Medio Oriente. Il calcio sconfiggerà la guerra?

Lo scorso 1° aprile a Monterrey, in Messico, la nazionale di calcio dell’Iraq ha battuto per 2 a 1 la Bolivia. L’Iraq è così diventata la 48esima e ultima squadra a qualificarsi per i mondiali che si terranno in Messico, Canada e Stati Uniti tra giugno e luglio.

Nel giorno della vittoria, migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale Baghdad per festeggiare la vittoria e una qualificazione che mancava da quasi quarant’anni.

Il successo calcistico è avvenuto in un momento molto delicato per il Paese, coinvolto suo malgrado nella guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Ne è rimasta coinvolta anche la squadra irachena che ha raggiunto il Messico, sede della partita decisiva, dopo un viaggio di tre giorni, durante il quale alcuni suoi giocatori sono stati costretti a percorrere via terra parte del tragitto a causa della sospensione dei voli aerei a seguito del conflitto.

Il principale leader sciita dell’Iraq, Muqtada al-Sadr. Nel Paese gli sciiti sono in maggioranza. (Screenshot)

Essendo a maggioranza sciita (55-60 per cento della popolazione), l’Iraq è considerato vicino all’Iran, pur con vari contrasti al proprio interno. Tale vicinanza è stata confermata lo scorso 4 aprile quando migliaia di sciiti iracheni – seguaci di Muqtada al-Sadr, leader del «Movimento sadrista», forte partito d’opposizione – si sono radunati a Baghdad e in altre città per protestare verso la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro Teheran. Va anche ricordato che alcune milizie sciite fortemente antiamericane – come «Kataib Hezbollah» e «Harakat al-Nujaba» – hanno sempre rifiutato di disarmarsi.

Quanto alla nazionale di calcio iraniana, questa si era qualificata per il campionato mondiale americano già un anno fa. Da allora la situazione del Paese è però precipitata culminando nella guerra in corso dal 28 febbraio e producendo conseguenze anche sullo sport. 

Prima di una partita amichevole ad Antalya, in Turchia, i giocatori della nazionale iraniana mostrano foto degli scolari uccisi da un attacco di Usa-Israele. (Screenshot)

Lo scorso 31 marzo, ad Antalya, in Turchia, prima di una partita amichevole e davanti al presidente della Fifa, Gianni Infantino (grande amico di Trump), la squadra iraniana ha protestato contro gli attacchi militari di Stati Uniti e Israele mostrando zaini per bambini e foto di vittime della guerra durante l’esecuzione degli inni nazionali.

A metà marzo, il presidente Trump aveva detto che l’Iran farebbe bene a non partecipare ai mondiali per la sua stessa sicurezza. Un avvertimento minaccioso come nella consuetudine del tycoon. Dopo che si era ipotizzato prima un ritiro della squadra e poi il trasferimento delle partite dell’Iran in Messico, è intervenuta la Fifa, organizzatrice della manifestazione, per confermare partecipazione e programma della squadra iraniana.

Al momento, tuttavia, non esiste una certezza assoluta sulla sua presenza al mondiale visto l’imperversare del conflitto nell’area mediorientale. E vista l’imprevedibilità del presidente americano che potrebbe negare alla delegazione iraniana l’ingresso negli Stati Uniti. La speranza è che lo spirito dello sport prevalga sulle conseguenze della guerra e che l’Iran possa partecipare regolarmente ai mondiali. Nonostante Trump.

Paolo Moiola




Italia. Firmare per una difesa civile e nonviolenta

Si può mettere una firma entro il 15 settembre 2026 (meglio se lo facciamo subito) per iniziare a dare corpo a «un’altra difesa» civile e nonviolenta.

Il 16 marzo scorso, infatti, i promotori della campagna «Un’altra difesa è possibile» hanno depositato in cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un «Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta», e la raccolta delle 50mila firme necessarie – per l’avvio della discussione in Parlamento – è già iniziata.

Non di sole armi

La violenza è la malattia degenerativa del conflitto, la patologia delle normali dinamiche di relazioni (tra persone, Paesi, generazioni, generi, classi sociali, e così via).

Così come per stare in salute non ci basta il pronto soccorso, ma abbiamo bisogno di un sistema organizzato di prevenzione e di cura dei corpi, anche per la pace non basta mettere le toppe quando scoppia la violenza (intervenendo con le armi, o protestando contro gli interventi armati), ma c’è bisogno di organizzare corpi civili di difesa popolare nonviolenza, c’è bisogno di costruire attivamente – con strutture e soldi pubblici – una cultura della pace, e politiche di prevenzione, mediazione, giustizia, coesione sociale, cooperazione.

È necessario affiancare al super finanziato comparto militare della Difesa un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta perché i cittadini abbiano gli strumenti per difendersi (senza armi) da eventuali aggressioni.

Nuova tappa di un lungo cammino

La proposta, depositata alla Corte di cassazione da tre reti della società civile (Rete italiana pace e disarmo, Sbilanciamoci! e Conferenza nazionale enti di servizio civile), rappresenta «un nuovo e più determinato capitolo di una storia che dura da oltre un decennio», si legge sul sito di Rete italiana pace e disarmo.

«Nel luglio 2014 – è spiegato – venne depositato per la prima volta in Cassazione il testo della proposta, ora aggiornata, e nel maggio 2015 […] vennero consegnate alla Camera dei deputati oltre 53mila firme. Nel luglio 2017 poi la proposta venne incardinata e calendarizzata in sede di discussione congiunta delle commissioni Affari costituzionali e Difesa della Camera (risultato definibile come storico) ma senza mai giungere all’approvazione definitiva. La Campagna non si è mai fermata: petizioni al Parlamento, incontri istituzionali, mobilitazioni territoriali hanno tenuto viva l’istanza fino ad oggi».

Più avanti, poi, si spiega che la Campagna stessa, lanciata nel 2014, «affonda le radici ben più in profondità: è l’erede di decenni di azioni per l’obiezione di coscienza al servizio militare e delle lotte di quanti hanno pagato di persona il rifiuto delle armi, aprendo la strada al riconoscimento giuridico dell’obiezione e poi del Servizio civile. Quella stessa tradizione di resistenza nonviolenta chiede oggi di compiere un passo ulteriore: non limitarsi a obiettare individualmente, ma dotare la Repubblica di una struttura pubblica, stabile e finanziata, capace di praticare e promuovere la difesa della Patria con strumenti civili e non armati».

