Noi e Voi, in dialogo

Ricordare suor Leonella

Quadro per la beatificazione di suor Leonella Sgorbati

La beata Leonella Sgorbati, suora missionaria della Consolata, uccisa a Mogadiscio, Somalia, il 17 settembre 2006, in odio alla fede, beatificata nella cattedrale di Piacenza il 26 maggio 2018, a 20 anni dal martirio, sarà ricordata nella deliziosa chiesa di Rezzanello, Gazzola (Pc) nel mese di agosto 2026. La celebrazione eucaristica dovrebbe essere presieduta dal giovane cardinale della Consolata, Giorgio Marengo.

Alla beatificazione di suor Leonella a Piacenza era presente l’allora superiora generale delle missionarie suor Simona Brambilla. Alla sera del 25 maggio 2018, suor Simona partecipò, con altre consorelle e numerosi fedeli, alla processione con le fiaccole dalla casa natale di suor Leonella alla deliziosa chiesa parrocchiale, dove era stata battezzata nel giorno della nascita, il 9 dicembre 1940, dal giovane parroco don Paolo Ghizzoni che sarebbe diventato ausiliare di Piacenza prima e poi vescovo di San Miniato a Pisa, dove sarebbe mancato, in concetto di santità, l’11 giugno 1986 e ora riposa nella splendida cattedrale. Durante la processione, fatta recitando il rosario, suor Simona teneva fra le mani la reliquia della beata suor Leonella, che depose sotto la mensa eucaristica visibile per sempre.

Sabina Pareti
Facebook, 22/04/2026

Sul sondaggio

Cari amici,
ottima idea (quella del sondaggio, ndr). Ci conosciamo molto bene, [per questo] preferisco una risposta più articolata, la merita!

Per la classifica: sono maschietto, età 61/90 (fra non molto 86). Trovo la redazione attuale «straordinaria». In particolare, i dossier, sono un’informazione unica, non si trova altrove e cerca di essere oggettiva. Complimenti.

Peccato alcuni articoli con pennellature di base ideologica e con troppi «luoghi comuni». Ad esempio quello sull’imposta patrimoniale […]. Qualunque imposta è buona o cattiva a seconda dell’uso che lo Stato percettore fa dei soldi e se i contribuenti evadono o meno.

Condivido (su MC 2026/04) l’articolo di Saroldi su «Informazione», non quello su «Scuola, Patria e armi» di Mazzeo. Si riferiva forse al Minculpop di mia infantile memoria?

Non si vede il presente né – purtroppo – il futuro? Noi anziani vediamo tornare un tragico passato da noi vissuto in prima persona. Dobbiamo lasciare la formazione dei giovani ai social media? I problemi da affrontare, troppo trascurati per decenni e decenni, richiedono analisi (e risposte) di lungimirante qualità. Scusate queste opinioni!

Lorenzo Rossi di Montelera
email, 20/04/2026,

Grazie di cuore per questa sincera condivisione. Per il sondaggio, contiamo di darvi i risultati quanto prima. Grazie di cuore a tutti coloro che ci hanno già risposto e che ci risponderanno.

a Fratel Domenico Bugatti, imc

Caro Domenico,
questa mattina potrebbe essere la tua ultima messa con noi prima prima della tua partenza per le vacanze in Italia. «Forse», perché siamo tornati ai tempi degli «aerei forse» (gli air-peut-être dei tempi di Mobutu, ndr); speriamo comunque che questa non sia l’ultima messa in senso assoluto e che tu possa tornare dopo una meritata pausa.

Desidero ringraziarti per tutto ciò che hai fatto nella nostra regione della Repubblica democratica del Congo negli ultimi 40 anni e, in particolare negli ultimi 26 anni a Isiro. Ventisei anni fa, hai preso in mano una nuova opera fondata da padre Ariel Hoyos Zuluaga, il gruppo di «Aiuto per i giovani e i bambini bisognosi», Gajen (Groupe d’appui pour les jeunes et les enfants necessiteux). L’hai coltivata e si è dimostrata davvero degna dei Missionari della Consolata. Gajen è rinomata a Isiro. Quest’opera ha dato un valore missionario significativo alla nostra presenza nella città. La nostra casa procura (la casa centrale di riferimento per tutti i missionari che lavorano nel Nordest della Rd Congo, ndr) offre ospitalità missionaria, ma anche assistenza e aiuto ai più bisognosi, grazie al Gajen.

Grazie al tuo impegno, Gajen è diventato centro nutrizionale, clinica pediatrica, officina di carrozzine per disabili, sala studio per studenti, scuola materna, scuola primaria e secondaria, alloggi per gli studenti delle classi superiori, luogo di visita e assistenza ai bambini ricoverati all’Ospedale generale di Isiro, «ambulanza» per i malati dell’Ospedale di Neisu, sostegno alle mamme, assistenza ai detenuti, trasporto occasionale per i funerali e molto altro ancora.

Tutto questo grazie all’aiuto della tua famiglia, così come di amici e organizzazioni varie.

Voglio anche ringraziarti per tutti i servizi che hai offerto alla nostra comunità locale: aiuto in cucina, servizio come sacrestano, manutenzione della casa, ristrutturazione della «Casa padre Oscar», disponibilità del tuo veicolo e così via. Sicuramente sto dimenticando qualcosa; non conosco tutto.

Ma, se tutte le persone che hai aiutato venissero a ringraziarti, la fila sarebbe lunghissima. Hai fatto tanto bene in silenzio, proprio come voleva il nostro santo fondatore, san Giuseppe Allamano, che aveva una predilezione per i fratelli missionari e credo che tu saresti stato uno dei suoi preferiti.

Alla tua età, 79 anni, a volte ti chiedi se dovresti tornare in Congo. Ti dico, se la tua salute te lo permette, torna! Anche se l’aspetto sanitario di Gajen sarà ora gestito dall’ospedale Notre-Dame de la Consolata di Neisu, ci sarà ancora posto per te. Ci saranno ancora bambini disagiati, giovani che hanno bisogno di aiuto, studenti, persone con disabilità che necessitano di carrozzine, mamme senza mezzi di sostentamento, detenuti, malati e così via.

Domenico, sei prezioso per la nostra comunità: per il tuo servizio, la tua presenza, la tua fedeltà alla preghiera e al rosario quotidiano e, soprattutto, per l’attenzione verso i tuoi fratelli. Anche se sei cieco come una talpa, vedi tutto e nulla ti sfugge. Riposati bene, recupera la salute e torna presto da noi!

padre Richard Larose, imc
Isiro, 18/04/2026

Dalla Bolivia

Ho avuto l’occasione di leggere l’articolo: Bolivia. In marcia contro il presidente sul vostro sito web (MC notizie del 25 maggio 2026) a cura di Simona Carnino.

Nel complesso l’articolo rispecchia abbastanza bene la situazione attuale di Bolivia. Vorrei comunque chiarire alcuni punti, a mio parere poco approfonditi.

1 – El Pueblo boliviano. Si suppone che il popolo boliviano siano tutte le persone nate in Bolivia e che ci vivano. Coloro che protestano, bloccano le strade e chiedono la rinuncia del presidente Paz sono appena un 10% della popolazione. Soprattutto i gruppi rurali, gli agricoltori dell’altipiano e delle vallate di Cochabamba e Sucre, favoriti, nei precedenti governi, con falsi progetti di sviluppo che hanno arricchito soprattutto i dirigenti di questi gruppi (vedi: Fondo indigena campesino). Altro gruppo che chiede la rinuncia del presidente è la Cob (Central obrera boliviana) che al momento rappresenta appena i minatori dipendenti della Comibol (Corporación minera de Bolivia). Questo gruppo è risentito con il presidente Paz perché due mesi fa, con decreto, abolì la sottoscrizione obbligatoria con relativa percentuale monetaria dello stipendio dei dipendenti pubblici. Adesso la sottoscrizione è libera. I dirigenti della Cob sono quasi tutti dipendenti della Comibol, che percepiscono salari altissimi, sia per la loro anzianità e anche per motivi politici. Il capo massimo, di cognome Argollo, è indagato per usufruire di una pensione di invalidità senza essere invalido.

2 – La menzionata riforma agraria fu solamente un tentativo di concedere in proprietà i terreni agricoli statali a famiglie delle zone tropicali basse. Nella zona occidentale, caratterizzata da altipiani e vallate, quasi tutti i terreni agricoli sono di proprietà delle famiglie degli agricoltori. L’idea governativa, avvallata dal Parlamento, era quella di concedere la proprietà in modo che le famiglie degli agricoltori potessero diventare soggetti giuridici, non tassati, ma con possibilità, per esempio, di accedere a prestiti bancari. Comunque, tale legge, la 1.720, è stata abolita il 14 maggio 2026.

3 – Evo Morales: si accenna a lui ma non si scrive che è lui in persona che finanzia i bloqueos e le manifestazioni contro il presidente. Non si accenna al narcotraffico.

Morales è stato presidente della Bolivia per quindici anni. Prima di maniera costituzionale, poi quasi costituzionale, per effetto della nuova Costituzione del 2009, fino al 2019. Dal 1984, ed anche adesso, è presidente delle sei federazioni dei produttori di coca della regione del Chapare. È pur vero che coca non è cocaina; è altrettanto vero che tutta la cocaina si produce con la coca. Soprattutto con la coca prodotta nel Chapare, essendo questa coca non gradita per gli usi medicinali e di masticazione tradizionale.

Morales è indagato per stupro e tratta di persone. Doveva presentarsi ai primi di maggio al tribunale ma è restato a casa, nel Chapare, dove è protetto da un cordone di persone cubane e colombiane armate con mitra e fucili d’assalto, e da un altro cordone esterno di cocaleros (produttori di coca) che si turnano, armati con machetes e pali appuntiti. Morales risulta essere la cerniera tra i produttori di coca e i fabbricanti e trafficanti di cocaina. Per questo riscuote e ha riscosso somme enormi di denaro e favori sia dai primi come dai secondi. Morales vorrebbe tornare ad essere presidente di Bolivia. […] E se non potesse essere presidente, vorrebbe perlomeno che sia presidente un suo delfino: l’attuale governatore di Cochabamba, in modo che si mettessero a tacere i processi a cui deve sottomettersi.

I bloqueos sono finanziati da Morales con i soldi del narcotraffico. Attualmente ogni bloqueador riceve in contanti 200 bolivar (circa 20 euro) al giorno, mentre i dirigenti delle comunità o sindacati ricevono 500 bolivar al giorno (un manovale agricolo riceve circa 10 euro). Questo è anno di poche piogge e per questo con raccolti scarsi; bloccare strade e istituzioni si è trasformato in un’attività alternativa e redditizia.

Inoltre, essendo la vostra rivista dell’area cattolica, mi sarei aspettato di trovare nell’articolo anche un accenno allo sforzo della Chiesa cattolica boliviana per aprire canali di dialogo e avvicinamento tra le parti in conflitto. Domenica scorsa, 24 maggio, un sacerdote responsabile della Caritas della diocesi di El Alto ha rischiato d’essere sequestrato in un tentativo d’avvicinamento con i ponchos rojos, un gruppo particolarmente violento implicato nei bloqueos.

Domenica 31 maggio era previsto un incontro promosso dalla Conferenza episcopale. All’ultimo momento i dirigenti Cob hanno disdetto la loro presenza.

L’attuale presidente Paz non è sicuramente un grande statista; comunque, è stato eletto con maggioranza assoluta e, costituzionalmente, bisogna aspettare due anni e mezzo per indire un eventuale referendum revocatorio del suo mandato. Se lo stesso decidesse di dimettersi, toccherebbe rimpiazzarlo al vicepresidente, ex capitano di polizia, che è uno assolutamente incapace.

La situazione è tremendamente difficile. Preghiamo Dio che illumini le menti e intenerisca i cuori delle persone chiamate a risolvere questa triste situazione. Arrivederci

Valerio Weiss, volontario laico in Bolivia, 02/06/2026

Grazie per la tua testimonianza. Quanto scrivi, in alcuni casi, non sembra del tutto provato. Come di consueto, abbiamo chiesto all’autrice una risposta che pubblicheremo sul prossimo numero.

Torino accoglie

Caro padre Gigi,
sai che faccio turismo a Torino? Non guido più perché ho perso il campo visivo, così uso i mezzi pubblici e questo mi aiuta a conoscere la città e i suoi abitanti. Per fare gli esami medici, il Cup (Centro unico di prenotazione) mi manda in periferia o nei paesi vicini.]…]

Torino è pulita, accogliente e bella, a volte anche in periferia. Montagne e collina aiutano. In centro, su tram e bus, ci sono studenti da tutto il mondo. Mi aiutano, mi lasciano sedere, sono felici di studiare da noi. Dovendo prenotare per fare dei raggi X, vado alle Basse del Lingotto.

Sulla metro chiedo aiuto ai vicini per arrivare a destinazione. Un cinese che studia Giurisprudenza si offre di accompagnarmi alla fermata del 18. Saliamo e conosco una congolese di Brazzaville. Ho tempo di capire che sarebbe bello conoscersi. Il giro è lungo, ci parliamo. Una rumena scende con me mi fa vedere come arrivare al Cup Mirafiori, un centro medico grande, luminoso e semi vuoto. In pochi minuti l’esame è prenotato.
Torino è il posto giusto per me: viaggio in tutto il mondo restando nella bellezza.

Claudia Caramanti,
Torino, 08/05/2026

Il sorriso della missione

Domenica 25 ottobre ricorderemo
padre Adolfo De Col
durante la celebrazione eucaristica delle 10.30
nel santuario San Giuseppe Allamano in corso Ferrucci 18 a Torino.
Seguirà la proiezione del video biografico nella Sala dei Popoli del Cam,
e un pranzo di beneficenza.
È necessario prenotarsi per il pranzo a
info@cam.consolata.eu o 353 479 7232.




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Andate controcorrente

Spettabile redazione,
[vi scrivo a proposito della] rivista di aprile 2026. Cosa vi prende? Perché seguite la corrente del mondo e non andate controcorrente per continuare a «non essere del mondo»?

1. Retrocopertina: il sondaggio dei lettori per migliorare la rivista. Davvero da farsi uscire gli occhi dalle orbite appena si inizia a leggere le domande, perché, nella prima, chiedete di che sesso sia chi risponde. Tutti sappiamo che i sessi sono solo due e che il resto viene dall’inquilino sotto e dalle teorie, fantasie, follie, boiate che diffonde, ergo: cos’è quell’«Altro» dopo «M» ed «F»?

2. Pagina 20: «Scuola, patria e armi». Non si capisce cosa ci sia di sbagliato a conoscere l’esercito del proprio Paese, quello che fa e cosa viene comprato con i soldi dei contribuenti e non solo per la guerra; ascoltare storie vere, aneddoti e fare domande. Io non so niente dell’esercito e, soprattutto della Marina, perché non vivo vicino al mare, ma, se fossero venuti nelle mie scuole, sarebbe stato bello e formativo. Mai vista neanche la polizia o i pompieri a tenere lezioni sulla sicurezza, ecc. Un gran peccato.

Quando, invece, nelle scuole e perfino negli asili vengono fatti entrare uomini canterini vestiti da donna che camminano sculettando, quando all’asilo, si truccano i maschi da femmina o quando le maestre li obbligano a vestirsi da fatina rosa con la parrucca bionda e vengono assunti come professori di matematica uomini che si presentano in classe con la barba, ma con gonna sopra al ginocchio e tacchi, come è successo in Friuli e troppe porcate ancora, che potete trovare tutte documentate in rete, allora la scuola non è diseducativa, lo diventa solo se entrano delle divise.

Non si capisce cosa ci sia di sbagliato nella foto che mostra due bambini che tengono in mano un cartellone per la parata militare del 4 novembre o quella in cui si vede una scolaresca che ascolta un sindaco alpino che suona il Silenzio o altro. Quando, invece, delle scolaresche sono state portate in moschea ed obbligate ad inginocchiarsi senza scarpe, allora va tutto bene: la scuola non perde tempo in inutilità e, soprattutto, non offende i suoi studenti. Se scrivete un articolo denuncia (denuncia di cosa, poi) sull’esercito a scuola, allora dovete farlo anche contro le porcherie di cui sopra e di cui, quasi sempre (ormai si sa) le famiglie non vengono preventivamente informate.

Ricordate sempre quello che dice Gesù: «Voi non siete del mondo». Continuate a non esserlo. Saluti.

Celeste Pedrelli, 05/05/2026

Gentile direttore,
prima di scrivervi ci ho pensato a lungo. Premetto che non sono un militare, ma faccio parte come ex agente di polizia locale di tanti che hanno servito le istituzioni. […] Il professor Mazzeo ha fatto un elenco di nefandezze a tal punto che l’Italia sembra uno stato che inculca un militarismo sfrenato […] e non ricorda che senza mezzi di difesa pur costosi, non potrebbe vivere in questo stato democratico. […] Sono rimasto molto deluso.

Luigi Magrotti, Campospinoso (PV) 15/05/2025

Grazie dei vostri scritti schietti e diretti. Con Celeste condivido il disagio per quel «M, F, Altro», pur messo con buone intenzioni in nome dell’inclusività.
Quanto alla lettera del signor Luigi, chiedo scusa di averla tagliata, ma così ho potuto inserirla anche se arrivata a lavoro già iniziato.

Sulla questione «Scuola, patria e armi», diamo spazio a quanto ci ha scritto il professor Antonio Mazzeo.

Innanzitutto, una precisazione. La questione non è che non si parli a scuola di forze armate, spese militari, missioni internazionali e interessi geostrategici dei gruppi economici, finanziari ed energetici italiani a livello internazionale. Anzi, ci proviamo come insegnanti tutti i giorni e come relatori per le attività e i convegni di formazione dei nostri colleghi. Tuttavia, devono essere gli educatori e l’intero sistema scolastico a proporre ed analizzare questi temi, sviluppandone contraddizioni e complessità con il fine esclusivo dello sviluppo dello spirito critico e dell’autonomia di pensiero di alunni e studenti. Cosa diversa è invece quanto purtroppo accade, e che abbiamo provato a spiegare nella nostra inchiesta (ma si guardi in proposito all’enorme mole di dati raccolta e pubblicata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università). Cioè che la narrazione su militare e militarismo, su industrie belliche e crisi e conflitti internazionali è stata assunta unilateralmente dalle forze armate e dalle industrie belliche, con finalità (legittimazione dello stato di guerra odierna e della militarizzazione di ogni sfera della società, normalizzazione della guerra e della violenza come unico elemento per la risoluzione dei conflitti, ecc.) del tutto antitetiche a quello che invece è il fine educativo del sistema scolastico. Mi permetto di aggiungere che ormai a forze armate e forze dell’ordine è stato delegato l’intervento nelle scuole di ogni ordine e grado per svolgere «lezioni» su quasi tutte le discipline e i temi possibili, esautorando progressivamente insegnanti ed educatori anche dall’approfondimento dei contenuti delle materie di indirizzo. Un «modello» assolutamente inaccettabile e più che mai pericoloso in questa drammatica fase storica segnata dalla Terza guerra mondiale annunciata da papa Francesco.

Medio Oriente

Spettabili redattori,
leggo sempre con grande interesse la vostra newsletter.
Con questa mail non intendo minimamente tediarvi con le mie eventuali opinioni sulle diverse (gravi) problematiche da voi trattate, ma solo sommessamente suggerire una modesta mozione d’ordine. Quale? Presto detto: invece di Medio Oriente, si dovrebbe, perlomeno per i Paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, propriamente parlare di Vicino Oriente. Del resto, i francesi, ovvero i massimi responsabili (insieme agli inglesi naturalmente) dell’attuale stato di cose da quelle parti, parlano correntemente per questi Paesi di Proche Orient.

