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La redazione




Israele. Odio chiama odio

La Festa della liberazione dello scorso 25 aprile è stata macchiata da atti d’intolleranza, a conferma dei tempi di guerra e odio che il mondo sta vivendo. In particolare, a Milano, la Brigata ebraica – nome di un reparto di combattenti ebrei che lottò contro il nazifascismo – è stata costretta ad abbandonare il corteo dei manifestanti a causa delle forti contestazioni subite.

Un evento anti democratico, ma certamente favorito dalla scelta della stessa Brigata di sfilare con bandiere dello Stato d’Israele (e degli Stati Uniti). «Un grave errore portare quelle bandiere» hanno dichiarato sia la storica Anna Foa che la scrittrice Edith Bruck, entrambe ebree.

L’accaduto ha evidenziato – una volta di più – quanto la questione mediorientale si sia incancrenita, soprattutto a causa del governo israeliano. Mentre continua l’offensiva dell’esercito d’Israele (Idf, in sigla) contro il Libano e l’Iran e quella dei coloni in Cisgiordania, Netanyahu e i suoi ministri (in particolare, Itamar Ben-Gvir, leader del partito estremista Otzma Yehudit, «Potere ebraico») stringono la propria morsa sui palestinesi, anche a livello legislativo.

Lo scorso 30 marzo, i rappresentanti della Knesset, il parlamento israeliano, con 62 voti a favore e 48 contrari hanno approvato una legge che prevede la pena di morte per le persone accusate di terrorismo. La morte sarà data per impiccagione. La nuova legge dispone – inoltre – che le sentenze debbano essere eseguite entro 90 giorni dalla pronuncia della sentenza definitiva.

Il logo della Brigata ebraica, la bandiera d’Israele e la bandiera della Palestina.

A detta degli esperti di diritto, la norma è stata formulata in modo tale che essa si applicherà esclusivamente ai palestinesi. In altri termini, non verrà applicata ai cittadini israeliani di origine ebraica. Il ministro Ben-Gvir – sempre lui – si è presentato in aula indossando una spilla a forma di cappio sul risvolto della giacca per evidenziare il suo sostegno al disegno di legge e, dopo la sua approvazione, ha brindato in favore di fotografi e telecamere.

Nei giorni successivi, otto paesi a maggioranza islamica – Pakistan, Turchia, Egitto, Indonesia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti – hanno diramato una nota congiunta per condannare la legge e le pratiche israeliane sempre più discriminatorie. La legge è stata contestata anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, mentre gli Stati Uniti di Trump si sono detti solidali con lo storico alleato.

Nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, l’Unione europea non è andata oltre una condanna formale, avendo – al momento (21 aprile) – rigettato la sospensione dell’Accordo di associazione commerciale con Israele come richiesto da vari paesi (Spagna, Irlanda e Slovenia) ed organizzazioni internazionali. Amnesty International ha accusato Germania e Italia di aver avuto un ruolo chiave nel bloccare la sospensione, nonostante il trattato in questione preveda il rispetto di clausole sui diritti umani.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che bloccare l’accordo commerciale non è utile.

Senza sanzioni internazionali e con Netanyahu (sono 19 i suoi anni al potere) e i suoi ministri che alimentano di continuo odio e vendetta, è facile prevedere che, nelle piazze del mondo, le bandiere d’Israele andranno incontro ad altre contestazioni.

Paolo Moiola




Pakistan. Ragazze vittime di nozze e conversioni forzate

Il caso di Maria Shahbaz, la tredicenne cristiana rapita in Punjab nel 2025 da un uomo di 40 anni, convertita forzatamente all’islam e presa in sposa dal suo rapitore, ha riaperto un’antica piaga del Pakistan. Quella dei rapimenti di ragazze delle minoranze religiose indù e cristiane, per nozze islamiche forzate – dunque con annessa conversione forzata all’islam – è una ferita che sanguina e che non accenna a rimarginarsi.

In Pakistan la legge islamica è fonte di diritto

La nazione, con circa 250 milioni di abitanti a larga maggioranza islamica, include al suo interno corpose comunità minoritarie, come gli indù (circa  4,5 milioni in maggioranza residenti nella provincia meridionale del Sindh) e i cristiani (3,3 milioni, di diverse confessioni, concentrati soprattutto nella provincia del Paunjab).

Il fenomeno del rapimento di ragazze a scopo di nozze forzate è stato già in passato oggetto di attenzione da parte della politica nazionale ma – come capita anche per altre questioni, ad esempio la nota «legge di blasfemia» – è materia che incrocia anche la religione e le disposizioni della sharia, la legge islamica.
Nel Paese, infatti, vige un sistema che gli studiosi definiscono «ibrido» e che consegna alla sharia il ruolo di fonte suprema di ispirazione dell’ordinamento e del diritto.
Nonostante il sistema statale sia regolato da una Costituzione che – nata all’indomani dell’indipendenza dall’Impero britannico e della partition con l’India – ha cercato di recepire principi come i diritti e le libertà individuali e collettive, la Carta fondamentale pachistana stabilisce che nessuna legge può essere emanata se è in contrasto con i dettami dell’islam: un principio che subordina la legislazione civile ai precetti religiosi e crea a volte un corto circuito.

Pressioni sulle minoranze religiose

Sebbene la Carta costituzionale garantisca formalmente la libertà religiosa e diritti di cittadinanza uguali per tutti, l’integrazione della sharia nel sistema legale pachistano genera forme di pressione sulle minoranze religiose (cristiani, induisti, sikh e ahmadi), sconfinando in forme di discriminazione e sfide che toccano i rapporti sociali.