Nel solco della Costituzione

«La proposta – prosegue Rete italiana pace e disarmo – istituisce presso la presidenza del Consiglio dei ministri un «Dipartimento dedicato alla difesa civile, non armata e nonviolenta», riconosciuta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, in attuazione degli Articoli 2, 11 e 52 della Costituzione e nel solco della sentenza della Corte costituzionale n. 164 del 1985 che ha riconosciuto l’esistenza di forme “civili” di difesa della patria. Il Dipartimento andrebbe a coordinare i corpi civili di pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo operando in sinergia con il sistema di protezione civile e il Servizio civile universale».

Nel testo della proposta di legge, le risorse finanziarie per questo nuovo Dipartimento arriveranno da un fondo nazionale alimentato dalla Legge di bilancio e dallo strumento del 6 per mille dell’Irpef (analogo a quello dell’8 o del 5 per mille) da destinare esplicitamente, in sede di dichiarazione dei redditi, al fondo stesso.

Come firmare

Per fare in modo che la proposta giunga in Parlamento e sia discussa ed eventualmente approvata, è necessario raccogliere 50mila firme entro il 15 settembre.

Ogni cittadino può firmare in tutta Italia in diversi modi: cercando i banchetti degli enti promotori in piazze, eventi locali, sedi Arci o parrocchie, anche tramite i loro siti web e i profili social, oppure presso le segreterie comunali.

Una terza possibilità è la firma online tramite il portale apposito della Presidenza del Consiglio dei ministri, autenticandosi con Spid o Cie.

«Invitiamo tutte le cittadine e i cittadini, le associazioni, le comunità locali e le realtà della società civile a unirsi a questa mobilitazione – conclude il comunicato di Rete italiana pace e disarmo -. Firmare questa proposta significa scegliere di difendere la Patria con la nonviolenza come la Costituzione già prevede, e come la storia ci insegna che è possibile».

Luca Lorusso

Per leggere il testo della proposta di legge, clicca qui.

Leggi anche la relazione illustrativa che spiega il testo della proposta di legge.

Per firmare online, clicca qui.




Mondo. La schiavitù non si dimentica

Nell’agosto del 1619 la nave inglese «White Lion» approdò a Point Comfort, sulla punta meridionale della penisola della Virginia, negli attuali Stati Uniti d’America. Aveva a bordo venti schiavi neri, probabilmente angolani.

L’evento segnò l’inizio dello schiavismo transatlantico, una pratica che avrebbe caratterizzato il mondo occidentale per circa 400 anni coinvolgendo tra i 12 e i 15 milioni di africani (a cui vanno aggiunti i milioni morti durante i sequestri e le traversate).

Nel 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite decise di dichiarare il 25 marzo di ogni anno «Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi». L’organo dell’Onu scelse quella data perché il 25 marzo del 1807 il Parlamento britannico aveva approvato una legge che proibiva la tratta transatlantica delle persone ridotte in schiavitù. La legge inglese costituì una svolta fondamentale nel circuito (legale) del traffico, anche se non determinò l’abolizione della schiavitù, che continuò per decenni in diverse regioni del mondo.

L’Unione africana ha dichiarato il periodo 2026-2035 «Decennio di azione per le riparazioni» e il Ghana è in prima linea in questa iniziativa. Molte navi negriere partirono, infatti, dalle coste di quel Paese.

Per questo, in occasione della ricorrenza di quest’anno, il presidente ghanese John Dramani Mahama ha promosso una risoluzione nella quale si esortavano gli Stati membri delle Nazioni Unite a scusarsi per la tratta degli schiavi e a contribuire a un fondo di risarcimento.

«Non esiste nulla come la schiavitù – ha detto all’inizio del suo discorso Mahama -. Ci sono stati esseri umani che sono stati trafficati e poi ridotti in schiavitù da persone che credevano di poterli possedere come merce, come loro proprietà personale».

Mahama ha fatto un lungo excurus storico ricordando le date principali dello schiavismo e non ha lesinato accuse agli Usa.

Dipinto di schiavi africani al lavoro (immagine British Library – Unsplash).

«Negli Stati Uniti – ha detto -, i corsi di storia afroamericana vengono eliminati dai programmi scolastici; le scuole sono obbligate a smettere di insegnare agli studenti la schiavitù, la segregazione e il razzismo nei corsi di storia americana».

L’Assemblea generale Onu ha, quindi, riconosciuto lo schiavismo delle persone africane come crimine contro l’umanità: 123 paesi hanno votato a favore, 52 si sono astenuti (tra i quali anche l’Italia, la Gran Bretagna e i paesi dell’Unione europea, diversi dei quali direttamente responsabili della tratta di schiavi) e soltanto 3 si sono opposti, Stati Uniti, Israele e Argentina.

Dan Negrea, rappresentante degli Stati Uniti, ha definito la risoluzione dell’Onu «altamente problematica», accusando inoltre i promotori di mettere in dubbio il sostegno del presidente Trump agli elettori afroamericani negli Stati Uniti. «Il presidente Trump – ha sostenuto – ha fatto più per gli afroamericani di qualsiasi altro presidente. Sta lavorando instancabilmente per il loro bene».

Le votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sono poco più che simboliche e senza conseguenze pratiche. Quella dello scorso 25 marzo, però, ha evidenziato una volta di più quanto gli Stati Uniti di Trump e Israele di Netanyahu (in questo caso, affiancati dalla disastrata Argentina di Milei) si siano allontanati dall’idea occidentale dei diritti umani.

Paolo Moiola




Il clima non è democratico

I paesi del Nord Europa sono spesso citati come modelli, anche per l’attenzione ad ambiente e sostenibilità. Oslo non fa eccezione, eppure anche lì i cambiamenti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. I quartieri più poveri hanno meno accesso agli spazi verdi e si trovano più lontani dall’acqua. Non è un dettaglio secondario, dato che la vicinanza a questi elementi determina la qualità dell’aria, la temperatura percepita e la salute di chi ci vive. I dati mostrano quanto questa distribuzione sia tutt’altro che casuale: a Oslo, un aumento di tremila dollari nel reddito annuo corrisponde mediamente a un aumento del 10% nella disponibilità di spazi verdi nel proprio quartiere. In altre parole, il verde urbano, una delle principali difese contro caldo e inquinamento, si distribuisce seguendo il reddito.

