Fuori i nomi!

Spettabile redazione,
mi riferisco all’editoriale «Lillipuziani, gettate le reti!» (gennaio 2000). Sui cibi transgenici, la deforestazione, ecc. si sono levate voci cristiane e laiche: tutte denunciano, segnalano pericoli. Ma gli interessi del grande capitale non sono raggiunti da tali parole, e gli attacchi all’Uomo, allo Spirito e alla Natura continuano.
Allora io dico: se avete avuto il coraggio di denunciare la piaga, fate ancora un passo avanti. E cioè:
– chi ha mostrato in tivù i bambini sfruttati, che cuciono i palloni di calcio, indichi anche gli acquirenti italiani: così, sapendo chi sfrutta i bambini, la gente non comprerà più quei palloni e combatterà gli sfruttatori;
– chi ha mostrato lo scempio di alberi in Amazzonia dica chi lo permette, chi acquista il legname prezioso abbattuto: così che si possa contrastare chi sta dietro all’operazione;
– la Cina o altri paesi usano gas dannosi per l’ozono che ci protegge? Si denuncino i loro governi e gli affaristi che trafficano con la Cina.
Tiriamo in ballo anche il governo del nostro paese, se necessario. Questo se ne frega della denuncia? Allora non votiamo più il partito o i partiti che lo sostengono. Gli affaristi continuano a fregarsene? Bene, non comperiamo più i loro prodotti.
Alla gente interessa poco che la Cina non rispetti molto i diritti umani; invece interessa molto che non diminuisca lo spessore dell’ozono. È ora di essere pratici o, meglio, coerenti con gli scopi della vostra sacrosanta campagna; tanto più che, se volete, sapete bene chi toccare.

Esiste un libro con nomi di imprese e persone coinvolte in abuso di potere, sfruttamento di minori, inquinamento dell’ambiente, vendita di armi, frode, corruzione…
Il libro è: Guida al consumo critico (a cura del Centro nuovo modello di sviluppo), Emi, Bologna 1996.

Marco Grandona




Popoli in girotondo

Caro direttore,
la copertina di Missioni Consolata di dicembre è molto bella, diversa dalle altre. Forse esprime un cambiamento di prospettiva per la missione e l’interazione con altre culture.
La comunicazione, come processo al di dentro di una cultura, sembra divenire la logica di produzione della cultura stessa, che diventa qualcosa di programmabile. I canali multimediali producono sia informazione sia apprendimento…
Giuseppe Guardiani
Torre San Patrizio (AP)

La copertina è un disegno di padre Angelo Riboli per un asilo di Nairobi (Kenya). Noi l’abbiamo intitolato «popoli in girotondo». Un sogno in cui crediamo.

Giuseppe Guardiani




Troppa grazie Stefano!

Caro direttore,
congratulazioni a lei e collaboratori per la magnifica Missioni Consolata. Siete uno splendido messaggio di attenzione e carità verso i nostri fratelli più sfortunati materialmente; però, grazie anche alle vostre informazioni, appaiono ricchi spiritualmente.
Stefano Roder
Musile di Piave (TV)

La lettera precedente ci accusava di apologia di omicidio. Questa invece…

Stefano Roder




Facciamo apologia di omicidio?

Egregio direttore,
su Missioni Consolata di dicembre è apparso un articolo sulle «donazioni» di organi. L’articolo pecca di grave superficialità, perché non affronta con serietà il problema dell’accertamento della morte del «donatore» e appare redatto sull’onda di un acritico e disinformato entusiasmo. Non si fa neppure menzione dell’alternativa civile e possibile allo scempio dei corpi umani, cioè del ricorso ad organi artificiali (meccanici o coltivati in provetta) o ad organi di animali geneticamente mutati!
La testimonianza dei signori Green merita rispetto, perché sofferta o in buona fede; ma avevano essi il diritto naturale di disporre della vita del loro figlio, di anticipae quasi sicuramente la morte?
L’affermazione del vescovo Karl Lehmann è viziata anch’essa da infantile entusiasmo, causato da un’insana e ben orchestrata propaganda di parte (interessata e come!), e denuncia mancanza di seria informazione.
Che poi i corpi costituiscano un bene comune della società è un’enormità di stampo marxista, inconciliabile con la fede religiosa. Viviamo, purtroppo, in un paese sedicente democratico, che ripudia la pena di morte per i colpevoli e condanna, senza processo, alla pena capitale milioni e milioni di innocenti. Basta pensare agli aborti, alle mostruose manipolazioni genetiche, alla soppressione in massa di embrioni, all’eutanasia strisciante, alla predazione di organi sopprimendo i moribondi!
La prego, signor direttore, di volere aprire un serio dibattito sulla grave questione, perché non si serve la verità ospitando un solo punto di vista, che si traduce in opera di indottrinamento e propaganda di bassa lega.
La ringrazio per la pubblicazione della mia lettera, anche se con qualche mutilazione, specialmente nella parte legale. Ben più grave è aver scritto «così lo sono altri donatori di organi», anziché «così i donatori di organi sono vivi», che violenta il mio testo cambiandone il significato. Refuso o volontà di ridimensionare la denuncia?
Seguo la rivista da una vita: ho sempre apprezzato le vostre iniziative e condiviso le vostre posizioni, anche se, da ultimo, un po’ troppo estremiste… Ma di fronte all’apologia dell’omicidio, sia pure mascherato solidaristicamente, rimango inorridito! Beati i moribondi del terzo mondo che non vivono nell’incubo dell’espianto!

