette vestiti Decatlon fatti in diversi paesi (© Gigi Anataloni, AfMC)

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Archivio MC

Eva Castelletti, Quanto puzza quel commercio. I rifiuti e un nuovo tipo di colonialismo, MC 07/2026

Aurora Guainazzi, Dodici chili di vestiti. Le pesanti conseguenze del «fast fashion», MC 08/2025

Chiara Giovetti, Nei panni degli altri: la moda insostenibile, MC 03/2022




Agar e Sara, fiducia nella promessa

Iniziamo con questa puntata un percorso di qualche mese alla scoperta di alcuni personaggi della Bibbia. Sono figure «minori», che però offrono grandi stimoli per la nostra vita di fede grazie alla loro interiorità, decisione, fiducia, intelligenza.

Saranno tutte figure femminili, perché, per la cultura in cui è nata la Bibbia, la donna era relegata in posizioni «secondarie». Potrà capitare che partiamo parlando di una figura ma che poi ce ne vengano alla penna due o più, perché strettamente intrecciate. Potrà succedere che nessuna di loro si presenti come personaggio «solo» funzionale alla narrazione. Davanti a Dio, infatti, alcune figure sono preziose per il procedere della narrazione e della storia, ma nessuna è esclusivamente uno strumento.

Il padre dei credenti, il modello di ogni uomo di fede, per ebrei, cristiani e islamici, è Abramo, colui che, in apparenza senza mai tentennare, decide di fidarsi totalmente di Dio in ogni passaggio della sua vita, a partire dalla chiamata a lasciare la casa del padre per andare dove gli indicherà il Signore (Gen 12,1). In realtà Abramo è già partito da Ur dei Caldei per raggiungere la terra di Canaan (11,31), ma a quel tempo era agli ordini del padre. A metà strada, dove si stabiliscono, il padre muore, e Abramo decide di proseguire fidandosi semplicemente della promessa divina.

Non una semplice appendice

Vanno con lui Lot, figlio di suo fratello, che a un certo punto si separerà dalla sua carovana, e Sarài, la moglie. Fin qui, quest’ultima viene trattata come un complemento d’arredo, come peraltro era allora culturalmente scontato. La moglie, infatti, era semplice proprietà dell’uomo, immaginata incapace di autonomia persino nel pensiero e nel giudizio. A lei era affidato un unico incarico importante: partorire figli. Compito che peraltro Sarài non è capace di portare a termine, in quanto sterile (11,30).

Secondo la mentalità del tempo, Sarài può già dirsi fortunata a non essere stata abbandonata da Abramo o rimandata al padre. Potremmo dimenticarcene, ma così non sarà.

Sarài parrebbe una protagonista marginale, e involontaria, anche di due episodi strani in cui Abramo le chiede di fingere di essere sua sorella, per evitare che la sua bellezza lo metta in pericolo davanti agli uomini di Gerar (20,1-14) o con il faraone in Egitto (12,11-20).

È chiaro che il testo biblico, come un film, ci chiede di stare al gioco ed evitare di chiederci come mai potesse suscitare tanti appetiti l’evidentemente straordinaria avvenenza di Sarài, di cui non sappiamo l’età precisa, ma che era in menopausa e moglie di un settantacinquenne.

In questi episodi, Sarài è una pedina, per quanto collaborativa. In altri invece è decisiva.

Ad Abramo, infatti, viene promesso da Dio un figlio, che però non arrivava. Sarài esce dall’ombra e diventa protagonista e serva della vita del marito e della promessa divina. E lo fa escogitando un modo originale per «aiutare» Dio ad adempiere la sua promessa, senza averne nulla in cambio. Decide di offrire al marito la propria schiava egiziana, Agar, perché sia lei a donargli un figlio. Per la cultura dell’epoca, però, il figlio di una schiava è schiavo a sua volta e non può ereditare i beni di Abramo e la benedizione divina. Sarài pensa anche a questo: Agar partorirà sulle sue ginocchia, mettendo in scena un antico rito di adozione grazie alla quale il neonato sarà legalmente figlio di Sarài, e quindi potrà essere un uomo libero ed ereditare dal padre (farà la stessa cosa Rachele con Bila, alla nascita di Dan: Gen 30,3). Così la promessa di Dio potrà compiersi.

Non può non stupirci e lasciarci ammirati la prontezza di spirito e la generosità di una donna che inventa una tale soluzione per venire incontro al desiderio di discendenza del marito, ma soprattutto per garantire a Dio la possibilità di essere di parola.

L’orgoglio di una schiava

Di Agar non conosciamo il passato, solo che è «egizia», ossia appartiene a quel popolo che ha dominato il Vicino Oriente per millenni, sia pure tra alterne vicende. Finire schiava di un uomo nomade, senza discendenza né terra e anziano, può essere una mortificazione più estrema. Chissà se è per questo che Agar si inorgoglisce per la propria gravidanza, al punto che Sarài, sua padrona, chiede ad Abramo il permesso di maltrattarla per rimetterla in riga, poi su farla fuggire (Gen 16,4-6).

Scappare nel deserto del Vicino Oriente significa esporsi a un rischio mortale, tanto più per una donna sola, incinta e senza protezioni. È però nel deserto, accanto a una sorgente (16,7), che Agar incontra un angelo e si sente chiamare da lui per nome e invitata a tornare dalla padrona e a restarle sottomessa. La promessa dell’angelo è che la sua discendenza sarà numerosa, benché marginale, e libera, benché povera e abitante del deserto.

Succede spesso che i racconti biblici ci narrino eventi a cui fatichiamo a credere. Potremmo prenderli come descrizioni letterali di ciò che è accaduto, quasi che parole e gesti dell’angelo siano registrati in un video. In questo caso, il racconto di Agar sarebbe il segno di una grande e personale attenzione da parte di Dio per lei, una schiava e usata per interessi altrui, maltrattata quando alza la testa, insuperbita dalla sua maternità.

Oppure potremmo pensare, da moderni, che il racconto della visione dell’angelo è la modalità che gli antichi utilizzavano per esprimere una voce divina avvertita, più probabilmente, nell’intimo della coscienza. È là che Agar coglie che il frutto del suo grembo, che verrà chiamato Ismaele, non sarà discendenza di altri, ma sua, contro le aspettative della cultura maschilista del tempo. È nella sua coscienza che Agar coglie quanto il percorso più umanizzante per sé è quello di farsi umile, di ritornare mortificata alla tenda dalla quale veniva, di lasciarsi addirittura maltrattare. Non per masochismo o moralismo, ma per il bene del proprio figlio e di entrambe le loro vite, confidando in un futuro migliore.

La stessa fiducia in una promessa divina che Abramo vive conversando con Dio e credendo alle sue promesse, la vive anche Agar, senza quasi farsi notare. E per questa fiducia ritorna da Sarài, le si sottomette, accetta di riprendere a vivere, benché da schiava.

Tutto questo accade non prima di aver dato un nome al pozzo, come faranno dopo di lei Isacco e Giacobbe, quasi a dire che il suo decidere di tornare da Sarài non dipende dalla sua insicurezza, ma invece proprio dall’aver perfettamente intuito la propria chiamata, con umiltà e con decisione.

Due fratellastri

La promessa divina, nel corso della narrazione, si sviluppa, diventa sempre più precisa. Dapprima Abramo e Sarài ottengono da Dio nuovi nomi. Abram, che potrebbe essere interpretato come «padre nobile», diventa Abraham, «padre di una moltitudine». Sarài, possibile forma arcaica per «mia principessa», è resa Sara, semplicemente «principessa». È come se entrambi venissero chiamati a reggere una discendenza infinita, non vincolata a una realtà limitata. In più, è Dio a donare loro il nome, diventano legati a lui in modo più esplicito.

Infine ci interessa notare soprattutto che la promessa fatta ad Abramo, secondo Dio coinvolge, naturalmente, anche Sara.

Lo riscopriremo anche quando lei, contro ogni aspettativa, resta incinta, frutto di dell’accoglienza offerta da Abramo a tre visitatori, che poi sembrano uno solo e che nel corso del racconto man mano si confondono con Dio stesso (Gen 18-19). In questo episodio Abramo offre ospitalità e macella un vitello, ma è Sara a garantire il resto del cibo, preparando focacce da tre sea di farina (un sea è 4-5 kg, sono quindi una dozzina di chili: non sono di sicuro stati avari). Ed entrambi si sentono rivolgere una promessa inattesa: «Tra un anno, quando passerò di qui, tua moglie Sara avrà un figlio».

La promessa di discendenza rivolta ad Abramo, in realtà vede Sara protagonista, perché non sono solo i maschi a essere in relazione con Dio, ma tutti.

Lei, per parte sua, non si limita di certo a fare la «bella statuina», ma agisce con grinta quando è il momento, e reagisce con sarcasmo quando sente annunciarsi la futura gravidanza. Si nasconde, è vero, nega di aver riso, però si mostra autentica, completa, acuta.

Il progetto divino si compie, Sara concepisce e partorisce Isacco e i due figli di Abramo crescono insieme.

Troppo amici, secondo Sara, che si indispettisce del buon rapporto tra di loro e ottiene da Abramo, pur riluttante, di allontanare Agar e Ismaele, per difendere l’eredità unica del proprio figlio (Gen 21,9-10).

A questo punto Agar si trova di nuovo nel deserto, questa volta con un figlio, e stavolta sembra essere stroncata dalla fatica, dalla tristezza, dalla delusione, dalla mancanza di prospettive. È stata mandata via con una pagnotta e un otre d’acqua, nel deserto. Quando l’acqua finisce, si predispone al passo definitivo: posa il bambino sotto un cespuglio, perché almeno non resti sotto il sole, e si allontana di quanto basta per non sentirlo morire, pronta a perire anche lei. E si abbandona al pianto (Gen 21,15-16).

Ma di nuovo Dio interviene: ha udito il pianto del bambino e della madre, e rincuora Agar indicandole un pozzo. Agar può dissetare il bambino, e i due riescono a sopravvivere nel deserto, dove Ismaele diventerà tiratore d’arco, stabilendosi definitivamente lì e sposando una donna egiziana (Gen 21,21).

Un insegnamento per noi?

Il contesto descritto nei capitoli di Genesi riguardanti il ciclo narrativo di Abramo, è quello di un mondo antico, patriarcale, dove le donne contano soltanto per la loro capacità di fare figli. E le schiave neppure per quello, perché i loro figli possono essere utili come schiavi, ma non possono rappresentare il padre, ereditare, assumersi la continuità delle generazioni anche nei legami personali, nei patti, negli accordi con altri gruppi.

Sara e Agar sono due donne «inabili», eppure, mostrano entrambe di entrare in un rapporto vivo, intelligente, personale con Dio e con la propria vita, si mettono in gioco, ognuna con le proprie caratteristiche, le proprie speranze, anche i propri difetti, limiti e peccati.

E Dio le vede, le conosce per nome, non si dimentica di loro. Le due donne, per parte loro, colgono Dio e la sua promessa di vita come qualcosa di indirizzato personalmente a entrambi. In tal modo riescono anche ad accettare di essere, se necessario, umili e sottomesse, ubbidienti e pazienti. Non perché così bisogna fare, non perché quello è il destino delle donne, ma, dato il contesto, in vista di un bene maggiore che è garantito a loro direttamente da Dio, il quale non le abbandona, che ne ascolta il pianto e la paura, e garantisce loro una vita piena.

Due donne che non ascoltano le convenzioni o le leggi, ma si fidano di una promessa divina che si sarebbe potuto pensare non le coinvolgesse, mentre invece le trova vere protagoniste.

Angelo Fracchia
(Donne nell’AT, 1 – continua)




Il giorno del sorpasso

Quest’anno è avvenuto il 30 luglio: i consumi del mondo hanno superato i limiti imposti dalla natura. Cinque mesi «a credito» sono insostenibili. Eppure, «fare pace con il pianeta» sarebbe ancora possibile. Partendo da chi ha le maggiori responsabilità.

Da alcuni decenni, l’organizzazione Global footprint network calcola la quantità di beni e servizi rinnovabili richiesta dall’umanità alla natura e la mette a confronto con la reale capacità riproduttiva del pianeta. Il primo anno esaminato è stato il 1971 che manifestava un sostanziale equilibrio fra le due quantità. Ma, con il passare degli anni, si è andato creando un divario crescente: ciò che chiediamo è sempre più debordante rispetto a ciò che madre natura è capace di fornirci. Per l’anno 2025, ad esempio, la nostra domanda ha superato la capacità di rigenerazione del pianeta del 73%. Un chiaro segnale che un pianeta terra non ci basta più e che già oggi ce ne servirebbe uno e tre quarti.

Per farci capire meglio la gravità della situazione, gli studiosi hanno immaginato di mettere in una clessidra tutto ciò che madre natura è capace di fornirci in un anno e farlo scendere alla velocità dei nostri consumi quotidiani. Quindi, calcolano i giorni necessari a fare passare tutto di sotto e appuntano sul calendario la data corrispondente. Se la data coincide con il 31 dicembre, o addirittura va oltre, non c’è nessun problema, ma se cade prima del 31 dicembre, chiamano quel giorno overshoot day, ossia «giorno del sorpasso», ad indicare che la nostra voracità ha superato la capacità di rigenerazione della terra. Nel 2026 il giorno del sorpasso è arrivato il 30 di luglio costringendo l’umanità a vivere «a credito» della natura per ben cinque mesi. Questo significa intaccare il capitale naturale (acqua, suolo, foreste, biodiversità) a disposizione delle generazioni future. Il punto è che buona parte della natura di cui abbiamo bisogno non ci serve per ottenere cibo, vestiario o legname, ma per sbarazzarci di un rifiuto altamente problematico per l’umanità. Stiamo parlando dell’anidride carbonica, in sigla CO2, che si sprigiona ogni volta che bruciamo legna per scaldarci, benzina per alimentare le nostre auto, gas per produrre energia elettrica.

