Libano. Droni, macerie e annunci

Beirut. Donald Trump ha annunciato la fine della tregua con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha commentato: «Sono feccia. Sono malati, sono guidati da gente malata. Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo avere a che fare con loro».
 Oltre alle preoccupazioni suscitate da queste dichiarazioni, molti temono che, ai bombardamenti sull’Iran, seguiranno nuovamente quelli sul Libano. Per questo, subito dopo l’annuncio di Trump, siamo tornati a Dahieh, il quartiere Sud della capitale libanese e roccaforte di Hezbollah, per parlare con chi vi vive.

Nel quartiere di Hezbollah
Per entrare a Dahieh e poter lavorare, abbiamo bisogno dell’autorizzazione di Hezbollah e di essere accompagnati da una loro scorta. È ancora altissima la paura che video e fotografie possano essere usati da Israele come fonti di intelligence. L’ennesima minaccia di Trump riecheggia in tutto il quartiere. Il video con la sua dichiarazione lo si ascolta per strada nei video riprodotti dai cellulari e sugli schermi delle televisioni nei caffè.
Dahieh, in assoluto la parte di Beirut più bersagliata da Israele negli ultimi due anni, fa molta fatica a riprendersi. Sono centinaia, ancora, i palazzi crollati. Alcune esplosioni hanno lasciato veri e propri crateri al centro del quartiere. Il suono dei droni israeliani, che sorvolano la città, non ha praticamente mai taciuto dal 2023.
Approfittando della tregua di questi giorni, gli abitanti di Dahieh hanno cominciato a liberare le strade ricoperte dalle macerie. I più determinati hanno anche riaperto le proprie attività, come alcuni barbieri e ristoranti.

Il ristorante di Paul
Proprio in uno dei ristoranti, in una delle parti più devastate del quartiere, incontriamo Paul.
Paul ha vissuto molti anni in Sudafrica. Dall’inizio degli attacchi nel 2023 ha deciso di tornare a Beirut per essere di sostegno alla sua famiglia. Negli ultimi due anni ha dovuto ricostruire il suo locale molte volte: l’ultima dopo gli attacchi di marzo che ne avevano completamente distrutto la facciata.
Gli chiediamo com’è vivere qui oggi, sempre con la costante minaccia di un attacco e il suono incessante dei droni. «Ci siamo talmente abituati a questo rumore che – dice sorridendo – non ci facciamo più caso. Anzi, ci sembrerebbe ormai strano non sentirlo più. Ovviamente sto scherzando: è tremendo. Quello che non viene raccontato è che, in Libano, abbiamo avuto un forte incremento nell’uso di ansiolitici, proprio a causa di questa pressione continua che ci mette Israele, anche con questo perenne rumore di sottofondo. Abbiamo bisogno che il nostro governo ci protegga, ma non fanno nulla: parlano e basta. Per questo noi supportiamo la resistenza libanese; per questo noi siamo con Hezbollah. Non lo dico perché io sono musulmano. Anche i cristiani, i sunniti, i drusi, tutti appoggiano la resistenza. Senza di loro, credo che Israele verrebbe qui e si prenderebbe tutto».

Un ragazzino mostra un ritratto di Khamenei durante la cerimonia funebre dell’8 luglio, a Beirut. Sono stati tantissimi i giovani presenti alla commemorazione. Hezbollah ha molti piani e attività per affiliare all’organizzazione i ragazzi a partire dall’infanzia. Foto Angelo Calianno.

La posizione dei cristiani
A proposito della comunità cristiana, in realtà molto spesso in conflitto con Hezbollah e molto cauta nel prendere posizioni nette contro il proprio governo, negli ultimi giorni è tornata a farsi sentire.
 All’inizio di luglio, il primo ministro israeliano Netanyahu, in un’intervista a Fox News (emittente statunitense praticamente controllata dalla giunta Trump), aveva dichiarato che alcuni villaggi cristiani, del Sud del Libano, avrebbero chiesto di essere annessi a Israele per essere protetti dagli attacchi di Hezbollah.
La smentita della comunità cristiana è stata fermissima: i sindaci di molti villaggi del Sud del Paese hanno accusato Netanyahu di essere un bugiardo, ribadendo lealtà all’identità e alla bandiera libanese e affermando di non aver mai chiesto protezione o annessione a Israele.
Hana Daher, sindaco di Qlayaa, paese cristiano proprio al confine con Israele, ha dichiarato: «Abbiamo fatto tutto quello che ci hanno chiesto; non hanno nessuna scusa per entrare. Noi non vogliamo né Israele né Hezbollah: che si uccidano tra di loro e ci lascino fuori».
All’interno del mausoleo dedicato a Nasrallah, discutiamo con alcuni uomini riguardo a queste ultime dichiarazioni di Netanyahu. Ci dicono chiaramente che sono menzogne: «Dopo tutto quello che ha fatto Israele, nessuno chiederebbe di essere annesso a loro, anche se è contro Hezbollah. Il gioco di Usa e Israele è sempre lo stesso: vogliono dividerci dall’interno perché non riescono a sconfiggerci. Ma quello che Trump e Netanyahu non hanno capito è che le loro parole hanno l’effetto contrario. Non abbiamo nessun dubbio che saremo noi a vincere».

Come in tutte le cerimonie religiose sciite, i partecipanti al funerale a Dahieh erano divisi per settori: uomini, donne e bambini. La foto mostra la parte dedicate alle donne. Oltre ai ritratti di Khamenei e alle bandiere iraniane, molte di esse mostrano le foto di alcuni uomini: sono i propri figli morti negli scontri con Israele e ora considerati martiri. Foto Angelo Calianno.

Alla cerimonia funebre
Oggi – 8 luglio – per Dahieh, e per tutta la comunità sciita libanese, è un giorno speciale. Dopo essere stato celebrato in Iran e in Iraq, anche qui, a Beirut, si svolgerà la cerimonia funebre in onore di Sayyed Ali Khamenei, una delle figure più influenti dell’Iran contemporaneo.
Entriamo nel cortile allestito per la cerimonia insieme a migliaia di persone provenienti da tutto il Libano. Sfilano indossando le sciarpe di Hezbollah, mostrano le foto dei propri cari rimasti uccisi e ora martiri, le bandiere dell’Iran, le foto di Nasrallah e, ovviamente, quelle di Khamenei.
La cerimonia si apre con i canti e la lettura di alcuni passi del Corano. Sul palco si avvicendano vari sostenitori di Hezbollah, ma il momento che tutti aspettano è l’intervento di Naim Qassem, l’attuale segretario generale di Hezbollah. Qassem appare sul grande schermo con un video messaggio registrato da una località segreta; la sua immagine viene accolta da cori e urla di gioia.
Tra le acclamazioni dalla folla, dice: «I tiranni americani, con Israele come loro strumento, hanno provato a privare gli iraniani della propria libertà. Hanno fallito. L’America è ingannevole, l’America è un potere coloniale. Sta gravando sul Libano solo per servire gli interessi di Israele. Quando mi chiedono: perché mantenete i rapporti con l’Iran? La mia risposta è semplice: noi beneficiamo del rapporto con loro. Ma chiedo a voi invece: perché mantenete le relazioni con gli Usa? Relazioni con chi vi umilia, vi opprime e prende il vostro senza darvi nulla in cambio».
Il bersaglio di queste ultime dichiarazioni è il governo libanese, accusato di essersi compromesso con gli Stati Uniti e di aver consegnato il Sud nelle mani di Israele. Il leader di Hezbollah chiude il suo discorso dicendo: «Non c’è nessuna soluzione accettabile se non quella del ritiro incondizionato di Israele dalla nostra terra».