Il conto che pagano gli altri
Nel 2026, secondo Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito il proprio budget annuale di emissioni di carbonio (la quantità di CO₂ che può essere emessa per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°) dopo soli dieci giorni dall’inizio dell’anno. Lo 0,1% più ricco lo aveva già fatto il 3 gennaio. Eppure chi contribuisce di più al problema è anche chi ha più risorse per proteggersi dalle sue conseguenze.
Le emissioni dei più ricchi non sono solo un problema ambientale, ma anche economico e umano. Tra il 1990 e il 2050 le emissioni di consumo dell’1% più ricco del mondo stanno causando danni economici globali per decine di trilioni di dollari, concentrati soprattutto nei paesi a reddito basso e medio basso. La cifra è pari a circa tre volte i finanziamenti climatici trasferiti ai Paesi più poveri negli ultimi trent’anni. Solo quattro anni di emissioni dell’1% più ricco sono sufficienti a causare milioni di morti in eccesso per caldo nel corso del secolo, il 78% nei paesi poveri, dove chi muore è anche chi ha emesso meno.
La disparità tra Nord e Sud del mondo è forse la più evidente, ma il principio vale ovunque. I cambiamenti climatici colpiscono più duramente chi vive già in condizioni di vulnerabilità: donne, bambini, anziani, famiglie in povertà, persone migranti. Le disuguaglianze preesistenti amplificano i rischi climatici e questi, a loro volta, aggravano le disuguaglianze.
Vale anche in Europa. I paesi dell’Europa orientale e meridionale sono più esposti all’inquinamento da particolato e ozono, dipendono di più dai combustibili fossili e registrano rischi di mortalità da inquinamento più alti. In molte di queste regioni, dove i redditi sono più bassi e la disoccupazione più alta, le famiglie faticano anche a permettersi abitazioni adeguatamente riscaldate o raffreddate, proprio dove le temperature estreme sono più frequenti. Anche all’interno delle città più ricche, le comunità più svantaggiate vivono più vicino alle fonti di inquinamento, come strade trafficate e industrie. Chi ha meno reddito ha anche meno voce in capitolo su dove vivere, lavorare o mandare i figli a scuola. Il risultato è una concentrazione sistematica di anziani, bambini e famiglie in difficoltà nelle aree più esposte, con meno risorse per proteggersi.

Due casi concreti
Non è quindi solo una questione di dove si vive, ma anche di chi si è. Uno studio condotto nei Paesi Bassi su oltre 17 milioni di persone ha mostrato che i gruppi etnici minoritari sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico più alti rispetto alla popolazione di origine olandese, e che questa disparità persiste nelle aree rurali e anche a parità di posizione socioeconomica. Quindi, l’appartenenza a una minoranza etnica è di per sé un fattore di rischio ambientale, indipendentemente dal reddito.
A Londra, il problema dell’inquinamento dell’aria non finisce quando si chiude la porta di casa. Nei quartieri più poveri le concentrazioni di biossido di azoto sono più alte, anche perché le abitazioni a basso reddito si trovano più vicine alle strade trafficate. Chi vive in appartamenti piccoli e poco ventilati accumula livelli più alti di inquinanti e, trascorrendo più tempo in casa per disoccupazione, insicurezza percepita o mancanza di alternative, ne è anche più esposto. Bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari sono i più colpiti. I ricercatori chiamano questo meccanismo «triple jeopardy»: più esposti all’inquinamento, più vulnerabili ai suoi effetti e meno in grado di proteggersi. Un circolo che difficilmente si spezza con i soli comportamenti individuali, quando sono le condizioni strutturali a determinarlo.

Chi sopravvive all’estate
Le ondate di calore sono la principale causa di morte legata al clima in Europa. Nell’estate del 2025, in soli dieci giorni, il caldo ha ucciso 2.300 persone in 12 grandi città europee. L’88% ha riguardato persone over 65. Secondo uno studio, circa due terzi dei decessi sono attribuibili al cambiamento climatico: senza il riscaldamento globale prodotto dalla combustione di combustibili fossili, molti di loro sarebbero sopravvissuti.
Anche dentro le cifre si nasconde una geografia della disuguaglianza. Nella stessa estate, il quartiere di Puente de Vallecas di Madrid, uno dei più poveri della città, ha registrato temperature stradali di oltre 41°. A poche centinaia di metri, dove una fila di gelsi ombreggiava il marciapiede, si scendeva a 38°. Non è una coincidenza che il quartiere più povero abbia anche meno alberi: dal 2019 ne ha persi oltre 1.300, mentre la crescita del verde urbano si è concentrata nei quartieri a reddito medio alto. A questo si aggiunge che molte famiglie non possono permettersi l’aria condizionata.
La crisi climatica non colpisce a caso, ma lungo le linee già tracciate dalla disuguaglianza. Ridurre le emissioni è necessario, ma senza affrontare le fratture delle nostre società, continueremo a proteggere alcuni e a esporre altri. Combattere le disuguaglianze potrebbe non salvare solo le persone, ma anche essere una condizione per salvare il pianeta.

Eva Castelletti




Taiwan-Cina. Acqua calma nello Stretto

In una conferenza stampa, il 30 marzo, Cheng Li-wun, la presidente del partito Kmt (Kuomintang, l’ex partito unico di Chang Kai-shek), ha dichiarato di aver accettato con entusiasmo l’invito del presidente cinese Xi Jinping a guidare una delegazione in visita alla Repubblica popolare cinese (Rpc). Come riporta il Taipei Times, Cheng ha detto che spera di promuovere sviluppi pacifici nelle relazioni intra stretto che portino a stabilità nello Stretto di Taiwan. Il braccio di mare che separa l’isola dal continente, con una larghezza minima di circa 130 km, è presentato dagli analisti come un punto nevralgico della geopolitica mondiale e, talvolta, dai media internazionali, come luogo più pericoloso del mondo.

Il Kmt, attualmente all’opposizione, ha posizioni più filocinesi e meno autonomiste rispetto al Partito democratico progressista (Pdd), dell’attuale presidente Lai Ching-te, in carica dal maggio 2024.

Avvicinare le due sponde

La visita della delegazione è quindi da inquadrare in una strategia di Xi di avvicinamento soft tra le due sponde, in vista della riunificazione agognata da Pechino.

Cheng ha detto di voler migliorare le relazioni intra stretto basandosi sul cosiddetto «consenso del 1992». A fine ottobre quell’anno i delegati della Repubblica popolare (del Partito comunista cinese, Pcc) e quelli della Repubblica di Cina (del Kmt)), incontratisi a Hong Kong definirono il principio di «unicità della Cina», valido per entrambi i lati dello stretto. Di fatto, ognuna delle due parti riconosceva una sola Cina, ma ogni soggetto gli attribuiva un significato diverso. Il «consenso» è tuttora valido e spesso richiamato.

Il presidente e segretario generale del Pcc, Xi Jinping, ha invitato la delegazione del Kmt a visitare le città di Jiangsu, Shanghai e Beijing (Pechino) tra il e 7 e il 12 aprile. Un invito che vuole promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni Pcc-Kmt e intra stretto, ha affermato il direttore dell’Ufficio per gli affari taiwanesi di Pechino, Song Tao.

