Terre rare. Tutti le vogliono.

Sommario

Miniera di Antofagasta, Cile © via Flickr

Non rare, difficili da estrarre

Geologia. Cosa sono e dove si trovano

Fanno parte dei materiali critici, elementi vitali per l’economia. Sono presenti in tutti i continenti, ma c’è uno squilibrio strategico tra chi le estrae e chi le raffina. La Ue vuole ridurre la dipendenza dall’import. Ma la sfida è enorme.

Nel panorama geopolitico contemporaneo, la sovranità tecnologica di una nazione non si misura più soltanto in termini di capacità produttiva, ma nel controllo degli elementi chimici onnipresenti nella nostra vita, benché invisibili. Spesso si parla genericamente di «terre rare», ma, come sottolinea l’esperto Nicola Mondillo, professore associato di Georisorse minerarie all’Università degli studi di Napoli Federico II, è fondamentale operare una distinzione terminologica tra queste e i metalli critici. Sebbene le terre rare rientrino in quest’ultima categoria, la definizione di materiali critici comprende un insieme più ampio di elementi ritenuti vitali per l’economia di una nazione o di una comunità, come l’Unione europea. E questo in ragione della loro importanza industriale e dell’elevato rischio legato all’approvvigionamento.

Caratteristiche chimiche e applicazioni

«Dal punto di vista chimico – spiega Mondillo – le terre rare comprendono un gruppo di 17 elementi collocati nella parte inferiore della tavola periodica, che spaziano dal lantanio al lutezio. La loro importanza non risiede in una reale scarsità geologica, poiché sono presenti in concentrazioni modeste in quasi tutte le rocce del pianeta, bensì nella rarità di giacimenti economicamente sfruttabili. Questi elementi rappresentano il motore silenzioso delle applicazioni high-tech: migliorano il funzionamento di smartphone, computer, sistemi grafici e satelliti, oltre a essere pilastri fondamentali per le tecnologie militari e per la transizione verso le energie rinnovabili».

Il monopolio strategico della Cina

L’attuale equilibrio mondiale è tuttavia segnato da un profondo sbilanciamento strategico. La Cina detiene oggi un monopolio pressoché assoluto, non solo sull’estrazione primaria, ma sull’intero ciclo produttivo (vedi approfondimento più avanti).

«Il giacimento di Bayan Obo, situato nella Mongolia interna – continua Mondillo – rappresenta il sito più rilevante a livello globale, seguito da altri distretti nel Sudest del Paese. La supremazia cinese è rafforzata da tecnologie di separazione degli elementi dai minerali estremamente economiche e dalla capacità di esportare manufatti semilavorati già pronti per le industrie estere.

Questa condizione rende difficile per altri Paesi, Italia compresa, immaginare una produzione competitiva: non avrebbe senso economico aprire una miniera in Europa per poi spedire la materia prima in Cina per la lavorazione e importarla nuovamente come prodotto finito».Un esempio emblematico di questa dipendenza è rappresentato dai magneti permanenti, componenti essenziali per la produzione di energia rinnovabile. Nonostante vengano prodotti su larga scala in Giappone, l’approvvigionamento delle materie prime necessarie resta saldamente ancorato ai depositi cinesi, i quali hanno un monopolio di fatto che condiziona l’intera filiera della green economy.

Al di fuori della Cina, i giacimenti più significativi e strategici sono operativi negli Stati Uniti, in Australia e in Scandinavia, lungo il confine con la Russia. Ulteriori riserve di grande potenziale geologico sono state individuate in America Latina, in particolare in Brasile, e in diverse aree dell’Africa centrale, dove sono in corso intense attività di esplorazione per diversificare le fonti di approvvigionamento globali.

Sfide tecniche e impatto ambientale

Le tecnologie di separazione chimica rappresentano il vero collo di bottiglia del settore. Le terre rare, infatti, si trovano spesso mescolate tra loro in minerali complessi e presentano proprietà chimiche molto simili, rendendo la loro distinzione un processo laborioso e costoso.

La tecnica più diffusa a livello industriale è l’estrazione con solvente, che sfrutta la diversa affinità degli elementi per fasi liquide differenti al fine di isolarli progressivamente.

Negli ultimi anni, la ricerca si è orientata verso metodi più sostenibili, come la cromatografia a scambio ionico e l’uso di membrane selettive, che garantiscono maggiore precisione e un minore impatto ambientale rispetto ai processi tradizionali adottati in Cina, spesso associati a gravi livelli di inquinamento.

In Europa, l’innovazione si sta concentrando anche sul recupero da materiali riciclati, nel tentativo di aggirare le criticità dell’estrazione mineraria primaria».

Italia ed Europa

In questo contesto, l’Italia occupa una posizione di osservatrice attenta, consapevole delle proprie risorse, limitate ma non trascurabili. Sul territorio nazionale sono state individuate concentrazioni elevate di terre rare, in particolare nella miniera di fluorite di Silius, in Sardegna. Sebbene tali concentrazioni non raggiungano i livelli dei depositi cinesi, rappresentano comunque un potenziale di interesse scientifico e strategico.

Oltre alle terre rare, la Penisola registra segnalazioni di titanio e rame in Liguria, nonché ulteriori giacimenti di fluoro e rame in Sardegna. Attualmente il Servizio geologico nazionale sta valutando programmi di esplorazione per quantificare l’effettiva consistenza di queste risorse nei diversi distretti del Paese.

«La spinta verso una parziale indipendenza mineraria – osserva l’esperto – è stata accelerata dal Critical raw materials act, una normativa europea pensata per ridurre la dipendenza dalle importazioni extra Ue. Gli eventi geopolitici recenti, come il conflitto tra Russia e Ucraina, hanno mostrato quanto sia vulnerabile il sistema industriale europeo: l’interruzione delle forniture di palladio e di materie prime per la ceramica ha rallentato interi comparti produttivi, evidenziando la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento. La ricerca europea di nuovi giacimenti non avviene solo sul suolo del nostro continente, ma si estende anche ad altri, al fine di garantire un flusso costante di materiali nei decenni a venire»

Prospettive future

Tuttavia, il percorso verso l’autonomia resta lungo e complesso. Mettere a regime una nuova miniera richiede tempi compresi tra i cinque e i dieci anni, un orizzonte che spesso entra in conflitto con l’urgenza delle esigenze industriali e strategiche. «L’Europa – conclude Mondillo – si trova di fronte a una sfida duplice: investire nell’innovazione dei processi estrattivi e, al contempo, costruire filiere industriali complete che consentano di trasformare il minerale grezzo in prodotti finiti sul proprio territorio. Solo attraverso questa visione integrata sarà possibile affrancarsi da un monopolio che oggi non è soltanto minerario, ma anche tecnologico e politico».

Enrico Casale

Parcheggio con colonnina di ricarica per auto elettriche. © Michael-Fousert-Unsplash

La nuova sovranità Nazionale

Economía. Il rapporto della Iea delinea le criticità per il futuro 

L’offerta di alcune terre rare è cresciuta più della domanda. E la Cina ha quasi il monopolio su alcune di esse. Regolando i flussi globali di tali materiali, ne governa il prezzo. Usa e Ue stanno investendo in produzione e raffinazione.

Le terre rare non sono più una semplice curiosità per addetti ai lavori, ma sono diventate il cuore pulsante della sovranità tecnologica e della transizione energetica mondiale. Definirle «le vitamine della moderna industria» è ormai quasi riduttivo: senza di esse, i motori dei veicoli elettrici, le turbine eoliche e i sistemi di puntamento della difesa avanzata rimarrebbero gusci vuoti. Tuttavia, dietro di esse si nasconde un mercato caratterizzato da una volatilità estrema e da un assetto di potere che sta mettendo a dura prova le diplomazie economiche di ogni continente.

Il paradosso economico del 2024

Secondo le analisi approfondite contenute nel Global critical minerals outlook 2025 pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), il mercato delle terre rare ha vissuto nell’ultimo biennio una fase di paradosso economico. Mentre la domanda globale di ossidi di terre rare per magneti permanenti – in particolare neodimio e praseodimio (NdPr) – è cresciuta dell’8% nel solo 2024, i prezzi hanno intrapreso una parabola discendente. Questa flessione non è il segnale di un minore interesse industriale, ma, piuttosto, il risultato di una complessa manovra di mercato. L’offerta è cresciuta a un ritmo superiore alla domanda, spingendo le quotazioni verso i minimi pre-pandemici. Questa dinamica ha un duplice effetto: se, da un lato, favorisce l’abbattimento dei costi di produzione per le tecnologie green, dall’altro, mette in ginocchio la redditività dei nuovi progetti estrattivi nati al di fuori del territorio cinese, i quali, gravati da costi operativi e di capitale più elevati, faticano a competere con i prezzi imposti dai leader di mercato.

La catena del valore

Il dominio della Repubblica popolare cinese rimane, infatti, l’elemento centrale dell’equazione economica globale. Nonostante gli sforzi internazionali di diversificazione, Pechino continua a esercitare un controllo quasi totale su ogni fase della catena del valore. Nel 2024, la Cina ha garantito il 60% della produzione mineraria mondiale e, dato ancora più significativo, ha gestito il 91% della raffinazione globale delle terre rare destinate ai magneti. Questo controllo non è frutto del caso, ma di una strategia pluridecennale che ha visto il consolidamento dell’industria cinese sotto colossi statali come il China rare earth group. Attraverso un sistema rigoroso di quote di estrazione e lavorazione, la Cina è in grado di regolare i flussi globali, influenzando i prezzi e, di conseguenza, la sostenibilità finanziaria dei suoi concorrenti occidentali. Nel corso degli ultimi mesi, Pechino ha ulteriormente inasprito la sua posizione introducendo nuove restrizioni all’esportazione di tecnologie critiche per la separazione dei minerali, e normative più severe sulla tracciabilità, trasformando di fatto queste risorse in una leva di negoziazione geopolitica senza precedenti.

Rischi di fornitura

In questo scenario, emerge con forza il rischio legato a fornitori esterni al blocco cinese, ma fragili. Il Myanmar (ex Birmania), ad esempio, è diventato una pedina fondamentale ma instabile, fornendo circa il 45% delle terre rare pesanti utilizzate globalmente nel 2024. Tuttavia, il rapporto della Iea evidenzia che le miniere birmane sono caratterizzate da elevati rischi di interruzione a causa dei conflitti civili interni e di standard ambientali e sociali pressoché nulli.

La dipendenza da flussi transfrontalieri informali tra Myanmar e Cina rappresenta un punto di vulnerabilità sistemica: un blocco prolungato in questa regione potrebbe causare un’impennata dei costi, con ricadute immediate sui prezzi finali dei veicoli elettrici, che potrebbero aumentare del 40-50%.

Strategie occidentali

Per contrastare questo monopolio di fatto, le potenze occidentali hanno avviato una corsa contro il tempo sotto l’ombrello strategico del «derisking». Gli Stati Uniti, attraverso l’Inflation reduction act, e l’Unione europea, con il Critical raw materials act, hanno stanziato risorse miliardarie per incentivare la nascita di filiere domestiche. L’obiettivo è chiaro: portare la quota di produzione e raffinazione extra cinese a livelli di sicurezza entro il 2030.

L’Australia si sta confermando un attore chiave in questo processo, con progetti che mirano a coprire quote significative della domanda mondiale.

Tuttavia, la sfida non è solo estrattiva, ma chimica. La separazione delle terre rare è un processo estremamente complesso e inquinante, che richiede competenze tecniche che la Cina ha affinato per quarant’anni e che l’Occidente deve ora ricostruire da zero, affrontando al contempo normative ambientali molto più stringenti.

Il ruolo dell’economia circolare

Una delle frontiere più promettenti per allentare la morsa del monopolio cinese è rappresentata da economia circolare e riciclo. Il Global critical minerals outlook 2025 stima che, entro il 2035, il riciclo dei magneti dai motori a fine vita e dalle turbine eoliche potrebbe coprire fino al 10-15% del fabbisogno globale di terre rare pesanti. L’innovazione nei processi di riciclo «short-loop», che permettono di rigenerare i magneti senza dover separare i singoli elementi chimici, promette di abbattere i consumi energetici e le emissioni di CO2 rispetto all’estrazione mineraria primaria. Tuttavia, affinché il riciclo diventi un pilastro economico solido, sono necessari investimenti massicci in infrastrutture di raccolta e politiche che rendano economicamente vantaggioso il recupero rispetto all’acquisto di materia prima vergine a basso costo.

La sfida della stabilità dei prezzi

Guardando alle prospettive di lungo periodo, la Iea prevede che la domanda di terre rare per magneti permanenti raddoppierà entro il 2040, raggiungendo le 120mila tonnellate annue per soddisfare gli obiettivi degli accordi sul clima.

Sebbene la quota di mercato della Cina nella raffinazione sia destinata a scendere lentamente, si stima che rimarrà superiore al 70% per tutto il prossimo decennio. Questo significa che il mercato globale resterà strutturalmente esposto a decisioni unilaterali e tensioni commerciali.

La vera sfida per l’industria globale non sarà solo estrarre più minerali, ma costruire un sistema di prezzi trasparenti e stabili che possano incentivare gli investimenti in nuovi siti produttivi anche nei momenti di ribasso del mercato.

La nuova sovranità

La transizione energetica non è quindi un percorso privo di ostacoli, ma un terreno di scontro nel quale tecnologia e finanza si fondono con strategia militare e politica.

La stabilità del futuro energetico mondiale dipenderà dalla capacità delle nazioni di collaborare nella creazione di filiere trasparenti, sostenibili e, soprattutto, diversificate.

Senza una reale autonomia nella raffinazione e una spinta decisa verso il riciclo, la rivoluzione verde rischia di rimanere legata a doppio filo alle decisioni di un unico attore globale, rendendo la sicurezza energetica del domani vulnerabile quanto lo è stata quella basata sui combustibili fossili nel secolo scorso. Il messaggio di questi anni è inequivocabile: l’indipendenza mineraria è la nuova forma della sovranità nazionale.

Enrico Casale

Un sito minerario di Centinela ad Antofagasta, in Cile. © Antofagasta Minerals via Flickr

Un super tasso di crescita

Il mercato mondiale delle terre rare

Il mercato mondiale dei metalli delle terre rare ha superato il valore di 6,8 miliardi di euro nel 2025 e, probabilmente, raggiungerà gli 11,9 miliardi di euro entro la fine del 2035, sostenuto da una crescita annuale del 6,5%. Secondo l’analisi pubblicata da Rn (Research nester), l’espansione del settore è trainata principalmente dalla transizione verso le tecnologie pulite e dalla miniaturizzazione dell’elettronica, con una domanda di cobalto e terre rare destinata a crescere del 60% entro il 2040.

Il comparto dell’estrazione primaria (cioè l’estrazione dalle miniere) detiene la quota maggiore del mercato, pari all’85,6%, grazie al ruolo fondamentale di questi materiali nei sistemi di energia rinnovabile, nell’elettronica di alta tecnologia e nelle infrastrutture per la difesa. La regione dell’Asia-Pacifico si conferma l’area dominante e si prevede che manterrà una quota del 45,2% entro il 2035, grazie alla leadership della Cina nella raffinazione e ai progetti minerari in Australia, seguiti dalle iniziative per i veicoli elettrici in India e dalle basi manifatturiere avanzate in Giappone e Corea del Sud.

Al contrario, l’Europa si distingue come il mercato con il tasso di crescita più rapido, focalizzandosi sulla produzione a valle per turbine eoliche e mobilità elettrica. Il settore dei magneti permanenti rimane l’applicazione principale delle terre rare in Europa, poiché utilizza circa il 90% della produzione di neodimio e disprosio. Tra i principali attori globali che guidano il mercato figurano società come l’australiana Lynas rare earth e la cinese Ganzhou Giandong rare earths group, quest’ultima con una quota superiore al 23%.

La crescita del comparto riflette anche il rafforzamento delle politiche industriali in Nord America, dove il sostegno del Fondo monetario internazionale e i finanziamenti federali negli Stati Uniti stanno accelerando l’elettrificazione dei trasporti. Nonostante la Cina controlli ancora oltre l’80% della capacità di raffinazione globale, i nuovi progetti in Vietnam, Brasile e Canada segnalano un tentativo del Paese e dei suoi alleati di diversificare le fonti di approvvigionamento. La crescita dell’industria delle terre rare consolida un percorso di sviluppo che vede questi elementi chimici al centro della competizione geopolitica e tecnologica mondiale.

En.Cas.

Un circuito integrato montato su una basetta con altri componenti © Bermix Studio via Unsplash

Dall’artico ai tropici

Geopolitica delle risorse 

L’importanza di Taiwan, terminale tecnologico. Gli Usa che cercano di recuperare il tempo perduto sviluppando la produzione interna e moltiplicando contratti con la Rd Congo. La Groenlandia, isola strategica per le risorse. E l’Africa, con riserve immense ancora inesplorate.

La corsa globale ai minerali critici in Africa è diventata, nell’ultimo decennio, uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Questa sfida non riguarda solo l’approvvigionamento di materie prime, ma ha implicazioni dirette e profonde per la transizione energetica, la sovranità digitale e la sicurezza nazionale.

In questo scenario, il continente africano si ritrova prepotentemente al centro delle nuove catene di approvvigionamento globali, non più solo come fornitore passivo, ma come scacchiere su cui si giocano i futuri equilibri di potere.

La geopolitica delle risorse si sta ridefinendo attorno ai minerali critici, considerati «i nuovi petroli» del XXI secolo, essenziali per la decarbonizzazione, la sicurezza tecnologica e l’industria della difesa. Missioni Consolata ha approfondito questi temi con Paolo Gila e Maurizio Mazziero, esperti di mercati e autori del volume «Geopolitica delle Terre Rare. La sfida strategica per la nuova rivoluzione industriale: protagonisti e investimenti» (Hoepli editore, 2026).

Il predominio della Cina

«La Cina – spiega Paolo Gila – esercita, da anni, un ruolo predominante, quasi assoluto, nella filiera delle terre rare e dei minerali critici». Sebbene Pechino, secondo i dati forniti dalla Iea, controlli direttamente poco meno del 60% dell’estrazione mineraria globale, la sua reale forza risiede nelle fasi successive della catena del valore. La quota di mercato cinese sale infatti drasticamente al 91% per quanto riguarda sia la raffinazione chimica dei minerali, sia la produzione di magneti permanenti, componenti fondamentali per i motori delle auto elettriche e per le turbine eoliche. «Questo significa che la Cina controlla di fatto il mercato con un ruolo da monopolista», aggiunge Gila.

A partire dall’ottobre 2024, Pechino ha ulteriormente stretto le maglie del controllo, varando una serie di regolamenti volti a proteggere le forniture interne in nome della sicurezza nazionale. «Fra questi nuovi provvedimenti – continua l’autore – viene sancita in modo inequivocabile l’appartenenza allo Stato di queste risorse e la supervisione diretta del Governo centrale su ogni aspetto dello sviluppo industriale e degli scambi commerciali con l’estero. In pratica, la Cina ha costruito un’infrastruttura normativa che le permette di condizionare la fornitura mondiale a proprio piacimento, utilizzandola come una vera e propria arma di pressione geopolitica nei confronti dei competitor occidentali».

Un villaggio vicino a Pond, in Greonlandia. – © Visit Greenland via Unsplash

Taiwan: il cuore tecnologico della contesa

In questo complesso mosaico, anche Taiwan (la Repubblica di Cina) svolge un ruolo fondamentale, pur avendo una natura diversa rispetto ai giganti minerari.

Taiwan non è direttamente impegnata nell’estrazione su larga scala o nella prima lavorazione dei minerali grezzi, ma rappresenta il terminale tecnologico più avanzato della filiera. «Diciamo – osserva Gila – che questo Paese è un fruitore di minierali strategici di importanza sistemica. Taiwan possiede una filiera industriale d’eccellenza che ha il suo cuore pulsante nella Tsmc (Taiwan semiconductor manufacturing company), la più grande e avanzata fonderia di chip al mondo».

Il settore dei microcircuiti è estremamente sensibile alle dinamiche del mercato delle terre rare, poiché questi elementi sono indispensabili nei processi produttivi dei componenti elettronici miniaturizzati. L’economia di Taiwan, che vanta un Pil di circa 760 miliardi di dollari, è strutturalmente basata sulle esportazioni di alta tecnologia, dove i chip rappresentano la quota più rilevante e strategica. «È evidente – aggiunge Gila – che Cina e Stati Uniti, i suoi principali partner commerciali, se ne contendano l’influenza.

Oltre agli interessi puramente economici, pesano tensioni geopolitiche storiche. Pechino mira a integrare l’isola nel proprio perimetro sovrano anche per eliminare la presenza delle forze armate statunitensi che oggi presidiano l’area, garantendo la libertà di navigazione in uno dei tratti di mare più trafficati al mondo».

La risposta degli Stati Uniti

Nella rincorsa globale alle terre rare, gli Stati Uniti stanno tentando di reagire con investimenti massicci dopo anni di relativa inerzia. I dati più recenti forniti dall’Usgs (United states geological survey) stimano le riserve di terre rare sul suolo americano in circa due milioni di tonnellate; una cifra significativa, ma molto lontana dalle 44 milioni di tonnellate attribuite alla Cina. Tuttavia, lo sforzo produttivo è innegabile: nel 2025 gli Stati Uniti hanno estratto 51mila tonnellate di terre rare, segnando un netto incremento rispetto alle 45.500 del 2024. Nonostante ciò, la produzione statunitense resta inferiore a un quinto di quella cinese.

«Il problema principale – sottolinea Maurizio Mazziero – è che gran parte dei minerali estratti oggi negli Stati Uniti devono comunque essere inviati in Cina per i processi di raffinazione e separazione chimica, poiché l’Occidente ha smantellato per decenni le proprie capacità industriali in questo settore a causa dei costi e dell’impatto ambientale.

Questo paradosso rende Washington ancora dipendente da Pechino». L’ascesa geopolitica della Cina e la sua assertività in Asia hanno però fatto scattare l’allarme a Washington. Per recuperare il terreno perduto, il governo statunitense sta adottando una strategia aggressiva: entra direttamente nel capitale delle aziende minerarie, finanzia la riapertura di siti storici come Mountain Pass e investe nel ripristino di una filiera di raffinazione interna e sicura.

Minatori in una miniera artigianale in Repubblica democratica del Congo. – © Responsible Sourcing Network_Flickr

Il caso del Congo

Gli Stati Uniti non si limitano agli investimenti interni, ma sviluppano iniziative su scala globale attraverso accordi bilaterali con altri Paesi, e strategie integrate che combinano diplomazia e supporto tecnologico.

Un esempio concreto di questa nuova postura è l’accordo siglato tra la Repubblica democratica del Congo e la società statunitense Atlas Park. Questo partenariato prevede l’utilizzo dell’intelligenza artificiale avanzata per l’esplorazione mineraria. Attraverso l’analisi predittiva dei dati geologici, è possibile individuare nuovi giacimenti con una precisione impensabile fino a qualche anno fa, orientando i flussi di capitale verso i siti più promettenti. Questo dimostra come la competizione non sia più basata esclusivamente sull’accesso fisico alle miniere, ma sulla capacità tecnologica di mappare, prevedere e gestire le risorse in modo digitale.

La Groenlandia: risorse, logistica e difesa

In questo contesto di espansione si inseriscono anche le mire strategiche di Washington sulla Groenlandia, un territorio che sta assumendo una rilevanza senza precedenti. «Gli Stati Uniti – osserva Paolo Gila – non hanno mai fatto mistero di considerare la Groenlandia un’area di interesse vitale per la sicurezza nazionale». Le ragioni di questo interesse sono molteplici e stratificate. In primo luogo, l’isola è «un continente bianco» che custodisce riserve minerarie quasi intatte di uranio, grafite e terre rare, materie prime essenziali per l’industria bellica e civile americana.

In secondo luogo, il riscaldamento globale sta rendendo l’Artico navigabile per periodi più lunghi, aprendo nuove rotte commerciali che potrebbero rivoluzionare i trasporti mondiali. La Groenlandia possiede circa 45mila chilometri di coste dove potrebbero sorgere porti logistici in grado di accorciare i tempi di percorrenza verso l’Europa del 30% rispetto alle rotte tradizionali.

Sotto il profilo militare, l’isola rappresenta un avamposto insostituibile per monitorare le attività russe nell’Artico, rese più minacciose dal dispiegamento di nuove armi come i missili Burevestnik e i sottomarini Poseidon.

Infine, vi è una motivazione legata all’economia dei dati: l’intelligenza artificiale richiede data center immensi che generano calore estremo, che sarebbe, quindi, conveniente installare in quelle terre.

L’Europa alla ricerca di una rotta

L’Unione europea, al contrario dei due giganti, si trova in una posizione di rincorsa e debolezza strutturale. «Pur essendo state scoperte proprio in Europa (molte terre rare prendono il nome da località svedesi), oggi il vecchio continente non possiede impianti estrattivi di rilievo», ricorda Maurizio Mazziero. I dati dell’Usgs confermano che nessun Paese europeo figura tra i primi 15 produttori mondiali. Tuttavia, la speranza risiede nei nuovi progetti in Scandinavia e nelle recenti rilevazioni geologiche. Anche l’Italia ha un ruolo potenziale: il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha confermato la presenza di minerali critici in Sardegna, Toscana, Campania e nell’arco alpino. «Resta però da capire – avverte Mazziero – se queste risorse siano effettivamente sfruttabili. Lo studio Ispra si è limitato a mappare la presenza fisica; serviranno ulteriori approfondimenti per valutare la convenienza economica dell’estrazione, tenendo conto delle rigide normative ambientali europee».

L’Africa e il Piano Mattei

Protagonista del futuro minerario potrebbe diventare l’Africa. Stime fatte da istituti di ricerca come l’Ileri di Parigi indicano che il continente possiede riserve immense ancora inesplorate. «Finora – spiegano Gila e Mazziero – il Sudafrica è stato il leader, ma Paesi come Angola, Uganda e, soprattutto, Repubblica democratica del Congo offrono opportunità gigantesche». Tuttavia, questa ricchezza è spesso maledetta: l’Africa centrale rimane una delle aree più instabili del mondo, dove le potenze globali alimentano tensioni locali per mantenere il controllo delle risorse. In questo scenario, l’Italia cerca di inserirsi con il Piano Mattei, proponendo un modello di cooperazione non predatorio. L’obiettivo italiano è promuovere l’attività estrattiva trasformativa: non limitarsi cioè a prelevare il minerale grezzo, ma aiutare i Paesi africani a sviluppare impianti di prima lavorazione in loco. Questo approccio permetterebbe di creare valore aggiunto, posti di lavoro qualificati e stabilità economica, offrendo una alternativa concreta alla dipendenza dalla Cina e contribuendo, nel lungo periodo, a governare i flussi migratori attraverso lo sviluppo locale.

Enrico Casale

Il sito minerario di Mountain pass, in
California, nel 2022. © By Tmy350 – Own work, CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Usa e Ue alla rincorsa 

Parla l’esperto di geoeconomia dell’Ispi

Nel cuore della transizione ecologica e digitale si nasconde un paradosso geologico e industriale che sta ridisegnando gli equilibri di potere tra le grandi potenze: il dominio delle terre rare. Alberto Prina Cerai, Research fellow presso l’Osservatorio di geoeconomia dell’Ispi (Istiuto per gli studi di politica internazionale) delinea una mappa complessa dove la geologia si intreccia con la sicurezza nazionale.

Se la Cina ha saputo costruire un’egemonia quasi trentennale, l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti e seguito a distanza dall’Unione europea – sta tentando oggi una difficile risalita, segnata da perdite di competenze tecnologiche e costi energetici proibitivi.

Il caso americano

Gli Stati Uniti non sono sempre stati dipendenti dall’Asia. Al contrario, fino alla metà degli anni Novanta, erano i leader mondiali del settore estrattivo. Il perno di questa supremazia era il sito di Mountain pass, in California, gestito dalla Molycorp corporation. Tuttavia, come spiega Prina Cerai, una tempesta perfetta di fattori diversi ha portato al declino: «Per una serie di restrizioni ambientali imposte dal Dipartimento dell’interno e dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense (Epa), in seguito anche a incidenti di dispersione di agenti chimici, furono costretti a chiudere». Questo vuoto è stato colmato da un ingresso aggressivo della Cina, che ha offerto materiali a costi ridotti alle aziende americane.

Oggi, Washington si trova così in una posizione geologica favorevole, ma tecnologicamente precaria. Gli Usa possiedono riserve sostanziose posizionandosi tra i primi dieci Paesi al mondo per depositi conosciuti. «Il grosso problema – avverte Prina Cerai – è che nel corso di questi venticinque anni hanno perso il controllo della tecnologia». Con la chiusura delle miniere, si sono evaporate anche le conoscenze metallurgiche necessarie per la raffinazione, il processo più critico e inquinante della filiera.

Dal 2017, il sito di Mountain pass è stato riaperto sotto l’insegna Mp Materials, beneficiando di ingenti investimenti pubblici, inclusi quelli del Pentagono. L’obiettivo è ambizioso: ricostruire l’intera catena del valore, dall’estrazione alla produzione finale di magneti. Tuttavia, gli ostacoli rimangono: i giacimenti americani sono ricchi di terre rare «leggere», mentre il mercato richiede sempre più quelle «pesanti», più difficili da estrarre ed economicamente pregiate.

Difesa e aerospazio

Non è solo una questione di smartphone o auto elettriche, oggi i driver della politica mineraria americana sono la difesa e l’aerospazio. L’industria bellica e aerospaziale dipende strettamente da leghe speciali e componenti avanzati prodotti quasi esclusivamente in Cina.

Pechino è consapevole di questa leva e ha già iniziato a muovere le proprie pedine attraverso controlli all’esportazione. «La Cina non ha proibito le esportazioni – spiega Prina Cerai -, ma non concede licenze alle sue aziende esportatrici se è dimostrato che vanno a rifornire l’industria della difesa americana, che rappresenta un evidente rischio per la sua sicurezza nazionale». È una guerra di licenze e burocrazia che può paralizzare la produzione di jet da combattimento o satelliti in Occidente.

L’Europa al bivio: grandi piani, pochi fondi

L’Unione europea osserva con preoccupazione, consapevole di essere indietro rispetto ai due colossi. La risposta di Bruxelles è affidata all’European critical raw materials act, un regolamento che fissa obiettivi ambiziosi per il 2030 rispetto al fabbisogno europeo: il 10% di estrazione interna, il 40% di raffinazione e il 25% di riciclo. Inoltre, si punta a non dipendere per più del 65% da un singolo fornitore extracomunitario.

Tuttavia, tra il dire e il fare ci sono ostacoli strutturali. «Languono i finanziamenti, e il costo dell’energia sarà la grande variabile», avverte Prina Cerai. La raffinazione delle terre rare e dei materiali critici è un processo chimico-metallurgico che richiede quantità enormi di energia, un «prodotto» che in Europa è diventato un lusso. Raggiungere tutti i target entro il 2030 è considerato «molto complicato» dall’analista dell’Ispi, date le tempistiche necessarie per aprire una nuova miniera o costruire un impianto di raffinazione.

Nonostante lo scetticismo sui tempi, Prina Cerai sottolinea un aspetto positivo: «L’Unione europea ha cominciato a ragionare nel medio lungo periodo e ciò apre spazi nuovi per il futuro. L’interesse delle industrie strategiche è alto, e la direzione politica è ormai tracciata verso una maggiore autonomia strategica, anche se la strada sarà lunga e costosa».

Una collaborazione transatlantica fragile

Formalmente, mancano accordi bilaterali solidi sulle materie prime critiche tra Washington e Bruxelles. Sebbene ci sia una condivisione d’intenti nel limitare lo strapotere cinese, le priorità stanno divergendo. L’Europa resta legata al Green deal, mentre gli Stati Uniti, specialmente sotto certe amministrazioni, si focalizzano quasi esclusivamente sulla difesa.

In conclusione, la battaglia per le terre rare è una sfida di civiltà industriale. L’Occidente deve decidere se è disposto a pagare il prezzo – ambientale ed economico – del ritorno alla produzione mineraria o se preferisce rimanere ostaggio delle licenze di esportazione di Pechino. Come ricorda Alberto Prina Cerai, la geologia è un destino, ma solo se la tecnologia e la volontà politica non fanno nulla per provare a cambiarlo.

En.Cas.

Foto satellitare del sito minerario di Bayan Obo, in Cina – © da Google maps

Vale più l’export che la guerra
La Cina, padrona delle terre rare 

La Cina ha investito per decenni nello sviluppo della filiera. Oggi è in netto vantaggio sugli altri Paesi. In qualche caso in posizione monopolistica. Le terre rare sono diventate così un sofisticato strumento di geopolitica. Meglio delle armi.

Siamo nel 2010. Un peschereccio cinese e due unità della guardia costiera giapponese si scontrano nei pressi delle isole Senkaku, che Pechino rivendica col nome di Diaoyu. Ne scaturisce una crisi diplomatica. La Cina blocca per due mesi le esportazioni di terre rare verso il Giappone, che all’epoca dipende dal suo vicino per oltre il 90% delle importazioni di questi elementi cruciali.

Il «potere» delle terre rare

È il primo, vero, shock strategico: Tokyo e molti altri Paesi si sono resi conto in quel momento del potere negoziale accumulato da Pechino. Fin lì, le economie occidentali avevano considerato le materie prime come una risorsa facilmente accessibile sul mercato globale, senza interrogarsi troppo su chi controllasse realmente la filiera. La globalizzazione aveva spinto le aziende dei Paesi più ricchi a spostare in quelli del Sud le attività più inquinanti e meno redditizie – come l’estrazione e la raffinazione dei minerali -, mentre Stati Uniti ed Europa si concentravano su progettazione, innovazione e servizi.

La Cina, invece, faceva esattamente l’opposto: accettava i costi ambientali, investiva massicciamente nella capacità produttiva e costruiva un sistema integrato che oggi domina il mercato.

Gli effetti di quanto accaduto in quel 2010 si vedono ancora chiaramente, con la Cina che resta la principale regista di una filiera che ha costruito con meticolosa pazienza nel corso di quasi mezzo secolo.

Il Partito comunista aveva posto le basi del dominio cinese negli anni Ottanta. «Il Medio Oriente ha il petrolio, noi abbiamo le terre rare», recita una famosa frase che sarebbe stata pronunciata dall’allora leader Deng Xiaoping nel 1987, durante una visita nell’immenso giacimento di Bayan Obo (traducibile in «città del cervo»), nella Mongolia interna (regione autonoma della Cina).

Ancora oggi, Bayan Obo è il cuore pulsante del dominio cinese nel settore.

Raffinazione

Le terre rare non si trovano solo nella Repubblica popolare, che possiede circa il 36% delle riserve globali. Il vero potere di Pechino risiede nella capacità di raffinazione. Circa l’80-90% della capacità mondiale di trasformazione di questi metalli è concentrata in impianti cinesi. Anche quando i minerali vengono estratti altrove, devono quasi sempre passare per la Cina per diventare utilizzabili dall’industria high-tech.

Pechino ha, peraltro, «occupato» nel tempo tutti gli snodi estrattivi più strategici del pianeta, anticipando di diversi anni i Paesi occidentali.

L’esempio più eclatante è la Repubblica democratica del Congo, che detiene il 70% delle riserve mondiali di cobalto, fondamentale per la produzione di batterie agli ioni di litio. Le aziende cinesi hanno assunto una posizione di controllo quasi monopolistico sul cobalto del Paese africano. Si stima che Pechino controlli circa l’80% della produzione di questo metallo nella Rdc, in particolare dopo il maxi accordo da 9 miliardi di dollari del 2008 tra il governo congolese e un consorzio di imprese.

Gli investimenti cinesi spesso seguono un modello di «infrastrutture in cambio di minerali», che permette di assicurarsi forniture stabili per decenni, superando la concorrenza delle aziende occidentali frenate da rischi giurisdizionali e standard ambientali più stringenti. Nel 2024, è stata firmata una rinegoziazione dell’accordo iniziale che prevede un investimento cinese di 7 miliardi di dollari in infrastrutture stradali nei prossimi 20 anni.

Sudest asiatico

Nel Sudest asiatico, la Cina ha utilizzato un approccio diverso, puntando sulla lavorazione in loco per aggirare i divieti di esportazione. In particolare, l’Indonesia è diventata il perno della strategia cinese per il nichel. In poco più di un decennio, la Cina ha investito oltre 14 miliardi di dollari nel Paese, costruendo giganteschi distretti industriali come il Morowali industrial park.

Quando Giacarta ha imposto il divieto di esportazione del minerale grezzo per favorire l’industria locale, le aziende cinesi erano già pronte con fonderie e impianti di raffinazione in loco, integrando di fatto la produzione indonesiana nella catena del valore di Pechino. Oggi, la Cina controlla circa il 48% della produzione mondiale di nichel attraverso le sue sussidiarie indonesiane.

Sudamerica

In Sudamerica, la competizione si sposta sul «Triangolo del litio» (Cile, Argentina e Bolivia), risorsa chiave per le batterie per veicoli elettrici.

Pechino ha investito oltre 16 miliardi di dollari nella regione tra il 2018 e il 2024. In Bolivia, la Cina ha recentemente siglato accordi miliardari per lo sfruttamento dei vasti giacimenti, battendo la concorrenza internazionale grazie a un approccio che combina investimenti diretti e supporto tecnologico statale.

In Argentina, il gigante delle batterie Catl ha siglato un accordo storico con l’Argentina Ypf per il giacimento. Salar del hombre muerto, prevedendo un investimento di 1,4 miliardi di dollari per produrre 30mila tonnellate annue di litio entro il 2028.

Nel frattempo, Ganfeng lithium (azienda cinese) gestisce i progetti Pozuelos e Pastos grandes con investimenti per quasi un miliardo di dollari.

In Cile, la cinese Tianqi lithium detiene una quota strategica del 24% del grande produttore Sqm. Questa presenza radicata permette alla Cina di controllare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di catodi alla fabbricazione delle celle per batterie.

Area di ricarica per vetture elettriche – © Michael Marais via Unsplash

Controllo regolatorio

Da qualche anno, la Cina ha adottato una strategia più assertiva, in ottemperanza al mantra della «sicurezza nazionale», onnipresente nell’era del «nuovo timoniere» Xi Jinping.

Pechino ha riorganizzato gradualmente il settore, consolidando la produzione sotto grandi conglomerati statali e introducendo sistemi di quote e licenze. Le misure sono state spesso giustificate da ragioni ambientali o di controllo delle esportazioni di materiali a possibile «doppio utilizzo» civile e militare. In realtà, le norme hanno permesso a Pechino di controllare l’offerta globale di terre rare. In sostanza, il dominio cinese non è più solo quantitativo: diventa anche regolatorio. La Cina potrebbe decidere quanto produrre, come distribuire e a chi vendere, modulando l’offerta attraverso norme flessibili, senza ricorrere a interventi drastici, ma adattando le regole alle circostanze del momento.

Nel settembre 2023 sono entrate in vigore delle restrizioni all’export di gallio e germanio, due metalli fondamentali per la produzione di microchip avanzati su cui Pechino è arrivata a contare rispettivamente il 94% e il 75% della produzione mondiale.

Dal 2024 le terre rare sono passate quasi completamente sotto l’ombrello statale. Scopo: proteggere le forniture in nome della sicurezza nazionale, controllando in modo sempre più diretto il flusso verso l’esterno. Tanto che, da qualche tempo, i viaggi dei maggiori esperti del settore vengono limitati e controllati.

Il neodimio e i magneti permanenti

Tutto questo dà alla Cina un enorme potere negoziale su un ampio spettro di snodi cruciali per la transizione energetica, la tecnologia verde e la difesa.

Qualche esempio? Il neodimio è un componente essenziale nella produzione di magneti permanenti ad alte prestazioni. Senza questi non funzionerebbero molte delle tecnologie su cui si regge l’economia contemporanea: dai motori dei veicoli elettrici alle turbine eoliche, passando per hard disk, sensori industriali e dispositivi elettronici di uso quotidiano.

La sua importanza non si esaurisce però in ambito civile. Anche nel settore della difesa il neodimio è diventato indispensabile, trovando impiego in radar avanzati, sistemi di guida per missili, droni, componenti avionici e attuatori di precisione. In questo contesto, il vantaggio cinese non si limita all’estrazione o alla raffinazione: Pechino controlla soprattutto la fase più critica della filiera, quella della produzione dei magneti, vero snodo tecnologico dove si concentra il valore aggiunto.

Terre rare pesanti

Ancora più delicata è la posizione delle cosiddette terre rare pesanti, in particolare disprosio e terbio. Questi elementi consentono ai magneti di mantenere le proprie caratteristiche anche a temperature elevate, condizione indispensabile per il funzionamento di molti sistemi avanzati, sia civili sia militari. Senza il loro apporto, motori elettrici e dispositivi strategici perderebbero efficienza o smetterebbero del tutto di operare in contesti estremi.

È proprio in questo segmento che la Cina esercita un controllo quasi totale: la capacità globale di raffinazione delle terre rare pesanti è concentrata entro i suoi confini. Questo dominio spiega la scelta di Pechino di inserire proprio questi materiali tra i primi soggetti a restrizioni all’export. La loro scarsità relativa e la difficoltà di sostituirli rendono, infatti, questi elementi strumenti particolarmente efficaci di pressione.

L’idea che le terre rare possano trasformarsi in una leva geopolitica decisiva si è rafforzata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la ripresa della guerra commerciale già avviata durante il suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti. Ogni fase di tensione tra Washington e Pechino riporta al centro il tema della dipendenza occidentale da questi materiali. La Cina è diventata sempre più esplicita e convinta nell’utilizzare questa posizione di vantaggio, introducendo controlli selettivi sulle esportazioni, concentrandosi sugli elementi più difficili da rimpiazzare e più critici per le tecnologie avanzate.

