Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Ricordando Padre Angelo Riboli

Riportiamo qui due testimonianze a caldo su padre Angelo Riboli, nato a Crema il 12/05/1951 e diventato sacerdote missionario della Consolata il 23/09/1979. Partito per il Kenya nel 1981, è rientrato in Italia nel 2022 per gravi problemi di salute. Un infarto improvviso gli ha aperto le porte del cielo il 28/01/2026.

Riboli p Angelo

Mi risulta difficile una vera testimonianza su padre Angelo perché le nostre vite non si sono intrecciate molto. Ma desidero ugualmente esternare i ricordi che nutro di lui, quanto so, e ciò che sono venuto a conoscere, perché mi è significativo.

Il primo incontro avvenne in Kenya nel 1980. Io ero in casa regionale a Nairobi e lui alla vicina parrocchia del Consolata Shrine. Quasi quotidianamente ci veniva a visitare. Occhi scintillanti, sereno, gentile, comunicativo, sorridente. Questa relazione durò pochi mesi perché io lasciai il Kenya in marzo del 1981, quando poi diventai superiore generale. Tuttavia, sapevo dal suo parroco quanto lo apprezzava ed era apprezzato dai fedeli. L’amabilità che esprimeva era attraente. Un cuore intensamente pastorale, dimostrato poi anche nella sua attività missionaria a Wamba e Maralal. Per la sua conoscenza, esperienza, empatia e giovialità, godeva la stima dei confratelli, che per tre volte lo elessero consigliere regionale.

Fu anche amministratore regionale per sei anni. Compito non facile in una regione estesa ed esigente come quella del Kenya con molte missioni e molteplici istituzioni e attività. Veniva lodata la sua capacità, efficienza, e premura nei confronti di tutti. Indubbiamente pure onerosi i dieci anni di servizio come amministratore della diocesi di Maralal.

Sapeva tessere amicizie cordiali e durature. Più che amicizia, lui esprimeva affetto.

A causa della precaria situazione di salute fece rientro in Italia nel 2022. Seppi poi che il suo cuore funzionava solo al 40%. Io lo rividi in Casa Madre a marzo del 2025. Non lo riconobbi, tanto la malattia e le medicine l’avevano trasformato. Fu lui a venirmi vicino e dire: «Sono padre Riboli. Sei tu che mi hai accolto in Kenya». Stupito mi si aprirono gli occhi.

Vicini di camera ci vedevamo spesse volte. La comunicazione era difficile ma non la comunione. Eloquenti erano il sorriso, un cenno del capo, un’alzata di mano. Poiché i camici della messa non scendevano bene, quasi ogni mattina ci aiutavamo a vestirci. Sempre vicini in presbiterio durante le celebrazioni ci scambiavamo la pace. Fino all’ultimo giorno. Non più. Angelo, ora per te la pace eterna, dono del Signore e suo premio.

Nel camminare trascinava un po’ i piedi. Il sorriso però non lo abbandonò mai, vivendo le sue condizioni precarie con ammirevole sopportazione e pazienza.

Quanto pregare. Il mattino per lodi ed eucaristia, per l’ora sesta, e per il rosario e vespri la sera, in raccolto silenzio di molto anticipava tutti, servendo come fedele direttore della preghiera comune. Malattia, sofferenza e preghiera sono le due dimensioni emergenti nell’ultimo scorcio della sua vita. Un aspetto ludico: amava con visibile coinvolgimento guardare le partite di calcio.

Che agghiacciante sorpresa nel primo pomeriggio del 28 gennaio. Fui io a trovarlo supino a terra colpito da un infarto fulmineo. Nessuna recente avvisaglia, nessuno presente, non una parola di commiato. Ora solo preghiera, ricordi, gratitudine, e ammirazione per il molto bene compiuto con intelligenza vivace, dedizione totale, fraternità affabile.

Angelo, per molti sei stato un angelo premuroso: accompagnando, custodendo, servendo, amando.

Angelo, mi piace rendere omaggio a tua sorella Tiziana e a tuo cognato Pierangelo. Ti hanno prodigato innumerevoli attenzioni e ammirevole amore. Ti visitavano frequentemente qui a Torino e ti donavano giorni di gioia famigliare a casa.
Arrivederci presto.

padre Giuseppe Inverardi
Torino, 30/01/2026

30 gennaio 2026 funerale p Riboli Angelo presieduto da Gigi p Anataloni

Provo a scrivere pochi ricordi di Angelo, dando corpo a quanto ho cercato di dire durante l’omelia al suo funerale. Conosciuto in Italia quando era studente, l’ho ritrovato in Kenya dal 1989 al 2009. Prima, durante i miei tre anni a Maralal, dove sono stato dal 1989 al 1992, poi a Nairobi, nella casa regionale a Westlands, dove abbiamo convissuto dal 1993 al 2000. Un tempo, quello di Nairobi, di stretto contatto tra noi: lui amministratore regionale e io direttore del The Seed.

Padre Angelo era una persona con cui si stava volentieri. Ha testimoniato con i fatti il suo amore per la missione.

Quando ero a Maralal ci siamo incontrati diverse volte sia per gli avvenimenti riguardanti il nostro istituto che per la vita della diocesi di Marsabit (quella di Maralal è nata solo nel 2001). È da lui che ho preso l’ispirazione per iniziare nel 1990 l’avventura della Consolata Cup, il torneo di calcio, pallavolo e pallacanestro che dura ancora oggi. Un torneo a cui partecipavano tutti, a centinaia, ragazzi e ragazze: da quelli di strada agli studenti delle varie scuole superiori, seminaristi compresi. Nel torneo, mentre i seminaristi sfoggiavano le belle magliette da calcio e le scarpe che proprio padre Angelo aveva loro procurato, i rasta boys (i ragazzi di strada) giocavano quasi a piedi nudi, felicissimi di poter partecipare alla pari con gli altri giovani.

Angelo amava lo sport e credeva che potesse davvero aiutare i ragazzi. Forse neanche lui ha mai saputo quante maglie e scarpe da calcio ha fatto arrivare dall’Italia per la felicità di tanti. Sono convinto che se la Consolata Cup è andata avanti a Maralal dopo la mia partenza per Nairobi a fine giugno 1992, è proprio perché lui, nel frattempo, era diventato responsabile dell’ufficio pastorale diocesano e aveva sostenuto l’iniziativa.

Wamba 23 dicembre 2005

Angelo sapeva mettere passione e impegno in quel che faceva, con il sorriso sulle labbra e grande attenzione alle persone attorno a lui, senza andare nel panico di fronte ai pericoli e alle difficoltà. Fraterno e allegro, metteva tutti a proprio agio.

Quando, verso la fine del 1994, la Regione del Kenya ha deciso di investire il piccolo surplus economico che aveva, è stato proprio grazie a padre Angelo, allora amministratore regionale, che è iniziata l’avventura del centro per i ragazzi di strada chiamato Familia ya Ufariji (Famiglia della Consolazione) nella periferia di Nairobi, verso Kahawa.

Aveva conosciuto la realtà dei ragazzi di strada fin dalla sua prima esperienza come viceparroco proprio al Consolata Shrine in Nairobi; li aveva poi incontrati per le polverose strade di Maralal e li aveva ritrovati tornando a Nairobi, visto che scorrazzavano a decine anche a Westlands, vicino alla nostra casa.

Alla Ufariji, lui ha sempre dedicato cura e passione, procurando fondi e seguendola da vicino. Là tanti ragazzi presi dalla strada, si sono sentiti amati, apprezzati, curati, hanno completato i loro studi e hanno costruito il loro futuro.

Molto apprezzato dai confratelli, è stato per ben tre volte consigliere regionale. Ha lavorato tanto a Nairobi, ma certamente il suo cuore era sempre nel Samburu, e là è tornato appena possibile, nel 2000, dedicandovisi con passione e competenza, con la gioiosità che lo caratterizzava, in una realtà molto bella e sfidante, ma spesso anche esigente per i grandi livelli di povertà e i problemi ambientali, e anche pericolosa per le tensioni tribali mai sopite e spesso alimentate di proposito da politici o trafficoni senza scrupoli.

73° compleanno di padre Angelo Riboli

Come parroco di Wamba, e poi amministratore della nuova diocesi di Maralal, ha sostenuto il vescovo Virgilio Pante nel suo impegno per la pace, per la salute della gente, per la rete di scuole sparse su tutto il territorio, per combattere la povertà e la fame.

Aveva un forte senso dell’amicizia, che diventava vicinanza, solidarietà e supporto fraterno a chi magari, per varie ragioni, viveva momenti difficili. Più di un confratello ha potuto apprezzare la sua presenza e trovare consolazione nella sua amicizia.

Ringrazio il Signore per un confratello come lui, con cui ho condiviso la stessa passione per il Kenya e la sua gente.

Certo, è stata dura vederlo tornare in Italia reso quasi irriconoscibile dalla malattia, che lui ha vissuto con grande profondità e dignità, senza lamentarsi e offrendo la sua sofferenza in silenzio, sempre disponibile e servizievole per quanto la sua condizione gli permettesse. È stato un grande dono averlo come amico e confratello.

Sono sicuro che ora dal Paradiso è diventato davvero un angelo, realizzando appieno quella vocazione che il suo nome portava: Angelo, messaggero dell’amore e della consolazione del Signore.

padre Gigi Anataloni
Torino, 02/02/2026

Suor Maresa

Il 12 febbraio 2026, pochi giorni prima della festa del centenario della chiamata al cielo di San Giuseppe Allamano, anche suor Maresa Sabena, novantenne missionaria della Consolata, è andata a far compagnia al suo amato fondatore. Riportiamo qui alcuni passaggi del ricordo di lei condiviso da una consorella al funerale.

Suor Maresa è stata una donna che ha reso la sua consacrazione religiosa missionaria visibile, una vita abbracciata da Gesù, lo sposo, il Figlio missionario del Padre. Ha vissuto la missione come testimone dell’annuncio dell’amore di Dio con cuore di madre, soprattutto a chi ancora non conosce la grandezza di questo amore che trasforma la vita, le situazioni senza speranza, l’accoglienza vera.

Ascoltiamo le sue parole da missionaria nel cuore dell’Ufficio pastorale migranti (Upm) di Torino (vedi MC 1-2/2025, p. 52).

«Come missionaria della Consolata ritengo particolarmente importante la nostra presenza in Upm, specialmente ora che i diritti umani dei migranti sono molto a rischio. Importante è anche condividerne e sostenerne l’obiettivo principale: “attenzione alla tutela e alla difesa dei diritti di ogni persona e famiglia migrante”.

Quando analizzo i dati e vedo che l’80% di uomini e di donne che si rivolgono a noi, non sono cristiani, che provengono da nazioni e religioni diverse, che sono passate centinaia di donne nigeriane, tutte molto giovani e vittime di tratta che abbiamo cercato di aiutare perché si liberassero da quella schiavitù e rimanessero regolari sul territorio, questo mi convince sempre di più sulla validità della mia e della nostra presenza in Upm come missionarie della Consolata.

Non solo, anche quando rifletto sul nostro carisma “portare l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, un messaggio di consolazione ai popoli, e la promozione della donna” sento di vivere pienamente la mia vocazione di missionaria della Consolata

Di fronte a queste realtà sento tutta la responsabilità del mio impegno quotidiano: cerco di porre molta attenzione nell’ascolto, libero da pregiudizi, nel rispetto delle loro culture e religioni. Cerco di offrire un aiuto per i documenti e per l’accoglienza, anche se è un momento molto difficile.

I migranti mi richiamano l’esodo dei popoli che la Bibbia ricorda fin dall’inizio della storia della salvezza. È in questa storia sacra che vedo inserito il mio, il nostro servizio che vivo con tanta gioia ed entusiasmo nonostante l’età novantenne e le difficoltà.

Quando (fui invitata a questo servizio), mi sembrò una proposta inaccettabile, sentii tutta la mia inadeguatezza: non ero mai stata in Africa, mai in America Latina, non conoscevo quei popoli e quelle culture.

Oggi, a molti anni di distanza continuo a ringraziare il Signore, perché si è servito e si serve della mia povertà e fragilità per compiere la Sua opera. Lo ringrazio per la vocazione religiosa missionaria e per la missione che ha scelto per me, anche se molto diversa da quella che sognavo».

Grazie suor Maresa, per la tua testimonianza missionaria molto significativa.

suor Generosa Iruma Ireri mc
Torino, 14/02/2026




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Grazie

Volevo estendere a tutti i collaboratori della rivista Missioni Consolata la mia gratitudine per il vostro giornale la cui lettura mi rasserena specie nei momenti bui del vivere quotidiano.
Mi piace molto la rubrica lettori e missionari in dialogo: mi raccomando spesso a loro nelle preghiere e ne ottengo aiuto e conforto.
Ad esempio, la figura di padre Luigi Brambilla mi ha particolarmente colpito per la sua semplicità nel fare il bene.
Auguro a tutti voi serene feste e ancora un grazie di cuore.

Mirella De Gregorio | 14/12/2025, email

No al pessimismo

Egregio Direttore,
sono un uomo di novant’anni, piemontese, vado a messa nella chiesa dei latinos in via Nizza. Gente favolosa: la chiesa non è mai stata così bella, sono sereni, generosi, una gioia per una città un po’ triste come Torino.

Volevo dire del suo editoriale di dicembre: tutto verissimo, tutto documentatissimo, ma tutto di un gran pessimismo, quasi una disperazione per questo mondo.
Secondo me dovrebbe fare un editoriale da aggiungere a questo, nel quale racconti le cose belle, perché il mondo è pieno di cose belle. […]

Se questa mattina mangiamo pane e latte è perché un contadino ha seminato il grano, un mugnaio l’ha macinato, un panettiere ha fatto il pane; poi un contadino ha allevato una mucca, l’ha munta e il suo latte è arrivato a noi.

Proprio voi sacerdoti che passate la vita a fare il bene, dovete parlare anche del bene. La nascita di Gesù è una cosa bellissima, una festa, e le garantisco che troverebbe un posto dove nascere. […]

Ho incontrato un vescovo palestinese a una riunione e gli ho chiesto che cosa posso fare io per il bene del mondo e lui mi ha chiesto: lei lavora? Gli ho detto di sì e lui mi ha risposto: faccia bene il suo lavoro. E nel mondo ci sono milioni di persone che fanno bene il loro lavoro. Ci sono milioni di mamme e di papà che sono attenti ai figli, li vestono, li curano, semplicemente gli vogliono bene. E ci sono milioni di uomini e donne che si vogliono bene, che vivono l’uno per l’altra. […]

I vostri missionari passano la vita a fare il bene, ho anche alcuni amici che quando possono vanno nelle missioni ad aiutare. Ho un amico meccanico che va ad aggiustare tutto quello che è aggiustabile e mi ha raccontato che in Eritrea, credo, un ospedale aveva cinque culle termiche per neonati che non funzionavano, cinque su sei, e lui ha scoperto che erano intasati i filtri e li ha aggiustati tutti.

Anni fa sono stato in Brasile da don Pigi Bernareggi, che aveva costruito (nella periferia e nelle favelas di Belo Horizonte, ndr) nove scuole, con nove asili e centinaia di bimbi felici che sta

vano più volentieri lì che a casa. C’era una gioia, una bellezza, una dolcezza in quelle persone che accudivano i figli, quasi tutte povere donne con prole e senza mariti, eppure c’era veramente gioia.

Fa un po’ ridere un editoriale come il suo per chi deve sposarsi e che deve fare figli. I figli non si fanno per dovere di patria, ma per amore, solo per amore, e neanche quando vuoi tu. Per me ogni figlio è una grazia mandata da Dio, il modo e il come non lo so e non me lo chiedo, ma quando arriva un figlio si ringrazia. Per favore, siate un po’ ottimisti. Tanto il sole è da qualche migliaio di anni che si alza al mattino e tramonta la sera.

Nel mondo ci sono sempre stati i buoni e i cattivi e chi porta avanti il mondo sono i buoni, i cattivi con le loro cattiverie finiscono quasi sempre male, ha mai visto un cattivo vivere bene?

Sono andato ieri a trovare un mio amico all’ospedale; era molto malato ma sereno, e così invece di mettermi a piangere con lui, l’ho fatto ridere per mezz’ora ricordando le varie cretinate fatte da giovani, e non credo di avergli fatto del male facendolo ridere.

Ernesto Mascarotto | lettera manoscritta, dicembre 2025

È stata per me una sorpresa ricevere questa lunga lettera manoscritta con cura, quattro dense facciate. Chiedo perdono per le parti che ho dovuto tagliare.
Mi permetto di dire che non era mia intenzione essere pessimista. Forse un po’ provocatorio, sì, specialmente nei confronti del nostro mondo «ricco».

Se davvero fossi pessimista di fronte alla realtà in cui viviamo, non avrei scritto quelle cose. Le ho scritte perché credo davvero che ci sono tantissime persone, credenti e non, che amano la vita, che pagano di persona per un mondo bello, giusto, fraterno e in pace. E lo fanno con gesti semplici, quotidiani, che non fanno notizia.

Persone che (come ho scritto nella conclusione) sono ancora capaci di «offrire un’accogliente mangiatoia a chi bussa alla nostra porta, un piccolo gesto di amore che, come una piccola luce, rompe il buio della notte».

Grazie signor Ernesto per la sua lettera appassionata e piena di ottimismo, e soprattutto per la sua giovinezza di cuore.

PREMI NOBEL

Anche quest’anno, così come negli anni precedenti, ho avuto l’invito di partecipare il 10 dicembre alla cerimonia dei Premi Nobel a Stoccolma, capitale che mi ha accolto con il suo fascino nordico invernale. La città era avvolta in un freddo pungente, ma il cielo terso eluminoso rendeva l’atmosfera magica. Camminando per le strade del centro, tra i palazzi storici e i negozi addobbati, si respirava un’aria di festa e solennità. L’unica nota di rammarico era l’assenza della neve, che avrebbe reso il paesaggio ancora più fiabesco, anche se la bellezza della capitale svedese non ne risultava minimamente intaccata.

Nei giorni precedenti la cerimonia, sono stato seguito da una tutor che mi ha istruito meticolosamente sull’etichetta da osservare. In un evento di tale portata, ogni gesto, ogni parola e ogni comportamento sono importanti, specialmente quando si è in presenza della famiglia reale svedese.

Il protocollo è rigoroso e il rispetto delle convenzioni non è una semplice formalità, ma un modo per onorare la solennità dell’occasione e chi la rappresenta.

La tutor mi ha accompagnato anche alla scoperta di Stoccolma. Insieme abbiamo visitato il Museo del Premio Nobel, dove la storia di questo prestigioso riconoscimento prende vita attraverso documenti, oggetti personali dei laureati e installazioni interattive.

Sapendo che provengo dal Giappone, ha voluto mostrarmi anche il piccolo ma affascinante Museo dell’Estremo Oriente, dove ho potuto ammirare collezioni di arte e artefatti che mi hanno fatto sentire un po’ più vicino a casa. Non è mancata la visita al Museo Nazionale, con le sue straordinarie collezioni d’arte che testimoniano la ricchezza culturale della Svezia e un incontro assieme ai Premi Nobel per la fisica con relativa conferenza.

