Uzbekistan. Sulle dita delle mani

Una richiesta improvvisa. Una grande disponibilità a mettersi in gioco. Ed ecco che nasce una nuova missione ad gentes, in una piccola comunità cristiana. Allora è necessario un cammino di conversione all’essenziale.

Febbraio 2022. Il mondo inizia timidamente a riaprire le frontiere, anche se il Covid detta ancora le regole. Dopo molti cambi di data, finalmente, una trentina di Missionarie della Consolata riescono a radunarsi a Nepi, nella Casa generalizia dell’istituto, per l’intercapitolo (riunione tra due capitoli, i quali hanno luogo ogni sei anni, ndr), un evento importante, che avviene a metà mandato del consiglio generale, per valutare i cammini intrapresi e trattare temi specifici.

Nell’intercapitolo 2022 le sorelle stanno riflettendo sul carisma della congregazione. Un carisma missionario, sorretto da una spiritualità eucaristica e mariana, secondo l’intuizione del fondatore, san Giuseppe Allamano.

Arriva una mail da lontano a madre Simona Brambilla, l’allora Superiora generale: «Sono il vescovo dell’Uzbekistan. Vorrei invitarvi nella mia Chiesa». Madre Simona coglie l’occasione al volo e risponde: «Siamo riunite in questi giorni con sorelle rappresentanti di tutta la congregazione: è disponibile per presentare la proposta in video chiamata?».

Monsignor Jerzy Maculewicz, amministratore apostolico dell’Uzbekistan, non se lo fa ripetere due volte e, con molto entusiasmo, presenta all’assemblea la proposta di missione ad gentes.

La missione non si ferma. E non si fa fermare nemmeno dal lockdown. E neppure da calcoli precisi e spietati, come le statistiche del personale, che fotografano la netta diminuzione del numero di consorelle del nostro istituto e l’età media in aumento.

La proposta di missione fra i non cristiani in Uzbekistan risuona forte nelle sorelle, che vibrano durante l’intercapitolo, riflettendo sul carisma missionario consolatino. L’assemblea chiede quindi alla direzione generale di raccogliere maggiori informazioni da presentare al capitolo generale, che sarebbe stato indetto per l’anno 2023.

E così, dopo una visita in loco e la riflessione delle capitolari, la nuova direzione generale prende il testimone e inizia il cammino per concretizzare una nuova apertura ad gentes delle Missionarie della Consolata in Asia centrale.

Dopo un tempo di preparazione a Nepi, il 23 marzo 2025 suor Judith Kikoti (tanzaniana), suor Adanech Mitiku (etiope), suor Immaculate Nyaketcho (ugandese) e suor Andrea Leite Carvalho (brasiliana) partono per l’Uzbekistan, e sono accolte il mattino del giorno dopo dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Urgench, città della parte nordoccidentale dell’Uzbekistan, sull’antica «Via della seta».

Primi passi

Un misto di forti emozioni colma i cuori delle sorelle: gioia, commozione nel vedere che il carisma arriva anche a questa terra.

«Mi sono sentita responsabile di questa missione, siamo quelle che aprono un cammino», dice suor Judith.

«Avevo tanta aspettativa, per me è stata la prima destinazione, e sono stata scelta per questa nuova presenza», ci rivela suor Andrea, la più giovane della comunità.

Un posto sconosciuto, totalmente nuovo: «Non c’è nulla che si possa paragonare alle realtà che avevo conosciuto, sia in Africa che in Europa», afferma suor Immaculate.

Ma la novità non è sperimentata solo dalle sorelle: la gente si dimostra sempre curiosa. Fa tante domande e anche tante fotografie a quella strana comunità interculturale che è venuta ad abitare a Urgench. Poco per volta le suore si abituano al contesto e la gente si abitua a queste straniere che appena balbettano un po’ il russo, e qualche parola in uzbeko.

C’è una domanda in particolare che colpisce: «Ma perché siete venute qui?».

L’Uzbekistan è un Paese con un’età media molto bassa, fatto di giovani che lasciano la Patria in cerca di futuro. Ma queste straniere? Sono come gli studenti indiani che studiano medicina all’Università? No. E nemmeno sono come i turisti che passano sulla Via della Seta.

Perché sono arrivate a Urgench?

Nonostante la sensazione di«stranezza» provocata da questo arrivo, la popolazione di Urgench si dimostra accogliente e amichevole, e persino premurosa verso le missionarie. Il venditore si preoccupa di vendere le cose migliori e non lesina consigli pratici. La gente fa attenzione affinché le sorelle scendano alla fermata giusta del bus. 

La maggioranza della popolazione è musulmana, ma la gente non fa distinzioni: invita le straniere a casa, offre il tè e il pane tipico.

Come le dita delle mani

Ma le sorelle fanno anche l’esperienza della grande accoglienza che nasce dal cuore e dalla preghiera dei cristiani locali: «Vi abbiamo aspettate per cinque anni», dicono le persone della piccola comunità cattolica che, per anni, ha pregato per avere una presenza che l’accompagnasse.

L’ad gentes in Uzbekistan si fonda sulla preghiera e sulla comunità. Lo diceva già san Giuseppe Allamano, consapevole che la missione è di Dio, nasce dall’unione con Lui e tra noi.

«In questo momento stiamo osservando, cercando di ascoltare e comprendere la realtà che incontriamo ogni giorno», ci dice suor Judith.

Vi è un contatto quasi quotidiano con la decina di cattolici che frequentano la parrocchia Madre di Misericordia.

«Abbiamo percepito che è importante lo stare, non il fare. Abbiamo così deciso di intensificare la preghiera. Non lo facciamo perché abbiamo tanto tempo libero. Piuttosto abbiamo risignificato ogni nostro passo nella preghiera, perché noi siamo qui per questo popolo. E allora preghiamo per lui», continua suor Judith.

Per questa ragione le sorelle decidono di fare adorazione dopo la messa. È un’iniziativa delle missionarie, che però è diventa subito un impegno della comunità cristiana. Ed è significativo ascoltare una donna dire: «Loro sono qui per pregare per noi».