E, attenzione, la Cina vuole ulteriormente rafforzare la sua presa. Lo scorso marzo, l’Assemblea nazionale del popolo (il cosiddetto «parlamento cinese») ha approvato il nuovo piano quinquennale 2026-2030. Nel documento strategico, Pechino ha elevato la «sicurezza dei materiali strategici» allo stesso livello di priorità della sicurezza energetica e alimentare.

Materie prime e potere politico

Un segnale chiaro: in un mondo caratterizzato da turbolenze geopolitiche e instabilità economica, il controllo delle materie prime critiche equivale a controllare la produzione industriale avanzata, le tecnologie strategiche e, in ultima analisi, il potere politico. Si prevede un ampliamento delle scorte strategiche di terre rare, con possibili ulteriori restrizioni.

È vero che la tregua commerciale siglata con Washington lo scorso ottobre prevede la sospensione per almeno un anno per il sistema di licenze statali per l’esportazione di terre rare, ma le restrizioni precedenti non sono state certo cancellate. Soprattutto, il sistema approntato da Xi è studiato proprio per essere abbastanza flessibile da venire facilmente adattato alle circostanze politiche. Tradotto: se i rapporti tra la Cina e un altro Paese vanno bene, le spedizioni sono garantite e rapide. Se i rapporti vanno male, possono rallentare o (nei casi peggiori) interrompersi.

La Cina ha capito che la sovranità non si esercita solo con le armi, ma anche attraverso il controllo dei flussi materiali che rendono possibile la vita moderna. Una volta, le terre rare erano viste come uno dei «biglietti da visita» della Cina per l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ora sono una forma di sofisticata deterrenza. Mentre l’Europa prova a mediare per ottenere «canali verdi» prioritari per le proprie case automobilistiche, Pechino continua a rafforzare la sua presa normativa, pronta a modulare la propria generosità in base alla temperatura dei rapporti diplomatici.

Lorenzo Lamperti

Hanno firmato il dossier

  • Enrico Casale, giornalista professionista, specialista di Africa, collabora con l’agenzia Internationalia, l’Osservatore romano e il Regno. È collaboratore storico di MC.
  • Lorenzo Lamperti, giornalista professionista, è direttore editoriale di «China Files», scrive di Asia orientale per varie testate, tra cui La Stampa, il Manifesto, Wired e think thank come Ispi. Vive e lavora a Taipei, Repubblica di Cina / Taiwan. Ha già collaborato con MC scrivendo approfondimenti su vari Paesi asiatici.
  • a cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
Grafica dei 17 elementi delle terre rare (a cura di Kreative zone)



Invece di armarci, potremmo…

Sommario

Introduzione: «Svuotare gli arsenali, riempire i granai»

Il nostro dossier inizia con questa frase di Sandro Pertini, pronunciata davanti al Parlamento in seduta comune il 9 luglio del 1978, giorno del suo insediamento come presidente della Repubblica italiana.

Nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (il 5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche, non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale.

La somma aggiuntiva, infatti, non sarà trovata aumentando le tasse sui ricchi, ma facendo lievitare il debito pubblico – già alla cifra record di 3.100 miliardi di euro – e tagliando le spese sociali.

Le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile.

Ecco perché, invece di armarci, potremmo, anzi dovremmo, spendere di più in sanità, scuola, difesa del territorio, accoglienza dei migranti e in molti altri ambiti che condizionano pesantemente la qualità della nostra vita personale, familiare, collettiva.

Le pagine che seguono passano in rassegna alcune delle problematiche più urgenti che dovremmo risolvere, evidenziando criticità e necessità finanziarie che la scelta militare non consente di soddisfare.

Francesco Gesualdi

Invece di armarci, potremmo:
Soccorrere la sanità pubblica

A forza di tagli e finanziamenti insufficienti, il Servizio sanitario nazionale non è più in grado di dare risposte rapide ed efficaci.

Le liste d’attesa rappresentano una delle criticità più pressanti del nostro Servizio sanitario. Secondo il ministero della Salute nel 2023 l’attesa media per una visita specialistica ha superato i 4 mesi, mentre per esami diagnostici come risonanza magnetica e Tac può arrivare anche a 12 mesi. Per interventi chirurgici, come la protesi d’anca o la cataratta, in molte regioni bisogna aspettare oltre un anno.

I lunghi tempi di attesa inducono molte persone a rinunciare alle cure: nel 2024, i rinunciatari sono stati 5,8 milioni, pari al 9,9% della popolazione. Chi può, invece, ricorre alla sanità privata: tra il 2012 e il 2024 la spesa sanitaria delle famiglie è cresciuta da 32 a 41 miliardi di euro.

La crisi della sanità pubblica emerge anche dalla carenza di personale. Ad esempio, mancano fra i 16mila e i 22mila infermieri. Quanto ai medici, le associazioni di categoria avvertono che sul territorio mancano 5.575 medici di famiglia, mentre negli ospedali mancano fra i 20 e i 25mila medici specialistici. La crisi è avvertita particolarmente nei reparti di pronto soccorso (almeno 3.500 medici in meno), oltre a quelli di rianimazione, pediatria, chirurgia, psichiatria.

Anche il raffronto con gli altri stati mette in evidenza il declino della sanità italiana. Mediamente, nell’Unione europea, la sanità pubblica assorbe il 6,9 % del Prodotto interno lordo, in Germania addirittura il 10,6%. In Italia non supera il 6,3%.

La conclusione della Fondazione Gimbe è che, per riportare la sanità pubblica italiana alla media europea, dovremmo aumentare il suo bilancio di una quindicina di miliardi di euro all’anno. Ma dove reperirli se si continua a sprecarli per spese di morte? ◆

Fonti

Fondazione Gimbe, Ottavo rapporto sul «Servizio sanitario nazionale», 9 ottobre 2025

Invece di armarci, potremmo:
Organizzare una buona scuola

La Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti. Un concetto da intendersi sotto un duplice profilo.

La scuola italiana dovrebbe essere in grado di accogliere tutti e di fornire a tutti il sapere necessario a essere cittadini sovrani. Questi due propositi, però, non trovano riscontro nella realtà dei fatti.

Nel 1967, quando uscì il celebre libro Lettera a una professoressa, l’impostazione classista della scuola traspariva dall’alto numero di bocciature che buttavano fuori i ragazzi più poveri. Oggi sembrerebbe non essere più così perché le bocciature sono diventate così rare da avere ridotto l’abbandono scolastico sotto l’1%. Tuttavia, frequentare la scuola non significa automaticamente imparare. Da questo punto di vista i risultati sono deludenti. L’Istat certifica che oltre il 12% dei ragazzi sono persi, pur avendo formalmente frequentato l’intero ciclo della scuola dell’obbligo, perché il loro livello di conoscenze è ben al di sotto di quelle programmate. Del resto, che la scuola non assolva al proprio compito lo dimostra anche l’alta percentuale di «analfabetismo di ritorno».

L’Ocse ha appurato che il 35% degli adulti italiani, in età compresa fra i 16 e i 64 anni, fatica a comprendere testi brevi e a risolvere piccoli problemi di matematica. Si tratta di persone che, pur sapendo leggere e scrivere, incontrano difficoltà nella comprensione e nell’uso di informazioni scritte, con ripercussioni sulla loro capacità di accedere ai servizi, gestire situazioni burocratiche e affrontare il mondo del lavoro. Figurarsi capire un articolo di fondo o un dibattito parlamentare.

Per essere all’altezza del suo mandato costituzionale, la scuola deve mettersi a completa disposizione degli studenti sia in termini di tempo che di offerta didattica. Deve aumentare le ore annuali di insegnamento, deve ridurre il numero di allievi per classe, deve avere un numero di insegnanti sufficiente per personalizzare l’insegnamento, se necessario. Esigenza particolarmente sentita in un contesto fortemente multietnico come quello di oggi.

Organizzare una scuola al servizio di tutti è possibile, ma bisogna investirci denaro. Molto di più dei 52 miliardi di euro stanziati oggi. Invece succede il contrario. Se rapportata al Pil, la ricchezza prodotta nel paese, la spesa per la scuola è scesa dal 4,4% del 1995 al 3,9% di oggi. Ben al di sotto della media europea che si attesta al 4,7%.

Purtroppo, si preferisce destinare i soldi alle spese militari che – nello stesso periodo – sono passate dall’1,09% al 2% del Pil. Ma non è con i fucili che si costruisce la democrazia, bensì con cittadini ben istruiti. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
mettere le scuole in sicurezza

In Italia può succedere di andare a scuola e rischiare di morire perché l’edificio non è sicuro.

È successo a San Giuliano di Puglia nel 2002, quando una scossa di terremoto fece crollare il solaio di un plesso scolastico provocando la morte di 27 bambini e un’insegnante. Ed è successo a Rivoli nel 2008, quando il crollo improvviso di un controsoffitto uccise uno studente liceale.

Ancora oggi il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano tecnicamente irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge. Addirittura 3.600 (10%) sono totalmente fuori norma perché non ne possiedono neanche una, pur ospitando 700mila persone fra allievi, insegnanti e personale amministrativo.

Il problema di fondo degli edifici scolastici è che sono vecchi. Due su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa senza criteri antisismici, con l’impiego di materiali scadenti e senza misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. In una parola andrebbero rifatti.

Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) lo Stato ha stanziato 3,9 miliardi per l’ammodernamento degli edifici scolastici. Iniziativa lodevole, ma insufficiente. Secondo uno studio realizzato nel 2019 dalla Fondazione Agnelli, servirebbero 200 miliardi di euro, sei volte la cifra che abbiamo speso per armi nel 2025. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
Migliorare lo stato sociale

Salari, indennità per disoccupazione e pensioni troppo bassi: i poveri ci sono, lo Stato meno.

Teoricamente, ogni italiano dispone di una somma stimabile in 20.000 euro l’anno.

Si tratta, ovviamente, di una finzione statistica, perché in realtà le differenze di reddito sono notevoli. L’Istat conferma che, mediamente, gli introiti delle famiglie più ricche sono cinque volte e mezzo più alti di quelle più povere. E, andando più nel dettaglio, si scopre che gli ultimi della fila, all’incirca 12 milioni di individui, hanno un reddito attorno ai 2.000 euro l’anno, mentre le prime 60mila persone hanno introiti superiori al milione di euro.

La conclusione è che, in Italia, più di 13 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, vivono una qualche forma di povertà e non solo per colpa della disoccupazione, ma anche di basse pensioni e bassi salari. In effetti, ci sono quattro milioni e mezzo di pensionati che riscuotono meno di 1.000 euro al mese (un milione e mezzo addirittura meno di 500 euro), mentre 3,8 milioni di individui sono poveri, pur lavorando, perché guadagnano meno di 1.000 euro al mese.

Una categoria particolarmente esposta alla povertà è quella dei bambini. In Italia, il 13,8% di loro – ossia 1,2 milioni di minori – vivono in povertà assoluta con tutto ciò che ne consegue sul piano scolastico, igienico, sanitario, perfino alimentare. Tanto che 200mila bambini in età compresa tra 0 e 5 anni (8,5% del totale) vivono in famiglie che non riescono a garantire un pasto adeguato ogni due giorni.

Fra indennità di disoccupazione, sostegno alla maternità e infanzia, assegni familiari, pensioni sociali, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato alla protezione sociale 77 miliardi di euro, all’incirca il 13% delle entrate tributarie. Ma i problemi sociali da risolvere sono ancora molti, per cui la cifra va aumentata. Prova ne sia che, nel febbraio 2026, per mancanza di fondi, il Parlamento ha respinto la proposta di ampliare il congedo parentale nei confronti dei figli. Ma – anche in questo caso – i soldi si potevano trovare attingendo al comparto militare. ◆

Fonti

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Invece di armarci, potremmo:
allestire servizi per l’infanzia

L’Italia lamenta uno dei tassi di natalità più bassi del mondo. I motivi sono molti. Tra questi, la mancanza di asili nido.

In Italia, il numero di figli per donna fertile è ormai sceso a 1,14, tanto che, nel 2025, le nascite si sono arrestate a 355mila, circa 15mila in meno rispetto al 2024 (-3,9 per cento).

Al primo posto fra i motivi della bassa natalità ci sono le difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma ci sono anche le difficoltà di conciliare lavoro e maternità o paternità per la mancanza di strutture di sostegno all’infanzia.

In Italia, gli asili nido hanno posti sufficienti per ospitare solo il 31,6% dei bambini in età compresa fra zero e tre anni. In Campania e Sicilia il livello di copertura scende al 13,2% e al 13,9%. Numeri che mettono chiaramente in evidenza quanto lo Stato sia latitante. Soprattutto se consideriamo che solo il 33% dei 378.500 posti disponibili a livello nazionale sono di offerta pubblica, mentre i restanti sono asili privati. Con inevitabili ripercussioni sui bilanci delle famiglie.

Secondo un’inchiesta condotta nel 2024 dalla rivista Altroconsumo, la retta media mensile pagata dalle famiglie con Isee di 30mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze, per permettere ai propri bambini di frequentare asili nido comunali. Nei nidi privati degli stessi territori la retta media sale a 640 euro, tranne a Milano dove raggiunge gli 800 euro mensili. L’impatto è attenuato da un bonus erogato dallo Stato di 327 euro al mese, ma le famiglie debbono pur sempre sborsare di tasca propria fra i 100 e i 450 euro al mese per ogni figlio a seconda di dove risiedono.

Gli asili nido sono un servizio utile non solo per i genitori che devono assentarsi per lavoro, ma per i bambini stessi a motivo delle opportunità di socialità e degli stimoli formativi che possono ricevere fin dai primi tempi di vita. Le ricerche confermano che l’educazione e la cura della prima infanzia rappresentano uno strumento privilegiato per ridurre il tasso di abbandono scolastico precoce, a sua volta strettamente correlato allo svantaggio socioeconomico. Per questo gli asili nido devono essere gratuiti e in numero sufficiente ad accogliere tutti i bambini. Ma richiedono stanziamenti per decine di miliardi di euro, non solo per costruire gli edifici, ma anche per assumere il personale e pagare il materiale utile a farli funzionare. In una società che si dichiara civilizzata la scelta fra armi e asili nido non dovrebbe neppure porsi. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
risanare la giustizia

Sia in ambito civile che penale per ottenere una sentenza definitiva occorrono anni. A ciò va aggiunto il disastro degli istituti penali.

In Europa, l’Italia ha il primato per lentezza giudiziaria. Nei contenziosi civili o commerciali ci vogliono in media 500 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri 700 per un giudizio di appello e altri 1.000 per un verdetto finale della Cassazione. In totale, ci vogliono mediamente cinque anni e dieci mesi per ottenere una sentenza definitiva in ambito civile. Quanto ai processi penali, di media passano 1.600 giorni (quattro anni e mezzo) dalla fase delle indagini preliminari alla sentenza della Corte di cassazione.

Tutti concordano che lo stato di crisi in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e mezzi. Oltre alla mancanza del 18% dei magistrati (1.900 su 10.600 previsti), il ministero della Giustizia certifica che, al dicembre 2024, mancavano 15mila funzionari sui 45.600 previsti. Solo grazie ai due miliardi di euro ottenuti dall’Unione europea tramite il Pnrr, è stato possibile assumere a tempo determinato 12mila addetti che hanno contribuito a ridurre dell’80% le cause civili arretrate. Ma si tratta di una misura temporanea.

La crisi della giustizia coinvolge anche il sistema carcerario. L’associazione Antigone riporta che, al 30 novembre 2025, in Italia le persone detenute erano più di 63mila a fronte di una capienza effettiva di 46mila posti. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138,5%, con punte oltre il 200% nelle carceri di Milano, Foggia, Lucca. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate dall’associazione, non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. La triste conseguenza è l’aumento dei suicidi arrivati a 76 nel 2025, un’incidenza 20 volte più alta rispetto alla popolazione non carcerata.

Le cose non vanno meglio negli istituti penali per minori. Da quando il «decreto Caivano» ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto l’uso delle alternative al carcere, è cresciuto il tasso di affollamento negli istituti minorili fin oltre il 140%. Al colmo dell’esasperazione si sono intensificate le proteste dei ragazzi carcerati, ma come risposta sono arrivati provvedimenti disciplinari e farmaci. La rivista Altreconomia riporta che, nel 2024, la spesa pro capite per psicofarmaci è cresciuta a dismisura in molte carceri minorili, addirittura del 1.000% nel carcere di Pontremoli.

In termini monetari, il ministero della Giustizia assorbe 11 miliardi di euro l’anno. Per ridare dignità alle carceri e permettere alla giustizia di recuperare efficienza, servirebbe una disponibilità aggiuntiva di un miliardo l’anno per l’assunzione del personale mancante. Inoltre servirebbe una spesa straordinaria di un miliardo e mezzo per interventi edilizi e tecnologici. Cifre tutto sommato contenute, che però si scontrano con la scelta di investire in spese di morte piuttosto che in spese di maggiore giustizia. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
mettere il territorio in sicurezza

Milioni di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico.

L’Italia è un territorio fragile sempre più esposto a frane, cedimenti di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Ne sono una triste conferma il crollo, nel 2026, di una porzione importante del paese di Niscemi, un comune della Sicilia meridionale. Oppure la frana che nel 2022 colpì il comune di Casamicciola, nell’isola di Ischia, provocando la morte di 12 persone, centinaia di sfollati e gravi danni alla rete stradale. Per non parlare del disastro che nel 2023 coinvolse 44 comuni dell’Emilia-Romagna. Le forti piogge provocarono lo straripamento di 23 fiumi, con allagamento di 540 chilometri quadrati di territorio, causando la morte di 17 persone e danni a case, strade e attività produttive per 10 miliardi di euro.

Stando ai dati Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia i comuni variamente a rischio idrogeologico, per la probabilità di eventi come frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera, sono 7.463, il 94,5% del totale. Complessivamente oltre 30 milioni di persone vivono in aree vulnerabili di cui 5,7 in zone a rischio frane e 6,8 in aree a rischio alluvioni.

Sappiamo che il rischio idrogeologico è stato aggravato da scelte sbagliate come disboscamenti, agricoltura intensiva, cementificazione eccessiva e indiscriminata. Ed è da qui che dobbiamo partire per rimettere il nostro territorio in sicurezza. Ma nel contempo dobbiamo realizzare tutta una serie di interventi per limitare allagamenti, frane e cedimenti di terreno.

Nel libro «Fuori dalle emergenze», i due autori, esponenti della fondazione Earth and water agenda, sostengono che «l’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil ogni anno per quindici anni». Il totale fa 300 miliardi di euro, 20 all’anno, una cifra che costituisce una ragione di più per sbarazzarsi delle spese inutili e dannose, come quelle militari. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
bonificare la rete idrica

La carenza d’acqua sarà sempre più grave. Eppure, non si fa abbastanza per impedire perdite e sprechi.

Nel 2024, l’8,7% delle famiglie italiane ha lamentato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua. I problemi principali includono interruzioni temporanee, cali di pressione e razionamenti. I disservizi riguardano tutte le regioni, con percentuali variabili, e coinvolgono circa 2,3 milioni di famiglie, oltre due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno.

Con l’acuirsi dei cambiamenti climatici, la carenza d’acqua è destinata ad aggravarsi, anche perché molte infrastrutture sono vecchie e fatiscenti. Ad esempio, la maggior parte delle grandi dighe e degli invasi idrici d’Italia è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso ed avrebbe bisogno di importanti lavori di ristrutturazione per poter assolvere alla propria funzione in piena efficienza.

Anche la rete idrica è molto vecchia: il 60% ha più di 30 anni, il 25% addirittura più di 50 anni. I materiali sono così deteriorati che il 42% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Le perdite sono particolarmente critiche al Centro Sud, con punte del 71% a Potenza.

L’istituto Ambrosetti ha calcolato che per mettere il sistema idrico in sicurezza servirebbero 50 miliardi di euro, più di quanto si spende in un solo anno per armamenti. Ricordandoci che, senza l’intervento dello Stato, rimangono due sole alternative: rubinetti sempre più a secco o bollette sempre più care. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
accelerare la transizione energetica

L’abbandono dei combustibili fossili è sempre più necessario, eppure non pare una priorità.

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca ad assorbirne. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con una serie di effetti a catena. I climatologi ci dicono che oggi la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850, con effetti negativi sul clima, sul livello dei mari, sulla biodiversità, sul ciclo dell’acqua, sulla produzione agricola. Il motivo per cui, negli ultimi due secoli, l’umanità ha prodotto così tanta anidride carbonica, da compromettere gli equilibri naturali, è da ricercarsi nell’utilizzo eccessivo di combustibili fossili, ossia carbone, gas e petrolio. Dunque, se vogliamo salvarci, dobbiamo abbandonare questi materiali e ottenere energia da fonti rinnovabili: sole, vento, corsi d’acqua. Ma, in Italia, le fonti rinnovabili contribuiscono solo al 42,4% dell’energia elettrica prodotta (dato 2025), mentre in Spagna e Germania rappresentano il 60%.

I cambiamenti necessari per staccare la spina dai combustibili fossili vanno sotto il nome di transizione energetica e coinvolgono il modo di costruire, scaldare e refrigerare le nostre case, il modo di produrre, consumare e trasportare l’energia elettrica, il modo di fare agricoltura, il modo di fornire energia ai mezzi di trasporto. Per ognuno di questi aspetti l’Unione europea ha fissato degli obiettivi che gli stati membri debbono raggiungere entro il 2030, chiedendo a ognuno di loro di presentare il proprio piano d’azione. Anche l’Italia ha presentato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), nel quale specifica che, per il solo periodo 2024-2030, la transizione energetica richiederà investimenti complessivi per 824 miliardi di euro. Il Piano non precisa chi dovrà sostenere la spesa, ma certamente anche lo Stato dovrà fare la propria parte per importi ben superiori ai 20 miliardi di euro stanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Decisamente è arrivato il tempo di ridefinire le nostre priorità. ◆

Fonti

  • – Ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica
  • – European House Ambrosetti, «Lo stato della transizione energetica in Italia», 2025

Invece di armarci, potremmo:
accogliere degnamente i migranti

L’Italia è un Paese vecchio. Anche per questo l’immigrazione è indispensabile.

Ogni anno, nel mondo, decine di milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case per fuggire da guerre, fame, povertà, disastri naturali, repressione politica. Molti migranti bussano anche alle nostre porte, ma noi cerchiamo di tenerli fuori. Anche a costo di farli morire in mare.

Nel 2025 è stata accertata la morte di 1.324 persone nel Mediterraneo centrale e di 2.200 su tutte le rotte mediterranee.

La cosa assurda è che noi rifiutiamo gli immigrati, ma ne abbiamo bisogno. Le statistiche confermano che l’Italia sta invecchiando: un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, l’8% addirittura più di 80. Una popolazione di vecchi è destinata al declino; avremmo tutto l’interesse ad aprire le porte ai giovani stranieri e a investire su di loro per farne dei cittadini che si prendano cura della nostra collettività. Come del resto già fanno coloro che ormai hanno messo radici «casa nostra» (che oramai è anche «casa loro»).

I migranti contribuiscono in maniera significativa alla nostra economia. Nel 2023 hanno prodotto 177 miliardi di euro (pari al 9% del Pil), pagato tasse per 13 miliardi, e versato contributi pensionistici per 25 miliardi. Molti anziani devono ringraziare gli immigrati se riscuotono una pensione, perché i pagamenti sono effettuati con la liquidità messa a disposizione da chi lavora.

Al dicembre 2025 si contavano 142mila immigrati nelle strutture predisposte dal governo per i richiedenti asilo. Strutture che, per ammissione generale, assomigliano più a centri di detenzione che di accoglienza. Il centro di Gjader, in Albania, ne è una triste conferma.

Il Governo non fornisce numeri sui costi sostenuti nel 2025 a favore dei richiedenti asilo, ma verosimilmente la cifra si aggira su 2-3 miliardi di euro, meno di un decimo di quanto abbiamo speso in armamenti. Se destinassimo parte delle spese militari all’accoglienza, potremmo dare ospitalità a un numero ben più ampio di richiedenti asilo, ma soprattutto di qualità più decorosa. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
potenziare la cooperazione

Nel 2015 l’Onu ha stabilito una serie di obiettivi di sviluppo da raggiungere entro il 2030. La scadenza è vicina, la meta ancora lontana.

Se lasciamo l’Italia e allarghiamo lo sguardo al mondo, scopriamo problematiche ben più gravi di quelle esistenti nel nostro Paese.

Nel 2015 tutti gli Stati si misero d’accordo per porre fine a una serie di vergogne che affliggono il mondo. Problematiche come la fame, la penuria di acqua pulita e di servizi igienici, la mancanza di corrente elettrica, le migrazioni forzate dovute ai disastri naturali. Il programma, la cosiddetta «Agenda 30», prevedeva interventi in 17 ambiti, che vennero battezzati «obiettivi per lo sviluppo sostenibile», da raggiungere entro il 2030. Ma, a pochi anni dal traguardo, molte problematiche rimangono ancora da risolvere, mentre alcune si sono addirittura aggravate.

Attualmente 750 milioni di persone soffrono la fame. Oltre 2 miliardi di individui hanno problemi di approvvigionamento idrico e mancano di servizi igienici. Più di 1 miliardo non dispone di corrente elettrica. Intanto, cresce il numero di chi è costretto ad abbandonare le proprie case per allagamenti, carestie o siccità dovuti al peggioramento della crisi climatica.

Le necessità finanziarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 sono nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro: cifre impossibili per i paesi più poveri, che per giunta soffrono anche le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Da soli non ce la faranno mai ad affrontare le spese necessarie per garantire ai propri cittadini livelli adeguati di sanità, istruzione, alloggio, sicurezza di vita. Anche perché sono nella morsa di debiti pesantissimi verso l’estero.

L’unica soluzione è che intervengano i Paesi ricchi, tanto più che la loro fortuna è stata costruita sullo sfruttamento di quelli poveri. Posizione condivisa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, già nel 1970, aveva indicato lo 0,70% del reddito nazionale come quota da destinare alla solidarietà internazionale. Una percentuale che, applicata all’Italia, corrisponde a 14 miliardi di euro, ma il nostro Paese si ferma a 6 miliardi, appena lo 0,29% del nostro reddito nazionale. Con un’inclinazione a ridurre, non solo per il riaffiorare degli spiriti nazionalistici, ma anche per il restringersi delle disponibilità economiche dovuto all’aumento delle spese militari. ◆

Fonti

Don Lorenzo Milani

Invece di armarci, potremmo:
investire nella difesa nonviolenta

Sull’esempio di Ghandi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani.

Difendersi è una necessità, ma è pericoloso affidarsi alla via armata perché espone a conseguenze molto gravi sia in tempo di guerra che di pace. In caso di guerra, per i morti provocati dalle bombe, i veleni sprigionati dai siti chimici danneggiati, i materiali radioattivi emessi da certi ordigni, la distruzione di case, ospedali, strade, fabbriche che creano il caos sociale ed economico. In tempo di pace, per l’inquinamento connesso alla produzione di armi, le risorse sottratte alla soluzione dei problemi sociali e sanitari, il mancato stimolo a compiere scelte politiche ed economiche che favoriscono la pace. E tutto questo senza certezza di difesa, perché nei conflitti armati non vince chi ha ragione, ma il più forte. A rigor di logica, chi decide di basare la propria difesa sulla forza delle armi può avere successo solo se punta a essere il primo al mondo per dotazione armata. Ma sapendo che ciò porterebbe al collasso economico e sociale, nessun Paese di piccola e media taglia si avvia per questa strada, finendo per mettersi nella posizione assurda di chi impoverisce il comparto sociale per alimentare un sistema militare inefficace.

L’unico modo per uscire da questa situazione senza senso è decidere di basare la difesa su una forza diversa da quella armata: la forza della verità. Una potenza che si basa su popoli così convinti dei propri valori che di fronte all’aggressore mettono in atto la non collaborazione come hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani (nella foto). L’alternativa, insomma, è la difesa popolare nonviolenta basata sulla constatazione che nessun invasore può sopravvivere di fronte a un popolo che non è disposto a collaborare. Ossia che non obbedisce agli ordini dell’esercito occupante, che non paga i tributi imposti, che diserta tutte le attività utili al dominio dell’invasore. Molti pensano che si tratti di pura teoria, ma oltre all’esperienza indiana, ci sono altri casi di successo di resistenza nonviolenta perfino nei confronti dei nazisti.

La difesa nonviolenta può funzionare, ma ha bisogno di cittadini motivati e addestrati alle tecniche della non collaborazione. Un risultato che si può ottenere investendo di più nella formazione ai valori costituzionali e istituendo un Servizio nazionale di difesa popolare non violenta funzionante con la partecipazione obbligatoria di tutti i cittadini, sia uomini che donne. Qualche mese della propria vita utilizzato per apprendere le tecniche di disobbedienza civile e rendere gratuitamente un servizio sociale e ambientale alla collettività.

Un passo in questa direzione è rappresentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per la «difesa civile non armata e non violenta», lanciata dalla Campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
istituire un corpo civile di pace

Fare azioni d’interposizione nei conflitti è possibile. Gli esempi dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e della Comunità di Sant’Egidio.

I conflitti non sono mai fulmini a ciel sereno. Hanno sempre dietro di sé risentimenti provocati da abusi, accordi non rispettati, diritti violati. Spesso è il loro accumulo a provocare ritorsioni, vendette e contro vendette. La guerra fra Israele e Palestinesi ha alle spalle una storia di questo tipo: dal 1967 a oggi sono una trentina le risoluzioni Onu violate da Israele. Se Israele avesse avuto attorno a sé Paesi amici che l’avessero indotta a interrompere gli abusi, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 probabilmente non sarebbe mai avvenuto.

L’articolo 11 della nostra Costituzione rileva la necessità dell’azione internazionale per garantire la pace. Due iniziative che potrebbero essere assunte in questa direzione sono la creazione per via legislativa dei Corpi d’interposizione nonviolenta (anche detti «Corpi civili di pace») e l’istituzione del ministero della Riconciliazione.

I Corpi d’interposizione nonviolenta dovrebbero essere corpi governativi non armati con il compito d’intervenire in zone di conflitto come forze d’interposizione disarmata al fine di proteggere la popolazione, dissuadere le parti belligeranti dall’uso delle armi (usando come deterrente la propria presenza), prospettare alle parti soluzioni di pace.

Una simile attività è svolta in alcune aree del mondo dall’Associazione Papa Giovanni XXIII tramite l’«Operazione Colomba», a dimostrazione che si può fare.

Il ministero della Riconciliazione dovrebbe avere il compito di mantenere l’attenzione sulle zone più calde del mondo per valutare gli abusi commessi. Quindi, esercitare tutta la pressione diplomatica possibile per farli cessare. Parimenti dovrebbe avviare ogni iniziativa di mediazione per fare parlare le parti in conflitto. Solo attraverso il dialogo si può giungere a soluzioni condivise per vie pacifiche.

Fino ad oggi, in Italia, il compito di mediazione è stato svolto principalmente da organizzazioni della società civile come la Comunità di Sant’Egidio. Ma si tratta di azioni tampone. L’attività di mediazione deve essere svolta in maniera continuativa, avendo a disposizione tutte le risorse che servono. Per questo deve essere assunta dai governi che – però – devono dare prova di neutralità sganciandosi da qualsiasi tipo di alleanza militare.

Anche i Corpi civili di pace sono previsti dalla proposta di legge di iniziativa popolare lanciata nel marzo 2026 dalla campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
rafforzare le nazioni unite

Nata nel 1945, oggi l’Onu versa in una crisi grave e pericolosa.

Convinti che le guerre vadano evitate, nel 1945 venne istituita l’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come luogo d’incontro di tutte le nazioni per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, definire regole universali a tutela dei diritti umani, politici e sociali, discutere e risolvere i problemi che affliggono l’umanità da un punto di vista sanitario, ambientale e sociale.

Non a caso all’interno delle Nazioni Unite sono nate agenzie come l’Unicef a protezione dell’infanzia, la Fao per la promozione della produzione agricola, l’Oms a difesa della salute, l’Oil (Ilo)a tutela del lavoro, l’Unep a protezione dell’ambiente.

Grazie all’Onu, è stato possibile promuovere il processo di decolonizzazione, portare all’ordine del giorno il tema della miseria, far maturare l’idea dello «sviluppo umano», far crescere la cultura dell’eguaglianza di genere e della tutela ambientale, disinnescare alcuni conflitti.

Oggi ci sono governi che vogliono indebolire, o addirittura distruggere, il sistema delle Nazioni Unite. In particolare, gli Stati Uniti che – sotto Trump – hanno deciso di abbandonare alcune agenzie internazionali, di ridurre i finanziamenti a loro favore, di lanciare organismi alternativi, diretti da loro stessi, per la gestione di situazioni particolari. Tipico il Board of peace, creato nel gennaio 2026, per amministrare quel che resta di Gaza, secondo logiche affaristiche e neocoloniali.  Oltre al Segretariato generale, il sistema delle Nazioni Unite comprende una quarantina di agenzie specializzate su temi specifici che complessivamente richiedono un fabbisogno finanziario attorno ai 70 miliardi di dollari. Nel 2022 la somma raccolta è stata di 74 miliardi, ma nel 2023 si è fermata a 67 miliardi. Segno di come i governi, che contribuiscono a circa il 70% del fabbisogno finanziario delle Nazioni Unite, stiano riducendo il proprio impegno. Non a caso sta salendo la quota di finanziamento delle realtà private con il rischio che le Nazioni Unite si pieghino al mondo degli affari.

L’Italia si vanta di essere fra i maggiori contributori del sistema delle Nazioni Unite. Nel 2024 il suo contributo complessivo è stato di circa 850 milioni di dollari, per il 13% destinato al Segretariato generale, il 22% a operazioni di mantenimento di pace, il 65% alle agenzie di sviluppo sociale e umanitario. La cifra, però, rappresenta a malapena un quarantesimo della spesa militare. Come Paese che, secondo la Costituzione, «ripudia la guerra» e ha l’obbligo di «favorire le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni», dovremmo invertire le proporzioni. ◆

Fonti

Hanno firmato il dossier:

Francesco Gesualdi. Autore dei testi. È coordinatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», associazione di volontariato che svolge attività di ricerca al servizio dei gruppi militanti, su: rapporti Nord/Sud, processi di impoverimento, squilibri ambientali, modelli economici alternativi. Per MC è responsabile da anni di un’apprezzata rubrica di economia. Sito web: www.cnms.it.

Roberto Benotti. Alias «Robihood», autore delle vignette. Da sempre produce vignette su tutto, dalla politica al sociale, dalla religione al cibo. È appena uscito il suo ultimo libro: «Francesco anima libera» (edizioni inDialogo, Milano). Sito web: www.robertobenotti.it.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.




Nepal. Venti himalayani

Una foto della città vecchia di Bhaktapur; fondata nell’VIII secolo, fu capitale tra il XII e il XV secolo; nel periodo di massimo splendore, durante il regno di Bhupatindra Malla, la città ospitava 172 tra templi e monasteri, sia buddhisti che induisti. Foto Angelo Calianno.

Emigrare o ribellarsi
Povertà e ingiustizie non lasciano scelta

Il turismo internazionale non basta per far uscire il Paese dalla miseria. Milioni di nepalesi sono costretti a emigrare, anche per occupazioni particolari come combattere nelle fila dell’esercito russo. Nell’ultimo anno, i giovani si sono però ribellati per esigere una vita diversa.

Kathmandu. Manca un mese alle elezioni quando – a febbraio – arriviamo nella capitale nepalese. Le strade sono un brulicare di automobili, risciò e soprattutto motociclette, il mezzo di trasporto preferito dai nepalesi. Per strada, data l’elevatissima concentrazione di smog, è quasi sempre necessario indossare una mascherina.

Kathmandu è il cuore della nazione, con oltre 1,7 milioni di abitanti in costante aumento nel contesto di una popolazione complessiva di circa 29 milioni. La città è stata completamente ricostruita dopo il terremoto del 2015 che, con una magnitudo di 7,8, con quasi 9mila morti e decine di migliaia di sfollati, è stato il più devastante della storia nepalese. La ricostruzione è stata un processo lungo e costoso. Tanti sono stati gli aiuti provenienti dall’estero, denaro soprattutto destinato alla ristrutturazione degli edifici storici e di culto. Nei pressi di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, è facile imbattersi in cartelli con la scritta «China Aid», testimonianza delle donazioni del governo cinese. La Cina ha contribuito in maniera significativa alla riedificazione inviando quasi 500 milioni di dollari. Tuttavia, gli aiuti si sono concentrati solo sui centri di interesse storico e turistico, lasciando i villaggi nelle zone rurali con ancora visibili tutti i segni della devastazione.

Fatta eccezione per i pellegrini che si recano al Budhanath Stupa – uno dei principali monumenti al mondo per i buddhisti e miracolosamente rimasto quasi intatto dopo il terremoto -, in Nepal,  a febbraio non sono ancora arrivati i visitatori stranieri. La stagione turistica comincerà a marzo, praticamente in concomitanza con le elezioni parlamentari. I possibili scontri a ridosso delle votazioni preoccupano non poco gli operatori turistici. Gli introiti maggiori del Paese, infatti, provengono principalmente dal turismo di montagna, soprattutto quello legato alle escursioni verso l’Everest.

Partecipare a una spedizione è un’attività per nulla economica. Il costo totale per provare a raggiungere la vetta, partendo dal campo base, va dai 40mila agli 80mila dollari a persona, a seconda dell’agenzia alla quale ci si affida. Il prezzo raggiunge anche i 100mila dollari se la guida è occidentale. Di questa cifra, lo Stato incassa 15mila dollari per il permesso di scalata.

Considerati questi numeri, quasi tutta l’economia gira attorno al turismo. Chiunque qui, dal titolare del negozio di souvenir all’autista di taxi, proporrà un proprio contatto che si occupa di organizzare viaggi verso le vette delle montagne più ambite. Moltissimi dei giovani, presenti durante le manifestazioni di protesta di settembre 2025, lavorano come guide o portatori.

La politica, un impegno elitario

Camminando per le strade di Kathmandu, non vediamo alcun poster che raffiguri le foto dei candidati, nessuno che distribuisca volantini elettorali o qualcosa che possa farci capire che presto si andrà alle urne. Una persona ci spiega: «Non è usanza nepalese fare una campagna elettorale come quelle che fate in Occidente. Qui è più discreta. Alcuni candidati vanno casa per casa, oppure, al massimo, ci sono piccoli comizi di quartiere, ma non vedrai mai la città tappezzata di foto e volantini. Nelle zone rurali, e in quelle di montagna, se non ci fosse qualcuno ad avvisarli, nessuno saprebbe nemmeno che a breve ci saranno le elezioni».

La nostra ricerca, per comprendere meglio quello che potrebbe accadere, parte dai protagonisti delle rivolte di settembre, quelli che oggi dovrebbero essere la nuova speranza per il Nepal.

Davanti a quella che era la sede del Parlamento, ora chiusa a causa della devastazione durante le proteste, incontriamo Jagat B.K.. Ha 28 anni, è un medico che da tre anni lavora in Florida, negli Usa. Come molti nepalesi, nel settembre 2025 si trovava nel proprio Paese in vacanza per partecipare al festival religioso del Dashain, la festività induista più importante del Nepal. Dopo le proteste, B.K. ha deciso di non tornare negli Stati Uniti e di rimanere qui per contribuire, con l’attivismo, a quello che sarà il futuro del suo Paese.

Quando lo intervistiamo ha appena terminato un colloquio con Sushila Karki. «Ho incontrato la prima ministra per chiedere la possibilità di posticipare le elezioni. Questa richiesta è qualcosa a cui aderiscono molti nepalesi. Per noi non ci sono le condizioni per votare ora. Bisognerebbe prima di tutto cambiare il sistema elettorale e vigilare sulla compravendita dei voti. Inoltre, in Nepal candidarsi costa 10 milioni di rupie nepalesi (circa 58mila euro). In un Paese dal reddito così basso, vuol dire che la politica diventa un’esclusiva per un ristretto gruppo d’élite.

Quello che è accaduto a settembre credo fosse inevitabile. Era solo una questione di tempo. La corruzione aveva raggiunto livelli troppo alti. L’ostentazione della ricchezza dei figli della politica, e l’oscuramento dei social media, sono stati la scintilla decisiva. Personalmente, non avrei mai detto che la protesta potesse raggiungere il livello che ha toccato. Pensavo sarebbe stata una normale manifestazione come tante ce n’erano già state in passato.

Ero lì quando la polizia ha cominciato a sparare, sono stato testimone di tutto. Da medico, sono subito andato a soccorrere i feriti. A tantissimi ho praticato un primo soccorso e, con l’aiuto di altri ragazzi, abbiamo portato i feriti in ospedale. A un certo punto, non facevamo altro che fare la spola tra il luogo degli scontri e il pronto soccorso, siamo andati avanti così per tutto il giorno. Ma devo dirvi che la violenza non è partita né dagli studenti né dai gruppi organizzati dei manifestanti. Chi ha attaccato le forze dell’ordine, e poi fomentato la folla, è stato il gruppo dei Tob (Tibetan origin blood). Sono stati loro, a bordo di motociclette e con il volto coperto, a tentare di sfondare le barricate della polizia, soprattutto nel secondo giorno di proteste. Basta guardare i video in internet per poterlo constatare».

I Tob, a cui fa riferimento B.K., in questi giorni sono oggetto di molte controversie. I Tibetan origin blood sono una sorta di associazione culturale di Kathmandu, in particolare formata da motociclisti che hanno in comune origini tibetane. La maggior parte di loro però è nata in Nepal da famiglie arrivate nel Paese due o tre generazioni fa. Il gruppo si è formato ufficialmente nel 2024 e si è sempre occupato di organizzare concerti e attività sui social media. I Tob si sono sempre dichiarati estranei alla politica, affermando di non avere nessun legame con il movimento «Free Tibet». Tuttavia, sono in tanti a sospettare che il gruppo sia stato finanziato da qualche partito politico di opposizione per creare caos, e favorire la caduta del Governo. La Polizia ha aperto formalmente un’indagine a riguardo. Sono stati interrogati diversi membri di spicco del Tob, in particolare uno dei suoi leader, Tenzin Dawa. A oggi, non è stata trovata nessuna prova a sostegno delle accuse.

