Il Medio Oriente narrato dagli alberi

Il libro di Paola Caridi, scritto con linguaggio evocativo, presenta la storia del Mediterraneo e di quello che noi chiamiamo Medio Oriente, attraverso gli alberi, testimoni silenziosi delle vicende umane.

Paola Caridi, nata a Roma nel 1961, è una giornalista, storica e saggista italiana. Tra le altre cose, è socia fondatrice e presidente dell’associazione di giornalisti indipendenti «Lettera22». Esperta di politica contemporanea del mondo arabo e del Medio Oriente, ha vissuto dal 2001 al 2003 al Cairo e dal 2003 al 2012 a Gerusalemme.

Il suo bellissimo libro, dal titolo «Il gelso di Gerusalemme», apre nuove prospettive partendo dalla domanda: «Può essere la Storia raccontata attraverso gli alberi?». La risposta è «sì».

Dimostrazione ne sia questo testo, scritto con linguaggio evocativo, che ci presenta la storia del Mediterraneo, e di quello che noi chiamiamo Medio Oriente, attraverso gli alberi, testimoni silenziosi delle vicende umane.

È un modo, afferma Paola Caridi, per «toglierci dal centro del palcoscenico. Metterci, noi umani, quanto più ai margini, anche per comprendere la nostra, di storia».

È il capovolgimento di prospettiva, dunque, a consentirci una nuova riflessione su di noi.

L’ambiente non è più solo muto sfondo delle vicende umane, ma ne diventa parte integrante.

Leggere «Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi», significa immergersi in un manifesto di «botanica politica».

Da un gelso tagliato

L’autrice parte proprio da un gelso, anzi, da un suo moncone, alto solo una cinquantina di centimetri, ritrovato così da Paola Caridi dopo dieci anni di assenza dalla sua casa di Gerusalemme.

Il ceppo era ciò che rimaneva di un albero rigoglioso che in quel luogo aveva vissuto forse da un secolo e mezzo.

Da questa esperienza personale è nata l’idea del libro. Da un accenno di presenza che si fa ricordo e rimpianto.

«Ho cominciato così, pochi anni fa, a essere attratta da altri protagonisti, stavolta non umani, della storia contemporanea dell’Asia Occidentale», scrive.

La storia tramite gli alberi

Il libro ripercorre la storia e le vicende di Israele e Palestina, di cui l’autrice è attenta studiosa, grazie a una visione nuova che mette al centro gli alberi: non solo vegetazione, ma un vero e proprio aspetto culturale e identitario, radicato nella memoria e nella vita di ogni popolo, e di ciascuno di noi.

L’avvicendamento degli alberi ci parla della storia economica di un territorio e delle relazioni di potere tra i vari attori del mondo. Ma non ci abbiamo mai pensato.

Ne danno conferma gli alberi censiti nel libro di Paola Caridi: il gelso, i lecci e i sicomori, oppure gli aranci che con i loro frutti sono stati fondamentali per gli scambi commerciali, o gli ulivi, i carrubi, i mandorli e le palme che raccontano passaggi cruciali nella storia del mondo.

Il Libano affamato dai gelsi

A metà dell’Ottocento, ad esempio, i gelsi riempirono in pochi decenni il paesaggio del Libano, pur essendo già presenti in quel territorio sin dal VII secolo. Questo perché Francia e Impero britannico in quegli anni ebbero improvviso bisogno di seta grezza, e quindi di gelsi, unico cibo dei bachi.

Dopo la diffusione di una malattia grave tra quelli coltivati in Sicilia e Calabria, infatti, l’Europa si rivolse al Libano, dove la coltivazione del gelso divenne monocoltura per l’esportazione.

Ne conseguì che, negli anni della Prima guerra mondiale, il Libano fu ridotto alla fame. Quando il porto di Beirut fu chiuso, la popolazione, che coltivava gelsi e importava cereali dall’estero, fu destinata alla morte.

Ma l’autrice dà voce anche ad altri alberi, quelli, ad esempio, che in Turchia o in Egitto sono stati abbattuti per far posto agli insediamenti umani e alla furia predatrice di un’economia che sulle costruzioni si arricchisce. Agli ulivi che in Cisgiordania oggi, come da decenni, vengono bruciati o abbattuti dai coloni israeliani spalleggiati dall’Idf.

Le storie degli alberi raccontano le storie degli uomini e delle loro comunità, e di chi vuole, spesso tramite diverse forme di violenza, deciderne la sorte.

Rita Vittori

Bibliografia

Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 128, € 12,00.

Il libro è un’intensa riflessione e un atto di memoria che dà voce e identità alle vittime del conflitto a Gaza. Il titolo, evocativo, prende corpo dalla parola «sudari», i teli che avvolgono i corpi senza vita dei palestinesi uccisi. Un’immagine che esprime il bisogno di proteggere le vittime palestinesi dal rischio più grande, quello dell’oblio, restituendo dignità alle loro storie.

Paola Caridi, Gerusalemme. La storia dell’altro, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 144, € 11,00.

Un interessante libro indirizzato ai ragazzi, corredato da schede sulla storia della città, dei personaggi più famosi e sulle sue lingue. Paola Caridi immagina l’incontro di Samira, ragazza palestinese che lavora come parrucchiera nella città vecchia, con Sarah, coetanea israeliana che vive in una casa espropriata agli arabi. Attraverso il dialogo tra le due ragazze, che diventeranno amiche, si snoda la storia tormentata della città.

Tommaso Montanari, Per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 128, € 16,00.

Fatto di parole e figure, questo piccolo libro, i cui proventi verranno devoluti interamente a favore di un’associazione palestinese, racconta l’annullamento della popolazione di Gaza, i bambini uccisi e gli artisti che continuano a dipingere sotto le bombe.

Didier Fassin, Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza, Feltrinelli, Milano 2026, pp. 128, € 12,00.

In questo libro, l’antropologo Fassin esplora le radici storiche e linguistiche del silenzio e del consenso che ha accompagnato la tragedia di Gaza: governi, istituzioni e media hanno delegittimato chi criticava la risposta militare del governo israeliano a Gaza.

Daniel Bar-Tal, La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese, Franco Angeli, Milano 2024, pp. 400, € 34,00.

Il saggio indaga i meccanismi socio-psicologici che hanno portato i cittadini israeliani a rimuovere dalla loro percezione l’orrore del conflitto con la popolazione palestinese. Un’indagine senza precedenti, aggiornata alla fine del 2024 e condotta con estremo rigore scientifico per capire come una democrazia abbia potuto evolvere in un regime autoritario basata sul nazionalismo e fanatismo religioso. Ne abbiamo scritto su MC novembre 2025.

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi, Roma 2025, pp. 288, € 18,50.

Dopo aver preso in esame i fattori che minacciano la stabilità di Israele, lo storico israeliano, delinea, sotto forma di diario, alcune soluzioni cognitive e politiche che, se adottate, porterebbero a un avvenire migliore per tutta la Palestina.




Imparare con nonviolenza

Un testo che parla della violenza presente oggi nella vita dei singoli e della società, e della nonviolenza come strumento «adulto» per educare al bene comune.

Hannah Arendt ci ricorda, nel suo testo degli anni Cinquanta, La crisi dell’istruzione, che, di fronte a un’emergenza, è necessario «tornare alle domande». Queste esigono da noi risposte «scaturite da un esame diretto». Inoltre, l’emergenza «si trasforma in catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con […] pregiudizi […] rinunciando […] a utilizzare quell’occasione per riflettere».

È in questa prospettiva che, nel volume Apprendere attraverso la nonviolenza, Pio Castagna e Alfredo Panerai affrontano come un’opportunità la «crisi» della violenza che oggi permea la vita sociale, dal livello intrapersonale a quello sovranazionale.

I due autori riflettono sull’educazione nella società contemporanea, rivolgendosi a educatori, insegnanti e a chi è interessato a comprendere come trasformare le relazioni, il conflitto e la comunicazione in occasioni di apprendimento e crescita tramite la nonviolenza, proposta come pratica concreta e quotidiana.

Il metodo nonviolento

Una prima parte del volume richiama i fondamenti del metodo nonviolento. Segue una sezione nella quale vengono descritti tre modi di fare educazione nonviolenta, messi in dialogo con approcci formativi come la comunicazione ecologica o il teatro dell’oppresso, e con diversi contesti di applicazione. Infine, gli autori propongono una guida operativa composta da esercizi, giochi e strumenti pratici, pensati per essere sperimentati in percorsi formativi sulla nonviolenza, ma anche in contesti di lavoro educativo, attivismo e riflessione collettiva.

Fin dalle prime pagine, Castagna e Panerai chiariscono che la nonviolenza non va intesa come semplice assenza di violenza o rinuncia al conflitto, ma come una scelta attiva e responsabile, che richiede consapevolezza, impegno e capacità di mettersi in relazione con l’altro.

In questa prospettiva, il testo si colloca nel solco del pensiero di Gandhi, per il quale la nonviolenza era una forza trasformativa, capace di incidere sulla politica, e sulla vita quotidiana.

Riflettere sul conflitto

Uno dei nuclei centrali del volume è la riflessione sul conflitto. Castagna e Panerai invitano il lettore a rivedere l’idea che il conflitto sia esclusivamente qualcosa di negativo.

Esso viene, invece, riconosciuto come una componente inevitabile della convivenza umana e, se affrontato in modo consapevole, un’occasione di apprendimento.

In questa direzione, gli autori mostrano come l’educazione possa fornire strumenti per leggere il conflitto, comprenderne le cause e trasformarlo in crescita individuale e collettiva.

Un’impostazione che trova riscontro, ad esempio, nelle riflessioni di Johan Galtung, che distingue tre forme di violenza: diretta, strutturale e culturale, evidenziando come molte sue espressioni siano radicate in modelli sociali e culturali condivisi.

Educazione, comunicazione

L’educazione, in questa prospettiva, assume un ruolo fondamentale nel promuovere una cultura della pace fondata su rispetto, giustizia e responsabilità.

Ampio spazio è, inoltre, dedicato al tema della comunicazione. Gli autori sottolineano che l’apprendimento non può prescindere dall’ascolto reciproco. Educare attraverso la nonviolenza significa creare spazi di parola e di ascolto nei quali ciascuno possa esprimere il proprio punto di vista e sentirsi riconosciuto. Tale visione richiama il pensiero di Paulo Freire, per il quale il dialogo è il fondamento di ogni processo educativo orientato alla libertà e alla responsabilità.

Nel testo emergono, inoltre, evidenti affinità con la riflessione di Maria Montessori, che attribuiva all’educazione un ruolo centrale nella costruzione della pace.

Per lei, educare significava accompagnare la crescita della persona nella sua interezza, promuovendo autonomia, rispetto e senso di responsabilità verso gli altri e il mondo.

Il ruolo dell’adulto

Un altro aspetto rilevante del volume riguarda il ruolo dell’adulto. Che si tratti di un educatore, un insegnante o un genitore, l’adulto è chiamato a essere non solo guida, ma anche modello. La nonviolenza non può essere insegnata solo attraverso regole o prescrizioni, ma deve essere incarnata nei comportamenti quotidiani.