Secondo gli osservatori, nei casi dei matrimoni che coinvolgono minori, l’ambiguità è generata dal fatto che la legge islamica non indica un’età minima per le nozze, e queste vengono consentite quando i contraenti raggiungono la pubertà fisica. Tuttavia sono in vigore leggi, emanate per proteggere i minori e dichiarate conformi ai precetti islamici dalla Corte federale della sharia, che vietano i matrimoni precoci in tutto il Pakistan.

In tale quadro si innesta il fenomeno dei matrimoni e conversioni forzate all’islam di ragazze appartenenti alle minoranze. Secondo i dati di alcune Ong, sono oltre mille ogni anno e «sono in aumento», rileva padre Lazar Aslam, frate Cappuccino, responsabile della Commissione Giustizia, pace ed ecologia in Pakistan. I tribunali locali talvolta convalidano questi matrimoni coatti basandosi su interpretazioni religiose, strappando alle famiglie di origine le ragazze minorenni.

Il caso di Maria Shahbaz

In quest’ambito si situa il caso che ha occupato il dibattito pubblico nel Paese nelle ultime settimane: quello che tocca la vita della tredicenne cristiana Maria Shahbaz. Dopo la protesta della famiglia di origine, la polizia di Lahore ha accolto, sia pur con ritardo, la formale denuncia, ma un tribunale di primo grado ha comunque affidato Maria al suo rapitore, accettando documenti falsificati che attestavano la sua maggiore età (18 anni).

Il caso ha avuto un seguito: i legali della famiglia hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale federale – saltando l’eventuale ricorso in appello, il secondo grado di giudizio – ma, sebbene la famiglia abbia fornito prove della minore età di Maria e della mancanza di consenso, la Corte ha confermato la decisione presa in primo grado, di fatto legittimando un matrimonio infantile.

Khalid Rehmat, neo arcivescovo di Lahore, come rappresentante della Chiesa cattolica in Pakistan, ha espresso la sua ferma condanna verso la decisione della Corte costituzionale. Il verdetto – ha precisato – rappresenta «un grave fallimento della giustizia», in quanto ha convalidato non solo la pratica del matrimonio precoce ma ha anche ratificato di fatto il rapimento e la conversione forzata all’islam di una ragazza.

Si tratta di una pericolosa «legittimazione del crimine», ha detto il monsignore, mettendo in guardia dalla tendenza a «legittimare abusi contro i minori e le minoranze religiose, incoraggiando i malintenzionati a compiere conversioni forzate e matrimoni infantili».
L’arcivescovo ha espresso la «profonda angoscia della comunità cristiana» e ha chiesto «maggiore protezione per la dignità umana, la libertà religiosa e i diritti delle persone vulnerabili in Pakistan», ribadendo la richiesta di «autentica giustizia».

La questione, ricordano gli esponenti cristiani, tocca concretamente la pratica della libertà di religione che in Pakistan è garantita dalla Costituzione (nella sua versione modificata nel 1973) ma che di fatto è limitata da leggi restrittive, discriminazioni sistemiche anche nelle istituzioni statali, ma anche dall’emergere di un radicalismo religioso che trova spazio nella vita pubblica e nella mentalità diffusa nella società, a scapito dei diritti di cittadinanza.

Per questo ci si appella alla «Commissione nazionale per i diritti delle minoranze», creata ufficialmente a dicembre del 2025, incaricata di tutelare i diritti delle comunità non musulmane in Pakistan, promuovendone i diritti sociali, economici, politici e legali.

di Paolo Affatato




Usa-Africa. Le mani sui minerali

Il 2 febbraio 2026, gli Stati Uniti hanno rivelato al mondo un nuovo colossale progetto per lo sfruttamento delle risorse minerarie africane. Il nome «Project Vault» è una chiara dichiarazione di intenti: in passato, nei vault (le casseforti, in italiano) erano immagazzinate le risorse più preziose, come l’oro.

Con uno stanziamento di 12 miliardi di dollari (dieci forniti dalla Us export-import bank e due da entità private), Washington mira a tornare al centro del settore minerario africano, dopo aver lasciato strada libera alla Cina negli ultimi anni. In gioco ci sono interessi di sicurezza nazionale, il controllo della catena di produzione e lavorazione di risorse al centro della transizione ecologica e lo scontro geopolitico nel continente.

L’avanzata cinese

Nel 2016, con la prima elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, Washington vendette molti dei propri asset minerari in diverse aree dell’Africa, in particolare nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). All’epoca, i prezzi dei minerali erano più bassi e la transizione ecologica non era ancora al centro dell’agenda politica mondiale. Dal canto suo, la Rdc era un’area instabile, dove investire era considerato rischioso e incerto.

E così mentre gli Stati Uniti decidevano di abbandonare un’area ricca di risorse, la Cina ne approfittava. Dall’accordo che il governo di Pechino ha siglato nel 2008 con l’allora presidente congolese Joseph Kabila, la Cina si è pian piano insinuata all’interno del settore minerario della Rdc. Negli anni, ha preso il controllo di aree strategiche come le miniere di cobalto dell’Haut-Katanga, ormai praticamente solo nelle mani delle sue aziende. Se la Rdc produce il 70% del cobalto mondiale, è chiaro che la Cina detiene un controllo enorme sull’estrazione di un minerale essenziale per la transizione ecologica.

Ma il predominio cinese va oltre: le aziende di Pechino controllano anche la maggior parte della raffinazione e dell’inserimento dei minerali all’interno dei prodotti industriali. Il Paese asiatico dunque è uno snodo cruciale, da cui passano inevitabilmente tutti i programmi di transizione ecologica, e con cui gli Stati Uniti, negli anni, si sono trovati a dover fare i conti.