Il 14-15 maggio, sarà la volta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a volare in Cina su invito di Xi Jinping.

Marco Bello




Mondo. Gli altri costi della guerra

Domenica 8 marzo gli abitanti di Teheran si sono svegliati sotto una pioggia insolita: dopo il suo passaggio i muri delle case erano sporchi di nero. Stava piovendo petrolio. Perché la guerra distrugge vite e città, ma distrugge anche l’ambiente.
Il petrolio è uno dei protagonisti del conflitto con l’Iran. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo i bombardamenti dell’alleanza Usa-Israele hanno fatto esplodere tre depositi di carburante e una raffineria di Teheran. «Non vedo il sole, c’è un orribile fumo nero» ha raccontanto una donna alla Bbc mentre l’odore di fumo invadeva la città e le particelle degli oli parzialmente bruciati iniziavano a riversarsi sui tetti con la pioggia. La Mezzaluna rossa ha avvertito la popolazione di stare al riparo per proteggersi dalle ustioni chimiche alla pelle e dai gravi danni ai polmoni che l’esposizione avrebbe potuto causare.
Questo è forse il caso più eclatante di come questa guerra, e tutte le guerre, siano estremamente pericolose per l’ambiente, in quanto innescano una serie di danni le cui conseguenze sugli ecosistemi e sulla salute delle persone che li abitano potrebbero protrarsi per anni.

Contaminazioni
L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le esternalità di queste esplosioni rischiano di contaminare le falde acquifere, l’aria e il cibo della regione, con severe ripercussioni sulla salute delle persone, soprattutto di soggetti fragili e bambini.
C’è, poi, la bomba a orologeria dello stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio globale che l’Iran ha strategicamente bloccato: attacchi a diverse navi cargo e il possibile dispiegamento di mine navali stanno trasformando l’area in uno dei punti più critici della crisi.
Da quella stretta striscia di acqua passa un quinto del petrolio mondiale, oltre che enormi quantità di merci. I primi a pagarne il prezzo sono sicuramente i paesi del Golfo ma i conseguenti aumenti di prezzo del carburante e di altre merci hanno già colpito il mondo intero.
Le navi bloccate e in attesa consumano enormi quantità di carburante, inquinando soprattutto l’area circostante, ma il pericolo maggiore è dato dalla possibilità di esplosione di una delle ormai diverse centinaia di petroliere che stazionano nell’area.

L’industria della guerra
Le scene tragiche a cui assistiamo sempre più spesso non devono farci dimenticare che quella della guerra è una delle industrie più impattanti sull’ambiente. I danni creati non sono sempre evidenti e dietro le piogge acide di Teheran si nasconde un sistema che è, per sua natura, una delle principali fonti di inquinamento globale, anche quando non si combatte. Si stima infatti che gli apparati militari siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra nel mondo: dalla produzione di armamenti alla manutenzione di equipaggiamenti, basi e infrastrutture, fino alle esercitazioni. Si tratta di attività altamente inquinanti, fondate sull’impiego intensivo di materie prime ad alto impatto ambientale, e che con gli aumenti di spese militari decisi dalla Nato potranno solo aumentare. Il solo Dipartimento della guerra degli Stati Uniti, come è stato recentemente rinominato dall’amministrazione Trump, è l’organizzazione che consuma più combustibili fossili in assoluto a livello globale, con un fabbisogno comparabile all’intera Finlandia.

La storia ci dimostra che i danni ambientali delle guerre possono durare per generazioni. Ad esempio, durante la guerra in Vietnam, le forze statunitensi hanno cosparso circa 2,9 milioni di ettari di terreno con 80 milioni di litri di diserbanti. Le tracce di diossine nel suolo, nell’acqua e nella catena alimentare sono rimaste per decenni. Allo stesso modo, dopo la guerra in Iraq sono stati lanciati preoccupanti allarmi sui danni di lungo periodo che gli scarti bellici, tra cui le contaminazioni da uranio impoverito, avrebbero potuto arrecare all’ambiente e alla salute della popolazione. Anche a Gaza e in Ucraina le situazioni risultano analoghe, a conferma del fatto che la distruzione causata dalla guerra non termina con un cessate il fuoco.

Risorse arma strategica
La guerra consuma enormi risorse per il proprio sostentamento e distrugge interi ecosistemi con danni di lungo periodo. Le materie prime fossili sono esse stesse tra le principali motivazioni che innescano i conflitti, a volte dichiarate apertamente, ma spesso lasciate come un chiaro non detto. A questi, negli ultimi anni, si aggiungono sempre più spesso i minerali e le terre rare, indispensabili per lo sviluppo tecnologico. Il controllo di queste risorse è sempre stato uno dei principali determinanti degli equilibri di potere globali, causa dell’assoggettamento di intere nazioni e miccia che ha dato il via a molteplici conflitti. Oltre a rappresentare un obiettivo dei conflitti, queste risorse costituiscono anche una potente arma strategica: il blocco dello stretto di Hormuz è probabilmente la mossa che più ha messo in crisi Trump.
Non solo i carburanti: anche i fertilizzanti industriali da cui dipende l’industria agroalimentare globale hanno spesso origine fossile e per questi lo stretto di Hormuz è uno snodo fondamentale. Attraverso questo passaggio transita il 54% dei fertilizzanti di cui ha bisogno il Sudan e circa un terzo di quelli destinati alle colture di Sri Lanka, Tanzania e Australia. Questo si ripercuote sull’accesso al cibo di intere popolazioni e, in un secondo momento, sui prezzi dei generi alimentari a livello globale.

Per una transizione giusta
Tutto questo ci dimostra quanto le nostre società siano ancora strettamente legate al fossile. Siamo ancora dipendenti da un ristretto numero di risorse, altamente inquinanti, e controllate spesso da Stati altamente instabili. La transizione ecologica non rappresenta quindi solo una necessaria risposta ai danni ambientali delle attività umane, ma anche l’unico modo per garantire una vera libertà e indipendenza alimentare, energetica ed economica. La situazione che affrontiamo oggi mostra quanto le risorse fossili non siano solo un problema ambientale, ma una chiave fondamentale delle guerre e delle ingiustizie globali. Una transizione giusta è quindi un passo fondamentale verso un mondo di pace e giustizia.