Il trapianto d’organi solleva, certamente, inquietanti problemi morali e giuridici. Non intendiamo addentrarci nella questione. Altri lo fanno con maggiore competenza.
Missioni Consolata ha affrontato la donazione di organi sottolineando il possibile aspetto di solidarietà. Anche La Civiltà Cattolica (18 settembre 1999) si è espressa in questi termini, riportando il pensiero del vescovo Lehmann, nonché di papa Pio XII. Oggi il criterio della «morte cerebrale» è ritenuto valido anche dalla pontificia Accademia delle scienze.
Non crediamo di avere cambiato il significato della lettera di Carlo Barbieri. Se interveniamo sui testi, è per renderli più concisi e comprensibili.
Il «beati i moribondi del terzo mondo» ci suona stranissimo. In Africa si muore certo di vecchiaia, ma anche di fame, razzie, stragi, bombardamenti… come in nessun altro continente. Costoro sono morti beatamente?

Carlo Barbieri




Segni di speranza – Dopo il vertice di Seattle

D al 30 novembre al 3 dicembre 1999 a Seattle (Usa) ha avuto luogo l’atteso Millennium Round, della Organizzazione mondiale del commercio (Wto). I delegati dei 135 stati membri dovevano trovare un accordo per liberalizzare il commercio, adeguandolo ai processi di globalizzazione.
Tutti sapevano che sarebbe stato arduo ridurre le barriere tariffarie e superare il protezionismo in agricoltura; ma nessuno aveva previsto che la rabbia dei poveri e la rivolta della coscienza morale contro la logica del neoliberismo tecnologico avrebbero contribuito a far fallire l’incontro.
Il primo scontro si è avuto a proposito dello sfruttamento infantile. La «clausola sociale», posta da Clinton (cioè la richiesta di embargo per quei paesi che non eliminano il lavoro minorile), è apparsa sospetta. Come credere alla sincerità dei paesi ricchi, quando affermano di guardare esclusivamente alla difesa dei diritti umani? Chi non sa che, per i ragazzi dei paesi in via di sviluppo, l’alternativa a un misero lavoro non sono lo studio e la formazione, ma la delinquenza o la morte per fame?
Rimane, perciò, il dubbio che i paesi ricchi cercassero un pretesto, sia per mantenere un po’ più elevato il costo del lavoro nei paesi terzi (e neutralizzae la concorrenza), sia per poter continuare a imporre l’embargo contro paesi ostili (come Cuba). Oltre tutto – si è fatto notare – spetta all’Ufficio internazionale del lavoro (e non alla Wto) tutelare le condizioni del lavoro: quindi combattere lo sfruttamento minorile e promuovere forme alternative di apprendistato.
Il secondo scontro tra coscienza morale e logica neoliberista si è verificato in tema di commercio degli alimenti e di sostegno all’agricoltura. I manifestanti, provenienti da ogni parte del mondo e in rappresentanza di svariate organizzazioni ambientaliste, sindacali e del volontariato sociale sono scesi rumorosamente in piazza, per denunciare la mancanza di garanzie effettive di fronte al progressivo estendersi dell’inquinamento ambientale e delle manipolazioni genetiche. Molto forte è stata la contestazione contro i «cibi transgenici» e ogni forma d’intervento tendente a modificare i geni vegetali e animali.