Oltre alle visite culturali, ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni incontri con scuole e università. Questi momenti di dialogo con studenti e docenti sono stati particolarmente stimolanti: ho potuto condividere esperienze, rispondere a domande e ascoltare le prospettive delle nuove generazioni. È stato bello vedere l’entusiasmo e la curiosità dei giovani verso la scienza, la cultura e l’impegno per un futuro migliore.

La giornata della cerimonia è iniziata con una preparazione meticolosa. L’evento richiede un dress code formale e rigoroso: smoking per gli uomini, abito lungo per le donne. Ogni dettaglio conta in un’occasione così importante, che celebra le menti più brillanti del nostro tempo nei campi della fisica, chimica, medicina, letteratura ed economia.

La Concert Hall di Stoccolma, dove si svolge la cerimonia, è un edificio maestoso che incute rispetto. Varcarne la soglia significa entrare in un luogo dove la storia si fa ogni anno, dove il genio umano viene riconosciuto e celebrato. Le colonne di marmo, i lampadari di cristallo e l’acustica perfetta creano un’atmosfera solenne e allo stesso tempo accogliente.

Durante la cerimonia, ho assistito alla consegna delle medaglie e dei diplomi da parte del Re di Svezia. Vedere i laureati salire sul palco, con i loro volti che esprimevano emozione, umiltà e fierezza, è stato profondamente toccante. Ascoltare le motivazioni dei premi, comprendere l’impatto che le loro scoperte e il loro lavoro avranno sull’umanità, mi ha fatto riflettere sulla grandezza del pensiero umano e sulla sua capacità di trasformare il mondo.

Il tradizionale banchetto che segue la cerimonia, presso il municipio di Stoccolma, è un evento spettacolare. Più di mille invitati, tavole imbandite con eleganza, piatti della tradizione svedese serviti con precisione coreografica.

La conversazione con gli altri ospiti, provenienti da tutto il mondo, ha arricchito ulteriormente l’esperienza, creando un ponte tra culture, discipline e prospettive diverse.

I Premi Nobel non sono solo una celebrazione di risultati individuali, ma un messaggio di speranza: che l’eccellenza esiste, che il merito viene riconosciuto e che il sapere può davvero cambiare il mondo.

Piergiorgio Pescali, | 11/12/2025, da Stoccolma

Anche tu sei importante

Chissà perché stanotte, 20 novembre 2025, in Tanzania, ho sognato Ersilia.
Incontrai Ersilia anni fa in un villaggio brasiliano, a 30 chilometri da Manaus, sulle rive del Rio delle Amazzoni che avanzava maestoso, battagliero e trionfante come si addice al re dei fiumi.

«Sono nata in una famiglia facoltosa di proprietari terrieri. Ma un giorno mi trovai lebbrosa». Incominciò così Ersilia a raccontarmi la sua storia.
Aveva 14 anni Ersilia, intelligente quanto bella, quando le diagnosticarono il morbo di Hansen. I genitori tentarono di incoraggiare la figlia dicendo: «Forse i medici si sono sbagliati».
No, la diagnosi era esatta. Ersilia era davvero lebbrosa.

Iniziò il calvario della ragazza. Innanzitutto, il repentino voltafaccia dei genitori, e il rifiuto sadico della loro figlia. «Tu non sei più Ersilia – la bollarono -. Tu sei una cagna immonda. Chissà quali orrendi peccati hai commesso! Così Dio ti ha castigata. Vattene da casa nostra!».
Ersilia se ne andò. Vagò per ore e ore lungo il Rio delle Amazzoni, implorando soccorso. Ma anche il grande fiume era sordo al suo dolore.

Giunta la sera, bussò a una porta che si aprì. Comparve una suora missionaria, che gestiva un centro medico. Ersilia vi trovò lavoro. Ma le parole «tu sei una cagna immonda, Dio ti ha castigata» le martellavano le tempie senza sosta. Finché decise di farla finita.

Un mattino la ragazza afferrò una bottiglia di acido solforico e la portò alla bocca. Ma qualcuno alle spalle gridò: «Ersilia, non lo fare!». La ragazza si voltò: nessuno.
La ragazza riprese la bottiglia. Di nuovo la voce imperiosa: «Ersilia, non lo fare». E non c’era anima viva. Per la terza volta la ragazza si aggrappò alla bottiglia di acido solforico. La voce misteriosa ritornò: «Ersilia, non lo fare, perché anche tu sei importante».

Ersilia crebbe lebbrosa. Fu violentata da uomini diversi. Rimase incinta tre volte partorendo tre bimbi, che le furono subito sottratti e non rivide più, perché era «una cagna immonda».
Ersilia raccontava la sua storia e la rendeva viva con ampi gesti delle mani quasi consunte dalla lebbra e con sguardi intensi.

«Amico, vedi questo fiume? Ho versato tante lacrime da far esondare il Rio delle Amazzoni. Ma non serve piangere. Serve credere che anche una lebbrosa è importante».
Ersilia divenne catechista in una comunità di lebbrosi.

Un Vangelo di Natale recita: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14). Parole sconvolgenti, perché il Verbo fatto carne è Gesù, venuto a vivere con noi, affaticato come noi, rinnegato da Pietro, venduto da Giuda, crocifisso fra due delinquenti. Una notte, provato dal terrore, sudò persino sangue.

Ma è il Salvatore, l’unico nostro salvatore. E fa dire a Ersilia lebbrosa: «I moncherini dei piedi mi consentono solo di strisciare come un verme, non di camminare. Ma anch’io sono importante».

Allora il Rio delle Amazzoni intona una commovente canzone; «Sei amato, sei importante, Gesù è con te».

padre Francesco Bernardi | 12/12/2025, Dar es Salaam, Tanzania

Rimboccare le maniche

Spettabile padre Gigi,
con ammirazione per il vostro lavoro invio queste poche riflessioni.

I Re Magi, cioè i rappresentanti delle grandi religioni di allora, i sapienti del tempo si prostrarono davanti a Gesù Bambino e concordi lo adorarono offrendogli oro incenso e mirra.

Un salvatore atteso da tutti i popoli per cui i Re Magi grandi studiosi delle stelle e  capi religiosi si mettono in cammino alla ricerca di questo bimbo annunziato dai profeti. Lo trovano in Gesù Bambino, nella sua semplicità, umiltà, accordo fra tutte le religioni e salvezza per tutte le genti se lo accogliamo e mettiamo in pratica il suo grande messaggio. Non ha fatto tutto lui relegandoci a essere solo spettatori passivi ma è venuto ad aiutarci, se vogliamo. Ci ha resi partecipi attivi, non ci ha tolto la gioia di fare noi il bene, di collaborare attivamente con lui.

C’è molto ancora da fare per sconfiggere il male ma Gesù ci dice che, se osserviamo i suoi insegnamenti, faremo trionfare il bene. Ci invita a fare noi, a rimboccarci le maniche, a mettere in pratica le sue parole, accettando il suo aiuto se no da soli non sappiamo bene qual’è la verità. Cordiali Saluti

E.B. | 03/01/2025, via email

Dalla Faraja House

Carissimi amici,
«Forse Dio è malato», scriveva Veltroni. Anche l’Africa è piena di armi, guerre e tanta sofferenza. Fame, fosse comuni, sfollati, genocidi, trattative … sono parole normali in tutti i telegiornali: il trionfo di «Caino». Parole come pace e speranza pronunciate sempre più timidamente.

Tere e Zawadi (ovvero: Dono), 6 e 5 anni: le abbiamo accolte pochi giorni fa. Due belle bimbe violentate in diversi modi da un energumeno di 65 anni. Facili prede, abbandonate a se stesse in strada mentre la zia andava a guadagnare qualche soldo al mercato. Genitori lontani chissà dove. La triste storia andava avanti da parecchio, finché qualcuno ha chiamato la polizia… e le hanno portate a noi senza raccogliere prove e testimonianze, ma solo «mazzette», più facili e redditizie.

Il mondo è in subbuglio per tanta violenza ovunque e anch’io mi sento malato di «nostalgia»: nostalgia di pace, di un po’ di bontà! Non ho più sorrisi e abbracci da distribuire a questi bimbi affamati di affetto e giustizia. Li guardo negli occhi: il sorriso nasconde la paura, la violenza subita, l’abbandono.
Ci metteremo una «toppa» ma lo strappo rimane!

Nonostante tutto grandi feste in questi giorni: Shedrack e Yacinta hanno finito l’università! La lista dei «graduati» si allunga: maestri, dottori, avvocati, biologi, segretarie, poliziotti, musicisti, ecc.

Col vostro aiuto abbiamo distribuito consolazione e possibilità di autosufficienza.
E festa anche per il parto gemellare della mucca: latte in arrivo!

Il salone è inaugurato. La peschiera è piena di pesci che crescono velocemente… ma la necessità di acqua aumenta! Ed eccoci impegnati con un secondo pozzo alimentato da pannelli solari. Non avremo bisogno del bastone di Mosè per far scaturire l’acqua dalla roccia, basterà il vostro affetto e la vostra «condivisione». […] [Spero abbiate avuto un Natale sereno e gioioso], e preghiamo affinché il Paese ritrovi giustizia e pace. Ma anche l’Italia ha bisogno di ritrovare le proprie «radici» e dare ascolto a Giovanni Battista che continua a «gridare nel deserto».

padre Franco Sordella | 09/12/2025, Faraja House, Iringa, Tanzania.




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

«Sulawesi crossing»

Grazie Marco per il tuo dossier sulla Chiesa nell’isola di Celebes (Indonesia), e in particolare sulla diocesi di Manado. Questa è informazione buona e molto utile per il mondo, e in particolare per i lettori di Missioni Consolata. Ho mandato questo dossier a monsignor Rolly Untu. Saluti da Manado, da «la gente che sorride».

padre Polce Pitoy,  missionario del Sacro Cuore, Manado, 6/11/2025

La presenza di Marco Bello, della rivista Missioni Consolata, è stata fonte di gioia e cordiale amicizia per me personalmente e per monsignor Fransiskus Nipa, arcivescovo di Makassar. Marco ha svolto un’eccellente attività giornalistica sulla Chiesa cattolica, in particolare sulla nostra comunità nella parte meridionale dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. La sua pubblicazione sulla rivista Missioni Consolata ha mostrato al mondo la ricchezza storica e culturale della nostra società, arricchita dall’atmosfera islamica e, naturalmente, la vita della comunità cattolica come «piccola Chiesa» in questa vasta area pastorale. Apprezzo e amo questo dossier intitolato «Sulawesi Crossing», che racconta la città costiera di Makassar, con la sua cattedrale, luogo sacro e culturale iconico nel cuore di questa dinamica città. E anche l’incredibile cultura della società Toraja nella zona montuosa, la città natale di quasi il 60% dei cattolici dell’arcidiocesi. Grazie di cuore a Marco e a tutti i missionari della Consolata.

don I Made Makus Suma, Makassar, 12/11/2025

Grazie a San Giuseppe Allamano

Giovedì primaverile 1915. Durante una delle visite degli studenti e chierici da Torino, l’Allamano si lascia fotografare dal chierico Borello Mario.

Ho conosciuto i Missionari della Consolata nel 1972-1973; ho frequentato alcuni sacerdoti: p. Antonio Lasaponara, p. Vittorio Aquilino, p. Raffaele (Garzia), p. Luigi. La benedizione al mio matrimonio nel 1980 è avvenuta con la celebrazione di padre Antonio. Il 20 Ottobre 2024 ero personalmente presente in piazza San Pietro per la canonizzazione di San Giuseppe Allamano. Negli ultimi mesi ho pregato il nostro comune santo affinché fosse posto rimedio ad una situazione di «umana» e palese ingiustizia.

Il Signore Dio nostro ha ascoltato l’intercessione di San Giuseppe. Per tale motivo rendo grazie.
Spero di essere presto a Torino per rendere personalmente grazie al santo.
Desidero che il mio nome non sia pubblicato.

Lettera firmata
Brindisi, 21/09/2025

La foto, da cui è tratto il particolare del volto di San Giuseppe Allamano qui sopra, ha una sua storia, che comprende anche un accurato lavoro di restauro e colorazione.

Un giovedì di primavera del 1915, come annota il diario del seminario di Torino dei Missionari della Consolata in corso Ferrucci, i chierici vanno in passeggiata a Rivoli, dove sanno che il canonico Allamano li attende. Dopo una conferenza di formazione
e la lettura di diverse lettere di missionari dal Kenya, il fondatore raccomanda loro di tenere frequenti e vivi contatti epistolari con i confratelli in missione. I seminaristi si commuovono.

Finito l’incontro, il chierico Mario Borello, che tiene in mano una macchina fotografica, prega il fondatore di lasciarsi fotografare da solo. Egli cede alla richiesta soltanto davanti alla esplicita promessa del giovane di intensificare subito la corrispondenza con l’Africa. Sapendo della riluttanza che lui aveva nel lasciarsi fotografare da solo, si apprezza ancora di più la sua «paterna concessione» per far crescere lo spirito di famiglia tra i suoi
missionari.

16/02/1926 – 16/02/2026, a cento anni della «Morte del giusto»

Il numero di marzo 1926 de «La Consolata» è totalmente dedicato alla «morte del giusto». Riportiamo, senza modifiche, pochi stralci dalle pagine del periodico.

Funerale di Giuseppe Allamano

L’editoriale

Martedì, 16 febbraio, alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Rev.mo canonico GIUSEPPE ALLAMANO, Fondatore e Superiore Generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino.

La mano, tremante, quasi si ribella a dare il tristissimo annunzio, perché vorremmo ancor persuaderci che non è così; né ci par vero che si siano chiusi per sempre quegli occhi limpidi e sereni che penetravano addentro dei cuori per scoprirne i segreti affanni; e che più non ci sia dato sentir quella voce che tante parole disse di bontà, di consiglio, di conforto e di perdono; e che si siano per sempre irrigidite quelle mani che ognora s’aprivano a beneficare, o s’alzavano a benedire.

Eppure è questa la dura realtà; e nessuna parola noi troviamo che valga ad esprimere il nostro dolore. […] Lutto gravissimo adunque, non solo per il nostro Istituto, né solo per la Diocesi torinese, ma per la Chiesa Cattolica, di cui era e sarà fulgida gemma.

In quest’ora di suprema amarezza, altro conforto non troviamo, né vogliamo trovare, che in pronunziare le parole ch’Egli ripeteva durante il corso della breve malattia e che gli erravano ancora sul labbro moribondo: « Sia fatta la volontà di Dio!»; e ripeterle, com’Egli faceva, con lo sguardo rivolto all’immagine della SS. Consolata, per confidare a Lei tutta la nostra ambascia, per versare nel Suo Cuore materno tutte le nostre lacrime.

E tu, Padre, dal bel Paradiso, di presso al trono della SS. Consolata di cui fosti il Figlio più tenero, a fianco del Beato Cafasso di cui fosti imitatore perfetto nelle virtù, volgi lo sguardo a noi tuoi Figli, che hai lasciato orfani, a tutte le persone che ti volevano bene e, impetrandoci conforto nel dolore, ottienici pure la grazia di poter seguire le tue orme benedette, per consumare la nostra vita, ed ogni istante di essa, come tu facesti, per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Funerale di Giuseppe Allamano arrivo nella piazza del Duomo

La morte del giusto

«Sive vivimus, sive morimur, Domini sumus». Sia che viviamo sia che moriamo siamo sempre del Signore. Furono queste le parole che il Can.co Giuseppe Allamano pronunziò quando dovette mettersi a letto. Era il 1° febbraio. Due giorni dopo, sembrandogli d’essersi ri-messo alquanto, volle alzarsi nella speranza di poter celebrare la S. Messa; e a chi dolcemente rimproveravalo per questo sforzo, più di volontà che di reale miglioramento, rispondeva: «Son già due giorni che non celebro…; essi, i dottori, non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa …; faccio la Comunione, è vero, ma la Messa, la S. Messa!» e il suo occhio, reso più vivo da tanta passione eucaristica, si fissava, con la solita espressione di fede e d’amore, sul crocifisso che stava davanti a Lui, sopra lo scrittoio.

Povero Padre! La Messa quel giorno non poté celebrarla, e non la celebrò più; il Maestro Divino era già alla porta e bussava, per invitarlo alla Messa eterna del Paradiso. Ed egli, con lo stesso ardore con cui, durante la sua lunga carriera sacerdotale, aveva offerto ogni giorno all’Eterno Padre il calice del Sacrificio, offriva ora tutto se stesso, in unione alla Vittima Divina. […]

«Prego per voi – diceva [a coloro che], vedendolo assorto nella contemplazione dell’immagine della Consolata, lo interrogavano con filiale confidenza che cosa stesse facendo – prego per tutte voi, per tutti i Missionari… è questa la mia continua occupazione… non posso far altro». Ed ai Superiori dell’Istituto, che gli promettevano, alla lor volta, le preghiere dei Missionari, diceva: «Sì, sì, pregate per me… ; vedete, questo poco di vita che ancor mi resta è per voi… vi ho dato tutto!».

[…] La sua abituale giaculatoria, dopo le invocazioni alla SS. Consolata tutte riboccanti di tenero e filiale affetto, erano le parole di Gesù nel Getzemani: «Mio Dio, sia fatta la tua santa volontà». […]

Era lui a confortare quanti, amici e ammiratori, figli e beneficati, venuti a recargli conforto, erano invece vinti dalla commozione al vedere quella preziosa esistenza spegnersi per sempre, e prorompevano in lagrime attorno al suo letto. Li confortava col suo aspetto calmo e sereno, con la parola piena di spirituale unzione, col cenno della mano additante la patria celeste, col dolce e paterno sorriso, con la sua benedizione. […]

Il lunedì, 15 febbraio, nelle prime ore del pomeriggio, il male precipitò improvvisamente, gettando nella più viva costernazione quanti, da due settimane, venivano trepidando intorno a Lui. […]

L’occhio del Morente pare rianimarsi e la sua mano ha un leggero movimento, in un supremo sforzo per alzarsi e benedire. Certo, in quel momento, davanti al suo occhio dovette passare la visione delle care Missioni, dei diletti figli e figlie eredi del suo apostolico spirito, dei poveri africani […]; ed oh, con quale e quanta effusione di cuore egli dovette, in quell’istante, tutti benedire! Fu così, nella visione delle lontane Missioni, ch’Egli, lentamente, dolcemente spegnevasi […].

Ancora dalle sue labbra, qual soffio lieve lieve, uscì il saluto alla celeste Mamma che gli tendeva le braccia: “Ave Maria!”, ancora abbozzò sul crocifisso un lungo, fervido bacio… e il bacio al suo Signore si prolungò nel gaudio e nella luce eterna.