Angelo Calianno, da Beirut




Stati Uniti. Deportazioni made in Usa

Il nome completo è «United States immigration and customs enforcement», universalmente nota come Ice. È l’agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione. La sua notorietà è esplosa il 7 gennaio di quest’anno con l’uccisione a Minneapolis di Renée Good da parte di un agente, a cui sono seguite forti proteste nella città e nel resto del paese. A questa tragedia si è aggiunta l’immagine – diventata simbolo della brutalità indiscriminata del corpo di polizia – di un bambino di 5 anni, che indossava un cappellino blu con le orecchie e uno zainetto di Spider Man, portato via dagli agenti dell’Ice durante l’arresto di suo padre, originario dell’Ecuador.
Questi due episodi non sono stati casi isolati, ma si inseriscono in scelte politiche deliberate e rappresentano in modo esemplare cos’è l’Ice oggi: il principale strumento delle politiche anti-immigrazione del presidente statunitense.
Dall’inizio del suo mandato, il 20 gennaio 2025, Trump ha portato avanti un programma di espulsioni di massa senza precedenti, che tra le sue tecniche include il trasferimento coatto di persone verso paesi terzi di cui non sono cittadine e con cui non hanno alcun legame. Queste azioni vengono attuate con scarsa trasparenza, e molte di esse sono state giudicate illegali dai tribunali federali. Intanto migliaia di persone continuano a essere sradicate dalle loro comunità e a vedere i loro diritti violati. A provare a fare luce su questo sistema sono iniziative come Ice fight monitor, un progetto di Human rights first che monitora i voli dell’Ice incrociando dati aeronautici pubblici, documenti legali e testimonianze.

I voli di rimpatrio
Nel solo maggio 2026 l’amministrazione statunitense ha effettuato almeno 288 voli di rimpatrio, il 18% in più rispetto ad aprile e il 52% in più rispetto allo stesso mese di un anno prima. Una parte consistente di questo aumento riguarda un fenomeno specifico, ovvero i voli che riportano cittadini messicani in Messico. Questi sono passati da una media di 5 a settimana nei primi mesi dell’anno a 24 da metà aprile, non traducendosi però in più persone espulse. Semplicemente è cambiata la modalità di deportazione, da terrestre ad aerea, verso città del centro e del sud del Paese, rendendo così più difficile un ulteriore tentativo di attraversare il confine.
Diversa e più estesa è la pratica dei trasferimenti verso paesi terzi. A inizio maggio 2026, gli Stati Uniti avevano già inviato con questo sistema oltre 19mila persone verso almeno 23 paesi. Il Messico, da solo, ne ha ricevute oltre 17mila. Le altre destinazioni sono più insolite e lontane: Sierra Leone, Ghana, Camerun, Myanmar e Thailandia, con voli poco frequenti e poco preavviso.
A finire su questi voli sono richiedenti asilo la cui domanda non è mai stata esaminata, persone ancora nel mezzo del procedimento davanti al tribunale dell’immigrazione e, nei casi più gravi, persone a cui un giudice aveva già riconosciuto un rischio concreto di tortura o persecuzione, e quindi il diritto alla protezione.
I motivi per cui questi Stati accettano di ricevere cittadini di altri paesi si legano a ragioni di pressione e convenienza. Gli Stati Uniti minacciano o impongono divieti di visto, dazi ed espulsioni dei cittadini di quei paesi in caso di rifiuto. Inoltre, hanno versato almeno 44 milioni di dollari ai governi coinvolti, cifra che non comprende il costo dei voli. Si aggiungono anche incentivi più indiretti, come il dirottamento verso questi accordi dei fondi del Dipartimento di Stato un tempo destinati all’assistenza ai rifugiati. Allo stesso tempo, Washington finanzia Unhcr e Oim proprio nei paesi con cui ha stretto queste intese, affinché si occupino delle persone espulse: Washington finisce così per finanziare la «cura» di un problema che ha creato.

Battaglie legali
Per giustificare questi trasferimenti, l’amministrazione ha fatto ricorso a strumenti giuridici eccezionali e ha invocato in modo illegittimo poteri pensati per altri contesti, come l’autorità costituzionale di rispondere a un’«invasione» e l’Alien enemies act, una legge di guerra di due secoli fa. Quest’ultima risale al 1798 e fu pensata per essere applicata in tempo di guerra dichiarata, consentendo di imprigionare o espellere cittadini stranieri senza portarli davanti a un giudice; prima del 2025 era stata usata solo tre volte nella storia degli Stati Uniti, l’ultima durante la Seconda guerra mondiale, quando servì da base legale per la carcerazione di massa di persone di origine giapponese, tedesca e italiana.
Ha inoltre applicato norme sulla «sospensione dell’ingresso», adottate ben prima che esistesse il diritto d’asilo come lo conosciamo oggi. L’amministrazione ha anche fatto ricorso agli Accordi di cooperazione in materia di asilo, intese bilaterali che permettono di dichiarare «precluse» le domande d’asilo senza mai esaminarle nel merito, rendendo possibile l’espulsione verso paesi terzi.
I tribunali federali hanno più volte dato ragione a chi ha impugnato questi trasferimenti, ad esempio nel caso delle espulsioni di venezuelani verso El Salvador ai sensi dell’Alien enemies act. In diverse occasioni però l’amministrazione ha proceduto comunque, violando le ordinanze dei giudici.
È il caso di C.O., raccontato da Third country deportation watch. Un giudice gli aveva riconosciuto protezione contro la tortura, vietando esplicitamente il suo rimpatrio in El Salvador. Nell’ottobre 2025 l’Ice lo ha comunque portato al confine messicano, dove è stato passato dalle autorità del Messico prima a quelle del Guatemala poi, fino a essere consegnato a El Salvador. Quello di C.O. è un caso di «respingimento a catena». Una volta arrivato gli è stato detto che sarebbe finito nel Cecot, il tristemente noto carcere di massima sicurezza salvadoregno. Da allora la sua famiglia non ha più sue notizie.
Membri del Congresso statunitense e organismi internazionali hanno condannato sia l’illegittimità di questi trasferimenti sia la mancanza di trasparenza sugli accordi che li rendono possibili; nel frattempo, però, questi continuano a moltiplicarsi.

Eva Castelletti




India. La rivolta degli «scarafaggi» sfida Modi

C’è un singolare presidio permanente che da diversi giorni occupa i vasti spazi della Jantar Mantar a New Delhi, la piazza principale in cui il Governo autorizza le proteste e i sit-in politici.
È il presidio dei giovani «scarafaggi», come si definiscono gli animatori e gli attivisti del Cockroach janata party (Cjp, cioè «Partito popolare dello scarafaggio»), un movimento satirico nato online in India tre mesi fa e divenuto in poche settimane una piattaforma che ha coinvolto oltre 22 milioni di persone sul web e ora migliaia di giovani nelle piazze.

I giovani «inutili come scarafaggi»

L’originale movimento giovanile, che rappresenta un’intensa e potente novità per il panorama politico indiano, è guidato dal trentenne Abhijeet Dipke ed è nato in risposta a un commento denigratorio del Presidente della Corte suprema indiana sui giovani disoccupati, definiti dal magistrato «inutili come scarafaggi».

Le infelici parole del giudice hanno generato un’ondata di indignazione che, grazie alla velocità e alle possibilità offerte dalle tecnologie digitali e dai social media, si è coagulata in un movimento online: il Cjp, appunto.

Dato il consenso ricevuto in poche settimane, con milioni di iscritti e sostenitori, il partito degli scarafaggi ha poi organizzato le prime uscite pubbliche, radunandosi per manifestare, indire scioperi della fame o protestare contro la corruzione e la disoccupazione, in qualche modo appannando l’immagine trionfale del governo di Narendra Modi e del suo Bharatiya janata party (Partito popolare indiano), di cui si ricalca causticamente il nome stesso.

Un movimento in espansione

Il presidio nella capitale non è l’unica presenza pubblica del Cjp. Il movimento ha avviato una campagna nazionale itinerante con l’idea di percorrere tutta la nazione, organizzando comizi e raduni in varie città per allargare la base del dissenso oltre i confini della capitale.

La cifra di queste assemblee e l’approccio del movimento è sempre originale: si usano oggetti simbolici ed espedienti satirici e provocatori, come sventolare copie della Costituzione indiana, offrire rose agli agenti di polizia in segno di pace, o battere cucchiai su piatti d’acciaio (i thalis), parodiando i vecchi slogan del Primo ministro Narendra Modi.

La protesta ha registrato un cambio di passo con la presenza a Delhi del noto attivista per il clima Sonam Wangchuk, che ha voluto iniziare uno sciopero della fame a oltranza a sostegno del Cjp.

Tentativi di censura

Va detto che la politica aveva, in un primo momento, guardato con un certo sospetto e timore al fenomeno esploso nella società indiana: per questo il governo federale indiano aveva oscurato il sito web e l’account dei social media del Cjp (che contava centinaia di migliaia di follower) con la motivazione che potessero «causare il caos» durante i test universitari.