La coordinatrice del «GenZ front»

Una delle protagoniste delle manifestazioni di settembre, apparsa anche su diverse riviste, è la giovane attivista Rakshya Bam, coordinatrice del movimento: GenZ front.

Già prima delle proteste che hanno fatto cadere il Governo, Rakshya era nota all’opinione pubblica per la sua lotta contro la violenza di genere, e a sostegno dei diritti dei venditori ambulanti (una delle leggi dell’ultimo Governo vietava la vendita per strada di prodotti agricoli, nonostante per tantissime persone delle zone rurali quest’attività rappresenti l’unica fonte di sostentamento).

Quando la incontriamo, Rakshya ci racconta: «La protesta, prima di essere portata per le strade, è nata sui social. I ragazzi della generazione Z hanno cominciato a esporre e condividere i post dei figli dei politici con l’hashtag: #NepoKids, ovvero ragazzi/figli del nepotismo. Quelle immagini hanno suscitato nervosismo, tensione e indignazione. Il blocco dei social media, poi, ha fatto il resto. Dovete comprendere che, per una generazione che vive sui social media, il loro oscuramento è a tutti gli effetti una violazione della libertà d’espressione. Il Governo ha sottovalutato la forza dei giovani. Lo ha fatto anche la polizia, che si è trovata totalmente impreparata nel fronteggiare una folla così numerosa».

Quando le chiediamo come mai si è arrivati a un tale livello di violenza, ci risponde: «La violenza non è qualcosa che ha riguardato il nostro gruppo o gli studenti, anzi. Io sono stata tra quelle che hanno invitato la gente ad andare a casa, perché ho capito che la situazione stava diventando troppo pericolosa. Le violenze sono partite da questi gruppi di motociclisti a volto coperto, persone che, ancora oggi, non sono state identificate».

Rakshya conclude: «Io sono d’accordo con le elezioni anticipate. Il voto è l’unico mezzo con cui possiamo davvero cambiare qualcosa. La cosa più importante è che il prossimo governo sia stabile, che lotti contro la corruzione e che avvii indagini su tutta quella parte di politica corrotta che ci ha portati fino a questo punto».

Prima di salutarci, Rakshya ci confida di essere stata avvicinata da alcuni partiti con una proposta di candidatura: le hanno chiesto di essere uno dei nuovi volti del Nepal. La giovane attivista ha rifiutato dicendo di non sentirsi ancora pronta e di non avere la giusta esperienza. In ogni caso, Rakshya vede un suo possibile futuro in ambito politico.

Un venditore nella piazza di Durbar Square, nel centro di Kathmandu; alle sue spalle, l’hotel Sugat che, negli anni ’70, è stato uno degli alloggi più popolari tra i viaggiatori che arrivavano in questo Paese. Foto Angelo Calianno.

Chi ha assassinato 76 manifestanti?

Oggi, delle tensioni di settembre rimangono le macerie dei luoghi attaccati nel centro di Kathmandu: centri commerciali legati alle caste politiche ed edifici come l’hotel Hilton, incendiato per essere di proprietà di una delle famiglie che governavano il Paese.

Non lontano da quello che rimane dell’hotel, incontriamo Bhawani, giovane nepalese che, da settembre, capeggia un gruppo di ragazzi e ragazze che dormono in tenda presidiando uno spazio pubblico in segno di protesta. Questi giovani, dal 19 gennaio, sono in sciopero della fame per chiedere giustizia per le 76 vittime uccise durante gli scontri.

Così come Jagat B.K., anche Bhawani è del parere che queste elezioni dovrebbero essere posticipate: «Non possiamo avere delle elezioni se prima non si farà luce su chi ha ucciso i nostri 76 compagni. Dopo mesi, non abbiamo ancora risposte. Inoltre, per noi non si possono avere delle votazioni se prima non otterremo quello che chiediamo al Governo: che siano rilasciati gli attivisti in carcere e puniti coloro che hanno assassinato i manifestanti; che siano indagati i politici corrotti e stabilita un’elezione diretta del Primo ministro; che siano previsti nuovi emendamenti costituzionali o riscritta completamente la Costituzione; che venga assicurata la possibilità di votare a chi vive all’estero».

Uno dei punti fondamentali che tutti lamentano, infatti, è la questione delle migliaia di giovani che, a marzo, non potranno votare perché vivono in altri Paesi.

La prostituzione

Il Nepal non prevede nessuna modalità di voto a distanza. Per le elezioni di marzo sono stati stimati circa 19 milioni di votanti. Si è registrato, in questi anni, che i nepalesi all’estero sono quasi il 10% degli aventi diritto al voto. Questa cifra non comprende chi è emigrato illegalmente, cosa molto comune per tanti lavoratori che partono, soprattutto verso Emirati arabi uniti, Arabia Saudita e Malaysia. Secondo la rivista dell’organizzazione non governativa Nepal economic forum, il numero dei migranti irregolari supererebbe addirittura il 20% dell’elettorato nepalese. Una ricerca, della stessa organizzazione, stima in centinaia di migliaia le persone che, ogni anno, attraversano i confini senza documenti.

Una tristissima realtà che riguarda spesso chi è costretto a lasciare il Nepal per cercare un futuro migliore, è quella della prostituzione legata alla tratta di esseri umani. Le organizzazioni Save the Children e l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) hanno stimato che, ogni anno, siano quasi diecimila le ragazze minorenni nepalesi che finiscono nei bordelli indiani.

Sono state diverse le inchieste giornalistiche, soprattutto del network Asia News, che hanno raccolto queste storie.

Negli articoli si menziona l’altissima richiesta, da parte degli indiani, di ragazze nepalesi per la loro esoticità e il colore della pelle, più chiaro rispetto a quello delle ragazze indiane. Sempre secondo i reportage, questo farebbe aumentare del doppio il «valore» delle prostitute. La maggior parte di loro proviene dai villaggi più poveri e remoti del Paese, vengono vendute dalle proprie famiglie per saldare debiti, oppure ingannate con promesse di lavoro e di una vita migliore.

Una veduta del cuore della città vecchia di Kathmandu attorno a Durbar square; la piazza Durbar è stato uno dei luoghi più danneggiati dal terremoto del 2015; oggi, soprattutto grazie ai fondi Unesco e aiuti dalla Cina, tutti i monumenti sono stati ricostruiti. Foto Angelo Calianno.

I «Gurkha» e l’esercito britannico

Durante le nostre ricerche, siamo anche venuti a conoscenza di un altro tipo di migrazione, quasi sconosciuta ai media: quella dei ragazzi nepalesi che fuggono verso la Russia. Si tratta di giovani che, per denaro, passano il confine arruolandosi nelle file dell’esercito russo e vengono mandati a combattere in Ucraina.

Dopo molti tentativi di contatto e molte risposte negative a causa del loro timore di essere scoperti, siamo riusciti a incontrare alcuni di loro.

Ram (nome di fantasia) ci racconta: «Io stavo per finire il mio servizio nell’esercito, quando sono stato avvicinato da un “broker” che mi ha proposto di andare a combattere per i russi. Uno stipendio base per un soldato in Nepal è di 200-250 dollari al mese. I russi mi hanno offerto più di 2mila dollari. Una volta arruolati, ci viene dato un bonus che, a seconda della nostra competenza o specializzazione, può raggiungere anche 20mila dollari. In più, dopo un anno di missioni, ci promettono anche un passaporto russo. Tutti i soldi che guadagniamo li mandiamo a casa per sostenere le nostre famiglie».

I soldati nepalesi sono molto ricercati da Mosca per il loro particolare addestramento. I combattenti vengono chiamati Gurkha, come i guerrieri tradizionali della regione del Gorkha, nel Nepal centrale, tra Kathmandu e Pokhara. Per anni, i soldati nepalesi hanno combattuto anche nelle file dell’esercito del Regno Unito, partecipando a guerre nelle Falkland, in Iraq e in Afghanistan.

Secondo un’inchiesta di Al-Jazeera, ogni anno circa 20mila nepalesi presentano domanda per entrare nelle forze speciali britanniche. Di questi, ne vengono assunti soltanto trecento.

Sul fronte ucraino (per denaro)

Considerando la pesante situazione economica interna e la grave carenza di soldati russi sul fronte ucraino, negli ultimi anni il fenomeno dei combattenti nepalesi è aumentato in maniera esponenziale. Prima di cadere, il Governo segnalava circa duecento soldati nelle file dell’esercito di Mosca. Fonti non ufficiali, però, parlano di oltre 15mila persone arruolate sin dall’inizio della guerra.

Dopo diverse ricerche, riusciamo a raggiungere un altro ex soldato che ha voglia di raccontarci la sua storia. Il suo nome è Dawa, ha 26 anni e, dopo essere stato ferito in Ucraina, si è rifugiato in Giappone. «Una volta finiti gli studi, cercavo un modo per sostenere economicamente la mia famiglia, ma, in Nepal, è molto difficile trovare lavoro. Nel mio villaggio, ho conosciuto una persona che mi ha parlato della possibilità di potermi arruolare. Insieme, allora, abbiamo contattato un agente su TikTok. Questa persona ci ha detto che avremmo guadagnato circa 2mila dollari al mese e ci ha anche rassicurato che non saremmo mai stati mandati in prima linea, tuttalpiù avremmo lavorato nelle retrovie per occuparci di logistica.

Una volta arrivato a Mosca, con un visto turistico, sono rimasto alcuni giorni in un hotel indicatomi dall’agente e poi sono stato mandato in un campo d’addestramento. Lì ho trovato gente proveniente da tutto il mondo: India, Cina, Giappone, Africa, Bangladesh e anche Stati Uniti. Ho cominciato il mio lavoro nelle squadre di salvataggio. Ovunque c’era dolore e tristezza. Ho visto montagne di corpi accatastati, soldati che avevano perso gli arti o che erano impazziti. Dopo quelle scene, pian piano ho perso la speranza di sopravvivere a quella guerra. A un certo punto, hanno cominciato a scarseggiare i ricambi dei soldati per la prima linea e, così, mi hanno mandato al fronte. Il giorno prima della partenza, ho chiamato mia madre dicendole che molto probabilmente non sarei più tornato. In un’imboscata, sono stato ferito gravemente a una gamba. Nonostante la mia ferita fosse grave e non del tutto guarita, dall’ospedale da campo venivo rispedito continuamente al fronte. In quei giorni ho cominciato a pensare a qualche modo per fuggire. Tutti i miei amici erano morti, ho capito che sarei morto anche io se non me ne fossi andato. Così mi sono messo in contatto con un altro agente, questa persona aveva già aiutato altri nepalesi a scappare dalla guerra. Grazie al suo aiuto, ancora gravemente ferito e senza documenti, sono riuscito a fuggire».

Quando chiediamo a Dawa se è valsa la pena arruolarsi per denaro, ci risponde: «Oggi penso che non sarei mai dovuto partire. Sarei dovuto rimanere nel mio villaggio e lavorare nella fattoria di famiglia. Vi rilascio questa intervista anche per dire a tutti quelli che pensano di arruolarsi, assolutamente di non farlo».

L’arruolamento nelle file dell’esercito russo è illegale, per questo è impossibile trovare statistiche certe. Parlando, però, con le famiglie dei combattenti, si capisce che sono tantissimi quelli che non sono più tornati.

Jeena e sua figlia Smriti (in piedi); Jeena mostra l’ultima lettera ricevuta da suo marito, in carcere in Ucraina. Foto Angelo Calianno.

Storia di Ishwor

Ishwor è un uomo di 39 anni, ex soldato nepalese attualmente detenuto in un carcere ucraino. Nella periferia di Kathmandu incontriamo sua moglie Jeena e sua figlia Smriti, di 13 anni.

Jeena racconta: «Ishwor è andato a combattere nel 2023. È entrato in Russia con un visto turistico e, dopo due mesi di prove, lo hanno arruolato. Nei primi mesi, ci inviava regolarmente denaro, dopodiché, non abbiamo più avuto sue notizie. Insieme, con altre cinquanta famiglie a cui è capitata la stessa cosa, siamo andate a chiedere aiuto al ministro degli Esteri e all’ambasciata russa, ma senza successo. Siamo riuscite a ottenere qualche informazione solo grazie alla Croce Rossa internazionale, i loro operatori sono riusciti a trovare mio marito rintracciandolo in un carcere ucraino.

Un giorno mi è arrivata una lettera, ho riconosciuto la sua calligrafia e ho capito che mio marito era davvero vivo. Non ci credevo, sono quasi svenuta dall’emozione. Gli è permesso scrivere, in un limitato spazio, su di una lettera che poi ci viene consegnata dalla Croce Rossa. Qui è durissima senza di lui, non abbiamo soldi. Io cerco di fare tanti lavori per far studiare mia figlia, ma non scrivo mai nulla di queste cose nelle mie lettere. Dico sempre a mio marito che va tutto bene e che vogliamo solo che torni presto a casa. In ambasciata ci hanno detto che potrebbe essere presto rilasciato, grazie a un’operazione di scambio tra prigionieri, ma non ho più saputo nulla a riguardo e non ricevo lettere da novembre».

Prima di cadere, il governo di Kathmandu aveva fatto pressione su Mosca per fermare questi arruolamenti illegali. Nonostante le promesse, la Russia continua a far finta che questa situazione non esista. Di recente, sono stati scoperti diversi canali, su TikTok e Telegram, tramite i quali diventa sempre più semplice entrare in comunicazione con i broker e avviare le procedure di arruolamento.

Angelo Calianno

Un cartello di China Aid, l’organizzazione di Pechino che ha finanziato la ricostruzione dopo il terremoto del 2015. Foto Angelo Calianno.

Nepal, «paradiso dei comunisti»
Da monarchia a repubblica

Dal 2008, il Nepal è una repubblica parlamentare federale. Fino a quella data, il Paese era stato retto da una monarchia assoluta, caduta dopo una guerra civile scatenata da gruppi di ideologia maoista. Oggi il potere esecutivo spetta al Primo ministro, mentre quello legislativo e giudiziario sono separati. Si vota normalmente ogni 5 anni, ma le proteste della «Generazione Z» di settembre 2025 hanno portato allo scioglimento del Parlamento e alle elezioni anticipate dello scorso 5 marzo 2026.

Il Nepal ha un panorama politico estremamente frammentato. Attualmente sono registrati 120 partiti, 68 di questi hanno presentato una propria candidatura alle elezioni. Nuovi partiti nascono e muoiono in continuazione, oppure si assiste ad alleanze e scissioni dei gruppi storici.

In Nepal è assente una corrente politica che, almeno secondo i parametri occidentali, possa essere considerata di destra. Tutti i partiti, infatti, fatta eccezione per quelli centristi e quelli conservatori nostalgici della monarchia, si considerano di sinistra, almeno per ideologia. Il Nepal è stato soprannominato «Il paradiso dei comunisti», ma nella realtà dei fatti non è esattamente così.

Lungo un sentiero all’interno del Paese, una scritta murale di uno dei numerosi partiti comunisti del Nepal. Foto Paolo Moiola.

Sigle e simboli, ideologia e realtà

Esistono due grandi partiti comunisti, entrambi nati con la denominazione Cpn (Communist party of Nepal): il Cpn-Mc (Communist party of Nepal-Maoist centre) e il Cpn-Uml (Communist party of Nepal-Unified marxist leninist).

K.P. Sharma Oli, primo ministro nell’ultima legislatura, era membro e leader del Cpn-Uml. Questo partito, pur professandosi di sinistra e di ideologia marxista-leninista, in realtà, quando è stato al potere non ha assolutamente agito in favore del popolo o delle classi operaie. Il Cpn-Uml, negli anni, è stato accusato di nepotismo, clientelismo familiare e corruzione in tutti gli appalti pubblici del suo ultimo mandato. Malgrado le denominazioni di nascita, quindi, i partiti nepalesi non seguono una corrente ideologica coerente: la denominazione non ne definisce affatto le azioni.

Dopo le proteste del settembre 2025, è nato un nuovo, l’ennesimo, partito comunista: l’Ncp (Nepali communist party), che punta a inglobare membri di entrambe le altre due organizzazioni in una nuova forza politica. L’unione tra i maoisti e i marxisti-leninisti era già stata provata nel 2018, ma senza molto successo.

Dato l’alto grado di analfabetismo in Nepal, il voto si esprime solo con una croce sul simbolo, non è previsto scrivere nessun nome dei candidati sulla scheda elettorale. Per questa ragione, i simboli dei partiti in Nepal sono estremamente distintivi e riconoscibili. I maoisti del Cpn-Mc hanno la classica falce e martello, i marxisti-leninisti del Cpn-Uml un sole, i People socialist party Nepal un ombrello, il Nepali congress l’albero, il Rastriya swatantra party (Rsp) una campana in un cerchio, ecc.

La difficile lotta alla corruzione

Il Partito per l’indipendenza nazionale (Rsp), vincitore delle ultime elezioni, è stato fondato nel 2022 e si identifica come partito centrista e anti corruzione. Tuttavia, il suo fondatore, Rabi Lamichhane, è stato arrestato nel 2024 proprio con l’accusa di frode e riciclaggio di denaro.

I membri del partito hanno sempre difeso il proprio presidente, dichiarando che l’arresto, in realtà, sia solo una persecuzione per combattere un partito che lotta contro la corruzione, e che l’accusa sia stata montata per proteggere i veri colpevoli appartenenti alle forze politiche storiche.

An.Ca

Donne a Changu Narayan durante una «puja», rituale dell’induismo durante il quale si fanno offerte (fiori, cibo, incenso) alla divinità; il tempio di Changu Narayan è la più antica meta di pellegrinaggio nella valle di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.

Tutto è iniziato con un «post»
Il cammino verso un nuovo paese

I social e la Generazione Z sono stati fondamentali per scuotere il Nepal. Occorre però aspettare le prime mosse di Balendra Shah, il  vincitore delle elezioni di marzo e nuovo Primo ministro, per capire se sarà vera rivoluzione. 

Settembre 2025. Da giorni, attraverso i social media, i ragazzi della «Generazione Z» stanno denunciando la deriva e la corruzione del Governo. Ogni post condiviso dai giovani nepalesi, soprattutto su TikTok, riporta un hashtag in particolare: #GenZRevolution. La parola è diventata immediatamente il marchio di una nuova rivoluzione che sembra stia per arrivare.

A scatenare le indignazioni sono stati, soprattutto, alcuni post sui social media dei figli delle alte cariche dello Stato. Video di vacanze di lusso, automobili, alberghi esclusivi, voli in prima classe, orologi e gioielli.

In un Paese dove lo stipendio medio di un lavoratore si aggira intorno agli 80 dollari al mese, in quella che è stata dichiarata la nazione più povera dell’Asia (e la trentottesima nel mondo secondo la classifica «World’s poorest countries 2025» di Global finance), questa ostentazione di ricchezza ha fatto esplodere la rabbia. Sono stati soprattutto gli studenti a manifestare il proprio dissenso, loro che, da anni, non riescono a immaginare un futuro che non sia fuori dalla propria nazione.

Le visualizzazioni dei post di denuncia si moltiplicano, gli studenti creano diversi gruppi su Telegram e cominciano a pianificare delle possibili proteste anche per strada.

Due degli attivisti entrati in sciopero della fame il 19 gennaio 2026; alle loro spalle, le foto delle 76 persone uccise durante gli scontri di settembre 2025. Ad oggi nessun colpevole è stato individuato. Foto Angelo Calianno.

Giovani in strada

Il 4 settembre 2025, il governo nepalese oscura 26 tra le piattaforme social più usate. Il divieto è la goccia che fa traboccare il vaso. L’8 settembre, migliaia di ragazze e ragazzi, soprattutto studenti, decidono di riversarsi per le strade di Kathmandu.

La protesta parte in maniera pacifica, tantissimi sono anche i minorenni che sfilano con le divise della propria scuola. Il corteo raggiunge il palazzo del Parlamento, la polizia ha transennato l’area. Nessuno tra le forze dell’ordine si aspettava così tanta gente. Il corteo comincia a lanciare slogan contro il primo ministro K.P. Sharma Oli.

La polizia intima alla folla di non avvicinarsi troppo alle transenne. Alcune persone, che sembrano estranee al corteo, almeno a giudicare dal loro abbigliamento, cominciano a spingere e calciare la barriera predisposta dalle autorità. Accerchiate e in inferiorità numerica, le forze dell’ordine rispondono lanciando lacrimogeni e getti d’acqua dagli idranti: si accende una battaglia urbana. Non riuscendo a respingere la folla, la polizia comincia prima sparare proiettili di gomma e, in seguito, pallottole vere.

Dopo aver assistito ai fatti in tv, alla protesta si uniscono anche gli adulti. La seconda ondata di manifestanti attacca i centri economici legati alla politica, luoghi come la villa del ministro dell’Interno Ramesh Lekhak.

Alla fine degli scontri sono 19 i morti e oltre 200 i feriti. Ma tutto questo è solo il preludio di quanto sta per accadere.

Il 9 settembre il Governo toglie il blocco dai social media e istituisce un coprifuoco nella capitale, ma ormai è troppo tardi per placare gli animi. La folla, composta non più solo da studenti ma da persone di ogni generazione, sfonda i posti di blocco della polizia usando automobili e motociclette. Il corteo arriva fino alla sede del Parlamento, incendiandola. Vengono distrutti anche il palazzo del Governo e la sede della Corte suprema. Inoltre, vengono attaccate e incendiate le residenze dei membri dei partiti storici del Nepal (il Cpn-Uml e il Cpn-Mc) e, ancora, viene vandalizzata la casa del presidente Ram Chandra Poudel.

Il 10 settembre il primo ministro Karma Oli annuncia le dimissioni, seguito a ruota da molti membri del suo partito. In strada arrivano i militari che istituiscono un nuovo, e più esteso, coprifuoco. L’arrivo dell’esercito (che al contrario della polizia, in Nepal, è estremamente rispettato), le dimissioni del Primo ministro, e la promessa di elezioni anticipate, calmano momentaneamente le proteste.

Tre giorni dopo, viene nominata l’ex giudice supremo Sushila Karki come Primo ministro di un governo di transizione. La Karki, nota per la sua strenua lotta alla corruzione, rimarrà in carica fino alle elezioni.

Le elezioni e il vincitore

L’ex primo ministro Karma Oli, travolto dalla rivolta di settembre 2025. Foto Wikimedia.

Cinque Marzo 2026, è il giorno tanto atteso delle elezioni. Nonostante il timore di molti, non c’è stato nessun disordine nei giorni precedenti. Oggi, sono stati disposti più di 300mila uomini come forze di sicurezza. Gli elettori arrivano a Kathmandu (la capitale, infatti, concentra la metà della popolazione e gran parte delle sezioni elettorali) da tutti gli angoli del Paese, anche dalle remote aree ai piedi dell’Himalaya.

I ragazzi appartenenti alla Generazione Z, tra i primi a votare, riempiono i social media di foto dove mostrano il proprio pollice macchiato di inchiostro. L’inchiostro, sull’unghia del dito, rappresenta da decenni un sistema antifrode per impedire che si voti più di una volta, cosa molto comune in passato.

Alla fine della giornata, l’affluenza è del 60%. Sulla percentuale pesa molto l’assenza dei tantissimi giovani all’estero per lavoro.

Ci vogliono cinque giorni per effettuare lo spoglio di tutte le schede ma, alla fine, il 10 marzo, il Nepal ha il suo vincitore: si tratta di Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco di Kathmandu.

La commissione elettorale valida i voti e certifica la maggioranza, dopodiché, il 27 marzo, il vincitore Shah ottiene il voto di fiducia durante la prima convocazione parlamentare. Nelle stesse ore, viene arrestato l’ex primo ministro K.P. Sharma Oli, accusato delle violenze durante gli scontri di settembre.

Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco, vincitore delle elezioni di marzo 2026. Immagine Wikimedia.

Il partito di Balendra Shah, l’Rsp (Rastriya swatantra party, ovvero Partito per l’indipendenza nazionale), ha ottenuto una maggioranza con uno scarto quasi senza precedenti nelle moderne elezioni nepalesi: 125 seggi, staccando di netto il partito dell’Nc (il Nepali congress) che di seggi ne ha conquistati solo 18. L’Rsp è un partito che ha nella sua ideologia il liberalismo economico, il socialismo progressista e la trasparenza. Durante la campagna elettorale, il nuovo premier aveva promesso ai nepalesi l’istruzione gratuita e 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro.

La vittoria di «Balen», così veniva soprannominato Shah durante la sua carriera artistica, è stata soprattutto frutto dei tanti voti della Generazione Z che, sin dalle proteste di settembre, sperava nella sua vittoria come nuovo premier. Balen aveva conquistato i giovani con i testi delle sue canzoni, spesso veri e propri slogan contro la vecchia classe politica nepalese. Nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria, Balendra Shah ha detto: «Aspettiamo a festeggiare. Abbiamo perso tanti amici nelle rivolte del 2025, priorità è giustizia per loro».

Gruppo di soldati nepalesi. Foto Paolo Moiola.

Felici e in attesa

Dopo l’annuncio della vittoria di Shah, abbiamo nuovamente interpellato i giovani nepalesi, intervistati prima delle elezioni, per sentire i loro commenti a caldo. Tutti, anche chi era contrario alle elezioni anticipate, si sono dichiarati molto felici della vittoria ma, soprattutto, della sconfitta dei partiti storici e della vecchia classe politica.

Tra canti e festeggiamenti per le strade di Kathmandu, la Generazione Z ripone molta speranza in questo nuovo governo. Per la prima volta, in Nepal, i giovani sembrano essere stati i protagonisti del loro destino: sono riusciti a smascherare il nepotismo con l’arma dei social media, hanno fatto cadere un governo e sono stati decisivi per la vittoria di un partito. Solo il futuro potrà dire loro se la fiducia è stata ben riposta, e se l’ex rapper riuscirà davvero a trasformare i suoi slogan e le canzoni di protesta, in riforme concrete per il cambiamento del suo Paese.

Angelo Calianno

Cerimonia funebre induista al tempio di Pashupatinath. Foto Paolo Moiola.

Indù nel paese di Buddha
Le fedi dei nepalesi

Anche se il Nepal ha dato i natali a Buddha, il buddhismo non è la religione predominante. La maggior parte della popolazione pratica l’induismo. Islam e cristianesimo sono presenti, ma costituiscono fedi minoritarie.

In Nepal, il culto religioso più antico è attestato dall’ottavo secolo prima di Cristo ed è conosciuto come kiratismo. Il nome deriva dai Kirati, un gruppo etnico autoctono presente ancora oggi, per lo più nelle zone ai piedi dell’Himalaya. Il kiratismo è un sistema di credenze animiste legato al culto della natura e degli antenati, con pratiche sciamaniche.

Nel 623 avanti Cristo, a Lumbini, nell’attuale Nepal meridionale, nasce Siddhārtha Gautama, meglio conosciuto come Buddha. Tuttavia, bisogna aspettare quasi due secoli per vedere la diffusione del buddhismo nel Paese. Nel 400 dopo Cristo, dall’India, arrivano i Licchavi, dinastia che impone l’induismo e il sistema delle caste. Nonostante l’imposizione, induismo e buddhismo riescono a coesistere per secoli senza particolari problemi.

Le cose cambiano con l’arrivo del re Narayan Shah, sovrano che, nel 1769, unisce tanti piccoli Stati nel Nepal che conosciamo oggi. Shah dichiara l’induismo religione di Stato ed espelle i missionari cristiani. Bisogna aspettare il 2008, con la caduta della monarchia, per arrivare a una concezione laica dello Stato.

Oggi in Nepal la coesistenza è pacifica e con elementi che qualcuno definisce sincretici. Per esempio, gli induisti venerano Buddha come un’incarnazione di Vishnu, i buddhisti onorano divinità induiste come Shiva. Le due religioni condividono templi – ad esempio, quello di Pashupatinath – e alcune cerimonie come il Newar, funzione che incorpora i riti di entrambe le religioni.

In Nepal, è presente anche una minoranza musulmana, totalmente sunnita, arrivata qui con le migrazioni dei mercanti che provenivano dal Kashmir. 

Secondo i dati del censimento del 2021, l’induismo è seguito dall’81,2 per cento della popolazione. Seguono il buddhismo (8,2%), l’islam (5%), il kiratismo (3,2%) e il cristianesimo (1,8%). Poi ci sono altre minoranze animiste, jainisti, sick, baha’i.

Padre Silas Bogati è l’amministratore apostolico del Nepal. (Screenshot)

Il cristianesimo

Le prime tracce di cristianesimo sono da ricondurre al 1628, con l’arrivo di un missionario gesuita: il portoghese padre Juan Cabral. La maggior parte delle conversioni, però, si ebbero a partire dagli anni Cinquanta dello stesso secolo. Stando alle cronache dell’epoca, esse avvennero, per lo più, per fuggire dal sistema castale e usufruire degli aiuti sociali promessi dalla Chiesa.

I cristiani, in Nepal, oggi sono sottoposti a leggi anti-proselitismo. Le pene per conversioni forzate o offese religiose sono punite con multe fino a mille euro e con detenzioni fino a 5 anni.

Il 90% dei cristiani è protestante. Secondo l’Annuario pontificio e fonti ecclesiali come Agenzia Fides, i cattolici nel Paese sono appena ottomila.

Pur essendo un’esigua minoranza, la comunità cattolica del Nepal è stata spesso bersaglio di attacchi. Uno degli episodi più gravi avvenne nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, a Kathmandu, il 23 maggio 2009. Durante una messa domenicale, una bomba, nascosta in un sacchetto di plastica, uccise due persone e ne ferì altre trenta.

L’attacco fu opera di una donna: Sita Thapa Shrestha, militante della Nepal defence army (Nda), formazione radicale induista. L’Nda si macchiò di diversi attentati durante il primo decennio degli anni 2000, tra cui l’omicidio di un sacerdote salesiano e diverse campagne intimidatorie per cacciare i cristiani dal Nepal. I gruppi estremisti, specie dopo la fine della monarchia, hanno accusato le conversioni cristiane di essere un pericolo per l’identità indù. Dopo l’attentato del 2009, l’Nda venne smantellato e dei suoi componenti oggi non vi è più traccia. Nuove fazioni, tuttavia, continuano a minacciare le minoranze religiose, non solo cristiane ma anche musulmane.

Tra queste spicca l’Hindu samarat sena, banda radicale che propaga accuse infondate di proselitismo. Tramite volantini e social media, il gruppo minaccia, tra l’altro, di incendiare le chiese durante le celebrazioni eucaristiche. Fortunatamente, nessuna di queste organizzazioni ha raggiunto il livello di violenza e pericolosità dell’Nda.

Da gennaio 2025, l’amministratore apostolico del Nepal è padre Silas Bogati, già parroco della Cattedrale dell’Assunzione a Kathmandu. Padre Bogati ha lodato pubblicamente le proteste dei GenZ di settembre 2025, sottolineando l’impegno giovanile e sperando in un futuro di buon governo e di lotta alla corruzione.

Angelo Calianno

L’interno della cattedrale cattolica di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.

Ha firmato il dossier:

Angelo Calianno:  Giornalista e fotografo, è specializzato in reportage da luoghi di conflitto. Per MC ha scritto di Iraq, Siria (Rojava), Afghanistan, Palestina, Pakistan e Libano.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC, a sua volta autore di un reportage sul Nepal pubblicato ad aprile 2007.

La cattedrale di Kathmandu – consacrata all’Assunzione di Maria – è la principale chiesa cattolica del Nepal, si trova nel quartiere di Park Street, a circa 5 km dal centro di Kathmandu; costruita nel 1760 da frati cappuccini, fu uno dei primi edifici cristiani del Paese e sopravvisse anche alle espulsioni del 1769. La cattedrale è stata restaurata più volte. Foto Angelo Calianno.



La Gen Z scende in piazza

Sommario

Supporters of ACT-Wazalendo (Alliance for Change and Transparency) party march during a protest in Kigoma – Tanzania,on October 30, 2025 (Photo by AFP)

Quando a insorgere è un continente

I movimenti di protesta dei giovani africani

Negli ultimi due anni, numerose manifestazioni hanno attraversato il continente africano. A scendere in piazza sono soprattutto i giovani della «Generazione Z». Il divario con le élite al potere è enorme. Ma le rivolte mostrano dei limiti.

A giugno 2024, le strade del Kenya si sono riempite di giovani in protesta contro la nuova legge finanziaria, voluta dal presidente William Ruto. Pochi mesi prima, in Senegal, i manifestanti – che chiedevano il rispetto delle regole democratiche e la liberazione dei leader dell’opposizione, in carcere con accuse pretestuose – erano stati repressi per giorni dalle forze dell’ordine.

Alla fine dell’estate di quell’anno, sono insorti i giovani nigeriani: con lo slogan #EndBadGovernanceInNigeria hanno denunciato corruzione, scarsa governance e crescente costo della vita. Nel frattempo, in Uganda, il tentativo di opporsi al regime quarantennale di Yoweri Museveni è stato silenziato con ondate di arresti e detenzioni. L’autunno del 2024 ha visto sollevarsi il Mozambico, i cui cittadini – incitati dal principale leader di opposizione, Venâncio Mondlane, fuggito all’estero dopo il voto di ottobre – hanno denunciato brogli elettorali.

All’inizio dell’estate 2025, sono tornati in strada i giovani keniani. Questa volta non solo per condannare l’aumento delle tasse, ma anche la violenza della polizia. Poi, è stato il turno dei malgasci, le cui proteste contro il regime di Andry Rajoelina hanno portato a un colpo di Stato che ha deposto il presidente. In Tanzania, le manifestazioni dell’ottobre scorso contro i brogli elettorali sono state represse nel sangue. Violenta è stata anche la reazione delle forze dell’ordine in Camerun e Costa d’Avorio, dove i cittadini si sono opposti alla riconferma scontata dei presidenti (padroni dei due Paesi) Paul Biya e Alassane Ouattara.

Un continente in movimento

Queste sono solo alcune delle tante manifestazioni di protesta che, negli ultimi due anni, hanno attraversato il continente africano. Non sono un fenomeno isolato: negli ultimi vent’anni, secondo l’Armed conflict location & event data project (Acled, uno strumento di monitoraggio indipendente di conflitti e proteste nel mondo), c’è stato un incremento costante di manifestazioni in tutta l’Africa subsahariana. Con un’escalation dal 2020 in poi.

Focolai di protesta si sono accesi in Stati retti da regimi autoritari, così come in altri considerati più democratici. Sono scesi in strada i cittadini di Paesi in crescita economica e gli abitanti di quelli più in difficoltà. Si è scatenata un’ondata di fermento trasversale a tutto il continente: da Nord a Sud, da Est a Ovest. L’intera Africa è in movimento.

Ogni protesta ha le proprie peculiarità. Ognuna si radica in uno specifico contesto locale e trova fondamento nelle questioni sociali, economiche, politiche e culturali più sentite dai cittadini di ciascun Paese. Ma, al contempo – ben lungi dal considerare l’Africa come un continente monolitico, dove tutto è assimilabile – ci sono comunque alcuni tratti comuni a molte di queste mobilitazioni.

Young residents hold banners and dance to rock music during a concert as crowds gather for a civil society rally demanding President Rajoelina’s resignation, following the announcement by Madagascar’s Army CAPSAT unit that they would assume power in the country in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Divario generazionale, diseguaglianze e democrazia

A scendere in strada sono soprattutto i giovani della cosiddetta Generazione Z o Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012). E se questo, di per sé, non deve stupire – sette africani su dieci hanno meno di trent’anni -, dall’altro lato, evidenzia l’enorme divario generazionale che in molti Paesi si registra tra le élite al governo e la maggioranza della popolazione.

Sono infatti le leadership politiche ed economiche – spesso ultraottantenni, se non novantenni – il bersaglio principale dei manifestanti. In molti casi, queste élite incarnano sistemi politici retaggio dell’epoca dei partiti unici e, ancora oggi, conoscono solo la legge dell’autoritarismo e della repressione. In altri casi, dove non c’è questa eredità storica, la classe politica cerca di mantenersi al potere, violando o manipolando la Costituzione. I manifestanti reagiscono a questi tentativi.

Intanto, le élite continuano ad arricchirsi – attraverso clientelismo, corruzione e accaparramento di risorse -, con l’effetto di riprodurre e perpetuare disuguaglianze, nonché di ostacolare prospettive di cambiamento politico, sociale ed economico. Per questi leader investire sul piano socioeconomico, stimolare crescita e diversificazione dell’economia, creare posti di lavoro e offrire servizi di qualità, il più delle volte, non sono delle priorità. Dall’altro lato i giovani – che spesso nella loro vita hanno visto un solo presidente ma, al contempo, anche grazie all’uso di strumenti digitali, sono consapevoli del mondo che li circonda – chiedono trasparenza e assunzione di responsabilità da parte delle élite. Rivendicano, inoltre, la necessità di un’alternanza politica, attraverso elezioni libere e trasparenti e il rispetto di norme costituzionali e istituzioni.

Generazione digitale

Connessione internet e social network permettono sempre più ai giovani africani di essere parte di un sistema globale e di essere connessi con il resto del mondo.

Il dissenso si alimenta di notizie, informazioni ed esempi provenienti da altri Paesi, sia africani che non. L’uso del web contribuisce alla costruzione di una coscienza critica e alla nascita di movimenti di protesta. Questi, a loro volta, si servono degli strumenti digitali – soprattutto i social network – per organizzarsi e mobilitarsi, dandosi appuntamento per riempire le strade delle maggiori città. In più, il digitale permette anche di raccogliere nuovi sostenitori, grazie alla cassa di risonanza delle reti sociali.

Nonostante i tentativi dei governi di controllarli, gli strumenti digitali hanno dimostrato di essere spesso un potente strumento di denuncia della repressione e della violenza delle forze dell’ordine.

Leadership cercasi

Le mobilitazioni, però, hanno dei limiti. Non è solo la capacità repressiva dei governi a impedire alle proteste di raggiungere i loro obiettivi, ma anche la mancanza, all’interno di molti movimenti, di leadership chiare e solide.

L’assenza di un allineamento politico esplicito favorisce un’adesione eterogenea e trasversale della società civile, evitando strumentalizzazioni da parte dei partiti di opposizione. Ma limita l’efficacia della protesta che, non potendo contare su voci di rilievo, resta confinata fuori dei palazzi del potere e non riesce a rendere effettive le proprie rivendicazioni.

Ci sono poi casi in cui l’assenza di una leadership definita facilita manipolazioni e interferenze da parte di attori esterni, che approfittano delle proteste per legittimare la propria ascesa. Per poi però escludere completamente i manifestanti e le loro rivendicazioni dai nuovi governi.

Aurora Guainazzi

Residents and protesters react to the address of members of Madagascar’s Army CAPSAT unit at a civil society rally calling for President Andry Rajoelina’s resignation, before heading to the Presidential Palace in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Africa: giovani e proteste. Dati fondamentali

  • Popolazione totale: 1,5 miliardi (fonte Undesa)
  • Numero di giovani (0-14 anni): 594 milioni, 40% della popolazione totale (Undesa)
  • Numero di giovani (15-35 anni): 530 milioni, 35% della popolazione totale (Undesa)
  • Percentuale di aumento delle proteste: +137% nel periodo marzo 2020-2025 rispetto al periodo 2015-marzo 2020 (Acled)
  • Numero di proteste 2015-marzo 2020: circa 2.100 (Acled)
  • Numero di proteste marzo 2020-2025: circa 5.000 (Acled)
  • Livelli di povertà: 35% (Banca mondiale)
  • Economia informale: 9 giovani (15-35 anni) su 10 lavorano nel settore informale (International labour organization)
  • Presenza di internet nel continente: 40% degli abitanti se ne serve (International telecommunication union)
  • Utilizzo di internet tra i giovani (15-24 anni): 53% (International telecommunication union)
  • Blocchi di internet (2016-2024): 190 episodi registrati (Access now)
  • Diffusione della repressione digitale: il 30% dei Paesi africani ha bloccato internet almeno una volta nel 2024 (Access now).

A.G.

Madagascar. Dalle manifestazioni ai militari

Il 14 ottobre 2025, i militari della Capsat (unità speciale dell’esercito malgascio) sono entrati nel Palazzo presidenziale ormai vuoto: il presidente Andry Rajoelina era fuggito qualche giorno prima.

L’episodio è stato l’epilogo di tre settimane di proteste. Convocate a fine settembre da tre consiglieri di opposizione della capitale Antananarivo, le manifestazioni inizialmente avevano denunciato le continue interruzioni nella fornitura di acqua corrente ed energia elettrica. Ma ben presto erano diventate lo specchio di un malcontento diffuso e radicato nei confronti di un regime percepito come immobile e lontano dalla popolazione e dalle sue esigenze.

La «Gen Z Mada» – come si sono ribattezzati i giovani componenti del movimento di protesta – chiedeva le dimissioni di Rajoelina e del presidente del Senato, il generale Richard Ravalomanana. Ma anche lo smantellamento dell’Alta corte costituzionale e della Commissione elettorale, considerate strumenti nelle mani del regime. L’obiettivo era uno Stato privo di corruzione e nepotismo e una società libera, giusta e unita.

L’incapacità di Rajoelina di dialogare con i manifestanti e ascoltare le loro rivendicazioni ha intensificato le proteste, mentre i militari si sono rifiutati di sparare sulla folla. Così, intanto che Rajoelina fuggiva e l’Assemblea nazionale ne votava l’impeachment, la Capsat scortava i manifestanti nella Piazza del 13 maggio ed entrava nel Palazzo presidenziale.

