Guinea-Bissau. «Colpo di stato cerimoniale»

Mercoledì 26 novembre, in Guinea-Bissau aleggiava un’attesa carica di tensione: il giorno successivo, era prevista la comunicazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 23 novembre. Un voto di cui entrambi i principali candidati – il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló e Fernando Dias da Costa della coalizione di opposizione «Pai terra raika» – si erano già dichiarati vincitori.

Ma in realtà i risultati non sono mai arrivati: nel frattempo, il potere è stato preso dai militari che, tra le altre cose, hanno sospeso anche il processo elettorale.

Il colpo di stato

Il 26 novembre infatti, Embaló e Domingos Simões Pereira – leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (Paigc), movimento centrale nella lotta di indipendenza e oggi componente chiave di Pai-terra raika – sono stati arrestati. In manette sono finiti anche il ministro dell’Interno, Botché Candé, il capo di stato maggiore dell’esercito, Biague Na Ntam, e il suo vice, Mamadou Touré. Da Costa invece è sfuggito all’arresto.

Poi, i militari sono apparsi in televisione. In diretta sull’emittente pubblica Tgb, il portavoce Denis N’Chana ha denunciato la «scoperta di un piano di destabilizzazione e manipolazione dei risultati elettorali». Minaccia che – a suo dire – ha spinto i soldati a intervenire, sospendendo le istituzioni. Il governo del Paese «fino a nuovo ordine» è stato affidato all’Alto comando militare per il ripristino della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico.

Anche le operazioni di scrutinio e comunicazione dei risultati del voto sono state sospese: il presidente della Commissione elettorale è stato arrestato e l’organo sciolto. Nel mentre, le frontiere terrestri, aeree e marittime sono state chiuse e in tutto il Paese è stato imposto il coprifuoco notturno.

«Colpo di stato cerimoniale»

Il giorno successivo il colpo di stato, il generale Horta Inta-A ha giurato come presidente di transizione. Poi ha nominato l’ex ministro delle Finanze di Embaló, Ilidio Vieira Te, come nuovo Primo ministro. Entrambi sono figure vicine al presidente deposto, che nel frattempo è atterrato in Senegal (per poi spostarsi nel fine settimana nella Repubblica del Congo).

Sono proprio i legami tra i nuovi vertici del Paese ed Embaló ad alimentare il sospetto – sempre più diffuso a Bissau – che in realtà quello andato in scena sia un autogolpe. Consapevole dell’imminente sconfitta elettorale, dunque, il presidente deposto avrebbe orchestrato la presa di potere dei militari per mantenere comunque un controllo sulle istituzioni.

A insospettire è anche il fatto che ad annunciare il colpo di stato sia stato Embaló stesso, ancora prima dell’annuncio televisivo di N’Chana: nel pomeriggio del 26 novembre, il presidente uscente ha telefonato alla testata francese Jeune Afrique, annunciando di essere stato vittima di un golpe. Una dinamica alquanto strana, dato che normalmente i militari non permettono a chi viene deposto di comunicare esso stesso la sua caduta alla stampa.

Tant’è che l’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan – presente in Guinea-Bissau come componente della missione di osservatori elettorali dell’Unione africana – ha accusato Embaló di aver inscenato un «colpo di stato cerimoniale» unicamente per restare al potere.

Democrazia fragile

D’altra parte, la Guinea-Bissau è conosciuta per la fragilità delle sue istituzioni: dall’indipendenza dal Portogallo (1974), ha visto nove tentativi di colpo di stato (di cui quattro riusciti) e una guerra civile (1998-1999).

Embaló stesso (ex militare, diventato presidente nel 2019, ma già Primo ministro tra il 2016 e il 2018) ha contribuito a erodere le istituzioni democratiche, accentrando il potere nelle proprie mani. A farne le spese, è stata l’Assemblea nazionale, dominata dall’opposizione e per questo sciolta due volte nel 2020 e 2023 e, da quel momento, non più convocata.

Ad agosto, invece, in vista delle elezioni, le autorità hanno espulso dal Paese tre testate portoghesi, sostenendo che avessero violato la sovranità dello Stato. Nel frattempo, il Paigc, principale partito di opposizione, è stato escluso sia dalle legislative che dalle presidenziali (in particolare, l’esclusione del suo leader, Pereira, dalle presidenziali, secondo società civile e opposizione era politicamente motivata).

Trend regionale

A preoccupare gli osservatori internazionali è anche il trend regionale: dal 2020, l’Africa occidentale è stata teatro di numerosi colpi di stato, che la stanno rendendo un’area sempre più instabile e fragile.

Il più delle volte, i militari non accennano a voler cedere il potere ai civili, mentre le sanzioni e la sospensione dagli organi regionali (Ecowas/Cedeao) e continentali (Unione africana) non hanno effetto.

Si ricorda, inoltre, che la Guinea-Bissau è il principale Paese di arrivo della cocaina dal Sud America, nella rotta che la vede poi trasitare nei Paesi della regione per raggiungere l’Europa.

A ciò si aggiunge l’avanzata dei movimenti jihadisti verso Sud: diffondendo instabilità e insicurezza nella regione, contribuiscono a incentivare potenziali nuovi colpi di stato. In un’ondata di cui, al momento, si fatica a intravedere la fine.

Aurora Guainazzi




Ucraina. La resilienza è di casa

Il febbraio del prossimo anno segnerà il quarto anno del conflitto che si sta combattendo in Ucraina su scala nazionale. Qui occorre distinguere due situazioni, due volti di un’unica realtà: la situazione lungo la linea del fronte dove si combatte (lunga oltre 1.200 km), e la vita nel resto del Paese, che ricordiamo essere, per superficie, grande il doppio dell’Italia.

La linea del fronte è il luogo dove i due eserciti si combattono apertamente: i russi per occupare il maggior territorio possibile, gli ucraini per difendere l’avanzata. Nell’ultimo anno la situazione è sostanzialmente stabile, i russi non riescono ad avanzare come vorrebbero e gli ucraini riescono a difendersi a denti stretti. Il territorio occupato dall’inizio dell’invasione (ovvero il 2014) è di circa il 20%, considerando la Crimea, buona parte del Donbass e una parte della regione di Zaporizzja. Se il risultato sul campo in questo momento non cambia molto, le perdite umane e i costi economici sono altissimi e continuano ad aumentare. È molto difficile fornire dati certi su questo, perché in tempo di guerra la propaganda dell’informazione è un’arma molto usata, e si sa che ad essa interessa il risultato non la verità storica.

Il ricordo degli eroi

Una cosa che si può notare attraversando il Paese è il numero delle lapidi che ricorda gli eroi che hanno dato la vita per la libertà: ogni città, ogni villaggio anche i più piccoli, hanno queste lapidi nelle piazze centrali così come le bandiere nei cimiteri che ricordano i soldati caduti.

Un’altra cosa che non sfugge a uno sguardo attento è il numero dei feriti e degli invalidi che si possono incontrare. È verosimile credere che da parte Russa queste perdite siano molto maggiori.

