Francia-Regno Unito. Migrazione: accordo discutibile

Nel 2024, 36.816 persone hanno raggiunto il Regno Unito attraversando la Manica su piccole imbarcazioni. A metà ottobre 2025 il dato aveva già superato quota 36.886, 70 in più rispetto all’intero anno precedente. I numeri continuano a crescere e fanno da sfondo all’accordo annunciato il 10 luglio da Londra e Parigi per affrontare gli attraversamenti irregolari.
L’intesa prevede un meccanismo di scambio: per ogni persona entrata irregolarmente nel Regno Unito e rimpatriata in Francia, Londra si impegna ad accogliere un richiedente asilo presente sul territorio francese, la cui domanda avrebbe maggiori probabilità di successo. Da qui il nome «one in, one out». Presentandolo in una conferenza stampa congiunta, Keir Starmer ed Emmanuel Macron lo hanno definito «rivoluzionario», sostenendo che contribuirà a «spezzare il modello» dei trafficanti e ad avere un forte effetto deterrente. Ma, a qualche mese dall’avvio, è davvero questo il bilancio?

Numeri e contraddizioni
A fine novembre, gli esiti restavano modesti: 113 persone rimpatriate in Francia e 84 richiedenti asilo ammessi nel Regno Unito. Nello stesso periodo, però, in una sola giornata 217 persone hanno attraversato la Manica, quasi il doppio di quelle rimandate indietro dall’avvio del programma. Numeri che già mettono in dubbio la sua efficacia deterrente.
A rendere evidenti le contraddizioni è la storia di un cittadino iraniano, che dopo essere stato rimpatriato in Francia ha tentato nuovamente la traversata, riuscendo a tornare nel Regno Unito. Successivamente è stato riportato di nuovo a Parigi. «Se avessi pensato che la Francia fosse sicura per me, non sarei mai tornato nel Regno Unito», ha raccontato al The Guardian. Dice di essere finito, prima del primo attraversamento, in una rete di trafficanti nel Nord della Francia, dove sarebbe stato sfruttato e minacciato. Crede che lo stiano ancora cercando e dichiara: «Ho paura ogni volta che esco dal rifugio. Qui non sono al sicuro».
La sua storia è come quella di altri, fatta di pericoli e assenza di protezione, e mostra come le teorie della deterrenza possano scontrarsi con la logica disperata della sopravvivenza.

L’evoluzione della traversata
Le città portuali di Calais e Boulogne-sur-Mer sono da decenni snodi centrali delle dinamiche migratorie verso il Regno Unito. Già nel 1999 la polizia segnalava la presenza di campi attorno a Calais, dove i migranti attendevano l’occasione per salire su un mezzo diretto a Dover.
La rotta è balzata all’attenzione internazionale con la nascita della cosiddetta «giungla di Calais». Nel gennaio 2015, alla periferia della città, è sorto un insediamento di tende e roulotte che ha ospitato fino a 10mila persone. Una crisi alimentata anche dagli effetti a catena della rotta balcanica, che ha trasformato Calais in un imbuto verso il Regno Unito. La forte pressione migratoria ha portato Londra a predisporre importanti controlli sulle navi e lungo le vie di accesso dalla Francia.
Fino ad allora gli attraversamenti avvenivano soprattutto nascosti nei tir, nei container o sui traghetti. Dopo lo smantellamento della giungla e l’inasprimento delle misure di sicurezza, questa via è diventata sempre più impraticabile. È così che la rotta ha cambiato volto: migranti e trafficanti hanno iniziato a puntare su piccole imbarcazioni autonome, rendendo la traversata ancora più pericolosa.

Violenza e critiche, il bilancio della sicurezza
Chi tenta la traversata si muove in un contesto di estrema violenza. Un’inchiesta di Le Monde ha documentato episodi in cui le forze di polizia avrebbero cercato di destabilizzare, se non addirittura affondare, i gommoni. Un rapporto dell’Ong Project play ha denunciato le violenze subite dai minori e ha registrato almeno 15 bambini morti alla frontiera nel 2024, più che nei quattro anni precedenti messi insieme. Uno studio di Human Rights Network, invece, rileva che la strategia per fermare le traversate ha aumentato violenza, morti e potere dei trafficanti, senza ridurre gli arrivi. Il rapporto segnala anche l’uso della forza da parte della polizia francese, dai proiettili di gomma ai gas lacrimogeni. Anche se gli abusi avvengono sul suolo francese, il governo britannico contribuisce: dal 2018 ha versato a Parigi almeno 763,4 milioni di euro per la «messa in sicurezza» del confine.
Quindici organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto la sospensione del trattato con un ricorso avviato davanti alla giustizia francese. La contestazione riguarda il meccanismo di riammissione. «Queste misure non offrono garanzie sufficienti per tenere conto della situazione individuale delle persone in esilio. L’approccio è altamente discutibile e non rispetta adeguatamente il principio della dignità umana», ha spiegato l’avvocato che ha presentato il ricorso.

Eva Castelletti




Sperare la pace per il 2026

«Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2,4-5).

Riprendendo le parole di Isaia, papa Leone XIV conclude il messaggio per la pace 2026, promulgato qualche giorno fa, augurandosi che quanto sogna Isaia possa essere il frutto del «Giubileo della speranza». Peccato che tutto, in questa fine d’anno, sembri orientarsi in direzione opposta. Anche noi missionari, peraltro, ci siamo dovuti ricredere sulla speranza di assistere nel 2025, quantomeno a un processo di riduzione, se non di cessazione, dei tanti conflitti in corso in vari continenti, soprattutto in Africa.

Al di là del suo desiderio, le parole di Leone sembrano tradire una velata sensazione che segnali positivi se ne vedano ben pochi. «Non a caso – leggiamo nel messaggio -, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza».

A confermare questo, il papa scrive: «Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del Pil mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere con l’enorme sforzo economico per il riarmo… e i media diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
E, ammonendo i responsabili delle decisioni in merito a «considerare l’enorme peso della loro responsabilità», il pontefice, riaffermando che «oggi più che mai occorre mostrare che la pace non è un’utopia», scrive che «Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione (della guerra, ndr); ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico».
Leone XIV propone che alla strategia delle armi e della guerra si contrapponga «lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala».

Lui stesso, peraltro, non perde occasione per lanciare accorati appelli alla tregua o al cessate il fuoco in merito alle tragedie dei conflitti in corso, come quello del Sudan, Paese da oltre due anni afflitto da una guerra civile che Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, ha definito «la più grave crisi umanitaria nel mondo oggi», aggiungendo, con molti organismi, che «è stata data un’attenzione internazionale di gran lunga troppo limitata per quello che succede in questo paese».