N on sono mancati a Seattle gruppi estremisti, che hanno tentato di far degenerare la protesta in forme inaccettabili di violenza e nel rifiuto assoluto e ideologico della globalizzazione, che è ugualmente da rigettare. Tuttavia le ragioni di chi ha manifestato il proprio dissenso in modo civile e democratico restano meritevoli di considerazione. Lo sviluppo è un problema che riguarda tutti e non possono essere solo i ricchi a decidere; né esso si può ridurre in termini solo di mercato o monetari. I paesi meno favoriti vanno piuttosto aiutati a essere i protagonisti del proprio sviluppo.
Il rifiuto dell’orientamento dell’economia generale in senso puramente neoliberista e la reazione della coscienza morale contro la cultura libertaria soggiacente (quali si sono manifestati a Seattle) vanno salutati come un segno di speranza. Di essi si dovrà tener conto per impostare diversamente il prossimo Round.

Questo testo è pubblicato dalle riviste associate alla Fesmi (Federazione della stampa missionaria italiana), di cui Missioni Consolata è membro.

Riviste associate FESMI




Musulmani diventati cristiani

Caro direttore,
faccio alcuni rilievi su un problema che sento vivissimo e su cui ho letto quanto Angela Lano ha scritto in Missioni Consolata: riguarda la conversione all’islam di alcuni cattolici italiani.
È mio vivo desiderio che la fede cristiana si rafforzi anche di fronte all’islam, che è oggi all’assalto non solo in Africa, dove usa mezzi a volte violenti (Somalia, Sudan), ma anche in Europa.
Pertanto, trattando di conversioni all’islam, è necessario usare accortezza, poiché sappiamo che, mentre la verità oggettiva è in Gesù Cristo, soggettivamente le persone possono essere affascinate da altre proposte.
Mi permetto le seguenti due osservazioni.
a) Gli articoli della Lano dimostrano comprensione verso chi è diventato musulmano. L’insieme della presentazione richiederebbe anche una affermazione chiarificatrice sull’oggettiva grandezza di Gesù Cristo, che i convertiti all’islam non hanno purtroppo conosciuto o conosciuto male: è sintomatico che nessuno di loro parli di Gesù Cristo.
Mi auguro che Missioni Consolata presenti l’«unicità di Cristo», altrimenti si lascia nel lettore l’impressione che i convertiti abbiano fatto bene a diventare musulmani.
Le riviste missionarie non hanno solo il dovere di informare, ma anche di presentare Gesù Cristo Salvatore di tutti, compresi i musulmani. Se già tutte le pubblicazioni cristiane dovrebbero avere questo scopo, tanto più una rivista missionaria.
b) La seconda, più che una osservazione, è una proposta. Anche in Italia (e un po’ in tutta l’Europa) ci sono musulmani che sono diventati cattolici o cristiani di altre chiese. Propongo di parlare anche di loro, così come avete fatto per i cattolici diventati musulmani. Sarebbe opportuno parlare pure di quanti fanno tale apostolato tra i musulmani.

Osservazioni assai pertinenti queste di padre Paolo, nostro prezioso corrispondente dal Kenya. L’«unicità di Cristo» va sempre ricordata. Missioni Consolata, nel citato numero speciale sul giubileo, ha titolato: «Davvero come Lui non c’è nessuno».
Abbiamo anche intenzione di parlare dei musulmani convertiti al cristianesimo. Però c’è uno scoglio: se occorre prudenza nel presentare le conversioni dei cristiani all’islam, se ne richiede di più nel processo inverso. Infatti i convertiti a Cristo dall’islam rischiano ritorsioni dai loro precedenti correligionari.

Paolo Tablino




Anche negli USA critiche alla guerra

Egregio direttore,
scrivo per congratularmi con lei e con Paolo Moiola per quanto avete scritto sulla guerra in Serbia-Kosovo. Eccezion fatta per gli anti-imperialisti di professione, le cui opinioni sono in parte predeterminate, pochissimi in Italia hanno avuto il coraggio di riportare con il giusto peso fatti «scomodi» e di dire quel che non era difficile capire. In Europa il panorama non sembra migliore.
Solo in America e Inghilterra si sono levate voci critiche dal mondo politico «rispettabile», sia da destra che da sinistra.
Kissinger, in un articolo del 31/5/1999 su Newsweek, dice che la guerra è stata forzata bloccando le possibili soluzioni pacifiche. L’associazione di studi politico-militari Strategic Studies (della destra repubblicana) accusava il capo della missione Ocse, l’americano Walker, di aver «fabbricato» il massacro di Racak (gennaio 1999). Sulla base di testimonianze di osservatori dell’Ocse, pubblicate anche su Le Figaro e Le Monde, la «fossa comune» sarebbe stata creata mettendo insieme i corpi dei caduti negli scontri tra esercito serbo e Uck. Le foto dei cadaveri di Racak, apparse su tutti i rotocalchi, sono state considerate il «grilletto» della guerra…
Del Kosovo la nostra stampa non parla quasi più: arrivano solo echi della polemica (proveniente dall’America) sul numero delle vittime delle «atrocità serbe». Da centinaia di migliaia si è arrivati a 10 mila, mentre stime attendibili danno un massimo di 2 mila, per lo più comunque uccise dopo l’inizio dei bombardamenti. Non si sa se i rilievi siano più accurati che a Racak.
Intanto, come denuncia il recente rapporto di Amnesty Inteational, la violenza in Kosovo continua e forse peggiora, a danno dei serbi, rom, ma soprattutto degli albanesi moderati. Vittime «indegne», a cui la stampa dedica poco spazio.
Continua anche la sistematica distruzione delle chiese. Ne sono state distrutte un’ottantina, tra di esse anche antiche chiese medievali con i loro preziosi affreschi, incluse nel patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Per confronto, la «violenza serba» ha distrutto solo una moschea.