Ma l’alleanza tra manifestanti e militari, così come è iniziata, si è rapidamente conclusa. I leader della Capsat hanno annunciato di essere pronti a riempire il vuoto di potere lasciato dal presidente. Dichiarati due anni di transizione, sospese la Costituzione e le maggiori istituzioni (tra cui Senato e Alta Corte costituzionale), il colonnello Michael Randrianirina ha giurato come «presidente per la rifondazione della Repubblica del Madagascar». Si è posto alla guida di un governo di transizione, da cui la piazza dei giovani malgasci e le loro rivendicazioni sono state escluse.

Movimento indipendente; eppure, strumentalizzato dal potere: la «Gen Z Mada» è l’emblema di quanto l’assenza di una leadership solida porti i manifestanti a fare il «lavoro sporco», preparando il terreno per la caduta del vecchio regime e aprendo la strada all’ascesa di quello nuovo. Da cui però le loro voci sono subito estromesse.

A.G.

Protesters attack a polling station as clashes erupt in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Kenya. La coscienza politica mai sopita

Padre Kizito, il missionario che lavora con i giovani 

Il malcontento per la classe dirigente porta i giovani a non votare. L’economia non funziona ed esclude soprattutto loro. Le manifestazioni degli ultimi due anni sono state represse con violenza. La novità è che le motivazioni non sono più etniche.

«Da quando sono venuto in Kenya, nel 1988, sono sempre rimasto sorpreso da come i giovani siano interessati alla politica», racconta padre Renato Kizito Sesana. Missionario comboniano è in collegamento da Nairobi, dove ha fondato sette centri Koinonia, luoghi di accoglienza per i bambini di strada (altri sono sorti in Zambia e in Sudan). «Non dimentichiamoci che il Kenya è uno degli Stati africani con il tasso più alto di scolarizzazione e quindi anche di conoscenza della Costituzione e dei diritti dei cittadini. È anche uno dei Paesi del continente con il numero più elevato di persone laureate in proporzione alla popolazione. Questo fa sì che il Kenya abbia una coscienza politica molto alta».

«Nelle ultime elezioni – continua padre Kizito – i giovani hanno votato poco. Secondo me, perché erano disgustati dalla politica, non perché non la seguissero. Non sapevano chi scegliere e cominciavano a capire che tra uno e l’altro non c’era alcuna differenza. Indipendentemente da chi avessero votato, il potere sarebbe rimasto comunque nelle mani di quelle poche famiglie che da sempre dominano la politica keniana».

Le cause delle proteste

Secondo padre Kizito, è proprio il malcontento nei confronti della classe dirigente, una delle cause profonde delle proteste scoppiate nel Paese nell’estate del 2024: «Dall’indipendenza fino a oggi, il Kenya è stato governato da tre o quattro famiglie, che hanno sempre gestito il potere. Anche l’ultimo presidente (William Ruto, ndr), che apparentemente è un nuovo arrivato, in realtà, è arrivato dov’è, perché si è accodato alle politiche della famiglia Kenyatta e poi ha “lanciato” sé stesso».

Ma, addentrandosi nella società keniana, ci si imbatte anche in altre cause delle manifestazioni. In particolare, quelle economiche. «Nonostante le dichiarazioni del Governo – dice padre Kizito – l’economia non funziona, ed esclude una grande parte della popolazione, soprattutto i giovani». Il 50% degli abitanti del Kenya ha meno di 18 anni, l’80% meno di 35. Ma, secondo un’indagine di Afrobarometer (ente che effettua sondaggi a livello continentale), nel 2024 oltre il 60% della popolazione tra 18 e 35 anni era disoccupato. «Ci sono ragazzi – sottolinea padre Kizito – che prendono certificati, diplomi, lauree e poi non hanno un lavoro perché non appartengono alle famiglie che dominano l’economia del Kenya».

Non a caso, le prime manifestazioni nel 2024 sono iniziate proprio per denunciare l’innalzamento delle tasse previsto dalla nuova legge finanziaria voluta da Ruto per arrivare, poi, a chiedere le dimissioni del presidente stesso. L’estate successiva, i giovani sono tornati in strada, ancora una volta contro la legge finanziaria, ma anche per condannare la violenza della polizia. La quale, nel frattempo, aveva represso duramente le proteste, provocando decine di morti (nonostante il governo abbia sottostimato più volte le reali cifre dei decessi).

A spingere i giovani keniani a manifestare, però, sono anche altre problematiche. Come le difficoltà nell’attuazione della riforma per la sanità pubblica, la crescita del debito (contratto soprattutto per la costruzione di grandi opere infrastrutturali) e la demolizione di ampi quartieri popolari a Nairobi.

Proteste trasversali

«Per me – racconta padre Kizito – la grandissima novità di queste proteste è che non sono più basate sull’etnia, ma su veri argomenti politici, perché i giovani vogliono un cambiamento del regime. Fino alle elezioni del 2022, abbiamo visto scontri, divisioni, chiamate alla piazza, ma tutti basati sul potere di alcune famiglie. Nel 2024, invece, i giovani hanno rifiutato tutto questo, in modo molto chiaro ed esplicito».

È quindi nato un movimento ampio, trasversale alla società keniana, e, per questo, in grado di includere giovani appartenenti a etnie diverse e con orientamenti ideologici differenti. Tutti uniti nella critica a un’élite politica immobile, corrotta e interessata solo ad arricchire se stessa.

La particolarità di queste proteste, però, sta anche nella forza con cui la piazza ha difeso la propria indipendenza, soprattutto quando «gli uomini politici hanno tentato di infiltrarsi nel movimento e, in qualche modo, di cooptarlo nell’opposizione».

«Per la prima volta – sottolinea padre Kizito – i giovani hanno rifiutato in modo esplicito e chiaro tutta l’élite politica, perché basata sul potere e sul controllo dei voti da parte delle solite tre, quattro famiglie». Logiche etniche e clientelari, infatti, sono storicamente gli elementi caratterizzanti della politica keniana, dove il consenso elettorale è determinato più dall’appartenenza a un determinato gruppo etnico o da un rapporto di dipendenza nei confronti di una famiglia dominante, piuttosto che dalla reale agenda politica di uno specifico partito.

An anti riot police officers kicks an unexploded teargas canister in downtown Nairobi on June 25, 2025 during a planned day of protest marking the first anniversary of the storming of the parliament. Marches in Kenya to mark a year since massive anti-government demos turned violent on Wednesday, with two killed and running battles between protesters and police, who flooded Nairobi’s streets with tear gas and sealed off government buildings with barbed wire. (Photo by SIMON MAINA / AFP)

Verso il 2027

Secondo il missionario, i tempi sono maturi per un cambiamento: «Io penso, mi auguro, che le elezioni del 2027 portino a un vero cambiamento. Non è escluso che magari possa restare al potere il presidente attuale. Ma sarà sicuramente controllato da un numero importante di giovani deputati che vorranno poter dire la loro. A tutti i livelli, dalle county (le entità amministrative locali, ndr), fino al Parlamento».

Sono sempre più numerosi, infatti, i giovani provenienti dal movimento di protesta che decidono di candidarsi. C’è chi lo fa a livello locale, chi invece sul piano nazionale. Tutti però sono decisi a portare le istanze che hanno caratterizzato la piazza anche nei palazzi della politica per far sì che il cambiamento sia effettivo e reale. Tuttavia, il fronte della protesta non si è ancora organizzato in un movimento unico: i giovani stanno entrando in politica in modo autonomo e frammentato, senza dare vita a un’organizzazione strutturata.

Proprio l’assenza di una leadership chiara è considerata da molti analisti il principale limite del movimento. Mancando di una struttura solida e unita, infatti, i manifestanti rischiano di non riuscire a portare avanti le loro rivendicazioni in modo coeso ed efficace.

Padre Kizito prosegue: «C’è molta incertezza. Io vivo continuamente in mezzo ai giovani e vedo che non hanno ancora fatto una scelta. Non sono ancora convinti e non si identificano con un leader: credo che ora non ci sia ancora nessuno che rappresenti effettivamente l’agentività (capacità umana di agire intenzionalmente, ndr), l’inquietudine e il desiderio di cambiamento che c’è in questa generazione». Per questo, non è ancora emersa una figura in grado di coagulare intorno a sé il consenso della maggioranza dei giovani.

Senza dimenticare che «c’è molta cautela – sottolinea il religioso – anche perché Ruto stesso si era presentato come il nuovo. Poi però il nuovo si è rivelato subito vecchio e, anzi, più vecchio dei presidenti precedenti». La scelta, dunque, è difficile e, soprattutto, ciò che i giovani vogliono evitare è molto chiaro: nessuna manipolazione del movimento di protesta.

Tra violenza e speranza

L’anno e mezzo che separa il Kenya dalle elezioni sarà lungo e complesso. «Certamente – riflette padre Kizito – vedremo altre proteste. Soprattutto man mano che ci avvicineremo alle elezioni. E potrebbero esserci anche violenze, provocate dalla polizia». Questa, infatti, nei momenti di maggiore tensione, ha spesso mostrato il suo volto più duro, reprimendo i manifestanti e violandone i diritti umani.

«Nei giorni più caldi della protesta – ricorda il religioso – si respirava un clima molto pesante, che si ripresenta anche oggi quando si parla di queste cose». Anche perché le manifestazioni non si sono mai veramente concluse. Semplicemente, sono diventate meno visibili e potrebbero riaccendersi da un momento all’altro. «Tutti sanno bene cosa rischiano nel partecipare al dissenso e sanno che, se la protesta dovesse ricominciare, la repressione sarà violenta, come è stata finora».

Eppure i giovani keniani non si arrendono. A maggior ragione ora che – poco meno di due anni dopo le prime manifestazioni – l’intera Africa è in fermento. «Mi sembra – riflette il comboniano – che stia riemergendo una solidarietà panafricana che credevamo persa da decenni. Questo perché i giovani di altri Paesi stanno capendo sempre di più che, come qui in Kenya sono state superate le fazioni interne, anche a livello continentale è necessario superare le divisioni nazionali».

Aurora Guainazzi

Tanzanian police officers try to disperse protesters amid clashes in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Tanzania. Repressione, avanti tutta

Le elezioni del 29 ottobre 2025 in Tanzania sono state un bagno di sangue. Già il giorno del voto, migliaia di manifestanti hanno riempito le strade delle maggiori città – Arusha, Dodoma, Dar es Salaam – per denunciare i brogli e un risultato già scritto: la riconferma della presidente Samia Suluhu Hassan.

Ci sono voluti cinque giorni alle forze dell’ordine per riprendere il controllo della situazione (si veda MC gennaio-febbraio 2026).

Nonostante il coprifuoco e i blocchi di internet, i manifestanti hanno continuato a organizzarsi, spinti dalla rabbia contro sessant’anni di dominio incontrastato del Chama cha mapinduzi (il partito di Hassan, al potere dall’indipendenza nel 1964), ma anche dal malcontento per la difficile situazione socioeconomica e il mancato rispetto dei diritti umani. Alla loro determinazione, la polizia ha risposto in modo violento e – secondo Amnesty international (Ong per la tutela dei diritti umani) – sproporzionato.

Secondo il Chadema (principale partito di opposizione), i morti sono stati circa 700, soprattutto giovani tra 16 e 25 anni. Conteggi certi sono difficili: molti corpi sono scomparsi dagli obitori, bruciati o sepolti in fosse comuni. Alcuni sono stati restituiti alle famiglie che però hanno dovuto dichiarare che la persona non era deceduta per colpi d’arma da fuoco. Tanti altri sono spariti nel nulla. Almeno 250 persone – tra cui diversi esponenti dell’opposizione – sono state arrestate e accusate di tradimento e cospirazione.

Un mese dopo, in occasione del giorno dell’indipendenza, il 9 dicembre, il governo ha giocato d’anticipo, vietando qualsiasi manifestazione, anche pacifica. Attraverso l’invio in massa di Sms alla popolazione, la polizia ha chiesto ai cittadini di segnalare persone sospettate di organizzare mobilitazioni, contribuendo a creare un clima di controllo e sospetto reciproco.

Ma il malcontento continua a diffondersi. E crescono anche le azioni di solidarietà transnazionale: ad esempio, attivisti keniani e ugandesi erano in Tanzania per il processo dell’oppositore Tundu Lissu – che, accusato di tradimento, rischia la pena di morte – e sono stati a loro volta arrestati e torturati. Tuttavia queste azioni di repressione coordinata dei governi dell’Africa orientale – ad esempio, anche un oppositore ugandese è stato arrestato in modo arbitrario in Kenya – non stanno facendo altro che alimentare il fuoco delle proteste in tutta la regione.

A.G.

Connessione e controllo

Incontro con il professore degli espositi, università di Bologna

L’internet africano ha una sua specificità. La copertura infrastrutturale  è oggi matura. Per molti l’accesso è avvenuto direttamente tramite i social. C’è l’illusione di una democrazia partecipativa. Ma le piattaforme non sono strumenti democratici.

Gli strumenti digitali sono stati centrali sia per organizzare le proteste che per diffondere immagini delle stesse e della repressione. Ma, in generale, l’Africa, negli ultimi anni, sta vedendo una trasformazione digitale significativa, con un impatto su diversi livelli. Ne abbiamo parlato con Piergiorgio Degli Esposti, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna.

A che punto è la diffusione del digitale in Africa?

«Innanzitutto, l’Africa – pur essendo molto diversificata – rappresenta a livello continentale, un’area complessa da coprire. Parlo di copertura tecnica infrastrutturale. Per questo motivo, gran parte della connessione avviene attraverso dispositivi mobili o internet satellitare.

Questo ha comportato, in un primo momento, il classico discorso per cui il cosiddetto digital divide (il divario digitale) si legava a un aspetto specifico, quello infrastrutturale. Nel momento in cui questo elemento di divario viene meno – per la diffusione massiccia della copertura satellitare via Starlink o delle reti telefoniche attraverso smartphone – allora esplode la “rivoluzione digitale africana”.

La sua caratteristica principale è essere legata al modello di internet mobile piuttosto che a quello fisso. In particolare, Cina e Stati Uniti sono le due potenze che si stanno contendendo il mercato africano. Anche la Russia, attraverso Yandex, in alcune zone è particolarmente significativa. Però, chi sta investendo a livello infrastrutturale sono soprattutto questi due Paesi. Parlo prima di tutto di questo aspetto perché senza di esso non è possibile in nessun modo sviluppare un mercato di internet e una vera e propria economia digitale.

Successivamente, si è trovata la soluzione per eliminare il divario digitale strutturale e da quel momento sono fioriti tutta una serie di fenomeni culturali e pratiche di uso delle piattaforme e degli strumenti digitali. L’internet africano ha una sua specificità, legata all’internet in mobilità. Quasi a dire che il cosiddetto periodo dell’“internet seduto” non sia mai esistito in Africa, perché sono direttamente arrivati i dispositivi mobili e una serie di dispositivi dedicati al social networking.

Ora non parliamo più di divario infrastrutturale, ma di divario culturale che si manifesta quando si adotta una tecnologia – che è già in qualche modo matura, ma è nuova per quello specifico contesto – e le pratiche e le modalità di uso che si sviluppano sono specifiche di quello stesso contesto. Ad esempio, specificità africane sono l’uso degli strumenti digitali nelle proteste, ma anche da parte degli influencer religiosi.

Dall’altra parte, c’è un problema che anche l’Occidente sta affrontando. Cioè l’utilizzo di questi dispositivi come mezzo di controllo. C’è il classico controllo top down, ovvero quello della piattaforma che controlla gli utenti, sia per fini commerciali, sia con obiettivi di profilazione dell’utente: i colossi del web, che mettono a disposizione i loro servizi, letteralmente profilano gli utenti sotto molteplici punti di vista. Da una parte è una sorveglianza del soft power commerciale, finalizzata a vendere i prodotti, ma dall’altro la profilazione può avvenire anche per fini di controllo politico.

Aggiungerei che esiste il doppio sfruttamento dell’utente: gli strumenti digitali permettono a chiunque di fare divulgazione scientifica, informazione, diffondere cultura. La rete, quindi, ci trasforma in consumatori di informazioni, perché consumiamo ciò che navighiamo, però, allo stesso tempo produciamo ciò che navighiamo. C’è questa duplicità di ruolo che in altri fenomeni sociali e mediatici non si è mai verificata».

Il simbolo per eccellenza del digitale in Africa è lo smartphone. Potremmo attribuirgli sia un significato concreto che simbolico?

«Un antropologo inglese, David Miller, dice che in molte culture lo smartphone ha sostituito – o rinnovato – il concetto di casa. Miller ha studiato la diffusione di internet in India e ha visto che lo smartphone unisce il discorso pubblico e privato in un unico strumento. Lo smartphone è un contenitore di ricordi, relazioni, foto, che permette di tenere un contatto con la cerchia degli affetti. Ma è anche strumento di pagamento, facilita i rapporti con la burocrazia, mostra le nostre informazioni – ad esempio quelle medico-sanitarie -, permette di informarci e divertirci.

Attraverso lo smartphone facciamo anche attivismo e partecipiamo alla vita politica, perché abbiamo l’illusione della democrazia partecipativa, che ci viene indotta dai social network. Ovvero, io metto la stellina, il cuoricino, il pollice alto e sostengo una causa, un’idea o un candidato. Questo fenomeno ha il nome di slacktivism, ovvero attivismo da poltrona.

È una realtà ibrida. Dove ibrida significa fatta di tutto ciò che succede nelle strade e nelle piazze, ma anche di ciò che accade negli spazi digitali. Si contaminano a vicenda: non esiste più l’idea del “vivere online” e del “vivere offline”. Esiste il mondo ibrido della realtà aumentata (non in maniera tecnica, ma teorica): quello che succede nel mondo fisico viene aumentato da quello che accade nel mondo digitale.

Ad esempio, se ci si trova a essere testimoni di un fatto, con uno smartphone si può riportare in diretta quello che succede, rendendo questo dispositivo digitale anche uno strumento di difesa di fronte agli abusi della polizia. Nei confronti dell’Ice negli Stati Uniti, infatti, tutti gli attivisti usano lo smartphone come body cam per riportare quello che sta succedendo, ma anche come strumento di sicurezza passiva».

Anche nel corso delle attuali manifestazioni in Africa subsahariana, lo smartphone e i social network sono fondamentali. C’è stata un’evoluzione nel loro utilizzo rispetto a proteste precedenti?

«In questo momento, gli smartphone e soprattutto le piattaforme di social networking giocano un ruolo un po’ più subdolo. Danno l’impressione di dare alle popolazioni uno strumento aperto, libero e democratico, ma in realtà non appartengono alle piazze. Sono piuttosto delle piramidi, in cui la logica del potere è perfettamente definibile e visibile.

Le piattaforme possono decidere come accelerare o decelerare il flusso dell’informazione in una determinata zona e ottenere un effetto visibilità che attiva e mobilita le persone. È successo in Myanmar, con le elezioni negli Stati Uniti, con la guerra in Ucraina e con la situazione palestinese. Sono solo apparentemente uno strumento democratico. In realtà, hanno l’obiettivo del profitto e manipolano le masse: spesso vogliono ricavare guadagni e vantaggio politico, rendendo determinate situazioni il più possibile visibili. Io credo che sia un pericolo della cui portata nemmeno l’Occidente è consapevole. Neanche in Africa esiste questo tipo di consapevolezza.

Queste piattaforme attuano una politica di soft power, ma anche di hard power che sta letteralmente scompaginando equilibri e logiche politiche. Oggi, non sono più il carisma, la proposta di un certo politico o una determinata istanza, il principale fattore di successo della protesta o dell’istanza stessa, ma è la visibilità che la piattaforma decide di dare.

Appunto, durante la Primavera araba – che è stata il primo momento in cui la società globale si è accorta dell’Africa digitale – le piattaforme digitali – Twitter (oggi X), Facebook, Instagram – hanno fatto in modo che gli attivisti in loco entrassero in contatto con quelli negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sviluppando un’agenda comunicativa per uno specifico obiettivo politico. Gli strumenti digitali sono stati controllati politicamente per incendiare le proteste e ottenere la loro efficacia. Poi, però, quando non sono più stati resi disponibili in questo modo, non c’è stata più la primavera, ma l’inverno arabo».

Oltre al controllo sui social media esercitato dalle piattaforme, in molti Paesi africani c’è anche quello degli Stati.

«C’è sempre un accordo tra i politici locali e il Ceo della piattaforma o il rappresentante dell’area territoriale della piattaforma.

Faccio un esempio naturale: in Italia, digitiamo su Google la parola “Tibet” e otteniamo determinati risultati. Andiamo a Pechino o a Shanghai, qui Google non c’è, ma si usa Baidu. Se digitiamo sempre questa parola otteniamo un decimo di quei risultati perché la piattaforma ha fatto un accordo con il governo cinese. Questo fa parte del cosiddetto Great firewall (sistema di censura e sorveglianza interno alla Cina, ndr). Un tipo di protezione che può essere fatto  in qualsiasi altro Paese, Italia compresa.

D’altra parte, molte guerre oggi si combattono sui campi di battaglia, ma anche con l’oscuramento di siti, con la diffusione di informazioni create appositamente per creare odio sociale nei confronti di un determinato gruppo etnico, piuttosto che di una determinata idea politica».

Aurora Guainazzi

Students and activists hold placards and chant slogans during a demonstration demanding an end to police blunders and bring justice to the victims in Dakar on February 21, 2026. Students and pupils organizations, as well as activists, marched in Dakar on Saturday to “demand an end to police blunders and bring justice to the victims,” following the death of a student during a police operation at a university in the capital in early February. Abdoulaye Ba, a second-year medical student, died on February 9 on the campus of Cheikh Anta Diop University (UCAD) during a police operation, after several days of demonstrations and clashes between police and students protesting a reform of scholarship payments and demanding the settlement of arrears. (Photo by PATRICK MEINHARDT / AFP)

Senegal. Riaffermare il valore della democrazia

In Senegal, gli ultimi anni della presidenza di Macky Sall (2012-2024) sono stati scanditi da strade piene di manifestanti, proteste e repressione.

Nel 2021, ci sono state le prime insurrezioni causate dal tentativo di Sall di candidarsi per un terzo mandato, incostituzionale, a cui ha poi rinunciato, decidendo di sostenere un’altra figura del suo partito.

Ma il malcontento alimentato ulteriormente dal tentativo di Sall di violare la Costituzione, serpeggiava già tra la popolazione, soprattutto quella più giovane, a causa delle difficoltà socioeconomiche. Infatti, sebbene durante la presidenza di Sall ci siano stati investimenti sul piano infrastrutturale e lo sviluppo di progetti estrattivi, per il grosso della popolazione non era cambiato nulla. Anzi, erano cresciuti i livelli di povertà, il costo della vita e la disoccupazione.

A catalizzare il diffuso malcontento è stata la figura di Ousmane Sonko, allora sindaco di Ziguinchor (capoluogo della regione meridionale della Casamance). La sua crescente popolarità è diventata sempre più una minaccia per Sall. A tal punto che il presidente uscente ha deciso di impedirgli di partecipare al voto del 2024, accusandolo di diversi reati e sfruttando la norma che impedisce la candidatura a chi sta scontando condanne.

Dopo l’arresto e, ancor più, dopo la condanna di Sonko (avvenuta per «corruzione dei giovani»), i senegalesi hanno riempito le strade delle maggiori città del Paese. Le proteste sono durate settimane, tra la primavera e l’estate del 2023, e sono state represse dalle forze dell’ordine (Amnesty international ha contato almeno 23 morti, di cui tre bambini, 390 feriti e 500 arresti). Internet è stata bloccata e l’accesso ai social network interdetto. Il segnale dell’emittente indipendente Walf Tv e il suo canale YouTube sono stati interrotti.

Poi, alla fine, è tornata la calma. Ma solo apparentemente. Escluso Sonko, il suo partito, il Pastef, ha deciso di candidare il suo delfino, Bassirou Diomaye Faye, che – pur avendo diverse accuse a proprio carico e trovandosi in carcere – non era ancora stato condannato. Il nuovo candidato del Pastef ha rapidamente guadagnato consenso, sulla scia della popolarità di Sonko.

E così, il 3 febbraio 2024, è diventato uno dei giorni più bui della democrazia senegalese: le elezioni previste di lì a qualche giorno sono state posticipate con una decisione unilaterale di Sall. Ancora una volta, il Senegal è insorto. Per giorni, la repressione è stata violenta e le organizzazioni per i diritti umani hanno contato decine di cadaveri.

Ma alla fine, la Corte costituzionale – riaffermando l’indipendenza del potere giudiziario e dando un’immagine di solidità delle istituzioni – ha imposto a Sall di tenere le elezioni entro la scadenza del mandato.

Il voto si è tramutato in una pioggia di consensi per Faye, sancendo il successo dei quattro anni di proteste dei giovani senegalesi, scesi in piazza per difendere le istituzioni democratiche e la libertà di manifestazione del dissenso.

A.G.

A protester aims a rock at a Mozambique soldier as he attempts to disperse protesters as they clash with Mozambican riot police in Maputo on November 27, 2024. Fresh anti-government protests erupted in Mozambique on November 27, 2024 after a police vehicle mowed down a woman at a demonstration in the capital for the opposition leader disputing October elections in a deadly weeks-long standoff.
AFP reporters at the scene said protestors hurled stones at security forces who fired bullets and tear gas as clashes broke out after the woman was struck while standing behind a large banner of opposition leader Venancio Mondlane. (Photo by ALFREDO ZUNIGA / AFP)

Mozambico. Un paese «congelato»

La morte del rapper Azagaia nel 2023 ha fatto nascere un movimento di giovani basato sulle reti sociali. L’aumento della povertà e la nascita di nuovi leader hanno portato alle contestazioni delle elezioni. Ma il regime non è cambiato. Per ora.

Le elezioni di ottobre 2024 in Mozambico sono state vinte da Daniel Chapo, candidato del partito di maggioranza, il Frelimo, al potere dall’indipendenza (1975). I conteggi paralleli però hanno attribuito la vittoria al leader dell’opposizione, Venâncio Mondlane. A quel punto, sono scoppiate proteste in tutto il Paese. Ne abbiamo parlato con Luca Bussotti, sociologo e professore dell’Università tecnica del Mozambico a Maputo, nonché professore visitante presso l’Università Federale di Espírito Santo (Brasile) e con varie esperienze anche in Italia e Portogallo.

Perché le proteste sono scoppiate proprio in quel momento e quanto ha influito la figura di Mondlane?

«Faccio una premessa. In passato, ci sono già state proteste politiche post-elettorali. Nel 1999, la situazione era molto simile: probabilmente il candidato della Renamo (a lungo il principale partito di opposizione, ndr), Afonso Dhlakama, aveva vinto le presidenziali e le proteste sono state represse. Dopo, ci sono stati altri momenti di tensione, come le elezioni del 2014. Poi, arriviamo alle proteste del 2024-2025 che, probabilmente sì, sono le manifestazioni più significative.

Questo perché il Frelimo si è dovuto confrontare con un’opposizione nuova, rappresentata da Mondlane. La morte del rapper Azagaia (noto per le sue posizioni antigovernative, ndr) il 9 marzo del 2023 è stata il punto di svolta perché si è formato un movimento, una rete informale, che inneggiava alle sue parole e ai suoi testi. L’espressione chiave è stata “Potere al popolo” (Povo no poder, in portoghese, nda), tratta da una canzone del 2008 dello stesso Azagaia.

Mondlane ha capito che doveva puntare lì per un risultato elettorale significativo. Quindi è emerso come leader di questo movimento, formato per il 90% da giovani, che usano perfettamente le reti sociali.

Tutto questo – insieme ai dieci anni di disastro del governo di Filipe Nyusi (2014-2024) – ha fatto sì che la marea montasse e dimostrasse effettivamente che le elezioni erano state fraudolente.

Se questo viene associato al desiderio di cambiamento politico emerso alle amministrative del 2023 (dove Mondlane probabilmente aveva vinto come sindaco di Maputo, ma non era passato a causa di brogli), ecco spiegato l’emergere di queste manifestazioni».

A protestare sono stati soprattutto i giovani. Come mai sono stati loro a mobilitarsi più di altri settori della società e perché proprio in questo momento?

«C’è stata una serie di fattori. Innanzitutto, il fatto che i livelli di povertà siano cresciuti: dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica dicono che negli ultimi dieci anni la povertà in Mozambico è aumentata dell’80%. Oggi, circa il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Il secondo elemento sono le politiche dell’Occidente, che è sempre stato complice silente dei brogli del Frelimo, ma allo stesso tempo ha dato borse di studio ai giovani mozambicani perché studiassero all’estero. Questi, conoscendo altri contesti, sono poi tornati in patria con una maggiore coscienza civile. Pur essendo un numero molto piccolo della popolazione totale, sono significativi come massa critica. Senza contare tutti quelli che stanno studiando in Mozambico.

Poi c’è stata l’esplosione delle reti sociali e l’emergere di nuovi leader, come Mondlane».

Mappa con evidenziati i Paesi che hanno visto manifestazioni di piazza negli ultimi due anni.
Gli strumenti digitali sono stati usati per mobilitarsi e diffondere video delle proteste e della repressione. Anche Mondlane se ne è servito per incitare dall’estero la prosecuzione delle manifestazioni. Quanto sono stati centrali?

«Molti partiti “della liberazione” – quelli che hanno condotto le lotte di liberazione contro il dominio coloniale – formalmente hanno adottato un sistema democratico, ma in realtà sono rimasti autoritari, con la mentalità del partito unico. Non riescono a leggere le evoluzioni sociali e non sono in grado di rapportarsi con le nuove opposizioni.

L’uso delle reti sociali causa loro molte difficoltà perché erano abituati ad avere il monopolio di stampa e televisione, salvo alcune reti private. Non hanno gli strumenti per confrontarsi in modo aperto e democratico con questi giovani e i loro leader che sanno usare le reti sociali.

L’unica risposta che hanno è la repressione in piazza, fisica. Oltre alla repressione delle reti sociali, cioè il loro controllo, arrivando a una misura estrema come la sospensione di internet. A dicembre, ad esempio, è stato approvato un provvedimento che autorizza il governo a bloccare internet in caso di problemi di ordine pubblico, lasciando totale arbitrarietà all’esecutivo di chiedere ai vari operatori di interrompere la connessione quando, ad esempio, ci sono manifestazioni.

Le reti sociali da un lato sono una chiave per accentuare la crisi di questi regimi, dall’altro sono un campo di battaglia che si svilupperà ancora di più nei prossimi mesi».

Alla fine, le proteste non hanno ottenuto un cambio di regime. Cosa hanno lasciato tra la popolazione mozambicana?

«Il Mozambico in questo momento è congelato. Non è cambiato il risentimento, ma naturalmente non si possono fare proteste continue. La popolazione sta aspettando il prossimo biennio elettorale 2028-2029. Ma la protesta può esplodere in qualsiasi momento. Se, ad esempio, il governo dovesse andare avanti col processo a Mondlane, lui venisse condannato e poi gli venisse concesso l’indulto (che non gli permetterebbe di correre alle presidenziali del 2029), lo scenario sarà anche peggiore di quello che abbiamo visto finora. È una situazione esplosiva».

Aurora Guainazzi

Hanno firmato il dossier

  • Aurora Guainazzi giornalista, si occupa di Africa subsahariana. La sua attenzione si rivolge in particolare alle dinamiche economiche, sociali e politiche. Ha curato il libro «Il grande gioco delle risorse. I minerali del futuro e la maledizione ecologica», edito Edifir, 2023.
  • A cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
A protester holds a placard during a picket where about 50 Tanzanians living in Cape Town protested against the recent actions by the Tanzanian government during their presidential election, outside the South African Parliament in Cape Town on November 5, 2025. Tanzanian President Samia Suluhu Hassan won the October 29, 2025 poll with 98 percent of the vote, according to the electoral commission, but the opposition has branded the election a “sham”.
A total internet blackout and transport shutdown, in place since protests broke out on election day, have been partially eased, but verifying information out of the east African country remains difficult. (Photo by RODGER BOSCH / AFP)



Nigeria, Le guerre dei poveri

Sommario

Obbligati a difendersi
Come si vive oggi nella regione culla di Boko Haram

Nato a Maiduguri (Nigeria del Nord Est) come setta, diventato un feroce gruppo jihadista, è salito più volte alla ribalta della cronaca, per poi sparire. Ma Boko Haram non è morto, si è trasformato. E la popolazione continua a subire. Reportage.

Nord Est della Nigeria. Il verbo che qui meglio descrive la vita dei fedeli cristiani – ma non solo – non è «vivere», ma «resistere». Resistere al terrorismo jihadista di Boko Haram e Iswap (Islamic state west Africa province, Stato islamico provincia dell’Africa dell’Ovest), che nel 2025 ha intensificato gli attacchi contro civili e forze di sicurezza soprattutto negli Stati di Borno e Yobe, con un’escalation. Tutto documentato da fonti come Acled (organismo indipendente di monitoraggio dei conflitti, acleddata.com) e da rapporti umanitari, con picchi di violenza tra maggio e giugno e collaborazione tra fazioni. Quello passato è stato un anno tra i più violenti, con migliaia di vittime cumulative.

Per raggiungere Maiduguri, nel Nord della Nigeria, partendo da Abuja, si sorvolano centinaia di chi-lometri di terra arida.

Il Sahel nigeriano è un susseguirsi di sabbia e argilla: un territorio già ostile per conformazione naturale, dove l’agricoltura è fragile e la sopravvivenza dipende dall’equilibrio tra clima e sicurezza.

È in questo contesto che, nel 2009, Boko Haram è sceso in guerra (vedi box) e, cacciato da Maiduguri nel 2013, non è mai stato davvero sconfitto. Da allora la guerra ha solo cambiato forma. passando da controllo territoriale a guerriglia asimmetrica. Ci sono poi fazioni come Iswap che hanno adottato una governance più strutturata basata su tasse, giustizia parallela e controllo delle risorse nell’area del lago Ciad.

Lambert John Musa Pulka, Stato di Borno (Nigeria). Civile armato per autodifesa, fotografato con la sua famiglia. Alle spalle, le colline di Gwoza, da dove Boko Haram lancia attacchi contro la città. (Foto Francesco Maviglia)

Da agricoltore a vigilante

Spostandosi verso Sud Est, le strade che conducono alle aree di Gwoza e Pulka sono considerate tra le più pericolose del Paese. Non si viaggia su strade: l’unico modo per arrivarci è l’elicottero. Dal cielo il territorio appare frastagliato: colline, foreste, sentieri invisibili che collegano villaggi isolati. È un paesaggio che favorisce la guerriglia, le imboscate, le fughe rapide.

Atterrando a Pulka, si ha subito la sensazione di entrare in una città desolata. Nello Stato di Borno, a ridosso del confine con il Camerun e all’inizio delle Mandara Mountains, Pulka è una base strategica per l’esercito regolare nigeriano, un nodo cruciale per il controllo dell’area meridionale del Borno e per le operazioni contro i gruppi jihadisti che si muovono tra la foresta di Sambisa e le montagne. Oggi, però, è soprattutto una città rifugio: ospita migliaia di sfollati interni, persone fuggite dai villaggi circostanti dopo attacchi, incendi, rapimenti e recenti offensive, come quelle dell’estate 2025, quando si verificarono assalti notturni con spari respinti dalle forze di sicurezza, lanci di granate e attentati suicidi nelle aree vicine.

Qui la guerra non è un evento eccezionale: è una condizione permanente. I check-point militari scandiscono l’ingresso e l’uscita dalla città. Oltre quei punti, il territorio è incerto. Uscire per coltivare i campi significa esporsi al rischio di un attacco; restare dentro, invece, vuol dire dipendere dagli aiuti umanitari, spesso ritardati – se e quando arrivano – dalla presenza di bombe artigianali lungo le strade, come la Maiduguri-Damboa.

È in questa prigione a cielo aperto che incontriamo Lambert John Musa. Ha 49 anni, proviene dal villaggio di Igadele, a pochi chilometri da qui. Era un agricoltore. Oggi è anche un vigilante armato. «È stata l’insurrezione a costringerci a fuggire», racconta. «Ci hanno attaccati, siamo scappati sulle montagne e poi in Camerun. Siamo rimasti lì più di un anno». La vita da rifugiati, però, non era una soluzione. «In Camerun non c’era lavoro. Nemmeno il lavoro giornaliero. Sopravvivevamo con quello che ci davano».

Stato di Borno, Nigeria. Pattuglia della Civilian Joint Task Force (CJTF) nelle aree agricole alla periferia di Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Con il fucile in spalla

Il ritorno a Pulka sembrava a Lambert una scelta possibile. «Pensavamo che la pace fosse tornata, perché i soldati erano ovunque». Ma la sicurezza era solo apparente. «Da quando siamo tornati, nessuno può uscire dalla città. Se lo fai, ti uccidono. Molte persone sono state uccise».

È in questo contesto che nasce la decisione di armarsi. «Quando siamo tornati e hanno ricominciato a uccidere la nostra gente, abbiamo deciso di prendere le armi. Noi uomini abbiamo formato un gruppo di vigilantes per proteggere le nostre famiglie». Lambert racconta di aver comprato il fucile con denaro guadagnato svolgendo i lavori più umili: scavare latrine, tagliare legna, occupazioni occasionali. «Se dieci persone vanno nei campi, quattro o cinque hanno un’arma. Io mi metto sulla collina a controllare. Se si avvicinano, sparo».

Non c’è eroismo nelle sue parole, ma solo necessità. «Mio fratello minore è stato ucciso insieme ad altri membri del gruppo. All’epoca non avevo un’arma».

Oggi Lambert vive con la consapevolezza che ogni giornata nei campi è una scommessa. «Se mi trovo faccia a faccia con uno di Boko Haram e lui ha un’arma, combatto per ucciderlo. Perché altrimenti sarà lui a uccidere me».

Armarsi per proteggersi

Accanto ai vigilantes civili opera la Civilian joint task force (Cjtf), una milizia nata dal basso che collabora con l’esercito. Ali Garba ne fa parte e racconta che tutto è iniziato in una notte: «Eravamo al centro sportivo, guardavamo una partita di calcio. A un certo punto Boko Haram ha iniziato a sparare. Pensavamo fosse uno scherzo». Non lo era. «Ci hanno detto che da quel giorno guardare il calcio era proibito».

Per Ali, quello è stato il momento in cui la guerra è entrata definitivamente nella sua vita quotidiana. «Avevano armi che prima avevo visto solo addosso ai soldati. Ci davano ordini». All’inizio gli attacchi colpivano polizia ed esercito, poi anche i leader locali. «Quando abbiamo visto i corpi dei nostri ragazzi uccisi, ho pianto. Da quel momento non abbiamo più avuto paura». La Cjtf è nata così: come risposta comunitaria all’assenza di sicurezza. «Se ci attaccano, li uccidiamo. È vendetta, sì. Ma è anche sopravvivenza».

La Cjtf, con migliaia di membri attivi in Borno e Yobe, ha subito centinaia di perdite negli anni. Compie operazioni congiunte, come imboscate a Gwoza e Pulka, neutralizzando terroristi e recuperando armi, ma è anche accusata di abusi.

A Pulka la linea tra civile e combattente è sottile, spesso invisibile. I contadini diventano sentinelle, i villaggi si organizzano in turni di guardia, la notte è il momento più temuto. «Arrivano dai sentieri tra gli alberi», dice Ali. «Se non trovano resistenza, entrano».

Guja Shtima Pulka, Stato di Borno (Nigeria). Musulmano. Arrestato dall’esercito e scambiato per un terrorista; ha perso entrambe le mani per necrosi dovuta al fermo. (Foto Francesco Maviglia)

Rischio calcolato?

A Pulka coltivare la terra è un’attività con rischio calcolato. I campi non sono lontani, ma basta superare il perimetro della città per entrare in una zona grigia, dove la presenza dello Stato si fa intermittente e quella dei gruppi armati resta costante. «Per lavorare, devi uscire dalla città», racconta Abubakar Musa. «E quando sei fuori, sai che possono arrivare in qualsiasi momento. Non sai quando, ma sai che succederà».

Abubakar ha 34 anni, appartiene alla tribù Mandara e vive a Pulka con ciò che resta della sua famiglia. Due anni fa era nei campi con altri agricoltori: stavano preparando la terra per la semina quando Boko Haram ha attaccato. «Eravamo in venti. Alcuni di noi avevano armi rudimentali. Loro avevano fucili automatici». L’assalto è arrivato all’improvviso, da più direzioni. «Alcuni sono stati colpiti subito. Altri hanno cercato di scappare. Io sono stato colpito alla mano».

Ferito gravemente, Abubakar è stato soccorso dalla Cjtf e portato a Maiduguri. «Hanno tolto il proiettile, ma la mano era distrutta. Hanno dovuto amputarla». Oggi mostra il moncone, ma il trauma non è solo fisico. «La mia sfida adesso è il lavoro. Anche se vado ancora nei campi, non posso coltivare come prima». In una regione dove la sopravvivenza dipende dalla forza delle braccia, perdere un arto significa perdere autonomia. «Se qualcuno ti aiuta oggi, non sai se domani potrà farlo ancora. È meglio lavorare da soli, ma io non posso più».

La fame si diffonde

A Pulka la fame è una conseguenza diretta dell’insicurezza. Quando gli attacchi aumentano, i campi restano incolti. Se i contadini non possono uscire, le scorte finiscono. «Qui mangiamo quello che ab-biamo cucinato il giorno prima», dice Abubakar. Riso, fagioli, a volte pasta. Gli aiuti arrivano a intermittenza, spesso insufficienti. La guerra non uccide solo con le armi: uccide lentamente, privando le comunità dei mezzi per nutrirsi, con milioni di bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta grave nei Bay (sigla che indica gli stati di Borno, Adamawa, Yobe, nel Nord Est della Nigeria).