Funerale di Giuseppe Allamano: il corteo funebre lascia il Duomo per recarsi ala Cimitero Monumentale.

da «La Consolata», marzo 1926




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Ricordando PADRE LUIGI BRAMBILLA

 Nato a Olgiate Molgora (Como) il 28/12/1939, è andato in cielo a Torino il 15/10/2025, dopo 66 anni di vita come missionario della Consolata, 61 di sacerdozio e 58 di servizio missionario in Kenya. È stata ricca la sua personalità umana e pastorale. Compito arduo sintetizzarla in brevi espressioni. Sereno, cordiale, comunicativo, scherzoso. Persino burlone. Sì, da essere affettuosamente chiamato Bambo, e lui stesso si chiamava così. Ancora così una settimana prima di morire. Ma «bambo» assolutamente non era. Anzi, esperto e saggio. Tanto da essere eletto due volte vice superiore per un totale di dodici anni; poi tre superiore regionale; e tre consigliere. Incarichi non congeniali al suo carattere, come lui stesso confessava, ma doveva forzatamente arrendersi alla fiducia dei confratelli.

Sempre accogliente e comprensivo, sia dei missionari dati a lui come collaboratori, come dei numerosi ospiti. Era una gioia visitarlo. Regolarmente invitava i confratelli vicini per un pasto. In sua compagnia erano ore di cordiale fraternità.

La sua semplicità e simpatia accattivavano la gente. Nei suoi 58 anni in Kenya sono nove le missioni in cui ha esercitato il ministero come parroco o assistente. Intraprendente e dal cuore pastorale, ovunque era apprezzato e benvoluto. Gli ultimi 15 anni li ha trascorsi a Tuthu, missione madre di tutte le altre a seguire (perché fu la prima a essere fondata nel 1902, ndr) ma non facile a viverci e operare. Tempo spesso uggioso, clima umido, colline da salire sbuffando e scivolose nel scenderle. Eroismo l’esserci vissuto lungo tempo.

Un dono caratteristico che facilitava la relazione con i fedeli e l’apostolato era la perfetta conoscenza della difficile lingua kikuyu. Monsignor Cesare Gatimu, vescovo di Nyeri dal 1964 al 1987, un giorno mi disse che la parlava come un Kikuyu. È tutto dire. E molteplici le testimonianze a riguardo. Perfetto kikuyu, ma provetto pure in inglese e swahili. E, per un tempo a Mekinduri, dovette avventurarsi nella lingua meru. Invidiabile la sua versatilità nelle lingue.

Instancabile, ha svolto il ministero in contesti vari: in missioni piccole e grandi, in missioni di vecchia data e da iniziare, in zone rurali e nelle periferie di città, indifferente per lui. Perché era poliedrico e sapeva facilmente adattarsi alle realtà, e comunicare facilmente e con brio.

Con la sua amabile cordialità negli anni ha saputo animare uno stuolo di persone a cooperare nella vocazione battesimale dell’evangelizzazione, particolarmente nell’area dello sviluppo umano. La dimensione spirituale-pastorale era accompagnata dall’impegno ad aiutare la gente ad acquisire dignità, educazione, salute.

Un curioso ma significativo dettaglio: da giovane missionario era un avido lettore di Topolino. Era la sua ricreazione. Ne aveva una biblioteca.

Dopo intenso, intelligente, e appassionato lavoro di 58 anni in Kenya, primato di pochissimi, gli ultimi mesi destava compassione vederlo ridotto a scheletro. Soffriva fisicamente senza un lamento. Ma aveva una pena e un gran desiderio: tornare a Tuthu perché là c’erano ancora molte cose da fare. Invece, ora riposa in Paradiso. Meritato riposo, suscitando cordoglio, riaccendendo gratitudine, generando l’ondata di affetto che lo accompagnò ovunque. Bambo, saggio ed esperto di missione, riposa in pace.

padre Giuseppe Inverardi
Torino, 18/10/2025

Wamba hospital – Noi c’eravamo

È con immensa gioia che il giorno 17 maggio 2025 abbiamo partecipato alla riapertura dell’ospedale di Wamba. Tantissima gente, carica di speranza e di gioia era presente a quell’importante appuntamento, tanto atteso da tutta la popolazione, che si è messa in gioco in prima persona raccogliendo fondi ed impegnandosi manualmente per sistemare la struttura, rendendola bella ed accogliente.

Erano presenti, col vescovo Hieronymus Joya e il vescovo emerito Virgilio Pante, 20 sacerdoti per la celebrazione della santa Messa inserita al centro di quella imponente cerimonia: un’occasione unica per incontrare tanti amici tutti insieme.

Noi c’eravamo, presenti con la nostra testimonianza dell’essere lì con la gente in un momento così importante e storico.

All’inizio dell’evento, cominciato alle 9.30 e terminato alle 16, la grande folla attendeva fuori davanti al cancello il taglio del nastro da parte del vescovo Joya, il quale ha poi incaricato tutti i sacerdoti presenti di benedire tutti i reparti dell’ospedale. In seguito, ci siamo radunati tutti nel piazzale di ingresso decorosamente abbellito con festoni e tende per ombreggiare i presenti. Li è stata celebrata la santa Messa e gli invitati (politici, organizzazioni e medici) hanno avuto modo di salutare e commentare l’evento: anche a noi è stato chiesto di porgere un saluto.

Con tanta emozione abbiamo dato il nostro contributo per valorizzare questa prestigiosa opera riaperta con la gente e per la gente bisognosa di cure. È stata occasione per menzionare l’associazione Amici di padre Gheddo, il Gruppo di Amici di monsignor Locati e i genitori Rosetta e Giovanni Servi di Dio, cha assieme all’associazione monsignor Oscar Romero, si sono impegnati per dare energia elettrica attraverso la costruzione di un impianto fotovoltaico con batterie, e a costuire una panetteria in grado di dare pane sia ai degenti che al pubblico esterno in modo da poter generare un aiuto economico all’ospedale. Importante è essere stati lì presenti insieme a loro per testimoniare che non sono soli ma insieme in un’unica Chiesa di amicizia e solidarietà.

Ringraziamo il vescovo monsignor Joya e tutte le autorità civili e militari presenti che ci hanno dato questa grande opportunità. Un particolare grazie a fratel Severino Mbae che ha dato il massimo per accoglierci e per il suo instancabile impegno per far rifiorire questa «rosa del deserto». Grazie!

Angelo Rescaldina, Associazione Oscar Romero,
 Magenta (Mi), 09/10/2025

Diamo ancora spazio a questo avvenimento, ringraziando tutti gli amici che sono impegnati nella grande avventura di far rifiorire la «rosa». Il cammino è appena ricominciato. Auguriamo ogni bene alla diocesi di Maralal e a tutta la sua gente. Un grazie anticipato a tutti coloro che vorranno dare una mano.

Perché sì al nucleare civile

Egregio direttore,
desidero offrire alcuni chiarimenti tecnici riguardo alle affermazioni del mio collega Mirco Elena (apparse in queste pagine nel numero scorso, e riferite all’articolo sul nucleare civile di MC ottobre). Mirco sostiene che (testuale) sia «errato dire che l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi».

Questa affermazione non corrisponde alla realtà tecnica.

I reattori civili utilizzano uranio arricchito al 3-5% di U-235, mentre le armi nucleari richiedono uranio arricchito oltre il 90%. Passare dal primo al secondo livello non è un semplice «proseguimento» dello stesso processo: richiede moltiplicare la capacità di arricchimento di ordini di grandezza, con cascate di centrifughe enormemente più estese e anni di operazioni intensive, facilmente rilevabili dall’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica).

Per quanto riguarda il plutonio, i reattori civili producono Pu-239 mescolato con isotopi inadatti all’uso bellico (Pu-240, Pu-241). Il plutonio weapons-grade richiede invece cicli di irraggiamento brevissimi (2-3 mesi) e reattori progettati specificamente per frequenti ricariche, oltre a impianti dedicati di riprocessamento chimico, metallurgia nucleare specializzata e sofisticati sistemi di detonazione.

Il caso iraniano è emblematico: nonostante disponesse di reattori civili, ha impiegato decenni per sviluppare capacità di arricchimento significative, dimostrando che il salto tecnologico è tutt’altro che automatico.

Sulla seconda questione, la critica ha fondamento parziale. È vero che nell’estate 2022 la Francia ha dovuto ridurre la produzione di alcuni reattori a causa delle temperature elevate dei fiumi. Tuttavia, è fondamentale precisare che i reattori funzionavano perfettamente: sono stati i limiti normativi di scarico termico, posti a protezione degli ecosistemi fluviali, a imporre restrizioni temporanee e parziali, non problemi tecnici intrinseci. Inoltre, questo vincolo riguarda tutte le centrali termiche (gas, carbone) che utilizzano raffreddamento fluviale, mentre gli impianti nucleari costieri, che usano acqua marina, non hanno registrato problemi.

Affermare che il nucleare opera «indipendentemente» dalle condizioni meteorologiche è certamente una semplificazione, ma resta una fonte energetica molto più affidabile e prevedibile rispetto alle rinnovabili variabili. I vincoli esistono ma sono gestibili attraverso torri di raffreddamento, sistemi a secco o scelta appropriata dei siti.
Cordiali saluti,

Piergiorgio Pescali
03/10/2025

Edizione 2025 di Top 200

A settembre è uscita la nuova edizione di Top 200, il rapporto che il Centro nuovo modello di sviluppo dedica alle prime 200 multinazionali del mondo classificate secondo il criterio del fatturato. L’attenzione verso le Top 200 deriva dal fatto che molte di esse hanno più potere di molti Stati.

Nel rapporto sono utilizzati due metodi per confrontare il potere economico fra nazioni e multinazionali. Un primo metodo consiste nel mettere a confronto i fatturati con i Pil nazionali, ossia la ricchezza complessiva prodotta nei singoli Paesi. Secondo questa metodica scopriamo che nel 2024 fra i primi cento posti siedono 42 multinazionali, precisando che la prima, ossia Walmart; compare al 23° posto, appena dopo Taiwan. Il quadro cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto interno lordo, elenchiamo gli stati in base agli introiti governativi. Rappresentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cento posti siedono ben 67 multinazionali, con la prima multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia.

Oltre al fatturato, il rapporto fornisce il numero dei dipendenti e i profitti realizzati da ogni multinazionale. Complessivamente nel 2024 le Top 200 hanno fatturato oltre 28mila miliardi di dollari, una grandezza corrispondente al 25% del Pil mondiale. Quanto ai profitti, sono ammontati a duemila miliardi di dollari, praticamente il doppio di quelli realizzati dieci anni fa.

Oltre ai dati statistici relativi alle Top 200, il rapporto offre anche degli approfondimenti su tematiche di particolare rilevanza economica e sociale. Se qualche anno fa si occupò della presenza dei privati nella sanità, quest’anno si concentra sull’invadenza del mercato in ambito scolastico.

Secondo l’Unesco in tutto il mondo, 350 milioni di ragazzi frequentano scuole non statali, con l’incidenza più grande nella scuola per l’infanzia. In Italia la legge permette la gestione di scuole da parte di soggetti privati, ma le distingue in paritarie e non paritarie a seconda che possano rilasciare o meno certificati riconosciuti. La maggior parte delle scuole paritarie sono gestite da strutture cattoliche per un totale di 515.135 alunni, pari al 66% di tutti gli allievi presenti nelle scuole paritarie. Si stima che la restante quota sia distribuita per il 14% nelle scuole per l’infanzia gestite dagli enti locali e un altro 20% nelle scuole paritarie gestite da altri enti privati come cooperative, fondazioni, associazioni, ma anche società commerciali.

Oltre che nella scuola primaria e secondaria, l’istruzione privata è presente anche a livello universitario. Lo stato italiano riconosce 29 università private di cui 9 attive solo per via telematica. Fra le principali università private compaiono la Bocconi, posseduta dalla fondazione di famiglia, la Luiss, posseduta da varie realtà imprenditoriali, fra cui Confindustria, l’università Cattolica, posseduta da varie istituzioni ecclesiastiche. Complessivamente in Italia le università private accolgono il 20% degli studenti universitari, ma in termini di gettito assorbono il 45% delle tasse pagate dagli studenti.

Un altro tema affrontato nel Rapporto si riferisce al piano di riarmo intrapreso dall’Unione europea. In ossequio ai consigli forniti da Mario Draghi, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un regolamento per mettere a disposizione degli stati membri prestiti agevolati, per complessivi 150 miliardi di euro, da utilizzarsi nel 2025 per il rafforzamento dell’industria bellica. Draghi sostiene che il rilancio dell’industria bellica fa bene a tutta l’economia perché fa crescere l’occupazione, ma Greenpeace ha dimostrato che altri settori creano molti più posti dell’industria militare.

Di fatto le risorse impiegate per rafforzare gli eserciti e l’industria bellica europea sono sottratte alla soluzione degli innumerevoli problemi sociali e ambientali presenti nel nostro continente. Ciò nonostante, la Commissione europea auspica che in cinque anni la spesa bellica aumenti di 800 miliardi di euro. Complessivamente nell’Unione europea il numero di imprese presenti nel settore bellico si aggira attorno a duemila unità, ma le prime 10 si aggiudicano da sole metà del fatturato. Ed è triste constare che le più grandi sono partecipate in maniera consistente dai governi. Il governo italiano, ad esempio, possiede il 30% di Leonardo e il 71% di Fincantieri per il tramite di Cassa depositi e prestiti. Il rapporto contiene una mappa relativa alla proprietà delle prime 10 imprese belliche europee, dalla quale emerge che il governo francese è il più coinvolto con le imprese di armi essendo presente nella proprietà di Airbus, Safran, Thales e varie altre.

Il Rapporto contiene anche altri approfondimenti, fra cui uno relativo all’espandersi delle plutocrazie nel mondo. Ossia la presa di potere politico da parte dei magnati dell’economia come mostra la conquista della presidenza da parte di Trump negli Stati Uniti. Il rapporto contiene una mappa del mondo in cui sono riportati altri 35 casi di plutocrazie disseminate nei cinque continenti.

Le ultime due schede si riferiscono a iniziative di resistenza nei confronti delle multinazionali. Due in particolare: quella intrapresa dai consumatori francesi contro Tesla per le esternazioni fasciste da parte del suo amministratore delegato Elon Musk e quella intrapresa dal Fondo norvegese contro Caterpillar e alcune banche israeliane per la loro collaborazione con l’oppressione del popolo palestinese. A dimostrazione che anche le potenze le più forti possono essere combattute.

Francesco Gesualdi

Il rapporto Top 200 è reperibile sul sito del Centro nuovo modello di sviluppo: www.cnms.it




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

GIOVANI AL MAKIUNGU HOSPITAL

Giovani. Vacanze. Mese di agosto. Lo stereotipo legato a queste parole farebbe pensare a una vacanza nella riviera romagnola o in qualche isola della Spagna, eppure per due giovani di Cernusco Lombardone la scelta è stata un’altra.

Angelica Brivio, 18 anni, e Matteo Biella, 23, cresciuti nella realtà oratoriana del paese, hanno voluto trascorrere quindici giorni in Tanzania presso il Makiungu hospital, dove opera padre Sandro Nava, missionario della Consolata, accompagnati da alcuni soci dell’associazione I bagai di binari con cui collaborano.

Per Matteo non è la prima volta in terra missionaria; proprio l’anno scorso aveva visitato la realtà di padre Carlo Biella in Mozambico.

«Ciò che mi ha spinto maggiormente a intraprendere questa esperienza è stata la curiosità di vedere con i miei occhi il lavoro svolto da padre Sandro – ci ha raccontato -. Allo stesso tempo, l’idea di visitare Paesi meno rinomati rappresenta per me sempre uno stimolo ulteriore».

«Volevo conoscere un mondo completamente diverso dal mio, avvicinarmi alle persone, mettermi al servizio degli altri – aggiunge Angelica -. Inoltre, volendo intraprendere gli studi di medicina, era per me anche un’opportunità di vedere da vicino cosa significa realmente lavorare in un ospedale».

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

Le aspettative di questa esperienza sono state appagante nel vedere come il missionario cernuschese si sia mosso in questi cinque anni per portare il Makiungu hospital a essere oggi uno degli ospedali più all’avanguardia del Paese, accessibile anche alle persone meno abbienti.

«Le mie aspettative non solo sono state confermate, ma addirittura superate – ha voluto precisare Matteo -. L’ospedale è gestito in maniera impeccabile: ogni dettaglio è curato con attenzione, dalla pulizia interna ed esterna, al perfetto funzionamento e rifornimento costante della farmacia, fino all’efficienza straordinaria dei numerosi reparti».

«Le mie aspettative – ha aggiunto Angelica – sono state superate in quanto ho avuto la possibilità di affiancare una dottoressa e di entrare in contatto con i pazienti. Ho vissuto per alcuni giorni la realtà ospedaliera osservando come si effettuavano gli esami nel reparto di Rianimazione. Inoltre, ogni giorno riuscivamo a ritagliarci un’ora di tempo da trascorrere con i bambini residenti con le loro famiglie vicino all’ospedale. Quello che ho ricevuto da loro non si può spiegare solo a parole; mi hanno insegnato che l’amore non ha bisogno di una lingua in comune. Basta un sorriso, un abbraccio o qualche bolla di sapone per creare un legame che ti resta nel cuore».

Con impegno, i due giovani sono stati di supporto alla realtà di padre Sandro. Hanno svolto principalmente compiti logistici, come lo smistamento di decine di scatoloni presenti nel magazzino e la loro suddivisione per tipologia di oggetti donati. Si trattava soprattutto di vestiti e giochi per bambini: i primi sono stati distribuiti in pacchetti, ciascuno contenente il minimo indispensabile di vestiario, consegnati ai neonati e ai bambini ricoverati.

«I giochi, invece, sono stati donati ai gruppi di bambini che ogni sera, verso le 18, “venivano a trovarci” sotto la nostra dimora – aggiunge Matteo -. Palloncini, girandole e bolle di sapone erano diventati un dono quotidiano. In ospedale invece mi sono occupato esclusivamente del taglio delle garze, un’operazione semplice ma essenziale dato l’elevato consumo giornaliero». Un’esperienza che ha indubbiamente lasciato il segno.

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

«Mi ha colpito l’amore incondizionato dei bambini. Il modo in cui si attaccano a te con fiducia, pur non conoscendoti – precisa Angelica -. Il modo in cui riescono a sorridere pur avendo pochissimo. Un palloncino colorato, una bolla di sapone, un po’ di solletico… e i loro occhi si illuminano. È difficile da spiegare, ma ho capito che la felicità è un qualcosa molto più semplice di quanto pensiamo e che non ci accorgiamo di quanto siamo fortunati».

«Un altro aspetto che mi ha colpito è stato vedere le decine di targhe di ringraziamento dedicate ai privati e alle associazioni che hanno reso possibile la costruzione dell’ospedale e l’acquisto di importanti macchinari: segni concreti di fiducia e vicinanza verso padre Sandro e la sua missione. Mi ha reso orgoglioso vedere scritto su due di esse il nome del mio paese», ha voluto spiegare Matteo.

Chiedere cosa ognuno di loro porti a casa, dopo questa piccola esperienza missionaria, viene automatico.

«Una versione di me stessa più consapevole, più grata. Ho riscoperto il valore della semplicità e la bellezza delle piccole cose. Ho capito che voglio davvero intraprendere la strada della facoltà di medicina, ma non solo per “guarire” malati, bensì anche per accompagnare le persone nei momenti più difficili», ha risposto Angelica.