Gran parte della popolazione vicina al fronte ha deciso di lasciare i villaggi e le città trasferendosi in luoghi più sicuri all’interno del paese. Una piccola parte di questa popolazione soprattutto anziani, decide di restare non volendosi traferire altrove, coscienti di rischiare la propria vita. Solo in casi estremi quando la situazione è compromessa, il Governo ordina l’evacuazione del villaggio. Nonostante tutto, i pochi che decidono di restare devono vivere nella cantine senza poter uscire a causa del pericolo continuo di droni e di missili, con problemi di approvvigionamento del cibo. La capitale Kiev ha registrato ufficialmente nel proprio comune quasi 500mila cittadini provenienti da queste aree.

Un cimitero dei caduti della guerra contro la Russia. Una bandiera per ogni tomba. (Foto Luca Bovio).

Una strana normalità

Nel resto del paese la vita continua con una certa normalità. I negozi sono aperti, i mezzi pubblici funzionano così come le scuole e le università. Questa normalità è interrotta spesso dal suono delle sirene che segnalano un possibile allarme dal cielo. Le procedure obbligano alla chiusura temporanea dei servizi e sui canali telegram si legge l’invito a proteggersi nei numerosi rifugi sempre ben segnati. Anche la metropolitana nelle grandi città è usata come rifugio. Non sempre a un allarme corrisponde un attacco. A volte dopo pochi minuti, il tempo che gli aerei di guerra abbiano finito di sorvolare il cielo, il pericolo rientra e tutto torna alla normalità. In altri casi, invece, l’allarme è seguito dalle esplosioni che possono avvenire in tutto il Paese e in diverse forme. I droni sono ormai diventati un’arma molto utilizzata, perché economica ed efficace, anche se i danni maggiori li provocano i missili balistici.

Come ogni autunno, prima dell’arrivo dell’inverno, gli obiettivi cercati sono le centrali elettriche. La loro distruzione, che quest’anno è stata massiccia come non mai, ha di fatto lasciato senza energia gran parte del paese. In capitale da settimane viene razionata l’elettricità per poche ore al giorno, e divisa per quartieri che si accendono e spengono a seconda di un programma stabilito. Un problema non piccolo per i cittadini che vivono, nella maggior parte in edifici alti anche 30 piani. Tuttavia, anche gli edifici civili, gli ospedali e le scuole sono obiettivi colpiti. Nei momenti più difficili durante gli attacchi è necessario allontanarsi dai locali con finestre e proteggersi in luoghi circondati solo dai muri.

Senza scoraggiarsi

Una cosa che colpisce è la resilienza degli ucraini. Dopo ogni attacco ognuno ritorna al proprio dovere. Le squadre di soccorso intervengono rapidamente e in poche ore mettono in sicurezza gli edifici colpiti. La gente comune dopo una notte insonne ritorna al lavoro e alla proprie attività. Questo non è scontato. La capacità di adattamento è la migliore risposta che si possa dare di fronte a una prova tanto grande e lunga. Con questo spirito si riesce non solo a resistere agli attacchi ma anche a continuare a credere che un futuro di libertà è possibile e, quindi, si continua ad affrontare la giornata che inizia, senza scoraggiarsi.

Dolorosissime sono le notizie circa la corruzione che continua, nonostante la guerra, a serpeggiare nel paese. Fa male non solo a vedere il nemico dall’altra parte ma scoprirlo anche accanto a sé.

È chiaro che in questa situazione ogni piccolo o grande aiuto è sempre prezioso di fronte a un calo drastico di aiuti internazionali. Con l’aiuto della Consolata e di san Giuseppe Allamano, sull’esempio di tanti vicino a noi, continuiamo a credere nella pace e a costruirla.

Luca Bovio, da Kiev




Brasile. Le tristi verità della Cop30

Basta leggere il documento finale della trentesima «Conferenza delle parti» (Cop30) sul cambiamento climatico di Belém per rimanere con l’amaro in bocca. Le promesse iniziali si sono infrante proprio lì, nella terra do açai, nel cuore dell’Amazzonia, evidenziando tutte le contraddizioni di quella che doveva essere la «Cop della Verità».

Si intitola «Global mutirão decision», ma in realtà nessuna decisione concreta è stata presa e non c’è stato alcun consenso globale; al contrario, soltanto l’ennesima conferma dell’accentuata frammentazione della comunità internazionale rispetto al cambiamento climatico.

Tra i due termini presi ovviamente dalla lingua egemonica, è però riuscito ad insinuarsi un concetto – quello di mutirão, dal tupi-guarani moti’rõ – mutuato dall’ethos e dal modo di vivere dei popoli indigeni. Tramandato da tempi ancestrali, questo dispositivo sociale che prevede uno sforzo collettivo e solidaristico per la realizzazione di un servigio in favore di un membro della comunità, viene così trasposto nel tempo presente. Solo che, in questo caso, a beneficiarne è il Pianeta stesso.

La partecipazione di 900 indigeni, seppure in veste di meri osservatori («party overflow», cioè letteralmente «fuori delegazione») – o «kuntari katu» (letteralmente «quelli che parlano bene»), come hanno scelto di autodefinirsi ricorrendo ancora una volta ad un termine della lingua «generale» amazzonica – alla programmazione ufficiale dell’evento, ha rappresentato senza dubbio un fatto senza precedenti nella storia delle Cop.

E se – in più occasioni – «la zona azul» che ospitava le negoziazioni è stata teatro di proteste da parte di diversi gruppi indigeni è perché questi continuano a essere esclusi dalle decisioni che li riguardano. I grandi progetti infrastrutturali ed energetici recentemente promossi dal governo Lula sono, infatti, in palese contrapposizione con le dichiarazioni che riconoscono l’importanza della delimitazione e protezione dei territori indigeni e tradizionali come strumento di mitigazione e lotta al cambiamento climatico e i diritti dei popoli e comunità su di essi.

Nell’agosto 2025, il presidente brasiliano ha firmato il decreto 12.600/2025che trasforma tre fiumi amazzonici –  Tapajos, Tocantins e Madeira – da fonte di alimento, cultura e spiritualità di popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos in merce nelle mani di grandi imprese private. Sempre nell’area del Tapajos, oltre all’idrovia omonima, è prevista anche una ferrovia, ribattezzata «ferrograo», perché trasporterà prodotti agricoli (e minerari) dal Mato Grosso verso i porti del Parà. Infine, nell’ottobre scorso, la Petrobras ha ricevuto l’autorizzazione da parte dell’Ibama alla trivellazione di pozzi esplorativi di petrolio a 150 km dalla foce del rio delle Amazzoni.

Il riconoscimento di 14 nuove terre indigene e l’apertura di un dialogo sul progetto Tapajos hanno rappresentato solo una magra consolazione. Si stima che altre 70 terre siano in attesa di essere delimitate, ma il processo è lento e oneroso. Intanto, proprio durante la Cop, l’ennesimo leader, esponente del martoriato popolo Guarani Kaiowa, è stato ucciso durante la retomada (rioccupazione) del territorio ancestrale.

Per questo gli indigeni rimasti fuori dalla Cop (circa 6.000) si sono uniti alle 70mila persone dei movimenti sociali, popoli delle foresta, del campo, delle periferie, per portare la propria voce al «Vertice dei popoli» e per le strade della città nella «marcia per il clima».

Nel fallimento generale, la Cop30 sarà ricordata per il protagonismo dei popoli indigeni. Foto Silvia Zaccaria.