La strategia statunitense

Il Project Vault nasce proprio da questo, con l’obiettivo di creare una filiera produttiva indipendente da Pechino. Il piano si articola in due blocchi centrali: i corridoi infrastrutturali e il controllo di chi estrae le risorse. A cui si aggiunge anche il tentativo di creare una filiera di lavorazione indipendente da quella cinese.

Primo tra tutti gli snodi logistici è il Corridoio di Lobito, una ferrovia che collega i giacimenti congolesi e zambiani al porto di Lobito in Angola, sull’Oceano Atlantico. E non a caso, a fine 2025, con un prestito di 553 milioni di dollari, la Us international development finance corporation ha raggiunto un obiettivo chiave per riabilitare la rete angolana e il terminal del porto, la cui capacità stimata è di 4,6 milioni di tonnellate di merci. Altrettanto strategico è il Liberty Corridor, una ferrovia controllata dalla statunitense Ivanhoe Atlantic e che collega le miniere di Nimba in Guinea a Didia, porto in acque profonde, in Liberia.

Ma se la maggior parte delle risorse che potrebbero percorrere il Corridoio di Lobito sono in mano alle aziende cinesi, allora diventa cruciale il secondo tassello del Project Vault. Ovvero il controllo dell’estrazione in loco, grazie all’acquisizione di quote all’interno di compagnie minerarie locali o all’ingresso di aziende di Washington nel mercato africano. Ad esempio, la statunitense Orion critical mineral consortium ha negoziato l’acquisizione del 40% degli asset congolesi della svizzera Glencore (una delle poche aziende non cinesi nell’Haut-Katanga). Oppure l’acquisizione della congolese Chemaf da parte dell’americana Virtus minerals.

Infine, il progetto, con l’obiettivo di contrastare il predominio di Pechino nella raffinazione dei minerali, punta anche a creare siti di lavorazione in Paesi partner o, più raramente, nei luoghi di estrazione.

Sempre le stesse logiche

Il progetto è nuovo, l’architettura vecchia. Ancora una volta, a essere al centro del tavolo sono gli Stati africani e le loro risorse. Ma sono concepiti unicamente come «oggetti» da sfruttare, al servizio della competizione geopolitica e degli interessi delle grandi potenze.

Mentre quest’ultime mascherano la propria corsa all’accaparramento delle risorse del Sud globale dietro a slogan altisonanti – oltre al Project Vault, esempi sono il Global gateway (piano infrastrutturale dell’Unione europea, dove il Corridoio di Lobito è centrale) e la Belt and road initiative (Bri, la nuova via della seta cinese) -, il risultato è sempre lo stesso. Tutte le ricchezze vengono drenate dal continente africano, ancora in forma grezza, per poi essere lavorate e sfruttate altrove. Lasciando, ancora una volta, l’Africa con poco o nulla.

Aurora Guainazzi




Mondo. La celebrazione dell’ipocrisia

Anche quest’anno, il 22 aprile, si celebra la «Giornata internazionale della Madre Terra». È nata nel 2009 da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quella data l’organo dell’Onu riconobbe che «la Terra e i suoi ecosistemi sono la nostra casa» nella convinzione che «per raggiungere un giusto equilibrio tra le esigenze economiche, sociali e ambientali delle generazioni presenti e future, sia necessario promuovere l’armonia con la natura e la Terra». Parole belle e assolutamente condivisibili, ma nella realtà totalmente disattese, nonostante i circostanziati allarmi lanciati da scienziati e ricercatori.

Secondo Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, febbraio 2026 è stato il quinto febbraio più caldo a livello globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 13,26 °C ovvero 0,53 °C al di sopra della media del periodo 1991-2020, mentre marzo 2026 è stato il quarto marzo più caldo.

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental panel on climate change, Ipcc), prestigioso organismo delle Nazioni Unite, ha quasi perso le speranze di limitare l’aumento delle temperature globali a più 1,5 gradi centigradi, come previsto dall’Accordo di Parigi del 2015.

Ghiacci in Groenlandia e i loghi di Copernicus, dell’Ipcc e dell’«Heartland Institute», centro studi negazionista degli Usa. (Immagine William Bossen – Unsplash)

Anche gli ambiziosi obiettivi previsti dal «Green deal» dell’Unione europea – come la drastica riduzione delle emissioni di gas serra – paiono essere passati in secondo piano davanti alle contingenze dettate dalla geopolitica (dazi Usa e competizione internazionale).

Inoltre, in questa complessa situazione ambientale e climatica si è anche inserita una variabile aggiuntiva: le nuove guerre in Ucraina, Gaza, Libano, Iran. Ha giustamente osservato Verdiana Franza sul sito di Duegradi: «Fare la guerra vuol dire fare la guerra all’ambiente. I bombardamenti inquinano aria, suoli e falde acquifere perché le munizioni contengono metalli pesanti e gli edifici distrutti rilasciano materiali pericolosi come amianto, sostanze chimiche, carburanti. I danni per la salute umana e ambientale si manifestano subito, ma anche dopo anni».

A fronte di un quadro siffatto il fronte negazionista rimane forte, avvallato da numerosi governi sovranisti e dal potere economico legato ai combustibili fossili. Due esempi tratti dalla quotidianità. Lo scorso 8 aprile, a Washington, si è tenuto un convegno dell’Heartland institute, influente centro studi (think tank) statunitense del negazionismo climatico. La tesi proclamata è stata che «la crisi climatica non esiste», come sostenuto dal presidente Donald Trump («is a hoax», è una bufala).

Il negazionismo climatico su due quotidiani italiani.

Anche in Italia le fake news sull’ambiente e sul clima sono all’ordine del giorno, diffuse in maniera capillare attraverso i social o i media tradizionali. A inizio anno, la prima pagina del quotidiano La Verità ha pubblicato un articolo con questo titolo: «La temperatura del pianeta è diminuita di quasi un grado». La scorsa estate un altro quotidiano, Libero, ha pubblicato due articoli sotto questo titolo sarcastico: «I colpi di sole degli ambientalisti».