Mattia Gisola




Argentina. Per non dimenticare quella lunga e oscura notte

Ieri, 24 marzo 2026, gli argentini hanno ricordato i 50 anni del golpe militare, avvenuto il 24 marzo del 1976. Io ho alcuni ricordi personali di quel periodo. In Argentina, infatti, arrivai nel novembre di quello stesso anno. Come una cappa di piombo, si percepiva un clima di controllo e paura su tutti e tutto. Ricordo che, durante il viaggio verso Nord per conoscere le varie comunità missionarie, accompagnato dal superiore regionale, padre Mario Viola, i controlli poliziali e militari erano continui: si saliva e scendeva dalla macchina per revisioni, richiesta di documenti, spiegazione dei motivi del viaggio.

Con tragico sarcasmo, un confratello diceva che il canto della messa «Alabaré, alabaré, alabaré» si era oramai trasformato in «A la pared, a la pared, a la pared» ovvero «Al muro, al muro, al muro», per intendere spalle al muro. Ricordo anche che tentai di visitare un confratello, padre Gianfranco Testa, messo in carcere e torturato durante il governo di Isabel Perón per la sua difesa dei campesinos nel Chaco, ma non mi fu permesso.

Ricordando il Golpe del 24 marzo 1976: la giunta militare con Jorge Rafael Videla al centro. (Immagine da perfil.com)

Ebbene, per i 50 anni, l’Episcopato argentino ha diffuso un messaggio riguardante quel momento storico, la tragedia del «terrorismo di Stato», un periodo che durò sette lunghi anni, fino al ritorno al regime democratico il 10 dicembre del 1983. Al messaggio è stato dato come titolo «“Nunca más” a la violencia de la dictadura y “siempre más” a una democracia justa» (Mai più alla violenza della dittaturae sempre più a una democrazia giusta).

Il documento dei vescovi cattolici dell’Argentina contiene vari punti significativi. Il 24 marzo del 1976 viene descritto come l’«oscura notte», una «tragedia» che esige una «memoria integra e luminosa» per avanzare come nazione. I prelati vanno però oltre affermando di comprendere  «che la memoria esige un’autocritica da parte della società», ma anche – e il passaggio è significativo – «della Chiesa presente al suo interno».

Ricordando il Golpe del 24 marzo 1976: i militari e la Chiesa. Nel documento 2026 dei vescovi è presente anche un’autocritica. (Immagine da perfil.com)

Il messaggio continua avvertendo una «tendenza crescente all’autoritarismo» e il rischio dei populismi che sfruttano l’angoscia sociale prodotta dalla crescita costante dell’impoverimento. E qui appare chiaro il riferimento all’attuale governo del presidente Milei che s’ispira a modelli come quelli di Trump, Putin ed altri governanti del mondo odierno. Ma anche a governi di stampo «populista» che l’hanno preceduto alla Casa Rosada.

Occorre tornare a un’economia «al servizio della dignità umana». Quindi, basta a una visione «economicista» a cui interessano solo i numeri e basta all’ossessione per gli investimenti stranieri che dovrebbero portare ricchezza al Paese e che – invece – si trasformano in tutt’altro: violazione dei diritti delle popolazioni, sfruttamento indiscriminato delle risorse, danneggiamento dell’equilibrio ambientale e quant’altro.

L’Argentina oggi: il presidente Javier Milei e il tenente generale Carlos Alberto Presti, nuovo ministro della Difesa.

L’opinione e l’atteggiamento degli argentini verso gli anni della dittatura è variabile, con una percentuale di nostalgici di quell’epoca che ruota attorno al 30%, con evidente soddisfazione delle delle più alte cariche del Governo. Anche se le forze armate non incidono più come nel passato, nell’ultimo rimpasto (a novembre 2025), Milei ha scelto come ministro della Difesa il tenente generale Carlos Alberto Presti, un militare di carriera dell’esercito, impegnato nella modernizzazione delle Forze armate argentine, sulla cui testa pesa di non aver mai condannato la dittatura e avere avuto il padre, il colonnello Roque Carlos Presti, al servizio della stessa. Si tratta del primo militare dopo 42 anni di ministri civili.

Il 24 marzo 1976 non è una celebrazione. È un modo per mantenere una memoria viva in funzione di una modalità di vita partecipativa, secondo criteri di giustizia ed equità e nel rispetto dei diritti umani fondamentali. È dire «mai più violenza». Di Stato e di ogni altro tipo.

Giuseppe Auletta (IMC)




Stati Uniti. Millenovecento chilometri d’ingiustizie

Per ora, hanno vinto i petrolieri e Donald Trump. La lotta è quella tra la compagnia texana Energy Transfer e la tribù dei Sioux di Standing Rock, appoggiata da Greenpeace Usa.

La vicenda, iniziata nel 2017, riguarda il «Dakota access pipeline», un oleodotto della Energy Transfer di quasi 1.900 chilometri di lunghezza che trasporta petrolio greggio dal Nord Dakota all’Illinois attraversando territori indiani.

Contro l’oleodotto si sono schierati i popoli nativi (Dakota e Lakota, noti come Sioux) di Standing Rock, una riserva indiana posta tra il Nord e il Sud Dakota, nel corso degli anni più volte ridotta di dimensioni per decisione del Congresso statunitense. I nativi sostengono che l’opera contamina gravemente le risorse idriche e viola territori ad essi sacri.

Il percorso dell’oleodotto (BBC) e un’immagine delle proteste dei Sioux e degli ambientalisti. Per ora (febbraio 2026) sconfitti dalla lobby petrolifera e da Trump.

Per i Sioux si è distinta Janet Alkire – in lingua lakota, Winyan Wagatia ovvero «donna di alto onore» -, la prima donna indiana eletta presidente della tribù di Standing Rock. Al fianco degli indiani si sono da subito schierati gli ambientalisti di Greenpeace.  

Lo scorso 27 febbraio, James Gion, giudice distrettuale del North Dakota, ha condannato Greenpeace a pagare la somma di 345 milioni di dollari alla società petrolifera texana come risarcimento per i danni ad essa causati. Gli avvocati di Energy Transfer hanno sostenuto che l’organizzazione ha svolto un ruolo chiave nelle proteste, attirando migliaia di persone nel territorio della riserva Sioux di Standing Rock fin dal 2016. Il giudice Gion ha accolto l’istanza.

Tuttavia, Greenpeace ha già dichiarato di essere pronta a chiedere un nuovo processo o a presentare ricorso a istanze giudiziali di più alto grado.

Sul sito statunitense dell’organizzazione internazionale si legge: «Questa causa è sempre stata incentrata sul tentativo delle grandi compagnie petrolifere di far “pagare” qualcuno per le proteste contro l’oleodotto Dakota access, di cancellare la sovranità indigena e di indebolire il movimento ambientalista».

«Quanto accaduto a Standing Rock – si spiega ancora – ha spaventato le grandi compagnie petrolifere. Hanno visto una protesta dal basso, guidata dalle popolazioni indigene nel Nord Dakota, crescere spontaneamente fino a trasformarsi in una resistenza internazionale che ha mobilitato milioni di persone.