Un ad gentes nel silenzio, nel nascondimento, senza grandi opere e senza grandi numeri: «Quando vengono tutti, i cristiani sono circa dieci. Come le dita delle mani».

La missione del fare, dell’andare, del visitare, non esiste, almeno per adesso. Non c’è la consolazione umana del sentirsi dire: «brava».

Un cammino di spogliamento, di conversione all’essenziale. Di pazienza, soprattutto verso se stesse. Ma un cammino che non si fa ciascuna per sé: la comunione profonda tra le sorelle è lo spazio per crescere in questi primi tempi di missione in Uzbekistan.

Stefania Raspo




Minoranza in dialogo

La missione in un’area dove i cristiani sono il 3% della popolazione porta con sé diverse sfide. Se si aggiungono la povertà di mezzi e l’isolamento, il lavoro si fa duro. Ma è quello che dà più senso a una presenza.

La presenza dei Missionari della Consolata in Costa d’Avorio inizia nel 1996 e si concretizza con due zone di missione piuttosto diverse.

La prima, a Sud, a San Pedro, dove tutto è cominciato, è a maggioranza cristiana. La seconda, a Nord, nella diocesi di Odienné, dove l’istituto è presente dal 2001, prima nella parrocchia di Dianra, e poi, l’anno successivo, in quella di Marandallah. Quest’area, che confina con il Mali e il Burkina Faso, è a maggioranza musulmana. Qui si aprono sfide specifiche dovute al contesto.

«La missione nel Nord della Costa d’Avorio ha un senso profondo per tre motivi – ci dice padre Stefano Camerlengo, missionario a Dianra village -. La missione come incontro, come relazione, in questa zona si manifesta nell’essere “minoranza”.

Pur essendo missionari, e quindi con il dovere di essere in prima linea là dove non si conosce il Vangelo, ho constatato che la maggior parte dei Paesi nei quali siamo presenti in Africa sono a maggioranza cristiana, o comunque dove i cristiani sono in gran numero. Qui, nel Nord della Costa d’Avorio, invece, ti rendi conto di essere minoranza. Quindi, innanzitutto, sei privo di particolari privilegi. 

Inoltre, qui lavoriamo con un piccolo gruppo di persone, che è piuttosto stabile. Qualcuno muore, uno nuovo può arrivare, ma di base la comunità è sempre la stessa, senza la pretesa di avere delle folle». Padre Stefano continua: «Essendo un gruppo stabile, poi, è anche fragile, perché è tutto in mano a poche persone (catechisti e agli animatori), che sono anche i più intraprendenti. Questo fatto, però, genera precarietà».

«Devo aggiungere che, per fortuna, in questo periodo storico, nonostante siamo solo il 3% della popolazione nella diocesi di Odienné, noi cristiani non siamo maltrattati».

Povertà in periferia

Il secondo elemento, che per padre Stefano da un senso profondo alla missione nella sua zona, è la condizione di povertà di mezzi e di servizi: «Qui ci sentiamo “periferia”. È presente una povertà che chiamerei atavica. Nella nostra area ci sono villaggi nella stessa situazione in cui erano trenta o quaranta anni fa. Non è arrivata l’elettricità, tanto meno la strada asfaltata. Durante la stagione delle piogge spostarsi diventa molto complicato. Inoltre, come mezzi di trasporto, le persone possono contare al massimo su un motorino cinese. Poi mancano i servizi, ad esempio quelli sanitari. La nostra area di intervento è grande come la regione Marche, ma c’è un unico ospedale con il reparto odontoiatrico. Per farsi curare i denti, la gente deve fare due giorni di cammino, oppure usare i mezzi pubblici che non arrivano.

Allo stesso tempo però, a livello generale, il Paese sta crescendo, aumenta la ricchezza, ma questa tocca pochi e solo in città. Non nelle nostre zone. In questo senso, ci sentiamo periferia».

Un altro aspetto, molto importante, e legato al primo punto, è quello del «dialogo interreligioso».

Continua padre Stefano: «Un elemento motivante nello stare qui è il fatto di poter intavolare il dialogo interreligioso. Intanto dobbiamo partire dal presupposto che questo interessa solo a noi, e non agli altri, perché è insito nel nostro stile, nel Vangelo. Per realizzarlo dobbiamo creare delle occasioni. Ma per un dialogo a livello di dottrina, a livello teologico, intellettuale, qui non abbiamo le basi, neppure linguistiche. Per noi, si tratta piuttosto di un dialogo nel quotidiano, del vivere insieme. Ci si invita alle feste religiose reciprocamente. Ci sono anche dei momenti convocati dal governo locale. Quando c’è una festa nazionale o un incontro organizzativo, il prefetto, o il sindaco, invita tutti i responsabili religiosi. Tutti partecipiamo e cerchiamo insieme di migliorare il nostro ambiente di vita comune.

Ad esempio, abbiamo fatto alcune riunioni sulle elezioni che si terranno a breve (a ottobre, ndr). Ogni incontro, anche se in ambito civile, inizia e finisce con una preghiera. Quella iniziale chiedono sempre a me di farla, mentre quella finale la predica un imam. Poi il prefetto ci invita a pranzo, e c’è sempre il posto riservato alle autorità religiose».

Anche questo, dunque, è un dialogo fatto di relazioni quotidiane. «Se ci sono dei progetti per il bene comune, cerchiamo ci coinvolgere tutti. Come parrocchia, abbiamo, ad esempio, acquistato un trasformatore per stabilizzare la corrente elettrica, e abbiamo coinvolto tutti».

Esiste inoltre un protocollo di comportamento: «Quando vado a visitare una delle nostre comunità in un villaggio, appena arrivato vado dal capo villaggio, poi dall’imam e, infine, posso riunirmi con i fedeli a pregare».

Analfabetismo

Padre Stefano porta l’attenzione su un’altra questione: «Nella missione di Maradallah il presidente del nostro consiglio pastorale è poligamo. È l’unico che sa leggere e parlare in francese, quindi è necessario. Qui l’analfabetismo è ancora molto diffuso. I nostri catechisti non sanno leggere, allora imparano tutto a memoria. Talvolta diventa difficile fare passare i messaggi. Ad esempio, non tutti sono in grado di usare i programmi di messaggistica sul telefono. Quelli che di solito ci aiutano non sanno farlo. Quindi, non è facile organizzarsi».