Da un lato, però, il movimento ha aperto altri account, aggirando la censura; dall’altro, la battaglia giudiziaria ha visto i giovani vincenti.
L’Alta Corte di Delhi ha, infatti, ordinato al Governo di ripristinare immediatamente l’account, giudicando «non sussistenti le motivazioni cautelari dello Stato».

Le richieste degli «scarafaggi»

A livello di contenuti, in un’India che – anche nelle recenti tornate elettorali – ha confermato il sostegno popolare al governo di Narendra Modi, il manifesto politico degli «scarafaggi» porta un certo scompiglio.

In primis, i giovani chiedono le dimissioni del ministro dell’Istruzione, ritenuto moralmente responsabile dei massicci scandali legati ai testi d’esame del concorso medico nazionale. Altro cavallo di battaglia è quello delle quote rosa: si richiede di riservare obbligatoriamente la metà dei seggi parlamentari e dei ruoli ministeriali alle donne.

Un altro punto tocca i brogli elettorali che, secondo il movimento, vanno puniti secondo dure leggi anti-terrorismo. Nel quadro degli interventi per migliorare la democrazia indiana, il Cjp promuove l’indipendenza della giustizia e dei media, chiedendo il divieto per i giudici della Corte suprema di ricevere incarichi politici subito dopo il pensionamento e la revoca delle licenze ai grandi media monopolistici privati.

Movimento non partitico che piace anche alla Chiesa

Va detto che, nonostante il seguito di milioni di persone su Instagram e su altri social media, il movimento per ora non mostra alcuna velleità elettorale formale: il Cjp non intende registrarsi come un partito politico tradizionale, ma vuole rimanere un «gruppo di pressione» esterno, impegnato a lottare contro la corruzione e a dare voce ai giovani dimenticati dal sistema.

Per la sua «spontaneità e sincerità di fondo», dato che non appare legato a interessi partitici o di gruppi economici, il movimento ha suscitato una generale simpatia nella società civile indiana, e anche nella comunità cattolica.

Così ne parla a MC Notizie Ambrose Pitchaimuthu, vescovo di Vellore, nel Tamil Nadu, in India meridionale: «Lo guardiamo con simpatia. Il movimento rappresenta un segno di speranza e una scossa positiva per il Paese. Con la sua chiave originale e satirica, è espressione dei giovani della Generazione Z, della loro apprezzabile voglia di mettersi in gioco e di partecipare alla vita sociale e politica. Esprime il desiderio di fermare corruzione e clientelismo e promuove il buon governo. Lo vedo come un segno del risveglio dei giovani in India».

Paolo Affatato




Africa e Caraibi. Insieme contro la schiavitù

Tra il 17 e il 19 giugno ad Accra, capitale del Ghana, si è tenuto il Forum sulla giustizia riparativa. Vi hanno partecipato oltre 80 Paesi. Africani, sudamericani, caraibici. Ma non solo. C’erano anche Danimarca e Paesi Bassi. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron si è collegato in videoconferenza.
D’altra parte, erano passati solo tre mesi da quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato – anche se con spaccature evidenti – una risoluzione che riconosceva la tratta di schiavi come «il più grave crimine contro l’umanità». Per molti Paesi, soprattutto africani e caraibici, il tema era caldo e l’intenzione di procedere forte.

La risoluzione Onu
A marzo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva accolto una risoluzione sulla schiavitù presentanta dal Ghana e sostenuta da Unione africana (Ua) e Comunità dei Caraibi (Caricom). Il testo sottolineava come le conseguenze della schiavitù continuassero a presentarsi ancora oggi, sottoforma di diseguaglianze razziali ed economiche nei confronti di africani e afrodiscendenti in tutto il mondo. Per questo, tra le altre cose, chiedeva ai Paesi responsabili della tratta di scusarsi ufficialmente e contribuire a un fondo di risarcimento.
Ma la spaccatura nella comunità internazionale è stata evidente. Se 123 Paesi hanno approvato il testo della risoluzione, 3 (Stati Uniti, Israele e Argentina) si sono dichiarati contrari. Altri 52 (tra cui molti Stati europei) si sono invece astenuti. Diversi leader del Vecchio continente – tra cui spicca il Regno Unito – si sono anche rifiutati di affrontare l’argomento delle riparazioni, sostenendo che sulle istituzioni attuali non gravasse la responsabilità storica della deportazione di circa 12-15 milioni di africani nelle Americhe per lavorare nelle piantagioni, tra il 1500 e il 1800.

Il Forum in Ghana
Tre mesi dopo, oltre 80 Paesi si sono riuniti in Ghana per una conferenza dal titolo emblematico: «Prossimi passi per il ripristino della giustizia». Basato sul concetto di giustizia riparativa – un processo di risoluzione dei conflitti che punta al riconoscimento della responsabilità da parte dell’autore e al risarcimento della vittima -, l’obiettivo del summit era trasformare la risoluzione adottata dall’Assemblea generale in un quadro d’azione globale, concreto e operativo.
La determinazione del Paese ospitante è stata evidente, a partire dal luogo in cui il forum si è tenuto, il castello di Christiansborg. Conosciuto anche come castello di Osu, era il luogo dove, in epoca coloniale, venivano riuniti gli schiavi destinati alle Americhe, subito prima di essere imbarcati.
Sotto l’egida dell’Ua e della Caricom, i Paesi partecipanti hanno approvato un testo di 19 punti che sottolinea quanto il vertice rappresenti «uno sforzo importante per collegare la giustizia storica con l’attuale giustizia economica, riconoscendo che lo sfruttamento coloniale non appartiene al passato, ma continua a modellare le diseguaglianze globali, attraverso le strutture finanziarie ed economiche contemporanee».
Tra i punti fondamentali del documento, ci sono la richiesta di scuse formali da parte dei Paesi che hanno tratto beneficio dalla schiavitù, le riparazioni economiche per africani e afrodiscendenti colpiti da schiavitù, colonialismo, genocidio e apartheid, nonché la restituzione del patrimonio culturale trafugato in epoca coloniale. A questo proposito, proprio nei giorni del forum, il Ghana ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Germania e Paesi Bassi per il ritorno di circa 2mila manufatti nel continente africano.

I prossimi passi

Al termine del forum, il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, ha annunciato la creazione di tre gruppi di esperti: per consigliare sulla giustizia riparativa, per agire sul fronte legale e per garantire la restituzione dei manufatti artistici.
Da parte dei Paesi europei – diretti interessati in quanto responsabili del traffico di esseri umani in epoca coloniale – ci sono state alcune aperture. In particolare, il presidente francese Macron, nel suo intervento virtuale, ha ricordato che «le persone schiavizzate sono state strappate alla loro terra natale, deportate, disumanizzate e trattate come cose e non esseri umani». E ha anche sottolineato che «le riparazioni non sono la conclusione di questo processo».
Dunque, la strada è ancora lunga. E i Paesi africani e caraibici lo sanno bene. Tant’è che il forum di Accra diventerà un appuntamento annuale. Con l’obiettivo di ricordare la tratta e la mercificazione di interi popoli, che oggi rivendicano i propri diritti e pretendono il riconoscimento di quanto subito.

Aurora Guainazzi




Libia. Sogno democratico addio

Quindici anni fa le piazze di Bengasi e Tripoli risuonavano di un grido che sembrava destinato a cambiare la storia: «Libia libera». La caduta di Muammar Gheddafi, nell’autunno del 2011, veniva salutata come l’inizio di una nuova stagione di democrazia e stabilità. Oggi, nel 2026, quel sogno appare lontano. La Libia è diventata un mosaico di poteri concorrenti, alleanze mutevoli e istituzioni fragili, mentre la popolazione continua a pagare il prezzo più alto di una transizione mai compiuta.

Tentativi diplomatici
Dietro le quinte della politica internazionale si stanno muovendo nuove iniziative diplomatiche per tentare di ricomporre una frattura che dura da oltre un decennio. Gli Stati Uniti, attraverso Massad Boulos, consulente senior per gli affari arabi e africani, stanno favorendo un dialogo tra Abdulhamid Dbeibeh, premier del Governo di Unità nazionale con base a Tripoli, e Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.
Fino a pochi anni fa un’intesa tra i due sarebbe stata impensabile. Oggi, invece, viene considerata possibile da numerosi osservatori. Ma la prospettiva di un accordo non convince tutti. Secondo Karim Mezran, direttore della North Africa initiative dell’Atlantic council, il problema risiede nella reale capacità dei due leader di controllare i rispettivi territori. Nessuno dei due gode infatti di un consenso assoluto. Le potenti milizie che dominano molte aree del Paese potrebbero non accettare compromessi calati dall’alto, aprendo la strada a una nuova stagione di instabilità e violenze.

