Thailandia. Tensioni sul voto

L’8 febbraio la Thailandia va al voto in un passaggio elettorale caratterizzato da vivaci fermenti nazionalisti dopo la guerra di confine con la Cambogia nel 2025.

Nella monarchia costituzionale thailandese – nazione con una lunga storia di instabilità che ha alternato regimi militari e governi civili – si vota per l’Assemblea nazionale, composta da una Camera dei rappresentanti di 500 membri eletti, e da un Senato di 200 membri nominati. Gli elettori sono chiamati anche a decidere, tramite referendum, se iniziare i lavori per la stesura di una nuova Costituzione che sostituisca quella adottata nel 2017 sotto la giunta militare.

Nelle elezioni politiche si contendono il primato il leader del People’s Party, Natthaphong Ruengpanyawut, in testa nei sondaggi di opinione, e l’ex Primo ministro Anutin Charnvirakul, del partito Partito Bhumjaithai.
Il People’s Party è il successore del partito “Move Forward”, che si era aggiudicato le elezioni del 2023, ma era stato successivamente bloccato dai legislatori e poi sciolto per ordine del tribunale.

Anutin Charnvirakul è stato, invece, il leader che, a dicembre 2025, ha indetto elezioni anticipate – dopo meno di cento giorni come primo ministro – durante una caotica sessione parlamentare che avrebbe potuto portare a un voto di sfiducia e al crollo del suo fragile esecutivo, divenuto minoranza.

Terzo attore in campo è il partito Pheu Thai, che fa capo al potente clan Shinawatra, da anni influente sulla scena politica. Proprio Paetongtarn Shinawatra, figlia minore del magnate ed ex primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra, ha avuto una breve esperienza di governo tra l’agosto 2024 all’agosto 2025.

I tre principali partiti politici, che hanno sciolto le precedenti alleanze per scontrarsi direttamente alle elezioni, si confrontano su due temi principali: l’economia sul piano interno, il conflitto al confine sul versante estero.

La Thailandia è la terza economia del Sudest asiatico, ma la sua crescita è stata molto inferiore rispetto ad altri paesi della regione e le ripercussioni si fanno sentire sul costo della vita e sull’elevato debito delle famiglie.
Nella società, nel periodo post pandemia, si registrano sacche di indigenza e povertà. I vari partiti hanno presentato promesse e soluzioni diverse per supportare le famiglie, proponendo misure di welfare per anziani, giovani, operai, piccole medie imprese.
Negli ultimi mesi, inoltre, ha tenuto banco il conflitto al confine con la Cambogia, che ha riacceso sentimenti nazionalisti e ha nuovamente messo in risalto il ruolo dell’esercito.

«In campagna elettorale l’enfasi di tutti i partiti è stata sulla difesa della sovranità e della sicurezza nazionale», ha spiegato all’agenzia Fides il thailandese Peter Rachada Monthienvichienchai, Segretario generale dell’organizzazione Signis, rete cattolica mondiale per la comunicazione, che unisce professionisti dei media in tutto il mondo. «Nessun partito ha parlato apertamente di negoziati con la Cambogia, se non nei termini di essere fermi nella difesa, perché parlare di pace non porta consenso e voti», ha osservato.

Nel rapporto fra le due nazioni trova spazio anche la questione degli «scam center», i centri delle truffe online che sono oggi una piaga nel sudest asiatico, un annoso fenomeno diffuso sul confine, che incrocia criminalità e corruzione.
Considerando che le forniture di elettricità e della connessione Internet per alcuni scam center vengono dalla Thailandia, si comprende come sia spesso la corruzione degli apparati pubblici thai a consentire o far prosperare questi traffici.

In tale scenario, la Chiesa cattolica thailandese ha diffuso una lettera pastorale incoraggiando a votare per candidati che «rispettino il valore e la dignità di ogni persona e che diano priorità al bene comune rispetto al guadagno personale». «La Chiesa – si legge nel testo diffuso dai Vescovi – ha la responsabilità di agire come missione morale e coscienza sociale per garantire che queste elezioni seguano il cammino della verità e della giustizia».

Il testo ricorda che i cittadini «hanno il dovere di contribuire alla società attraverso le tasse, la difesa nazionale e l’esercizio del loro diritto di voto». Tuttavia, puntualizzano i vescovi, «questo dovere non si esaurisce alle urne: esso include il monitoraggio e la tutela delle verità morali in ogni fase del processo politico».
Infatti, rileva la nota, «una democrazia sana si fonda su valori umani fondamentali, in particolare sulla dignità umana, sui diritti umani e sul bene comune. Senza questi fondamenti morali, una democrazia può facilmente trasformarsi in una tirannia nascosta che opprime il suo popolo».
Sul tema dell’integrità morale, la Chiesa cattolica thailandese rivolge anche un monito ai politici e ai funzionari governativi.

Paolo Affatato




Venezuela. Trenta giorni senza Maduro

A un mese dalla rocambolesca cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores nel loro bunker nei pressi di Caracas, da parte della Dea (Drug enforcement administration), l’agenzia federale statunitense antidroga, il contesto politico venezuelano ha dato un’apparente svolta di 180 gradi, che ha fatto tremare lo status quo, anche se, in realtà, non pare essere cambiato molto.
Come nella celebre frase del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa che affermava che «Bisogna cambiare tutto perché non cambi niente», il Venezuela sembra avviarsi verso una transizione di continuità, dove il cambiamento inevitabile dato dalla cattura di Maduro non si traduce automaticamente in un governo di opposizione al chavismo, almeno nel breve periodo.

Una nuova e vecchia presidente
A poche ore dal blitz statunitense, il presidente Donald Trump ha annunciato che il governo di transizione sarebbe stato guidato da Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro e figura chiave del potere chavista, nonché sorella di Jorge Rodríguez Gómez, presidente dell’Assemblea nazionale, tuttora in carica.
Restano al loro posto anche altri pilastri dell’apparato statale, contestatissimi dall’opposizione per la loro presunta corruzione e la decadenza in cui hanno costretto le istituzioni, come il ministro della Difesa Vladimir Padrino López e il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, sul quale pende un mandato di cattura con una taglia da 25 milioni di dollari emesso dagli Stati Uniti.
Una decisione che ha sorpreso analisti e opposizione, che ha messo fuori gioco la grande favorita María Corina Machado, leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace, allineata con la visione economica ed estrattivista dell’amministrazione Trump.
All’estero, una parte della diaspora venezuelana, composta da oltre otto milioni di persone fuggite dalla crisi economica, ha inizialmente celebrato l’arresto di Maduro. All’interno del Paese, invece, i residenti non chavisti, mantengono il silenzio, per il timore di essere identificati e perseguitati, segno che la struttura repressiva dello Stato non è stata realmente smantellata.
Tuttavia, tra le novità più rilevanti dell’amministrazione Rodríguez rientra la liberazione di diversi prigionieri politici, tra cui Alberto Trentini, e la promessa di Delcy Rodríguez di rilasciarne altri cento. Finora sarebbero state liberate circa 266 persone su un totale di circa 800, un dato che, secondo vari analisti, conferma che l’ipotesi di un rapido ritorno alla democrazia sia da scartare al momento, così come libere elezioni per il 2026.