Grandi sconvolgimenti

Padre Stefano ha una nuova preoccupazione per la sua zona di missione. Recentemente è stato scoperto un grande giacimento d’oro per la quale è stata data la concessione a una società canadese: «Sono già presenti e stanno costruendo alcuni impianti. Arriveranno strade, elettricità. Il prefetto mi ha chiesto di calmare la gente. Ci sono villaggi che saranno spostati, perché sotto di essi si trova l’oro. Una strada dovrebbe passare attraverso a una foresta che è sacra, secondo le credenze locali. Quindi la gente non vuole e ha bloccato i lavori. Inoltre, quando un abitante di un villaggio riceve l’indennizzo per il suo terreno, non è in grado di gestire una quantità di denaro mai vista prima, e rapidamente viene persa. La compagnia mineraria farà qualche dispensario e qualche scuola, il che è un bene. Però arriveranno anche avventurieri da ogni dove. Insomma, sarà tempo di grandi sconvolgimenti».

E chiude: «Quando lavori in questo contesto vedi proprio la fatica del quotidiano. E questo dà senso alla tua missione. Qui diciamo: Tutto è un problema, d’altra parte si troverà una soluzione, prima o poi». Però è dura.

Marco Bello




Ad gentes in alta quota

La scelta è il lavoro tra i popoli indigeni dell’America Latina. Nei primi anni Novanta si concretizza sulle Ande boliviane. Impegno sociale, ma anche pastorale giovanile. Studio di cultura e spiritualità dei popoli.

C’è abbastanza carburante nella Jeep (negli ultimi tempi, non sempre è così…) e le missionarie che lavorano a
Vilacaya (piccolo paesino a tremila metri di altitudine sulle Ande boliviane) decidono di andare a visitare due famiglie che vivono in borgate a circa 10 km di distanza. Il veicolo sobbalza, superando pietre e buche, mentre alza il polverone dietro di sé.

Entrambe le famiglie hanno case dipinte di bianco e azzurro, costruite da un progetto del governo, il cui partito si contraddistingue proprio per questi due colori. Entrambe sono composte da due genitori e sei figli, più o meno della stessa età. Entrambe lottano per assicurare un oggi e un domani ai piccoli di casa.

Non è facile: Vilacaya e, in generale, il Sud Ovest della Bolivia è colpito da una progressiva siccità, che rende quasi impossibile la vita delle famiglie contadine, appartenenti all’etnia quechua.

Ci sono però delle differenze: la prima famiglia cerca con tutti i mezzi di migliorare le sue condizioni, mentre la seconda è prostrata, tra le altre cose, dalla piaga dell’alcolismo e, alle volte, i bambini soffrono l’abbandono. Anche questa è una faccia della povertà.

Poopó e i minatori

Le Missionarie della Consolata sono arrivate in Bolivia nel 1991, ma se ne sono «innamorate» molto prima: nel 1989 due consigliere generali – suor Renata Conti e suor Evelia Garino – avevano visitato diversi Paesi dell’America Latina, in vista di una nuova presenza missionaria accanto ai popoli nativi. Erano passate a Poopó, centro minerario del dipartimento di Oruro, e ne rimasero profondamente toccate.

Come istituto, però, fu scelta un’apertura a Tencua, nell’Amazzonia venezuelana. Ma la storia non finì nel nulla: la direzione generale propose alle sorelle presenti in Argentina di riflettere su una possibile apertura a Poopó. E questa avvenne, appunto, due anni dopo. Quella di Tencua, come quella di Poopó, sono state una risposta all’opzione che, gradualmente, le varie presenze delle Missionarie della Consolata nel continente americano hanno fatto propria: la scelta della missione ad gentes tra i popoli indigeni e originari. All’epoca, il «movimento indigenista», appoggiato da Ong e da Chiese di varie denominazioni, era molto attivo e rivendicava i propri diritti. È stato un tempo intenso, nel quale la presenza dei Missionari e delle Missionarie della Consolata si concentrava nell’impegno per la giustizia e la pace, e in progetti di promozione umana. 

«Era chiaro che la nostra presenza non doveva essere una risposta assistenzialista», ricorda suor Marisa Soy, una delle prime missionarie giunte in Bolivia. La situazione socio economica dell’altipiano andino, all’inizio degli anni Novanta, era preoccupante: la speranza di vita era bassa e la mortalità infantile molto alta. Le sorelle iniziarono a visitare le famiglie per rendersi conto della condizione reale della gente. A livello di Chiesa, esisteva già un’equipe diocesana di pastorale sociale, quindi la collaborazione fu immediata e molto positiva. «Conoscevamo i progetti dell’équipe, e contribuivamo con il nostro lavoro e anche economicamente», condivide suor Marisa.

Oltre all’impegno sociale, le sorelle partecipavano alle comunità di base e accompagnavano la pastorale giovanile.

Bolivia, missionarie della Consolata.

Tra i contadini quechua

Bolivia, missionarie della Consolata.

Dopo venti anni di presenza, nel 2012 la riflessione ha portato a un «cambio di domicilio»: la parrocchia di Poopó aveva i suoi leader, le condizioni socioeconomiche della cittadina erano migliorate. La sfida di lasciare terreni dissodati e conosciuti, per ricercarne altri e iniziare da zero (o quasi) fa parte della missione ad gentes. Con le lacrime agli occhi, ma con il cuore pieno di gratitudine per la missione vissuta, nel 2013 si è chiusa la comunità di Poopó e si è aperta quella di Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, una vasta regione del sud del Paese, in cui la presenza ecclesiale era quasi nulla.