Tra le rivendicazioni: la demarcazione dei territori, madre di tutte le battaglie, e l’accesso diretto al finanziamento climatico per sviluppare strategie di protezione, adattamento e monitoraggio basate sulle conoscenze millenarie indigene integrate con la scienza occidentale, piuttosto che dubbie soluzioni finanziarie come il Tropical forest forever facility (finanziamenti aggiuntivi per i paesi che agiscano per la conservazione delle proprie foreste tropicali).

Fuori dalla zona azul ho reincontrato Mario Wapichana, già coordinatore della Coiab e oggi articolatore del Fondo Podaali, «donare senza aspettarsi nulla in cambio», destinato al rafforzamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia. Aveva lasciato la terra indigena Serra da Lua appena tredicenne per studiare nella scuola di formazione dei Missionari della Consolata a Surumù, in quella che oggi è l’area indigena Raposa Serra da Sol, in Roraima. Mi racconta di essere stato approcciato dalla Petrobras che sta già effettuando delle prospezioni in un’area indigena di quello stato. «Gli ho riposto: “Non se ne parla neanche”».

Dopo 27 anni, Mario è tornato nella sua comunità dove incoraggia i parenti a studiare e laurearsi per occupare sempre più posizioni chiave nella società «bianca». Oggi ci sono docenti universitari, avvocati, giornalisti ma anche curatori di musei (a Belém, ben due esposizioni sono di curatela indigena).

Mentre la rioccupazione degli spazi fisici arranca, gli indigeni guadagnano sempre più spazio a livello simbolico e permeano gradualmente la società con i propri valori e visioni di futuro radicate nell’ancestralità. Un contributo prezioso, forse più di tanti vertici, allo sforzo comune per provare a salvare il pianeta.

Silvia Zaccaria




Cile. Tra comunismo e fascismo

Lo scorso 16 novembre il Cile è andato al voto per scegliere il suo nuovo presidente per il mandato 2026-2030. Con una partecipazione dell’85,4% degli aventi diritto, il 26,8% dei voti ha premiato Jeannette Jara, rappresentante del Partito comunista, in cui milita da sempre, ed ex ministra del lavoro nel governo di Gabriel Boric, il presidente uscente (che non ha potuto ricandidarsi). Dietro di lei, con il 23,9%, l’ultraconservatore di destra estrema José Antonio Kast, del Partito repubblicano. Uno scarto minimo che, di fatto, determina non tanto la vittoria della sinistra, quanto l’ascesa dell’ultraderecha cilena.

Il prossimo 14 dicembre Jara e Kast si affronteranno nuovamente nel turno di ballottaggio. La possibilità che la leader di sinistra veda sfumare il suo sogno di entrare a La Moneda, la storica sede presidenziale, è concreta. Infatti, i partiti di destra sconfitti al primo turno avrebbero già comunicato la propria intenzione di sostenere Kast. Tra di loro c’è la candidata della destra tradizionale Evelyn Matthei, arrivata al quinto posto.

Il grande punto interrogativo, decisivo per il ballottaggio, è dove si dirigerà il voto degli elettori del populista Franco Parisi, arrivato sorprendentemente terzo, con oltre il 19% delle preferenze. L’indicazione di voto del suo partito potrebbe essere determinante e, sebbene su alcuni temi come sanità pubblica e diritto alla casa, Parisi sia più vicino a Jara, allo stesso tempo, però, ha dichiarato che non suggerirà di votare nessuno dei due candidati, considerandoli guidati dall’ideologia e non dal buon senso.

Jeannette Jara, vincitrice del primo turno elettorale, nel ballottaggio del 14 dicembre contenderà la presidenza del Cile a José Kast, esponente dell’ultradestra.

La proposta politica di Jara

A meno di due mesi dal ballottaggio, Jara e Kast, due politici opposti, stanno dividendo il Paese latinoamericano con proposte totalmente antitetiche. Durante la campagna elettorale, l’ex ministra del Lavoro, candidata unica alla presidenza per la coalizione Unidad por el Chile, si è concentrata principalmente su quattro temi: economia, sicurezza, sanità pubblica e migrazione.

Tra le sue prime innovazioni economiche, rientra l’applicazione di un «ingreso vital», una sorta di salario minimo di circa 800 euro, in linea con il costo della vita nel Paese, come misura per combattere la povertà. Tuttavia, il fulcro della sua campagna è stato la sicurezza che prevede controlli più severi e tracciabilità dei conti per individuare i flussi di denaro legati al narcotraffico, oltre a un aumento del budget destinato alle forze di polizia per limitare la criminalità.

Molte anche le proposte in ambito sociale, dalla pensione universale per tutti i maggiori di 65 anni a un miglioramento della sanità pubblica, accessibile e basata sulla prevenzione, per finire con un aumento del contributo statale ai caregiver. Sul tema della migrazione, parte centrale anche del programma di Kast, Jara propone la regolarizzazione di chi lavora, ha dei vincoli familiari nel paese ed è privo di precedenti penali.

La proposta politica di Kast

Anche Kast ha al centro del suo programma sicurezza e migrazione, ridotte a due parole di ispirazione trumpiana: tolleranza zero. Il candidato repubblicano, difatti, promette mano dura contro la delinquenza e contro quella che definisce migrazione irregolare, un tema caldo nel paese ormai da un decennio, da quando è iniziata la fase più aspra della crisi economica venezuelana. Si calcola, infatti, che in Cile vivano oltre 300mila venezuelani senza documenti, a cui si aggiungeranno a breve anche i nuovi arrivi di chi sta tornando a Sud a causa dell’inasprimento dei controlli alla frontiera statunitense e della cancellazione dei programmi umanitari che permettevano di ottenere un visto temporaneo durante la richiesta di asilo politico.

Per loro, e per tutti gli altri migranti senza documenti, Kast non mostra nessuna pietà. Come parte del suo programma c’è il finanziamento di almeno duemila voli di deportazione verso i paesi di origine. Secondo Kast, inoltre, i migranti dovrebbero pagarsi il biglietto di ritorno, finanziando di fatto la loro stessa deportazione.

La retorica della forza sembra essere il pilastro della sua visione del mondo e della politica. D’altronde, Kast non nasconde l’ammirazione per leader che hanno costruito il proprio consenso attraverso discorsi d’odio e autoritarismo, come Bolsonaro, Trump e soprattutto Pinochet, che sostiene non sia stato un dittatore. Infine, difende apertamente il diritto all’autodifesa, pur dichiarandosi contrario alla pena di morte.

Voto obbligatorio e previsioni

Secondo gli analisti, non ci sono dubbi: al ballottaggio presidenziale del 14 dicembre dovrebbe prevalere José Kast. A favorirlo ulteriormente è il voto obbligatorio, reintrodotto nel 2022 dopo essere stato abolito per anni. La misura era stata promossa dalla stessa destra, in un paese dove i sentimenti ultraconservatori stanno crescendo e dove i nuovi elettori, obbligati dalla legge a dirigersi alle urne, potrebbero finire per votare proprio a destra. Un altro fattore che potrebbe giocare a favore di Kast.