Gli attori internazionali
Anche il quadro internazionale è cambiato. Se in passato la Libia era divisa in blocchi contrapposti definiti, oggi le linee di separazione appaiono più sfumate. La Turchia, storico alleato del governo di Tripoli, ha intensificato i rapporti economici con l’Est controllato da Haftar. L’Egitto ha riallacciato i rapporti con la capitale libica, superando vecchie diffidenze. Gli Emirati arabi uniti hanno ridotto il proprio coinvolgimento diretto, mentre la Russia continua a mantenere relazioni con tutte le principali fazioni.
In questo contesto fluido, l’Italia segue una strategia pragmatica. Roma punta soprattutto a tutelare i propri interessi energetici e a contenere i flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Per questo mantiene canali aperti con attori diversi, adattandosi agli equilibri che cambiano sul terreno.

Istituzioni allo sbando
L’assenza di istituzioni funzionanti emerge anche nelle vicende interne. La novità del 2026 è la cosiddetta «guerra civile giudiziaria». Proprio alla vigilia dell’anniversario dello scoppio della rivolta anti Gheddafi, una sentenza della Corte Costituzionale di Bengasi ha disconosciuto la legittimità dei vertici giudiziari di Tripoli, decapitando di fatto l’ultima istituzione che ancora manteneva una parvenza di unità nazionale. Senza una magistratura condivisa, la possibilità di convalidare future elezioni diventa un miraggio giuridico.
Nel frattempo, l’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi all’inizio dell’anno ha eliminato una delle poche figure capaci di coagulare il consenso dei nostalgici del vecchio regime.

Migranti e tensioni
La questione migratoria rappresenta un altro elemento di forte tensione sociale. In Libia si trovano oggi tra 700mila e un milione di migranti. Molti vivono nei centri di raccolta ufficiali o informali, altri sono accampati nelle città in condizioni estremamente precarie. Le proteste di parte della popolazione contro questa presenza sono aumentate negli ultimi mesi. Secondo Mezran, tuttavia, dietro alcune manifestazioni potrebbero celarsi interessi meno spontanei di quanto appaia. Diverse milizie che in passato traevano enormi profitti dal traffico di esseri umani avrebbero infatti visto ridursi i propri guadagni a causa del rafforzamento dei controlli sulle rotte migratorie.

Libici sempre più poveri
A soffrire maggiormente è la popolazione libica. Nonostante le ingenti entrate generate dal petrolio, la corruzione continua a drenare risorse pubbliche verso reti di potere informali composte da politici, funzionari e comandanti militari. L’economia reale resta debole e la disoccupazione si aggira attorno al 19%, con percentuali ancora più elevate tra giovani e donne.
Le difficoltà quotidiane sono evidenti. Ospedali privi di medicinali, frequenti blackout elettrici, problemi nell’approvvigionamento idrico e infrastrutture deteriorate accompagnano la vita di milioni di persone. In diverse aree del Paese anche l’accesso all’istruzione e ai servizi essenziali è diventato sempre più problematico.
«In Libia non si era mai sofferta la povertà in questi termini», osserva Mezran. Durante il regime di Gheddafi, pur in presenza di un sistema autoritario, le rendite petrolifere garantivano alla maggior parte dei cittadini un tenore di vita relativamente dignitoso. Oggi, invece, nelle strade delle principali città si moltiplicano le scene di miseria: persone che rovistano nei rifiuti, giovani che abbandonano la scuola e anziani impossibilitati a curarsi.
La Libia del 2026 resta un Paese sospeso. Il petrolio continua a scorrere e a generare ricchezza, ma i benefici raggiungono solo una ristretta cerchia di attori politici e militari. Per il resto della popolazione rimangono l’incertezza, la precarietà e la sensazione che il sogno nato nelle piazze quindici anni fa non sia mai diventato realtà.

Enrico Casale




Israele. Il Paese impunito

In qualsiasi farmacia si possono acquistare prodotti della Teva. Fondata a Gerusalemme nel 1901, la Teva Pharmaceutical è oggi una multinazionale leader mondiale nella produzione di farmaci equivalenti.

Da fine 2023 la Teva è oggetto di una campagna di boicottaggio internazionale promossa da alcuni movimenti civili. Il principale è il palestinese Bds (Boycott, divestment and sanctions, Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), che ha trovato l’appoggio – tra gli altri – di People’s Health Dispatch, Sanitari per Gaza, Medicina democratica. La Teva è accusata di sostenere «attivamente e apertamente il genocidio israeliano e le forze militari israeliane». Sono dure le conclusioni a cui giunge il report «Teva and the Idf» (giugno 2025): «Mentre l’azienda ha mobilitato risorse significative a sostegno di Israele e del suo personale militare, non ha dimostrato alcuna preoccupazione analoga per le vite dei palestinesi o per l’accesso ai farmaci essenziali, nonostante il suo monopolio sulla distribuzione farmaceutica nella regione».

Movimenti civili internazionali hanno promosso un boicottaggio dei prodotti israeliani. Tra questi quelli della Teva, nota multinazionale israeliana dei farmaci.

Il caso che riguarda la Teva apre – allora – il velo su una questione più ampia: come mai Israele non è stato sottoposto a boicottaggio formale da parte della comunità internazionale, nonostante le plurime accuse di crimini di guerra nei suoi confronti?

L’Unione europea è il principale partner commerciale di Tel Aviv, precedendo anche gli Stati Uniti, ovvero l’alleato di ferro di Israele. Le statistiche della Commissione europea raccontano che, nel 2025, la Ue è arrivata a coprire il 31,7 % degli scambi totali di merci di Israele con il mondo. Per quanto riguarda – invece – il solo commercio di armi, gli Stati Uniti fanno la parte del leone. Stando ai numeri dell’istituto Sipri (Stockholm international peace research institute), tra il 2013 e il 2023, gli Usa hanno venduto a Israele il 65,6 per cento delle armi, seguiti dalla Germania con il 29,7 e dall’Italia con il 4,7. L’Italia ha sospeso la vendita di nuovi armamenti a Israele e l’accordo di cooperazione difensiva. Tuttavia, al riguardo, dubbi e ambiguità sono all’ordine del giorno.

Le relazioni commerciali tra Ue e Israele sono disciplinate da una zona di libero scambio sulla base di un accordo di associazione entrato in vigore nel giugno del 2000. L’art. 2 di quell’accordo prevede esplicitamente una clausola sul rispetto dei diritti umani: «Le relazioni tra le Parti, […], si baseranno sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, […]».

L’articolo è stato palesemente violato da Israele nei territori palestinesi (Gaza e Cisgiordania) e in Libano. Di conseguenza, l’accordo commerciale avrebbe dovuto essere sospeso come richiesto da oltre 1,3 milioni di persone in Europa («Iniziativa dei cittadini europei»), oltre 90 Ong (da Oxfam alla Caritas), quasi 400 ex diplomatici, esperti delle Nazioni Unite, così come da Belgio, Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Spagna. La cosa non è avvenuta in quanto il Consiglio europeo non ha trovato l’unanimità dei Paesi membri, in particolare per l’opposizione di Germania e Italia. «Questo sarà ricordato – ha commentato Amnesty International – come un altro capitolo vergognoso della storia dell’Unione europea».

Si potrebbe discutere sulla giustezza ed efficacia degli embarghi. Ma se verso alcuni Paesi (Cuba, Iran, Russia, ecc.) vengono attuati, non si capisce perché Israele ne rimanga sempre immune. La giustificazione addotta – «è un Paese democratico» – da tempo non regge più alla prova dei fatti.

