Cristo e gli altri

Caro direttore,
mi ha molto interessato il suo articolo «Il Dio dei desideri», apparso su Missioni Consolata di febbraio. In modo particolare mi ha colpito il riquadro «Gesù Cristo, grande maestro o unico Salvatore?». In esso si accenna alla distinzione tra una preparazione remota al messaggio cristiano (in cui entrano, ad esempio le religioni asiatiche) e una preparazione prossima (che riguarda soprattutto l’ebraismo).
Gradirei qualche indicazione bibliografica per approfondire il tema.

L’abbonato ha colto un problema complesso: quello della salvezza nelle religioni non cristiane e del loro rapporto con Gesù Cristo. I libri per approfondire il tema non mancano; ma non sono di non facile lettura… Ricordiamo tre articoli della nostra rivista: «È tutt’altro che un affare privato», «Che sarà di loro sull’altra sponda?», «Davvero come Lui non c’è nessuno» (Missioni Consolata, ottobre 999).

Vittorio Montis




Il “caso” Haider

Cari missionari,
ho visitato su internet la pagina (home page) del Partito liberale austriaco (FPO) di Jorg Haider.
Ci sono collegamenti (links) i cui titoli sono tutto un programma; ad esempio: «I crociati del nostro tempo». Non mancano svastiche naziste.
La sezione «Bambini» inizia così: «Ho 11 anni ed ero solito frequentare la scuola pubblica. È una vergogna vedere quante menti bianche si sono sciupate. Ma ora frequento una scuola privata, dove non sono picchiato più da ganghe di non bianchi. Inoltre sto ritrovando l’orgoglio in me stesso, nella mia famiglia e nel mio popolo».
La sezione «Canti dalla patria» presenta titoli, quali: Ancora un negro, Cerca la corda (per impiccarlo), Alcuni negri non muoiono mai, Cae alla griglia, Sporca cagna femminista, Soluzione finale, Olocausto 2000, Orgoglio bianco, Azione anticomunista, Sei milioni di menzogne (sei milioni di ebrei uccisi), Vattene a casa, Parla il Führer, Viva il partito nazional-socialista della Germania, Vittoria e salute…
Ce n’è quanto basta per terrorizzare qualsiasi persona civile. È opportuno divulgare questi dati, perché nessuno domani dica: «Io non sapevo».
Sabrina Ferri
(via e-mail)

Questo messaggio è scaturito da una giusta rivolta di fronte al «caso Haider». Il personaggio è noto per xenofobia e filonazismo. Ma il suo partito è entrato a far parte dell’attuale governo della vicina Austria.

Sabrina Ferri




Chi farà un passo indietro?

«I paesi ricchi diventano sempre più ricchi e i paesi poveri sempre più poveri…». Questa affermazione del papa Paolo VI, pronunciata molti anni fa (e purtroppo sempre attuale), è stata illustrata con efficacia dalla Fiat attraverso un’immagine fotografica a colori per la campagna pubblicitaria della vettura Palio.
Lo slogan: «La nostra strada è il mondo». La foto: la foresta amazzonica brasiliana ripresa dall’alto: una massa compatta di alberi verdi attraversata da una strada sterrata (la transamazzonica) e, naturalmente in primo piano, la Fiat Palio.
Propongo alcune riflessioni. Questa immagine dell’Amazzonia, tagliata in due dalla strada, è simile alla foto di copertina del libro La tragedia degli indios di padre Bruno Marcon. È un libro denuncia del missionario della Consolata sul genocidio degli indios. Una serie puntigliosa di dati su omicidi e ogni tipo di violenze impunite a danno degli indios e della loro terra, l’Amazzonia appunto.
La strada (oltre le piste d’atterraggio abusive) è il mezzo per portare in quella regione (legalmente i proprietari sono gli indios che l’hanno conservata intatta per millenni) la «civiltà» dei bianchi, cioè i cercatori d’oro e tutti i vari trafficanti… La strada, presentata a noi come gioia e libertà di guida, è per gli indios motivo di pianto.
L’accostamento forzato dell’auto con quella strada sterrata in Amazzonia mi ha colpito e fatto riflettere molto sul contrasto tra i paesi poveri del Sud e i paesi ricchi del Nord. Tra Brasile e Italia.
Come uomo e cristiano mi pongo una domanda: che fare perché i paesi ricchi non diventino sempre più ricchi sulla pelle dei paesi sempre più poveri?
La campagna pubblicitaria dell’auto può essere per tanti una forte provocazione.