Il Sudan, purtroppo, è, secondo gli analisti più esperti d’Africa, «per numero di vittime e mancanza di soluzioni percorribili a breve termine, la più grave contesa bellica del 2025, e probabilmente la meno conosciuta».

I dati pubblicati da Amnesty International sono impressionanti: «Con oltre 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case – si legge nel suo recente rapporto -, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollati al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. E avrebbe provocato, secondo stime al ribasso, non meno di 150mila vittime».

Le due parti in guerra, le Forze di supporto rapido (Fsr), da un lato, e l’Esercito regolare, dall’altro, hanno provocato in tutto il Paese la tragedia in atto.
Soprattutto nel Darfur, tuttavia, la regione occidentale del Paese, sono seguiti massacri disumani dopo la conquista da parte delle Frs della capitale della regione, El-Fasher, come mostrano video pubblicati sui social dai ribelli che li hanno perpetrati.

Nel report di Amnesty si legge: «L’escalation in Sudan non è solo il risultato dell’intensificarsi delle ostilità, ma la conseguenza diretta di un sistema di impunità e del disinteresse della comunità internazionale che ha lasciato campo libero alle parti in conflitto. L’uso intenzionale della violenza sessuale, gli assedi ai civili, le uccisioni di massa e la fornitura continua di armi dimostrano che il conflitto si è trasformato in una guerra contro la popolazione stessa».

Dall’inizio della guerra alla metà del 2025, secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono stati attaccati e distrutti 185 presidi sanitari, con le molte migliaia di persone, sono stati uccisi 1.204 medici, infermieri e altri operatori.
Le cause (occulte ma non troppo) per il prosieguo della guerra sono l’avidità nei confronti delle ricche risorse materiali del paese (oro, petrolio e altri minerali), e l’ininterrotto flusso di armamenti provenienti soprattutto da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti (questi ultimi riforniti dagli Stati Uniti) e Yemen, in violazione delle normative internazionali e dell’embargo imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Un collasso del Sudan con la divisione del Paese in due parti, d’altro lato, destabilizzerebbe l’intero Corno d’Africa, spingerebbe i rifugiati attraverso il Sahel e verso l’Europa, e incoraggerebbe altre forze paramilitari.
Lo scenario globale per l’Africa in vista del nuovo anno, insomma, non offre grandi motivi di ottimismo. Chi ha fede dice che solo un intervento di forza superiore potrà toccare il cuore di chi porta la responsabilità per l’assenza di pace in Africa e nel mondo intero. Ma anche che ogni donna e ogni uomo di buona volontà sono chiamati a fare la sua parte, ribellandosi al silenzio intorno a queste grandi tragedie.

Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana)




Stati Uniti-America Latina. Duecento anni dopo

Nel controverso documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), uscito lo scorso novembre, l’amministrazione Trump parla esplicitamente della riesumazione della cosiddetta «dottrina Monroe». Infatti, a pagina 5, con riferimento all’emisfero occidentale, si legge: «affermeremo e applicheremo un “corollario Trump” alla dottrina Monroe».

Con questo termine si fa riferimento a un’affermazione, fatta nel 1823, dal presidente statunitense James Monroe in base alla quale, mentre si riconosceva l’indipendenza delle repubbliche ispanoamericane, si avvertivano i paesi europei (in particolare, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Paesi Bassi) che l’emisfero occidentale era interdetto a qualsiasi loro futura colonizzazione. Ben presto, però, la dottrina Monroe si trasformò da monito contro il colonialismo europeo in una sorta di «diritto d’ingerenza». L’America Latina divenne il famoso «cortile di casa» al quale soltanto gli Stati Uniti avevano possibilità d’accesso. Cosa accaduta fino ad alcuni decenni fa.

Negli ultimi anni gli Usa si sono (relativamente) disinteressati e il loro posto è stato occupato da altri, in particolare dalla Cina. Per arrivare a questo, Pechino non ha usato la forza militare (hard power), ma la forza della diplomazia (soft power). Nel continente, le aziende cinesi – spesso di proprietà statale – sono importanti investitori nei settori minerario (Perù, Bolivia), energetico (Cile, Argentina) e infrastrutturale (Perù, Panama). Il Paese ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale in molti paesi latinoamericani (Brasile, Cile, Perù, Uruguay). Pechino ha anche ampliato la sua presenza culturale, per esempio con gli istituti Confucio e con la propria televisione di Stato (China global television network, Cgtn), che trasmette in spagnolo e portoghese

Nel maggio 2025, la Cina ha ospitato i leader latinoamericani e caraibici in un vertice a Pechino.

Il ritratto ufficiale di Donald Trump e il frontespizio del documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), uscito lo scorso novembre.

Secondo il corollario Trump, l’emisfero occidentale deve tornare sotto il controllo degli Stati Uniti politicamente, economicamente, commercialmente e militarmente. Il tycoon si sta però muovendo come un elefante in un negozio di cristalli. Ad oggi, la sua strategia si è tradotta principalmente nel meccanismo ricattatorio dei dazi (emblematico il caso del Brasile) e, in un caso, nell’uso della forza (ancorché limitata) contro un paese, il Venezuela di Maduro.

Donald Trump, che si muove sempre e comunque nell’ottica del business, sta cercando di riguadagnare terreno soprattutto negli stati latinoamericani retti da governi di destra (o di estrema destra): l’Argentina di Javier Milei, l’Ecuador di Daniel Noboa, El Salvador di Nayib Bukele, la Bolivia di Rodrigo Paz Pereira e, da ultimo, il Cile di José Antonio Kast (da marzo 2026). Tuttavia, visto che, in questi ultimi decenni, il soft power (poder blando, in spagnolo) di Pechino è stato molto efficace, l’affermazione del corollario Trump potrebbe trovare molti ostacoli. 

Paolo Moiola




Nazareth. Nemici da vivi, fratelli da morti

Sono passati oltre cento anni da quando è terminata la Grande guerra, una delle più sanguinose della storia (15-20 milioni di morti), e ottanta anni dalla Seconda guerra mondiale, che ha coinvolto un gran numero di nazioni e lasciato il numero più alto morti sul campo (forse 70 milioni).

Tutti conosciamo il prezzo delle guerre, ma non abbiamo ancora imparato che in esse nessuno vince e continuiamo a essere coinvolti in questa macchina che massacra uomini, donne, bambini.