Paolo Moiola

Post Scriptum. Sulla questione palestinese è molto attiva la Rete «Preti contro il genocidio» / Network «Priests against genocide», di cui abbiamo più volte parlato anche su questo sito. È possibile aderire alla Rete cliccando il seguente link:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScBFaurhndAeuFvhDJoksSiwy4pstaOMxYF2n3Dz_zmTwqOEA/viewform




Malaysia. Rifugiati Rohingya: dalla marginalità al riconoscimento

I Rohingya del Myanmar sono una delle comunità più vulnerabili dell’Asia sudorientale. Per quelli rifugiati in Malaysia si apre uno spiraglio di speranza. Il governo di Kuala Lumpur ha, infatti, avviato un programma sperimentale che punta a registrare formalmente i rifugiati presenti nel Paese, 126mila i Rohingya secondo l’Unhcr, il 58% del totale dei rifugiati. Lo vuole fare introducendo il cosiddetto Documento di registrazione dei rifugiati (Dpp), una misura che, se confermata e ampliata, potrebbe segnare una svolta significativa nella vita di persone costrette da anni a vivere ai margini della società, consentendo loro, ad esempio, di accedere a un lavoro regolare.

Ricostruire una vita lontano dalle persecuzioni

Il progetto, entrato nella fase pilota il 1° giugno, riguarda in primo luogo proprio i Rohingya e i richiedenti asilo trattenuti nei centri di detenzione per immigrati. La scelta non è casuale: i Rohingya sono il simbolo di una delle crisi umanitarie più lunghe e dimenticate della regione. Fuggiti dal Myanmar a causa di persecuzioni, discriminazioni e della negazione della cittadinanza, molti di loro hanno trovato rifugio nei Paesi vicini senza però ottenere un concreto riconoscimento giuridico.

La Malaysia ospita oggi oltre 200mila rifugiati e richiedenti asilo. Pur non avendo mai aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, il Paese è diventato negli anni una destinazione importante per chi cerca sicurezza dopo essere scappato da guerre, violenze e instabilità. Per i Rohingya, in particolare, la Malaysia rappresenta una delle poche mete possibili dove ricostruire una vita lontano dalle persecuzioni.

Fino ad oggi, tuttavia, la maggior parte di queste persone è rimasta intrappolata in una sorta di limbo. Senza uno status legale definito, i rifugiati hanno vissuto nell’incertezza, spesso esclusi dai servizi essenziali e costretti ad accettare lavori informali, esposti allo sfruttamento e agli abusi. Una condizione che pesa soprattutto sulle famiglie e sui minori, privati di opportunità educative e di prospettive per il futuro.

Secondo gli analisti, il nuovo sistema non risolve ancora tutte le questioni aperte. Non offre, infatti, un percorso chiaro verso la cittadinanza né verso una residenza permanente. Tuttavia introduce un principio importante: riconoscere che le persone in fuga da conflitti protratti per decenni hanno bisogno di strumenti stabili di integrazione e di tutela.

L’impossibile ritorno sicuro nel Myanmar

Il caso dei Rohingya rende evidente questa realtà. Per loro, un ritorno sicuro in Myanmar appare oggi difficile, e anche nel vicino Bangladesh la situazione è insostenibile. La maggior parte dei Rohingya, fuggiti dalle violenze subite in Myanmar, ha infatti trovato rifugio in Bangladesh, dove vive nei vasti campi profughi della zona di Cox’s Bazar, poco oltre confine. Qui oltre un milione di persone dipende quasi interamente dagli aiuti umanitari per il cibo, l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Nonostante gli sforzi del governo bangladese e delle organizzazioni internazionali, le condizioni dei profughi sono disumane: sovraffollamento, vulnerabilità alle calamità naturali, mancanza di opportunità lavorative – con la progressiva riduzione dei finanziamenti umanitari – rendono difficile immaginare un futuro.

I giovani Rohingya crescono senza prospettive concrete, alimentando un senso di frustrazione che si traduce in criminalità, preoccupando sia le autorità sia le organizzazioni impegnate nei campi.

Le persecuzioni

Ancora più complessa è la situazione dei Rohingya che vivono nello Stato di Rakhine, in Myanmar. Da decenni questa minoranza musulmana è privata del riconoscimento della cittadinanza e sottoposta a severe restrizioni nella libertà di movimento, nell’accesso all’istruzione, al lavoro e ai servizi sanitari.

Dopo le operazioni militari del 2017, che provocarono l’esodo di centinaia di migliaia di persone verso il Bangladesh, oggi, la guerra civile che continua in Myanmar ha aggravato la crisi umanitaria, lasciando molte comunità Rohingya intrappolate tra conflitto armato, povertà e discriminazione. In assenza di garanzie sui diritti fondamentali e sulla sicurezza personale, un ritorno volontario e dignitoso dei rifugiati appare ancora lontano.

Non sono presenze provvisorie

In questo contesto, continuare a considerare questi rifugiati in Malaysia come «presenze provvisorie» significa prolungare una condizione di precarietà che finisce per danneggiare le persone coinvolte, ma anche le società che le accolgono.

Uno degli aspetti più rilevanti della riforma riguarda il lavoro. La possibilità di accedere legalmente all’occupazione potrebbe favorire l’autonomia economica dei rifugiati e ridurre la loro dipendenza dagli aiuti umanitari. Allo stesso tempo, la Malaysia potrebbe beneficiare del contributo di una forza lavoro necessaria in settori come l’agricoltura, l’edilizia e il manifatturiero, da tempo alle prese con carenze di personale.

«Il lavoro possiede un profondo valore sociale: garantisce dignità, stabilità e inclusione», ha sottolineato padre Joachim Robert, responsabile della Caritas di Penang. Per chi ha vissuto l’esperienza dell’esilio, della violenza e dell’incertezza, un impiego regolare non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma anche un passo fondamentale verso il recupero della propria dignità e della fiducia nel futuro.

Anche per la Chiesa malaysiana e per le organizzazioni cattoliche impegnate nell’accompagnamento dei migranti, la questione va oltre la semplice regolarizzazione amministrativa. L’accesso all’istruzione per i bambini, alle cure sanitarie di base e a condizioni di vita dignitose resta una priorità. Da anni la Caritas e numerose realtà ecclesiali sostengono percorsi di inclusione che mettono al centro la persona e i suoi diritti fondamentali.

Riconoscimento invece di controllo e provvisorietà

La scelta della Malaysia si inserisce in un contesto regionale complesso, in cui molti governi temono che il riconoscimento formale dei rifugiati possa incoraggiare nuovi flussi di immigrati. Per questo motivo, l’approccio prevalente è stato quello dell’accoglienza temporanea, evitando di dare reali prospettive di integrazione. Il nuovo programma malaysiano sembra invece cercare una strada diversa: governare il fenomeno attraverso il riconoscimento e non soltanto attraverso il controllo o l’ospitalità provvisoria.

Resta da vedere se la sperimentazione porterà ai risultati sperati. Ma per migliaia di Rohingya, che da anni vivono nell’ombra dell’invisibilità giuridica, il Documento di registrazione dei rifugiati rappresenta già un segnale importante. Non è la soluzione definitiva, ma un primo passo verso una maggiore sicurezza, dignità e partecipazione alla vita della nazione dove vivono e dove sperano di potersi stabilire per sempre. Ed è una strada che – rimarcano gli osservatori – potrebbe fungere da paradigma anche per altri paesi dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico.

Paolo Affatato




Albania. La rivoluzione dei fenicotteri

Da una protesta ambientalista a un movimento di contestazione nazionale. In Albania, la difesa dell’area protetta di Pishë Poro-Narta, nel delta della Vjosa, si è trasformata in una delle più grandi mobilitazioni civili degli ultimi anni, mettendo sotto pressione il governo del premier Edi Rama e attirando l’attenzione delle istituzioni europee.
Nelle ultime settimane migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, Valona e in numerose città europee dove è presente la diaspora albanese. Gli slogan – «L’Albania non è in vendita» e «Nuova Albania» – hanno accompagnato una protesta nata dopo l’arrivo di bulldozer e mezzi pesanti in un’area costiera di straordinario valore naturalistico, habitat di fenicotteri, pellicani dalmati, foche monache e di oltre 2.300 specie animali e vegetali.
Al centro delle polemiche vi sono i progetti turistici legati a investitori internazionali vicini all’imprenditore americano Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Secondo i manifestanti, la costruzione di resort di lusso minaccerebbe uno degli ecosistemi più preziosi dei Balcani e rappresenterebbe l’ennesimo esempio di sviluppo imposto dall’alto senza adeguate garanzie di trasparenza.

