Venezuela e Stati Uniti agli sgoccioli

Nelle ultime settimane, la marina militare degli Stati Uniti ha silurato e affondato quattro pescherecci venezuelani con un conto di 21 vittime civili, etichettate da Washington come «narcoterroristi» che, secondo la versione statunitense, stavano trasportando carichi di droga verso il Nord America.

Il bombardamento, che rientra nella dichiarata guerra statunitense ai cartelli del narcotraffico, è avvenuto nelle acque internazionali di fronte al Venezuela, dove, a partire da fine agosto, gli Stati Uniti hanno lanciato un’ampia operazione militare con il dispiegamento di tre cacciatorpediniere dotati di missilistica, aerei militari e sommergibili.

Questa azione verso dei civili di cui non è stato appurata la collusione con il narcotraffico ha portato a un’escalation senza precedenza della storica e continua ostilità tra Stati Uniti e Venezuela. Il presidente Nicolas Maduro si sente minacciato dall’affollamento militare delle acque davanti alle coste del suo paese e ha dichiarato che se Washington attaccherà, allora il Paese del petrolio risponderà. Nel frattempo, ha rafforzato i controlli alle frontiere e mobilitato oltre quattro milioni di membri della Milizia nazionale.

Lotta al narcotraffico o a Maduro?

Dietro infatti al dispiegamento del contingente militare statunitense nel mar dei Caraibi si nasconderebbe l’ipotesi che, oltre alla guerra al narcotraffico, Trump punti a colpire il Venezuela per generare un cambio politico, attraverso la cattura di Maduro che considera il «più grande narcotrafficante del mondo», e su la cui testa ha emesso una taglia da 50milioni di dollari.

Da parte sua, Caracas ha dichiarato che l’intento del governo di Trump sarebbe quello di eliminare l’attuale presidente per creare un governo fantoccio, facilmente manovrabile, che permettesse agli Stati Uniti di accedere alle risorse naturali del Venezuela.

Maduro è inviso a buona parte della popolazione e anche della comunità internazionale, che lo accusano di brogli elettorali, corruzione e isolamento politico, e, di fatto, avrebbe portato il paese al collasso economico. Nonostante ciò, l’offensiva degli Stati Uniti è stata vista con grande preoccupazione da esperti di diritti umani e da 62 Ong, tra cui Oxfam e Human rights first. Queste, martedì 8 ottobre, hanno inviato una lettera aperta al Congresso degli Stati Uniti, per fermare la campagna militare di Trump nel mare dei Caraibi che potrebbe innescare una guerra senza precedenza in Venezuela o in tutta la regione.

Il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha condannato l’attacco missilistico definendolo un vero e proprio «assassinio» e ricordando che la guerra al narcotraffico dovrebbe basarsi sull’arresto e non sull’uccisione di chi trasporta i carichi di droga. Ha inoltre sottolineato come non sia la cupola del narcotraffico a occuparsi del trasporto, ma persone giovani in condizione di grave povertà che accettano di fare i corrieri per pochi soldi. Per questo motivo, ha spiegato Petro, un attacco militare in mare non rappresenta un valido strumento per smantellare un cartello e tanto meno il narcotraffico.

A fare eco al presidente colombiano è Clacso, il Consiglio latinoamericano di scienze sociali, che ha espresso la sua profonda preoccupazione per un’offensiva in acque internazionali contro navi che non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti. Il Consiglio ha dichiarato: «Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione di fronte alle azioni militari del governo degli Stati Uniti nelle acque dei Caraibi, che dimostrano la chiara intenzione di ottenere una posizione geopolitica per il controllo delle risorse strategiche della regione dei Caraibi e dell’America Latina».

Uccidere civili in mare (o in terra) è un atto criminale.

L’offensiva navale statunitense crea un precedente importante nella storia alla lotta contro i cartelli del narcotraffico e solleva molti dubbi legali.

In primo luogo, secondo la convezione Onu sul diritto del mare, non è consentito attaccare una barca in acque internazionali, a meno che lo scontro non sia iniziato in acque territoriali di un paese e si sia poi spostato al largo.

In secondo luogo, anche se le persone a bordo fossero state – dato non appurato – coinvolte nel traffico di droga, l’uso della forza letale non è giustificabile perché esse non hanno attaccato e quindi non rappresentavano un pericolo immediato per i militari statunitensi, per cui non sussiste l’attenuante della legittima difesa. Uccidere dei civili senza provare la loro collusione con il crimine organizzato è una vera e proprio esecuzione extragiudiziale, ma anche se fossero stati collusi, si tratterebbe comunque di un uso eccessivo e non proporzionato della forza.

Per agire nel rispetto del diritto, gli Stati Uniti avrebbero dovuto aspettare che le barche entrassero nelle acque di propria giurisdizione e a quel punto avrebbero potuto intervenire senza ricorrere a misure letali.

Il Nobel che piace a Trump

Nella giornata di oggi, 10 ottobre, è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione in Venezuela, con la seguente motivazione: «Per il suo instancabile lavoro a favore dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia».
Machado, figura molto amata da una parte significativa della popolazione venezuelana, si è battuta per libere elezioni e ha denunciato in più occasioni le violazioni dei diritti umani e la repressione del dissenso da parte del Governo bolivariano che l’ha colpita personalmente. È’ stata infatti esclusa dalle elezioni e durante un comizio proprio dopo le votazioni del 2025 è stata fermata e brevemente detenuta. Da allora vive in luogo segreto fuori dal paese.
Sostenuta dagli Stati Uniti, che attraverso la voce di Marco Rubio l’hanno definita «la dama d’acciaio del Venezuela», la decisione di assegnare a María Corina Machado il Nobel in questo momento assume un forte valore simbolico. Allo stesso tempo, però, potrebbe contribuire a influenzare l’opinione pubblica internazionale e legittimare un eventuale intervento armato degli Stati Uniti in Venezuela che con la scusa di instaurare un governo «democratico», di fatto imporrebbe una sua ingerenza nella politica venezuelana, giustificando anche la violazione dei diritti umani che si sta già verificando nel Mar dei Caraibi.

Simona Carnino




Torino. È iniziato il Festival del mondo missionario

È iniziato ieri, a Torino, il terzo Festival della missione: quattro giorni di incontri, dibattiti, laboratori, mostre, musica e teatro tra piazza Castello, la chiesa barocca di San Filippo Neri, di fronte al Museo egizio, e la Facoltà teologica in via XX settembre, a due passi dal Duomo.

Dopo la conferenza stampa di presentazione e le «Anteprime» tenutesi tra il 19 settembre e il 3 ottobre, dedicate ad Haiti, al Congo Rd, ai temi della speranza e della pace, della giustizia riparativa e delle periferie urbane e sociali (come quella di Brancaccio, Palermo), il Festival si è aperto ieri con un «Pellegrinaggio laico».