Di Vicino Oriente altrimenti noi italiani dovremmo parlare solo a proposito della Grecia, il che, pur con tutto il rispetto che si deve a questo splendido Paese, mi sembrerebbe riduttivo.
Con viva cordialità.

Ennio Cocco, 08/05/2026

Purtroppo, qui da noi l’uso dei due termini è ambiguo. Il termine Medio Oriente sta prevalendo nel nostro linguaggio grazie all’influsso dell’inglese. Normalmente, come dice la Treccani, indica l’area geografica comprendente i paesi africani e asiatici che si affacciano o gravitano sul Mediterraneo orientale.

Celebrazione del 70° di messa di padre De Col Adolfo qui con pergamena con benedizione pontificia

Ricordando PADRE ADOLFO

Padre Adolfo De Col è andato alla casa del Padre l’8/05/2026 a 98 anni di età. Padre Giuseppe Inverardi, ex superiore generale, condivide alcuni dei suoi ricordi.

Ho conosciuto padre Adolfo De Col ancor prima di incontrarlo personalmente. In noviziato provenivamo da tre seminari diversi: Montevecchia (Como), Biadene (Treviso), Rosignano Monferrato (Alessandria). Spesso, allora e dopo, ci scambiavamo valutazioni sui formatori che avevamo avuto. Quelli provenienti da Biadene ricordavano con affettuosa ammirazione e riconoscenza il loro trio, e gli altri il loro. Al ricevere la notizia del decesso di padre De Col, un missionario che era stato formato a Biadene, mi ha scritto: «Con i padri Tullio Bosello e Giuseppe Garniga, padre De Col è stato il mio maestro». E dalle conversazioni precedenti so che chi scrive non intende maestro di materie scolastiche, ma della vita, con la sua vita. È quanto affermano altri due missionari commentando la sua morte. «Eri un uomo di grande cuore e un grande esempio per noi missionari giovani. Caro padre De Col, quanto ho imparato da te».

Seguendo questa scia, tra le testimonianze ricevute da amici comuni, ne trascrivo alcune. All’unisono sottolineano caratteristiche della sua personalità e ricchezza umana. «Sempre gentile, sereno, sorridente». «Ancora brioso a 90 anni!». «Anni fa fece il fine settimana di «Incontro matrimoniale», impegnandosi poi come guida. Con garbo e il sorriso entrava nel cuore delle persone e pregava per noi». Facendo memoria dei suoi anni a Bevera un giornale locale della Brianza scrive: «Molti lo ricordano come persona discreta, profondamente legato alla missione e capace di lasciare un segno autentico».

Lo incontrai per la prima volta a Kangeta, in Kenya. Una missione incipiente nata dopo aver consegnato quella di Tuuru ai padri e suore del Cottolengo, perché potessero attendere con professionalità ai bambini poliomielitici dell’opera iniziata da padre Franco Soldati, che, in seguito, diede inizio alla missione di Mutuati. 

Missione incipiente! Tutto era semplicità. Come semplice era padre Adolfo. Per dimora una capanna più che una vera casa. Ma poteva scrivere: «Imparo a fare a meno di tante cose nel modo di vestire e nel cibo. Faccio da cuoco a me stesso, e nonostante il misero cibo, sto ingrassando». Gli dava fastidio il forte vento che sollevava nubi di polvere. Desiderava e attendeva la stagione delle piogge. Del suo apostolato scriveva: «Cerco di dare alla gente l’essenziale per la loro vita cristiana, quello che ha reso stabili e forti i nostri genitori». Concludeva: «Sto benone». Benone! Parola consueta sulle sue labbra. Come pure: «Che bello, quanto è bello!». Sapeva stupirsi e gioire.

A Kangeta rimase 13 anni. Arrivato in Kenya a 54 anni era ovvio che non potesse apprendere bene la lingua, ma con determinazione e impegno la padroneggiava sufficientemente. Tuttavia, è proprio il caso di affermare che predicava, annunziava, ed evangelizzava con cuore, dedizione, zelo e amore per la gente. Ispirandosi, come affermava lui stesso, al metodo dei primi missionari, gli premeva la promozione umana con vari interventi. Una dimensione: coltivare i campi in modo più produttivo. La zona di Kangeta non si prestava all’agricoltura. Il capo villaggio gli aveva donato un vasto appezzamento in pianura a circa 15 km2. Là costruì tre capanne e vi si recava periodicamente, fermandosi anche la notte, con alcuni, desiderosi di apprendere. Era orgoglioso di questo progetto educativo.

Prima di Kangeta, padre Adolfo aveva trascorso tre anni a Tuuru, avendo come mentore il mitico padre Franco Soldati, esperto missionario, scrittore fecondo, perfetto conoscitore della lingua, imbevuto della cultura locale. Campo faticoso da dissodare quello dell’Igembe. Un missionario che vi lavorò alla sua apertura scrisse nel diario: «Sotto ogni foglia degli alberi di Tuuru si annida un diavolo». L’immagine esprime plasticamente la difficoltà di evangelizzare, testimoniata pure dai missionari che vennero in seguito. Sembrava una cultura impenetrabile, restia persino all’ascolto. Una società dominata, fino a intimorire, da associazioni di anziani, rinchiusi nei loro segreti culturali. Ad ammorbidire il terreno provvide l’opera di padre Franco Soldati, coadiuvato da padre De Col, a favore dei bambini poliomielitici. Opera divulgata dal cortometraggio «Il miracolo delle stampelle». Come pure aiutò un altro miracolo: l’acquedotto costruito da fratel Giuseppe Argese, che, inizialmente, con un percorso di 25 km portò acqua dalla foresta dell’Igenbe a Tuuru. In seguito, fu esteso a 250 km portando acqua a circa 250mila abitanti della zona. Che benedizione! Quanta fatica risparmiata alle donne. Salute migliorata. Riconoscenza da parte della popolazione e del Governo. Fratel Argese era conosciuto come «Mukiri», il silenzioso. Silenzioso in parole lo era, ma loquace nelle sue opere create con fine conoscenza tecnologica e gusto artistico. Un trio favoloso mutò la realtà dell’Igembe: padre Soldati, padre De Col e fratel Argese.

Un’altra difficoltà con cui cimentarsi era la coltivazione della miraa. Foglie narcotiche la cui masticazione, nel passato, era privilegio degli anziani, ma poi divenuta di consumo comune e merce di mercato. Se la miraa era una fonte di introito, era pure causa di intorpidimento mentale che impediva lo sviluppo e generava problemi famigliari, sociali, e di salute. Padre De Col più volte esprimeva sofferenza per questa realtà diffusa. Tuttavia, non si arrendeva, avvertiva, richiamava.

Nel 1990 rientrò in Italia: quattro anni a Bevera, trenta in Casa Madre, uno ad Alpignano. Indubbiamente il suo cuore sempre pulsava missione. Della sua presenza in Casa Madre menziono solamente due attività: seguire gli «Amici Missioni Consolata» e altri gruppi, e accompagnarli nelle missioni, specialmente in Kenya, dove conosceva persone e posti. Con il suo consueto brio li educava e animava alla missione. Con questa attività si fece centinaia di amici e conoscenti con i quali teneva cordiali rapporti. Era la sua nuova missione: ascoltare, contattare, essere contattato. Che fosse molto conosciuto e benvoluto lo ha attestato la larga partecipazione alla recita del Rosario, e più ancora all’Eucaristia esequiale il giorno seguente. Questa è stata presieduta da monsignor Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, e concelebrata da 27 missionari. Padre Pietro Demaria ha fatto l’eulogia, e dopo la comunione ci sono state tre testimonianze. Più che vero il versetto cantato: «Quando busserò alla tua porta, avrò amato tanta gente e avrò amici da ritrovare». Tantissimi! Conscio di questo era stato lui stesso ad esprimere il desiderio che il funerale fosse celebrato al santuario di san Giuseppe Allamano di cui era stato rettore per dieci anni.

Alla fine di febbraio del 2025 era caduto: frattura, ospedale, fisioterapia. Non potendo essere propriamente aiutato in Casa Madre, era stato destinato ad Alpignano. Con sofferenza e sacrificio si era arreso alla realtà. Alla sua morte aveva 98 anni e mezzo. A chi gli augurava di arrivare ai 100 diceva di non desiderarlo. Ultimamente per un periodo ebbe un torpore mentale, ma poi si riprese. Chi lo visitò gli ultimi giorni, e persino l’ultimo, lo trovò vispo e colloquiante. Tuttavia, il giorno prima telefonando lui stesso a una conoscente disse: «È giunta l’ora». Mera espressione rituale o sensazione vera?

Fino al 2025 era attivo. A chi gli consigliava di rallentare il passo replicava: «Ma ci sono ancora tanti progetti da portare avanti». Ora e per l’eternità l’unico progetto è lodare il Signore.

Recita Sant’Agostino: «È questa la vita che dobbiamo sospirare.
– E continua: –
Quaggiù si brama, lassù si consegue.
Qui si sospira, là si gode.
Qui si prega, là si cantano lodi.
Qui si geme, là si esulta».

Caro Padre Adolfo sei stato instancabile. Ora riposa, godi, esulta, loda. Noi, tantissimi, ti siamo grati per averci arricchiti con la tua umanità, esempio, e vita.

padre Giuseppe Inverardi, Torino, 12/05/2026

Padre De Col all’Equatore nel 2012 con amici



Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Persecuzione

Carissimo padre Gigi,
sono Fausto Prandini, direttore del Servizio interdiocesano (Modena e Carpi) migrantes, ecumenismo e dialogo interreligioso. Sono un vecchio amico della Consolata a partire dagli anni 90, quando ho dedicato tre anni di volontariato in Kenya nella regione del Meru. Apprezzo molto i tuoi editoriali che ci danno sempre uno spunto di riflessione. Vorrei sottolineare, in riferimento all’editoriale del mese di marzo 2026, che sarebbe utile per i lettori citare tutti coloro che sono perseguitati a motivo della loro fede, quindi, oltre ai Cristiani, anche i Mussulmani, i Buddhisti, i Sikh, ecc.

La libertà religiosa è alla base dei diritti fondamentali dell’uomo e va sempre promossa e difesa.

Come citava l’imperatore Ashoka nel III secolo a.C.: «Chi onora la religione degli altri onora la propria religione». Auguri di ogni bene a tutta la comunità della Consolata.

Fausto Prandini, Modena, 21/03/2026

L’editoriale deve essere sempre breve ed essenziale, correndo però il rischio di dare per scontate alcune cose.

Accogliendo il tuo suggerimento, sono andato a leggere «Libertà religiosa nel mondo. Rapporto 2025», pubblicato da Aiuto alla chiesa che soffre.

A pagina 16 della sintesi si legge: «In totale, 62 Paesi risultano soggetti a persecuzione o discriminazione religiosa. Tali nazioni ospitano complessivamente circa 5,4 miliardi di persone, pari al 64,7 percento della popolazione mondiale. Il che significa che quasi due persone su tre vivono in contesti in cui la libertà religiosa è seriamente compromessa».

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli. Cito solo un altro passaggio: «Secondo il Rapporto, 24 Paesi sono classificati come soggetti a persecuzione religiosa. Tra questi figurano nazioni densamente popolate come India e Cina, nonché Stati segnati da conflitti o da regimi autoritari quali Afghanistan, Nigeria, Corea del Nord ed Eritrea. Complessivamente, essi contano circa 4,1 miliardi di abitanti, ovvero più della metà della popolazione globale, costretta a vivere in contesti caratterizzati da gravi violazioni della libertà religiosa». A questi vanno aggiunti i Paesi, 38, in cui c’è discriminazione, e altri 24 che sono «sotto osservazione per segnali preoccupanti di minacce emergenti».

All’uscita del prossimo rapporto 2026 faremo del nostro meglio per farlo conoscere anche in queste pagine.

Ora ringrazio il Signore che la nostra Chiesa cattolica ha superato da tanto tempo l’atteggiamento di intolleranza verso le altre religioni con una presa di posizione chiara nella dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II proprio a difesa dell libertà religiosa di ogni persona e di ogni popolo. Al n. 2 della dichiarazione è scritto: «Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa». Ogni persona, non solo i cristiani.

«Chiudete quel conto»

Buongiorno, ricevo sempre con piacere la vostra rivista che apprezzo tantissimo.

Un solo rimprovero: non dovreste chiudere il conto corrente con Intesa San Paolo, essendo implicata in commercio di armi, come spesso trovo pubblicato sulla vostra rivista?

Confido in una risposta. Saluti.

Denise Albani,  Dalmine (Bg), 07/04/2026

Gentile Denise, grazie del suo rimprovero. «La storia della Banca Sanpaolo di Torino affonda le radici nel 1563 – leggo su wikipedia -, nata come istituzione assistenziale (Compagnia di San Paolo) a Torino per combattere l’usura e aiutare i bisognosi». Diventata banca vera e propria nell’Ottocento, è stata fino dall’inizio dell’Istituto Missioni Consolata un riferimento pratico per tutti i servizi bancari nazionali e internazionali.

Poi, nel 2007 si è fusa con Intesa offrendo anche trading speculativi e investimenti in settori non etici come gli armamenti.

Per questo motivo abbiamo aderito fin da subito al progetto della Banca Etica, proprio per allentare i nostri legami con Intesa Sanpaolo. Ma non è stato per niente facile tagliare tutti i legami, anche perché Banca Etica non è ancora in grado di offrire una rete capillare che copra tutto il territorio nazionale e non ha quei servizi internazionali che Intesa Sanpaolo offre grazie a una rete di banche corrispondenti e filiali estere molto estesa.

Cerchiamo però di alleggerire la nostra dipendenza da realtà come questa che si arricchiscono sulla guerra. Manteniamo il nostro atteggiamento vigile e di denuncia, ben coscienti che il mondo in cui viviamo è davvero intricato, interconnesso e, spesso, appositamente confuso. Oggi, però, è difficile fare delle scelte chiare e senza compromessi, perché l’interdipendenza dei movimenti di denaro e degli investimenti bancari è enorme, molto fumosa e anche invadente.

Ne sono ben coscienti anche coloro che gestiscono Banca Etica, per la quale desideriamo una crescita vigorosa. Allo stesso tempo Intesa Sanpaolo, con la sua Fondazione San Paolo, non ha totalmente rinunciato all sua missio originaria di impegno sociale e ambientale e di cooperazione con il non profit.

Lo stesso problema si presenta oggi con tanti settori della vita. Un’esempio è Paypal, che ti offre facilitazioni uniche per i pagamenti e poi scopri che il suo fondatore usa le sue ricchezze e il suo potere per attaccare il Papa e il cattolicesimo. Vai poi a Google con il suo motore di ricerca e la sua email, o Meta con Facebook e Whatsapp, e relativi servizi di Ai. Difficile farne a meno, pur sapendo bene che sono due grandi realtà che mettono il profitto al centro di tutto anche sulla pelle e la dignità delle persone. E non entro nel mondo di Amazon o di altre realtà di consegna a domicilio, con i loro algoritmi che sfruttano i lavoratori. E neppure in quello del mondo miliardario dell’Ai che oggi è più che mai interconnesso con la gestione delle guerre. L’unica cosa che possiamo fare è rimanere vigili senza accettare passivamente tutto questo e usando, quando è possibile, vie alternative.

Profonda speranza

Gentile padre Gigi,
a distanza di un anno, rimane vivo e forte in me il nostro incontro nella sede torinese della Consolata. Quel giorno mi ha progressivamente aperto il tesoro di un agire per l’uomo, e quella determinazione, quella gioia misteriosa che ribadisce nell’editoriale della rivista di marzo. La rivista continua ad arrivare e continua ad essere letta (e lo si vorrebbe fare con maggiore disposizione) con il suo filo di profonda speranza, nonostante tutto. Niente, non ho nulla di specialissimo da comunicare, solo che è da un po’ che desideravo inviarle un saluto grato ed era troppo che dilazionavo. Grazie per quella realtà che ancora rappresentate, che ancora sapete vedere, anche e tanto più di questi tempi.
Un caro saluto.

Grazie anche da parte nostra per l’apprezzamento e l’incoraggiamento. A te e a tutti i lettori: non abbiate paura a scriverci, a stimolarci, ad avere un atteggiamento critico. Questo ci aiuta a essere sempre fedeli alla nostra identità missionaria a servizio della verità, della fraternità e della pace.

Marco Bertorelle, Bolzano, 20/03/2026

Serafino Piras è insignito della Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice dal Nunzio Apostolico in Mozambico, Mons. Luís Miguel Munõz Càrdaba, alla presenza di mons Diamantino Antunes vecovo di Tere

Riconoscimento a MISSIONARIO LAICO

Lo scorso 31 marzo, il missionario laico italiano Serafino Piras è stato insignito della medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, una delle più alte onorificenze concesse dal Papa ai laici che prestano servizi rilevanti a favore della Chiesa cattolica.

La cerimonia si è svolta al termine della messa crismale del Giovedì Santo, alla presenza di tutti i sacerdoti della diocesi di Tete, in Mozambico, e di una numerosa assemblea di fedeli che ha riempito la cattedrale. La messa è stata presieduta dal nunzio apostolico in Mozambico, monsignor Luís Miguel Munõz Càrdaba, che ha consegnato, a nome di papa Leone XIV, la medaglia pontificia.

Il momento della consegna è stato profondamente emozionante e festoso. Serafino aveva al suo fianco il figlio Leonardo, giunto appositamente dall’Italia, delegato dalla sua famiglia per assistere a tale onorificenza.
Serafino Piras ha ricevuto questo riconoscimento con umiltà e gioia, riconoscendo che è anche uno stimolo a continuare a contribuire alla crescita e al consolidamento della Chiesa cattolica nella diocesi di Tete.

Nato a Villa Nova di Monteleone (Sassari), il 20 settembre 1946, dopo aver frequentato le scuole medie nel seminario dei Missionari saveriani, ancora giovane si trasferì a Milano per motivi di lavoro. Dopo alcuni anni, creò la sua propria azienda, Iter, nel settore del riscaldamento. Nel 1967 sposò Angela Piras, dal matrimonio ebbe tre figli. Molto attivo nella pastorale giovanile e nella promozione dello sport nella sua parrocchia di Santo Ambrosio di Rozzano, arcidiocesi di Milano, con la morte della moglie, nel 2004, maturò l’idea di consacrarsi a Dio e al servizio della chiesa missionaria. Frequentò il corso di teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

In seguito, decise di lasciare la sua azienda, ben avviata, ai figli per dedicarsi alle missioni per tutta la vita. Partì nel 2009 per la Diocesi di Tete, in Mozambico, per lavorare presso la missione di Nossa Senhora do Carmo, a Inhangoma, un luogo isolato dove mancava quasi tutto.
Serafino ha dato tutto quello che sapeva e aveva per la sua ricostruzione dopo anni di abbandono a causa della guerra civile. Lavorò alla formazione dei catechisti e allo sviluppo dell’agricoltura, creando a questo scopo la cooperativa agricola Nossa Senhora do Carmo. Con i cristiani dei villaggi ha costruito decine di cappelle e innumerevoli aule per le scuole.

Nel 2016, su richiesta del vescovo di Tete, si trasferì a Zobuè, località priva missionari da molti anni, dove iniziò i lavori di ristrutturazione della missione e le visite alle comunità cristiane per la celebrazione della Parola domenicale, portando l’eucarestia, di cui era ministro straordinario.