In questa prospettiva, il testo dialoga con i principi della comunicazione nonviolenta elaborati da Marshall B. Rosenberg, che pongono al centro delle relazioni l’empatia, l’ascolto dei bisogni e l’espressione chiara e responsabile delle emozioni.

A questo proposito, grande spazio è dedicato anche al tema della corporeità: l’adulto deve essere presente a se stesso e avere coscienza di sé. È fondamentale, inoltre, che sia «persuaso» dei metodi nonviolenti.

L’educazione non è un processo neutro. È una pratica che implica scelte di valore. Ed educare attraverso la nonviolenza significa assumersi la responsabilità di costruire relazioni fondate su rispetto, cooperazione e cura.

Il lettore è interpellato sul suo modo di educare, ma anche di stare in relazione con il mondo.

Teoria e pratica

Un ulteriore punto di forza del libro risiede nella capacità di coniugare riflessione teorica e dimensione pratica.

Pur affrontando temi complessi, gli autori adottano uno stile chiaro e lineare, evitando un linguaggio tecnico. Gli esempi richiamati aiutano il lettore a collegare il testo alla propria esperienza quotidiana, rendendo la lettura accessibile anche a chi non possiede una formazione specifica in ambito educativo. Inoltre, la terza parte del volume offre una «cassetta degli attrezzi» ricca e pronta all’uso.

In conclusione, Apprendere attraverso la nonviolenza si presenta come un’opera capace di parlare a un pubblico ampio, offrendo strumenti teorici e pratici utili per affrontare le dinamiche relazionali della vita quotidiana. Propone una visione dell’educazione come strumento di trasformazione personale, sociale e politica, suggerendo che la nonviolenza è una competenza che può essere appresa.

Riprendendo le parole di Danilo Dolci, la nonviolenza aiuta a ridurre il divario tra «la realtà così com’è e la realtà come potrebbe essere», poiché «se è vero che dipendiamo dalle strutture, è altrettanto vero che le strutture dipendono da noi».

Elisa Crescitelli
Centro studi Sereno Regis

Libri citati

  •  Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 2017, pp. 320, € 17,00.
  •  Danilo Dolci, Palpitare di nessi, Mesogea, Messina 2012, pp. 240, € 22,00.
  •  Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2022, pp. 240, € 17,00.
  •  Johan Galtung, Pace con mezzi pacifici, Esperia, Peschiera Borromeo (Mi) 2000, pp. 512.
  •  Mohandas Karamchand Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, a cura di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 2023, pp. 416, € 17,00.
  •  Maria Montessori, Educazione e pace, Xenia, Como 2023, pp. 141, € 12,00.
  •  Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Esserci, Reggio Emilia 2017, pp. 288, € 16,90.
  •  Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, Marietti 1820, Bologna 2021, pp. 208, € 24,00.



L’oppio del colonialismo

Amitav Ghosh conduce i suoi lettori nella storia del colonialismo britannico dell’Ottocento in India e Cina. Una storia che parla di narcotraffico. Le conseguenze di un ordine mondiale basato sul «libero» commercio delle potenze coloniali sono vivide ancora oggi.

In quanto europei, non ci possiamo esimere dal fare i conti con il nostro passato coloniale.

«Fumo e ceneri» di Amitav Ghosh, è un libro che può aiutarci a farli sino in fondo. Racconta, infatti – in una forma a metà tra il saggio storico e il memoir letterario personale e famigliare -, di come la pianta dell’oppio sia stata al centro delle dinamiche coloniali dell’Impero britannico per tutto l’Ottocento e per i primi decenni del Novecento, garantendo enormi e crescenti profitti.

L’Impero inglese ha potuto ottenere smisurati guadagni grazie a una duplice forma di sfruttamento: nei confronti dei contadini indiani, obbligati a coltivare i papaveri da oppio invece di altre colture per loro più redditizie; nei confronti della Cina, che fu costretta con la forza delle armi a importare gli oppiacei, non potendo così tutelare la propria popolazione devastata dal loro consumo.

I vecchi Stati narcos

Lo scrittore indiano, residente negli Usa, racconta una storia che si snoda su diversi piani.

Innanzitutto, apprendiamo che i primi narcotrafficanti su larga scala non furono organizzazioni criminali «private», bensì alcuni Stati nazionali: la Gran Bretagna, in primo luogo, ma anche Stati Uniti, Olanda e Francia.

In secondo luogo, comprendiamo che, per questi paesi, l’idea di libero mercato è spesso stata una maschera sotto la quale si celava «una sfera chiusa, esclusiva, dominata da un numero limitato di consorterie elitarie e poco trasparenti», scrive Ghosh, dal momento che nel meccanismo del libero scambio, chi deteneva maggiore potere non esitava a ricorrere all’uso della forza armata per imporre il commercio dei propri prodotti.

In tutto questo, naturalmente, era implicito un pregiudizio razziale che si esprimeva nel ritenere sacrificabili alcune popolazioni, anche perché considerate predisposte al vizio e al consumo di droghe: «Sebbene i trafficanti di droga angloamericani fossero eredi delle idee del cristianesimo e dell’illuminismo, sull’uguaglianza degli esseri umani, nella pratica la loro condotta seguiva una logica opposta».

Eredità coloniali

In questo libro di grande fascino narrativo, Ghosh ci invita a riflettere su come le dinamiche coloniali abbiano lasciato segni profondi che ancora si riverberano sul tempo presente.

In India, ad esempio, la povertà di alcune delle aree più depresse ha una radice nelle politiche di sfruttamento dei terreni agricoli imposte nel XIX secolo dal regime inglese.

Ma le conseguenze sul presente delle passate politiche coloniali sono di più ampia portata, coinvolgono le stesse modalità di funzionamento dell’attuale mercato globale, il quale deve molto a un’idea di libero scambio guidato dall’unico criterio del vantaggio economico.

Un impero dentro l’impero

Di Amitav Ghosh va ricordata, in relazione a questo tema, anche la cosiddetta «trilogia della Ibis», un ciclo di romanzi (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio, Diluvio di fuoco) che, seguendo le peripezie marittime della goletta Ibis, ci immergono nelle vicende del commercio dell’oppio nella cornice dell’India ottocentesca.

Per approfondire le coordinate storiche della penetrazione del dominio inglese in India si può leggere Anarchia di William Dalrymple, storico britannico, specializzato in storia dell’India, che si sofferma sugli anni tra il 1756 e il 1803 nei quali la Compagnia delle Indie orientali estese il suo controllo su quasi tutti i territori del subcontinente indiano.

Il dato fuori dall’ordinario di questa conquista coloniale è precisamente il fatto che a compierla non fu il governo britannico in modo diretto, ma una società privata a scopo di lucro, la quale, come sottolinea Dalrymple, «operava al solo fine di arricchire i suoi investitori». La Compagnia fu una sorta di «impero dentro l’impero» che arrivò a controllare possedimenti più vasti di quelli della stessa madrepatria. Si dotò di un proprio esercito che arrivò a contare un numero di uomini doppio rispetto a quello britannico.

Solo con il passare del tempo, i poteri della Compagnia furono progressivamente limitati dal Parlamento e «riassorbiti» dalla Corona inglese (analoga storia è quella della Compagnia olandese delle Indie orientali, la Voc, ndr).

Commercio e guerre

Naturalmente, anche la storia dell’ascesa della Compagnia delle Indie è carica di rimandi al nostro presente: «La prima multinazionale predatoria del mondo» è uno specchio dei rischi insiti nel potere fuori controllo di alcune multinazionali odierne. Le capacità di condizionamento politico e finanziario di certe corporation attuali ricordano da vicino quelle che, 250 anni fa, possedette la Compagnia.

«Fumo e ceneri» e «Anarchia», tra le altre cose, ci insegnano anche a valutare in modo critico l’idea, piuttosto diffusa, che il commercio sia una pratica di per sé alternativa alla guerra.

Mentre in alcuni casi effettivamente è così, in altri, invece, la volontà di commerciare, lungi dall’ostacolare le guerre, le promuove. Precisamente come avvenne per le due guerre dell’op- pio, dichiarate nel 1839 e nel 1856 dalla Gran Bretagna alla Cina, con l’appoggio di Francia e Stati Uniti, allo scopo di imporre i propri interessi commerciali.

Per approfondire questa storia, che si trova all’origine della Cina moderna e che ancora ai nostri giorni continua a nutrire il nazionalismo di quel grande paese e il suo modo di guardare all’Occidente, si può leggere il libro di Julia Lovell, La guerra dell’oppio.

Un narco Stato odierno

Infine, un libro sorprendente dedicato a un narco stato non ottocentesco, ma prossimo ai giorni nostri, è Narcotopia di Patrick Winn, che racconta la storia dei Wa, un gruppo etnico birmano che vive in due zone del Myanmar, una confinante con la Cina, l’altra con la Thailandia, occupando un territorio pressoché inaccessibile e, di fatto, capillarmente controllato dal proprio esercito.

L’economia dello stato Wa è interamente basata sulla produzione e sul commercio dell’oppio, che si sono tradotti in ricchezze poi investite nella costruzione di strade, scuole, ospedali (non diversamente, del resto, da quello che Inghilterra e Stati Uniti fecero nell’Ottocento).

Nel suo reportage Winn ripercorre dagli anni Settanta a oggi questo complesso intreccio di affari, attività criminali e rivendicazioni di autonomia politica.

Massimiliano Fortuna
Centro studi Sereno Regis

bibliografia

  •  Amitav Ghosh, Mare di papaveri, Einaudi, Torino 2025, pp. 504, € 16,00.
  •  Amitav Ghosh, Il fiume dell’oppio, Einaudi, Torino 2025, pp. 552, € 16,00.
  •  Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, Einaudi, Torino 2025, pp. 656, € 17,00.
  •  William Dalrymple, Anarchia. L’inarrestabile ascesa della Compagnia delle Indie Orientali, Adelphi, Milano 2022, pp. 634, € 34,00.
  •  Julia Lovell, La guerra dell’oppio e la nascita della Cina moderna, Einaudi, Torino 2022, pp. 543, € 34,00.
  •  Patrick Winn, Narcotopia, Adelphi, Milano 2024, pp. 503, € 30,00.



Cinema resistente

Un festival itinerante di corti sulla Palestina. Un altro a Napoli per i diritti umani. L’arte cinematografica va oltre l’intrattenimento fine a se stesso, e offre spunti di resilienza e speranza. Non solo dolore e denuncia, ma umanità e bellezza.

Anche nel cinema ci sono azioni di resistenza. Di contrasto alla sempre più diffusa legge dell’intrattenimento tout court.

Diverse sale cinematografiche ancora si ostinano ad andare in direzione contraria, proponendo film d’impegno e di riflessione.

Anche tra i festival ne troviamo parecchi che propongono al proprio pubblico qualità e cultura. E impegno civile. Due di questi sono il Nazra Palestine short film festival e il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli.

