Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Ricordando PADRE LUIGI BRAMBILLA

 Nato a Olgiate Molgora (Como) il 28/12/1939, è andato in cielo a Torino il 15/10/2025, dopo 66 anni di vita come missionario della Consolata, 61 di sacerdozio e 58 di servizio missionario in Kenya. È stata ricca la sua personalità umana e pastorale. Compito arduo sintetizzarla in brevi espressioni. Sereno, cordiale, comunicativo, scherzoso. Persino burlone. Sì, da essere affettuosamente chiamato Bambo, e lui stesso si chiamava così. Ancora così una settimana prima di morire. Ma «bambo» assolutamente non era. Anzi, esperto e saggio. Tanto da essere eletto due volte vice superiore per un totale di dodici anni; poi tre superiore regionale; e tre consigliere. Incarichi non congeniali al suo carattere, come lui stesso confessava, ma doveva forzatamente arrendersi alla fiducia dei confratelli.

Sempre accogliente e comprensivo, sia dei missionari dati a lui come collaboratori, come dei numerosi ospiti. Era una gioia visitarlo. Regolarmente invitava i confratelli vicini per un pasto. In sua compagnia erano ore di cordiale fraternità.

La sua semplicità e simpatia accattivavano la gente. Nei suoi 58 anni in Kenya sono nove le missioni in cui ha esercitato il ministero come parroco o assistente. Intraprendente e dal cuore pastorale, ovunque era apprezzato e benvoluto. Gli ultimi 15 anni li ha trascorsi a Tuthu, missione madre di tutte le altre a seguire (perché fu la prima a essere fondata nel 1902, ndr) ma non facile a viverci e operare. Tempo spesso uggioso, clima umido, colline da salire sbuffando e scivolose nel scenderle. Eroismo l’esserci vissuto lungo tempo.

Un dono caratteristico che facilitava la relazione con i fedeli e l’apostolato era la perfetta conoscenza della difficile lingua kikuyu. Monsignor Cesare Gatimu, vescovo di Nyeri dal 1964 al 1987, un giorno mi disse che la parlava come un Kikuyu. È tutto dire. E molteplici le testimonianze a riguardo. Perfetto kikuyu, ma provetto pure in inglese e swahili. E, per un tempo a Mekinduri, dovette avventurarsi nella lingua meru. Invidiabile la sua versatilità nelle lingue.

Instancabile, ha svolto il ministero in contesti vari: in missioni piccole e grandi, in missioni di vecchia data e da iniziare, in zone rurali e nelle periferie di città, indifferente per lui. Perché era poliedrico e sapeva facilmente adattarsi alle realtà, e comunicare facilmente e con brio.

Con la sua amabile cordialità negli anni ha saputo animare uno stuolo di persone a cooperare nella vocazione battesimale dell’evangelizzazione, particolarmente nell’area dello sviluppo umano. La dimensione spirituale-pastorale era accompagnata dall’impegno ad aiutare la gente ad acquisire dignità, educazione, salute.

Un curioso ma significativo dettaglio: da giovane missionario era un avido lettore di Topolino. Era la sua ricreazione. Ne aveva una biblioteca.

Dopo intenso, intelligente, e appassionato lavoro di 58 anni in Kenya, primato di pochissimi, gli ultimi mesi destava compassione vederlo ridotto a scheletro. Soffriva fisicamente senza un lamento. Ma aveva una pena e un gran desiderio: tornare a Tuthu perché là c’erano ancora molte cose da fare. Invece, ora riposa in Paradiso. Meritato riposo, suscitando cordoglio, riaccendendo gratitudine, generando l’ondata di affetto che lo accompagnò ovunque. Bambo, saggio ed esperto di missione, riposa in pace.

padre Giuseppe Inverardi
Torino, 18/10/2025

Wamba hospital – Noi c’eravamo

È con immensa gioia che il giorno 17 maggio 2025 abbiamo partecipato alla riapertura dell’ospedale di Wamba. Tantissima gente, carica di speranza e di gioia era presente a quell’importante appuntamento, tanto atteso da tutta la popolazione, che si è messa in gioco in prima persona raccogliendo fondi ed impegnandosi manualmente per sistemare la struttura, rendendola bella ed accogliente.

Erano presenti, col vescovo Hieronymus Joya e il vescovo emerito Virgilio Pante, 20 sacerdoti per la celebrazione della santa Messa inserita al centro di quella imponente cerimonia: un’occasione unica per incontrare tanti amici tutti insieme.

Noi c’eravamo, presenti con la nostra testimonianza dell’essere lì con la gente in un momento così importante e storico.

All’inizio dell’evento, cominciato alle 9.30 e terminato alle 16, la grande folla attendeva fuori davanti al cancello il taglio del nastro da parte del vescovo Joya, il quale ha poi incaricato tutti i sacerdoti presenti di benedire tutti i reparti dell’ospedale. In seguito, ci siamo radunati tutti nel piazzale di ingresso decorosamente abbellito con festoni e tende per ombreggiare i presenti. Li è stata celebrata la santa Messa e gli invitati (politici, organizzazioni e medici) hanno avuto modo di salutare e commentare l’evento: anche a noi è stato chiesto di porgere un saluto.

Con tanta emozione abbiamo dato il nostro contributo per valorizzare questa prestigiosa opera riaperta con la gente e per la gente bisognosa di cure. È stata occasione per menzionare l’associazione Amici di padre Gheddo, il Gruppo di Amici di monsignor Locati e i genitori Rosetta e Giovanni Servi di Dio, cha assieme all’associazione monsignor Oscar Romero, si sono impegnati per dare energia elettrica attraverso la costruzione di un impianto fotovoltaico con batterie, e a costuire una panetteria in grado di dare pane sia ai degenti che al pubblico esterno in modo da poter generare un aiuto economico all’ospedale. Importante è essere stati lì presenti insieme a loro per testimoniare che non sono soli ma insieme in un’unica Chiesa di amicizia e solidarietà.

Ringraziamo il vescovo monsignor Joya e tutte le autorità civili e militari presenti che ci hanno dato questa grande opportunità. Un particolare grazie a fratel Severino Mbae che ha dato il massimo per accoglierci e per il suo instancabile impegno per far rifiorire questa «rosa del deserto». Grazie!

Angelo Rescaldina, Associazione Oscar Romero,
 Magenta (Mi), 09/10/2025

Diamo ancora spazio a questo avvenimento, ringraziando tutti gli amici che sono impegnati nella grande avventura di far rifiorire la «rosa». Il cammino è appena ricominciato. Auguriamo ogni bene alla diocesi di Maralal e a tutta la sua gente. Un grazie anticipato a tutti coloro che vorranno dare una mano.

Perché sì al nucleare civile

Egregio direttore,
desidero offrire alcuni chiarimenti tecnici riguardo alle affermazioni del mio collega Mirco Elena (apparse in queste pagine nel numero scorso, e riferite all’articolo sul nucleare civile di MC ottobre). Mirco sostiene che (testuale) sia «errato dire che l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi».

Questa affermazione non corrisponde alla realtà tecnica.

I reattori civili utilizzano uranio arricchito al 3-5% di U-235, mentre le armi nucleari richiedono uranio arricchito oltre il 90%. Passare dal primo al secondo livello non è un semplice «proseguimento» dello stesso processo: richiede moltiplicare la capacità di arricchimento di ordini di grandezza, con cascate di centrifughe enormemente più estese e anni di operazioni intensive, facilmente rilevabili dall’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica).

Per quanto riguarda il plutonio, i reattori civili producono Pu-239 mescolato con isotopi inadatti all’uso bellico (Pu-240, Pu-241). Il plutonio weapons-grade richiede invece cicli di irraggiamento brevissimi (2-3 mesi) e reattori progettati specificamente per frequenti ricariche, oltre a impianti dedicati di riprocessamento chimico, metallurgia nucleare specializzata e sofisticati sistemi di detonazione.

Il caso iraniano è emblematico: nonostante disponesse di reattori civili, ha impiegato decenni per sviluppare capacità di arricchimento significative, dimostrando che il salto tecnologico è tutt’altro che automatico.

Sulla seconda questione, la critica ha fondamento parziale. È vero che nell’estate 2022 la Francia ha dovuto ridurre la produzione di alcuni reattori a causa delle temperature elevate dei fiumi. Tuttavia, è fondamentale precisare che i reattori funzionavano perfettamente: sono stati i limiti normativi di scarico termico, posti a protezione degli ecosistemi fluviali, a imporre restrizioni temporanee e parziali, non problemi tecnici intrinseci. Inoltre, questo vincolo riguarda tutte le centrali termiche (gas, carbone) che utilizzano raffreddamento fluviale, mentre gli impianti nucleari costieri, che usano acqua marina, non hanno registrato problemi.

Affermare che il nucleare opera «indipendentemente» dalle condizioni meteorologiche è certamente una semplificazione, ma resta una fonte energetica molto più affidabile e prevedibile rispetto alle rinnovabili variabili. I vincoli esistono ma sono gestibili attraverso torri di raffreddamento, sistemi a secco o scelta appropriata dei siti.
Cordiali saluti,

Piergiorgio Pescali
03/10/2025

Edizione 2025 di Top 200

A settembre è uscita la nuova edizione di Top 200, il rapporto che il Centro nuovo modello di sviluppo dedica alle prime 200 multinazionali del mondo classificate secondo il criterio del fatturato. L’attenzione verso le Top 200 deriva dal fatto che molte di esse hanno più potere di molti Stati.

Nel rapporto sono utilizzati due metodi per confrontare il potere economico fra nazioni e multinazionali. Un primo metodo consiste nel mettere a confronto i fatturati con i Pil nazionali, ossia la ricchezza complessiva prodotta nei singoli Paesi. Secondo questa metodica scopriamo che nel 2024 fra i primi cento posti siedono 42 multinazionali, precisando che la prima, ossia Walmart; compare al 23° posto, appena dopo Taiwan. Il quadro cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto interno lordo, elenchiamo gli stati in base agli introiti governativi. Rappresentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cento posti siedono ben 67 multinazionali, con la prima multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia.

Oltre al fatturato, il rapporto fornisce il numero dei dipendenti e i profitti realizzati da ogni multinazionale. Complessivamente nel 2024 le Top 200 hanno fatturato oltre 28mila miliardi di dollari, una grandezza corrispondente al 25% del Pil mondiale. Quanto ai profitti, sono ammontati a duemila miliardi di dollari, praticamente il doppio di quelli realizzati dieci anni fa.

Oltre ai dati statistici relativi alle Top 200, il rapporto offre anche degli approfondimenti su tematiche di particolare rilevanza economica e sociale. Se qualche anno fa si occupò della presenza dei privati nella sanità, quest’anno si concentra sull’invadenza del mercato in ambito scolastico.

Secondo l’Unesco in tutto il mondo, 350 milioni di ragazzi frequentano scuole non statali, con l’incidenza più grande nella scuola per l’infanzia. In Italia la legge permette la gestione di scuole da parte di soggetti privati, ma le distingue in paritarie e non paritarie a seconda che possano rilasciare o meno certificati riconosciuti. La maggior parte delle scuole paritarie sono gestite da strutture cattoliche per un totale di 515.135 alunni, pari al 66% di tutti gli allievi presenti nelle scuole paritarie. Si stima che la restante quota sia distribuita per il 14% nelle scuole per l’infanzia gestite dagli enti locali e un altro 20% nelle scuole paritarie gestite da altri enti privati come cooperative, fondazioni, associazioni, ma anche società commerciali.

Oltre che nella scuola primaria e secondaria, l’istruzione privata è presente anche a livello universitario. Lo stato italiano riconosce 29 università private di cui 9 attive solo per via telematica. Fra le principali università private compaiono la Bocconi, posseduta dalla fondazione di famiglia, la Luiss, posseduta da varie realtà imprenditoriali, fra cui Confindustria, l’università Cattolica, posseduta da varie istituzioni ecclesiastiche. Complessivamente in Italia le università private accolgono il 20% degli studenti universitari, ma in termini di gettito assorbono il 45% delle tasse pagate dagli studenti.

Un altro tema affrontato nel Rapporto si riferisce al piano di riarmo intrapreso dall’Unione europea. In ossequio ai consigli forniti da Mario Draghi, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un regolamento per mettere a disposizione degli stati membri prestiti agevolati, per complessivi 150 miliardi di euro, da utilizzarsi nel 2025 per il rafforzamento dell’industria bellica. Draghi sostiene che il rilancio dell’industria bellica fa bene a tutta l’economia perché fa crescere l’occupazione, ma Greenpeace ha dimostrato che altri settori creano molti più posti dell’industria militare.

Di fatto le risorse impiegate per rafforzare gli eserciti e l’industria bellica europea sono sottratte alla soluzione degli innumerevoli problemi sociali e ambientali presenti nel nostro continente. Ciò nonostante, la Commissione europea auspica che in cinque anni la spesa bellica aumenti di 800 miliardi di euro. Complessivamente nell’Unione europea il numero di imprese presenti nel settore bellico si aggira attorno a duemila unità, ma le prime 10 si aggiudicano da sole metà del fatturato. Ed è triste constare che le più grandi sono partecipate in maniera consistente dai governi. Il governo italiano, ad esempio, possiede il 30% di Leonardo e il 71% di Fincantieri per il tramite di Cassa depositi e prestiti. Il rapporto contiene una mappa relativa alla proprietà delle prime 10 imprese belliche europee, dalla quale emerge che il governo francese è il più coinvolto con le imprese di armi essendo presente nella proprietà di Airbus, Safran, Thales e varie altre.

Il Rapporto contiene anche altri approfondimenti, fra cui uno relativo all’espandersi delle plutocrazie nel mondo. Ossia la presa di potere politico da parte dei magnati dell’economia come mostra la conquista della presidenza da parte di Trump negli Stati Uniti. Il rapporto contiene una mappa del mondo in cui sono riportati altri 35 casi di plutocrazie disseminate nei cinque continenti.

Le ultime due schede si riferiscono a iniziative di resistenza nei confronti delle multinazionali. Due in particolare: quella intrapresa dai consumatori francesi contro Tesla per le esternazioni fasciste da parte del suo amministratore delegato Elon Musk e quella intrapresa dal Fondo norvegese contro Caterpillar e alcune banche israeliane per la loro collaborazione con l’oppressione del popolo palestinese. A dimostrazione che anche le potenze le più forti possono essere combattute.

Francesco Gesualdi

Il rapporto Top 200 è reperibile sul sito del Centro nuovo modello di sviluppo: www.cnms.it




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

GIOVANI AL MAKIUNGU HOSPITAL

Giovani. Vacanze. Mese di agosto. Lo stereotipo legato a queste parole farebbe pensare a una vacanza nella riviera romagnola o in qualche isola della Spagna, eppure per due giovani di Cernusco Lombardone la scelta è stata un’altra.

Angelica Brivio, 18 anni, e Matteo Biella, 23, cresciuti nella realtà oratoriana del paese, hanno voluto trascorrere quindici giorni in Tanzania presso il Makiungu hospital, dove opera padre Sandro Nava, missionario della Consolata, accompagnati da alcuni soci dell’associazione I bagai di binari con cui collaborano.

Per Matteo non è la prima volta in terra missionaria; proprio l’anno scorso aveva visitato la realtà di padre Carlo Biella in Mozambico.

«Ciò che mi ha spinto maggiormente a intraprendere questa esperienza è stata la curiosità di vedere con i miei occhi il lavoro svolto da padre Sandro – ci ha raccontato -. Allo stesso tempo, l’idea di visitare Paesi meno rinomati rappresenta per me sempre uno stimolo ulteriore».

«Volevo conoscere un mondo completamente diverso dal mio, avvicinarmi alle persone, mettermi al servizio degli altri – aggiunge Angelica -. Inoltre, volendo intraprendere gli studi di medicina, era per me anche un’opportunità di vedere da vicino cosa significa realmente lavorare in un ospedale».

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

Le aspettative di questa esperienza sono state appagante nel vedere come il missionario cernuschese si sia mosso in questi cinque anni per portare il Makiungu hospital a essere oggi uno degli ospedali più all’avanguardia del Paese, accessibile anche alle persone meno abbienti.

«Le mie aspettative non solo sono state confermate, ma addirittura superate – ha voluto precisare Matteo -. L’ospedale è gestito in maniera impeccabile: ogni dettaglio è curato con attenzione, dalla pulizia interna ed esterna, al perfetto funzionamento e rifornimento costante della farmacia, fino all’efficienza straordinaria dei numerosi reparti».

«Le mie aspettative – ha aggiunto Angelica – sono state superate in quanto ho avuto la possibilità di affiancare una dottoressa e di entrare in contatto con i pazienti. Ho vissuto per alcuni giorni la realtà ospedaliera osservando come si effettuavano gli esami nel reparto di Rianimazione. Inoltre, ogni giorno riuscivamo a ritagliarci un’ora di tempo da trascorrere con i bambini residenti con le loro famiglie vicino all’ospedale. Quello che ho ricevuto da loro non si può spiegare solo a parole; mi hanno insegnato che l’amore non ha bisogno di una lingua in comune. Basta un sorriso, un abbraccio o qualche bolla di sapone per creare un legame che ti resta nel cuore».

Con impegno, i due giovani sono stati di supporto alla realtà di padre Sandro. Hanno svolto principalmente compiti logistici, come lo smistamento di decine di scatoloni presenti nel magazzino e la loro suddivisione per tipologia di oggetti donati. Si trattava soprattutto di vestiti e giochi per bambini: i primi sono stati distribuiti in pacchetti, ciascuno contenente il minimo indispensabile di vestiario, consegnati ai neonati e ai bambini ricoverati.

«I giochi, invece, sono stati donati ai gruppi di bambini che ogni sera, verso le 18, “venivano a trovarci” sotto la nostra dimora – aggiunge Matteo -. Palloncini, girandole e bolle di sapone erano diventati un dono quotidiano. In ospedale invece mi sono occupato esclusivamente del taglio delle garze, un’operazione semplice ma essenziale dato l’elevato consumo giornaliero». Un’esperienza che ha indubbiamente lasciato il segno.

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

«Mi ha colpito l’amore incondizionato dei bambini. Il modo in cui si attaccano a te con fiducia, pur non conoscendoti – precisa Angelica -. Il modo in cui riescono a sorridere pur avendo pochissimo. Un palloncino colorato, una bolla di sapone, un po’ di solletico… e i loro occhi si illuminano. È difficile da spiegare, ma ho capito che la felicità è un qualcosa molto più semplice di quanto pensiamo e che non ci accorgiamo di quanto siamo fortunati».