Serafino Piras è insignito della Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice dal Nunzio Apostolico in Mozambico, Mons. Luís Miguel Munõz Càrdaba, alla presenza di mons Diamantino Antunes vecovo di Tere

Oltre alla riabilitazione della canonica, della chiesa e del salone parrocchiale, Serafino continuò l’opera di costruzione di cappelle e scuole per la popolazione, nelle zone più periferiche e abbandonate della stessa missione di Zobuè.

Nel 2018 venne nella sede della diocesi, iniziando a vivere nella casa episcopale, essendogli stato affidato il lavoro di monitoraggio delle opere della diocesi e l’accoglienza degli ospiti.

In questo periodo realizzò numerosi lavori di ricostruzione e riabilitazione, in particolare del seminario a Zobuè e delle missioni storiche di Boroma, Miruro e Chiritse, tra le molte danneggiate dalla guerra di indipendenza e poi quella civile.

In questi 17 anni di vita missionaria, Serafino ha contribuito a costruire, con le proprie risorse e l’aiuto di amici, 90 cappelle e 77 aule in diversi villaggi della diocesi di Tete.

Laico missionario fidei donum, Serafino esprime, con la sua presenza di comune battezzato, un senso di sincera fraternità ispirato dal Vangelo, che non ha confini geografici, e di solidarietà nei confronti dei più poveri ai quali presta il suo servizio sia di evangelizzazione che di promozione umana. La sua vita di lavoro e di preghiera, il suo impegno, la sua totale dedizione alla vita missionaria sono esemplari per tutti e sono riconosciuti dai cristiani e dai sacerdoti della diocesi.

Senza altri interessi o pensieri, spiritualmente solido e professionalmente preparato, è un uomo molto sociale, un amico, disponibile e propositivo nel trovare soluzioni per chiunque si rivolga a lui per un aiuto. Fedele alla sua missione, ha davvero un cuore buono. Con la parola e ancor più con la vita, porta il Vangelo nelle pieghe della società mozambicana.

La medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, istituita da papa Leone XIII nel 1888, è un riconoscimento riservato a laici e religiosi che dedicano la propria vita al servizio della Chiesa, promuovendone la missione e i valori.

L’assegnazione della medaglia è avvenuta su mia richiesta speciale al Santo Padre perché mi è parsa la maniera migliore per esprimergli la gratitudine di tutta la popolazione cattolica di Tete.

Diamantino Antunes, vescovo di Tete, 05/04/2026




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

LA MEMORIA È RESPONSABILITÀ

Una ragazza di un liceo ha vissuto l’esperienza del «Treno della memoria», e ha visitato i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Ha scritto così le sue impressioni.

Quando sono arrivata là, pensavo di essere pronta ad affrontare tutto ciò che avrei visto. Mi dicevo: «È solo un viaggio, una visita, un ripasso della storia». Però, quando ho davvero messo piede su quella terra, quando mi sono trovata dentro il campo di concentramento di Auschwitz e Birkenau, ho capito che ci sono cose che non si possono «elaborare» con una semplice preparazione mentale.

Da allora, il mio cuore è rimasto pieno di emozioni contrastanti. All’inizio ho perfino avuto la sensazione di «non provare nulla». Io, pur essendo una persona molto sensibile e fragile, non ho pianto, non ho sentito né uno shock, né quel dolore lacerante che immaginavo. Ho iniziato a dubitare di me stessa: possibile che queste storie non mi abbiano toccata? Possibile che io sia una persona fredda? Mi sono confrontata con alcuni compagni e poi mi sono sentita ancora più in colpa, continuando a chiedermi: come posso essere così indifferente? Solo dopo ho capito che non era assenza di emozione, ma intorpidimento.

Quando le tragedie dei libri di storia si ripresentano ancora e ancora, sotto forme diverse, nel presente, quando le guerre, odio e discriminazione continuano a esistere in qualche angolo del mondo, la nostra percezione della sofferenza sembra diventare più opaca. E si prova un senso di impotenza, perché l’unica cosa che «io» posso fare sembra essere guardare il mondo andare verso la distruzione. Non perché non mi importi, ma perché ci siamo abituati a vedere «la prossima tragedia» raccontata nei notiziari. Soprattutto sapendo che, in questo stesso momento, più di cinquanta Paesi nel mondo sono coinvolti in guerre. L’unica espressione che mi viene in mente per descrivere tutto questo è: «Un massacro vicendevole».

Ma quando mi sono trovata davvero in quel luogo, ascoltando quelle storie e osservando le tracce reali rimaste, ho capito che non si trattava di una storia astratta, ma di vite concrete. Sono rimasta impressionata dalla stanza dei nomi. Dietro ogni nome c’era una famiglia, dietro ogni esperienza, una paura e disperazioni reali. In quel momento ho iniziato a chiedermi: qual è il senso di questo viaggio? Cosa posso fare io? Se fossi stata al loro posto, avrei avuto il coraggio di farmi avanti? E come posso contribuire a impedire la prossima tragedia?

All’improvviso mi è tornata in mente una frase di Van Gogh: «Attraverso piccole cose si formano le montagne». In realtà, la frase originale è: «Le grandi cose sono fatte dalla somma di molte piccole cose».

Pensavo di essere pronta, ma non lo ero affatto. Il primo giorno non avevo idea di ciò che avrei affrontato. Tutte le mie «preparazioni psicologiche» sono apparse così fragili davanti alla realtà della storia. Solo camminando davvero lungo quel percorso ho capito che questo viaggio non era fatto per scioccare, ma per ricordare. Ricordarci che il passato non può essere cambiato, ma che il futuro richiede la nostra partecipazione. Non possiamo fermare le tragedie già accadute, ma possiamo scegliere di non restare in silenzio. Possiamo alzare la voce di fronte all’ingiustizia, rifiutare la discriminazione, mantenere lucidità di fronte all’odio.

La storia è spaventosa non solo perché è già accaduta, ma perché può ripetersi. Questo viaggio mi ha fatto capire che la memoria è, di per sé, una responsabilità. Una volta tornata a casa, spero di poter raccontare ciò che è successo in quei luoghi a più persone possibile. Non per appesantire, ma per far ricordare. Perché l’oblio è spesso l’inizio del ritorno della tragedia.

Infine, voglio dire: non permettiamo alla storia di ripetersi. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo decidere la direzione del futuro. E forse, questo è il vero significato di questo viaggio.

Ye Wen Jing
 febbraio 2026, Torino

E LA CHIAMANO ECONOMIA

Buongiorno, ho appena finito di leggere l’articolo di Francesco Gesualdi «Mai dire patrimoniale».
Molto interessante, volevo ringraziarlo per questa rubrica, che leggo sempre con attenzione.
Mi auguro che i nostri politici possano capire questo argomento e legiferare per l’interesse di tutta la popolazione e ricordare che viviamo tutti su un’unica barca, che se fa acqua potremmo annegare tutti.
Saluti

Pasquale Capriotti
12/03/2026

CINA E XINJIANG

Grazie per la precisione e la schiettezza (nell’articolo di Paolo Moiola di gennaio sul Xinjiang, ndr) che arriva sempre ai nodi cruciali culturali con passo delicato e deciso. Senza dimenticare la storia.

Ultimamente mi sono imbattuta in una ricerca su bambini e adolescenti scomparsi dal 2020 in Cina. Moltissime le minoranze che restano disconosciute, fra cui quella degli Uiguri, (oppure sono) colpite dal traffico internazionale (dei minori). La Cina, purtroppo, ha rifiutato di sottoscrivere la Convenzione dell’Aja del 25/10/1980 per contrastare la sottrazione internazionale di minori ed è solo soggetto firmatario formale della Convenzione dell’Aja del 1993 sulle adozioni internazionali. Di fatto tutte le procedure civili e penali in tema di adozione internazionale dipendono dal ministero della Sicurezza che si può chiamare della sorveglianza; il ministero della Giustizia ha pochissimo margine di azione anche solo nelle procedure civili.

Ci sono ragioni storiche profondissime che l’articolo esplora molto bene.
Grazie a MC, come sempre.

Vittoria Pollini
12/02/2026

IRAQ E PAPA FRANCESCO

Cari Missionari,
ripensando alla visita di papa Francesco in Iraq, di cui quest’anno cade il quinto anniversario (5-8 marzo 2021), voglio ricordare e vorrei che tanti ricordassero quelle giornate meravigliose.

Voglio ricordare la solenne celebrazione nella splendida cattedrale di Qaraqosh ricostruita grazie alla collaborazione di cristiani e musulmani. Voglio pregare Nostra Signora di Qaraqosh (foto a sinistra, oggi, molto danneggiata, a destra l’originale), Regina della Mesopotamia, Regina della Terra di Abramo, perché protegga Erbil Mosul e il lago di Mosul, Tikrit, Samarra e Kirkur, Bassora e Baghdad e Nassyriah.

Voglio pregarla perché purifichi il Tigri e l’Eufrate e per il ripristino di condizioni accettabili anche dal punto di vista ecologico: i Paesi più trascurati dall’industria del turismo non possono e non devono rassegnarsi al ruolo di discariche planetarie. Sarebbe ora di fare un po’ di giustizia anche sotto il profilo naturalistico riconoscendo la potenzialità di certe aree e habitat.

Non possiamo pensare solo all’Iraq del passato e concentrare tutte le risorse, tutto l’impegno di cooperazione, tutta l’energia intellettuale sugli scavi archeologici e sulla custodia di ciò che resta della civiltà assiro-babilonese.

Anche ciò che resta (non molto purtroppo, ma potremmo anche sbagliarci…) dell’Iraq naturale, dell’Iraq selvaggio, merita considerazione e rispetto.

Oltre all’Iraq delle antiche Babilonia e Ninive, c’è l’Iraq di una fauna da rigenerare e di una flora da restaurare. Oltre all’Iraq dei musei e delle lingue morte c’è l’Iraq delle persone. Oltre all’Iraq dei Caldei vissuti 3.000 anni fa c’è l’Iraq degli odierni Caldei, quelli del patriarcato di Baghdad guidati (fino al 10 marzo 2026, ndr) dal Cardinal Raphael Sako.

Sia riconosciuto il pregio architettonico e artistico delle case, delle chiese, dei monasteri, dei minareti, delle moschee, siano istituite dalle aree protette.

Se vogliamo proseguire col nostro cammino di fede sul sentiero tracciato da papa Francesco, dalla sua Laudato si’, dal suo zelo missionario, dalla sua attenzione verso le periferie del mondo, non possiamo restare indifferenti e inattivi di fronte a situazioni come quelle che angustiano l’Iraq.

Francesco Rondina
02/03/2026, Fano

PAPA IN SIRIA?

Cara redazione,
cinque anni fa papa Bergoglio
sbarcava in Iraq sognando una svolta nella storia della Chiesa e delle sue relazioni con il mondo islamico.

Spero che il suo successore faccia la stessa cosa con la Siria, ovvero un Paese costretto, non meno dell’Iraq, a fare i conti con la tremenda eredità della guerra e con un vero spaventoso degrado ambientale.

Sarebbe davvero fantastico se dopo la visita del papa figlio di sant’Ignazio di Loyola nella terra di Abramo, il papa figlio di sant’Agostino abbracciasse i figli di un altro sant’Ignazio e baciasse la terra di un altro grande patriarca, Ignazio di Antiochia.

Spero che la Siria torni a essere un Paese più simile a quello del passato remoto che del suo passato recente. Spero che l’Oronte, al pari dei suoi gemelli, il Tigri e l’Eufrate, torni a essere un fiume bello e che le sue acque tornino a essere acque bevibili per tutti, uomini e pesci, uccelli e grandi erbivori (non dimentichiamo che ancora nel V secolo la Siria ospitava elefanti selvatici).

Vorrei altresì che, accanto alla biodiversità vegetale e animale, trovasse posto nell’agenda anche la biodiversità liturgica, perché quella che c’è in Siria è inferiore a quella che c’è in Terra Santa. I riti e i calendari e i libri liturgici, come anche le chiese e i monasteri (penso a quello stupendo di Beir Mar Musa, nato a nuova vita grazie alla passione, allo zelo, all’amore dell’indimenticabile padre gesuita Paolo Dall’Oglio) non possono uscire dalla storia.

Luciano Montenigri
02/03/2026, Fano

PACE DISARMATA

Cari missionari,
l’impegno in favore della pace disarmata e disarmante invocata da papa Leone XIV non può prescindere da una presa di distanza netta dal modello capitalista degradato e degradante, non può rinunciare alla critica dell’imperialismo finanziario disumano e disumanizzante, non può accondiscendere a un approccio militarista depravato e depravante.

Non possiamo esimerci dal ricordare ai nostri carissimi, martoriatissimi fratelli greco cattolici ucraini, che la resistenza non armata e non violenta è doverosa e necessaria.

Il porgere l’altra guancia non è filosofia, progetto, suggerimento di tal teologo, vescovo, o papa, ma Vangelo, Vangelo di Gesù Cristo Dio. Il deporre le armi, anche se non porta alla pace giusta, è condizione indispensabile per la sua affermazione effettiva nel tempo.

Non possiamo far finta di ignorare che uno stato in più in Medio Oriente, Africa, Europa o altrove significa inevitabilmente un esercito in più, un ministro della difesa in più, un arsenale in più, una opportunità in più per chi produce mine, bombe a grappolo, granate, droni, missili, ordigni termobarici, una vittoria in più per satana e per il regno del male.

Domenico Rondina
02/03/2026, Fano

CUORI INVINCIBILI

Cari missionari,
le letture che suggerite, i consigli che date sui libri da consultare, da conservare, da amare, da mettere in pratica, sono davvero stimolanti.

Mi permetto anche io di sottoporne uno alla vostra attenzione. Si intitola «I nostri cuori invincibili». È nato dall’idea di un giornalista di stabilire un contatto, un ponte, un canale comunicativo tra una ragazza palestinese, Tela, e una israeliana, Michelle.

Ebbene una delle particolarità di questo libro, una delle perle che lo rendono davvero prezioso è la posizione di Tela e Michelle sulla questione «due popoli due Stati»; entrambe preferiscono di gran lunga la soluzione dello Stato unico, di una federazione basata su eguaglianza e pari dignità.

E io per quanta stima, considerazione, devozione, amicizia e amore posso avere per chi (penso a papa Francesco, al suo successore papa Leone, al cardinale Pierbattista Pizzaballa) ha raccomandato e continua a raccomandare la soluzione di due Stati, la penso come Tela e Michelle.

Quante volte i Pontefici hanno invitato a costruire ponti non muri.

I due Stati fanno il gioco di chi preferisce la divisione (non dimentichiamo che, etimologicamente, diavolo = colui che divide), lo stato federale (foedus = patto, alleanza, unione) va nella direzione opposta.

Mario Baldassarretti
02/03/2026, Fano

METAMORFOSI

Cara redazione, mandiamo in pensione i nomi propri Israele e Palestina.

«Metamorfosiamo» il linguaggio e cominciamo a parlare di Federazione israelo-palestinese con un’unica bandiera.

Disarmando il linguaggio, trasformando i sostantivi in aggettivi, è più probabile che si mettano da parte anche le armi, convertendo la terminologia, è più probabile che si riconverta anche l’industria bellica.

Donatello Di Roberto
02/03/2026, Fano

Non capita spesso di ricevere lettere manoscritte. Stavolta ne sono arrivate ben cinque tutte insieme, da un gruppo di amici di Fano. Le condividiamo volentieri con tutti voi.



Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Ricordando Padre Angelo Riboli

Riportiamo qui due testimonianze a caldo su padre Angelo Riboli, nato a Crema il 12/05/1951 e diventato sacerdote missionario della Consolata il 23/09/1979. Partito per il Kenya nel 1981, è rientrato in Italia nel 2022 per gravi problemi di salute. Un infarto improvviso gli ha aperto le porte del cielo il 28/01/2026.

Riboli p Angelo

Mi risulta difficile una vera testimonianza su padre Angelo perché le nostre vite non si sono intrecciate molto. Ma desidero ugualmente esternare i ricordi che nutro di lui, quanto so, e ciò che sono venuto a conoscere, perché mi è significativo.

Il primo incontro avvenne in Kenya nel 1980. Io ero in casa regionale a Nairobi e lui alla vicina parrocchia del Consolata Shrine. Quasi quotidianamente ci veniva a visitare. Occhi scintillanti, sereno, gentile, comunicativo, sorridente. Questa relazione durò pochi mesi perché io lasciai il Kenya in marzo del 1981, quando poi diventai superiore generale. Tuttavia, sapevo dal suo parroco quanto lo apprezzava ed era apprezzato dai fedeli. L’amabilità che esprimeva era attraente. Un cuore intensamente pastorale, dimostrato poi anche nella sua attività missionaria a Wamba e Maralal. Per la sua conoscenza, esperienza, empatia e giovialità, godeva la stima dei confratelli, che per tre volte lo elessero consigliere regionale.

Fu anche amministratore regionale per sei anni. Compito non facile in una regione estesa ed esigente come quella del Kenya con molte missioni e molteplici istituzioni e attività. Veniva lodata la sua capacità, efficienza, e premura nei confronti di tutti. Indubbiamente pure onerosi i dieci anni di servizio come amministratore della diocesi di Maralal.

Sapeva tessere amicizie cordiali e durature. Più che amicizia, lui esprimeva affetto.

A causa della precaria situazione di salute fece rientro in Italia nel 2022. Seppi poi che il suo cuore funzionava solo al 40%. Io lo rividi in Casa Madre a marzo del 2025. Non lo riconobbi, tanto la malattia e le medicine l’avevano trasformato. Fu lui a venirmi vicino e dire: «Sono padre Riboli. Sei tu che mi hai accolto in Kenya». Stupito mi si aprirono gli occhi.

Vicini di camera ci vedevamo spesse volte. La comunicazione era difficile ma non la comunione. Eloquenti erano il sorriso, un cenno del capo, un’alzata di mano. Poiché i camici della messa non scendevano bene, quasi ogni mattina ci aiutavamo a vestirci. Sempre vicini in presbiterio durante le celebrazioni ci scambiavamo la pace. Fino all’ultimo giorno. Non più. Angelo, ora per te la pace eterna, dono del Signore e suo premio.

Nel camminare trascinava un po’ i piedi. Il sorriso però non lo abbandonò mai, vivendo le sue condizioni precarie con ammirevole sopportazione e pazienza.

Quanto pregare. Il mattino per lodi ed eucaristia, per l’ora sesta, e per il rosario e vespri la sera, in raccolto silenzio di molto anticipava tutti, servendo come fedele direttore della preghiera comune. Malattia, sofferenza e preghiera sono le due dimensioni emergenti nell’ultimo scorcio della sua vita. Un aspetto ludico: amava con visibile coinvolgimento guardare le partite di calcio.

Che agghiacciante sorpresa nel primo pomeriggio del 28 gennaio. Fui io a trovarlo supino a terra colpito da un infarto fulmineo. Nessuna recente avvisaglia, nessuno presente, non una parola di commiato. Ora solo preghiera, ricordi, gratitudine, e ammirazione per il molto bene compiuto con intelligenza vivace, dedizione totale, fraternità affabile.

Angelo, per molti sei stato un angelo premuroso: accompagnando, custodendo, servendo, amando.

Angelo, mi piace rendere omaggio a tua sorella Tiziana e a tuo cognato Pierangelo. Ti hanno prodigato innumerevoli attenzioni e ammirevole amore. Ti visitavano frequentemente qui a Torino e ti donavano giorni di gioia famigliare a casa.
Arrivederci presto.

padre Giuseppe Inverardi
Torino, 30/01/2026

30 gennaio 2026 funerale p Riboli Angelo presieduto da Gigi p Anataloni

Provo a scrivere pochi ricordi di Angelo, dando corpo a quanto ho cercato di dire durante l’omelia al suo funerale. Conosciuto in Italia quando era studente, l’ho ritrovato in Kenya dal 1989 al 2009. Prima, durante i miei tre anni a Maralal, dove sono stato dal 1989 al 1992, poi a Nairobi, nella casa regionale a Westlands, dove abbiamo convissuto dal 1993 al 2000. Un tempo, quello di Nairobi, di stretto contatto tra noi: lui amministratore regionale e io direttore del The Seed.