Un buon numero di persone si è radunato in sette punti simbolici della città (l’ex carcere Le Nuove, l’Università, Porta Palazzo, la piazza multietnica di Torino, e altri), per convergere fino alla Chiesa di San Filippo Neri, il luogo dove si terranno anche oggi e nei prossimi giorni, gli incontri più importanti in programma.
I partecipanti hanno raggiunto la chiesa portando, come dice il programma del Festival, «storie di migrazione, educazione mancata, dipendenze, reclusione, abbandono e solitudine», e le hanno consegnate al pubblico numeroso che gremiva la navata. Favour ha raccontato la propria storia di ragazza migrata in Italia, attraverso il Mare Mediterraneo, dalla Nigeria; Roberto la sua storia di delinquenza seguita da anni di carcere; Miranda il suo impegno come psicologa impegnata nell’educativa di strada a Torino per accompagnare ragazzi e giovani; Stefano, uomo quasi sessantenne, la sua storia di dipendenza dall’eroina; Valentina la sua condizione di donna affetta dalla sindrome di Asperger. Infine Mario ha raccontato la sua dipendenza da gioco d’azzardo. Tutti i testimoni hanno concluso i loro racconti con note di speranza, raccontando delle persone e delle realtà che li hanno aiutati.

Mentre i «pellegrini» delle periferie esistenziali si spostavano verso San Filippo Neri, nella chiesa si teneva un primo incontro.
Il tema era quello delle migrazioni, discusso, tra gli altri, anche da padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, tra gli organizzatori del Festival, uno dei fondatori della comunità missionaria intercongregazionale al servizio dei migranti che ancora oggi opera a Modica, in Sicilia.

I partecipanti all’incontro hanno potuto già visitare le due mostre presenti ai due lati della navata della grande chiesa settecentesca: «Other’s stories from Afghanistan» di Reza Shahbidak, fotografo freelance afgano, e «Dove sono i pacifisti?» di Mauro Biani, noto vignettista, illustratore e scultore che si occupa di satira sociale e politica sui temi della legalità, del pacifismo e dei diritti umani.

L’incontro a seguire è stato quello con il teologo portoghese padre Adelino Ascenso, superiore generale della Sociedade Missionária da Boa Vista, su quella che lui chiama «la mistica dell’aratro».

La prima giornata di Festival si è, poi, conclusa intorno alle 22,30 con un partecipato Reading teatrale su tre importanti figure della Chiesa torinese e italiana, recentemente canonizzate: san Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata, san Pier Giorgio Frassati e san Carlo Acutis.

Alcuni tra gli elementi fondamentali che percorreranno il Festival nei prossimi giorni, sono già emersi: la giustizia, l’attenzione alle periferie, la riflessione che scende nel profondo dell’esistenza, la teologia, le testimonianze, ma anche la presenza della missione per strada, nei luoghi della vita quotidiana, e la bellezza, l’arte, la comunicaizone, come strumenti per condividere con tutti il Vangelo e i valori umani più autentici.

Per scoprire quali saranno i prossimi appuntamenti, si può visitare il sito del Festival della Missione.

Se qualcuno si perdesse qualche appuntamento in programma, può provare a cercarne la videoregistrazione qui.

Luca Lorusso




Afghanistan. Il sisma e i diritti umani

Il sisma afgano del 31 agosto scorso ha colpito le regioni orientali di Kunar e Nangarhar, a Nordest di Jalalabad, facendo oltre 900 morti e tremila feriti. Ha aggravato una situazione già critica in tutto il Paese, dove oltre 9 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare e sono presenti livelli record di malnutrizione acuta dei bambini.

Nella regione colpita vi è, inoltre, l’afflusso di famiglie afgane espulse con la forza dal Pakistan, i cosiddetti «rifugiati di ritorno» che rientrano nell’Afghanistan orientale e trovano le loro case distrutte e terreni agricoli abbandonati, cadendo in condizioni di estrema indigenza.

In una situazione apparsa subito drammatica, il Governo ha inviato una richiesta di aiuto alla comunità internazionale. E gli aiuti non sono mancati.

Il Wfp (World food programme) è stato la prima agenzia internazionale a raggiungere le zone colpite, consegnando aiuti alimentari a oltre 58mila persone entro poche ore dal sisma e supportando la logistica di una più ampia risposta umanitaria finanziata dalla Banca asiatica di sviluppo, dal Cerf (Central emergency response fund), il fondo Onu di risposta alle emergenze, e da diversi Paesi, sia vicini che lontani.

Tra essi Cina, Russia, Kazakhstan e altri che hanno rapporti diplomatici con l’emirato governato dai Talebani. Ma anche altri, il cui aiuto non era scontato, come Canada, Giappone, Svizzera, Unione Europea. Quest’ultima ha stanziato 161 milioni di euro per soccorrere i più vulnerabili nell’assistenza alimentare, nei servizi sanitari, in cure per la malnutrizione, in attività educative.

Con il disimpegno americano e la presa di potere da parte dei Talebani nel 2021, numerose nazioni del blocco euro-atlantico (inclusa l’Italia) avevano chiuso le loro sedi diplomatiche nel Paese, contestando al regime discriminazioni di genere e violazioni dei diritti umani. Secondo gli analisti, i rapporti informali riallacciati in occasione dell’emergenza potrebbero ora portare a nuovi sviluppi. Come ha riferito l’agenzia Bloomberg, nelle cancellerie occidentali, infatti, si parla della possibilità di riaprire le sedi diplomatiche in Afghanistan, con il conseguente riconoscimento ufficiale delle attuali autorità del Paese.

Diritti umani

Accanto all’impegno umanitario la comunità internazionale si fa presente nel Paese dell’Asia centrale con pressioni per il riconoscimento della dignità e dei diritti umani dei suoi cittadini: in quest’ottica dall’8 al 10 ottobre si tiene a Madrid l’udienza del Tribunale permanente dei popoli (Tpp) per esaminare il ricorso presentato da una coalizione di organizzazioni della società civile afgana, che rilevano e documentano le violazioni dei diritti e le discriminazioni che il Governo dei Talebani sta perpetrando sulle donne.
Il ricorso mira ad accertare le responsabilità dell’attuale Goversno per l’apartheid di genere e l’oppressione delle donne.

La coalizione è composta da quattro organizzazioni: Rawadari; Afghanistan human rights and democracy organization; Organization for policy research and development studies; Human rights defenders plus. Esse, dal dicembre 2024, hanno tenuto discussioni e consultazioni con vittime, sopravvissuti, studiosi islamici, organizzazioni della società civile, esperti internazionali di diritti umani e giustizia penale, sia all’interno che all’esterno dell’Afghanistan, per appurare e documentare le violazioni.

Dal ritorno dei Talebani al potere, avvenuto nell’agosto 2021 – affermano le Ong -, le donne afgane hanno subito un grave arretramento dei loro diritti fondamentali: sono escluse dall’istruzione secondaria e universitaria, dal lavoro in quasi tutte le professioni, e dalla vita pubblica, affrontando una delle forme più estreme al mondo di discriminazioni di genere.