Il meccanismo principale attraverso il quale la natura ci libera dalla CO2 è la fotosintesi clorofilliana che permette alle piante di assorbire CO2 e trasformarla in proprio nutrimento grazie all’interazione con il sole. Un meccanismo meraviglioso che però non ha capacità illimitate. Complessivamente i sistemi naturali sono in grado di assorbire attorno a 17 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, ma noi ne emettiamo il doppio. Di conseguenza tutti gli anni si accumulano in atmosfera fra i quindici e i venti miliardi di tonnellate di anidride carbonica che producono effetto serra, il fenomeno che sta alla base dei cambiamenti climatici.

Da 280 a 430

Prima della rivoluzione industriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera era di 280 parti per milione. Oggi è di 430 parti per milione, la concentrazione più alta degli ultimi seimila anni, con conseguenze catastrofiche per il clima e non solo. Da quando la neve non copre più le nostre montagne e le piogge hanno smesso di cadere con regolarità, abbiamo imparato che il clima ha effetti stravolgenti anche per risorse che ci sembravano inesauribili. Il riferimento è all’acqua che risponde anch’essa a meccanismi e tempi di rinnovabilità ben precisi. Leggi che se non sono rispettate ci colpiscono con inondazioni e siccità.

In effetti sono proprio loro, i cambiamenti climatici, a ricordarci più di ogni altro aspetto, che l’umanità ha raggiunto un livello di consumi superiore alla capacità di rigenerazione della terra. Precisando, tuttavia, che non tutti gli abitanti del pianeta contribuiscono in uguale misura alla produzione di questo squilibrio. Qualcuno, anzi, non vi contribuisce affatto. È il caso, ad esempio, dei più poveri, persone che non mangiano a sufficienza, non hanno un tetto degno di questo nome, non dispongono di energia elettrica, possono muoversi solo a piedi. Il Global footprint network ha dimostrato in maniera scientifica la loro estraneità al saccheggio del pianeta tramite l’impronta ecologica, quel particolare tipo di calcolo che definisce la quantità di natura necessaria a sostenere i consumi di ognuno di noi.

Come si calcola

L’elemento di riferimento è la terra fertile utile a produrre cibo, far crescere le foreste, allevare il bestiame. Considerato che complessivamente la terra fertile ammonta a 12 miliardi di ettari e che dobbiamo dividerla fra otto miliardi di abitanti, ognuno di noi può utilizzarne solo un ettaro e mezzo. Così in teoria. In realtà, i lussemburghesi hanno livelli di consumo che richiedono la disponibilità di 10,7 ettari a testa, gli statunitensi di 7,6, gli italiani di 4,1 ettari. Per contro in Paesi come Kenya, Laos, Madagascar e molti altri, i consumi sono attestati su livelli che richiedono un solo ettaro di terra o anche meno. Solo due nazioni (Liberia e Filippine), per un totale di appena 120 milioni di abitanti, sono in linea con l’impronta sostenibile di 1,5. Ma poi ce ne sono altre decine con un’impronta inferiore. Schematicamente potremmo dividere l’umanità in tre gruppi: un terzo con un’impronta di molto superiore a quella sostenibile, un terzo di poco superiore, un terzo al di sotto. Il terzo con un’impronta di molto superiore è quella che conserva la responsabilità maggiore dello squilibrio planetario e, quindi, dovrebbe tagliare di più i propri consumi.

I tre pilastri del «Rec»

La strada per ritrovare l’equilibrio con il pianeta si tiene su tre pilastri, riassumibili nella sigla Rec: rinnovamento, efficientamento, contenimento.

Il rinnovamento riguarda in particolar modo il settore energetico. La sfida è il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili ricordandoci che il 60% dell’impronta ecologica, ossia della nostra richiesta di terra fertile, avviene per liberarci dall’anidride carbonica.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Agenzia internazionale dell’energia, l’80% dell’energia primaria utilizzata dall’umanità continua a provenire dai combustibili fossili.

Carbone, petrolio, gas stanno ancora alla base della nostra produzione di energia elettrica, di beni industriali e dei nostri spostamenti in treno, auto, aereo. E le emissioni di anidride carbonica continuano a crescere. Per invertire la rotta due passaggi sono fondamentali.

Il primo: ottenere energia elettrica solo da fonti rinnovabili. Il secondo: sostituire tutti i mezzi di trasporto e di riscaldamento che oggi funzionano bruciando direttamente gas e petrolio con altre apparecchiature, di tipo elettrico, affinché possiamo garantirci gli stessi servizi utilizzando energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili.

L’economia circolare

Il secondo pilastro, quello dell’efficientamento, si pone l’obiettivo di preservare le risorse attraverso il riciclo e altre forme di risparmio.

Un esempio è l’economia circolare che lentamente si sta diffondendo in ambito produttivo. Ma l’efficientamento deve diventare una pratica abituale anche nel settore abitativo e  nell’ambito alimentare. Fra riscaldamento e corrente elettrica, gli edifici contribuiscono a circa il 30% delle emissioni di gas serra. Una quota che potrebbe essere ridotta considerevolmente se adottassimo criteri di costruzione più ecologici. Per questo gli interventi di miglioramento energetico sul patrimonio abitativo rappresentano un asso portante della strategia di riduzione della nostra impronta ecologica.

Le abitudini alimentari

Ugualmente importanti sono i cambiamenti delle nostre abitudini alimentari, ricordandoci che il consumo di carne è altamente dissipativo.

A seconda del tipo di animale, servono da 25 a 7 calorie vegetali per produrre una caloria animale. Per questo la carne va limitata alle necessità di carattere proteico. Tutta quella consumata in eccesso, il nostro organismo la utilizza a fini energetici. E gliene siamo grati. Ma mangiare carne per ricavarne calorie è come bruciare pezzi d’antiquariato per scaldarsi. Per ragioni di efficienza, le calorie vanno ricercate nei prodotti che la terra ci offre direttamente. Non solo cereali, tuberi, frutta secca, ma anche legumi che essendo ricchi in proteine possono sostituire la carne. Con sommo vantaggio per clima e suoli agricoli, considerato che gli allevamenti assorbono il 40% delle terre coltivabili e contribuiscono, da soli, al 14% di tutte le emissioni di gas serra.

Venendo, infine, al terzo pilastro, quello del contenimento, bisogna ammettere che si tratta di un concetto poco di moda nella nostra parte di mondo. Ma sappiamo che è inutile produrre in maniera più efficiente se poi moltiplichiamo i consumi. Se produciamo auto più leggere, ma ne mettiamo di più in circolazione, alla fine la quantità totale di materia utilizzata sarà cresciuta, non diminuita.

La conclusione è che, se vogliamo fare pace con il pianeta, dobbiamo imparare ad adottare pratiche di consumo che, pur non facendoci mancare niente, ci permettono di ridurre il prelievo di risorse e la produzione di rifiuti.

Ad esempio, privilegiando il locale sul globale, l’usato sul nuovo, la condivisione sul possesso individuale. Ma soprattutto imparando a distinguere l’utile dal superfluo.

Il peso del settore militare

La distinzione tra utile e superfluo non vale solo nell’ambito privato. È importante anche in quello collettivo, pubblico. Il primo passo dovrebbe essere quello di eliminare le armi, la peggiore delle spese possibili non solo perché finalizzata alla morte, ma perché gravida di conseguenze negative da tutti i punti di vista: finanziario, sociale, ambientale. Il sistema militare si basa su un uso massiccio di combustibili fossili che lo pongono fra i maggiori produttori di anidride carbonica.

Secondo le organizzazioni Conflict and environment observatory (Ceobs) e Scientists for global responsibility (SgrR), il sistema bellico contribuisce al 5.5% delle emissioni globali, tanto che se fosse una nazione sarebbe al quarto posto della graduatoria mondiale.

Il peso dei mondiali di calcio

Una pausa di riflessione si impone anche rispetto ai grandi eventi sportivi organizzati a livello mondiale.

Il grido di allarme lo lancia il New weather institute secondo il quale la Coppa del mondo di calcio, organizzata tra giugno e luglio, contemporaneamente in Messico, Canada e Stati Uniti, ha comportato un supplemento di anidride carbonica stimata tra i 9 e 15 milioni di tonnellate (più di quanta ne produce in un anno il Lussemburgo) dovuta alla costruzione di nuove strutture, ai viaggi aerei, ai nuovi consumi indotti dalla pubblicità degli sponsor.

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Il peso dei super ricchi

I governi hanno anche il compito di contenere gli eccessi dei super ricchi, quelli con patrimoni superiori al milione di dollari.

Il loro numero ammonta a 556 milioni di individui e, pur rappresentando solo il 10% della popolazione adulta mondiale, sono responsabili del 50% dell’anidride carbonica prodotta ogni anno. Semplicemente perché i loro stili di vita comprendono auto, panfili, continui viaggi in aereo, perfino jet privati.

Quanto è successo a Venezia nel giugno 2025 ne è una dimostrazione. Per tre giorni la città è stata stravolta dalla presenza di Jeff Bezos, patron di Amazon e terzo individuo più ricco del mondo, che aveva invitato oltre duecento magnati per celebrare il suo matrimonio. Molti hanno ritenuto l’evento scandaloso per la montagna di soldi spesi (all’incirca 50 milioni di dollari), ma altri si sono concentrati sul tasso di inquinamento prodotto. Gli invitati più facoltosi hanno usato i propri aerei privati per unirsi ai festeggiamenti. Aerei che, mediamente, producono due tonnellate di anidride carbonica per ogni ora di volo, una quantità che rapportata al basso numero di passeggeri trasportati li rende da cinque a quattordici volte più inquinanti dei normali aerei di linea.

Quest’assurdità va fermata, ma i ricchi adotteranno stili di vita meno inquinanti solo se avranno meno soldi da sperperare. Ossia quando i governi smetteranno di prostrarsi ai loro piedi e li tasseranno come si deve. Non è solo una questione di giustizia climatica, ma anche di giustizia sociale.

Francesco Gesualdi




Fare uomini per fare cristiani

Nell’esortazione apostolica Dilexi te, che papa Leone XIV ha ereditato da papa Francesco, proponendola alla cattolicità con l’aggiunta di alcune riflessioni proprie, il Pontefice ribadisce il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri. Il Papa insiste su questo cammino di santificazione, perché nel «richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi».

Tra questi santi annoveriamo, certamente, san Giuseppe Allamano che indicava nella santità l’aspirazione principale nella vita del missionario: «Nulla è più efficace della carità – scriveva ai suoi missionari -. Nella carità consiste essenzialmente la santità. Amare e farsi santi è la stessa cosa. Non basta che amiamo in un modo qualsiasi, ci vuole un amore superlativo».

Papa Leone parla di tutte le povertà, da quella economica a quella educativa, dai malati ai carcerati, percorrendo tutte le categorie più fragili della società. Leone vuole una Chiesa per i poveri e con i poveri. Per questo critica con forza un sistema economico oppressivo, capace solo di generare disuguaglianze e povertà, ed esorta a riconoscere e distruggere le strutture d’ingiustizia «con la forza del bene, attraverso il cambiamento della mentalità, ma anche con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società».

San Giuseppe Allamano insegnava a raggiungere questo obiettivo innanzitutto con la visita quotidiana alla gente nelle case e nei villaggi; visite che non dovevano «ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri», dove avevano la precedenza i poveri, gli ammalati e i villaggi più bisognosi.

Una delle più belle pagine della storia dell’Istituto dei Missionari della Consolata l’ha scritta la Santa Sede, nel decreto di approvazione, che risale al 28 dicembre 1909: «Caratteristica di queste missioni è che i missionari non si limitano a introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve, ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell’agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali». Allamano commentava: «Il decreto della Santa Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni di Propaganda fide, le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro apostolato: “Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi, per poi poterli fare cristiani”».

Allamano ricordava che Gesù, prima di redimerci, «si era ridotto a piallare assi, alla scuola di Giuseppe, e quando cominciò a predicare il Regno di Dio era un provetto falegname che sapeva usare gli arnesi del mestiere». Per questo il fondatore indirizzò i suoi missionari a uno sviluppo basato su una elaborazione della tecnica di Cristo. I suoi missionari furono, e sono tutt’ora, bravi agricoltori, organizzatori di cooperative, di scuole agricole e tecniche, senza dimenticare di essere dei predicatori e dei battezzatori.

Sergio Frassetto

Torino: città dei santi sociali

Storici e teologi concordano nell’affermare che, proprio mentre si sviluppavano processi di secolarizzazione, massoneria, anticlericalismo e modernizzazione sociale, nella città di Torino fiorì una straordinaria stagione di santità e di iniziative pastorali. Questo fenomeno ha portato molti a parlare di «scuola torinese di carità» o «Torino, città dei santi sociali», un contesto in cui la fede cristiana si tradusse in opere concrete di carità, educazione e promozione umana.

Una Chiesa propositiva, creativa e pastorale

La trasformazione culturale, economica e sociale della città – caratterizzata da una parte dall’industrializzazione e urbanizzazione e dall’altra dalla migrazione dalle campagne – generò nuove forme di povertà e marginalizzazione. Migliaia di giovani arrivavano a Torino in cerca di lavoro, spesso privi di istruzione e di sostegno familiare. La risposta della Chiesa torinese non fu soltanto difensiva nei confronti della modernità, ma propositiva, creativa e pastorale: sacerdoti, religiosi e laici diedero vita a una vasta rete di opere educative, assistenziali e missionarie.

In questo contesto si collocò l’opera di figure straordinarie che contribuirono a delineare un modello di cattolicesimo sociale, capace di coniugare spiritualità, carità e impegno nella trasformazione della società.

Quadro della Consolata nella cappella del battistero del Santuario di Santa Rita a Torino. A destra, sullo sfondo tra altri santi c’è l’Allamano dietro a Don Bosco. A sinistra san Giuseppe Cafasso

I protagonisti

Furono diversi i protagonisti e testimoni della rinascita cattolica torinese ottocentesca. Una delle figure più emblematiche fu Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel 1832 fondò la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta da tutti come «Cottolengo». Quest’opera nacque per accogliere coloro che non trovavano posto negli ospedali pubblici: malati cronici, disabili, poveri e persone abbandonate. Il Cottolengo rappresentò una risposta concreta alla crescente marginalizzazione sociale prodotta dalla modernizzazione urbana.