Nazra festival

Il Nazra Palestine short film festival è un festival militante e itinerante: Nazra significa «sguardo», non ha una sede fissa, anche se gli organizzatori sono di Torino. Si svolge in tour lungo l’Italia: l’edizione 2025 ha visto 43 città coinvolte. E propone una selezione di cortometraggi realizzati da artisti palestinesi. Cinque fiction, otto documentari, quattro dedicati a Gaza, tre sperimentali, due fuori concorso.

Uno di questi film, un capolavoro, è Upshot, di Maha Haj: la tenera ricostruzione della vita di due persone che hanno perso un figlio sotto i bombardamenti, e che hanno trovato un modo originale (e spirituale) di farlo continuare a vivere. Un film che merita lunghe riflessioni sul nostro rapporto con la presenza.

La cosa più bella del Nazra festival, oltre ai suoi contenuti, è che potete prenderne parte attiva mettendovi in contatto con gli organizzatori per riproporlo sul vostro territorio.

In questa bellissima rassegna, la voglia di pace e di gioia prevale su ogni manifestazione dolorosa, su ogni rivalsa, su ogni ostentazione del torto subito.

Cinema dei diritti umani

Un altro evento da raccontare per la sua azione di resistenza è il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli tenutosi a metà novembre scorso. Alla sua diciassettesima edizione, quest’anno ha avuto come titolo: «Terre promesse, terre rubate, popoli senza pace».

Il Festival è nato nel 2008, organizzato, coordinato e promosso dall’associazione senza scopo di lucro Cinema e diritti, costituita con l’obiettivo di far conoscere nel Sud Italia e nei Sud del Mondo il «Cinema dei diritti umani». Promuovere la cultura dei diritti universali attraverso le immagini di film e documentari sulle condizioni di vita di persone e popoli che percorrono il difficile cammino della democrazia e dell’eguaglianza.

Le opere presentate offrono esempi di resistenze umane agli abusi e alle violazioni quotidiane perpetrate da istituzioni e organizzazioni.

A ispirare questo progetto è stato l’esempio dell’America Latina dove il Cine de derechos humanos ha raggiunto importanti consensi grazie alla tradizione di lotta di quei popoli.

La città di Napoli, dal 2009, grazie all’impegno di Cinema e diritti e del Festival, appartiene allo Human rights film festival network (Hrfn), organismo coordinato da Amnesty International.

L’edizione 2025 ha visto in gara nove lungometraggi, tra cui il bellissimo The unseen, di Milou Reintjes e Niek Pennings che narra la vita di tre migranti in un ghetto del Sud Italia, tra precarie sistemazioni abitative e continuo sfruttamento lavorativo.

Tra i sedici cortometraggi, Adas Falasteen, di Hamdi Khalil Elhusseini e Samar Taher Lulu, racconta in forma di documentario la storia di un cuoco palestinese e del suo modo di trasformare la passione per la cucina in uno scudo contro la fame provocata dalla guerra a Gaza, alimentando resilienza e speranza nella sua comunità.

Il bellissimo Eksi Bir, di Omer Ferhat Ozmen, è la commovente storia di un proprietario di appartamenti che si batte perché i suoi inquilini non cucinino troppo speziato: ma non ha ancora assaggiato i loro piatti. Un cortometraggio premiato, tra l’altro, al Give peace a screen, il festival che ho la fortuna di dirigere e che si avvia alla sua terza edizione, a fine marzo del 2026.

Dario Cambiano
Centro studi Sereno Regis




Lev Tolstoj, un grande russo

Famoso per capolavori come «Guerra e pace» e «Anna Karenina», lo scrittore russo è meno conosciuto per il suo pensiero religioso, politico e  sociale. Eppure, ieri come oggi, le sue idee e il suo messaggio cristiano e pacifista hanno molti seguaci.

Quando si sente il nome Tolstoj, il pensiero va subito ai suoi grandi romanzi – Guerra e pace, Anna Karenina -, e alle immagini delle numerose trasposizioni cinematografiche e tele- visive.

Eppure, Lev Tolstoj (1828-1910) non è soltanto il grande scrittore russo che abbiamo letto e studiato, ma anche – o, forse, soprattutto – un grande pensatore sociale e politico, oltre che un attivista, fondatore della nonviolenza politica, o quanto meno un suo precursore.

Esiste una data di svolta nella sua vita, il 1878, quando avvenne quella che lui stesso chiamò la conversione al messaggio di Cristo. La sua attività di romanziere si svolse prevalentemente prima di quella data. Successivamente, uscirono: La sonata a Kreutzer (1889), Resurrezione (1899), in cui traspone la sua nuova filosofia, e poco altro. Abbiamo invece molti scritti che tendono ad esporre e spiegare le sue idee riguardo la religione, la società, la politica.

Citiamo i tre principali: La confessione (1882), La mia fede (1884), Il regno di Dio è in voi (1893). Oltre a una miriade di articoli, lettere, appelli, tra cui vale la pena citare Lettera ad un indù del 1908, cui seguirà un carteggio con il Mahatma Gandhi.

Il messaggio tradito

Dagli anni Ottanta alla sua morte, avvenuta nel 1910, l’attività prevalente di Tolstoj fu quella di attivista politico.

La sua «conversione» consistette nello scoprire l’essenza del messaggio cristiano nelle beatitudini del discorso della montagna (Mt 5,3-12).

Egli maturò la convinzione che la coerenza con il messaggio evangelico comporta l’astensione dalla violenza, sotto qualsiasi forma, anche a livello politico-istituzionale; il comandamento del «non uccidere» vale sempre e senza eccezioni. Pertanto, per lo scrittore russo, le Chiese, tutte, a cominciare dalla sua Chiesa ortodossa, tradiscono il messaggio cristiano, consentendo di benedire eserciti, tribunali e imperatori. Gli eserciti andrebbero aboliti e dovere di ogni cristiano è rifiutarsi di farne parte.

Sempre in coerenza con il discorso della montagna, egli ritiene che il modo per combattere Stati, eserciti, e sfruttatori, sia quello che definisce di «non resistenza al male per mezzo del male», o «resistenza passiva».

Tolstoj ha una concezione politico religiosa sostanzialmente anarchica, perché vede nello Stato l’esercizio della violenza, ritiene che la rivoluzione debba consistere in una conversione per tornare a quello che lui chiama lo spirito originario del cristianesimo.

Sul piano sociale, Tolstoj condanna la proprietà privata e predica la comunanza dei beni, avvicinandosi ai movimenti rivoluzionari russi a lui contemporanei.

Dopo il 1884 si dedica sempre più a seguire i movimenti popolari: difesa di minoranze (vecchi credenti, gruppi di eretici sparsi in tutta la Russia e oltre, ed emarginati o perseguitati, obiettori di coscienza, pacifisti). Si occupa di movimenti alternativi in tutto il mondo, cerca di entrare in contatto con essi, mentre la sua fama si diffonde e sono molti i rivoluzionari, pacifisti, «cercatori di verità» a entrare in contatto con lui.

In sostanza si può dire che con Tolstoj, la «resistenza passiva» (all’epoca, il termine «nonviolenza» non veniva ancora usato) diventa un metodo di lotta contro l’oppressore da opporre alla rivolta armata e all’assassinio politico del tiranno, a quei tempi abbastanza in voga.

La sua rivoluzione è basata sulla presa di coscienza che ciascuno ha la responsabilità delle proprie azioni, anche quando queste vengono ordinate da un’autorità legittima; che occorre una società senza oppressi né oppressori, e che questa va costruita dal basso e «praticata» da subito.

Il giovane Gandhi, alle prese in Sudafrica con la lotta contro il razzismo e per i diritti degli immigrati indiani, legge gli scritti di Tolstoj, e ne trae ispirazione per il suo metodo di lotta politica e con lui intrattiene un breve ma intenso carteggio.

Il libro

Il libro di Bruna Bianchi si occupa soprattutto del Tolstoj pacifista, del suo pensiero e della sua attività a favore dell’obiezione di coscienza.

Il primo capitolo si apre illustrando il contesto storico politico dell’epoca: dopo la guerra franco prussiana del 1870-71, tutti gli Stati ritengono di dover essere pronti in qualsiasi momento alla guerra: di qui l’adozione di un esercito permanente, organizzato, numeroso, ben armato e lo sviluppo di un’industria militare potente.

La coscrizione obbligatoria si estende a tutti gli Stati europei, con periodi sempre più lunghi di leva militare.

Tolstoj ritiene che uno dei mali principali della sua epoca fosse proprio l’obbligo del servizio militare; alla sua opposizione dedica buona parte della sua attività. Il suo è un richiamo alla coscienza: la coscienza morale contro il dovere di ubbidire agli Stati che vengono visti come strumenti per l’esercizio della violenza. La sua concezione è una sorta di anarchismo social cristiano.

Nei capitoli successivi ci si sofferma sulla concezione sociale di Tolstoj: la sua opposizione alla proprietà della terra, la sua adesione a una forma di comunismo di ispirazione religiosa, anche se rimase molto distante dal marxismo.

L’ultimo capitolo è dedicato all’influenza che le idee tolstojane hanno avuto dopo la sua morte. Nacquero in Europa e in America movimenti e gruppi che fecero dell’obiezione di coscienza il proprio scopo e che trovarono nelle idee tolstojane un punto di riferimento.

L’attualità di Tolstoj

Quello di Bruna Bianchi può sembrare un libro storico, un’analisi su un periodo ormai lontano. In realtà, quella storia, fatta di grandi piani di riarmo e di preparazione alla guerra è tornata di stretta attualità.

Anche il vecchio Tolstoj può aiutarci a fare le scelte giuste. Il suo richiamo a una religione e a una spiritualità che dia forza e linfa alla resistenza nonviolenta e rifugga dal virus del nazionalismo è pienamente valido e attuale.

Paolo Candelari
di Centro Studi Sereno Regis

bibliografia

  •  L.N.Tolstoj, La mia fede, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 1988.
  •  L.N.Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi, go Ware editore, Firenze 2022.
  •  P.C.Bori – G.Sofri, Gandhi e Tolstoj: un carteggio e dintorni, editore Il Mulino, Bologna 1985.

FILMOgrafia

  •  The last station, regia di Michael Hoffman, 2009.



I conflitti intrattabili

Sono «intrattabili» i conflitti che nascono da due racconti distinti e antitetici di uno stesso processo storico. Quello israelo-palestinese ha visto alternarsi narrazioni opposte ad altre più conciliabili. Oggi la sua descrizione è quella più pericolosa di sempre.

«Ogni grande cambiamento sociale deve iniziare con la costruzione di nuove narrazioni». Questa citazione sintetizza l’intento del testo dello psicologo politico Daniel Bar-Tal, professore emerito presso l’Università di Tel Aviv.

La tesi centrale dell’autore è che i conflitti diventano «intrattabili» quando sono basati su due narrazioni opposte per visione e vissuti dei protagonisti. Quando entrambe le narrazioni nascono da una cultura del conflitto violento, ostacolano la ricerca di un diverso rapporto con l’altro e, dunque, impediscono la pace.

L’autore conduce un’indagine sul caso del conflitto israelo-palestinese analizzandone gli sviluppi e le conseguenze nelle diverse fasi.