E l’industria del petrolio?
Fin dal primo giorno, Trump ha dichiarato senza mezzi termini che l’interesse strategico degli Stati Uniti riguarda il petrolio venezuelano, dimostrando in questo modo che la transizione governativa ha basi più economiche che democratiche.
Da parte sua, nel mese di gennaio, Delcy Rodríguez ha annunciato una riforma della Legge organica sugli idrocarburi, accogliendo le richieste statunitensi per facilitare l’ingresso di capitali stranieri nel settore energetico. L’obiettivo sarebbe rilanciare un’industria petrolifera in condizioni strutturali critiche, aggravate da anni di scarsa manutenzione da parte di Pdvsa, compagnia petrolifera statale.

Tuttavia, grandi multinazionali come Exxon e Shell hanno già fatto sapere di non essere interessate a investire nel Paese, perché il recupero delle infrastrutture necessarie all’estrazione del greggio extra pesante richiederebbe investimenti troppo elevati rispetto ai potenziali profitti, soprattutto in un contesto di forte instabilità politica.
Al momento, l’unica opzione concreta per Washington potrebbe essere dirottare verso gli impianti di raffinazione del Texas parte del petrolio oggi venduto alla Cina, ma senza nuovi investimenti si tratterebbe comunque di un beneficio di breve periodo.

Rapporti Venezuela-Stati Uniti
Al momento Delcy Rodríguez si muove su un fronte di apertura nel confronto degli Stati Uniti, almeno sulla carta, ma allo stesso tempo ha espresso più volte la netta volontà di mantenere la sovranità del Venezuela contro qualsiasi tipo di spinta imperialista statunitense.
Da parte sua il segretario di Stato Usa, Marco Rubio ha più volte minacciato Rodríguez affermando che, in assenza di piena e controllata collaborazione e, in qualche modo, sottomissione, «la reazione degli Stati Uniti potrebbe essere molto più dura di quella riservata a Maduro».

E Maduro?
Intanto Nicolás Maduro compie il suo primo mese di carcere A New York, dove aspetta la prossima udienza a marzo, dopo la prima del 5 gennaio scorso. Il suo futuro non è chiaro. I capi d’accusa di crimine organizzato e narcoterrorismo sono molti gravi e, in caso di condanna, potrebbe passare il resto della sua vita in carcere. Tuttavia, ogni scenario è possibile, soprattutto dopo il precedente dell’indulto a Juan Orlando Hernandez, ex presidente dell’Honduras, condannato a 42 anni per narcotraffico e rimesso in libertà proprio dall’amministrazione Trump.

Simona Carnino




Nepal. I giovani ci sono

Kathmandu. L’8 e il 9 settembre 2025, il Nepal ha vissuto un momento unico nella sua storia recente. Migliaia di ragazzi e ragazze della «Generazione Z» (ovvero persone nate dopo il 2000) si sono riversati per le strade di Kathmandu, raggiungendo il palazzo del Parlamento in segno di protesta.

Innescata dal divieto governativo che aveva bandito 26 piattaforme di social network, la protesta guidata dai più giovani ha presto convogliato in sé tutte le frustrazioni di una popolazione che, da anni, vive sotto il regime di una classe politica corrotta e sopravvive con uno dei redditi più bassi al mondo (il decimo, secondo una statistica dell’Economist).

Le forze di polizia, totalmente colte di sorpresa dal numero di persone da fronteggiare, hanno aperto il fuoco sulla folla, uccidendo 19 manifestanti.

Nel secondo giorno di protesta, quello del 9 settembre, la reazione dei dimostranti è stata feroce. Non ci sono stati più solo studenti per le strade, ma gente di tutte le generazioni. Alla fine dei due giorni, quella che doveva essere una protesta pacifica ha prodotto numeri da guerriglia urbana: il palazzo del Parlamento, alberghi e centri business legati ai politici, incendiati e ridotti in macerie. E 76 morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. Il 10 settembre, l’arrivo dei militari, l’istituzione del coprifuoco e la promessa di un tavolo di trattative hanno calmato gli animi.

La situazione oggi

Qual è oggi la situazione in Nepal e cosa fanno tutti quei ragazzi e ragazze che erano per strada fino a pochi mesi fa? Ne incontriamo alcuni nel centro della capitale. Sin dai giorni successivi alle proteste, frange dei gruppi più organizzati si sono accampati con tende per continuare a far sentire la propria voce.

Dal 19 gennaio 2026, ad oltranza, alcuni ragazzi sono entrati in sciopero della fame. Ci avviciniamo a loro, a digiuno da giorni. Sono seduti a terra, avvolti in un sacco a pelo; alle loro spalle ci sono degli striscioni con stampate le foto e i nomi dei 76 morti durante le manifestazioni di settembre.

Ajay ci racconta: «Forzare una nazione alle elezioni senza dar peso al massacro dei ragazzi e delle ragazze della “Gen Z” è una chiara cospirazione per cancellare il loro sacrificio. Io ho annunciato il mio sciopero della fame, che andrà avanti finché non verranno esauditi i nostri sei punti chiave».

Ajay ci elenca le richieste sono: posticipare le elezioni di marzo; rilasciare gli attivisti in carcere e punire chi ha assassinato i manifestanti; indagine sui politici corrotti; stabilire un’elezione diretta del Primo Ministro; effettuare nuovi emendamenti costituzionali o riscrivere completamente la Costituzione; assicurare la possibilità di votare a chi vive all’estero.

Il Nepal ha circa 18 milioni di votanti che vivono nella propria nazione. Sono oltre sei milioni, invece, quelli che lavorano all’estero senza la possibilità di votare. Un gran numero di giovani nelle proteste di settembre, infatti, era composto proprio da persone residenti oltre confine, in vacanza in Nepal per partecipare ad alcune festività religiose.

Oggi, i gruppi di attivisti in Nepal si sono moltiplicati, ma non tutti sono d’accordo sul voler posticipare le elezioni del 5 marzo. Per altri ragazzi da noi intervistati, più moderati, le elezioni sono l’unico metodo per dar stabilità al Paese. Il Nepal è ora guidato temporaneamente da un governo tecnico con a capo la ex giudice Sushila Karki.

Per le elezioni di marzo sono stati registrati 61 partiti. La corsa sembra essere, però, sempre tra i soliti gruppi storici: il Nepalese congress (Ncp, partito più conservatore), il Communist party of Nepal (Uml, di stampo marxista-leninista) e il Communist party of Nepal (Mc, partito di orientamento maoista). Vale la pena di ricordare che il Paese è considerato il «paradiso dei partiti comunisti» dove ogni anno ne nascono e muoiono alcuni. Tra gli outsider, e possibili sorprese delle prossime elezioni, potrebbero esserci lo Janamat party, il People’s socialist party e il Nagarik unmukti party.

I «Gen Z», ufficialmente, non supportano alcun singolo partito, ma hanno dichiarato la loro forte contrapposizione e distacco dai grandi gruppi dell’Ncp e Uml, additati come «l’élite corrotta del Paese».