Un modello distruttivo
«Questa attenzione verso l’ambiente non era scontata», osserva Valeria Parracino, coordinatrice dei progetti dell’Ong italiana Celim, attiva dal 2018 nella tutela del bacino della Vjosa. Secondo Parracino, dopo anni di sfruttamento incontrollato delle coste, una parte crescente della popolazione albanese vede in questi investimenti un modello che «distrugge il Paese senza lasciare benefici reali ai territori».
La controversia affonda le radici nella riforma della legge sulle aree protette approvata nel febbraio 2024, che ha aperto alla possibilità di realizzare investimenti turistici e strutture private anche in zone precedentemente sottoposte a rigidi vincoli ambientali. «L’amministrazione regionale e l’Agenzia delle aree protette sono state completamente ignorate», denuncia ancora Valeria Parracino, secondo cui i lavori procederebbero senza una sufficiente trasparenza sulle autorizzazioni e sugli studi di impatto ambientale.
Ciò che rende peculiare la mobilitazione è però la sua natura trasversale. Le manifestazioni non coinvolgono soltanto ambientalisti, ma cittadini di orientamenti diversi, accomunati dalla sfiducia verso l’intero sistema politico. «Le proteste sono assolutamente apolitiche – sottolinea Parracino -. Chi manifesta ce l’ha tanto con il partito di maggioranza quanto con quello di opposizione». Un sentimento confermato anche dagli ultimi cortei, nei quali sono risuonate richieste di dimissioni rivolte a Rama, ma anche critiche verso le tradizionali élite politiche del Paese.


In odore di adesione alla Ue

La cosiddetta «rivoluzione dei fenicotteri», come è stata ribattezzata dai media internazionali, ha ormai assunto una dimensione che va oltre la questione ambientale. Molti manifestanti vedono nella difesa di Narta e della Vjosa una battaglia per la tutela del patrimonio nazionale, dell’accesso pubblico alle coste e contro la corruzione percepita nelle grandi operazioni immobiliari.
La vicenda ha inoltre aperto un fronte con Bruxelles. L’Unione europea ha ricordato che l’Albania, impegnata nel percorso di adesione, deve rispettare gli standard ambientali previsti dal Capitolo 27 dei negoziati. La Commissione europea ha invitato Tirana ad agire rapidamente per evitare che le scelte sul progetto possano compromettere il processo di integrazione, mentre il Parlamento europeo ha chiesto maggiori garanzie per la tutela delle aree naturali e annunciato ulteriori verifiche.

Edi Rama si difende
Il governo del premier Edi Rama continua a difendere gli investimenti, sostenendo che tutte le valutazioni ambientali saranno completate e che il turismo di alta gamma rappresenta un’opportunità strategica per l’economia nazionale. Lo stesso premier ha respinto le accuse di opacità e ha persino attribuito parte della mobilitazione a campagne di disinformazione provenienti dall’estero.
Intanto, sotto la pressione delle proteste, alcune recinzioni e parte dei macchinari sono stati temporaneamente rimossi. Per gli attivisti, tuttavia, la partita è tutt’altro che chiusa. Celim e oltre quaranta organizzazioni della società civile chiedono la sospensione definitiva dei lavori, una verifica indipendente delle autorizzazioni e la piena trasparenza dell’intero progetto. Una battaglia che, da semplice vertenza locale, è diventata il simbolo del confronto tra sviluppo economico, tutela ambientale e qualità della democrazia in Albania.

Enrico Casale




Colombia. Un’altra «mano dura»

In Perù, Keiko Fujimori ha battuto Roberto Sánchez per 43.000 voti di differenza (anche se il risultato non è ancora stato certificato). In Colombia, Abelardo De La Espriella ha sconfitto Iván Cepeda per 250.000. In entrambi i casi, le differenze sono state strettissime a certificare Paesi spaccati a metà. I due vincitori hanno caratteristiche comuni: sono rappresentanti della destra estrema e ammiratori del presidente statunitense Donald Trump.

Questo è vero in particolare per il nuovo presidente colombiano. Abelardo De La Espriella ha – tra l’altro – anche la cittadinanza statunitense e stretti legami lavorativi con Miami. Tutti i suoi quattro figli sono nati negli Usa. Marco Rubio, il segretario di Stato degli Usa, si è congratulato con De La Espriella già il 21 giugno, poche ore dopo la diffusione del risultato elettorale.

De La Espriella, avvocato di 47 anni, autonominatosi «el Tigre», è titolare di un affermato studio legale e di varie imprese. È – inoltre – cantante con un repertorio nel quale ci sono anche vecchie canzoni italiane.

Con il suo movimento indipendente «Difensori della patria» (Defensores de la patria), il candidato della destra ha raccolto il malcontento dei colombiani che vedono nella vecchia guardia politica la causa di molti problemi. De La Espriella ha conquistato voti con la retorica del «pugno di ferro» contro la criminalità, l’illegalità, il narcotraffico e la corruzione, problemi comuni a tutti i Paesi latinoamericani. Ha costruito la sua candidatura sulla promessa di combattere i gruppi armati con maggiore fermezza, in aperto contrasto con la politica denominata di «Pace totale» (Paz total), promossa dal presidente uscente Gustavo Petro. Purtroppo, questa strategia non è riuscita a ridurre la violenza complessiva. Al contrario, il conflitto si è ampliato con i gruppi armati che si sono frammentati e che hanno approfittato delle tregue per espandere le loro economie criminali e il loro controllo su parti del territorio colombiano.

Oltre a questo, il programma del neo presidente dovrebbe ricalcare le linee guida del trumpismo: lotta all’immigrazione, politiche economiche liberiste (meno tasse per i ricchi), ridimensionamento dello Stato (quindi, meno sanità e istruzione pubbliche), uso strumentale della religione, negazione della questione climatica, riduzione degli spazi di critica, sottomissione degli organi di controllo, meno relazioni con i Paesi antagonisti degli Usa (in primis, la Cina).

De La Espriella si troverà a dialogare con un Congresso frammentato, ma nel quale il Pacto histórico (Ph), il partito di sinistra dell’ex presidente Gustavo Petro, ha la maggioranza relativa sia al Senato che alla Camera.

Anche le elezioni colombiane hanno evidenziato un’attrazione verso il trumpismo non facile da spiegare. Donald Trump ha tassi di approvazione bassissimi: in casa propria (37%, stando agli ultimi sondaggi) e ancora meno o molto meno fuori degli Usa (secondo un’inchiesta del prestigioso Pew Research Center). Eppure, in sempre più paesi dell’America Latina (si veda la tabella riprodotta sopra) lui e il trumpismo vincono. Che il peggior presidente della storia occidentale abbia ancora un seguito non è un buon segno per il futuro.

Paolo Moiola




Ucraina. Cherson tra bombe e consolazione

Quest’anno la festa della Consolata del 20 giugno cade di sabato. La celebro domenica 21 a Cherson, nell’unica parrocchia di rito latino della città. Qui, infatti, la necessità di essere consolati è grande. E io sono convinto che celebrare la Consolata non è soltanto un atto liturgico ma una vera benedizione che attira grazie e protezione.

Padre Luca Bovio celebra la messa per la festa della Consolata. Cherson, 21 giugno 2026.

Cherson è una città triste. Si trova sul fronte di guerra. È famosa per le atrocità subite dai pochi abitanti che vi restano e le loro sofferenze. La città, posta a Sud del Paese, non lontana dalla Crimea, è costruita sulla sponda Ovest del fiume Dnipro. La riva est è territorio occupato dall’esercito russo.

Le poche decine di metri di larghezza dei fiume separano i due eserciti.

Una città immersa nella paura e nel silenzio

In questo momento, durante il quinto anno di guerra, il cielo di Cherson è sorvolato costantemente da droni russi che riprendono tutto e tutti per scegliere gli obiettivi da colpire senza alcuna distinzione.

La parrocchia dedicata al Sacratissimo Cuore di Gesù si trova ormai nella zona rossa della città, la zona vicina al fiume dove non viene garantito nessun servizio. Nessun autotrasporto pubblico, compresi i taxi, ma nemmemo l’arrivo di ambulanze o di pompieri in caso di necessità.

Gli abitanti sono invitati a evacuare senza essere obbligati. Chi rimane può contare solo sull’aiuto di volontari. Nonostante questo, sono diverse le persone che vi abitano. Tra queste, il parroco don Maxim Padlevsky, del clero della diocesi di Odessa-Simferopol, il vicario don Artem Petrenko e iI sacrestano.