Accanto a Cottolengo ricordiamo anche due figure laiche di nobili origini, i venerabili Giulia e Tancredi Falletti di Barolo fondatori dell’Opera Pia Barolo e organizzatori di scuole e opere caritative per le donne carcerate.

Tra le figure più influenti emerge Giovanni Bosco, noto come Don Bosco. Nel quartiere torinese di Valdocco ideò l’oratorio come un ambiente educativo che offriva ai ragazzi formazione religiosa, istruzione di base, formazione professionale, accompagnamento umano e spirituale.

Nel 1859 Don Bosco fondò la Società di San Francesco di Sales, più comunemente conosciuta come Salesiani di Don Bosco, destinata a diffondere il suo metodo educativo in Italia e nel mondo.

Un’altra personalità che ebbe un ruolo decisivo nella vita religiosa torinese fu Giuseppe Cafasso, sacerdote e docente presso il Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, istituzione destinata alla formazione dei giovani sacerdoti. La sua azione, specie a favore dei carcerati, contribuì a formare un clero sensibile ai problemi sociali e capace di una pastorale vicina alla gente.

Un’ulteriore figura di rilievo è stata Leonardo Murialdo, sacerdote impegnato nell’educazione dei giovani lavoratori. Egli fondò la Congregazione di San Giuseppe (Giuseppini del Murialdo), dedicata alla formazione professionale e cristiana dei giovani.

Giuseppe Allamano

Accanto alle opere sociali ed educative sviluppate nel contesto urbano, Torino diede origine anche a un importante impulso missionario. Figura centrale in questo ambito fu Giuseppe Allamano, sacerdote torinese e fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata. Il Canonico Allamano fu, per 46 anni, rettore del Santuario della Consolata, uno dei luoghi più significativi della spiritualità torinese. Ispirato da questo centro di spiritualità e di formazione, Allamano maturò il progetto missionario che lo portò alla fondazione, nel 1901, dell’istituto missionario destinato all’evangelizzazione e promozione umana dei popoli. I primi missionari furono inviati in Africa orientale nel 1902, avviando una presenza ecclesiale che univa evangelizzazione, promozione umana ed educazione.

L’opera di Giuseppe Allamano esprime una dimensione nuova della spiritualità torinese: una visione missionaria aperta all’universalità e alla multiculturalità. La sua prospettiva può essere sintetizzata nell’idea di «agire localmente pensando universalmente»: la vita spirituale, la formazione e la carità sviluppate a Torino diventarono la base per una missione che superava i confini nazionali.

Il «Chilometro quadrato» della carità

Tutti questi interpreti della carità cristiana furono testimoni di una fede viva, che trasformava la contemplazione in gesti concreti di compassione e solidarietà per diverse categorie di svantaggiati, fragili ed emarginati, all’interno di un’area di Torino che, proprio per questo, possiamo benissimo denominare il «Chilometro quadrato della carità». In esso, dall’Ottocento a oggi, hanno preso forma opere di bene – congregazioni religiose e apostolato sociale – e hanno visto la luce numerosi carismi. Per queste e altre ragioni storiche e religiose, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo metropolita di Torino e vescovo di Susa, ha lanciato a gennaio 2026 l’idea di una candidatura internazionale per far conoscere al mondo la «città della carità» iscrivendo questo luogo nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Il progetto mira a garantirne riconoscimento, tutela e valorizzazione come spazio di eccezionale valore umano universale.

padre Ashenafi Yonas Abebe, Imc

Fatima: la Via crucis dei pellegrini si è conclusa presso il «Calvario» dove è stata ricordata la vita e l’opera di san Giuaeppe Allamano.

Centenario in Portogallo

Canti, colori e parole di speranza. Con questa atmosfera sono stati accolti i circa 6mila partecipanti al 36° Pellegrinaggio della famiglia missionaria della Consolata a Fatima, sabato 21 febbraio 2026. Le carovane sono arrivate da tutto il Portogallo, Paese in cui i Missionari della Consolata operano dal 1943.

Si tratta di un appuntamento ormai consolidato nel cammino della famiglia Consolata in Portogallo. L’incontro di quest’anno ha assunto un significato particolare, perché vissuto nel contesto del centenario della morte di san Giuseppe Allamano, come occasione di memoria grata, rinnovamento spirituale e rilancio del carisma missionario.

La partecipazione molto numerosa di pellegrini ha reso questo appuntamento particolarmente significativo e incoraggiante. La giornata, scandita dal motto «Allamano, pellegrino di consolazione», è stata vissuta come un tempo intenso di preghiera, condivisione e celebrazione, nel quale si è manifestato ancora una volta l’affetto di tante persone verso la famiglia missionaria della Consolata e il legame vivo con il carisma del fondatore.

L’incontro è stato preceduto da una veglia di preghiera, riflessione e condivisione che si è svolta venerdì sera, 20 febbraio, a cui hanno partecipato circa 200 giovani. La band musicale Discípulos de Fátima, un progetto con l’obiettivo di far conoscere la Parola di Dio attraverso la musica, ha animato la serata.

Via Crucis missionaria

Momento culminante del pellegrinaggio è stato la Via Crucis missionaria realizzata nel «Valinhos de Fátima». Le meditazioni in ogni stazione, oltre a ricordare gli ultimi passi di Cristo, commentati anche dalle parole di san Giuseppe Allamano, hanno fatto riferimento ai più poveri, a coloro che subiscono ingiustizie e anche a chi commette tali atti. Insieme, i pellegrini hanno chiesto a Dio la capacità di alleggerire il peso di coloro che portano la croce della malattia, della solitudine e dell’emarginazione e anche il coraggio di denunciare il male.

Ogni stazione è stata caratterizzata dalla consueta scenografia dei giovani di Ribeirão (Vila Nova de Gaia), che hanno indossato costumi del tempo per rappresentare gli ultimi momenti della vita di Cristo sulla terra. La celebrazione si è conclusa con un momento scenico presso il Calvario ungherese. È stata l’occasione per parlare ai pellegrini di san Giuseppe Allamano mentre erano esposti pannelli e striscioni che ne illustravano il carisma e l’opera sempre attuali.

Eucaristia nella Basilica della Santissima Trinità

L’opera di sant’Allamano è stata evidenziata anche nell’eucaristia celebrata nella basilica della Santissima Trinità, presieduta da padre James Lengarin, superiore generale dei missionari della Consolata. Nell’omelia, ha detto che i «missionari sono attualmente in viaggio attraverso l’Africa, le Americhe, l’Asia e l’Europa, portando consolazione, giustizia, speranza e umanità», ma ha pure sottolineato che non è necessario viaggiare per essere missionari: «La missione si realizza quando si sceglie il bene invece dell’indifferenza. Quando si ascolta invece di giudicare. Quando si costruisce invece di distruggere».

La conclusione del pellegrinaggio è avvenuta presso la Cappellina delle apparizioni con la consacrazione alla Madonna di Fatima e l’invito a essere costruttori di pace, seguendo l’esempio di san Giuseppe Allamano. «La santità di Allamano ci spinge a essere anche noi santi attraverso una vita di preghiera, servizio e dono di sé senza misura e a lavorare per la giustizia e la pace», ha detto padre Lengarin.

a cura di Sergio Frassetto




La cooperazione: tra bancabilità e coerenza

Lo scorso maggio a Roma c’è stata la terza Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo. È stata l’occasione per conoscere i risultati di una revisione fra pari dell’Ocse, e per riflettere su aspetti come la finanza per lo sviluppo e la coerenza delle politiche.

La Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, in breve Coopera, è un evento previsto dalla legge 125/2014. Deve essere organizzata ogni tre anni dal Maeci, il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Lo scopo è «favorire la partecipazione dei cittadini nella definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo»@.

Uno degli eventi di maggior rilievo di questa terza edizione è stato la presentazione della più recente Revisione fra pari (Peer review), condotta dall’Ocse. Uno studio che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conduce ogni 6-7 anni sui risultati raggiunti dai membri del proprio Comitato di assistenza allo sviluppo (Dac, nell’acronimo inglese), di cui anche l’Italia fa parte.

Il presidente del Comitato, Carsten Staur, ha presentato i risultati chiarendo che le revisioni «non sono classifiche, né audit, ma un’occasione per imparare insieme, tra amici».

Con questo spirito, Staur ha citato i punti di forza della cooperazione italiana, ma anche@ alcuni dei suoi limiti (vedi box).

L’Italia, evidenzia la Peer review, ha delle ambizioni dichiarate che riguardano l’aumento del numero di Paesi con cui è prioritario cooperare. Allo stesso tempo, ha la volontà di mettere in piedi programmi di sviluppo complessi che siano il frutto di decisioni politiche ad alto livello, da affiancare agli interventi ideati con i partner di progetto nei Paesi in cui si opera, cioè l’approccio «dal basso» finora prevalente nella cooperazione italiana. Staur ha sintetizzato: occorre assicurarsi che «le risorse siano all’altezza delle ambizioni e le ambizioni siano all’altezza delle risorse». Stefano Gatti, a capo della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Maeci, ha risposto@ a Staur che dal suo punto di vista ciò che conta, prima ancora delle risorse, è che la qualità dei progetti sia all’altezza delle ambizioni.

I buoni progetti, ha argomentato Gatti, attirano più facilmente le risorse ed evitano di sprecarle in interventi inefficaci. Inoltre, solo i risultati di qualità sono una leva efficace, sia per incoraggiare il coinvolgimento del settore privato che per giustificare ulteriori richieste di risorse al Parlamento. «Quello che stiamo facendo oggi – ha aggiunto – è un primo passo per organizzare il sistema della cooperazione italiana come una comunità che sviluppa insieme i progetti», unendo le istituzioni pubbliche, il settore privato e la società civile con la sua lunga esperienza e grande professionalità.

Carsten Staur, Presidente del Comitato di Assistenza allo Sviluppo (DAC) dell’OCSE , interviene a Coopera 2026

Tre dati chiave sulle risorse

Un’altra sessione che ha suscitato interesse è stata quella sulla finanza per lo sviluppo@, anche perché andava al cuore proprio della questione delle risorse. I dati forniti in apertura di sessione dal vicedirettore generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, Carlo Batori, aiutano a farsi un’idea delle dimensioni dell’aiuto allo sviluppo e dei bisogni a cui risponde.

Il primo dato riguarda le risorse che mancano per raggiungere a livello mondiale gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu: un deficit pari a 4mila miliardi di dollari all’anno. L’aiuto pubblico allo sviluppo nel mondo nel 2025 è stato poco più di 170 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta circa il 4% del fabbisogno e che l’anno scorso ha registrato una riduzione di circa il 23%: 50 miliardi in valore assoluto, di cui tre quarti dovuti al calo degli aiuti da parte degli Stati Uniti. C’è poi un «terzo numero che illustra il paradosso della finanza per lo sviluppo», ha detto Batori, e cioè l’aumento della ricchezza globale: secondo il rapporto 2025 del Comitato di esperti indipendenti del G20 sulla disuguaglianza globale, guidato dallo studioso premio Nobel per l’economia 2001, Joseph E. Stiglitz, la ricchezza globale è passata da 200mila miliardi di dollari nel 2000 a 480mila miliardi di dollari nel 2024@. Basterebbe l’1% di questa ricchezza globale, ha detto Batori, per sanare il deficit, ma una serie di ostacoli strutturali impediscono che essa raggiunga proprio i Paesi che hanno bisogno di maggior sostegno per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, cioè quelli in via di sviluppo.

La finanza come spedizione alpinistica

Batori ha, poi, descritto la finanza per lo sviluppo usando una metafora alpinistica: per scalare la montagna del deficit da colmare ci vuole un team composto innanzitutto dai finanziatori della scalata, che devono mettere a disposizione l’attrezzatura adatta: queste sono le sono le istituzioni finanziarie. Ci sono poi le organizzazioni internazionali, che costruiscono il campo base, cioè fissano regole e i processi. Gli alpinisti veri e propri sono elementi del settore privato, cioè gli imprenditori, che devono portare le proprie competenze per rendere possibile l’ascesa, con l’aiuto fondamentale degli sherpa, ovvero le organizzazioni della società civile, che «sanno come evitare le valanghe e i crepacci».

I soccorsi in caso di emergenza sono poi i governi dei Paesi donatori, mentre il capo della spedizione è il governo del Paese partner, le cui richieste, necessità e aspettative sono il punto di partenza della spedizione.

All’introduzione di Batori è seguito un dibattito che ha coinvolto rappresentati del ministero delle Finanze, di Cassa depositi e prestiti, della Banca mondiale e del programma Onu per lo sviluppo (Undp). Una delle espressioni più ricorrenti è stata «bancabilità», cioè la capacità di un’iniziativa di sviluppo di risultare abbastanza solida e sicura da attirare gli investitori privati e le banche.

Questo ruolo del settore privato e il peso delle valutazioni di tipo finanziario, si è fatto negli anni via via più evidente nella cooperazione e, di conseguenza, negli eventi che la trattano: se ne era già parlato nel Forum sulla cooperazione internazionale del 2012, precursore delle conferenze Coopera@, e ha acquistato uno spazio che, da una Coopera all’altra, continua a consolidarsi.

A voler rintracciare un momento ufficiale di svolta nella visione del rapporto fra sviluppo e settore privato, si può riprendere la comunicazione della Commissione europea dal titolo A stronger role of the private sector in achieving inclusive and sustainable growth in developing countries@. Nel documento del 2014 in cui la Commissione chiariva che il «settore privato fornisce circa il 90% dei posti di lavoro nei Paesi in via di sviluppo ed è quindi un partner essenziale nella lotta contro la povertà. È anche indispensabile come investitore nella produzione agricola sostenibile se il mondo vuole affrontare la sfida di sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050». Riconosceva, inoltre, al settore privato importanza nella transizione «verso un’economia verde inclusiva» e il suo ruolo sempre più attivo sia come fonte di finanziamento sia come partner di governi, organizzazioni non governative e donatori.