Ad un mese dalle elezioni non c’è ancora una lista di candidati ufficiale. L’instabilità data dagli ultimi eventi, i tentativi delle vicine Cina e India di infiltrarsi nella politica locale e la frustrazione di un’intera generazione, rischiano di innescare nuove proteste a marzo, almeno secondo il parere di molti ragazzi dai noi intervistati. Alla nostra domanda sul perché si è deciso di manifestare solo ora, dopo anni di abusi da parte della politica, uno degli attivisti ci ha risposto: «I nepalesi sono uno dei popoli più pacifici del mondo. Però c’è un limite massimo che possiamo sopportare. Quel limite è stato oltrepassato».

da Kathmandu, Angelo Calianno




Myanmar. L’autocelebrazione dei militari

Lunedì 26 gennaio, un giorno dopo la chiusura dei seggi, la Cina di Xi Jinping – primo alleato del Myanmar – si è congratulata per la felice conclusione delle elezioni generali nel Paese asiatico, le prime dopo il colpo di stato militare del 2021.

Le elezioni si sono svolte in tre fasi: il 28 dicembre, l’11 gennaio e il 25 gennaio. La narrativa ufficiale racconta che, alla competizione, hanno partecipato il partito dei militari – l’Union solidarity and development party (Usdp) – e altre 56 formazioni politiche. Tra queste non c’erano, però, i due principali partiti dell’opposizione: la «Lega nazionale per la democrazia» di Aung San Suu Kyi (sempre agli arresti) e la «Lega delle nazionalità Shan per la democrazia».

Le elezioni hanno riguardato le due camere del Parlamento (Pyidaungsu): la camera alta (Pyithu Hluttaw) che conta 440 membri e la camera bassa (Anyotha Hluttaw) che ne ha 224. Entrambe le assemblee hanno, però, una caratteristica che le scredita fin dall’origine: il 25 per cento dei seggi è riservato ai militari che tradotto significa 110 posti nella camera alta e 56 in quella bassa.

Oltre a questo vizio sostanziale, la giunta militare al potere ha lavorato per favorire il proprio braccio politico, l’Usdp. Quindi, la vittoria del loro partito era già certa prima delle elezioni. E così, infatti, è stato. Alle critiche internazionali il generale Min Aung Hlaing, leader della giunta militare, ha così ribattuto: «Non ci interessa se i Paesi stranieri riconoscono o meno le elezioni».

In ogni caso, le elezioni non sono state universali a causa della guerra civile in corso in varie regioni del Paese. Gli abitanti delle aree in mano a gruppi armati d’opposizione non hanno, pertanto, partecipato alla consultazione elettorale organizzata dal regime.

A dispetto di questo, nella riunione governativa, tenutasi il 27 gennaio nella capitale Nay Pyi Taw, il primo ministro Nyo Saw ha riferito che «le elezioni sono state libere, eque e condotte con dignità». Il Primo ministro ha, inoltre, ricordato la validità dell’Accordo di cessate il fuoco nazionale (Nca), firmato nel 2015, tra il governo e le organizzazioni armate etniche. Dimenticando di dire che, dopo il colpo di Stato del 2021, quasi tutti i gruppi firmatari si sono ritirati da quell’accordo.

La Cina non pare molto interessata a favorire la fine del conflitto interno. Il ruolo di Pechino è stato così sintetizzato da un analista politico citato dal quotidiano nazionale The Irrawaddy: «La Cina continuerà a proteggere l’esercito, qualunque cosa faccia. Alla Cina non importa quale governo sia al potere. Pensa solo a fare affari e a generare profitti».

Il generale Min Aung Hlaing in visita al monastero buddhista di Kengying il 20 gennaio 2026. Foto Myanmar News Agency.

Rimane, infine, da decifrare la posizione dell’apparato religioso. Il Myanmar è un paese a grande maggioranza buddhista. Molti monaci si sono opposti alla giunta militare, ma non tutti e tra questi anche alcuni di grande rilevanza. Come i monaci Ashin Wirathu (premiato dai militari) e Sitagu Sayadaw (molto vicino a Min Aung Hlaing). Il regime ha approfittato delle divisioni per accreditarsi come difensore del buddhismo. Lo ha dimostrato anche partecipando con Daw Nu Mra Zan, ministra per gli affari religiosi, al secondo «Summit globale dei buddhisti» tenutosi a Nuova Delhi, in India, dal 24 al 25 di gennaio.

Paolo Moiola




Vietnam. La nuova generazione di leader

Dal 19 al 23 gennaio si è svolto ad Hanoi, capitale del Vietnam, il 14° Congresso del Partito comunista vietnamita (Pcv). Tale congresso si svolge ogni cinque anni e serve a definire i vertici e le politiche del Paese per il successivo quinquennio. Poco meno di milleseicento delegati, in rappresentanza di 5,5 milioni di iscritti al partito, si sono riuniti per cinque giorni con lo scopo di eleggere il nuovo Comitato centrale, il Segretario generale e 19 membri dell’Ufficio politico (Politburo), oltre che assegnare alcune altre cariche.

I quattro pilastri
Nella Repubblica socialista del Vietnam, dalla fine della guerra (30 aprile 1975) e la successiva riunificazione (cfr. MC aprile 2025), la forma di governo ha una struttura monopartitica nella quale la gestione del potere è stata basata sui cosiddetti quattro pilastri. Si tratta del presidente della Repubblica (Luong Cuong, dal 21 ottobre 2024) con poteri rappresentativi e di controllo, il primo ministro (Pham Minh Chinh) a capo della struttura amministrativa dello Stato, il presidente dell’Assemblea nazionale (Tran Thanh Man), massimo rappresentante del potere legislativo e, in ultimo, ma il più importante, del Segretario generale del Pcv. Questa posizione è occupata da To Lam dall’agosto 2024.
Una struttura a quattro che è servita per cinquant’anni a evitare la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, dando voce alle diverse correnti all’interno del Pcv, che si differenziano anche geograficamente. Il Vietnam, infatti ha molte varietà regionali, sia etniche che culturali, oltre che una storia politiche distinta tra Nord e Sud.

L’uomo (più) forte
To Lam, già ministro della Sicurezza, è diventato segretario generale nell’agosto del 2024, dopo la morte di Nguyen Phu Trong (19 luglio 2024) link. Trong è stato il più importante e longevo uomo politico vietnamita dalla fine della guerra. To Lam, all’epoca, era presidente della Repubblica e uno dei favoriti alla successione.
Da allora ha realizzato una serie di riforme amministrative e dello Stato, riducendo il numero di provincie (da 63 a 34) e sfoltendo i funzionari nei ministeri (un taglio di circa 150mila unità). Riforme con l’obiettivo di snellire l’appartato statale, ridurre gli sprechi, e favorire gli investimenti stranieri. Ha, inoltre, compiuto numerosi viaggi all’estero, portando a casa ben 14 partenariati strategici con altrettanti Paesi.
Ha pure continuato la lotta anti corruzione iniziata da Trong, facendo ulteriore «pulizia» nello Stato (e, pare, anche tra i suoi oppositori).
In questo periodo, il Paese ha ottenuto ottimi risultati economici, con una crescita del Pil stimata all’8% nel 2025, una delle più alte dell’area (nonostante i dazi imposti dagli Usa, principale paese di esportazione dei prodotti vietnamiti), mentre ora punta al 10% per il 2026.