«Un altro aspetto che mi ha colpito è stato vedere le decine di targhe di ringraziamento dedicate ai privati e alle associazioni che hanno reso possibile la costruzione dell’ospedale e l’acquisto di importanti macchinari: segni concreti di fiducia e vicinanza verso padre Sandro e la sua missione. Mi ha reso orgoglioso vedere scritto su due di esse il nome del mio paese», ha voluto spiegare Matteo.

Chiedere cosa ognuno di loro porti a casa, dopo questa piccola esperienza missionaria, viene automatico.

«Una versione di me stessa più consapevole, più grata. Ho riscoperto il valore della semplicità e la bellezza delle piccole cose. Ho capito che voglio davvero intraprendere la strada della facoltà di medicina, ma non solo per “guarire” malati, bensì anche per accompagnare le persone nei momenti più difficili», ha risposto Angelica.

«Oltre alle tredici magliette di calcio acquistate nei suggestivi e colorati mercati della Tanzania, ho acquisito una consapevolezza profonda – tiene a raccontarci Matteo -. Per costruire e mantenere operativo un ospedale nel cuore della natura servono passione, dedizione, costanza e un impegno instancabile».

Uno degli obiettivi del sodalizio cernuschese è quello di sensibilizzare, coinvolgere più persone, meglio ancora se giovani.

«Consiglierei senza esitazioni questa esperienza a tutti – incalza Matteo -, soprattutto a chi studia medicina o sogna di diventare medico o infermiere».

«Non si tratta solo di un viaggio, ma è un vero e proprio tuffo in un’altra realtà. È un’occasione per crescere, mettersi alla prova, aprire gli occhi e il cuore. Consiglierei a chiunque abbia voglia di imparare, di dare e allo stesso tempo di ricevere molto di più; fare un’esperienza così, lascia un segno indelebile».
Provare per credere.

I bagai di binari
Cernusco Lombardone (Lc), 26/08/2025

St Joseph Allamano Makiungu Hospital, con padre Sandro Nava

Vero missionario (Cellana p Franco)

Era il 1993, tanti anni fa. L’associazione Amici Missioni Consolata muoveva i suoi primi passi nel Cam (allora Centro di animazione missionaria) attaccato alla Casa madre dei Missionari della Consolata in Torino. Dopo i primi anni con padre Giordano Rigamonti, l’associazione aveva trovato in padre Franco Cellana il suo «cappellano».

Appena letto quanto pubblicato su di lui nella rivista di agosto-settembre in ricordo di padre Franco, l’amico Ottavio Losana, allora presidente degli Amc dopo essere stato per anni capo nazionale degli scout dell’Agesci, mi è arrivato in ufficio, a dispetto della sua «giovane» età, e mi ha portato questa poesia che lui stesso aveva scritto nel 1993, quando padre Franco era stato nominato consigliere generale dell’Istituto e aveva dovuto lasciare Torino e, quindi, gli Amici.

Padre Franco, 4° a sinistra, accucciato, con gli. AMC a Bevera di Castello Brianza nel 1992
Padre Franco Cellana alla festa della Consolata nel Consolata shrine di Nairobi nel 2009

Caro Franco,
due anni son passati
da quando questa grande associazione
mi ha messo assieme a te,
in coabitazione, ad occupare
il posto altolocato di presidente.

E già tu ci abbandoni,
che ad altro incarico ti hanno nominato;
il Gran Consiglio ahimè va rispettato,
non valgono lusinghe o ricchi doni.

Eri giunto fra noi dal Tanzania,
trovandoci un po’ incerti e quasi tonti
per la partenza del padre Rigamonti.
Ma la tristezza l’hai spazzata via
come un torrente dei monti del Trentino
che dalle rocce scende a cascatella
portando l’acqua sempre fresca e bella
dentro le sponde di un laghetto alpino.

Sempre di corsa,
sempre un po’ in ritardo,
ma sempre pronto
al momento del bisogno
ci hai indicato il grandissimo sogno
del mondo missionario.

Con lo sguardo,
con l’esempio e con la tua parola
ci hai insegnato a guardare lontano,
a aprire il cuore, a stendere la mano
a ogni persona e a non lasciarla sola.

Pronto,
se c’è qualcosa che un po’ sgarra,
a strimpellare sulla tua chitarra,
così a cantare le lodi del Signore
ci hai insegnato in italiano,
ma anche in kiswaili, in brasiliano,
in spagnolo, e a tutte le ore
mai ti sei dichiarato maldisposto
a stare in amicizia in mezzo a noi.

Che faremo noi tutti d’ora in poi?
Chi verrà a occupare questo posto?

Caro Franco, alpino poderoso,
forte, sincero, leale, generoso,
pronto a bere un bicchiere in compagnia,
infinita sarà la nostalgia!

Ora basta, che già io mi commuovo:
anche se orfani, anche se infelici,
continueremo ad essere tuoi amici.

Parte il vecchio assistente. Viva il nuovo

Ottavio Losana,
AMC Torino, agosto 2025

Gli Amici Missioni Consolata sono sempre grati a padre Franco e continuano oggi il loro generoso impegno missionario, speranzosi di trovare nuovi giovani amici che condividano con loro la bella avventura di supporter dei missionari

Chondogyo

Caro Paolo Moiola,
sono stato molto felice di leggere l’articolo sul chondogyo in italiano (MC 10/2025 pp. 17-19 dove si usa il termine «ceondoismo», ndr).

Vorrei commentarlo con due precisazioni.

La prima. Il simbolo della nostra Chiesa – chiamato Kungulzang – non ha significato se preso parzialmente. Il suo significato è possibile solo nella sua forma completa. Come ti ho detto spesso «Per comprendere facilmente il cuore dell’universo», perché rappresenta il dinamismo dello spirito.

La seconda. Come tu stesso avevi notato, il chondogyo è una religione molto spirituale fin dalla sua origine. Quindi, affermare che esso sia diventato spirituale sotto l’influenza della dominazione giapponese è sbagliato.

Infatti, il terzo maestro del chondogyo, Son Byeong-hui (detto Euiam), che è stato anche leader del Movimento per l’indipendenza 3.1 («Movimento Sam-il»), aveva una profonda pratica spirituale già nel 1880, molto tempo prima dell’invasione della Corea da parte del Giappone (avvenuta nel 1894, ndr).

Detto questo, sono molto felice e ti ringrazio molto per il tuo sincero impegno. Cordiali saluti,

Yoontaek Jung
(responsabile della chiesa di Seul), 23/09/2025

Nucleare

Caro Direttore,
nel mio articolo sul nucleare pubblicato nel numero di ottobre, la figura a pag. 12 sui costi delle diverse fonti energetiche avrebbe dovuto riportare nella legenda che la curva in grigio scuro è relativa alle centrali a gas metano usate per far fronte ai picchi di richiesta elettrica sulla rete (quindi per periodi brevi, con la conseguenza che i costi relativi all’impianto si spalmano su una limitata produzione energetica, facendo aumentare di molto il costo dell’elettricità). La curva del «Gas naturale», in colore grigio chiaro, si riferisce invece ad impianti usati continuativamente, con una grande produzione di elettricità, che pertanto risulta più economica (corretto nella versione online, ndr).

Con l’occasione mi permetto di evidenziare come, sempre sul numero di MC di ottobre, nel testo a firma Piergiorgio Pescali, sia errato dire che «l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi» [rispetto all’uso nei reattori]. Magari fosse così!

Purtroppo, disponendo delle tecnologie e dei materiali per un programma nucleare civile, si possiede quanto è necessario per realizzare bombe nucleari; procedere a farle o meno è solo questione di scelta politica da parte dei governi.

Pure criticabile è l’affermazione che una centrale nucleare può operare indipendentemente dalle condizioni meteorologiche (e, aggiungerei, anche ambientali). Basta vedere i problemi che varie centrali nucleari in Francia e altri paesi hanno avuto negli ultimi due anni, durante periodi di alte temperature estive. Cordiali saluti.

Mirco Elena (fisico)
21/09/2025




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Suor Anania Tabellini Missionaria della Consolata

A nome di tutto il popolo castelfranchese e di tutte le Missionarie della Consolata segnaliamo alla redazione di Missioni Consolata che la suora ritratta nella foto (a pag. 43 del numero di giugno) non è semplicemente «una missionaria», bensì suor Anania Tabellini, morta giovanissima in fama di santità, offrendo la vita per la vocazione del fratello Ernesto, diventato poi prete di Bologna, morto centenario alcuni anni fa e che ne ha curato la pubblicazione degli scritti, riuscendo a far traslare il corpo di sr. Anania nella chiesa parrocchiale di Piumazzo (frazione di Castelfranco Emilia).

Un lettore
23/06/2025, Castelfranco  Emilia (Mo)

  • Grazie di cuore di questa segnalazione che ci ha stimolato a conoscere suor Anania, aiutati anche dal sito della parrocchia di Piumazzo – dove ha scritto di lei suo fratello sacerdote, don Ernesto -, e dalle Missionarie della Consolata.
Sr Anania visita un anziano lebbroso

«Suor Anania, al secolo Anna Tabellini, è la secondogenita di cinque figli. Emilio il padre, Maria Finelli la madre, Ettore ed Ernesto i fratelli, Marcellina ed Evelina le sorelle. Nasce a Piumazzo (Modena) in località Fossa Vecchia il 9 luglio 1904». Lì, in una terra di contadini, Anna cresce, frequenta la scuola e – come era normale allora per le bambine del tempo – le suore per imparare ricamo e cucito. «È iscritta all’Azione Cattolica e si distingue come «socia esemplare”, […] è molto attratta dalle letture missionarie e ben presto manifesta la vocazione religiosa».

«Ancora giovanissima entra nella famiglia religiosa delle Visitandine di Bologna […] poi, quasi improvvisamente, lascia questa per entrare nelle Missionarie della Consolata di Torino. Vuole fermamente andare in missione in Africa. Questa scelta non piace alla famiglia e soprattutto al padre che dice: “Suora sì…missionaria no”».

«Ma il Signore l’ha già totalmente conquistata e non bastano le parole, le suppliche e le lacrime a trattenerla».

Suor Anania lascia Bologna per Torino nel giugno del 1925 e, dopo due anni di noviziato, parte per il Mozambico il 3 luglio del 1927 con il primo gruppo di sei Missionarie della Consolata e arriva a Miruru il 18 settembre.

Miruru è nel profondo interno del Mozambico, quasi nel punto dove si incontrano i confini con Zambia e Zimbabwe. Per le prime missionarie la vita è davvero molto dura. Le suore rimangono a Miruru fino al 1930, quando devono poi spostarsi (a piedi) verso l’Oceano Indiano, nell’isola di Ibo a Cabo Delgado, a quasi 1500 km di distanza.

«Dopo solo sette anni di grandi disagi e rinunce in terra africana, lontana da tutto e da tutti, va incontro a undici mesi di totale infermità, come premio per l’offerta generosa della sua vita: si ammala di tubercolosi e lentamente, serenamente e coscientemente aspetta l’incontro «vero” con il suo amato Signore».

Scrive suor Edvige, che l’assiste nella malattia: «Ieri mattina alle 6, come il solito ricevette la santa Comunione e dopo mezz’ora mi disse: “Non posso più ricevere un’altra volta l’Estrema Unzione, pazienza, sento aumentare molto le mie sofferenze, temo di non sopportarle bene”. “Vedo che soffre tanto, le dissi, ma coraggio sr. Anania, sono le  ultime gemme preziose che mette alla sua corona”. Essa sorrise e poi soggiunse: “Venga qui proprio vicina, non sento più, le mie orecchie vanno chiudendosi ai discorsi degli uomini, per aprirsi lo spero per sempre alla voce del mio Signore…”. E colle lacrime agli occhi baciò il suo Crocifisso».

Il 4 maggio 1934, alle ore 14.30, a trent’anni, suor Anania si unisce al suo Signore. Sepolta a Porto Amelia (oggi Pemba, Cabo Delgado), nel 1975 i suoi resti vengono tumulati nel cimitero del suo paese di origine, fino al 2004, quando nel centenario della sua nascita, il fratello don Ernesto (divenuto sacerdote dopo la morte della sorella quasi a raccoglierne l’eredità) ottiene tutti i permessi per tumularne il corpo nella chiesa di san Giacomo di Piumazzo, dove oggi riposa.

Sul sito della parrocchia si trova molto materiale scritto da don Ernesto sulla sorella e anche la presentazione di alcuni libri da lui scritti in sua memoria.

La foto che abbiamo già pubblicato nel numero di giugno, ritrare suor Amelia mentre visita un anziano lebbroso, ma non abbiamo idea se sia stata fatta nella zona di Miruru o in quella di Cabo Delgado.

Dossier COREA DEL SUD

[Caro Paolo,]
Molto ben fatto! Ti sei informato bene e hai rispettato le fonti. Oggi non è facile fare un articolo su un Paese o un popolo. È come fotografare un’auto in corsa. E in una foto non puoi metterci tutto. Ma dai, va bene come hai fatto. Continua il buon lavoro

Gian Paolo Lamberto,
 missionario Imc in Corea, 14/07/2025

Ho letto con interesse il tuo dossier sulla Corea. Mi sembra bello e ben fatto. Nessuna critica, né dura né severa. L’unico appunto è di carattere tecnico: il candidato che ha perso le ultime elezioni del presidente si chiama Kim Moon-soo e non il nome che tu hai messo. Caro Paolo, ti auguro di continuare bene il tuo impegno di giornalista in giro per il mondo!

Diego Cazzolato,
missionario Imc in Corea, 25/07/2025

  • L’errore si trova nella prima colonna di pag. 36, dove si riporta il nome di Han Duck-soo, presidente ad interim dal 14 dicembre 2024 al 2 maggio 2025 e primo ministro della Corea del Sud per tre mandati, nel 2006, dal 2007 al 2008 e dal 2022 al 2025.
  • Kim Moon-soo era membro del People power party ed era il candidato del suo partito per le elezioni presidenziali del 2025, vinte da Lee Jae-myung.

Sei metri d’eternità

Il fatto

Abbiamo ricevuto una mail che ha bisogno di una piccola introduzione per essere compresa:
il 2 agosto 2025 a Villadossola moriva il giovane Pashtrik Krasniqi, 21 anni, per un incidente sul lavoro.

«Pashtrik stava smontando il ponteggio insieme agli altri operai quando ha sfiorato con la gamba un cavo dell’Enel. La scossa è stata fortissima, pochi attimi e il suo corpo si è accasciato sulle lamiere a sei metri di altezza. Sono stati i colleghi a chiamare i soccorsi, ma per lui non c’è stato niente da fare.
Pashtrik Krasniqi, 21 anni, originario del Kosovo e residente nel Verbano-cusio-ossola. Ennesima vittima sul lavoro in Piemonte».
(Marco Procopio – Rai News.it).

L’email ricevuta

Mi presento: sono Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e attivista. Scrivo con il corpo, con la memoria, con le ferite che non sono solo mie ma collettive. Scrivo per restituire voce a chi non può più parlare, per tendere parole come ponti tra il dolore e il senso, tra la perdita e la giustizia.

La poesia che ho scritto per Pashtrik Krasniqi nasce così, da un bisogno profondo di non lasciare che un’altra morte sul lavoro cada nel vuoto.

Aveva ventun anni. Era su una piattaforma, a sei metri d’altezza, stava smontando un ponteggio. È bastato un istante, un cavo scoperto, e la folgore lo ha portato via. Una vita spezzata sul lavoro, ancora. Un nome tra i tanti, troppo spesso dimenticati. Pashtrik non può restare una statistica, una riga su un giornale.

La poesia per lui è un atto di cura, un gesto che tenta di accompagnare chi resta, una madre, un padre, gli amici, i colleghi, le persone che lo hanno amato.
È anche un grido: un modo per dire che non possiamo più voltare lo sguardo. Ogni caduta, ogni folgorazione, ogni cantiere che diventa luogo di morte, è una sconfitta sociale, morale, civile.

 Per questo ho scritto Sei metri d’eternità. Perché quei sei metri non siano l’ultimo tratto della vita di un ragazzo, ma il primo passo della nostra coscienza verso un cambiamento necessario.

La poesia per Pashtrik Krasniqi, 21 anni

Una scintilla,
e il cielo ha piegato il collo.

La piazza tace,
sfiata l’ombra in silenzio.
Sotto la croce del sole,
un nome si dissolve:
Pashtrik, luce straniera
sulla pelle d’Italia.

Sei metri più in alto
dell’orologio del paese,
le mani smontavano il tempo,
trave dopo trave.

Ma un filo nero, nudo, infame
gli ha detto:
«Torna a casa,
senza scendere».

La folgore
lo ha vestito d’aurora,
in un abito che la madre
non saprà toccare.
Un corpo si fa lampo,
si fa grido nel metallo,
e la voce si rompe in petali.

Villadossola ha pianto,
ma a capo chino,
come un padre
che non sa chiedere perdono.

Il ponteggio,
costole di una gabbia,
ora è vuoto,
e canta col vento
il suo lutto.

Nessun angelo
ha interrotto il circuito.
Nessuna legge
lo ha trattenuto dal volo.
Il casco è rimasto appeso
a un chiodo d’aria,
frutto che la morte non ha colto.

Le mani di Pashtrik
odoravano di calce, di pioggia
e di futuro ancora intonacato.

Il cavo era
più rapido del sogno,
più svelto della vita
che saliva piano.

Ora, a terra, l’asfalto
conserva il suo nome,
 inciso tra le dita di strato
pendono decisioni.

Il cerchio si chiude,
ma non la domanda:
chi protegge chi costruisce il mondo?

Yuleisy Cruz Lezcano
03/08/2025

  • Pubblichiamo volentieri questa poesia, partecipazione a un dramma che spesso passa inosservato perché coinvolge uno dei tanti «invisibili». Raramente la morte di persone immigrate per incidenti sul lavoro fa notizia: invisibili come sono per il nostro mondo e per la nostra politica, che invece è decisamente molto più vocale quando sbandiera il cosiddetto dovere di «difendere i confini della patria», anche quando questo significa rimandare i migranti nelle mani dei loro sfruttatori, lasciarli annegare nel Mediterraneo e negare i diritti fondamentali a persone che provengono da Paesi martoriati dalla povertà, dai cambiamenti climatici, da regimi politici dittatoriali e soprattutto da troppe guerre.

Festival della Missione 2025 a Torino

In continuità con l’ispirazione tematica del FdM22 «Vivere perdono», alla luce del Giubileo 2025 «Pellegrini di speranza» proposto da Papa Francesco e facendo tesoro delle «Piste tematiche» suggerite dalla Commissione scientifica per il FdM25 – che si tiene a Torino dal 9 al 12 ottobre -, la Direzione generale e la Direzione artistica hanno scelto come tema del prossimo FdM25 «il VoltoProssimo».

