Medio Oriente. Il calcio sconfiggerà la guerra?
Lo scorso 1° aprile a Monterrey, in Messico, la nazionale di calcio dell’Iraq ha battuto per 2 a 1 la Bolivia. L’Iraq è così diventata la 48esima e ultima squadra a qualificarsi per i mondiali che si terranno in Messico, Canada e Stati Uniti tra giugno e luglio.
Nel giorno della vittoria, migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale Baghdad per festeggiare la vittoria e una qualificazione che mancava da quasi quarant’anni.
Il successo calcistico è avvenuto in un momento molto delicato per il Paese, coinvolto suo malgrado nella guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Ne è rimasta coinvolta anche la squadra irachena che ha raggiunto il Messico, sede della partita decisiva, dopo un viaggio di tre giorni, durante il quale alcuni suoi giocatori sono stati costretti a percorrere via terra parte del tragitto a causa della sospensione dei voli aerei a seguito del conflitto.

Essendo a maggioranza sciita (55-60 per cento della popolazione), l’Iraq è considerato vicino all’Iran, pur con vari contrasti al proprio interno. Tale vicinanza è stata confermata lo scorso 4 aprile quando migliaia di sciiti iracheni – seguaci di Muqtada al-Sadr, leader del «Movimento sadrista», forte partito d’opposizione – si sono radunati a Baghdad e in altre città per protestare verso la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro Teheran. Va anche ricordato che alcune milizie sciite fortemente antiamericane – come «Kataib Hezbollah» e «Harakat al-Nujaba» – hanno sempre rifiutato di disarmarsi.
Quanto alla nazionale di calcio iraniana, questa si era qualificata per il campionato mondiale americano già un anno fa. Da allora la situazione del Paese è però precipitata culminando nella guerra in corso dal 28 febbraio e producendo conseguenze anche sullo sport.

Lo scorso 31 marzo, ad Antalya, in Turchia, prima di una partita amichevole e davanti al presidente della Fifa, Gianni Infantino (grande amico di Trump), la squadra iraniana ha protestato contro gli attacchi militari di Stati Uniti e Israele mostrando zaini per bambini e foto di vittime della guerra durante l’esecuzione degli inni nazionali.
A metà marzo, il presidente Trump aveva detto che l’Iran farebbe bene a non partecipare ai mondiali per la sua stessa sicurezza. Un avvertimento minaccioso come nella consuetudine del tycoon. Dopo che si era ipotizzato prima un ritiro della squadra e poi il trasferimento delle partite dell’Iran in Messico, è intervenuta la Fifa, organizzatrice della manifestazione, per confermare partecipazione e programma della squadra iraniana.
Al momento, tuttavia, non esiste una certezza assoluta sulla sua presenza al mondiale visto l’imperversare del conflitto nell’area mediorientale. E vista l’imprevedibilità del presidente americano che potrebbe negare alla delegazione iraniana l’ingresso negli Stati Uniti. La speranza è che lo spirito dello sport prevalga sulle conseguenze della guerra e che l’Iran possa partecipare regolarmente ai mondiali. Nonostante Trump.
Paolo Moiola