«Oltre alle tredici magliette di calcio acquistate nei suggestivi e colorati mercati della Tanzania, ho acquisito una consapevolezza profonda – tiene a raccontarci Matteo -. Per costruire e mantenere operativo un ospedale nel cuore della natura servono passione, dedizione, costanza e un impegno instancabile».

Uno degli obiettivi del sodalizio cernuschese è quello di sensibilizzare, coinvolgere più persone, meglio ancora se giovani.

«Consiglierei senza esitazioni questa esperienza a tutti – incalza Matteo -, soprattutto a chi studia medicina o sogna di diventare medico o infermiere».

«Non si tratta solo di un viaggio, ma è un vero e proprio tuffo in un’altra realtà. È un’occasione per crescere, mettersi alla prova, aprire gli occhi e il cuore. Consiglierei a chiunque abbia voglia di imparare, di dare e allo stesso tempo di ricevere molto di più; fare un’esperienza così, lascia un segno indelebile».
Provare per credere.

I bagai di binari
Cernusco Lombardone (Lc), 26/08/2025

St Joseph Allamano Makiungu Hospital, con padre Sandro Nava

Vero missionario (Cellana p Franco)

Era il 1993, tanti anni fa. L’associazione Amici Missioni Consolata muoveva i suoi primi passi nel Cam (allora Centro di animazione missionaria) attaccato alla Casa madre dei Missionari della Consolata in Torino. Dopo i primi anni con padre Giordano Rigamonti, l’associazione aveva trovato in padre Franco Cellana il suo «cappellano».

Appena letto quanto pubblicato su di lui nella rivista di agosto-settembre in ricordo di padre Franco, l’amico Ottavio Losana, allora presidente degli Amc dopo essere stato per anni capo nazionale degli scout dell’Agesci, mi è arrivato in ufficio, a dispetto della sua «giovane» età, e mi ha portato questa poesia che lui stesso aveva scritto nel 1993, quando padre Franco era stato nominato consigliere generale dell’Istituto e aveva dovuto lasciare Torino e, quindi, gli Amici.

Padre Franco, 4° a sinistra, accucciato, con gli. AMC a Bevera di Castello Brianza nel 1992
Padre Franco Cellana alla festa della Consolata nel Consolata shrine di Nairobi nel 2009

Caro Franco,
due anni son passati
da quando questa grande associazione
mi ha messo assieme a te,
in coabitazione, ad occupare
il posto altolocato di presidente.

E già tu ci abbandoni,
che ad altro incarico ti hanno nominato;
il Gran Consiglio ahimè va rispettato,
non valgono lusinghe o ricchi doni.

Eri giunto fra noi dal Tanzania,
trovandoci un po’ incerti e quasi tonti
per la partenza del padre Rigamonti.
Ma la tristezza l’hai spazzata via
come un torrente dei monti del Trentino
che dalle rocce scende a cascatella
portando l’acqua sempre fresca e bella
dentro le sponde di un laghetto alpino.

Sempre di corsa,
sempre un po’ in ritardo,
ma sempre pronto
al momento del bisogno
ci hai indicato il grandissimo sogno
del mondo missionario.

Con lo sguardo,
con l’esempio e con la tua parola
ci hai insegnato a guardare lontano,
a aprire il cuore, a stendere la mano
a ogni persona e a non lasciarla sola.

Pronto,
se c’è qualcosa che un po’ sgarra,
a strimpellare sulla tua chitarra,
così a cantare le lodi del Signore
ci hai insegnato in italiano,
ma anche in kiswaili, in brasiliano,
in spagnolo, e a tutte le ore
mai ti sei dichiarato maldisposto
a stare in amicizia in mezzo a noi.

Che faremo noi tutti d’ora in poi?
Chi verrà a occupare questo posto?

Caro Franco, alpino poderoso,
forte, sincero, leale, generoso,
pronto a bere un bicchiere in compagnia,
infinita sarà la nostalgia!

Ora basta, che già io mi commuovo:
anche se orfani, anche se infelici,
continueremo ad essere tuoi amici.

Parte il vecchio assistente. Viva il nuovo

Ottavio Losana,
AMC Torino, agosto 2025

Gli Amici Missioni Consolata sono sempre grati a padre Franco e continuano oggi il loro generoso impegno missionario, speranzosi di trovare nuovi giovani amici che condividano con loro la bella avventura di supporter dei missionari

Chondogyo

Caro Paolo Moiola,
sono stato molto felice di leggere l’articolo sul chondogyo in italiano (MC 10/2025 pp. 17-19 dove si usa il termine «ceondoismo», ndr).

Vorrei commentarlo con due precisazioni.

La prima. Il simbolo della nostra Chiesa – chiamato Kungulzang – non ha significato se preso parzialmente. Il suo significato è possibile solo nella sua forma completa. Come ti ho detto spesso «Per comprendere facilmente il cuore dell’universo», perché rappresenta il dinamismo dello spirito.

La seconda. Come tu stesso avevi notato, il chondogyo è una religione molto spirituale fin dalla sua origine. Quindi, affermare che esso sia diventato spirituale sotto l’influenza della dominazione giapponese è sbagliato.

Infatti, il terzo maestro del chondogyo, Son Byeong-hui (detto Euiam), che è stato anche leader del Movimento per l’indipendenza 3.1 («Movimento Sam-il»), aveva una profonda pratica spirituale già nel 1880, molto tempo prima dell’invasione della Corea da parte del Giappone (avvenuta nel 1894, ndr).

Detto questo, sono molto felice e ti ringrazio molto per il tuo sincero impegno. Cordiali saluti,

Yoontaek Jung
(responsabile della chiesa di Seul), 23/09/2025

Nucleare

Caro Direttore,
nel mio articolo sul nucleare pubblicato nel numero di ottobre, la figura a pag. 12 sui costi delle diverse fonti energetiche avrebbe dovuto riportare nella legenda che la curva in grigio scuro è relativa alle centrali a gas metano usate per far fronte ai picchi di richiesta elettrica sulla rete (quindi per periodi brevi, con la conseguenza che i costi relativi all’impianto si spalmano su una limitata produzione energetica, facendo aumentare di molto il costo dell’elettricità). La curva del «Gas naturale», in colore grigio chiaro, si riferisce invece ad impianti usati continuativamente, con una grande produzione di elettricità, che pertanto risulta più economica (corretto nella versione online, ndr).

Con l’occasione mi permetto di evidenziare come, sempre sul numero di MC di ottobre, nel testo a firma Piergiorgio Pescali, sia errato dire che «l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi» [rispetto all’uso nei reattori]. Magari fosse così!

Purtroppo, disponendo delle tecnologie e dei materiali per un programma nucleare civile, si possiede quanto è necessario per realizzare bombe nucleari; procedere a farle o meno è solo questione di scelta politica da parte dei governi.

Pure criticabile è l’affermazione che una centrale nucleare può operare indipendentemente dalle condizioni meteorologiche (e, aggiungerei, anche ambientali). Basta vedere i problemi che varie centrali nucleari in Francia e altri paesi hanno avuto negli ultimi due anni, durante periodi di alte temperature estive. Cordiali saluti.

Mirco Elena (fisico)
21/09/2025




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Suor Anania Tabellini Missionaria della Consolata

A nome di tutto il popolo castelfranchese e di tutte le Missionarie della Consolata segnaliamo alla redazione di Missioni Consolata che la suora ritratta nella foto (a pag. 43 del numero di giugno) non è semplicemente «una missionaria», bensì suor Anania Tabellini, morta giovanissima in fama di santità, offrendo la vita per la vocazione del fratello Ernesto, diventato poi prete di Bologna, morto centenario alcuni anni fa e che ne ha curato la pubblicazione degli scritti, riuscendo a far traslare il corpo di sr. Anania nella chiesa parrocchiale di Piumazzo (frazione di Castelfranco Emilia).

Un lettore
23/06/2025, Castelfranco  Emilia (Mo)

  • Grazie di cuore di questa segnalazione che ci ha stimolato a conoscere suor Anania, aiutati anche dal sito della parrocchia di Piumazzo – dove ha scritto di lei suo fratello sacerdote, don Ernesto -, e dalle Missionarie della Consolata.
Sr Anania visita un anziano lebbroso

«Suor Anania, al secolo Anna Tabellini, è la secondogenita di cinque figli. Emilio il padre, Maria Finelli la madre, Ettore ed Ernesto i fratelli, Marcellina ed Evelina le sorelle. Nasce a Piumazzo (Modena) in località Fossa Vecchia il 9 luglio 1904». Lì, in una terra di contadini, Anna cresce, frequenta la scuola e – come era normale allora per le bambine del tempo – le suore per imparare ricamo e cucito. «È iscritta all’Azione Cattolica e si distingue come «socia esemplare”, […] è molto attratta dalle letture missionarie e ben presto manifesta la vocazione religiosa».

«Ancora giovanissima entra nella famiglia religiosa delle Visitandine di Bologna […] poi, quasi improvvisamente, lascia questa per entrare nelle Missionarie della Consolata di Torino. Vuole fermamente andare in missione in Africa. Questa scelta non piace alla famiglia e soprattutto al padre che dice: “Suora sì…missionaria no”».

«Ma il Signore l’ha già totalmente conquistata e non bastano le parole, le suppliche e le lacrime a trattenerla».

Suor Anania lascia Bologna per Torino nel giugno del 1925 e, dopo due anni di noviziato, parte per il Mozambico il 3 luglio del 1927 con il primo gruppo di sei Missionarie della Consolata e arriva a Miruru il 18 settembre.

Miruru è nel profondo interno del Mozambico, quasi nel punto dove si incontrano i confini con Zambia e Zimbabwe. Per le prime missionarie la vita è davvero molto dura. Le suore rimangono a Miruru fino al 1930, quando devono poi spostarsi (a piedi) verso l’Oceano Indiano, nell’isola di Ibo a Cabo Delgado, a quasi 1500 km di distanza.

«Dopo solo sette anni di grandi disagi e rinunce in terra africana, lontana da tutto e da tutti, va incontro a undici mesi di totale infermità, come premio per l’offerta generosa della sua vita: si ammala di tubercolosi e lentamente, serenamente e coscientemente aspetta l’incontro «vero” con il suo amato Signore».

Scrive suor Edvige, che l’assiste nella malattia: «Ieri mattina alle 6, come il solito ricevette la santa Comunione e dopo mezz’ora mi disse: “Non posso più ricevere un’altra volta l’Estrema Unzione, pazienza, sento aumentare molto le mie sofferenze, temo di non sopportarle bene”. “Vedo che soffre tanto, le dissi, ma coraggio sr. Anania, sono le  ultime gemme preziose che mette alla sua corona”. Essa sorrise e poi soggiunse: “Venga qui proprio vicina, non sento più, le mie orecchie vanno chiudendosi ai discorsi degli uomini, per aprirsi lo spero per sempre alla voce del mio Signore…”. E colle lacrime agli occhi baciò il suo Crocifisso».

Il 4 maggio 1934, alle ore 14.30, a trent’anni, suor Anania si unisce al suo Signore. Sepolta a Porto Amelia (oggi Pemba, Cabo Delgado), nel 1975 i suoi resti vengono tumulati nel cimitero del suo paese di origine, fino al 2004, quando nel centenario della sua nascita, il fratello don Ernesto (divenuto sacerdote dopo la morte della sorella quasi a raccoglierne l’eredità) ottiene tutti i permessi per tumularne il corpo nella chiesa di san Giacomo di Piumazzo, dove oggi riposa.

Sul sito della parrocchia si trova molto materiale scritto da don Ernesto sulla sorella e anche la presentazione di alcuni libri da lui scritti in sua memoria.

La foto che abbiamo già pubblicato nel numero di giugno, ritrare suor Amelia mentre visita un anziano lebbroso, ma non abbiamo idea se sia stata fatta nella zona di Miruru o in quella di Cabo Delgado.

Dossier COREA DEL SUD

[Caro Paolo,]
Molto ben fatto! Ti sei informato bene e hai rispettato le fonti. Oggi non è facile fare un articolo su un Paese o un popolo. È come fotografare un’auto in corsa. E in una foto non puoi metterci tutto. Ma dai, va bene come hai fatto. Continua il buon lavoro

Gian Paolo Lamberto,
 missionario Imc in Corea, 14/07/2025

Ho letto con interesse il tuo dossier sulla Corea. Mi sembra bello e ben fatto. Nessuna critica, né dura né severa. L’unico appunto è di carattere tecnico: il candidato che ha perso le ultime elezioni del presidente si chiama Kim Moon-soo e non il nome che tu hai messo. Caro Paolo, ti auguro di continuare bene il tuo impegno di giornalista in giro per il mondo!

Diego Cazzolato,
missionario Imc in Corea, 25/07/2025

  • L’errore si trova nella prima colonna di pag. 36, dove si riporta il nome di Han Duck-soo, presidente ad interim dal 14 dicembre 2024 al 2 maggio 2025 e primo ministro della Corea del Sud per tre mandati, nel 2006, dal 2007 al 2008 e dal 2022 al 2025.
  • Kim Moon-soo era membro del People power party ed era il candidato del suo partito per le elezioni presidenziali del 2025, vinte da Lee Jae-myung.

Sei metri d’eternità

Il fatto

Abbiamo ricevuto una mail che ha bisogno di una piccola introduzione per essere compresa:
il 2 agosto 2025 a Villadossola moriva il giovane Pashtrik Krasniqi, 21 anni, per un incidente sul lavoro.

«Pashtrik stava smontando il ponteggio insieme agli altri operai quando ha sfiorato con la gamba un cavo dell’Enel. La scossa è stata fortissima, pochi attimi e il suo corpo si è accasciato sulle lamiere a sei metri di altezza. Sono stati i colleghi a chiamare i soccorsi, ma per lui non c’è stato niente da fare.
Pashtrik Krasniqi, 21 anni, originario del Kosovo e residente nel Verbano-cusio-ossola. Ennesima vittima sul lavoro in Piemonte».
(Marco Procopio – Rai News.it).

L’email ricevuta

Mi presento: sono Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e attivista. Scrivo con il corpo, con la memoria, con le ferite che non sono solo mie ma collettive. Scrivo per restituire voce a chi non può più parlare, per tendere parole come ponti tra il dolore e il senso, tra la perdita e la giustizia.

La poesia che ho scritto per Pashtrik Krasniqi nasce così, da un bisogno profondo di non lasciare che un’altra morte sul lavoro cada nel vuoto.

Aveva ventun anni. Era su una piattaforma, a sei metri d’altezza, stava smontando un ponteggio. È bastato un istante, un cavo scoperto, e la folgore lo ha portato via. Una vita spezzata sul lavoro, ancora. Un nome tra i tanti, troppo spesso dimenticati. Pashtrik non può restare una statistica, una riga su un giornale.

La poesia per lui è un atto di cura, un gesto che tenta di accompagnare chi resta, una madre, un padre, gli amici, i colleghi, le persone che lo hanno amato.
È anche un grido: un modo per dire che non possiamo più voltare lo sguardo. Ogni caduta, ogni folgorazione, ogni cantiere che diventa luogo di morte, è una sconfitta sociale, morale, civile.

 Per questo ho scritto Sei metri d’eternità. Perché quei sei metri non siano l’ultimo tratto della vita di un ragazzo, ma il primo passo della nostra coscienza verso un cambiamento necessario.

La poesia per Pashtrik Krasniqi, 21 anni

Una scintilla,
e il cielo ha piegato il collo.

La piazza tace,
sfiata l’ombra in silenzio.
Sotto la croce del sole,
un nome si dissolve:
Pashtrik, luce straniera
sulla pelle d’Italia.

Sei metri più in alto
dell’orologio del paese,
le mani smontavano il tempo,
trave dopo trave.

Ma un filo nero, nudo, infame
gli ha detto:
«Torna a casa,
senza scendere».

La folgore
lo ha vestito d’aurora,
in un abito che la madre
non saprà toccare.
Un corpo si fa lampo,
si fa grido nel metallo,
e la voce si rompe in petali.

Villadossola ha pianto,
ma a capo chino,
come un padre
che non sa chiedere perdono.

Il ponteggio,
costole di una gabbia,
ora è vuoto,
e canta col vento
il suo lutto.

Nessun angelo
ha interrotto il circuito.
Nessuna legge
lo ha trattenuto dal volo.
Il casco è rimasto appeso
a un chiodo d’aria,
frutto che la morte non ha colto.

Le mani di Pashtrik
odoravano di calce, di pioggia
e di futuro ancora intonacato.

Il cavo era
più rapido del sogno,
più svelto della vita
che saliva piano.

Ora, a terra, l’asfalto
conserva il suo nome,
 inciso tra le dita di strato
pendono decisioni.

Il cerchio si chiude,
ma non la domanda:
chi protegge chi costruisce il mondo?

Yuleisy Cruz Lezcano
03/08/2025

  • Pubblichiamo volentieri questa poesia, partecipazione a un dramma che spesso passa inosservato perché coinvolge uno dei tanti «invisibili». Raramente la morte di persone immigrate per incidenti sul lavoro fa notizia: invisibili come sono per il nostro mondo e per la nostra politica, che invece è decisamente molto più vocale quando sbandiera il cosiddetto dovere di «difendere i confini della patria», anche quando questo significa rimandare i migranti nelle mani dei loro sfruttatori, lasciarli annegare nel Mediterraneo e negare i diritti fondamentali a persone che provengono da Paesi martoriati dalla povertà, dai cambiamenti climatici, da regimi politici dittatoriali e soprattutto da troppe guerre.

Festival della Missione 2025 a Torino

In continuità con l’ispirazione tematica del FdM22 «Vivere perdono», alla luce del Giubileo 2025 «Pellegrini di speranza» proposto da Papa Francesco e facendo tesoro delle «Piste tematiche» suggerite dalla Commissione scientifica per il FdM25 – che si tiene a Torino dal 9 al 12 ottobre -, la Direzione generale e la Direzione artistica hanno scelto come tema del prossimo FdM25 «il VoltoProssimo».

A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù a ogni donna
e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla Terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.

Prossimo deriva dal superlativo del termine latino «prope», il più vicino. A chi mi faccio più vicino, dunque? Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di «farsi più vicini» a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le «buone» ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto.

Volto è una parola densa, in cui l’accento relazionale dell’ebraico «panim», si fonde con i singolari «facies», latino, e «prosopon», greco, che sottolineano l’essenza della persona. Il volto è la soglia prima ed estrema tra interiorità e realtà esterna, luogo per antonomasia di svelamento del se e di incontro con l’altro. «Il cristianesimo è incrocio di sguardi, religione dei volti: volto di Cristo sfigurato e trasfigurato, volto del discepolo che può vedere perché è stato visto, volto del povero, sacramento di Dio, volto di ogni essere umano, creato a immagine di Dio…» (Bruno Chenu).

L’articolo «il» è minuscolo per mettere l’accento su «Volto» e «Prossimo»: due sostantivi «legati» in un’unica parola con il filo che cuce insieme le creature tutte. Il filo del gomitolo che ogni giorno dipanano nel mondo i missionari e le missionarie, quanti, cioè, si fanno prossimi.