Il Tpp è un tribunale d’opinione internazionale che si occupa di casi di gravi violazioni dei diritti umani, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio. Ha sede a Roma e ha tenuto più di 50 sessioni in tutto il mondo. In precedenza ne ha tenute già due sull’Afghanistan, in relazione all’invasione sovietica del 1979.
Istituito a Bologna nel 1979, nel contesto della Dichiarazione universale dei diritti dei popoli (1976), grazie all’intuizione del giurista e politico italiano Lelio Basso, il Tpp è un’istituzione costantemente in ascolto di popoli costretti a misurarsi con l’assenza del diritto e con l’impunità. Le sue sentenze non hanno un valore giuridico, ma simbolico e politico.

Paolo Affatato




Africa. Turismo avanti tutta

In Africa, il turismo sta vivendo una fase di crescita senza precedenti, con numeri che consolidano il continente tra le mete più ambite al mondo. Nel 2024, secondo l’ultimo World tourism barometer dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), l’Africa ha accolto 74 milioni di visitatori internazionali, il 12% in più rispetto al 2023 e oltre i livelli pre pandemici. I ricavi hanno raggiunto 1.600 miliardi di dollari, segno che non solo gli arrivi ma anche la spesa media per turista sono aumentati.

Il World travel & tourism council (Wttc) prevede che nei prossimi dieci anni il settore creerà quasi 14 milioni di nuovi posti di lavoro in Africa, con una crescita media annua del Pil turistico del 6,8%, più del doppio rispetto all’andamento dell’economia complessiva. Già oggi il turismo contribuisce per circa il 10% al Pil mondiale e si conferma come uno dei motori dello sviluppo continentale.

Dietro questi numeri incoraggianti si nasconde però un paradosso. Una ricerca dell’Università di Manchester, pubblicata su «African studies review», mostra che i maggiori benefici del turismo di lusso – il segmento in più rapida espansione – finiscono in larga parte nelle mani di investitori stranieri. Lodge esclusivi e resort appartengono per lo più a gruppi internazionali, assumono manodopera locale solo in misura limitata e dipendono da beni importati e agenzie estere. Di conseguenza, gran parte del valore economico creato defluisce all’estero, mentre le comunità africane ricevono solo una minima parte.

Turismo di alta gamma

Il fenomeno è evidente in Paesi come Kenya, Tanzania, Sudafrica e Rwanda, dove safari personalizzati, trekking con i gorilla ed ecolodge nelle riserve protette attirano un pubblico facoltoso. Secondo Travel and tour world, il benessere e il turismo sostenibile alimentano questa crescita, ma la realtà è più complessa. Come riporta l’agenzia Reuters, i resort «all inclusive» isolano spesso i visitatori dalla vita locale, impedendo loro di spendere nei villaggi circostanti. I profitti restano concentrati nelle mani delle multinazionali o di una ristretta élite, mentre i salari della maggior parte dei lavoratori del settore rimangono bassi.

Non mancano le tensioni. In Kenya un attivista ha intentato una causa per bloccare l’apertura di un lodge del Ritz-Carlton nel Masai Mara, accusato di sottrarre terre ai pastori locali. In Tanzania, le proteste contro lo sfratto di migliaia di Masai per far posto a lodge di caccia hanno portato a scontri mortali con la polizia, secondo quanto documentato da Reuters. Episodi che rivelano come un’industria presentata come «a basso impatto e ad alto valore aggiunto» possa in realtà alimentare conflitti e disuguaglianze.

Eppure, esistono esempi di un modello diverso. Travel and tour world sottolinea che il turismo di lusso può crescere senza compromettere la sostenibilità, a patto che i governi introducano regole chiare: redistribuzione più equa dei ricavi, tutela delle comunità dall’accaparramento delle terre, investimenti in formazione. In Uganda, ad esempio, il trekking con i gorilla garantisce parte degli introiti alle popolazioni locali, mentre nelle Mauritius cresce l’offerta di ecoturismo che valorizza natura e cultura.

Dove vanno i turisti

Il 2024 ha confermato anche una geografia turistica molto diversificata. Secondo Africa Briefing, il Nord Africa guida i flussi: il Marocco ha accolto 17,4 milioni di turisti, seguito dall’Egitto con 15,7 milioni e dalla Tunisia con 10,2 milioni. Nell’Africa australe e orientale il Sudafrica ha registrato 8,9 milioni di arrivi, mentre Kenya e Tanzania restano poli cruciali per i safari. Uganda e Zimbabwe hanno visto crescere i visitatori grazie a parchi naturali e cascate, mentre le isole – Mauritius, Seychelles e Capo Verde – rafforzano la loro immagine di paradisi del lusso eco responsabile.

Per il 2025 l’Unwto stima un’ulteriore crescita tra il 3 e il 5%. Il settore turistico contribuisce ad almeno l’8,5% del prodotto interno lordo nazionale del Sudafrica. I primi dati lo confermano. Nel solo mese di luglio il Paese ha accolto 880mila visitatori, con un aumento del 26% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, tra il 2019 e il 2024 le start up sudafricane del settore hanno attirato oltre 39 milioni di dollari di investimenti in venture capital, più della metà del totale registrato in Africa. Dati positivi anche per l’Egitto. Un rapporto diffuso da Fitch solutions stima che le entrate del turismo si attesteranno a 17,5 miliardi di dollari alla fine del 2025, in aumento rispetto ai 16,2 miliardi dello scorso anno, con una crescita dell’8,1% su base annua. Le previsioni parlano poi di 18,6 miliardi nel 2026, 19,6 miliardi nel 2027, oltre 20 miliardi nel 2028 e 20,9 miliardi nel 2029.

Per trasformare il boom turistico del continente in sviluppo inclusivo, i governi africani dovranno però affrontare tre sfide decisive: dotarsi di infrastrutture moderne anche nelle aree rurali, formare personale qualificato e, soprattutto, adottare politiche che mettano al centro la sostenibilità sociale e ambientale.

Enrico Casale




Mondo. L’Onu irrilevante e a rischio estinzione

Quello delle Nazioni Unite – sono nate il 24 ottobre 1945 – è stato un triste ottantesimo compleanno. «Le Nazioni Unite sono indispensabili per la pace, la giustizia e l’eguaglianza nel mondo» si legge su un sito celebrativo. L’affermazione è certamente corretta, ma oggi – purtroppo – smentita dai fatti. L’ultima conferma è arrivata in occasione dell’ottantesima sessione, chiusasi a New York lo scorso 30 settembre.
A causa della situazione internazionale, il mondo è apparso diviso come da tempo non si vedeva. Una divisione dovuta alle guerre in corso e alla nuova contrapposizione tra blocchi di paesi.
Le guerre sono diverse, ma le più pericolose e controverse sono due: quella che si combatte in Ucraina dopo l’invasione da parte della Russia di Putin e quella in Medio Oriente tra Israele e palestinesi. C’è poi la nuova suddivisione in blocchi politici contrapposti: da una parte l’Occidente litigioso e senza una guida, dall’altra il gruppo dei Brics a guida cinese.