In Brasile le utilitarie della Fiat non sono state ritenute idonee alle strade sterrate. Di qui il lancio pubblicitario della Palio, resistente «persino» alla terra rossa e alle intemperie dell’Amazzonia!
Ma che sarebbe del «polmone del mondo» se si meccanizzasse come l’Italia? E se le bici di 1 miliardo e 250 milioni di cinesi fossero in breve tempo sostituite da auto, il collasso ecologico sarebbe immediato. A rimetterci, allora, non saranno solo gli indios, ma anche il ragusano e l’aostano, già affetti da inquinamento.
Per non parlare di problemi morali.
È urgente trovare una fonte di energia pulita, ma altresì compiere un passo indietro nella corsa verso il presunto progresso. Chi alzerà per primo il piede? Chi preme l’acceleratore sulla fuoriserie o chi cavalca l’asino?

Edgardo Fusi




Disastri che interpellano

Cari missionari,
il vostro giornale porta il mondo tra le pareti domestiche. Nel numero di gennaio mi ha colpito moltissimo il servizio sulla città russa di Severodvinsk. Sono stata recentemente in Bielorussia (per conoscere la famiglia del bambino che ogni luglio ospitiamo in casa): quindi sento in modo assai coinvolgente i problemi dell’ex Urss.
Il viaggio mi ha fatto toccare i problemi del popolo e soprattutto dei bambini, che sono quelli più bisognosi di attenzioni: essi saranno gli uomini di domani che goveeranno questo vasto paese, oggi alle prese con freddo, fame e corruzione.
È urgente promuovere la consapevolezza dei disastri umani e ambientali, per smuovere le coscienze intorpidite dal troppo benessere. Altrimenti non sarebbe possibile dirci cristiani.

La lettera si riferisce ad un articolo di E. Knight, nostro collaboratore, che descrive la vita di bambini sordomuti, idrocefali, dementi… vittime della «maledizione nucleare».

C. R.




Forte imbarazzo

Spettabile redazione,
sono un dottore in economia e commercio. Vi chiedo di essere inserito nella vostra «mailing list» per ricevere gratuitamente la rivista Missioni Consolata, fondata nel 1899.
Ho avuto modo di conoscere la vostra pubblicazione leggendone una copia nel santuario della Consolata di Torino, che mi è stata offerta da un responsabile locale. Ho constatato che è molto interessante: per le tematiche trattate, per la loro impostazione e per le ottime illustrazioni fotografiche.
Gradirei continuare a leggere anche i prossimi numeri, perché sono particolarmente interessato ad essere aggiornato sui problemi che saranno affrontati.
Lettera firmata
Isola del Liri (FR)

Cari missionari,
ho riscontrato il lieve aumento della quota di abbonamento alla rivista Missioni Consolata, successivamente al mio versamento sul conto corrente postale. Pertanto allego lire 5.000 in francobolli ad integrazione della quota.
Scusandomi, ringrazio e auguro alla redazione della rivista un santo anno giubilare. Noi, monache romite, stimiamo molto il vostro lavoro e vi ricordiamo nella preghiera.

Siamo in imbarazzo. Non sappiamo se apprezzare di più l’ardimento del dottore in economia e commercio o lo scrupolo delle monache romite.

Lettera Firmata e madre Maria Emanuela




Scouts straordinari

Cari missionari,
noi scouts da oltre un anno ci stiamo occupando dello sfruttamento nel mondo del lavoro e della risposta onesta che il commercio equo e solidale cerca di dare. Abbiamo analizzato il problema con il docente universitario Dinucci, autore di vari libri su questo argomento.
Stiamo costruendo un «sito internet» in cui far confluire informazioni da fonti primarie. Intendiamo interagire anche con i missionari che possono garantire attendibilità e rapidità d’informazione.
Lo scopo è di far conoscere al maggior numero possibile di persone lo sfruttamento e i meccanismi che lo producono, con la complicità della nostra ignoranza. Ci riferiamo al modo in cui producono profitto le multinazionali. Il «sito internet» può essere un mezzo per creare una coscienza critica del consumo.
Pensiamo di portare il problema all’attenzione dell’intera Comunità degli scouts (circa 200 mila persone), e non solo attraverso le nostre pagine internet (altrimenti sterili).
In passato abbiamo tentato di contattare missionari muniti di una connessione ad internet, ma non ci siamo riusciti…

Un «sito internet», per far conoscere lo sfruttamento nel mondo: ecco un aspetto positivo della globalizzazione. Auguri, ragazzi! Su questo numero troverete anche un articolo sulle multinazionali di Francesco Gesualdi, vostro corregionale.