Hanno visto quanto potente possa essere il movimento ambientalista. Energy Transfer ha chiesto un ingente risarcimento “a titolo di risarcimento danni esemplari” perché vuole che questo caso serva da monito a chiunque, persona o organizzazione, pensi di esercitare il proprio diritto di parola o di protestare pacificamente».

La conclusione di Greenpeace evidenzia quanto sotto gli occhi di tutti: «Con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca, questo schema è ormai ovunque: obbedire e rimanere in silenzio, altrimenti la propria istituzione verrà distrutta». Va ricordato – infine – che il presidente ha riaperto anche la questione di un altro oleodotto, il Keystone XL, che parte dall’Alberta, in Canada, ma che è bloccato dal 2021 per scelta dell’ex presidente Joe Biden a causa di numerose controversie ambientali.

Paolo Moiola




Italia. Dire e fare la cosa giusta

Anche quest’anno sono tornato a visitare la fiera «Fa’ la cosa giusta!», che nel fine settimana lungo (da venerdì 13 marzo a domenica 15) ha riempito due padiglioni della fiera di Milano Rho.

Si tratta di una delle tante «fiere del cambiamento» in italia, la più grande a livello nazionale, dedicata al consumo critico, agli stili di vita sostenibili e all’economia solidale.

Fiera «Fa’ la cosa giusta». Foto ©Alessia Gatta.

L’organizzatore della fiera, Terre di Mezzo, è un editore che privilegia un punto di vista attento alle storie, ai significati e a come le nostre azioni possono rinforzare i legami con gli altri e con il mondo, senza nascondere le difficoltà né la drammaticità del periodo che stiamo vivendo.

E così in fiera, oltre ai prodotti sostenibili e solidali e alle tante attività specifiche per le scuole, trovi moltissime idee e pratiche tra gli espositori, i laboratori e gli incontri: lanciare trottole appena costruite, realizzare costruzioni con canne di bambù legate tramite camere d’aria di bicicletta, arrampicare, riutilizzare, ascoltare come, insieme al clima, sta cambiando la neve in montagna, l’impatto della moda e il ruolo della finanza, giusto per fare qualche esempio.

Si trovano ovviamente, anche i banchetti di produttori, associazioni e organizzazioni varie, distribuiti nelle aree dedicate ai diversi temi della fiera: abitare sostenibile, famiglie e bambini, cibo e alimentazione, scuola, cosmesi (vedi MC ottobre 2025), moda, orti e giardini, pace, cultura e partecipazione.

Per chi partecipa ad un Gas (gruppo di acquisto solidale), la fiera «Fa’ la cosa giusta» è un’occasione per incontrare i propri produttori e conoscerne di nuovi. Tra questi, anche le organizzazioni di economia carceraria in cui lavorano detenuti che producono dolci, magliette e detergenti.

Un’ampia sezione è dedicata ai cammini ed al turismo responsabile, con la possibilità di conoscere diversi percorsi per viaggi a piedi o in bicicletta.

Oltre a nutrire il corpo con lo street food, in fiera anche la mente può essere alimentata, grazie ai banchetti di chi si occupa di informazione, oppure attraverso il denso programma culturale con 350 incontri.

Fiera «Fa’ la cosa giusta» 2026. Foto ©Claudia Mazza

I problemi del mondo attuale vengono affrontati per capirli meglio, ma anche per chiederci cosa possiamo fare noi a partire dalle nostre azioni quotidiane. Ricordo tra gli altri l’incontro «Restiamo umani» dedicato alla memoria di Vittorio «Vik» Arrigoni, a 15 anni dalla morte, con le testimonianze della madre Egidia Beretta e del professore di psicologia Guido Veronese, da poco rientrato da Gaza.

Tra gli incontri e i banchetti, trovo questa combinazione generativa tra il dire e il fare.
Come spiega Miriam Giovanzana, direttrice editoriale di «Fa’ la cosa giusta!»: «Raccontiamo come le scelte di ognuno, messe in relazione tra loro, acquistano un valore nuovo e trasformativo». È un modo per capire come collegare le nostre azioni ad una trasformazione complessiva in cui ognuno di noi ha un ruolo da giocare.

I numeri mostrano quanto questo modo di affrontare la vita sia popolare: le persone che hanno visitato la fiera sono state 65mila, tra cui 6mila studenti e 170 volontari, moltissimi bambini, ragazzi e giovani, 500 le realtà espositive.

Fiera «Fa’ la cosa giusta» 2026. Foto ©Alessia Gatta.

Alla domanda che ha dato il titolo a questa edizione «Di quante persone abbiamo bisogno per cambiare il mondo?», Giovanzana risponde così: «È davanti ai nostri occhi: di tutti noi c’è bisogno. La parte espositiva e i tanti incontri rendono evidente proprio questo: siamo parte di un’unica realtà di cui tutti siamo protagonisti».

Mi fa bene venire qui ogni anno, in questo enorme laboratorio di panificazione collettiva che sforna pagnotte calde per tutti, per il corpo e per la mente.

Andrea Saroldi




Indonesia. Ramadan e Quaresima per il dialogo

La sovrapposizione di periodi sacri come la Quaresima e il Ramadan – che nel 2026 per i fedeli cristiani e musulmani coincidono – offre un’opportunità unica per rafforzare l’armonia intercomunitaria nella variegata società indonesiana.

Nel Paese musulmano più popoloso al mondo (il 90% dei 275 milioni di abitanti segue il Profeta, mentre i cattolici sono circa 10 milioni), l’islam – giunto nel XIII secolo con i mercanti, non con guerre di conquista – ha storicamente dato prova di tolleranza e di moderazione, e ancora oggi ha una forma definita Islam Nusantara, cioè l’islam dell’arcipelago, che ne indica il volto pacifico, aperto, dialogico, inclusivo.

Laboratorio spirituale per rafforzare l’identità indonesiana

Nell’incontro tra Quaresima e Ramadan la popolazione indonesiana, a tutti i livelli, e nelle diversità delle 17mila isole di cui è composto il territorio del Paese, vive il tempo sacro condiviso come occasione di potente «laboratorio spirituale», per ribadire che l’elemento della fede non è solo una scelta individuale, ma rappresenta una «forza nazionale comune», parte integrante dell’identità indonesiana, come d’altronde si afferma nella Pancasila, la Carta dei cinque principi che è alla base della convivenza civile nel vasto e plurale paese del Sudest asiatico, rinomato per la sua diversità culturale e religiosa.