L’opzione per i popoli indigeni dell’istituto ha compiuto passi significativi nel tempo. Oggi si dà molta attenzione allo studio della cultura, della lingua e della spiritualità del popolo nativo, come riconosce suor Marisa che, dopo una ventina d’anni vissuti fuori continente, è ritornata in Bolivia, questa volta a Vilacaya: «Qui ho percepito un impegno maggiore della comunità delle missionarie nel conoscere la cultura e accompagnare la gente nella riflessione sulla propria identità. È bello che protagoniste siano le persone e noi delle sorelle che le accompagnano». Con molto sforzo e convinzione, i popoli andini cercano di armonizzare le proprie radici originarie, la fede cristiana e le sfide del mondo globalizzato (paradigmi culturali nuovi e attraenti, il cambio climatico, le politiche nazionali).

Suor Nadia Leitner ha vissuto diversi periodi in Vilacaya, fin dai primi passi di questa comunità. Oggi è la sua Chiesa di origine, in Mendoza (Argentina), ad averle dato il mandato per la missione in Bolivia: «Questo mandato è un segno di fiducia e speranza, la certezza che non sono sola, e che non cammino per conto mio», ci racconta suor Nadia. «Per me significa vivere l’ad gentes del Continente America. Vivere con il popolo quechua ha tanto da insegnarmi».

Vilacaya oggi

Suor Marisa, suor Nadia e suor Maria Elena rientrano dalla visita alle due famiglie con il cuore colmo di emozioni e interrogativi: che ne sarà di questi bambini, in un ambiente così sfidante? Saranno migranti, come tanti altri, alle periferie delle città, o lavoreranno nei cunicoli delle miniere? Non ci sono risposte a queste domande, ma c’è una realtà nell’oggi di queste persone: la presenza delle suore e la visita che fanno alle comunità e famiglie, che reca sempre tanta gioia. Si percepisce molta solitudine e senso di abbandono nella popolazione quechua della zona.

«Oggi Dio mi sta chiedendo di stare qui, dare il meglio di me, perché ogni persona possa sentirsi amata da Dio, un Dio che non si dimentica dei suoi figli. Condividere la vita con la gente, significa dire alle persone che hanno valore, che i loro sogni valgono», ci dice suor Nadia.

E questa è la consolazione che fa vivo e presente lo spirito di san Giuseppe Allamano nella vita delle sue figlie. Anche ad alta quota.

Stefania Raspo




Le «armi dei piccoli»


L’iniziativa di un missionario porta a nuovi orizzonti. Trova subito le condizioni per una missione «ad gentes». Poi la presenza si espande. Ma la crisi socio economica in cui versa oggi il Paese interroga.

L’esperienza dell’Istituto Missioni Consolata in Venezuela comincia nel 1971, grazie all’iniziativa di padre Giovanni Vespertini.

Vespertini era in missione in Colombia ma, stanco e in difficoltà, decise di recarsi in Venezuela e prendere contatti con alcuni vescovi. La risposta dell’episcopato del Paese fu molto positiva, tanto da indurre i missionari della Consolata della Regione Colombia a inviare altri sacerdoti e stabilire una comunità nella diocesi di Trujillo. Erano i primi anni dopo il Concilio Vaticano II, quando, su suggerimento del Capitolo del 1969, ovunque nell’istituto si studiavano possibilità di aprire nuovi campi di lavoro missionario, attraverso la costituzione di piccoli gruppi.

I superiori accolsero la proposta della Colombia e nel 1974 iniziarono a inviare personale. Tra i primi ci fu padre Francesco Babbini, che sarebbe rimasto un missionario emblematico del Venezuela.

Una prima riflessione che sorge è che, talvolta, le nuove aperture in Paesi sconosciuti sono fatte dopo grandi discernimenti, ma non sempre. Altre volte, invece, l’indicazione te la dà la vita, un qualche malessere, il bisogno di andare altrove. E ancora, spesso aspettiamo sconvolgimenti e cambiamenti fatti da masse, ma la storia ci insegna che a volte basta una persona che crede in qualcosa, e che inizi a fare dei passi, e da lì cambiano le cose.

Popoli indigeni e afro

Nel 1982 la presenza di Imc in Venezuela assunse il nome di Delegazione e fu dedicata alla vergine di Corogoto.

Come istituto ad gentes, l’opzione fu da subito quella dei popoli indigeni. Così le prime missioni furono nella Guajira, la striscia di terra al confine con la Colombia, nelle tre comunità di Guarero, Paraguaipoa, Sinamaica. Il lavoro dei missionari diede vita a numerose piccole comunità.

Terminata quell’esperienza una decina di anni dopo, i missionari furono sollecitati per una nuova missione tra i Warao, il popolo delle canoe, nel delta dell’Orinoco. Iniziato negli anni 2000, il lavoro tra loro continua ancora oggi.

Il secondo pilastro dell’intervento Imc in Venezuela è l’accompagnamento degli afrodiscendenti. Nel 1986 fu aperta, tra queste popolazioni, una comunità a Barlovento. Occorre dire che gli afrodiscendenti del Venezuela sono piuttosto diversi da altri con cui i missionari lavorano in America Latina.

Qui è difficile ricavare qualcosa, essere significativi, anche dopo tanti anni di presenza. In Colombia, ad esempio, gli afro portano avanti una ricerca identitaria, culturale. In Venezuela si tratta di gruppi che vivono in zone periferiche. Esercitano il controllo del territorio e, con le loro bande, fanno entrare solo chi vogliono. La situazione è dura. Sono quasi gettizzati. Si fa fatica a riunirli e a camminare con loro. Gli sforzi di promozione umana sono difficili. È un terreno abbastanza arido.

Il merito dell’istituto è quello di essere lì con continuità da 40 anni a condividere un cammino missionario fatto di quotidianità.

Quartiere di Carapita, periferia di Caracas

Con gli ultimi delle periferie

Dal 1999, inoltre, i missionari si interessarono anche alle periferie povere delle grandi città. Così nacque l’accompagnamento della comunità di Carapita. Si tratta di una baraccopoli formata da un impressionante alveare di mattoni, lamiere e cartoni, dove le abitazioni poggiano l’una sull’altra, fino a raggiungere la sommità della collina. Le strade, poche e strette, si inerpicano su per la montagna, tra strapiombi mozzafiato. In molti luoghi si può andare solo a piedi. Qui vivono 100mila persone soggette a ogni sorta di stenti e potenziali vittime di ogni tipo di violenza. Questo habitat pone svariate sfide al lavoro pastorale: mancanza di spazio per strutture parrocchiali; eterogeneità del tessuto umano quanto a provenienza e nazionalità; pochi i giovani che frequentano la chiesa; molta violenza, droga, assenteismo nelle iniziative pastorali.