A simboleggiare il Festival c’è il logo:  un gomitolo la cui forma sferica ricorda il mondo. I suoi fili colorati si srotolano dal basso, facendo partire i nostri sguardi dal Sud.
 A definire questo mondo non sono i contorni delle nazioni, ma i colori, perché il mondo reale di oggi supera decisamente i confini politici territoriali in cui popoli si riconoscono ed è essenzialmente interconnesso e interdipendente.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuate così

Carissimi, da diverso tempo ricevo e leggo molto volentieri la vostra rivista MC e desidero complimentarmi per la ricchezza dei contenuti che allargano il cuore ed arricchiscono l’anima! Continuate così!

Luigia Arnaboldi
04/06/2025

Grazie del vostro servizio

Spettabile direzione,
premetto che per interesse culturale e per lavoro ho viaggiato nell’East Africa, in Medio Oriente e in Sud America, per decenni sempre da solo, adattandomi ai trasporti e soggiorni locali. Negli anni Settanta in Kenya mi chiesero quale fosse la mia opinione di viaggiatore solitario. Risposi con una frase che vale forse oggi più di allora, dissi: «Mi vergogno di avere la pelle bianca». Questa, in sintesi, per quello che ho visto e così ho sempre vissuto: fuori sono di pelle bianca, dentro multirazziale.

Oggi sarebbe impossibile fare gli stessi viaggi da solo senza problemi. Quella che era una comprensione primitiva, semplice e sincera non esiste più perché il mondo si è evoluto in peggio in ogni senso.

Oggi, a Nairobi, anche fare circa un chilometro a piedi dall’albergo per arrivare alla chiesa della Consolata in Westlands è sconsigliabile perché troppo pericoloso.

Faccio questa premessa perché non sono uno sprovveduto, ma ho visto molti dei paesi in cui operano missionari e missionarie, e ho constatato, ad esempio, l’enorme dedizione e persecuzioni vissute dai Comboniani in Sudan.

Vengo oggi per esprimere il mio grande apprezzamento alla redazione per l’alto livello di trasparenza di MC. Non ho molto tempo per leggere e così condivido la copia che ricevo nell’ospedalino che esiste qui a San Giulio d’Orta, così anziani e ricoverati imparano a conoscere un po’ altri mondi e altri popoli.

Ieri leggevo il numero di giugno e ancora una volta mi ha fatto  specie l’esattezza degli articoli che rispecchiano in parole chiare la realtà dell’Ecuador, diventato preda delle bande della droga come la Colombia. L’articolo è perfetto e molto educativo.

La vostra rivista è educativa almeno quanto la Bibbia, anzi di più, perché parla del presente e del sacrificio missionario con le sofferenze in buona parte dovute all’assenza di civismo e cultura da parte di chi va al potere, alla sete di denaro, ecc.

Adesso ogni limite è stato superato. Basti leggere il non livello morale di chi comanda in Usa, il livello criminale in Russia e poi, per finire, alla violenza e ignoranza di parte dei discendenti di quelli che hanno condannato Gesu Cristo. È il vergognoso quanto vigliacco comportamento della minoranza ultra ortodossa, che pagherà un prezzo alto visto che l’olocausto ha insegnato il rispetto per la persona umana e non la mattanza di decine di migliaia di innocenti

Grazie per quello che scrivete. Spero che Gesù Cristo si ricordi della vostra rivista che cerca di educare una popolazione sempre più primitiva, e atea per di più.
Cordiali saluti

Giorgio Biancardi
16/06/2025

Caro signor Giorgio,
non sono sicuro che ci meritiamo così tanti elogi. Ma grazie di cuore, ci incoraggiano a continuare sulla strada del servizio alla verità e, soprattutto, del dare voce a chi voce non ha: gli ultimi della storia, le periferie, i poveri, gli esuli, i rifugiati, i migranti per scelta ma soprattutto per forza, i popoli indigeni, ma anche al nostro pianeta bistrattato, sfruttato, inquinato.

Scrivo questo commento pensando che il Vangelo del giorno in cui scrivo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,42). Parole che Luca ha reso ancora più concrete scrivendo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).

Per moltissimi cristiani questo è davvero l’impegno per cui pagano di persona. Basta pensare ai milioni che vivono in condizioni di continua persecuzione diretta o indiretta.

Penso a Floribert Bwana Chui, ucciso il 13 giugno 1981 a Goma, nell’Est dell’Rd Congo e dichiarato beato il 15 giugno scorso. Mi riempie di gioia il pensare che il «Signore Leopardo» (questo è il significato di Bwana Chui) si sia offerto invece come un agello.

E come non ricordare suor Leonella Sgorbati, ora beata, che, mentre la uccidevano a Mogadiscio nel settembre 2006, continuava a ripetere «Perdono, perdono»?

Tutto questo è anche un invito alla speranza, perché nonostante sembrino prevalere atteggiamenti predatori, la logica di guerra e il guadagno a tutti i costi, in realtà ci sono tantissime persone che lottano per un mondo di amore, pace e giustizia, spesso a un prezzo molto alto.

E questo è un grande incoraggiamento a non mollare e a continuare con cuore grande il nostro «pellegrinaggio di speranza».

Il nostro desiderio è quello di mettere l’uomo al centro. E cercare la verità, alla luce di Colui che è «via, verità e vita».

Per questo di questi tempi siamo profondamente rattristati dal disprezzo della vita umana dimostrato da noti potenti della terra, ed esibito senza ritegno sia da chi comanda in Israele che da Hamas, sia da altri fondamentalisti in molti luoghi del mondo.

Ricordo di Padre Franco CELLANA

Gentilissimo padre Gigi,
sono Laura, sorella di padre Franco Cellana. Approfitto della tua cortese disponibilità.

La nostra famiglia era grande, papà, mamma e 12 figli, una zia sorella della mamma. I nostri genitori erano meravigliosi, severi quando serviva ma anche accomodanti. La zia aiutava molto la mamma.

Durante la gravidanza di Franco la mamma aveva fatto un voto al Padre Eterno: «Ti prego fa che mio marito torni dalla guerra e ti prometto che anche se verranno 10-12 figli non mi lamenterò mai», e così il primo ottobre 1942 è nato Franco, un settimino. Ne sono poi arrivati altri otto e Franco, nascendo, ha salvato il papà dalla guerra con l’aiuto del cielo, perché papà Giulio era militare e doveva tornare in Libia, ma esisteva una clausola: con il quarto figlio scattava l’esonero.

Papà Giulio chiamava Franco «piccirillo» per la sua compostezza e prontezza ai richiami. Prima di andare a dormire gli diceva: «Domani, giorno di vacanza, vai al pascolo con le capre (erano due) ed al ritorno metti a posto la legna, mi raccomando!». Il giorno dopo al rientro dal lavoro e alla domanda se vi avesse provveduto, la risposta era: «No, mi sono dimenticato»! E così anche nei giorni successivi. Ricordo che papà fingeva di picchiarlo facendogli presentare entrambe le mani, ma seguivano solo carezze in quanto «lui era il piccirillo»!

Abitando a Tiarno di Sopra, vicino a Trento, agli inizi degli anni 48/50 abbiamo conosciuto i Missionari della Consolata della casa di Rovereto attraverso due fratelli missionari, i padri Giuseppe e Giulio Parisi, trentini anche loro. Frequentavano spesso casa nostra e mamma e papà li fermavano anche a pranzo o cena e a noi ragazzi piaceva ascoltare i loro racconti di tante cose a noi sconosciute; erano simpatici e anche scherzosi. Così due dei miei fratelli, il maggiore ed il secondogenito, sono partiti per l’istituto di Rovereto. Il più grande è tornato a casa, ma andava bene anche per i nostri genitori perché, se non si trovavano bene, era meglio che ritornassero in famiglia.

Padre Franco distribuisce aiuti a Nairobi durante i disordini dell’anno 2008.

Nel 1953 anche Franco decide di andare a fare il missionario. Un giorno tornando da scuola mi dice: «Voglio diventare missionario e andare in Africa», e io di rimando «ma non sai nemmeno dov’è!». Lui non replica, ma giunti a casa prende il sussidiario e mi dice «ecco qua!».
E io «ci vai a piedi o in bici?»

E così nel 1953 parte anche lui, mentre in famiglia manca la forza lavoro (tutti i fratelli sono studenti!). Franco inizia il suo percorso in seminario a Rovereto, è molto diligente, impegnato nello studio, interessato al gioco del calcio e si disimpegna bene col pallone. I primi mesi ho sentito molto la mancanza di quel fratellone cui ero particolarmente affezionata e chiedevo spesso a mamma Teresa quando sarebbe tornato; e lei, molto religiosa: «Se quella è la sua strada ben venga».

Completa gli studi teologici a Madrid, dove è ordinato nel 1967. In Spagna rimane fino al 1977 come animatore missionario e nel 1978 arriva il giorno che ci annuncia la sua destinazione: l’Africa, in Tanzania, il suo sogno da ragazzo!

Ricordandogli i nostri discorsi del 1953, scherzosamente gli ho detto: «Se ti serve la bicicletta c’è quella di papà»! Era felicissimo e tutti noi per lui. Ricordo il suo primo ritorno dalla Tanzania, una gioia immensa per tutti: mamma, papà, zia Romana, fratelli, sorelle e i nipotini, divenuti man mano già numerosi, e paesani e amici d’infanzia.

Pa Franco al Consolata Day del 2007 con due impiegate delle Casa regionale di Westlands, Nairobi

La strada che lui ha intrapreso l’ha percorsa con tanto amore per il prossimo. Ci raccontava la miseria e la povertà di quelle genti che avevano poco o nulla da mangiare, ma con un sorriso che ti prendeva il cuore come pure quello dei loro piccoli. La sua prima visita dall’Africa fu una grande festa per tutti noi parenti. Anche i paesani venivano a salutarlo e lui, sempre disponibile, parlava con tutti. Aveva proprio lo spirito missionario, pronto per una parola di conforto e di coinvolgimento anche per i ragazzi.

Un giorno, all’improvviso, viene a mancare papà Giulio, l’8 agosto 1986. Franco torna dall’Africa per il funerale, rimane poco e quando riparte porta con sé in Tanzania mamma Teresa, abbastanza titubante, seppur felice di questa avventura. Laggiù rivede baba Camillo Calliari, un caro confratello, anche lui trentino, che li accompagna per le missioni. Tiene anche un piccolo diario che al ritorno farà copia per tutti noi. Dopo due anni, viene a mancare anche mamma Teresa e a seguire pure zia Romana che era vissuta sempre nella nostra numerosa famiglia.

Wamba 10 aprile 2016, posa delle ceneri di padre Franco nel piloncino davanti alla chiesa della missione.

Nel 1991 lo chiamano come direttore del centro di animazione a Torino, ma nel 1993 viene eletto consigliere generale dei missionari e si trasferisce a Roma. Poi nel 2000 lo mandano in Kenya, prima parroco al Consolata shrine a Nairobi, poi superiore regionale e infine parroco a Wamba, nel Samburu.

All’inizio del 2014 Franco ritorna in Italia dal Kenya per degli accertamenti presso il Centro tumori di Milano. Aveva una grande speranza di poter tornare fra la sua gente e di rimanervi. Purtroppo, il male se l’è portato via il 15 settembre 2014, tornando alla casa del Padre e lasciando un grande vuoto in tutti noi, parenti, amici, benefattori. L’urna è stata portata a Wamba nel 2016, dove riposa nella missione in cui ha prestato il suo ultimo servizio.

Grazie caro fratello per tutto quello che hai donato a chi ne aveva bisogno; noi continueremo a seguire il tuo esempio e riposa in pace nella tua Africa.

A voi tutti, cari Missionari, un grazie per la serenità che donate, la saggezza, l’amore e la costanza con cui operate.

Un grazie a tutti gli amici e benefattori che hanno aiutato e voluto bene a Franco.

Laura Cellana
06/06/2025

www.festivaldellamissione.it



Noi e Voi, Lettori e Missionari in dialogo

A proposito di castità

Castità: ma perché la chiesa di Roma si ostina a non rendere facoltativo il voto di castità? Un religioso non si sente di sposarsi, bene, un altro desidera sposarsi bene.

Perché continuare a questa violenza contro la natura biologica umana della castità? Io e lei siamo nati grazie all’unione dei nostri genitori, non da angeli.

Quante violenze sessuali di religiosi che sentiamo ogni giorno scomparirebbero. Gli ortodossi, i luterani e i tanti gruppi cristiani hanno già fatto da secoli e decenni questo passo di sincerità morale. Se la Chiesa cattolica vorrà vedere ancora vocazioni deve avere coraggio vero. Non belle parole. So che questa mia email non verrà pubblicata, però per l’affetto che ho fin da bambino alla rivista, mi sono permesso di scriverle.

Alfio Tassinari
Cervia (Ra), 15/05/2025

Grazie per questa email che mi dà l’opportunità di approfondire il punto «castità».

Anzitutto, parlando di castità nell’editoriale non mi riferivo al «voto di castità» che è una scelta libera che uomini e donne fanno sia per la vita religiosa, che per il sacerdozio. Pensavo alla castità come parte qualificante dell’amore.

Parto da un elemento di base: con il battesimo tutti siamo chiamati alla santità, nel senso che lo scopo della nostra vita è vivere come figlie e figli di Dio imitando Gesù nella pratica del suo comandamento nuovo «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). Da questo noi saremo riconosciuti come «suoi». È in questo contesto che la castità trova il suo vero significato, e non si riduce semplicemente all’astensione dai rapporti sessuali. Castità è fare una scelta di amore totale per l’amato o l’amata (che sia Dio o lo sposo o la sposa). Un amore libero e liberante, con cuore puro, con gratuità, senza mai possedere o usare le persone come oggetti sessuali. È guardare agli altri con occhi limpidi. Diventa così una marcia in più del vero amore, che sia vissuta nelle relazioni tra le persone in generale, o nella vita di coppia.

Aggiungo alcune considerazioni. Si parla e sparla tanto degli abusi commessi da sacerdoti e persone consacrate. Non intendo qui scusare chi li ha fatti o continua a farli. Ma la realtà è molto più complessa. Le statistiche ci dicono che gli abusi e le violenze sessuali non sono un «privilegio» dei religiosi, ma sono diffusi, e in percentuali anche più alte, in tutti gli ambiti della vita umana. Personale sanitario, insegnati, professionisti dello sport e dello spettacolo, uomini e donne sposati, religiosi di altre confessioni, imprenditori e persone normali sono protagonisti di abusi e violenze. Senza parlare dell’infedeltà matrimoniale attraverso la frequentazione di prostitute. E poi la pedofilia, la pornografia (che prosperano sul web), la violenza sulle donne, la tratta, il traffico di minori e altri simili abusi sulla dignità delle persone, sono realtà che coinvolgono milioni di persone (anche sposate) e stanno corrompendo sempre più anche giovanissimi.

Nella Chiesa il problema certo esiste, ma, a differenza che in altri ambiti, c’è anche molta consapevolezza accompagnata da un forte impegno a prevenire e porre rimedio al fenomeno.

C’è anche un altro aspetto che fa riflettere: nella nostra società sempre più giovani non si sposano o lo fanno in età molto avanzata. Potrebbe una giusta comprensione della castità aiutarli a vivere l’amore con pienezza?

In questo contesto, allora, la castità, che – ripeto – non è semplicemente l’astensione dal sesso, diventa una proposta importante e rivoluzionaria. Perché vivere la castità è donazione totale, fedeltà, rispetto – anche per una coppia sposata -, un modo profondo, pulito, libero e liberante di vivere l’amore e le relazioni interpersonali.

Se la castità fosse qualificata solo dalla fisicità dell’astensione dal sesso senza divenire, invece, scuola e palestra di amore vero, come quello di Gesù per noi, allora sarebbe solo sterilità e nulla più.

Fra martino campanaro

Gent. Direttore,
in ogni numero della rivista trovo luoghi che ho frequentato e sui quali avrei qualcosa da aggiungere. Tra l’altro negli anni qualcosa di mio l’avete pubblicato. Di solito non vi scrivo, anche perché le descrizioni dell’autore sono sempre precise e ben circostanziate. Ma sul Myanmar mi aveva profondamente coinvolto e sento che devo aggiungere qualcosa soprattutto dopo la immane tragedia che lo ha colpito nel marzo scorso.

Con alcuni amici avevo visitato il Myanmar nel 2010. Avevamo deciso di evitare, nei limiti del possibile, i luoghi turistici e percorrerlo in barca, sui fiumi. Fermandoci in ogni villaggio che avremmo ritenuto interessante e andando a visitare siti archeologici pochissimo frequentati. Volevamo il contatto con la gente vera, non condizionata dal turismo. E quei contatti li abbiamo avuti.

Per sdrammatizzare un poco la gravissima situazione attuale, allego qualche paginetta simpatica tratta dal mio scritto: «Fra Martino Campanaro in birmano» che i bimbi cantavano ovunque ci fermassimo. Cordiali saluti

Mario Beltrami
Sesto San Giovanni (Mi), 19/05/2025

Grazie di cuore. Sì, la tua firma è già apparsa su MC tanti anni fa. Ecco di seguito alcuni testi e foto di quegli indimenticabili ricordi dal Myanmar.

Yaung Song Ballons: «Frà Martino campanaro» in Birmano

Tornando verso la barca nel villaggio di Shwe Inn Thein, in uno spiazzo che porta alle stupe sono attratto da un asilo dove bambini stanno giocando. Chiedo alle due maestre il permesso di entrare e fare qualche foto, cosa concessa senza difficoltà. Bimbi in fibrillazione e zampillanti come popcorn per l’insolita visita. Dopo tanti sorrisi e cicalecci, un bimbo intona un motivetto familiare, subito assecondato dagli altri.

Non ho difficoltà a riconoscere Frà Martino Campanaro, ovviamente in birmano. L’intono anch’io in italiano e mi ascoltano affascinati ed esterrefatti nello stesso tempo. Non riescono a capire come un extraterrestre, che arriva da zone lontane anni luce, possa conoscere questo motivo. Piace il din don dan finale che manca nella loro versione. Decidiamo di comune accordo (non difficile da raggiungere visto che loro parlano il loro dialetto e io il dialetto milanese), di aggiungere il din don dan alla loro versione.

Per la cronaca il titolo della versione birmana è Yaung Song Ballons, che significa «Palloncini colorati».

Villaggio di Main Thauk: si ripete il canto Frà Martino

Prima di lasciare definitivaente il lago Inlè, facciamo un’ultima puntatina al villaggio di Main Thauk, a non più di dieci minuti di barca. Troviamo un asilo e il gentilissimo invito ad entrare.

I bimbi, gasatissimi, cantano in nostro onore e, come per incanto, si ripete il Frà Martino.

Rispondo alla canzoncina con la versione italiana. Più smaliziati dei loro amichetti di Shwe Inn Thein (forse vedono qualche bianco in più), non restano per niente ammutoliti. Mi lasciano finire e, invitati dalla maestra, la riprendono in birmano facendomi tranquillamente capire che dopo tocca ancora a me. Anzi, lo devo stare seduto in mezzo a loro. La cosa si prolunga gioiosamente e, se non ce ne dovessimo andare, chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata.