Insomma, l’ipocrisia della politica e la diffusione del negazionismo rendono la giornata della Terra una celebrazione carica di tristezza e di speranze deluse.

Paolo Moiola




Perù. Keiko Fujimori tira la volata

Al momento, c’è una sola certezza: le elezioni peruviane dello scorso 12 aprile sono state un disastro organizzativo. Tanto che le autorità governative sono state costrette a prorogare di un giorno la consultazione perché migliaia di cittadini non hanno potuto adempiere all’obbligo del voto a causa della mancata consegna del materiale elettorale.

Alcuni numeri fotografano bene l’evento: 27 milioni di aventi diritto, 35 candidati alla presidenza della Repubblica, 37 partiti che si contendono gli scranni del Congresso (i 60 del Senato e 130 della Camera). E sono proprio le modifiche apportate a quest’ultimo che hanno sollevato polemiche e accuse, visto che, dal 28 luglio 2026, esso passerà da una a due camere. Una di queste, il Senato, rivestirà un ruolo di assoluto rilievo considerato che non potrà essere sciolto dal presidente della Repubblica.

Una prerogativa in meno per una carica che esemplifica la difficile situazione politica vissuta dal Paese andino: in soli dieci anni si sono succeduti ben otto presidenti. L’ultimo a concludere il mandato di cinque anni previsto dalla Costituzione è stato Ollanta Humala (2011-2016), attualmente in carcere per scontare una condanna di 15 anni per corruzione.

Il 7 giugno si terrà il ballottaggio perché nessuno dei candidati alla presidenza ha ottenuto il 50 per cento. Anzi, tutti hanno avuto risultati numericamente miseri. La sola a staccarsi – ma con soltanto il 17 per cento delle preferenze – è stata Keiko Fujimori, leader di «Fuerza popular», partito della destra populista. La figlia di Alberto Fujimori, ex presidente e dittatore pluricondannato, scomparso nel 2024, ha avuto svariati problemi con la giustizia peruviana. Tuttavia, è molto conosciuta nel Paese anche perché è giunta alla sua quarta partecipazione (con tre sconfitte al ballottaggio).  

Rafael López Aliaga (a sinistra) e Roberto Sánchez (a destra) si sono contesi il ruolo di sfidante di Keiko Fujimori al ballottaggio del 7 giugno prossimo.

La lotta per il secondo posto è stata incertissima fino all’ultimo con distacchi minimi tra i candidati. Alla fine, l’ha spuntata un candidato di sinistra, Roberto Sánchez. Leader di «Juntos por el Perú», ex ministro del Turismo, laureato in psicologia, Sánchez è un congressista uscente senza meriti particolari. Ha battuto per un soffio – 12,00 per cento contro 11,90 (soltanto 6mila voti di differenza) – l’imprenditore Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima, leader di «Renovación popular», partito di estrema destra. Aliaga ha gridato ai brogli, ma senza fornire alcuna prova. Tuttavia, ad oggi – 17 aprile – il conteggio dei voti non è ancora definitivo. Keiko Fujimori ha espresso apprezzamento verso Aliaga, probabilmente per ingraziarsi i suoi elettori in vista del secondo turno.

Per la leader fujimorista, Roberto Sánchez rappresenta un candidato difficile non tanto per le sue qualità, ma perché di solito, nel momento decisivo, il vasto fronte anti fujimorista si compatta attorno al candidato antagonista. Keiko Fujimori lo ha già sperimentato sulla propria pelle per ben tre volte.

César Hildebrandt, forse il più noto giornalista peruviano, ha così commentato: «Il secondo turno sarà con il naso tappato. Un’altra volta. Per l’ennesima volta».

Paolo Moiola




Usa-Rdc. Respingimenti intercontinentali

Pochi giorni fa, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) si è aggiunta alla ormai lunga lista di Paesi africani – tra cui Rwanda, Eswatini e Sud Sudan – che hanno siglato accordi con l’amministrazione di Donald Trump per ricevere migranti espulsi dagli Stati Uniti e che non possono rientrare nei Paesi di origine (soprattutto per il rischio di persecuzioni o per l’assenza di accordi diplomatici).

Il testo dell’intesa – che dovrebbe diventare operativa a fine aprile 2026 – non è stato diffuso. Tuttavia, il Governo congolese ha assicurato che la ricezione dei deportati – per la cui accoglienza sono già stati individuati degli edifici alla periferia di Kinshasa – non impatterà sulle casse pubbliche: gli Stati Uniti forniranno tutto il supporto logistico e finanziario necessario.

L’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori è infatti una politica su cui il Governo di Trump sta investendo sempre di più. A tal punto che, secondo un’indagine della Commissione per le relazioni estere del Senato statunitense, l’amministrazione avrebbe già sborsato 40 milioni di dollari per deportare circa 300 persone.

Deportazioni che violano i diritti umani

Tuttavia, questi accordi – tra i quali rientra anche quello siglato dal Regno Unito con il Rwanda nel 2024 – violano i diritti umani. In particolare, il principio di non respingimento, sancito dal diritto internazionale.

Nel caso statunitense, inoltre, molti migranti, quando sono deportati, in realtà hanno ancora delle richieste di asilo aperte negli Stati Uniti. In altri casi, invece, gli atti di deportazione, il più delle volte respinti dalle Corti d’appello, sono approvati con l’intervento della Corte suprema (i cui giudici sono a maggioranza repubblicana).