Nella carrellata di passaggi davanti ai delegati di tutto il mondo, due discorsi hanno avuto il sopravvento mediatico.
C’è stata l’ora (ben oltre i limiti temporali assegnati) occupata da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti. Il suo discorso è stato imbarazzante per i toni usati e inquietante per i contenuti espressi, oltre che infarcito di falsità o esagerazioni.
In particolare, è da sottolineare la conferma del suo negazionismo climatico (previsioni catastrofiche fatte da «persone stupide») e il suo attacco alle politiche energetiche verdi (definite «brutali»). Con il suo consueto linguaggio da bullo ignorante, Trump ha poi fustigato i paesi alleati (in primis, quelli europei) per non fermare l’immigrazione, magnificato se stesso («ho risolto sette guerre» al posto delle Nazioni Unite) e il suo governo (che starebbe portando gli Usa verso una nuova «età dell’oro») e sommerso di offese il sindaco di Londra.

Dopo Trump, ha trovato spazio lo show di Benjamin Netanyahu (nella foto), premier di Israele al cui arrivo metà dei presenti ha abbandonato l’aula in segno di protesta. A dispetto delle evidenze, il controverso politico israeliano ha negato sia il genocidio che la fame e spazzato via qualsiasi ipotesi di Stato palestinese.

In rappresentanza della Russia, il ministro degli esteri Sergey Lavrov ha difeso la guerra del suo paese contro l’Ucraina, attaccato l’Europa e mostrato accondiscendenza verso gli Stati Uniti (ennesima dimostrazione del feeling tra Putin e Trump). Quanto alla Cina (l‘unico vincitore di questo periodo storico), il premier Li Qiang ha concluso il suo intervento affermando che il suo paese è pronto «a collaborare con tutti i membri per sostenere la posizione e l’autorità delle Nazioni Unite, salvaguardare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, sostenere le riforme delle Nazioni Unite per migliorarne l’efficienza e la capacità di adempiere al suo mandato e promuovere una maggiore rappresentanza e voce dei paesi in via di sviluppo».

L’ottantesima sessione delle Nazioni Unite si è – quindi – trasformata in una serie di esibizioni di rappresentanti politici in cerca di consenso senza una proposta costruttiva per l’organizzazione. Da tempo, le Nazioni Unite stanno discutendo una serie di riforme interne. Al momento, però, un accordo pare molto lontano. Come anche l’estinzione dell’organizzazione, mentre è sotto gli occhi di tutti la sua irrilevanza.

Paolo Moiola

L’ottantesima sessione delle Nazioni Unite si è – quindi – trasformata in una serie di esibizioni di rappresentanti politici in cerca di consenso senza una proposta costruttiva per l’organizzazione. Da tempo, le Nazioni Unite stanno discutendo una serie di riforme interne. Al momento, però, un accordo pare molto lontano. Come anche l’estinzione dell’organizzazione, mentre è sotto gli occhi di tutti la sua irrilevanza.




Guinea-Bissau. Stampa imbavagliata

Lo scorso 15 agosto, le autorità della Guinea-Bissau hanno sospeso tre testate giornalistiche portoghesi accreditate nel Paese – Radio e Televisão de Portugal (che comprende Rtp rádio e Rdp television) e Agência Lusa – e ai loro 11 corrispondenti sono stati dati quattro giorni di tempo per lasciare Bissau.

Immediatamente dopo la sospensione, i direttori delle tre testate hanno pubblicato una dichiarazione congiunta a condanna di «una misura discriminatoria e selettiva che costituisce un attacco deliberato alla libertà di espressione». Hanno però anche sottolineato come la decisione sia parte di uno sforzo più ampio del governo «di silenziare i giornalisti». Negli ultimi anni, infatti – soprattutto dopo l’arrivo al potere dell’attuale presidente Umaro Sissoco Embaló nel 2020 – si è assistito a crescenti pressioni e violenze nei confronti degli operatori del mondo dell’informazione.

Clima di repressione

Il Primo ministro guineano Braima Camará ha giustificato la sospensione dicendo che le tre testate «devono capire che la Guinea-Bissau è uno Stato sovrano». Ma il problema è che, per le autorità, rivendicare la sovranità del Paese vuol dire ostruire – se non impedire – il lavoro dei giornalisti e ostacolare il più possibile la circolazione libera e trasparente di notizie.D’altra parte, anche l’Indice sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere (Rsf, organizzazione per la difesa della libertà di stampa nel mondo) fotografa un clima di crescente repressione: in un anno, la Guinea-Bissau ha perso 18 posizioni, crollando dal 92° al 110° posto globale.

Intimidazioni, aggressioni e violenze nei confronti di giornalisti e opinionisti contrari al governo sono sempre più frequenti. A febbraio 2022, ad esempio, uomini armati hanno sparato nella sede di Capital Fm a Bissau. Poche ore prima, la radio indipendente aveva ospitato Rui Landim, analista politico critico nei confronti dell’esecutivo. Anche Landim stesso poi ha pagato il prezzo delle sue parole, venendo aggredito in casa dalla polizia. Pochi mesi dopo, una sorte simile ha colpito anche Marcelino Intupé, avvocato e commentatore politico per Rádio Bombolom, anche lui colpevole di aver criticato il governo.

A dicembre 2023, invece, uomini armati hanno attaccato la sede di Tgb, l’unica rete televisiva del Paese, per impedire la messa in onda di un servizio sulla dissoluzione del Parlamento (ordinata il 4 dicembre da Embaló, sostenendo di aver sventato un tentato colpo di stato). Pochi giorni dopo, c’è stato un avvicendamento alla guida dell’emittente, passata così sotto il controllo dell’esecutivo.

Con l’approssimarsi delle elezioni – previste inizialmente per dicembre 2024 – e il ritorno nel Paese di diversi esponenti dell’opposizione, il tentativo del governo di controllare la stampa è diventato ancora più marcato. Nel giro di pochi giorni, ai giornalisti è stato impedito di coprire il rientro in Guinea-Bissau di Braima Camará (attuale Primo ministro e all’epoca oppositore) e Domingos Simões Pereira (leader dello storico Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde).

Censura elettorale

Il clima di repressione si è poi acuito a fine 2024, quando Embaló ha annunciato la decisione di posticipare le elezioni. Citando l’instabilità politica, diverse difficoltà logistiche e il dibattito sui limiti al mandato presidenziale, il presidente ha rimandato il voto di un anno, nonostante le proteste di opposizione e società civile.

Le presidenziali sono previste per il 23 novembre 2025 e Embaló ha annunciato la ricandidatura. Al contempo, la libertà di stampa – cruciale in momenti come le campagne elettorali per diffondere informazioni corrette e trasparenti e costruire consapevolezza nei cittadini – si sta riducendo sempre di più.

Secondo Sadibou Marong, direttore di Rsf Africa, infatti, non è un caso che la decisione di espellere le testate portoghesi sia giunta tre mesi prima del voto. È piuttosto un «indicatore chiaro del fatto che le autorità intendono restringere e influenzare la copertura mediatica delle elezioni. Ciò lancia un segnale preoccupante a tutti i professionisti dell’informazione che potrebbero essere spinti all’autocensura, minando così la qualità della copertura del voto».