Simona Carnino




Africa. Digitale in espansione

Tra il 2019 e il 2024, gli utenti di internet in Africa subsahariana sono cresciuti in modo esponenziale. Complice la pandemia da Covid-19 – che ha stimolato diffusione e utilizzo delle tecnologie digitali – il numero di africani connessi alla rete è aumentato dal 25% al 38%. Ma, nonostante l’incremento considerevole (tra il 2018 e il 2019 la crescita era stata solo dello 0,1%), si tratta comunque di un valore ben al di sotto del 68% mondiale.
Molto resta da fare per rendere internet sempre più accessibile al maggior numero possibile di abitanti del continente. Ma le iniziative non mancano e spaziano per tutta l’Africa.

L’uso di internet
A settembre 2025, l’International telecommunication union (Itu, organizzazione internazionale delle Nazioni Unite che definisce gli standard nel settore delle telecomunicazioni) e l’Unesco (organizzazione Onu per la tutela del patrimonio culturale) hanno rilasciato un report congiunto, The state of broadband in Africa 2025.
Nell’indagine, le due organizzazioni hanno evidenziato una disparità considerevole nell’accesso a internet nel continente. Destinazioni turistiche popolari (come Seychelles e Mauritius) o Paesi a medio-alto reddito (come Sudafrica e Botswana) accedono a internet con livelli paragonabili o addirittura superiori alla media mondiale (68%). In tanti altri Stati invece, l’uso della rete è decisamente inferiore (anche sotto il 10%).

Copertura e segnale
Diversi sono i fattori che possono facilitare o complicare l’uso di internet. Nel 2024, ormai l’88% degli africani viveva in aree coperte da segnale telefonico, ma il 10% della popolazione poteva fare affidamento solo sul 2G e oltre la metà riceveva in 3G. Solo un terzo degli abitanti del continente era raggiunto dal 4G. Le reti 5G, invece, per ora, riguardano solo l’1,2% delle connessioni (anche se si stima che arriveranno al 17% entro il 2030).
A dare le dimensioni di quanto sia complicato portare internet in tutto il continente è il fatto che la maggior parte dei Paesi si affidi a una combinazione di tecnologie. Ad esempio, i cavi sottomarini che collegano diversi Paesi o continenti e sono sempre più diffusi perché rendono più facile ed economico l’accesso alla rete. Oppure gli Internet exchange point che ottimizzano la fornitura di internet e i traffici in una data area. Ma anche la copertura satellitare che per velocità e larghezza di banda è paragonabile al 4G, oltre a essere essenziale per collegare le aree rurali.

Gli investimenti nell’infrastruttura digitale non mancano, ma restano limitati rispetto alle effettive esigenze continentali. Negli ultimi cinque anni, dagli operatori del settore telefonico sono giunti finanziamenti per 28 miliardi di dollari e, tra il 2025 e il 2030, si stima che arriveranno a 62 miliardi. Diversi operatori europei (Orange), statunitensi (Google e Amazon), ma anche cinesi (Huawei) si stanno inserendo nel mercato digitale africano: hanno intenzione di approfittare di un settore che si prospetta in grande crescita (già nel 2023, ha generato il 7,3% del Pil continentale).

Poche competenze e limiti nell’accesso
Ma vivere in un’area raggiunta dal segnale internet non sempre equivale a utilizzarlo. Nel 2023, 710 milioni di africani (il 60% della popolazione) non usavano la rete, pur avendola a disposizione.
Molte erano donne. Infatti, sebbene il numero di donne che usa internet sia in crescita costante (dal 21% al 31%, tra 2019 e 2024), resta inferiore a quello degli uomini (43%). Tra i limiti principali, ci sono la mancanza di competenze digitali, ma anche gli elevati costi di dispositivi – una donna ha il 28% in meno di possibilità di possedere uno smartphone rispetto a un uomo – e accesso alla rete – le donne spendono il 32% in meno in servizi digitali. Per combattere questo gap, molti Paesi stanno investendo in programmi per rafforzare conoscenze e competenze digitali nelle ragazze.
Ma, oltre al divario di genere, c’è anche una profonda differenza tra contesti urbani e rurali. Nel 2024, solo il 23% delle famiglie rurali aveva accesso a internet, a fronte del 57% di quelle urbane. A incidere sono la mancanza di infrastrutture elettriche e il minore interesse delle aziende a investire in progetti digitali in aree considerate marginali.
Tuttavia, è proprio il contesto rurale uno di quelli in cui l’applicazione dell’intelligenza artificiale sta producendo effetti trasformativi, portando, in diversi casi, crescita, innovazione e commercio. Infatti, sono sempre più numerose, in tutto il continente, le app basate sull’intelligenza artificiale, grazie alle quali gli agricoltori ricevono allerte meteo o suggerimenti di irrigazione, individuano preventivamente le malattie, ottengono informazioni di mercato ed entrano in contatto con possibili acquirenti.
Insomma, in Africa, il digitale si fa sempre più strada. Tra ostacoli, difficoltà, ma anche propositività.

Aurora Guainazzi




Brasile. La «Carta de Surucucu»

Più di 550 rappresentanti dei popoli Yanomami e Ye’kwana, giunti da varie regioni e anche dal Venezuela, si sono incontrati a fine ottobre a Surucucu, nel cuore della Terra indigena yanomami (Tiy). Motivo dell’incontro è stato il VI Forum dei leader dei due popoli amazzonici (ovvero il più alto organo di governo della Tiy), da cui è scaturita la Carta de Surucucu (Dichiarazione di Surucucu).

In essa vengono affrontate tre problematiche: la lotta al «garimpo» (le miniere illegali), la questione della salute e quella dell’educazione.

Con riferimento al garimpo, i leader riconoscono i meriti dell’attuale governo brasiliano che è riuscito a far ritirare dalla foresta la maggior parte dei garimpeiros. Tuttavia, affinché gli invasori non tornino a operare, vengono ribadite alcune richieste urgenti.

In primis, si chiede alla Funai (Fundação nacional dos povos indígenas, Fondazione nazionale dei popoli indigeni) di appoggiare il Piano di vigilanza indigenoUrihi noamatima thëpë»), una vigilanza ritenuta indispensabile accanto a quella dello Stato. Agli organi federali di giustizia si domanda di agire contro chi finanzia la distruzione della foresta e promuove il genocidio dei popoli indigeni; alla presidenza della Repubblica di mantenere coordinamento e vigilanza e, infine, al Senato di approvare il progetto di legge che aumenta le pene minime per i reati collegati alle attività minerarie illecite. «Il garimpo illegale – scrivono i leader indigeni nella Dichiarazione – contamina i nostri fiumi e le nostre foreste con il mercurio, diffonde malattie e aumenta la violenza contro di noi. La punizione per questi crimini deve essere commisurata all’enorme distruzione che causano».

Casa dell’associazione Urihi che ha hospitato il VI Fórum di leader Yanomami e Ye´kwana a Surucucú, regione montagnosa centrale della Tiy, prossima alla comunità di Kori Yaupë.
Foto Corrado Dalmonego.