A ciò si aggiunge la denuncia di due Ong per i diritti umani (Us committee for refugees and immigrants e Human rights watch) che hanno sottolineato che i migranti non hanno la possibilità di scegliere la loro destinazione. Cosa che mette a repentaglio il principio del non-refoulement, che vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali rischiano persecuzioni o trattamenti inumani (categoria in cui sono annoverati molti Paesi africani).

Cosa dice l’opposizione congolese

Il Governo di Kinshasa ha sottolineato che l’accordo si «inserisce nel quadro degli impegni regionali e internazionali per la garanzia dei diritti dei migranti e riflette l’impegno dello Stato congolese nella tutela di dignità umana e solidarietà internazionale».

Ma, dall’altro lato, diverse organizzazioni della società civile congolese hanno criticato l’intesa, a partire dalla sua scarsa trasparenza. In un comunicato congiunto, alcune associazioni (tra cui Filimbi, punto di riferimento per la società civile locale) hanno denunciato che «la vera dignità è proteggere i milioni di congolesi sfollati nell’Est e che da anni attendono una protezione effettiva da parte dello Stato. Prima di accogliere i deportati da una potenza straniera, il Governo deve fare il proprio dovere nei confronti del suo popolo». Secondo le Nazioni Unite, infatti, nella Rdc oggi ci sono nove milioni di sfollati (di cui cinque milioni nell’Est) e un ulteriore milione di persone si è rifugiato nei Paesi vicini.

Invece, Lucha, una delle maggiori realtà della società civile congolese, ha affidato la sua denuncia al quotidiano locale Le Potentiel: «La vera solidarietà internazionale significa rifiutarsi di essere complice delle politiche xenofobe e disumanizzanti di un Governo straniero. La Rdc non onora i suoi impegni umanitari fungendo da discarica per le deportazioni di massa dell’amministrazione Trump. Lo fa difendendo, sulla scena africana e globale, un diritto alla migrazione basato su dignità, consenso e giustizia e non sulle dinamiche di potere tra Stati ineguali».

Intrecci geopolitici

Ma la questione non è solo la deportazione dei migranti. L’accordo si inserisce in un progetto più ampio di rafforzamento dei rapporti tra Usa e Rdc. Una strategia da cui entrambi i Paesi sperano di guadagnare qualcosa.

La Rdc vuole rafforzare posizione internazionale e potere negoziale (soprattutto nei confronti del Rwanda nell’Est). Oltre a mantenere buoni rapporti con una potenza mondiale, in un’epoca storica in cui restrizioni ai visti, dazi e cancellazione degli accordi commerciali sono diventati il linguaggio abituale di Washington nei confronti del continente africano.

Dall’altro lato, gli Usa sono intenzionati a sviluppare strategie sempre più ferree di controllo delle frontiere e dei flussi. Ma hanno anche messo gli occhi sui minerali congolesi e, da tempo, lavorano sottotraccia per aprire spazi di investimento e profitto per le proprie aziende.

Questo accordo, quindi, non è altro che uno dei tanti tasselli di un complesso intreccio tra sicurezza, diritti umani e geopolitica.

Aurora Guainazzi




Medio Oriente. Il calcio sconfiggerà la guerra?

Lo scorso 1° aprile a Monterrey, in Messico, la nazionale di calcio dell’Iraq ha battuto per 2 a 1 la Bolivia. L’Iraq è così diventata la 48esima e ultima squadra a qualificarsi per i mondiali che si terranno in Messico, Canada e Stati Uniti tra giugno e luglio.

Nel giorno della vittoria, migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale Baghdad per festeggiare la vittoria e una qualificazione che mancava da quasi quarant’anni.

Il successo calcistico è avvenuto in un momento molto delicato per il Paese, coinvolto suo malgrado nella guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Ne è rimasta coinvolta anche la squadra irachena che ha raggiunto il Messico, sede della partita decisiva, dopo un viaggio di tre giorni, durante il quale alcuni suoi giocatori sono stati costretti a percorrere via terra parte del tragitto a causa della sospensione dei voli aerei a seguito del conflitto.

Il principale leader sciita dell’Iraq, Muqtada al-Sadr. Nel Paese gli sciiti sono in maggioranza. (Screenshot)

Essendo a maggioranza sciita (55-60 per cento della popolazione), l’Iraq è considerato vicino all’Iran, pur con vari contrasti al proprio interno. Tale vicinanza è stata confermata lo scorso 4 aprile quando migliaia di sciiti iracheni – seguaci di Muqtada al-Sadr, leader del «Movimento sadrista», forte partito d’opposizione – si sono radunati a Baghdad e in altre città per protestare verso la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro Teheran. Va anche ricordato che alcune milizie sciite fortemente antiamericane – come «Kataib Hezbollah» e «Harakat al-Nujaba» – hanno sempre rifiutato di disarmarsi.

Quanto alla nazionale di calcio iraniana, questa si era qualificata per il campionato mondiale americano già un anno fa. Da allora la situazione del Paese è però precipitata culminando nella guerra in corso dal 28 febbraio e producendo conseguenze anche sullo sport. 

Prima di una partita amichevole ad Antalya, in Turchia, i giocatori della nazionale iraniana mostrano foto degli scolari uccisi da un attacco di Usa-Israele. (Screenshot)

Lo scorso 31 marzo, ad Antalya, in Turchia, prima di una partita amichevole e davanti al presidente della Fifa, Gianni Infantino (grande amico di Trump), la squadra iraniana ha protestato contro gli attacchi militari di Stati Uniti e Israele mostrando zaini per bambini e foto di vittime della guerra durante l’esecuzione degli inni nazionali.

A metà marzo, il presidente Trump aveva detto che l’Iran farebbe bene a non partecipare ai mondiali per la sua stessa sicurezza. Un avvertimento minaccioso come nella consuetudine del tycoon. Dopo che si era ipotizzato prima un ritiro della squadra e poi il trasferimento delle partite dell’Iran in Messico, è intervenuta la Fifa, organizzatrice della manifestazione, per confermare partecipazione e programma della squadra iraniana.