Questo laboratorio spirituale si è espresso in una miriade di incontri, seminari, assemblee disseminate su tutto il territorio. Un esempio è quello di Giacarta, dove i cattolici, in un clima di solidarietà e accoglienza, sono partiti dalla cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione per raggiungere, tramite il sottopasso stradale ribattezzato «tunnel dell’amicizia», i musulmani che si recavano per la preghiera del venerdì alla vicina Moschea Istiqlal. Altro gesto è quello della condivisione tra musulmani e cristiani dell’iftar, l’interruzione serale del digiuno durante il Ramadan. Una pratica che serve a rafforzare i legami della relazione umana e della reciproca benevolenza.

Quaresima, Ramadan, Capodanno cinese e Capodanno induista

Un’atmosfera di speciale fratellanza si è vissuta, in modo ancora più particolare, durante la terza settimana di febbraio che ha visto la celebrazione del Capodanno cinese (il Chūn Jié) il 17 febbraio, l’inizio della Quaresima il 18, e l’inizio del Ramadan il 19.

Dato che nell’arcipelago indonesiano esiste una folta comunità cristiana di origine cinese, questa settimana sacra condivisa ha generato riflessioni teologiche, pratiche pastorali, e iniziative interreligiose e interculturali che hanno coinvolto fedeli musulmani e cristiani con le comunità cinesi.

Come ha ricordato l’agenzia Fides, le iniziative interreligiose hanno coinvolto anche gli indù, soprattutto nell’isola indonesiana di Bali, a maggioranza induista: lì i credenti indù hanno vissuto il 19 marzo il «Giorno del silenzio», il «Nyepi», il capodanno induista.
Sull’isola, nota per i flussi turistici, quel giorno è stato caratterizzato da 24 ore di blocco totale: niente luci, traffico, Internet, rumore o viaggi (anche l’aeroporto è stato chiuso). Il «Nyepi» è un momento di introspezione e purificazione per i credenti indù, ma l’iniziativa è stata condivisa anche da credenti musulmani e cristiani che, insieme, hanno espresso il comune desiderio di pace, ricordando specialmente l’ultima guerra iniziata in Medio Oriente.

Il comune desiderio di rinnovamento

«Questi periodi sacri simultanei rivelano un desiderio condiviso e un orientamento comune verso il rinnovamento interiore, una profonda trasformazione e un nuovo inizio, che ha sempre una inclinazione alla pace», dice a Missioni Consolata don Aloysius Budi Purnomo, segretario della Commissione per le relazioni interreligiose nella Conferenza episcopale d’Indonesia. «La Quaresima chiama i cristiani al pentimento e alla conformità a Cristo. Il Ramadan invita i musulmani a coltivare la disciplina, la consapevolezza di Dio e la solidarietà. Il Chūn Jié incoraggia le famiglie a liberarsi dai fardelli del passato e ad accogliere la novità attraverso la riconciliazione e gli incontri familiari. Il Giorno del silenzio invita ogni uomo a tornare in se stesso», aggiunge. «Insieme – conclude don Purnomo – queste tradizioni rimarcano che il rinnovamento spirituale è un profondo desiderio di ogni persona che cerca la autentica felicità: questa è un’esperienza interiore e spirituale che si riflette anche nella vita comunitaria e sociale, e si realizza nell’armonia delle relazioni interpersonali».

Paolo Affatato




Israele-Libano. L’omicidio di padre al-Rahi

Nella nuova guerra intrapresa da Trump e Netanyahu, il martoriato Libano ancora una volta è finito sotto attacco dell’esercito israeliano (Israel defence forces, Idf). In particolare, sono stati presi di mira alcuni quartieri della capitale Beirut, parti della valle della Bekaa e tutti i territori meridionali al confine con Israele.

È proprio nel Libano del Sud che lo scorso 9 marzo l’Idf ha ucciso padre Pierre Al-Rahi, parroco di San Giorgio nel villaggio di Qlayaa, abitato per la quasi totalità da popolazione maronita (cattolici di rito orientale).

«Secondo quanto riferito – ha scritto il Jerusalem Post -, il primo colpo è stato sparato contro un’abitazione alla periferia del villaggio a causa del sospetto che terroristi di Hezbollah vi fossero entrati, ma avrebbe colpito il proprietario e sua moglie. I vicini, tra cui Rahi e membri della Croce Rossa locale, sono intervenuti per aiutare a evacuare i feriti, dopodiché è stato sparato un secondo colpo, che ha ucciso Rahi e ferito almeno altre tre persone».

Questa la fredda cronaca del quotidiano israeliano. Il tragico evento è stato – però – interpretato in maniera radicalmente diversa dalla rete internazionale dei «Preti contro il genocidio», organizzazione di recente costituzione ma già attivissima. «Padre Pierre – viene ricordato – non è morto per un tragico errore, ma mentre esercitava il più alto mandato evangelico: il soccorso del prossimo. Dopo un primo colpo sparato da un carro armato contro un’abitazione, il sacerdote è accorso insieme ad alcuni giovani per aiutare i feriti. È stato allora che un secondo tiro lo ha colpito mortalmente».

La rete denuncia la pulizia etnica in atto e l’impunità di cui gode l’esercito di Tel Aviv. L’accusa e la richiesta sono esplicite: «Le atrocità commesse in Libano sono la continuazione della carneficina che sta martoriando la Palestina. L’attuale governo israeliano che ordina ed esegue questi attacchi contro civili, bambini e ministri di Dio deve rispondere delle proprie azioni davanti alla giustizia internazionale».

Il comunicato della rete dei Preti contro il genocidio si chiude con una promessa: «Non ci stancheremo di chiedere giustizia. Perché non ci può essere pace senza verità, né riconciliazione senza che chi semina morte sia chiamato a rendere conto del sangue versato».

Il volantino di propaganda lanciato su Beirut dall’IDF lo scorso venerdì 13 marzo. Ci sono anche due codici QR da scansionare.

Secondo numeri diffusi dalle autorità libanesi, dall’inizio dell’attacco israeliano circa 800mila persone, tra cui circa 200mila bambini, sono state costrette ad abbandonare le loro case. Al 13 marzo, i morti sarebbero 773 (inclusi un centinaio di bambini) e i feriti 1.933. E questo nonostante il governo libanese – per bocca del suo primo ministro Nawaf Salam – abbia fin da subito messo fuori legge le attività militari e di sicurezza di Hezbollah. E, a sua volta, il presidente Joseph Aoun abbia espresso la disponibilità del Libano ad avviare negoziati diretti con Israele, nel tentativo di porre fine al conflitto scoppiato il 2 marzo. Tutto inutile. Il solo atto non di guerra di Israele si è verificato venerdì 13 marzo, quando il suo esercito ha lanciato su Beirut dei volantini propagandistici – ci sono anche due codici QR da scansionare – in cui si incita la popolazione libanese a ribellarsi: «Il Libano è una tua decisione. Non di qualcun altro. L’Unità 504 si impegna a garantire il futuro del Libano e del suo popolo». In verità, da tempo si parla di un’invasione da parte di Israele, almeno fino al fiume Litani.