Le narrazioni contrapposte

Il testo si articola in cinque parti: la prima attraversa il periodo che va dalle origini del conflitto agli accordi di Oslo del 1993; la seconda si concentra sulla ripresa e l’intensificarsi del conflitto dopo il 2000; la terza parla del prevalere dell’estremismo e della sua istituzionalizzazione, fino a Netanyahu come figura centrale della cultura del conflitto; la quarta riguarda la situazione attuale; la quinta è dedicata alle possibilità di trasformazione.

L’autore mostra come le due narrazioni contrapposte persistano e si irrigidiscano nel tempo.

La parte palestinese vede gli ebrei come immigrati e invasori. I palestinesi hanno una «legittimità esclusiva», un diritto di precedenza sulla «propria» terra.

Per la parte ebraica, la terra è l’eredità promessa da Dio, patria storico culturale, rifugio contro l’antisemitismo. I palestinesi sono parte del popolo arabo, inquilini sulla terra degli ebrei.

Su queste basi, rafforzate dal sionismo che nasconde la violenza della propria parte, Israele, che si considera «luce per le nazioni», vede se stesso come l’unica vittima, attribuendo ai soli «arabi» la volontà di distruggere l’altro.

La narrazione di pace

Elementi di una nuova narrazione emergono negli anni Ottanta, in seguito agli accordi di Camp David del 1978 e al riconoscimento di Israele da parte di Yasser Arafat, leader dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel 1988.

Sono gli anni della prima Intifada palestinese, una lotta sostanzialmente nonviolenta, in seguito alla quale si sviluppano anche nella società israeliana nuovi atteggiamenti.

Una ricerca del 1999 mostra, infatti, che il 55% degli israeliani è favorevole alla creazione di uno stato palestinese e cambia anche la percezione della sicurezza, non più affidata alle sole armi, ma anche alla costruzione della pace attraverso la restituzione dei territori occupati.

Questa narrazione è sostenuta dallo sviluppo del Campo della pace, da esperienze come quella di Nevè Shalom e dalla sinistra israeliana.

Il ritorno della violenza

Tuttavia, dagli anni 2000, anche in seguito al fallimento del processo di pace, all’espansione delle colonie ebraiche nei territori occupati, al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi, con la conseguente disillusione e lo scoppio della seconda Intifada (questa volta violenta), si giunge rapidamente a una escalation del conflitto e al ritorno alla narrazione negativa.

È in questo contesto che Israele usa la politica del divide et impera, sostenendo il movimento islamista di Hamas contro il partito laico di Al-Fatah, maggioritario nell’Olp e membro dell’Autorità nazionale palestinese.

L’occupazione dei territori palestinesi comporta l’arresto e l’uccisione di leader, la detenzione senza processo di migliaia di persone, anche minorenni, il rifiuto di permessi di soggiorno, la demolizione di case, la confisca di terre per gli insediamenti dei coloni, posti di blocco lunghi e umilianti per i palestinesi. Ogni protesta, anche nonviolenta, per Israele è «terrorismo».

Le condanne dell’Onu e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono disattese, e violate. Israele crea uno stato di apartheid.

Anche l’educazione consolida la narrazione egemone del conflitto: fin dal 1972, infatti, il ministro dell’Istruzione Ygal Allon ha eliminato la linea verde dalle mappe ufficiali di Israele: per le nuove generazioni, il territorio tra il fiume e il mare è un unico spazio che fa parte della patria. Ciò coincide con l’ideologia del movimento sionista religioso del «Grande Israele», che fonda nuove colonie e città ebraiche nei territori occupati, e diventa una forza trainante, sviluppando vittimismo, disumanizzazione del nemico, nazionalismo.

Al culmine di tale processo sta la figura di Benjamin Netanyahu.

Il sistema di occupazione deteriora la stessa democrazia israeliana nella quale si indeboliscono le istituzioni di controllo, si limita la libertà di espressione, si violano i diritti umani, si delegittima l’opposizione e si controllano i media, si discriminano le minoranze e cresce il nazionalismo, sino al razzismo.

L’autore chiama «occupartheid» il sistema che non merita più di essere definito democratico: in cima alla piramide stanno i coloni nei territori occupati, che godono di privilegi e benefici; seguono gli altri cittadini ebrei; poi i cittadini arabi di Israele; al quarto posto gli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est, che non hanno diritto di voto alla Knesset e, infine, gli abitanti palestinesi delle zone occupate, la cui vita è regolata dalle direttive del comando militare.

Per una nuova narrazione

Quali prospettive di fronte a questa situazione, portata all’estremo dagli eventi del 7 ottobre e della distruzione di Gaza?

È indispensabile, per Bar-Tal, riprendere la narrazione a sostegno dei negoziati, riconoscere i palestinesi come partner legittimi, individuare obiettivi che rispondano ai bisogni di entrambi i popoli, porre fine all’occupazione, recuperare la democrazia e i suoi valori, ritrovare leader capaci di guidare il conflitto verso una de-escalation.

È necessaria una trasformazione sociale interna, condotta sia dalla società civile israeliana che dalle pressioni della comunità internazionale.

Ri-umanizzare l’avversario e comprendere che il prezzo del conflitto, per la stessa società israeliana, è più alto di quello per la pace sono i presupposti.

Se non sarà più possibile la soluzione a due stati, l’unica alternativa sarà quella dello stato unico binazionale, con uguali diritti per tutti i cittadini: fondamentale è alimentare la speranza che tutto ciò è possibile.

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis

Bibliografia

  •  N. Capovilla, B. Tusset, Sotto il cielo di Gaza, La Meridiana, Molfetta (Ba) 2025, pp. 120, 15,50 €.
  •  B. Bashir, A. Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023, pp. 464, 20 €.
  •  Bruno Montesano (a cura di), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, Edizioni e/o, Roma 2024, pp. 128, 10 €.
  •  David Grossman, La pace è l’unica strada, Mondadori, Milano 2024, pp. 96, 16 €.
  •  Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, Roma 2024, pp. 144, 15 €.
  •  Rashid Khalidi, Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, Editori Laterza, Bari 2025, pp. 416, 20 €.
  •  Amedeo Rossi, Le parole divise, Israele/Palestina: narrazioni a confronto, Editori Q, Roma 2022, pp. 360, 16 €.



Cristiani, armi, nonviolenza

Massimo Rubboli indaga sulla storia del rapporto dei cristiani con le armi e la guerra in un testo frutto di 50 anni di studi. Dall’originaria opposizione alla violenza all’alternanza secolare tra rifiuto e giustificazione. Fino alle posizioni di oggi.

Massimo Rubboli, già docente universitario di Storia dell’America del Nord e di Storia del cristianesimo, raccoglie il frutto di cinquant’anni di ricerca sul rapporto tra i cristiani e la violenza nei secoli.

Dalle origini

Nella prima parte del volume, l’autore esamina il rapporto dei cristiani con la guerra dalle origini all’Ottocento. La forte convinzione dei primi cristiani che la sequela di Cristo è incompatibile con la violenza, lascia presto spazio alla sua accettazione e giustificazione.

Se Tertulliano (II sec. dC), pone in opposizione il servizio militare e la fede, per Eusebio di Cesarea (III sec.) l’arruolamento può essere una risposta alla chiamata di Dio. Con l’editto di Costantino (313 dC), poi, i cristiani smettono di abitare «nella propria patria come stranieri» e l’esercito e la pax romana diventano un baluardo in difesa della fede. Si sviluppa, così, con Ambrogio e Agostino (IV sec.), il tema della «guerra giusta» e, con le invasioni barbariche, anche quello della «guerra santa», che porterà, con papa Urbano II (XI sec.), alle crociate.

A questa deriva si oppongono Francesco di Assisi (XIII sec.) e movimenti come quelli di Catari e Valdesi, mentre Tommaso d’Aquino sistematizza il tema della guerra «giusta». Una scelta pacifista è quella dei Lollardi inglesi nel XIV secolo, e poi degli Ussiti.

Nell’ambito della Riforma protestante (XVI sec.), al filone maggioritario di Lutero, Zwingli, Calvino, si oppone quello minoritario degli Anabattisti. Per Lutero è legittimo che il cristiano usi la forza, ma anche che obietti a una guerra ingiusta. Anche per Zwingli la guerra giusta è legittima, e per Calvino l’uso delle armi è consentito in certe occasioni, ad esempio contro gli eretici.

Con la strage degli Ugonotti a Parigi nel 1572, inizia un periodo di sanguinose repressioni e di guerre di religione. In Inghilterra, dal calvinismo nasce il puritanesimo. I puritani, a metà del Seicento, fanno guerra al re Carlo I, lo sconfiggono e uccidono, mentre in America massacrano i popoli nativi.

Alla violenza negli Usa, si oppone William Penn (XVIII sec.), che invita in Pennsylvania i membri delle Chiese pacifiste. Lì possono fare obiezione alle armi.

Una figura di grande rilevanza dell’Ottocento, infine, è quella di Lev Tolstoj che afferma l’inconciliabilità delle armi con la fede, influenzando il Mahatma Gandhi.

Il Novecento e oggi

Nella seconda parte del volume, Rubboli affronta la posizione delle Chiese e dei cristiani nel Novecento e fino ai giorni nostri.

Il corposo approfondimento dello studioso attraversa l’ultimo secolo di storia mondiale raccontando personaggi e vicende che mostrano il percorso progressivo delle Chiese verso il rifiuto delle guerre, pur rimanendo forte in molti cristiani la legittimazione dell’uso della forza nei conflitti.

Scorrendo le pagine si incontrano intellettuali tedeschi che nel 1914 sostengono la guerra, e teologi come Karl Barth che rifiutano la legittimazione teologica del militarismo. Si legge che «di fronte al dilagare del nazismo in Europa la maggioranza delle Chiese ritenne che la scelta giusta fosse quella di fermare Hitler con le armi». Ci si imbatte nella storia del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, giustiziato per un fallito attentato contro Hitler.

Si legge di episodi di resistenza non armata e di protezione dei perseguitati, come quello del pastore André Trocmé e della moglie Magda, che nel villaggio di Chambon sur Lignon salvarono migliaia di ebrei. Durante la guerra, le Chiese pacifiste storiche si impegnarono nella difesa dell’obiezione di coscienza, nella richiesta di un servizio civile alternativo e in opere di soccorso alle popolazioni, mentre in diversi Paesi le Chiese protestanti si esprimevano a sostegno dei governi in guerra. Gran parte del cattolicesimo francese sosteneva il regime di Vichy, nonostante diversi vescovi e teologi parlassero di resistenza spirituale all’antisemitismo e al nazismo.

Rubboli ripercorre anche le posizioni pacifiste della Chiesa cattolica: dalla denuncia della guerra come «inutile strage» di papa Benedetto XV, nel 1917, all’enciclica Pacem in terris del 1963 di papa Giovanni XXIII; dalla Gaudium et Spes del Vaticano II del 1965, alla Populorum progressio di papa Paolo VI del 1967. Dalle prese di posizione di Giovanni Paolo II sul diritto dovere di ingerenza umanitaria, al deciso riconoscimento della nonviolenza come strumento efficace per una politica di pace di papa Francesco.