A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù a ogni donna
e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla Terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.

Prossimo deriva dal superlativo del termine latino «prope», il più vicino. A chi mi faccio più vicino, dunque? Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di «farsi più vicini» a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le «buone» ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto.

Volto è una parola densa, in cui l’accento relazionale dell’ebraico «panim», si fonde con i singolari «facies», latino, e «prosopon», greco, che sottolineano l’essenza della persona. Il volto è la soglia prima ed estrema tra interiorità e realtà esterna, luogo per antonomasia di svelamento del se e di incontro con l’altro. «Il cristianesimo è incrocio di sguardi, religione dei volti: volto di Cristo sfigurato e trasfigurato, volto del discepolo che può vedere perché è stato visto, volto del povero, sacramento di Dio, volto di ogni essere umano, creato a immagine di Dio…» (Bruno Chenu).

L’articolo «il» è minuscolo per mettere l’accento su «Volto» e «Prossimo»: due sostantivi «legati» in un’unica parola con il filo che cuce insieme le creature tutte. Il filo del gomitolo che ogni giorno dipanano nel mondo i missionari e le missionarie, quanti, cioè, si fanno prossimi.

A simboleggiare il Festival c’è il logo:  un gomitolo la cui forma sferica ricorda il mondo. I suoi fili colorati si srotolano dal basso, facendo partire i nostri sguardi dal Sud.
 A definire questo mondo non sono i contorni delle nazioni, ma i colori, perché il mondo reale di oggi supera decisamente i confini politici territoriali in cui popoli si riconoscono ed è essenzialmente interconnesso e interdipendente.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuate così

Carissimi, da diverso tempo ricevo e leggo molto volentieri la vostra rivista MC e desidero complimentarmi per la ricchezza dei contenuti che allargano il cuore ed arricchiscono l’anima! Continuate così!

Luigia Arnaboldi
04/06/2025

Grazie del vostro servizio

Spettabile direzione,
premetto che per interesse culturale e per lavoro ho viaggiato nell’East Africa, in Medio Oriente e in Sud America, per decenni sempre da solo, adattandomi ai trasporti e soggiorni locali. Negli anni Settanta in Kenya mi chiesero quale fosse la mia opinione di viaggiatore solitario. Risposi con una frase che vale forse oggi più di allora, dissi: «Mi vergogno di avere la pelle bianca». Questa, in sintesi, per quello che ho visto e così ho sempre vissuto: fuori sono di pelle bianca, dentro multirazziale.

Oggi sarebbe impossibile fare gli stessi viaggi da solo senza problemi. Quella che era una comprensione primitiva, semplice e sincera non esiste più perché il mondo si è evoluto in peggio in ogni senso.

Oggi, a Nairobi, anche fare circa un chilometro a piedi dall’albergo per arrivare alla chiesa della Consolata in Westlands è sconsigliabile perché troppo pericoloso.

Faccio questa premessa perché non sono uno sprovveduto, ma ho visto molti dei paesi in cui operano missionari e missionarie, e ho constatato, ad esempio, l’enorme dedizione e persecuzioni vissute dai Comboniani in Sudan.

Vengo oggi per esprimere il mio grande apprezzamento alla redazione per l’alto livello di trasparenza di MC. Non ho molto tempo per leggere e così condivido la copia che ricevo nell’ospedalino che esiste qui a San Giulio d’Orta, così anziani e ricoverati imparano a conoscere un po’ altri mondi e altri popoli.

Ieri leggevo il numero di giugno e ancora una volta mi ha fatto  specie l’esattezza degli articoli che rispecchiano in parole chiare la realtà dell’Ecuador, diventato preda delle bande della droga come la Colombia. L’articolo è perfetto e molto educativo.

La vostra rivista è educativa almeno quanto la Bibbia, anzi di più, perché parla del presente e del sacrificio missionario con le sofferenze in buona parte dovute all’assenza di civismo e cultura da parte di chi va al potere, alla sete di denaro, ecc.

Adesso ogni limite è stato superato. Basti leggere il non livello morale di chi comanda in Usa, il livello criminale in Russia e poi, per finire, alla violenza e ignoranza di parte dei discendenti di quelli che hanno condannato Gesu Cristo. È il vergognoso quanto vigliacco comportamento della minoranza ultra ortodossa, che pagherà un prezzo alto visto che l’olocausto ha insegnato il rispetto per la persona umana e non la mattanza di decine di migliaia di innocenti

Grazie per quello che scrivete. Spero che Gesù Cristo si ricordi della vostra rivista che cerca di educare una popolazione sempre più primitiva, e atea per di più.
Cordiali saluti

Giorgio Biancardi
16/06/2025

Caro signor Giorgio,
non sono sicuro che ci meritiamo così tanti elogi. Ma grazie di cuore, ci incoraggiano a continuare sulla strada del servizio alla verità e, soprattutto, del dare voce a chi voce non ha: gli ultimi della storia, le periferie, i poveri, gli esuli, i rifugiati, i migranti per scelta ma soprattutto per forza, i popoli indigeni, ma anche al nostro pianeta bistrattato, sfruttato, inquinato.

Scrivo questo commento pensando che il Vangelo del giorno in cui scrivo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,42). Parole che Luca ha reso ancora più concrete scrivendo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).

Per moltissimi cristiani questo è davvero l’impegno per cui pagano di persona. Basta pensare ai milioni che vivono in condizioni di continua persecuzione diretta o indiretta.

Penso a Floribert Bwana Chui, ucciso il 13 giugno 1981 a Goma, nell’Est dell’Rd Congo e dichiarato beato il 15 giugno scorso. Mi riempie di gioia il pensare che il «Signore Leopardo» (questo è il significato di Bwana Chui) si sia offerto invece come un agello.

E come non ricordare suor Leonella Sgorbati, ora beata, che, mentre la uccidevano a Mogadiscio nel settembre 2006, continuava a ripetere «Perdono, perdono»?

Tutto questo è anche un invito alla speranza, perché nonostante sembrino prevalere atteggiamenti predatori, la logica di guerra e il guadagno a tutti i costi, in realtà ci sono tantissime persone che lottano per un mondo di amore, pace e giustizia, spesso a un prezzo molto alto.

E questo è un grande incoraggiamento a non mollare e a continuare con cuore grande il nostro «pellegrinaggio di speranza».

Il nostro desiderio è quello di mettere l’uomo al centro. E cercare la verità, alla luce di Colui che è «via, verità e vita».

Per questo di questi tempi siamo profondamente rattristati dal disprezzo della vita umana dimostrato da noti potenti della terra, ed esibito senza ritegno sia da chi comanda in Israele che da Hamas, sia da altri fondamentalisti in molti luoghi del mondo.

Ricordo di Padre Franco CELLANA

Gentilissimo padre Gigi,
sono Laura, sorella di padre Franco Cellana. Approfitto della tua cortese disponibilità.

La nostra famiglia era grande, papà, mamma e 12 figli, una zia sorella della mamma. I nostri genitori erano meravigliosi, severi quando serviva ma anche accomodanti. La zia aiutava molto la mamma.

Durante la gravidanza di Franco la mamma aveva fatto un voto al Padre Eterno: «Ti prego fa che mio marito torni dalla guerra e ti prometto che anche se verranno 10-12 figli non mi lamenterò mai», e così il primo ottobre 1942 è nato Franco, un settimino. Ne sono poi arrivati altri otto e Franco, nascendo, ha salvato il papà dalla guerra con l’aiuto del cielo, perché papà Giulio era militare e doveva tornare in Libia, ma esisteva una clausola: con il quarto figlio scattava l’esonero.

Papà Giulio chiamava Franco «piccirillo» per la sua compostezza e prontezza ai richiami. Prima di andare a dormire gli diceva: «Domani, giorno di vacanza, vai al pascolo con le capre (erano due) ed al ritorno metti a posto la legna, mi raccomando!». Il giorno dopo al rientro dal lavoro e alla domanda se vi avesse provveduto, la risposta era: «No, mi sono dimenticato»! E così anche nei giorni successivi. Ricordo che papà fingeva di picchiarlo facendogli presentare entrambe le mani, ma seguivano solo carezze in quanto «lui era il piccirillo»!

Abitando a Tiarno di Sopra, vicino a Trento, agli inizi degli anni 48/50 abbiamo conosciuto i Missionari della Consolata della casa di Rovereto attraverso due fratelli missionari, i padri Giuseppe e Giulio Parisi, trentini anche loro. Frequentavano spesso casa nostra e mamma e papà li fermavano anche a pranzo o cena e a noi ragazzi piaceva ascoltare i loro racconti di tante cose a noi sconosciute; erano simpatici e anche scherzosi. Così due dei miei fratelli, il maggiore ed il secondogenito, sono partiti per l’istituto di Rovereto. Il più grande è tornato a casa, ma andava bene anche per i nostri genitori perché, se non si trovavano bene, era meglio che ritornassero in famiglia.

Padre Franco distribuisce aiuti a Nairobi durante i disordini dell’anno 2008.

Nel 1953 anche Franco decide di andare a fare il missionario. Un giorno tornando da scuola mi dice: «Voglio diventare missionario e andare in Africa», e io di rimando «ma non sai nemmeno dov’è!». Lui non replica, ma giunti a casa prende il sussidiario e mi dice «ecco qua!».
E io «ci vai a piedi o in bici?»

E così nel 1953 parte anche lui, mentre in famiglia manca la forza lavoro (tutti i fratelli sono studenti!). Franco inizia il suo percorso in seminario a Rovereto, è molto diligente, impegnato nello studio, interessato al gioco del calcio e si disimpegna bene col pallone. I primi mesi ho sentito molto la mancanza di quel fratellone cui ero particolarmente affezionata e chiedevo spesso a mamma Teresa quando sarebbe tornato; e lei, molto religiosa: «Se quella è la sua strada ben venga».

Completa gli studi teologici a Madrid, dove è ordinato nel 1967. In Spagna rimane fino al 1977 come animatore missionario e nel 1978 arriva il giorno che ci annuncia la sua destinazione: l’Africa, in Tanzania, il suo sogno da ragazzo!

Ricordandogli i nostri discorsi del 1953, scherzosamente gli ho detto: «Se ti serve la bicicletta c’è quella di papà»! Era felicissimo e tutti noi per lui. Ricordo il suo primo ritorno dalla Tanzania, una gioia immensa per tutti: mamma, papà, zia Romana, fratelli, sorelle e i nipotini, divenuti man mano già numerosi, e paesani e amici d’infanzia.

Pa Franco al Consolata Day del 2007 con due impiegate delle Casa regionale di Westlands, Nairobi

La strada che lui ha intrapreso l’ha percorsa con tanto amore per il prossimo. Ci raccontava la miseria e la povertà di quelle genti che avevano poco o nulla da mangiare, ma con un sorriso che ti prendeva il cuore come pure quello dei loro piccoli. La sua prima visita dall’Africa fu una grande festa per tutti noi parenti. Anche i paesani venivano a salutarlo e lui, sempre disponibile, parlava con tutti. Aveva proprio lo spirito missionario, pronto per una parola di conforto e di coinvolgimento anche per i ragazzi.

Un giorno, all’improvviso, viene a mancare papà Giulio, l’8 agosto 1986. Franco torna dall’Africa per il funerale, rimane poco e quando riparte porta con sé in Tanzania mamma Teresa, abbastanza titubante, seppur felice di questa avventura. Laggiù rivede baba Camillo Calliari, un caro confratello, anche lui trentino, che li accompagna per le missioni. Tiene anche un piccolo diario che al ritorno farà copia per tutti noi. Dopo due anni, viene a mancare anche mamma Teresa e a seguire pure zia Romana che era vissuta sempre nella nostra numerosa famiglia.

Wamba 10 aprile 2016, posa delle ceneri di padre Franco nel piloncino davanti alla chiesa della missione.

Nel 1991 lo chiamano come direttore del centro di animazione a Torino, ma nel 1993 viene eletto consigliere generale dei missionari e si trasferisce a Roma. Poi nel 2000 lo mandano in Kenya, prima parroco al Consolata shrine a Nairobi, poi superiore regionale e infine parroco a Wamba, nel Samburu.

All’inizio del 2014 Franco ritorna in Italia dal Kenya per degli accertamenti presso il Centro tumori di Milano. Aveva una grande speranza di poter tornare fra la sua gente e di rimanervi. Purtroppo, il male se l’è portato via il 15 settembre 2014, tornando alla casa del Padre e lasciando un grande vuoto in tutti noi, parenti, amici, benefattori. L’urna è stata portata a Wamba nel 2016, dove riposa nella missione in cui ha prestato il suo ultimo servizio.

Grazie caro fratello per tutto quello che hai donato a chi ne aveva bisogno; noi continueremo a seguire il tuo esempio e riposa in pace nella tua Africa.

A voi tutti, cari Missionari, un grazie per la serenità che donate, la saggezza, l’amore e la costanza con cui operate.

Un grazie a tutti gli amici e benefattori che hanno aiutato e voluto bene a Franco.

Laura Cellana
06/06/2025

www.festivaldellamissione.it



Noi e Voi, Lettori e Missionari in dialogo

A proposito di castità

Castità: ma perché la chiesa di Roma si ostina a non rendere facoltativo il voto di castità? Un religioso non si sente di sposarsi, bene, un altro desidera sposarsi bene.

Perché continuare a questa violenza contro la natura biologica umana della castità? Io e lei siamo nati grazie all’unione dei nostri genitori, non da angeli.

Quante violenze sessuali di religiosi che sentiamo ogni giorno scomparirebbero. Gli ortodossi, i luterani e i tanti gruppi cristiani hanno già fatto da secoli e decenni questo passo di sincerità morale. Se la Chiesa cattolica vorrà vedere ancora vocazioni deve avere coraggio vero. Non belle parole. So che questa mia email non verrà pubblicata, però per l’affetto che ho fin da bambino alla rivista, mi sono permesso di scriverle.

Alfio Tassinari
Cervia (Ra), 15/05/2025

Grazie per questa email che mi dà l’opportunità di approfondire il punto «castità».

Anzitutto, parlando di castità nell’editoriale non mi riferivo al «voto di castità» che è una scelta libera che uomini e donne fanno sia per la vita religiosa, che per il sacerdozio. Pensavo alla castità come parte qualificante dell’amore.

Parto da un elemento di base: con il battesimo tutti siamo chiamati alla santità, nel senso che lo scopo della nostra vita è vivere come figlie e figli di Dio imitando Gesù nella pratica del suo comandamento nuovo «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). Da questo noi saremo riconosciuti come «suoi». È in questo contesto che la castità trova il suo vero significato, e non si riduce semplicemente all’astensione dai rapporti sessuali. Castità è fare una scelta di amore totale per l’amato o l’amata (che sia Dio o lo sposo o la sposa). Un amore libero e liberante, con cuore puro, con gratuità, senza mai possedere o usare le persone come oggetti sessuali. È guardare agli altri con occhi limpidi. Diventa così una marcia in più del vero amore, che sia vissuta nelle relazioni tra le persone in generale, o nella vita di coppia.

Aggiungo alcune considerazioni. Si parla e sparla tanto degli abusi commessi da sacerdoti e persone consacrate. Non intendo qui scusare chi li ha fatti o continua a farli. Ma la realtà è molto più complessa. Le statistiche ci dicono che gli abusi e le violenze sessuali non sono un «privilegio» dei religiosi, ma sono diffusi, e in percentuali anche più alte, in tutti gli ambiti della vita umana. Personale sanitario, insegnati, professionisti dello sport e dello spettacolo, uomini e donne sposati, religiosi di altre confessioni, imprenditori e persone normali sono protagonisti di abusi e violenze. Senza parlare dell’infedeltà matrimoniale attraverso la frequentazione di prostitute. E poi la pedofilia, la pornografia (che prosperano sul web), la violenza sulle donne, la tratta, il traffico di minori e altri simili abusi sulla dignità delle persone, sono realtà che coinvolgono milioni di persone (anche sposate) e stanno corrompendo sempre più anche giovanissimi.

Nella Chiesa il problema certo esiste, ma, a differenza che in altri ambiti, c’è anche molta consapevolezza accompagnata da un forte impegno a prevenire e porre rimedio al fenomeno.

C’è anche un altro aspetto che fa riflettere: nella nostra società sempre più giovani non si sposano o lo fanno in età molto avanzata. Potrebbe una giusta comprensione della castità aiutarli a vivere l’amore con pienezza?

In questo contesto, allora, la castità, che – ripeto – non è semplicemente l’astensione dal sesso, diventa una proposta importante e rivoluzionaria. Perché vivere la castità è donazione totale, fedeltà, rispetto – anche per una coppia sposata -, un modo profondo, pulito, libero e liberante di vivere l’amore e le relazioni interpersonali.

Se la castità fosse qualificata solo dalla fisicità dell’astensione dal sesso senza divenire, invece, scuola e palestra di amore vero, come quello di Gesù per noi, allora sarebbe solo sterilità e nulla più.

Fra martino campanaro

Gent. Direttore,
in ogni numero della rivista trovo luoghi che ho frequentato e sui quali avrei qualcosa da aggiungere. Tra l’altro negli anni qualcosa di mio l’avete pubblicato. Di solito non vi scrivo, anche perché le descrizioni dell’autore sono sempre precise e ben circostanziate. Ma sul Myanmar mi aveva profondamente coinvolto e sento che devo aggiungere qualcosa soprattutto dopo la immane tragedia che lo ha colpito nel marzo scorso.

Con alcuni amici avevo visitato il Myanmar nel 2010. Avevamo deciso di evitare, nei limiti del possibile, i luoghi turistici e percorrerlo in barca, sui fiumi. Fermandoci in ogni villaggio che avremmo ritenuto interessante e andando a visitare siti archeologici pochissimo frequentati. Volevamo il contatto con la gente vera, non condizionata dal turismo. E quei contatti li abbiamo avuti.

Per sdrammatizzare un poco la gravissima situazione attuale, allego qualche paginetta simpatica tratta dal mio scritto: «Fra Martino Campanaro in birmano» che i bimbi cantavano ovunque ci fermassimo. Cordiali saluti

Mario Beltrami
Sesto San Giovanni (Mi), 19/05/2025

Grazie di cuore. Sì, la tua firma è già apparsa su MC tanti anni fa. Ecco di seguito alcuni testi e foto di quegli indimenticabili ricordi dal Myanmar.

Yaung Song Ballons: «Frà Martino campanaro» in Birmano

Tornando verso la barca nel villaggio di Shwe Inn Thein, in uno spiazzo che porta alle stupe sono attratto da un asilo dove bambini stanno giocando. Chiedo alle due maestre il permesso di entrare e fare qualche foto, cosa concessa senza difficoltà. Bimbi in fibrillazione e zampillanti come popcorn per l’insolita visita. Dopo tanti sorrisi e cicalecci, un bimbo intona un motivetto familiare, subito assecondato dagli altri.