Non dimenticare

Ivana Borsotto, presidente della Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv) e portavoce della Campagna 070@, non smentisce la sua propensione a cercare innanzitutto gli elementi costruttivi in ogni discussione sulla cooperazione: «La conferenza Coopera 2026», scrive in risposta a una nostra richiesta di commento, «non si è limitata a essere una passerella di visibilità: ha confermato l’impegno del governo italiano a rafforzare la cooperazione allo sviluppo, soprattutto con i Paesi africani, attraverso il Piano Mattei, considerato uno strumento strategico per promuovere partenariati paritari, sviluppo sostenibile e collaborazione multilaterale».

È emerso con forza, scrive la presidente Focsiv, il tema dell’impatto reale della cooperazione: occorre verificare chi beneficia degli interventi e quanto contribuiscono alla riduzione della povertà e delle disuguaglianze e alla resilienza climatica.

Tuttavia, continua Borsotto, «non possiamo non rilevare una mancanza nel dibattito della Conferenza: si è parlato poco delle grandi questioni politiche globali. In un contesto segnato da guerre, crisi climatiche, disuguaglianze e aumento delle spese militari, la cooperazione rischia di restare marginale rispetto ad altre politiche che influenzano maggiormente gli equilibri internazionali».

Serve una «maggiore coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile: la cooperazione può produrre risultati importanti in settori come istruzione, salute e aiuti umanitari, ma senza cambiamenti profondi nelle politiche economiche, climatiche e di sicurezza non sarà possibile affrontare le cause profonde delle disuguaglianze e delle crisi globali. Per questo riteniamo urgente l’attuazione del Piano nazionale per la coerenza delle politiche»@.

Chiara Giovetti

L’atrio dell’Auditorium Conciliazione durante Coopera 2026

La peer review Ocse in sintesi

Punti di forza

  • Il Piano Mattei mette la cooperazione al centro della politica estera. L’attenzione per l’Africa, che riceve due terzi degli aiuti bilaterali, è evidente;
  • c’è uno sforzo di far lavorare insieme le varie parti coinvolte. Lo si vede ad esempio nelle cosiddette missioni di sistema, viaggi in cui 50-60 persone fra rappresentanti dell’Agenzia, dei ministeri, di Cassa depositi e prestiti, delle imprese e delle organizzazioni della società civile, visitano i Paesi partner per raccogliere informazioni e creare contatti da usare in fase di programmazione delle iniziative di cooperazione;
  • ci sono strumenti finanziari innovativi, come il Fondo per il clima, e la Cassa depositi e prestiti, una delle più importanti e solide istituzioni finanziarie del Paese che, nel finanziare lo sviluppo, rendono l’Italia più credibile.

Cose da migliorare

  • La scelta di aumentare i Paesi di intervento ritenuti prioritari dovrebbe accompagnarsi a un aumento delle risorse e a un percorso chiaro per raggiungere lo 0,7% di Pil da destinare all’aiuto allo sviluppo;
  • è necessario aumentare l’efficienza del sistema migliorando il coordinamento fra gli organismi coinvolti, chiarendo i ruoli e semplificando le procedure;
  • l’Italia è stata il primo Paese del comitato Ocse-Dac a darsi linee guida sul rapporto fra migrazione e cooperazione, ma per ora gli interventi che riguardano la migrazione sono frammentati e non abbastanza mirati a rimuovere le cause profonde delle migrazioni forzate.

Il documento completo è disponibile online@

Momento della Conferenza Coopera 2026

Il festival dello sviluppo sostenibile Asvis

L’Italia non realizzerà gran parte degli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. La strategia nazionale italiana di sviluppo sostenibile derivata dall’Agenda 2030 dell’Onu prevede 38 obiettivi quantitativi da raggiungere. Oggi ne risultano ancora raggiungibili soltanto 11, mentre 22 sono ormai fuori portata e 5 mostrano progressi dall’andamento troppo fluttuante per permettere una previsione.
Lo ha detto lo scorso 22 maggio Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, Asvis, durante l’evento conclusivo del decimo Festival dello sviluppo sostenibile tenutosi nella Sala della Regina della Camera dei deputati@.

Utilizzando dati messi a disposizione da fonti ufficiali fra cui Eurostat, Istat, Banca d’Italia e Ispra, l’Asvis monitora i progressi dell’Italia in quattro dimensioni, «misurandoli» appunto attraverso questi 38 obiettivi. Essi includono l’aumento dei posti negli asili nido, la riduzione delle diseguaglianze di reddito, l’aumento del tasso di occupazione, la diminuzione della dispersione idrica e delle polveri sottili, l’azzeramento del sovraffollamento nelle carceri e il raggiungimento dello 0,7% del Pil destinato alla cooperazione.

Il rapporto più recente, quello della primavera 2026, mostra peggioramenti sugli obiettivi che riguardano, fra gli altri, la povertà, la condizione dei sistemi idrici e sociosanitari, le disuguaglianze e la condizione degli ecosistemi terrestri. Il biennio 2026 – 2027, ha ricordato Giovannini, rappresenta comunque un’occasione unica per migliorare la situazione, a patto di non mancare alcuni appuntamenti: entro la seconda metà di quest’anno, ad esempio, è prevista la revisione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, mentre nella prima parte del 2027, l’Italia dovrebbe definire il Piano di accelerazione trasformativa per recuperare i ritardi nell’avanzamento verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, onorando così l’impegno che i capi di Stato e di Governo hanno preso al summit Onu del 2023@.

L’evento Asvis ha visto anche una conversazione fra la biologa e divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti e lo studioso premio Nobel per la fisica 2021, Giorgio Parisi. Rispondendo a una domanda di Gallavotti sui due passaggi chiave – transizione energetica e transizione ecologica – necessari a garantire all’umanità la vita su un pianeta che possa ancora sostenerla, Parisi ha precisato: «Direi che i passaggi chiave sono quattro, intrecciati fra di loro: a energia ed ecologia bisogna aggiungere giustizia sociale e pace». Se non si va in queste quattro direzioni contemporaneamente, ha concluso Parisi, non sarà possibile andare nemmeno nelle prime due.

Chi.Gio.

Evento di chiusura del Festival dello sviluppo sostenibile 2026. Da sinistra. Il direttore dell’Ansa Luigi Contu, la presidente ASviS Marcella Mallen, il direttore scientifico ASviS Enrico Giovannini, il Presidente ASviS, Pierluigi Stefanini



La strada delle sanzioni

Blocco, embargo, sanzioni: la terminologia è varia, ma lo strumento è – più o meno – lo stesso. Viene utilizzato al posto di un attacco armato per fare pressione su un Paese. Cosa comporta? È utile?

Usare il commercio come «arma di ricatto» non è una novità dei tempi moderni. Fin dall’antichità le strategie d’assedio contemplavano il blocco dei rifornimenti per ottenere la resa degli assediati sulla spinta della fame e della sete.

La prima documentazione scritta di questo tipo di assedio risale al 1478 a.C. allorché il faraone egizio Thutmose III conquistò Megiddo, una cittadina cananea localizzata sul monte citato nell’Apocalisse (Ap 16,16) come Armaghedòn, il luogo in cui – secondo il libro sacro – avverrà l’ultima battaglia tra Cristo e le forze del male.

Venendo ai nostri giorni, il caso più recente di blocco dei rifornimenti a supporto di operazioni militari, è stato quello attuato da Israele nei confronti di Gaza, provocando lo sdegno del mondo intero. Nell’ultimo secolo, il blocco commerciale ha subìto una sorta di riabilitazione perché si è capito che può essere utilizzato come via alternativa a quella armata, specie se assunta in forma collegiale da parte della comunità internazionale. Lo scopo è di indurre i governi con comportamenti illegittimi a uniformarsi al diritto internazionale.

I blocchi commerciali assunti come via di pressione alternativa a quella armata sono definiti «embarghi». Quando includono anche misure di carattere finanziario, tali provvedimenti sono genericamente indicati con il termine di «sanzioni economiche».

Contro l’Italia

La prima nazione a subire un embargo decretato dalla comunità internazionale fu, nel 1935, l’Italia, colpevole di avere aggredito l’Etiopia.
La decisione venne assunta all’interno della «Società delle nazioni», il progenitore delle attuali Nazioni Unite.

Benché il provvedimento comprendesse sanzioni sia di carattere commerciale che finanziario, l’effetto fu blando perché erano stati esclusi dal blocco beni strategici come petrolio, acciaio, carbone.

In realtà, l’effetto finale fu addirittura positivo per l’Italia perché permise a Mussolini di rafforzare nel Paese l’orgoglio nazionalista facendo passare Roma come vittima dell’odio straniero. Fatto sta che, di lì a poco, le sanzioni contro l’Italia vennero tolte, convincendo Germania e Giappone che avrebbero potuto procedere impuniti nei loro propositi imperialistici.

Constatata la sua inefficacia, dopo la Seconda guerra mondiale la Società delle nazioni venne sciolta e sostituita con un organismo dai fondamenti più solidi.

Nascita delle Nazioni Unite

Il 26 giugno 1945 i rappresentanti di 51 nazioni si riunirono a San Francisco e firmarono la carta istitutiva delle Nazioni Unite. Tra i suoi organismi esse comprendono il Consiglio di sicurezza che, in teoria, ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Secondo quanto disposto dall’articolo 41, fra i poteri del Consiglio di sicurezza c’è anche quello decretare misure non armate che «possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio e altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche».

Il primo embargo di un certo peso decretato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu risale al 1966 contro la Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Il provvedimento era stato richiesto dalla Gran Bretagna per indurre Ian Smith, un bianco segregazionista, a lasciare il potere che aveva preso con la forza. A quel tempo il Paese era ancora una colonia britannica, ma, in vista della sua indipendenza, la minoranza bianca aveva deciso di fare un colpo di Stato per impedire alla maggioranza nera di assumerne la guida nel momento della liberazione.

Per la verità, già qualche anno prima, il Consiglio di sicurezza aveva acceso i riflettori su un altro Paese segregazionista. Era il Sudafrica contro il quale nel 1963 aveva deliberato il blocco del commercio di armi, ma su base volontaria.

Nel 1977, tuttavia, la misura divenne vincolante. Così, sommata alle proteste internazionali, all’opposizione interna al Paese e ad altre forme di embargo decretate dall’assemblea delle Nazioni Unite, nel 1994 essa riuscì a fare capitolare il regime dell’apartheid.

L’embargo all’Iraq

Nel corso della sua esistenza il Consiglio di sicurezza ha emesso provvedimenti di embargo contro numerosi Paesi per periodi più o meno lunghi e per i motivi più vari, spesso per fermare governi oppressivi o responsabili di aggressioni verso altri Paesi. Non a caso la maggior parte degli embarghi sono stati circoscritti al commercio di armi, anche se non sono mancati embarghi totali, o comunque molto estesi.

Ricordiamo l’embargo verso la Rhodesia Meridionale fra il 1966 e il 1979, contro la Yugoslavia fra il 1991 e il 1996, contro l’Iraq fra il 1990 e il 2003, contro la Libia fra 1992 e il 2003.

Il più duro di tutti fu quello contro l’Iraq che si attirò molte critiche per i danni inflitti alla popolazione. Benché fossero esonerati i beni di prima necessità, di fatto valevano clausole così restrittive che nessun tipo di merce, o quasi, poteva sbarcare nel Paese.

Sostenendo che diversi articoli di importanza vitale sarebbero potuti essere utilizzati dall’Iraq anche per scopi militari, gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano posto il veto sull’invio di prodotti come depuratori d’acqua, materiali edili, derrate alimentari, farmaci salva vita.

Perfino le spedizioni dei vaccini erano state bloccate, sostenendo che avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi biologiche. Si stima che centinaia di migliaia di persone morirono in Iraq per la scarsità di cibo, acqua, farmaci. Fra loro molti bambini.

Il problema era così grave che lo stesso Boutros Boutros-Ghali, segretario delle Nazioni Unite dal 1992 al 1996, definì le sanzioni «uno strumento rozzo che pone una questione etica, ossia se la sofferenza inflitta alla popolazione più vulnerabile sia un mezzo legittimo per esercitare pressione sui leader politici».

Israele intoccabile

Nel 2025 una ventina di Paesi risultavano a vario titolo oggetto di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite. Fra essi Afghanistan, Sudan, Libia, Iran, Siria, Iraq, Repubblica democratica del Congo, Corea del Nord. Tutti con l’accusa di essere regimi oppressivi, stati terroristici, o parti belligeranti di conflitti in corso.

Stranamente, nella lista non compare Israele, autore di numerosi soprusi nei confronti del popolo palestinese e – addirittura – accusata di genocidio da parte di vari Governi e altre entità internazionali, tra cui la stessa Onu.

Il fatto è che le sanzioni devono avere l’approvazione del Consiglio di sicurezza al cui interno siedono in maniera permanente cinque stati (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, vincitori della Seconda guerra mondiale) che hanno diritto di veto.

Purtroppo, gli Stati Uniti pongono sempre il veto su qualsiasi risoluzione tesa a condannare e sanzionare Israele che, di conseguenza, continua a spadroneggiare impunita. Come del resto rimangono impuniti tutti gli atti di aggressione di Russia e Usa, che sono tanti.

L’anomalia del diritto di veto getta molte ombre sull’oggettività delle sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, lasciando intendere che, a essere colpiti, sono solo i Paesi senza protettori dentro il Consiglio di sicurezza.

A rendere lo strumento ancora più discutibile, c’è il fatto che, oltre a quelle decretate dalle Nazioni Unite, ci sono anche le sanzioni decise autonomamente da singoli Paesi che usano criteri di applicazione tutti propri.

Valgano come esempio gli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, entrambi con legislazioni interne che ammettono l’uso delle sanzioni contro Stati che, a loro avviso, non si comportano bene o che rappresentano una minaccia per la propria sicurezza.

È questa mescolanza fra interventi punitivi contro chi viola il diritto internazionale e interventi che mirano a colpire politiche ritenute contrarie agli interessi di singoli Stati o gruppi di Paesi, che fanno perdere credibilità alle sanzioni. Rimane, infatti, sempre il dubbio se esse siano usate come strumento di ripristino della legalità o come strumento per punire i Paesi ritenuti nemici.