Il teatro di guerra oggi è il mondo intero. Ma io, in questo momento, mi trovo in un luogo preciso: il Medioriente.
Ho sempre lavorato con i nomadi del mondo, in Italia, Brasile e poi, per trent’anni, in Bangladesh e India. Qui, negli ultimi anni, venivo per periodi di due mesi per lavorare con i nomadi di queste regioni, i Beduini, facendo la spola tra Israele e Palestina, finché, nel 2023, mi ci sono stabilito, e ora vivo a Nazareth. E qui ho trovato la sorpresa della guerra che in due anni ha prodotto oltre 70mila morti (di cui 20mila bambini).

In ogni caso, il mostro della guerra è andato molto oltre, causando, negli ultimi quattro anni, oltre un milione di vittime tra Russia e Ucraina, mentre nella Repubblica democratica del Congo, negli ultimi 20 anni, ne ha uccisi oltre sette milioni. A questi Paesi in guerra, se ne devono aggiungere ancora oltre una cinquantina.

Nella Terra santa dove sono nate le tre religioni monoteistiche, da duemila anni si dovrebbe vivere soltanto di pace, e invece, a intermittenza, hanno suonato le sirene di guerra. In questi due millenni, oltre sessanta guerre hanno insanguinato questa terra: guerre di liberazione, di attacco e di difesa, invasioni, rivoluzioni interne. Questa terra ha una posizione strategica unica e nel corso degli anni diversi imperi se la sono contesa.

I vari Capi di stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, per cui bisognava assolutamente vincere. Chi si è considerato via via vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.

Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le bugie dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Il soldato non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio, di martirio, che spesso è a servizio del potere di un capo di stato, di un re o di un imperatore.

Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati di questa guerra e di tutte le altre, spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo sotto la stessa sabbia, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti sono solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme, i papà e i figli hanno pianto le stesse lacrime.

Questa guerra combattuta sul territorio di Gaza, se non ci fosse stato l’appoggio dell’America e dell’Italia, sarebbe finita dopo una settimana, e invece il prezzo di 70mila morti è da considerarsi una follia che certamente ha le sue responsabilità. La tragedia qui non è finita.

Chi riuscirà a curare la rabbia e l’odio che si è scatenato in questi due anni tra gli abitanti di questa terra? Chi curerà le centinaia di giovani soldati che sono stati obbligati a uccidere 20mila bambini. Chi sanerà le ferite “incurabili” che sono penetrate nella carne e nell’anima di questi giovani? Chi li ha spinti a queste azioni inumane, prima di uccidere dei presunti nemici, ha massacrato i suoi stessi soldati.

Una preghiera affinchè questa Terra Santa diventi un poco più santa.

Renato Rosso*

*Don Renato Rosso, classe 1945, è sacerdote fidei donum della diocesi di Alba. Fin da giovanissimo è impegnato nella partorale dei nomadi. Ha lavorato per diversi anni con i nomadi in Italia, per otto anni in Brasile e trenta tra Bangladesh e India. Da circa anni vive a Nazareth.




Cina. Non è un Paese per giornalisti

Secondo Reporter senza frontiere (Reporters sans frontières, Rsf), la Cina si colloca al terz’ultimo posto nell’Indice della libertà di stampa nel mondo (World press freedom index 2025), seguita soltanto dalla Corea del Nord e dall’Etiopia. A ulteriore conferma di questa poco onorevole posizione, a metà dicembre un tribunale di Hong Kong ha dichiarato l’editore Jimmy Lay – nato a Guangzhou, 78 anni, nazionalità inglese, convertito al cattolicesimo nel 1997, in prigione dal dicembre 2020 – colpevole di cospirazione per collusione con forze esterne e di cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso. La sentenza è attesa per l’inizio del 2026.

Già nel 1989 sostenitore degli studenti di piazza Tienanmen, Jimmy Lay è sempre stato in prima linea contro il Partito comunista cinese. I giudici di Hong Kong lo hanno giudicato sulla base della legge sulla Sicurezza nazionale (Nsl), in vigore dal 30 giugno 2020 e introdotta da Pechino dopo le rivolte pro democrazia del 2019. Amnesty International la ritiene «incompatibile con i diritti umani». Nel suo rapporto uscito a giugno 2025, a cinque anni dall’emanazione della norma, l’organizzazione scrive, tra l’altro: «Le autorità hanno di fatto utilizzato la Nsl come arma per dissuadere le persone dall’esercitare i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica».

Fondato da Jimmy Lay nel 1995, con una tiratura di circa ottantamila copie giornaliere, in pochi anni il quotidiano Apple Daily era diventato uno dei principali giornali dell’ex colonia inglese. Essendo apertamente critico nei confronti dei governi di Hong Kong e della Cina, il giornale si trasformò presto in un punto di riferimento per i cittadini del movimento pro democrazia. Pagando un prezzo molto alto: con la perdita degli inserzionisti, la persecuzione da parte delle autorità e, infine, la chiusura (dopo un’invasione della redazione da parte di quasi 500 poliziotti). L’ultima edizione di Apple Daily è uscita il 24 giugno 2021.

I tre giudici del Tribunale di Hong Kong hanno condannato l’editore Jimmy Lay sulla base della durissima legge sulla sicurezza nazionale, introdotta da Pechino nel 2020.

Dopo il pronunciamento dei tre giudici del tribunale, il quotidiano cinese Global Times ha raccontato con malcelato entusiasmo la condanna di Jimmy Lay, «la sua condanna – ha scritto il 15 dicembre – fungerà da deterrente per gli attori anti Cina e anti Hong Kong». Eguale soddisfazioneè stata espressa da John Lee, l’ex poliziotto che dal 2022 guida l’esecutivo della metropoli.

A questo punto, la presa di Hong Kong da parte delle autorità di Pechino pare completata. Come dimostra anche l’ultimo accadimento. Lo scorso 14 dicembre si è – infatti – dissolto anche il Partito democratico (Dp), impossibilitato a operare e con gran parte dei propri dirigenti arrestati.

Per 156 anni colonia inglese (dal 1841 al 1997), Hong Kong era passata sotto la Cina con la promessa del rispetto del principio «un paese, due sistemi», principio totalmente disatteso da Pechino. È da questo precedente che nascono molte delle paure di Taiwan, obiettivo dichiarato del presidente cinese Xi Jinping. 

Paolo Moiola




Africa dell’Ovest. Tra colpi di stato e jihad

In Mali, da inizio dicembre, si sono moltiplicati gli attacchi dei jihadisti del Jenim (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, affiliato ad al-Qaeda), sempre più vicini alla capitale Bamako.
Da inizio settembre, il gruppo islamista ha imposto un «embargo» sul carburante nel Paese, assalendo e bloccando l’afflusso di autobotti. Questo ha causato grossi problemi, soprattutto nelle città e in particolare nella capitale, metropoli con oltre tre milioni di abitanti, dove la penuria di benzina e gasolio causa lunghe file ai distributori. La difficoltà di trasportare ogni tipo di merce con i camion (il Mali non ha sbocco sul mare) ha causato un aumento generalizzato dei prezzi dei generi di prima necessità.
Si ricorda che in Mali è al potere la giunta militare comandata dal colonnello Assimi Goita dal maggio 2021. Questa era succeduta a una precedente giunta, al potere grazie a un colpo di stato nell’agosto 2020.