In terra indigena, la malaria continua a colpire. I dati raccontano che, tra gennaio e agosto 2025, sono stati riscontrati 14.615 contagi su una popolazione di 30mila persone. I leader chiedono alla Sesai (Secretaria especial de saúde indígena, Segretariato speciale della salute indigena) che utilizzi in maniera più proficua i fondi governativi. «Quando ci colpisce la malaria – si legge nella dichiarazione -, non possiamo cacciare, pescare o lavorare nei campi. Senza le nostre forze, non abbiamo cibo sano che ci mantenga in vita. La malaria non è solo una malattia, è carestia».

Infine, l’educazione che viene descritta – in termini coloriti ma molto efficaci – «la freccia più potente». Si chiedono scuole che rispettino le conoscenze ancestrali dei popoli indigeni, ma – allo stesso tempo – forniscano gli strumenti per relazionarsi con altre culture e società.

Padre Corrado Dalmonego, missionario e antropologo, in un momento del suo intervento durante l’assemblea dei leader Yanomami e Ye’kwana
i cui risultati sono stati sintetizzati nella «Carta de Surucucu».

La «Carta de Surucucu», firmata dai rappresentanti di sette associazioni (Hutukara, la più importante, e poi Urihi, Wanasseduume Ye’kuana, Kurikama, Parawami, Rio Cauaburis e afluentes, Yanonami Kumirayoma), rappresenta un successo.

Con giustificato orgoglio, a chiusura della stessa, i leader indigeni scrivono che essa dimostra la capacità di Yanomami e Ye’kwana di organizzarsi per la difesa dei propri diritti e della propria terra, quella che i non indigeni («il popolo delle città») conoscono come foresta amazzonica.

Paolo Moiola

I loghi delle sette associazioni Yanomami e Ye’kwana che hanno sottoscritto la «Carta do Surucucu».



Brasile. Cop30, un diario alternativo

Belém (novembre 2025). La «Cop della verità», come l´ha definita il presidente brasiliano Lula nella cerimonia di apertura dell’evento, inizia per me con una videochiamata con Davi Kopenawa, leader e sciamano yanomami noto a livello mondiale da quando fu protagonista del Vertice della Terra/Eco-92 di Rio. Più di trent’anni dopo, il Brasile torna a essere protagonista del dibattito sul futuro dell’Amazzonia e del pianeta.

Gli domando per quando è previsto il suo arrivo a Belém. «Ho preso una brutta influenza a Brasilia, ma ci sarò. Lì ho respirato molta benzina; con il clima secco la terra si surriscalda ed emette un mefítico odore di petrolio».

Nella parte finale del suo discorso, Lula ha citato proprio uno dei passaggi più famosi di Kopenawa: «Nelle città il pensiero è oscurato, offuscato ed ostacolato dal rumore delle macchine», nella speranza che – invece – «la serenità della foresta possa infondere in ciascun partecipante la chiarezza di pensiero necessaria per vedere» quale strada percorrere per invertire la rotta.

In un emozionante incontro con i rappresentanti del Consiglio nazionale dei seringueiros per rendere omaggio alla memoria di Chico Mendes, la ministra dell’Ambiente Marina Silva ha affermato che sarà la luce della poronga (lampada usata nel lavoro notturno dai raccoglitori di caucciù nelle foreste dell’Acre da cui tanto Silva che Mendes sono originari), a illuminare il cammino.

Mentre Davi è coinvolto in varie riunioni nella parte ufficiale dell’evento, i suoi «parenti», soprattutto dello stato del Pará di cui Belém è la capitale e dagli stati confinanti di Amazonas, Tocantins, Maranhão, Amapà e Mato Grosso, si ritrovano nel «Vertice dei popoli» (Cúpola dos povos). Sono Kayapò, Wai Wai, Katxuyana per citarne alcuni.

Per l’evento inaugurale hanno solcato le acque del fiume Guamà oltre 300 imbarcazioni, tante quante sono le lingue parlate dai popoli indigeni, per celebrare simbolicamente la diversità socio-culturale del Paese che fa da specchio a quella naturale.

«La morte della foresta è la fine della nostra vita» recita lo striscione dei manifestanti davanti alle lampade (la «poranga» è la lampada dei raccoglitori di caucciù) che illuminano il cammino. Foto Silvia Zaccaria.

Mentre fuori risuona il ritmo del Carimbò, genere musicale e danza tipica della regione, nei vari spazi di dibattito, le rivendicazioni di tutti quei gruppi sociali «periferici» – indigeni ma anche pescatori tradizionali, ribeirinhos, raccoglitrici di cocco – che, paradossalmente, proprio per essere gli ultimi custodi del pianeta, maggiormente subiscono le aggressioni del sistema economico, si mescolano e si amplificano. 

Sulle t-shirt sono impressi slogan che invocano giustizia: «Nessuno profani la tua terra»; «Silenzio, la terra sta parlando», «La morte della foresta è la fine della nostra vita» fino a «Dal fiume al mare Palestina libera», che assume un significato particolarmente forte qui dove le acque dolci del rio delle Amazzoni con tutti i suoi affluenti si uniscono a quelle dell’Oceano.

Delle giovani Mundurukù filmano un coro di bambini e il canto mesto di un pescatore del rio Tocantins che sembra quasi un lamento per la morte dell’ambiente naturale della sua infanzia, che gli ha garantito sinora cibo e lavoro.  Presto il «Pedral do Lourenco», una conformazione geologica rocciosa di 35 chilometri, verrà letteralmente fatta esplodere per consentire, anche nella stagione secca, il passaggio sul fiume Tocantins delle grandi navi cariche di soia ed altre commodities dal centro sud verso il porto di Barcarena, da dove vengono esportate. Il ritornello recita «Lourenço, Lourenço», perché, in Amazzonia, persino le rocce hanno un nome.

Silvia Zaccaria (da Belém)




Centrafrica. Le elezioni si avvicinano

La Repubblica Centrafricana (Centrafrica) vive giorni apparentemente tranquilli. Le strade di Bangui, la capitale, tornano ad animarsi, i mercati risuonano delle voci delle donne che vendono manioca e verdure, e in molte zone si respira un’aria di pace. È una calma fragile che può spezzarsi in ogni momento. «La situazione è migliorata rispetto a qualche anno fa, ma restano ancora zone rosse, dove la tensione è alta e la vita molto difficile – racconta monsignor Aurelio Gazzera, carmelitano, da 33 anni missionario nel Paese e vescovo di Bangassou -. In alcune prefetture non si potranno nemmeno tenere le elezioni (previste il 28 dicembre, ndr), tanto la situazione resta tesa».

Dopo anni di guerra civile, il Centrafrica tenta di ritrovare una normalità, ma la pace resta lontana. Le grandi città, come Bangui e Bouar, sono più sicure, ma nelle campagne persistono le violenze di bande armate e gruppi ribelli. Padre Antonino Triani, missionario cappuccino, conferma: «Il conflitto generalizzato del 2015 è finito, ma restano fazioni armate che non accettano il regime o vivono di furti e rapine. Il tasso di criminalità è alto e il Centrafrica è stato giustamente definito “il cimitero degli accordi di pace”». Gli ultimi tentativi di riconciliazione – come la cessazione delle ostilità da parte dei gruppi Upc e 3R – hanno acceso una piccola speranza. «Il presidente Faustin-ArchangeTouadéra – osserva padre Triani – ha ringraziato la Comunità di Sant’Egidio, che da anni lavora con pazienza e discrezione per favorire il dialogo».