Si incontrano poi le azioni di disobbedienza civile negli Usa contro la guerra in Vietnam, pur in mezzo a una maggioranza favorevole al Governo; una lettera del 1983 dell’episcopato cattolico statunitense riconosce la nonviolenza come impegno cristiano nel servizio al Paese.

In Italia, figure come don Primo Mazzolari e don Milani, sostenitori della nonviolenza evangelica; obiettori di coscienza durante la Grande guerra, come i protestanti Alberto Jong e Guido Plavan; Carlo Lupo, tra i fondatori del Movimento internazionale della riconciliazione. Nel mondo, figure come Martin Luther King e Desmond Tutu.

Rubboli parla anche del Consiglio ecumenico delle Chiese che si è espresso sempre più decisamente contro la guerra e per la nonviolenza come «unico metodo cristiano» per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Rubboli non manca di sottolineare la stonatura del patriarca di Mosca Kirill che difende l’aggressione russa all’Ucraina.

Teologia per la pace

Verso la fine del volume, l’autore fa il punto, nella speranza di offrire un quadro che aiuti lo sviluppo di una teologia della pace.
Oggi le Chiese hanno superato in gran parte lo spirito di «crociata» o di «guerra santa»; la «guerra giusta» ha ancora molti sostenitori, ma solo in situazioni estreme; emerge una teoria della «pace giusta» e si sviluppa una «teologia della pace» che si riallaccia al pacifismo anabattista e delle Chiese pacifiste storiche; nascono pratiche per risolvere i conflitti senza violenza, spingere sul disarmo, promuovere i diritti umani e la democrazia; si approfondisce, in riferimento ai conflitti sociali e tra Stati, la teologia del perdono e della riconciliazione.

Bibliografia

  •  Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Paoline Editoriale Libri, Milano 2004, pp. 480, 25 €.
  •  Pier Cesare Bori, Tolstoj, Edizioni Cultura della pace, Fiesole 1991, pp. 203.
  •  Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni, Donzelli editore, Roma 2006, pp. 226, 24,50 €.
  •  Marco Labbate, Non un uomo né un soldo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2022, pp. 240, 16 €.
  •  Paolo Naso, Martin Luther King. Una storia americana, Laterza, Bari 2022, pp. 224, 12 €.
  •  Paolo Candelari, Ilaria Ciriaci, Guerra, pace, nonviolenza. 50 anni di storia e impegno, Paoline, Milano 2015, pp. 224, 16 €.
  •  Roberto Mancini, Brunetto Salvarani, Oltre la guerra. Le vie della pace tra teologia e filosofia, Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2023, pp. 160, 15 €.



Dove scienza e spiritualità si parlano

La fisica quantistica ha aperto un modo nuovo di pensare il mondo, il tempo, l’uomo e la scienza stessa. Un fisico, inventore del microprocessore nel 1971, impegnato anche nello studio dell’intelligenza artificiale, propone le sue riflessioni sulla natura della coscienza, alla luce della teoria dei quanti.

Federico Faggin è uno dei più influenti scienziati e imprenditori del nostro tempo, conosciuto soprattutto per aver inventato e commercializzato nel 1971 il primo microprocessore commerciale, l’Intel 4004, e per i suoi contributi nel campo dell’intelligenza artificiale.

Nato in Italia nel 1941, negli anni Sessanta si è trasferito negli Stati Uniti, dove tutt’ora risiede. Nel 2011 ha fondato la «Federico and Elvia Faggin foundation», organizzazione non profit che si occupa di comprendere la natura della coscienza umana dal punto di vista scientifico.

Come lui stesso racconta, tutto è nato quando, pur avendo raggiunto già in giovane età obiettivi come la fama, la ricchezza, una famiglia felice, «non ero contento e non sapevo perché».

Di fronte a sé, vedeva i problemi dell’esistenza che tutti sono chiamati ad affrontare.

Grazie a un’esperienza interiore molto forte, si è reso conto che quello che doveva cambiare era lo sguardo con cui indagava la realtà.

Ha dedicato gli anni successivi a connettere la sua esperienza interiore con la fisica quantistica che padroneggia profondamente.

La sua storia è stata raccontata recentemente da un documentario che può essere visto ancora su Raiplay: «Federico Faggin, l’uomo che vide il futuro».

I suoi libri

Faggin ha pubblicato diversi libri per Mondadori. Se con «Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza», nel 2019 si è rivelato al grande pubblico, con «Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura», del 2022, ha avvicinato molti alle sue riflessioni, presentando il volume in numerosi incontri pubblici.

Con il suo ultimo libro, «Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono», Faggin riesce a divulgare le sue idee su coscienza, intelligenza artificiale e fisica quantistica.

Strutturato in forma di dialogo, questo libro illustra come scienza e spiritualità non siano aspetti dell’esperienza umana separati tra loro, bensì costantemente in comunicazione.

Partendo dalle basi della fisica quantistica, Faggin esplora fenomeni come l’entanglement quantistico del libero arbitrio e della coscienza, gettando su di essi uno sguardo molto originale.

Infatti, egli afferma che, secondo la fisica classica, la coscienza è prodotta dal cervello, mentre, attraverso la sua esperienza, lui la vede come il modo attraverso il quale ciò che chiamiamo Universo, o il Tutto, o l’Uno, o la Totalità di ciò che esiste, può conoscere se stesso.

Faggin definisce allora la coscienza come la capacità dell’Universo di conoscere se stesso, per cui ogni mente individuale rappresenta una manifestazione della coscienza universale. In questo senso la realtà del Tutto/Uno sembra essere organizzata in modo olografico, in quanto ogni sua minuscola parte contiene le informazioni dell’intero universo, anche se ogni unità di coscienza mantiene la sua individualità.

In «Oltre l’invisibile», Faggin racconta, dopo anni di percorsi spirituali, come l’amore sia la forza fondamentale che manifesta la realtà, suggerendo come, di conseguenza, la coscienza sia non un aspetto emergente della materia, ma una forza creativa e organizzativa.

Il suo è un libro che fa riflettere, apre spazi nuovi di significato e di consapevolezza del nostro stare al mondo.

Piccola bibliografia

  • Federico Faggin, Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura, Mondadori, Milano 2023, pp. 352, 12,50 €.
    In questo libro l’autore si propone di spiegare la differenza e la distanza incolmabile tra intelligenza artificiale e intelligenza naturale. La coscienza è ontologica, esiste cioè da sempre, come proprietà intrinseca al cosmo. Ciò è confermato dalla fisica quantistica.
  •  Federico Faggin, Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza, Mondadori, Milano 2022, pp. 336, 13,00 €.
    In questa autobiografia Faggin racconta le sue quattro vite, dall’infanzia ai primi lavori, dalla controversia con Intel per l’attribuzione della paternità del microprocessore, fino all’impegno nello studio scientifico della coscienza.
  •  Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina editore, Milano 2014, pp. 248, 22,00 €.
    In questo libro, il noto fisico racconta in modo chiaro e accessibile a tutti come la fisica quantistica abbia cambiato la visione del mondo che ci circonda.
  •  Piero Martin, Questo è quanto. La fisica quantistica in cinque idee, La Terza, Bari 2025, pp. 168, 17,00 €.
    L’autore, professore ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Padova, fa un racconto sulla fisica quantistica attraverso cinque idee fondamentali alla base della rivoluzione dei quanti: discontinuità, identità, futuro, indeterminazione e relazione.
  •  Enzo Pellegrino e Luca Visinelli, Dove abita il tempo. Passeggiare tra fisica e filosofia, Pendragon, Bologna 2024, pp. 127, 15,00 €.
    Questo libro illustra come è cambiato il significato della natura del tempo nella storia della scienza e della filosofia.



Russi contro Putin

Dopo oltre tre anni di guerra, Russia e Ucraina hanno iniziato a trattare. Alcuni libri raccontano l’esperienza dei russi che si oppongono al regime putiniano. Con coraggio e spesso a rischio della vita.

«La Russia che si ribella» è un libro agevole, che si legge tutto d’un fiato. Non è un trattato sistematico sull’opposizione in Russia. Ce la fa conoscere attraverso esperienze dirette di cinque persone che hanno cercato di ribellarsi. Tutte e cinque sono state intervistate nel marzo 2022, subito dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2023 a distanza di un anno, e nel gennaio 2024, appena prima della chiusura del libro.

Si tratta di Ljudmilla (i nomi sono tutti di fantasia per ovvi motivi), una delle ultime reduci dell’assedio nazista di Leningrado (come si chiamava allora l’odierna San Pietroburgo) tra il 1941 e il 1944, che smonta la retorica patriottica su cui si fonda la giustificazione del regime di Putin e, in particolare, dell’attuale guerra all’Ucraina. Il secondo intervistato è Ioann, prete ortodosso, perseguitato dal regime, cacciato dalla sua Chiesa perché ha tenuto prediche critiche sulla guerra. Il terzo si chiama Grigorij, ricercatore universitario, che ha svolto sondaggi in cui svela ciò che il potere non vuol sapere. Il quarto è Ivan, attivista contro la guerra a Mosca, emblema di ciò che accade a chi osa manifestare. Infine, c’è Katja, studentessa all’Università di Mosca, redattrice di un giornalino studentesco indipendente, oggi ovviamente chiuso.

Il dato positivo è che nessuno dei cinque si è arreso: sono tuttora tutti attivi e impegnati. Quello negativo è che tutti, eccetto l’anziana di San Pietroburgo, vivono fuori dalla Russia. Dalla lettura di queste vicende sorgono diversi spunti di riflessione. Innanzitutto, sul progressivo irrigidimento del regime. In secondo luogo, sulle previsioni errate, fatte in Occidente e negli ambienti di opposizione in Russia, di una crescente difficoltà del regime a sostenere una guerra prolungata: l’economia non è crollata, il reclutamento dei soldati è avvenuto senza suscitare proteste visibili, il consenso è rimasto alto, soprattutto tra gli oligarchi, e – al momento – non si sono viste crepe nel regime.

Altro elemento che va sottolineato è la convinzione, comune a tutti gli intervistati, dell’estrema pericolosità di Putin e delle sue mire espansionistiche. La situazione è paragonata a quella dell’Europa degli anni Trenta, in questo condividendo le tesi degli occidentali più oltranzisti e in contrasto a quello che pensano molti pacifisti.

Alle testimonianze si aggiunge una riflessione dei due autori sulla situazione dell’opposizione, una cronologia del regime dal 2000 al 2024 e un «glossario della resistenza».

L’involuzione russa

Il libro descrive la trasformazione della democrazia autoritaria russa in «democratura», o democrazia illiberale, e – infine – in dittatura tout court. Un processo progressivo, prima lento e poi sempre più veloce.