Una delle tante vecchie auto americane in uso a Cuba; dopo un embargo (el bloqueo) di 64 anni, oggi l’isola è allo stremo. Foto Willipixel – Pixabay.

Cuba, 64 anni di embargo

Gli Stati Uniti, ad esempio, dal 1962 hanno imposto un blocco commerciale e finanziario nei confronti di Cuba, prima accusandola di essere nemica della libertà, poi di sponsorizzare (addirittura) il terrorismo. Quando la semplice verità è che gli Stati Uniti non hanno mai tollerato che, nel proprio «cortile di casa», ossia in America Latina, ci fossero Stati a orientamento socialista.

Dopo sessantaquattro anni di strangolamento economico, mitigato a fasi alterne dal sostegno di Paesi come la Russia o il Venezuela, oggi l’isola è arrivata al capolinea, a corto com’è di ogni bene di prima necessità. In particolare, di materiale sanitario e carburante che, oltre a paralizzare i trasporti, compromette qualsiasi tipo di produzione e di servizio per le continue interruzioni di corrente.

Venezuela e Iran

Una persona con la bandiera del Venezuela sulle spalle; il Paese latinoamericano prima ha subito pesanti sanzioni, poi è stato «preso» dagli Usa. Foto Andres Silva – Unsplash.

Nella stessa ottica vanno lette le sanzioni decretate da Trump nel gennaio 2025 contro le esportazioni di greggio da parte del governo venezuelano.

Che queste avessero come unico scopo quello di spodestare il presidente Nicolas Maduro per riportare il petrolio venezuelano sotto controllo delle compagnie statunitensi, lo hanno dimostrato gli eventi successivi. Infatti, il 2 gennaio 2026, un commando di soldati Usa si è para-

cadutato su Caracas per catturare il presidente venezuelano e trasferirlo in una prigione statunitense.

Alla luce dell’aggressione armata contro l’Iran, iniziata nel marzo 2026, anche le sanzioni decretate a più riprese nei confronti del Paese del Medio Oriente, si possono leggere come una strategia che ha un unico obiettivo: far cadere un governo ritenuto nemico degli Stati Uniti fin dalla cacciata dello Shah, avvenuta nel 1979.

La politica dell’Unione europea non sembra altrettanto cinica, quantunque generi dubbi la scelta di andare allo scontro aperto con la Russia, sia sul piano militare che economico.

I numerosi pacchetti di sanzioni commerciali e finanziarie decretati contro personalità ed entità del governo russo, a seguito dell’aggressione all’Ucraina, non sono sembrate nient’altro che strategie di supporto alla scelta armata da subito sposata e sostenuta dall’Unione europea.

Odiose o lodevoli

Per concludere, potremmo dire che le sanzioni sono sempre lodevoli quando colpiscono il commercio di armi. Al contrario, sono sempre odiose quando mettono a repentaglio la vita delle popolazioni.

In tutti gli altri casi sono ora odiose, ora lodevoli, a seconda delle motivazioni. Sono lodevoli quando dimostrano di perseguire genuinamente la difesa dei diritti umani previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Sono odiose quando sono forme mascherate di aggressione per imporre la propria volontà ad altri Stati.

Francesco Gesualdi




L’ardente aspettativa della creazione

«Quando andremo in paradiso, troveremo anche il mio cagnolino e il mio gattino?». Come spesso accade, le domande dei bambini, in apparenza ingenue, sanno andare al cuore della questione, con quella schiettezza e precisione che da adulti spesso perdiamo.

La fine ultima delle relazioni dice molto sul modo con cui possiamo viverle già ora. Sono effimere e destinate a perdersi? Oppure rispondono a una promessa di continuità? Nel piano divino, la creazione è soltanto lo sfondo su cui si muove l’uomo, oppure ha una sua autonoma importanza?

Dove siamo arrivati

Nel nostro percorso di lettura di ciò che la Bibbia sa dirci sul rapporto dell’uomo con la natura, abbiamo iniziato (cfr MC aprile 2026) cogliendo che, da una parte, si tratta di un tema affrontato raramente, ma che, dall’altra parte, è posto proprio all’inizio, nel racconto della creazione, laddove la Scrittura esprime il fondamento della comunione tra gli esseri umani e la natura. Entrambi riceviamo dalla medesima fonte il dono della vita. Sullo sfondo di un racconto che pone l’uomo come culmine della creazione, il capitolo terzo della Genesi osa addirittura affermare che la sfiducia umana verso Dio ha comportato la frattura della comunione diretta anche tra il Creatore e la creazione (su questo abbiamo ragionato a maggio).

Ciò significa che la creazione è ormai autonoma, separata e condannata a deperire e sparire? È una conclusione che si potrebbe ricavare dalla percezione della libertà della natura. Una libertà che porta con sé il rischio di un’estraneità dal piano di Dio. Senza la consapevole decisione di vivere come il Creatore, come potrebbe, la creazione, ritornare a Lui? (Vedi quanto scritto a luglio).

Allo stesso tempo, a giugno abbiamo visto che la natura si dispiega come un grande inno all’amore divino, al punto da poter essere invitata, dall’autore sacro della Scrittura, a lodarlo e anche a costituire oggetto di lode da parte dell’umanità.

Abbiamo visto che il mondo cristiano non si limita a offrire sagge indicazioni di vita: pretende invece di aver conosciuto l’intenzione di Dio sull’esito delle sue promesse, e questo esito, buono, cambia il modo di vivere la vita.

Per il fatto di essere chiamati a diventare figli di Dio, iniziamo già da ora a vivere da figli, consapevoli che così esprimiamo al meglio il nostro volto autentico e la nostra dignità.

Ma se noi siamo figli di Dio, qual è la sorte del resto della creazione? È destinata a svanire nel nulla?

Dal punto di vista cristiano, l’esito delle promesse divine dice molto anche della dignità attuale di ogni creatura.

Le intuizioni dei profeti

I profeti, solitamente, non argomentano, non spiegano il motivo per cui Dio agisce come agisce. Si limitano a intuire qualcosa del cuore divino. Le loro intuizioni sono preziose, perché, sia pure senza spiegare, offrono agli esseri umani una direzione nella quale guardare.

Quando i profeti si spingono a immaginare un futuro nel quale parlerà soltanto Dio, troviamo, da una parte, l’abbondanza di frutti, dall’altra la concordia tra elementi diversi della natura, e tra la natura e l’uomo.

Esempi sull’abbondanza dei frutti si trovano in Am 9,13: «Chi ara si incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; i monti stilleranno vino nuovo e le colline si scioglieranno»; in Ger 31,27: «Renderò la casa di Israele e di Giuda feconde di uomini e bestiame»; in Is 27,6: «Israele riempirà il mondo di frutti».

Queste parole dei profeti indicano di certo l’abbondanza e la ricchezza per gli esseri umani, ma anche il pieno successo della creazione.

La concordia tra gli elementi naturali è, invece, illustrata da Is 11,6-8, quando il profeta immagina che, nel tempo del messia, lupo e agnello dormiranno insieme, vitello e leone pascoleranno guidati da un bambino.

Una promessa simile è presente anche alla fine del libro di Isaia (65,25), in versetti scritti da un autore diverso rispetto ai versetti citati prima.

D’altronde, già secoli prima, un altro profeta, Osea, tutto preso dal narrare in forma simbolica la relazione di affetto tra Dio e il suo popolo (Os 2,18), immagina un’alleanza con animali selvatici e uccelli del cielo, per far vivere tutto nell’armonia (v 20).

Ripresa nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento è più breve del Vecchio e si concentra ancora di più sulle questioni fondamentali. Questo non toglie che faccia accenni alla creazione tutta: chi ha composto l’inno che troviamo all’inizio della lettera ai Colossesi (ci interessano in particolare i versetti 15-17 del primo capitolo) vede Gesù come colui che ricapitola in sé tutto ciò che si vede e ciò che è invisibile. Non specifica l’elenco delle cose visibili, ma non può non esservi compresa la natura, che non viene quindi dimenticata come qualcosa di secondario ed estraneo al discorso religioso, ma invece compresa in esso come suo punto focale.

Nell’Apocalisse di Giovanni, la creazione viene spesso richiamata nelle pagine finali, quelle che descrivono un mondo nuovo che scende direttamente dal cielo, dalle mani di Dio. La creazione, però, è rievocata anche nell’immagine iniziale che dà il tono all’intero libro. La grande visione del capitolo 4, infatti, quella in cui davanti al veggente si dipana l’intera struttura del mondo (e del libro), prevede, tra i personaggi, anche quattro esseri viventi. La tradizione cristiana nei secoli vi ha cercato i simboli degli evangelisti, ma l’interpretazione più probabile è che essi rimandino alla vita del mondo: quattro come i punti cardinali, con figure animali scelte per illustrare il meglio della vita, ossia l’intelligenza dell’uomo, il coraggio del leone, lo sguardo penetrante dell’aquila e la pazienza del bue (Ap 4,7). Ebbene, questi quattro «esseri viventi» (il greco parla direttamente di «animali») sono posti al centro del trono, che è immagine del regno di Dio, e tutto intorno al trono.

Quest’immagine intende suggerire che al centro del progetto divino c’è la vita di tutti, e che il cuore della vita è Dio stesso.

Lo stile è quello simbolico delle apocalissi, ma il messaggio è chiarissimo: la vita della creazione sta profondamente a cuore al Padre e all’Agnello.

Lo sfogo di Paolo (Rom 8)

Ma è un altro passo del Nuovo Testamento che ci conduce a vette altissime nella riflessione sulla creazione. Stiamo parlando dell’ottavo capitolo della lettera di san Paolo ai Romani.

Si tratta di un testo monumentale, un vero capolavoro dell’apostolo delle genti, probabilmente perché motivata da un bisogno profondo e impellente. Paolo era stato attaccato dai «giudaizzanti», i quali sostenevano che per diventare cristiani occorresse prima farsi ebrei, e quindi farsi circoncidere, rispettando tutta la legge mosaica. È molto probabile che la loro propaganda avesse fatto presa anche sulla comunità che Paolo guidava, quella di Antiochia, la quale forse gli aveva tolto le lettere di raccomandazione grazie alle quali poteva viaggiare venendo riconosciuto come apostolo. Per capire il senso di queste lettere basta che immaginiamo il nostro mondo: se qualcuno ci vuole convincere dell’affidabilità di una dieta, di un percorso medico o di benessere, probabilmente rimanderà a libri o siti, sia per approfondire, sia per far capire che non si tratta delle fantasie di una persona sola, ma di un percorso condiviso con altri. Nell’antichità questo rimando era ottenuto, dai cristiani, con la garanzia di una comunità. Se qualcuno avesse voluto verificare se Paolo diffondesse solo sue idee personali, avrebbe potuto rivolgersi alla sua comunità di riferimento per chiedere conferma.

È vero che non erano molte le persone che viaggiavano ai tempi di Paolo, ma tanti commercianti avevano reti estese di traffici, e Antiochia era un porto importante e molto frequentato. Deduciamo che Paolo fosse stato in qualche modo sfiduciato dalla sua comunità antiochena, e che avesse deciso di cercare il sostegno della comunità cristiana più importante dell’impero, quella romana. Gli sarebbe stato più facile ottenere lettere di presentazione da parte di Corinto, Efeso o Tessalonica, comunità che aveva contribuito a fondare, ma Roma era decisamente più autorevole. Il problema era che, a Roma, la presenza di cristiani provenienti dall’ebraismo era preponderante e, forse, si era già cominciato a sentire parlare di Paolo, in termini lusinghieri, persino là.

La sua mossa, allora, è stata quella di spiegare la propria teologia, di chiarire perché, secondo lui, la legge di Mosè era ormai inutile, e lo ha fatto nei confronti di una comunità di origine ebraica dalla quale sperava di essere sostenuto. Ne è nato un testo controllato e molto ben argomentato, che nella prima metà conduce i lettori in un percorso rabbinico estremamente convincente.

Potremmo immaginare un Paolo soddisfatto dell’esito (lui che, di solito, non rileggeva neppure i propri scritti) che si lascia andare in quella che è forse una delle pagine più toccanti del Nuovo Testamento, che fa venire i brividi al commentatore.

Il sogno della creazione

Nel capitolo 8 della lettera ai Romani Paolo scrive della fiducia che nasce dal sapersi chiamati a essere figli di Dio. Un’intuizione che ridimensiona le sofferenze attuali (v. 18).

Con uno scarto quasi sconcertante, Paolo passa a parlare del creato. L’immagine è quella di una creazione che allunga il collo e si solleva sulle punte dei piedi per vedere in anticipo ciò che spera, ossia che gli uomini siano svelati come figli di Dio (v. 19). Il punto, sostiene Paolo, è che la creazione stessa è sottomessa alla corruzione, alla propria fragilità, debolezza, all’essere orientata alla morte, pur senza desiderarlo né averlo mai scelto (v. 20). Essa spera che gli esseri umani vengano liberati dalla corruzione, come accadrà alla fine dei tempi, per essere a sua volta liberata (v. 21). È la creazione stessa, infatti, a trovarsi come nelle doglie del parto (v. 22), travagliata da una nascita che avverrà, ma che intanto fa soffrire e quasi disperare. La creazione, come noi, sa di essere destinata a quella che è, però, solo una speranza (vv. 23-25).

Il discorso passa quindi di nuovo agli esseri umani e allo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza, con gemiti che non si possono esprimere ma che il Padre comprende.

Si direbbe che qui qualunque distinzione tra il mondo umano e quello della creazione sia sfumata fino a sparire: tutti speriamo in una liberazione dal limite, dalla corruzione, dalla morte, ma la creazione deve attenderla per tramite nostro, passando da noi.

Questa liberazione è promessa in modo esplicito agli uomini, e a quel punto, esplode Paolo, non dobbiamo più aver paura di niente: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (v. 31), dove quel «noi» abbraccia stavolta tutto il creato. «Nulla ci separerà dall’amore di Dio» (v. 39), neppure il diverso ruolo che abbiamo nella sua opera creatrice.

E allora la risposta alla domanda dei bambini si fa più semplice: la creazione arriverà alla pienezza promessa da Dio, ma ci arriverà tramite noi, attraverso quel «signore della creazione» che siamo noi. Gli esseri umani hanno quindi il compito di ricondurre tutto al Padre, come noi siamo a lui ricondotti tramite Gesù.