Il clan “fuoco” Lucca 3




Signor direttore, è giusto che…?

Signor direttore,
ci ha colpito la lettera di Guido Guidotti, pubblicata su Missioni Consolata di gennaio, circa la chiesa di Modena. Siamo perplessi della durezza con cui il signor Guidotti (non nuovo a certi interventi) aggredisce la nostra comunità, accusandola di non avere gestito bene l’8 per mille a favore dei poveri nel terzo mondo. Vorrebbe che si desse un miliardo.
Anche Giuda ha detto qualcosa di simile. «Perché tanto spreco di olio profumato? Si poteva venderlo per oltre 300 monete d’argento e poi darle ai poveri!» (Mc 14, 5).
Se è vero che l’albero si riconosce dai frutti, ci pare che la chiesa modenese qualche buon frutto lo abbia dato e continui a darlo nel terzo mondo. Sono centinaia i sacerdoti, i religiosi, le suore e i laici che hanno dato la vita e continuano a darla nelle terre di missione, per la promozione umana e cristiana dei poveri. I loro sacrifici, le rinunce e la passione missionaria non valgono?
I nostri missionari sono in Asia, Africa, America, Australia: dalla dottoressa Luisa Guidotti Mistrali (di cui è stata introdotta la causa di beatificazione) a padre Giuseppe Ricchetti (missionario della Consolata e nostro amico carissimo), sepolto in Kenya; da padre Ettore Turrini (in Amazzonia da 50 anni) ai sacerdoti che la diocesi sostiene in Brasile; dal villaggio di Ghirlandina (Centrafrica) alle favelas nelle periferie sudamericane; dai bimbi sordomuti di São Paulo alle bambine di rua delle metropoli, ai lebbrosi dell’Africa, ai profughi del Kosovo… C’è forse una sola «qualità» di poveri di cui la diocesi modenese non si faccia carico?
Quanti sono i giovani che offrono mesi e anni della loro vita con i missionari? Quanto denaro le parrocchie, i gruppi e le singole persone destinano per interventi a sostegno dei missionari?
Signor direttore, le sembra proprio vero che le nostre «belle chiese» affondino nel sangue dei poveri?
Sappiamo che la povertà non è eliminabile. «I poveri li avrete sempre con voi» (Gv 12, 8); ma sappiamo pure che saremo giudicati sulla misura con cui ce li siamo presi a cuore (cfr. Mt 25, 40).
A proposito dell’omilia domenicale: una predica non è mai uguale all’altra, come la lettura di una pagina di vangelo non è mai «uguale» alla precedente o successiva.
«Lasciarsi sedurre da Gesù» può avere vari significati. Sta a noi cogliere quello che più si adatta al bisogno di conversione che abbiamo in quel momento.

In Alberto e compagni ci sembra di cogliere un garbato rimprovero per aver pubblicato la lettera del signor Guidotti. Noi pubblichiamo tutte le reazioni dei lettori (anche quelle anonime), perché crediamo nel confronto. La verità si raggiunge con l’apporto di tutti, nessuno escluso.

Alberto, Davide etc.




Letterine o letterone?

Spettabile redazione,
sono molto vicina ai missionari della Consolata, soprattutto perché padre Lino Gallina è figlio di un mio cugino (e non solo per questo): infatti Lino dal 1948 al 1952 è stato mio aiutante in negozio. Per me e mio marito era un figlio. Veniva a Onigo il lunedì e ritornava a casa sua, a San Caerano, il sabato… Poi Lino si è fatto missionario.
Forse questa può sembrare una letterina inutile. Ma io sono orgogliosa di padre Lino.
Rosalia Gallina Gobbato
Onigo (TV)

Cari amici,
complimenti a tutta la redazione e ai collaboratori di Missioni Consolata, mensile che apprezzo tantissimo.
Siete riusciti a prepararmi al terzo millennio affrontando argomenti complessi, ma scritti in modo semplice ed esauriente. Soprattutto avete calato il giubileo nella vita di tutti i giorni. Grazie.