Alcuni osservatori temevano un tentativo di concentrazione di poteri nelle mani di To Lam, (come l’unificazione delle cariche di presidente della Repubblica e segretario generale, già successa ma per brevi periodi), ma questo, almeno sulla carta, non è avvenuto.
To Lam è stato confermato segretario generale, mentre un nuovo comitato centrale è stato eletto dall’assemblea del Congresso, così come il Politburo (di cui To Lam fa parte). Da segnalare che la nuova dirigenza del Paese è composta da uomini e donne che la guerra non l’hanno fatta ma solo letta sui libri (sono nati a metà degli anni Sessanta o dopo). Si tratta di una nuova generazione di tecnocrati e tecnici da un lato, e di militari dall’altro, che non hanno combattuto per motivi anagrafici.
A livello formale, il motto del 14° congresso era: «Unire le forze, plasmare l’avvenire».
Secondo la retorica diffusa dai media nazionali, la politica del nuovo Comitato centrale, in carica fino al 2031, dovrà dare un nuovo slancio «per completare le istituzioni di sviluppo del Paese e la costruzione di uno stato di diritto socialista moderno, che si appoggi su innovazione, scienza e tecnologia e la trasformazione digitale come motori essenziali» (scrive Le Courrier du Vietnam). Una spinta dunque sul comparto tecnologico, come produzione ma anche come formazione di competenze.
Lam, nei giorni precedenti, preparava il Congresso spingendo sulla retorica dell’inizio di «una nuova era di crescita per il Paese». Un programma che ha l’obiettivo di portare il Vietnam a essere un Paese ad alto reddito entro il 2045.

Economia del turismo
L’economia del Paese è basata su tre macro aree: agricoltura (è il terzo produttore di riso del mondo); industria manifatturiera e costruzioni; e servizi. La manifattura riguarda il tessile e il calzaturificio e, più recentemente, anche il settore tecnologico (aziende come Apple vi hanno trasferito alcune produzioni dalla Cina). Per i servizi, una voce imprescindibile è diventata quella del turismo.
Nel 2025 la metà della crescita del Pil è imputabile proprio ai servizi, nei quali una parte predominante è data dal turismo. Basti pensare che le presenze straniere hanno visto un’impennata del 20,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 21,1 milioni (scrive il Saigoneer). I cinesi sono stati gli stranieri più presenti (5,28 milioni), seguiti dai coreani (4,33) e poi taiwanesi (1,33). Per il 2026 l’obiettivo fissato dai funzionari del settore è quello, piuttosto ambizioso, di raggiungere i 25 milioni di presenze.

Marco Bello




Un inverno al freddo e al gelo, tra speranze e paure

Testimonianza diretta di padre Luca Bovio, Imc, dall’Ucraina – Natale 2025

A differenza degli ultimi anni, l’inverno che stiamo vivendo in Ucraina e in tutto l’est del continente europeo e decisamente severo come del resto lo deve essere tradizionalmente. Sono diverse settimane che la temperatura oscilla tra i –10 e i –20 gradi.

Kyiv (Kiev) innevata con temperature a -10 o -20

In condizioni normali questo non creerebbe notevoli disagi alla popolazione abituata a convivere da sempre a queste condizioni. Il problema e dato dalla mancanza di corrente elettrica, di riscaldamento come in alcuni di casi di acqua corrente. La mancanza di tutto questo deriva dai continui massicci attacchi alle infrastrutture energetiche dell’intero paese. Le restrizioni sono notevoli. Ogni giorno viene dato un bollettino in tutto il paese con gli orari di energia erogata per il giorno successivo. Mediamente possono essere poche ore al giorno. Nei casi più estremi come alcuni palazzi a Kiev la mancanza è totale già da alcune settimane. Per questo motivo il sindaco e le autorità hanno invitato i cittadini della capitale a lasciare la città nel caso che avessero qualcuno che li possa ospitare. Le previsioni infatti non sono buone. Il gelo continuerà ancora per molto e la situazione energetica non si risolverà ancora in breve tempo.

generatori acquistati da distribuire dove necesasrio

La notizia di questi giorni di metà gennaio 2026 è che anche le scuole della capitale resteranno chiuse fino a febbraio per mancanza di energia. Quella poca che c’è occorre utilizzarla con delle priorità come gli ospedali e i trasporti pubblici che ancora funzionano, come le tre linee della metropolitana. in questo contesto gli allarmi e gli attacchi dal cielo continuano ininterrottamente (foto postazione anti droni sopra). Ieri (17 gennaio) è stata danneggiata gravemente la centrale elettrica di Charchiw, la seconda città del paese. Le città vivono grazie al lavoro dei generatori di corrente elettrica. Il loro rumore si può sentiere ovunque. I generatori più grandi forniscono corrente ai negozi e ai centri commerciali, quelli più piccoli agli appartamenti, per chi se lo può permettere.

Anche noi in questo tempo stiamo cercando di acquistare piccoli generatori da offrire a coloro che ne hanno maggiormente bisogno (foto a destra). Un costo medio per un generatore che produce circa 4 Kw è di circa 500 euro. In diversi punti della città sono state montate delle tende riscaldate dove i cittadini possono trovare una tazza di the caldo o un po’ di cibo e soprattutto trascorre un po’ di tempo al caldo lasciando i propri appartamenti dove la temperatura è di poco sopra lo zero. (video 5-6)

Non lontano dalla capitale si trova Irpin. Qui oggi c’è un centro di accoglienza per circa 500 persone. alcune di loro provengono dalla stessa città. Qui 4 anni fa i soldati russi arrivarono fino a qui distruggendo molte abitazioni. Altre famiglie provengono dalla zona del fronte, dal Donbass come dalla ragione di Zaporiza. Ogni persona ha una sua storia. Ci sono piccoli nuclei familiari che qui vivono così come soldati che hanno perso gli arti a motivo del freddo. Spesso sono persone anziane che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. La corrente elettrica e il riscaldamento sono garantiti da grandi generatori che lavorano ininterrottamente. E sufficiente un piccolo contrattempo, un danneggiamento o la mancanza di carburante e subito nelle abitazioni container la temperatura scende e 4, 5 gradi sopra lo zero. (Foto 7-8-9)

Diverse chiese e organizzazioni di volontariato assicurano i pasti caldi sotto un tendone riscaldato. Qui si possono ricaricare anche i cellulari e connettersi ad internet con la rete Starlink. Anche io ho la possibilità di salutare gli abitanti e di ricevere il loro ringraziamento per l’aiuto dato da molti benefattori sparsi per il mondo grazie alla collaborazione con la chiesa locale greco latina. (video 10)

11. Reti anti droni sulla strada verso Cherson

Le festività del Natale le ho trascorse nella parrocchia di Cherson, una città a sud lungo la linea del fronte. Dall’ultima volta che sono stato sono ora apparse sulla strada principale le reti anti-droni per ben 17 km. (Foto 11-12) Sono reti da pesca montate su dei pali. Lo scopo di queste reti è quello di proteggere i veicoli da un impatto diretto coi droni che qui volano sempre più spesso. Un semaforo posto all’inizio del tratto, da luce verde se il pericolo non è imminente. In questo tratto occorre andare velocemente con la macchina guardando con un occhio il cielo ma stando anche attenti al ghiaccio e alla nave che rendono scivolosa la strada. Anche la cintura di sicurezza della macchina e meglio lasciarla slacciata per poter in caso di necessita agevolmente uscire dal veicolo.

12. Reti anti droni sulla strada verso Cherson
12a. Reti anti droni sulla strada verso Cherson con auto bruciata ai bordi della strad.