Shwe Pyi Thar: il villaggio del sorriso

La navigazione sulla nostra barchetta scorre lentamente anche per godere della bellezza della natura intorno a noi. Decidiamo una sosta in un piccolo villaggio, poverissimo. Decine di bambini ad accoglierci sulla riva e ad accompagnarci nel nostro girovagare.

Qui purtroppo non c’è scuola ma, sotto la direzione del capo villaggio, ci intonano dei canti fra i quali non può mancare Frà Martino. Ormai lo consideriamo una sorta di inno nazionale. I bimbi ci stanno vicini, si lasciano fotografare, ma non chiedono nulla.

E questo, abituati ai bimbi questuanti di tantissimi altri Paesi, ci riempie di gioia. Solo pochi, i più fortunati, frequentano una scuola in un villaggio vicino. La scuola costa e solo alcuni se la possono permettere (lasceremo qualche soldino al capo villaggio, davanti a tutti, per aiutare ad aumentarne il numero). Fra i fortunati, nessuna bambina. A loro non serve. Il loro futuro prevede altri compiti. Sarebbe un’inutile perdita di tempo.

Guardo una bimbetta di una decina d’anni. Ricambia il mio sorriso con tanta dolcezza. Lo sguardo è vispo, dentro quella testa, c’è intelligenza da vendere. Perché le deve essere negato il diritto di conoscere ed essere schiavizzata con lavori massacranti, senza alcuna gratificazione?

Sempre che non arrivi qualcuno senza scrupoli che con due soldini e false promesse se la porti via per avviarla su altre strade.

I bimbi del monastero di Bagaya

Il monastero di Bagaya, realizzato in tek circa due secoli fa, è una delle più interessanti testimonianze buddhiste.

Ma da qualche tempo è anche ricordato per la caratteristica torre pendente che l’affianca. Contrariamente alla più famosa Torre di Pisa nostrana, qui la pendenza è stata causata da un terremoto. Ha subito lesioni, ma è ancora concesso salire fino in cima. Non saprei dire se questa concessione è dovuta al turismo, o se siano stati effettuati seri controlli che ne hanno attestato l’agibilità. Fino a metà ci si arriva con una malconcia scala esterna in legno; l’ultimo pezzo è interno in un budello largo mezzo metro.

Ma a me piace ricordare questo monastero per una importante iniziativa. L’unico monaco rimasto ha raccolto bambini che non vanno a scuola e insegna loro le regole del buddhismo tramite la lettura delle sacre scritture. 

Si potrà obiettare che non è un gran che. Che non imparano matematica e inglese, che potrebbero tornare loro comodo.

Ma, vedendo il bicchiere mezzo pieno, non è che imparando a leggere e memorizzare quei testi, non sappiano poi leggere altre cose. E imparando quei caratteri, possono anche capire come metterli a loro volta sulla carta. Anche per scrivere cose diverse. E imparando a leggere e scrivere cose diverse, se hanno la volontà di farlo, potrebbero anche cimentarsi (perché no?) con materie diverse.

Mario Beltrami

MC: semina consapevolezza e amore

Uscito dalla sede torinese (di MC), mi sono chiesto come e quando «Missioni Consolata» fosse arrivata a casa nostra. Entrato con la leggerezza accattivante delle sue copertine, la franchezza degli editoriali, la chiarezza tipografica del sommario, ci ha presto abituato ad alcune rubriche: i dossier documentati, «E la chiamano economia» di Francesco Gesualdi fra i principali. Così, da circa 15 anni, il mix convincente di «aspirazione alla consapevolezza imbevuta d’amore» frena lo scorrere della nostra quotidianità «obbligandoci» a spunti di riflessioni speciali.

Da sempre mi hanno stupito i sorrisi delle copertine, sorrisi che indicavano livelli di realtà comunque presenti al di là delle innegabili situazioni critiche, spesso drammaticamente critiche. Qualche anno fa – insegnavo ancora – mi ero rivolto per mail direttamente a padre Gigi Anataloni chiedendogli il modo di accedere all’enorme archivio della rivista nell’interesse della ricerca dei miei studenti: accordato senz’altro e velocemente. Nel tempo ho mantenuto fermo il desiderio di rendermi conto di persona della «realtà redazionale» di MC e finalmente – terza discesa a Torino dalla Bolzano altoatesina – mi sono ritagliato il tempo necessario.
Incontro prudentemente cordiale all’inizio, ma sempre più affettuosamente e profondamente informativo tanto più quanto più cresceva la percezione dell’autenticità dell’interesse reciproco. Così padre Gigi mi ha introdotto passo passo al cuore pulsante della rivista e della sua passione di direttore responsabile: documentare fatti/esperienze riuscendo a coglierne – al di là degli innegabili problemi – l’alito dell’amore che tesse ragioni di vita. C’è molto di più, anche se magari meno visibile, nella realtà ma bisogna saperlo cogliere.

E le diapositive che mi mostrava (diapositive che affondavano in decenni e decenni passati, fra tecniche di proto-fotografia e proto-realizzazione pratica dell’immagine), così come alcune grandi immagini appese alle pareti chiedevano esplicazioni.

«Perché tanto lavoro manuale e poca meccanica, poca tecnologia, al tempo d’oggi?». «Pensa al frutto dell’acquisto di una macchina, Marco, a cosa lascia nel corso del tempo. Tu vedi qui una fila di persone impegnate in lavoro manuale faticoso, ma non vedi le relazioni che intanto si sono stabilite, le competenze che vengono passate. In questo modo (d’accordo, forse ai tuoi occhi paradossale) si è dato lavoro per anni, una rete di civiltà ha potuto stabilizzarsi. Tante sono le variabili da considerare in un progetto, tante! E solo il tempo può dire se la scommessa è stata vincente, quella per noi fondamentale: la scommessa della civiltà dell’uomo».

Leggevo recentemente: «Nasciamo con un amore innato per la verità, ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia di impaccio» (Roger Money-Kyrle). Ed anche, di Altan: «Cosa dice la tua coscienza?». «Ne ho diverse: sono indeciso su quale mi conviene usare».

Ecco, esperienze come la mia quel pomeriggio aiutano a trovare una bussola per non rimanere tristemente prigionieri del quid di amara ragione che pure contengono sentenze simili.

Proprio perciò ho apprezzato la schiettezza con la quale una dinamica suora proveniente da quello che una volta si chiamava «Terzo mondo» si è congedata ridendo da me: «Ah, lei è un professore… A cosa serve?». Perché i professori servono, certamente, quelli veri però!

Grazie padre Gigi, il nostro incontro mi ha donato una scheggia di gioia vera. E Dio solo sa di quanta ce ne sia bisogno.

Marco Bertorelle
Bolzano-Bozen, 02/02/2025

Grazie anche a te della tua visita. Anche per noi l’incontro con i nostri lettori è importante. Felici poi se riusciamo a essere complici di insegnati nell’aprire gli occhi dei nostri giovani a una visione diversa e più fraterna del mondo intero.




Noi e Voi. Ricordando Francesco

Fino in Mongolia

Visita di papa Francesco in Mongolia — foto Apostolic Prefecture of Ulaanbaatar

In queste ore siamo tutti scossi. È difficile ordinare i pensieri e tradurli in parole di senso compiuto. È un grande shock, che ha bisogno di essere attraversato con fede.

Ci vorrà del tempo per capire fino in fondo la portata del pontificato di papa Francesco. Quello che mi sento di dire adesso è che vedevo incarnata in lui una profonda paternità, che ho sperimentato personalmente in varie occasioni. Mi sentivo attratto dalla sua libertà interiore e dal suo ascolto delle mozioni interiori dello Spirito Santo.

Per noi Missionari e Missionarie della Consolata, papa Francesco è il Pontefice che ha canonizzato il nostro santo Fondatore e che ha dato un impulso missionario grandissimo alla vita e alle scelte della Chiesa.

Con il suo magistero e con il suo esempio ha riportato la missione evangelizzatrice della Chiesa al centro della vita reale delle comunità.

Per quanto riguarda la Chiesa in Mongolia, certamente papa Francesco sarà ricordato nella storia di questo Paese per essere stato il primo Pontefice a venire qui. Ma anche per il coraggio dei suoi discorsi profetici sul valore della fratellanza universale e dell’impegno per la giustizia, la pace e l’armonia del creato.

In queste ore sto ricevendo telefonate e messaggi dalle autorità civili e religiose della Mongolia. Uno dei consiglieri del Presidente mongolo mi ha trasmesso le condoglianze del Capo dello Stato, dicendo che papa Francesco ha scritto a caratteri d’oro una pagina nuova nella storia delle relazioni tra Mongolia e Santa Sede.

Poco fa mi ha chiamato l’Abate primate dei buddhisti mongoli, il Hamba Nomun Khan Javzandorj, con il quale non più di tre mesi fa avevamo avuto la gioia di incontrare personalmente papa Francesco in Vaticano. Mi ha voluto dire che, su richiesta esplicita del Presidente della Mongolia, la comunità monastica buddhista del tempio Gandantegchinlen, domani offrirà una preghiera rituale per l’anima di papa Francesco, come già avevano fatto durante il suo recente ricovero ospedaliero.

papa Francesco è stato capace di parlare al cuore di tutti. Abbiamo tanto da imparare e da applicare alla nostra vita di servi del Vangelo.

Cardinale Giorgio Marengo,
Mongolia, 21/04/2025

L’odore delle pecore

Ringrazio Dio di aver incontrato personalmente papa Francesco.

È stato un grande regalo nella mia vita: un modello di umiltà e povertà francescana da imitare.

Il 16 aprile 2015, durante la visita ad limina di noi vescovi del Kenya, ho avuto la gioia di fare a papa Francesco un regalo speciale. Gli ho detto: «Io lavoro nella diocesi di Maralal, in mezzo ai pastori e perciò ti offro, a nome loro, questa mia mitria di pelle. Ora anche tu, come buon pastore, potrai avere l’odore di pecora, come sempre vai dicendo ai tuoi preti».

Prima di mettergliela sulla testa, lui stesso volle annusarla e poi commentò: «Questa non è pecora ma capra!». Gli risposi: «Sì, è vero. Vedo che te ne intendi. Ma in Kenya le pecore e le capre vanno al pascolo insieme».

Sette mesi dopo, egli fece visita in Kenya (25-27 novembre 2015), e mi fece una bella sorpresa che dimostrava il suo cuore sempre attento ai piccoli favori. Al suo arrivo, nell’aeroporto di Nairobi, sceso dall’aereo, mentre passava davanti alla fila dei vescovi, mi feci coraggio e gli chiesi: «Santità, Lei non si ricorda di me? Sono quello che le ha regalato la mitria di pelle di capra, a Roma». «Mi ricordo, sì – rispose – e la tua mitria me la sono portata dietro da Roma e domani la vedrai sulla mia testa durante la Messa».

Il giorno dopo, all’inizio della Messa, sull’altare si girò leggermente verso di me e mi fece un sorriso come per dire: «Vedi, io mantengo le promesse». Che cuore umano e pieno di calore! Tutt’oggi tengo caro ancora due cosette: il rosario che mi regalò, e che recito tutti i giorni, e un quadretto con la foto in cui lo abbracciai (che coraggio!).

Abbiamo un altro santo che intercede per noi. Un santo che ha baciato i piedi ai presidenti africani, supplicandoli di costruire la pace.

+ Virgilio Pante,
 vescovo emerito di Maralal, Kenya, 23/04/2025

Papa missionario

È stato con sorpresa e profonda tristezza che, la mattina del 21 aprile, alla missione di Boroma, fondata dai gesuiti alla fine del XIX secolo, ho ricevuto la notizia del ritorno di papa Francesco alla casa del Padre.

Era un grande amico del Mozambico, Paese che ha visitato nel settembre 2019. L’ondata di affetto suscitata dalla semplice figura di Francesco ha unito tutti i mozambicani, indipendentemente dal partito politico, dall’etnia e persino dall’appartenenza religiosa. Ci ha lasciato un messaggio di pace e riconciliazione e gesti di solidarietà concreta con le vittime mozambicane dei disastri naturali e dell’insurrezione terroristica a Cabo Delgado, nel Nord del Paese.

Si è detto e si dirà molto su papa Francesco. Per me è stato un padre e un fratello per tutti. Un Papa missionario, che mi ha ispirato molto nel mio lavoro pastorale come Vescovo di Tete, cercando di rendere questa Chiesa locale, dove i Missionari della Consolata sono arrivati 100 anni fa, una Chiesa «in uscita», con le porte aperte a tutti, una Chiesa missionaria.

Ci lascia con l’impegno di continuare a essere fedeli al Vangelo nella nostra vita quotidiana, come discepoli missionari del Signore Gesù, che è risurrezione e vita. Speranza dell’umanità.

Sono grato a papa Francesco per il suo esempio di vita e per le sue parole ispiratrici e trasformatrici rivolte ai fedeli e al mondo: il suo invito a vivere la fede nella gioia e nell’«uscire», senza paura di abbracciare tutti, la sua preoccupazione per i più dimenticati, i più piccoli, i più bisognosi, nella consapevolezza che siamo tutti fratelli e sorelle; e anche la sua vigorosa e instancabile denuncia di un’«economia che uccide», mettendo in pericolo il pianeta, di tanti conflitti che configurano la «terza guerra mondiale a pezzi», così come dei peccati della Chiesa stessa, abusi sessuali, abusi di potere o abusi economici.

Grazie, Francesco.
Perché, come Papa, sei sempre stato un fratello.
Perché, come gesuita, sei sempre stato un missionario.
Oggi piangiamo con te, ma soprattutto ti ringraziamo.
La tua vita è stata il Vangelo condiviso.
La tua morte, un seme di speranza.

+ Diamantino Antunes,
 vescovo di Tete, Mozambico, 23/04/2025

Padre dei poveri

Il mio primo incontro con papa Francesco è avvenuto alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro nel 2013. Da poco più di un anno ero stato nominato vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di San Salvador da Bahia e, per la prima volta, partecipavo a un grande evento che mostrava il volto giovane di una Chiesa desiderosa di essere presenza nel mondo.

Ho poi avuto altre occasioni per incontrarlo e godere della sua paternità, fede e semplicità.

«Dio sempre ci sorprende», era solito dire papa Francesco. E la Chiesa è rimasta sorpresa con l’elezione di un uomo «venuto dalla fine del mondo» che ha sempre cercato di mettere al centro della nostra attenzione tutto quello che era considerato periferico.

Cosa ci lascia in eredità papa Francesco?

Successore dell’apostolo Pietro, ha dedicato la sua vita all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo. Fin dall’inizio del suo pontificato, egli ha esortato la Chiesa a «uscire», impegnandosi ad annunciare la gioia del Vangelo (Evangelii gaudium), invitando ogni battezzato a partecipare attivamente alla missione evangelizzatrice.

Buon Pastore, ha camminato «davanti, in mezzo e dietro al gregge», con il popolo santo di Dio, soprattutto con i fratelli e le sorelle più poveri che vivono nelle periferie geografiche ed esistenziali.

Profeta del nostro tempo, difensore della dignità umana, ha denunciato la «cultura dell’indif-
ferenza» verso la sofferenza delle persone più vulnerabili e scartate della società.

Ha invocato la pace in un mondo segnato dalle guerre e ha richiamato l’attenzione della società sulla necessità di prendersi cura della nostra Casa Comune.

Padre dei poveri, ha mostrato nei piccoli gesti il volto misericordioso di una Chiesa dalle porte aperte, chiamata a essere «ospedale da campo», testimone di un Dio che non si stanca mai di amare e perdonare.

Sono grato al Signore per averlo conosciuto e incontrato, per la sua testimonianza che ci invita a essere una Chiesa più vicina, più umana e più fedele al Vangelo.

+ Giovanni Crippa,
vescovo di Ilhéus, Brasile, 22/04/2025

Imprevedibile

Un giorno di maggio del 2013, dopo che papa Francesco era stato eletto vescovo di Roma, io, che ero vescovo in Sudafrica, ho pensato di scrivergli, raccontandogli come la sua elezione fosse stata accolta nella nostra parte del mondo.

Il nunzio apostolico mi assicurò che la lettera sarebbe arrivata a lui e non a uno dei suoi segretari. E fu proprio così. Circa un mese dopo ricevetti una sua risposta scritta a mano. Non me lo sarei mai aspettato. Tanto meno quello che è successo dopo.

A luglio papa Francesco si è recato a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù e ha chiesto di organizzare un evento speciale per chi arrivava dall’Argentina (una folla enorme, come potete immaginare!). Dato che io sono Argentino, i vescovi mi hanno invitato a unirmi a loro.

All’arrivo del papa in cattedrale, i vescovi argentini lo hanno salutato con entusiasmo (era la prima volta che lo incontravamo come Papa). Mi sono presentato non aspettandomi che si ricordasse di me. Mi ha detto: «Hai ricevuto la mia lettera?».

È stato travolgente. In mezzo a tutto ciò che stava accadendo intorno a lui, come poteva ricordarlo?

Al di là delle sue omelie, dei suoi discorsi e dei suoi documenti, si potrebbero scrivere pagine e pagine sul fatto che facesse sentire unica ai suoi occhi ogni persona che lo incontrava.

Credo che, come Sacbc (vescovi di Botswana, eSwatini e Sudafrica), non dimenticheremo mai le due visite ad limina che abbiamo avuto con lui nel 2014 e nel 2023.

La prima non la dimenticheremo perché, accogliendoci (in due gruppi in due giorni diversi), ha esordito: «Come si dice nel calcio, il pallone è al centro, chi lo calcia per primo? Di cosa vorresti che parlassimo?».

Era uno spazio aperto per noi per parlare con il successore di Pietro di qualsiasi argomento avessimo nel cuore. Era totalmente nuovo per noi. Ricordo infatti ancora uno dei vescovi che disse dopo l’incontro: «Ho aspettato 20 anni per un momento così».

Il secondo incontro è stato segnato dal fatto di essere stato annullato. Il Papa era in ospedale dopo aver subito un intervento chirurgico importante.

Il giorno in cui è stato dimesso, alcuni di noi si trovavano all’ingresso della sua residenza proprio nel momento in cui è stato riportato dall’ospedale. Mi ha visto e mi ha chiesto se fossimo lì per la visita ad limina e quando ci saremmo incontrati. Ho detto: «L’incontro è stato cancellato. Tu eri in ospedale ma tu sei il Papa e… sei imprevedibile!». Ha salutato gli altri vescovi e poi ha detto: «Dite ai vescovi che potremo incontrarci dopo pranzo».

Nessuno si aspettava che un uomo di 86 anni trovasse il tempo per noi dopo un intervento chirurgico importante. Eravamo solo noi e lui, nessuna segretaria, nessun protocollo, nessuno a tradurre! Era il vescovo di Roma con i suoi fratelli vescovi nel modo più informale. Non sono stati gli argomenti di cui abbiamo parlato quel pomeriggio a rimanere nei nostri cuori, ma quello che abbiamo visto anche domenica scorsa: il suo dare tutto il suo tempo e le sue energie a tutti i costi.