Certe letterine per noi sono «letterone», non tanto per l’apprezzamento nei nostri confronti, ma per la passione missionaria che esprimono.

Rosalia Gallina e Emma




Solidarietà e passione critica

Caro direttore, la celebrazione dell’anno giubilare mi spinge ad operare, oltre che per la mia conversione, anche per l’aiuto ai fratelli più poveri e bisognosi.
Conosco da parecchi anni i missionari della Consolata. Sono in relazione con padre Feando Paladini, alla cui missione (in Congo) vorrei che fosse devoluta la presente somma di denaro. È mio desiderio che tale denaro venga impiegato in qualche attrezzatura sanitaria o nella costruzione di un pozzo, strutture che ritengo necessarie per la salute e l’igiene.
Vorrei poter fare di più, ma sono anche malata; anzi, la prego di scusare la mia scrittura: soffro di artrite reumatornide in tutta la persona e ho gravi deformazioni alle mani. Comprendo perciò le sofferenze degli altri e, come gesto di solidarietà, offro il mio modesto contributo.
Nel 1980 sottoscrissi una borsa di studio per un aspirante che poi uscì dal seminario. Pazienza!
Spero che il Signore gradisca l’offerta delle mie sofferenze, del mio dono in suffragio dei miei genitori Antonietta e Floriano e mi conceda la grazia di compiere sempre la sua volontà.
Tina Cartani – Felline (LE)

H o letto con grande interesse «Prima il profitto, poi la salute» di Carlo Urbani (Missioni Consolata, febbraio 2000).
Ancora una volta viene presentato con molta chiarezza il comportamento delle multinazionali: queste, anche nel settore dei farmaci, pretendono di esercitare il loro potere impedendone la produzione a prezzi accessibili a tutti i paesi del Sud, che sarebbero in grado di produrre medicinali più comuni, con immenso vantaggio per le popolazioni locali. La tutela dei brevetti impedisce che questo avvenga e, quando si ricorre alla licenza obbligatoria, sono colti da pesanti ritorsioni commerciali.
Già in Amici dei lebbrosi (agosto 1999) era stata presentata l’influenza negativa delle multinazionali nel settore. Il dottor Zafarullah, direttore di un progetto sostenuto dall’Aifo in Bangladesh, ha raccontato: le multinazionali sono riuscite a bloccare una richiesta al governo di proibire la vendita di medicinali inutili (se non dannosi) e vietati nei paesi industrializzati e di limitare l’importazione di quelli essenziali; all’iniziativa di produrre farmaci essenziali, da vendere a basso prezzo sotto nomi generici, «le multinazionali hanno risposto con una controffensiva, offrendo incentivi economici alle farmacie che rifiutavano i nostri prodotti; hanno inoltre abbassato i prezzi dei loro prodotti, hanno fomentato scioperi tra i nostri dipendenti e hanno ucciso un nostro lavoratore».
Anche questo è un frutto della globalizzazione, che non pare proprio essere attenta ai bisogni essenziali delle popolazioni del Sud del mondo.
Tuttavia Famiglia Cristiana (n. 6, 2000) si dimostra cauta al riguardo. Il settimanale, dopo aver ricordato che nell’Africa sub-sahariana un bambino su sei non supera i cinque anni, afferma: «occorre leggere attentamente dietro le cifre, pur senza arrivare a demonizzare acriticamente la globalizzazione». Si dice pure che la popolazione con una bassa soglia di sviluppo si è ridotta dal 20 al 10 per cento.
Come conciliare questi dati con altri pubblicati in gennaio da Cem/Mondialità? Qui si scrive: «Pur ospitando solo un miliardo e 200 milioni di persone, pari al 23% della popolazione planetaria , il Nord si garantisce l’84% del prodotto lordo mondiale. Viceversa il Sud, che accoglie gli altri 4 miliardi e 100 milioni di persone, partecipa al prodotto lordo con una quota pari al 16%».
Dispiace che certi giornali si mantengano sempre su posizioni ambigue, mentre condivido pienamente ciò che ha scritto Missioni Consolata: «è immorale e scandaloso che il reddito di tre individui nel Nord del mondo sia pari a quello di 600 milioni di persone nel Sud». Cosa ci dicono queste cifre?
Rallegramenti a Piermario Pertusio, di Chieri, che chiede informazioni per partecipare alla mobilitazione contro il negoziato del Wto e grazie a lei, direttore, per le indicazioni sul Centro nuovo modello di sviluppo.
Da tempo utilizzo Missioni Consolata per le lezioni di diritto ed economia nel biennio e sollecito la rivista a continuare la pubblicazione coraggiosa di altre notizie sulle reali conseguenze del sottosviluppo, che i missionari conoscono bene.
sr. Pier Paola – (via «e-mail»)