Conosco bene questo quartiere per averlo visitato diverse volte. È deserto. Nessuno esce di casa se non per stretta necessità.

Il silenzio denso, che avvolge tutto, sia di giorno che di notte, è profondo ed esalta ogni rumore, quasi ci si trovasse in un grande monastero di clausura.

Fermandoci con don Maxim all’ombra e al riparo di un grande tiglio nei pressi della parrocchia, sentiamo un brusio, simile al rumore di un drone. Preoccupati guardiamo il cielo e scopriamo che c’e solo un sciame di api che vola attirato dai fiori della pianta.

Il grande fratello dei droni

La vita sociale delle poche migliaia di cittadini rimasti (prima della guerra erano quasi 300mila) è fortemente condizionata in questa fase dal «grande fratello»: l’evoluzione tecnologica del conflitto ha portato a riempire il cielo di droni di ogni tipo che volano non stop giorno e notte.

Un’ambulanza a Cherson si muove con una rete protettiva attorno alla carrozzeria. Sopra, in alto, si intravvedono le reti anti droni. © Luca Bovio

Le reti anti droni sono sempre più estese in città e fuori città. Le barriere fisiche sono spesso realizzate con reti da pesca o altri materiali di fortuna. Sono tese sopra le strade e i marciapiedi principali per bloccare o deviare i piccoli droni kamikaze russi. Arrivando a Cherson da Mikolaiw, iniziano ben 30 km prima dell’ingresso della citta.

Le auto non possono essere parcheggiate per le strade, ma sempre coperte da tettoie o da piante che, per fortuna, sono abbondanti in questa stagione. Se non vengono nascoste, il rischio che siano distrutte è molto alto, come la notte scorsa è capitato a due auto parcheggiate non lontano da noi.

Purtroppo gli attacchi contro i civili sono giornalieri. I blogger locali chiamano questa pratica «safari umano». Una caccia all’uomo fatta senza nessuna distinzione tra soldati, civili o soccorritori. 

I segnali dei droni possono essere intercettati da apparecchi che, qui a Cherson, sono posseduti da molti. Sono dei ricevitori che catturano il segnale di un drone in avvicinamento inquadrandolo con un piccolo schermo. Si ha così l’opportunita di capire la direzione del volo e di mettersi al sicuro.

Il ricevitore che individua i droni russi.

Purtroppo questi ricevitori non funzionano con i droni a fibra ottica che sfuggono a ogni controllo. I finissimi fili delle fibre è facile vederli appesi ai rami delle piante dove spesso si attorcigliano.

Anche la parrocchia porta le ferite della guerra. Da ogni lato si possono vedere sul marciapiede e nel giardino i solchi lasciati dai razzi caduti a poche decine di metri e le schegge che hanno distrutto le finestre e danneggiato le pareti esterne. Anche internamente i danni sono visibili, ad esempio sui mobili della cucina.

I droni sono solo una parte delle armi usate contro i cittadini. A questi occorre aggiungere missili di vario tipo e portata, lanciati dalle artiglierie o talvolta dagli aerei, soprattutto di notte.

L’unica volta che un razzo ha colpito direttamente il tetto della chiesa attraversandolo, non è esploso. Deo Gratias!

Neanche le sepolture

Qui, nella chiesa del Sacratissimo cuore di Gesù a Cherson, ogni giorno viene qualche fedele, anche da lontano, per pregare. Un’ora di adorazione eucaristica e la santa messa.

La domenica c’e qualche fedele in più. Don Maxim mi racconta che purtroppo non si puo fare neanche una degna sepoltura nei cimiteri. È troppo pericoloso creare un assembramento, anche piccolo, di fedeli all’aperto. Allora si opta per la cremazione della salma e una veloce preghiera solo per i familiari piu stretti, come è accaduto per una parrocchiana pochi giorni fa.

La dottoressa Natalia e il suo ospedale isolato

Durante queste giornate riesco a incontrare persone che da tempo aiutiamo. Una di queste è la dottoressa Natalia, una giovane chirurga che lavora in un piccolo ospedale fuori città, a Bilozerka, e lo dirige. Una volta potevamo andare a trovarla. Ora non è più possibile.

Ci incontriamo in un bar a Cherson. Lei racconta come siano riusciti a far arrivare dall’Italia un grande generatore di corrente elettrica. Il generatore è rimasto un mese chiuso in un magazzino in città aspettando il momento propizio per portarlo a Bilozerka. L’occasione è arrivata all’inizio di Maggio, quando i russi hanno dichiarato una tregua di tre giorni.

Padre Luca Bovio (a destra) e la dott.ssa Natalia, dirigente dell’ospedale di Bilozerka, vicino Cherson.

Natalia ci racconta che sono riusciti a organizzare il viaggio con un camion scortato da tre auto di soldati. La colonna, però, non è sfuggita all’occhio dei droni. Appena i soldati sono rientrati in città, hanno attaccato il generatore che, per fortuna, ha resistito, essendo stato messo in un bunker dell’ospedale.

La dottoressa confessa poi che vivere e lavorare in queste condizioni è pesante e difficile. La sua giovane età, le sue capacità e il suo coraggio le sono d’aiuto. Come quella mattina nella quale, recandosi in macchina con il suo cagnolino all’ospedale, schiacciò una delle molte mine antiuomo sparse nel territorio che bloccò l’auto in mezzo a un campo a qualche chilometro di distanza dall’ospedale. Senza via d’uscita, fece a piedi il tragitto sotto il costante ronzio di droni che la osservavano dal cielo. Fortunatamente erano droni ucraini.

La donna anziana e le due dottoresse

Incontro una signora anziana che vive sola a fianco della parrocchia. Si chiama Liobov. Parliamo all’ombra di un grande tiglio. Mi racconta che il marito è morto il 16 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’inizio della guerra. Una data importante, il 16 febbraio, per noi Missionari della Consolata, perché la nascita al cielo del nostro Fondatore san Giuseppe Allamano avvenne il 16 febbraio 1926.

La donna racconta che sua figlia vive a Kiev. Le chiedo come mai non la raggiunga. Mi spiega che non se la sente di lasciare la sua casa, nonostante la paura. E, scherzando, aggiunge: qui nella zona rossa «siamo tutti un po’ ammalati».

Abitazioni di Cherson colpite dagli attacchi russi. © Luca Bovio

L’ultimo incontro prima di ritornare a Kiev avviene con altre due donne: una è Natalia, la responsabile statale per la sanità della città, l’altra è Anna, la direttrice di uno degli ospedali di Cherson.

Tempo fa ci avevano richiesto un macchinario andato distrutto durante un bombardamento. Questa macchina è importante per fare delle analisi specifiche e purtroppo in città non ne è rimasta nemmeno una. Le informo che con l’aiuto di medici italiani e benefattori presto riusciranno ad avere un’altra macchina che aquisteremo in Ucraina.

Al termine della celebrazione della Consolata fatta domenica 21 giugno, abbiamo benedetto un quadro che è stato donato alla parrocchia. Il parroco don Maxim ha annunciato che lo metterà vicino al confessionale in modo che i fedeli, guardandolo, siano aiutati fare una buona confessione. Non solo. Il lato della parete è quello Est della chiesa, in direzione della riva occupata. Possa Maria consolare, con la sua presenza, le tante persone che soffrono e vivono nella paura, donando loro la certezza nella speranza di un futuro migliore.

Luca Bovio




Argentina. La terra non è una merce

La Chiesa cattolica argentina ha manifestato una forte opposizione al progetto di legge di «Inviolabilità della proprietà privata», proposto da Federico Sturzenegger, ministro della Deregolamentazione e trasformazione dello Stato. Secondo la Chiesa, sono vari i punti critici della proposta in discussione: in particolare, viene fatto notare che l’iniziativa attenta contro la sovranità nazionale e i beni comuni e promuove il trattamento della terra come una merce.

Nelle intenzioni di La libertad avanza, il partito del presidente Javier Milei, la proposta vuole modificare i vincoli regolatori, allo scopo di rafforzare la sicurezza giuridica e la protezione dei proprietari. L’iniziativa – proposta lo scorso marzo – dal 4 giugno si trova ferma al Senato perché non conta su voti sufficienti per essere approvata.