Diverse carcasse di auto colpite sono abbandonate ai margini di questo tratto (foto 12a-13). L’uso di droni è crescente sia per numero sia per qualità. Al loro rumore occorre sempre ripararsi e aspettare che passino. Non si sa mai a quale esercito appartengo e soprattutto quale è il loro scopo: raccogliere informazioni, fare filmati oppure lanciarsi contro obiettivi. Alcuni di essi, soprattutto di notte quando sono meno visibili, sono utilizzati anche per portare cibo e quant’altro ai soldati nelle zone più esposte. I droni purtroppo non sono il solo pericolo a Cherson. I due eserciti si scambiano colpi di artiglieria giorno e notte lungo il fiume Dniepr che di fatto in questa zona è la linea del fronte: i russi sulla riva est, gli ucraini sulla riva ovest.

13. Edificio distrutto dai droni russi a Cherson

Pochi giorni prima del Natale due colpi sono caduti nel giardino della parrocchia alle 6 del mattino danneggiando 17 finestre (foto 14-15). Ringraziando il Signore nessuno si è fatto male anche se lo spavento è stato grande.

Un altro missile poco lontano dalla parrocchia è rimasto nell’asfalto della strada senza esplodere (foto 16). E lì ancora in attesa che lo si metta in sicurezza.

16. Missile inesploso in Pilipa Orlika Street a Cherson, non lontano dalla parrocchia cattolica

La S. Messa della notte di Natale è stata celebrata al mattino della vigilia alle 9.00, questo per dare alle poche decine di fedeli la possibilità di tornare a casa coi pochi bus che viaggiano per la città solo fino al primo pomeriggio. Poi tutto si ferma e si è avvolti dall’oscurità e dal silenzio, interrotto solo dai colpi che riecheggiano nel cielo. Dopo la S. Messa di Natale due famiglie hanno organizzato una recita natalizia molto ben preparata con canti e poesie, annunciando la nascita del Salvatore Gesù (foto 17).

17. Messa di Natale nelal parrocchia cattolica di Cherson, con recita dopo la messa
18. padre Bovio con personale medico di un ospedale a Cherson

Siamo riusciti portare dei medicinali raccolti in Italia e distribuiti in diversi ospedali della città (foto 18). Una parte di essi e stata data all’ ospedale di Bilozerka, una villaggio fuori città. Qui ormai solo i soldati possono venire e a loro abbiamo consegnato l’importante carico.

Pochi giorni fa a Leopoli una signora è diventata un simbolo e allo stesso orgoglio del paese. Era l’alba ancora buio in una piazza centrale della città. La signora stava spalando la neve caduta abbondante. La scena che descrivo è stata ripresa dalle telecamere di sicurezza. Improvvisamente la piazza è colpita da un drone shahed che esplode. Le schegge come sempre volano senza controllo ovunque. Alcune di esse sfiorano la signora impegnata a spalare la neve. Dopo pochi attimi la signora guardandosi attorno, invece di scappare spaventata e di mettersi al riparo riprende a lavorare spalando la neve come se niente di grave fosse accaduto. I media hanno dato molto risalto a questo. Non certo per invitare ad atteggiamenti poco prudenti, occorre infatti durante gli allarmi proteggersi in luoghi sicuri, ma soprattutto per elogiare il coraggio e la voglia di andare avanti anche dopo pericoli così evidenti come quello che poco prima si era verificato.

Questa resilienza unita alla forza e al coraggio, sono gli atteggiamenti che permettono a un paese colpito duramente di non soccombere ma a continuare a lottare anche in questo duro inverno che siamo certi prima poi finirà.

padre Luca Bovio, missionario della Consolata e
direttore Pontificie opere missionarie dell’Ucraina




Usa-Taiwan. Accordo sui dazi e investimenti

Il 15 gennaio scorso è stato firmato un primo memorandum d’intesa su cooperazione e investimenti tra Governo di Taiwan e Dipartimento del commercio Usa. L’obiettivo è la riduzione dei dazi Usa sui prodotti di Taiwan. Si scenderebbe dal 32% addizionale (rispetto alle precedenti tariffe), annunciato da Trump il 2 aprile 2025, al 15 o 20% per la maggior parte dei beni. Un’eccezione importante sono le tecnologie, per le quali i produttori taiwanesi che estendono la loro catena di produzione negli Usa, potrebbero esportare verso il Paese nordamericano semiconduttori o attrezzature collegate con dazi molto bassi o addirittura nulli (in regime di duty free).
La minaccia dell’aumento dei dazi è stata, ancora una volta, utilizzata da Donald Trump per ottenere un successo politico. In cambio della riduzione delle tariffe, infatti, i produttori di circuiti integrati taiwanesi si sono impegnati a investire 250 miliardi di dollari per l’installazione negli Usa di fabbriche di semiconduttori, oltre che per intelligenza artificiale ed energia.
Il Governo di Taiwan si impegna, inoltre, a fornire ulteriori 250 miliardi di dollari per garantire un credito e facilitare ulteriori investimenti.
Già da tempo, gli Usa di Trump vogliono andare verso un’autonomia di produzione dei chip a semiconduttore, componenti strategici perché essenziali nella maggior parte dei prodotti elettronici attuali e futuri, riducendo la dipendenza produttiva che hanno attualmente nei confronti delle fabbriche di Taiwan.

Processo in corso
Il 3 marzo scorso, Donald Trump, ricevendo alla Casa bianca il presidente e Ceo (amministratore delegato) della Tsmc (Taiwan semiconductor manifacturing company), Wei Che-Chia (魏哲家, Wèi Zhéjiā), aveva annunciato un investimento di 100 miliardi dollari da parte dell’azienda taiwanese, leader mondiale nella produzione dei chip, per l’installazione di cinque nuovi stabilimenti negli Usa, in particolare in Arizona.
La dichiarazione era stata un primo passo di questo processo di trasferimento di parte della catena di produzione dei semiconduttori sul suolo degli Stati Uniti.
In una conferenza stampa a Taipei, lo scorso 20 gennaio, la vice primo ministro Cheng Li-chiun ha confermato che, nelle prossime settimane, sarà siglato un altro accordo commerciale reciproco. Solo in quel momento il negoziato sarà completo. Cheng ha detto che non si tratta di ricollocare parte della catena di approvvigionamento taiwanese dei semiconduttori, ma di espandere negli Usa le capacità industriali di Taiwan.
La vice primo ministro ha annunciato che gli accordi finali comprenderanno dazi, esenzioni da barriere doganali, facilitazioni commerciali, sicurezza economica, tutela del lavoro, protezione ambientale e opportunità di affari. Ci sarà anche una parte sui reciproci investimenti.

Problemi interni
Questo avviene mentre Taiwan sta passando un periodo di crisi politica interna. Contro il presidente Lai Chin-te, del Dpp (Partito democratico progressista) è iniziato un processo di impeachment chiesto dai partiti di opposizione Kmt (Kuomintang, l’ex partito unico e oggi filo Pechino) e Tpp (Taiwan people’s party) che lo accusano di avere «minato l’ordine costituzionale e la democrazia a Taiwan». Il processo, che vede varie tappe, culminerà con il voto del Parlamento (lo Yuan legislativo) il 19 maggio prossimo.
Il presidente Lai è stato eletto nel gennaio 2024 per entrare in carica il 20 maggio dello stesso anno, succedendo alla presidente Tsai Ing-wen, dello stesso partito.
L’opposizione riunita può contare su 60 seggi contro i 51 del Dpp allo Yuan legislativo.
Intanto la neoeletta presidente del Kmt, Cheng Li-wun (in carica da ottobre 2025), a fine dicembre, ha dichiarato di voler visitare, nella prima parte dell’anno, gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese (Rpc). La priorità è, tuttavia, per Pechino, allo scopo di incontrare il presidente Xi Jinping. Il Kmt, l’ex partito unico di Chang Kai-shek, è oggi quello con posizioni più vicine alla Rpc.