Abbiamo «incoiciato» queste due lettere, perché esprimono bene gli atteggiamenti di tanti nostri lettori, che non ringrazieremo mai abbastanza.
Nella commovente lettera della signora Tina si rispecchia la solidarietà di chi, pur nella sofferenza, sa guardare a quanti vivono in situazioni più precarie. Suor Pier Paola, poi, offre notevoli spunti di riflessione e merita un plauso per la capacità di insegnare diritto ed economia usando anche Missioni Consolata, confrontandola con altre pubblicazioni.
Ecco cosa vuol dire essere liberi, e «non portare il cervello all’ammasso».

Tina Cartani e sr. Pier Paola




Quanto ricevono i poveri?

M i riferisco alla lettera aperta alla chiesa di Modena del signor Guido Guidotti, pubblicata su Missioni Consolata di gennaio 2000.
Nella lettera, intitolata «L’8 per mille e il sud del mondo», ci sono contestazioni gravi, tra cui l’ammontare di 9 miliardi di lire ricavati dall’8 per mille e devoluti alla chiesa di Modena, mentre si stralciano solo 20 milioni per i missionari diocesani in Brasile.
Modena è solo una delle diocesi d’Italia che riceve dai contribuenti dell’8 per mille forse tanti miliardi, da destinare a chi ne ha veramente bisogno e non per potenziare sperperi inutili, quali potrebbero essere manifestazioni che con la povertà nulla hanno a che fare. Al contribuente italiano si chiede un obolo per i bisogni della chiesa. Quanti soldi la chiesa cattolica e le altre chiese ricevono non sono mai riuscito a saperlo, né come vengono impiegati.
Avete fatto bene a pubblicare la lettera del signor Guidotti. Ora si dovrebbe aprire un dibattito critico e propositivo, come scrive il Guidotti. E voi dovreste renderlo noto.

Oggi, domenica, ho celebrato tre messe. Sono un missionario della Consolata che lavora in Portogallo. Ho letto con interesse la lettera del signor Guidotti. È una lettera alla chiesa di Modena, ma è rivolta pure a tutte le chiese d’Italia, a tutti gli italiani… Sono figlio di friulani, nato e cresciuto in Canada, ma sono anche cittadino italiano con tanto di passaporto.
Concordo pienamente con il signor Guidotti e lo ringrazio. Però mi dispiace che non sia andato a messa quella domenica. Chi ha lavorato in missione sa quali sacrifici affrontano i cristiani per partecipare all’eucaristia, che è sempre una festa di ringraziamento al Signore, a prescindere dal prete.
Commento la lettera di Guidotti con la mia esperienza. Ho lavorato cinque anni a Bweyogerere (Uganda) dal 1993 al 1998. Diventato parroco, ho trovato una missione con debiti e tanti problemi. I superiori mi hanno detto: «Arrangiati!».
Si è subito radunato il consiglio parrocchiale, che ha deciso all’unanimità: «Dobbiamo tirarci su le maniche e stringere anche la cinghia». La gente ha dato un sorprendente e generoso contributo per risolvere i suoi guai… Ma non potevamo fare tutto da soli: dovevamo essere spalleggiati da qualche «buon samaritano».
Numerose chiese e nazioni, che si dicono «generose», hanno smesso d’esserlo con noi. Per un pugno di dollari, marchi o franchi ci hanno fatto impazzire con un labirinto di burocrazie. Altro che carità!
Poi, finalmente, è passato il «buon samaritano», che si chiama «Italia». Così la parrocchia di Bweyogerere si è trasformata con lo scavo di pozzi, la costruzione di scuole, il completamento di chiese e l’acquedotto. L’Ufficio per lo sviluppo della diocesi di Kampala ha additato Bweyogerere come un modello per tutte le altre parrocchie.
E ciò grazie a chi? Innanzitutto alla gente di Bweyogerere, che, pur nella povertà, ha fatto sacrifici per lo sviluppo della sua chiesa. Ma si devono ringraziare anche tanti italiani, che sono rimasti nell’anonimato, padre Mario Valli, responsabile dell’Ufficio per la cooperazione missionaria (Torino), la Caritas italiana. Bisogna ringraziare pure il Comitato per gli interventi straordinari in favore del terzo mondo della Conferenza episcopale italiana; il Comitato, grazie all’8 per mille che gli italiani sottoscrivono ogni anno, ha aiutato Bweyogerere quando eravamo agli estremi!
Per cui evviva l’8 per mille, evviva l’Italia! Le altre chiese dovrebbero seguie l’esempio.