Padre Angelo era una persona con cui si stava volentieri. Ha testimoniato con i fatti il suo amore per la missione.

Quando ero a Maralal ci siamo incontrati diverse volte sia per gli avvenimenti riguardanti il nostro istituto che per la vita della diocesi di Marsabit (quella di Maralal è nata solo nel 2001). È da lui che ho preso l’ispirazione per iniziare nel 1990 l’avventura della Consolata Cup, il torneo di calcio, pallavolo e pallacanestro che dura ancora oggi. Un torneo a cui partecipavano tutti, a centinaia, ragazzi e ragazze: da quelli di strada agli studenti delle varie scuole superiori, seminaristi compresi. Nel torneo, mentre i seminaristi sfoggiavano le belle magliette da calcio e le scarpe che proprio padre Angelo aveva loro procurato, i rasta boys (i ragazzi di strada) giocavano quasi a piedi nudi, felicissimi di poter partecipare alla pari con gli altri giovani.

Angelo amava lo sport e credeva che potesse davvero aiutare i ragazzi. Forse neanche lui ha mai saputo quante maglie e scarpe da calcio ha fatto arrivare dall’Italia per la felicità di tanti. Sono convinto che se la Consolata Cup è andata avanti a Maralal dopo la mia partenza per Nairobi a fine giugno 1992, è proprio perché lui, nel frattempo, era diventato responsabile dell’ufficio pastorale diocesano e aveva sostenuto l’iniziativa.

Wamba 23 dicembre 2005

Angelo sapeva mettere passione e impegno in quel che faceva, con il sorriso sulle labbra e grande attenzione alle persone attorno a lui, senza andare nel panico di fronte ai pericoli e alle difficoltà. Fraterno e allegro, metteva tutti a proprio agio.

Quando, verso la fine del 1994, la Regione del Kenya ha deciso di investire il piccolo surplus economico che aveva, è stato proprio grazie a padre Angelo, allora amministratore regionale, che è iniziata l’avventura del centro per i ragazzi di strada chiamato Familia ya Ufariji (Famiglia della Consolazione) nella periferia di Nairobi, verso Kahawa.

Aveva conosciuto la realtà dei ragazzi di strada fin dalla sua prima esperienza come viceparroco proprio al Consolata Shrine in Nairobi; li aveva poi incontrati per le polverose strade di Maralal e li aveva ritrovati tornando a Nairobi, visto che scorrazzavano a decine anche a Westlands, vicino alla nostra casa.

Alla Ufariji, lui ha sempre dedicato cura e passione, procurando fondi e seguendola da vicino. Là tanti ragazzi presi dalla strada, si sono sentiti amati, apprezzati, curati, hanno completato i loro studi e hanno costruito il loro futuro.

Molto apprezzato dai confratelli, è stato per ben tre volte consigliere regionale. Ha lavorato tanto a Nairobi, ma certamente il suo cuore era sempre nel Samburu, e là è tornato appena possibile, nel 2000, dedicandovisi con passione e competenza, con la gioiosità che lo caratterizzava, in una realtà molto bella e sfidante, ma spesso anche esigente per i grandi livelli di povertà e i problemi ambientali, e anche pericolosa per le tensioni tribali mai sopite e spesso alimentate di proposito da politici o trafficoni senza scrupoli.

73° compleanno di padre Angelo Riboli

Come parroco di Wamba, e poi amministratore della nuova diocesi di Maralal, ha sostenuto il vescovo Virgilio Pante nel suo impegno per la pace, per la salute della gente, per la rete di scuole sparse su tutto il territorio, per combattere la povertà e la fame.

Aveva un forte senso dell’amicizia, che diventava vicinanza, solidarietà e supporto fraterno a chi magari, per varie ragioni, viveva momenti difficili. Più di un confratello ha potuto apprezzare la sua presenza e trovare consolazione nella sua amicizia.

Ringrazio il Signore per un confratello come lui, con cui ho condiviso la stessa passione per il Kenya e la sua gente.

Certo, è stata dura vederlo tornare in Italia reso quasi irriconoscibile dalla malattia, che lui ha vissuto con grande profondità e dignità, senza lamentarsi e offrendo la sua sofferenza in silenzio, sempre disponibile e servizievole per quanto la sua condizione gli permettesse. È stato un grande dono averlo come amico e confratello.

Sono sicuro che ora dal Paradiso è diventato davvero un angelo, realizzando appieno quella vocazione che il suo nome portava: Angelo, messaggero dell’amore e della consolazione del Signore.

padre Gigi Anataloni
Torino, 02/02/2026

Suor Maresa

Il 12 febbraio 2026, pochi giorni prima della festa del centenario della chiamata al cielo di San Giuseppe Allamano, anche suor Maresa Sabena, novantenne missionaria della Consolata, è andata a far compagnia al suo amato fondatore. Riportiamo qui alcuni passaggi del ricordo di lei condiviso da una consorella al funerale.

Suor Maresa è stata una donna che ha reso la sua consacrazione religiosa missionaria visibile, una vita abbracciata da Gesù, lo sposo, il Figlio missionario del Padre. Ha vissuto la missione come testimone dell’annuncio dell’amore di Dio con cuore di madre, soprattutto a chi ancora non conosce la grandezza di questo amore che trasforma la vita, le situazioni senza speranza, l’accoglienza vera.

Ascoltiamo le sue parole da missionaria nel cuore dell’Ufficio pastorale migranti (Upm) di Torino (vedi MC 1-2/2025, p. 52).

«Come missionaria della Consolata ritengo particolarmente importante la nostra presenza in Upm, specialmente ora che i diritti umani dei migranti sono molto a rischio. Importante è anche condividerne e sostenerne l’obiettivo principale: “attenzione alla tutela e alla difesa dei diritti di ogni persona e famiglia migrante”.

Quando analizzo i dati e vedo che l’80% di uomini e di donne che si rivolgono a noi, non sono cristiani, che provengono da nazioni e religioni diverse, che sono passate centinaia di donne nigeriane, tutte molto giovani e vittime di tratta che abbiamo cercato di aiutare perché si liberassero da quella schiavitù e rimanessero regolari sul territorio, questo mi convince sempre di più sulla validità della mia e della nostra presenza in Upm come missionarie della Consolata.

Non solo, anche quando rifletto sul nostro carisma “portare l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, un messaggio di consolazione ai popoli, e la promozione della donna” sento di vivere pienamente la mia vocazione di missionaria della Consolata

Di fronte a queste realtà sento tutta la responsabilità del mio impegno quotidiano: cerco di porre molta attenzione nell’ascolto, libero da pregiudizi, nel rispetto delle loro culture e religioni. Cerco di offrire un aiuto per i documenti e per l’accoglienza, anche se è un momento molto difficile.

I migranti mi richiamano l’esodo dei popoli che la Bibbia ricorda fin dall’inizio della storia della salvezza. È in questa storia sacra che vedo inserito il mio, il nostro servizio che vivo con tanta gioia ed entusiasmo nonostante l’età novantenne e le difficoltà.

Quando (fui invitata a questo servizio), mi sembrò una proposta inaccettabile, sentii tutta la mia inadeguatezza: non ero mai stata in Africa, mai in America Latina, non conoscevo quei popoli e quelle culture.

Oggi, a molti anni di distanza continuo a ringraziare il Signore, perché si è servito e si serve della mia povertà e fragilità per compiere la Sua opera. Lo ringrazio per la vocazione religiosa missionaria e per la missione che ha scelto per me, anche se molto diversa da quella che sognavo».

Grazie suor Maresa, per la tua testimonianza missionaria molto significativa.

suor Generosa Iruma Ireri mc
Torino, 14/02/2026




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Grazie

Volevo estendere a tutti i collaboratori della rivista Missioni Consolata la mia gratitudine per il vostro giornale la cui lettura mi rasserena specie nei momenti bui del vivere quotidiano.
Mi piace molto la rubrica lettori e missionari in dialogo: mi raccomando spesso a loro nelle preghiere e ne ottengo aiuto e conforto.
Ad esempio, la figura di padre Luigi Brambilla mi ha particolarmente colpito per la sua semplicità nel fare il bene.
Auguro a tutti voi serene feste e ancora un grazie di cuore.

Mirella De Gregorio | 14/12/2025, email

No al pessimismo

Egregio Direttore,
sono un uomo di novant’anni, piemontese, vado a messa nella chiesa dei latinos in via Nizza. Gente favolosa: la chiesa non è mai stata così bella, sono sereni, generosi, una gioia per una città un po’ triste come Torino.

Volevo dire del suo editoriale di dicembre: tutto verissimo, tutto documentatissimo, ma tutto di un gran pessimismo, quasi una disperazione per questo mondo.
Secondo me dovrebbe fare un editoriale da aggiungere a questo, nel quale racconti le cose belle, perché il mondo è pieno di cose belle. […]

Se questa mattina mangiamo pane e latte è perché un contadino ha seminato il grano, un mugnaio l’ha macinato, un panettiere ha fatto il pane; poi un contadino ha allevato una mucca, l’ha munta e il suo latte è arrivato a noi.

Proprio voi sacerdoti che passate la vita a fare il bene, dovete parlare anche del bene. La nascita di Gesù è una cosa bellissima, una festa, e le garantisco che troverebbe un posto dove nascere. […]

Ho incontrato un vescovo palestinese a una riunione e gli ho chiesto che cosa posso fare io per il bene del mondo e lui mi ha chiesto: lei lavora? Gli ho detto di sì e lui mi ha risposto: faccia bene il suo lavoro. E nel mondo ci sono milioni di persone che fanno bene il loro lavoro. Ci sono milioni di mamme e di papà che sono attenti ai figli, li vestono, li curano, semplicemente gli vogliono bene. E ci sono milioni di uomini e donne che si vogliono bene, che vivono l’uno per l’altra. […]

I vostri missionari passano la vita a fare il bene, ho anche alcuni amici che quando possono vanno nelle missioni ad aiutare. Ho un amico meccanico che va ad aggiustare tutto quello che è aggiustabile e mi ha raccontato che in Eritrea, credo, un ospedale aveva cinque culle termiche per neonati che non funzionavano, cinque su sei, e lui ha scoperto che erano intasati i filtri e li ha aggiustati tutti.

Anni fa sono stato in Brasile da don Pigi Bernareggi, che aveva costruito (nella periferia e nelle favelas di Belo Horizonte, ndr) nove scuole, con nove asili e centinaia di bimbi felici che sta

vano più volentieri lì che a casa. C’era una gioia, una bellezza, una dolcezza in quelle persone che accudivano i figli, quasi tutte povere donne con prole e senza mariti, eppure c’era veramente gioia.

Fa un po’ ridere un editoriale come il suo per chi deve sposarsi e che deve fare figli. I figli non si fanno per dovere di patria, ma per amore, solo per amore, e neanche quando vuoi tu. Per me ogni figlio è una grazia mandata da Dio, il modo e il come non lo so e non me lo chiedo, ma quando arriva un figlio si ringrazia. Per favore, siate un po’ ottimisti. Tanto il sole è da qualche migliaio di anni che si alza al mattino e tramonta la sera.

Nel mondo ci sono sempre stati i buoni e i cattivi e chi porta avanti il mondo sono i buoni, i cattivi con le loro cattiverie finiscono quasi sempre male, ha mai visto un cattivo vivere bene?

Sono andato ieri a trovare un mio amico all’ospedale; era molto malato ma sereno, e così invece di mettermi a piangere con lui, l’ho fatto ridere per mezz’ora ricordando le varie cretinate fatte da giovani, e non credo di avergli fatto del male facendolo ridere.

Ernesto Mascarotto | lettera manoscritta, dicembre 2025

È stata per me una sorpresa ricevere questa lunga lettera manoscritta con cura, quattro dense facciate. Chiedo perdono per le parti che ho dovuto tagliare.
Mi permetto di dire che non era mia intenzione essere pessimista. Forse un po’ provocatorio, sì, specialmente nei confronti del nostro mondo «ricco».

Se davvero fossi pessimista di fronte alla realtà in cui viviamo, non avrei scritto quelle cose. Le ho scritte perché credo davvero che ci sono tantissime persone, credenti e non, che amano la vita, che pagano di persona per un mondo bello, giusto, fraterno e in pace. E lo fanno con gesti semplici, quotidiani, che non fanno notizia.

Persone che (come ho scritto nella conclusione) sono ancora capaci di «offrire un’accogliente mangiatoia a chi bussa alla nostra porta, un piccolo gesto di amore che, come una piccola luce, rompe il buio della notte».

Grazie signor Ernesto per la sua lettera appassionata e piena di ottimismo, e soprattutto per la sua giovinezza di cuore.

PREMI NOBEL

Anche quest’anno, così come negli anni precedenti, ho avuto l’invito di partecipare il 10 dicembre alla cerimonia dei Premi Nobel a Stoccolma, capitale che mi ha accolto con il suo fascino nordico invernale. La città era avvolta in un freddo pungente, ma il cielo terso eluminoso rendeva l’atmosfera magica. Camminando per le strade del centro, tra i palazzi storici e i negozi addobbati, si respirava un’aria di festa e solennità. L’unica nota di rammarico era l’assenza della neve, che avrebbe reso il paesaggio ancora più fiabesco, anche se la bellezza della capitale svedese non ne risultava minimamente intaccata.

Nei giorni precedenti la cerimonia, sono stato seguito da una tutor che mi ha istruito meticolosamente sull’etichetta da osservare. In un evento di tale portata, ogni gesto, ogni parola e ogni comportamento sono importanti, specialmente quando si è in presenza della famiglia reale svedese.

Il protocollo è rigoroso e il rispetto delle convenzioni non è una semplice formalità, ma un modo per onorare la solennità dell’occasione e chi la rappresenta.

La tutor mi ha accompagnato anche alla scoperta di Stoccolma. Insieme abbiamo visitato il Museo del Premio Nobel, dove la storia di questo prestigioso riconoscimento prende vita attraverso documenti, oggetti personali dei laureati e installazioni interattive.

Sapendo che provengo dal Giappone, ha voluto mostrarmi anche il piccolo ma affascinante Museo dell’Estremo Oriente, dove ho potuto ammirare collezioni di arte e artefatti che mi hanno fatto sentire un po’ più vicino a casa. Non è mancata la visita al Museo Nazionale, con le sue straordinarie collezioni d’arte che testimoniano la ricchezza culturale della Svezia e un incontro assieme ai Premi Nobel per la fisica con relativa conferenza.

Oltre alle visite culturali, ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni incontri con scuole e università. Questi momenti di dialogo con studenti e docenti sono stati particolarmente stimolanti: ho potuto condividere esperienze, rispondere a domande e ascoltare le prospettive delle nuove generazioni. È stato bello vedere l’entusiasmo e la curiosità dei giovani verso la scienza, la cultura e l’impegno per un futuro migliore.

La giornata della cerimonia è iniziata con una preparazione meticolosa. L’evento richiede un dress code formale e rigoroso: smoking per gli uomini, abito lungo per le donne. Ogni dettaglio conta in un’occasione così importante, che celebra le menti più brillanti del nostro tempo nei campi della fisica, chimica, medicina, letteratura ed economia.

La Concert Hall di Stoccolma, dove si svolge la cerimonia, è un edificio maestoso che incute rispetto. Varcarne la soglia significa entrare in un luogo dove la storia si fa ogni anno, dove il genio umano viene riconosciuto e celebrato. Le colonne di marmo, i lampadari di cristallo e l’acustica perfetta creano un’atmosfera solenne e allo stesso tempo accogliente.

Durante la cerimonia, ho assistito alla consegna delle medaglie e dei diplomi da parte del Re di Svezia. Vedere i laureati salire sul palco, con i loro volti che esprimevano emozione, umiltà e fierezza, è stato profondamente toccante. Ascoltare le motivazioni dei premi, comprendere l’impatto che le loro scoperte e il loro lavoro avranno sull’umanità, mi ha fatto riflettere sulla grandezza del pensiero umano e sulla sua capacità di trasformare il mondo.

Il tradizionale banchetto che segue la cerimonia, presso il municipio di Stoccolma, è un evento spettacolare. Più di mille invitati, tavole imbandite con eleganza, piatti della tradizione svedese serviti con precisione coreografica.

La conversazione con gli altri ospiti, provenienti da tutto il mondo, ha arricchito ulteriormente l’esperienza, creando un ponte tra culture, discipline e prospettive diverse.

I Premi Nobel non sono solo una celebrazione di risultati individuali, ma un messaggio di speranza: che l’eccellenza esiste, che il merito viene riconosciuto e che il sapere può davvero cambiare il mondo.

Piergiorgio Pescali, | 11/12/2025, da Stoccolma

Anche tu sei importante

Chissà perché stanotte, 20 novembre 2025, in Tanzania, ho sognato Ersilia.
Incontrai Ersilia anni fa in un villaggio brasiliano, a 30 chilometri da Manaus, sulle rive del Rio delle Amazzoni che avanzava maestoso, battagliero e trionfante come si addice al re dei fiumi.

«Sono nata in una famiglia facoltosa di proprietari terrieri. Ma un giorno mi trovai lebbrosa». Incominciò così Ersilia a raccontarmi la sua storia.
Aveva 14 anni Ersilia, intelligente quanto bella, quando le diagnosticarono il morbo di Hansen. I genitori tentarono di incoraggiare la figlia dicendo: «Forse i medici si sono sbagliati».
No, la diagnosi era esatta. Ersilia era davvero lebbrosa.

Iniziò il calvario della ragazza. Innanzitutto, il repentino voltafaccia dei genitori, e il rifiuto sadico della loro figlia. «Tu non sei più Ersilia – la bollarono -. Tu sei una cagna immonda. Chissà quali orrendi peccati hai commesso! Così Dio ti ha castigata. Vattene da casa nostra!».
Ersilia se ne andò. Vagò per ore e ore lungo il Rio delle Amazzoni, implorando soccorso. Ma anche il grande fiume era sordo al suo dolore.

Giunta la sera, bussò a una porta che si aprì. Comparve una suora missionaria, che gestiva un centro medico. Ersilia vi trovò lavoro. Ma le parole «tu sei una cagna immonda, Dio ti ha castigata» le martellavano le tempie senza sosta. Finché decise di farla finita.

Un mattino la ragazza afferrò una bottiglia di acido solforico e la portò alla bocca. Ma qualcuno alle spalle gridò: «Ersilia, non lo fare!». La ragazza si voltò: nessuno.
La ragazza riprese la bottiglia. Di nuovo la voce imperiosa: «Ersilia, non lo fare». E non c’era anima viva. Per la terza volta la ragazza si aggrappò alla bottiglia di acido solforico. La voce misteriosa ritornò: «Ersilia, non lo fare, perché anche tu sei importante».

Ersilia crebbe lebbrosa. Fu violentata da uomini diversi. Rimase incinta tre volte partorendo tre bimbi, che le furono subito sottratti e non rivide più, perché era «una cagna immonda».
Ersilia raccontava la sua storia e la rendeva viva con ampi gesti delle mani quasi consunte dalla lebbra e con sguardi intensi.

«Amico, vedi questo fiume? Ho versato tante lacrime da far esondare il Rio delle Amazzoni. Ma non serve piangere. Serve credere che anche una lebbrosa è importante».
Ersilia divenne catechista in una comunità di lebbrosi.