Non ho difficoltà a riconoscere Frà Martino Campanaro, ovviamente in birmano. L’intono anch’io in italiano e mi ascoltano affascinati ed esterrefatti nello stesso tempo. Non riescono a capire come un extraterrestre, che arriva da zone lontane anni luce, possa conoscere questo motivo. Piace il din don dan finale che manca nella loro versione. Decidiamo di comune accordo (non difficile da raggiungere visto che loro parlano il loro dialetto e io il dialetto milanese), di aggiungere il din don dan alla loro versione.

Per la cronaca il titolo della versione birmana è Yaung Song Ballons, che significa «Palloncini colorati».

Villaggio di Main Thauk: si ripete il canto Frà Martino

Prima di lasciare definitivaente il lago Inlè, facciamo un’ultima puntatina al villaggio di Main Thauk, a non più di dieci minuti di barca. Troviamo un asilo e il gentilissimo invito ad entrare.

I bimbi, gasatissimi, cantano in nostro onore e, come per incanto, si ripete il Frà Martino.

Rispondo alla canzoncina con la versione italiana. Più smaliziati dei loro amichetti di Shwe Inn Thein (forse vedono qualche bianco in più), non restano per niente ammutoliti. Mi lasciano finire e, invitati dalla maestra, la riprendono in birmano facendomi tranquillamente capire che dopo tocca ancora a me. Anzi, lo devo stare seduto in mezzo a loro. La cosa si prolunga gioiosamente e, se non ce ne dovessimo andare, chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata.

Shwe Pyi Thar: il villaggio del sorriso

La navigazione sulla nostra barchetta scorre lentamente anche per godere della bellezza della natura intorno a noi. Decidiamo una sosta in un piccolo villaggio, poverissimo. Decine di bambini ad accoglierci sulla riva e ad accompagnarci nel nostro girovagare.

Qui purtroppo non c’è scuola ma, sotto la direzione del capo villaggio, ci intonano dei canti fra i quali non può mancare Frà Martino. Ormai lo consideriamo una sorta di inno nazionale. I bimbi ci stanno vicini, si lasciano fotografare, ma non chiedono nulla.

E questo, abituati ai bimbi questuanti di tantissimi altri Paesi, ci riempie di gioia. Solo pochi, i più fortunati, frequentano una scuola in un villaggio vicino. La scuola costa e solo alcuni se la possono permettere (lasceremo qualche soldino al capo villaggio, davanti a tutti, per aiutare ad aumentarne il numero). Fra i fortunati, nessuna bambina. A loro non serve. Il loro futuro prevede altri compiti. Sarebbe un’inutile perdita di tempo.

Guardo una bimbetta di una decina d’anni. Ricambia il mio sorriso con tanta dolcezza. Lo sguardo è vispo, dentro quella testa, c’è intelligenza da vendere. Perché le deve essere negato il diritto di conoscere ed essere schiavizzata con lavori massacranti, senza alcuna gratificazione?

Sempre che non arrivi qualcuno senza scrupoli che con due soldini e false promesse se la porti via per avviarla su altre strade.

I bimbi del monastero di Bagaya

Il monastero di Bagaya, realizzato in tek circa due secoli fa, è una delle più interessanti testimonianze buddhiste.

Ma da qualche tempo è anche ricordato per la caratteristica torre pendente che l’affianca. Contrariamente alla più famosa Torre di Pisa nostrana, qui la pendenza è stata causata da un terremoto. Ha subito lesioni, ma è ancora concesso salire fino in cima. Non saprei dire se questa concessione è dovuta al turismo, o se siano stati effettuati seri controlli che ne hanno attestato l’agibilità. Fino a metà ci si arriva con una malconcia scala esterna in legno; l’ultimo pezzo è interno in un budello largo mezzo metro.

Ma a me piace ricordare questo monastero per una importante iniziativa. L’unico monaco rimasto ha raccolto bambini che non vanno a scuola e insegna loro le regole del buddhismo tramite la lettura delle sacre scritture. 

Si potrà obiettare che non è un gran che. Che non imparano matematica e inglese, che potrebbero tornare loro comodo.

Ma, vedendo il bicchiere mezzo pieno, non è che imparando a leggere e memorizzare quei testi, non sappiano poi leggere altre cose. E imparando quei caratteri, possono anche capire come metterli a loro volta sulla carta. Anche per scrivere cose diverse. E imparando a leggere e scrivere cose diverse, se hanno la volontà di farlo, potrebbero anche cimentarsi (perché no?) con materie diverse.

Mario Beltrami

MC: semina consapevolezza e amore

Uscito dalla sede torinese (di MC), mi sono chiesto come e quando «Missioni Consolata» fosse arrivata a casa nostra. Entrato con la leggerezza accattivante delle sue copertine, la franchezza degli editoriali, la chiarezza tipografica del sommario, ci ha presto abituato ad alcune rubriche: i dossier documentati, «E la chiamano economia» di Francesco Gesualdi fra i principali. Così, da circa 15 anni, il mix convincente di «aspirazione alla consapevolezza imbevuta d’amore» frena lo scorrere della nostra quotidianità «obbligandoci» a spunti di riflessioni speciali.

Da sempre mi hanno stupito i sorrisi delle copertine, sorrisi che indicavano livelli di realtà comunque presenti al di là delle innegabili situazioni critiche, spesso drammaticamente critiche. Qualche anno fa – insegnavo ancora – mi ero rivolto per mail direttamente a padre Gigi Anataloni chiedendogli il modo di accedere all’enorme archivio della rivista nell’interesse della ricerca dei miei studenti: accordato senz’altro e velocemente. Nel tempo ho mantenuto fermo il desiderio di rendermi conto di persona della «realtà redazionale» di MC e finalmente – terza discesa a Torino dalla Bolzano altoatesina – mi sono ritagliato il tempo necessario.
Incontro prudentemente cordiale all’inizio, ma sempre più affettuosamente e profondamente informativo tanto più quanto più cresceva la percezione dell’autenticità dell’interesse reciproco. Così padre Gigi mi ha introdotto passo passo al cuore pulsante della rivista e della sua passione di direttore responsabile: documentare fatti/esperienze riuscendo a coglierne – al di là degli innegabili problemi – l’alito dell’amore che tesse ragioni di vita. C’è molto di più, anche se magari meno visibile, nella realtà ma bisogna saperlo cogliere.

E le diapositive che mi mostrava (diapositive che affondavano in decenni e decenni passati, fra tecniche di proto-fotografia e proto-realizzazione pratica dell’immagine), così come alcune grandi immagini appese alle pareti chiedevano esplicazioni.

«Perché tanto lavoro manuale e poca meccanica, poca tecnologia, al tempo d’oggi?». «Pensa al frutto dell’acquisto di una macchina, Marco, a cosa lascia nel corso del tempo. Tu vedi qui una fila di persone impegnate in lavoro manuale faticoso, ma non vedi le relazioni che intanto si sono stabilite, le competenze che vengono passate. In questo modo (d’accordo, forse ai tuoi occhi paradossale) si è dato lavoro per anni, una rete di civiltà ha potuto stabilizzarsi. Tante sono le variabili da considerare in un progetto, tante! E solo il tempo può dire se la scommessa è stata vincente, quella per noi fondamentale: la scommessa della civiltà dell’uomo».

Leggevo recentemente: «Nasciamo con un amore innato per la verità, ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia di impaccio» (Roger Money-Kyrle). Ed anche, di Altan: «Cosa dice la tua coscienza?». «Ne ho diverse: sono indeciso su quale mi conviene usare».

Ecco, esperienze come la mia quel pomeriggio aiutano a trovare una bussola per non rimanere tristemente prigionieri del quid di amara ragione che pure contengono sentenze simili.

Proprio perciò ho apprezzato la schiettezza con la quale una dinamica suora proveniente da quello che una volta si chiamava «Terzo mondo» si è congedata ridendo da me: «Ah, lei è un professore… A cosa serve?». Perché i professori servono, certamente, quelli veri però!

Grazie padre Gigi, il nostro incontro mi ha donato una scheggia di gioia vera. E Dio solo sa di quanta ce ne sia bisogno.

Marco Bertorelle
Bolzano-Bozen, 02/02/2025

Grazie anche a te della tua visita. Anche per noi l’incontro con i nostri lettori è importante. Felici poi se riusciamo a essere complici di insegnati nell’aprire gli occhi dei nostri giovani a una visione diversa e più fraterna del mondo intero.




Noi e Voi. Ricordando Francesco

Fino in Mongolia

Visita di papa Francesco in Mongolia — foto Apostolic Prefecture of Ulaanbaatar

In queste ore siamo tutti scossi. È difficile ordinare i pensieri e tradurli in parole di senso compiuto. È un grande shock, che ha bisogno di essere attraversato con fede.

Ci vorrà del tempo per capire fino in fondo la portata del pontificato di papa Francesco. Quello che mi sento di dire adesso è che vedevo incarnata in lui una profonda paternità, che ho sperimentato personalmente in varie occasioni. Mi sentivo attratto dalla sua libertà interiore e dal suo ascolto delle mozioni interiori dello Spirito Santo.

Per noi Missionari e Missionarie della Consolata, papa Francesco è il Pontefice che ha canonizzato il nostro santo Fondatore e che ha dato un impulso missionario grandissimo alla vita e alle scelte della Chiesa.

Con il suo magistero e con il suo esempio ha riportato la missione evangelizzatrice della Chiesa al centro della vita reale delle comunità.

Per quanto riguarda la Chiesa in Mongolia, certamente papa Francesco sarà ricordato nella storia di questo Paese per essere stato il primo Pontefice a venire qui. Ma anche per il coraggio dei suoi discorsi profetici sul valore della fratellanza universale e dell’impegno per la giustizia, la pace e l’armonia del creato.

In queste ore sto ricevendo telefonate e messaggi dalle autorità civili e religiose della Mongolia. Uno dei consiglieri del Presidente mongolo mi ha trasmesso le condoglianze del Capo dello Stato, dicendo che papa Francesco ha scritto a caratteri d’oro una pagina nuova nella storia delle relazioni tra Mongolia e Santa Sede.

Poco fa mi ha chiamato l’Abate primate dei buddhisti mongoli, il Hamba Nomun Khan Javzandorj, con il quale non più di tre mesi fa avevamo avuto la gioia di incontrare personalmente papa Francesco in Vaticano. Mi ha voluto dire che, su richiesta esplicita del Presidente della Mongolia, la comunità monastica buddhista del tempio Gandantegchinlen, domani offrirà una preghiera rituale per l’anima di papa Francesco, come già avevano fatto durante il suo recente ricovero ospedaliero.

papa Francesco è stato capace di parlare al cuore di tutti. Abbiamo tanto da imparare e da applicare alla nostra vita di servi del Vangelo.

Cardinale Giorgio Marengo,
Mongolia, 21/04/2025

L’odore delle pecore

Ringrazio Dio di aver incontrato personalmente papa Francesco.

È stato un grande regalo nella mia vita: un modello di umiltà e povertà francescana da imitare.

Il 16 aprile 2015, durante la visita ad limina di noi vescovi del Kenya, ho avuto la gioia di fare a papa Francesco un regalo speciale. Gli ho detto: «Io lavoro nella diocesi di Maralal, in mezzo ai pastori e perciò ti offro, a nome loro, questa mia mitria di pelle. Ora anche tu, come buon pastore, potrai avere l’odore di pecora, come sempre vai dicendo ai tuoi preti».

Prima di mettergliela sulla testa, lui stesso volle annusarla e poi commentò: «Questa non è pecora ma capra!». Gli risposi: «Sì, è vero. Vedo che te ne intendi. Ma in Kenya le pecore e le capre vanno al pascolo insieme».

Sette mesi dopo, egli fece visita in Kenya (25-27 novembre 2015), e mi fece una bella sorpresa che dimostrava il suo cuore sempre attento ai piccoli favori. Al suo arrivo, nell’aeroporto di Nairobi, sceso dall’aereo, mentre passava davanti alla fila dei vescovi, mi feci coraggio e gli chiesi: «Santità, Lei non si ricorda di me? Sono quello che le ha regalato la mitria di pelle di capra, a Roma». «Mi ricordo, sì – rispose – e la tua mitria me la sono portata dietro da Roma e domani la vedrai sulla mia testa durante la Messa».

Il giorno dopo, all’inizio della Messa, sull’altare si girò leggermente verso di me e mi fece un sorriso come per dire: «Vedi, io mantengo le promesse». Che cuore umano e pieno di calore! Tutt’oggi tengo caro ancora due cosette: il rosario che mi regalò, e che recito tutti i giorni, e un quadretto con la foto in cui lo abbracciai (che coraggio!).

Abbiamo un altro santo che intercede per noi. Un santo che ha baciato i piedi ai presidenti africani, supplicandoli di costruire la pace.

+ Virgilio Pante,
 vescovo emerito di Maralal, Kenya, 23/04/2025

Papa missionario

È stato con sorpresa e profonda tristezza che, la mattina del 21 aprile, alla missione di Boroma, fondata dai gesuiti alla fine del XIX secolo, ho ricevuto la notizia del ritorno di papa Francesco alla casa del Padre.

Era un grande amico del Mozambico, Paese che ha visitato nel settembre 2019. L’ondata di affetto suscitata dalla semplice figura di Francesco ha unito tutti i mozambicani, indipendentemente dal partito politico, dall’etnia e persino dall’appartenenza religiosa. Ci ha lasciato un messaggio di pace e riconciliazione e gesti di solidarietà concreta con le vittime mozambicane dei disastri naturali e dell’insurrezione terroristica a Cabo Delgado, nel Nord del Paese.

Si è detto e si dirà molto su papa Francesco. Per me è stato un padre e un fratello per tutti. Un Papa missionario, che mi ha ispirato molto nel mio lavoro pastorale come Vescovo di Tete, cercando di rendere questa Chiesa locale, dove i Missionari della Consolata sono arrivati 100 anni fa, una Chiesa «in uscita», con le porte aperte a tutti, una Chiesa missionaria.

Ci lascia con l’impegno di continuare a essere fedeli al Vangelo nella nostra vita quotidiana, come discepoli missionari del Signore Gesù, che è risurrezione e vita. Speranza dell’umanità.

Sono grato a papa Francesco per il suo esempio di vita e per le sue parole ispiratrici e trasformatrici rivolte ai fedeli e al mondo: il suo invito a vivere la fede nella gioia e nell’«uscire», senza paura di abbracciare tutti, la sua preoccupazione per i più dimenticati, i più piccoli, i più bisognosi, nella consapevolezza che siamo tutti fratelli e sorelle; e anche la sua vigorosa e instancabile denuncia di un’«economia che uccide», mettendo in pericolo il pianeta, di tanti conflitti che configurano la «terza guerra mondiale a pezzi», così come dei peccati della Chiesa stessa, abusi sessuali, abusi di potere o abusi economici.

Grazie, Francesco.
Perché, come Papa, sei sempre stato un fratello.
Perché, come gesuita, sei sempre stato un missionario.
Oggi piangiamo con te, ma soprattutto ti ringraziamo.
La tua vita è stata il Vangelo condiviso.
La tua morte, un seme di speranza.

+ Diamantino Antunes,
 vescovo di Tete, Mozambico, 23/04/2025

Padre dei poveri

Il mio primo incontro con papa Francesco è avvenuto alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro nel 2013. Da poco più di un anno ero stato nominato vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di San Salvador da Bahia e, per la prima volta, partecipavo a un grande evento che mostrava il volto giovane di una Chiesa desiderosa di essere presenza nel mondo.

Ho poi avuto altre occasioni per incontrarlo e godere della sua paternità, fede e semplicità.

«Dio sempre ci sorprende», era solito dire papa Francesco. E la Chiesa è rimasta sorpresa con l’elezione di un uomo «venuto dalla fine del mondo» che ha sempre cercato di mettere al centro della nostra attenzione tutto quello che era considerato periferico.

Cosa ci lascia in eredità papa Francesco?

Successore dell’apostolo Pietro, ha dedicato la sua vita all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo. Fin dall’inizio del suo pontificato, egli ha esortato la Chiesa a «uscire», impegnandosi ad annunciare la gioia del Vangelo (Evangelii gaudium), invitando ogni battezzato a partecipare attivamente alla missione evangelizzatrice.

Buon Pastore, ha camminato «davanti, in mezzo e dietro al gregge», con il popolo santo di Dio, soprattutto con i fratelli e le sorelle più poveri che vivono nelle periferie geografiche ed esistenziali.

Profeta del nostro tempo, difensore della dignità umana, ha denunciato la «cultura dell’indif-
ferenza» verso la sofferenza delle persone più vulnerabili e scartate della società.

Ha invocato la pace in un mondo segnato dalle guerre e ha richiamato l’attenzione della società sulla necessità di prendersi cura della nostra Casa Comune.

Padre dei poveri, ha mostrato nei piccoli gesti il volto misericordioso di una Chiesa dalle porte aperte, chiamata a essere «ospedale da campo», testimone di un Dio che non si stanca mai di amare e perdonare.

Sono grato al Signore per averlo conosciuto e incontrato, per la sua testimonianza che ci invita a essere una Chiesa più vicina, più umana e più fedele al Vangelo.

+ Giovanni Crippa,
vescovo di Ilhéus, Brasile, 22/04/2025

Imprevedibile

Un giorno di maggio del 2013, dopo che papa Francesco era stato eletto vescovo di Roma, io, che ero vescovo in Sudafrica, ho pensato di scrivergli, raccontandogli come la sua elezione fosse stata accolta nella nostra parte del mondo.

Il nunzio apostolico mi assicurò che la lettera sarebbe arrivata a lui e non a uno dei suoi segretari. E fu proprio così. Circa un mese dopo ricevetti una sua risposta scritta a mano. Non me lo sarei mai aspettato. Tanto meno quello che è successo dopo.

A luglio papa Francesco si è recato a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù e ha chiesto di organizzare un evento speciale per chi arrivava dall’Argentina (una folla enorme, come potete immaginare!). Dato che io sono Argentino, i vescovi mi hanno invitato a unirmi a loro.

All’arrivo del papa in cattedrale, i vescovi argentini lo hanno salutato con entusiasmo (era la prima volta che lo incontravamo come Papa). Mi sono presentato non aspettandomi che si ricordasse di me. Mi ha detto: «Hai ricevuto la mia lettera?».

È stato travolgente. In mezzo a tutto ciò che stava accadendo intorno a lui, come poteva ricordarlo?