La situazione nel Paese è critica. Le Forze armate maliane (Fama), appoggiate da mercenari russi di Africa corps (ex Wagner) stanno avendo la peggio contro i gruppi jihadisti, e alcuni analisti ipotizzano addirittura una prossima presa di potere dei ribelli islamisti. Inoltre, i militari governativi e i loro alleati sono stati accusati di diversi massacri di civili da organizzazioni internazionali come Human rights whtch.

Il Sahel ribelle

Il Mali, insieme a Burkina Faso e Niger, ha costituito l’Associazione dei Paesi del Sahel nel settembre 2023, una piattaforma di collaborazione dei tre Paesi retti da giunte militari golpiste. Gli stessi sono quindi usciti dalla Cedeao/Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest). I tre Stati – tra i più poveri del mondo secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu – hanno interrotto la collaborazione militare e, in parte, economica, con l’Unione europea, in particolare la Francia (già potenza coloniale nell’area) per stringere alleanze in diversi settori con la Russia di Vladimir Putin.

La Cedeao/Ecowas

I capi di stato della Cedeao, si sono riuniti ad Abuja (Nigeria) nel 68esimo summit dell’organizzazione, domenica 14 dicembre. Il golpe post elettorale in Guinea Bissau del 26 novembre e il tentato colpo di stato in Benin del 7 dicembre sono stati al centro delle discussioni. Anche la lotta al terrorismo è stato un tema caldo dell’incontro.
L’idea è il lancio di una brigata antiterrorismo di circa 1.650 uomini, messi a disposizione dai dodici Stati che oggi compongono l’organizzazione. La fascia Nord dei Paesi costieri, dalla Nigeria alla Costa d’Avorio, ha infatti visto una recrudescenza della presenza della bande armate jihadiste.
I capi di Stato hanno, inoltre, ribadito la «tolleranza zero» per tutti i cambiamenti di governo non costituzionali, sempre più frequenti nell’area. Anche per questo motivo l’assemblea ha respinto il piano di transizione proposto dal golpisti della Guinea-Bissau, chiedendo un rapido ritorno a un governo costituzionale, con un processo inclusivo di tutte le forze politiche del Paese.
Jiulius Maada Bio, presidente della Sierra Leone e presidente di turno della Conferenza dei capi di stato della Cedeao, ha chiesto che la regione non sia «uno spazio di crisi ma una terra di opportunità». Ha, inoltre, ricordato l’ambizioso obiettivo di creare una moneta comune per tutti i Paesi dell’organizzazione nel 2027. Un ruolo importante lo giocherà il Senegal, in quanto sarà un senegalese a presiedere la commissione della Cedeao a partire dal luglio prossimo.

La comunità degli stati dell’Africa dell’Ovest, indebolita dall’uscita di tre paesi saheliani fondatori, deve misurarsi con la guerra contro i jihadisti, in un momento di recrudescenza degli attacchi, ma anche con i continui cambiamenti di regime incostituzionali che coinvolgono i suoi membri.

Marco Bello




Cile. Il fantasma di Pinochet

Il nuovo presidente del Cile è il candidato di estrema destra, ultraconservatore del Partito repubblicano e nostalgico del regime di Pinochet. José Antonio Kast vince con il 58% dei voti, 17 punti percentuali in più rispetto alla sua antagonista, Jeannette Jara, rappresentante del Partito comunista, che porta a casa solamente il 41% delle preferenze, nonostante la vittoria nel primo turno del 16 novembre con un lieve vantaggio sull’avversario.
Kast ha 59 anni, è di origine tedesca ed è figlio di un militare che secondo fonti ufficiali avrebbe militato nel partito nazista di Adolf Hitler, anche se il neopresidente ha negato in molteplici occasioni il coinvolgimento della sua famiglia con il dittatore tedesco. Tuttavia nella sua campagna elettorale ha dimostrato di apprezzare il pugno duro dei regimi militari, citando molteplici volte Augusto Pinochet, che, secondo la sua opinione, avrebbe votato per lui se fosse stato vivo.

La vittoria di Kast era nell’aria già dalle ore successive al primo turno, grazie all’endorsement dei partiti di destra sconfitti, tra cui la destra tradizionale guidata da Evelyn Matthei che hanno fatto convolare i loro voti sul candidato del Partito Repubblicano. A questi si sono aggiunti anche parte dei sostenitori di Franco Parisi, economista antisistema arrivato terzo con il 20% dei voti.
Kast entra a «La Moneda», lo storico palazzo presidenziale, alla sua terza candidatura, dopo quattro anni di governo di centrosinistra guidato da Gabriel Boric, che ha riconosciuto la vittoria dell’avversario di fronte alla sconfitta di un progetto politico di sinistra, in continuità con il governo uscente, incarnato proprio da Jara, ex ministra del Lavoro.
Le elezioni più polarizzate degli ultimi decenni in Cile, segnate da toni radicalmente agonistici, hanno premiato un programma politico che promette tolleranza zero verso la criminalità e verso i migranti, in linea con le politiche di Donald Trump, ma anche dell’estrema destra latinoamericana, come quella incarnata da Nayib Bukele, presidente del Salvador, noto per aver smantellato le pandillas a scapito delle libertà di espressione e di manifestazione, con migliaia di arresti arbitrari e durissimi regimi detentivi in cui sono finite diverse persone innocenti, accusate di essere parte di bande criminali solo per la presenza di un tatuaggio.