Anche dall’opposizione si sono alzate voci critiche. L’ex Primo ministro Baciro Dja ha accusato il governo di voler creare un ambiente poco trasparente, nel quale manipolare con tutta calma il risultato elettorale. Pereira (la cui coalizione è stata esclusa dalle legislative, programmate anch’esse per il 23 novembre) ha invece detto che la pressione sulla stampa mostra che ormai «il Paese è pericolosamente vicino alla dittatura».

Ma per un’élite politica corrotta – la Guinea-Bissau è 158° su 180 Paesi nell’Indice sulla percezione della trasparenza – e che si regge su reti clientelari, limitare la libertà di informazione è fondamentale per mantenere un saldo controllo sulle strutture politiche.

Aurora Guainazzi




Mondo. Meno scuola per i poveri

Brutte notizie per bambini e ragazzi nel mondo. Studiare diventa sempre più difficile. Si riducono, infatti, gli aiuti pubblici allo sviluppo, e le scuole chiudono. Prime tra tutte, quelle delle zone più isolate e povere del pianeta.

Privati del loro diritto all’istruzione, ai 272 milioni di bambini e ragazzi che già oggi non hanno l’opportunità di imparare a leggere, scrivere e contare, se ne aggiungeranno altri 6 milioni entro la fine del 2026.
E tra quelli che possono frequentare una scuola, moltissimi vedranno peggiorare la qualità del servizio che ricevono.

Senza gli strumenti fondamentali per capire la realtà che li circonda, cresceranno meno liberi e sicuri, in società sempre più pericolose, complesse e manipolatorie.

Raccogliendo dati elaborati da diversi organismi internazionali, l’Unicef ha lanciato un nuovo allarme in un’analisi divulgata a inizio settembre: decine di donatori internazionali, tra i quali gli Usa di Trump, da anni stanno riducendo o cancellando gli aiuti allo sviluppo, invertendo il percorso virtuoso che molti Paesi nel mondo stavano facendo da decenni.

Secondo l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), nel 2025 ci sarà un calo dell’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) compreso tra il 9% e il 17%, che si aggiungerà al calo già registrato del 9% nel 2024. Si parla degli Aps bilaterali e multilaterali, ossia gli aiuti dati da singoli Paesi o da organizzazioni internazionali finanziate da più Paesi.

Gli undici più importanti donatori internazionali (sia bilaterali che multilaterali) che hanno annunciato tagli – Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti -, rappresentano tra il 62% (per l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità) e l’87% (per il Pam, Programma alimentare mondiale) dei finanziamenti alle principali agenzie sanitarie e umanitarie.

L’Unicef propone l’esempio di due paesi africani: «Tra i Paesi che affrontano la battuta d’arresto più ripida, la Costa d’Avorio e il Mali rischiano di perdere il 4% delle iscrizioni scolastiche attuali, che si traduce rispettivamente in 340mila e 180mila studenti». E continua: «Anche i bambini e i giovani che rimangono a scuola saranno colpiti. Con un ridotto sostegno al rafforzamento del sistema, come lo sviluppo del curriculum, la valutazione dell’apprendimento e la formazione degli insegnanti, almeno 290 milioni di studenti nel mondo potrebbero sperimentare un declino della qualità della loro istruzione quasi da un giorno all’altro».

«In contesti umanitari – aggiunge ancora l’Unicef -, dove l’istruzione va oltre l’apprendimento, offrendo sostegno vitale, stabilità e un senso di normalità ai bambini traumatizzati, i finanziamenti potrebbero diminuire drasticamente, in alcuni casi con tagli pari ad almeno il 10% del bilancio nazionale destinato all’istruzione. Ad esempio, nell’ambito della risposta dell’Unicef ai rifugiati Rohingya, 350mila bambini rischiano di perdere definitivamente l’accesso all’istruzione di base. Senza finanziamenti urgenti, i centri educativi potrebbero chiudere, lasciando i bambini vulnerabili allo sfruttamento, al lavoro minorile e alla tratta».

Secondo i dati consultabili sul sito dell’Unesco, dal 2000 al 2023 si è passati da 392,7 milioni di minori esclusi dalla scuola (il 27,4%, uno su quattro) a 272 milioni (il 16,8%, uno su sei). Ma già nel 2018 il numero ha ripreso a salire dopo aver raggiunto i 262,2 milioni nel 2017. In termini percentuali, la quota di minori che non accede all’istruzione nel mondo è ferma al 16,8% dal 2019, ed è certo che i prossimi dati sul 2024 e sul 2025 rileveranno il primo aumento da decenni.

I bambini e ragazzi più colpiti dalla riduzione degli aiuti sono quelli nati in Paesi a reddito basso e medio basso. Paesi nei quali, in alcuni casi, solo un bambino di 10 anni su dieci è in grado di leggere e comprendere un testo semplice.

In molti contesti poveri, le scuole non forniscono solo istruzione, ma un vero e proprio rifugio sicuro nel quale i minori accedono ad acqua pulita, servizi igienici, pasti, cure sanitarie e servizi di protezione e sostegno per chi è vittima di abusi e sfruttamento.
Le decisioni politiche che molti Paesi donatori hanno preso e stanno prendendo peseranno sul futuro di intere aree del pianeta, rendendo tutti più insicuri.

Luca Lorusso




Nepal. Dalle violenze di piazza alla prima donna premier

Di solito, almeno nei paesi occidentali, si parla di Nepal soltanto quando avviene qualche terremoto. L’ultimo, fortissimo e devastante, è stato nell’aprile del 2015: quasi diecimila morti e danni enormi, nelle storiche piazze Durbar, nella valle di Kathmandu, patrimonio dell’Umanità. A distanza di dieci anni, il piccolo paese himalayano è tornato alla ribalta internazionale non per un evento naturale, ma per una violenta sollevazione popolare – avvenuta l’8-9 settembre 2025 (ovvero 2082 Bhadra 23 e 24 Bs, secondo il calendario lunare nepalese) – contro il governo in carica, accusato di corruzione e nepotismo. Una sollevazione guidata da giovani nepalesi, appartenenti alla cosiddetta «Generazione Z», quella che, più o meno, include le persone nate tra il 1992 e il 2012. Tra i manifestanti si è ritagliato uno spazio di rilievo Sudan Gurung, fondatore e leader di «Hami Nepal», nota Ong del Paese.

La rivolta non è stata pacifica. Ci sono stati almeno 72 morti e grandi distruzioni, soprattutto nella capitale Kathmandu. Le conseguenze politiche sono state dirompenti. Il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli, già leader di uno dei due partiti comunisti del Nepal, è stato costretto alle dimissioni. Il presidente Ram Chandra Poudel ha sciolto il Parlamento e nominato un nuovo primo ministro. A guidare il governo di transizione è stata scelta Sushila Karki, giudice in pensione, molto nota per essere stata giudice della Corte suprema e successivamente presidente della stessa, prima donna a ricoprire quella carica. Considerata la sua alta reputazione, Karki ha ottenuto il consenso dei giovani rivoltosi, ma anche dell’esercito e delle forze politiche.