Al di là delle sue omelie, dei suoi discorsi e dei suoi documenti, si potrebbero scrivere pagine e pagine sul fatto che facesse sentire unica ai suoi occhi ogni persona che lo incontrava.

Credo che, come Sacbc (vescovi di Botswana, eSwatini e Sudafrica), non dimenticheremo mai le due visite ad limina che abbiamo avuto con lui nel 2014 e nel 2023.

La prima non la dimenticheremo perché, accogliendoci (in due gruppi in due giorni diversi), ha esordito: «Come si dice nel calcio, il pallone è al centro, chi lo calcia per primo? Di cosa vorresti che parlassimo?».

Era uno spazio aperto per noi per parlare con il successore di Pietro di qualsiasi argomento avessimo nel cuore. Era totalmente nuovo per noi. Ricordo infatti ancora uno dei vescovi che disse dopo l’incontro: «Ho aspettato 20 anni per un momento così».

Il secondo incontro è stato segnato dal fatto di essere stato annullato. Il Papa era in ospedale dopo aver subito un intervento chirurgico importante.

Il giorno in cui è stato dimesso, alcuni di noi si trovavano all’ingresso della sua residenza proprio nel momento in cui è stato riportato dall’ospedale. Mi ha visto e mi ha chiesto se fossimo lì per la visita ad limina e quando ci saremmo incontrati. Ho detto: «L’incontro è stato cancellato. Tu eri in ospedale ma tu sei il Papa e… sei imprevedibile!». Ha salutato gli altri vescovi e poi ha detto: «Dite ai vescovi che potremo incontrarci dopo pranzo».

Nessuno si aspettava che un uomo di 86 anni trovasse il tempo per noi dopo un intervento chirurgico importante. Eravamo solo noi e lui, nessuna segretaria, nessun protocollo, nessuno a tradurre! Era il vescovo di Roma con i suoi fratelli vescovi nel modo più informale. Non sono stati gli argomenti di cui abbiamo parlato quel pomeriggio a rimanere nei nostri cuori, ma quello che abbiamo visto anche domenica scorsa: il suo dare tutto il suo tempo e le sue energie a tutti i costi.

Attraverso momenti come questi, attraverso le sue lettere personali, telefonate, visite… si è fatto vicino a tutti noi, ha testimoniato la cura amorevole di Dio per ogni persona, ma ha anche, silenziosamente, richiamato tutti noi a prenderci cura gli uni degli altri, ad apprezzare il dono gli uni degli altri e, a noi vescovi, ha mostrato il modo in cui siamo chiamati a prenderci cura di coloro che ci sono stati affidati.

+ José Luis Ponce de León,
 vescovo di Manzini, eSwatini, 23/04/2025

Buon samaritano dell’Umanità!

Negli anni del mio servizio di responsabilità come superiore generale nell’Istituto Missioni Consolata, ho avuto più occasioni per incontrare papa Francesco. Non solo insieme agli altri superiori in assemblee tra responsabili, ma anche in momenti personali nei quali si è toccato il cuore della Chiesa e la preoccupazione per diverse situazioni complicate che esigevano un discernimento profondo e ben accorto.

La prima cosa che sempre mi colpiva era la sua calma nell’affrontare temi scottanti e difficili. papa Francesco non perdeva mai la sua serenità e la sua calma, insieme al suo sorriso. Rimaneva a riflettere silenzioso ma non dava mai segni di esagerata preoccupazione o di una sofferenza esasperata.

Una seconda caratteristica che mi ha sempre colpito era la sua grande umanità. Come faceva anche il nostro fondatore, san Giuseppe Allamano, papa Francesco rimaneva concentrato sulla persona che aveva davanti con le sue problematiche e le sue tematiche, sembrava che il mondo e il tempo si fermassero per lui danti alla persona che incontrava.

Un terzo elemento caratteristico di papa Bergoglio era il suo essere fuori dagli schemi, sia nel parlare che nell’agire. Portava la sua parola, il suo modo di sentire le situazioni e gli avvenimenti, non parlava da papa ma da papà.

Come ho provato a dire nelle diverse occasioni nelle quali ho avuto la grazia d’incontrarlo, ogni volta ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte al mio fondatore. Non ho avuto la gioia di conoscerlo, ma da quello che ho sentito e letto di lui, mi sembrava «rivivere» nel nostro caro papa Francesco.

Il ricordo più prezioso che porto nel cuore teneramente di Francesco, è quello di un Papa che ci ha insegnato, e ha insegnato al mondo, l’arte del prendersi cura. Prendersi cura degli altri, della natura, del mondo e di ogni situazione che ognuno vive nella sua storia.

papa Francesco ha camminato nella nostra storia, scandendo i verbi della carità nella logica del Vangelo: una logica che invita a uscire da se stessi per accogliere l’altro, a riconoscere nell’umanità ferita il volto di Cristo, a trasformare ogni incontro in un’opportunità di amore autentico e gratuito.

papa Francesco è stato samaritano nei pensieri e nei gesti. Ci ha ricordato che essere samaritani non è un dono di santità ma un esercizio e un’azione quotidiana, un modo di anticipare il cielo sulla terra.

Grazie caro papa Francesco perché sei stato buon samaritano in mezzo a noi e ci hai insegnato a essere poeti della carità, testimoni di speranza, artisti della cura e a continuare a far fiorire il mondo sotto il peso leggero del nostro amore.

Riposa in pace e, questa volta, prega tu per noi.

 Stefano Camerlengo,
missionario a Dianra, Costa d’Avorio, 23/04/2025

Su MCnotizie tutti i testi dei Missionari della Consolata che hanno avuto un rapporto speciale con papa Francesco.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuità

Gentile redazione,
sono un lettore della vostra rivista Missioni Consolata, inviata da anni a mia madre. Apprezzo molto la vostra linea editoriale che privilegia valori di libertà, di eguaglianza e di tolleranza, riportando al contempo articoli di politica internazionale di notevole attualità. Volevo comunicarvi che, purtroppo, mia madre, destinataria della rivista, è deceduta. Vi prego pertanto di eliminare il suo nominativo sostituendolo con il mio. Provvederò io a mia volta al contributo per continuare a leggere la vostra interessante rivista. Cordiali saluti e buon lavoro.

Attilio dal Maso, 16/03/2025

Caro Attilio,
grazie del tuo scritto e un grazie anche a tua mamma che ti ha coinvolto nella lettura di MC. Siamo certi che il Signore della Misericordia l’ha accolta nella festa del suo Paradiso.

Una lettera come la tua ci dona gioia, e compensa quelle che richiedono la cancellazione del nome del parente deceduto, a volte con modi e toni perfino offensivi. Grazie a te per la fiducia e l’incoraggiamento che ci comunichi.

Pubblicità

Mi unisco anch’io a tutti quelli che approvano la vostra scelta di non pubblicare pubblicità.

La vostra rivista ha una serietà «da rivista scientifica» che non deve essere intaccata dalle inserzioni. Probabilmente io ho un po’ di fobia per la pubblicità. Per esempio in televisione, mentre seguo un film, all’apparire della pubblicità «zappo» subito su un qualche canale con programmi tipo Affari o Quattro ruote, Cash or trash o Sport, restandoci il tempo che mi sembra necessario per riprendere il film da dove era rimasto.

Apprezzo molto le cartine che corredano i vostri articoli, tra cui le utilissime piccole cartine all’inizio di un articolo che posizionano la nazione di cui si parla.

Ho appena terminato la lettura dell’articolo di Paolo Moiola su Gaza (MC 3/2025): è un articolo perfetto, in particolare per le molte citazioni (Msf, Amnesty, Anna Foa, …). Guardando Gaza in tv mi sono sempre chiesto quanto tempo sarà necessario (per la ricostruzione) a fronte di una simile distruzione. Ho letto la risposta che dà Medici senza frontiere. È incredibile, però ci credo. Come se a Dresda finissero ora di ricostruire (ma la forza tecnica/economica della Germania non ha paragone con quella di Gaza). Mi ricordo sempre della bella e grande «montagnetta» costruita a Milano nell’immediato dopoguerra con le macerie rimosse. Quanto verrà alta la montagna di Gaza?
Saluti e complimenti.

Carlo Maria My, 06/03/2025

Grazie dell’apprezzamento. Di questi tempi abbiamo la concorrenza terribile delle notizie «mordi e fuggi» che più che informarti vogliono tenerti incollato al computer o cellulare, senza darti il tempo di pensare. Crediamo che abbiamo invece bisogno, per mantenere la nostra libertà totale, di una lettura che ci dia il tempo di pensare, di criticare e approfondire e, quindi, fare le nostre scelte libere e responsabili.

«Piccolo»

Padre Gigi,
la lettera arriverà, spero, nel periodo natalizio e dunque ancora in tempo per meditare e celebrare il mistero di un Dio che si fa conoscere per essere vicino a ogni uomo, soprattutto il più «piccolo».

Desidero ringraziare per l’impegno nella preparazione di «Missioni Consolata» che anche un dubbioso, e a volte anticlericale come una persona a me cara, legge con attenzione per conoscere nazioni e luoghi geografici lontani. In particolare, ringrazio per l’editoriale «Quando piccolo è grande» (MC 12/2024, ndr) che intercetta una mia ricerca che dura da tempo riguardo coloro che più sono vicini al cuore di Dio e appartengono a pieno titolo al suo regno. Il termine «piccolo» ha un significato molto profondo e non si riferisce tanto all’età quanto a una condizione per cui una persona di pochi o tanti anni, non gode di considerazione come Sorino o coloro che non contano niente, come li desiderava don Tonino Bello.

Da qualche mese faccio parte della cappellania che porta la santa Eucarestia in una Rsa locale; la liturgia della Parola è preceduta e seguita da attività varie che coinvolgono gli ospiti affinché si superi l’idea che siano tenuti o intrattenuti. Io, nello specifico, in base alle mie competenze, mi occupo di attività di logica quali raccontare una storia, classificare, individuare un assurdo, che li stimola a pensare e a parlare.

È una tristezza infinita pensare che persone che sono state attive nel corso della loro vita ora rischino di essere considerate degli scarti. La loro spiritualità è invece molto ricca e possono donare sapienza, gioia e speranza.

Ancora ringrazio e auguro che anche il 2025 sia un anno di cammino, nell’acquisizione di doni spirituali e di inaspettate belle sorprese.

Milva Capoia, 25/12/2024

Pubblico solo ora quanto scritto il giorno di Natale da Milva, che già altre volte ha contribuito a queste pagine.
Chiedo scusa per il ritardo.
Ricevere una lettera cartacea invece di una e-mail è un grande piacere, allo stesso tempo comporta il rischio che venga tenuta da parte in attesa di essere trascritta «appena possibile», e quindi posticipata più del dovuto.

Cara Milva, le tue considerazioni sui «piccoli» e gli incredibili doni che sono e possono dare alla nostra società, trovano una conferma fantastica sia negli Special olympic games svoltisi a Torino ai primi di marzo, sia, e soprattutto, in come papa Francesco sta vivendo questo tempo di malattia. Anche senza bisogno di attribuirgli scritti bellissimi, ma inventati (come quelli che circolano sui social), papa Francesco ci sta mostrando cosa significa essere piccoli e trovare la vera forza della vita solo nell’amore del Signore.

28ª Settimana biblica a Caserta

Egregio Sig. Direttore,
anche quest’anno la Diocesi di Caserta organizza la Settimana biblica, giunta alla XXVIII edizione, con il patrocinio dell’Associazione biblica italiana, in collaborazione con l’Istituto superiore di scienze religiose interdiocesano SS. Apostoli Pietro e Paolo e con la segreteria del Centro apostolato biblico diocesano. Esperienza fortemente sostenuta dal vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, monsignor Pietro Lagnese. La Settimana biblica si terrà a Caserta da martedì 1 luglio 2025 e fino a sabato 5 luglio 2025. Tema della XXVIII edizione sarà il Vangelo secondo Giovanni, con i biblisti Giuseppe De Virgilio, docente di esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia università della Santa Croce di Gerusalemme a Roma, ed Eusebio Gonzàlez, docente di Teologia biblica alla stessa università. La celebrazione della Settimana biblica rinnova e custodisce la speranza che nutre ogni missione educativa ed evangelizzatrice. «Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: “Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore” (Salmo 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo» (Spes non confundit, bolla di indizione del Giubileo ordinario 2025, n. 25).

Tutto il popolo di Dio è convocato in assemblea per ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. La Settimana biblica, che sarà inaugurata dal vescovo, è un’esperienza culturale e spirituale che richiama a Caserta, ormai da diversi anni, cultori e appassionati della Bibbia che si confrontano con varie esperienze territoriali nell’ambito del progetto «Bibbia e cultura europea» per confermare le parole del cardinale Carlo Maria Martini: «Il futuro dell’Europa si basa sulla lettura della Bibbia quale codice delle radici cristiane dell’Occidente».

La Settimana biblica di Caserta si conferma una valida proposta culturale e sapienziale per far crescere la familiarità del popolo di Dio con la Sacra Scrittura, in una Chiesa sinodale. Papa Francesco, nella Llettera apostolica Aperuit Illis, ci dice che: «La dolcezza della Parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita, per esprimere la certezza della speranza che essa contiene (cfr. 1Pt 3, 15-16)».
Buon cammino giubilare. Cordiali saluti.

don Valentino Picazio

Wamba: rinasce il 17 maggio

Cari amici e benefattori,
la corsa Run for Wamba (una corsa per raccogliere fondi avvenuta in diverse parrocchie della diocesi di Maralal in periodi diversi da dicembre 2024, ndr) è stata molto più di un semplice evento: è stato un viaggio di vita, di salute e di beneficenza. Non è stata solo l’attività di un giorno, ma una missione di servizio per tutta la vita. A nome del Catholic Wamba Hospital vi porgo la nostra più profonda gratitudine per i vostri generosi contributi e il vostro costante sostegno. Grazie a tutti voi che avete strisciato, cavalcato boda bodas, camminato e corso per Wamba. Il vostro sostegno finanziario e morale ci ha permesso, nella fede e nell’unità, di raggiungere un traguardo notevole. Mentre sono grato a tutti voi che avete contribuito, vorrei fare una menzione speciale dei seguenti sostenitori (segue una lista di personalità politiche e religiose locali, di associazioni cattoliche varie, di amici dei missionari, ndr) il cui contributo è stato importante.

Siamo orgogliosi di annunciare che l’iniziativa Run for Wamba ha finora raccolto un totale cumulativo di 1,863 milioni di scellini (quasi 15mila euro). I vostri contributi, sia in natura che nei fatti, sono sempre benvenuti, poiché il viaggio continua fino a quando non realizzeremo pienamente il sogno di vedere il Catholic Wamba Hospital rivitalizzato e pienamente operativo. Portiamo altre buone notizie. I lavori di riparazione e rivitalizzazione a Wamba stanno procedendo bene e ora sono completati quasi al 70%. A Dio piacendo, prevediamo di riaprire ufficialmente l’ospedale il 17 maggio 2025. In questo giorno speciale, celebreremo anche il tanto atteso Giubileo d’oro della Scuola per infermieri della Consolata di Wamba. Diamo un caloroso benvenuto a tutti coloro che si uniranno a noi nel celebrare questo incredibile risultato. Che Dio vi benedica tutti abbondantemente.

don Letaon Albert
diocesi di Maralal, 21/03/2025

Siamo felici di accompagnare la riapertura dell’ospedale, anche se ben coscienti delle enormi sfide che ancora lo attendono. Tale ospedale è stato un presidio speciale per la salute dei bambini e per la lotta contro la mutilazione genitale femminile. La sua Nursing school ha formato migliaia di infermiere e infermieri che ora curano nei dispensari delle varie missioni o in altri ospedali in Kenya. Tanto personale medico volontario ha contribuito alla sua eccellenza, incoraggiato anche da una figura speciale come il dottor Silvio Prandoni che all’ospedale ha dedicato la sua vita.

Auguri allora. Se qualcuno volesse sostenere l’ospedale può sempre farlo attraverso la nostra Fondazione MCO. Trovate i dati e le modalità a pagina 75. Asante sana, grazie di cuore.

 




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Grazie al comandante

Caro padre, seguo sempre con attenzione la sua rubrica, chi le scrive spesso fa riflettere e le sue risposte sono uniche. Mi fa cosa gradita in questo mio scritto, ringraziare la preziosa opera che un mio caro concittadino, Giovanni De Marchi, ha sempre fatto in Etiopia. Con tenacia e senso di altruismo, dopo aver raggiunto l’età del pensionamento da comandante di stazione dei Carabinieri a Borgo Valsugana, ha dedicato tutte le sue energie ad aiutare padre Paolo Angheben in terra d’Africa (insieme nella foto qui sotto). Un sostegno economico veramente importante che ha raccolto qua in Valsugana e soprattutto l’essere stato presenza attiva con i suoi innumerevoli viaggi in Etiopia in aiuto «al padre» come di suo chiamava padre Angheben, venuto a mancare pochi anni fa per Covid (+18/05/2021).

Il suo aiuto è continuo anche ora e, nel suo piccolo, rimane quella bellissima goccia di solidarietà concreta e spirituale che con costanza trasmette ai suoi fratelli. I bambini che ha aiutato vent’anni fa ora sono uomini, molti hanno studiato e sono cresciuti con dignità e il merito va a persone che hanno sostenuto con belle iniziative.

Grazie Giovanni, sei una di queste persone.

Armando Orsingher, 21/01/2025, Borgo Valsugana (Tn)

Al caro Giovanni, che ha lo stesso nome di padre Giovanni De Marchi (1914-2003), il pioniere del ritorno dei Missionari della Consolata in Etiopia nel 1970, grazie della tua passione contagiosa per quella terra e la sua gente. L’Etiopia è stata il primo amore di san Giuseppe Allamano.


Accolto nella «tierra sin males»

Il padre Antonio Gabrieli, missionario della Consolata, è deceduto a Buenos Aires all’alba del 7 febbraio 2025, all’età di 76 anni. Ha dedicato 56 anni alla vita religiosa e 51 al sacerdozio, lasciando un’eredità di fede, impegno e dedizione missionaria.

L’Argentina, dove arrivò per la prima volta come missionario nel 1983, divenne la sua casa. Durante le sue quattro decadi di missione e servizio pastorale nel Paese, ricoprì numerosi ruoli: parroco, vicario, formatore, maestro dei novizi, superiore di comunità, consigliere e superiore regionale.

Nelle ultime settimane di vita, padre Antonio ebbe accanto non solo i fratelli missionari, ma anche le sue due sorelle che viaggiarono dall’Italia per stargli vicino. L’8 febbraio è stato sepolto nel cimitero «Giardino della Pace» a Luján, in Argentina, lasciando un profondo patrimonio di fede e servizio missionario.