Il programma anti migranti
Kast ha vinto anche, e soprattutto, grazie al suo programma di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere, volto a ridurre l’immigrazione irregolare, che definisce un atto di delinquenza e una minaccia alla stabilità del Paese, piuttosto che un’emergenza umanitaria.
Il presidente eletto promette lo schieramento delle forze armate e dei Carabineros e la sospensione di qualsiasi diritto costituzionale in un perimetro di dieci chilometri dalle dogane ufficiali. Ciò trasformerebbe le frontiere in vere e proprie terre di nessuno, dove potrebbero verificarsi violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui perquisizioni domiciliari, sospensione della libertà di transito, controlli senza giustificazione legale. A questo si aggiunge il progetto di costruire muri, sul modello di Stati Uniti, Israele e Ungheria.
Di fronte a questo scenario, molti migranti venezuelani già residenti in Cile stanno valutando di lasciare il Paese. Tuttavia, a causa dell’aumento dei controlli alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, la maggior parte dei migranti latinoamericani sta tornando nei Paesi di origine, fatta eccezione per i venezuelani che, impossibilitati a rientrare in una nazione schiacciata dalla crisi economica e dalle recenti minacce e pressioni statunitensi, puntano a dirigersi verso Paesi del Sud come il Cile, appunto, che a partire dal 2013 era stato uno dei principali Paesi di destinazione per chi fuggiva dal regime di Maduro.
A questo punto, la svolta a destra del Cile apre un grande interrogativo sul destino dei migranti venezuelani, cubani e haitiani che, respinti dagli Stati Uniti dopo la fine dei programmi umanitari di accoglienza, si ritrovano sospesi e incastrati tra un Nord che non li accetta e un Sud che, con Kast, rischia di trasformarsi in uno specchio delle politiche statunitensi di respingimento.
Le reazioni dei leader latinoamericani
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha ripudiato l’elezione di Kast in maniera diretta. Sul social X ha dichiarato che «non stringerà la mano a un nazista, e meno ancora a un figlio di nazisti, che sono la morte fatta persona. È triste che oggi la gente torni a votare i propri Pinochet».
Petro è stato uno dei pochi leader latinoamericani a non congratularsi per la vittoria, mentre presidenti della sua parte politica come Claudia Sheinbaum, in Messico, e Luiz Inácio Lula da Silva, in Brasile, hanno inviato messaggi di auguri al nuovo presidente cileno, auspicando una collaborazione per il bene del continente.

La ciclica svolta a destra dell’America Latina
L’America Latina non è estranea a governi di destra e ultranazionalisti, che ciclicamente tornano al potere come un abito sempre di moda. La vittoria di Kast rappresenta per il Cile proprio la svolta più a destra degli ultimi 35 anni, dal ritorno della democrazia dopo la dittatura di Pinochet.
Sebbene le tendenze ultranazionaliste del presidente eletto siano particolarmente esplicite, anche in Paesi come Bolivia e Honduras, dove i risultati elettorali sono ancora oggetto di dispute e problemi di conteggio, la sinistra sembra stia scomparendo velocemente.
Attualmente sono undici i Paesi dell’America Latina governati dalla destra: Cile, Bolivia, Honduras, Argentina, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Panama, Paraguay, Perù e Repubblica Dominicana. In quest’ultimo la violenza contro i migranti e le persone dominicane di origine haitiane rese apolidi da una politica razzista e discriminate, ha raggiunto i livelli tra i più alti del continente.
Resistono grandi colossi regionali come Brasile, Messico e Colombia, particolarmente influenti nel continente da punto di vista economico e politico. Tuttavia, la retorica della lotta all’immigrazione irregolare, violenta nei toni e nei fatti, sembra piacere così tanto da spingere l’elettorato latinoamericano sempre più destra. Kast è solo uno dei volti più recenti di questa narrativa inumana ma vincente.

Simona Carnino




Mondo. Erano giornalisti

Uccisi, detenuti, scomparsi, tenuti in ostaggio. No, non si parla di soldati, ma di giornalisti. Il rapporto 2025 di «Giornalisti senza frontiere» (Reporters sans frontières, Rsf) racconta di un anno drammatico per gli operatori dell’informazione.

I dati raccolti dall’organizzazione non governativa francese – è stata fondata a Montpellier nel 1985 – raccontano di 67 giornalisti uccisi, 503 in carcere, 135 scomparsi, 20 in ostaggio. E tutto questo in soli dodici mesi (1 dicembre 2024 – 1 dicembre 2025).

Per quanto concerne i giornalisti uccisi, sono tre i Paesi con i numeri peggiori: il Messico (a causa dei cartelli della droga e dei gruppi criminali), il Sudan (per la guerra civile) e soprattutto la Palestina. Quest’ultimo è il dato più sorprendente perché chiama in causa Israele, un Paese che si considera e, un tempo, dai più era considerato democratico. L’accusa di Rsf è chiara e circostanziata. «Sotto il governo di Benjamin Netanyahu – si legge nel rapporto -, l’esercito israeliano ha compiuto un massacro – senza precedenti nella storia recente – della stampa palestinese. Per giustificare i suoi crimini, l’esercito israeliano ha lanciato una campagna di propaganda globale per diffondere accuse infondate che dipingono i giornalisti palestinesi come terroristi. Dall’ottobre 2023, quasi 220 giornalisti sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, 65 dei quali sono stati assassinati a causa della loro professione».

Uccisi, imprigionati, scomparsi, tenuti in ostaggio: è drammatico il rapporto 2025 sui giornalisti di Reporters sans frontières (Rsf).

I dati sui giornalisti detenuti in carcere vedono ai primi tre posti altrettante dittature: Cina, Russia e Myanmar. Ai primi posti s’incontra di nuovo Israele, che precede l’Arabia Saudita (20 giornalisti incarcerati contro 19). Il maggior numero di giornalisti scomparsi si riscontra in Siria, Messico e Iraq. I paesi con giornalisti in ostaggio sono lo Yemen, la Siria e il Mali. Ci sono – inoltre – molti giornalisti costretti all’esilio. Tra costoro hanno chiesto assistenza a Rsf soprattutto giornalisti dell’Afghanistan (134), della Russia (48) e del Sudan (21).

Tutti questi numeri vanno letti anche alla luce di un’altra indagine di Rsf, l’«Indice della libertà di stampa nel mondo» (World press freedom index 2025). Su 180 nazioni considerate, ai primi posti per libertà di stampa ci sono tutti paesi europei, in particolare quelli del Nord Europa (con la Norvegia in testa). Invece, agli ultimi posti si trovano, tra gli altri, la Russia e la Cina, con la Corea del Nord e l’Eritrea che chiudono la classifica. 

Intanto, Donald Trump…
Al di là dei rapporti, va sottolineata anche la situazione negli Stati Uniti di Donald Trump. Per natura avverso a chiunque non s’inginocchi al suo cospetto, il presidente americano sta pervicacemente attaccando i media non allineati. Con gli insulti (soprattutto alle giornaliste) e con i fatti. Da qualche settimana, sul sito della Casa Bianca c’è una sezione dedicata ai media che osano criticare il presidente. Il titolo scelto dall’amministrazione – «Misleading. Biased. Exposed» (Fuorviante. Di parte. Smascherato) – è già indicativo del contenuto. Un potere pubblico che attacca e intimidisce i media è però estraneo – per definizione – a un sistema che si definisca democratico.