Paolo Moiola

Mentre scriviamo (16 marzo), si parla con insistenza di un’invasione del Libano da parte dell’IDF, almeno fino al fiume Litani. (mappa screenshot da «Anadolu English»)



Spagna. Regolarizzazione su larga scala

«Marte può aspettare. L’umanità no». Così il premier spagnolo Pedro Sánchez ha risposto su X alle critiche di Elon Musk. L’umanità a cui fa riferimento è quella nei confronti di circa mezzo milione di persone migranti che vivono in Spagna in situazione di irregolarità e che, grazie a un nuovo decreto, potrebbero ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno.

Il decreto
Il 27 gennaio il governo ha approvato un decreto reale che, secondo le stime, potrebbe consentire la regolarizzazione di circa 500mila persone. I criteri di accesso sono relativamente flessibili: il richiedente dovrà dimostrare di aver vissuto in Spagna per almeno cinque mesi – o di aver chiesto protezione internazionale – prima del 31 dicembre 2025, non avere precedenti penali e non rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico. Una seconda bozza del decreto ha chiarito che non si tratterà di una regolarizzazione automatica o generalizzata: saranno previsti filtri e requisiti specifici. Nonostante ciò, l’intervento sarà massiccio.
Chi verrà regolarizzato riceverà un permesso di soggiorno valido per un anno, che rappresenta un primo passo verso una piena integrazione nel sistema giuridico spagnolo, pur non costituendo una residenza permanente. Il permesso consentirà di lavorare legalmente in tutto il territorio nazionale e in qualsiasi settore, anche mentre la domanda è ancora in fase di valutazione. Questo dovrebbe facilitare l’uscita dal lavoro informale e ridurre il rischio di sfruttamento. L’accesso al lavoro legale permetterà inoltre di essere inclusi nel sistema di sicurezza sociale e di beneficiare di tutele, contributi pensionistici e alcuni servizi sociali, favorendo una maggiore integrazione.
Il decreto reale è stato approvato direttamente dal Consiglio dei ministri, non dovendo passare dal Congresso dei deputati. In questo modo, Sánchez ha evitato il rischio che la misura venisse bloccata, non godendo di una maggioranza particolarmente solida. L’entrata in vigore del provvedimento è attesa ad aprile.

Umanità e buon senso
In un momento in cui il discorso pubblico sull’immigrazione si radicalizza sempre di più, sia da un lato che dall’altro dell’Atlantico, la scelta della Spagna appare come un segnale di forte umanità. Ma si tratta anche di buon senso. Molte di queste persone sono infatti già inserite nella società e nel mercato del lavoro. La regolarizzazione consentirà loro di entrare nell’economia formale, pagare le tasse e contribuire al sistema di sicurezza sociale, invece di rimanere intrappolate nel lavoro informale. Secondo due studi, il processo di regolarizzazione potrebbe generare un beneficio netto allo Stato compreso tra 3.300 e 4.000 euro per persona, grazie all’effetto combinato dei contributi previdenziali e dell’imposta sul reddito, mentre l’aumento della spesa per i servizi pubblici resterebbe relativamente contenuto.
Lungi dal voler promuovere una visione secondo la quale le persone migranti valgono solo per il loro contributo, nel contesto spagnolo il fattore economico resta però impossibile da ignorare. Nel Paese persistono problemi importanti, tra cui forti disparità territoriali, un tasso di disoccupazione giovanile elevato e una diffusa presenza di part time involontario. Inoltre, settori come il turismo, uno dei motori dell’economia nazionale, contribuiscono ad aggravare alcune criticità, come la crisi abitativa.
Allo stesso tempo, negli ultimi anni l’economia spagnola si è affermata come una delle più dinamiche. Lo confermano i dati sul Pil. Nel 2025 il Pil spagnolo è aumentato del 2,9%, più del doppio rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’1,4%. In Italia, nello stesso periodo, la crescita si è fermata allo 0,4%. Nel 2025, per la prima volta dal 2008, il tasso di disoccupazione è sceso sotto al 10% (9,93%), pari a 2,47 milioni di persone. Nello stesso anno, i nuovi contratti a tempo indeterminato hanno portato il numero di occupati alla cifra record di 22,46 milioni.
Sebbene siano molti i fattori che concorrono alla crescita, tra i più citati vi è proprio il contributo dell’immigrazione. I flussi migratori hanno stimolato la domanda interna e contribuito a ringiovanire la forza lavoro. Negli ultimi anni i lavoratori stranieri hanno assunto un ruolo sempre più centrale nel mercato del lavoro: oltre tre milioni contribuiscono al sistema di previdenza sociale, pari al 14% dei lavoratori. Nel 2024, dei 468mila nuovi posti di lavoro creati, circa 409mila sono stati occupati da migranti o da persone con doppia cittadinanza.

Una spinta dal basso
È incoraggiante constatare che la spinta alla regolarizzazione provenga dal basso. È stata un’iniziativa di legge popolare a raccogliere oltre 700mila firme, con il sostegno di diversi sindacati e dalla Chiesa cattolica. Il Congresso dei deputati ha votato a larga maggioranza per prendere in considerazione la proposta: 310 deputati a favore e solo 33 contrari. Nonostante questo ampio sostegno iniziale, l’iniziativa si è arenata nei mesi successivi ed è rimasta bloccata fino a gennaio.
Le reazioni al nuovo decreto sono state molto diverse: da un lato, le critiche del Partito popolare di centrodestra e quello di estrema destra Vox, dall’altro la Conferenza episcopale spagnola, che ha definito la misura un atto di giustizia sociale.
Tra le obiezioni più frequenti vi è quella secondo cui la regolarizzazione potrebbe incentivare un aumento dei flussi irregolari. Questo argomento, oltre a non prendere il considerazione le vere dinamiche che muovono i flussi, può essere facilmente smentito guardando al passato. Non è infatti la prima volta che la Spagna adotta una misura di questo tipo: nel 2005 il governo guidato da José Luis Rodriguez Zapatero regolarizzò circa 576mila persone. Nessuna ricerca ha mai dimostrato una correlazione tra i processi di regolarizzazione e un aumento degli arrivi. In passato come oggi, regolarizzare significa integrare, non attrarre nuovi flussi.

Eva Castelletti