Onu, Russia e Cina
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha esteso fino al 2026 le sanzioni contro gruppi armati e individui, includendo congelamento dei beni, divieti di viaggio ed embargo sulle armi. Misure che riflettono le preoccupazioni per lo sfruttamento delle risorse naturali e dei corridoi di transumanza da parte delle fazioni ribelli.
Ma il Paese resta segnato da forti ingerenze straniere. «Il governo si è impelagato con i Wagner, ora ribattezzati Africa Corps – spiega monsignor Gazzera -. Formalmente sotto Mosca, continuano a operare in cambio di oro, diamanti, legname e uranio. Nulla è cambiato». Dal 2017, quando l’Onu autorizzò Mosca a fornire armi e addestramento, la presenza russa è diventata stabile, ma controversa. «Molti ritengono che i russi abbiano garantito più sicurezza dei caschi blu, ma al prezzo di ingerenze e sfruttamento – aggiunge padre Triani -. Le accuse di violazioni dei diritti umani non mancano».
La Francia, ex potenza coloniale, si è invece defilata. «Sono un po’ fuori gioco – osserva monsignor Gazzera -. La loro influenza politica è ormai quasi nulla». Al contrario, la Cina è sempre più presente con progetti di infrastrutture, ospedali e il nuovo stadio nazionale della capitale.

In aumento le violazioni dei diritti
La situazione dei diritti umani è peggiorata, con un aumento del 73% delle violazioni documentate. Particolarmente gravi le violenze sessuali e gli abusi sui minori. Un rapporto Onu di agosto segnala un incremento del 25% dei casi, ponendo il Paese tra quelli con la più alta incidenza. «Tra i responsabili – riporta africansecurityanalysis.org – ci sono gruppi armati, forze statali e mercenari stranieri. L’afflusso di rifugiati sudanesi ha aggravato le pressioni umanitarie, con reclutamenti forzati nei campi e violenze etniche».
Il Centrafrica resta tra i Paesi più poveri del mondo. L’insicurezza alimentare colpisce 2,2 milioni di persone, un terzo della popolazione, aggravata dai conflitti e dalle inondazioni. «L’analfabetismo supera la metà della popolazione, la mortalità infantile è altissima e la vita media non arriva a 55 anni – spiega padre Triani -. Le infrastrutture sono malandate, le strade sono spesso impraticabili durante la stagione delle piogge».

Peggiorano le condizioni di vita
Monsignor Aurelio Gazzera descrive la vita quotidiana: «I prezzi sono schizzati alle stelle: un sacco di cemento è passato da 30 a 45 euro. Anche zucchero e olio costano troppo. Così la gente riduce i consumi. Le scuole in alcune zone non hanno ancora aperto e forse non inizieranno prima di gennaio o febbraio».
Eppure, la popolazione conserva fiducia. «Nonostante tutto, la gente non si rassegna – dice padre Triani -. La fede e lo spirito di sopportazione restano forti. È una società povera, ma ricca di umanità. Il motto del primo sacerdote e padre della nazione, Barthélemy Boganda, era Zo kwe zo: ogni uomo è uomo, con la propria dignità. Questo rimane vero anche oggi».

In un contesto tanto fragile, la Chiesa cattolica continua a essere un punto di riferimento. «Per ora ci lasciano lavorare – spiega monsignor Gazzera -, ma quando parliamo di giustizia o diritti, le autorità si irritano. Finora non ci hanno mai ostacolato apertamente, ma le tensioni non mancano». Durante gli anni più duri del conflitto, parrocchie e istituti religiosi hanno accolto migliaia di sfollati. «Oggi continuiamo a offrire scuole, centri sanitari e spazi di formazione per i giovani», ricorda padre Triani.
Il clima religioso, dopo gli scontri del 2013 tra cristiani e musulmani, è tornato in gran parte sereno. «Oggi i rapporti sono buoni – conferma monsignor Gazzera -. Durante la guerra abbiamo accolto tutti, e questo ha lasciato un segno. I musulmani sanno che possono contare su di noi». Padre Triani aggiunge: «Restano tensioni locali tra pastori e agricoltori, ma la convivenza tende a normalizzarsi. La fede unisce più di quanto divida».

In attesa delle elezioni presidenziali
Le elezioni di fine anno rappresentano un banco di prova. «Il presidente Touadéra si ripresenterà per un terzo mandato dopo aver cambiato la Costituzione – spiega monsignor Gazzera -. Gli oppositori vengono esclusi con cavilli legali, e questo crea nuove tensioni. Tutto lascia pensare che verrà rieletto, ma il dopo sarà delicato».
Secondo gli analisti di africansecurityanalysis.org, processi mal gestiti potrebbero aggravare l’instabilità. Gli attori internazionali dovranno sostenere i preparativi elettorali, il disarmo e la protezione dei civili, monitorando l’influenza straniera, soprattutto nell’estrazione di risorse e nella sicurezza. La stabilità del Paese dipenderà da una governance credibile e da un impegno internazionale duraturo.
Intanto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 13 novembre, ha prolungato di un anno la missione dei caschi blu, Minusca, nel Paese dal 2014.
«Basterebbe un po’ di pace – sospira il vescovo -, così il Centrafrica potrebbe finalmente esprimere tutta la sua ricchezza, umana e naturale».

Enrico Casale




Timor Est. Dili entra nell’Asean

Timor Est, la nazione più giovane d’Asia, è diventata l’11mo Paese membro dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico, un’organizzazione regionale, fondata nel 1967 a Bangkok, che promuove la cooperazione economica, politica e culturale tra i suoi stati membri (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam e, appunto, Timor Est).
L’adesione è stata ufficialmente approvata nel corso del 47mo summit dell’Asean, tenutosi nella capitale della Malaysia, Kuala Lumpur, dopo una domanda presentata nel 2011.
In 14 anni di attesa, il piccolo stato che occupa la metà orientale dell’isola di Timor, la cui metà occidentale appartiene all’Indonesia, ha lavorato per soddisfare i criteri economici, politici e istituzionali richiesti dall’organizzazione.
Durante la cerimonia di adesione, Timor Est si è impegnata a rispettare i principi fondanti dell’Asean: non interferenza, dialogo pacifico e sviluppo sostenibile.

Un nuovo capitlo nella storia del Paese

«È un sogno che si realizza», ha detto il Primo ministro e storico leader della resistenza, Xanana Gusmao, «ed è una testimonianza dello spirito del nostro popolo, una giovane democrazia, nata dalla nostra lotta», ha proseguito. «Questo non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo capitolo per la storia della nazione», ha rimarcato.

Si aprono nuove e stimolanti prospettive economiche, sociali, culturali per la piccola nazione a maggioranza cattolica: si respira un clima di crescente ottimismo e di grande attesa per un passo che, ritengono gli analisti, consentirà al Paese di compiere un salto di qualità nella crescita e nello sviluppo.

Sul piano economico il governo timorese ha già firmato diversi accordi che stabiliscono una cooperazione con la Malaysia nel campo delle telecomunicazioni e un partenariato con la Banca asiatica dello sviluppo.
L’adesione all’Asean rappresenta per Timor Est l’opportunità di accedere a programmi di cooperazione economica e investimenti, sicurezza regionale e iniziative multilaterali come il Partenariato economico globale regionale, un programma che gli osservatori hanno definito simile a quelli dell’Unione Europea.