La lettera del signor Guidotti è stata sottoscritta anche da 43 persone. Non mira a creare polemiche, ma ad aprire un confronto critico e propositivo. Ed è quanto sta avvenendo.
Secondo l’Ufficio nazionale della Cooperazione missionaria fra le chiese, la chiesa italiana ha destinato al sud del mondo 30 miliardi di lire nel 1991, per giungere a 135 miliardi nel 1998, così impiegati: per progetti socioculturali 133 miliardi, da distribuire 2 miliardi.

Pio Maacchi e p. Marco Bagnarol




Ci sono pure altri

Caro direttore,
sono un abbonato alla sua rivista e sono anche un volontario che, da oltre 20 anni, dedico le mie ferie in campi di lavoro in Kenya.
Su Missioni Consolata di gennaio c’è un bellissimo articolo sulla casa per ragazzi di strada di Kahawa (Kenya). Essendo al corrente di questa iniziativa e conoscendo alcuni amici che lavorano tutto l’anno per Kahawa facendo pantaloncini, magliette, ecc. e spedendo anche container, ho notato che, nell’articolo, non si fa alcun cenno né a questa attività né ad un missionario (non spetta a me fare nomi). Questi, dopo aver terminato il suo lavoro in un altro luogo, dedica il restante tempo libero (compresa la domenica) alla famiglia dei ragazzi di Kahawa.
Forse il padre, quale servo del Signore, preferisce l’anonimato. Però mi pare giusto un accenno anche a lui, come pure al gruppo che lavora in silenzio per quei bambini.

Giusto. Quando padre Benedetto Bellesi (autore dell’articolo sui ragazzi di strada) visitò Kahawa, l’esperienza era ancora agli inizi e non ha potuto raccogliere tutte le informazioni… Ebbene: il missionario è Angelo Riboli, il gruppo si chiama «Gli amici di Wamba», senza scordare «Insieme si può», Resurrection Garden e altri amici.

Sergio Provasi




Stupita e indignata

Spettabile redazione,
è con profondo stupore e malcelata indignazione che constato come nella vostra rivista non si sia fatto cenno alcuno alla improvvisa morte di padre Bruno Marcon, avvenuta alla vigilia di natale.
Come molti sanno, ha speso 15 anni fra gli indios del Rio Branco nello sperduto territorio brasiliano di Roraima, in prima linea nella grande tragedia delle popolazioni indigene, decimate, oppresse, defraudate della terra e dei propri diritti.
Tornato in Italia, padre Bruno ha continuato la sua opera a favore degli indios promuovendo iniziative e ideando progetti, tra cui «Una mucca per l’indio» che riuscì a raccogliere grandi consensi e fondi.
Altrettanto nota è stata l’attività editoriale di padre Bruno che, attraverso la pubblicazione di diversi libri, ha continuato la sua instancabile opera di sensibilizzazione e promozione della causa indigena.
Ritengo vergognoso e ingeneroso (non solo verso la sua memoria, ma anche e soprattutto nei confronti delle popolazioni indios) l’assoluto silenzio che la vostra rivista gli ha riservato!

Grazie di aver ricordato padre Bruno Marcon con tanta passione. Forse la foga è un po’ eccessiva per quanto ci concee.
La foto di padre Bruno e alcuni suoi dati biografici sono apparsi su Missioni Consolata di marzo, con altri sette missionari defunti, alcuni giovanissimi.
Tutti meritano un degno ricordo. Lo fa il bollettino da Casa Madre. Se lo facesse anche Missioni Consolata, la rivista diventerebbe un necrologio…
A onore del vero, l’ideatore della campagna «Una mucca per l’indio» non fu padre Bruno, ma padre Giorgio Dal Ben. L’iniziativa poi è stata sostenuta da tutti i missionari della Consolata in Italia.

M. Grazia Ghielmetti