Un Vangelo di Natale recita: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14). Parole sconvolgenti, perché il Verbo fatto carne è Gesù, venuto a vivere con noi, affaticato come noi, rinnegato da Pietro, venduto da Giuda, crocifisso fra due delinquenti. Una notte, provato dal terrore, sudò persino sangue.

Ma è il Salvatore, l’unico nostro salvatore. E fa dire a Ersilia lebbrosa: «I moncherini dei piedi mi consentono solo di strisciare come un verme, non di camminare. Ma anch’io sono importante».

Allora il Rio delle Amazzoni intona una commovente canzone; «Sei amato, sei importante, Gesù è con te».

padre Francesco Bernardi | 12/12/2025, Dar es Salaam, Tanzania

Rimboccare le maniche

Spettabile padre Gigi,
con ammirazione per il vostro lavoro invio queste poche riflessioni.

I Re Magi, cioè i rappresentanti delle grandi religioni di allora, i sapienti del tempo si prostrarono davanti a Gesù Bambino e concordi lo adorarono offrendogli oro incenso e mirra.

Un salvatore atteso da tutti i popoli per cui i Re Magi grandi studiosi delle stelle e  capi religiosi si mettono in cammino alla ricerca di questo bimbo annunziato dai profeti. Lo trovano in Gesù Bambino, nella sua semplicità, umiltà, accordo fra tutte le religioni e salvezza per tutte le genti se lo accogliamo e mettiamo in pratica il suo grande messaggio. Non ha fatto tutto lui relegandoci a essere solo spettatori passivi ma è venuto ad aiutarci, se vogliamo. Ci ha resi partecipi attivi, non ci ha tolto la gioia di fare noi il bene, di collaborare attivamente con lui.

C’è molto ancora da fare per sconfiggere il male ma Gesù ci dice che, se osserviamo i suoi insegnamenti, faremo trionfare il bene. Ci invita a fare noi, a rimboccarci le maniche, a mettere in pratica le sue parole, accettando il suo aiuto se no da soli non sappiamo bene qual’è la verità. Cordiali Saluti

E.B. | 03/01/2025, via email

Dalla Faraja House

Carissimi amici,
«Forse Dio è malato», scriveva Veltroni. Anche l’Africa è piena di armi, guerre e tanta sofferenza. Fame, fosse comuni, sfollati, genocidi, trattative … sono parole normali in tutti i telegiornali: il trionfo di «Caino». Parole come pace e speranza pronunciate sempre più timidamente.

Tere e Zawadi (ovvero: Dono), 6 e 5 anni: le abbiamo accolte pochi giorni fa. Due belle bimbe violentate in diversi modi da un energumeno di 65 anni. Facili prede, abbandonate a se stesse in strada mentre la zia andava a guadagnare qualche soldo al mercato. Genitori lontani chissà dove. La triste storia andava avanti da parecchio, finché qualcuno ha chiamato la polizia… e le hanno portate a noi senza raccogliere prove e testimonianze, ma solo «mazzette», più facili e redditizie.

Il mondo è in subbuglio per tanta violenza ovunque e anch’io mi sento malato di «nostalgia»: nostalgia di pace, di un po’ di bontà! Non ho più sorrisi e abbracci da distribuire a questi bimbi affamati di affetto e giustizia. Li guardo negli occhi: il sorriso nasconde la paura, la violenza subita, l’abbandono.
Ci metteremo una «toppa» ma lo strappo rimane!

Nonostante tutto grandi feste in questi giorni: Shedrack e Yacinta hanno finito l’università! La lista dei «graduati» si allunga: maestri, dottori, avvocati, biologi, segretarie, poliziotti, musicisti, ecc.

Col vostro aiuto abbiamo distribuito consolazione e possibilità di autosufficienza.
E festa anche per il parto gemellare della mucca: latte in arrivo!

Il salone è inaugurato. La peschiera è piena di pesci che crescono velocemente… ma la necessità di acqua aumenta! Ed eccoci impegnati con un secondo pozzo alimentato da pannelli solari. Non avremo bisogno del bastone di Mosè per far scaturire l’acqua dalla roccia, basterà il vostro affetto e la vostra «condivisione». […] [Spero abbiate avuto un Natale sereno e gioioso], e preghiamo affinché il Paese ritrovi giustizia e pace. Ma anche l’Italia ha bisogno di ritrovare le proprie «radici» e dare ascolto a Giovanni Battista che continua a «gridare nel deserto».

padre Franco Sordella | 09/12/2025, Faraja House, Iringa, Tanzania.




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

«Sulawesi crossing»

Grazie Marco per il tuo dossier sulla Chiesa nell’isola di Celebes (Indonesia), e in particolare sulla diocesi di Manado. Questa è informazione buona e molto utile per il mondo, e in particolare per i lettori di Missioni Consolata. Ho mandato questo dossier a monsignor Rolly Untu. Saluti da Manado, da «la gente che sorride».

padre Polce Pitoy,  missionario del Sacro Cuore, Manado, 6/11/2025

La presenza di Marco Bello, della rivista Missioni Consolata, è stata fonte di gioia e cordiale amicizia per me personalmente e per monsignor Fransiskus Nipa, arcivescovo di Makassar. Marco ha svolto un’eccellente attività giornalistica sulla Chiesa cattolica, in particolare sulla nostra comunità nella parte meridionale dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. La sua pubblicazione sulla rivista Missioni Consolata ha mostrato al mondo la ricchezza storica e culturale della nostra società, arricchita dall’atmosfera islamica e, naturalmente, la vita della comunità cattolica come «piccola Chiesa» in questa vasta area pastorale. Apprezzo e amo questo dossier intitolato «Sulawesi Crossing», che racconta la città costiera di Makassar, con la sua cattedrale, luogo sacro e culturale iconico nel cuore di questa dinamica città. E anche l’incredibile cultura della società Toraja nella zona montuosa, la città natale di quasi il 60% dei cattolici dell’arcidiocesi. Grazie di cuore a Marco e a tutti i missionari della Consolata.

don I Made Makus Suma, Makassar, 12/11/2025

Grazie a San Giuseppe Allamano

Giovedì primaverile 1915. Durante una delle visite degli studenti e chierici da Torino, l’Allamano si lascia fotografare dal chierico Borello Mario.

Ho conosciuto i Missionari della Consolata nel 1972-1973; ho frequentato alcuni sacerdoti: p. Antonio Lasaponara, p. Vittorio Aquilino, p. Raffaele (Garzia), p. Luigi. La benedizione al mio matrimonio nel 1980 è avvenuta con la celebrazione di padre Antonio. Il 20 Ottobre 2024 ero personalmente presente in piazza San Pietro per la canonizzazione di San Giuseppe Allamano. Negli ultimi mesi ho pregato il nostro comune santo affinché fosse posto rimedio ad una situazione di «umana» e palese ingiustizia.

Il Signore Dio nostro ha ascoltato l’intercessione di San Giuseppe. Per tale motivo rendo grazie.
Spero di essere presto a Torino per rendere personalmente grazie al santo.
Desidero che il mio nome non sia pubblicato.

Lettera firmata
Brindisi, 21/09/2025

La foto, da cui è tratto il particolare del volto di San Giuseppe Allamano qui sopra, ha una sua storia, che comprende anche un accurato lavoro di restauro e colorazione.

Un giovedì di primavera del 1915, come annota il diario del seminario di Torino dei Missionari della Consolata in corso Ferrucci, i chierici vanno in passeggiata a Rivoli, dove sanno che il canonico Allamano li attende. Dopo una conferenza di formazione
e la lettura di diverse lettere di missionari dal Kenya, il fondatore raccomanda loro di tenere frequenti e vivi contatti epistolari con i confratelli in missione. I seminaristi si commuovono.

Finito l’incontro, il chierico Mario Borello, che tiene in mano una macchina fotografica, prega il fondatore di lasciarsi fotografare da solo. Egli cede alla richiesta soltanto davanti alla esplicita promessa del giovane di intensificare subito la corrispondenza con l’Africa. Sapendo della riluttanza che lui aveva nel lasciarsi fotografare da solo, si apprezza ancora di più la sua «paterna concessione» per far crescere lo spirito di famiglia tra i suoi
missionari.

16/02/1926 – 16/02/2026, a cento anni della «Morte del giusto»

Il numero di marzo 1926 de «La Consolata» è totalmente dedicato alla «morte del giusto». Riportiamo, senza modifiche, pochi stralci dalle pagine del periodico.

Funerale di Giuseppe Allamano

L’editoriale

Martedì, 16 febbraio, alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Rev.mo canonico GIUSEPPE ALLAMANO, Fondatore e Superiore Generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino.

La mano, tremante, quasi si ribella a dare il tristissimo annunzio, perché vorremmo ancor persuaderci che non è così; né ci par vero che si siano chiusi per sempre quegli occhi limpidi e sereni che penetravano addentro dei cuori per scoprirne i segreti affanni; e che più non ci sia dato sentir quella voce che tante parole disse di bontà, di consiglio, di conforto e di perdono; e che si siano per sempre irrigidite quelle mani che ognora s’aprivano a beneficare, o s’alzavano a benedire.

Eppure è questa la dura realtà; e nessuna parola noi troviamo che valga ad esprimere il nostro dolore. […] Lutto gravissimo adunque, non solo per il nostro Istituto, né solo per la Diocesi torinese, ma per la Chiesa Cattolica, di cui era e sarà fulgida gemma.

In quest’ora di suprema amarezza, altro conforto non troviamo, né vogliamo trovare, che in pronunziare le parole ch’Egli ripeteva durante il corso della breve malattia e che gli erravano ancora sul labbro moribondo: « Sia fatta la volontà di Dio!»; e ripeterle, com’Egli faceva, con lo sguardo rivolto all’immagine della SS. Consolata, per confidare a Lei tutta la nostra ambascia, per versare nel Suo Cuore materno tutte le nostre lacrime.

E tu, Padre, dal bel Paradiso, di presso al trono della SS. Consolata di cui fosti il Figlio più tenero, a fianco del Beato Cafasso di cui fosti imitatore perfetto nelle virtù, volgi lo sguardo a noi tuoi Figli, che hai lasciato orfani, a tutte le persone che ti volevano bene e, impetrandoci conforto nel dolore, ottienici pure la grazia di poter seguire le tue orme benedette, per consumare la nostra vita, ed ogni istante di essa, come tu facesti, per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Funerale di Giuseppe Allamano arrivo nella piazza del Duomo

La morte del giusto

«Sive vivimus, sive morimur, Domini sumus». Sia che viviamo sia che moriamo siamo sempre del Signore. Furono queste le parole che il Can.co Giuseppe Allamano pronunziò quando dovette mettersi a letto. Era il 1° febbraio. Due giorni dopo, sembrandogli d’essersi ri-messo alquanto, volle alzarsi nella speranza di poter celebrare la S. Messa; e a chi dolcemente rimproveravalo per questo sforzo, più di volontà che di reale miglioramento, rispondeva: «Son già due giorni che non celebro…; essi, i dottori, non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa …; faccio la Comunione, è vero, ma la Messa, la S. Messa!» e il suo occhio, reso più vivo da tanta passione eucaristica, si fissava, con la solita espressione di fede e d’amore, sul crocifisso che stava davanti a Lui, sopra lo scrittoio.

Povero Padre! La Messa quel giorno non poté celebrarla, e non la celebrò più; il Maestro Divino era già alla porta e bussava, per invitarlo alla Messa eterna del Paradiso. Ed egli, con lo stesso ardore con cui, durante la sua lunga carriera sacerdotale, aveva offerto ogni giorno all’Eterno Padre il calice del Sacrificio, offriva ora tutto se stesso, in unione alla Vittima Divina. […]

«Prego per voi – diceva [a coloro che], vedendolo assorto nella contemplazione dell’immagine della Consolata, lo interrogavano con filiale confidenza che cosa stesse facendo – prego per tutte voi, per tutti i Missionari… è questa la mia continua occupazione… non posso far altro». Ed ai Superiori dell’Istituto, che gli promettevano, alla lor volta, le preghiere dei Missionari, diceva: «Sì, sì, pregate per me… ; vedete, questo poco di vita che ancor mi resta è per voi… vi ho dato tutto!».

[…] La sua abituale giaculatoria, dopo le invocazioni alla SS. Consolata tutte riboccanti di tenero e filiale affetto, erano le parole di Gesù nel Getzemani: «Mio Dio, sia fatta la tua santa volontà». […]

Era lui a confortare quanti, amici e ammiratori, figli e beneficati, venuti a recargli conforto, erano invece vinti dalla commozione al vedere quella preziosa esistenza spegnersi per sempre, e prorompevano in lagrime attorno al suo letto. Li confortava col suo aspetto calmo e sereno, con la parola piena di spirituale unzione, col cenno della mano additante la patria celeste, col dolce e paterno sorriso, con la sua benedizione. […]

Il lunedì, 15 febbraio, nelle prime ore del pomeriggio, il male precipitò improvvisamente, gettando nella più viva costernazione quanti, da due settimane, venivano trepidando intorno a Lui. […]

L’occhio del Morente pare rianimarsi e la sua mano ha un leggero movimento, in un supremo sforzo per alzarsi e benedire. Certo, in quel momento, davanti al suo occhio dovette passare la visione delle care Missioni, dei diletti figli e figlie eredi del suo apostolico spirito, dei poveri africani […]; ed oh, con quale e quanta effusione di cuore egli dovette, in quell’istante, tutti benedire! Fu così, nella visione delle lontane Missioni, ch’Egli, lentamente, dolcemente spegnevasi […].

Ancora dalle sue labbra, qual soffio lieve lieve, uscì il saluto alla celeste Mamma che gli tendeva le braccia: “Ave Maria!”, ancora abbozzò sul crocifisso un lungo, fervido bacio… e il bacio al suo Signore si prolungò nel gaudio e nella luce eterna.

Funerale di Giuseppe Allamano: il corteo funebre lascia il Duomo per recarsi ala Cimitero Monumentale.

da «La Consolata», marzo 1926




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Ricordando PADRE LUIGI BRAMBILLA

 Nato a Olgiate Molgora (Como) il 28/12/1939, è andato in cielo a Torino il 15/10/2025, dopo 66 anni di vita come missionario della Consolata, 61 di sacerdozio e 58 di servizio missionario in Kenya. È stata ricca la sua personalità umana e pastorale. Compito arduo sintetizzarla in brevi espressioni. Sereno, cordiale, comunicativo, scherzoso. Persino burlone. Sì, da essere affettuosamente chiamato Bambo, e lui stesso si chiamava così. Ancora così una settimana prima di morire. Ma «bambo» assolutamente non era. Anzi, esperto e saggio. Tanto da essere eletto due volte vice superiore per un totale di dodici anni; poi tre superiore regionale; e tre consigliere. Incarichi non congeniali al suo carattere, come lui stesso confessava, ma doveva forzatamente arrendersi alla fiducia dei confratelli.

Sempre accogliente e comprensivo, sia dei missionari dati a lui come collaboratori, come dei numerosi ospiti. Era una gioia visitarlo. Regolarmente invitava i confratelli vicini per un pasto. In sua compagnia erano ore di cordiale fraternità.

La sua semplicità e simpatia accattivavano la gente. Nei suoi 58 anni in Kenya sono nove le missioni in cui ha esercitato il ministero come parroco o assistente. Intraprendente e dal cuore pastorale, ovunque era apprezzato e benvoluto. Gli ultimi 15 anni li ha trascorsi a Tuthu, missione madre di tutte le altre a seguire (perché fu la prima a essere fondata nel 1902, ndr) ma non facile a viverci e operare. Tempo spesso uggioso, clima umido, colline da salire sbuffando e scivolose nel scenderle. Eroismo l’esserci vissuto lungo tempo.

Un dono caratteristico che facilitava la relazione con i fedeli e l’apostolato era la perfetta conoscenza della difficile lingua kikuyu. Monsignor Cesare Gatimu, vescovo di Nyeri dal 1964 al 1987, un giorno mi disse che la parlava come un Kikuyu. È tutto dire. E molteplici le testimonianze a riguardo. Perfetto kikuyu, ma provetto pure in inglese e swahili. E, per un tempo a Mekinduri, dovette avventurarsi nella lingua meru. Invidiabile la sua versatilità nelle lingue.

Instancabile, ha svolto il ministero in contesti vari: in missioni piccole e grandi, in missioni di vecchia data e da iniziare, in zone rurali e nelle periferie di città, indifferente per lui. Perché era poliedrico e sapeva facilmente adattarsi alle realtà, e comunicare facilmente e con brio.

Con la sua amabile cordialità negli anni ha saputo animare uno stuolo di persone a cooperare nella vocazione battesimale dell’evangelizzazione, particolarmente nell’area dello sviluppo umano. La dimensione spirituale-pastorale era accompagnata dall’impegno ad aiutare la gente ad acquisire dignità, educazione, salute.

Un curioso ma significativo dettaglio: da giovane missionario era un avido lettore di Topolino. Era la sua ricreazione. Ne aveva una biblioteca.

Dopo intenso, intelligente, e appassionato lavoro di 58 anni in Kenya, primato di pochissimi, gli ultimi mesi destava compassione vederlo ridotto a scheletro. Soffriva fisicamente senza un lamento. Ma aveva una pena e un gran desiderio: tornare a Tuthu perché là c’erano ancora molte cose da fare. Invece, ora riposa in Paradiso. Meritato riposo, suscitando cordoglio, riaccendendo gratitudine, generando l’ondata di affetto che lo accompagnò ovunque. Bambo, saggio ed esperto di missione, riposa in pace.

padre Giuseppe Inverardi
Torino, 18/10/2025

Wamba hospital – Noi c’eravamo

È con immensa gioia che il giorno 17 maggio 2025 abbiamo partecipato alla riapertura dell’ospedale di Wamba. Tantissima gente, carica di speranza e di gioia era presente a quell’importante appuntamento, tanto atteso da tutta la popolazione, che si è messa in gioco in prima persona raccogliendo fondi ed impegnandosi manualmente per sistemare la struttura, rendendola bella ed accogliente.

Erano presenti, col vescovo Hieronymus Joya e il vescovo emerito Virgilio Pante, 20 sacerdoti per la celebrazione della santa Messa inserita al centro di quella imponente cerimonia: un’occasione unica per incontrare tanti amici tutti insieme.

Noi c’eravamo, presenti con la nostra testimonianza dell’essere lì con la gente in un momento così importante e storico.

All’inizio dell’evento, cominciato alle 9.30 e terminato alle 16, la grande folla attendeva fuori davanti al cancello il taglio del nastro da parte del vescovo Joya, il quale ha poi incaricato tutti i sacerdoti presenti di benedire tutti i reparti dell’ospedale. In seguito, ci siamo radunati tutti nel piazzale di ingresso decorosamente abbellito con festoni e tende per ombreggiare i presenti. Li è stata celebrata la santa Messa e gli invitati (politici, organizzazioni e medici) hanno avuto modo di salutare e commentare l’evento: anche a noi è stato chiesto di porgere un saluto.

Con tanta emozione abbiamo dato il nostro contributo per valorizzare questa prestigiosa opera riaperta con la gente e per la gente bisognosa di cure. È stata occasione per menzionare l’associazione Amici di padre Gheddo, il Gruppo di Amici di monsignor Locati e i genitori Rosetta e Giovanni Servi di Dio, cha assieme all’associazione monsignor Oscar Romero, si sono impegnati per dare energia elettrica attraverso la costruzione di un impianto fotovoltaico con batterie, e a costuire una panetteria in grado di dare pane sia ai degenti che al pubblico esterno in modo da poter generare un aiuto economico all’ospedale. Importante è essere stati lì presenti insieme a loro per testimoniare che non sono soli ma insieme in un’unica Chiesa di amicizia e solidarietà.