Occorrerebbe riflettere su questa involuzione, perché nessuno standard democratico è dato una volta per sempre: si inizia dall’accentramento dei poteri in un capo (questo era presente nella costituzione del ’93 che accentrava tutti i poteri nel presidente della Federazione russa); si passa alle limitazioni dei diritti di riunione, manifestazione, stampa; si obbligano le organizzazioni a registrarsi; si dichiarano quelle ostili come agenti stranieri; si chiudono partiti, e – alla fine – il regime è completo.

Nel frattempo, alcune persone spariscono, vengono uccise per strada, o vengono inghiottite nei meandri del sistema carcerario. Il tutto sempre giustificato dalla necessità della sicurezza nazionale, della difesa del «nostro mondo», perché «siamo aggrediti», «attaccati» o, comunque, «lo stanno per fare».

In queste condizioni la domanda da porsi non è tanto «perché i russi non si ribellano», che molti in Occidente si fanno (concludendo poi che i russi sarebbero «geneticamente» inclini a genuflettersi al potere e a rimanere passivi e obbedienti), ma «come i russi si ribellano».

È la domanda cui tenta di rispondere questo libro, e su cui si concentra la riflessione finale degli autori.

Fare manifestazioni oggi in Russia significa incorrere in una repressione terroristica. Allora, chi resiste si inventa altri metodi, apparentemente depoliticizzati, come protestare con scritte sui muri, lasciare biglietti e volantini nelle stazioni dei mezzi pubblici, fare petizioni perché madri dei caduti, partecipare alle elezioni pur «farlocche» per dare segnali di preferenza ai candidati civetta, pur di diminuire il consenso a quelli del regime.

Insomma, i russi che si ribellano ci sono. Molti sono fuggiti (si parla di più di mezzo milione) ma molti sono rimasti in patria. Si vedono poco, ma in ogni regime dittatoriale è così: fino a quando la situazione non diventa esplosiva passando all’insurrezione, le critiche, le opposizioni rimangono sotterranee.

«La Russia che si ribella» fornisce una panoramica dettagliata e articolata di questa complessa realtà politica e sociale.

Senza sconti

In attesa che il dialogo tra i paesi belligeranti diventi concreto (sta faticosamente accadendo mentre scriviamo queste righe), il libro di Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese è anche un motivo di riflessione per noi che ci opponiamo alla guerra e alla deriva militarista in corso. Nella giusta critica alle scelte della classe politica occidentale, non dimentichiamo mai le condizioni dei russi e la denuncia chiara e senza sconti del regime tirannico ed oppressivo che Putin ha imposto su tutta la Russia.

Paolo Candelari
Centro studi Sereno Regis

Libri «resistenti»

  •  Elena Kostjucenko, La mia Russia. Storie da un Paese perduto, Einaudi 2023, pp. 435, 21,00 €.
  •  Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi 2022, pp. 384, 14,00 €.
    Elena Kostjucenko e Anna Politkovskaja sono due giornaliste d’inchiesta russe. La prima è fuggita nel 2022 perché dichiarata agente straniero, colpevole di aver scritto reportage dal fronte ucraino per il giornale Novaja Gazeta, poi chiuso. Il libro raccoglie articoli scritti nel corso degli anni 2020-2023, inframmezzati da riflessioni. La seconda giornalista, molto nota, è stata uccisa a Mosca nel 2005. Il libro è una raccolta di suoi articoli.
  •  Alexander Baunov, La fine del regime. La caduta di tre dittature europee e il destino della Russia di Putin, Silvio Berlusconi Editore 2025, pp. 636, 25,00 €.
    Il libro è uscito in Russia nel 2023. Poco dopo, l’autore è stato dichiarato agente straniero. Il libro tratta della caduta di tre dittature – Spagna, Portogallo e Grecia – per passare poi a diverse considerazioni sulla Russia di Putin.
  •  Gene Sharp, Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta, Chiare Lettere, 2011, pp. 144, 10,00 €.
    È un testo divulgato in diversi Paesi dell’Est e anche arabi. È servito da manuale per vari gruppi di opposizione. Pur non trattando specificamente di Russia, può essere una lettura utile per iniziare ad addentrarsi nel mondo della lotta nonviolenta e della sua efficacia.

Siti «RESISTENTI»

⁠Per approfondire la conoscenza della resistenza russa, si segnalano questi due siti:

  • https://www.themoscowtimes.com Si tratta dell’ultimo giornale indipendente russo, costretto a chiudere in Russia dal marzo 2022. Pubblica articoli, commenti, riflessioni. In lingua inglese.
  • https://objectwarcampaign.org/en È il sito di una coalizione di diverse associazioni della società civile a sostegno degli obiettori russi, ucraini, bielorussi.



Il suicidio di Israele

Un piccolo libro affronta uno dei conflitti più intricati e centrali del mondo contemporaneo. Lo fa cercando cause e concause nella storia, e parlando, ad esempio, del valore del sentirsi «vittima» per entrambe le parti.

Il volume di Anna Foa, Il suicidio di Israele, aiuta a comprendere le tragiche vicende del Medio Oriente. Problematizza la situazione e stimola la riflessione. Lo fa a partire da una solida ricostruzione del passato nel quale i conflitti attuali affondano le radici.

Lo sguardo dell’autrice è dichiarato fin dalle prime righe: «Queste pagine contengono le riflessioni di un’ebrea della diaspora di fronte a quanto sta succedendo […]. Esse nascono dal dolore per l’eccidio del 7 ottobre e da quello per i morti […] della guerra di Gaza. È lo stesso dolore, per gli uni e per gli altri».

L’autrice, per «complicare le banalizzazioni», parte dalla storia: come nasce il sionismo? Quali conseguenze ha la sua nascita per il mondo ebraico e la Palestina? È un movimento di autodeterminazione o coloniale? C’è un solo sionismo o diversi sionismi, e diverse fasi storiche?

Una prima interpretazione è quella del sionismo come movimento di rottura nel mondo ebraico, in quanto persegue un progetto politico, lo Stato, che non ha mai fatto parte della sua costruzione filosofica fino alla fine del XX secolo.

Il sionismo nasce come movimento di rinascita nazionale che critica gli ebrei della diaspora e la loro «assimilazione»: nasce l’idea dell’ebreo nuovo, il sabra, alto e forte per il lavoro nei campi, che riscatta secoli di oppressione e di «vergogna».

Pur nascendo in Europa occidentale, il sionismo è figlio della società russa zarista dove, a inizio Novecento, nascono i Protocolli dei savi di Sion (un falso documento contro gli ebrei, ndr). Da questa società verrà la classe dirigente dell’insediamento ebraico in Palestina, l’Yishuv, nelle due ondate di aliyah (ritorno alla Terra Promessa) del 1904 e 1919-20.

Immigrati ebrei e nazionalismo arabo

Quando Theodor Herzl pubblica nel 1896 «Lo stato ebraico», tra le opzioni sul luogo in cui crearlo ci sono l’Argentina e l’Uganda. Lo scopo è quello di salvare gli ebrei dall’antisemitismo.

Nel 1919, l’emiro Faysal ibn Husayn (capo del governo di Damasco) e Chaim Weizmann (dal 1921 presidente dell’Osm, Organizzazione sionista mondiale), stringono un accordo, ma la rottura tra sionisti e mondo arabo arriva già nel 1920, quando la Conferenza di San Remo rende la Siria un protettorato francese e Faysal diviene re dell’Iraq.

Il nazionalismo arabo si sposta così dalla Siria alla Palestina e provoca la prima rivolta antisionista a Giaffa, nel 1921, anche in seguito al crescente numero di immigrati ebrei. A essa fa seguito quella di Hebron nel ‘29 e quella del ‘36, organizzata dal Gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al Husayni, contro ebrei e inglesi.

Diverse posizioni ebraiche

Anche tra gli ebrei ci sono diverse posizioni. Per il movimento Brit Shalom, sostenuto da intellettuali come Martin Buber, Yehuda Magnes e Albert Einstein, lo Stato dovrà essere binazionale. Ebrei e arabi possono convivere con gli stessi diritti. Anche la sinistra sionista del partito Mapam la pensa così. I revisionisti guidati dal russo Vladimir
Jabotinsky, che si è staccato nel 1935 dall’Osm, sono, invece, a favore dell’uso della forza e dell’imposizione del progetto sionista. Così come il Betar, nato nel 1923 e organizzato militarmente, il cui capo, Menachem Begin, arrivato in Palestina nel 1942, diventa il numero uno del movimento terroristico Irgun e autore dell’attentato all’Hotel King David a Gerusalemme nel 1946.

In seguito all’avvento del nazismo, Jabotinsky sostiene la necessità di un’emigrazione di massa degli ebrei europei, e tra il 1933 e il 1937, 450mila ebrei vanno in Palestina.

Nel 1939 gli inglesi, timorosi dell’appoggio arabo all’Asse, limitano le quote di immigrazione (75mila nei 4 anni successivi). Alla fine della guerra, quando 250mila ebrei sopravvissuti vagano per l’Europa, l’Yishuv dà inizio all’Alyia Bet, l’immigrazione clandestina, che porta 120mila profughi in Palestina.

Nel 1947 finisce il mandato inglese e l’Onu delibera la spartizione della Palestina, in seguito alla quale viene fondato lo Stato di Israele nel 1948.

La guerra di quello stesso anno della Lega araba contro Israele è un punto di svolta: il conflitto aiuta la realizzazione del piano di espulsione dei palestinesi e di pulizia etnica del territorio. Avvengono violenze e massacri. È il colonialismo di insediamento.

Palestina colonizzata

La guerra del 1967, con la conquista da parte di Israele delle alture del Golan, della West Bank, di Gerusalemme Est e di Gaza crea le condizioni di occupazione dei territori palestinesi. Si diffonde una versione religiosa e aggressiva del sionismo, che si ritiene ispirata da Dio a colonizzare la terra di Israele.

È così che crescono gli insediamenti nella West Bank, da parte di gruppi estremisti riuniti nel Gush Emunim. Anche quando ci sono i laburisti al governo, 1967-’73, si espande la colonizzazione. Intanto, nel 1964 è nata l’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, guidata da Yasser Arafat, che considera illegale l’esistenza di Israele (principio mantenuto fino al 1998), proclama il diritto al ritorno dei profughi, e la lotta armata.

La guerra del Kippur, nel 1973, vinta da Israele con il sostegno Usa, non modifica la situazione.

Le due identità

Il secondo capitolo del volume di Anna Foa riflette sulle identità: mentre la costruzione dello Stato di Israele avviene a prescindere dallo sterminio nazista, dopo il processo Eichmann (1961) la memoria della Shoah diventa il cuore dell’identità di Israele, che si sente l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo.

Un altro elemento che identifica sempre più gli ebrei con Israele è il terrorismo palestinese. Esso non si rivolge più contro i soli israeliani, come a Monaco nel 1972, ma anche contro ebrei nella sinagoga di Roma nel 1982 o a Parigi nel 1980 e 1982.

Anche l’arrivo di 600mila profughi ebrei dai paesi arabi dopo il 1967 contribuisce a modificare l’identità di Israele, creando complessi rapporti tra ashkenaziti e mizrachim orientali, così come, negli anni Novanta, l’arrivo di oltre un milione di ebrei dai Paesi dell’ex Urss, che introduce il russo come terza lingua del Paese, dopo ebraico e arabo.