Mappa del paese himalayano (immagine Britannica) e ritratto della nuova premier Sushila Karki (foto Wikipedia). La donna dovrà preparare il Paese alle elezioni del 5 marzo 2026.

In un discorso pubblico per celebrare il giorno della Costituzione (approvata il 20 settembre 2015), la prima ministra ha detto, tra l’altro: «Le questioni da loro [dai giovani della Generazione Z, ndr] sollevate – opportunità di lavoro, qualità della vita, trasparenza nell’azione governativa, uguaglianza giuridica, controllo della corruzione, buona governance e sviluppo – sono, in effetti, aspirazioni condivise da tutte le generazioni e costituiscono un’agenda nazionale. Questo Governo si impegna ad abbracciare questi obiettivi e a lavorare in linea con le aspettative dei cittadini».

Il Nepal è stato una monarchia fino al 2008 quando è passato a essere una repubblica democratica federale con un presidente e un Parlamento bicamerale.

Con una popolazione totale di 30 milioni di abitanti (per tre quarti di fede induista), il Paese ha un tasso di povertà superiore al 20 per cento (Asian development bank, 2025). In una classifica mondiale dominata dall’Africa, il Nepal è al 38.mo posto tra i paesi più poveri, primo tra quelli asiatici (International monetary found, aprile 2025). Il fragile sistema economico vede l’agricoltura come primo settore, ma la valuta pregiata arriva dalle rimesse e dal turismo internazionale, da anni in costante crescita.

La giudice Karki guiderà il governo nepalese da oggi fino al 5 marzo 2026, quando dovrebbero tenersi nuove elezioni. Per il piccolo paese himalayano saranno mesi molto delicati.

Paolo Moiola




Italia. Per Gaza e contro il genocidio

Lunedì 22 settembre molte città italiane hanno ospitato le manifestazioni per Gaza e contro il genocidio. L’adesione dei cittadini è stata massiccia, segno che la guerra d’Israele contro i palestinesi ha risvegliato le coscienze.

Non ovunque le cose sono filate lisce, a Milano soprattutto. Qui gruppi di infiltrati (non si sa quanto autonomi e quanto inviati da qualcuno) hanno pensato di farsi notare con la violenza e la distruzione. Di questo hanno subito approfittato diversi media (per esempio, alcuni telegiornali e, soprattutto, i quotidiani La Verità, Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d’Italia), interessati a svilire il messaggio e la portata delle manifestazioni.

Alcuni quotidiani italiani hanno scelto di dare molto rilievo ad alcuni scontri piuttosto che alle manifestazioni e al messaggio per Gaza e contro il genocidio. In questo screenshot le prime pagine di tre quotidiani di martedì 23 settembre 2025.

Fatta questa doverosa premessa, tra le iniziative messe in campo segnaliamo quelle della rete «Preti contro il genocidio». Qui sotto il comunicato stampa rilasciato dagli organizzatori.

«A Roma, un gruppo di 100 sacerdoti provenienti da diverse regioni italiane e da vari Paesi si è riunito per un momento di preghiera e di testimonianza pubblica in favore della giustizia e della pace in Palestina. Ribadendo la condanna delle violenze del 7 ottobre, hanno ripetuto le parole di papa Leone “non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta” (21.9.25) e hanno pregato Dio perché si fermino i crimini contro la popolazione palestinese e ogni massacro di innocenti nel mondo. Inoltre, hanno denunciato il massacro della popolazione civile palestinese e la distruzione del territorio della striscia di Gaza che, secondo la stragrande maggioranza degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, si qualifica come un crimine di genocidio.

L’iniziativa è stata organizzata dalla neonata rete “Preti contro il genocidio” – che ha raccolto oltre 1.600 firme per una dichiarazione condivisa. I firmatari provengono da 50 paesi e 5 continenti, sono eremiti, sacerdoti diocesani e religiosi, vescovi e cardinali.

L’evento si è svolto simbolicamente nel giorno in cui la questione palestinese è stata discussa alle Nazioni Unite e alla vigilia dell’Assemblea Generale. La celebrazione nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, animata in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo), è stata accompagnata dalla musica dell’organista Stefano Vasselli, direttore musicale della Chiesa di San Paolo entro le Mura e dal rinomato tenore Carlo Putelli.

Dopo la liturgia, i partecipanti hanno dato vita a una processione portando i disegni dell’artista Gianluca Costantini, dal titolo “Christ Died in Gaza”, che richiamano le parole del Vangelo di Matteo sul giudizio finale: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere…”.

La marcia ha previsto alcune soste nei luoghi significativi della città, durante le quali sono state lette poesie da autori Palestinesi e innalzate preghiere per le vittime della violenza e per un futuro di riconciliazione, pace e giustizia.

I sacerdoti e vescovi presenti con questo appuntamento hanno voluto “iniziare processi più che possedere spazi” (papa Francesco, in Evangeli Gaudium 223) e sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese. Ora è tempo di continuare l’opera coinvolgendo laici e laiche, religiosi e religiose, uomini e donne poiché l’obiettivo non era quello di creare un gruppo clericale ma di “mescolarsi e far lievitare -come dice Gesù nel Vangelo – tutta la pasta” per difendere e diffondere i valori della pace e della giustizia.

Al termine della manifestazione hanno invitato tutti a rinnovare l’adesione a quelle associazioni e realtà ecclesiali “impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza” di cui papa Leone ha apprezzato l’iniziativa (Angelus 21.9.25), tra le quali Pax Christi che sabato 29 novembre organizzerà a Padova la giornata di solidarietà con il popolo palestinese indetta dalle Nazioni Unite fin dal 1977».

Preti contro il genocidio




Etiopia. Inaugurata la maggiore diga d’Africa

Uno sbarramento gigantesco. Un blocco di cemento e acciaio che sbarra uno dei fiumi più lunghi e imponenti del mondo. Ci sono voluti quindici anni per costruirlo e ora è pronto. Il 9 settembre l’Etiopia ha ufficialmente inaugurato la Grand ethiopian renaissance dam (Gerd), la più grande diga idroelettrica dell’Africa. Un’opera colossale che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe garantire elettricità a milioni di etiopi, sostenere lo sviluppo agricolo, trasformare il Paese in un hub energetico regionale e regolare il corso del Nilo Azzurro (il principale affluente del Nilo). L’entusiasmo di Addis Abeba si scontra però con i timori e le proteste dei vicini, in particolare Egitto e Sudan, che vedono nella faraonica infrastruttura una minaccia per la loro sopravvivenza economica e sociale.