Molti, come Lambert, hanno scelto di armarsi. Non per ideologia, ma per necessità. La difesa è collettiva, improvvisata, fragile. Le armi sono spesso vecchi fucili a colpo singolo. «Quando spari poi devi ricaricare», racconta Abubakar. «Loro no». È una disparità che definisce il conflitto quotidiano: chi lavora la terra contro chi controlla le armi e i sentieri. A rendere ancora più complesso il quadro è l’evoluzione dei gruppi jihadisti. Boko Haram non è più un’entità monolitica, ma una costellazione di fazioni che si muovono tra foreste, montagne e confini porosi. Le Mandara Mountains, che circondano Pulka, offrono rifugi naturali, passaggi invisibili, possibilità di infiltrazione verso il Camerun. La città resta formalmente sotto controllo governativo, ma è vulnerabile. Gli attacchi ai check point, le imboscate, gli attentati suicidi, ricordano che la linea del fronte è mobile e che, con la ripresa degli scontri nel 2026, la violenza rischia di estendersi ulteriormente nel bacino del lago Ciad, minacciando non solo la Nigeria ma l’intera regione.

Sopravvivere, dunque, significa destreggiarsi tra difficoltà continue. Difficoltà che emergono anche dai numeri: le proiezioni del Cadre harmonisé/Ipc (Integrated food security phase classification è una scala globale di indicatori di sicurezza alimentare, creata da una piattaforma di Ong internazionali, ipcinfo.org, ndr) indicano circa 30,6 milioni di persone in Nigeria in fase 3, o peggiore, di insicurezza alimentare acuta durante la stagione secca tra giugno e agosto 2025 (con un leggero calo rispetto al 2024, ma ancora a livelli altissimi). Nei Bay fino a 4,6-5,1 milioni di persone sono colpite nel periodo di picco. Non è secondario, in questo scenario, il cambiamento climatico: le inondazioni del 2025 hanno interessato centinaia di migliaia di persone (con picchi gravi, come a Mokwa, nello Stato del Niger, nel centro Ovest della Nigeria, dove si contano oltre 150 morti e migliaia di case distrutte), mentre la siccità e la riduzione del lago Ciad favoriscono la mobilità jihadista attraverso isole e paludi.

Civilian Joint Task Force (CJTF) Pattuglia civile di autodifesa attiva nelle aree agricole di Maiduguri per proteggere i civili dagli attacchi di Boko Haram.
(Foto Francesco Maviglia)

Terroristi e sfollati

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’abbandono da parte dello Stato. Oltre 1,7 milioni di sfollati interni restano concentrati in Borno (su un totale di circa 2,3-2,5 milioni nel Nord Est), molti in campi sovraffollati o in villaggi esposti a nuove ondate di violenza, le quali causano chiusure forzate di campi di sfollati che spingono migliaia di persone verso aree insicure.

Nel frattempo, neppure gli attentati suicidi sembrano venire meno: il 25 dicembre 2025, in una moschea di Maiduguri (Al-Adum Jumaat Mosque, vicino al mercato di Gamboru), un attacco ha causato cinque morti e trentacinque feriti durante la preghiera serale.

In questo contesto, resistere significa anche sottrarsi al reclutamento dei terroristi, soprattutto per giovani disoccupati, colpiti dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, attratti da gruppi che offrono «protezione» o guadagni illeciti attraverso estorsioni e contrabbando.

L’attenzione internazionale, però, resta marginale: i fondi umanitari, ridotti nel 2025, hanno limitato gli aiuti, mentre la crisi del lago Ciad si intreccia con l’instabilità regionale nel Sahel e nel Corno d’Africa. Il rischio, forse inevitabile per chi vive in tali circostanze, è la normalizzazione della violenza: attacchi quasi quotidiani contro check-point, villaggi e convogli umanitari rendono impossibile una vita ordinaria. Nel frattempo, la fame uccide più lentamente delle pallottole, ma con la stessa ineluttabilità.

Francesco Maviglia

Modern International Market, Makurdi, Stato del Benue (Nigeria). Campo per sfollati interni/ famiglie costrette a vivere in strutture improvvisate dopo le violenze nelle aree rurali del Benue. (Foto Francesco Maviglia)

(Quasi) Senza speranza
«Middle belt»: conflitti tra allevatori e agricoltori, ma non solo

La desertificazione avanza verso Sud e vi porta le mandrie degli allevatori. Gli agricoltori non ci stanno, ma bande armate attaccano i loro villaggi, distruggono e uccidono. Mentre lo Stato resta assente, i campi di sfollati si riempiono.

Nella Nigeria centrale, la violenza non indossa la maschera uniforme del jihadismo settentrionale, con i suoi proclami ideologici e gli attentati rivendicati. Qui il conflitto è più silenzioso, radicato nella terra stessa, nelle stagioni agricole, nei cicli di siccità e pioggia che da sempre regolano la vita.

Siamo nella Middle belt, quella larga cintura di transizione che taglia orizzontalmente il Paese, separando il Nord arido e prevalentemente musulmano dal Sud più umido, cristiano e animista. Una zona di confine ecologico e culturale dove, per generazioni, agricoltori sedentari – soprattutto di etnia Tiv e cristiani – e pastori nomadi Fulani (anche chiamati Peul, ndr) hanno condiviso spazi in un equilibrio precario. I Fulani portavano le mandrie nelle pianure durante la stagione secca, lasciando fertilizzante naturale in cambio di accesso all’acqua e ai pascoli; gli agricoltori offrivano cereali e tuberi in baratto. Quel patto informale, tramandato oralmente, si è incrinato da decenni ed è oggi definitivamente spezzato.

Crisi umanitaria

Nello Stato di Benue (centro Est), il cuore agricolo della nazione, questa rottura ha assunto i contorni di una crisi umanitaria sistematica. Le comunità locali parlano di un massacro mirato contro le popolazioni cristiane sedentarie, condotto da gruppi armati di pastori fulani che operano con tattiche sempre più organizzate: incursioni notturne coordinate, uso di fucili automatici e machete, taniche di carburante per incendi deliberati.

Non è un semplice scontro tra stili di vita pastorale e agricolo, come viene spesso ridotto nei resoconti internazionali, è una contesa feroce per il controllo dello spazio rurale in un’epoca di risorse sempre più scarse.

La desertificazione avanza inesorabile dal Sahel: il lago Ciad si è ridotto di oltre il 90 per cento dagli anni Sessanta, i fiumi si prosciugano prima del previsto, le piogge diventano imprevedibili e concentrate in alluvioni brevi e violente. Le mandrie dei Fulani, spinte dalla fame di erba verde, scendono sempre più a Sud, invadendo terre già coltivate. Gli agricoltori rispondono erigendo recinti di spine o difendendo i campi con ciò che hanno. I pastori, spesso armati da reti criminali opache o gruppi più strutturati, rispondono con violenza sproporzionata. L’assenza quasi totale dello Stato – poche pattuglie, indagini inesistenti, impunità diffusa – trasforma ogni incidente in un ciclo di rappresaglie che si autoalimenta.

Modern International Market, Makurdi, Stato del Benue (Nigeria). Campo per sfollati interni (IDP) che ospita principalmente le famiglie fuggite da Yelwata dopo l’attacco armato del giugno 2025. (Foto Francesco Maviglia)

Campi incolti, sfollati e fame

Makurdi, la capitale del Benue, è diventata il riflesso più visibile di questa deriva. Un tempo città di mercati colorati, con il fiume Benue che scorreva placido portando barche cariche di igname (tubero simile alla patata dolce, ndr) e mais verso Sud, oggi è un gigantesco punto di raccolta per sfollati.

Decine di migliaia di persone – stime locali parlano di oltre 200mila in tutto lo Stato – hanno abbandonato i villaggi dove sono nati dopo aver perso case, raccolti e familiari.

Il Modern international market, che fino a pochi anni fa era il cuore pulsante del commercio locale – bancarelle stracolme di spezie, ortaggi freschi, tessuti colorati, moto taxi che sfrecciavano tra la folla – si è trasformato nel più grande campo profughi improvvisato della città. Le vecchie strutture di legno sono state smontate per costruire abitazioni con tetti di lamiera arrugginita; stuoie sottili, spesso bucate, coprono pavimenti di cemento grezzo pieni di crepe dove l’acqua piovana ristagna per giorni. Di giorno il calore è soffocante, l’aria tremola sopra il metallo rovente; di notte l’umidità penetra nelle ossa e il freddo improvviso fa battere i denti.

Le donne cucinano quel poco che resta: farina di mais diluita in acqua per preparare una polenta grigia e insipida, foglie di cassava bollite fino a diventare molli, a volte un pugno di arachidi o fagioli se sono arrivati aiuti umanitari.

«Qui non si vive, si sopravvive», ripete una donna sulla quarantina al nostro arrivo. Accanto a lei, bambini scalzi di quattro o cinque anni raccolgono acqua piovana da pozzanghere fangose con secchi bucati e taniche tagliate a metà. «Non abbiamo acqua potabile. Quando piove beviamo quello che cade dal cielo. Quando non piove, aspettiamo ore in fila per un secchio».

I servizi igienici sono sempre più scarsi: malaria, dissenteria, infezioni cutanee e malattie respiratorie circolano come epidemie silenziose. Le vaccinazioni arrivano a singhiozzo, portate da convogli che a volte non riescono a passare per strade bloccate o insicure.

Il Benue deve il suo soprannome storico – Food basket of the nation (cesto del cibo della nazione) – alla fertilità straordinaria delle sue pianure alluvionali, nutrite dal fiume Benue e dai suoi numerosi affluenti. Fino a una decina di anni fa la stagione delle piogge, tra maggio e ottobre, trasfor- mava il paesaggio in un mare verde: mais alto, igname che pesava 20-30 chili a tubero, campi di soia che ondeggiavano al vento, sesamo e riso che maturavano sotto il sole. I camion partivano carichi ogni settimana verso Abuja, Lagos, Port Harcourt; i mercati si riempivano di prodotti freschi; le famiglie risparmiavano per mandare i figli a scuola o comprare una moto.

Oggi quei campi sono fantasmi: erbacce alte un metro invadono i solchi un tempo perfetti, trattori abbandonati arrugginiscono ai margini delle strade sterrate, pompe per l’irrigazione sono state rubate o distrutte negli attacchi, sementi immagazzinate marciscono dopo gli incendi.

La fame non arriva da un cielo avaro o da una siccità prolungata: arriva dalla paura. Uscire per seminare significa rischiare un’imboscata; restare significa consumare le ultime scorte familiari fino a ridursi a un pasto al giorno, o meno, spesso solo acqua zuccherata o foglie amare.

Teryila Yelwata, Stato del Benue (Nigeria). Sopravvissuto con gravi ustioni alla schiena. Durante l’attacco del giugno 2025 ha perso tutta la sua famiglia, uccisa nell’incendio della loro abitazione. (Foto Francesco Maviglia)

Quella notte a Yelwata

L’attacco più tragico degli ultimi tempi è avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2025 a Yelwata, nella contea di Guma. Pioveva a dirotto, il cielo era nero pesto, i tuoni rotolavano lontani coprendo i primi rumori. Verso le 22,30 il villaggio è stato circondato da terroristi. Spari da più direzioni, grida strazianti. Le case – strutture semplici di fango intonacato, paglia intrecciata e tetti di lamiera – sono state incendiate una dopo l’altra con taniche di carburante. L’assalto è durato ore: il tempo sufficiente per radere al suolo interi compound familiari, bruciare vive intere famiglie, sgozzare chi tentava di fuggire nel buio. Al mattino il bilancio oscillava tra qualche decina a oltre cento morti, a seconda delle fonti. I corpi, molti carbonizzati o mutilati oltre il riconoscibile, sono stati sepolti in fretta in fosse comuni scavate dagli stessi sopravvissuti, per evitare epidemie in un’area già priva di acqua pulita e servizi sanitari.

Ama Aondoaver, 53 anni, contadino sfollato, ha perso la figlia Lydia e due dei suoi nipoti in quell’inferno. «Pioveva forte quella notte. Da quando sono iniziati gli attacchi, gli uomini della sicu-rezza consigliavano di dormire tutti insieme in un unico posto, così da poter intervenire più rapidamente se fosse successo qualcosa. Per questo molte persone si erano radunate nella zona del mercato», racconta con voce bassa, lo sguardo perso nel vuoto.

Lydia era lì con i suoi tre figli: Iwuese, Terdoo e il piccolo Aondosoo, di appena dodici mesi. «È uscita di corsa con Aondosoo in braccio e Iwuese al seguito. Appena fuori ha incontrato gli uomini armati: l’hanno colpita con un machete e l’hanno massacrata. Iwuese ha provato a scappare: l’hanno colpita con un’arma da fuoco e poi l’hanno finita. Terdoo è morto bruciato: hanno versato carburante sulla casa e hanno appiccato il fuoco, lasciandolo dentro». Aondosoo, ferito con il machete, è caduto con la madre; gli aggressori lo hanno creduto morto. È sopravvissuto perché il suo pianto ha attirato l’attenzione di un uomo la mattina dopo.

Ama ha saputo della strage il giorno seguente. «Persone che mi conoscevano hanno iniziato a chiamarmi. Ho provato a contattare mia figlia ma il telefono non prendeva. La sorella più giovane di mia moglie vive anche lei a Yelwata: quando l’ho chiamata mi ha raccontato cosa era successo e che il bambino era vivo». Una foto circolata sui social ha confermato tutto: Aondosoo, bendato in ospedale. «Ho sentito alla radio che erano al campo di sfollati dell’international market. Sono andato lì ma non li ho trovati subito. Più tardi mia figlia mi ha mostrato l’immagine: ho riconosciuto il nome di Lydia e dei bambini uccisi. Era già notte, ma io e mia moglie siamo corsi in ospedale». I medici lo hanno curato; le ossa non erano compromesse. «Da allora vivo con il trauma. Non riesco a stare seduto da solo: se resto solo, la testa torna a quella notte. Non sono più tornato a lavorare nei campi. Il governo non è venuto a vedere come stiamo. Io non ho la forza per affrontarli: ho affidato tutto a Dio. La mia richiesta è semplice: ho bisogno di aiuto per crescere questo bambino».

Padre Patrick Pigeon Sacerdote cattolico, St. Michael’s Catholic Church – Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Storia di Teryila

Teryila Asuuh porta sulla schiena cicatrici profonde da ustioni di terzo grado, ancora fresche e doloranti sotto la camicia logora. «Eravamo nella stanza, di notte, quando gli uomini armati sono entrati. Hanno versato carburante sulla casa e hanno dato fuoco. Io però, in quel momento, ero già riuscito a salire sul tetto», racconta. Nella stanza c’erano circa dodici persone. «Mia moglie Dooseh, mio figlio Aseerh di otto mesi e altri parenti. Sono bruciati». Nel tentativo di salvarli si è ustionato gravemente. «Ho provato a salvare mia moglie e mio figlio. Nel farlo mi sono bruciato la schiena, ma quando il fuoco è diventato insopportabile ho dovuto mollare. Ricordo la voce di mia moglie che mi chiamava e mi diceva che stavano bruciando lei e il bambino. La stanza era piena di fumo: non riuscivo a vederli». Oggi ripete con una calma rassegnata: «Non cerco vendetta. Affido a Dio la mia battaglia».

Terkula Aondowase James, 23 anni, ha una cicatrice fresca di machete sulla testa e un proiettile ancora conficcato nel braccio. «Sono riuscito a evitare il primo che mi veniva addosso, ma quello dietro di me mi ha colpito alla testa con un machete. Ho continuato a correre e allora hanno iniziato a sparare: un colpo mi ha preso al braccio, mentre la testa sanguinava per il taglio. Solo dopo tutto questo sono riuscito a scappare», spiega.

In ospedale il dolore fisico si è intrecciato a quello emotivo. «Quando sono arrivato alla stazione di polizia mi hanno detto che mio fratello era stato trovato morto a terra. Ogni volta che ripenso a mio fratello morto mi sento male: non riesco a mangiare». Ora la fame è concreta e quotidiana. «Da allora, non poter andare a coltivare mi sta distruggendo: abbiamo mangiato quello che restava nelle scorte e, quando finirà, non avremo più cibo».

Elaja descrive l’assedio con una precisione quasi meccanica, come se rivivesse ogni secondo. «La notte del 13 giugno 2025, tra le 22,40 e le 23,00, mentre stavamo dormendo, ho sentito uno sparo fuori casa. All’inizio non capivo da dove venisse. Stavo per aprire la porta, ma gli spari arrivavano da ogni lato: l’intera città era circondata. Non potevo uscire dalla stanza. Sono rimasto dentro. Poco dopo ho sentito delle persone scappare dal mio compound. Ho deciso di restare: fuori sparavano colpi ovunque. Gli assalitori si muovevano nel cortile di casa. Aveva smesso di piovere e subito dopo è ricominciata la sparatoria. Cercavano di forzare una stanza. Il tetto ha preso fuoco».

Gli spari sono durati fino all’una e mezza. Uscendo ha trovato il fratello ferito a colpi di machete. «Stava sanguinando, era ancora vivo. Ho cercato di portarlo in ospedale, ma è morto prima». Lo zio, la moglie e i tre figli sono stati uccisi in un magazzino. «Ho visto più di cinquanta, forse più di cento persone morte nello stesso posto. Alcune erano bruciate al punto da essere irriconoscibili». La polizia ha reagito uccidendo due assalitori, ma non è bastato. «Crediamo siano stati i pastori fulani. Il motivo è la terra: oggi non possiamo più accedere alle nostre terre, ma loro continuano a pascolare lì». Vivono nella paura costante. «Ci sono accampamenti molto vicini, a meno di un chilometro. Gli attacchi possono ripetersi in qualsiasi momento».

Elaja non cerca vendetta. «Anche se dormo con un machete accanto, so che contro le armi da fuoco non posso fare nulla. Mi sento impotente».

Spezzato dalle guerre

La Nigeria del 2025 è un Paese spezzato da guerre diverse che, pur non toccandosi geograficamente, convergono tutte sulla stessa tragedia finale: la fame di massa. Le Nazioni Unite stimano oltre 30 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con picchi gravi proprio in regioni come la Middle belt. Non si tratta di una carestia causata solo dal clima: è un disastro provocato dall’uomo. La violenza blocca la semina, la raccolta, i mercati, i trasporti. Dove i contadini non possono uscire dai villaggi per paura, i campi restano incolti. Dove le famiglie fuggono di notte con ciò che riescono a portare, perdono casa, attrezzi, sementi, bestiame, futuro.

A Yelwata le notti restano segnate dal terrore del fuoco e degli spari improvvisi. Nei villaggi abban-donati l’erba alta invade i sentieri un tempo battuti da carretti e bambini. Resistere, per chi resta o per chi è sfollato, significa continuare a pregare nelle chiese mezze distrutte, piantare semi di nascosto quando possibile, crescere orfani in baracche di lamiera sotto la pioggia. È una resistenza muta e ostinata, fatta di fede profonda, memoria dolorosa e rifiuto categorico di arrendersi del tutto. Perché qui – nel Benue come in troppe altre parti della Nigeria – essere contadino, cristiano o semplicemente un civile significa vivere ogni giorno sospeso in bilico tra la vita e l’annientamento.

Francesco Maviglia

Padre Patrick Pigeon Sacerdote cattolico, St. Michael’s Catholic Church – Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Da Boko Haram e Iswap
La guerra cambia volto

«Questa chiesa è stata bruciata più volte. Ricostruita, poi bruciata di nuovo». Padre Patrick Pigeon indica le mura della St. Michael’s catholic church di Maiduguri. Qui la violenza non è cominciata con Boko Haram. «Gli attacchi sono iniziati prima, nel 2006, durante le proteste per le vignette danesi su Maometto. Dovevano essere manifestazioni pacifiche. Diventarono massacri: un prete bruciato vivo, interi quartieri dati alle fiamme».

A poche centinaia di metri dalla chiesa viveva Mohammed Yusuf, il predicatore fondatore della setta islamica Boko Haram nel 2002 (cfr. MC ottobre 2016, MC novembre 2012). «Aveva una moschea che attirava centinaia di giovani», ricorda il sacerdote. «All’inizio non sembrava un gruppo armato. Era un movimento religioso, con ambizioni politiche. Poi tutto è cambiato».

Dalla rivolta urbana alla guerriglia

Boko Haram nasce nei primi anni Duemila come fenomeno urbano, radicato nei quartieri poveri di Maiduguri. Cresce su frustrazione sociale, disoccupazione giovanile, radicalizzazione religiosa e strumentalizzazione politica. «Venivano usati come forza di pressione», racconta Patrick, «un politico in particolare li ha trattati come alleati».

Nei racconti locali ritorna il nome di Ali Modu Sheriff, che sarebbe diventato governatore del Borno dal 2003 al 2011. «Faceva promesse, li coinvolgeva. Quando è diventato governatore, il rapporto è cambiato: non erano più partner, ma un problema».

Con il venir meno delle promesse e con l’uso repressivo della forza, il conflitto esplode. Nel 2009, dopo la rivolta armata e l’uccisione extragiudiziale di Mohammed Yusuf, Boko Haram si trasforma in un’insurrezione jihadista. «Da quel momento», dice Patrick, «chiunque fosse identificato come cristia-no o come membro delle forze di sicurezza era condannato. Se non scappavi, eri morto».

La repressione militare non distrugge il gruppo, lo spinge fuori dalla città. Tra il 2011 e il 2014 Boko Haram conquista territori vastissimi, occupa Gwoza, Bama, Dikwa, Banki e proclama un proprio «Stato islamico». È la fase della violenza di massa: attentati suicidi, rapimenti, stragi. Il sequestro di massa delle studentesse di Chibok, nel 2014, diventa il simbolo di quell’orrore.

La frattura: nasce Iswap

La risposta militare regionale e la pressione internazionale riducono il controllo territoriale, ma aprono una nuova fase. Nel 2016 Boko Haram si spacca. Da una parte resta la fazione storica, «Jas», guidata da Abubakar Shekau, sempre più brutale verso i civili. Dall’altra nasce Iswap, affiliata allo Stato Islamico e guidata da Abu Musab al-Barnawi.

La morte di Shekau nel 2021 segna uno spartiacque. Iswap assorbe combattenti, armi e territori. Cambia lo stile della guerra: meno caos, più disciplina; meno stragi indiscriminate, più controllo. Im-pone tasse, regola i movimenti, punisce chi collabora con l’esercito o disobbedisce ai suoi ordini. «È una violenza più fredda», spiega Patrick, «ma non meno efficace».

La rinascita silenziosa

Dopo anni di apparente declino, tra il 2024 e il 2025 Iswap torna a crescere rapidamente. Gli attacchi aumentano nel Nord Est e nel bacino del lago Ciad: oltre 300 azioni armate in un solo anno, più di 500 civili uccisi.

Nel primo semestre del 2025 Iswap riesce a soverchiare almeno sedici basi militari – tra Pulka, Marte, Rann, Buni Gari, Goniri -, in alcuni casi vere e proprie brigate fortificate. «Non è la coda di un cavallo morente», ammettono anche fonti militari. È una nuova offensiva.

Iswap ha riorganizzato la propria struttura in province (Wilayat), distretti e comandi. Ha riconquistato la foresta di Sambisa, trasformandola da rifugio caotico in hub logistico. Da lì colpisce Adamawa, Yobe e oltreconfine (Camerun, Ciad), riattivando una mobilità transfrontaliera che era sembrata ridursi.

La guerra è cambiata anche sul piano tecnologico. Iswap utilizza droni armati, visori notturni, ordigni sofisticati e veicoli esplosivi suicidi contro le basi militari. Dopo i raid aerei, i jihadisti recuperano or-digni inesplosi per riutilizzarli.

Secondo ex combattenti, nell’area del lago Ciad operano istruttori stranieri legati all’Isis, provenienti dal Nord Africa. Addestrano unità scelte – talvolta composte anche da minori – e curano la propaganda. Iswap non combatte isolata: è parte di una rete globale che fornisce fondi, knowhow e legittimità ideologica.

Una guerra che non finisce

La fazione storica di Boko Haram non è scomparsa. Sotto Bakura Doro (noto anche come Ibrahim Bakura Doro o Abu Umaimata), Jas mantiene sacche di controllo nelle isole del lago Ciad e nelle Mandara Mountains. Il suo status resta incerto dopo un bombardamento aereo nigeriano nell’agosto 2025, annunciato come letale ma mai confermato da fonti indipendenti. Le due fazioni si combattono, si fermano, si riorganizzano. Quando smettono di combattersi tra loro, tornano a colpire lo Stato.

Il panorama jihadista, però, è ancora più frammentato. Accanto a Iswap e Jas operano gruppi minori che estendono la violenza oltre il Nord Est: Ansaru, Lakurawa, Mahmudawa. Entità ibride, spesso intrecciate con banditismo e reti saheliane, sfruttano confini porosi e crisi locali. È un ecosistema resiliente, capace di rigenerarsi.

«Non è una guerra convenzionale», conclude padre Patrick. «Non vedi il nemico arrivare. Ti dicono che è una protesta pacifica e diventa un massacro. Qui la violenza non annuncia mai se stessa».

A Maiduguri come a Pulka, la guerra non è finita. Ha solo imparato a durare.

F.M.

Yelwata, Stato del Benue, Nigeria. Resti di abitazioni distrutte dopo l’attacco armato che ha colpito la comunità nel giugno 2025. (Foto Francesco Maviglia)

La Nigeria in cifre

  • Superficie: 923.768 km2 (3 volte l’Italia)
  • Popolazione: 233 milioni (Banca mondiale, 2024)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 164/192, livello medio (2024)
  • Pil: 252,26 miliardi di dollari (Banca mondiale, 2024)
  • Pil procapite annuo: 1.084 dollari (2024)
  • Crescita annua del Pil: +4,1% (2024)
  • Aspettativa di vita: 54,4 anni (Hdr 2023)
  • Alfabetizzazione: 69,2% (maschi), 49,7% (femmine)
  • Accesso alla rete elettrica: 61,2%
  • Uso individuale di internet: 39%
Wilfred Chikpa Anagbe Vescovo di Makurdi Diocesi di Makurdi, Stato di Benue. (Foto Francesco Maviglia)

La fede che resiste
Parlano i vescovi delle zone in conflitto

In un contesto di crudeltà, la Chiesa assume un ruolo importante. Accoglie gli sfollati, aiuta le famiglie delle vittime e dei rapiti. Ma c’è anche la denuncia di un sistema che non si oppone. E di una guerra non contro i cristiani ma «contro la Nigeria».

Nella Nigeria di oggi, la Chiesa cattolica trascende il suo ruolo di istituzione spirituale per diventare un baluardo contro il caos, un rifugio per i disperati e una voce profetica che sfida l’ingiustizia.

Mentre il Nord Est resiste al jihadismo di Boko Haram e Iswap, e la Middle belt sanguina per i conflitti tra pastori fulani e agricoltori, vescovi e sacerdoti si trovano sul crinale tra fede e una realtà brutale. Non si limitano a predicare dal pulpito, vivono la croce quotidiana. Sono loro che, dopo un massacro, contano i corpi tra le macerie, comunicano ai media locali i nomi delle vittime, e cercano spazi di riparo per gli sfollati, operando spesso con risorse minime.

Affrontano rapimenti, minacce e la distruzione di intere comunità. La loro visione non è astratta: è radicata nella sofferenza di un popolo per il quale la fede cristiana è spesso sinonimo di vulnerabilità. Eppure, da questa stessa sofferenza, sorge una chiamata ineludibile alla verità, alla giustizia e a un futuro possibile, anche quando l’oscurità sembra avere la meglio.

Makurdi, la denuncia

Makurdi, capitale dello Stato di Benue, è più di un semplice epicentro di sfollati e fame. È la sede della diocesi guidata dal vescovo Wilfred Chikpa Anagbe, uomo nativo di questa terra martoriata. La sua residenza episcopale, un edificio modesto circondato da giardini resi polverosi dalla siccità, è un faro per migliaia di fedeli. Tra le sue pareti, adornate di croci di legno e foto sbiadite di missionari, monsignor Anagbe ascolta, confessa e coordina gli aiuti. La sua missione, tuttavia, va oltre: è un’accusa incessante contro un sistema che, a suo dire, alimenta la violenza.

«Io non ho mai cercato di diventare vescovo», racconta, la voce calma ma ferma, dietro una scrivania sommersa da rapporti sugli ultimi attacchi. «Sono nato qui, conosco questa terra e la sua gente. Quando sono stato nominato, ho accettato per quella che credo essere la volontà di Dio. Ed è proprio perché vengo da qui che non posso tacere».

Le sue parole riecheggiano le tragedie come quella di Yelwata, che descrive con precisione dolorosa: case cosparse di benzina e date alle fiamme, corpi bruciati vivi, un massacro protrattosi per ore senza nessun intervento delle forze di sicurezza.

«Quello che sta accadendo non è un semplice conflitto tra pastori e agricoltori. Non è una questione di cambiamento climatico. Questa è una narrazione falsa», afferma. «Qui c’è un progetto preciso, ideologico, che mira alla conquista del territorio e alla cancellazione delle comunità locali».

Monsignor Anagbe risale alle radici storiche della situazione attuale, citando la «Dichiarazione di Abuja» del 1989, quando gruppi islamisti annunciarono l’intento di islamizzare la Nigeria. Boko Haram, nato in quell’humus, non è stato sconfitto, afferma: si è solo mutato, infiltrandosi in altre forme di violenza. Nel Benue a maggioranza cristiana, gli attacchi seguono uno schema preciso: occupazione di villaggi, cambio di nomi, espulsione di popolazioni. «Dal 2018 al 2025, nella mia diocesi ho perso diciannove parrocchie. Interi territori sono stati svuotati. I sacerdoti non possono più raggiungere i fedeli. La gente vive nei campi per sfollati, senza sicurezza e senza futuro».

Ogni notte, il telefono porta notizie di nuove morti. La sua critica al Governo è senza mezzi termini: «Il Governo non è solo impreparato. Sta aiutando e favorendo queste persone. Può sembrare una parola dura, ma è la verità. Se lo Stato volesse fermare questa violenza, potrebbe farlo. In una settimana questa situazione potrebbe finire».

Le minacce non lo piegano. «Molti mi hanno consigliato di tacere, di andarmene. Ma io credo che tacere significhi morire due volte. Ho scelto di parlare. Se questo significa essere minacciato, lo accetto. La porpora che indosso è anche un segno di disponibilità al martirio». La sua visione è chiara: il terrorismo può essere fermato, ma manca la volontà politica. Nel frattempo, la Chiesa offre ciò che può: cibo, scuole improvvisate dentro i campi per sfollati, sostegno per i traumi.

Cattedrale di St. Mary’s Catholic, Maiduguri, Stato di Borno. La scritta “Per i martiri di Maiduguri” campeggia sul soffitto della chiesa, dedicata alle vittime della violenza jihadista. (Foto Francesco Maviglia)

Sokoto, tra i musulmani

A centinaia di chilometri di distanza, nel Nord Ovest, un’altra figura incarna una resistenza diversa ma complementare: monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, antica sede del Califfato. In un ambiente a forte maggioranza musulmana, la sua voce è minoritaria ma influente. È in questa regione che, alla fine del 2025, i raid aerei statunitensi avrebbero colpito presunte basi jihadiste, un intervento controverso che ha accentuato le tensioni.

Lo incontriamo a Roma, dopo un evento dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, dove è venuto a portare testimonianza. Un sacerdote della sua diocesi, presente all’incontro, commenta così la sua figura: «Monsignor Kukah non ha paura di dire la verità, anche quando è scomoda per il potere. Per noi è una roccia. Sa che la situazione è complessa e che le soluzioni militari dall’esterno rischiano di semplificarla in modo pericoloso».

Monsignor Kukah sfata subito le narrazioni semplicistiche. A proposito dei Fulani, spesso dipinti come invasori, chiarisce: «Quando parliamo dei Fulani, molti dicono che non sono originari della Nigeria. Ma in realtà nessuno è veramente indigeno della Nigeria così come è costituita oggi. I confini attuali sono stati tracciati dall’amministrazione coloniale britannica». Descrive i Fulani come un popolo pastorale in cerca di pascoli, non di conquiste. La causa dei conflitti, sostiene, è la negligenza statale: «Oggi non dovremmo più avere mucche che vagano liberamente in tutta la Nigeria. Con un serio progetto agro pastorale, con il ranching, sarebbe stato possibile trasformare questa ricchezza in qualcosa che avrebbe migliorato la vita dei Fulani e dell’intero Paese». Invece, dopo la scoperta del petrolio, l’agricoltura è stata abbandonata, lasciando spazio a crisi che potevano essere risolte quarant’anni fa.

La violenza, per il vescovo, non è settaria: «Le uccisioni avvengono ovunque: a Sokoto, Katsina, Kaduna, Plateau, Benue. Non è una violenza limitata ai cristiani. Cristiani e musulmani vengono uccisi allo stesso modo. Per questo non parlerei di genocidio contro i cristiani, ma di una guerra contro la Nigeria». Indica il fallimento dello Stato nella protezione più basilare. Le forze di sicurezza, a suo dire infiltrate da gruppi armati, restano in carica nonostante i fallimenti.

Su Boko Haram offre un’analisi storica: «Non è nato come un gruppo che voleva attaccare i cristiani. La violenza è degenerata nel tempo, anche a causa delle connessioni con gruppi jihadisti internazionali come al-Qaeda e Isis. Oggi questi gruppi sono una minaccia anche per l’Islam stesso». Affronta poi il flagello dei rapimenti, che ha colpito duramente il clero: «Negli ultimi 7 o 8 anni i sacerdoti convivono sotto la minaccia di essere rapiti e poi uccisi. È un fenomeno che si diffonde in tutta la Nigeria, da Nord a Sud». Spesso motivati da riscatti, questi crimini generano flussi di denaro enormi. La Chiesa nigeriana ha una posizione ufficiale: non pagare riscatti, anche se le negoziazioni avvengono. «Pochissimi di loro hanno avuto la fortuna di essere liberati, ma credo che ci sia sempre un certo livello di negoziazione», ammette. «I rapitori causano dolore intenzionale, per far sentire la loro presenza al Governo». Infine, mette in guardia sulle narrazioni unilaterali: «Bisogna stare attenti al pericolo di una singola narrazione. Si può avere ragione solo in parte quando si parla di conflitto religioso, perché sia i cristiani che i musulmani sono vittime».

Periferia di Maiduguri, Stato di Borno (Nigeria). Bambini giocano con un aquilone in un quartiere periferico della città, che ospita un’elevata concentrazione di sfollati interni fuggiti dalla violenza di Boko Haram nelle aree rurali del Nord-Est. (Foto Francesco Maviglia)

Insicurezza, fame e la narrazione ufficiale

Monsignor Kukah dipinge un quadro a tinte fosche in cui insicurezza, povertà e fame si alimentano a vicenda. «L’economia è in ginocchio, la povertà è ovunque. Ma la minaccia più grave resta l’insicurezza», spiega. «Non si tratta solo di Boko Haram: ci sono i banditi armati, le rapine, gli attacchi su strada. La gente non può più allontanarsi di un miglio dai villaggi per coltivare i campi. Se lo fa, rischia di essere uccisa o rapita». Il risultato è una produttività agricola crollata, raccolti abbandonati, fame che si diffonde come un’epidemia silenziosa.

Non nasconde il suo scetticismo verso le rassicurazioni governative: «Il Governo ha ripetuto al mondo che la crisi è sotto controllo, che è finita. Ma chi ha la possibilità di raggiungere gli epicentri della violenza sa che non è così. Negli ultimi mesi ci sono stati attacchi persino contro basi militari».

La sofisticazione dei gruppi armati è in aumento: «Usano droni per sorvegliare e colpire. A volte non sappiamo più se fidarci di ciò che il Governo comunica alla comunità internazionale».

Sui campi profughi è categorico: «Non possono diventare permanenti. Le persone vogliono tornare alle loro terre, alle case, ai campi. Nessuno può vivere davvero senza la propria terra. Ma senza sicurezza non c’è ritorno possibile». La sua frustrazione è palpabile: «Sono arrabbiato con la Nigeria. Non dovremmo essere in questa situazione. È un Paese ricchissimo di risorse, eppure ostaggio di una governance fallimentare».

La risposta della Chiesa

In questo scenario, la Chiesa non offre soluzioni militari. «Il Papa non ha un esercito», ricorda monsignor Kukah. «Offre invece preghiera, solidarietà concreta e una presenza costante. Nei villaggi assediati e nei campi, le messe si celebrano sotto tende di plastica, i battesimi tra baracche di lamiera, le omelie diventano denuncia. Non è passività, ma una resistenza attiva che mantiene viva la dignità umana e rifiuta la rassegnazione».

Sul piano internazionale, la risposta è stata controversa. Nel novembre 2025, l’amministrazione statunitense ha designato la Nigeria come «Paese di particolare preoccupazione» per la persecuzione dei cristiani. Poche settimane dopo, il 25 dicembre, gli Usa hanno condotto bombardamenti aerei nella regione di Sokoto contro presunti militanti dell’Isis. Il presidente Trump li ha descritti come un colpo contro la «feccia terroristica» che «aveva preso di mira e ucciso brutalmente, principalmente, innocenti cristiani».

I raid hanno generato reazioni opposte: graditi da alcuni leader cristiani come segnale di forza, hanno suscitato perplessità in chi osserva che in quelle zone le vittime sono per lo più musulmane e la dinamica non è principalmente anticristiana. Il Governo nigeriano ha parlato di un’operazione congiunta di antiterrorismo, ma l’enfasi americana sulla «persecuzione cristiana» ha rischiato di inasprire le tensioni settarie, dimostrando come un intervento militare esterno non possa essere la soluzione.

Mons. Matthew Hassan Kukah, Vescovo Sokoto. (Foto Francesco Maviglia)

Una luce ostinata nell’oscurità

«Come sacerdote posso solo incoraggiare il mio popolo», conclude monsignor Kukah, «ma credo fermamente che questa oscurità finirà».

In una Nigeria frammentata e ferita, la testimonianza di vescovi come Anagbe e Kukah, e l’azione quotidiana, a volte eroica, del clero e dei fedeli, rappresenta una luce tenace. È una luce fatta di coraggio, di parole scomode, di una presenza che non abbandona e di una fede che, pur nella sofferenza, continua a indicare la via della giustizia e di una pace possibile. La loro voce è un appello al mondo perché ascolti la complessità di questa tragedia, e alle autorità nigeriane perché assumano finalmente la loro responsabilità di proteggere tutti i cittadini, senza distinzione. Il futuro del Paese passa anche attraverso il riconoscimento di questa ostinata speranza.

Francesco Maviglia

Archivio MC

Ha firmato il dossier

Francesco Maviglia
Video giornalista e documentarista. Si occupa di reportage e documentari da contesti di crisi e conflitto, con un focus su storie umanitarie e sociali. Ha realizzato servizi e produzioni video per media europei, tra cui Sky Tg24, Tg5, Rsi, Ansa e Fanpage.it, lavorando tra Italia, Ucraina, Libano e Nigeria. (Sue le foto del dossier, eccetto la prima e l’ultima)

A cura di: Marco Bello, direttore editoriale di MC.

Hauwa, quando aveva 10 anni Boko Haram ha attaccato il suo villaggio e ucciso i genitori. È stata rapita e costretta alla conversione religiosa. (Foto Carlo Cozzoli)



Corea del Nord. Da Padre a Figlia? Dinastia Kim

Sommario

Le immagini che circolano continuano a mostrare una popolazione in delirio per Kim Jong Un, il «grande leader». Eppure, la Corea del Nord non è più il Paese isolato dal mondo degli anni Novanta. Anche qui è arrivato il cambiamento. Sottile e silenzioso, ma inevitabile.

Pyongyang. L’aria fredda di ottobre penetra attraverso i vetri appannati dell’autobus che attraversa le strade deserte di Pyongyang. Alle 6 del mattino, la capitale nordcoreana si risveglia lentamente sotto un cielo che inizia ad albeggiare e che sembra riflettere l’umore di questo Paese. Ogni momento trascorso qui mi mostra una realtà poco conosciuta in Occidente: una nazione che vive in una dimensione temporale parallela, dove il XXI secolo si scontra quotidianamente con logiche politiche e sociali che sembrano appartenere a un’altra era.

I «jangmadang», tra passato e futuro

La Corea del Nord del 2025 non è più quella completamente isolata degli anni Novanta. Attraversando le vie di Pyongyang, è impossibile non notare i segnali di un cambiamento sottile ma inesorabile. Smartphone cinesi sbucano dalle tasche dei passanti, nonostante il governo ne limiti severamente l’uso. Nei mercati jangmadang, i bazaar semi ufficiali che hanno trasformato l’economia nordcoreana, le donne commercianti, contrattano con una vivacità che contrasta con l’imma- gine stereotipata di una popolazione sottomessa.

«Il cambiamento c’è, ma è come un fiume sotterraneo», mi avevano spiegato Park Min-ho e Kim Yeon-mi, due disertori nordcoreani che hanno lasciato il Paese cinque anni fa e che hanno accettato di incontrami in un caffè di Seoul la scorsa estate. «La gente sa che esiste un mondo diverso là fuori. Le informazioni filtrano attraverso i confini, portate dai commercianti cinesi, dalle chiavette Usb contrabbandate, dalle trasmissioni radio in onde corte. Ma tutto questo avviene nel silenzio più assoluto».

Il «songbun» e gli «inminban»

La società nordcoreana del 2025 rimane strutturata secondo il sistema songbun, una forma di classificazione sociale che determina ogni aspetto della vita di un individuo in base alla storia politica della sua famiglia. Tuttavia, l’emergere dell’economia di mercato informale ha iniziato a erodere, seppur lentamente, questa antica gerarchia.

Durante una visita guidata a una fabbrica tessile di Pyongyang, osservo operaie che indossano orologi di marca cinese e trucco colorato, piccoli lussi che sarebbero stati impensabili solo un decennio fa. La guida ufficiale, una donna sulla cinquantina, evita le mie domande sui salari, ma non può nascondere l’evidenza: anche in questo sistema totalitario, la prosperità materiale sta diventando un’aspirazione legittima.