Fratello tra i fratelli

Padre Antonio Gabrieli – testimonia padre José Auletta – è stato «un fratello tra i fratelli, un missionario che ha sempre svolto il suo servizio con moderazione, rispetto e un distinto trattamento umano verso tutti coloro che lo cercavano. […] Mi ha sempre incoraggiato e sostenuto nel lavoro di accompagnamento ai popoli indigeni dell’Argentina, riaffermando così la sua fedeltà al carisma missionario. Mi ha segnato profondamente la sua vicinanza alla gente, in particolare ai fratelli Guaraní, che oggi lo ricordano con affetto e gratitudine».

Padre Antonio Gabrieli a Maralal, giugno 1999

La serenità e la forza del padre Gabrieli – ricorda Auletta – furono evidenti anche negli ultimi giorni della sua vita. «Pochi giorni prima della sua partenza, durante il ritiro annuale di gennaio, mi colpì la sua pace nell’affrontare la malattia che lo affliggeva. Oggi, con profonda gratitudine, facciamo memoria di questo fratello che è partito verso la tierra sin males, il cielo nuovo e la terra nuova. Il nostro caro padre Antonio Gabrieli lascia un’eredità di fede, impegno e amore per gli altri». […]

Breve biografia

Padre Antonio Gabrieli, figlio di Paolo e Patroni Maria, nacque il 13 luglio 1948 a Darfo, Brescia (Italia) e fece il noviziato con i missionari della Consolata, emettendo la sua prima professione religiosa il 2 ottobre 1968. Ordinato sacerdote il 22 dicembre 1973, visse i suoi primi anni di missione in Italia, come formatore nelle case di Gambettola e Bedizzole, e nell’animazione vocazionale a Porto San Giorgio.  Dopo aver raggiunto l’Argentina tutta la sua vita la spese in quel paese eccetto il periodo tra il 1993 e il 1999, quando ricoprì l’incarico di consigliere generale dei Missionari della Consolata per il continente americano.

Quando celebrò i 50 anni di ordinazione disse che l’Argentina «è la mia terra e la porto nel cuore». Tutto il Paese e ognuna delle città dove ha prestato il suo servizio missionario: San Francisco, Martín Coronado, Jujuy, Mendoza, Yuto, Merlo e Buenos Aires.

padre Julio Caldeira, da Consolata.org, 11/02/2025

Padre Antonio è stato un caro amico con cui ho condiviso l’animazione missionaria a cavallo tra gli anni 70 e gli 80: lui nella comunità di Porto San Giorgio (Ap) e io in «Amico», la rivista per gli animatori missionari. Ci siamo poi incontrati durante il capitolo generale del 1999 a Sagana in Kenya. A lui dedico le due foto di quei giorni, in particolare la seconda, quando ha presieduto la messa che i capitolari hanno celebrato nella missione di Maralal e l’avevano vestito come un anziano samburu.


Far rivivere l’ospedale di Wamba

L’associazione Oscar Romero, nata nel 1990 e operante nelle parrocchie, nelle scuole e sul territorio del magentino e del castanese (zona ovest di Milano), […] dal 2004 è attiva nell’aiutare la popolazione del nord del Kenya, con la creazione di posti di lavoro, la fornitura di sistemi per la potabilizzazione dell’acqua che utilizzano impianti a osmosi per la desalinizzazione dei pozzi salati e con la costruzione di impianti fotovoltaici, allo scopo di sfruttare la luce solare per produrre elettricità.

Uno dei punti fermi è far in modo che i progetti, realizzati e sostenuti grazie alle donazioni raccolte, nascano sul posto, siano avallati dal vescovo e dalle autorità civili locali e siano portati avanti dagli abitanti delle popolazioni locali.

Proprio su questi punti si basa l’obiettivo per il quale l’associazione si sta attualmente adoperando: la riapertura dell’ospedale di Wamba, che per la sua organizzazione e localizzazione geografica rappresenta un servizio di fondamentale importanza per la salute della popolazione locale.

Wamba è un villaggio nel distretto del Samburu orientale nella diocesi di Maralal, in Kenya. L’ospedale è stato fondato nel 1969, ed è rimasto attivo per oltre 40 anni, con una capacità di circa 200 posti letto, e in grado di assistere i pazienti da tutto il Kenya, la maggioranza dei quali provenienti dalle diocesi di Maralal, Marsabit, Meru, Wajir, Nanyuki e Nyahururu.

Esteso su 40 ettari di terreno, offriva ricovero e sostegno ad una popolazione di oltre 40mila individui, destinati altrimenti a rimanere isolati da ogni contatto civile, umano e sanitario.

La riapertura e la riattivazione di questa struttura sono fortemente volute sia dall’attuale vescovo, il missionario della Consolata monsignor Hieronymus Joya della diocesi di Maralal, che dall’intera popolazione. Questo perché l’ospedale, è in grado di fornire un servizio di assistenza completo e necessario, con i suoi reparti femminile, maschile, pediatrico, maternità, laboratorio, radiologia, fisioterapia, farmacia, cucina e servizio biancheria. Tra le sue strutture ci sono anche tre sale operatorie, le case per i medici e una scuola di formazione infermieristica che attualmente (a partire dal mese di gennaio 2025) sta formando 50 infermieri e infermiere per inserirli nei reperti dell’ospedale di Wamba e altri centri sanitari dove si richiede questa importante figura professionale.

La riattivazione è pensata come riapertura «modulare», iniziando dai servizi più urgenti di maternità e medicina d’emergenza, per arrivare alla riapertura totale, e si manifesta come un’importante sfida su molteplici fronti:

❤ dare nuova energia: grazie alla costruzione di un impianto fotovoltaico in grado di fornire elettricità all’intera struttura;

❤ dare nuova luce: grazie alla sostituzione delle vecchie lampade obsolete con nuove lampade a led, che permettono di risparmiare;

❤ dare nuovo cibo: grazie all’attivazione di un forno per la panificazione e una panetteria interni, ma che serviranno anche il resto della comunità;

❤ dare nuova speranza: grazie alla formazione e all’addestramento del personale, per un’efficace assistenza sanitaria e creazione di nuove opportunità d’impiego.

Lo scorso mese di gennaio alcuni membri dell’associazione Oscar Romero di Magenta sono stati in visita a Wamba, raccogliendo le necessità e il forte desiderio espresso dalla popolazione locale di avere un centro sanitario quale Wamba Hospital sul loro territorio. Anche la gente del posto si sta muovendo per una raccolta fondi attraverso attività ed eventi. Un’iniziativa che, in modo particolare, sta coinvolgendo tutto il Samburu County è il «Run for Wamba», (vedi foto qui accanto) grazie alla quale la gente, che ha aderito in massa, ha la possibilità di avvicinarsi alla situazione di necessità, donando ciò che può. Tale numerosa partecipazione dimostra la corresponsabilità e comprova l’importanza che la popolazione locale dà alla riapertura dell’ospedale.

In questa situazione di emergenza sanitaria e umana, la riapertura dei reparti diviene un’ impor- tante priorità per la nostra associazione, che assieme ad altri gruppi e associazioni si sta prendendo a cuore questa impellente necessità, contribuendo a dare nuova vita a questo importante centro sanitario.

Il primo passo per la riapertura sarà l’installazione di un impianto fotovoltaico con un sistema di accumulo a batteria per dare energia ai reparti di medicina, maternità e i laboratori per le analisi medico specialistiche. Questo permetterà di avere un notevole abbattimento dei costi dell’energia elettrica, che incide in modo importante sulla gestione dell’ospedale. Le batterie di accumulo garantiranno la continuità energetica per la catena del freddo (ad esempio dei vaccini) e altre necessità. Un secondo passo sarà l’apertura di un forno per la panificazione per uso interno all’ospedale e, a seguire, una rivendita di pane rivolta all’esterno, attraverso un negozio, aperto proprio sulla strada principale della cittadina, e collegato strutturalmente all’ospedale.

L’associazione Oscar Romero di Magenta oltre alla sensibilizzazione verso situazioni di emergenza simili a quella dell’ospedale di Wamba, è impegnata in Italia attraverso eventi pubblici e all’interno delle scuole, nel percorso di educazione civica e dal 2004 organizza viaggi solidali in Kenya. Il viaggio è fatto da piccoli gruppi di 5-6 persone che, ospitate nelle diverse comunità dove i progetti sono attivi o in corso, potranno prendere visione delle diverse problematiche esistenti. Al viaggio non mancherà la visita delle bellezze che il Kenya, con le sue immense distese dei parchi naturali, può offrire attraverso emozionanti safari.

Angelo Riscaldina per associazione Oscar Romero
Magenta, 25/02/2025 – romero.magenta@gmail.com

Pubblichiamo ben volentieri quanto avete scritto su Wamba, un ospedale che conosco bene, dove sono stato curato quando ero nella missione di Maralal: una struttura ricca di vitalità e capace di essere a servizio dei poveri, delle donne, degli orfani, e scuola di eccellenza per tanto personale sanitario. Un centro di cura dove medici come il dottor Silvio Prandoni hanno dato il meglio di sé.

 




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Autonomia e responsabilità

Cari amici,
leggo da quasi 50 anni Missioni Consolata e da tanto tempo cerco di dare una mano a molte vostre iniziative con il «Verbania Center». Quando vedo le foto di tanti amici (molti purtroppo non ci sono più) mi commuovo.

Non entro nel merito della linea editoriale della rivista (che, a volte, non condivido), ma l’apprezzo come fonte documentata e seria.

Mi è spiaciuto leggere che nell’articolo di Francesco Gesualdi sull’«Autonomia dell’egoismo» (MC 11/2024) l’autore non abbia citato un punto essenziale: la responsabilità.

Se è facile scrivere quello che ha scritto, forse dovremmo anche verificare come oggi vengano spesi i soldi in molte regioni soprattutto del Sud che sprecano risorse immani e che – se mai saranno «responsabilizzate» – non miglioreranno mai. È sacrosanta la solidarietà, ma «aiutati che il ciel t’aiuta». Ho fatto il parlamentare per tanti anni e il sindaco della mia città (Verbania) a cui, per abitante, vanno un quarto dei trasferimenti erariali di Catania e un ottavo di quelli di Bolzano.

È giusto continuare così? Un cordiale saluto.

Marco Zacchera
24/12/2024

Non sono in grado di esprimere opinioni circa ciò che dice rispetto alla diversità dei trasferimenti erariali fra Verbania, Catania e Bolzano perché non ho studiato i tre casi. Quanto al richiamo al dovere di responsabilità da parte degli amministratori, sono d’accordo. Va garantita in ogni caso, e il legislatore deve introdurre gli strumenti giuridici affinché chi sbaglia paghi. Ciò che mi premeva mettere a fuoco nell’articolo è il nesso che è stato creato fra autonomia e possibilità, per le regioni ricche, di trattenere il denaro sul loro territorio, a detrimento della solidarietà interregionale e quindi dell’equità. Se qualcuno pensa che ho detto delle falsità rispetto a questo aspetto sono disposto a esaminare le critiche. Altrimenti siamo sul terreno del contenuto sgradito perché non coincidente con le proprie convinzioni politiche e sociali e va annoverato come tale.

Francesco Gesualdi
30/12/2024

Alla risposta di Francesco, mi permetto di aggiungere una notizia apparsa su Avvenire del 28 gennaio, a firma di Cinzia Arena. «L’Italia a due velocità ha redditi e tenori di vita sempre più distanti. A dirlo l’Istat nel suo Report sui conti economici territoriali relativo al 2023. Nelle regioni del Sud il reddito disponibile delle famiglie per abitante è poco più della metà di quello di chi vive nelle regioni più ricche».


Una scelta controcorrente

Spett. Redazione,
colgo l’invito a scrivere alla rubrica «Noi e voi». Da anni apprezzo la rivista MC per la vastità e la profondità dei temi trattati, difficilmente rintracciabili su altri mezzi di informazione. Un aspetto sicuramente unico è la totale assenza della pubblicità e sono convinto che questa scelta stia alla base della libertà di espressione. È una scelta controcorrente. Oggi la quasi totalità delle fonti di informazione (giornali, radio, tv, social, ecc.) afferma che senza i soldi della pubblicità non è possibile sopravvivere. L’argomento è molto più complesso di quanto io possa conoscere, ma sono convinto che dall’abuso della pubblicità ci si debba difendere. È una nostra responsabilità. Gradirei un vostro commento e magari un approfondimento con un servizio dedicato.

Luigi Veronesi
Milano, 27/11/2024

Caro Luigi,
grazie per quanto scrivi, per il tuo apprezzamento e per il tuo incoraggiamento.

Abbiamo fatto la scelta di non avere pubblicità per essere coerenti con il nostro tipo di pubblicazione e per rispetto dei nostri lettori e sostenitori. Questo pur rendendoci conto che la maggior parte delle pubblicazioni possono offrirsi a un prezzo accessibile grazie alle pubblicità che vengono pagate collettivamente dai consumatori dei prodotti pubblicizzati.

La nostra rivista è inviata agli amici e sostenitori delle nostre missioni e dei nostri missionari e si sostiene grazie a voi e alle vostre offerte. Strumento per dire grazie del supporto, vuole anche essere uno spazio per condividere un cammino e un impegno, quello di costruire un mondo secondo le regole dell’amore e non quelle del consumismo, del potere o dello sfruttamento. La nostra rivista non è fine a se stessa, ma esiste per essere voce dei nostri missionari e ancor più di ogni persona con la quale essi vivono. Per esserlo, cerca di informare accuratamente per coinvolgere nella corresponsabilità, aiutando a capire la realtà, a vederla con gli occhi dei poveri, a conoscere la bellezza della vita e della cultura di altri popoli. Lo scopo è quello di partecipare insieme a un mondo interconnesso dove ognuno è soggetto attivo di cambiamento in modo libero e gratuito. Questo rapporto di fiducia, libertà e gratuità è lo stile che caratterizza la nostra rivista fin dalla sua fondazione.

In un mondo dove si va di fretta, dove le notizie si consumano e si svendono ai like o al numero delle visualizzazioni, dove sono spesso talmente mescolate alla pubblicità che fai fatica a distinguere l’una dalle altre, la nostra scelta è quella dell’approfondimento, della documentazione ragionata, della ricerca faticosa delle verità. «Slow pages», pagine lente, ci definiamo, non show pages guarda e fuggi.

Non so quanto ci riusciamo, ma la risposta di voi lettori è sempre di grande incoraggiamento. Grazie.

Non diamo neppure per scontato che le cose saranno sempre così. Ci rendiamo perfettamente conto che le nuove generazioni non sono molto interessate alla carta stampata.

Per noi la solidarietà con i poveri e il sostegno alla missione non sono un’operazione commerciale, ma un gesto bello che nasce da un cuore libero.


Lettere e informazione

Buona giornata a voi.
Mi ricollego alla nota apparsa in queste pagine sul numero di Novembre 2024 inerente alla contrazione significativa di lettere da parte dei lettori di MC per condividervi un pensiero più generale: questa vostra osservazione, a mio modesto avviso, è sintomo di un problema di carattere più ampio, che sintetizzo di seguito.

Da un mondo, di pochi decenni fa, nel quale l’informazione era da scoprire e da ricercare, talvolta anche con fatica, si è passati a uno attuale nel quale l’informazione abbonda, a prescindere dalla affidabilità, qualità e, soprattutto, utilità effettiva della medesima.

Il tempo di ciascuno di noi, da impiegare a discrezione personale e connessa responsabilità, dovrebbe cominciare dalle cose importanti, nell’interesse dell’evoluzione della nostra società, del rispetto della nostra coscienza, dei nostri affetti nonché dei nostri impegni lavorativi o di altre attività socialmente utili: la famiglia, i nostri cari, le necessità primarie nostre e degli altri, nonché tutto ciò che serve per costruire un’attività quotidiana seria, che valorizzi l’umanità.

Dalla concretezza di tali contenuti si passa oggi sovente alla superficialità, in quanto la finezza della tentazione alla comunicazione «spiccia» è sempre più diffusamente legata ai tempi stretti e si manifesta in una pletora di dispositivi e app che l’assecondano: vale a dire che si passa dalla sostanza all’apparenza
(valutata in like e numero di
followers, ndr).

Cosa fare? Ricordare e ricordarci che esiste la sostanza, che passa attraverso il documentarsi, capire a fondo i problemi, sapere e saper fare.

Un contadino dei miei luoghi, comunque a ridosso di una grande città, non molto tempo fa notava in un breve dialogo: «Molti ragazzi (ma anche adulti, dico io) passano oggi il tempo a scriversi cosa fanno e cosa hanno fatto: ma, alla fine, cosa hanno fatto?».

È, dunque, importantissimo il ruolo di MC, giacché scarseggiano anche le guide etiche della società, con l’effimero così saturante la nostra quotidianità, con tanti granelli che lasciano il tempo che trovano: le guide sono le persone devote alla fede – a partire dai religiosi nelle loro varie declinazioni (sacerdoti, frati, diaconi, filosofi etici), ma anche laici – con le loro parole e i loro scritti; ci riportano con i piedi per terra, nei fatti, pur con gli occhi al cielo, negli obiettivi, così da non appiattirci su una moltitudine di messaggi che, come la sabbia, fanno scivolare il nostro tempo tra le dita.

In sintesi: nulla di nuovo sotto il sole se leggiamo i tempi correnti con le virtù cardinali; si tratta semplicemente di usare la prudenza nella tentazione moderna di leggere e trasmettere l’effimero (spesso via chat) e tenere il timone dritto sugli obiettivi importanti della vita, per i quali naturalmente MC fornisce un ottimo viatico.

Complimenti ed auguri.

Bruno Dalla Chiara
15/01/2025

Grazie Bruno per la tua riflessione che offre un contributo davvero interessante.

P.Giovanni Saffirio illustra le figure di alcuni quaderni ad alcuni indios del Catrimani.


Padre Giovanni Saffirio

Quando arrivò, all’inizio del 1968, ricordo che stava facendo il primo tirocinio a Boa Vista nella sede della Prelazia di Roraima, e poiché ero là, lo invitai a venire con me alla fazenda Santa Adelaide, a sud della città, sulla riva del Rio Branco, per svagarsi un po’ dal lavoro che consisteva specialmente nel produrre certificati di battesimo, di matrimonio, e simili. Per questo consultava libroni usati per questo fine, anche quelli compilati dai Benedettini prima dell’arrivo dei Missionari della Consolata nel 1948. Un tirocinio che anch’io avevo fatto.

Quando arrivammo alla fazenda, ci vennero incontro i familiari del vaqueiro, e padre Giovanni si affrettò a presentarsi dicendo: «Sou o Padre mais noivo da Prelazia». Naturalmente vi fu una risata generale. Confondere noivo (fidanzato) con novo era realmente facile.