Ringraziamo il vescovo monsignor Joya e tutte le autorità civili e militari presenti che ci hanno dato questa grande opportunità. Un particolare grazie a fratel Severino Mbae che ha dato il massimo per accoglierci e per il suo instancabile impegno per far rifiorire questa «rosa del deserto». Grazie!

Angelo Rescaldina, Associazione Oscar Romero,
 Magenta (Mi), 09/10/2025

Diamo ancora spazio a questo avvenimento, ringraziando tutti gli amici che sono impegnati nella grande avventura di far rifiorire la «rosa». Il cammino è appena ricominciato. Auguriamo ogni bene alla diocesi di Maralal e a tutta la sua gente. Un grazie anticipato a tutti coloro che vorranno dare una mano.

Perché sì al nucleare civile

Egregio direttore,
desidero offrire alcuni chiarimenti tecnici riguardo alle affermazioni del mio collega Mirco Elena (apparse in queste pagine nel numero scorso, e riferite all’articolo sul nucleare civile di MC ottobre). Mirco sostiene che (testuale) sia «errato dire che l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi».

Questa affermazione non corrisponde alla realtà tecnica.

I reattori civili utilizzano uranio arricchito al 3-5% di U-235, mentre le armi nucleari richiedono uranio arricchito oltre il 90%. Passare dal primo al secondo livello non è un semplice «proseguimento» dello stesso processo: richiede moltiplicare la capacità di arricchimento di ordini di grandezza, con cascate di centrifughe enormemente più estese e anni di operazioni intensive, facilmente rilevabili dall’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica).

Per quanto riguarda il plutonio, i reattori civili producono Pu-239 mescolato con isotopi inadatti all’uso bellico (Pu-240, Pu-241). Il plutonio weapons-grade richiede invece cicli di irraggiamento brevissimi (2-3 mesi) e reattori progettati specificamente per frequenti ricariche, oltre a impianti dedicati di riprocessamento chimico, metallurgia nucleare specializzata e sofisticati sistemi di detonazione.

Il caso iraniano è emblematico: nonostante disponesse di reattori civili, ha impiegato decenni per sviluppare capacità di arricchimento significative, dimostrando che il salto tecnologico è tutt’altro che automatico.

Sulla seconda questione, la critica ha fondamento parziale. È vero che nell’estate 2022 la Francia ha dovuto ridurre la produzione di alcuni reattori a causa delle temperature elevate dei fiumi. Tuttavia, è fondamentale precisare che i reattori funzionavano perfettamente: sono stati i limiti normativi di scarico termico, posti a protezione degli ecosistemi fluviali, a imporre restrizioni temporanee e parziali, non problemi tecnici intrinseci. Inoltre, questo vincolo riguarda tutte le centrali termiche (gas, carbone) che utilizzano raffreddamento fluviale, mentre gli impianti nucleari costieri, che usano acqua marina, non hanno registrato problemi.

Affermare che il nucleare opera «indipendentemente» dalle condizioni meteorologiche è certamente una semplificazione, ma resta una fonte energetica molto più affidabile e prevedibile rispetto alle rinnovabili variabili. I vincoli esistono ma sono gestibili attraverso torri di raffreddamento, sistemi a secco o scelta appropriata dei siti.
Cordiali saluti,

Piergiorgio Pescali
03/10/2025

Edizione 2025 di Top 200

A settembre è uscita la nuova edizione di Top 200, il rapporto che il Centro nuovo modello di sviluppo dedica alle prime 200 multinazionali del mondo classificate secondo il criterio del fatturato. L’attenzione verso le Top 200 deriva dal fatto che molte di esse hanno più potere di molti Stati.

Nel rapporto sono utilizzati due metodi per confrontare il potere economico fra nazioni e multinazionali. Un primo metodo consiste nel mettere a confronto i fatturati con i Pil nazionali, ossia la ricchezza complessiva prodotta nei singoli Paesi. Secondo questa metodica scopriamo che nel 2024 fra i primi cento posti siedono 42 multinazionali, precisando che la prima, ossia Walmart; compare al 23° posto, appena dopo Taiwan. Il quadro cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto interno lordo, elenchiamo gli stati in base agli introiti governativi. Rappresentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cento posti siedono ben 67 multinazionali, con la prima multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia.

Oltre al fatturato, il rapporto fornisce il numero dei dipendenti e i profitti realizzati da ogni multinazionale. Complessivamente nel 2024 le Top 200 hanno fatturato oltre 28mila miliardi di dollari, una grandezza corrispondente al 25% del Pil mondiale. Quanto ai profitti, sono ammontati a duemila miliardi di dollari, praticamente il doppio di quelli realizzati dieci anni fa.

Oltre ai dati statistici relativi alle Top 200, il rapporto offre anche degli approfondimenti su tematiche di particolare rilevanza economica e sociale. Se qualche anno fa si occupò della presenza dei privati nella sanità, quest’anno si concentra sull’invadenza del mercato in ambito scolastico.

Secondo l’Unesco in tutto il mondo, 350 milioni di ragazzi frequentano scuole non statali, con l’incidenza più grande nella scuola per l’infanzia. In Italia la legge permette la gestione di scuole da parte di soggetti privati, ma le distingue in paritarie e non paritarie a seconda che possano rilasciare o meno certificati riconosciuti. La maggior parte delle scuole paritarie sono gestite da strutture cattoliche per un totale di 515.135 alunni, pari al 66% di tutti gli allievi presenti nelle scuole paritarie. Si stima che la restante quota sia distribuita per il 14% nelle scuole per l’infanzia gestite dagli enti locali e un altro 20% nelle scuole paritarie gestite da altri enti privati come cooperative, fondazioni, associazioni, ma anche società commerciali.

Oltre che nella scuola primaria e secondaria, l’istruzione privata è presente anche a livello universitario. Lo stato italiano riconosce 29 università private di cui 9 attive solo per via telematica. Fra le principali università private compaiono la Bocconi, posseduta dalla fondazione di famiglia, la Luiss, posseduta da varie realtà imprenditoriali, fra cui Confindustria, l’università Cattolica, posseduta da varie istituzioni ecclesiastiche. Complessivamente in Italia le università private accolgono il 20% degli studenti universitari, ma in termini di gettito assorbono il 45% delle tasse pagate dagli studenti.

Un altro tema affrontato nel Rapporto si riferisce al piano di riarmo intrapreso dall’Unione europea. In ossequio ai consigli forniti da Mario Draghi, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un regolamento per mettere a disposizione degli stati membri prestiti agevolati, per complessivi 150 miliardi di euro, da utilizzarsi nel 2025 per il rafforzamento dell’industria bellica. Draghi sostiene che il rilancio dell’industria bellica fa bene a tutta l’economia perché fa crescere l’occupazione, ma Greenpeace ha dimostrato che altri settori creano molti più posti dell’industria militare.

Di fatto le risorse impiegate per rafforzare gli eserciti e l’industria bellica europea sono sottratte alla soluzione degli innumerevoli problemi sociali e ambientali presenti nel nostro continente. Ciò nonostante, la Commissione europea auspica che in cinque anni la spesa bellica aumenti di 800 miliardi di euro. Complessivamente nell’Unione europea il numero di imprese presenti nel settore bellico si aggira attorno a duemila unità, ma le prime 10 si aggiudicano da sole metà del fatturato. Ed è triste constare che le più grandi sono partecipate in maniera consistente dai governi. Il governo italiano, ad esempio, possiede il 30% di Leonardo e il 71% di Fincantieri per il tramite di Cassa depositi e prestiti. Il rapporto contiene una mappa relativa alla proprietà delle prime 10 imprese belliche europee, dalla quale emerge che il governo francese è il più coinvolto con le imprese di armi essendo presente nella proprietà di Airbus, Safran, Thales e varie altre.

Il Rapporto contiene anche altri approfondimenti, fra cui uno relativo all’espandersi delle plutocrazie nel mondo. Ossia la presa di potere politico da parte dei magnati dell’economia come mostra la conquista della presidenza da parte di Trump negli Stati Uniti. Il rapporto contiene una mappa del mondo in cui sono riportati altri 35 casi di plutocrazie disseminate nei cinque continenti.

Le ultime due schede si riferiscono a iniziative di resistenza nei confronti delle multinazionali. Due in particolare: quella intrapresa dai consumatori francesi contro Tesla per le esternazioni fasciste da parte del suo amministratore delegato Elon Musk e quella intrapresa dal Fondo norvegese contro Caterpillar e alcune banche israeliane per la loro collaborazione con l’oppressione del popolo palestinese. A dimostrazione che anche le potenze le più forti possono essere combattute.

Francesco Gesualdi

Il rapporto Top 200 è reperibile sul sito del Centro nuovo modello di sviluppo: www.cnms.it




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

GIOVANI AL MAKIUNGU HOSPITAL

Giovani. Vacanze. Mese di agosto. Lo stereotipo legato a queste parole farebbe pensare a una vacanza nella riviera romagnola o in qualche isola della Spagna, eppure per due giovani di Cernusco Lombardone la scelta è stata un’altra.

Angelica Brivio, 18 anni, e Matteo Biella, 23, cresciuti nella realtà oratoriana del paese, hanno voluto trascorrere quindici giorni in Tanzania presso il Makiungu hospital, dove opera padre Sandro Nava, missionario della Consolata, accompagnati da alcuni soci dell’associazione I bagai di binari con cui collaborano.

Per Matteo non è la prima volta in terra missionaria; proprio l’anno scorso aveva visitato la realtà di padre Carlo Biella in Mozambico.

«Ciò che mi ha spinto maggiormente a intraprendere questa esperienza è stata la curiosità di vedere con i miei occhi il lavoro svolto da padre Sandro – ci ha raccontato -. Allo stesso tempo, l’idea di visitare Paesi meno rinomati rappresenta per me sempre uno stimolo ulteriore».

«Volevo conoscere un mondo completamente diverso dal mio, avvicinarmi alle persone, mettermi al servizio degli altri – aggiunge Angelica -. Inoltre, volendo intraprendere gli studi di medicina, era per me anche un’opportunità di vedere da vicino cosa significa realmente lavorare in un ospedale».

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

Le aspettative di questa esperienza sono state appagante nel vedere come il missionario cernuschese si sia mosso in questi cinque anni per portare il Makiungu hospital a essere oggi uno degli ospedali più all’avanguardia del Paese, accessibile anche alle persone meno abbienti.

«Le mie aspettative non solo sono state confermate, ma addirittura superate – ha voluto precisare Matteo -. L’ospedale è gestito in maniera impeccabile: ogni dettaglio è curato con attenzione, dalla pulizia interna ed esterna, al perfetto funzionamento e rifornimento costante della farmacia, fino all’efficienza straordinaria dei numerosi reparti».

«Le mie aspettative – ha aggiunto Angelica – sono state superate in quanto ho avuto la possibilità di affiancare una dottoressa e di entrare in contatto con i pazienti. Ho vissuto per alcuni giorni la realtà ospedaliera osservando come si effettuavano gli esami nel reparto di Rianimazione. Inoltre, ogni giorno riuscivamo a ritagliarci un’ora di tempo da trascorrere con i bambini residenti con le loro famiglie vicino all’ospedale. Quello che ho ricevuto da loro non si può spiegare solo a parole; mi hanno insegnato che l’amore non ha bisogno di una lingua in comune. Basta un sorriso, un abbraccio o qualche bolla di sapone per creare un legame che ti resta nel cuore».

Con impegno, i due giovani sono stati di supporto alla realtà di padre Sandro. Hanno svolto principalmente compiti logistici, come lo smistamento di decine di scatoloni presenti nel magazzino e la loro suddivisione per tipologia di oggetti donati. Si trattava soprattutto di vestiti e giochi per bambini: i primi sono stati distribuiti in pacchetti, ciascuno contenente il minimo indispensabile di vestiario, consegnati ai neonati e ai bambini ricoverati.

«I giochi, invece, sono stati donati ai gruppi di bambini che ogni sera, verso le 18, “venivano a trovarci” sotto la nostra dimora – aggiunge Matteo -. Palloncini, girandole e bolle di sapone erano diventati un dono quotidiano. In ospedale invece mi sono occupato esclusivamente del taglio delle garze, un’operazione semplice ma essenziale dato l’elevato consumo giornaliero». Un’esperienza che ha indubbiamente lasciato il segno.

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

«Mi ha colpito l’amore incondizionato dei bambini. Il modo in cui si attaccano a te con fiducia, pur non conoscendoti – precisa Angelica -. Il modo in cui riescono a sorridere pur avendo pochissimo. Un palloncino colorato, una bolla di sapone, un po’ di solletico… e i loro occhi si illuminano. È difficile da spiegare, ma ho capito che la felicità è un qualcosa molto più semplice di quanto pensiamo e che non ci accorgiamo di quanto siamo fortunati».

«Un altro aspetto che mi ha colpito è stato vedere le decine di targhe di ringraziamento dedicate ai privati e alle associazioni che hanno reso possibile la costruzione dell’ospedale e l’acquisto di importanti macchinari: segni concreti di fiducia e vicinanza verso padre Sandro e la sua missione. Mi ha reso orgoglioso vedere scritto su due di esse il nome del mio paese», ha voluto spiegare Matteo.

Chiedere cosa ognuno di loro porti a casa, dopo questa piccola esperienza missionaria, viene automatico.

«Una versione di me stessa più consapevole, più grata. Ho riscoperto il valore della semplicità e la bellezza delle piccole cose. Ho capito che voglio davvero intraprendere la strada della facoltà di medicina, ma non solo per “guarire” malati, bensì anche per accompagnare le persone nei momenti più difficili», ha risposto Angelica.

«Oltre alle tredici magliette di calcio acquistate nei suggestivi e colorati mercati della Tanzania, ho acquisito una consapevolezza profonda – tiene a raccontarci Matteo -. Per costruire e mantenere operativo un ospedale nel cuore della natura servono passione, dedizione, costanza e un impegno instancabile».

Uno degli obiettivi del sodalizio cernuschese è quello di sensibilizzare, coinvolgere più persone, meglio ancora se giovani.

«Consiglierei senza esitazioni questa esperienza a tutti – incalza Matteo -, soprattutto a chi studia medicina o sogna di diventare medico o infermiere».

«Non si tratta solo di un viaggio, ma è un vero e proprio tuffo in un’altra realtà. È un’occasione per crescere, mettersi alla prova, aprire gli occhi e il cuore. Consiglierei a chiunque abbia voglia di imparare, di dare e allo stesso tempo di ricevere molto di più; fare un’esperienza così, lascia un segno indelebile».
Provare per credere.

I bagai di binari
Cernusco Lombardone (Lc), 26/08/2025

St Joseph Allamano Makiungu Hospital, con padre Sandro Nava

Vero missionario (Cellana p Franco)

Era il 1993, tanti anni fa. L’associazione Amici Missioni Consolata muoveva i suoi primi passi nel Cam (allora Centro di animazione missionaria) attaccato alla Casa madre dei Missionari della Consolata in Torino. Dopo i primi anni con padre Giordano Rigamonti, l’associazione aveva trovato in padre Franco Cellana il suo «cappellano».

Appena letto quanto pubblicato su di lui nella rivista di agosto-settembre in ricordo di padre Franco, l’amico Ottavio Losana, allora presidente degli Amc dopo essere stato per anni capo nazionale degli scout dell’Agesci, mi è arrivato in ufficio, a dispetto della sua «giovane» età, e mi ha portato questa poesia che lui stesso aveva scritto nel 1993, quando padre Franco era stato nominato consigliere generale dell’Istituto e aveva dovuto lasciare Torino e, quindi, gli Amici.

Padre Franco, 4° a sinistra, accucciato, con gli. AMC a Bevera di Castello Brianza nel 1992
Padre Franco Cellana alla festa della Consolata nel Consolata shrine di Nairobi nel 2009

Caro Franco,
due anni son passati
da quando questa grande associazione
mi ha messo assieme a te,
in coabitazione, ad occupare
il posto altolocato di presidente.

E già tu ci abbandoni,
che ad altro incarico ti hanno nominato;
il Gran Consiglio ahimè va rispettato,
non valgono lusinghe o ricchi doni.

Eri giunto fra noi dal Tanzania,
trovandoci un po’ incerti e quasi tonti
per la partenza del padre Rigamonti.
Ma la tristezza l’hai spazzata via
come un torrente dei monti del Trentino
che dalle rocce scende a cascatella
portando l’acqua sempre fresca e bella
dentro le sponde di un laghetto alpino.

Sempre di corsa,
sempre un po’ in ritardo,
ma sempre pronto
al momento del bisogno
ci hai indicato il grandissimo sogno
del mondo missionario.

Con lo sguardo,
con l’esempio e con la tua parola
ci hai insegnato a guardare lontano,
a aprire il cuore, a stendere la mano
a ogni persona e a non lasciarla sola.

Pronto,
se c’è qualcosa che un po’ sgarra,
a strimpellare sulla tua chitarra,
così a cantare le lodi del Signore
ci hai insegnato in italiano,
ma anche in kiswaili, in brasiliano,
in spagnolo, e a tutte le ore
mai ti sei dichiarato maldisposto
a stare in amicizia in mezzo a noi.

Che faremo noi tutti d’ora in poi?
Chi verrà a occupare questo posto?

Caro Franco, alpino poderoso,
forte, sincero, leale, generoso,
pronto a bere un bicchiere in compagnia,
infinita sarà la nostalgia!

Ora basta, che già io mi commuovo:
anche se orfani, anche se infelici,
continueremo ad essere tuoi amici.

Parte il vecchio assistente. Viva il nuovo

Ottavio Losana,
AMC Torino, agosto 2025

Gli Amici Missioni Consolata sono sempre grati a padre Franco e continuano oggi il loro generoso impegno missionario, speranzosi di trovare nuovi giovani amici che condividano con loro la bella avventura di supporter dei missionari

Chondogyo

Caro Paolo Moiola,
sono stato molto felice di leggere l’articolo sul chondogyo in italiano (MC 10/2025 pp. 17-19 dove si usa il termine «ceondoismo», ndr).

Vorrei commentarlo con due precisazioni.

La prima. Il simbolo della nostra Chiesa – chiamato Kungulzang – non ha significato se preso parzialmente. Il suo significato è possibile solo nella sua forma completa. Come ti ho detto spesso «Per comprendere facilmente il cuore dell’universo», perché rappresenta il dinamismo dello spirito.

La seconda. Come tu stesso avevi notato, il chondogyo è una religione molto spirituale fin dalla sua origine. Quindi, affermare che esso sia diventato spirituale sotto l’influenza della dominazione giapponese è sbagliato.

Infatti, il terzo maestro del chondogyo, Son Byeong-hui (detto Euiam), che è stato anche leader del Movimento per l’indipendenza 3.1 («Movimento Sam-il»), aveva una profonda pratica spirituale già nel 1880, molto tempo prima dell’invasione della Corea da parte del Giappone (avvenuta nel 1894, ndr).

Detto questo, sono molto felice e ti ringrazio molto per il tuo sincero impegno. Cordiali saluti,

Yoontaek Jung
(responsabile della chiesa di Seul), 23/09/2025

Nucleare

Caro Direttore,
nel mio articolo sul nucleare pubblicato nel numero di ottobre, la figura a pag. 12 sui costi delle diverse fonti energetiche avrebbe dovuto riportare nella legenda che la curva in grigio scuro è relativa alle centrali a gas metano usate per far fronte ai picchi di richiesta elettrica sulla rete (quindi per periodi brevi, con la conseguenza che i costi relativi all’impianto si spalmano su una limitata produzione energetica, facendo aumentare di molto il costo dell’elettricità). La curva del «Gas naturale», in colore grigio chiaro, si riferisce invece ad impianti usati continuativamente, con una grande produzione di elettricità, che pertanto risulta più economica (corretto nella versione online, ndr).