L’opera
I lavori sono cominciati nel 2011, nella regione di Benishangul-Gumuz, a quindici chilometri dal confine sudanese. A realizzarla è stata l’italiana Salini Impregilo (oggi Webuild), con un cantiere che ha richiesto migliaia di operai, turni continui e la costruzione di una vera e propria città di supporto. Il risultato è uno sbarramento di dimensioni imponenti. La diga principale, in calcestruzzo compattato, è alta 145 metri e lunga 1.780; accanto si estende una diga di sella (una struttura idraulica secondaria, costruita per integrare quella principale) di cinque chilometri. Il bacino, battezzato Nigat Lake, ha una capacità di 74 miliardi di metri cubi e copre quasi 1.900 chilometri quadrati di superficie.
A pieno regime, le 16 turbine installate genereranno 5.150 megawatt di potenza, con una produzione annua di circa 15.700 gigawattora: un quantitativo sufficiente a triplicare l’attuale disponibilità di elettricità del Paese. L’obiettivo del governo è garantire energia a una popolazione di oltre 130 milioni di persone, di cui circa 60 milioni oggi ancora senza accesso alla corrente, e allo stesso tempo vendere elettricità ai Paesi vicini. Addis Abeba prevede entrate per 427 milioni di dollari tra il 2025 e il 2026, in gran parte grazie a contratti con aziende minerarie.

I benefici
La diga ha già cambiato gli equilibri energetici interni. In questi ultimi anni, il bacino ha iniziato a riempirsi. A settembre 2025 le riserve hanno raggiunto i 64 miliardi di metri cubi, quattro in più rispetto all’anno precedente coprendo, da sola, un terzo della produzione nazionale di energia, con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente. Per un Paese che dipende dalle esportazioni di caffè e fiori recisi, la vendita di elettricità rappresenta una nuova fonte di valuta estera, cruciale per finanziare infrastrutture e sostenere la modernizzazione. Non a caso la Gerd è diventata un simbolo del «rinascimento etiope»: campeggia su poster e magneti venduti nei mercati di Addis Abeba e ha raccolto consenso popolare anche grazie a bond diffusi tra i cittadini, che hanno contribuito a finanziare il progetto per cinque miliardi di dollari. Sul piano pratico, la diga dovrebbe contribuire anche alla regolazione del Nilo Azzurro, riducendo le inondazioni stagionali e mitigando gli effetti delle siccità, con benefici diretti per l’agricoltura, settore che occupa il 70% degli etiopi.

Gli equilibri internazionali
Negli anni, però, il sogno etiope è diventato un incubo per i Paesi a valle. L’Egitto dipende per circa il 90% dal Nilo per il suo fabbisogno idrico, il Sudan per il 70%. Entrambi denunciano che un serbatoio di tali dimensioni rischia di compromettere la loro sicurezza idrica, soprattutto in caso di periodi di scarse piogge. Le tensioni non sono nuove. Fin dall’avvio dei lavori si sono moltiplicati i negoziati tra i tre Paesi, ma nessuno ha portato a un accordo vincolante. Una delle questioni più controverse è la gestione del flusso in caso di siccità: il Cairo pretende garanzie precise, Addis Abeba si oppone a vincoli che limiterebbero la sua sovranità. «Se immagazzini 60 miliardi di acqua che prima fluivano in Egitto, non crei un danno?», ha denunciato Abbas Sharaky, professore di Geologia all’Università del Cairo.
Per l’Egitto, la Gerd non è solo un problema idrico ma anche una questione identitaria e politica: il Nilo è considerato «un fiume sacro», legato alla storia stessa della nazione. Vederne le acque controllate dall’Etiopia è vissuto come un affronto. La minaccia di bombardare la Gerd è stata evocata più volte da esponenti egiziani, soprattutto negli anni di maggiore tensione con l’Etiopia. Il caso più noto risale al 2013, quando durante una riunione politica trasmessa per errore in diretta televisiva, diversi leader egiziani parlarono apertamente di possibili azioni militari contro la diga. In quell’occasione l’ex presidente del Parlamento Essam El-Erian e l’esponente del partito al-Wafd Mounir Fakhry Abdel Nour ipotizzarono il bombardamento della diga per impedire all’Etiopia di deviare le acque del Nilo Azzurro. Successivamente, anche alti ufficiali egiziani hanno lasciato intendere che «tutte le opzioni restano sul tavolo», compresa l’azione militare, se il progetto minacciasse la sicurezza idrica dell’Egitto. Addis Abeba ribatte che gli accordi del 1959 tra Egitto e Sudan, che regolavano l’uso del fiume, sono ormai anacronistici e non possono vincolare un Paese che non li ha mai firmati.

Mancano gli accordi
Dietro la diga si gioca anche una partita che va oltre l’acqua e l’energia: riguarda il prestigio regionale, le prospettive economiche e la stabilità politica. Per il premier Abiy Ahmed, reduce dalle difficoltà economiche e dalle ferite della guerra civile con il Tigray, la Gerd è un investimento d’immagine e una promessa di riscatto. Non a caso l’inaugurazione è stata programmata in coincidenza con un summit climatico ad Addis Abeba, in vista della Cop30 in Brasile, per presentare la diga come progetto collettivo e attrarre consensi sul piano africano.
Resta però un’incognita: se il clima dovesse cambiare e le piogge ridursi, le tensioni potrebbero esplodere di nuovo. Senza un accordo condiviso sulla gestione delle emergenze, «la diga della rinascita» rischia di trasformarsi nella diga della discordia.

Enrico Casale




Torino. In piazza il volto del mondo e della missione

Il terzo Festival della Missione è alle porte. Sotto il titolo «il Volto prossimo», decine di appuntamenti e più di cento ospiti per le strade del capoluogo piemontese sui temi del bene comune, della pace, dell’evangelizzazione, della bellezza, dei diritti.

Il «lancio» del Festival intitolato «Conquistare la pace e organizzare la speranza», in programma venerdì 19 settembre, darà subito un respiro globale alla kermesse missionaria che si terrà dal 9 al 12 ottobre nel centro storico di Torino. Ospiti il cardinale Matteo Maria Zuppi, l’analista geopolitico Dario Fabbri e la giornalista Francesca Caferri. Sarà la prima delle sette anteprime cui seguiranno i quattro giorni di Festival vero e proprio, scanditi da conferenze e dibattiti, momenti di spiritualità, presentazioni di libri e documentari, inaugurazioni di mostre e installazioni artistiche, attività per bambini e ragazzi, animazioni in piazza, incontri con ospiti internazionali.

Tutti gli appuntamenti, a ingresso libero, daranno l’opportunità di dialogare con personaggi noti al grande pubblico come Luciana Littizzetto, o don Luigi Ciotti, e con altri meno noti, ma non meno importanti, come l’economista Leonardo Becchetti, il criminologo Adolfo Ceretti, la teologa Antonietta Potente, il cardinale Giorgio Marengo dalla Mongolia, l’artista argentino Cristian Daniel Camargo, l’attivista britannico per la pace e i diritti John Ashworth, la giornalista afghana in esilio Zahra Joya, fondatrice di Rukhshana Media, la suora comboniana Azezet Habtezghi Kidane che lavora con rifugiati e vittime di tratta, e molti altri di diverse nazionalità e operanti nei contesti più disparati.