Non saprei proprio come parlare di padre Saffirio. Potrei dire che aveva un’innata capacità di fare disegni e scritte che aveva maturato anni prima già nel seminario. La mise in pratica anche nella elaborazione di alcune pubblicazioni ciclostilate della Prelazia di quell’epoca.

Quando mi avvisarono che era stato destinato all’attività con gli Yanomami, suggerii che invece di mandarlo per la prima esperienza al Rio Ajarani, una presenza tra gli indios iniziata da padre Bindo Meldolesi, come avevano pensato, lo mandassero a passare un po’ di giorni al Catrimani, con me, perché avrebbe sofferto di meno, dato che lì avevamo almeno una baracca.

E così fu fatto. Si trattava di inserirvi un nuovo missionario, e con una certa urgenza, perché io ero da solo, padre Bindo non se la sentiva più e padre Giovanni Calleri era assente per via della spedizione di soccorso agli indios minacciati dalla strada Perimetrale Nord che era in costruzione.

Al Rio Ajarani ci andai io, e fu l’ultima volta prima che ci arrivasse la Perimetrale Nord. Mentre ero là, e ci rimasi due mesi, seppi dalla Voz da América che padre Calleri e la sua spedizione tra i Waimiri-Atroari era stata massacrata. Era il primo novembre 1968.

Al Catrimani, tra gli Yanomami, padre Giovanni finì per restarci vari anni, anche se quasi mai eravamo insieme. Ci alternavamo. Naturalmente aveva imparato la lingua yanomae. Era una persona generosa, schietta e amante dell’allegria. Dopo vari anni di dedizione, si gettò nello studio dell’antropologia, nella quale forse sperava di trovare nuove idee e lumi che potessero aiutarlo a risolvere i dubbi che si erano accumulati sulle finalità del suo darsi da fare, apparentemente con pochi risultati pratici. Per questo nel 1977 andò negli Stati Uniti per fare un master e un dottorato in antropologia a Pittsburgh con il famoso professor Napoleon Chagnon (1938-2019).

Ritornò a Roraima nel 1985 e vi rimase fino al 1995, alternando la permanenza al Catrimani con responsabilità di superiore e amministratore dei missionari a Boa Vista. Chiamato in Canada nel 1996, rimase in Nord America fino al 2012, quando tornò a São Manoel nello stato di São Paolo in Brasile, dove rimase fino a che ha ricevuto la sua ultima chiamata l’11 ottobre 2024.

 fratel Carlo Zacquini,
Boa Vista, 14/01/2025

Contiamo di tornare presto a raccontarvi di padre Giovanni Saffirio, che ora riposa in pace a São Paolo, in Brasile.

P.Giovanni Saffirio illustra le figure di un quaderno ad un indio del Catrimani .




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


MC, una casa per la cooperazione

Un paio di volte l’anno esco dal mio ufficio e mi chiudo la porta alle spalle, perché so che non tornerò per un paio d’ore. Vado nella biblioteca della casa generalizia dei Missionari della Consolata a Roma e mi siedo sulla scala di legno che porta dalla saletta principale a quella rialzata e che passa accanto allo scaffale dove ci sono i numeri di Missioni Consolata rilegati per anno. Con l’insolito e suggestivo sottofondo di musica, spesso lirica, che viene da un vicino teatro, mi metto a sfogliare.

Ho iniziato per cercare corrispondenze, anniversari, eventi di cui parlare in Cooperando: di che cosa scriveva la rivista in questo mese di trent’anni fa? E di cinquanta, sessanta, venti anni fa? C’erano progetti sul campo di cui dava conto?

La prima sorpresa è stata scoprire la rubrica «Appelli dal fronte», pubblicata dal gennaio del 1968 al maggio del 1974, che in ogni numero proponeva ai lettori un’iniziativa in missione da sostenere con un’offerta. Da lì è nato «Come cooperavamo», il box sui progetti d’antan – così d’antan che ancora non si chiamavano progetti – che ogni tanto è apparso all’interno di «Cooperando». Ma per trovare questi spunti basterebbe un quarto d’ora, dirà il lettore attento: perché non torni alla tua scrivania a tenere d’occhio i progetti?

Confesso: se mi fermo ore su quella scaletta è perché ogni volta trovo qualche gioiellino, a cominciare dai pezzi eleganti e divertenti di padre Benedetto Bellesi, il mio primo direttore. Ma ce ne sarebbero a decine da citare, come è inevitabile che sia quando una rivista fa per decenni da ponte non solo fra Italia e Africa, America Latina, Asia, ma fra persone e comunità italiane e persone e comunità in luoghi talmente isolati che sarebbe stato altrimenti quasi impossibile averne notizia.

E poi la storia, del secolo scorso e di questo, che attraversa le pagine: non di sfuggita, come fosse un’eco, ma come una presenza imponente che lascia orme profonde, solchi, dentro ai quali i missionari stessi hanno camminato, senza sottrarsi al confronto con mondi e punti di vista anche molto lontani dal loro.

Quanto alla cooperazione in particolare, poi, i pezzi sul volontariato, sullo sviluppo, sulla collaborazione con organizzazioni come Mani Tese pubblicati fra gli anni Sessanta e gli Ottanta del secolo scorso hanno contenuti e linguaggi di un’attualità che mi colpisce ogni volta.

Insomma, buon compleanno MC, te li porti bene questi 125 anni e più. E grazie del servizio che hai reso e rendi alla cooperazione.

Chiara Giovetti
Roma, 10/10/2024

Nonno missionario

Molto rev. padre Anataloni,
Ho seguito con entusiasmo l’elevazione agli altari di san Giuseppe Allamano.

In quei giorni ho potuto incontrare anche padre Rinaldo Do (a Isiro, in Congo Rd), con il quale ho un contatto quotidiano. Da pensionato e nonno faccio parte attiva, con entusiasmo e soddisfazioni, del gruppo missionario parrocchiale Belém, con presenza quasi tutte le domeniche, presso i nostri banchetti vendita, nelle cinque parrocchie del territorio parrocchiale di Alzano Lombardo (Bg).

Abbiamo diversi missionari locali, nessuno della Consolata, in Amazzonia, in Messico, in Papua Nuova Giunea, in Bangladesh, e anche missionarie, purtroppo ritornate al Padre di recente: suore che sono state nella Sierra Leone, che hanno subito anche un rapimento e sono state poi rilasciate (erano tra le sette missionarie di Maria-Saveriane che furono sequestrate il 25 gennaio 1995 dai ribelli del Fronte rivoluzionario unito e liberate il 21 marzo successivo, ndr).

E il cappuccino padre Apollonio, che con il suo decesso, ci ha lasciato in eredità un lebbrosario in Brasile.

Quando san Giuseppe Allamano, padre di missionari e missionarie, raggiunse la gloria del Bernini, ho sentito la necessità di rivolgere una preghiera per i nostri missionari. A metà preghiera mi ha raggiunto un dolorosissimo blocco, con una lacrimuccia: sono un ex seminarista della Consolata. Dopo 9 anni in istituto, alla vigilia dei primi voti, d’accordo con il padre spirituale, ho lasciato. Ma non solo, in seguito, in modo colpevole, ho accantonato anche lo spirito missionario, tra l’altro molto gioioso, che avevo appreso a suo tempo.

Ora, se, nella parte terminale della rivista MC, ci fosse un piccolo trafiletto, magari gestito da un padre in infermeria, dove ne conosco molti di persona, con esperienza di missione e mi aiutasse a rientrare nello spirito missionario della Consolata, forse servirebbe a molti volontari ed ex, che sempre vi stimano e amano.

Mettetemi in condizione di pregare l’Allamano, non raggiungereste grandi risultati, con me: alla fine otterreste non grandi fasci di luce, ma una lucina del presepio, che, in ogni caso, può stare davanti all’Allamano, e quale nonno, porterei in dotazione tre nipotini, che mi seguono nel mondo missionario.

Ferruccio Vitali
Alzano Lombardo, 16/11/2024

Caro Ferruccio,
grazie di questa condivisione personalissima e grazie della passione missionaria che non ti ha mai lasciato; un amore per la missione che sembra essere di casa nel paese dove vivi.

La canonizzazione è stato certamente un avvenimento che ha galvanizzato tutti noi. È stata una tappa essenziale del cammino che stiamo facendo insieme missionari, missionarie e laici che condividono la nostra passione. Davanti abbiamo ancora un anno molto pieno e significativo per tutti noi. La meta sarà il 16 febbraio 2026, centenaria della morte di san Giuseppe Allamano. Una data che diventa occasione e stimolo per rinnovare la nostra fedeltà al suo carisma e, soprattutto, per declinarlo nella nuova realtà in cui tutti viviamo, con tutte le sue crisi, contraddizioni e drammi, ma anche con tantissime nuove potenzialità inedite.

Le pagine di questa rivista saranno un luogo privilegiato per condividere con i nostri amici e «tifosi» questo cammino. Non aspettarti sorprese straordinarie, ma davvero cammineremo insieme per «fare bene il bene», da «santi» anzitutto, «poi missionari».

Sant’Allamano, Attento alla Stampa

A Torino è pubblicata regolarmente la rivista «Il Santuario della Consolata». È la continuazione de «La Consolata», il mensile sorto nel 1899, una rivista, meglio «bollettino», come si diceva allora, che, a sua volta, nel 1928, dopo aver accompagnato per molti anni i primi passi dei missionari e missionarie della Consolata, ha generato «Missioni Consolata» come rivista autonoma.

Quando entro, oggi, nella redazione di MC resto affascinato da una gigantografia appesa a una parete: è la copertina del primo numero de «La Consolata» (vedi la foto qui sopra). Un’immagine a colori di oltre 125 anni fa, disegnata e decorata con arte, dalle proporzioni perfette. Una bellezza. Sì, perché al fondatore de «La Consolata» piacevano «le cose belle», e le esigeva puntando sull’eccellenza.

Si chiamava Giuseppe Allamano quel fondatore, sacerdote, il quale nel 1901 fondò pure i Missionari della Consolata e, nel 1910, le Missionarie della Consolata. Con lui operava un altro prete speciale: Giacomo Camisassa.

Ed ecco che, last but not least, il 20 ottobre Giuseppe Allamano è stato dichiarato santo.

Chi dice che a Giuseppe Allamano stava a cuore anche la stampa afferma una verità indiscutibile. Egli sostenne diversi giornali cattolici con consigli e denaro. Ebbe un peso rilevante sulle testate Italia Reale, Corriere Nazionale, La Voce dell’Operaio, Risveglio Cattolico. Inoltre, ispirò, incoraggiò e sostenne la nascita del quotidiano francese La Croix, il cui direttore, padre Paul Bailly, nel 1883 venne a Torino in pellegrinaggio al santuario della Consolata.

Questo dimostra che il canonico Allamano non era solo il rettore della Consolata, chiuso nel suo santuario, bensì partecipava alla vita sociale del suo tempo. «La Consolata» fu una rivista attraente anche sotto il profilo fotografico. I fotografi erano gli stessi missionari della Consolata, che raggiunsero il Kenya nel 1902. Però, prima di partire, frequentavano corsi di fotografia. Secondo padre Candido Bona, uno degli storici dell’istituto, il primo maestro di fotografia dei missionari fu nientemeno che Secondo Pia, il celebre fotografo della Sindone di Torino.

Quadretto con immagine b/n della Consolata (foto di Secondo Pia) che si trovava sopra letto dell’Allamano durante la malattia dopo la quale decise di fondare l’Isittuto nel 1901.

Secondo Pia era amico di Allamano, che gli commissionò la foto del quadro della Madonna Consolata dell’omonimo santuario. Poi l’immagine bianco e nero, incorniciata in centinaia e centinaia di quadretti, fu distribuita in tutta Torino. Un esemplare (foto qui sopra) si trova tutt’oggi in Corso Ferrucci 18, nella chiesa dedicata a San Giuseppe Allamano, che ne raccoglie le spoglie mortali.

Ebbene, i fotografi de «La Consolata» erano alcuni, pochi, missionari muniti di ottime macchine fotografiche (e relativo materiale di camera oscura per sviluppo e stampa, ndr), alcune delle quali sono conservate nel museo etnografico dell’istituto. Le foto destano tuttora ammirazione. Ritraggono specialmente l’etnia dei Kikuyu del Kenya. Oggi alcuni Kikuyu, visitando il nostro archivio fotografico, restano a bocca aperta di fronte ai ritratti dei loro nonni ed esclamano stupiti: «Ma noi eravamo proprio così?».

I missionari erano soprattutto scrittori. «La Consolata», prima, e MC, dopo, riportano i loro articoli che Allamano e Camisassa leggevano con passione. Si tratta di un materiale di notevole pregio anche etnografico. Alcune tesi di laurea sono state scritte avendo come fonte primaria le suddette riviste.

Sulla scia di Giuseppe Allamano, le Missionarie della Consolata hanno pure dato vita alla loro rivista «Andare alle Genti», mentre i Missionari hanno allargato l’orizzonte con «Fatima Missionaria» in Portogallo, «Antena Misionera» in Spagna, «Dimension Misionera» in Colombia, «Missões» in Brasile, «The Seed» (Il Seme) in Kenya, «Enendeni» (Andate) in Tanzania, «Missions» in Corea del Sud, «Reveil» in Canada, «Consolata missionaries» negli Usa. E tutto è «buona novella».

Francesco Bernardi
Torino, 28/09/2024

Una preghiera

Salve, non c’è un motivo particolare ma ho scritto una preghiera per invocare San Giuseppe Allamano, ve la mando, spero vi piaccia. Arrivederci,

Canonico Giuseppe,
primo padre della Consolata,
intercedi per noi,
affinché impariamo
ad affrontare 
i nostri dolori nel corpo e nello spirito
e i nostri cattivi pensieri.

Consolaci con la tua
attenzione e il tuo ascolto e
sostienici nel nostro quotidiano,
a volte così duro e greve.

Insegnaci a incontrare l’altro,
chiunque sia, senza pregiudizi

e senza etichettare
con fretta e ignoranza.

Aiutaci a diventare santi
che sanno fare bene il bene
senza far rumore,
a diventare missionari d’amore,
testimoni di fede.

Andare alle genti?
Adesso comincio.

Deo gratias? Sempre.
Amen

Stefania Barbieri
08/11/2024

 





Noi e voi, dialogo lettori e missionari


Una nuova Tac per Ikonda

Caspita, 316mila euro non sono noccioline. Anche se, per chi sfreccia con i bolidi di «Formula uno», o chi batte e ribatte le palline gialle da tennis, o chi rincorre il variopinto pallone da calcio, 316mila euro sono quasi quisquilie. Ma quisquilie non sono né noccioline per il Consolata hospital Ikonda in Tanzania.

L’ospedale conta 404 posti letto, sei sale operatorie e cura le principali patologie con la presenza di 349 persone: medici, farmacisti, infermieri, tecnici di laboratorio, addetti alle pulizie, ecc. Gli ammalati provengono soprattutto da Morogoro, Iringa, Njombe, Songea, Mbeya, Rukwa, Katavi, ma qualcuno viene anche da più lontano, persino dall’isola di Zanzibar. I bambini del distretto di Makete fino ai 10 anni vengono curati gratuitamente, mentre i pazienti Hiv ricevono alcune prestazioni gratuite, così come le partorienti del distretto.

Il centro sanitario è dei Missionari della Consolata. Fu costruito nel 1962, e successivamente ampliato. Venne inaugurato ufficialmente un anno dopo l’indipendenza del Tanzania con Julius Nyerere presidente, il quale affermava: «I nemici del nostro paese sono la povertà, l’ignoranza e la malattia».

Il Consolata hospital Ikonda affrontò subito «il nemico» malattia.

L’ospedale sorge fra le montagne dell’Ukinga a 2.050 metri di altitudine. Dista circa 800 chilometri da Dar Es Salaam, la capitale del Tanzania. Fino a tre anni fa, gli ultimi 90 chilometri da Njombe a Ikonda erano in terra battuta, una salita scivolosa durante le piogge, rasente precipizi. Oggi da Mbeya giunge ogni giorno un autobus stracolmo di ammalati: affronta nebbie fitte, pantani traditori, pietre massacranti, buche da sprofondare. Il tutto per 7-8 ore, se non capitano guasti meccanici.

Quante volte i missionari della Consolata si sono detti: «Ah, se avessimo costruito l’ospedale altrove, i pazienti l’avrebbero raggiunto più facilmente, e la gestione sarebbe stata più economica». Già. Ma non sarebbe stato l’ospedale dei poveri di Ikonda e dintorni, sferzati dal vento e dal freddo, tagliati fuori dal mondo. È vero, tuttavia, che la lontananza da insediamenti urbani rende più costosa la conduzione della struttura. Alcuni medici e tecnici di laboratorio, dopo aver acquisito una buona esperienza, abbadonano Ikonda; sono attratti da una vita più agiata altrove. L’ospedale cerca di fronteggiare l’esodo con stipendi migliori, mentre investe sulla specializzazione di medici locali in radiologia, medicina interna e medicina d’urgenza. Così è nata pure l’Unità di emergenza.

Un aiuto significativo è la presenza di medici stranieri: italiani, soprattutto, ma anche spagnoli e di altre nazionalità. Sono volontari che si pagano persino il viaggio. Frequentano Ikonda nonostante due «tristezze». La prima tristezza è la povertà di molte persone che non hanno denari per una degenza in ospedale. Seconda tristezza: non raramente i pazienti arrivano «fuori tempo massimo», quando non c’è più nulla da fare.

Ma proprio per tali tristezze i medici volontari ritornano, perché hanno il Tanzania nel cuore. «Tanzania nel Cuore» è anche un’associazione di medici italiani, animati da solidarietà e generosità.

La strumentazione del Consolata hospital Ikonda è apprezzabile. Da anni opera la Risonanza magnetica, mentre dal 2014 è in funzione la Tac, benemerita ma oggi obsoleta. Non si trovano più i pezzi di ricambio. Di qui l’urgenza di un nuovo impianto.

Ed eccola la nuova Tac, fiammante e moderna. L’inaugurazione è avvenuta il 20 settembre 2024 con la presenza dei missionari della Consolata, del direttivo dell’ospedale, del dottor Gian Paolo Zara (di «Tanzania nel Cuore») e del Nunzio apostolico, l’arcivescovo Angelo Accattino (foto qui sotto).

La presenza del Nunzio non è stata una formalità, bensì la testimonianza che i 316mila euro, per acquistare la Tac sono un dono della Conferenza episcopale italiana: euro raccolti attraverso l’8 per mille degli italiani. Ebbene, manciate e manciate di «noccioline» di tante persone, divenute «un ricco raccolto». Perché l’unione fa la forza.