Con l’occasione mi permetto di evidenziare come, sempre sul numero di MC di ottobre, nel testo a firma Piergiorgio Pescali, sia errato dire che «l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi» [rispetto all’uso nei reattori]. Magari fosse così!

Purtroppo, disponendo delle tecnologie e dei materiali per un programma nucleare civile, si possiede quanto è necessario per realizzare bombe nucleari; procedere a farle o meno è solo questione di scelta politica da parte dei governi.

Pure criticabile è l’affermazione che una centrale nucleare può operare indipendentemente dalle condizioni meteorologiche (e, aggiungerei, anche ambientali). Basta vedere i problemi che varie centrali nucleari in Francia e altri paesi hanno avuto negli ultimi due anni, durante periodi di alte temperature estive. Cordiali saluti.

Mirco Elena (fisico)
21/09/2025




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Suor Anania Tabellini Missionaria della Consolata

A nome di tutto il popolo castelfranchese e di tutte le Missionarie della Consolata segnaliamo alla redazione di Missioni Consolata che la suora ritratta nella foto (a pag. 43 del numero di giugno) non è semplicemente «una missionaria», bensì suor Anania Tabellini, morta giovanissima in fama di santità, offrendo la vita per la vocazione del fratello Ernesto, diventato poi prete di Bologna, morto centenario alcuni anni fa e che ne ha curato la pubblicazione degli scritti, riuscendo a far traslare il corpo di sr. Anania nella chiesa parrocchiale di Piumazzo (frazione di Castelfranco Emilia).

Un lettore
23/06/2025, Castelfranco  Emilia (Mo)

  • Grazie di cuore di questa segnalazione che ci ha stimolato a conoscere suor Anania, aiutati anche dal sito della parrocchia di Piumazzo – dove ha scritto di lei suo fratello sacerdote, don Ernesto -, e dalle Missionarie della Consolata.
Sr Anania visita un anziano lebbroso

«Suor Anania, al secolo Anna Tabellini, è la secondogenita di cinque figli. Emilio il padre, Maria Finelli la madre, Ettore ed Ernesto i fratelli, Marcellina ed Evelina le sorelle. Nasce a Piumazzo (Modena) in località Fossa Vecchia il 9 luglio 1904». Lì, in una terra di contadini, Anna cresce, frequenta la scuola e – come era normale allora per le bambine del tempo – le suore per imparare ricamo e cucito. «È iscritta all’Azione Cattolica e si distingue come «socia esemplare”, […] è molto attratta dalle letture missionarie e ben presto manifesta la vocazione religiosa».

«Ancora giovanissima entra nella famiglia religiosa delle Visitandine di Bologna […] poi, quasi improvvisamente, lascia questa per entrare nelle Missionarie della Consolata di Torino. Vuole fermamente andare in missione in Africa. Questa scelta non piace alla famiglia e soprattutto al padre che dice: “Suora sì…missionaria no”».

«Ma il Signore l’ha già totalmente conquistata e non bastano le parole, le suppliche e le lacrime a trattenerla».

Suor Anania lascia Bologna per Torino nel giugno del 1925 e, dopo due anni di noviziato, parte per il Mozambico il 3 luglio del 1927 con il primo gruppo di sei Missionarie della Consolata e arriva a Miruru il 18 settembre.

Miruru è nel profondo interno del Mozambico, quasi nel punto dove si incontrano i confini con Zambia e Zimbabwe. Per le prime missionarie la vita è davvero molto dura. Le suore rimangono a Miruru fino al 1930, quando devono poi spostarsi (a piedi) verso l’Oceano Indiano, nell’isola di Ibo a Cabo Delgado, a quasi 1500 km di distanza.

«Dopo solo sette anni di grandi disagi e rinunce in terra africana, lontana da tutto e da tutti, va incontro a undici mesi di totale infermità, come premio per l’offerta generosa della sua vita: si ammala di tubercolosi e lentamente, serenamente e coscientemente aspetta l’incontro «vero” con il suo amato Signore».

Scrive suor Edvige, che l’assiste nella malattia: «Ieri mattina alle 6, come il solito ricevette la santa Comunione e dopo mezz’ora mi disse: “Non posso più ricevere un’altra volta l’Estrema Unzione, pazienza, sento aumentare molto le mie sofferenze, temo di non sopportarle bene”. “Vedo che soffre tanto, le dissi, ma coraggio sr. Anania, sono le  ultime gemme preziose che mette alla sua corona”. Essa sorrise e poi soggiunse: “Venga qui proprio vicina, non sento più, le mie orecchie vanno chiudendosi ai discorsi degli uomini, per aprirsi lo spero per sempre alla voce del mio Signore…”. E colle lacrime agli occhi baciò il suo Crocifisso».

Il 4 maggio 1934, alle ore 14.30, a trent’anni, suor Anania si unisce al suo Signore. Sepolta a Porto Amelia (oggi Pemba, Cabo Delgado), nel 1975 i suoi resti vengono tumulati nel cimitero del suo paese di origine, fino al 2004, quando nel centenario della sua nascita, il fratello don Ernesto (divenuto sacerdote dopo la morte della sorella quasi a raccoglierne l’eredità) ottiene tutti i permessi per tumularne il corpo nella chiesa di san Giacomo di Piumazzo, dove oggi riposa.

Sul sito della parrocchia si trova molto materiale scritto da don Ernesto sulla sorella e anche la presentazione di alcuni libri da lui scritti in sua memoria.

La foto che abbiamo già pubblicato nel numero di giugno, ritrare suor Amelia mentre visita un anziano lebbroso, ma non abbiamo idea se sia stata fatta nella zona di Miruru o in quella di Cabo Delgado.

Dossier COREA DEL SUD

[Caro Paolo,]
Molto ben fatto! Ti sei informato bene e hai rispettato le fonti. Oggi non è facile fare un articolo su un Paese o un popolo. È come fotografare un’auto in corsa. E in una foto non puoi metterci tutto. Ma dai, va bene come hai fatto. Continua il buon lavoro

Gian Paolo Lamberto,
 missionario Imc in Corea, 14/07/2025

Ho letto con interesse il tuo dossier sulla Corea. Mi sembra bello e ben fatto. Nessuna critica, né dura né severa. L’unico appunto è di carattere tecnico: il candidato che ha perso le ultime elezioni del presidente si chiama Kim Moon-soo e non il nome che tu hai messo. Caro Paolo, ti auguro di continuare bene il tuo impegno di giornalista in giro per il mondo!

Diego Cazzolato,
missionario Imc in Corea, 25/07/2025

  • L’errore si trova nella prima colonna di pag. 36, dove si riporta il nome di Han Duck-soo, presidente ad interim dal 14 dicembre 2024 al 2 maggio 2025 e primo ministro della Corea del Sud per tre mandati, nel 2006, dal 2007 al 2008 e dal 2022 al 2025.
  • Kim Moon-soo era membro del People power party ed era il candidato del suo partito per le elezioni presidenziali del 2025, vinte da Lee Jae-myung.

Sei metri d’eternità

Il fatto

Abbiamo ricevuto una mail che ha bisogno di una piccola introduzione per essere compresa:
il 2 agosto 2025 a Villadossola moriva il giovane Pashtrik Krasniqi, 21 anni, per un incidente sul lavoro.

«Pashtrik stava smontando il ponteggio insieme agli altri operai quando ha sfiorato con la gamba un cavo dell’Enel. La scossa è stata fortissima, pochi attimi e il suo corpo si è accasciato sulle lamiere a sei metri di altezza. Sono stati i colleghi a chiamare i soccorsi, ma per lui non c’è stato niente da fare.
Pashtrik Krasniqi, 21 anni, originario del Kosovo e residente nel Verbano-cusio-ossola. Ennesima vittima sul lavoro in Piemonte».
(Marco Procopio – Rai News.it).

L’email ricevuta

Mi presento: sono Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e attivista. Scrivo con il corpo, con la memoria, con le ferite che non sono solo mie ma collettive. Scrivo per restituire voce a chi non può più parlare, per tendere parole come ponti tra il dolore e il senso, tra la perdita e la giustizia.

La poesia che ho scritto per Pashtrik Krasniqi nasce così, da un bisogno profondo di non lasciare che un’altra morte sul lavoro cada nel vuoto.

Aveva ventun anni. Era su una piattaforma, a sei metri d’altezza, stava smontando un ponteggio. È bastato un istante, un cavo scoperto, e la folgore lo ha portato via. Una vita spezzata sul lavoro, ancora. Un nome tra i tanti, troppo spesso dimenticati. Pashtrik non può restare una statistica, una riga su un giornale.

La poesia per lui è un atto di cura, un gesto che tenta di accompagnare chi resta, una madre, un padre, gli amici, i colleghi, le persone che lo hanno amato.
È anche un grido: un modo per dire che non possiamo più voltare lo sguardo. Ogni caduta, ogni folgorazione, ogni cantiere che diventa luogo di morte, è una sconfitta sociale, morale, civile.

 Per questo ho scritto Sei metri d’eternità. Perché quei sei metri non siano l’ultimo tratto della vita di un ragazzo, ma il primo passo della nostra coscienza verso un cambiamento necessario.

La poesia per Pashtrik Krasniqi, 21 anni

Una scintilla,
e il cielo ha piegato il collo.

La piazza tace,
sfiata l’ombra in silenzio.
Sotto la croce del sole,
un nome si dissolve:
Pashtrik, luce straniera
sulla pelle d’Italia.

Sei metri più in alto
dell’orologio del paese,
le mani smontavano il tempo,
trave dopo trave.

Ma un filo nero, nudo, infame
gli ha detto:
«Torna a casa,
senza scendere».

La folgore
lo ha vestito d’aurora,
in un abito che la madre
non saprà toccare.
Un corpo si fa lampo,
si fa grido nel metallo,
e la voce si rompe in petali.

Villadossola ha pianto,
ma a capo chino,
come un padre
che non sa chiedere perdono.

Il ponteggio,
costole di una gabbia,
ora è vuoto,
e canta col vento
il suo lutto.

Nessun angelo
ha interrotto il circuito.
Nessuna legge
lo ha trattenuto dal volo.
Il casco è rimasto appeso
a un chiodo d’aria,
frutto che la morte non ha colto.

Le mani di Pashtrik
odoravano di calce, di pioggia
e di futuro ancora intonacato.

Il cavo era
più rapido del sogno,
più svelto della vita
che saliva piano.

Ora, a terra, l’asfalto
conserva il suo nome,
 inciso tra le dita di strato
pendono decisioni.

Il cerchio si chiude,
ma non la domanda:
chi protegge chi costruisce il mondo?

Yuleisy Cruz Lezcano
03/08/2025

  • Pubblichiamo volentieri questa poesia, partecipazione a un dramma che spesso passa inosservato perché coinvolge uno dei tanti «invisibili». Raramente la morte di persone immigrate per incidenti sul lavoro fa notizia: invisibili come sono per il nostro mondo e per la nostra politica, che invece è decisamente molto più vocale quando sbandiera il cosiddetto dovere di «difendere i confini della patria», anche quando questo significa rimandare i migranti nelle mani dei loro sfruttatori, lasciarli annegare nel Mediterraneo e negare i diritti fondamentali a persone che provengono da Paesi martoriati dalla povertà, dai cambiamenti climatici, da regimi politici dittatoriali e soprattutto da troppe guerre.

Festival della Missione 2025 a Torino

In continuità con l’ispirazione tematica del FdM22 «Vivere perdono», alla luce del Giubileo 2025 «Pellegrini di speranza» proposto da Papa Francesco e facendo tesoro delle «Piste tematiche» suggerite dalla Commissione scientifica per il FdM25 – che si tiene a Torino dal 9 al 12 ottobre -, la Direzione generale e la Direzione artistica hanno scelto come tema del prossimo FdM25 «il VoltoProssimo».

A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù a ogni donna
e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla Terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.

Prossimo deriva dal superlativo del termine latino «prope», il più vicino. A chi mi faccio più vicino, dunque? Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di «farsi più vicini» a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le «buone» ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto.

Volto è una parola densa, in cui l’accento relazionale dell’ebraico «panim», si fonde con i singolari «facies», latino, e «prosopon», greco, che sottolineano l’essenza della persona. Il volto è la soglia prima ed estrema tra interiorità e realtà esterna, luogo per antonomasia di svelamento del se e di incontro con l’altro. «Il cristianesimo è incrocio di sguardi, religione dei volti: volto di Cristo sfigurato e trasfigurato, volto del discepolo che può vedere perché è stato visto, volto del povero, sacramento di Dio, volto di ogni essere umano, creato a immagine di Dio…» (Bruno Chenu).

L’articolo «il» è minuscolo per mettere l’accento su «Volto» e «Prossimo»: due sostantivi «legati» in un’unica parola con il filo che cuce insieme le creature tutte. Il filo del gomitolo che ogni giorno dipanano nel mondo i missionari e le missionarie, quanti, cioè, si fanno prossimi.

A simboleggiare il Festival c’è il logo:  un gomitolo la cui forma sferica ricorda il mondo. I suoi fili colorati si srotolano dal basso, facendo partire i nostri sguardi dal Sud.
 A definire questo mondo non sono i contorni delle nazioni, ma i colori, perché il mondo reale di oggi supera decisamente i confini politici territoriali in cui popoli si riconoscono ed è essenzialmente interconnesso e interdipendente.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuate così

Carissimi, da diverso tempo ricevo e leggo molto volentieri la vostra rivista MC e desidero complimentarmi per la ricchezza dei contenuti che allargano il cuore ed arricchiscono l’anima! Continuate così!

Luigia Arnaboldi
04/06/2025

Grazie del vostro servizio

Spettabile direzione,
premetto che per interesse culturale e per lavoro ho viaggiato nell’East Africa, in Medio Oriente e in Sud America, per decenni sempre da solo, adattandomi ai trasporti e soggiorni locali. Negli anni Settanta in Kenya mi chiesero quale fosse la mia opinione di viaggiatore solitario. Risposi con una frase che vale forse oggi più di allora, dissi: «Mi vergogno di avere la pelle bianca». Questa, in sintesi, per quello che ho visto e così ho sempre vissuto: fuori sono di pelle bianca, dentro multirazziale.

Oggi sarebbe impossibile fare gli stessi viaggi da solo senza problemi. Quella che era una comprensione primitiva, semplice e sincera non esiste più perché il mondo si è evoluto in peggio in ogni senso.

Oggi, a Nairobi, anche fare circa un chilometro a piedi dall’albergo per arrivare alla chiesa della Consolata in Westlands è sconsigliabile perché troppo pericoloso.

Faccio questa premessa perché non sono uno sprovveduto, ma ho visto molti dei paesi in cui operano missionari e missionarie, e ho constatato, ad esempio, l’enorme dedizione e persecuzioni vissute dai Comboniani in Sudan.

Vengo oggi per esprimere il mio grande apprezzamento alla redazione per l’alto livello di trasparenza di MC. Non ho molto tempo per leggere e così condivido la copia che ricevo nell’ospedalino che esiste qui a San Giulio d’Orta, così anziani e ricoverati imparano a conoscere un po’ altri mondi e altri popoli.

Ieri leggevo il numero di giugno e ancora una volta mi ha fatto  specie l’esattezza degli articoli che rispecchiano in parole chiare la realtà dell’Ecuador, diventato preda delle bande della droga come la Colombia. L’articolo è perfetto e molto educativo.

La vostra rivista è educativa almeno quanto la Bibbia, anzi di più, perché parla del presente e del sacrificio missionario con le sofferenze in buona parte dovute all’assenza di civismo e cultura da parte di chi va al potere, alla sete di denaro, ecc.

Adesso ogni limite è stato superato. Basti leggere il non livello morale di chi comanda in Usa, il livello criminale in Russia e poi, per finire, alla violenza e ignoranza di parte dei discendenti di quelli che hanno condannato Gesu Cristo. È il vergognoso quanto vigliacco comportamento della minoranza ultra ortodossa, che pagherà un prezzo alto visto che l’olocausto ha insegnato il rispetto per la persona umana e non la mattanza di decine di migliaia di innocenti

Grazie per quello che scrivete. Spero che Gesù Cristo si ricordi della vostra rivista che cerca di educare una popolazione sempre più primitiva, e atea per di più.
Cordiali saluti

Giorgio Biancardi
16/06/2025

Caro signor Giorgio,
non sono sicuro che ci meritiamo così tanti elogi. Ma grazie di cuore, ci incoraggiano a continuare sulla strada del servizio alla verità e, soprattutto, del dare voce a chi voce non ha: gli ultimi della storia, le periferie, i poveri, gli esuli, i rifugiati, i migranti per scelta ma soprattutto per forza, i popoli indigeni, ma anche al nostro pianeta bistrattato, sfruttato, inquinato.

Scrivo questo commento pensando che il Vangelo del giorno in cui scrivo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,42). Parole che Luca ha reso ancora più concrete scrivendo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).

Per moltissimi cristiani questo è davvero l’impegno per cui pagano di persona. Basta pensare ai milioni che vivono in condizioni di continua persecuzione diretta o indiretta.

Penso a Floribert Bwana Chui, ucciso il 13 giugno 1981 a Goma, nell’Est dell’Rd Congo e dichiarato beato il 15 giugno scorso. Mi riempie di gioia il pensare che il «Signore Leopardo» (questo è il significato di Bwana Chui) si sia offerto invece come un agello.

E come non ricordare suor Leonella Sgorbati, ora beata, che, mentre la uccidevano a Mogadiscio nel settembre 2006, continuava a ripetere «Perdono, perdono»?

Tutto questo è anche un invito alla speranza, perché nonostante sembrino prevalere atteggiamenti predatori, la logica di guerra e il guadagno a tutti i costi, in realtà ci sono tantissime persone che lottano per un mondo di amore, pace e giustizia, spesso a un prezzo molto alto.

E questo è un grande incoraggiamento a non mollare e a continuare con cuore grande il nostro «pellegrinaggio di speranza».

Il nostro desiderio è quello di mettere l’uomo al centro. E cercare la verità, alla luce di Colui che è «via, verità e vita».

Per questo di questi tempi siamo profondamente rattristati dal disprezzo della vita umana dimostrato da noti potenti della terra, ed esibito senza ritegno sia da chi comanda in Israele che da Hamas, sia da altri fondamentalisti in molti luoghi del mondo.

Ricordo di Padre Franco CELLANA

Gentilissimo padre Gigi,
sono Laura, sorella di padre Franco Cellana. Approfitto della tua cortese disponibilità.

La nostra famiglia era grande, papà, mamma e 12 figli, una zia sorella della mamma. I nostri genitori erano meravigliosi, severi quando serviva ma anche accomodanti. La zia aiutava molto la mamma.

Durante la gravidanza di Franco la mamma aveva fatto un voto al Padre Eterno: «Ti prego fa che mio marito torni dalla guerra e ti prometto che anche se verranno 10-12 figli non mi lamenterò mai», e così il primo ottobre 1942 è nato Franco, un settimino. Ne sono poi arrivati altri otto e Franco, nascendo, ha salvato il papà dalla guerra con l’aiuto del cielo, perché papà Giulio era militare e doveva tornare in Libia, ma esisteva una clausola: con il quarto figlio scattava l’esonero.