Il controllo sociale rimane, tuttavia, pervasivo. Ogni quartiere ha i suoi inminban, comitati di sorveglianza composti da cittadini che monitorano la vita quotidiana dei vicini. «È come vivere in una casa di vetro», mi racconta Kim Yeon-mi. «Sai sempre che qualcuno ti sta guardando, che ogni tua azione può essere riportata alle autorità».

Le «donju», agenti del cambiamento

Una delle trasformazioni più significative della società nordcoreana riguarda il ruolo delle donne nell’economia. Dopo la crisi alimentare degli anni ‘90, quando il sistema di distribuzione statale collassò, furono principalmente le donne a sviluppare attività commerciali per la sopravvivenza delle famiglie.

Oggi, queste donju (letteralmente «maestri del denaro») controllano gran parte dell’economia informale del Paese. Gestiscono mercati, importano merci dalla Cina, prestano denaro e hanno accumulato capitali che spesso superano quelli dei funzionari di partito. Paradossalmente, in una società ufficialmente egualitaria, si sta formando una nuova classe capitalista composta principalmente da donne.

«Mia madre è diventata ricca vendendo cosmetici cinesi», racconta una giovane rifugiata. «Aveva più soldi di mio padre, che lavorava in una fabbrica statale. Ma doveva sempre stare attenta a non mostrare troppo la sua ricchezza, per non attirare l’attenzione delle autorità».

Le donne nordcoreane sono diventate i veri agenti di cambiamento della società. Dopo aver salvato le loro famiglie dalla carestia attraverso il commercio informale, hanno mantenuto un ruolo economico centrale che sfida le strutture patriarcali tradizionali. Molte controllano ora i redditi familiari, prendono decisioni economiche importanti, e hanno sviluppato reti di business sofisticate che si estendono attraverso tutto il Paese e oltre i confini nazionali.

Una generazione digitale clandestina

La generazione nata dopo il 2000 rappresenta forse il più grande enigma della Corea del Nord contemporanea. Cresciuti in un’epoca di relativa stabilità economica, nonostante le sanzioni internazionali, questi giovani mostrano atteggiamenti che sfuggono ai canoni tradizionali della società nordcoreana e che spesso contrastano con l’ideologia ufficiale.

Vogliono viaggiare, studiare all’estero, avere accesso a internet, e scegliere la propria professione. Queste aspirazioni, normalissime ovunque nel mondo, rappresentano una minaccia esistenziale per un sistema basato sul controllo totale e l’isolamento.

In una scuola superiore di Pyongyang, gli studenti dimostrano una conoscenza sorprendente della tecnologia moderna. Sanno utilizzare computer e tablet, parlano con entusiasmo di matematica e scienze, ma quando si tocca la politica internazionale, le loro risposte diventano meccaniche, ripetendo formule apprese a memoria sui «nemici imperialisti americani».

Tuttavia, in privato molti giovani nordcoreani consumano contenuti culturali sudcoreani e cinesi, scaricati illegalmente e condivisi attraverso reti clandestine. Il K-pop (musica pop sudcoreana nota in tutto il mondo, ndr) e i drama sudcoreani hanno penetrato persino la cortina di ferro digitale di Kim Jong Un, creando una generazione che conosce un mondo alternativo, ma non può esprimerlo pubblicamente.

I giovani nati in questo nuovo secolo rappresentano la prima generazione nordcoreana cresciuta con accesso, seppur limitato, alla tecnologia digitale. Hanno imparato a navigare simultaneamente nel mondo ufficiale della propaganda e in quello clandestino dei contenuti stranieri. Sviluppano competenze digitali avanzate non per seguire corsi ufficiali, ma per accedere a contenuti proibiti. Sanno come nascondere file nei computer, come modificare smartphone per ricevere segnali stranieri, e come utilizzare Vpn (reti private virtuali anti censura, ndr) improvvisate per aggirare le restrizioni di rete.

«I giovani nordcoreani sono diventati hacker per necessità», osserva un ricercatore specializzato in tecnologia nordcoreana. «Sviluppano competenze incredibili per soddisfare la loro curiosità verso il mondo esterno. Sono una generazione che ha imparato che le regole ufficiali esistono per essere aggirate».

Le reti familiari

Una delle caratteristiche più interessanti della società nordcoreana contemporanea è lo sviluppo di reti di solidarietà informale, che permettono la sopravvivenza in un sistema ufficialmente rigido, ma praticamente disfunzionale.

Le famiglie si organizzano in clan economici allargati, dove ognuno contribuisce secondo le proprie capacità: chi lavora nell’amministrazione statale fornisce informazioni sui controlli imminenti, chi commercia nei mercati condivide i profitti, chi ha contatti con i trafficanti di confine procura beni stranieri.

«In Corea del Nord, la famiglia vera non è quella biologica, ma quella economica», spiega una rifugiata che gestiva una piccola rete commerciale prima di scappare. «Mia sorella lavorava in banca e mi avvertiva quando stavano per arrivare controlli sui commercianti. Mio cognato guidava un camion e trasportava le merci. La moglie di mio fratello aveva contatti in Cina. Insieme, riuscivamo a sopravvivere e anche a prosperare.»

Frequentando coloro che oggi scappano dalla Corea del Nord risulta chiaro un fatto: non si fugge più per la repressione politica e sociale, ma per un puro fatto economico.

Piergiorgio Pescali

Una fermata della metro della capitale nordcoreana. Foto Mike Bravo-unsplash.

I tormenti del «grande leader»
KIM Jong un

Nipote del fondatore del Paese, preparato e intelligente, Kim Jong Un ha i suoi problemi ma pare saldo al potere. Nel frattempo, la figlia Kim Ju Ae compare sempre più spesso al suo fianco nelle occasioni ufficiali. È però improbabile che sia candidata a succedergli.

Al potere dal 2011, Kim Jong Un rappresenta l’incarnazione delle contraddizioni della Corea del Nord di oggi. Educato in Svizzera, parla varie lingue e ha dimostrato un’apertura verso alcuni aspetti della modernizzazione. Al tempo stesso, ha consolidato il controllo del Paese con modi autoritari che spesso superano quelli dei suoi predecessori.

Durante una parata militare a cui ho recentemente assistito nella piazza Kim Il Sung, il giovane leader appare come una figura carismatica che sa alternare momenti di informalità – saluta la folla con gesti spontanei – a pose statuarie che richiamano la tradizione dinastica dei Kim. È evidente che sta cercando di costruire un’immagine che combini modernità e continuità, innovazione e controllo.

Le recenti crisi in Corea del Sud hanno paradossalmente rafforzato la posizione di Kim Jong Un, offrendogli ulteriori opportunità per aumentare le capacità nucleari del regime. Questa situazione gli permette di presentarsi ai suoi cittadini come l’unico baluardo contro l’instabilità regionale.

Kim Jong Un, estremamente intelligente e perspicace, ha ereditato un sistema creato per un mondo che non esiste più. La Guerra fredda è finita da tre decenni, l’isolamento totale è diventato impossibile nell’era digitale, e le nuove generazioni nordcoreane sono profondamente diverse da quelle che hanno costruito il regime negli anni Quaratnta e Cinquanta.

Il leader nordcoreano ha mostrato pragmatismo in alcuni settori, permettendo l’espansione dei mercati informali, modernizzando l’aspetto esteriore di Pyongyang, introducendo elementi di cultura pop nella propaganda ufficiale, ma rimane inflessibile sui pilastri fondamentali del potere: il monopolio politico, il controllo dell’informazione, e l’arsenale nucleare.

Kim Jong Un con la figlia Kim Ju Ae durante un evento in occasione del completamento dell’area turistica costiera di Wonson Kalma, nella provincia di Kangwon, il 24 giugno 2025. (Photo by KCNA VIA KNS / AFP)

Kim Ju Ae e la cultura confuciana

Uno degli aspetti più intriganti della politica nordcoreana contemporanea riguarda la questione successoria. Kim Ju Ae, la figlia di Kim Jong Un, è oggetto di intense speculazioni, ma funzionari nordcoreani di alto rango esprimono dubbi sulla sua possibile successione.

Durante le apparizioni pubbliche, la bambina di circa dodici anni viene presentata come «la persona più amata» o «la brillante bambina», titoli che, in passato, erano riservati ai futuri leader. Tuttavia, la cultura confuciana profondamente radicata nella società nordcoreana rende problematica l’idea di una leadership femminile. «La dinastia Kim ha sempre seguito logiche patriarcali», osserva un diplomatico europeo di stanza a Pyongyang che preferisce rimanere anonimo. «Kim Ju Ae potrebbe essere una figura di transizione, ma è difficile immaginare che possa effettivamente governare. Più probabilmente, Kim Jong Un sta preparando il terreno per un altro erede maschio non ancora pubblicamente identificato».

Il regime ha recentemente enfatizzato l’importanza dell’autocrazia ereditaria, probabilmente per rafforzare la legittimità di Kim Jong Un e preparare future successioni familiari. Questa strategia suggerisce che la famiglia Kim intende perpetuare il proprio controllo per generazioni.

L’élite del Partito: privilegi e incertezza

Kim Jong Un è nipote di Kim Il Sung, il fondatore della Corea del Nord, morto nel 1994, ricordato come il «Presidente eterno» del Paese. La sua figura mitica domina ogni aspetto della vita pubblica: statue, ritratti, citazioni, e pellegrinaggi ai luoghi della sua vita mantengono vivo il culto della personalità.

Tuttavia, tra le generazioni più giovani, questo culto inizia a mostrare segni di erosione. Molti giovani nordcoreani non hanno mai conosciuto direttamente l’era di Kim Il Sung e il suo mito appare sempre più come una reliquia del passato.

«Mio figlio onora ogni mattina il nostro Grande leader», racconta una madre dopo essersi assicurata che nessuno ci possa sentire. «Ma so che non prova la stessa emozione che provavo io alla sua età. Per lui, è solo un rituale vuoto». L’élite del Partito dei lavoratori vive in una realtà parallela rispetto al resto della popolazione. Nei quartieri esclusivi di Pyongyang, funzionari di alto rango hanno accesso a beni importati, internet limitato, e persino viaggi all’estero per «missioni diplomatiche» che spesso includono shopping di lusso.

Tuttavia, anche l’élite vive nell’incertezza. La storia nordcoreana è piena di epurazioni improvvise di funzionari di alto rango, inclusi parenti stretti dei leader. Jang Song-thaek, zio di Kim Jong Un e una volta considerato il secondo uomo più potente del Paese, fu giustiziato nel 2013 con accuse di tradimento.

«L’élite nordcoreana vive nel lusso, ma è un lusso precario», osserva un collega. «Puoi avere tutto quello che vuoi finché rimani nelle grazie del Leader, ma se fai un passo falso, perdi tutto in un istante. È un’esistenza dorata, ma terrificante. A volte è meglio vivere senza nessun privilegio. Non hai nulla da perdere».

Piergiorgio Pescali

La torre Juche ricorda l’omonima ideologia sviluppata da Kim Il Sung. Foto Jeremy888-Pixabay.

La famiglia Kim

Kim Jong Un (1982 o 1983), il Leader supremo

È il terzo Leader supremo della Corea del Nord. Al potere dal dicembre 2011, figlio di Kim Jong Il e Ko Yong Hui, ha studiato in Svizzera sotto falso nome prima di tornare in patria per essere preparato alla successione. A soli trent’anni ha ereditato il potere, consolidandolo attraverso epurazioni, inclusi l’esecuzione dello zio e l’assassinio del fratellastro. Ha accelerato il programma nucleare e missilistico, aprendo anche un cauto dialogo diplomatico. La sua leadership combina brutalità interna e pragmatismo esterno.

Ri Sol Ju (1989 circa), la moglie

È la First lady dal 2012. Ex cantante, rappresenta un’innovazione: a differenza delle precedenti First lady rimaste nell’ombra, appare spesso in pubblico con abiti eleganti e stile occidentalizzato, regalando al regime un volto «morbido». Ha dato alla luce tre figli, tra cui Kim Ju Ae. Nonostante la visibilità pubblica, la sua influenza su Kim Jong Un sarebbe limitata rispetto a quella della sorella del leader, Kim Yo Jong.

Kim Ju Ae (2012 o 2013), la figlia in ascesa

Apparsa pubblicamente dal novembre 2022, Kim Ju Ae accompagna il padre a eventi militari e lanci missilistici. La sua visibilità senza precedenti alimenta speculazioni: una parte degli analisti ritiene che Kim Jong Un la stia preparando come successore, facendone la prima donna leader della Corea del Nord. Rappresenta la continuità dinastica per le generazioni future.

Kim Yo Jong (1987), la sorella

È la figura più potente della cerchia di Kim Jong Un. Vicedirettore del Dipartimento di propaganda, è in realtà la figura prominente al comando dell’ufficio. Ha studiato con i fratelli Kim Jong Un e Kim Jong Chul in Svizzera, diventando poi stretta collaboratrice del fratello. Ha rappresentato il regime alle Olimpiadi 2018 in Corea del Sud. Nota per il temperamento spietato, supervisiona epurazioni di elementi considerati pericolosi per la stabilità della famiglia Kim e rilascia dichiarazioni aggressive. Considerata possibile successore o reggente, esercita più influenza di Ri Sol Ju.

Kim Jong Chul (1981), il fratello maggiore

Fratello maggiore di Kim Jong Un, è stato escluso dalla successione dal padre, Kim Jong Il, perché ritenuto privo del temperamento necessario. Riservato e appassionato di rock occidentale, in particolare di Eric Clapton, vive lontano dai riflettori senza posizioni di rilievo. A differenza del fratellastro Kim Jong Nam (assassinato nel 2017) non rappresenta una minaccia politica e mantiene buoni rapporti con Kim Jong Un.

P.P.

Monumento che celebra la liberazione dal Giappone. Foto Barpa via Flick.

Socialismo e mercato
Il sistema economico

Anche se Kim Jong Un li contrasta, i meccanismi del mercato hanno trovato terreno fertile tra i suoi sudditi. Succede così che negli  «jangmadang», i mercati informali, si possa trovare di tutto e di più.

L’economia nordcoreana presenta un paradosso affascinante. Ufficialmente, rimane un sistema socialista pianificato, ma nella realtà quotidiana, i meccanismi di mercato dominano la vita della maggior parte dei cittadini. Le previsioni per il 2026 indicano che le politiche di Kim Jong Un per reprimere i mercati potrebbero scatenare disordini sociali, suggerendo tensioni crescenti tra le forze del cambiamento economico e il controllo politico. Tuttavia, in questo Paese le previsioni politiche ed economiche sono paragonabili a quelle metereologiche degli anni Sessanta: assolutamente inaffidabili.

I mercati jangmadang sono ormai parte integrante del paesaggio urbano. In quello di Tongil, nel centro di Pyongyang, venditori ambulanti offrono di tutto: dai prodotti alimentari cinesi agli elettrodomestici sudcoreani contrabbandati. Le donne, che costituiscono la maggioranza dei commercianti, hanno sviluppato reti sofisticate che si estendono fino al confine cinese.

«Mia madre era una casalinga che dipendeva completamente dalle razioni statali», racconta Lee Hyun-seo, una commerciante del mercato di Pyongyang con cui riesco a parlare brevemente. «Io invece mantengo tutta la famiglia con il mio negozio. I tempi sono cambiati, anche se il governo fa finta di niente».

In un mercato di Chongjin, nella provincia del Hamgyong settentrionale, i commercianti vendono di tutto: riso importato dalla Cina, strumenti elettronici sudcoreani, vestiti usati americani e – persino – valuta straniera. I prezzi fluttuano secondo la domanda e l’offerta, gli imprenditori accumulano capitali e si sviluppano catene di distribuzione spesso sofisticate.

«Il governo finge che questi mercati non esistano, ma in realtà dipende da loro», spiega un economista esperto di Corea del Nord. «Le tasse sui commercianti sono diventate una fonte di reddito cruciale per le autorità locali».

I mercati non sono solo luoghi di commercio di beni materiali, ma anche centri di scambio culturale informale. Canzoni popolari non censurate circolano di bocca in bocca, storie di vita reale vengono condivise sottovoce, e si diffonde un folklore urbano che sfugge al controllo statale.

Le sanzioni internazionali hanno avuto effetti contraddittori sulla società nordcoreana. Da un lato, hanno effettivamente limitato l’accesso del regime a tecnologie avanzate e valuta forte. Dall’altro, hanno accelerato lo sviluppo dell’economia informale e hanno reso la popolazione più dipendente dai mercati interni piuttosto che dallo Stato.

«Le sanzioni hanno reso i nordcoreani più indipendenti dal governo», osserva ancora l’economista. «Quando lo Stato non può più fornire beni essenziali, la gente impara a procurarseli da sola. Ironicamente, le sanzioni potrebbero aver accelerato lo sviluppo di una società civile informale.»

Monumento al Partito dei lavoratori a Pyongyang. Foto Steve Barker – Unsplash.

Pyongyang, una «città teatro»

Pyongyang rappresenta una vetrina privilegiata che nasconde la realtà del resto del Paese. La capitale, dove vivono circa tre milioni di persone molte delle quali selezionate per la loro lealtà al regime, gode di infrastrutture relativamente moderne, alimentazione elettrica stabile e accesso a beni di consumo. Negli ultimi anni le strade di Pyongyang e di altre città si sono riempite di auto private, riconoscibili dalla targa gialla. Una cosa impensabile solo cinque anni orsono.

Nelle province, specialmente quelle settentrionali vicine al confine cinese, le condizioni sono drasticamente diverse. Villaggi privi di elettricità, strade non asfaltate, e una popolazione che dipende ancora largamente dall’agricoltura di sussistenza caratterizzano gran parte del territorio.

«Pyongyang è come un villaggio Potemkin (nome dato ai villaggi fittizi della Russia zarista, ndr)», spiega un diplomatico occidentale. «È progettata per impressionare i visitatori, ma rappresenta solo una frazione della realtà nordcoreana. Il vero Paese inizia appena fuori dalla capitale».

Pyongyang del 2025 è irriconoscibile rispetto alla capitale degli anni Novanta. Grattacieli residenziali di lusso, parchi acquatici e centri commerciali moderni creano l’illusione di una metropoli prospera e dinamica.

Tuttavia, questa modernizzazione serve in larga parte a scopi propagandistici. Gli appartamenti di lusso sono riservati all’élite del partito, i centri commerciali vendono prodotti importati a prezzi proibitivi per la popolazione comune, e le strutture ricreative sono accessibili solo ai cittadini con il giusto status sociale.

«Pyongyang è diventata una città-teatro», commenta un architetto sudcoreano che studia l’urbanistica nordcoreana. «Ogni edificio, ogni strada, ogni parco è progettato per trasmettere un messaggio specifico. Non è una città per vivere, è una città per impressionare».

Strategie di sopravvivenza quotidiana

Al di là della politica e della propaganda, la vita quotidiana dei nordcoreani è caratterizzata da una straordinaria capacità di adattamento. Le famiglie sviluppano strategie di sopravvivenza complesse, combinando lealtà pubblica e pragmatismo privato.

Le donne si alzano all’alba per fare la fila ai mercati, gli uomini partecipano alle sessioni di «critica e autocritica» sul posto di lavoro, i bambini frequentano scuole dove imparano a venerare i leader morti. Eppure, dentro le case, le stesse persone guardano film sudcoreani, ascoltano musica pop e sognano una vita diversa.

«Siamo diventati attori nella nostra stessa vita», riflette una rifugiata. «In pubblico, recitiamo la parte del cittadino perfetto. In privato, siamo persone normali con desideri normali. Ma la recita è così lunga che a volte dimentichi quale sia la realtà».

La cultura ufficiale nordcoreana rimane dominata dalla propaganda di regime, con film, libri e spettacoli teatrali che celebrano i leader e demonizzano i nemici esterni. Tuttavia, negli spazi marginali della società, emergono forme di espressione più autentiche.

Lupi e marionette

La musica pop nordcoreana ufficiale, con i suoi ritmi marziali e testi edificanti, convive con una passione crescente per il K-pop sudcoreano, consumato in segreto ma discusso con entusiasmo tra i giovani. Questa doppia vita culturale crea una generazione che vive in due mondi paralleli.

«I giovani sanno tutto del mondo esterno», osserva un professore della Kim Il Sung University. «Hanno visto i film di Hollywood, conoscono il
K-pop, sanno come vivono i sudcoreani. Questa conoscenza crea una tensione enorme tra ciò che sanno essere possibile e la realtà in cui vivono».

Il sistema sanitario e educativo nordcoreano presenta risultati contraddittori. Da un lato, il Paese mantiene tassi di alfabetizzazione elevati e ha sviluppato competenze mediche significative, specialmente nella medicina tradizionale. Dall’altro, la carenza di risorse a causa delle sanzioni internazionali limita severamente l’accesso a farmaci moderni e tecnologie mediche avanzate.

Nelle scuole che visito, gli studenti dimostrano preparazione eccellente in matematica e scienze, ma la loro educazione è pervasa da contenuti ideologici che distorcono la comprensione del mondo esterno. I bambini imparano a leggere con libri che descrivono gli americani come «lupi imperialisti» e i sudcoreani come «marionette fantoccio».

L’educazione in Corea del Nord produce menti brillanti ma imprigionate, ragazzi che sono capaci di eccellere in qualsiasi campo, ma che devono confrontarsi con anni di indottrinamento.

Piergiorgio Pescali

La facciata della chiesa cattolica di Jangchun (Wikimedia).

La religione
La persecuzione dei cristiani

Sebbene mantenga qualche piccola chiesa simbolica come omaggio al suo passato religioso cristiano, il governo nordcoreano richiede lealtà assoluta e considera qualsiasi sentimento religioso come prova di lealtà divisa.

La situazione dei cristiani in Corea del Nord rappresenta uno dei capitoli più tragici della moderna persecuzione religiosa. Gli annuali rapporti della Open doors world watch list assegnano alla Corea del Nord il punteggio peggiore possibile in cinque delle sei categorie di persecuzione religiosa, con diverse decine di credenti di Chiese clandestine scoperti e giustiziati, e più di cento familiari inviati nei campi di lavoro.

Durante la mia permanenza a Pyongyang, visito la chiesa protestante di Bongsu, una delle quattro chiese ufficialmente riconosciute nella capitale. L’edificio è ben tenuto. La comunità appare devota, ma l’atmosfera è surreale. I fedeli, tutti anziani, recitano preghiere che includono riferimenti al «Grande leader» Kim Il Sung, mescolando dottrina cristiana e ideologia juche (il fondamento socialista e patriottico del Paese, ndr) in modo che apparirebbe blasfemo in qualsiasi altro contesto.

«Questa non è vera fede cristiana», mi ha confidato uno dei pochi pastori che hanno potuto visitare la Corea del Nord su invito del governo. «È teatro per i visitatori stranieri – ha aggiunto -. I veri cristiani in Corea del Nord si riuniscono in segreto, rischiando la morte o i campi di prigionia».

La facciata della chiesa protestante di Bongsu (Wikimedia).

Nonostante la persecuzione sistematica, il cristianesimo continua a crescere clandestinamente in Corea del Nord. Le stime suggeriscono che tra 200mila e 400mila nordcoreani (1,5 per cento della popolazione) pratichino in segreto una qualche forma di fede cristiana, un numero significativo in un Paese di 26 milioni di abitanti.

La diffusione del cristianesimo avviene tramite canali informali attivati da missionari protestanti, per lo più affiliati a Chiese evangeliche statunitensi: commercianti che attraversano il confine con la Cina nascondono materiale religioso tra le merci legali. Chiavette Usb e schede di memoria contenenti testi biblici vengono disseminate attraverso le stesse reti utilizzate per distribuire contenuti di intrattenimento straniero. Questa sovrapposizione tra mercato nero dell’intrattenimento e distribuzione religiosa clandestina crea canali di diffusione difficili da intercettare completamente.

I cattolici, invece, sono più ligi alle leggi e questo li ha resi più accettati dal governo, che spesso nelle sue invettive contro la religione evita ogni riferimento alla Chiesa cattolica.

Le riunioni di preghiera avvengono in modi creativi: durante passeggiate apparentemente casuali, in case private durante feste di compleanno, o persino nei bagni pubblici per brevi momenti di comunione spirituale. I cristiani nordcoreani hanno sviluppato un codice di comunicazione basato su gesti e frasi apparentemente innocue per riconoscersi senza destare sospetti.

Le testimonianze dei rifugiati rivelano l’esistenza di una chiesa sotterranea che, nonostante la brutale repressione, continua a crescere. Le riunioni avvengono in case private, in gruppi di due o tre persone al massimo. Le Bibbie, contrabbandate dal confine cinese, vengono nascoste sottoterra o memorizzate interamente per evitare di essere scoperti con prove fisiche.

La chiesa clandestina si sta espandendo, e i cristiani, come spesso accade quando qualcosa è proibito, sono affamati della Parola di Dio.

P.P.

Kim Jong Un incoraggia i soldati delle forze nordcoreane per le operazioni militari d’oltremare; il Paese ha iniziato a costruire un memoriale per i suoi soldati inviati e caduti nella guerra tra Russia e Ucraina. (Photo by KCNA VIA KNS / AFP)

La scelta del nucleare
Il confine sud e l’arsenale nucleare

Kim Jong Un spinge molto sul nucleare. Che non è soltanto un deterrente contro eventuali aggressioni straniere. È anche uno strumento di legittimazione interna.

Il confine tra le due Coree rimane uno dei luoghi più tesi al mondo. Durante una visita alla zona demilitarizzata (Dmz), la divisione della penisola coreana appare non solo geografica, ma temporale. Da un lato, la moderna Corea del Sud con i suoi grattacieli e la sua tecnologia; dall’altro, un paesaggio che sembra cristallizzato negli anni Cinquanta.

Per i coreani, sia del Nord che del Sud, attraversare questo confine significa spesso la morte. Le guardie di frontiera hanno ordini di sparare a vista sui fuggitivi, e il confine è minato e sorvegliato con tecnologie militari avanzate. Tuttavia, tra le trecento e le ottocento persone all’anno riescono ancora a scappare, principalmente attraverso il confine settentrionale con la Cina. Ben poche rispetto alle migliaia che fuggivano negli anni sotto Kim Jong Il. Segno che la vita nel Paese non è più così insopportabile.

«Il confine non è solo una linea sul terreno», riflette un ufficiale delle Nazioni Unite di stanza nella Dmz. «È una frattura temporale che separa due modi completamente diversi di concepire l’esistenza umana».

Le relazioni tra le due Coree hanno attraversato cicli di tensione e distensione, ma le divisioni fondamentali rimangono irrisolte. La recente instabilità politica in Corea del Sud ha rafforzato la posizione di Kim Jong Un, permettendogli di presentarsi come un leader stabile in una regione in tumulto.

Tuttavia, i legami familiari e culturali tra le due Coree continuano a rappresentare una forza potente per la riconciliazione futura. Milioni di sudcoreani hanno parenti in Corea del Nord, e la cultura pop sudcoreana continua a penetrare la cortina di ferro nonostante i divieti ufficiali.

«La divisione della Corea è artificiale e temporanea», afferma un professore di storia coreana all’Università di Seul. «Le due Coree sono una nazione divisa, non due nazioni separate. Prima o poi, la storia troverà un modo per riunire ciò che la politica ha diviso».

Il nucleare come pilastro del regime

Il programma nucleare nordcoreano non è solo una questione di sicurezza nazionale, ma rappresenta il fulcro dell’identità politica del regime. Durante una visita al museo della Guerra di liberazione della patria, la propaganda ufficiale presenta le armi nucleari come l’unico deterrente contro un’aggressione straniera.

Kim Jong Un ha accelerato lo sviluppo nucleare come nessun leader prima di lui. Sotto la sua guida, la Corea del Nord ha condotto quattro dei sei test atomici, ha sviluppato capacità termonucleari e missili balistici intercontinentali capaci di raggiungere gli Stati Uniti. Questo arsenale non serve solo a scoraggiare attacchi esterni, ma conferisce al regime una legittimità domestica come protettore della nazione.

«Le armi nucleari sono la nostra garanzia di sopravvivenza», mi dice un funzionario del ministero degli Esteri durante un briefing ufficiale. «Finché esiste la minaccia americana, non avremo altra scelta che mantenere e rafforzare le nostre capacità difensive.»

Tuttavia, il programma nucleare presenta anche costi enormi. Le sanzioni internazionali hanno isolato economicamente il Paese, limitando le possibilità di modernizzazione e sviluppo. È un paradosso che il regime sembra accettare: sacrificare il benessere economico immediato per garantire la sopravvivenza politica a lungo termine.

Il programma nucleare di Kim Jong Un ha raggiunto una fase di maturità tecnica che rende la Corea del Nord una potenza nucleare de facto. Tuttavia, questo successo presenta nuove sfide per il regime. L’arsenale atomico ha permesso a Kim di ottenere riconoscimento internazionale e di scoraggiare aggressioni esterne, ma ha anche creato aspettative domestiche che potrebbero essere difficili da mantenere. I cittadini nordcoreani si aspettano che il prestigio militare raggiunto dal Paese si traduca in miglioramenti concreti delle loro condizioni di vita. Inoltre, mantenere e sviluppare l’arsenale nucleare richiede risorse enormi che potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo economico. Il regime si trova di fronte a un dilemma: continuare a investire nel nucleare per mantenere sicurezza e prestigio, o riallocare risorse per soddisfare le crescenti aspettative economiche della popolazione. L’arsenale atomico è diventato anche il principale strumento diplomatico della Corea del Nord. Kim Jong Un ha dimostrato abilità nell’utilizzare le capacità nucleari per ottenere summit internazionali, negoziati bilaterali, e riconoscimento come leader mondiale.

Tuttavia, questa strategia presenta rischi crescenti. Ogni test nucleare e ogni lancio di missili aumentano le sanzioni internazionali e l’isolamento del Paese. Il regime deve continuamente bilanciare la necessità di dimostrare capacità nucleari crescenti con la necessità di evitare provocazioni che potrebbero scatenare conflitti militari o sanzioni paralizzanti.

Una segnalazione di presenza di mina lungo la Dmz. Foto Piero Sierra-Flickr.

L’alleanza con la Russia di Putin

Nonostante la presenza della Corea del Nord sulla scena mondiale con le sue armi nucleari, la dinastia Kim si sta lentamente indebolendo a causa della lotta per la successione. Tuttavia, negli ultimi anni, Kim Jong Un ha dimostrato notevole abilità diplomatica, alternando provocazioni e aperture per mantenere rilevanza internazionale.

L’alleanza con la Russia si è rafforzata significativamente, specialmente dopo l’invasione dell’Ucraina. La Corea del Nord fornisce – infatti – munizioni e soldati. Questa collaborazione offre a Kim Jong Un una valvola di sfogo dalle sanzioni internazionali e una fonte di valuta forte.

Con la Cina, la relazione rimane complessa. Pechino è il principale partner commerciale della Corea del Nord, ma è anche frustrata dalle provocazioni nucleari che destabilizzano la regione. «La Cina vuole un cuscinetto contro l’influenza americana, ma non vuole un vicino nucleare imprevedibile», sintetizza un analista di politica estera.

I rifugiati nordcoreani che arrivano – ormai con il contagocce – in Corea del Sud, forniscono informazioni preziose sui cambiamenti in corso nel loro Paese d’origine. Le loro testimonianze rivelano una società più complessa e dinamica di quanto i media internazionali spesso descrivano.

I rifugiati più recenti mostrano livelli di educazione e sofisticazione tecnologica superiori rispetto a quelli degli anni precedenti. Molti hanno gestito business privati, utilizzato tecnologie moderne, e avuto accesso a informazioni sul mondo esterno prima di fuggire.

«I rifugiati di oggi non sono più persone disperate in fuga dalla fame», mi ha spiegato un operatore sociale che lavora con i nordcoreani in Corea del Sud. «Sono spesso imprenditori, studenti, professionisti che hanno scelto di lasciare il Paese per realizzare aspirazioni che nel loro Paese non potevano soddisfare».

Piergiorgio Pescali

L’Arco della riunificazione delle due Coree, fatto abbattere da Kim Jung Un nel gennaio 2024. Foto Barpat-Flickr.

Repressione e censura digitale
I campi di prigionia

I campi di prigionia politica, conosciuti come kwanliso, rimangono una delle realtà più oscure della Corea del Nord. Secondo stime internazionali non verificate, tra le 80mila e le 120mila persone sono detenute in questi campi, dove le condizioni sono disumane e il tasso di mortalità estremamente elevato.

Tra i prigionieri politici ci sono non solo dissidenti diretti, ma anche persone colpevoli di «crimini ideologici»: possedere materiale straniero, criticare il regime, sfruttare le crisi economiche per arricchirsi troppo. A differenza di quanto spesso viene scritto in Occidente, invece, essere parenti di qualcuno considerato sleale non comporta automaticamente la prigionia. Tuttalpiù la famiglia del reo è soggetta a restrizioni.

I campi di prigionia politica rappresentano uno degli aspetti più stabili del sistema nordcoreano, ma anch’essi stanno evolvendo. Satelliti commerciali mostrano l’espansione di alcuni e il consolidamento di altri, suggerendo adattamenti alle mutate esigenze di controllo sociale.

I prigionieri sono sempre più utilizzati per lavoro industriale specializzato piuttosto che per l’agricoltura. Questo permette al regime di sfruttare economicamente la manodopera forzata mentre mantiene il deterrente politico. Alcuni campi producono ora componenti per l’esportazione, generando valuta forte.

«I campi non sono solo strumenti di punizione, ma sono diventati parte dell’economia sommersa del regime», ha rivelato in un’intervista una ex guardia carceraria rifugiatasi in Corea del Sud. «I prodotti realizzati dai prigionieri vengono venduti all’estero attraverso intermediari cinesi, senza che i compratori conoscano l’origine».

Cellulari e rete intranet

La Corea del Nord ha sviluppato uno dei sistemi di censura digitale più sofisticati al mondo. Internet esiste solo per una piccola élite di funzionari governativi e tecnici, mentre il cittadino comune ha accesso solo a una intranet nazionale chiamata Kwangmyong, che contiene contenuti strettamente controllati dal governo.

Tuttavia, la tecnologia ha anche aperto nuove vie per la diffusione di informazioni. I telefoni cellulari, introdotti nel 2008, sono ormai ampiamente diffusi, anche se le comunicazioni sono monitorate e l’accesso a internet mobile è bloccato. Chiavette Usb e schede Sd provenienti dalla Cina permettono la circolazione clandestina di film, musica e programmi televisivi stranieri.

La Corea del Nord ha sviluppato un sistema di sorveglianza che combina metodi tradizionali e tecnologie moderne. Telecamere di sicurezza, intercettazioni telefoniche, e monitoraggio digitale si aggiungono alla rete di informatori che pervade ogni livello della società.

«È una corsa agli armamenti tra controllo e libertà», osserva un esperto di tecnologia. «Il regime sviluppa nuovi metodi di sorveglianza, ma la gente trova sempre nuovi modi per aggirare le restrizioni».

P.P.

Donne nordcoreane in costume tipico omaggiano i leader. Foto-Barpat-Flickr

Come perpetuare la dinastia
Verso un nuovo autoritarismo

Mercato, influenze esterne, aspirazioni giovanili: la Corea del Nord sta cambiando. Il regime ha capacità di adattamento, ma per Kim Jong Un mantenere il controllo politico sarà comunque una sfida complicata. 

Gli elementi di cambiamento, osservati durante questo viaggio, mi suggeriscono che la Corea del Nord potrebbe essere in transizione verso una forma diversa di autoritarismo, meno totalitaria ma ancora rigidamente controllata. Questa evoluzione non rappresenterebbe necessariamente una democratizzazione, ma piuttosto un adattamento del controllo autoritario alle realtà del XXI secolo.

Il modello potrebbe assomigliare a quello cinese degli anni Ottanta e Novanta: liberalizzazione economica limitata, controllo politico mantenuto, apertura culturale selettiva, e integrazione graduale nell’economia globale. Tuttavia, le specificità del sistema nordcoreano – inclusa la natura dinastica del potere e l’isolamento geografico – rendono incerto se questo modello possa funzionare.

La stabilità e continuità della leadership nordcoreana rimane la più grande «incognita nota» quando si tratta di valutare il futuro della Corea del Nord. Il Paese si trova a un crocevia storico, con forze che spingono verso direzioni opposte.

Da un lato, l’economia di mercato informale, l’esposizione crescente al mondo esterno e le aspirazioni delle nuove generazioni creano pressioni per l’apertura e la riforma. Dall’altro, il regime resiste, dimostrando capacità notevoli di adattamento e controllo.

Esperimento sociale e possibili scenari

La questione nucleare rimane un punto centrale. Finché Kim Jong Un potrà presentare le armi nucleari come garanzia di sicurezza nazionale, il regime manterrà legittimità agli occhi di molti cittadini. Tuttavia, se questa strategia dovesse fallire, se le sanzioni diventassero insostenibili o se la situazione economica si deteriorasse drasticamente, il sistema potrebbe affrontare una crisi di consenso senza precedenti.

Tre scenari appaiono possibili per il futuro della Corea del Nord: una riforma graduale dall’alto simile al modello cinese, una stagnazione prolungata con tensioni sociali crescenti, o una trasformazione drammatica causata da una crisi interna o esterna. Ogni scenario presenta implicazioni profonde.

Dietro la facciata immutabile della propaganda di regime, forze profonde di cambiamento stanno trasformando la società nordcoreana in modi che potrebbero essere irreversibili.

Il controllo totalitario rimane una realtà quotidiana, la persecuzione religiosa continua ad essere brutale e il programma nucleare procede inesorabile. Tuttavia, milioni di nordcoreani hanno ormai assaggiato, anche solo attraverso media contrabbandati, il sapore della libertà e della prosperità.

Kim Jong Un si trova di fronte alla sfida più complessa della dinastia Kim: come mantenere il controllo politico assoluto in una società che sta cambiando dal basso. È vero che il regime ha dimo- strato capacità straordinarie di adattamento, ma le pressioni interne ed esterne continuano ad accumularsi.

La Corea del Nord del 2025 non è più l’ultimo regno eremita del mondo, ma non è nemmeno una società aperta. È qualcosa di nuovo e incognito: un regime autoritario che utilizza tecnologie moderne per controllare una popolazione che conosce sempre meglio il mondo esterno. È un esperimento sociale su vasta scala di cui nessuno può prevedere l’esito.

il presidente russo Vladimir Putin cammina con il presidente cinese Xi Jinping e il leader nordcoreano Kim Jong Un prima della parata militare per l’80° anniversario della vittoria sul Giappone e la fine della Seconda guerra mondiale, in piazza Tiananmen, a Pechino, il 3 settembre 2025. (Photo by Alexander KAZAKOV / POOL / AFP)

Il peso (crescente) delle contraddizioni

Le contraddizioni che caratterizzano il Paese sono profonde e potenzialmente esplosive. La persecuzione religiosa continua, ma la fede cresce in segreto. Il controllo dell’informazione rimane severo, ma la conoscenza del mondo esterno si diffonde. L’arsenale nucleare fornisce sicurezza, ma a costi economici crescenti. L’élite gode di privilegi, ma vive nella paura costante. La propaganda celebra il successo, ma la popolazione aspira a una vita diversa. I giovani vengono indottrinati, ma sognano libertà e opportunità.

Forse la caratteristica più notevole della Corea del Nord contemporanea è la capacità dei suoi cittadini di vivere vite doppie: conformi pubblicamente, liberi privatamente; obbedienti esteriormente, pensanti interiormente; isolati ufficial-

mente, connessi informalmente. Questa duplicità esistenziale potrebbe essere insostenibile per le generazioni future.

Tra cambiamento e implosione

La domanda centrale rimane: riuscirà Kim Jong Un a gestire questa transizione mantenendo il controllo, o le forze del cambiamento finiranno per travolgere il sistema? La risposta a questa domanda non determinerà solo il futuro di 26 milioni di nordcoreani, ma anche l’equilibrio geopolitico dell’intera regione asiatica.

La Corea del Nord sta cambiando, lentamente ma inesorabilmente. La domanda non è se cambierà, ma come e quando. E soprattutto, se il cambiamento avverrà attraverso riforme graduali dall’alto o attraverso una trasformazione più drammatica spinta dalle pressioni sociali dal basso.

In un mondo sempre più interconnesso, la Corea del Nord si trova di fronte alla scelta finale: evolversi o rischiare l’implosione. La storia sta osservando, e il tempo stringe. Il futuro del Paese non è più nelle mani dei soli leader, ma dipende dall’equilibrio precario tra controllo e cambiamento, tra tradizione e modernità, tra isolamento e apertura.

La dinastia Kim ha governato per tre generazioni, ma la quarta potrebbe trovarsi di fronte a sfide che nessun controllo autoritario, per quanto sofisticato, può completamente contenere. Il silenzioso fiume sotterraneo del cambiamento continua a scorrere, e prima o poi troverà una via d’uscita.

Piergiorgio Pescali

Una delle innumerevoli celebrazioni in onore del Paese e del suo leader. Foto Jeremy888-Pixabay.

Ha firmato il dossier:

PIERGIORGIO PESCALI
Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica in campo fisico e nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.

A CURA DI Paolo Moiola, giornalista MC e autore del dossier sulla Corea del Sud pubblicato sul numero di agosto-settembre 2025 e reperibile sul sito della rivista.

Bambini nordcoreani in uniforme scolastica omaggiano. Foto Mike Bravo-Unsplash.



Il volto prossimo.

Sommario

Testi e foto di Luca Lorusso e Marco Bello.

Dove il mondo si incontra

Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica

Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.

L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.

Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.

Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».

Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.

Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.

In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.

Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.

Inizia il terzo Festival

In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.

Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.

La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.

Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali.
Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.

Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.

Dalle periferie al centro

Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.

Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».

Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.

La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.

Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.

Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.

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Dibattiti, laboratori, musica, teatro

Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.

Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.

La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.

Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.

Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.

I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.

Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza.
Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana.
Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.

I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son  riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.

Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.

Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.

Il volto dell’altro ci libera

Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.

Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.

Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.

Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.

Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.

Luca Lorusso

Dalle frontiere dell’umano

Cinque testimonianze tra le molte possibili

La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.

Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.

Con le «streghe» della Rd Congo

Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.

«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.

A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».

Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.

Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.

«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».

Le spose bambine del Bangladesh

Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.

Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.

Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».

Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali.
Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».

Attraverso lingue e culture

Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».

Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).

«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.

Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».

Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».

Vincere l’insidia dell’impotenza

Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.

«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.

Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.

Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».

Guardare il mondo dal Sud

Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».

Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».

Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».

La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.

Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».

Luca Lorusso

Salvato dai migranti

Don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea

Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.

Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.

Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.

Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.

Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».

E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».

Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».

Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».

L.L.

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Gioco a «somma positiva»

Transizione energetica e disuguaglianze sociali

Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.

Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.

Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».

«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».

«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».

Il problema siamo noi

Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».

I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.

«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.

Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.

L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.

Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».

L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.

Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.

«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.

Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»

Non solo mercato

Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».

Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».

Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.

Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».

Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.

La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.

Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.

Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».

Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.

L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».

Il piano B

Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».

In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».

Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.

L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.

Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».

Marco Bello

Dal sogno alla speranza

Il cardinale, la biblista e il filosofo

I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva. 

In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.

C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».

Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.

Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».

«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».

Il cammino

Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.

«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».

Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».

Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».

Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».

Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.

«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».

«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.

Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».

Le «due Chiese»

La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».

Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.

La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.

Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».

La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».

Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.

Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».

La fiamma e le braci

Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».

Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».

I soggetti di speranza

Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.

Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.

Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.

I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.

E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».

E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.

La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».

Marco Bello

Torino. Festival della Missione. (Foto di Marco Bello)



Venti Nordici. Finlandia, confine d’Europa

La cattedrale della Chiesa luterana, a Helsinky, la capitale finlandese. Foto Tapio Haia-Unsplash.

La svolta conservatrice. Il nuovo governo

Nel paese scandinavo, i conservatori hanno preso il posto dei progressisti. La loro vittoria è stata propiziata dalle proposte su economia, immigrazione, sicurezza, valori tradizionali.   Nel frattempo, l’aggressività del vicino russo, ha spinto la Finlandia ad aderire alla Nato.

Helsinky. In centro città c’è un via vai di pendolari che si dirigono verso i loro uffici. La capitale finlandese mantiene il suo fascino nordico, con l’architettura che mescola tradizione scandinava e modernità funzionale. Eppure, qualcosa è cambiato nell’aria politica di questo paese con 5,5 milioni di abitanti. La Finlandia di Sanna Marin – giovane socialdemocratica, primo ministro dal 2019 al 2023, simbolo di un nuovo femminismo nordico – appartiene ormai al passato. Dal giugno 2023, il Paese è guidato da Petteri Orpo, leader del partito della Coalizione nazionale e di un governo di centrodestra che ha segnato una svolta conservatrice significativa.

Da Sanna Marin a Riikka Purra

Il governo Orpo rappresenta una delle alleanze più controverse della storia finlandese. Formato da quattro partiti – la Coalizione nazionale, il Partito dei finlandesi, il Partito popolare svedese e i Cristiano democratici – controlla 108 seggi sui 200 del parlamento finlandese. Tra i quattro aderenti, è però il Partito dei finlandesi – il Perussuomalaiset, guidato da Riikka Purra – che rende la coalizione particolarmente significativa nel panorama politico nordico.

La socialdemocratica Sanna Marin, primo ministro finlandese fino al 20 giugno 2023. Foto European Union.

«Non è stato un cambiamento improvviso», mi spiega Tapio Raunio, professore di Scienze politiche all’Università di Tampere, mentre ci troviamo nel suo ufficio. «I semi del malcontento verso le politiche progressiste di Marin erano già visibili nelle elezioni comunali del 2021. Gli elettori finlandesi erano preoccupati per l’economia, l’immigrazione e sentivano che il governo precedente fosse troppo focalizzato su questioni identitarie a scapito dei problemi concreti».

Le elezioni dell’aprile 2023 hanno raccontato una storia dai margini sottilissimi: la Coalizione nazionale (Kokoomus) e il Partito dei finlandesi hanno ottenuto entrambi il 20,1% dei voti, mentre i socialdemocratici di Marin si sono fermati al 19,9%. Una differenza di poche migliaia di voti che ha cambiato radicalmente il corso politico del Paese.

L’ascesa del Partito dei finlandesi rappresenta forse l’elemento più significativo di questa trasformazione. Fondato nel 1995 come «Veri finlandesi» dall’ex socialdemocratico Timo Soini, il partito ha attraversato diverse metamorfosi, passando da forza anti establishment a partito populista di destra, fino a diventare una delle componenti principali del sistema politico finlandese. Sotto la guida di Riikka Purra, avvocata 47enne originaria di Espoo, il partito ha consolidato la sua posizione come voce delle preoccupazioni dell’elettorato più conservatore.

Il primo ministro finlandese Petteri Orpo. Foto Lauri Heikkinen.

«Purra è riuscita a dare al partito una faccia più rispettabile rispetto ai suoi predecessori», osserva la politologa Jenni Karimäki. «Ha mantenuto le posizioni di destra su immigrazione e identità nazionale, ma le ha presentate con un linguaggio più istituzionale. Questo le ha permesso di attrarre voti non solo dalla base tradizionale del partito, ma anche da elettori di centrodestra delusi dalla Coalizione nazionale».

Il programma del governo Orpo riflette chiaramente questa nuova direzione politica. Le priorità includono il risanamento delle finanze pubbliche attraverso tagli alla spesa sociale, una stretta significativa sulle politiche di immigrazione e asilo, e una revisione delle ambizioni climatiche considerate troppo costose per l’economia nazionale. Il governo ha – inoltre – promesso di rafforzare la «sicurezza interna» e di promuovere i «valori finlandesi tradizionali».

Riikka Purra, del Partito dei finlandesi, è vice primo ministro e ministro delle finanze. Foto Lauri Heikkinen-Wikimedia.

Tuttavia, gestire una coalizione così eterogenea non è una sfida da poco. Il Partito popolare svedese (Suomen ruotsalainen kansanpuolue), che rappresenta la minoranza di lingua svedese del Paese (circa il 5% della popolazione), spesso si trova in disaccordo con le posizioni più nazionaliste del Partito dei finlandesi. I Cristiano democratici, dal canto loro, mantengono posizioni più moderate su alcune questioni sociali. È un equilibrio delicato nel quale Orpo deve costantemente mediare tra le diverse anime della coalizione.

La reazione dell’opinione pubblica al nuovo esecutivo è stata variegata. I sostenitori del Governo apprezzano l’approccio più pragmatico alle questioni economiche e migratorie, mentre i critici accusano l’esecutivo di aver abbandonato la tradizione progressista finlandese. Anche in questo Paese si sta, dunque, assistendo a una sorta di normalizzazione del populismo di destra: quello che fino a pochi anni fa era considerato estremismo politico, oggi fa parte del programma governativo.

La nuova politica migratoria

Un esempio concreto di questa trasformazione è rappresentato dalle nuove politiche migratorie. Il Governo ha ridotto significativamente il numero di rifugiati accettati, ha inasprito i criteri per il ricongiungimento familiare e ha introdotto controlli più severi ai confini. Queste misure hanno sollevato critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, ma hanno trovato il sostegno di una parte significativa dell’elettorato.

La svolta conservatrice non si limita, però, alle questioni migratorie. Il Governo ha anche ridimensionato gli investimenti in energie rinnovabili, preferendo puntare sul nucleare, e ha rallentato alcuni progetti di welfare innovativi avviati dall’amministrazione precedente. «È un cambiamento di paradigma», spiega Elina Kestilä-Kekkonen, politologa dell’Università di Tampere. «Dal modello scandinavo progressista stiamo andando verso un conservatorismo più pragmatico, simile a quello che vediamo in altri Paesi europei».

Questa trasformazione ha anche implicazioni internazionali. Mentre la Finlandia mantiene il suo forte sostegno all’Ucraina e alla propria integrazione nella Nato, il governo Orpo ha adottato posizioni più critiche verso alcune politiche dell’Unione europea, in particolare quelle relative alla distribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo. «Vogliamo essere buoni europei, ma anche difendere la sovranità nazionale finlandese», ha dichiarato in più occasioni il primo ministro.

I sondaggi mostrano che, dopo quasi due anni di governo, la coalizione Orpo mantiene un sostegno relativamente stabile, attestandosi intorno al 46-48% delle preferenze. Tuttavia, la polarizzazione politica è aumentata, con una parte significativa dell’elettorato che esprime forte opposizione alle politiche governative.

La sfida per il governo Orpo nei prossimi anni sarà quella di mantenere la coesione della coalizione, mentre affronta questioni complesse come l’invecchiamento della popolazione, la transizione energetica e le tensioni geopolitiche con la Russia. La Finlandia progressista è stata sostituita da un Paese alla ricerca un nuovo equilibrio tra tradizione e modernità, tra apertura internazionale e protezione dell’identità nazionale.

Un lago parzialmente ghiacciato in Lapponia. Foto Piergiorgio Pescali.

Dalla neutralità all’atlantismo

L’ingresso della Finlandia nella Nato rappresenta probabilmente la decisione di politica estera più significativa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una scelta storica, in quanto pone fine a uno status di neutralità mantenuto per lungo tempo dal Paese, compiuta in virtù di un largo consenso diffuso sia tra l’opinione pubblica, sia all’interno della classe dirigente finlandese.

La rapidità di questo cambiamento è stata sorprendente. Nel dicembre 2021, solo il 26% dei finlandesi sosteneva l’adesione alla Nato, mentre il 51% era contrario. Un anno dopo, nell’aprile 2022, due mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i favorevoli erano saliti al 78%. Oggi, nel 2025, il sostegno si mantiene stabile, rendendo la Finlandia uno dei paesi Nato con il consenso più alto per l’appartenenza all’Alleanza atlantica.

Questa trasformazione non è stata solo numerica, ma ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale e geopolitica per un Paese che aveva fatto della neutralità attiva uno dei pilastri della propria identità nazionale dal dopoguerra. La «finlandizzazione» – termine coniato per descrivere la capacità di mantenere l’indipendenza pur rispettando gli interessi di sicurezza dell’Unione Sovietica – era diventata sinonimo di pragmatismo diplomatico.

L’adesione alla Nato, formalizzata nell’aprile 2023 insieme alla Svezia, ha comportato cambiamenti significativi non solo nella postura rispetto alla sicurezza del Paese, ma anche nella percezione che i finlandesi hanno di se stessi e del proprio ruolo nel mondo. La Finlandia, che condivide 1.340 chilometri di frontiera con la Russia – il confine più lungo tra un paese Nato e il Paese di Vladimir Putin -, si è trovata improvvisamente in prima linea nella nuova Guerra fredda.

«L’integrazione nelle strutture Nato è proceduta più rapidamente di quanto chiunque si aspettasse», ha spiegato il generale di brigata Jukka Sonninen, in una recente intervista alla televisione pubblica Yle: «I finlandesi hanno sempre avuto capacità militari solide – il servizio militare obbligatorio non è mai stato abolito – ma ora queste capacità sono integrate in una strategia di difesa collettiva».

Il bilancio della difesa finlandese è aumentato significativamente, passando dall’1,9% del Pil nel 2022 al 2,4% previsto per il 2025. Gli investimenti si concentrano principalmente su sistemi di difesa aerea, capacità di guerra elettronica e miglioramento dell’interoperabilità con le forze alleate. Il Paese ha, inoltre, deciso di acquistare 64 caccia F-35 americani, che sostituiranno progressivamente i vecchi F/A-18 Hornet a partire dal 2026.

Ma è forse nella percezione della Russia che si registra il cambiamento più drammatico. Tradizionalmente, i rapporti con Mosca erano caratterizzati da una cauta cordialità, nonostante le tensioni storiche. La Russia era il principale partner commerciale della Finlandia, e molte aziende finlandesi avevano significativi investimenti nel Paese vicino. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto, anche per i socialdemocratici.

«La Russia di Putin non è più la Russia con cui potevamo fare affari», afferma Elina Valtonen, ex ministra degli Esteri del governo Marin, ora all’opposizione. «È diventata un vicino imprevedibile e potenzialmente pericoloso. La chiusura della frontiera terrestre (decisa del dicembre 2023, ndr) è stata una decisione necessaria, anche se dolorosa».

Per decenni, il confine era stato uno dei più trafficati tra Russia e Occidente, con circa 9 milioni di attraversamenti annui prima della pandemia. La decisione è arrivata dopo un improvviso e contemporaneo afflusso di richiedenti asilo provenienti da Paesi terzi attraverso la Russia sia in Finlandia che in Norvegia, un fenomeno che Helsinki e Olso hanno interpretato come una forma di guerra ibrida orchestrata dal Cremlino.

La chiusura ha avuto conseguenze significative per le comunità di confine che, per generazioni, avevano vissuto di commerci transfrontalieri e turismo russo. Città come Lappeenranta e Imatra hanno visto crollare i loro ricavi, mentre migliaia di finlandesi che lavoravano o avevano proprietà in Russia si sono trovati improvvisamente isolati.

«È stato traumatico», racconta una proprietaria di un negozio di souvenir a Lappeenranta. «I turisti russi rappresentavano il 60% dei nostri clienti. Ora dobbiamo reinventarci completamente». Il Governo ha stanziato fondi per sostenere le attività economiche colpite, ma la transizione resta difficile.

L’opinione pubblica, tuttavia, sostiene ampiamente la decisione. I sondaggi mostrano che oltre l’85% dei finlandesi approva la chiusura della frontiera, considerandola necessaria per la sicurezza nazionale. «I finlandesi hanno capito che non è più possibile separare questioni economiche e di sicurezza quando si tratta della Russia», osserva la politologa Minna Ålander del Finnish institute of international affairs.

Una ciclista attraversa Lordi Square, a Rovaniemi, capitale della Lapponia finlandese, famosa per ospitare l’Ufficio di Santa Claus e per gli edifici progettati dall’architetto Alvar Aalto. Foto Piergiorgio Pescali.

Una chiara scelta di campo

La nuova strategia di sicurezza finlandese si basa su tre pilastri principali: deterrenza, resilienza e cooperazione internazionale. La deterrenza include non solo le capacità militari convenzionali, ma anche sistemi di difesa cibernetica avanzati e preparazione contro la guerra ibrida. La resilienza sociale viene rafforzata attraverso programmi di preparazione civile e comunicazione strategica per contrastare la disinformazione.

«Ogni finlandese deve essere preparato a contribuire alla difesa nazionale», ha spiegato Jukka Sonninen. «Non parliamo solo di difesa militare, ma di resilienza sociale, economica e informatica». Il Paese ha investito significativamente in bunker civili – Helsinki ha alcune delle migliori protezioni antiaeree d’Europa – e in sistemi di allerta per la popolazione.

La cooperazione nordica si è intensificata notevolmente. Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca hanno creato un comando di difesa integrato per l’area artica e baltica, mentre Estonia, Lettonia e Lituania vedono nella Finlandia un partner naturale nel contenimento della Russia. «Siamo diventati il fianco Nord della Nato. Questo ci dà responsabilità aggiuntive, ma anche maggiore influenza nelle decisioni dell’Alleanza», ha concluso Jukka Sonninen.

L’impatto generazionale dell’adesione alla Nato è particolarmente interessante. I giovani finlandesi, che non hanno vissuto la Guerra fredda, sembrano più entusiasti dell’integrazione occidentale rispetto alle generazioni più anziane. «Per noi la Nato rappresenta normalità europea», dice Laura Pitkänen, studentessa 22enne dell’Università di Helsinki. «È difficile immaginare che fino a poco tempo fa fossimo neutrali».

La trasformazione è visibile anche nella cultura popolare e nell’educazione. Le scuole hanno introdotto nuovi programmi di educazione civica che includono la comprensione della difesa nazionale e della sicurezza informatica.

L’adesione alla Nato ha rappresentato la fine di un’era per la Finlandia, ma anche l’inizio di un nuovo capitolo. Un Paese, che per decenni ha fatto dell’equilibrio diplomatico la sua specialità, ora deve imparare a navigare come membro a pieno titolo dell’Occidente, in un mondo sempre più polarizzato.

Piergiorgio Pescali

Mezzi pubblici e persone a Kluuvi, quartiere dello shopping di Helsinky. Foto Tapio Haaja-Unsplash.

Diventare finlandesi
Migrazioni e multiculturalismo

Le persone di origine straniera sono l’8,3 per cento della popolazione totale. L’integrazione non è facile, ma possibile in un Paese con una scuola all’avanguardia.

Helsinky. Camminando attraverso il quartiere di Itäkeskus, nella periferia orientale di Helsinki, il paesaggio urbano racconta una storia di trasformazione che va ben oltre l’architettura degli anni Ottanta. I supermercati halal si alternano ai negozi di alimentari somali, i ristoranti nepalesi condividono la strada con pizzerie gestite da famiglie italiane di seconda generazione, mentre i cartelli bilingui finlandese-arabo indicano i servizi pubblici. Questo è il volto della nuova Finlandia multiculturale.

«Venticinque anni fa, questo quartiere era popolato quasi esclusivamente da finlandesi etnici», mi racconta un’assistente sociale di origine somala che lavora nei servizi di integrazione del comune di Helsinki. «Oggi, in alcune scuole elementari della zona, i bambini di origine straniera sono la maggioranza. È un cambiamento demografico senza precedenti nella storia finlandese».

Stranieri in crescita

I numeri confermano questa trasformazione. La popolazione di origine straniera in Finlandia è cresciuta dal 2,6% del 2000 all’8,3% del 2024, con proiezioni che indicano il 15% entro il 2035. L’area metropolitana di Helsinki concentra la maggior parte di questa popolazione. Alcuni quartieri della capitale registrano percentuali di residenti stranieri superiori al 30%.

Questa evoluzione demografica rappresenta una sfida inedita per un Paese che, fino agli anni Novanta, era tra i più etnicamente omogenei d’Europa. La Finlandia, che per secoli era stata terra di emigrazione – con oltre un milione di suoi cittadini emigrati principalmente in Svezia e Nord America nel XX secolo – si è trovata improvvisamente a gestire flussi significativi d’immigrazione. E non tutti erano preparati a questa trasformazione.

Il percorso d’integrazione

Le comunità di immigrati più numerose includono russi (circa 90mila), estoni (50mila), somali (22mila), iracheni (15mila) e siriani (12mila). Ciascuna di queste comunità ha portato proprie sfide e specificità.

La comunità russa, presenta un caso particolare. Molti sono arrivati negli anni Novanta e Duemila, spesso come gli Ingriani, una etnia finnica arrivata dalla regione di San Pietroburgo dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Il governo Orpo sta implementando politiche di integrazione più severe rispetto al passato. Il nuovo modello richiede maggiori competenze linguistiche per l’accesso ai servizi sociali e prevede percorsi più strutturati. «Non basta più vivere in Finlandia», ha detto in un’intervista Mika Salminen, direttore dei servizi di integrazione del ministero dell’Interno. «Bisogna dimostrare di voler diventare finlandesi».

Gli immigrati e le scuole finlandesi

Questa svolta ha, come era prevedibile, generato accesi dibattiti incentrati soprattutto sul sistema educativo del Paese. Tradizionalmente considerato tra i migliori al mondo, oggi deve affrontare la sfida rappresentata dai nuovi studenti appartenenti a tradizioni culturali e linguistiche diverse. Le scuole di Helsinki hanno sviluppato programmi specifici per l’apprendimento del finlandese come seconda lingua, ma i risultati non sono uniformi.

«Abbiamo studenti che arrivano senza conoscere l’alfabeto latino e studenti che parlano già tre lingue», racconta Marjo Kyllönen, direttrice del settore della pubblica istruzione del comune di Helsinki. «La diversità è una ricchezza, ma richiede risorse e metodi didattici completamente nuovi».

I dati del «Programma per la valutazione internazionale degli studenti» (Pisa) mostrano che, mentre la Finlandia mantiene risultati eccellenti a livello nazionale, esistono significativi divari di performance tra studenti autoctoni e di origine straniera. «Non è solo una questione linguistica» analizza Sari Sulkunen, ricercatrice presso l’Università di Jyväskylä. «È una questione culturale più ampia. Alcune famiglie di immigrati non hanno familiarità con il sistema educativo finlandese, che si basa molto sull’autonomia dello studente e sulla collaborazione scuola famiglia».

Per affrontare queste sfide, diverse scuole hanno sviluppato programmi innovativi. La scuola elementare di Puotila, ad esempio, ha introdotto insegnanti mediatori culturali che parlano le lingue delle principali comunità di immigrati.

La chiesa ortodossa di Nellim, a pochi chilometri dal confine con la Russia e principale centro degli Skolt Sami, la popolazione indigena lappone. Foto Piergiorgio Pescali.

Gli immigrati e il lavoro

Il mercato del lavoro presenta un quadro complesso. Mentre i cittadini Ue, in particolare estoni e svedesi, mostrano tassi di occupazione simili ai finlandesi autoctoni, altre comunità affrontano difficoltà significative. Il tasso di disoccupazione tra i cittadini di origine somala raggiunge il 65%, mentre quello degli iracheni si attesta al 45%.

«Molti immigrati hanno qualifiche non riconosciute, competenze linguistiche insufficienti o provengono da sistemi educativi molto diversi. Servono tempo e investimenti mirati», spiega Akram Al-Turk, consulente per l’integrazione lavorativa presso il centro per l’impiego di Helsinki.

Alcune aziende finlandesi hanno sviluppato programmi specifici per l’assunzione di personale immigrato. Nokia, ad esempio, ha lanciato un’iniziativa per assumere rifugiati con competenze tecniche, fornendo corsi di lingua e accompagnatori culturali.

Tuttavia, esistono anche storie di successo significative. La comunità vietnamita, arrivata principalmente dall’esperienza dei boat people negli anni Ottanta, ha raggiunto livelli di integrazione eccellenti. «I vietnamiti hanno tassi di occupazione superiori alla media finlandese e i loro figli ottengono risultati scolastici ottimi», osserva Ronkainen. «È un esempio di integrazione riuscita a lungo termine».

La coesione sociale rimane relativamente alta, ma si registrano tensioni crescenti. I sondaggi mostrano che il 73% dei cittadini considera l’immigrazione un fenomeno complessivamente positivo, ma il 58% ritiene che l’integrazione non stia procedendo abbastanza rapidamente.

Tolleranza e valori finlandesi

I finlandesi sono tolleranti, ma hanno anche aspettative elevate di conformità alle norme sociali. Questa tensione, tipica delle società nordiche, è particolarmente evidente in questioni come il velo islamico, i matrimoni combinati o le pratiche educative tradizionali. Non si chiede di abbandonare la propria cultura, ma ci si aspetta rispetto per i valori finlandesi fondamentali: uguaglianza di genere, diritti dei bambini, rispetto delle leggi.

Le politiche abitative hanno giocato un ruolo cruciale nell’integrazione. A differenza di altri Paesi europei, la Finlandia ha evitato di concentrare gli immigrati in specifici quartieri ghetto prevenendo la segregazione etnica.

Il settore sanitario ha dovuto adattarsi significativamente. I servizi hanno introdotto mediatori culturali e traduttori, mentre alcuni ospedali hanno sviluppato protocolli specifici per comunità con esigenze particolari per rispettare tabù culturali.

La digitalizzazione dei servizi pubblici ha creato nuove barriere per alcuni immigrati più anziani o con bassa scolarizzazione. Il sistema finlandese è molto digitalizzato e chi non padroneggia la lingua o non ha competenze digitali rischia di essere escluso. Per rispondere a questa sfida, sono stati sviluppati servizi di supporto digitale multilingue e corsi di alfabetizzazione informatica specifici per immigrati.

«Non possiamo tornare indietro», conclude Ronkainen. «La sfida è creare un modello di integrazione che preservi i valori finlandesi permettendo la diversità culturale».

Il successo di questo modello determinerà non solo il futuro demografico del Paese, ma anche la sua capacità di mantenere quel consenso sociale che ha caratterizzato la società finlandese nel dopoguerra.

Piergiorgio Pescali

La Chiesa luterana della Santa Croce di Rauma, sito Unesco. Foto Piergiorgio Pescali.

L’identità religiosa
La Chiesa luterana

Formalmente, il 66,6% dei finlandesi appartiene alla Chiesa evangelica luterana, facendone una delle comunità religiose più numerose d’Europa in termini percentuali. Le chiese, però, si svuotano e la maggior parte dei fedeli che partecipano alle funzioni è anziana.

«È il paradosso della fede finlandese», mi spiega l’arcivescovo Tapio Luoma. «La maggioranza dei cittadini si considera luterana per identità culturale, ma la pratica religiosa attiva riguarda meno del 10% della popolazione. Siamo una Chiesa di appartenenza più che di credenza».

L’arcivescovo luterano Tapio Luoma. Foto da www.arkkipiispa.fi

Questa peculiarità riflette il ruolo storico della Chiesa luterana in Finlandia. Per quattro secoli, dal 1593 al 1923, il luteranesimo è stato religione di Stato, plasmando non solo la spiritualità ma l’intera cultura finlandese. Anche dopo la separazione formale tra Stato e Chiesa, l’istituzione ecclesiastica ha mantenuto un ruolo sociale centrale.

«La Chiesa luterana finlandese è molto più di un’istituzione religiosa», spiega ancora Luoma. «È un provider di servizi sociali, un custode della cultura, un sistema di welfare parallelo. Molti finlandesi la sostengono per queste funzioni, indipendentemente dalle loro convinzioni teologiche».

I numeri confermano questa interpretazione. La Chiesa gestisce 765 parrocchie in tutta la nazione, impiega circa 24mila persone e ha un budget annuo di 1,1 miliardi di euro, finanziato attraverso l’imposta ecclesiastica (1-2% del reddito per i membri) e donazioni. È il secondo datore di lavoro del Paese dopo lo Stato.
Detto questo, anche in Finlandia la secolarizzazione procede inesorabilmente. Ogni anno circa 15mila finlandesi lasciano formalmente la Chiesa, mentre solo 8mila vi aderiscono. «I giovani vedono la Chiesa come un’istituzione obsoleta», osserva Laura Tuominen, studentessa di teologia 24enne. «Molti dei miei coetanei escono dalla Chiesa appena diventano maggiorenni, principalmente per non pagare l’imposta ecclesiastica».

La Chiesa ha risposto a queste sfide con una strategia di modernizzazione e apertura. Nel 2010 ha accettato l’ordinazione delle donne come pastori e ha progressivamente ammorbidito le posizioni su temi etici controversi.

«La Chiesa finlandese è tra le più liberali del mondo luterano», spiega l’arcivescovo Luoma. «Benediciamo i matrimoni tra persone dello stesso sesso, accettiamo il divorzio, sosteniamo i diritti delle donne. Cerchiamo di essere una chiesa inclusiva in una società plurale».

P.P.

La Chiesa luterana della Santa Trinità di Vaasa, da qui parte uno dei cammini di Sant’Olav. Foto Piergiorgio Pescali.

Meno ideologia, più scienza.
Visita alla centrale di Olkiluoto

È la più potente centrale nucleare dell’Europa, la terza del mondo. Dopo un lungo percorso, oggi è il simbolo della filosofia energetica finlandese, favorevole al nucleare.

Olkiluoto. Quando si arriva al complesso nucleare di Olkiluoto, nel comune di Eurajoki sulla costa occidentale della Finlandia, la prima cosa che colpisce è la maestosità dell’impianto. Due edifici di contenimento, più una terza cupola moderna e imponente, dominano il paesaggio industriale. È qui che si sta scrivendo una delle pagine più significative del futuro energetico europeo.

Con i suoi 1.600 MW di capacità, Olkiluoto 3 (tre, infatti, sono i suoi reattori) è attualmente l’unità nucleare più potente d’Europa e la terza al mondo. Il reattore Epr (European pressurized reactor), entrato in funzione commerciale nell’aprile 2023 dopo anni di ritardi e costi lievitati, rappresenta molto più di un semplice impianto di generazione elettrica: è il simbolo di una filosofia energetica che distingue la Finlandia da gran parte dell’Europa occidentale.

«Questo reattore da solo produce circa il 14% dell’elettricità finlandese», mi spiega Juha Poikola ingegnere della Tvo (Teollisuuden Voima), l’azienda che gestisce l’impianto. «Ma il suo impatto va ben oltre i numeri. Ha dimostrato che l’Europa può ancora costruire tecnologia nucleare avanzata»: il 14% dell’energia di un’intera nazione prodotta in uno spazio di poche decine di metri quadrati.

Veduta della centrale nucleare di Olkiluoto, la maggiore d’Europa. Foto Piergiorgio Pescali.

La scelta nucleare

La strada verso Olkiluoto 3 è stata tutt’altro che semplice. Iniziata nel 2005, la costruzione ha subito numerosi ritardi tecnici e legali, con i costi che sono lievitati dai 3 miliardi di euro iniziali a oltre 11 miliardi. Il reattore doveva essere operativo nel 2009, ma ha iniziato la produzione commerciale solo quattordici anni dopo. Tuttavia, per i finlandesi, questo lungo percorso non ha scalfito la fiducia nel nucleare.

«In Germania o in Italia, ritardi del genere avrebbero probabilmente ucciso il programma nucleare», osserva Tomas Tala, direttore del consorzio FinnFusion. «In Finlandia, li abbiamo visti come problemi tecnici da risolvere, non come ragioni per abbandonare la tecnologia».

Questa differenza di approccio ha radici profonde nella cultura del Paese. Il pragmatismo nordico, combinato con una forte tradizione ingegneristica e una fiducia nelle istituzioni, ha creato un ambiente favorevole al nucleare che contrasta nettamente con l’atteggiamento di molti altri Paesi europei. Ma c’è di più: la Finlandia è riuscita a creare un consenso sociale intorno al nucleare che include persino i partiti tradizionalmente più scettici.

«Il nostro approccio è sempre stato basato sulla scienza, non sull’ideologia», mi dice Atte Harjanne, parlamentare del Partito verde finlandese, mentre prendiamo un caffè. Harjanne, fisico di formazione, rappresenta una posizione che sarebbe impensabile per molti partiti verdi europei. «Abbiamo fatto i conti con la realtà climatica: se vogliamo raggiungere la neutralità carbonica mantenendo standard di vita elevati, il nucleare è necessario».

Questa posizione non è stata semplice da raggiungere nemmeno per i Verdi finlandesi. Il partito ha vissuto intensi dibattiti interni, ma alla fine ha prevalso l’approccio pragmatico. «Abbiamo studiato i dati» continua Harjanne. «Il nucleare finlandese ha un record di sicurezza eccellente, produce energia carbon-free e ci garantisce indipendenza energetica. Sarebbe irresponsabile opporsi per principio ideologico».

Nel Paese il consenso sul nucleare raggiunge livelli impressionanti: oltre il 60% della popolazione sostiene l’energia nucleare (grafico), con punte dell’80% tra i giovani laureati e più del 90% tra i laureati in materie scientifiche. Questo sostegno è alimentato da diversi fattori, ma forse il più importante è la trasparenza con cui le autorità hanno gestito il dossier nucleare nel corso dei decenni.

«Fin dagli anni Settanta, abbiamo coinvolto le comunità locali nelle decisioni sul nucleare», spiega Petteri Tiippana, direttore dell’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (Stuk). «Non abbiamo mai imposto nulla dall’alto. Le comunità che ospitano impianti nucleari ricevono benefici economici diretti e hanno voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano».

Il caso di Eurajoki, il comune che ospita Olkiluoto, è emblematico. Con poco più di novemila abitanti, questa comunità costiera riceve annualmente milioni di euro in tasse dalla centrale nucleare, finanziando servizi pubblici di qualità superiore e mantenendo le imposte locali tra le più basse della Finlandia. «I nostri figli hanno scuole eccellenti, abbiamo una biblioteca modernissima e servizi sanitari di primo livello», racconta Vesa Lakaniemi, sindaco di Eurajoki. «Il nucleare non è solo accettato qui, è visto come una risorsa per la comunità».

Ma la vera rivoluzione di Olkiluoto non è solo nel reattore Epr.

Il deposito delle scorie

A pochi chilometri dall’impianto, scavato nella roccia granitica a 420 metri di profondità, si trova Onkalo, il primo deposito geologico permanente al mondo per scorie nucleari ad alta attività.

Il deposito è progettato per contenere le scorie radioattive per 100mila anni, isolandole completamente dall’ambiente. «È il progetto più a lungo termine mai intrapreso dall’umanità», spiega Pasi Tuohimaa, public relations di Posiva, l’azienda responsabile del deposito. «Stiamo progettando per un periodo di tempo che va oltre l’intera storia della civiltà umana».

La costruzione di Onkalo ha richiesto vent’anni di ricerche geologiche, test tecnologici e sviluppo di protocolli di sicurezza. Il sistema si basa su barriere multiple: le scorie vengono incapsulate in contenitori di rame, sigillati con argilla bentonitica e posizionati in tunnel scavati in roccia granitica stabile da 1,9 miliardi di anni. «Anche se tutte le barriere ingegneristiche dovessero fallire, la roccia stessa conterrebbe la radioattività», assicura Tuohimaa.

L’accettazione sociale di Onkalo è stata altrettanto notevole. Mentre altri Paesi europei hanno lottato per decenni per trovare siti per i depositi di scorie nucleari – spesso incontrando opposizione feroce delle comunità locali – la Finlandia ha risolto il problema con un approccio trasparente e partecipativo. «Abbiamo iniziato il dialogo con le comunità locali negli anni Novanta», ricorda Tuohimaa. «Non abbiamo nascosto nulla. Abbiamo spiegato i rischi, i benefici e le alternative».

Il risultato è che Eurajoki e i comuni limitrofi non solo accettano Onkalo, ma lo vedono come un’opportunità economica e tecnologica. Il deposito porta investimenti, posti di lavoro qualificati e posiziona la regione come centro di eccellenza nell’ingegneria nucleare.

L’enorme turbina del reattore nucleare Epr della centrale di Olkiluoto. Foto Piergiorgio Pescali.

Non solo nucleare

Questa capacità di gestire l’intero ciclo nucleare – dall’importazione dell’uranio allo smaltimento delle scorie – colloca la Finlandia in una posizione unica nel panorama energetico mondiale. Mentre la Germania ha deciso di eliminare gradualmente il nucleare e la Francia fatica a modernizzare il suo parco reattori, la Finlandia sta espandendo le sue capacità nucleari.

«Il nucleare non è solo parte del nostro mix energetico, è parte della nostra strategia industriale» spiega Riku Huttunen, direttore generale dell’Agenzia finlandese per l’energia. «Abbiamo industrie energivore – metallurgia, chimica, pasta di legno – che hanno bisogno di elettricità abbondante e affidabile. Il nucleare ce la garantisce».

Questa strategia ha permesso alla Finlandia di raggiungere risultati ambientali significativi mantenendo la competitività industriale. Il Paese ha già ridotto le emissioni di CO2 del 35% rispetto ai livelli del 1990, pur mantenendo una crescita economica robusta. L’obiettivo della carbon neutralità entro il 2035 – cinque anni prima dell’obiettivo Ue – sembra raggiungibile.

L’integrazione tra nucleare e rinnovabili in Finlandia è particolarmente sofisticata. Il Paese ha investito massicciamente nell’eolico – soprattutto onshore – e nel solare, nonostante le latitudini nordiche. Ma è il nucleare che fornisce la flessibilità necessaria per gestire l’intermittenza delle rinnovabili. «Non vediamo competizione tra nucleare e rinnovabili», chiarisce Huttunen. «Li vediamo come complementari. Il nucleare fornisce elettricità stabile 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana, le rinnovabili aggiungono capacità quando le condizioni sono favorevoli».

Questa filosofia pragmatica contrasta nettamente con l’approccio di Paesi come la Germania, dove l’Energiewende ha puntato tutto sulle rinnovabili eliminando il nucleare. I risultati parlano chiaro: mentre la Germania ha ancora significative emissioni dal settore elettrico e bollette energetiche tra le più care d’Europa, la Finlandia ha raggiunto un mix energetico quasi carbon-free mantenendo costi competitivi.

«La differenza culturale è fondamentale», riflette il sociologo dell’energia Tapio Litmanen dell’Università di Jyväskylä. «I tedeschi vedono il nucleare attraverso il prisma di Chernobyl e Fukushima. I finlandesi lo vedono attraverso il prisma dell’ingegneria e della gestione del rischio. Due approcci completamente diversi allo stesso problema.»

Il modello finlandese sta attirando interesse internazionale. Delegazioni da tutto il mondo visitano Olkiluoto e Onkalo per studiare l’approccio finlandese. «Riceviamo visite continue da altri Paesi che vogliono capire come abbiamo fatto» racconta Tuohimaa. «Il nostro modello di gestione partecipata e trasparente del nucleare è diventato un caso di studio globale».

La lezione è chiara: il successo del nucleare non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla capacità di costruire consenso sociale attraverso trasparenza, partecipazione e benefici concreti per le comunità. È un modello che altri paesi stanno cercando di replicare, ma che richiede un contesto culturale e istituzionale specifico che non è facile da esportare.

Piergiorgio Pescali

Il moderno quartiere di Kalasatama, ad Helsinky. Foto Wikimedia.

Tecnologia e Welfare
Un paese laboratorio

Innovazione e sostenibilità sono le parole d’ordine della Finlandia. Senza però dimenticare il proprio sistema di welfare, tra i più avanzati al mondo.

Helsinky. Mentre il mio viaggio attraverso la Finlandia del 2025 volge al termine, sono di nuovo nella capitale nel quartiere di Kalasatama, un’area che fino a pochi anni fa ospitava il porto commerciale e oggi rappresenta uno dei progetti di sviluppo urbano sostenibile più ambiziosi d’Europa. Grattacieli in legno si ergono accanto a edifici tradizionali ristrutturati con criteri di efficienza energetica estrema, mentre pannelli solari e turbine eoliche urbane completano un paesaggio che sembra uscito da un film di fantascienza.

Il quartiere di Kalasatama è un laboratorio del futuro dove si stanno testando tutte le tecnologie che renderanno Helsinki carbon neutral entro il 2030, cinque anni prima del target nazionale. I progressi sono tangibili: Helsinki ha già ridotto le emissioni del 60% rispetto ai livelli del 1990, principalmente attraverso il passaggio dal carbone alle bioenergie per il teleriscaldamento urbano e l’elettrificazione dei trasporti pubblici. «Il segreto è l’integrazione sistemica», spiega Laura Aalto che ha ricoperto il ruolo di direttrice marketing e comunicazione della città di Helsinki. «Non basta cambiare una tecnologia alla volta. Bisogna ripensare completamente come funziona una città: energia, trasporti, edifici, rifiuti, tutto deve essere interconnesso in un sistema circolare».

Il modello Helsinki sta attirando delegazioni da tutto il mondo. La città ha sviluppato un sistema di teleriscaldamento che utilizza il calore di scarto dei data center per riscaldare gli edifici, ha introdotto autobus a idrogeno e sta sperimentando sistemi di mobilità autonoma per il trasporto pubblico. Ma è forse nel settore dell’economia circolare che la Finlandia sta dimostrando la maggiore innovazione. Il Paese ha l’obiettivo di diventare la prima economia completamente circolare al mondo entro il 2035, eliminando il concetto di rifiuto attraverso il riuso, il riciclo e la rigenerazione dei materiali.

L’industria forestale finlandese, tradizionalmente focalizzata su carta e legname, si sta trasformando in un settore ad alta tecnologia che produce biocarburanti, biomateriali avanzati, tessuti sostenibili e persino cibo sintetico da cellulosa. Aziende come Stora Enso e Upm (Industria forestale finlandese) hanno investito miliardi in bioraffinerie che trasformano gli scarti di lavorazione in centinaia di prodotti diversi.

«Da un albero oggi ricaviamo non solo carta e legno, ma anche carburante per aerei, tessuti, plastiche biodegradabili, farmaci e additivi alimentari», racconta Jyrki Ovaska, direttore della ricerca presso Upm. «È una rivoluzione industriale silenziosa che sta cambiando completamente il paradigma produttivo».

Questa trasformazione ha implicazioni profonde per l’identità nazionale finlandese che va ben oltre il settore forestale. Il Paese è leader mondiale in diverse nicchie tecnologiche: dall’ingegneria navale per navi rompighiaccio (Aker Arctic) ai sistemi di automazione industriale (Kone, Metso), dalle tecnologie per data center efficienti ai videogiochi (Supercell, Remedy).

Il settore dei videogiochi rappresenta un caso di studio interessante. Dopo il successo globale di Angry Birds, la Finlandia è diventata una delle capitali mondiali del gaming, con oltre 300 studi di sviluppo e un fatturato annuo di 2,7 miliardi di euro.

Il confine finno-russo a Virtaniemi; la Finlandia ha chiuso ermeticamente ogni confine con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Foto Piergiorgio Pescali.

L’intelligenza artificiale spiegata

È forse nell’approccio all’intelligenza artificiale che la Finlandia si sta distinguendo. Il Paese ha lanciato il programma Elements of AI, che ha l’obiettivo di formare l’1% della popolazione (55mila persone) sui fondamenti dell’intelligenza artificiale. È il più ambizioso programma di alfabetizzazione Ia (Intelligenza artificiale) al mondo.

«Non vogliamo che l’Ia sia appannaggio di pochi specialisti», spiega Teemu Roos, professore di
informatica all’Università di Helsinki e cocreatore del programma. «Vogliamo che ogni cittadino finlandese comprenda le potenzialità e i rischi dell’intelligenza artificiale. È una questione di democrazia digitale».