Dante Alighieri direbbe: «Poca favilla gran fiamma seconda». E Gesù: «Il minuscolo granello di senapa diventa un albero imponente».

Grazie, vescovi e amici italiani, della vostra straordinaria generosità.

padre Francesco Bernardi,
Torino 27/09/2024


A proposito di IA

Ho letto con interesse l’articolo di Chiara Giovetti sull’intelligenza artificiale (IA) pubblicato nel numero di ottobre 2024.

Vi sono molte considerazioni importanti, tra le quali in particolare ho colto la domanda se l’intelligenza artificiale ci aiuterà a trovare soluzioni o se sarà parte dei problemi che si vogliono affrontare.

Resta per me, comunque, un argomento di fondo, non affrontato nell’articolo, il fatto che la cosiddetta «intelligenza» artificiale non è in effetti «intelligenza», ma una serie di algoritmi e istruzioni date alle macchine per conferire loro capacità di analizzare enormi quantità di dati per elaborare documenti (testi, tabelle, progetti, immagini e altro) in tempi brevissimi, a partire da questi dati e da domande poste dagli utenti in modo discorsivo. E fin qui mi è chiaro e l’ho provato anche personalmente.

Ma per far sì che le macchine facciano queste elaborazioni è necessario che abbiano a disposizione i dati necessari.

Mi sono soffermato quindi sulla lista ricavata dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni, che include servizi di telemedicina, ottimizzazione dell’uso dell’acqua in agricoltura, riduzione della corruzione negli appalti pubblici, miglioramento della salute e del benessere degli animali in allevamenti, prevenzione di incendi e altro.

Per nessuno di questi esempi nell’articolo si spiega «come» possano essere ottenuti questi risultati.

Riesco da una parte ad immaginare come l’intelligenza artificiale possa essere d’aiuto ad esempio nel caso specifico della telemedicina, dove l’analisi di enormi quantità di cartelle cliniche e/o immagini radiologiche raccolte per tanti anni in tanti archivi medici del mondo certamente può dare informazioni importanti e in tempo immediato e, laddove una ricerca senza intelligenza artificiale richiederebbe tempi lunghi incompatibili con le esigenze di intervento sanitario.

Ma in nessuno degli altri casi portati ad esempio mi pare che si possa fare a meno di dati rilevati in tempo reale, con strumenti anche tecnologicamente avanzati e anche collegati direttamente alle macchine di «intelligenza» artificiale che li possano elaborare, e non a partire da dati storici, per quanto ampi e dettaglianti possano essere.

Tantomeno in casi che riguardano comportamenti umani, come l’esempio della corruzione in appalti pubblici.

Non sono un addetto ai lavori, quindi queste mie osservazioni possono forse essere inadeguate o addirittura fuori luogo.

Ma avendo letto questo articolo in una rivista come Missioni Consolata, che si rivolge a un pubblico come me non preparato su questi argomenti, mi sarei aspettato qualche spiegazione su «come» possa funzionare l’intelligenza artificiale, per non lasciare l’impressione che sia soltanto un business nelle mani di pochi soggetti che sostengono di migliorare il mondo, ma senza far capire come e con quale attendibilità intendano farlo.

Sarei quindi molto grato se fosse possibile avere qualche spiegazione in merito.

Resto in attesa e ringrazio.

Filippo Pongiglione
03/10/2024

 

Le domande del lettore sono molto interessanti, ma se non ho approfondito i punti che lui fa presenti è solo per mancanza di spazio.

In realtà, non ho fornito più informazioni su che cos’è l’intelligenza artificiale perché sul numero precedente della rivista c’era a pagina 11 un box di Paolo Moiola dal titolo: «IA, di che cosa parliamo». Includere un rimando a quello sarebbe stato in effetti una buona idea.

Quanto ai casi d’uso dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni@, fornisco la traduzione e sintesi di alcuni passaggi del rapporto che possono aiutare a capire meglio.

Sul benessere degli animali negli allevamenti in Rwanda.
Posizionando strategicamente negli allevamenti dei sensori per monitorare parametri ambientali chiave come temperatura, umidità e livelli di gas di ammoniaca, oltre a catturare i suoni dei polli, gli allevatori possono adottare misure basate sulle previsioni ricavate dai dati per proteggere la salute e il benessere degli animali, facilitando inoltre il rilevamento precoce di potenziali problemi.

Sulla lotta alla corruzione in Tanzania. Le soluzioni attuali, basate principalmente sui tradizionali meccanismi legali e di audit, faticano a far fronte alla portata e alla complessità delle pratiche corrotte. Il sistema di IA proposto […] dovrebbe elaborare i dati sugli appalti, inclusi documenti di gara, valutazioni e casi di corruzione, per rilevare irregolarità e assegnare una percentuale di probabilità di corruzione […]. Offrire uno strumento anticipatorio consente al Prevention and combating of corruption bureau (Pccb) di adottare misure preventive contro le attività corrotte, migliorando così la trasparenza e garantendo la conformità durante tutto il ciclo di vita degli appalti. […] I vantaggi di questo approccio riguardano il potenziale per il rilevamento della corruzione in tempo reale, l’analisi automatizzata dei documenti e una migliore allocazione delle risorse investigative. Gli svantaggi riguardano invece la difficoltà nella raccolta dati iniziale, possibili pregiudizi nei modelli di intelligenza artificiale e la necessità di competenze tecniche continue e aggiornate.

Sulla prevenzione degli incendi in Malaysia. Il Fire weather index (Fwi), o Indice meteorologico di pericolo d’incendio, è utilizzato in tutto il mondo per stimare il pericolo di incendi@. Nel caso d’uso della Malaysia, invece di usare i dati su temperatura e piogge, come fa il modello esistente, si stima il Fwi – in particolare uno dei sotto indici che lo compongono, il drought code (Dc, indice di siccità) – usando i dati raccolti da strumenti dell’«Internet delle cose» (come sensori, stazioni meteo) su un altro parametro, il livello delle acque sotterranee (Ground water level, Gwl), per poi elaborare i dati attraverso l’apprendimento automatico (machine learning, cioè quella branca dell’intelligenza artificiale in cui – con tutte le virgolette che abbiamo a disposizione – le macchine imparano dalla loro stessa esperienza). Il risultato mostra una correlazione molto alta con i dati osservati dal sistema meteorologico nazionale, rivelandosi quindi piuttosto accurato.

Lieta, comunque, di ricevere domande così circostanziate e stimolanti, che danno anche a me una bella occasione per approfondire ancora.

Chiara Giovetti
07/10/2024


Pdre Fernando Paladini a Pawa, Isiro, allora Zaire, gennaio 1983 (Gigi Anataloni)

Ad-dio, padre Fernando Paladini

Non dimenticate mai
di salutare bene le persone.
Non fatevi travolgere dal tempo che inghiotte ogni relazione.
Ho lasciato che succedesse a me,
e non dovrà capitare più.

Io e padre Fernando Paladini ci conoscevamo da 34 anni: avevo 14 anni ed è stato il primo dei tanti missionari che ho incontrato nella mia vita. Quello che ha acceso il fuoco della missione nel cuore di una ragazza che cercava un senso per la sua vita.

Ci siamo scritti a lungo quando era in Congo, quando ancora non c’erano i cellulari o whatsapp e si usavano la carta e la penna. Ogni sua lettera era una festa per me: odorava di Africa, aveva l’ennesimo francobollo per la collezione del mio caro papà. Poi, è rientrato in Italia. E io intanto crescevo e mi alimentavo di sogni e di amore per l’umanità. Persone speciali come lui hanno contribuito a farmi diventare quella che sono, mi hanno dato le ali per volare al di sopra di tutto ciò che, di fronte alla povertà e alla passione, diventava sempre più piccolo. Grazie a lui e a chi credeva fortemente in Dio e nei grandi ideali, ho trovato sempre più la mia strada, dove non sono mai stata sola.

Padre Fernando mi chiamava ogni anno il 10 dicembre, per farmi gli auguri per l’onomastico. Non si ricordava quasi nessuno della Madonna di Loreto, ma la sua telefonata arrivava puntuale e fedele come un regalo, con benedizione finale e il classico saluto («Arrivederci ad ogni Eucarestia»).

Quest’anno non mi chiamerà neanche lui. Se ne è andato senza che io lo sapessi. Avrei dovuto essere più presente anch’io.

E invece ho lasciato che gli impegni, le corse, gli affanni quotidiani decidessero per me e per il nostro non saluto.

Ad-Dio, padre Fernando. Ricorderò sempre la tua risata, il tuo entusiasmo, il tuo legame profondo con l’Africa e con il tuo Istituto.

Eri fiero e felice di essere un missionario della Consolata, e sono sicura che domenica 20 ottobre, dal Cielo, ci hai sorriso quando Giuseppe Allamano, il tuo fondatore, è stato proclamato santo.

Grazie infinite per tutto.

Spero che le mie figlie, così come tutti i ragazzi di oggi possano fare incontri come il mio. Di quelli che ti cambiano l’esistenza e le visioni. Di quelli che ti aprono le braccia, gli occhi, la mente.

La maggior parte degli YouTuber e degli influencer non ha niente da dirci. Tu, semplicemente, mi hai toccato il cuore.

Loredana Brigante
19/10/2024

Padre Fernando Paladini, nato a Leverano (Lc) il 25/01/1944, ordinato sacerdote missionario della Consolata il 14/08/1974, nel 1978 parte per il Nord dello Zaire (nella foto è a Pawa nel 1983) dove rimane con breve intervallo, fino al 2016. Rientrato in Italia, ha concluso il suo viaggio missionario il 22/09/2024.




Noi e voi, lettori e missionari in dialogo

 


Taiwan 10 anni di presenza

Il 21 settembre 2024 è stata celebrata la festa per i dieci anni di presenza dei Missionari della Consolata a Taiwan. Le celebrazioni si sono svolte con una messa nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, a Hsinchu, gestita dai missionari dal 2017.

L’inizio

Era il 12 settembre del 2014, quando tre missionari atterravano all’aeroporto Taoyuan di Taipei. Iniziava così l’avventura dell’istituto fondato da Giuseppe Allamano a Taiwan. I tre erano i padri Eugenio Boatella (Spagna), Mathews Owuor Odhiambo (Kenya) e Piero Demaria (Italia).

Oggi i missionari sono sette. Alcuni sono partiti e altri sono arrivati. Padre Jasper Kirimi, keniano, arrivato nel 2016, è l’attuale coordinatore dei missionari della Consolata a Taiwan. Con lui a Hsinchu, lavora padre Caius Moindi, anch’esso keniano.

I padri Bernado Kim (Corea) e Antony Chomba (Kenya) hanno preso in carico la parrocchia san Joseph di Xinpu, una città vicina a Hsinchu, mentre il padre Emanuel Temu (Tanzania) segue da alcuni mesi la parrocchia di Xinfong, la terza gestita dai missionari della Consolata a Taiwan. I padri Thiago Jacinto da Silva (Brasile) e Pablo Soza Martin (Argentina) stanno attualmente studiando la lingua cinese.

La voce del vescovo

La celebrazione dei dieci anni ha visto la partecipazione del vescovo di Hsinchu, monsignor John Baptist Lee e del pro-chargé d’affaires della Nuziatura apostolica di Cina, Taipei, monsignor Stefano Mazzotti.

Nella lunga omelia, il vescovo Lee ha esordito dicendo: «Oggi è un giorno di gioia nel quale celebriamo dieci anni di contributi e sacrifici dei Missionari della Consolata nella diocesi di Hsinchu. Non si tratta di un periodo lungo nella storia della Chiesa di Taiwan, ma una volta arrivati in questa terra ci si scontra con grandi sfide e difficoltà e la Consolata, affrontandole, ci ha manifestato la grazia di Dio. Carente di vocazioni, la diocesi di Hsinchu è molto grata alla generosità della Consolata nell’aiuto al lavoro pastorale».

Il vescovo ha poi sottolineato come sia cambiata l’origine dei missionari: «Il Dicastero per l’evangelizzazione in Vaticano ha visto un grande numero di missionari africani lavorare in Europa, invertendo la regola per cui i missionari arrivati dal vecchio continente andavano a predicare in Africa. Adesso la buona notizia è che li vediamo arrivare in direzione di Taiwan, nella diocesi di Hsinchu».

Monsignor Lee ha chiesto ai cristiani locali di «lavorare con i missionari, supportarli e aiutarli nei bisogni della missione». Perché, ha detto rivolgendosi a loro: «Dopotutto, ognuno di voi è un missionario ed è vostro dovere partecipare all’evangelizzazione, vivendo a pieno la sinodalità».

La Consolata a Taiwan

Padre Jasper Kirimi dopo la celebrazione e la festa di condivisione ci dice: «È stato emozionante. In primo luogo, perché ho visto questi video con le testimonianze dei missionari che hanno lavorato qui (video di saluto e augurio sono stati mostrati dopo la messa, nda). Ho lavorato con tutti loro ed è passato un bel po’ di tempo. Quando io sono arrivato, non pensavo di stare tanto così, perché era davvero dura. Imparare questa lingua e la cultura così diversa. Invece sono ancora qui. In secondo luogo, la partecipazione oggi è stata davvero importante. Io penso che la gente sia venuta anche per la Consolata. Questo vuol dire che c’è un nuovo riferimento che aggrega i cristiani di Taiwan ed è proprio la Consolata. Giuseppe Allamano, che sta per diventare santo, penso che non abbia mai immaginato di arrivare fino a questa terra».

Padre Jasper conclude: «Taiwan è molto diversa da Africa e America Latina. Noi siamo qui per imparare un nuovo modo di fare missione».

Dall’Asia

Una delegazione dei missionari della Consolata dalla Mongolia, con padre Dieudonné Mukadi Mukadi (congolese), e dalla Corea del Sud, con i padri Pedro Han Kyeong Ho (coreano) e Clement Kinyua Gachoka, superiore della Regione Asia, è venuta a Taiwan per l’occasione.

Secondo padre Clement: «Siamo la presenza più recente nella diocesi. Dal 2014 a Taiwan sono passati undici missionari della Consolata, che voglio ringraziare per l’apporto che hanno dato.  È una presenza giovane, che ha affrontato tante sfide: la lingua, la cultura, la fatica di adattarsi. Dall’altra parte c’è stata la perseveranza che hanno avuto e la collaborazione con la Chiesa di Hsinchu, a tutti i livelli. La celebrazione dei primi dieci anni ci dà la speranza, che nonostante le sfide, le difficoltà e le paure, il cammino andrà avanti e la presenza sarà significativa».

Pensando al santo Giuseppe Allamano, Clement ci dice: «Siamo a un mese dalla canonizzazione e poco più di un anno dai cento anni della sua scomparsa. Penso che sia contento e ci guardi con orgoglio e stima, perché vede che stiamo camminando nella via dei sogni che lui aveva per la missione. Questo ci incoraggia a dare delle risposte alle sfide attuali della chiesa di Hsinchu».

Dopo la celebrazione la festa è continuata ed erano presenti anche i parrocchiani di Xinpu e Xinfong, oltre che diversi amici e membri di congregazioni venute anche dalla capitale Taipei.

 Marco Bello, da Hsinchu
(Taiwan) con l’aiuto di Lucia Ku (per le traduzioni), 21/09/2024 da consolata.org


E vissero felici al contrario

Alla redazione MC,
vorrei sottoporre alla vostra attenzione un fatto di cronaca accadutomi pochi giorni fa. Forse può essere di interesse generale, soprattutto in questo periodo di forti contrasti xenofobi.

Cronaca di un contropiede con gol da fuori area

Arrivo, di fretta, alla stazione alle 7:45 am, giusto il tempo di comprare il biglietto dal distributore automatico e prendere il treno per Lecce delle 8:00. Ma, disgraziatamente, per piccoli importi (2,5 euro) il distributore riceve solo monete o banconote da 5 e da 10 e io ne avevo solo una da 20. Cavolo, che fare? Piano A, cercare un bar vicino, ma, ahimè, nessuno aperto in zona. Piano B: salire sul treno senza biglietto. «No dai, prima piano C, se non va in porto torno al piano B»: chiedere se qualcuno mi cambia la banconota.

Tra gli astanti, una decina in tutto, molti bianchi e qualche africano. Chiedo a un africano, il quale, in un discreto italiano, mi risponde che non ha da cambiare e, senza aspettare ulteriori domande, mi chiede se devo andare a Lecce. Annuisco. Allora mi fa segno di avvicinarci al distributore e, senza dire nulla, digita la destinazione, tira fuori il suo portafogli e mette le monete necessarie alla compera. Mi ha pagato il biglietto! Sinceramente io sono rimasto di stucco, sorpreso, meravigliato. Ovviamente contento, ma allo stesso tempo pensavo, «Chi lo avrebbe mai detto, chi lo avrebbe pensato? Cosa sta succedendo in questo momento?». L’ho ringraziato ampiamente, ci siamo stretti la mano forte, gli ho detto che a Lecce avrei cambiato la banconota per restituirgli i soldi. E lui, pacatamente, sguardo gentile, sorriso sereno, ha detto educatamente di no, che non ce n’era bisogno.

Un africano semplice, sui 35 anni, vestito in forma decorosa, chissà se stava andando a Lecce per vendere ciò che aveva in un mini-trolley bianco un po’ malandato.

Il treno è arrivato. È arrivato anche un suo connazionale e si sono messi a chiacchierare mentre tutti salivamo sul treno. L’ho perso di vista.

Arrivati a Lecce lo ritrovo sulla banchina, gli dico «andiamo al bar a prendere un caffè», e lui, sempre molto decorosamente, declina l’invito. Insisto, lui pure. Mi dice «non c’è bisogno», con occhi gentili e direi felici.

Felice perché? Ha fatto la sua buona azione quotidiana? Ha messo il suo positivo granello di arena nel calderone dell’integrazione? Ci ha insegnato che nero non è uguale a male? (Tanto di moda ultimamente…).

Chissà se qualcuno dei miei compaesani avrebbe avuto lo stesso atteggiamento alla mia richiesta; chissà se, a parti invertite, io mi sarei comportato allo stesso modo. Sta di fatto che lui ha segnato un piccolo grande spartiacque nella nostra ideologia contemporanea.

La gentilezza, l’educazione, la generosità non hanno colore. Se le coltivi, puoi avere la faccia nera, bianca o gialla ed è la stessa cosa. Se non le coltivi, puoi essere bianco, giallo, nero o meticcio e comunque non averle quelle qualità.

Anche perché per coltivare tutte quelle qualità che ci rendono veramente umani, basta avere il cuore e il cuore, si sa, è rosso per tutti.

Carmine Masciullo
Galatina, 01/09/2024