Per la nazione di 1,4 milioni di abitanti, tra le più povere dell’Asia, la speranza è quella di ricevere una spinta per la crescita del Prodotto interno lordo (attualmente di soli 2 miliardi di dollari) in modo da sollevare il 42% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà. La principale fonte di ricchezza è attualmente costituita dalle risorse naturali come petrolio e gas, ma il governo sta cercando di far crescere altri settori come il primario e il turismo, che saranno ora aperti a una comunità economica di circa 680 milioni di persone.

Il tema dell’emigrazione

In una nazione in cui i due terzi dei cittadini hanno meno di 30 anni, nutrono grandi speranze soprattutto i giovani che vedono l’ingresso nell’Asean come l’aprirsi di nuove e feconde opportunità di occupazione e di futuro, che consentiranno a Timor Est di sviluppare il suo potenziale. In tale cornice, una delle questioni oggetto di dibattito è l’emigrazione: nel Paese è già ampiamente sviluppato il fenomeno delle partenze dei giovani a causa della disoccupazione. Essi potranno ora trovare percorsi di formazione e di avviamento professionale all’estero godendo di nuove opportunità di istruzione superiore e accademica.

I cittadini timoresi sono convinti anche di portare qualcosa, ha rimarcato Bento Pereira, portavoce della conferenza episcopale cattolica: «Timor Est entra e si pone nell’associazione con la sua identità, cultura, risorse e, poi, anche con la fede, parte integrante della nostra vita». L’ingresso nell’Asean diventa, così, anche una via di evangelizzazione.

Paolo Affatato




Argentina. Milei, per grazia ricevuta

Yuto (Jujuy). Dopo quattro mesi disastrosi per la Casa Rosada, con l’economia dipendente dal salvataggio finanziario di Donald Trump, casi di corruzione di alto profilo e persino candidati esclusi a causa di legami con il narcotraffico, il governo Milei temeva le elezioni di medio termine. Invece, è andata diversamente. La strategia del presidente di ridurre le elezioni a una battaglia tra il «bene», da lui rappresentato, e il «male», ovvero il kirchnerismo di Cristina (la ex presidenta, attualmente ai domiciliari per corruzione), si è rivelata un successo.

La partecipazione al voto ha raggiunto il 68 per cento e ha prodotto un progresso significativo de La libertad avanza, il partito del presidente Milei, e un arretramento di Fuerza patria, il partito peronista. Questi risultati hanno ridisegnato il Congresso argentino: la Camera (275 deputati) avrà sempre 99 peronisti con i seguaci di Milei passati però da 37 a 80; al Senato (72 rappresentanti) i senatori peronisti si sono ridotti a 28, mentre quelli di Milei sono passati da 6 a 18.

Il presidente Milei spera che la sua vittoria elettorale plachi le turbolenze sui mercati finanziari e arresti la caduta del peso rispetto al dollaro, una crisi che ha richiesto il salvataggio multimiliardario (20 miliardi di dollari) degli Stati Uniti.

Axel Kicillof, governatore di Buenos Aires e candidato peronista, sconfitto dal presidente Javier Milei nelle elezioni di medio termine.
(Foto Santiago Sito via Flickr)

A sua volta, il principale avversario, il governatore di Buenos Aires Axel Kicillof, futuro candidato peronista alle presidenziali del 2027, ha affermato che «Milei sbaglia a festeggiare questo risultato elettorale, dove 6 argentini su 10 hanno dichiarato di non essere d’accordo con il modello da lui proposto». «Sbaglia anche a ignorare la sofferenza del nostro popolo, dove i più vulnerabili soffrono ogni giorno di più» ha aggiunto Kicillof, criticando Milei per aver chiesto agli Stati Uniti un salvataggio per sostenere il suo piano economico.

Al di là del risultato elettorale, mi permetto di proporre una riflessione personale. Il giorno delle elezioni, dopo la chiusura delle stesse, nella mia omelia ho detto che il risultato elettorale sarebbe dipeso dal modo di votare: «Si può “votar” o “botar”. Votar con la “v” può esprimere un voto minimamente cosciente e responsabile; botar (buttare) con la “b” può indicare un voto condizionato, comprato, buttato via, precisamente».

Già alcune settimane prima, in occasione della festa patronale, in onore di San Francesco di Assisi in una delle comunità facenti parte della parrocchia di Yuto, dove opero pastoralmente, nella messa principale, a cui sono soliti partecipare anche rappresentanti politici di diverso segno partitario (sindaci e deputati regionali), avevo fatto qualche provocazione. Durante l’omelia avevo provato a collegare il Giubileo della speranza, promosso da papa Francesco, con la realtà nelle sue diverse espressioni. Avevo chiesto: che segni di speranza ci aspettiamo, per esempio, dalla politica? Avevo provato a ricordare che è tempo di sperare in una politica con una vocazione di servizio al posto di una politica proselitista che compra volontà e coscienze.

Come missionario, sento la grande necessità di tornare a formare coscienze e senso civico, per non svilire la politica e il senso della democrazia, in cui tutti dovrebbero sentirsi partecipi, con diritti e doveri. Per un Paese che non svenda i beni di tutti al miglior offerente, che non distrugga l’ambiente e la Casa comune. Non è il liberismo selvaggio alla Milei che può far grande l’Argentina.

Giuseppe (José) Auletta, Imc




Stati Uniti. Un musulmano per New York

Si chiama Zohran Mamdani ed è nato a Kampala, in Uganda, nel 1991. Da gennaio 2026 sarà il primo sindaco musulmano di New York, la metropoli del mondo, la città simbolo degli Stati Uniti. In quanto migrante e – di conseguenza – statunitense naturalizzato, Mamdani non potrà mai essere eletto per la Casa Bianca. Tuttavia, la sua (clamorosa) vittoria elettorale rappresenta la prima, seria sconfitta del presidente Donald Trump in patria, amplificata dai risultati in Virginia e New Jersey, stati in cui due candidate democratiche sono state elette a governatrici.

Figlio della nota regista indiana Mira Nair e del professore universitario ugandese Mahmood Mamdani, da poco sposato con Rama Duwaji, ventottenne di origini siriane, dal 2020 Zohran Mamdani è un membro dell’Assemblea dello Stato di New York e un esponente della minoranza socialista del Partito democratico. Il suo programma è incentrato, com’è giusto che sia, sui problemi di NewYork, ma è comunque rivoluzionario, per lo meno per un paese come gli Stati Uniti.

Esso prevede di congelare gli affitti degli appartamenti per oltre due milioni di inquilini, di creare un sistema di trasporto pubblico veloce e gratuito, di rendere più facile crescere una famiglia attraverso un’assistenza all’infanzia gratuita fino ai cinque anni, di fermare l’aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità con la creazione di supermercati comunali. Con quali risorse finanziare interventi tanto impegnativi? La risposta si trova sul sito del vincitore: «l’amministrazione Mamdani – si legge – ha un piano per finanziare questo programma aumentando le tasse sulle aziende più redditizie e sui newyorkesi più ricchi, invertendo decenni di tagli fiscali e disinvestimenti».