L’ultimo pilastro della presenza Imc in Venezuela è l’animazione missionaria e vocazionale. Nacque presto, come naturale espressione del carisma missionario dell’istituto e come dono alla chiesa venezuelana. I frutti sono stati molteplici: vocazioni di speciale consacrazione al servizio della Chiesa locale e anche dell’istituto; laici che hanno accolto la dimensione missionaria dentro la loro specifica vocazione laicale nelle loro comunità cristiane, non disgiunta anche da servizi temporanei alle chiese dell’Africa; parrocchie e seminari sensibilizzati a un nuovo stile di evangelizzazione.

Il dubbio

Nel desiderio di recuperare l’ad gentes originario, fatto cioè di ricerca dei «non cristiani», alcuni missionari hanno iniziato, alcuni anni fa, a riflettere se fosse giunto il momento di lasciare il Paese per andare altrove.

Anche la crisi sociopolitica, oramai acuta nel Paese, portava in questa direzione.

La missione in Venezuela si era anche fatta una cattiva fama tra i nuovi missionari, per cui i seminaristi preferivano non andarci.

Proprio per queste difficoltà si è invece pensato che non era il momento di lasciare, ma piuttosto di rimanere come segno di consolazione. Questa si esprime anche attraverso a una comunità aperta. Come dimostra l’attività di accompagnare i poveri per le strade: c’è un gruppo di giovani che sabato e domenica vanno nei quartieri a portare cibo e consolazione agli abbandonati. È un’esperienza molto forte.

Nel 2018 i missionari presenti in Venezuela hanno scritto una lettera a tutti i confratelli nella quale ricordano la crisi che il Paese sta vivendo ma ribadiscono che «in Venezuela, la missione di consolazione e liberazione è oggi più necessaria che mai», e dichiarano: «Siamo disponibili ad accogliere qualsiasi giovane in formazione che desideri fare una esperienza missionaria in Venezuela e fare qui i suoi studi di specializzazione».

Voglio concludere citando una frase di san Francesco, che calza con la presenza «piccola», perché non numerosa, dei missionari della Consolata in Venezuela:

«Siamo pochi e non abbiamo prestigio. Che cosa possiamo fare per consolidare le colonne della Chiesa? […] Noi possiamo offrire solo le armi dei piccoli, cioè: amore, povertà, pace. Che cosa possiamo mettere a servizio della Chiesa? Solo questo: vivere alla lettera il Vangelo del Signore».

Stefano Camerlengo


La serie

 Le missionarie e i missionari della Consolata sono presenti in 35 paesi di quattro continenti: Africa, Americhe, Asia, Europa. È questa l’opera di san Giuseppe Allamano oggi, iniziata nel 1901 e tramandata da generazioni di donne e uomini che hanno raccolto la sfida. Questa serie è realizzata insieme alla rivista Andare alle genti, e al sito delle missionarie della Consolata. missionariedellaconsolata.org

Barrio Carapita




Giubuti. La missione «un po’ più in là»


La missione in un contesto islamico è sfidante.  Si fa con l’esempio della vita di ogni giorno. E il dialogo si realizza nel silenzio. Le «figlie» di san Allamano sono a Gibuti da 20 anni. E si spingono dove nessuno va.

La prima grande, contundente esperienza per chi arriva a Gibuti, avviene quando si esce dall’aereo e si è sopraffatti da un caldo infernale. Il piccolo aereo, nel piccolo aeroporto della capitale, parcheggia vicino alla costruzione che, in pochi metri quadrati, racchiude il controllo passaporti, la raccolta dei bagagli e il controllo doganale. Eppure, in tutta questa piccolezza, c’è da scendere la scala dell’aereo e percorrere pochi metri sotto il sole rovente, prima di entrare, con grande sollievo, nella costruzione con aria condizionata. È il primo test di sopravvivenza a cui sono sottoposti tutti coloro che arrivano a Gibuti.

Lo raccontano anche le sorelle missionarie, con un ricordo vivo: lo vissero anche loro quando, nel 2004, arrivarono in questo Paese del Corno d’Africa, un lembo di terra desertica lambito dalle onde del Mar Rosso.

Le porte del Mar Rosso

La capitale di Gibuti ha accolto per diversi anni la comunità delle Missionarie della Consolata. Atterrate nel mese di settembre 2004, insieme a una comunità di Missionari della Consolata, le sorelle spesero un primo tempo per lo studio della realtà. Su orientamento del vescovo, monsignor Giorgio Bertin (francescano, oggi vescovo emerito), si inserirono poi nelle attività della Chiesa locale, prestando servizio alla Caritas, in un orfanotrofio e nell’ambito sanitario. Fin dall’inizio fu chiaro il tipo di annuncio del Vangelo possibile in una realtà musulmana: la carità e la testimonianza di vita. «Tutte le sorelle si sono subito gettate dentro queste attività con tanto amore e con tanta gioia», racconta suor Anna Bacchion, la decana della Consolata, ormai da più di 20 anni a Gibuti. E possiamo senza ombra di dubbio inserire anche lei in questo vortice di passione missionaria. Dopo i primi anni, nella città arrivarono altre congregazioni religiose, dedite in particolare all’educazione. La Chiesa cattolica, infatti, è molto impegnata nell’istruzione. Per l’alfabetizzazione utilizza uno speciale metodo chiamato Lec (lire, écrire, compter), e gestisce nella capitale alcune istituzioni educative di livello superiore, molto apprezzate dalla popolazione. Un giorno, però, nelle nostre missionarie sorse un’inquietudine: «Tutta la Chiesa si trova nella capitale. Noi siamo missionarie, non c’è nessuna presenza di Chiesa nel resto del Paese, perché non andiamo dove non c’è ancora nessuno?». Questa inquietudine alimentò un tempo di discernimento comunitario e – senza dare troppo nell’occhio – diventò il dinamismo della missione in Gibuti: l’andare un po’ più in là, dove non c’è la Chiesa. Lo stesso dinamismo che aveva spinto san Giuseppe Allamano a fondare due Istituti missionari per la prima evangelizzazione.