Attraverso momenti come questi, attraverso le sue lettere personali, telefonate, visite… si è fatto vicino a tutti noi, ha testimoniato la cura amorevole di Dio per ogni persona, ma ha anche, silenziosamente, richiamato tutti noi a prenderci cura gli uni degli altri, ad apprezzare il dono gli uni degli altri e, a noi vescovi, ha mostrato il modo in cui siamo chiamati a prenderci cura di coloro che ci sono stati affidati.

+ José Luis Ponce de León,
 vescovo di Manzini, eSwatini, 23/04/2025

Buon samaritano dell’Umanità!

Negli anni del mio servizio di responsabilità come superiore generale nell’Istituto Missioni Consolata, ho avuto più occasioni per incontrare papa Francesco. Non solo insieme agli altri superiori in assemblee tra responsabili, ma anche in momenti personali nei quali si è toccato il cuore della Chiesa e la preoccupazione per diverse situazioni complicate che esigevano un discernimento profondo e ben accorto.

La prima cosa che sempre mi colpiva era la sua calma nell’affrontare temi scottanti e difficili. papa Francesco non perdeva mai la sua serenità e la sua calma, insieme al suo sorriso. Rimaneva a riflettere silenzioso ma non dava mai segni di esagerata preoccupazione o di una sofferenza esasperata.

Una seconda caratteristica che mi ha sempre colpito era la sua grande umanità. Come faceva anche il nostro fondatore, san Giuseppe Allamano, papa Francesco rimaneva concentrato sulla persona che aveva davanti con le sue problematiche e le sue tematiche, sembrava che il mondo e il tempo si fermassero per lui danti alla persona che incontrava.

Un terzo elemento caratteristico di papa Bergoglio era il suo essere fuori dagli schemi, sia nel parlare che nell’agire. Portava la sua parola, il suo modo di sentire le situazioni e gli avvenimenti, non parlava da papa ma da papà.

Come ho provato a dire nelle diverse occasioni nelle quali ho avuto la grazia d’incontrarlo, ogni volta ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte al mio fondatore. Non ho avuto la gioia di conoscerlo, ma da quello che ho sentito e letto di lui, mi sembrava «rivivere» nel nostro caro papa Francesco.

Il ricordo più prezioso che porto nel cuore teneramente di Francesco, è quello di un Papa che ci ha insegnato, e ha insegnato al mondo, l’arte del prendersi cura. Prendersi cura degli altri, della natura, del mondo e di ogni situazione che ognuno vive nella sua storia.

papa Francesco ha camminato nella nostra storia, scandendo i verbi della carità nella logica del Vangelo: una logica che invita a uscire da se stessi per accogliere l’altro, a riconoscere nell’umanità ferita il volto di Cristo, a trasformare ogni incontro in un’opportunità di amore autentico e gratuito.

papa Francesco è stato samaritano nei pensieri e nei gesti. Ci ha ricordato che essere samaritani non è un dono di santità ma un esercizio e un’azione quotidiana, un modo di anticipare il cielo sulla terra.

Grazie caro papa Francesco perché sei stato buon samaritano in mezzo a noi e ci hai insegnato a essere poeti della carità, testimoni di speranza, artisti della cura e a continuare a far fiorire il mondo sotto il peso leggero del nostro amore.

Riposa in pace e, questa volta, prega tu per noi.

 Stefano Camerlengo,
missionario a Dianra, Costa d’Avorio, 23/04/2025

Su MCnotizie tutti i testi dei Missionari della Consolata che hanno avuto un rapporto speciale con papa Francesco.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuità

Gentile redazione,
sono un lettore della vostra rivista Missioni Consolata, inviata da anni a mia madre. Apprezzo molto la vostra linea editoriale che privilegia valori di libertà, di eguaglianza e di tolleranza, riportando al contempo articoli di politica internazionale di notevole attualità. Volevo comunicarvi che, purtroppo, mia madre, destinataria della rivista, è deceduta. Vi prego pertanto di eliminare il suo nominativo sostituendolo con il mio. Provvederò io a mia volta al contributo per continuare a leggere la vostra interessante rivista. Cordiali saluti e buon lavoro.

Attilio dal Maso, 16/03/2025

Caro Attilio,
grazie del tuo scritto e un grazie anche a tua mamma che ti ha coinvolto nella lettura di MC. Siamo certi che il Signore della Misericordia l’ha accolta nella festa del suo Paradiso.

Una lettera come la tua ci dona gioia, e compensa quelle che richiedono la cancellazione del nome del parente deceduto, a volte con modi e toni perfino offensivi. Grazie a te per la fiducia e l’incoraggiamento che ci comunichi.

Pubblicità

Mi unisco anch’io a tutti quelli che approvano la vostra scelta di non pubblicare pubblicità.

La vostra rivista ha una serietà «da rivista scientifica» che non deve essere intaccata dalle inserzioni. Probabilmente io ho un po’ di fobia per la pubblicità. Per esempio in televisione, mentre seguo un film, all’apparire della pubblicità «zappo» subito su un qualche canale con programmi tipo Affari o Quattro ruote, Cash or trash o Sport, restandoci il tempo che mi sembra necessario per riprendere il film da dove era rimasto.

Apprezzo molto le cartine che corredano i vostri articoli, tra cui le utilissime piccole cartine all’inizio di un articolo che posizionano la nazione di cui si parla.

Ho appena terminato la lettura dell’articolo di Paolo Moiola su Gaza (MC 3/2025): è un articolo perfetto, in particolare per le molte citazioni (Msf, Amnesty, Anna Foa, …). Guardando Gaza in tv mi sono sempre chiesto quanto tempo sarà necessario (per la ricostruzione) a fronte di una simile distruzione. Ho letto la risposta che dà Medici senza frontiere. È incredibile, però ci credo. Come se a Dresda finissero ora di ricostruire (ma la forza tecnica/economica della Germania non ha paragone con quella di Gaza). Mi ricordo sempre della bella e grande «montagnetta» costruita a Milano nell’immediato dopoguerra con le macerie rimosse. Quanto verrà alta la montagna di Gaza?
Saluti e complimenti.

Carlo Maria My, 06/03/2025

Grazie dell’apprezzamento. Di questi tempi abbiamo la concorrenza terribile delle notizie «mordi e fuggi» che più che informarti vogliono tenerti incollato al computer o cellulare, senza darti il tempo di pensare. Crediamo che abbiamo invece bisogno, per mantenere la nostra libertà totale, di una lettura che ci dia il tempo di pensare, di criticare e approfondire e, quindi, fare le nostre scelte libere e responsabili.

«Piccolo»

Padre Gigi,
la lettera arriverà, spero, nel periodo natalizio e dunque ancora in tempo per meditare e celebrare il mistero di un Dio che si fa conoscere per essere vicino a ogni uomo, soprattutto il più «piccolo».

Desidero ringraziare per l’impegno nella preparazione di «Missioni Consolata» che anche un dubbioso, e a volte anticlericale come una persona a me cara, legge con attenzione per conoscere nazioni e luoghi geografici lontani. In particolare, ringrazio per l’editoriale «Quando piccolo è grande» (MC 12/2024, ndr) che intercetta una mia ricerca che dura da tempo riguardo coloro che più sono vicini al cuore di Dio e appartengono a pieno titolo al suo regno. Il termine «piccolo» ha un significato molto profondo e non si riferisce tanto all’età quanto a una condizione per cui una persona di pochi o tanti anni, non gode di considerazione come Sorino o coloro che non contano niente, come li desiderava don Tonino Bello.

Da qualche mese faccio parte della cappellania che porta la santa Eucarestia in una Rsa locale; la liturgia della Parola è preceduta e seguita da attività varie che coinvolgono gli ospiti affinché si superi l’idea che siano tenuti o intrattenuti. Io, nello specifico, in base alle mie competenze, mi occupo di attività di logica quali raccontare una storia, classificare, individuare un assurdo, che li stimola a pensare e a parlare.

È una tristezza infinita pensare che persone che sono state attive nel corso della loro vita ora rischino di essere considerate degli scarti. La loro spiritualità è invece molto ricca e possono donare sapienza, gioia e speranza.

Ancora ringrazio e auguro che anche il 2025 sia un anno di cammino, nell’acquisizione di doni spirituali e di inaspettate belle sorprese.

Milva Capoia, 25/12/2024

Pubblico solo ora quanto scritto il giorno di Natale da Milva, che già altre volte ha contribuito a queste pagine.
Chiedo scusa per il ritardo.
Ricevere una lettera cartacea invece di una e-mail è un grande piacere, allo stesso tempo comporta il rischio che venga tenuta da parte in attesa di essere trascritta «appena possibile», e quindi posticipata più del dovuto.

Cara Milva, le tue considerazioni sui «piccoli» e gli incredibili doni che sono e possono dare alla nostra società, trovano una conferma fantastica sia negli Special olympic games svoltisi a Torino ai primi di marzo, sia, e soprattutto, in come papa Francesco sta vivendo questo tempo di malattia. Anche senza bisogno di attribuirgli scritti bellissimi, ma inventati (come quelli che circolano sui social), papa Francesco ci sta mostrando cosa significa essere piccoli e trovare la vera forza della vita solo nell’amore del Signore.

28ª Settimana biblica a Caserta

Egregio Sig. Direttore,
anche quest’anno la Diocesi di Caserta organizza la Settimana biblica, giunta alla XXVIII edizione, con il patrocinio dell’Associazione biblica italiana, in collaborazione con l’Istituto superiore di scienze religiose interdiocesano SS. Apostoli Pietro e Paolo e con la segreteria del Centro apostolato biblico diocesano. Esperienza fortemente sostenuta dal vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, monsignor Pietro Lagnese. La Settimana biblica si terrà a Caserta da martedì 1 luglio 2025 e fino a sabato 5 luglio 2025. Tema della XXVIII edizione sarà il Vangelo secondo Giovanni, con i biblisti Giuseppe De Virgilio, docente di esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia università della Santa Croce di Gerusalemme a Roma, ed Eusebio Gonzàlez, docente di Teologia biblica alla stessa università. La celebrazione della Settimana biblica rinnova e custodisce la speranza che nutre ogni missione educativa ed evangelizzatrice. «Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: “Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore” (Salmo 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo» (Spes non confundit, bolla di indizione del Giubileo ordinario 2025, n. 25).

Tutto il popolo di Dio è convocato in assemblea per ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. La Settimana biblica, che sarà inaugurata dal vescovo, è un’esperienza culturale e spirituale che richiama a Caserta, ormai da diversi anni, cultori e appassionati della Bibbia che si confrontano con varie esperienze territoriali nell’ambito del progetto «Bibbia e cultura europea» per confermare le parole del cardinale Carlo Maria Martini: «Il futuro dell’Europa si basa sulla lettura della Bibbia quale codice delle radici cristiane dell’Occidente».

La Settimana biblica di Caserta si conferma una valida proposta culturale e sapienziale per far crescere la familiarità del popolo di Dio con la Sacra Scrittura, in una Chiesa sinodale. Papa Francesco, nella Llettera apostolica Aperuit Illis, ci dice che: «La dolcezza della Parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita, per esprimere la certezza della speranza che essa contiene (cfr. 1Pt 3, 15-16)».
Buon cammino giubilare. Cordiali saluti.

don Valentino Picazio

Wamba: rinasce il 17 maggio

Cari amici e benefattori,
la corsa Run for Wamba (una corsa per raccogliere fondi avvenuta in diverse parrocchie della diocesi di Maralal in periodi diversi da dicembre 2024, ndr) è stata molto più di un semplice evento: è stato un viaggio di vita, di salute e di beneficenza. Non è stata solo l’attività di un giorno, ma una missione di servizio per tutta la vita. A nome del Catholic Wamba Hospital vi porgo la nostra più profonda gratitudine per i vostri generosi contributi e il vostro costante sostegno. Grazie a tutti voi che avete strisciato, cavalcato boda bodas, camminato e corso per Wamba. Il vostro sostegno finanziario e morale ci ha permesso, nella fede e nell’unità, di raggiungere un traguardo notevole. Mentre sono grato a tutti voi che avete contribuito, vorrei fare una menzione speciale dei seguenti sostenitori (segue una lista di personalità politiche e religiose locali, di associazioni cattoliche varie, di amici dei missionari, ndr) il cui contributo è stato importante.

Siamo orgogliosi di annunciare che l’iniziativa Run for Wamba ha finora raccolto un totale cumulativo di 1,863 milioni di scellini (quasi 15mila euro). I vostri contributi, sia in natura che nei fatti, sono sempre benvenuti, poiché il viaggio continua fino a quando non realizzeremo pienamente il sogno di vedere il Catholic Wamba Hospital rivitalizzato e pienamente operativo. Portiamo altre buone notizie. I lavori di riparazione e rivitalizzazione a Wamba stanno procedendo bene e ora sono completati quasi al 70%. A Dio piacendo, prevediamo di riaprire ufficialmente l’ospedale il 17 maggio 2025. In questo giorno speciale, celebreremo anche il tanto atteso Giubileo d’oro della Scuola per infermieri della Consolata di Wamba. Diamo un caloroso benvenuto a tutti coloro che si uniranno a noi nel celebrare questo incredibile risultato. Che Dio vi benedica tutti abbondantemente.

don Letaon Albert
diocesi di Maralal, 21/03/2025

Siamo felici di accompagnare la riapertura dell’ospedale, anche se ben coscienti delle enormi sfide che ancora lo attendono. Tale ospedale è stato un presidio speciale per la salute dei bambini e per la lotta contro la mutilazione genitale femminile. La sua Nursing school ha formato migliaia di infermiere e infermieri che ora curano nei dispensari delle varie missioni o in altri ospedali in Kenya. Tanto personale medico volontario ha contribuito alla sua eccellenza, incoraggiato anche da una figura speciale come il dottor Silvio Prandoni che all’ospedale ha dedicato la sua vita.

Auguri allora. Se qualcuno volesse sostenere l’ospedale può sempre farlo attraverso la nostra Fondazione MCO. Trovate i dati e le modalità a pagina 75. Asante sana, grazie di cuore.

 




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Grazie al comandante

Caro padre, seguo sempre con attenzione la sua rubrica, chi le scrive spesso fa riflettere e le sue risposte sono uniche. Mi fa cosa gradita in questo mio scritto, ringraziare la preziosa opera che un mio caro concittadino, Giovanni De Marchi, ha sempre fatto in Etiopia. Con tenacia e senso di altruismo, dopo aver raggiunto l’età del pensionamento da comandante di stazione dei Carabinieri a Borgo Valsugana, ha dedicato tutte le sue energie ad aiutare padre Paolo Angheben in terra d’Africa (insieme nella foto qui sotto). Un sostegno economico veramente importante che ha raccolto qua in Valsugana e soprattutto l’essere stato presenza attiva con i suoi innumerevoli viaggi in Etiopia in aiuto «al padre» come di suo chiamava padre Angheben, venuto a mancare pochi anni fa per Covid (+18/05/2021).

Il suo aiuto è continuo anche ora e, nel suo piccolo, rimane quella bellissima goccia di solidarietà concreta e spirituale che con costanza trasmette ai suoi fratelli. I bambini che ha aiutato vent’anni fa ora sono uomini, molti hanno studiato e sono cresciuti con dignità e il merito va a persone che hanno sostenuto con belle iniziative.

Grazie Giovanni, sei una di queste persone.

Armando Orsingher, 21/01/2025, Borgo Valsugana (Tn)

Al caro Giovanni, che ha lo stesso nome di padre Giovanni De Marchi (1914-2003), il pioniere del ritorno dei Missionari della Consolata in Etiopia nel 1970, grazie della tua passione contagiosa per quella terra e la sua gente. L’Etiopia è stata il primo amore di san Giuseppe Allamano.


Accolto nella «tierra sin males»

Il padre Antonio Gabrieli, missionario della Consolata, è deceduto a Buenos Aires all’alba del 7 febbraio 2025, all’età di 76 anni. Ha dedicato 56 anni alla vita religiosa e 51 al sacerdozio, lasciando un’eredità di fede, impegno e dedizione missionaria.

L’Argentina, dove arrivò per la prima volta come missionario nel 1983, divenne la sua casa. Durante le sue quattro decadi di missione e servizio pastorale nel Paese, ricoprì numerosi ruoli: parroco, vicario, formatore, maestro dei novizi, superiore di comunità, consigliere e superiore regionale.

Nelle ultime settimane di vita, padre Antonio ebbe accanto non solo i fratelli missionari, ma anche le sue due sorelle che viaggiarono dall’Italia per stargli vicino. L’8 febbraio è stato sepolto nel cimitero «Giardino della Pace» a Luján, in Argentina, lasciando un profondo patrimonio di fede e servizio missionario.

Fratello tra i fratelli

Padre Antonio Gabrieli – testimonia padre José Auletta – è stato «un fratello tra i fratelli, un missionario che ha sempre svolto il suo servizio con moderazione, rispetto e un distinto trattamento umano verso tutti coloro che lo cercavano. […] Mi ha sempre incoraggiato e sostenuto nel lavoro di accompagnamento ai popoli indigeni dell’Argentina, riaffermando così la sua fedeltà al carisma missionario. Mi ha segnato profondamente la sua vicinanza alla gente, in particolare ai fratelli Guaraní, che oggi lo ricordano con affetto e gratitudine».

Padre Antonio Gabrieli a Maralal, giugno 1999

La serenità e la forza del padre Gabrieli – ricorda Auletta – furono evidenti anche negli ultimi giorni della sua vita. «Pochi giorni prima della sua partenza, durante il ritiro annuale di gennaio, mi colpì la sua pace nell’affrontare la malattia che lo affliggeva. Oggi, con profonda gratitudine, facciamo memoria di questo fratello che è partito verso la tierra sin males, il cielo nuovo e la terra nuova. Il nostro caro padre Antonio Gabrieli lascia un’eredità di fede, impegno e amore per gli altri». […]

Breve biografia

Padre Antonio Gabrieli, figlio di Paolo e Patroni Maria, nacque il 13 luglio 1948 a Darfo, Brescia (Italia) e fece il noviziato con i missionari della Consolata, emettendo la sua prima professione religiosa il 2 ottobre 1968. Ordinato sacerdote il 22 dicembre 1973, visse i suoi primi anni di missione in Italia, come formatore nelle case di Gambettola e Bedizzole, e nell’animazione vocazionale a Porto San Giorgio.  Dopo aver raggiunto l’Argentina tutta la sua vita la spese in quel paese eccetto il periodo tra il 1993 e il 1999, quando ricoprì l’incarico di consigliere generale dei Missionari della Consolata per il continente americano.