Ciò che porteremo nel nostro cuore, è accolto nel cuore divino.

Angelo Fracchia
(Danza a tre, 5 – fine
)

La vite che piange. La creazione che geme nell’attesa…



Li avete sempre con voi

L’ho visto lì, appeso al legno. Spogliato di ogni cosa. Persino della vita.
Povero, come me.
Ho visto anche te in quei paraggi.
Te, che lo hai seguito per la Palestina e hai ascoltato le sue parole e assistito ai suoi prodigi e che, soprattutto, lo hai avuto con te.

Ora mi offri un pasto, un panno per coprirmi, una parola di conforto.

Ti sei impresso nel cuore quel momento in cui, due giorni prima che lo catturassero, aveva detto «i poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7). Io ero presente anche quel giorno, nella casa di Simone. Uno dei poveri di cui parlava Gesù. Ma tu non mi avevi riconosciuto finché non mi ha riconosciuto Lui.

Ti dirò di più: forse non avevi ancora riconosciuto nemmeno Lui, finché non l’hai visto inerme sul Golgota. E poi vivo. Risuscitato e povero, come noi.

Ora ti voglio dire una parola:
hai riconosciuto me; hai riconosciuto Lui.
È tempo di riconoscere anche te.
Riconosciti povero.
Non avrai più nostalgia di quando lo avevi con te.
Non sei più tu ad averlo.
È Lui che è con te. Tutti i giorni. Fino alla fine del mondo.

Invitati a riconoscere i poveri e il Signore in loro, e noi stessi poveri,
buona estate missionaria
da amico
Luca Lorusso

Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

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Turismo, sui lavoratori il peso delle guerre

Nel 2025 gli arrivi internazionali sono stati 1,52 miliardi, confermando così il ritorno ai livelli precedenti alla pandemia. Ma i conflitti e le crisi dei primi mesi del 2026 hanno riportato incertezza. E, nel frattempo, la sostenibilità del turismo non cresce come dovrebbe.

Autista, guardia, addetto al trasporto di acqua potabile: questi sono gli impieghi di tre dei civili uccisi dagli attacchi iraniani in varie città degli Emirati arabi uniti fra il 28 febbraio e il primo marzo scorsi, nel primo giorno della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran@.

Erano un cittadino del Pakistan, uno del Bangladesh e uno del Nepal: lavoratori migranti che, insieme ad altri circa altri 10 milioni di stranieri, rappresentano il 90% della popolazione degli Emirati e sono il motore di settori cruciali come l’edilizia, l’ospitalità e il turismo.

A causa della guerra, ha riferito a fine marzo l’ong Human rights watch (Hrw), i tassi di occupazione degli hotel negli Emirati erano diminuiti molto, e le aziende stavano chiedendo ai dipendenti di smaltire le ferie accumulate, di prendere congedi non retribuiti o di rescindere i contratti.

Uno chef riferiva a Hrw che lo staff della struttura dove lavorava era passato da una trentina di dipendenti a tre o quattro. Ai lavoratori in congedo non retribuito che non potevano tornare nei loro Paesi di origine veniva fornito un alloggio aziendale, ma non il vitto@.

Lavoratori in difficoltà

Sibenik, Croazia. Una scritta dice: Porta a casa un pezzo di Croazia autentica @ Chiara Giovetti

Le difficoltà legate alla guerra si innestano su un contesto lavorativo che è già problematico di per sé. Le persone straniere impiegate nelle monarchie del Golfo, infatti, ricevono spesso salari bassi, dai quali cercano comunque di ricavare una quota da inviare alle famiglie nei Paesi di origine, riducendo così le risorse per la propria sussistenza – cibo, alloggio, cure mediche – nel Paese dove lavorano.

Nei casi peggiori, i migranti si vedono decurtare una parte del salario per coprire le spese di reclutamento e di viaggio, benché negli Emirati sia illegale far ricadere questi costi sui lavoratori@.

Un altro chef nepalese impiegato ad Abu Dhabi e intervistato da Human right watch commentava: «Perdere il lavoro dopo aver fatto prestiti per venire qui è triste. Le persone pagano 300mila-400mila rupie nepalesi – equivalenti a circa 2mila-2.686 dollari – per questi lavori».

Il primo aggiornamento del 2026 dell’Organizzazione mondiale del turismo@, riportava che il settore è in netta espansione in tutto il Medio Oriente, che nel 2025 ha raggiunto i 100 milioni di arrivi, per un contributo al Pil della regione intorno al 5%.

Impiega circa un milione di lavoratori in Arabia saudita@, e mezzo milione nei restanti Paesi, per un totale di quasi 2,5 milioni di persone, anche in questo caso in maggioranza straniere: i lavoratori migranti che vivono nella regione sono circa 35milioni. Di questi, uno ogni 14 proviene dall’Asia meridionale@.

Cuba, turismo cruciale

Secondo i più recenti dati (2022) dell’Onei, l’istituto di statistica cubano, nei ristoranti e negli alberghi di Cuba lavorano più o meno 275mila persone@, il 6% della forza lavoro attiva, che è di 4,5 milioni su una popolazione totale di quasi 11 milioni. Si aggiungono poi altri lavoratori di settori dell’indotto. Ad esempio, una parte dei trasporti, per un totale che oggi è stimato intorno ai 300mila, con punte di 500mila nel 2017-2018, quando Cuba stava attraversando una crescita epocale nei flussi del turismo. Gli arrivi nel 2017 furono, infatti, 4,6 milioni e le entrate economiche intorno ai 3,2 miliardi di dollari. La pandemia determinò poi una drastica riduzione e nel 2024, malgrado il recupero, i flussi risultavano la metà rispetto a sette anni prima.

Ciononostante, il turismo ha continuato a essere per Cuba una voce molto importante delle sue esportazioni, la seconda dopo i servizi sanitari: l’isola, infatti, invia da decenni personale sanitario in missioni internazionali – in Italia, ad esempio, ci sono poco meno di 500 medici cubani attivi in Calabria@ – e gli introiti che Cuba ha ricavato da questi servizi nel 2024 sono stati di circa 7 miliardi di dollari, contro il miliardo e 300 milioni di dollari generati dal turismo.

Uragano Trump

Marsiglia (Francia). Una scritta di protesta sull’asfalto: «Non è turismo, è una fabbrica» © Chiara Giovetti

A complicare le cose per il settore già in affanno c’è stato poi l’uragano Melissa che, nell’autunno del 2025, ha colpito la parte orientale dell’isola, costringendo 735mila persone all’evacuazione preventiva dalle proprie abitazioni e infliggendo danni all’infrastruttura elettrica, alle strade e alle coltivazioni. Sulla ripresa e la ricostruzione dopo il passaggio di Melissa è arrivato come un secondo uragano l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, con la rimozione del presidente Nicholas Maduro@ e la presa di controllo de facto da parte degli Usa dell’industria petrolifera venezuelana. A questa è poi seguita una recrudescenza dell’embargo imposto dagli Usa, e il blocco di tutte le esportazioni di petrolio verso Cuba.

Il Venezuela era, insieme al Messico, il principale fornitore di idrocarburi per l’isola, che è in grado di produrre soltanto 40mila dei 100mila barili di petrolio usati ogni giorno.

Lo scorso 14 maggio il governo cubano ha annunciato di aver esaurito le riserve: i tagli di corrente all’Avana, ha riferito il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy, sarebbero durati 20-22 ore@, mettendo così sotto pressione servizi pubblici essenziali come la sanità e la raccolta dei rifiuti e determinando anche una riduzione negli arrivi di turisti del 48% nel primo trimestre del 2026@.

I danni al settore

Se è vero che il grosso delle strutture, come i resort, sono di proprietà di un ente (Gaesa) che di fatto è gestito dalle Forze armate, sono tante anche le cosiddette casas particulares, alloggi privati a gestione familiare: dai dati statistici più recenti emerge che un terzo dei pernottamenti, cioè 3,95 milioni su 12,5 milioni totali – è imputabile al settore privato@.

Oltre agli alloggi privati ci sono poi diversi piccoli esercizi, come ristoranti, caffè, negozi, che traevano dal turismo i propri guadagni. Lo scorso febbraio il gestore di una caffetteria all’Avana raccontava alla Bbc@ che, prima della crisi, riusciva a guadagnare circa 15 dollari al giorno: lavorava moltissimo – dalle 8 del mattino alle 11 di sera sei giorni alla settimana – ma otteneva in un giorno quasi l’equivalente del salario medio mensile a Cuba, cioè 6.930 pesos@, che, al cambio ufficiale, sarebbero circa 290 dollari, ma in realtà valgono solo più o meno 16 dollari al cambio informale, che è quello che condiziona l’economia locale.

La mancanza di combustibile ha però reso molto complicato coprire il tragitto fra casa e lavoro: trovare un mezzo di trasporto poteva richiedere una giornata intera. In queste condizioni, ha spiegato l’imprenditore, era impossibile per lui lavorare e, quindi, vivere sull’isola. Alla fine ha scelto di emigrare in Perù.

Turismo come arma

Per arrecare danni al settore turistico non è nemmeno necessario che ci sia un intervento militare. Come è successo in Giappone, basta dirsi contrari all’eventualità che un intervento avvenga. Stiamo parlando della dichiarazione della premier giapponese Sanae Takaichi (analisi a pag. 19, ndr) alla fine del 2025, quando ha detto che un attacco della Cina a Taiwan rappresenterebbe una minaccia esistenziale per il suo Paese. La Cina ha reagito in modo molto duro: ha ridotto le importazioni di prodotti ittici giapponesi e ha sconsigliato ai propri cittadini di intraprendere viaggi in Giappone. Il risultato è stato un calo del 60% degli arrivi di turisti cinesi, che erano stati la colonna portante della ripresa post Covid del Giappone, rappresentando circa un quinto dei 62,7 miliardi di dollari di entrate turistiche nel 2025@.

È un panorama piuttosto lontano da «una solida cooperazione e un coordinamento multilaterale» auspicati dall’Organizzazione mondiale del turismo nel rapporto@ con cui l’anno scorso aveva celebrato i suoi 50 anni.

Parigi, piazza Montmartre. Tipica scena nella quale artisti disegnano ritratti ai turisti. © Marco Bello

Turismo insostenibile

Se le previsioni parlano di due miliardi di arrivi nel 2030, non è chiaro quanto sostenibile questo flusso possa essere: non ci sono, ad esempio, studi aggiornati sull’impronta carbonica del settore, cioè su quanto contribuisce alle emissioni di gas climalteranti@.

Il dato Onu per cui il turismo contribuirebbe al 5,3% delle emissioni di gas serra totali risale a un rapporto del 2019@; un dato più recente lo ha calcolato nel 2025 l’organizzazione che rappresenta il settore privato globale dei viaggi e del turismo, il World travel & tourism council (Wttc), che ha collocato al 7,3% il contributo del turismo alle emissioni.

Quanto agli obiettivi di sviluppo sostenibile nei quali il turismo è presente, il rapporto sui progressi del 2025@ mostra una situazione di stallo sull’obiettivo 8, che riguarda la crescita economica, duratura e inclusiva, progressi limitati sull’obiettivo 12 relativo a produzione e consumo e addirittura un peggioramento nella salvaguardia del mare e delle sue risorse nei piccoli Stati insulari e nei Paesi meno sviluppati. Mentre in Europa – di gran lunga la regione con più arrivi internazionali: 783 milioni – le comunità protestano contro il sovraffollamento turistico (overtourism), Messico, Usa e Canada stanno ospitando i mondiali di calcio 2026, definiti dal quotidiano inglese The Guardian i più inquinanti di sempre. Alcune stime prevedevano la scorsa primavera che la spesa turistica legata allla Coppa del mondo sarà di circa 4,3 miliardi di dollari, di cui l’80% concentrata nel settore ricettivo. Ma questi guadagni sono realizzabili al costo di emissioni totali di gas serra che raggiungeranno quasi il doppio della media storica, in larga parte a causa dei voli, a cui sono imputabili 7,7 milioni sui 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica previsti.

Chiara Giovetti

Turisti a Parigi – © Marco Bello

TURISMO MONDIALE

(DATI 2025) Arrivi internazionali

◊ Mondo: 1 ,52 miliardi (+4%)
◊ Europa: 793 milioni di turisti (+4%), di cui Ue-27: 582,6 milioni
◊ Asia e Pacifico: 331 milioni (+6%)
◊ Americhe: 218 milioni (+1%)
◊ Medio Oriente: 100 milioni (+3%)
◊ Africa: 81 milioni (+8%)

Spesa dei visitatori

1.900 miliardi di dollari.
Ricavi totali delle esportazioni derivanti dal turismo (compreso trasporto passeggeri): 2.200 miliardi di dollari.

Peso del turismo

◊ sulle esportazioni mondiali: 6%
◊ sulle esportazioni di servizi: 23%
◊ Contributo diretto al Pil mondiale: 3,54% (2024).

Fonte: Un Tourism




Videogiochi fuori controllo

Nella classifica dell’intrattenimento sono al terzo posto, dopo la televisione e i social. Il loro crescente successo porta con sé vari problemi: dalla grande diffusione tra i minori alla ludopatia.

S i narra che la carriera da miliardario di Elon Musk, oggi primo nella classifica di Forbes per ricchezza detenuta a livello mondiale, sia iniziata con la progettazione di un videogioco. Era il 1986 ed Elon, appena dodicenne, ma appassionato di tecnologia, progettò un gioco elettronico di guerre spaziali, che vendette a una ditta del settore per 500 dollari. A quel tempo, i videogiochi si avvalevano di schermi televisivi collegati a una particolare apparecchiatura denominata «console», una tecnologia ancora esistente, anche se schermi e programmi sono di tutt’altro genere.

Dalla vecchia «console» all’«online»

Oggi i videogiochi tramite console stanno cedendo terreno davanti a quelli online, fruibili su computer o cellulari.