Ali Sabieh

Cittadina di circa 20mila abitanti al Sud del Paese, Ali Sabieh si trova al confine con l’Etiopia, da cui riceve l’acqua potabile, vari prodotti alimentari, e da cui arrivano tanti giovani in cerca di fortuna. Nel 2009 arrivarono ad Ali Sabieh suor Redenta Maree e suor Dorota Mostowska. Nel 2013 si trasferirà in questa cittadina tutta la comunità MC, lasciando a Gibuti solo una piccola casa, nella quale giungere quando si ritornava in capitale. Quando arrivarono, non c’era nessun cristiano ad Ali Sabieh. Ancora oggi, oltre alle sorelle e al sacerdote, c’è solo una famiglia cristiana malgascia che si trova lì per lavoro.

«L’evangelizzazione in Gibuti non si realizza facendo il catechismo. Si fa con la vita, amando e servendo le persone», afferma suor Grace Mugambi, da 12 anni nel Paese. E dai saluti per strada e i commenti ascoltati nell’ospedale, dove la missionaria lavora, si capisce che le sorelle offrono il Vangelo attraverso una vita di donazione, ed è ben accolto dalla gente. «Loro vogliono che diventiamo musulmane e si intristiscono perché non ci convertiamo», ride suor Grace.

Ma il dialogo con i musulmani è possibile in Gibuti?

«Realizziamo il dialogo nel silenzio: per esempio, i giovani che vengono nella nostra scuola di alfabetizzazione, molte volte non hanno speranza per il futuro. Con gli anni, costruiamo insieme possibilità, e loro riconoscono il valore di questo servizio».

Ad Ali Sabieh, oltre alla scuola di alfabetizzazione, le sorelle hanno aperto una scuola inclusiva, «La scuola per tutti», che raccoglie una ventina di bambini e ragazzi disabili. Inoltre, si offre un corso di taglio e cucito alle donne: sono piccoli gesti rivolti alle persone più emarginate, e sono atti che dicono molto alla gente.

Obock

Il sudore cola sul corpo a rivoli. L’umidità è alta e la temperatura estremamente elevata. Obock è l’ultimo «un po’ più in là» delle Missionarie della Consolata in Gibuti. Piccolo paese che si affaccia su uno stretto del Mar Rosso, dirimpetto allo Yemen.

Dal suo porto ogni notte partono barche che raggiungono il Paese della penisola arabica, mèta ambita dei migranti etiopici che, dopo aver affrontato la traversata del deserto gibutino, si affidano ora a barconi precari gestiti da organizzazioni criminali che assicurano l’arrivo in Yemen, ultima tappa prima di raggiungere l’Arabia Saudita. Ma non tutti arrivano, e spesso il Mar Rosso si converte in un cimitero di corpi, di sogni e di speranze. Vi ricorda qualcosa tutto questo?

Le sorelle sono arrivate a Obock nel 2020: anche qui gestiscono una scuola di alfabetizzazione, ma al loro arrivo le aule erano quasi deserte. Le famiglie (qui in maggioranza di etnia Afa) non sentivano la necessità di far studiare i propri figli. Come fare? Come suor Irene Nyaatha: andando a visitarle e spiegando l’importanza dell’istruzione. Tutto questo sotto il sole cocente. Ma i risultati non hanno tardato ad arrivare: la scuola Lec conta circa 70 alunni, con una percentuale bassissima di abbandono scolare. Come ad Ali Sabieh si offre anche un corso di taglio e cucito per donne e ragazze.

Il giorno della canonizzazione di san Giuseppe Allamano, il 20 ottobre 2024, le sorelle si sono riunite con tutta la Chiesa di Gibuti per celebrare la gioia della santità del Fondatore e la gioia di essere a Gibuti da 20 anni: con danze, canti e, soprattutto, con volti radiosi hanno ribadito ancora una volta che «un po’ più in là» dei nostri schemi, delle nostre comfort zone o abitudini (anche pastorali) si trovano un fratello e una sorella che attendono la Consolazione. E quando si arriva, lì si trova il Signore.

Stefania Raspo*

 *Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, dopo diversi anni in Bolivia è attualmente consigliera generale e responsabile della comunicazione per l’istituto.

 Video: 20 anni di missione in Gibuti




La liberazione continua


La presenza della Consolata a Roraima ha una portata di livello storico. Nonostante questo, non riusciamo ancora ad averne una visione globale. Le fasi dell’evangelizzazione e le idee per il futuro.

La missione che i nostri due istituti dei missionari e delle missionarie hanno portato avanti a Roraima ha un valore enorme a livello storico. Si tratta del lavoro con gli Yanomami, i Wapichana, gli Ingarikó, i Wa-Wai e diversi altri.

Ne abbiamo parlato e scritto tanto, ma secondo me non abbiamo ancora la visione generale della profezia che è questa esperienza, sia per la storia del Brasile sia della missione stessa. Forse è la missione più completa che abbiamo realizzato.

Le fasi

Parlando di evangelizzazione in generale, la possiamo suddividere in tre fasi. Le prime due sono l’annuncio e l’adesione personale all’annuncio di chi lo riceve, ovvero il cammino di fede. La terza, che spesso manca, è il cambiamento sociale che la buona novella deve indurre. Il Vangelo, infatti, deve portare una rivoluzione sociale, un miglioramento della condizione umana.

A Roraima siamo riusciti ad andare avanti anche su questa terza fase e per questo la ritengo una missione completa.

Questa parte io la chiamo «cammino di liberazione». Anche questo percorso mi piace dividerlo in tre momenti. C’è il progetto di liberazione, ovvero il progetto di Dio, come quando chiedeva al suo popolo ebreo di uscire dall’Egitto e liberarsi dalla schiavitù.