Infine, altro tassello identitario è la religione: i sionisti religiosi si moltiplicano e si crea una spaccatura tra laici e credenti.

Anche l’identità palestinese cambia. Il ritorno dei profughi, che nel 1948 sono 700mila, e nel 2025 saranno cinque milioni, è un ostacolo alla pace.

Se la Shoah è il cuore dell’identità israeliana, la Nakba, l’esodo forzato degli arabi palestinesi dai territori occupati, è il cuore dell’identità palestinese: «Entrambe sono identità nazionali in cui la dimensione della catastrofe e del trauma svolgono un ruolo centrale e dove la narrazione nazionale ruota in gran parte intorno a motivi legati all’essere vittima e alla perdita subita» (cfr. Olocausto e Nakba di Bashir e Goldberg, 2023).

Le paci fallite

Nel terzo capitolo del suo libro, Anna Foa prende in esame i tentativi di pace e gli ostacoli che li impediscono. In particolare, sono due i momenti che interrompono un possibile percorso dentro Israele: l’atto terroristico di Baruch Goldstein che, nel 1994, uccide 29 palestinesi nella moschea di Hebron; e l’assassinio, nel 1995, del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin da parte di Yigal Amir, un colono ebreo estremista di destra contrario a ogni negoziato.

Tutti i tentativi successivi di riprendere un processo di pace falliscono. La politica degli insediamenti illegali prosegue con circa 700mila coloni israeliani che si stabiliscono nei territori occupati. Inizia la costruzione del muro di separazione nel 2002. Nel 2006 Ariel Sharon decide in modo unilaterale la restituzione di Gaza ai palestinesi sgombrando 7.500 coloni. Le elezioni del 2006 nella striscia portano Hamas al potere che accresce la sua influenza anche in Cisgiordania. Nel 2009 Netanyahu dichiara ferma opposizione a ogni trasformazione dell’Autorità palestinese in stato autonomo. Gaza è sempre più controllata da Israele che scatena contro la striscia guerre nel 2009, 2012, 2014, 2021, fino a quella totale odierna.

Il suicidio

L’ultimo capitolo analizza i passaggi più recenti che portano a quello che l’autrice chiama «il suicidio di Israele» a opera del suo stesso governo.

L’operazione del 7 ottobre avrà come prima motivazione la salvaguardia delle moschee della spianata del Tempio, poiché i sionisti religiosi non riconoscono gli accordi su di essa, e il Temple institute lavora alla costruzione del Terzo Tempio che prevede la distruzione delle moschee.

Nel 2018 è varata una legge che prevede lo Stato degli ebrei, i soli legittimati a esercitare l’autodeterminazione nazionale. Ciò comporta un trattamento diverso tra i cittadini ebrei e non ebrei, e il rifiuto dello Stato palestinese.

«La trasformazione di Israele in un Paese autoritario avanza. La polizia attacca ogni manifestazione di dissenso, le prigioni sono piene di cittadini arabo israeliani e dei Territori, detenuti senza processo. Le dichiarazioni razziste di ministri si moltiplicano […]. Ci sono militari che rifiutano di andare a combattere a Gaza, preferendo la prigione. Si è formata addirittura un’organizzazione di genitori che invita i figli a rifiutare di combattere».

Poiché dal governo israeliano ogni critica è respinta come «antisemitismo», è opportuno definire anche questo concetto: due sono le definizioni recenti, quella dell’International holocaust remembrance alliance del 2016, che pone un legame stretto tra antisionismo e antisemitismo, e la Dichiarazione di Gerusalemme, del 2021, che definisce l’antisemitismo come «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)».

Quando, durante le manifestazioni anti israeliane si grida «Dal fiume al mare, Palestina libera», si tratta di uno slogan antisemita? E gli ebrei del mondo «come possono parlare solo dell’antisemitismo senza guardare a ciò che in questo momento lo fa divampare, la guerra di Gaza? […] Dopo questa terribile esplosione di odio, la strada, non dico per la pace, ma per una semplice convivenza, è lunga […]. Non possiamo dare per scontato che l’odio lasciato da tutti questi traumi cesserà un giorno. Ma non ci sono altre strade […]».

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis

Angela Dogliotti

Suggerimenti di lettura

Jean-Pierre Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto. Storia di un conflitto (XIX-XXI secolo), Einaudi, Torino 2025, pp. 428, 32 €.

Bruno Montesano (a cura di), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, edizioni e/o, Roma 2024, pp. pp. 128, 10 €.

Daniel Bar-Tal, La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese, FrancoAngeli, Milano 2024, pp. 400, 34 €.

Paola Caridi, Hamas. Dalla resistenza al regime, Feltrinelli, Milano 2023, pp. 352, 20 €.

Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi, Roma 2024, pp. 144, 15 €.

Noam Chomsky e Ilan Pappé, Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e Palestina, Ponte alle Grazie, Milano 2023, pp. 272, 16,90 €.

Bashir Bashir, Amos Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023, pp. 464, 20 €.




Il capitalismo della sorveglianza


L’era digitale è piena di minacce di cui non siamo consapevoli. La raccolta e l’uso di informazioni di ogni tipo che ci riguardano è pervasiva. La possibilità di trovarci come singoli e società in uno stato di dipendenza e intontimento è concreta. Il capitalismo digitale è segnato dalla sorveglianza. È bene saperlo.

«Il capitalismo della sorveglianza» di Shoshana Zuboff, professoressa della Harvard business school dal 1981, è il frutto di anni di ricerca.

Mostra come l’era che stiamo vivendo, caratterizzata da uno sviluppo velocissimo della tecnologia digitale, sia piena di minacce di cui non siamo consapevoli.

Nel capitalismo della sorveglianza, infatti, c’è chi si appropria, per gli scopi più diversi, dei dati relativi ai nostri comportamenti, sia quando siamo online che quando siamo offline.

Ogni nostra e-mail, ogni nostra interazione, ogni nostra emozione, è venduta, controllata, manipolata.

Se molti dei dati che ci riguardano vengono usati per migliorare prodotti o servizi, molti altri diventano quelli che Zuboff chiama «surplus comportamentale privato»: dati che vengono utilizzati per capire come ci comporteremo nel futuro e, di conseguenza, per persuaderci ad assumere comportamenti che generano maggiore profitto per alcuni grandi gruppi finanziari.

I prodotti e i servizi del capitalismo della sorveglianza diventano allora trappole che attirano gli utenti in operazioni nelle quali le loro esperienze personali vengono catturate e usate per scopi di altre persone.

Pensiamo a quanto internet sia saturo di pubblicità «personalizzata». Messaggi continui che producono sia dipendenza che intontimento psichico. Segno di quanto siamo tracciati, analizzati, sfruttati, e del rischio di essere modificati nei nostri gusti, scelte, persino nel nostro orientamento politico.

L’occulto condizionamento delle scelte individuali

I dati che più interessano al sistema del potere digitale sono quelli che provengono dai comportamenti quotidiani, quelli che possono essere riorientati a favore di obiettivi non nostri, gli scopi economici dei capitalisti della sorveglianza.

I nuovi protocolli automatizzati sono progettati per influenzare e modificare il comportamento umano.

Anziché usare eserciti e armi, il sistema del capitalismo della sorveglianza impone il proprio potere tramite l’automazione e un’architettura sempre più presente, fatta di dispositivi, oggetti e spazi smart interconnessi.

Google ha avuto un ruolo importantissimo in questa direzione, perché ha finanziato ricerca e sviluppo ponendosi all’avanguardia.

Ogni individuo è sorvegliato: ciascuno diventa plusvalore.

Il libro di Shoshana Zuboff è molto ricco di informazioni su come i dati vengono acquisiti e usati, ovviamente all’insaputa del consumatore.

Nel testo è presente un’approfondita analisi storica, giuridica ed economica di questo nuovo capitalismo fondato sulle tecnologie digitali. È presente poi la descrizione della nuova forma di potere antidemocratico basato sull’occulto condizionamento delle scelte individuali.

L’utopia della Silicon Valley, per Zuboff, nasconde proprio un disegno politico antidemocratico, la cui spia è la fortissima partecipazione dell’oligarchia economica statunitense alla politica, come dimostra il governo Trump.

Non è magia, ma sorveglianza

«Il capitalismo della sorveglianza», pubblicato per la prima volta in Italia dalla Luiss University Press nel 2019 e riedito nel 2023, è un libro a tratti inquietante, ma che apre gli occhi su un aspetto poco indagato della nostra società liquida, e che ci interpella sui nostri comportamenti, anche quelli apparentemente più banali come mettere un like o accettare i cookie.

Ci fa capire come mai, nelle nostre ricerche su Google, troviamo subito i siti degli argomenti di cui stavamo discutendo.

Non è magia, ma sorveglianza.

Rita Vittori
Centro studi Sereno Regis

Piccola bibliografia

Cory Doctorow, Come distruggere il capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano 2024, pp. 156, 16,00 €.

Cory Doctorow è giornalista, romanziere, attivista e noto blogger. Sostiene che l’unica possibilità rimasta per rispondere al capitalismo della sorveglianza è quella di distruggere i monopoli che attualmente costituiscono il web commerciale così come lo conosciamo. In modo da tornare a un web aperto e libero, in cui la raccolta dei dati non sia un principio fondante.

Pedro Baños, Così si controlla il mondo. I meccanismi segreti del potere globale, Rizzoli, Milano 2020, pp. 480, 19,00 €.

L’autore, ex comandante del controspionaggio dell’Unione europea, svela i giochi di potere tra le élite politiche internazionali, le tecniche e i trucchi utilizzati per indirizzare gli eventi e manipolare l’avversario: «Impoverisci e indebolisci il tuo vicino», «Menti, qualcosa resterà», «Chi fa le parti si prende quella migliore», e così via. E come tutto questo influisca nella vita di ogni singolo cittadino.

Stefano Borroni Barale, L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale, Altreconomia, Milano 2023, pp. 160, 14,00 €.

In questo libro si ricostruiscono le tappe che la comunità scientifica ha attraversato da Alan Turing, primo sostenitore forte dell’IA, ai creatori di ChatGPT, il software in grado di sostenere un dialogo credibile con un essere umano.

Comprendere questo fenomeno, però, può aiutarci a costruire tecnologie alternative, che promuovano la convivialità e la partecipazione diffusa invece del controllo di pochi sugli utenti.




Scienziate visionarie


Sono poco conosciute, ma molto importanti: le donne che nell’ultimo secolo hanno contribuito con i loro studi a rinnovare la scienza e, insieme, la società. Un libro ne presenta dieci, con le loro impostazioni «visionarie» e innovative.

L’interesse del pubblico verso le storie di donne scienziate cresce nel tempo, stimolato anche da diversi libri.

Per esempio, nel 2018 è uscito Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie, volume curato da Sara Sesti e Liliana Moro.