Al momento, tuttavia, non esiste una certezza assoluta sulla sua presenza al mondiale visto l’imperversare del conflitto nell’area mediorientale. E vista l’imprevedibilità del presidente americano che potrebbe negare alla delegazione iraniana l’ingresso negli Stati Uniti. La speranza è che lo spirito dello sport prevalga sulle conseguenze della guerra e che l’Iran possa partecipare regolarmente ai mondiali. Nonostante Trump.

Paolo Moiola




Italia. Firmare per una difesa civile e nonviolenta

Si può mettere una firma entro il 15 settembre 2026 (meglio se lo facciamo subito) per iniziare a dare corpo a «un’altra difesa» civile e nonviolenta.

Il 16 marzo scorso, infatti, i promotori della campagna «Un’altra difesa è possibile» hanno depositato in cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un «Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta», e la raccolta delle 50mila firme necessarie – per l’avvio della discussione in Parlamento – è già iniziata.

Non di sole armi

La violenza è la malattia degenerativa del conflitto, la patologia delle normali dinamiche di relazioni (tra persone, Paesi, generazioni, generi, classi sociali, e così via).

Così come per stare in salute non ci basta il pronto soccorso, ma abbiamo bisogno di un sistema organizzato di prevenzione e di cura dei corpi, anche per la pace non basta mettere le toppe quando scoppia la violenza (intervenendo con le armi, o protestando contro gli interventi armati), ma c’è bisogno di organizzare corpi civili di difesa popolare nonviolenza, c’è bisogno di costruire attivamente – con strutture e soldi pubblici – una cultura della pace, e politiche di prevenzione, mediazione, giustizia, coesione sociale, cooperazione.

È necessario affiancare al super finanziato comparto militare della Difesa un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta perché i cittadini abbiano gli strumenti per difendersi (senza armi) da eventuali aggressioni.

Nuova tappa di un lungo cammino

La proposta, depositata alla Corte di cassazione da tre reti della società civile (Rete italiana pace e disarmo, Sbilanciamoci! e Conferenza nazionale enti di servizio civile), rappresenta «un nuovo e più determinato capitolo di una storia che dura da oltre un decennio», si legge sul sito di Rete italiana pace e disarmo.

«Nel luglio 2014 – è spiegato – venne depositato per la prima volta in Cassazione il testo della proposta, ora aggiornata, e nel maggio 2015 […] vennero consegnate alla Camera dei deputati oltre 53mila firme. Nel luglio 2017 poi la proposta venne incardinata e calendarizzata in sede di discussione congiunta delle commissioni Affari costituzionali e Difesa della Camera (risultato definibile come storico) ma senza mai giungere all’approvazione definitiva. La Campagna non si è mai fermata: petizioni al Parlamento, incontri istituzionali, mobilitazioni territoriali hanno tenuto viva l’istanza fino ad oggi».

Più avanti, poi, si spiega che la Campagna stessa, lanciata nel 2014, «affonda le radici ben più in profondità: è l’erede di decenni di azioni per l’obiezione di coscienza al servizio militare e delle lotte di quanti hanno pagato di persona il rifiuto delle armi, aprendo la strada al riconoscimento giuridico dell’obiezione e poi del Servizio civile. Quella stessa tradizione di resistenza nonviolenta chiede oggi di compiere un passo ulteriore: non limitarsi a obiettare individualmente, ma dotare la Repubblica di una struttura pubblica, stabile e finanziata, capace di praticare e promuovere la difesa della Patria con strumenti civili e non armati».

Nel solco della Costituzione

«La proposta – prosegue Rete italiana pace e disarmo – istituisce presso la presidenza del Consiglio dei ministri un «Dipartimento dedicato alla difesa civile, non armata e nonviolenta», riconosciuta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, in attuazione degli Articoli 2, 11 e 52 della Costituzione e nel solco della sentenza della Corte costituzionale n. 164 del 1985 che ha riconosciuto l’esistenza di forme “civili” di difesa della patria. Il Dipartimento andrebbe a coordinare i corpi civili di pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo operando in sinergia con il sistema di protezione civile e il Servizio civile universale».

Nel testo della proposta di legge, le risorse finanziarie per questo nuovo Dipartimento arriveranno da un fondo nazionale alimentato dalla Legge di bilancio e dallo strumento del 6 per mille dell’Irpef (analogo a quello dell’8 o del 5 per mille) da destinare esplicitamente, in sede di dichiarazione dei redditi, al fondo stesso.

Come firmare

Per fare in modo che la proposta giunga in Parlamento e sia discussa ed eventualmente approvata, è necessario raccogliere 50mila firme entro il 15 settembre.

Ogni cittadino può firmare in tutta Italia in diversi modi: cercando i banchetti degli enti promotori in piazze, eventi locali, sedi Arci o parrocchie, anche tramite i loro siti web e i profili social, oppure presso le segreterie comunali.

Una terza possibilità è la firma online tramite il portale apposito della Presidenza del Consiglio dei ministri, autenticandosi con Spid o Cie.

«Invitiamo tutte le cittadine e i cittadini, le associazioni, le comunità locali e le realtà della società civile a unirsi a questa mobilitazione – conclude il comunicato di Rete italiana pace e disarmo -. Firmare questa proposta significa scegliere di difendere la Patria con la nonviolenza come la Costituzione già prevede, e come la storia ci insegna che è possibile».

Luca Lorusso

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Mondo. La schiavitù non si dimentica

Nell’agosto del 1619 la nave inglese «White Lion» approdò a Point Comfort, sulla punta meridionale della penisola della Virginia, negli attuali Stati Uniti d’America. Aveva a bordo venti schiavi neri, probabilmente angolani.