Poi c’è la stabilità, una volta raggiunti gli obiettivi di liberazione del popolo: vuol dire che il cammino ha portato i suoi frutti.

Infine, l’ultimo passaggio: una volta arrivati alla terra promessa cosa si fa? Anche questa è una grande sfida.

Il cammino di liberazione

Applichiamo questo percorso a Roraima. Questo cammino è stato fondato su un progetto fatto insieme, missionari e missionarie con i capi dei vari gruppi indigeni. Un cammino che toccava non solo la promozione umana ma anche la spiritualità.

L’obiettivo era l’omologazione della terra (registrazione ufficiale di area protetta), ovvero gli indigeni avrebbero potuto dire «questa è casa nostra». E, sappiamo, la terra è davvero importante per i popoli indigeni. Fa parte dei diritti dell’uomo.

È stato un percorso di assemblee con i vari gruppi, con tutti i leader indigeni. Lo hanno chiamato «O la va, o la spacca». Ad esempio, hanno deciso che dovevano smettere di bere alcol. Se nella comunità qualcuno avesse bevuto, il missionario non l’avrebbe più seguita, non avrebbe più officiato battesimi e matrimoni, nulla, e la comunità sarebbe rimasta isolata.

Anche l’adesione ad alcuni progetti, come «Una vacca per l’indio», senza egoismi o protagonismi. Erano posizioni molto forti. Si creava un controllo sociale per portare avanti il cammino di liberazione. Questa era la prima forza di quel momento.

La seconda forza di questo primo periodo è stato il gruppo di missionari presenti. Erano molto uniti e solidali tra loro. Avevano tutti sposato la causa indigena, certo ognuno con la sua caratteristica, ma l’hanno portata avanti insieme. In una zona immensa come quella dove operavamo, se ci sono poche missioni isolate che portano avanti il progetto, si fa fatica. È l’unità d’intenti che fa parte dello stile di Giuseppe Allamano.

La terza forza è stata il metodo, ovvero il coinvolgimento diretto della gente e dei suoi leader.

In sintesi: progetto chiaro e condiviso; unità dei missionari che lo portano avanti; coinvolgimento della popolazione.

Un altro punto importante era che fosse un cammino in comunione con la chiesa locale. È vero che in quel periodo i missionari della Consolata erano anche la chiesa locale. Eravamo gli unici e avevamo anche il vescovo.

All’epoca i missionari hanno avuto anche un’altra intuizione. Si sono detti: «Finché la lotta resta interna, difficilmente saremo ascoltati, perché restiamo una minoranza. Dobbiamo portare questa lotta al mondo. In questo modo il governo riceverà pressioni dalla comunità internazionale». È il concetto di lobbying, che per quel tempo, gli anni 80, era una novità. Questo, talvolta, ha attirato critiche perché poteva sembrare segno di protagonismo. Ma occorreva uscire dal cortile, e in questo caso ha pagato.

La terra promessa

L’omologazione è stata raggiunta e i garimpeiros (minatori illegali, ndr) cacciati, almeno in un primo momento. E adesso? Il popolo ha raggiunto la terra promessa, si sono innescate delle nuove dinamiche. Ci sono quelli che si dimenticano il cammino di sofferenza fatto, arrivano altri che proprio non lo conoscono.

A livello delle persone, c’è chi ritorna a bere l’alcol, altri si mangiano tutte le vacche.

C’è una seconda questione: i missionari non sono più gli stessi. La maggioranza di quelli che si trovano a portare avanti la seconda fase del cammino di liberazione non sono quelli che lo hanno compiuto. Se non hai fatto il cammino è difficile poi vivere la liberazione.

Molti dei nuovi missionari arrivano da un altro continente, l’Africa, dove ci sono dimensioni di lotta diverse. Molti di loro sono alla prima esperienza missionaria e forse non hanno ancora chiaro cosa sia la missione.

Manca la memoria, e non è facile recuperarla dagli anziani.

padre Corrado Dal Monego, con due Yanomami, in una maloca nei pressi di Catrimani (2011). Foto Archivio MC

Un nuovo percorso

Abbiamo iniziato a impostare un nuovo percorso, quando ancora ero superiore generale. La domanda di base era: «Con i missionari attuali come possiamo continuare ad accompagnare questo popolo nel proprio cammino di liberazione?».

Adesso a Roraima c’è una pluralità di situazioni. Ci sono molti missionari di altri istituti. Le priorità della diocesi sono cambiate: l’appoggio ai popoli indigeni non è più esclusivo.

Dalle ultime riunioni che abbiamo fatto a Roraima, sono state suggerite due azioni importanti.

La prima: costruire dei locali e valorizzare il Centro di documentazione indigena (realizzato negli anni da fratel Carlo Zacquini, ndr). Esso aiuta a recuperare la memoria, quindi prendere decisioni condivise da tutti e coinvolge la diocesi.

La seconda: partecipare – come semplici membri, non come responsabili -, ai movimenti indigeni nati per la difesa dei valori e delle conquiste fatte.

Provocazioni

Infine, voglio lanciare tre provocazioni. Quale preparazione occorre, come missionario, per condurre un popolo alla liberazione? Dopo gli studi, abbiamo gli strumenti e l’umiltà di metterci a camminare con la gente?

Il missionario, oggi più che mai, deve essere compagno di viaggio, colui che «condivide il pane con».

Il Vangelo deve avere una forza eversiva, cambiare la vita. Altrimenti che Vangelo è, se non porta vita migliore?

Stefano Camerlengo

 




Madagascar. Mission impossible (o quasi)


La «grande isola» è come un ponte tra l’Africa e l’Asia. Porta in sé contrasti e difficoltà, oltre a tanta bellezza. Iniziamo questa serie dall’ultimo paese nel quale hanno messo piede i «figli» di Giuseppe Allamano.

«Ormai è venuto il tempo di una missione più discreta, umile, solidale, propositiva, fondata più sull’essere che sul fare» (cfr. dalla presentazione degli atti del capitolo generale dei Missionari della Consolata del 2017).