Quando celebrò i 50 anni di ordinazione disse che l’Argentina «è la mia terra e la porto nel cuore». Tutto il Paese e ognuna delle città dove ha prestato il suo servizio missionario: San Francisco, Martín Coronado, Jujuy, Mendoza, Yuto, Merlo e Buenos Aires.

padre Julio Caldeira, da Consolata.org, 11/02/2025

Padre Antonio è stato un caro amico con cui ho condiviso l’animazione missionaria a cavallo tra gli anni 70 e gli 80: lui nella comunità di Porto San Giorgio (Ap) e io in «Amico», la rivista per gli animatori missionari. Ci siamo poi incontrati durante il capitolo generale del 1999 a Sagana in Kenya. A lui dedico le due foto di quei giorni, in particolare la seconda, quando ha presieduto la messa che i capitolari hanno celebrato nella missione di Maralal e l’avevano vestito come un anziano samburu.


Far rivivere l’ospedale di Wamba

L’associazione Oscar Romero, nata nel 1990 e operante nelle parrocchie, nelle scuole e sul territorio del magentino e del castanese (zona ovest di Milano), […] dal 2004 è attiva nell’aiutare la popolazione del nord del Kenya, con la creazione di posti di lavoro, la fornitura di sistemi per la potabilizzazione dell’acqua che utilizzano impianti a osmosi per la desalinizzazione dei pozzi salati e con la costruzione di impianti fotovoltaici, allo scopo di sfruttare la luce solare per produrre elettricità.

Uno dei punti fermi è far in modo che i progetti, realizzati e sostenuti grazie alle donazioni raccolte, nascano sul posto, siano avallati dal vescovo e dalle autorità civili locali e siano portati avanti dagli abitanti delle popolazioni locali.

Proprio su questi punti si basa l’obiettivo per il quale l’associazione si sta attualmente adoperando: la riapertura dell’ospedale di Wamba, che per la sua organizzazione e localizzazione geografica rappresenta un servizio di fondamentale importanza per la salute della popolazione locale.

Wamba è un villaggio nel distretto del Samburu orientale nella diocesi di Maralal, in Kenya. L’ospedale è stato fondato nel 1969, ed è rimasto attivo per oltre 40 anni, con una capacità di circa 200 posti letto, e in grado di assistere i pazienti da tutto il Kenya, la maggioranza dei quali provenienti dalle diocesi di Maralal, Marsabit, Meru, Wajir, Nanyuki e Nyahururu.

Esteso su 40 ettari di terreno, offriva ricovero e sostegno ad una popolazione di oltre 40mila individui, destinati altrimenti a rimanere isolati da ogni contatto civile, umano e sanitario.

La riapertura e la riattivazione di questa struttura sono fortemente volute sia dall’attuale vescovo, il missionario della Consolata monsignor Hieronymus Joya della diocesi di Maralal, che dall’intera popolazione. Questo perché l’ospedale, è in grado di fornire un servizio di assistenza completo e necessario, con i suoi reparti femminile, maschile, pediatrico, maternità, laboratorio, radiologia, fisioterapia, farmacia, cucina e servizio biancheria. Tra le sue strutture ci sono anche tre sale operatorie, le case per i medici e una scuola di formazione infermieristica che attualmente (a partire dal mese di gennaio 2025) sta formando 50 infermieri e infermiere per inserirli nei reperti dell’ospedale di Wamba e altri centri sanitari dove si richiede questa importante figura professionale.

La riattivazione è pensata come riapertura «modulare», iniziando dai servizi più urgenti di maternità e medicina d’emergenza, per arrivare alla riapertura totale, e si manifesta come un’importante sfida su molteplici fronti:

❤ dare nuova energia: grazie alla costruzione di un impianto fotovoltaico in grado di fornire elettricità all’intera struttura;

❤ dare nuova luce: grazie alla sostituzione delle vecchie lampade obsolete con nuove lampade a led, che permettono di risparmiare;

❤ dare nuovo cibo: grazie all’attivazione di un forno per la panificazione e una panetteria interni, ma che serviranno anche il resto della comunità;

❤ dare nuova speranza: grazie alla formazione e all’addestramento del personale, per un’efficace assistenza sanitaria e creazione di nuove opportunità d’impiego.

Lo scorso mese di gennaio alcuni membri dell’associazione Oscar Romero di Magenta sono stati in visita a Wamba, raccogliendo le necessità e il forte desiderio espresso dalla popolazione locale di avere un centro sanitario quale Wamba Hospital sul loro territorio. Anche la gente del posto si sta muovendo per una raccolta fondi attraverso attività ed eventi. Un’iniziativa che, in modo particolare, sta coinvolgendo tutto il Samburu County è il «Run for Wamba», (vedi foto qui accanto) grazie alla quale la gente, che ha aderito in massa, ha la possibilità di avvicinarsi alla situazione di necessità, donando ciò che può. Tale numerosa partecipazione dimostra la corresponsabilità e comprova l’importanza che la popolazione locale dà alla riapertura dell’ospedale.

In questa situazione di emergenza sanitaria e umana, la riapertura dei reparti diviene un’ impor- tante priorità per la nostra associazione, che assieme ad altri gruppi e associazioni si sta prendendo a cuore questa impellente necessità, contribuendo a dare nuova vita a questo importante centro sanitario.

Il primo passo per la riapertura sarà l’installazione di un impianto fotovoltaico con un sistema di accumulo a batteria per dare energia ai reparti di medicina, maternità e i laboratori per le analisi medico specialistiche. Questo permetterà di avere un notevole abbattimento dei costi dell’energia elettrica, che incide in modo importante sulla gestione dell’ospedale. Le batterie di accumulo garantiranno la continuità energetica per la catena del freddo (ad esempio dei vaccini) e altre necessità. Un secondo passo sarà l’apertura di un forno per la panificazione per uso interno all’ospedale e, a seguire, una rivendita di pane rivolta all’esterno, attraverso un negozio, aperto proprio sulla strada principale della cittadina, e collegato strutturalmente all’ospedale.

L’associazione Oscar Romero di Magenta oltre alla sensibilizzazione verso situazioni di emergenza simili a quella dell’ospedale di Wamba, è impegnata in Italia attraverso eventi pubblici e all’interno delle scuole, nel percorso di educazione civica e dal 2004 organizza viaggi solidali in Kenya. Il viaggio è fatto da piccoli gruppi di 5-6 persone che, ospitate nelle diverse comunità dove i progetti sono attivi o in corso, potranno prendere visione delle diverse problematiche esistenti. Al viaggio non mancherà la visita delle bellezze che il Kenya, con le sue immense distese dei parchi naturali, può offrire attraverso emozionanti safari.

Angelo Riscaldina per associazione Oscar Romero
Magenta, 25/02/2025 – romero.magenta@gmail.com

Pubblichiamo ben volentieri quanto avete scritto su Wamba, un ospedale che conosco bene, dove sono stato curato quando ero nella missione di Maralal: una struttura ricca di vitalità e capace di essere a servizio dei poveri, delle donne, degli orfani, e scuola di eccellenza per tanto personale sanitario. Un centro di cura dove medici come il dottor Silvio Prandoni hanno dato il meglio di sé.

 




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Autonomia e responsabilità

Cari amici,
leggo da quasi 50 anni Missioni Consolata e da tanto tempo cerco di dare una mano a molte vostre iniziative con il «Verbania Center». Quando vedo le foto di tanti amici (molti purtroppo non ci sono più) mi commuovo.

Non entro nel merito della linea editoriale della rivista (che, a volte, non condivido), ma l’apprezzo come fonte documentata e seria.

Mi è spiaciuto leggere che nell’articolo di Francesco Gesualdi sull’«Autonomia dell’egoismo» (MC 11/2024) l’autore non abbia citato un punto essenziale: la responsabilità.

Se è facile scrivere quello che ha scritto, forse dovremmo anche verificare come oggi vengano spesi i soldi in molte regioni soprattutto del Sud che sprecano risorse immani e che – se mai saranno «responsabilizzate» – non miglioreranno mai. È sacrosanta la solidarietà, ma «aiutati che il ciel t’aiuta». Ho fatto il parlamentare per tanti anni e il sindaco della mia città (Verbania) a cui, per abitante, vanno un quarto dei trasferimenti erariali di Catania e un ottavo di quelli di Bolzano.

È giusto continuare così? Un cordiale saluto.

Marco Zacchera
24/12/2024

Non sono in grado di esprimere opinioni circa ciò che dice rispetto alla diversità dei trasferimenti erariali fra Verbania, Catania e Bolzano perché non ho studiato i tre casi. Quanto al richiamo al dovere di responsabilità da parte degli amministratori, sono d’accordo. Va garantita in ogni caso, e il legislatore deve introdurre gli strumenti giuridici affinché chi sbaglia paghi. Ciò che mi premeva mettere a fuoco nell’articolo è il nesso che è stato creato fra autonomia e possibilità, per le regioni ricche, di trattenere il denaro sul loro territorio, a detrimento della solidarietà interregionale e quindi dell’equità. Se qualcuno pensa che ho detto delle falsità rispetto a questo aspetto sono disposto a esaminare le critiche. Altrimenti siamo sul terreno del contenuto sgradito perché non coincidente con le proprie convinzioni politiche e sociali e va annoverato come tale.

Francesco Gesualdi
30/12/2024

Alla risposta di Francesco, mi permetto di aggiungere una notizia apparsa su Avvenire del 28 gennaio, a firma di Cinzia Arena. «L’Italia a due velocità ha redditi e tenori di vita sempre più distanti. A dirlo l’Istat nel suo Report sui conti economici territoriali relativo al 2023. Nelle regioni del Sud il reddito disponibile delle famiglie per abitante è poco più della metà di quello di chi vive nelle regioni più ricche».


Una scelta controcorrente

Spett. Redazione,
colgo l’invito a scrivere alla rubrica «Noi e voi». Da anni apprezzo la rivista MC per la vastità e la profondità dei temi trattati, difficilmente rintracciabili su altri mezzi di informazione. Un aspetto sicuramente unico è la totale assenza della pubblicità e sono convinto che questa scelta stia alla base della libertà di espressione. È una scelta controcorrente. Oggi la quasi totalità delle fonti di informazione (giornali, radio, tv, social, ecc.) afferma che senza i soldi della pubblicità non è possibile sopravvivere. L’argomento è molto più complesso di quanto io possa conoscere, ma sono convinto che dall’abuso della pubblicità ci si debba difendere. È una nostra responsabilità. Gradirei un vostro commento e magari un approfondimento con un servizio dedicato.

Luigi Veronesi
Milano, 27/11/2024

Caro Luigi,
grazie per quanto scrivi, per il tuo apprezzamento e per il tuo incoraggiamento.

Abbiamo fatto la scelta di non avere pubblicità per essere coerenti con il nostro tipo di pubblicazione e per rispetto dei nostri lettori e sostenitori. Questo pur rendendoci conto che la maggior parte delle pubblicazioni possono offrirsi a un prezzo accessibile grazie alle pubblicità che vengono pagate collettivamente dai consumatori dei prodotti pubblicizzati.

La nostra rivista è inviata agli amici e sostenitori delle nostre missioni e dei nostri missionari e si sostiene grazie a voi e alle vostre offerte. Strumento per dire grazie del supporto, vuole anche essere uno spazio per condividere un cammino e un impegno, quello di costruire un mondo secondo le regole dell’amore e non quelle del consumismo, del potere o dello sfruttamento. La nostra rivista non è fine a se stessa, ma esiste per essere voce dei nostri missionari e ancor più di ogni persona con la quale essi vivono. Per esserlo, cerca di informare accuratamente per coinvolgere nella corresponsabilità, aiutando a capire la realtà, a vederla con gli occhi dei poveri, a conoscere la bellezza della vita e della cultura di altri popoli. Lo scopo è quello di partecipare insieme a un mondo interconnesso dove ognuno è soggetto attivo di cambiamento in modo libero e gratuito. Questo rapporto di fiducia, libertà e gratuità è lo stile che caratterizza la nostra rivista fin dalla sua fondazione.

In un mondo dove si va di fretta, dove le notizie si consumano e si svendono ai like o al numero delle visualizzazioni, dove sono spesso talmente mescolate alla pubblicità che fai fatica a distinguere l’una dalle altre, la nostra scelta è quella dell’approfondimento, della documentazione ragionata, della ricerca faticosa delle verità. «Slow pages», pagine lente, ci definiamo, non show pages guarda e fuggi.

Non so quanto ci riusciamo, ma la risposta di voi lettori è sempre di grande incoraggiamento. Grazie.

Non diamo neppure per scontato che le cose saranno sempre così. Ci rendiamo perfettamente conto che le nuove generazioni non sono molto interessate alla carta stampata.

Per noi la solidarietà con i poveri e il sostegno alla missione non sono un’operazione commerciale, ma un gesto bello che nasce da un cuore libero.


Lettere e informazione

Buona giornata a voi.
Mi ricollego alla nota apparsa in queste pagine sul numero di Novembre 2024 inerente alla contrazione significativa di lettere da parte dei lettori di MC per condividervi un pensiero più generale: questa vostra osservazione, a mio modesto avviso, è sintomo di un problema di carattere più ampio, che sintetizzo di seguito.

Da un mondo, di pochi decenni fa, nel quale l’informazione era da scoprire e da ricercare, talvolta anche con fatica, si è passati a uno attuale nel quale l’informazione abbonda, a prescindere dalla affidabilità, qualità e, soprattutto, utilità effettiva della medesima.

Il tempo di ciascuno di noi, da impiegare a discrezione personale e connessa responsabilità, dovrebbe cominciare dalle cose importanti, nell’interesse dell’evoluzione della nostra società, del rispetto della nostra coscienza, dei nostri affetti nonché dei nostri impegni lavorativi o di altre attività socialmente utili: la famiglia, i nostri cari, le necessità primarie nostre e degli altri, nonché tutto ciò che serve per costruire un’attività quotidiana seria, che valorizzi l’umanità.

Dalla concretezza di tali contenuti si passa oggi sovente alla superficialità, in quanto la finezza della tentazione alla comunicazione «spiccia» è sempre più diffusamente legata ai tempi stretti e si manifesta in una pletora di dispositivi e app che l’assecondano: vale a dire che si passa dalla sostanza all’apparenza
(valutata in like e numero di
followers, ndr).

Cosa fare? Ricordare e ricordarci che esiste la sostanza, che passa attraverso il documentarsi, capire a fondo i problemi, sapere e saper fare.

Un contadino dei miei luoghi, comunque a ridosso di una grande città, non molto tempo fa notava in un breve dialogo: «Molti ragazzi (ma anche adulti, dico io) passano oggi il tempo a scriversi cosa fanno e cosa hanno fatto: ma, alla fine, cosa hanno fatto?».

È, dunque, importantissimo il ruolo di MC, giacché scarseggiano anche le guide etiche della società, con l’effimero così saturante la nostra quotidianità, con tanti granelli che lasciano il tempo che trovano: le guide sono le persone devote alla fede – a partire dai religiosi nelle loro varie declinazioni (sacerdoti, frati, diaconi, filosofi etici), ma anche laici – con le loro parole e i loro scritti; ci riportano con i piedi per terra, nei fatti, pur con gli occhi al cielo, negli obiettivi, così da non appiattirci su una moltitudine di messaggi che, come la sabbia, fanno scivolare il nostro tempo tra le dita.

In sintesi: nulla di nuovo sotto il sole se leggiamo i tempi correnti con le virtù cardinali; si tratta semplicemente di usare la prudenza nella tentazione moderna di leggere e trasmettere l’effimero (spesso via chat) e tenere il timone dritto sugli obiettivi importanti della vita, per i quali naturalmente MC fornisce un ottimo viatico.

Complimenti ed auguri.

Bruno Dalla Chiara
15/01/2025

Grazie Bruno per la tua riflessione che offre un contributo davvero interessante.

P.Giovanni Saffirio illustra le figure di alcuni quaderni ad alcuni indios del Catrimani.


Padre Giovanni Saffirio

Quando arrivò, all’inizio del 1968, ricordo che stava facendo il primo tirocinio a Boa Vista nella sede della Prelazia di Roraima, e poiché ero là, lo invitai a venire con me alla fazenda Santa Adelaide, a sud della città, sulla riva del Rio Branco, per svagarsi un po’ dal lavoro che consisteva specialmente nel produrre certificati di battesimo, di matrimonio, e simili. Per questo consultava libroni usati per questo fine, anche quelli compilati dai Benedettini prima dell’arrivo dei Missionari della Consolata nel 1948. Un tirocinio che anch’io avevo fatto.

Quando arrivammo alla fazenda, ci vennero incontro i familiari del vaqueiro, e padre Giovanni si affrettò a presentarsi dicendo: «Sou o Padre mais noivo da Prelazia». Naturalmente vi fu una risata generale. Confondere noivo (fidanzato) con novo era realmente facile.

Non saprei proprio come parlare di padre Saffirio. Potrei dire che aveva un’innata capacità di fare disegni e scritte che aveva maturato anni prima già nel seminario. La mise in pratica anche nella elaborazione di alcune pubblicazioni ciclostilate della Prelazia di quell’epoca.

Quando mi avvisarono che era stato destinato all’attività con gli Yanomami, suggerii che invece di mandarlo per la prima esperienza al Rio Ajarani, una presenza tra gli indios iniziata da padre Bindo Meldolesi, come avevano pensato, lo mandassero a passare un po’ di giorni al Catrimani, con me, perché avrebbe sofferto di meno, dato che lì avevamo almeno una baracca.

E così fu fatto. Si trattava di inserirvi un nuovo missionario, e con una certa urgenza, perché io ero da solo, padre Bindo non se la sentiva più e padre Giovanni Calleri era assente per via della spedizione di soccorso agli indios minacciati dalla strada Perimetrale Nord che era in costruzione.

Al Rio Ajarani ci andai io, e fu l’ultima volta prima che ci arrivasse la Perimetrale Nord. Mentre ero là, e ci rimasi due mesi, seppi dalla Voz da América che padre Calleri e la sua spedizione tra i Waimiri-Atroari era stata massacrata. Era il primo novembre 1968.

Al Catrimani, tra gli Yanomami, padre Giovanni finì per restarci vari anni, anche se quasi mai eravamo insieme. Ci alternavamo. Naturalmente aveva imparato la lingua yanomae. Era una persona generosa, schietta e amante dell’allegria. Dopo vari anni di dedizione, si gettò nello studio dell’antropologia, nella quale forse sperava di trovare nuove idee e lumi che potessero aiutarlo a risolvere i dubbi che si erano accumulati sulle finalità del suo darsi da fare, apparentemente con pochi risultati pratici. Per questo nel 1977 andò negli Stati Uniti per fare un master e un dottorato in antropologia a Pittsburgh con il famoso professor Napoleon Chagnon (1938-2019).

Ritornò a Roraima nel 1985 e vi rimase fino al 1995, alternando la permanenza al Catrimani con responsabilità di superiore e amministratore dei missionari a Boa Vista. Chiamato in Canada nel 1996, rimase in Nord America fino al 2012, quando tornò a São Manoel nello stato di São Paolo in Brasile, dove rimase fino a che ha ricevuto la sua ultima chiamata l’11 ottobre 2024.

 fratel Carlo Zacquini,
Boa Vista, 14/01/2025

Contiamo di tornare presto a raccontarvi di padre Giovanni Saffirio, che ora riposa in pace a São Paolo, in Brasile.

P.Giovanni Saffirio illustra le figure di un quaderno ad un indio del Catrimani .