Papà Giulio chiamava Franco «piccirillo» per la sua compostezza e prontezza ai richiami. Prima di andare a dormire gli diceva: «Domani, giorno di vacanza, vai al pascolo con le capre (erano due) ed al ritorno metti a posto la legna, mi raccomando!». Il giorno dopo al rientro dal lavoro e alla domanda se vi avesse provveduto, la risposta era: «No, mi sono dimenticato»! E così anche nei giorni successivi. Ricordo che papà fingeva di picchiarlo facendogli presentare entrambe le mani, ma seguivano solo carezze in quanto «lui era il piccirillo»!

Abitando a Tiarno di Sopra, vicino a Trento, agli inizi degli anni 48/50 abbiamo conosciuto i Missionari della Consolata della casa di Rovereto attraverso due fratelli missionari, i padri Giuseppe e Giulio Parisi, trentini anche loro. Frequentavano spesso casa nostra e mamma e papà li fermavano anche a pranzo o cena e a noi ragazzi piaceva ascoltare i loro racconti di tante cose a noi sconosciute; erano simpatici e anche scherzosi. Così due dei miei fratelli, il maggiore ed il secondogenito, sono partiti per l’istituto di Rovereto. Il più grande è tornato a casa, ma andava bene anche per i nostri genitori perché, se non si trovavano bene, era meglio che ritornassero in famiglia.

Padre Franco distribuisce aiuti a Nairobi durante i disordini dell’anno 2008.

Nel 1953 anche Franco decide di andare a fare il missionario. Un giorno tornando da scuola mi dice: «Voglio diventare missionario e andare in Africa», e io di rimando «ma non sai nemmeno dov’è!». Lui non replica, ma giunti a casa prende il sussidiario e mi dice «ecco qua!».
E io «ci vai a piedi o in bici?»

E così nel 1953 parte anche lui, mentre in famiglia manca la forza lavoro (tutti i fratelli sono studenti!). Franco inizia il suo percorso in seminario a Rovereto, è molto diligente, impegnato nello studio, interessato al gioco del calcio e si disimpegna bene col pallone. I primi mesi ho sentito molto la mancanza di quel fratellone cui ero particolarmente affezionata e chiedevo spesso a mamma Teresa quando sarebbe tornato; e lei, molto religiosa: «Se quella è la sua strada ben venga».

Completa gli studi teologici a Madrid, dove è ordinato nel 1967. In Spagna rimane fino al 1977 come animatore missionario e nel 1978 arriva il giorno che ci annuncia la sua destinazione: l’Africa, in Tanzania, il suo sogno da ragazzo!

Ricordandogli i nostri discorsi del 1953, scherzosamente gli ho detto: «Se ti serve la bicicletta c’è quella di papà»! Era felicissimo e tutti noi per lui. Ricordo il suo primo ritorno dalla Tanzania, una gioia immensa per tutti: mamma, papà, zia Romana, fratelli, sorelle e i nipotini, divenuti man mano già numerosi, e paesani e amici d’infanzia.

Pa Franco al Consolata Day del 2007 con due impiegate delle Casa regionale di Westlands, Nairobi

La strada che lui ha intrapreso l’ha percorsa con tanto amore per il prossimo. Ci raccontava la miseria e la povertà di quelle genti che avevano poco o nulla da mangiare, ma con un sorriso che ti prendeva il cuore come pure quello dei loro piccoli. La sua prima visita dall’Africa fu una grande festa per tutti noi parenti. Anche i paesani venivano a salutarlo e lui, sempre disponibile, parlava con tutti. Aveva proprio lo spirito missionario, pronto per una parola di conforto e di coinvolgimento anche per i ragazzi.

Un giorno, all’improvviso, viene a mancare papà Giulio, l’8 agosto 1986. Franco torna dall’Africa per il funerale, rimane poco e quando riparte porta con sé in Tanzania mamma Teresa, abbastanza titubante, seppur felice di questa avventura. Laggiù rivede baba Camillo Calliari, un caro confratello, anche lui trentino, che li accompagna per le missioni. Tiene anche un piccolo diario che al ritorno farà copia per tutti noi. Dopo due anni, viene a mancare anche mamma Teresa e a seguire pure zia Romana che era vissuta sempre nella nostra numerosa famiglia.

Wamba 10 aprile 2016, posa delle ceneri di padre Franco nel piloncino davanti alla chiesa della missione.

Nel 1991 lo chiamano come direttore del centro di animazione a Torino, ma nel 1993 viene eletto consigliere generale dei missionari e si trasferisce a Roma. Poi nel 2000 lo mandano in Kenya, prima parroco al Consolata shrine a Nairobi, poi superiore regionale e infine parroco a Wamba, nel Samburu.

All’inizio del 2014 Franco ritorna in Italia dal Kenya per degli accertamenti presso il Centro tumori di Milano. Aveva una grande speranza di poter tornare fra la sua gente e di rimanervi. Purtroppo, il male se l’è portato via il 15 settembre 2014, tornando alla casa del Padre e lasciando un grande vuoto in tutti noi, parenti, amici, benefattori. L’urna è stata portata a Wamba nel 2016, dove riposa nella missione in cui ha prestato il suo ultimo servizio.

Grazie caro fratello per tutto quello che hai donato a chi ne aveva bisogno; noi continueremo a seguire il tuo esempio e riposa in pace nella tua Africa.

A voi tutti, cari Missionari, un grazie per la serenità che donate, la saggezza, l’amore e la costanza con cui operate.

Un grazie a tutti gli amici e benefattori che hanno aiutato e voluto bene a Franco.

Laura Cellana
06/06/2025

www.festivaldellamissione.it



Noi e Voi, Lettori e Missionari in dialogo

A proposito di castità

Castità: ma perché la chiesa di Roma si ostina a non rendere facoltativo il voto di castità? Un religioso non si sente di sposarsi, bene, un altro desidera sposarsi bene.

Perché continuare a questa violenza contro la natura biologica umana della castità? Io e lei siamo nati grazie all’unione dei nostri genitori, non da angeli.

Quante violenze sessuali di religiosi che sentiamo ogni giorno scomparirebbero. Gli ortodossi, i luterani e i tanti gruppi cristiani hanno già fatto da secoli e decenni questo passo di sincerità morale. Se la Chiesa cattolica vorrà vedere ancora vocazioni deve avere coraggio vero. Non belle parole. So che questa mia email non verrà pubblicata, però per l’affetto che ho fin da bambino alla rivista, mi sono permesso di scriverle.

Alfio Tassinari
Cervia (Ra), 15/05/2025

Grazie per questa email che mi dà l’opportunità di approfondire il punto «castità».

Anzitutto, parlando di castità nell’editoriale non mi riferivo al «voto di castità» che è una scelta libera che uomini e donne fanno sia per la vita religiosa, che per il sacerdozio. Pensavo alla castità come parte qualificante dell’amore.

Parto da un elemento di base: con il battesimo tutti siamo chiamati alla santità, nel senso che lo scopo della nostra vita è vivere come figlie e figli di Dio imitando Gesù nella pratica del suo comandamento nuovo «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). Da questo noi saremo riconosciuti come «suoi». È in questo contesto che la castità trova il suo vero significato, e non si riduce semplicemente all’astensione dai rapporti sessuali. Castità è fare una scelta di amore totale per l’amato o l’amata (che sia Dio o lo sposo o la sposa). Un amore libero e liberante, con cuore puro, con gratuità, senza mai possedere o usare le persone come oggetti sessuali. È guardare agli altri con occhi limpidi. Diventa così una marcia in più del vero amore, che sia vissuta nelle relazioni tra le persone in generale, o nella vita di coppia.

Aggiungo alcune considerazioni. Si parla e sparla tanto degli abusi commessi da sacerdoti e persone consacrate. Non intendo qui scusare chi li ha fatti o continua a farli. Ma la realtà è molto più complessa. Le statistiche ci dicono che gli abusi e le violenze sessuali non sono un «privilegio» dei religiosi, ma sono diffusi, e in percentuali anche più alte, in tutti gli ambiti della vita umana. Personale sanitario, insegnati, professionisti dello sport e dello spettacolo, uomini e donne sposati, religiosi di altre confessioni, imprenditori e persone normali sono protagonisti di abusi e violenze. Senza parlare dell’infedeltà matrimoniale attraverso la frequentazione di prostitute. E poi la pedofilia, la pornografia (che prosperano sul web), la violenza sulle donne, la tratta, il traffico di minori e altri simili abusi sulla dignità delle persone, sono realtà che coinvolgono milioni di persone (anche sposate) e stanno corrompendo sempre più anche giovanissimi.

Nella Chiesa il problema certo esiste, ma, a differenza che in altri ambiti, c’è anche molta consapevolezza accompagnata da un forte impegno a prevenire e porre rimedio al fenomeno.

C’è anche un altro aspetto che fa riflettere: nella nostra società sempre più giovani non si sposano o lo fanno in età molto avanzata. Potrebbe una giusta comprensione della castità aiutarli a vivere l’amore con pienezza?

In questo contesto, allora, la castità, che – ripeto – non è semplicemente l’astensione dal sesso, diventa una proposta importante e rivoluzionaria. Perché vivere la castità è donazione totale, fedeltà, rispetto – anche per una coppia sposata -, un modo profondo, pulito, libero e liberante di vivere l’amore e le relazioni interpersonali.

Se la castità fosse qualificata solo dalla fisicità dell’astensione dal sesso senza divenire, invece, scuola e palestra di amore vero, come quello di Gesù per noi, allora sarebbe solo sterilità e nulla più.

Fra martino campanaro

Gent. Direttore,
in ogni numero della rivista trovo luoghi che ho frequentato e sui quali avrei qualcosa da aggiungere. Tra l’altro negli anni qualcosa di mio l’avete pubblicato. Di solito non vi scrivo, anche perché le descrizioni dell’autore sono sempre precise e ben circostanziate. Ma sul Myanmar mi aveva profondamente coinvolto e sento che devo aggiungere qualcosa soprattutto dopo la immane tragedia che lo ha colpito nel marzo scorso.

Con alcuni amici avevo visitato il Myanmar nel 2010. Avevamo deciso di evitare, nei limiti del possibile, i luoghi turistici e percorrerlo in barca, sui fiumi. Fermandoci in ogni villaggio che avremmo ritenuto interessante e andando a visitare siti archeologici pochissimo frequentati. Volevamo il contatto con la gente vera, non condizionata dal turismo. E quei contatti li abbiamo avuti.

Per sdrammatizzare un poco la gravissima situazione attuale, allego qualche paginetta simpatica tratta dal mio scritto: «Fra Martino Campanaro in birmano» che i bimbi cantavano ovunque ci fermassimo. Cordiali saluti

Mario Beltrami
Sesto San Giovanni (Mi), 19/05/2025

Grazie di cuore. Sì, la tua firma è già apparsa su MC tanti anni fa. Ecco di seguito alcuni testi e foto di quegli indimenticabili ricordi dal Myanmar.

Yaung Song Ballons: «Frà Martino campanaro» in Birmano

Tornando verso la barca nel villaggio di Shwe Inn Thein, in uno spiazzo che porta alle stupe sono attratto da un asilo dove bambini stanno giocando. Chiedo alle due maestre il permesso di entrare e fare qualche foto, cosa concessa senza difficoltà. Bimbi in fibrillazione e zampillanti come popcorn per l’insolita visita. Dopo tanti sorrisi e cicalecci, un bimbo intona un motivetto familiare, subito assecondato dagli altri.

Non ho difficoltà a riconoscere Frà Martino Campanaro, ovviamente in birmano. L’intono anch’io in italiano e mi ascoltano affascinati ed esterrefatti nello stesso tempo. Non riescono a capire come un extraterrestre, che arriva da zone lontane anni luce, possa conoscere questo motivo. Piace il din don dan finale che manca nella loro versione. Decidiamo di comune accordo (non difficile da raggiungere visto che loro parlano il loro dialetto e io il dialetto milanese), di aggiungere il din don dan alla loro versione.

Per la cronaca il titolo della versione birmana è Yaung Song Ballons, che significa «Palloncini colorati».

Villaggio di Main Thauk: si ripete il canto Frà Martino

Prima di lasciare definitivaente il lago Inlè, facciamo un’ultima puntatina al villaggio di Main Thauk, a non più di dieci minuti di barca. Troviamo un asilo e il gentilissimo invito ad entrare.

I bimbi, gasatissimi, cantano in nostro onore e, come per incanto, si ripete il Frà Martino.

Rispondo alla canzoncina con la versione italiana. Più smaliziati dei loro amichetti di Shwe Inn Thein (forse vedono qualche bianco in più), non restano per niente ammutoliti. Mi lasciano finire e, invitati dalla maestra, la riprendono in birmano facendomi tranquillamente capire che dopo tocca ancora a me. Anzi, lo devo stare seduto in mezzo a loro. La cosa si prolunga gioiosamente e, se non ce ne dovessimo andare, chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata.

Shwe Pyi Thar: il villaggio del sorriso

La navigazione sulla nostra barchetta scorre lentamente anche per godere della bellezza della natura intorno a noi. Decidiamo una sosta in un piccolo villaggio, poverissimo. Decine di bambini ad accoglierci sulla riva e ad accompagnarci nel nostro girovagare.

Qui purtroppo non c’è scuola ma, sotto la direzione del capo villaggio, ci intonano dei canti fra i quali non può mancare Frà Martino. Ormai lo consideriamo una sorta di inno nazionale. I bimbi ci stanno vicini, si lasciano fotografare, ma non chiedono nulla.

E questo, abituati ai bimbi questuanti di tantissimi altri Paesi, ci riempie di gioia. Solo pochi, i più fortunati, frequentano una scuola in un villaggio vicino. La scuola costa e solo alcuni se la possono permettere (lasceremo qualche soldino al capo villaggio, davanti a tutti, per aiutare ad aumentarne il numero). Fra i fortunati, nessuna bambina. A loro non serve. Il loro futuro prevede altri compiti. Sarebbe un’inutile perdita di tempo.

Guardo una bimbetta di una decina d’anni. Ricambia il mio sorriso con tanta dolcezza. Lo sguardo è vispo, dentro quella testa, c’è intelligenza da vendere. Perché le deve essere negato il diritto di conoscere ed essere schiavizzata con lavori massacranti, senza alcuna gratificazione?

Sempre che non arrivi qualcuno senza scrupoli che con due soldini e false promesse se la porti via per avviarla su altre strade.

I bimbi del monastero di Bagaya

Il monastero di Bagaya, realizzato in tek circa due secoli fa, è una delle più interessanti testimonianze buddhiste.

Ma da qualche tempo è anche ricordato per la caratteristica torre pendente che l’affianca. Contrariamente alla più famosa Torre di Pisa nostrana, qui la pendenza è stata causata da un terremoto. Ha subito lesioni, ma è ancora concesso salire fino in cima. Non saprei dire se questa concessione è dovuta al turismo, o se siano stati effettuati seri controlli che ne hanno attestato l’agibilità. Fino a metà ci si arriva con una malconcia scala esterna in legno; l’ultimo pezzo è interno in un budello largo mezzo metro.

Ma a me piace ricordare questo monastero per una importante iniziativa. L’unico monaco rimasto ha raccolto bambini che non vanno a scuola e insegna loro le regole del buddhismo tramite la lettura delle sacre scritture. 

Si potrà obiettare che non è un gran che. Che non imparano matematica e inglese, che potrebbero tornare loro comodo.

Ma, vedendo il bicchiere mezzo pieno, non è che imparando a leggere e memorizzare quei testi, non sappiano poi leggere altre cose. E imparando quei caratteri, possono anche capire come metterli a loro volta sulla carta. Anche per scrivere cose diverse. E imparando a leggere e scrivere cose diverse, se hanno la volontà di farlo, potrebbero anche cimentarsi (perché no?) con materie diverse.

Mario Beltrami

MC: semina consapevolezza e amore

Uscito dalla sede torinese (di MC), mi sono chiesto come e quando «Missioni Consolata» fosse arrivata a casa nostra. Entrato con la leggerezza accattivante delle sue copertine, la franchezza degli editoriali, la chiarezza tipografica del sommario, ci ha presto abituato ad alcune rubriche: i dossier documentati, «E la chiamano economia» di Francesco Gesualdi fra i principali. Così, da circa 15 anni, il mix convincente di «aspirazione alla consapevolezza imbevuta d’amore» frena lo scorrere della nostra quotidianità «obbligandoci» a spunti di riflessioni speciali.

Da sempre mi hanno stupito i sorrisi delle copertine, sorrisi che indicavano livelli di realtà comunque presenti al di là delle innegabili situazioni critiche, spesso drammaticamente critiche. Qualche anno fa – insegnavo ancora – mi ero rivolto per mail direttamente a padre Gigi Anataloni chiedendogli il modo di accedere all’enorme archivio della rivista nell’interesse della ricerca dei miei studenti: accordato senz’altro e velocemente. Nel tempo ho mantenuto fermo il desiderio di rendermi conto di persona della «realtà redazionale» di MC e finalmente – terza discesa a Torino dalla Bolzano altoatesina – mi sono ritagliato il tempo necessario.
Incontro prudentemente cordiale all’inizio, ma sempre più affettuosamente e profondamente informativo tanto più quanto più cresceva la percezione dell’autenticità dell’interesse reciproco. Così padre Gigi mi ha introdotto passo passo al cuore pulsante della rivista e della sua passione di direttore responsabile: documentare fatti/esperienze riuscendo a coglierne – al di là degli innegabili problemi – l’alito dell’amore che tesse ragioni di vita. C’è molto di più, anche se magari meno visibile, nella realtà ma bisogna saperlo cogliere.

E le diapositive che mi mostrava (diapositive che affondavano in decenni e decenni passati, fra tecniche di proto-fotografia e proto-realizzazione pratica dell’immagine), così come alcune grandi immagini appese alle pareti chiedevano esplicazioni.

«Perché tanto lavoro manuale e poca meccanica, poca tecnologia, al tempo d’oggi?». «Pensa al frutto dell’acquisto di una macchina, Marco, a cosa lascia nel corso del tempo. Tu vedi qui una fila di persone impegnate in lavoro manuale faticoso, ma non vedi le relazioni che intanto si sono stabilite, le competenze che vengono passate. In questo modo (d’accordo, forse ai tuoi occhi paradossale) si è dato lavoro per anni, una rete di civiltà ha potuto stabilizzarsi. Tante sono le variabili da considerare in un progetto, tante! E solo il tempo può dire se la scommessa è stata vincente, quella per noi fondamentale: la scommessa della civiltà dell’uomo».

Leggevo recentemente: «Nasciamo con un amore innato per la verità, ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia di impaccio» (Roger Money-Kyrle). Ed anche, di Altan: «Cosa dice la tua coscienza?». «Ne ho diverse: sono indeciso su quale mi conviene usare».

Ecco, esperienze come la mia quel pomeriggio aiutano a trovare una bussola per non rimanere tristemente prigionieri del quid di amara ragione che pure contengono sentenze simili.

Proprio perciò ho apprezzato la schiettezza con la quale una dinamica suora proveniente da quello che una volta si chiamava «Terzo mondo» si è congedata ridendo da me: «Ah, lei è un professore… A cosa serve?». Perché i professori servono, certamente, quelli veri però!

Grazie padre Gigi, il nostro incontro mi ha donato una scheggia di gioia vera. E Dio solo sa di quanta ce ne sia bisogno.

Marco Bertorelle
Bolzano-Bozen, 02/02/2025

Grazie anche a te della tua visita. Anche per noi l’incontro con i nostri lettori è importante. Felici poi se riusciamo a essere complici di insegnati nell’aprire gli occhi dei nostri giovani a una visione diversa e più fraterna del mondo intero.