Il signor Boldrighini ricorda altri interventi critici statunitensi contro la guerra in Serbia-Kosovo. Ad esempio, quelli di Kenney, già responsabile nel Dipartimento di stato per la Jugoslavia ai tempi di Bush, di Binder, ex corrispondente del New York Times dai Balcani, di Chomsky, professore e commentatore politico. Anche il candidato presidenziale Pat Buchanan, già uomo di spicco della destra di Reagan, è stato critico sull’intervento armato nei Balcani.

Carlo Boldrighini




Al suono dello Shofar

Spettabile redazione,
sono abbonato a tre riviste missionarie, che leggo per essere cattolico, cioè universale, e che mi consentono di conoscere la politica mondiale, cosa che non trovo nei nostrani ottusi e scandalosi mass media.
Ultimamente le tre riviste sono uscite con un loro «numero speciale»: una si è soffermata su un anniversario del suo istituto, un’altra ha presentato l’Africa e… Missioni Consolata ha parlato del giubileo. Devo dire che Missioni Consolata mi è piaciuta di più. Ho trovato troppo celebrativo il «numero speciale» sull’istituto, mentre quello sull’Africa è molto confuso e ripetitivo: non nomino le due riviste, perché apprezzo anch’esse.
Il numero di Missioni Consolata sul giubileo, oltre che chiaro nell’impostazione, è anche originale, proprio perché «cattolico»; inoltre attualizza il giubileo della bibbia e quello di Gesù affrontando argomenti scabrosi, che qualche italiano vorrebbe rimuovere (vedi pena di morte, emarginazione dei paesi poveri, ecc). Grazie.

Srgio Macchi




Per gli emigrati

O Gesù, che fin dai primi giorni di vita hai dovuto lasciare con la mamma Maria e Giuseppe il paese natio, per sopportare in Egitto le pene e i disagi dei poveri emigranti, guarda i nostri fratelli costretti dal bisogno ad abbandonare la patria. Lontani da tutto ciò che è loro più caro, in cerca di lavoro, essi vivono fra disagi e pericoli per l’anima e il corpo.
Signore, sii loro guida nell’incerto cammino, aiuto nella fatica, conforto nel dolore; conservali nella fede, nella moralità dei costumi, nell’affetto ai figli, alle mogli e ai genitori lontani. Amen.

Preghiera inviataci da Maria Fasano, di Lecce. Una regione dove il problema «emigrati» è drammatico. Però la gente, non ricca, è ospitale. Ma l’ospitalità non basta.

o




Povere figlie!

Cari missionari,
chiedo una preghiera alla Consolata per le mie figlie.
Una è senza lavoro, si sente depressa, perché ha avuto una delusione amorosa; ha tentato persino il suicidio.
Un’altra figlia è stata otto anni a Torino, infermiera all’ospedale Regina Margherita, e frequentava anche il santuario della Consolata: santuario dove ho pregato anch’io, ammirata dal suo splendore. Poi mia figlia è tornata al paese natale, nel sud. Oggi, purtroppo, si sta separando dal marito carabiniere, anch’egli ritornato nel meridione dopo aver prestato servizio presso la stazione torinese di San Salvario.
Mio genero è un prepotente: è un «militare» anche in casa, persino con i bambini. Mia figlia dice di cercare il bene dei figli e che la separazione rappresenta il male minore…
Vi chiedo una preghiera affinché riescano a capirsi.