L’evento segnò l’inizio dello schiavismo transatlantico, una pratica che avrebbe caratterizzato il mondo occidentale per circa 400 anni coinvolgendo tra i 12 e i 15 milioni di africani (a cui vanno aggiunti i milioni morti durante i sequestri e le traversate).

Nel 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite decise di dichiarare il 25 marzo di ogni anno «Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi». L’organo dell’Onu scelse quella data perché il 25 marzo del 1807 il Parlamento britannico aveva approvato una legge che proibiva la tratta transatlantica delle persone ridotte in schiavitù. La legge inglese costituì una svolta fondamentale nel circuito (legale) del traffico, anche se non determinò l’abolizione della schiavitù, che continuò per decenni in diverse regioni del mondo.

L’Unione africana ha dichiarato il periodo 2026-2035 «Decennio di azione per le riparazioni» e il Ghana è in prima linea in questa iniziativa. Molte navi negriere partirono, infatti, dalle coste di quel Paese.

Per questo, in occasione della ricorrenza di quest’anno, il presidente ghanese John Dramani Mahama ha promosso una risoluzione nella quale si esortavano gli Stati membri delle Nazioni Unite a scusarsi per la tratta degli schiavi e a contribuire a un fondo di risarcimento.

«Non esiste nulla come la schiavitù – ha detto all’inizio del suo discorso Mahama -. Ci sono stati esseri umani che sono stati trafficati e poi ridotti in schiavitù da persone che credevano di poterli possedere come merce, come loro proprietà personale».

Mahama ha fatto un lungo excurus storico ricordando le date principali dello schiavismo e non ha lesinato accuse agli Usa.

Dipinto di schiavi africani al lavoro (immagine British Library – Unsplash).

«Negli Stati Uniti – ha detto -, i corsi di storia afroamericana vengono eliminati dai programmi scolastici; le scuole sono obbligate a smettere di insegnare agli studenti la schiavitù, la segregazione e il razzismo nei corsi di storia americana».

L’Assemblea generale Onu ha, quindi, riconosciuto lo schiavismo delle persone africane come crimine contro l’umanità: 123 paesi hanno votato a favore, 52 si sono astenuti (tra i quali anche l’Italia, la Gran Bretagna e i paesi dell’Unione europea, diversi dei quali direttamente responsabili della tratta di schiavi) e soltanto 3 si sono opposti, Stati Uniti, Israele e Argentina.

Dan Negrea, rappresentante degli Stati Uniti, ha definito la risoluzione dell’Onu «altamente problematica», accusando inoltre i promotori di mettere in dubbio il sostegno del presidente Trump agli elettori afroamericani negli Stati Uniti. «Il presidente Trump – ha sostenuto – ha fatto più per gli afroamericani di qualsiasi altro presidente. Sta lavorando instancabilmente per il loro bene».

Le votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sono poco più che simboliche e senza conseguenze pratiche. Quella dello scorso 25 marzo, però, ha evidenziato una volta di più quanto gli Stati Uniti di Trump e Israele di Netanyahu (in questo caso, affiancati dalla disastrata Argentina di Milei) si siano allontanati dall’idea occidentale dei diritti umani.

Paolo Moiola




Il clima non è democratico

I paesi del Nord Europa sono spesso citati come modelli, anche per l’attenzione ad ambiente e sostenibilità. Oslo non fa eccezione, eppure anche lì i cambiamenti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. I quartieri più poveri hanno meno accesso agli spazi verdi e si trovano più lontani dall’acqua. Non è un dettaglio secondario, dato che la vicinanza a questi elementi determina la qualità dell’aria, la temperatura percepita e la salute di chi ci vive. I dati mostrano quanto questa distribuzione sia tutt’altro che casuale: a Oslo, un aumento di tremila dollari nel reddito annuo corrisponde mediamente a un aumento del 10% nella disponibilità di spazi verdi nel proprio quartiere. In altre parole, il verde urbano, una delle principali difese contro caldo e inquinamento, si distribuisce seguendo il reddito.

Il conto che pagano gli altri
Nel 2026, secondo Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito il proprio budget annuale di emissioni di carbonio (la quantità di CO₂ che può essere emessa per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°) dopo soli dieci giorni dall’inizio dell’anno. Lo 0,1% più ricco lo aveva già fatto il 3 gennaio. Eppure chi contribuisce di più al problema è anche chi ha più risorse per proteggersi dalle sue conseguenze.
Le emissioni dei più ricchi non sono solo un problema ambientale, ma anche economico e umano. Tra il 1990 e il 2050 le emissioni di consumo dell’1% più ricco del mondo stanno causando danni economici globali per decine di trilioni di dollari, concentrati soprattutto nei paesi a reddito basso e medio basso. La cifra è pari a circa tre volte i finanziamenti climatici trasferiti ai Paesi più poveri negli ultimi trent’anni. Solo quattro anni di emissioni dell’1% più ricco sono sufficienti a causare milioni di morti in eccesso per caldo nel corso del secolo, il 78% nei paesi poveri, dove chi muore è anche chi ha emesso meno.
La disparità tra Nord e Sud del mondo è forse la più evidente, ma il principio vale ovunque. I cambiamenti climatici colpiscono più duramente chi vive già in condizioni di vulnerabilità: donne, bambini, anziani, famiglie in povertà, persone migranti. Le disuguaglianze preesistenti amplificano i rischi climatici e questi, a loro volta, aggravano le disuguaglianze.
Vale anche in Europa. I paesi dell’Europa orientale e meridionale sono più esposti all’inquinamento da particolato e ozono, dipendono di più dai combustibili fossili e registrano rischi di mortalità da inquinamento più alti. In molte di queste regioni, dove i redditi sono più bassi e la disoccupazione più alta, le famiglie faticano anche a permettersi abitazioni adeguatamente riscaldate o raffreddate, proprio dove le temperature estreme sono più frequenti. Anche all’interno delle città più ricche, le comunità più svantaggiate vivono più vicino alle fonti di inquinamento, come strade trafficate e industrie. Chi ha meno reddito ha anche meno voce in capitolo su dove vivere, lavorare o mandare i figli a scuola. Il risultato è una concentrazione sistematica di anziani, bambini e famiglie in difficoltà nelle aree più esposte, con meno risorse per proteggersi.