Paolo Moiola




Honduras. L’ombra di Trump nelle elezioni

Domenica 30 novembre l’Honduras è andata alle urne per eleggere il nuovo Presidente del paese centroamericano, che con 60% della popolazione in condizione di povertà, è il più povero di tutta l’area mesoamericana.

A oggi il risultato elettorale non è ancora ufficiale, nonostante oltre il 90% delle schede scrutinate. Il conteggio è stato rallentato da problemi tecnici nel sistema di trasmissione dei dati del conteggio, difficoltà logistiche nel trasporto delle urne dalle aree più rurali e il sospetto di brogli.

A fronteggiarsi in un testa a testa, ancora troppo incerto per dichiarare un vincitore, ci sono Nasry Asfura, del Partito Nacional di destra, apertamente sostenuto dagli Stati Uniti, che conduce con il 40,52% dei voti, e il candidato del Partito Liberal, Salvador Nasralla con il 39,20%. Nei primi giorni dopo le elezioni il favorito è stato proprio Nasralla che di fatto si era proclamato vincitore in alcune uscite pubbliche. Tuttavia il cambio inaspettato degli ultimi giorni di scrutinio, ha accorciato le distanze tra la casa presidenziale e Asfura, al suo secondo tentativo dopo la disfatta contro Castro nel 2021.

Al terzo posto, con un timido 19%, c’è la candidata filogovernativa Rixi Moncada, del partito Libertad y refundación (Libre), con un programma che intende proseguire la linea della collega di partito e Presidente uscente Xiomara Castro.

La disfatta del partito di sinistra honduregno

L’unico partito di sinistra del Paese ha perso parte del proprio sostegno proprio durante il mandato della prima donna alla guida dello Stato, accusata di non aver rispettato molte delle sue promesse elettorali. Le sono stati rivolti sospetti di nepotismo e corruzione, nonostante fosse stata lei stessa a proporre la creazione della Commissione internazionale contro la corruzione in Honduras (Cicih), guidata dalle Nazioni Unite, che però si è trovata presto in difficoltà operative. Anche sul fronte dei diritti umani il bilancio è stato deludente, e Human rights watch ha riportato un aumento degli attacchi letali contro i difensori dell’ambiente.

La delusione per il mandato di Xiomara ha quindi alimentato una crescente sfiducia nel partito di sinistra, spianando il campo, di fatto, ai due storici partiti di centro e destra incarnati da Nasralla, che in realtà ha militato in diversi partiti tra cui quello di Castro, e dal conservatore Asfura.

Per legge, il Comitato nazionale elettorale ha fino a 30 giorni di tempo per comunicare i risultati ufficiali e verificare qualsiasi irregolarità del sistema. Tra gli osservatori della regolarità delle elezioni ci sono gli Stati Uniti, che hanno dichiarato la regolarità del processo elettorale. Tuttavia, l’aperto supporto ad Asfura solleva dubbi sull’imparzialità dell’osservazione esterna del paese nordamericano.

Lo zampino di Trump

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha più volte manifestato la sua opposizione al partito di Castro, fondato dal marito ed ex presidente Manuel Zelaya. La candidata alla presidenza Rixi Moncada ha denunciato interferenze del tycoon nelle elezioni, che sui social ha dichiarato di smettere di sostenere economicamente il Paese in caso di vittoria della candidata di sinistra o di Nasralla, mostrando invece un aperto appoggio ad Asfura.

A questo si aggiunge l’annuncio dell’indulto a Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno colluso con il narcotraffico ed ex leader del Partito nacional.

L’indulto a Juan Orlando Hernández

Hernández è tra le figure più invise al popolo honduregno. Condannato a 45 anni di carcere da un tribunale statunitense, era stato estradato nel 2022, portato a processo e poi incarcerato. Lunedì primo dicembre però è ritornato in libertà perché, secondo Trump, sarebbe stato «trattato troppo duramente» dalla giustizia degli Stati Uniti.

Una decisione che risuona come uno schiaffo all’Honduras, che ora rischia di vedere rientrare in patria Hernández, un soggetto in parte rimosso dall’opinione pubblica locale perché considerato uno dei capitoli più bui della storia politica del Paese. L’ex presidente era stato condannato da un tribunale di New York per aver favorito il traffico di tonnellate di cocaina e armi verso gli Stati Uniti. Durante il processo venne dimostrato che Hernández governava il Paese come un vero narcostato, garantendo protezione ai trafficanti, in cambio di mazzette da milioni di dollari, e impiegando la polizia nazionale per scortare i carichi di droga.

La scelta di liberarlo è stata letta come una forma di sostegno al Partito nacional, di cui Asfura fa parte. Tuttavia, anche negli Stati Uniti la decisione è stata accolta con freddezza, in particolare dalla Dea, l’agenzia federale antidroga. Secondo fonti ufficiali, un funzionario dell’agenzia avrebbe commentato il fatto come «una pazzia».

L’indulto a un ex presidente condannato per narcotraffico stride con il proposito dichiarato di Trump di combattere il crimine organizzato, missione che invece cerca di portare avanti con aggressività contro Nicolás Maduro e il Venezuela, nonostante non sia mai stata provata una collusione diretta del Presidente venezuelano con il traffico di droga.

Due pesi e due misure che restituiscono l’immagine di una «lotta al narcotraffico» negli Stati Uniti sempre più ideologica e poco improntata, invece, alla reale riduzione del potere dei cartelli.

Simona Carnino




Bangladesh. Tensioni in vista del voto

La lunga transizione politica del Bangladesh si avvicina a un punto di approdo. 
Nel paese dell’Asia meridionale con oltre 170 milioni di abitanti, al 90% musulmani, il governo ad interim guidato dal Primo ministro Muhammad Yunus ha annunciato le elezioni politiche per l’aprile 2026.

Il premio Nobel per l’economia era stato scelto per guidare il Paese dopo le ampie proteste popolari che, nell’agosto 2024, avevano costretto alla fuga l’ex Primo ministro Sheikh Hasina, rifugiatasi in India. L’intervento dei militari aveva riportato l’ordine e si era scelta la soluzione di un esecutivo provvisorio, per promuovere una serie di riforme e indire poi nuove elezioni.

Questa fase sociale, protrattasi per oltre un anno, è risultata molto fluida: scontri tra i seguaci di partiti politici diversi hanno continuato a creare tensione e instabilità sociale. In particolare, membri della Awami League, il partito dell’ex Premier Sheikh Hasina, hanno attaccato attivisti del National Citizen Party, il partito studentesco ufficialmente presentatosi agli elettori all’inizio del 2025, e nuovo attore sulla scena politica.