Difficilmente tutto questo giungerà a compimento, ma il dado del cambiamento è stato tratto. Come si è capito dalla reazione stizzita del presidente Trump, che a New York è nato e in cui ha il quartiere generale la sua impresa (la «Trump Organization»).

Le due nuove governatrici democratiche di Virginia (Abigail Spanberger) e New Jersey (Mikie Sherrill).
E il titolo con cui il quotidiano italiano «La Verità» ha annunciato la vittoria di Mamdani.

Prima, durante e dopo la contesa elettorale, il tycoon non ha nascosto la propria rabbia contro l’esponente democratico (un «candidato comunista», ha scritto su Truth, il suo social network, lo scorso 3 novembre, mentre il giornale italiano La Verità ha fatto sintesi definendolo «islamocomunista» e Libero ha immediatamente parlato di «milionari in fuga dal sindaco comunista»). Il presidente Usa ha minacciato di tagliare i fondi federali alla metropoli e apostrofato come stupidi gli ebrei (a New York sono 1,4 milioni) che avessero votato per Mamdani, acceso sostenitore della causa palestinese. Alla fine, dopo la più alta affluenza alle urne degli ultimi 50 anni, il democratico ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti (oltre un milione di preferenze), surclassando gli avversari Andrew Cuomo e Curtis Sliwa.

Il New York Times, il quotidiano statunitense più anti trumpiano, non ha sostenuto apertamente la campagna elettorale di Mamdani a causa di alcune sue idee politiche (sul dipartimento di polizia, su Hamas, su alcune proposte socialiste) e per la sua inesperienza manageriale. Tuttavia, ha applaudito la sua vittoria suggerendogli – nell’editoriale del 5 novembre – di concentrarsi sui miglioramenti della vita dei cittadini newyorkesi per diventare «uno dei grandi sindaci della città».  

Dopo la giustificata esultanza, adesso per il neo sindaco inizierà il lavoro, che – alla luce delle tante aspettative e di altrettanti dubbi – non sarà affatto facile.

Paolo Moiola




Tanzania. Elezioni farsa, centinaia i morti

La mattina di mercoledì 29 ottobre – giorno delle elezioni presidenziali in Tanzania – molti seggi in tutto il Paese sono rimasti quasi vuoti. Tra coloro che non si sono recati a votare, c’erano moltissimi giovani. Quei giovani che, il pomeriggio, hanno invece iniziato a radunarsi per le strade di Dar es Salaam (capitale economica del Paese) per manifestare il loro malcontento nei confronti di un regime sempre più oppressivo. Oltre che per denunciare l’inutilità di un’elezione, il cui risultato – la vittoria della presidente uscente, Samia Suluhu Hassan – era deciso già da tempo. Infatti, i principali esponenti dell’opposizione (Tundu Lissu del partito Chadema e Luhaga Mpina dell’Act-wazalendo) erano stati esclusi, servendosi di accuse giudiziarie e cavilli burocratici.

Lo scoppio delle proteste

Dar es Salaam è una città di oltre sette milioni di abitanti. Affacciata sull’Oceano Indiano, è uno snodo commerciale fondamentale, grazie al suo porto. È proprio in questo agglomerato urbano che, il giorno del voto, sono iniziate le proteste dei giovani tanzaniani. Mentre i manifestanti sfogavano la loro rabbia contro il sistema, bruciando veicoli, pompe di benzina e stazioni di polizia, le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni, proiettili e blocchi stradali.

Poi, è sceso in strada anche l’esercito, rafforzando la repressione. A nulla è servito il coprifuoco, dichiarato dalle autorità la sera di mercoledì: i manifestanti l’hanno ignorato, continuando a protestare e la polizia ha risposto con colpi d’arma da fuoco e gas lacrimogeni.

Nel frattempo, la situazione nel resto del Paese è diventata sempre più confusa. Già prima del voto, le autorità avevano bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto rigido controllo, tanto che le uniche notizie sulle proteste circolano sui social. Tutti i dipendenti pubblici lavoravano da remoto e gli uffici governativi erano chiusi. Anche la riapertura di università e college (prevista per lunedì 3 novembre) è stata posticipata a data da destinarsi.

Sui social circolavano video non verificati che mostravano i manifestanti mentre invadono l’aeroporto di Dar es Salaam. D’altra parte, gli scali di Dar es Salaam, Arusha e del Kilimangiaro sono stati chiusi e molti voli cancellati, provocando una situazione di panico e caos soprattutto tra i viaggiatori stranieri. Solo l’aeroporto di Zanzibar continua a funzionare, anche se con difficoltà.

I risultati contestati

Mentre giovedì 30 la rete televisiva statale, la Tanzania broadcasting corporation, mandava in onda i risultati provvisori del voto – che davano Hassan in testa con il 96,99% dei consensi -, le proteste si sono intensificate, coinvolgendo diverse città del Paese, tra cui Dar es Salaam, Arusha, Dodoma e Mbeya.

Nell’arcipelago semiautonomo di Zanzibar, invece, la vittoria del Chama cha mapinduzi (Ccm) – il partito di cui fa parte Hassan e che governa la Tanzania dall’indipendenza nel 1961 – era certa già giovedì, quando la Commissione elettorale ha annunciato che il presidente uscente, Hussein Mwinyi, aveva ottenuto il 78,8% dei consensi. L’opposizione ha reagito, denunciando «frodi massicce».

Sabato primo novembre, invece, sono stati annunciati i risultati definitivi anche per la Tanzania: senza sorprese, Hassan è stata riconfermata con il 97,66%. Nel comunicare i dati ufficiali, la Commissione ha sottolineato che la presidente uscente aveva «dominato in ogni circoscrizione». Un risultato che John Kitoka, portavoce del Chadema (il principale partito di opposizione, escluso dal voto per non aver firmato il Codice di condotta elettorale), ha definito «una parodia di un processo democratico».

Centinaia di manifestanti uccisi

Il bilancio di questi primi giorni di protesta non è chiaro. La mancanza di una connessione internet affidabile e le poche notizie che escono dal Paese rendono difficile avere certezze.

Venerdì, esponenti del Chadema hanno riferito all’Agence France Presse (Afp) che almeno 700 persone erano rimaste uccise nelle manifestazioni. Il bilancio stilato dalle Nazioni Unite invece, per il momento, si ferma a dieci morti. Da parte sua, il governo tanzaniano nega qualsiasi decesso, oltre a rigettare le accuse sulla violenza della polizia. Le autorità hanno derubricato le proteste a semplici tafferugli e Hassan – che, nel frattempo, il 3 novembre, si è nuovamente insediata come presidente – ha accusato i manifestanti di atteggiamenti irresponsabili e antipatriottici.

Ma i giovani tanzaniani, in realtà, non sembrano avere intenzione di fermarsi. D’altra parte, la loro decisione di scendere in massa per le strade delle maggiori città del Paese è sintomo di un malessere generalizzato – comune a quello di tanti altri giovani del continente – nei confronti di una classe politica spesso anziana, lontana dai reali bisogni della popolazione e interessata solo a mantenersi al potere e ad arricchire la propria cerchia di fedeli.

Aurora Guainazzi