Nel 2024 il fatturato complessivo del settore, a livello mondiale, è stato di 190 miliardi di dollari, per il 28% generato dal comparto console (con PlayStation di Sony, Xbox di Microsoft e Switch di Nintendo) e tutto il resto dalla tecnologia online. In particolare, la modalità via cellulare tramite app fa la parte del leone, aggiudicandosi il 49% di tutti gli introiti.

Benché i due tipi di videogioco, quella a console e quella online, seguano percorsi di utilizzo distinti fra loro, in comune hanno le stesse tecnologie di progettazione, che ormai fanno un uso crescente di intelligenza artificiale. Da questo punto di vista il settore è talmente avanzato che è osservato dagli altri comparti produttivi – compreso quello della difesa – per stringere accordi di utilizzo dei risultati raggiunti. Un capovolgimento di ruoli che solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Più in generale, la filiera di fornitura dei videogiochi si può dividere in due grandi blocchi: quello di progettazione e quello di pubblicazione. L’una dedicata alla messa a punto dei giochi, l’altra alla messa in circolazione tramite la gestione dei dispositivi, delle piattaforme e delle app che permettono alle persone di giocare.

Ci sono ditte che fanno solo progettazione e vendono i loro prodotti a quelle che provvedono a mettere i giochi sul mercato. Alcuni esempi sono Juego Studios, Virtuos, Cubix, e altri.

Sempre più spesso, però, la progettazione avviene da parte di colossi che gestiscono anche la pubblicazione. Per quanto riguarda i giochi svolti tramite console alcuni esempi sono le giapponesi Sony e Nintendo e l’americana Microsoft Games, mentre sul lato dei giochi online (sia Pc che cellulare) compaiono le cinesi Tencent e Net Easy Games, le americane Activision Blizzard (di proprietà Microsoft), Electronic Arts, Epic Games, Roblox, Valve Steam, Nvidia, Netflix, la francese Ubisoft, la sudcoreana Nexon. Imprese che ormai non appartengono più, se non in minima parte, ai fondatori, ma sempre di più ai grandi soggetti della finanza.

Come accaduto, ad esempio, nel settembre 2025 quando Electronic Arts – al sesto posto per fatturato nel settore dei videogiochi – è stata comprata per 55 miliardi di dollari da un consorzio formato dal fondo sovrano saudita Pif, dalla società d’investimento Affinity partners di proprietà di Jared Kushner, genero di Donald Trump, e dal fondo californiano Silver Lake. I tre soggetti sono stati affiancati dalla banca statunitense JP Morgan, che ha messo sul tavolo 20 miliardi di dollari per finanziare l’operazione.

Il mondo della finanza è sempre più attratto dal settore dei videogiochi perché si sta dimostrando molto promettente. Basti dire che, dal 2005 al 2025, il suo giro d’affari è raddoppiato.

Gratis? Non proprio

A prima vista, questi numeri non si giustificano. Molti giochi online, infatti, sono gratuiti. Ma il trucco, anzi i trucchi, ci sono, anche se non si vedono.

Per prima cosa, un prezzo che tutti devono pagare per giocare è la tortura della pubblicità, che, nel 2024, ha generato introiti per 60 miliardi di dollari ai gestori di videogiochi online. In secondo luogo, molti videogiochi offrono gratuitamente solo i primi livelli, ma poi, per continuare a giocare, chiedono un pagamento.

In inglese, il sistema si chiama «Free to play + microtransactions» (Liberi di giocare + microtransazioni). Gratuitamente ti fanno entrare e ti fanno provare il brivido del gioco, ma poi, se vuoi godere di tutte le potenzialità, devi pagare un prezzo per ogni novità che vuoi aggiungere.

Per spillare ancora più soldi, c’è poi il sistema delle cosiddette «loot boxes», ossia le scatole delle sorprese, una sorta di gioco d’azzardo per cui paghi, ma non sai cosa otterrai: può essere niente e può essere una montagna di opportunità. L’intelligenza artificiale organizzerà le cose in modo da indurre il giocatore a fare più puntate possibili finché non si sarà dissanguato.

Numero ed età dei giocatori

La quantità di persone che praticano i videogiochi sta crescendo velocemente. Nel 2025, il numero di giocatori era stimato in tre miliardi e mezzo a livello mondiale, il 5% in più dell’anno precedente. Quanto all’Europa, l’associazione imprenditoriale di categoria stima che il 54% degli abitanti del continente, in prevalenza maschi, pratichi una qualche attività di videogioco.

Mediamente gli europei dedicano ai videogiochi 9 ore e mezzo per settimana, contro le 17 passate sui social media e 23 alla televisione.

Quello che preoccupa è l’età dei giocatori. In Europa, l’incidenza più alta di giocatori si trova fra i bambini in età compresa tra gli 11 e i 13 anni. In questa fascia d’età, ben l’85% fa uso di videogiochi mentre fra gli adulti in età compresa fra 45 e 65 anni l’incidenza è del 33%.

A rendere le cose ancora più allarmanti, c’è il fatto che ormai si comincia a giocare all’età di due anni, quando la deambulazione è ancora instabile, ma i pollici sanno già digitare sulla tastiera del cellulare, magari di ultima generazione. Non esistono statistiche sull’incidenza dei giocatori nella primissima infanzia, ma ma ci sono per i bambini europei tra i 6 e i 10 anni: il 69%.

La questione del tempo

I videogiochi presentano una varietà di problemi, alcuni comuni a tutti gli altri giochi, altri specifici, dovuti alla tecnologia impiegata e ai contenuti offerti. Fra i problemi condivisi con gli altri giochi, al primo posto c’è il furto di tempo, specie fra le fasce giovanili.

Don Lorenzo Milani, che aveva criticato aspramente la propensione delle parrocchie a farsi promotrici di giochi, considerava il gioco una sorta di bestemmia del tempo, «dono prezioso di Dio che passa e non torna».

Più laicamente, il gioco, salvo eccezioni, lo potremmo considerare un ostacolo all’elevazione personale, alla socialità, alla democrazia, considerato che le ore del giorno sono piuttosto limitate. Fra lavoro, accudimento della propria persona e sonno, se ne vanno una ventina di ore per cui diventa davvero risicato il tempo da destinare alla riflessione, alle relazioni affettive, alla partecipazione. Tutte dimensioni oggi fortemente in crisi come si evince dalla vittoria del pensiero breve, dai legami familiari sempre più sfilacciati, dalla democrazia in crisi profonda. L’afflusso alle urne sta andando pericolosamente sotto la soglia del 50% e mentre si cita la sfiducia verso i politici come causa principale della disaffezione popolare alla politica, si dimentica la difficoltà a capire la complessità come elemento che frena la partecipazione. Per partecipare con cognizione di causa a un sistema politicamente, economicamente e giuridicamente complesso, oltre che profondamente intrecciato a livello internazionale come è quello di oggi, servono due condizioni di fondo: una solida base culturale e un’ampia informazione quotidiana. E, se la solida base culturale dipende dal tipo di scuola che ci viene offerta, la capacità di informarci è fortemente dipendente anche dalla disponibilità di tempo. Purtroppo, se lo usiamo per giocare e divagarci, non ne rimane per informarci, lasciando campo libero all’indifferenza, al qualunquismo, agli autoritarismi.

Dalla libera scelta alla ludopatia

Fin qui abbiamo considerato la perdita di tempo come scelta libera di persone che hanno conservato la capacità di decidere se e quanto giocare. Ma non sempre è così perché in taluni il gioco crea dipendenza al pari di una droga.

Il termine esatto è ludopatia e consiste in un bisogno di giocare così irrefrenabile da diventare il principale obiettivo di vita.

Secondo gli ultimi dati pubblicati nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità, in Italia la ludopatia riguarda all’incirca un milione e mezzo di persone e da quando si sono sviluppati i videogiochi il fenomeno è in crescita. La possibilità di giocare è, infatti, costantemente a portata di mano grazie al cellulare, perennemente in funzione.

Un dato ancora più preoccupante riguarda i minori. Il 10,4% degli studenti italiani giocatori tra i 14 e i 17 anni è un giocatore problematico, fa notare l’Istituto, che precisa: si definiscono problematici coloro i quali manifestano un comportamento di gioco che genera conseguenze negative per se stessi, per le persone che li circondano (come la rete sociale) e per la comunità in generale.

Sempre secondo i dati dell’Istituto italiano, con riferimento ai soli giocatori maschi, la percentuale di giovani che presenta un «possibile uso problematico dei videogiochi» è del 14,5% fra i diciassettenni e – addirittura – del 27% fra gli undicenni.

Un allarme confermato dal fatto che il 15,6% del primo gruppo e il 18% del secondo gruppo stanno davanti ai videogiochi più di quattro ore al giorno.

Nel 2018 anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha inserito la ludopatia da videogiochi nella lista delle malattie ufficialmente riconosciute, descrivendola come una condizione «caratterizzata dall’incapacità di tenere il gioco sotto controllo, considerandolo così importante da dargli la precedenza su qualsiasi altro interesse e attività quotidiana anche quando ci sono segni evidenti di quanto questa scelta sia dannosa».

Secondo uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista inglese
Public health in practice, mediamente l’8,6% dei giovani del mondo in età compresa fra 10 e 21 anni, è a rischio dipendenza da videogiochi, con l’Iran che arriva al 33% e l’Egitto addirittura al 63%.

L’impronta

Oltre all’aspetto socio sanitario, c’è anche quello educativo, perché ogni esperienza lascia un’impronta su di noi. Quella dei videogiochi non è delle migliori, per la spinta all’uso irresponsabile del tempo, lo stimolo consumista indotto dalla pubblicità, l’istigazione alla violenza esercitata dai contenuti bellici. La legge potrebbe porre degli argini a queste derive, ma è alquanto improbabile che lo faccia per non inimicarsi il mondo degli affari. Stante la situazione, solo una forte presa di coscienza collettiva potrà salvarci.

Francesco Gesualdi

 



Un «ultra» di troppo

La lotta si combatte tra cibi freschi e cibi industriali. Con questi ultimi in rapida crescita. Tuttavia, il loro bagaglio di zuccheri, sali, grassi e  additivi favorisce nelle persone almeno dodici condizioni patologiche.

In un qualsiasi supermercato (non importa quale sia l’insegna) basta un rapido colpo d’occhio per rendersi conto che l’estensione degli scaffali dedicati ai cibi lavorati industrialmente supera abbondantemente lo spazio dedicato ai cibi freschi.

È l’offerta per una domanda di prodotti industriali, che è enormemente aumentata a partire dal secondo dopoguerra. Tra questi, la percentuale maggiore è oggi quella degli alimenti ultra processati (Upf) – o ultra lavorati -, secondo la classificazione denominata «Nova», un metodo che suddivide gli alimenti in base al loro grado di lavorazione industriale. Il sistema individua quattro gruppi di cibi: non trasformati, ingredienti culinari trasformati, alimenti trasformati e ultra processati.

Questi ultimi, nei soli Stati Uniti, rappresentano ormai il 60-70 per cento (grafico in basso) dell’offerta alimentare.

Gli Upf sono prodotti industriali ricchi di ingredienti raffinati (zuccheri, oli, amidi modificati, proteine addizionate, sale), a cui vengono aggiunti additivi «cosmetici» (coloranti, aromi, emulsionanti) per renderli «iper palatabili» (ovvero molto gradevoli al palato) e – spesso – pronti da consumare o da riscaldare.

Tra questi abbiamo, ad esempio, i soft drink zuccherati, gli snack dolci e salati confezionati, i cereali zuccherati da colazione, i piatti pronti, le carni trasformate come i wurstel e nuggets. Si tratta di alimenti diffusi ovunque, consumati spesso per mancanza di tempo per cucinare o perché piacciono ai bambini o come snack tra un pasto e l’altro.

Secondo una serie di studi pubblicati su The Lancet, una tale diffusione di Upf sta silenziosamente portando a una crisi globale, che non ha la stessa risonanza mediatica della crisi climatica o delle guerre, ma che è altrettanto grave per l’impatto che tali cibi hanno su salute, economia e ambiente.

Le conseguenze sulla salute

Cominciamo a vedere quale impatto hanno gli Upf sulla salute. Ben 104 studi longitudinali (osservazioni fatte sugli stessi individui in un periodo di tempo prolungato) collegano un più alto consumo di Upf a un aumentato rischio di almeno dodici condizioni patologiche, tra cui obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari, depressione, malattie renali, alcuni tipi di tumori, malattie neurodegenerative, effetti cognitivi avversi durante lo sviluppo cerebrale e mortalità precoce. In particolare, gli studi evidenziano l’aumento di circa il 50% del rischio di morte cardiovascolare, del 48-53% di casi d’ansia e disturbi mentali comuni e del 12% di diabete tipo 2 nei consumatori più esposti.

Gli effetti sanitari dei cibi ultra-processati sono dovuti a una combinazione di cattivo profilo nutrizionale, struttura fisica del cibo alterata, additivi e contaminanti che agiscono su intestino, metabolismo e cervello.

Esistono più cause plausibili e sinergiche che determinano i danni alla salute da Upf. Generalmente si tratta di cibi ad alta densità energetica, ricchi di zuccheri liberi, grassi saturi e sodio e, all’opposto, poveri di fibre, di micronutrienti (vitamine e sali minerali essenziali necessari in piccole quantità per la crescita, lo sviluppo e la regolazione del metabolismo) e di fitocomposti protettivi.

La matrice acellulare di questi cibi (amidi raffinati, zuccheri, proteine isolate) accelera la digestione, aumenta i picchi glicemici/insulinemici e facilita il bilancio energetico positivo, favorendo situazioni patologiche come adiposità, insulino resistenza e steatosi epatica (fegato grasso).

Le proprietà dei cibi ultra processati e la gradevole consistenza «facile da mangiare» portano a una rapida ingestione con scarsa masticazione e ridotta attivazione dei segnali meccanici e ormonali di sazietà, con aumento dell’apporto calorico che causa facilmente sovrappeso o – nei casi più gravi – obesità. Una pericolosa caratteristica degli Upf è che questi cibi attivano in modo ripetuto i circuiti dopaminergici di reward (cioè i meccanismi chimici di ricompensa e assuefazione che generano dipendenza data dal piacere), esattamente come fanno le sostanze stupefacenti, l’alcol e il tabacco. Questo, nel tempo, può favorire la dipendenza da questi cibi, il loro desiderio compulsivo, la preferenza solo per cibi gratificanti a scapito di quelli sani e una minore regolazione dell’asse intestino-cervello, con implicazioni anche per i disturbi dell’umore.