Nella discussione in commissione, l’iniziativa è stata bocciata da vari parlamentari, oltre che da organizzazioni e istituzioni sociali. Il presidente della Caritas e titolare della Pastorale sociale dell’Episcopato, l’arcivescovo de La Plata, mons. Gustavo Carrara, è intervenuto nel plenario delle commissioni parlamentari per presentare le obiezioni al progetto.

Attraverso la Pastorale sociale, la Caritas e l’Équipe nazionale di pastorale aborigena (Endepa), la Chiesa cattolica ha espresso «profonda preoccupazione» circa il progetto, perché «attenta contro la sovranità nazionale, i nostri alimenti, i nostri beni comuni e il diritto all’autoterminazione dei popoli». Pertanto, ha chiesto che «coloro che interverranno nel dibattito di questo progetto orientino le loro scelte verso il bene comune e il futuro delle prossime generazioni, più che verso gli interessi particolari, mettendo in pratica la nobiltà della politica come massima espressione della carità».

I rappresentanti degli organismi della Chiesa hanno ricordato una frase di Magnifica Humanitas, la prima enciclica (uscita lo scorso 15 maggio) di papa Leone XIV, nella quale si afferma che «il principio del destino universale dei beni ci ricorda soprattutto che i beni della terra – il suolo, l’aria e i beni naturali – sono stati dati da Dio a tutta la famiglia umana per sostenere la vita di tutti, di oggi e delle future generazioni, e che ogni persona ha il diritto originario all’uso di tali beni» (punto 65).

Hanno avvertito – inoltre – che la preoccupazione si basa nel fatto che il progetto «esclude le limitazioni vigenti per l’acquisto di terra da parte di stranieri, persone fisiche o imprese» e, in particolare, apre alla possibilità di accedere a quelle legate a riserve d’acqua e altri beni naturali.

Secondo la Chiesa cattolica (e le organizzazioni ambientaliste), il progetto del Governo «indebolisce il potere dello Stato, nei diversi livelli, per gestire l’uso del territorio, pianificare opere pubbliche e proteggere l’interesse comunitario, soprattutto  dei più vulnerabili, di fronte a interessi privati, tanto locali come stranieri».

Sostiene – inoltre – che «aver cura della terra è aver cura della vita», ricordando che «per le comunità rurali, contadine e indigene, la terra è identità, cultura, memoria e futuro», perché «in essa si costruiscono vincoli, saggezza, forme di lavoro e modi di abitare il mondo che si trasmettono di generazione in generazione».

La terra dell’Argentina in vendita secondo una vignetta pubblicata dal sindacato argentino Suteba (suteba.org.ar).

Vari rapporti rivelano che, attualmente, oltre 13 milioni di ettari (130 mila chilometri quadrati) sono di proprietà straniera, un’area che rappresenta quasi il 5% del territorio nazionale, simile per dimensioni all’intera Inghilterra. Chi possiede queste terre? Secondo i ricercatori, gli Stati Uniti sono in testa alla classifica con 2,7 milioni di ettari, seguiti da Italia e Spagna.

La Chiesa ricorda che «di fronte alle promesse della crescita finanziaria» è bene tener presente il magistero del papa Leone XIV circa il vero sviluppo. Citando la Magnifica Humanitas, il testo sottolinea che «lo sviluppo è umano quando pone al centro le persone e non l’accumulazione dei beni, e quando si riferisce ha a che vedere con i popoli, non solo gli individui». Nello stesso testo si sottolinea che «lo sviluppo è integrale quando non lo si riduce all’ambito economico, ma promuove la qualità della vita nelle sue dimensioni spirituali, culturali, morali e relazionali, nel rispetto della Casa Comune, della diversità dei popoli e i propri modi di vivere».

Le critiche della Chiesa cattolica – inoltre – fanno riferimento anche alle possibili conseguenze sulla questione abitativa, ricordando che è importante «favorire l’accesso alla casa, come necessità primaria per tante famiglie, dando una base giuridica ragionevole agli affitti, che sia giusta tanto per i proprietari come per gli inquilini».

Per questa iniziativa sulla proprietà privata e per le altre già trasformate in leggi (riforma del sistema del lavoro, dell’uso delle risorse minerarie e dell’acqua, riduzione del finanziamento del sistema sanitario e dell’educazione), la motivazione principale del Governo ultra-liberista di Javier Milei è una tremenda ossessione: per favorire la crescita economica dell’Argentina, è necessario aprire tutte le porte agli investimenti, nazionali e stranieri, a qualsiasi costo, fino al punto di vendere letteralmente il Paese. La realtà del Paese è però un’altra: gran parte della popolazione argentina deve tirare sempre di più la cinghia, nonostante la felicità falsamente compensatoria dovuta ai successi della nazionale di calcio ai mondiali attualmente in corso.

Giuseppe (José) Auletta, Imc




Argentina. Taty e Alejandro

Quando scomparve, Alejandro Martín aveva soltanto 20 anni. Impiegato statale e studente di medicina, educatore volontario a Villa 1-11-14 (una delle tante villas miserias – nome dato agli insediamenti informali – di Buenos Aires) e poi militante del Ejército revolucionario del pueblo (Erp), Alejandro era il secondo dei tre figli di Lidia «Taty» Almeida.

Fu sequestrato da uomini dell’organizzazione paramilitare conosciuta come «Triple A» (Alianza anticomunista argentina, Aaa) il 17 giugno 1975, pochi mesi prima che il golpe del generale Videla trasformasse l’Argentina in una dittatura militare e rendesse il sequestro e la scomparsa degli avversari una pratica comune.

Taty Almeida è morta lo scorso 14 giugno, all’età di 95 anni, quasi la metà dei quali trascorsi nella (vana) ricerca del figlio Alejandro e a lottare per «la memoria, la verdad y la justicia» per gli altri 30.000 desaparecidos dell’epoca. Per questo aveva aderito alle Madres de Plaza de Mayo, l’associazione delle madri degli scomparsi, nata il 30 aprile del 1977 e diventata presto molto conosciuta sia per il simbolo adottato (un pañuelo blanco, un fazzoletto bianco con il nome della persona scomparsa legato sulla testa delle donne) che per le modalità della protesta (ogni giovedì pomeriggio una marcia silenziosa attorno alla piramide di Piazza di Maggio, proprio davanti alla Casa Rosada, la sede della presidenza). Quando poi las madres si divisero in due gruppi (nel gennaio 1986), Taty divenne la referente della Línea fundadora.

Taty Almeida (al centro, con gli occhiali scuri) davanti alla Casa Rosada con altre «Madres de Plaza de Mayo». Foto Davide Casali.

È morta proprio nell’anno che commemora i 50 anni del golpe militare (avvenuto il 24 marzo del 1976) e durante la presidenza di Javier Milei, noto per le sue posizioni negazioniste rispetto a quel tragico periodo. Nel giorno della commemorazione, davanti a migliaia di persone riunite in Plaza de Mayo, senza giri di parole, Taty aveva accusato il presidente e il suo governo: «Dimostreremo a Milei e soci che non saranno in grado di cancellare la memoria. Siamo il Paese del “mai più” e del “fazzoletto bianco”». E, pochi giorni dopo, davanti a una platea di giovani dell’Università di Buenos Aires: «Siete voi che continuerete a lottare per la memoria, la verità e la giustizia».

L’attualità della lotta delle Madres si è palesata anche lo scorso marzo, quando nell’ex centro di detenzione clandestino «La Perla», non lontano da Córdoba, sono state riportate alla luce le ossa di 12 vittime del terrorismo di Stato. Al momento, ne sono state identificate 7, tutte con meno di trent’anni.

Confermando ancora una volta la sua mancanza di caratura morale, il presidente Milei non ha speso una parola per ricordare la morte di Taty Almeida. In compenso, lo ha fatto la Conferenza episcopale argentina che ha diffuso un comunicato firmato dal presidente, arcivescovo Marcelo Daniel Colombo, e dal segretario, mons. Raúl Pizarro.

«Apprezziamo – scrivono tra l’altro i due prelati – lo storico impegno di Taty per i diritti umani nel nostro Paese e ringraziamo Dio per averle dato coraggio nei momenti difficili. La sua dedizione alla ricerca della verità e della giustizia è una testimonianza per molte generazioni. […] condividiamo […] il desiderio che il terrorismo di Stato non prenda mai più piede nelle nostre istituzioni e che sempre più si possa costruire una patria fraterna per tutti».

Paolo Moiola