Marco Bello




Brasile. Il peso degli alberi (e quello della soia)

In Brasile, deforestazione e popoli indigeni sono due temi collegati. Lo sono ancora di più in un anno elettorale come il 2026. Il prossimo 4 ottobre, infatti, le urne saranno aperte per scegliere il presidente, i membri del Congresso e quelli delle assemblee statali. In questa situazione, tutti i potenziali candidati – sia del governo che dell’opposizione – cercano visibilità per raccogliere consensi e voti.

L’opposizione di destra, da tempo maggioritaria al Congresso, continua a portare avanti gli interessi degli imprenditori dell’agrobusiness che vorrebbero liberà d’azione in Amazzonia e sulle terre indigene. Va ricordato che la cosiddetta bancada ruralista (Frente parlamentar da agropecuária, Fpa) conta 344 iscritti (di vari partiti) su un totale di 594 parlamentari (precisamente, 513 deputati e 81 senatori). Dati questi numeri, non stupisce che il «marco temporal» (il limite temporale del 5 ottobre del 1988 che determinerebbe il diritto dei popoli indigeni alla terra) sia ancora vivo e vegeto, pur essendo stato dichiarato incostituzionale dal Tribunale supremo (Supremo tribunal federal, Stf), l’ultima volta a inizio gennaio. Si tratta però di una vittoria incompleta in quanto «i non indigeni possono rimanere sul territorio finché non ricevono l’intero risarcimento richiesto» ovvero il diritto costituzionale dei popoli indigeni viene subordinato al diritto patrimoniale dei latifondisti. Questa incertezza fa sì che il «marco temporal» rimanga un fantasma che aleggia sulla testa dei popoli indigeni.

A dire il vero, su ambiente e diritti indigeni, Lula e il suo governo possono annoverare alcuni successi. Sono di questi ultimi mesi due dati positivi. Il primo parla di una riduzione annuale dell’11 per cento della deforestazione dell’Amazzonia attestatasi a «soli» 5.796 km². Il secondo si riferisce alla diminuzione del 98 per cento in un anno delle miniere illegali (garimpos) all’interno della Terra indigena yanomami.

Anche nel 2025, la deforestazione dell’Amazzonia si è ridotta, ma rimane comunque impressionante. Il Congresso brasiliano, dominato dalla «bancada ruralista», non conosce ripensamenti. Dati ufficiali Inpe.

Tuttavia, a fronte di questi numeri, tra agosto e dicembre 2025, sono passate misure potenzialmente devastanti. In primis, le leggi 15.190 e 15.300 sulla semplificazione delle licenze ambientali, che il Congresso ha varato respingendo – come accade regolarmente – i veti imposti dal presidente Lula. Facilitando i permessi per l’esecuzione delle opere, queste norme apriranno la strada a una maggiore deforestazione, abusi ambientali e violazione dei diritti delle popolazioni indigene e nere. Anche in questo caso la battaglia per fermare le norme approvate dai parlamentari è stata messa sulle spalle dell’Sft.

La seconda prevede l’asfaltatura della strada – la rodovia Br-319 iniziata nel 1976 ma mai completata – che collega Porto Velho (Rôndonia) con Manaus (Amazonas) tagliando in due la foresta amazzonica per 885 chilometri. A questo progetto, che faciliterebbe le invasioni e la disboscamento di questa parte dell’Amazzonia occupata da territori indigeni e riserve biologiche, il presidente non si è mai opposto considerandolo un’occasione di sviluppo.

«Lula è ben intenzionato – spiega con realism fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata a Boa Vista -. Credo che abbia capito che la difesa della natura e dei popoli indigeni possono originare ripercussioni positive, specialmente all’estero, ma discretamente anche all’interno del Brasile. Però, in vista delle elezioni, deve fare i conti con chi conta nel Paese: i politici, i mezzi d’informazione, il capitale. Così, per poter far passare i progetti a cui tiene di più deve accarezzare i ricchi».

Paolo Moiola




Uganda. Settimo mandato per Yoweri Museveni

Sabato 17 gennaio, la Commissione elettorale ugandese ha comunicato i risultati provvisori delle presidenziali di due giorni prima. Senza sorprese, secondo i dati ufficiali, il capo di Stato uscente, Yoweri Museveni, ha ottenuto un settimo mandato con il 71,65% dei voti. Il suo maggiore sfidante, invece, il cantante e politico Bobi Wine (nome d’arte di Robert Kyagulanyi), si è fermato al 24,72%.
I risultati provvisori danno al partito di Museveni, il National resistance movement (Nrm), anche il controllo pressoché totale del Parlamento.

Quarant’anni di presidenza
Museveni è salito al potere nel 1986, quando il National resistance movement (allora movimento armato) ha deposto il generale Milton Obote, andato al potere dopo la caduta del dittatore Idi Amin nel 1979.
Da quel momento, Museveni non ha più abbandonato la presidenza, arrivando anche a modificare due volte la Costituzione per mantenerla. In un caso, ha ottenuto l’eliminazione del limite di età (75 anni, Museveni oggi ne ha 81) per candidarsi a capo dello Stato; nell’altro, ha fatto sì che venisse rimosso il numero massimo di mandati che ciascuna persona può ricoprire.
Dal 1986, quindi le elezioni sono sempre state una pura formalità. Per quattro volte, a sfidare Museveni è stato Kizza Besigye. Nel 2024, però, lo storico oppositore è stato rapito in Kenya. Portato davanti a una corte militare ugandese, al momento, Besigye è sotto processo con un’accusa di tradimento (se condannato, rischia la pena di morte).
Nel 2021, invece, il principale sfidante di Museveni è stato Wine. Conosciuto anche come il «ghetto president» (presidente del ghetto) – in quanto originario degli slum della capitale Kampala – Wine si è ricandidato anche nel 2026.

Repressione e brogli
Secondo Tigere Chagutah, direttore di Amnesty international (www.amensty.it) per l’Africa orientale e australe, il periodo preelettorale è stato «caratterizzato da repressione massiccia e aggressioni senza precedenti a partiti di opposizione e voci di dissenso». Tant’è che, verso la fine della campagna, Wine ha iniziato a presentarsi in pubblico con elmetto e giubbotto antiproiettile, mentre i raid della polizia ai suoi comizi sono diventati sempre più frequenti, con alcuni morti e centinaia di arresti tra i suoi sostenitori.
Pochi giorni prima del voto, i militari sono stati dispiegati nella capitale. Human rights watch (organizzazione per la difesa dei diritti umani con base a New York) ha invece denunciato la sospensione di dieci Ong: tra esse, organizzazioni che si occupavano del monitoraggio elettorale e della tutela dei diritti umani.
A ciò si è poi aggiunto il blocco di internet, ordinato dall’esecutivo con l’obiettivo di «prevenire la diffusione di informazioni false e l’incitazione alla violenza». In realtà, l’intenzione del governo era silenziare le voci di dissenso e limitare la circolazione di informazioni. Bloccare internet ha anche «limitato la possibilità di controllare la reale trasparenza del voto, aumentando il sospetto di brogli», come detto da Goodluck Jonathan (ex presidente nigeriano e oggi rappresentante degli osservatori dell’Unione africana e di altri organi regionali).