Come sottolinea Adriana Giannini nella sua recensione del libro, «ci si rende subito conto che le scienziate selezionate […] oltre alle doti intellettuali fuori dall’ordinario, dovevano possedere una grande tenacia e sete di sapere per riuscire a evadere dal ruolo che la società prevedeva inesorabilmente per le donne che non volevano essere emarginate: occuparsi della famiglia o chiudersi in convento».

Molte di quelle donne hanno incontrato grossi ostacoli per realizzare i loro progetti, per farsi riconoscere e trovare spazio in un mondo dominato dal potere e dai pregiudizi maschili.

Tra il 2023 e il 2024 sono usciti altri tre titoli su donne scienziate, ciascuno dei quali presenta alcune figure femminili, scelte sulla base di specifiche caratteristiche: si sono occupate di scienze naturali, ambientali, mediche. Tutte con un approccio trans disciplinare, attento ai contesti sociali e alle relazioni interpersonali.

Tra «ribelli», «prime» e «visionarie», queste donne hanno introdotto nuovi modi di vedere, pensare e agire nel loro lavoro.

Visionarie

Ci soffermiamo qui sul libro di Cristina Mangia e Sabrina Presto, Scienziate visionarie, del 2024.

Le due autrici sono ricercatrici del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) che da anni studiano questioni ambientali e di salute pubblica.

La scelta delle dieci figure è in sintonia con il vissuto professionale delle autrici, e con la loro riflessione sulla scienza come impresa collettiva, immersa in un tessuto sociale che condiziona le domande di ricerca, le metodologie di lavoro, gli obiettivi.

Il filo ideale che connette tra loro le studiose presentate nel volume è proprio la convinzione che la scienza debba smettere di essere percepita (e praticata) come lo studio neutrale e oggettivo di una realtà esterna. Deve essere invece riconosciuta come una pratica collettiva e intersoggettiva di esplorazione delle relazioni tra umanità e natura, dipendente dal contesto storico in cui è fatta, dai mezzi tecnici e, soprattutto, dagli obiettivi dell’indagine. Gli obiettivi, infatti, orientano le domande di ricerca, le quali, a loro volta, condizionano la raccolta e interpretazione dei dati che contribuiscono a costruire una visione del mondo per l’intera società.

Un aspetto comune delle studiose presentate è la loro «visionarietà»: la capacità di proporre delle trasformazioni sociali tali da proteggere la sicurezza ambientale, la giustizia e la pace.

Un altro elemento è l’impegno politico. Tutte sono state protagoniste di varie forme di contestazione del maschilismo (spesso razzista) che caratterizzava le leggi, le abitudini, le regole, i vincoli del loro tempo dominato dalla tecno-scienza. Tutte hanno fatto ricorso a metodologie empatiche e nonviolente per sovvertire quella forma insidiosa di patriarcato che impediva alle donne di esprimere le loro potenzialità, e ostacolava la loro attitudine a indagare il mondo naturale con l’obiettivo d’imparare, anziché di usarlo e dominarlo.

L’esigenza di trasformare il modo di pensare e praticare la scienza si è manifestata gradualmente, a partire da quando una minoranza della comunità scientifica (soprattutto femminile) ha fatto emergere la coscienza che la complessità del mondo non può essere esplorata dalle singole discipline separate tra loro, e che occorre far collaborare visioni diverse, non solo scientifiche ma trans disciplinari.

Relazione umanità natura

Le due autrici presentano per prima la figura di Donella Meadows (Usa, 1941-2001), che negli anni 70 del Novecento, insieme ai suoi colleghi, propose l’idea che la Terra sia un sistema complesso, interconnesso e, soprattutto, «finito», ossia con risorse limitate, e limitate capacità di ripristinare gli ecosistemi alterati dalle azioni umane.

Il libro I limiti alla crescita, di cui Meadows fu prima autrice, segnò uno spartiacque nella percezione della relazione tra umanità e natura, anche se alla nuova comprensione delle cose non seguì una sufficiente consapevolezza, né furono prese adeguate misure per ridimensionare l’impatto umano sul pianeta.

Seguono le presentazioni di altre scienziate: Alice Hamilton (Usa, 1869-1970) a partire dall’inizio del Novecento, esplorò per prima le conseguenze dei processi industriali e della produzione di sostanze tossiche sui lavoratori. Aprì la strada alla moderna medicina occupazionale.

Nello stesso periodo Sara Josephine Baker (Usa, 1873-1945) avviò una rivoluzione nella sanità pubblica, introducendo e applicando norme di igiene e prevenzione soprattutto con i bambini e le fasce di popolazione più disagiate.

Un altro esempio significativo della diversa prospettiva delle donne di fronte ai problemi è quello di Alice Stewart (Regno Unito, 1906-2002): mentre ingenti finanziamenti erano destinati a sviluppare prodotti industriali sempre nuovi, pochi fondi venivano assegnati alla medicina sociale, cioè all’indagine degli effetti dei nuovi prodotti sulla salute delle persone.

Fu Alice Stewart a scoprire gli effetti della tecnologia nucleare (dalle radiografie ai fallout delle esplosioni) e a denunciare i rischi dell’esposizione alle sostanze radioattive.

Anche la giapponese Katsuko Saruhashi (1920-2007) fu coinvolta nelle indagini sugli effetti delle radiazioni e ne denunciò le gravi patologie. Non esitò a mettere le sue competenze scientifiche al servizio di una intensa attività pubblica antinucleare, e a incoraggiare le giovani ad approfondire le conoscenze scientifiche a difesa di scelte politiche consapevoli.

La statunitense Rachel Carson (1907-1964), diventata famosa a livello mondiale non solo per i suoi studi, ma anche per le sue doti di scrittrice, ha avuto il merito di opporsi coraggiosamente alla potente industria chimica che, senza scrupoli e senza controlli, stava spargendo pesticidi nelle campagne e nei campi coltivati, con effetti devastanti su ambiente e salute.

Meno famosa, ma altrettanto combattiva, fu Beverly Paigen (1938-2020), anch’essa statunitense, ricercatrice impegnata nello studio di varie forme di cancro. Raccogliendo le segnalazioni di mamme residenti nella città di Niagara Falls a riguardo di malattie e malformazioni nei loro figli, rilevò la presenza di sostanze tossiche nell’area. Dopo anni ottenne di far riconoscere una grave contaminazione nei terreni della zona.

Le ricerche di Carson e Paigen furono ostacolate da scienziati, politici e industriali che screditarono il lavoro scientifico delle due studiose e le attaccarono personalmente in quanto donne.

Solo dopo molti anni, e grazie alla loro competenza e tenacia, furono approvate importanti leggi e create istituzioni nazionali a difesa dell’ambiente e della salute.

Delle altre studiose presentate nel libro, due in particolare, Wangari Maathai (1940-2011), keniana, prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace, e Suzanne Simard, canadese, nata nel 1960, sono ricordate soprattutto per l’attenzione che hanno dedicato alle foreste.

Wangari, con il movimento di donne da lei fondato (il Green belt movement), promosse e realizzò la riforestazione di ampie aree del Kenya, recuperando alberi autoctoni e il ripristino di eco-agro-sistemi in grado di sviluppare una agricoltura di sussistenza per le comunità locali.

Suzanne, contrariata dall’abitudine dell’industria del legno di piantare monocolture di alberi e di utilizzare diserbanti chimici per tenere «pulite» le radure, incominciò a indagare se ci fossero delle relazioni, degli scambi di informazioni tra i singoli alberi. Grazie ai suoi studi scoprì che le foreste sono ecosistemi interconnessi, le cui radici, associate a reti di funghi, costituiscono una fittissima rete sotterranea, che sarebbe stata poi chiamata «wood wide web».

L’interpretazione che Simard fornì delle relazioni scoperte dentro l’ecosistema foresta era che tra le diverse forme di vita ci sia cooperazione e mutuo sostegno: una spiegazione che fu accolta con diffidenza e scetticismo dalla comunità accademica.

È lo stesso tipo di reazione che incontrò Lynn Margulis (1938-2011), biologa statunitense, quando propose che, all’interno di singole cellule, siano attive complesse forme di cooperazione tra i corpuscoli intracellulari.

Lo sguardo femminile delle due studiose avrebbe portato a una radicale reinterpretazione di molti scambi tra gli organismi, a tutti i livelli.

Foreste e cellule, e, in generale, tutti i viventi, non sono solo in competizione tra loro, ma elaborano anche raffinati dialoghi e strumenti di cooperazione, che in certi casi portano all’evoluzione di nuove forme di vita.

Al termine della carrellata di presentazioni viene ricordata l’unica scienziata italiana del gruppo, Laura Conti (1921-1993). Come ricordano le due autrici, fu «partigiana, medica, studiosa instancabile, politica, scrittrice, divulgatrice».

Laura Conti riuscì a intrecciare competenze scientifiche e impegni sociali, e a porre alla comunità scientifica domande cruciali sugli intrecci tra scienza, etica, democrazia e condizioni sociali. Domande che – come fanno notare le due autrici – sono ancora oggi di grande attualità.

Trasformare la scienza

La mancanza di fiducia nella capacità delle donne di contribuire allo sviluppo della scienza ha accompagnato tutto il Novecento, e ancora oggi molte studiose fanno fatica a entrare in gruppi di ricerca e farsi ascoltare. Sono portatrici di modi diversi di guardare il mondo, di affrontare i problemi, di svolgere le ricerche: le loro prospettive, quando riescono a farsi sentire, possono aprire la strada a nuove piste, offrire soluzioni innovative a problemi irrisolti.

Questo approccio all’idea di scienza, ormai presente da alcuni decenni a livello internazionale, viene individuato con il termine «scienza post normale» (Pns): propone una metodologia di indagine per affrontare problemi complessi e controversi, tipici dell’interfaccia tra scienza, politica e società, ed è parte di un interessante movimento di democratizzazione della scienza. Tuttavia, è condivisa finora da una componente minoritaria della comunità scientifica, ed è contrastata dalla crescente influenza dei poteri forti (economici, politici, finanziari) e dell’apparato industriale militare in favore della competitività e della guerra.

Elena Camino

Suggerimenti di lettura

  • Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, I limiti alla crescita, Editoriale scientifica, Napoli 2023, pp. 252, 16 €.
  •  Laura Conti, Una lepre con la faccia di bambina, Fandango libri, Roma 2021, pp. 144, 13 €.
  •  Laura Conti, La condizione sperimentale, Fandango libri, Roma 2024, pp. 256, 17 €.
  •  Laura Conti, Discorso sulla caccia. Dove si parla anche di evoluzione, antropogenesi, anatomia femminile, agricoltura. Di coccolamenti durati milioni di anni. Di primati, gatte e lupi. Della dubbia compatibilità tra uomo e pianeta Terra. Di possibili catastrofi. E dei rischi di facili rimedi, Altreconomia, Milano 2023, pp. 144, 13 €.
  •  Laura Conti, Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne, Fandango libri, Roma 2023, pp. 272, 18 €.
  •  Laura Conti, Cecilia e le streghe, Fandango libri, Roma 2021, pp. 176, 16 €.
  •  Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà. La mia vita, la mia lotta, Sperling & Kupfer, Milano 2012, pp. 393, 17,50 €.