Su modelli animali e in vitro è stato dimostrato che alcuni additivi degli Upf (emulsionanti, dolcificanti intensivi, coloranti) hanno effetti sul metabolismo lipidico, sulla tolleranza al glucosio, sulle risposte immunitarie e sulla espressione genica di vie metaboliche chiave.

Oltre a queste sostanze, bisogna tenere conto dei materiali in cui sono impacchettati gli Upf. Tali materiali sono spesso fonte di contaminanti come ftalati, bisfenoli e altri interferenti endocrini, che migrano negli alimenti e possono alterare segnali ormonali (recettori nucleari, vie tiroidee e steroidee) contribuendo a obesità, diabete e aumentato rischio di alcuni tumori.

Tra questi ultimi, quelli particolarmente favoriti dagli Upf sono i tumori del tratto gastrointestinale (tumori colorettale e gastrico) e alcuni tumori ormono dipendenti come quello del seno e quello ovarico. Inoltre, è stato osservato aumento dei tumori polmonare, pancreatico e della leucemia linfatica cronica.

L’associazione tra il consumo di Upf e l’aumento dei casi di tumore è «dose-risposta», con incrementi del rischio del 10-20% per ogni +10% di energia da Upf nella dieta.

Un’elevata assunzione di Upf aumenta – inoltre – il rischio di diabete tipo 2 in modo dose-dipendente, con incrementi del rischio tra 10-50%, a seconda del livello di assunzione. Questa associazione persiste anche dopo l’aggiustamento della qualità globale della dieta, della riduzione dell’apporto energetico e del Bmi (Body mass index, Indice di massa corporea). Secondo recenti studi, chi consuma oltre 300 grammi al giorno di Upf ha un aumento più rapido del rischio di diabete di tipo 2, pari a oltre il 48% rispetto ai controlli.

Un elevato consumo di Upf è stato collegato anche a un aumentato rischio di malattie neurodegenerative, inclusi declino cognitivo, demenza, Alzheimer e Parkinson.

In particolare, è stato osservato un aumento del rischio di Alzheimer, vascolare e delle demenze da tutte le cause del +25-35%, che si riduce del 19% sostituendo almeno il 10% degli Upf con cibi minimamente processati. I cibi ultra processati accelerano il declino cognitivo attraverso molteplici meccanismi sinergici tra loro, che coinvolgono infiammazione, asse intestino-cervello, danno vascolare e stress ossidativo.

Le conseguenze sui bambini

Gli Upf hanno un impatto significativo sull’infanzia, poiché favoriscono obesità, sindrome metabolica, disturbi comportamentali e alterazioni dello sviluppo cerebrale attraverso meccanismi di ricompensa iper-stimolati e infiammazione cronica. Un consumo elevato di Upf (fino al 50% delle calorie giornaliere) aumenta il Bmi, la circonferenza della vita e il rischio di obesità infantile del 40-50% con +51% di rischio di pre diabete e di insulino resistenza già a 11 anni. In Italia, il 15% dei bambini è insulino-resistente da Upf, con sindrome metabolica (ipertensione, dislipidemia) che emerge precocemente. Inoltre, nei bambini gli Upf attivano circuiti di ricompensa dopaminergici, modellando le preferenze per cibi iper palatabili e riducendo la plasticità sinaptica (cioè la capacità dei neuroni del cervello di connettersi), con rischi di iperattività (Adhd), ansia, depressione e scarso rendimento scolastico. L’esposizione precoce agli Upf altera il microbiota intestinale e aumenta l’infiammazione, compromettendo memoria e attenzione a lungo termine.

Anche l’alto consumo materno di Upf in gravidanza si correla con ridotti punteggi globali di cognizione, espressione verbale, ragionamento concettuale e memoria nei bambini in età prescolare. Questo avviene perché additivi e contaminanti (nanoparticelle, TiO2, bisfenoli) presenti negli Upf attraversano la barriera emato-encefalica immatura dei bambini alterando i circuiti dopamina/serotonina dipendenti e causando accumulo neuronale con compromissione di memoria e apprendimento. Inoltre, la disbiosi precoce (cioè l’alterazione del microbiota intestinale) e l’infiammazione sistemica compromettono la plasticità sinaptica ippocampale e la rigenerazione neuronale, con effetti dose-dipendenti su attenzione e iperattività.

Recentemente (2 dicembre 2025) in California, il procuratore di San Francisco ha intentato una causa con richiesta dei danni, a nome dello Stato, denunciando dieci colossi del settore alimentare produttori di Upf (tra cui Kraft, Heinz Company, Coca-Cola Company, PepsiCo, Nestlé Usa, Kellogg, Mars Incorporated, ConAgra, Mondelez International, General Mills), per danni alla salute pubblica provocati dai loro prodotti ultra processati, che rappresentano la maggior parte di tali alimenti sul mercato Usa e a livello mondiale.

E quelle sull’economia

Per quanto riguarda l’impatto dei cibi ultra processati sull’economia, essi generano costi economici elevatissimi a causa dell’aumento delle malattie croniche non trasmissibili (Ncd), con oneri sanitari, perdite di produttività e assenze lavorative stimate in centinaia di miliardi annui nei Paesi sviluppati. Si stima che la riduzione dei consumi di Upf potrebbe fare risparmiare fino al 3% del Pil globale entro il 2035, principalmente da minori cure per obesità e diabete, ma sarebbero necessarie politiche fiscali e regolatorie globali. La riduzione del 50% del consumo di cibi ultra processati potrebbe permettere risparmi economici globali stimati in migliaia di miliardi di dollari all’anno.

Le malattie croniche non trasmissibili legate agli Upf (obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari, cancro) rappresentano oltre il 70% della spesa sanitaria nei Paesi sviluppati. Nel Regno Unito tali patologie comportano una spesa sanitaria annua di 268 miliardi di sterline. Negli Stati Uniti la sola obesità costa circa 58 miliardi di dollari annui in cure dirette.

Le assenze lavorative, l’invalidità precoce e la mortalità prematura comportano una contrazione del Pil da mancata produttività pari a circa il 3,3% in Europa (2,8% in Italia), valori che si allineano a quelli degli altri Paesi sviluppati (2-3%).

Gli impatti maggiori sono a carico dei Paesi a basso e medio reddito, dove il consumo di Upf sta crescendo rapidamente. In tali Paesi, l’espansione degli Upf amplifica i costi indiretti (assenze lavorative, invalidità), superando spesso quelli diretti.

L’impatto sull’ambiente

Non meno importante dei precedenti, è l’impatto dei cibi ultra processati sull’ambiente. Un impatto sproporzionato rispetto al loro apporto energetico, considerando le fasi di produzione,  trasformazione e distribuzione, tutte altamente energivore e responsabili del consumo di grandi quantità di risorse.

La sostituzione degli Upf con cibi minimamente processati ridurrebbe le emissioni di gas serra e il consumo di suolo del 9-10%. Gli Upf rappresentano circa il 19-20% dell’energia dietetica, ma il 23-26% delle emissioni di gas serra per via dei processi industriali, dei lunghi trasporti e del packaging necessari alla loro produzione e distribuzione.

Secondo studi longitudinali, un aumento del 10% nel consumo degli Upf aumenta i gas serra, il consumo di energia e quello di suolo del 5-10%. Si stima che gli Upf contribuiscano al 20-30% dell’uso di suolo a causa delle monocolture intensive (mais, soia, palma da olio, canna da zucchero). Inoltre, rappresentano il 15-25% dell’impronta idrica dietetica. Aggiungiamo che gli Upf contribuiscono alla perdita di biodiversità, poiché le monocolture utilizzate e il packaging plastico favoriscono l’erosione genetica con il 75% di diversità vegetale persa dal 1900. L’impatto ambientale degli Upf è aumentato, inoltre, dall’uso di pesticidi e di fertilizzanti usati nelle monocolture, dall’inquinamento derivante dai trasporti e dalla enorme produzione di rifiuti derivante dal packaging utilizzato per la commercializzazione.

L’alleanza

La crisi globale provocata dall’enorme consumo di cibi ultra-processati è una conseguenza degli smisurati interessi sia delle multinazionali produttrici di questi alimenti, sia di quelle produttrici di farmaci, che sono collegate tra loro poiché condividono gli stessi investitori istituzionali e fanno parte di gruppi societari, che stanno diversificando le loro attività in entrambi i settori.

Per questo si parla di un fenomeno noto come «Food-pharma nexus» (nesso cibo-farmaco): le stesse entità traggono profitto sia dalla produzione di alimenti, che causano malattie croniche, sia dalla vendita di farmaci per curarle.

Rosanna Novara Topino

Il consumo percentuale di cibo ultra processato in alcuni Paesi (dati British medical journal, 2023). La classifica è guidata dagli Stati Uniti (Istogramma da economiaxfinanza.com).

Dentro, c’è tutto questo

Gli Upf sono ricchi di emulsionanti, dolcificanti, coloranti e nanoparticelle, che alterano la composizione del microbiota intestinale, riducendo specie benefiche e favorendo batteri muco degradanti e pro infiammatori. L’erosione dello strato di muco protettivo della parete intestinale e il danneggiamento delle giunzioni (tight junctions) tra le sue cellule aumentano la permeabilità intestinale, favorendo il passaggio in circolo di Lps (lipopolisaccaride batterico) e di metaboliti batterici, i quali innescano endotossiemia e infiammazione cronica di basso grado. L’endotossiemia, la lipotossicità e la glucotossicità da dieta a base di Upf attivano recettori cellulari come i Tlr4 e fattori nucleari Nf-kB, che costituiscono un meccanismo regolatore della risposta immunitaria, dell’infiammazione, della sopravvivenza e della proliferazione cellulare, con produzione cronica di citochine pro infiammatorie, che promuovono insulino resistenza, aterosclerosi e disfunzione d’organo.

A livello cellulare sono state osservate disfunzioni mitocondriali (i mitocondri servono alla respirazione cellulare), stress del reticolo endoplasmatico (funzione di trasporto delle proteine sintetizzate dalla cellula), delle vie cellulari di regolazione dell’equilibrio energetico e della omeostasi di lipidi e di glucosio, collegando direttamente gli Upf alle patologie metaboliche. (RNT)

Bambini e pubblicità

La pubblicità di alimenti ultra processati aumenta in modo misurabile le richieste di acquisto, le preferenze e i consumi ed è ormai provata la causalità tra i suoi effetti e l’obesità. In particolare, gli studi fatti per scrivere le linee dell’Oms 2023 hanno documentato che l’esposizione alla pubblicità di prodotti alimentari Upf tramite Tv, comunicazione digitale e packaging aumenta la domanda di questi cibi tra i bambini.

Nei gruppi di studio esaminati nel Regno Unito, si è osservato che il tempo di esposizione alla Tv commerciale è direttamente associato a maggiori richieste di acquisto, a maggiori acquisti familiari e maggiore consumo di cibi non salutari, con effetto indiretto sull’aumento del Bmi. I bambini e gli adolescenti vedono centinaia di annunci alla settimana per Upf e cibo spazzatura con un focus mirato basato sui dati e un uso sistematico di influencer e kid influencer.

L’esposizione alla pubblicità digitale – attraverso computer, cellulari e videogiochi – è associata a maggiore probabilità di consumo di Upf, tramite il rafforzamento di atteggiamenti positivi e l’induzione dell’idea che sia normale consumarne in modo frequente. Inoltre, studi condotti su bambini di 4-6 anni hanno dimostrato che per loro è più «buono» il prodotto che riporta sulla confezione un personaggio dei cartoni animati rispetto a un prodotto identico che non abbia personaggi sulla confezione. Questo dimostra che il design utilizzato dall’azienda produttrice e il packaging agiscono direttamente sulla percezione del gusto e sulla desiderabilità.

La pubblicità degli Upf agisce su diverse leve: salienza visiva costante, promozione di prezzo, associazione a personaggi/valori aspirazionali, fidelizzazione precoce di determinati marchi e la normalizzazione culturale di snack e bevande come scelta. Inoltre, l’elevata palatabilità e l’aspetto di molti Upf ricchi di zuccheri, grassi e sale amplificano l’effetto della pubblicità.

In ambito digitale, la pubblicità degli Upf viene fatta molto spesso dagli influencer, con i quali soprattutto i bambini sviluppano interazioni «parasociali», percependoli come amici fidati. Questo aumenta la credibilità e l’imitazione dei loro comportamenti alimentari. Nel digitale, questa forma di pubblicità viene enormemente amplificata dalle condivisioni con amici da parte dei vari fruitori.

Lo status socio economico basso comporta una più elevata esposizione a pubblicità per Upf obesogeni e di scarsa qualità: bambini e adolescenti con famiglie a basso reddito o che vivono in quartieri svantaggiati riportano più frequentemente l’esposizione a pubblicità di alimenti di scarsa qualità sia offline che online.

Esiste – inoltre – una differenziazione per spot diretti a maschi e a femmine. I contenuti di tipo maschile per pubblicizzare gli Upf fanno leva su sport, performance, forza, realizzazione con più personaggi maschili negli spot, nei quali i ragazzi tendono a identificarsi. Per le ragazze i contenuti pubblicitari fanno leva su controllo del peso, magrezza, bellezza, salute e i prodotti pubblicizzati vengono spesso presentati come salutari e «light».

È opportuno fare attenzione anche ai colori usati per pubblicizzare gli Upf. Il rosso, l’arancione e il giallo, infatti, aumentano l’appeal degli alimenti ultra processati, quindi il loro consumo. In particolare, il rosso stimola l’appetito aumentando la frequenza cardiaca e trasmettendo urgenza, sapore intenso ed energia, ideale per fast food e snack salati. L’arancione evoca vitalità, freschezza e convivialità, mentre il giallo si associa a ottimismo, gioia e sazietà leggera. (RNT)