Non sono in programma solo conferenze e dibattiti, ma anche laboratori per adulti e bambini, momenti di preghiera, spettacoli teatrali, visite guidate, testimonianze, proiezioni cinematografiche.
Il Festival è un grande mosaico missionario e culturale che si compone di molte tessere.
Per scegliere a quali appuntamenti partecipare è utile consultare la pagina web dedicata, dalla quale è possibile scaricare il programma in formato pdf, e tenere d’occhio i suoi social: Facebook, Instagram, Youtube. Su quest’ultimo è possibile visionare anche i video della scorsa edizione del 2022.

Il Festival della Missione è già alla sua terza edizione.
La prima, intitolata «Mission is possible», ideata dal giornalista Gerolamo Fazzini, e poi assunta dal Cimi (Conferenza degli istituti missionari italiani) e dalla Fondazione Missio Italia (della Cei), si è tenuta a Brescia nel 2017.
La seconda, «Vivere per-dono», si è realizzata a Milano nel 2022.

Il Festival 2025, sempre organizzato da Cimi e Missio Italia, in collaborazione con la Diocesi di Torino – che da metà settembre a fine ottobre anima anche il «Festival dell’accoglienza» -, e con diverse altre realtà ecclesiali e laiche e l’aiuto di molti volontari, si terrà nella città che ha visto nascere opere sociali ed evangeliche come – solo per citarne alcune – il Cottolengo, i Salesiani, i Missionari della Consolata.
Da Piazza Castello alla chiesa di San Filippo Neri alla facoltà Teologica, il centro di Torino, nel bel mezzo del mese missionario, sarà ravvivato dai colori di un’umanità che racconta il mondo, e la sua speranza, avendone conosciuto il volto.

Luca Lorusso




Usa. Migranti che se ne vanno

Per la prima volta negli ultimi 50 anni, gli Stati uniti rischiano di chiudere l’anno con un saldo migratorio negativo con un impatto altrettanto negativo sull’economia in settori chiave come l’edilizia e l’agricoltura dove manca manodopera.
Josè ha 31 anni avanza a piccoli saltelli lungo la via pedonale di Città del Guatemala. Cammina a stento, con due stampelle e una sola gamba. Anni fa un incidente in moto in Venezuela lo ha reso invalido ma non gli ha impedito di migrare. A gennaio 2024 è partito da Caracas con l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti, fermandosi per mesi in un accampamento a Tijuana, sulla frontiera Nord del Messico, in attesa di un appuntamento per richiedere asilo politico, che non è mai arrivato. Dopo circa un anno e mezzo di vita di stenti ha deciso di tornare nel suo paese di origine e, come lui, hanno fatto anche decine di migliaia di migranti provenienti da diversi paesi dell’America Latina.
«Non è possibile entrare legalmente negli Stati Uniti, né vivere in strada in Messico, quindi torno a casa e poi vedrò dove altro andare», racconta José.

La via del ritorno
Ad aver intrapreso la stessa via di ritorno sono anche migliaia di persone già presenti nel paese. Le retate promosse dall’amministrazione Trump in bar, luoghi di culto, centri sportivi e spazi di lavoro, hanno generato un pervasivo senso di terrore nella gente. In molto preferiscono abbandonare il paese volontariamente piuttosto che rischiare di essere intercettati e successivamente deportati dall’Ice (Immigration and customs enforcement, ndr), la temuta polizia migratoria statunitense responsabile del controllo di dogane e immigrazione. In questo modo, il rientro in patria, falsamente volontario quanto forzato da sentimenti di paura angoscia, evita mesi di carcere in un centro di detenzione per migranti e riduce l’imprevedibilità dell’intero processo. Lasciare gli Stati Uniti diventa una scelta attiva per cui si definisce una data specifica, si compra un biglietto aereo su volo commerciale e si parte, senza aspettare di essere eventualmente fermati dalla polizia, detenuti e deportati forzatamente. Il viaggio di ritorno dei deportati, invece, è psicologicamente traumatico. Incatenati alla vita e ammanettati mani e piedi, con la divisa carceraria addosso, i migranti mettono piede nel proprio paese di origine come criminali, umiliati di fronte ai familiari che spesso li aspettano all’aeroporto militare dove arrivano.
Di fronte a questo scenario di deportazione di cui l’amministrazione Trump non è ideatrice, ma certamente la più grande promotrice, molti decidono di non migrare affatto, chi è già in cammino sta facendo dietro front e chi è già presente sul territorio statunitense sta preparando le valigie per rientrare a casa o trasferirsi in uno Stato dell’America Latina più accogliente.

Questi tre nuovi modi di vivere la migrazione verso gli Stati Uniti, stanno portando il maggior ricettori di migranti del mondo ad avere un saldo migratorio negativo, per la prima volta dalla Grande depressione del 1930.

Cosa significa
Dopo anni di crescita ininterrotta, la popolazione migrante negli Stati Uniti è in declino. Come riportato recentemente dal Pew Research Center, importante istituto di ricerca e statistica indipendente, sono di più le persone che lasciano il paese di quelle che vi arrivano.
Tra gennaio a giugno gli Stati Uniti hanno perso quasi un milione e mezzo di persone nate all’estero e la popolazione straniera si è ridotta da 53,3 milioni di gennaio a 51,9 milioni a giugno. Tra di loro rientrano tanto persone con visto che irregolari.
Questo ha comportato una riduzione della manodopera in particolare nell’agricoltura e nell’edilizia, settori dove la presenza dei migranti è storicamente massiccia. A giugno solamente il 19% della forza lavoro era composto da stranieri, con una perdita di oltre 750mila lavoratori rispetto a gennaio.

Meno 1,5 milioni in sei mesi
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno salutato con favore i dati, sottolineando che alcuni uffici pubblici che si occupano di tematiche migratorie avrebbero visto un alleggerimento del carico di lavoro e che l’economia statunitense si starebbe riprendendo.
Tuttavia, non sono dello stesso parere molti economisti che evidenziano come mancanza di manodopera rischia di avere un impatto negativo sull’economia, soprattutto ora che molte fasce di lavoratori della generazione X e Baby Boomer si stanno avviando verso la pensione.
Ma al di là dell’eventuale impatto economico, l’estremo nazionalismo statunitense e il rifiuto ad accogliere lavoratori stranieri qualificati o meno, sta logorando l’immagine del Paese.
Il rischio è che gli Stati Uniti smettano di essere il paese dell’«American Dream». E mentre Trump rifiuta i migranti, può essere che i migranti rifiutino gli Stati Uniti, come cominciano a dimostrare i dati. Un paradosso, e anche un po’ un declino, per una nazione diventata grande grazie alla manodopera straniera e la creatività migrante, ma che potrebbe diventare una realtà a partire dalla comunità scientifica e accademica, storicamente composta da persone provenienti da diversi contesti geografici, che potrebbe vedere più negli Stati Uniti un polo fertile per l’incontro culturale.

Simona Carnino