Calma tesa
Il giorno del voto, in molte aree urbane (spesso fortezze dell’opposizione), le macchine per l’identificazione biometrica non hanno funzionato. Ciò, oltre a causare ritardi, ha anche scatenato ulteriori timori di frodi elettorali, a causa dell’utilizzo di registri cartacei.
Jonathan ha detto che la giornata è trascorsa nella calma. Ma ha anche sottolineato che, secondo lui, era apparenza, dovuta al fatto che nei cittadini «era stata instillata la paura» ed era stata «erosa la loro fiducia nel processo elettorale».
Una volta annunciati i risultati, un portavoce del partito di Wine, la National unity platform, li ha definiti una «vergogna». A inasprire le tensioni è anche l’incertezza che circonda la figura di Wine. Secondo quanto raccontato dallo stesso leader di opposizione sui suoi social, inizialmente è stato posto agli arresti domiciliari, per poi sfuggire a un tentativo di rapimento. Nulla di nuovo in realtà. Già nel 2021, dopo il voto, Wine era stato arrestato per giorni – con l’accusa di non aver rispettato le norme di distanziamento sociale dovute al Covid-19 – e ciò aveva scatenato manifestazioni a Kampala. La cui repressione, secondo Human rights watch, aveva causato almeno 54 morti.
Il rischio concreto – soprattutto se gli attacchi all’opposizione dovessero continuare – è che lo scenario si ripeta. Dopotutto, le proteste di ottobre nella vicina Tanzania (ma non solo) dimostrano che i giovani africani sono sempre meno disposti a stare in silenzio e a subire le conseguenze di regimi autoritari e dittatoriali.

Aurora Guainazzi




Italia. Dialogo ebraico cattolico alla luce di Gaza e Abramo

Le tensioni tra il mondo ebraico e quello cattolico sui massacri nella striscia di Gaza e le violenze in Cisgiordania non sono risolte. Il giudizio sulla sanguinosa reazione dello Stato di Israele all’attacco terrorista del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas contro civili israeliani e le valutazioni su come porre fine alle violenze, sono ostacoli visibili e delicati, benché non insormontabili, per il dialogo ebraico-cattolico oggi.

Se ne legge tutto il peso nei messaggi delle due comunità per la giornata del 17 gennaio: «Ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo». «Negli ultimi tempi – scrivono a loro volta i vescovi italiani nel primo paragrafo del loro messaggio – si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. […] Desideriamo – proseguono più avanti – lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo. […] Ci riserviamo d’altronde – aggiungono ancora – la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri paesi e verso il nostro stesso governo».

La giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei

Celebrata in Italia per la prima volta nel 1990 dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) in collaborazione con l’Assemblea dei rabbini d’Italia, le giornate «per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei», al di là delle divergenze di ordine politico, hanno lo scopo di aiutare le comunità cattoliche ed ebraiche locali a conoscersi vicendevolmente e collaborare per il bene comune, sulla scia dell’ampio cammino compiuto negli ultimi decenni.

Forme di dialogo tra cattolici ed ebrei sono sempre state presenti nella storia, ma la loro formalizzazione risale al Concilio Vaticano II e alla dichiarazione conciliare del 1965 «Nostra Aetate» sulle relazioni della Chiesa con le fedi non cristiane. Il paragrafo che fa riferimento al dialogo ebraico cattolico è il 4°: «Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. […] Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo».

Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto, ma benedetti

Prendendo come riferimento il versetto 3 del capitolo 12 del libro della Genesi, nel quale Dio dice ad Abramo «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», il tema centrale dei messaggi dei vescovi e dei rabbini d’Italia è quello della benedizione.

Il dialogo tra cattolici ed ebrei, affermano i due messaggi, si fonda sul riconoscimento di essere tutti destinatari (e portatori presso i popoli del mondo) della stessa benedizione divina.

«È meraviglioso ricordare – scrive la Cei -, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. […] Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. […] cammina incerto verso un futuro sconosciuto […]. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. È così che avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. […] Dunque, dobbiamo sempre ripartire da questa certezza, anche dopo le crisi, anche nei momenti di crisi».

«Il passo biblico scelto quest’anno […] – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini».

Il ruolo di Gesù e della teologia della terra

Il dialogo autentico tra diverse comunità parte dagli elementi che accomuna le identità, senza dimenticare quelli che le distingue. È volontà di collaborare tenendosi lontani dal rischio di assimilazione di un gruppo all’altro o di dissoluzione dei diversi in un unico indistinto. L’alterità degli uni e degli altri va preservata e sottolineata.

Così, nei due messaggi, sono espressi in modo chiaro almeno due differenze fondamentali.
La prima, ovvia, riguarda la figura di Gesù di Nazareth: «Come diceva Schalom Ben Chorin, rabbino riformato tedesco, “La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide”», scrivono i vescovi.

La seconda, altrettanto ovvia, ma forse meno conosciuta, riguarda la teologia ebraica della terra, che, ci pare, ha a che fare con la differente lettura tra cattolici ed ebrei della guerra in Israele: «La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro – scrivono i rabbini d’Italia nel loro messaggio -, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele. Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti».

Il desiderio comune di servire

Per aiutare le comunità locali di fedeli a concretizzare il dialogo ebraico cattolico, l’ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in collaborazione con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ha messo a punto una serie di schede per conoscere l’ebraismo, scaricabili singolarmente o tutte insieme in un unico volume in formato pdf.

Il messaggio dei vescovi si chiude con un richiamo alla speranza, un’invocazione alla pace e un appello a proseguire nel dialogo: «Auspichiamo dunque la continuazione del dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno. Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono».

In modo simile si chiude anche il messaggio dell’Assemblea dei rabbini d’Italia: «L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli».

Luca Lorusso




Corea del Sud. Binari puntati a Nord

Un treno per riprendere a sognare. Il collegamento ferroviario tra Nord e Sud Corea era stato avviato nel 2018 e poi, con le nuove tensioni tra le due Coree, interrotto nel 2023. Oggi è di nuovo sul tavolo come possibile via per riaprire un dialogo bilaterale.

Il governo di Seul, del nuovo presidente Lee Jae-myung, insediato da poco più di sei mesi, lo ritiene «un approccio creativo per ridare vita a scambi e cooperazione inter coreana». Il progetto attuale presenta una rilevante novità che, secondo gli osservatori, potrebbe contribuire a superare lo stallo registrato negli ultimi anni: la linea ferroviaria dovrebbe congiungere non solo Seul e Pyongyang, ma anche Pechino.

È la presenza della Cina il fattore potenzialmente decisivo. Del progetto del nuovo treno, che potrebbe diventare un simbolo della riconnessione politica tra Nord e Sud Corea, si è parlato nel corso dell’ultimo vertice di alto profilo tra Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese e Lee Jae-myung, che ha effettuato una visita di Stato in Cina dal 4 al 7 gennaio scorsi, la prima dopo nove anni, per «ripristinare il partenariato strategico e la cooperazione economica tra Corea del Sud e Cina».
Xi Jinping era stato a Seul nell’ottobre 2025 per il vertice Apec e aveva a sua volta effettuato una visita di Stato su invito del presidente Lee Jae-myung.