Cara signora, con lei e noi prega anche il beato Allamano, che raccomandava a tutti i missionari di avere a cuore i problemi della gente.

lettera firmata




Un “no” meschino

Signor direttore,
restituisco il volume «Yanomami» che mi ha prestato, ringraziandola sinceramente.
Purtroppo non mi è stato possibile utilizzarlo per l’esame di antropologia culturale, in quanto il docente non accetta testi che non risultino nel programma del corso, benché trattino lo stesso argomento.
È stata una lettura molto interessante e piacevole allo stesso tempo: un testo completo e ricco, con spiegazioni semplici, chiare e straordinarie illustrazioni.

Il tuo «purtroppo», Sonia, è molto eloquente sugli… orticelli provinciali della cultura italiana. Altro che università!

Sonia di Martino




L’erba “esigo” di una musulmana

Spettabile redazione,
ho letto con disappunto l’articolo «Le altre vie di Allah» («Missioni Consolata», giugno 1999). Riferendomi all’intervista posta alla sottoscritta da Angela Lano, esigo una smentita, non riconoscendomi in ciò che mi è stato attribuito.
Ho affermato che le motivazioni della mia conversione all’islam sono state la ricerca della verità, il desiderio di giustizia e soprattutto la necessità razionale dell’unicità di Dio; però non ho dichiarato che, se avessi guardato alle società islamiche (vengono specificati tre paesi che non ho menzionato), non sarei mai diventata musulmana. Ho detto che per un occidentale, che normalmente eguaglia l’islam al comportamento di alcuni paesi arabi, può essere difficile capire una conversione, dal momento che si attribuiscono all’islam soprusi che non hanno nulla di islamico.
Contrariamente a quanto è stato scritto, non avrei alcun problema ad abitare in un paese musulmano (anche se, ovviamente, amo la mia nazione, dati gli affetti che mi legano). Ho visitato alcuni stati islamici di cui mi sono innamorata per la serenità della vita, basata su principi che la nostra società sta eliminando, fondata sulla ricerca del divino, lontana dallo stress del potere occidentale e dall’imposizione dei ritmi alienanti del capitalismo.
La domanda «quante donne possono lavorare nei paesi musulmani?» se l’è posta la giornalista, non io. Ho risposto affermando che la percentuale delle donne lavoratrici nei paesi islamici è inferiore a quella dei paesi occidentali; ma credo che tale realtà sia legata alla scelta delle donne di privilegiare l’aspetto familiare e all’elevata disoccupazione dei paesi in via di sviluppo.
Pongo io una domanda: «Quante donne occidentali vorrebbero licenziarsi per occuparsi dei figli?». La necessità imposta dalla società le costringe a mantenere ritmi lavorativi stressanti e, a volte, poco dignitosi.
È scandaloso che la giornalista si sia permessa di trarre affermazioni sulla mia vita privata, quando l’intervista era indirizzata alla mia conversione. Ritengo che i matrimoni «misti» siano più difficili rispetto a quelli tra persone dello stesso paese, per le possibili incomprensioni culturali generate da una diversa educazione. Ma non mi ritengo una moglie infelice (come mi ha qualificato la giornalista) e la decisione di sposarmi è stata anche motivata dalla certezza di felicità che sarebbe derivata dall’unione con mio marito. Credo che gli scontri in un matrimonio tra persone di culture differenti non siano in percentuale diversa da altre unioni, se i fondamenti del matrimonio sono il rispetto, l’unicità degli scopi e l’amore reciproco.
L’«hijab» non è l’aspetto più faticoso (attributo della giornalista, non mio) da osservare, ma è difficile per le discriminazioni e derisioni a cui può essere sottoposta una donna, solo per il fatto che applica una legge divina, esteando la sua fede con un velo che per l’occidentale è motivo di scherno.
Spero che con questo scritto venga colto il senso vero della mia intervista…

«L’erba “voglio” non cresce neppure nel giardino del re». Così si replica talora a chi s’impone con: «Da te io voglio…». Che dire, poi, di chi coltiva l’erba «esigo»? È un’erba che non ci piace. Inoltre diciamo: la verità di Mariangela non vale di più di quella di Angela Lano, che conosciamo per serietà e professionalità.
La lettera-fax pubblicata ci è giunta il 27 ottobre 1999. Perché è stata scritta quasi a cinque mesi di distanza dall’articolo contestato? Ci assale un dubbio: che la musulmana abbia scritto su dettatura di un altro musulmano, che non ha gradito «Le altre vie di Allah».
Probabilmente Mariangela replicherà ancora più sdegnata: «Come vi permettete una tale insinuazione?». Ma il dubbio rimane.
E… in dubio libertas.

Mariangela