Un fattore di incertezza riguarda la vicenda di Hasina: a novembre, un tribunale ha condannato a morte la donna, dopo un processo durato diversi mesi, emettendo la sentenza in contumacia. La Corte per i crimini internazionali del Bangladesh l’ha ritenuta colpevole di aver ordinato la repressione della rivolta studentesca nel 2024, in cui vennero uccise circa 1.400 persone. Hasina è stata condannata all’ergastolo per crimini contro l’umanità e alla pena di morte per aver ordinato gli omicidi dei manifestanti. La difesa ha sostenuto che le accuse sono «infondate e politicamente motivate», definendo la corte «un tribunale farsa». Il verdetto potrà essere impugnato presso la Corte Suprema. 

Questo è lo scenario che si profila alla vigilia delle elezioni, cui non parteciperà la Awami League, il partito di Sheikh Hasina, messo al bando dalla Commissione elettorale con una mossa che ha acuito la polarizzazione sociale e le tensioni.


Avrà un peso sul voto anche la situazione economica: la popolazione avverte le conseguenze del crollo del settore industriale, del vistoso calo degli investimenti esteri, dell’inflazione in continua ascesa con i beni di prima necessità sempre più costosi.

Tra le minoranze religiose del Bangladesh (cristiani, induisti, buddisti), si registrano, inoltre, preoccupazioni per il ritorno dei partiti islamisti radicali sulla scena politica: la Corte Suprema del Bangladesh, infatti, ha revocato il bando al maggiore partito musulmano del Paese, per oltre dieci anni relegato ai margini della società. Il Jamaat-e-Islami potrà prendere parte alle prossime elezioni generali e si appresta ad ampliare la sua base di consenso politico.

Il pericolo, segnalato soprattutto da enti della società civile, è l’influenza che i partiti islamisti potranno avere nel futuro governo del Paese. Per questo si chiede al governo ad interim di concludere l’iter delle riforme costituzionali prima delle elezioni, definendo un quadro istituzionale e giuridico secondo principi di democrazia, pluralismo, uguaglianza.

In una marcia pacifica tenutasi a Dacca nel novembre scorso, i cattolici (500mila in tutta la nazione) hanno voluto segnalare alle autorità e all’opinione pubblica i diversi episodi di violenza che «gettano un’ombra sulla convivenza», ha dichiarato all’agenzia «Fides» il vescovo ausiliare di Dacca, Subroto Boniface Gomes.
l 7 novembre una bomba rudimentale è esplosa davanti al cancello del complesso della cattedrale di Santa Maria a Dacca e un altro ordigno è esploso al collegio di San Giuseppe mentre, agli inizi di ottobre, una bomba è stata lanciata contro la chiesa cattolica del Santo Rosario, la più antica della capitale. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici. Ai fedeli, i vescovi hanno chiesto di «vigilare, essere prudenti e di custodire fede, speranza e carità».

Paolo Affatato




Venezuela. Sotto pressione

«A tutte le compagnie aeree, piloti, spacciatori e trafficanti di esseri umani, vi prego di considerare che LO SPAZIO AEREO SOPRA E ATTORNO AL VENEZUELA SARÀ INTERAMENTE CHIUSO. Grazie per l’attenzione a questa questione! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP».

Questo è il post uscito su Truth, il social network di proprietà del presidente Usa, lo scorso 29 novembre. Le maiuscole sono dello stesso Trump che, in tal modo – come da sua consolidata abitudine -, vuole alzare la voce (anche) in maniera virtuale.

Da tempo, il tycoon ha preso di mira il Venezuela di Nicolás Maduro. In questi mesi, la sua pressione sul paese latinoamericano, detentore di grandi riserve di idrocarburi, è via via aumentata. È iniziata lo scorso 2 settembre con l’Operation southern spear («Operazione lancia meridionale») e il siluramento nel Mar dei Caraibi di barche venezuelane accusate dalla Casa Bianca di appartenere ai cartelli dei narcotrafficanti. Attualmente sarebbero una dozzina le navi della marina militare statunitense – compresa la gigantesca portaerei Gerald Ford – a stazionare nei mari davanti al Venezuela. Oltre dodicimila gli uomini impiegati, tra marinai e marines. Secondo il New York Times, da settembre gli aerei Usa hanno colpito 21 barche e ucciso almeno 87 persone.

Le accuse trumpiane non sono state suffragate da alcuna prova, suscitando le proteste dei paesi della regione, in primis della Colombia. Gli esperti di diritto internazionale concordano, inoltre, nel definire illegali queste azioni ed extragiudiziali le uccisioni. Il Congresso Usa ne sa discutendo, tra accuse e polemiche. Egualmente illegale – si sostiene – è decretare il blocco dei cieli venezuelani.

All’interno del Venezuela, l’attivismo trumpiano è sostenuto da Maria Corina Machado, che il prossimo 10 dicembre, a Oslo, riceverà il premio Nobel per la pace. La pasionaria anti-Maduro, personaggio molto controverso per comportamenti e affermazioni, è un’accesa sostenitrice del presidente Trump. A tal punto che, recentemente, senza alcuna prova ha sostenuto che il presidente venezuelano avrebbe truccato le elezioni in vari paesi, compresi gli Stati Uniti. La Machado è anche un’accesa sostenitrice del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del Likud.

La portaerei Gerald R. Ford è nel Mar dei Caraibi a sostegno dell’azione di Donald Trump (nel riquadro) contro i cartelli della droga e contro il Venezuela di Maduro,
accusato (senza prove) di sostenerli. (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Ridge Leoni/Released)

L’obiettivo manifesto di Trump è far cadere il presidente Maduro, che lo scorso anno è stato rieletto dopo votazioni molto contestate. L’obiettivo non dichiarato è, probabilmente, quello di mettere le mani sulle ingenti risorse dello Stato latinoamericano. Il Venezuela è il primo paese al mondo per riserve provate di petrolio, precedendo l’Arabia Saudita. Oltre agli idrocarburi ci sono, inoltre, bauxite (alluminio), ferro (acciaio), oro e diamanti. Nonostante queste ricchezze, da molti anni il Paese si dibatte in una pesante crisi economica e sociale, che – tra l’altro – ha spinto a fuggire all’estero quasi otto milioni di venezuelani, dei quali 770mila negli Stati Uniti.

Su questo punto, va notato che, nonostante il blocco dei cieli, la Casa Bianca non ha fermato il piano di rimpatrio degli immigrati venezuelani. Ad oggi, sono stati effettuati 76 voli (gli ultimi due mercoledì 3 dicembre) che hanno riportato nel paese latinoamericano 13.956 persone.