La genesi

Nel 2012 il vescovo di Abanja, monsignor Rosario Vella, salesiano, passa alla casa Generalizia a Roma. Mi cerca perché le suore Battistine gli hanno parlato bene di noi. Io all’epoca ero superiore generale dei Missionari della Consolata. Mi dice: «perché non venite ad aprire in Madagascar, è una missione ad gentes, adatta a voi. Venite nella nostra diocesi».

Io gli rispondo: «È una bellissima idea, ma noi stiamo lavorando a livello continentale, per cui per aprire una missione in un nuovo paese, mi piacerebbe sentire cosa pensa il consiglio continentale dell’Africa dell’istituto». «Ma come, un generale non può decidere?», dice lui. Io presento l’idea al consiglio, che ci lavora quasi due anni.

Nel 2016, una prima delegazione va in Madagascar a incontrare il vescovo e vedere il possibile luogo di missione. Ne fanno parte il vice superiore generale padre Dietrich Pendawazima, il consigliere per l’Africa padre Marco Marini, e padre Hyeronimus Joya, all’epoca superiore del Kenya, a rappresentare il consiglio d’Africa.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 2010, quando ero vice superiore generale, io ero andato a trovare il nostro confratello padre Noè Cereda (recentemente scomparso, ndr) nella capitale Antananarivo. Lui era lì perché aveva lavorato come responsabile all’Emi (Editrice missionaria italiana), e aveva avuto un contratto per pubblicare i libri per le scuole elementari e medie dello Stato. Quando ha lasciato l’Emi, dati i suoi contatti, si è trasferito in Madagascar, a lavorare con delle suore. Mi ero dunque fatto un’idea del Paese.

Motivazioni

Ma perché il Madagascar? Per noi rispondeva a una delle nostre inquietudini come missionari della Consolata. Oggi tutto è missione e il significato dell’«ad gentes» è in crisi. Non si capisce più esattamente quale sia l’identità concreta dell’andare «alle genti». Diciamo che sono i luoghi dove bisogna annunciare il Vangelo per la prima volta. In Madagascar i cattolici sono una minoranza (circa il 16%, ndr).

Una seconda motivazione era che questo Paese è un ponte che unisce l’Africa all’Asia. La popolazione è in parte di origine africana e in parte austronesiana (come i popoli di Malaysia e Indonesia, ndr).

Il terzo elemento di interesse era quello dare occasione ai nostri missionari africani di realizzare una missione tutta africana.

Difficoltà

Quando i nostri primi tre sono partiti nel marzo 2019, sono andati dal vescovo di Ambanja e hanno iniziato a imparare la lingua. Si trattava del congolese Jean Tuluba, l’ugandese Kizito Mukalazi e il keniano Jared Makori. Come africani non hanno avuto grosse difficoltà a comprendere la cultura. Ma dopo qualche mese il vescovo è cambiato, monsignor Vella è stato trasferito e siamo rimasti per un paio di anni con un amministratore apostolico, che però stava in un’altra diocesi e aveva molto altro da fare. I nostri sono stati lasciati un po’ soli. Questo aspetto ha penalizzato la nostra missione.  Quando abbiamo fatto la visita con la nostra delegazione si è dunque pensato di aprire nel Nord del Paese, a Beandrarezona, dove i nostri sono arrivati nell’ottobre 2020. Abbiamo subito visto che si tratta di una missione puramente ad gentes: è proprio un luogo fuori dal mondo.

Durante la stagione delle piogge, per sei mesi all’anno, non si può neppure arrivare con la macchina. Inoltre, l’unica auto che c’è in zona è la nostra. Nella cittadina dove stiamo, le case sono molto vicine tra loro, perché chi vi abita non aveva mai pensato che potesse passare un mezzo, quindi non c’è una vera strada. Anche le comunicazioni sono difficoltose: per usare il telefono cellulare, i missionari devono andare su una montagna.

Inoltre, la nostra è stata la prima presenza missionaria straniera in assoluto. Prima c’era solo un gruppo di suore malgasce che, ancora oggi, gestiscono una scuola. Forse come prima apertura in un paese nuovo è stata un po’ un azzardo.

Quando ho fatto la mia ultima visita canonica, nel luglio 2022, abbiamo confermato che la missione di Beandrarezona è quella dove vogliamo stare. Allo stesso tempo abbiamo rinforzato l’idea di aprire una nuova comunità nella capitale Antananarivo. Abbiamo infatti visto che in Madagascar, tutto si gioca in capitale, quindi una nostra presenza lì è fondamentale. Non soltanto per gli aspetti pratici ma anche per essere riconosciuti e significativi. Molte congregazioni presenti nel Paese non sanno neppure che esistiamo.

Missione povera

È una missione povera, le entrate sono limitate, anche per mantenere il minimo di strutture non è facile. I tre missionari sono rimasti per tre anni in una famiglia il cui papà era direttore della scuola. Loro si sono ristretti e ci hanno lasciato due stanze con una specie di cucina. Solo recentemente abbiamo fatto fare una casa e poi anche una scuola, che potrebbe dare un senso alla missione e una piccola entrata economica. Il luogo ci definisce, ovvero certe scelte ci definiscono. Essere in Madagascar in questo momento storico è una scelta di campo, da ad gentes, tra i più poveri e abbandonati. La forza di questo Paese è il turismo, ma si concentra sulle coste mentre all’interno la popolazione vive in una povertà estrema.

Adesso padre Kizito ha cambiato destinazione, mentre due padri giovani si stanno preparando per integrare il gruppo.

Provocazione

Questa nuova modalità di missione, si presenta con pochi mezzi. Si esplicita in tre punti: stare con la gente, avere meno potere e più condivisione. Il missionario non deve essere il solito straniero potente che risolve tutto. Questa è però una fatica per i giovani, che sono portati a essere protagonisti.

Bisogna trovare le condizioni per riuscire a stare o, al contrario, capire le condizioni che ti obbligano ad andare via.

La missione oggi chiede una grande conversione: si fa fatica a individuarla, è diversa da quella di una volta, ed è difficile portarla avanti.

Stefano Camerlengo