Due casi concreti
Non è quindi solo una questione di dove si vive, ma anche di chi si è. Uno studio condotto nei Paesi Bassi su oltre 17 milioni di persone ha mostrato che i gruppi etnici minoritari sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico più alti rispetto alla popolazione di origine olandese, e che questa disparità persiste nelle aree rurali e anche a parità di posizione socioeconomica. Quindi, l’appartenenza a una minoranza etnica è di per sé un fattore di rischio ambientale, indipendentemente dal reddito.
A Londra, il problema dell’inquinamento dell’aria non finisce quando si chiude la porta di casa. Nei quartieri più poveri le concentrazioni di biossido di azoto sono più alte, anche perché le abitazioni a basso reddito si trovano più vicine alle strade trafficate. Chi vive in appartamenti piccoli e poco ventilati accumula livelli più alti di inquinanti e, trascorrendo più tempo in casa per disoccupazione, insicurezza percepita o mancanza di alternative, ne è anche più esposto. Bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari sono i più colpiti. I ricercatori chiamano questo meccanismo «triple jeopardy»: più esposti all’inquinamento, più vulnerabili ai suoi effetti e meno in grado di proteggersi. Un circolo che difficilmente si spezza con i soli comportamenti individuali, quando sono le condizioni strutturali a determinarlo.

Chi sopravvive all’estate
Le ondate di calore sono la principale causa di morte legata al clima in Europa. Nell’estate del 2025, in soli dieci giorni, il caldo ha ucciso 2.300 persone in 12 grandi città europee. L’88% ha riguardato persone over 65. Secondo uno studio, circa due terzi dei decessi sono attribuibili al cambiamento climatico: senza il riscaldamento globale prodotto dalla combustione di combustibili fossili, molti di loro sarebbero sopravvissuti.
Anche dentro le cifre si nasconde una geografia della disuguaglianza. Nella stessa estate, il quartiere di Puente de Vallecas di Madrid, uno dei più poveri della città, ha registrato temperature stradali di oltre 41°. A poche centinaia di metri, dove una fila di gelsi ombreggiava il marciapiede, si scendeva a 38°. Non è una coincidenza che il quartiere più povero abbia anche meno alberi: dal 2019 ne ha persi oltre 1.300, mentre la crescita del verde urbano si è concentrata nei quartieri a reddito medio alto. A questo si aggiunge che molte famiglie non possono permettersi l’aria condizionata.
La crisi climatica non colpisce a caso, ma lungo le linee già tracciate dalla disuguaglianza. Ridurre le emissioni è necessario, ma senza affrontare le fratture delle nostre società, continueremo a proteggere alcuni e a esporre altri. Combattere le disuguaglianze potrebbe non salvare solo le persone, ma anche essere una condizione per salvare il pianeta.

Eva Castelletti




Taiwan-Cina. Acqua calma nello Stretto

In una conferenza stampa, il 30 marzo, Cheng Li-wun, la presidente del partito Kmt (Kuomintang, l’ex partito unico di Chang Kai-shek), ha dichiarato di aver accettato con entusiasmo l’invito del presidente cinese Xi Jinping a guidare una delegazione in visita alla Repubblica popolare cinese (Rpc). Come riporta il Taipei Times, Cheng ha detto che spera di promuovere sviluppi pacifici nelle relazioni intra stretto che portino a stabilità nello Stretto di Taiwan. Il braccio di mare che separa l’isola dal continente, con una larghezza minima di circa 130 km, è presentato dagli analisti come un punto nevralgico della geopolitica mondiale e, talvolta, dai media internazionali, come luogo più pericoloso del mondo.

Il Kmt, attualmente all’opposizione, ha posizioni più filocinesi e meno autonomiste rispetto al Partito democratico progressista (Pdd), dell’attuale presidente Lai Ching-te, in carica dal maggio 2024.

Avvicinare le due sponde

La visita della delegazione è quindi da inquadrare in una strategia di Xi di avvicinamento soft tra le due sponde, in vista della riunificazione agognata da Pechino.

Cheng ha detto di voler migliorare le relazioni intra stretto basandosi sul cosiddetto «consenso del 1992». A fine ottobre quell’anno i delegati della Repubblica popolare (del Partito comunista cinese, Pcc) e quelli della Repubblica di Cina (del Kmt)), incontratisi a Hong Kong definirono il principio di «unicità della Cina», valido per entrambi i lati dello stretto. Di fatto, ognuna delle due parti riconosceva una sola Cina, ma ogni soggetto gli attribuiva un significato diverso. Il «consenso» è tuttora valido e spesso richiamato.

Il presidente e segretario generale del Pcc, Xi Jinping, ha invitato la delegazione del Kmt a visitare le città di Jiangsu, Shanghai e Beijing (Pechino) tra il e 7 e il 12 aprile. Un invito che vuole promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni Pcc-Kmt e intra stretto, ha affermato il direttore dell’Ufficio per gli affari taiwanesi di Pechino, Song Tao.

Il 14-15 maggio, sarà la volta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a volare in Cina su invito di Xi Jinping.

Marco Bello