La situazione rimane fluida per la consueta politica del bastone e della carota di Trump, come dimostra la telefonata intercorsa tra i due presidenti in un giorno di fine novembre. Rispetto alla quale Nicolás Maduro ha dichiarato, tra l’altro: «Mi piacciono la prudenza, il rispetto e, con il favore di Dio e del nostro Comandante dei Comandanti, Nostro Signore Gesù Cristo, tutto andrà per il meglio per la pace, l’indipendenza, la dignità e il futuro del Venezuela. Amen, amen, nei secoli dei secoli!» (Correo del Orinoco, 4 dicembre 2025).

Di certo, le mosse di Trump per provocare un cambio di regime in Venezuela non sono dettate da motivi umanitari. Al contrario, sono l’ennesima fotografia di questo periodo storico in cui il diritto internazionale viene irriso e calpestato. Come sta accadendo con la Russia in Ucraina e Israele in Palestina.  

Paolo Moiola




Libano. «Siate artigiani della pace»

Beirut. Martedì 2 dicembre 2025, 5:30 del mattino. Si aprono i cancelli per accedere al «Waterfront», lo spazio destinato alla grande messa di papa Leone XIV per il popolo libanese.
La funzione si terrà alle 10:30, ma, per questioni di sicurezza, gli ingressi saranno possibili solo dalle 5:30 alle 8:30.
Per accedervi, è stato necessario prenotare online. Sin dalla loro messa in rete, i biglietti si sono esauriti in poche ore (per i posti migliori) e in pochi giorni per i posti in piedi. Sono stati 150mila i ticket emessi.
Il Papa arriva qui, dopo giorni di tensioni in cui Israele – malgrado il cessate il fuoco in vigore da un anno – è tornato ad attaccare Beirut, eliminando il capo delle truppe di Hezbollah, Haytham Ali Tabatabai, ucciso il 23 novembre.

Il pontefice, proveniente dalla Turchia, è atterrato a Beirut il 30 novembre. Appena lasciato l’aeroporto, ha attraversato la capitale libanese, passando anche dal quartiere a maggioranza sciita di Dahieh, la zona più colpita dai bombardamenti israeliani negli ultimi due anni.
Al passaggio del Papa, sul ciglio della strada, non c’erano solo cristiani, ma anche musulmani che sventolavano la bandiera del Vaticano. Uno dei ragazzi presenti ci ha detto: «La visita di un papa per noi è un privilegio e un segno importante. Non importa a quale religione apparteniamo, la sua presenza, soprattutto in questo momento, è un fatto storico e noi potremmo dire di averlo visto».
Qui, l’ultima visita di un pontefice era stata quella di Giovanni Paolo II nel 1997. All’arrivo, papa Leone ha subito incontrato il Presidente, il Primo ministro e tutte le massime autorità politiche. Il giorno successivo, il 1° dicembre, si è recato al monastero di San Marone ad Annaya e al santuario di nostra signora del Libano ad Harissa. Ma è oggi la giornata che tutti aspettano, perché migliaia di persone potranno vedere il pontefice dal vivo.

Due monaci dell’Olm (Ordine libanese maronita) in preghiera sul selciato, durante l’omelia di papa Leone. Tra le visite più significative di questi tre giorni, c’è stata proprio
quella al monastero di San Marone e al santuario di San Charbel Makhlouf ad Annaya, luoghi tra i più importanti per l’ordine maronita. (Foto di Angelo Calianno)

Le parole di Leone XIV

Per la funzione si è scelto questo luogo del porto, in ricordo delle oltre duecento persone che persero la vita qui, durante l’esplosione del 2020. L’entrata tra il pubblico del Papa scatena un contagioso entusiasmo: sventolano bandiere del Libano e del Vaticano (il governo ha vietato l’uso di qualsiasi altra bandiera, sia di gruppi politici che di gruppi religiosi, come quello di Hezbollah).
La messa si svolge quasi tutta in francese, a parte alcune preghiere recitate in latino, ma l’ultimo messaggio del Papa viene pronunciato in inglese: «Cristiani del Levante, mi rivolgo a voi in un Medioriente così martoriato. Dobbiamo uscire dalla spirale di vendette e divisioni che causano solo violenza. Mi rivolgo a tutti, ma soprattutto a voi, e vi prego: siate artigiani della pace».
L’ultimo discorso di saluto viene accolto da diversi minuti di applausi. La folla saluta il Santo padre gridando: «Viva il Papa!». Nei suoi discorsi, il pontefice ha parlato sempre di pace, senza fare alcun riferimento diretto a Israele o Hezbollah. Le reazioni dei libanesi alla visita e alle sue parole sono state diverse, così come diverso è il tessuto sociale di questo Paese.
Pieni di speranza e gratitudine i cristiani, che rappresentano circa il 35% di tutta la popolazione. Più dubbiosi gli sciiti. Parliamo con Ali, uno di loro, che ci dice: «Avere la visita di un Papa nel nostro Paese è sicuramente motivo di orgoglio, quantomeno perché la gente, nel mondo, si ricorda che ci siamo anche noi. Ma nel Sud del Libano si continua a bombardare. Israele sta già occupando militarmente alcuni villaggi. Non ci sono più scuse per fare questo, Hezbollah non c’è più in quelle zone, non c’è più nessuno: è solo un’altra delle loro scuse per ampliarsi. Il nostro governo e il nostro esercito non fanno nulla per contrastare la situazione. Nei discorsi di questi giorni, non c’è stato un solo cenno al massacro che Israele sta perpetrando».

Israele non si ferma mai

Giorni prima della visita di papa Leone, erano trapelate alcune informazioni da diverse intelligence del Medioriente. Le notizie parlavano di una nuova offensiva di Israele subito dopo la partenza del pontefice.
La notizia è stata poi confermata dalle stesse agenzie di stampa israeliana. Israele ha dichiarato di aver avuto il benestare degli Stati Uniti per una nuova offensiva volta a eliminare tutti gli affiliati di Hezbollah rimasti.
A confermare queste ipotesi, a poche ore dalla partenza del Papa, l’artiglieria israeliana ha colpito e distrutto diverse case nei villaggi di Beit Lif e Ramiyeh, a Sud del Libano. Contemporaneamente, nuovi droni sono tornati a sorvolare Beirut.

Per strada, durante uno dei passaggi della papa mobile, un anziano signore cristiano di nome Yusuf, parlando dei probabili nuovi attacchi, scherzando, ci ha detto: «Hanno detto che, dopo la partenza del Papa, Israele scatenerà una nuova guerra. Allora, teniamo il Papa qui. Ospitiamolo per un altro anno. Chissà cosa farebbe Israele».

Angelo Calianno, da Beirut