I vertici tra i presidenti dei due Paesi sono elementi significativi, dal punto di vista simbolico ma anche sostanziale: «Questi incontri tra i presidenti Lee e Xi di fatto ridefiniscono le relazioni tra Sud Corea e Cina: le due nazioni hanno concordato nell’impegno comune di contribuire a stabilità e prosperità in Asia orientale», ha spiegato l’attuale ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, Hyung Sik Shin, studioso dei processi democratici, docente ed ex direttore dell’Institute for popular sovereignty a Seul.
L’ambasciatore ha rimarcato che i due presidenti hanno convenuto su un punto essenziale: «La pace nella penisola coreana è un interesse strategico condiviso», dunque la Cina metterà in campo la sua influenza al fine di riaprire un canale di dialogo e normalizzare le relazioni inter coreane.

In questa prospettiva, «con una mediazione cinese attiva, la ferrovia ad alta velocità Seul-Pyongyang-Pechino potrebbe essere perseguita come un progetto concretamente realizzabile», ha aggiunto il ministro sudcoreano dell’Unificazione, Chung Dong-young, osservando che, per procedere, sarà comunque necessaria la revoca delle sanzioni internazionali contro la Corea del Nord.

Il ministro Chung, per il suo ruolo istituzionale nel governo di Seul, è la persona che si spinge più avanti nella visione a lungo termine. Ha già disegnato il futuro, intravedendo, grazie a una linea ferroviaria attiva, un «turismo di pace» nella zona costiera nordcoreana di Wonsan-Galma.

Inizialmente, ha spiegato, a beneficiarne potrebbero essere i coreani d’oltremare, con nazionalità di paesi terzi (Canada, Australia, Giappone, Europa). Successivamente potranno essere i turisti cinesi a passare dalla Nord Corea, giungendo fino a Seul e viceversa da Seul verso il Nord. Infine, secondo un politica di passaggi graduali, si potrà prevedere e organizzare un flusso turistico di cittadini sudcoreani.

Questo progetto viene definito da alcuni analisti «utopistico», mentre, nella società coreana, parole come «riconciliazione» o «riunificazione» con Il Nord non trovano più la calorosa accoglienza che trovavano in passato.
Secondo il Korea institute for national unification, a partire dal 2020, la percezione pubblica della necessità dell’unificazione ha toccato il punto più basso. In un sondaggio del 2024, poco più del 50% dei cittadini della Corea del Sud riteneva necessaria l’unificazione e alcune nuove indagini confermano la percentuale che scende nettamente (sotto al 40%) tra i millennials.

Dopo la guerra di Corea e la dolorosa divisione della penisola nel 1953, con il passare degli anni e delle generazioni il desiderio di unità e il sogno della riconciliazione si sono affievoliti, e oggi non scaldano più il cuore dei coreani.
Ne ha preso consapevolezza anche la Chiesa cattolica in Corea del Sud che si trova nella piena e fervente fase organizzativa di un evento cruciale: la Giornata mondiale della gioventù che si terrà a Seul nel 2027. Quel raduno internazionale di giovani, ribadiscono i vescovi coreani, sarà una feconda opportunità proprio per «riaccendere la fiamma della speranza, riscoprire l’afflato alla riconciliazione, risvegliare la tensione verso l’unità della Corea».
In definitiva: per riprendere a sognare.

Paolo Affatato




Mondo. Trattori e popoli indigeni

Lo scorso 20 dicembre, i paesi latinoamericani del Mercosur – Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay -, riuniti a Foz do Iguaçu, avevano utilizzato due termini – «disappunto» e «fiducia» – per commentare l’improvviso rinvio della firma finale sull’accordo commerciale con l’Unione europea. Era successo che, da parte europea (in particolare, da Francia, Italia e Polonia) erano stati sollevati alcuni problemi, prevedibili ma mai seriamente affrontati.

In discussione dal lontano 1999, il trattato prevede che, nell’arco di dieci anni, Unione europea e Mercosur (Mercosul) riducano o azzerino i dazi liberalizzando l’import-export di beni industriali (europei: macchinari, automobili, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, moda) e di prodotti agricoli e minerari (latinoamericani: carne bovina, soia, pollame, mais, minerali rari). Con i 270 milioni di abitanti del Mercosur, l’intesa creerebbe un libero mercato di circa 780 milioni di consumatori, il più grande al mondo. Circolano previsioni a due cifre – probabilmente gonfiate alla bisogna – sull’incremento delle esportazioni, la variabile su cui i fautori dell’accordo hanno sempre insistito.

L’opposizione all’accordo nasce dagli agricoltori europei che temono di finire fuori mercato a causa di prodotti latinoamericani che sarebbero venduti a prezzi inferiori e senza i controlli europei su estrogeni, antibiotici, fungicidi, insetticidi, erbicidi. Come ha riassunto la professoressa Alessia Amighini su lavoce.info, c’è il timore «di un’invasione di prodotti agricoli e alimentari non conformi agli elevati standard tecnici, fitosanitari e igienici posti a protezione dei consumatori europei e a salvaguardia di una concorrenza leale nei confronti dei produttori europei».

Lo scorso 20 dicembre, il presidente brasiliano Lula (al centro) ha ospitato la riunione del Mercosur (Mercosul) per discutere del trattato con la Ue. Foto Ricardo Stuckert-PR.

Tuttavia, dopo 26 anni di discussioni, non si poteva non arrivare a un compromesso. È stato raggiunto il 9 gennaio: più soldi e protezioni agli agricoltori europei da parte della Ue. La soluzione non ha però soddisfatto tutto il «popolo dei trattori», una parte del quale non si fida delle garanzie promesse ed è scesa di nuovo in piazza. Alla fine, la maggioranza dell’Unione ha dato il via libera con il «sì» del governo italiano e il «no» di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda e l’astensione del Belgio.

I problemi lamentati dagli agricoltori europei sono reali. Ma non sono gli unici: sugli altri, governi, imprese e associazioni di categoria (come l’italiana Confindustria) fanno finta di niente o li pongono alla fine della lista delle priorità. Così come fanno la maggior parte dei media e dei centri di ricerca (come l’italiano Ispi). Si tratta di questioni sollevate da anni da varie organizzazioni ambientaliste (come Climate action network o Greenpeace), contadine (come Via campesina) e dei diritti umani (come la Cúpula dos Povos o il Conselho indigenista missionário). Il riferimento è ai gravi problemi del sistema di produzione latinoamericano fatto di latifondi e monocolture, a scapito dell’Amazzonia, della biodiversità, del clima, dei popoli indigeni. In altri termini, è l’opposizione al modello estrattivista, predatorio e distruttivo proprio dell’agrobusiness.

Visti i pessimi rapporti con gli Stati Uniti di Trump e i dubbi sulla Cina di Xi Jinping, per l’Unione europea al momento c’è un’unica certezza: l’obbligo di aprirsi strade alternative per sopravvivere in un mondo sempre più competitivo. L’accordo con i paesi del Mercosur risponde a questa esigenza. Detto questo, la firma del trattato dovrà tradursi in azioni adeguate che tengano conto dei problemi degli agricoltori europei, ma anche di quelli sollevati da tutte le organizzazioni che non hanno come unici parametri di riferimento l’allargamento del commercio e il profitto.

Paolo Moiola