Questo approccio inclusivo riflette i valori nordici di uguaglianza e trasparenza applicati alla tecnologia. La Finlandia sta sviluppando sistemi di Ia «spiegabile» per la pubblica amministrazione e ha introdotto standard etici rigorosi per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei servizi pubblici.

La sostenibilità permea tutti gli aspetti dell’innovazione finlandese. Il Paese ha sviluppato un «indicatore di benessere genuino» che misura il progresso non solo attraverso il Pil ma anche attraverso parametri ambientali e sociali.

Una filosofia che si riflette anche nelle politiche fiscali. La Finlandia ha introdotto una carbon tax progressiva che aumenta automaticamente ogni anno, incentivando investimenti in tecnologie pulite. I proventi vengono utilizzati per ridurre le tasse sul lavoro, creando un doppio incentivo economico ambientale.

Il sistema di welfare finlandese si sta adattando ai cambiamenti del mercato del lavoro nell’era digitale. Il Paese ha sperimentato il reddito di base universale tra il 2017 e il 2018, e sta ora testando modelli di Welfare 2.0 che includono formazione continua, mobilità professionale assistita e nuove forme di protezione sociale per lavoratori autonomi e freelance.

«Il lavoro del futuro sarà più flessibile ma anche più incerto» prevede Olli Kangas, ricercatore presso Kela (l’agenzia finlandese per la sicurezza sociale). «Il nostro sistema di welfare deve adattarsi a questa realtà senza perdere le garanzie di sicurezza che caratterizzano il modello nordico».

L’educazione continua rappresenta un pilastro di questa strategia. La nazione ha introdotto il diritto individuale alla formazione professionale per tutti i lavoratori, finanziato dallo Stato e dalle aziende. «In un mondo che cambia rapidamente, l’apprendimento permanente non è più un lusso ma una necessità» osserva Olli Kangas.

Ma il consenso finlandese, che per decenni ha caratterizzato le decisioni politiche del Paese, è sotto pressione. L’ascesa del Partito dei finlandesi riflette una parte della popolazione che si sente esclusa dalla modernizzazione e dalla globalizzazione: c’è una Finlandia che va veloce verso il futuro e una Finlandia che ha paura di essere lasciata indietro. Tuttavia, la capacità di adattamento della società rimane notevole.

Il Paese ha saputo navigare la transizione post-Nokia (nel 2011, dal suo fallimento nacquero centinaia di società hitech), l’integrazione nella Nato, la gestione dell’immigrazione e ora affronta la sfida climatica con determinazione.

Miracolo finlandese

La Finlandia non ha risolto tutti i suoi problemi – nessun Paese l’ha fatto – ma ha dimostrato che è possibile costruire un modello di sviluppo che combina prosperità economica, sostenibilità ambientale e giustizia sociale. In un mondo sempre più diviso e polarizzato, l’esempio finlandese offre una via alternativa: pragmatica, inclusiva e orientata al futuro.

È questo, forse, il vero «miracolo finlandese» del XXI secolo: non la crescita economica esplosiva o la potenza militare, ma la capacità di reinventarsi continuamente rimanendo fedeli ai propri valori fondamentali. Una lezione preziosa per tutti noi, mentre navighiamo le acque incerte del futuro globale.

Piergiorgio Pescali

Gruppo di renne lungo una strada. Foto Tapani Hellman-Pixabay.

Lapponia (Terra dei Sami). Clima surriscaldato

Rovaniemi. Qui il paesaggio racconta una storia geografica e geopolitica unica. Distese infinite di foreste si alternano a laghi ghiacciati e tundra. Siamo oltre il Circolo polare artico, in una regione che rappresenta il 26% del territorio finlandese ma ospita solo il 3,4% della popolazione nazionale che oggi sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Le temperature aumentano al doppio della velocità della media globale, sciogliendo ghiacci perenni e aprendo nuove rotte commerciali. Contemporaneamente, la scoperta di vasti giacimenti di minerali rari ha scatenato una nuova «corsa all’oro» polare. «L’Artico era una zona di cooperazione pacifica», spiega Timo Koivurova, professore di diritto artico all’Università di Lapponia. «La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Russia e Occidente si confrontano ora anche nell’Artico, e noi finlandesi ci troviamo in mezzo».
Il Consiglio artico, fondato nel 1996, includeva tradizionalmente tutti gli otto stati artici (Finlandia, Norvegia, Svezia, Islanda, Danimarca, Canada, Usa e Russia). L’invasione russa dell’Ucraina ha portato alla sospensione della partecipazione russa, paralizzando di fatto il meccanismo di cooperazione regionale. La strategia artica finlandese per il periodo 2024-’30 riflette questa nuova realtà geopolitica. Il documento, presentato dal governo Orpo, enfatizza la sicurezza, la sostenibilità e la sovranità, abbandonando il precedente approccio puramente cooperativo.

Turismo e comunità indigene

L’economia artica finlandese è in rapida trasformazione. Il turismo, tradizionalmente basato su caccia e pesca, ha abbracciato il fenomeno dell’aurora boreale e del «turismo di Babbo Natale», attirando oltre 600mila visitatori annui a Rovaniemi. Tuttavia, questa crescita crea tensioni con le comunità indigene.

«Il turismo di massa sta cambiando il volto della Lapponia», osserva Leo Aikio, primo vicepresidente del Parlamento sami finlandese. «Vediamo un eccesso di turismo in alcune aree, mentre le nostre tradizioni di allevamento delle renne sono sotto pressione». In Finlandia, i Sami, popolo indigeno che abita l’Artico scandinavo da migliaia di anni (cfr. MC aprile 2020), contano circa 10mila persone. La loro economia tradizionale si basa sull’allevamento di renne, ma oggi deve competere con nuovi usi del territorio.

Il cambiamento climatico sta trasformando radicalmente l’ecosistema. Le temperature invernali sono aumentate di 3-4 gradi negli ultimi cinquant’anni, modificando i luoghi di migrazione degli animali e riducendo la durata del manto nevoso. «Quando ero bambino, la neve arrivava a ottobre e rimaneva fino ad aprile», racconta Ante Sokki, allevatore sami. «Ora arriva a dicembre e se ne va a marzo. Le renne fanno fatica a trovare cibo sotto il ghiaccio che si forma quando piove d’inverno».

P.P.

La strada è innevata, ma anche in Finlandia il cambio climatico sta colpendo duramente. Foto Turkkinen-Pixabay.

Ha firmato il dossier:

PIERGIORGIO PESCALI. Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica nel settore della fisica nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.

A CURA DI: Paolo Moiola, giornalista MC.

Renne d’allevamento. Foto Piergiorgio Pescali.



Sulawesi crossing. Indonesia. Una piccola grande Chiesa.

Mappa dell’Indonesia. Da Ovest a Est si estende per 5mila km, mentre da Sud a Nord per circa 3mila. I fusi orari sono tre.

Uniti nella diversità
Indonesia: un paese dai molti primati, spesso dimenticato

È uno dei Paesi più popolosi del mondo. Quello con il maggior numero di fedeli musulmani. Si trova in una posizione geografica strategica. E, con la sua storia, è stato precursore delle lotte anti coloniali.

Nusantara, ovvero «arcipelago». Così viene comunemente chiamata l’Indonesia dai suoi abitanti. Si tratta in effetti del più grande Stato-arcipelago del mondo, ufficialmente con le sue 13.466 isole (che nella realtà sono oltre 18mila), delle quali, però, solo circa duemila sono abitate. Un numero in continua evoluzione, a causa di eruzioni vulcaniche, tsunami e altri eventi naturali.

L’Indonesia è anche il quarto Paese più popoloso del mondo, dopo Cina, India e Stati Uniti, con i suoi oltre 280 milioni di abitanti. Circa la metà dei quali risiede sull’isola di Giava, la più moderna e sviluppata, dove si trova l’attuale capitale Giacarta (è in fase di costruzione, pianificata a tavolino, la nuova capitale, nel Borneo orientale, che si chiamerà proprio Nusantara).

L’Indonesia ospita anche la più grande comunità islamica del mondo, in quanto si stima che l’87,1% dei suoi abitanti siano musulmani (secondo i dati ministero dell’Interno indonesiano, seguono i protestanti, 7,4%, i cattolici, 3%, gli induisti, 1,67% e i buddhisti, 0,7%).

È anche la maggiore economia del Sud Est asiatico, con un prodotto interno lordo di 1.400 miliardi di dollari nel 2024 (l’Italia, ottava economia del mondo è a 2.370), con un tasso di crescita annuale del 5% (tutti dati Banca mondiale).

Un’altra particolarità del Paese è quella di occupare una grande estensione territoriale, circa cinquemila chilometri da Ovest a Est, coprendo ben tre fusi orari.

La sua popolazione è molto varia: si contano quasi trecento gruppi etnici e si parlano settecento lingue. L’idioma ufficiale, conosciuto da tutti, è il bahasa indonesia, lingua derivata dal malese con influssi da arabo, olandese, portoghese e inglese. Verifichiamo personalmente che l’inglese, magari di base, come lingua straniera, è piuttosto diffuso, soprattutto tra i giovani e pure tra i bambini.

Un Paese che ha tutte le carte in regola per essere considerato importante a livello mondiale, ma che, invece, è trascurato sia nella saggistica che nei media internazionali.

Una storia singolare

Anche la storia dell’Indonesia è originale e ha molto da insegnare. Dopo aver subito 350 anni di dominazione olandese (1600-1942) e tre e mezzo di efferata occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale, i nazionalisti indonesiani sono stati i primi a proclamare l’indipendenza di uno stato coloniale. È avvenuto il 17 agosto 1945, neanche due giorni dopo la capitolazione del Giappone con il discorso dell’imperatore Hiro Hito. Il Vietnam di Ho Chi Minh lo fece il 2 settembre.

Il movimento per l’indipendenza era guidato da Sukarno (o Soekarno) e Mohammed Hatta. Ma gli olandesi non volevano lasciare la ricca colonia e così iniziò la guerra di liberazione, che vide coinvolta anche la Gran Bretagna a fianco dei cugini europei. Questa fase storica passa sotto il nome (in bahasa indonesia) di «Revolusi». Si concluse nel 1949 con un a accordo di confederazione Paesi Bassi-Indonesia, poi sciolta unilateralmente dagli asiatici nel 1956. Fu una rivoluzione compiuta da una generazione giovanissima, di ragazzi tra i 15 e i 25 anni. Sukarno diventò il primo presidente della Repubblica d’Indonesia.

Si trattò del primo grande Paese colonizzato a diventare indipendente, fornendo ispirazione, secondo alcuni storici, ai movimenti anticolonialisti in Asia, Africa e mondo arabo. Un esempio però, molto spesso dimenticato.

Pochi anni dopo, nel 1955, a Bandung, sull’isola di Giava, si tenne la storica conferenza dei Paesi non allineati, dove si riunirono per la prima volta i leader dei neonati stati del «Terzo mondo», ovvero Asia e Africa, senza i Paesi occidentali (colonialisti). «Una pietra miliare nella nascita del mondo moderno», scrive David van Reybrouk, nel suo saggio Revolusi.

Scorcio del porto commerciale di Makassar. Si notino ragazze velate, bandiere indonesiane e una moschea sullo sfondo. Foto Marco Bello

I blocchi

La geopolitica della regione in quei decenni vedeva gli Stati Uniti impegnati nel contenimento del pericolo comunista. E Sukarno era troppo a sinistra. Il generale Suharto prese il potere nel 1965 (ufficialmente solo nel 1967), con la scusa di sventare un presunto colpo di stato comunista. Ci sono sospetti dell’implicazione della Cia. Suharto iniziò a gestire il Paese seguendo il cosiddetto «Nuovo ordine». Un regime dittatoriale, non rispettoso dei diritti civili, nel quale membri della sua famiglia si insediarono in posti chiave, approfittando, tra l’altro, della scoperta di nuovi giacimenti petroliferi. Appoggiato dagli Usa e con l’esercito dalla sua parte, nei primi anni fece uccidere tra 700mila e un milione di membri e simpatizzanti del Partito comunista indonesiano (il secondo in Asia dopo quello cinese). Il suo regime militare fu la presidenza più longeva, superando tre decenni.

La crisi economica asiatica del 1997 peggiorò notevolmente la vita della popolazione e accese le braci della rivolta. Nel maggio del 1998 gli studenti universitari manifestarono chiedendo le dimissioni del dittatore. I suoi pretoriani reagirono massacrando molti manifestanti, e avviando una campagna contro la comunità di origine cinese, i cui membri vennero uccisi e le donne stuprate. Suharto, tuttavia, fu costretto a dimettersi sotto la pressione popolare il 21 maggio 1998. La presidenza fu assicurata da  Bacharuddin Jusuf Habibie che ebbe il merito di impostare la riforma dell’apparato legislativo in senso democratico, liberò i prigionieri politici e garantì libertà e diritti. Preparò, inoltre, le prime elezioni democratiche dal 1955.

Riformare il Paese

Questo processo fondamentale della storia dell’Indonesia, che ebbe inizio con la caduta di Suharto e durò a lungo, è chiamato la «Reformasi» (riforma). Avrebbe portato la Repubblica d’Indonesia a essere uno stato moderno, democratico e con una notevole crescita economica.

La Reformasi ha molto in comune con la Revolusi del 1945. Scrive Nasir Tamara, esperto internazionale di sviluppo: «Il maggiore principio condiviso tra la rivoluzione del 1945 e la Reformasi del 1998 è stato eliminare i privilegi (di una elite, ndr), chiamati dal popolo corruzione, collusione e nepotismo. E riaffermare l’importanza dei diritti umani e della equa distribuzione dei frutti dello sviluppo economico tra la popolazione». Secondo Nasrin: «C’è una forte continuità tra la rivoluzione del 1945 e la Reformasi del 1998, nella ricerca di rafforzare l’unità nazionale, non solo fisicamente, ma anche nei cuori e nelle menti della gente».

L’impostazione che il presidente Habibie diede alla Reformasi seguì due binari paralleli. Quello del decentramento nel rispetto delle molte culture, tradizioni, lingue, etnie e religioni, che fu garantito dalla Costituzione e dal nuovo apparato legislativo. E quello del rafforzamento dell’identità nazionale, grazie alla condivisione della storia comune, alla valorizzazione e all’unione delle diverse ricchezze locali (quali letteratura, architettura, arte), che in qualche modo costruivano la nazione. In questa maniera si evitò la deriva centralista, e anche la tendenza centrifuga mostrata nel passato da alcune regioni dell’arcipelago. Con il decentramento, l’autorità sui temi politici, economici e culturali passò ai territori, ponendo fine all’egemonia di Giacarta.

Equilibrismo e potenza economica

L’Indonesia di oggi ha raggiunto un buon livello di democrazia e il suo penultimo presidente, Joko Widodo (2016-2024), ha lavorato per fare diventare il Paese una potenza economica mondiale, con un obiettivo strategico fissato al 2045. Il suo successore, Prabowo Subianto (ex comandante delle Kopassus, le famigerate forze speciali di Suharto), sembra incamminato sulla stessa strada.

La sua posizione geostrategica mette in relazione Oceano Pacifico, Oceano Indiano, Australia e il sempre più conteso Mar cinese meridionale (dove c’è anche Taiwan). Ma questa potenzialità si può rivelare un’arma a doppio taglio, soprattutto nel caso si verificassero conflitti nei quali Nusantara potrebbe essere coinvolta. L’arcipelago cerca tradizionalmente di restare non allineato nei confronti delle due superpotenze Cina e Stati Uniti. Pechino, tuttavia, ha assunto un’importanza strategica sia per investimenti e aiuti allo sviluppo, sia per gli scambi commerciali. Mentre con Washington il partenariato privilegiato è nel campo militare e della difesa.

Il Paese dei primati sarà chiamato a mantenere la barra dritta per lo sviluppo e quindi per migliorare le condizioni di vita della sua popolazione, dando prova di grande equilibrismo e sperando in un mare non troppo avverso.

Marco Bello

Mappa del Sulawesi. L’isola è divisa in 6 provincie e due diocesi. La superficie è di poco superiore a metà di quella dell’Italia.

Il Sulawesi, anche chiamato Celebes, dal nome dei primi esploratori portoghesi, è la quarta isola più grande dell’Indonesia (dopo Sumatra, Borneo e Papua) e fa parte delle grandi isole della Sonda. È prevalentemente montagnosa con diversi vulcani e circondata da isole più piccole. Ha una superficie di 174mila km2, poco più della metà dell’Italia. Ha una forma molto particolare, che i suoi abitanti chiamano comunemente a «K», mentre i geografi la descrivono come composta da quattro penisole attaccate da un lato.

È situata a cavallo dell’Equatore, tra i Borneo, a Ovest e le Molucche a Est, una posizione strategica per il collegamento Est-Ovest, tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico, e Sud-Nord, tra Australia e Mar cinese meridionale. Posizione che la popolazione ha saputo sfruttare nella storia.

Gli abitanti sono circa 21 milioni, suddivisi in una quindicina di etnie, con lingue che variano a seconda della zona e pure da un’isoletta all’altra.

Il naturalista e antropologo inglese Alfred Russel Wallance, durante un viaggio nell’area, soggiornò in Sulawesi nel 1854. Wallace formulò la teoria dell’evoluzione delle specie in contemporanea con il più noto Charles Darwin, con il quale ci fu convergenza di idee. In base alle sue osservazioni identificò una linea di discontinuità biologica Nord-Sud tra Borneo e Sulawesi che divide la fauna dell’area indo-malese (lato Ovest) da quella dell’area australiana (lato Est). Zone geologiche differenti che videro un’evoluzione indipendente delle specie. Tale linea è nota come «Linea di Wallace».

In questo dossier, dopo una breve introduzione sull’Indonesia, vogliamo portarvi sull’isola a forma di K per presentarvi la sua gente accogliente e curiosa, ma mai invadente. Ti incontra per strada e ti chiede da dove vieni, e vuole fare una foto con te. Ti racconta la sua storia. Poi ti ringrazia unendo le mani e chinando lievemente il capo. Gente profondamente religiosa e molto ospitale.

Un viaggio con il quale attraverseremo il Sulawesi da Sud a Nord nel tentativo di capirne differenze e originalità.

Ma.B.

Makassar, zona del porto. Un tuctuc, trasporto pubblico per due persone e una vecchia casa di legno. Foto Marco Bello

Dal XIII al XV secolo. Islamizzazione dell’arcipelago. Gli arabi iniziano il commercio delle spezie con l’Europa.

XIV secolo. Apogeo del regno Majaphait, che si estende da Giava alla Nuova Guinea.

1511. I portoghesi giungono a Malacca e dieci anni dopo gli spagnoli nelle Molucche. Con loro arrivano i primi missionari cattolici portoghesi. Francesco Saverio è in quest’area intorno al 1546.

1595. Inizia la penetrazione olandese per il commercio delle spezie.

1602. Nasce la Compagnia olandese delle indie orientali (Voc), da interessi commerciali privati. I Paesi Bassi le conferiscono anche un mandato coloniale, oltre che il monopolio sulle spezie.

1605. La Voc conquista il forte portoghese di Ambon (Molucche): inizia la colonizzazione. Nello stesso periodo gli olandesi proibiscono l’arrivo di missionari cattolici, e portano il calvinismo. L’interdizione durerà fino al 1807.

Anni 30 del Novecento. Gli intellettuali nazionalisti indonesiani iniziano a organizzarsi e reclamano autonomia, democrazia e unità nazionale.

1942. La Germania nazista invade i Paesi Bassi. Il Giappone inizia l’occupazione dell’Indonesia, dove si distingue per l’efferatezza.

1945, 15 agosto. Il Giappone è sconfitto nella Seconda guerra mondiale, l’imperatore Hiro Hito dichiara la capitolazione. Il 17 agosto i nazionalisti indonesiani, guidati da Sukarno e Mohammed Hatta dichiarano l’indipendenza. I due leader diventano presidente e vice presidente rispettivamente. Ma i Paesi Bassi non sono d’accordo. Inizia la guerra d’indipendenza, chiamata «Revolusi».

1949. Termina la Revolusi con la creazione di una confederazione tra l’Indonesia indipendente e i Paesi Bassi. Tale struttura non funziona e nel 1956 si giunge all’indipendenza totale. Il presidente deve confrontarsi con le spinte autonomiste delle diverse isole.

1955, 18-24 maggio. Conferenza di Bandung tra paesi non allineati di Asia e Africa.

1965. Appoggiato dal partito comunista indonesiano, Sukarno dichiara la nazionalizzazione del petrolio. Il il 30 settembre un colpo di stato militare trasferisce di fatto i poteri al generale Suharto (appoggiato dagli Usa). Inizia il cosiddetto «Nuovo ordine», un regime centralizzato e repressivo. Tra 700mila e un milione di comunisti e simpatizzanti sono imprigionati o uccisi e il partito reso illegale.

1975. L’esercito indonesiano occupa Timor Est, che si era appena resa indipendente dal Portogallo. La popolazione resiste. Diventerà indipendente nel 2002 dopo il referendum del 1999.

1979. Suharto vara il progetto di migrazione forzata, e 2,5 milioni di giavanesi sono costretti a spostarsi su altre isole meno popolate.

1998, maggio. A causa della crisi economica del ‘97 la popolazione è allo stremo. Disordini a Giacarta, con uccisione di diversi studenti e persecuzione delle persone di origine cinese. In seguito alle proteste di massa Suharto si dimette. Bacharuddin Jusuf Habibie diventa presidente e avvia una serie di riforme. Inizia la «Reformasi» basata su democrazia, rispetto dei diritti e decentramento del governo.

 1999. Dopo le prime elezioni democratiche, diventa presidente Abdurrachman Wahid, con vice Megawati Soekarnoputri, figlia di Sukarno che diventerà la prima donna presidente nel 2001, dopo l’impeachment di Wahid.

Ma.B.

Alcune tonkonan, case tradizionali toraja, nelle nebbie del mattino a Batutumonga (Rantepao). Foto Marco Bello

Dallo storico porto del Sud alle montagne del Centro.
Dai muezzin ai toraja

La città portuale più importante dell’isola ha una posizione strategica sull’omonimo stretto. Trecento chilometri più a Nord cambia il clima e la struttura sociale e religiosa. Abbiamo la fortuna di visitare alcune comunità con una guida speciale.

Makassar. L’antica capitale del Sulawesi del Sud, oggi capoluogo dell’omonima provincia, è un importante porto. Chiamata Ujung Pandang durante la dittatura di Suharto (vedi cronologia), fino dal XVI secolo fu snodo commerciale fondamentale tra le «isole delle spezie» (le Molucche a Ovest) e lo stretto di Malacca a Est, ma anche tra Sud (Australia) e Nord (Filippine), lungo lo stretto di Makassar. Indipendente e aperta agli scambi fino al 1669, quando la potente Compagnia olandese delle Indie orientali (Voc, in sigla in olandese) riuscì a conquistarla e a imporre un proprio sultano fantoccio. In questo modo, gli olandesi mandarono via inglesi e portoghesi e si assicurarono il monopolio del commercio delle spezie da quest’area all’Europa.

Modernità

Oggi Makassar è una città di 1,5 milioni di abitanti, caotica e rumorosa, le cui strade sono percorse senza sosta da auto e innumerevoli motorini spesso smarmittati. I marciapiedi sono sconnessi, e in essi si aprono voragini, potenziali trappole per un passante incauto. Gli attraversamenti pedonali non esistono e occorre imparare una tecnica speciale per attraversare vie e corsi. Insomma, non proprio una città a misura di pedone.

Sulla costa, nei pressi del porto, il forte Rotterdam (e il suo museo), con le sue mura e i bastioni costruiti su una pianta a forma di tartaruga, ricorda le vestigia del passato coloniale olandese.

Più a Sud, sul corso Jalal Metro Bunga, nel quartiere ricco delle ville e dei mall (centri commerciali), ci stupisce il Trans snow world, un moderno palazzo all’interno del quale è ricreata artificialmente la neve e le ambientazioni alpine, con tanto di seggiovia. Qui i giovani makassaresi, provano l’ebbrezza di toccare la neve (artificiale) e passeggiarci sopra con stivali di gomma forniti al pagamento del biglietto. Sperimentano l’esperienza del freddo, ai tropici.

Makassar è anche fitta di moschee di ogni forma e dimensione. Spicca fra tutte la Masjid Kubah 99 Asmaul Husna: con le sue 99 cupole bianche e arancioni svetta su una lingua di terra che penetra il mare. I muezzin scandiscono il tempo di giorno come di notte. La maggior parte delle donne e delle ragazze, ma anche bambine, sono velate.  

Monsignor Fransis Nipa, dopo le comunioni, benedice i bambini. Qui alla parrocchia Sant’Antonio di Rembon (Makale). Foto Marco Bello

Piccola Chiesa

Ci dirigiamo in centro, alla cattedrale intitolata al Sacro Cuore di Gesù. L’edificio originario fu ultimato nel 1900, ma subì in seguito diverse modifiche e allargamenti. Anche oggi ci sono lavori in corso. Qui troviamo gli uffici della curia.

Incontriamo don (pastor, in bahasa indonesia) I Made Markus Suma (abbreviato Made), che ci accoglie con un largo sorriso. Classe 1981, sacerdote diocesano, è incaricato dell’arcidiocesi di Makassar per le questioni legali, nonché docente di diritto canonico alla scuola per insegnanti di religione, lo Stikpar di Rantepao. È stato segretario dell’arcidiocesi ed è membro del Consiglio pastorale diocesano.

«Il nostro bellissimo Paese è a maggioranza islamica, ma noi viviamo bene insieme – ci dice pastor Made -. Questa nazione è una famiglia costruita sulla diversità». Il motto dell’Indonesia è infatti «Bhinneka tunggal ika», ovvero «Unità nella diversità». «Ad esempio, i miei nonni erano indù, originari dell’isola di Bali – continua Made -. Si trasferirono nel Sud Ovest del Sulawesi, in un piccolo villaggio, dove sono nato io. Vi si trova una piccola comunità di cattolici, che allora contava una ventina di famiglie, è oggi circa ottanta. Per venire a Makassar occorre un giorno di viaggio via terra e poi una decina di ore su un ferry (traghetto), e ancora ore di autobus».

L’arcidiocesi di Makassar è molto vasta. Il suo territorio è quello di tre provincie amministrative, oltre a Sud Sulawesi, Sud Ovest e Ovest, per un totale di 98mila km². Superficie pari al Nord Italia senza l’Emilia Romagna, ma con strade molto più strette, e spesso dissestate, con l’effetto di aumentare i tempi di percorrenza.

Su una popolazione di circa 13,5 milioni di abitanti (stima del 2023) i cattolici sono poco più di 140mila. Si parla, dunque, del 1-1,1%. I cristiani di altre denominazioni (calvinisti, luterani, pentecostali e altri), sono tra il 7,4 e l’8% in totale. I musulmani sono l’89,5%, mentre ci sono piccole comunità di induisti (1,5%) e buddhisti (0,6%). «Data la vastità del territorio – continua pastor Made – l’arcidiocesi è divisa in cinque vicariati, ognuno con un vicario episcopale a capo. In tutto ci sono 49 parrocchie e sette altre lo diventeranno presto. Ogni parrocchia ha, sul suo territorio, tra le 20 e le 30 cappelle».

Religioni «sorelle»

In Indonesia, e in Sulawesi in particolare, la Chiesa cattolica è una presenza di minoranza. Pastor Made ci parla dei rapporti con le altre religioni: «Viviamo qui insieme come fratelli e sorelle delle diverse comunità religiose. Abbiamo buone relazioni. Durante l’ultimo Ramadan abbiamo ospitato la festa conclusiva qui in curia. Abbiamo invitato non solo i musulmani, ma anche i protestanti e gli indù. Uno degli imam ha fatto una bellissima riflessione, basata sull’insegnamento dell’islam, ma anche in relazione con la nostra fede. Ha detto che siamo tutti fratelli e sorelle e creati da Dio a sua immagine. Nessuno tra di noi è straniero. Solamente il modo di esprimere la nostra religione è diverso, ma abbiamo la stessa radice, la stessa dignità come esseri umani».

Il sacerdote non nasconde che, talvolta, ci sono elementi integralisti. Il 28 marzo 2021, durante la celebrazione della Domenica delle Palme, due terroristi fecero esplodere una bomba proprio davanti al portone della cattedrale di Makassar. Morirono i due attentatori, mentre una ventina di fedeli furono feriti. «Dopo l’attentato diversi giovani, di varie religioni, compresi musulmani, vennero a darci supporto. “Non abbiate paura, siamo qui”, ci dicevano», ricorda pastor Made, mentre ci mostra una delle porte sante della diocesi.

Tipico cimitero toraja, scavato nella roccia, nei pressi di Batutumonga (Rantepao). Foto Marco Bello

I Toraja e l’inculturazione

Intraprendiamo il viaggio che ci porterà nella regione dell’etnia Toraja (pronuncia toragia), sulle montagne del Nord della provincia Sud Sulawesi. Occorrono circa dieci ore di autobus. La strada è stretta e impervia, pur essendo la più importante arteria della zona. Inoltre, a causa delle piogge anomale, alcune frane hanno ulteriormente ridotto la carreggiate e in due punti si viaggia a senso unico alternato. Ci sono circa 300 km da Makassar a Makale, il capoluogo di Tana Toraja (Sud della regione) e poco di più per Rantepao, il capoluogo di Toraja Utara (Nord), il cuore delle montagne.

L’etnia Toraja è molto particolare, ha un culto speciale per i defunti, con cerimonie di sepoltura che durano anche una settimana e possono essere realizzate mesi, talvolta anni, dopo il decesso. Tale intervallo dipende dal tempo impiegato per raccogliere i soldi necessari a invitare quante più persone possibile. Anche le tombe sono speciali, scavate nella roccia carsica di questa zona, con statue (almeno per i più ricchi), chiamate «tau tau», che rappresentano i defunti a dimensione naturale. Un culto che vuole collegare, in qualche modo, chi è partito con chi è rimasto (cfr. bibliografia).

I Toraja hanno anche la particolarità di essere a maggioranza cristiana. Il 72% dei cattolici dell’arcidiocesi è Toraja. Scopriremo che molti sacerdoti della diocesi sono originari di questa regione.

A Rantepao, come a Makale, constatiamo che incontrare una donna con il velo è diventato una rarità, mentre vediamo chiese, anche molto imponenti, un po’ ovunque. Molte di esse sono protestanti, in quanto la loro presenza qui resta maggioritaria (rispetto a quella cattolica). Sembra di trovarsi in un altro Paese, rispetto a Makassar. Le montagne, coperte di vegetazione tropicale, al mattino avvolte da nebbiolina, circondano i due maggiori centri abitati dei Toraja.

La Chiesa dei giovani

Pastor Made ci aveva spiegato: «I protestanti olandesi riuscirono a convertire i Toraja, più di 100 anni fa. Erano comunità isolate, perché in una regione montagnosa, e per questo motivo l’islam era penetrato poco.

In seguito, la popolazione di questo territorio accettò il cattolicesimo come parte della propria vita e della propria cultura. I missionari cattolici furono in grado di inculturare la fede rispettando le loro tradizioni, ad esempio le complesse cerimonie funebri. La fede cattolica si immerse negli usi e costumi, e anche i più anziani ne furono attratti. Sovente, anche quando i Toraja continuano a vivere con le loro pratiche animiste, abbracciano la fede cattolica».

A Rantepao incontriamo l’arcivescovo, monsignor Fransiskus Nipa (vedi box), impegnato nella visita pastorale della regione. Anche lui è un Toraja.

Ci invita a seguirlo nella comunità di Deri, sulle montagne a una mezz’ora da Rantepao. Qui deve cresimare 173 ragazze e ragazzi provenienti da una vasta area della parrocchia. Su un piazzale sono stati allestiti dei tendoni per proteggere i fedeli dal forte sole (anche se qui il clima è più mite che a Makassar), mentre l’altare è posto su un palco.

Tra i colori degli stendardi domina il giallo, simbolo di gioia, insieme a rosso e bianco, i colori nazionali. Al contrario, non è mai usato nelle lunghe cerimonie funebri, dove predomina il nero.

I cresimandi sono disposti su due lunghe file e hanno una candela in mano. Al via, vanno a disporsi ai loro posti. In tutto ci sono circa altre trecento persone, parenti e parrocchiani. Monsignor Nipa è affabile e sa intrattenere i suoi fedeli. 

Conclusa la cerimonia delle cresime, e subito dopo le comunioni, il vescovo resta in piedi. Davanti a lui si presenta una lunga fila di bambini di ogni età. Monsignor Nipa li benedice uno a uno, dai più grandicelli, dallo sguardo monello, ai nuovi nati, portati da uno dei genitori. La benedizione dura diversi minuti, il vescovo pare instancabile. «È la chiesa dei giovani», ci dirà più tardi soddisfatto. «Per noi la pastorale giovanile è una priorità», e «qui in Indonesia, c’è ancora una grande partecipazione dei giovani nella vita delle parrocchie».

Marco Bello

Monsignor Fransis Nipa, arcivescovo di Makassar, durante la messa delle cresime a Deri (Rantepao), il 10 luglio 2025. Foto Marco Bello

Monsignor Fransiskus Nipa, classe 1964, è stato nominato arcivescovo di Makassar nel febbraio dello scorso anno, per diventarlo effettivamente a ottobre. In precedenza, è stato per dodici anni segretario dell’arcidiocesi, per cui ne conosce bene aspetti positivi e problematiche.

Lo incontriamo durante la sua visita pastorale nel Toraja, zona montagnosa nel Nord della provincia Sud Sulawesi. Ci accoglie e ci invita a seguirlo a una messa con le cresime. Cordiale e comunicativo, sfodera sovente una risata contagiosa. È affezionato all’Italia, dove ha trascorso alcuni anni studiando all’Università Urbaniana: «Per me, gli italiani sono come fratelli».

«Lavorare come chiesa di minoranza vuole dire avere l’obbligo di dare testimonianza. Siamo piccoli ma la nostra presenza è importante. Il valore di quello che facciamo noi cattolici deve essere grande. Per questo abbiamo scuole, ospedali, opere di carità, opere sociali anche in campo economico. Dobbiamo, inoltre, fare tutto ciò che possiamo per aiutare i cattolici del nostro territorio. Alcuni sono molti poveri, in particolare nelle campagne. Interveniamo sia in emergenza, quando ci sono disastri naturali, sia sul lungo termine, aiutando le persone a trovare un lavoro».

«C’è dialogo concreto con musulmani, protestanti e anche induisti. Facciamo incontri nei quali parliamo, ci ascoltiamo, cerchiamo di risolvere i problemi che ci possono essere. Tra leader c’è molto rispetto. A volte c’è qualche fanatismo a livello di singoli. È già successo che vogliamo erigere una chiesa, abbiamo il permesso delle autorità, ma quando i lavori devono cominciare, qualcuno cerca di impedirlo. Tuttavia, sono questioni che si risolvono».

«Sì. Ad esempio, per venire nel Toraja occorre un giorno di auto. Invece se vado nel Sud Est devo prendere l’aereo per Kendari e poi ho ancora un giorno di viaggio perché molte parrocchie sono lontane. Cerchiamo, in ogni caso, di fare una visita ogni due anni a tutte le realtà parrocchiali».

«Le relazioni culturali sono molto importanti. La chiesa cattolica è inculturazione, non solo in senso liturgico, ma anche nelle abitudini di tutti i giorni. Inoltre, oggi, nell’era digitale ci sono altre problematiche. Un giovane ha sempre in mano il cellulare e trascura il Vangelo. Ha problemi di relazione personale: non si trova più il tempo di stare insieme, parlare, ascoltarsi. Anche di questo dobbiamo tenere conto».

«Una delle nostre priorità è la pastorale giovanile, unita a quella per la famiglia. I giovani di questa zona sono tentati di migrare verso altre isole o altri Paesi, come la Malaysia, dove si guadagna di più. Un percorso praticato è quello di andare in Borneo, nella parte indonesiana, il Kalimantan, e da qui passare alle provincie Sabah e Sarawak della Malaysia, dove si lavora nelle piantagioni di palma da olio. Io ho detto che occorre formarsi prima, studiare, per avere più strumenti. Cerchiamo di contrastare la mentalità del guadagno facile e immediato. Senza contare che molti migranti non hanno il permesso, e sono poi soggetti a espulsione. Quando partono giovani padri, dividono le famiglie, talvolta per sempre».

Monsignor Nipa, come descriverebbe i cattolici della sua diocesi?

«Sono molto gioiosi, vengono in chiesa e partecipano con entusiasmo alle attività parrocchiali».

Ma.B.

Monsignor Benedictus Estephanus Rolly Untu, vescovo di Manado.
Foto Marco bello

Lo incontriamo nel suo ufficio nella curia di Manado. È di corsa tra una visita pastorale e l’altra. Il volto ampio e simpatico, ci parla in un inglese semplice, e ci indica su una carta del Sulawesi appesa al muro le zone che descrive.

«La grande sfida della mia diocesi, ci rivela, è la vastità, oltre che la distribuzione delle comunità sul territorio». La sua diocesi (una delle due del Sulawesi) copre tre provincie per un totale di circa 88mila km², e circa 7 milioni di abitanti. «Ad esempio, nel Sulawesi centrale, ci sono 180 comunità per 16 parrocchie. E sono in crescita. Poi abbiamo alcune parrocchie sulle isole. Per andare alle isole Pulau Pelang, devo prendere l’aereo per Luwak, che passa però da Makassar, poi la nave e finalmente arrivo. Se vado in auto devo percorrere 1.700 km».

Per questo motivo, è in corso il processo per la creazione di una terza diocesi in Sulawesi, nella parte centrale.

I battezzati nella diocesi di Manado sono circa 200mila, ovvero intorno al 2,5% della popolazione. Chiediamo a monsignor Rolly che significato abbia essere una minoranza. «Adesso il governo e le istituzioni in generale conoscono bene la Chiesa cattolica, come anche la gente in generale. Siamo accolti, abbiamo buone relazioni con tutti. Con i musulmani non c’è nessun problema, soprattutto a livello della base. Talvolta i problemi possono sorgere per motivi politici. Così successe venticinque anni fa, quando ci fu un conflitto tra musulmani e cristiani, soprattutto nella località di Poso, nel centro. La scorsa settimana sono stato in quella zona per le cresime. Un gruppo di musulmani ha detto ai nostri: “Non vi preoccupate dell’organizzazione della festa. Andate in chiesa alla celebrazione, noi pensiamo a cucinare e a tutto il resto per voi”. Ho constatato fraternità tra le due comunità».

Ci sono poi oltre cento denominazioni di chiese protestanti. «Talvolta con i protestanti ci sono degli attriti. Qualcuno ci rinfaccia le persecuzioni avvenute in Europa nei secoli passati. Oppure ci sono certe gelosie per le nostre scuole. Ma in generale le relazioni sono molto buone».

Parlando di questioni economiche, continua: «A livello di disuguaglianze sociali, posso dire che non sono elevate tra la nostra gente. Tutti conducono una vita semplice, hanno cibo ogni giorno, hanno un lavoro, alcuni possiedono la terra, altri pescano sulle isole. Il welfare sociale è più o meno equivalente». Monsignor Rolly ci dice che lo stipendio minimo giornaliero è di 100mila rupie indonesiane al giorno, ovvero circa 5 euro.

È molto contento del coinvolgimento dei laici nella vita della Chiesa. «Abbiamo tanti gruppi che fanno attività nella nostra base. Il gruppo delle donne, quello degli uomini. Il gruppo dei genitori con figli, e ben tre gruppi di giovani, a seconda dell’età».

Anche a livello vocazionale la risposta è molto buona: «Abbiamo molti seminaristi, e anche le congregazioni religiose hanno molti candidati. Attualmente nella diocesi operano 94 preti diocesani e 57 religiosi».

L’economia della diocesi è basata principalmente sulle donazioni dei fedeli, «riceviamo anche qualche sussidio da Roma per i seminari, ma copre meno del 10% del nostro bilancio complessivo». Questione a parte sono le congregazioni missionarie, che hanno i propri budget per mandare avanti scuole, ospedali e altre attività.

Ma.B.

Tramonto sull’isola vulcanica Pulau Manadotua, nei pressi di Manado, Nord Sulawesi. Foto Marco Bello

Sorrisi e chiodi di garofano
Strade dissestate e navi per arrivare a Nord

La conformazione geografica e le scarse infrastrutture viarie rendono l’isola ancora più grande. La natura qui è un elemento di meraviglia continua. Nell’estremo Nord troviamo comunità con una vitalità sorprendente.

Lasciamo la tranquilla Rantepao, capoluogo della regione Toraja, e percorriamo una strada tutta curve lungo una montagna coperta da foresta pluviale. In questa zona, insieme a banani e alberi tropicali sui quali si arrampicano innumerevoli altre piante, sono presenti, in apparente contrasto, anche conifere. Per diversi chilometri non vediamo più coltivazioni e neppure case, ma solo una fitta foresta lussureggiante. Nella zona di Rantepao, invece, le risaie, anche distribuite su terrazzamenti, erano la coltura dominante. La regione produce pure il rinomato caffè Toraja, in gran parte esportato.

Scesi dalla zona montagnosa, e arrivati a Palopo, ricominciano le risaie, con gli onnipresenti banani, e in seguito iniziano le vaste piantagioni di palme da olio. Sulla strada si incrociano grossi camion carichi dei loro frutti. Andando verso Nord, attraversiamo un’altra zona montuosa dove è predominante la piantagione di cacao, altro prodotto di esportazione. Molte case hanno in cortile semplici aree di essiccazione delle preziose fave. Le casette sono belle e ben tenute. Sulle pendenze molto pronunciate, invece, viene coltivato il mais per il consumo locale.

Scorgiamo un grande specchio d’acqua che pare un mare. È il lago Poso, famoso per le anguille giganti. Siamo appena passati dalla provincia del Sud Sulawesi a quella del centro (Sulawesi centrale), ma pure dall’arcidiocesi di Makassar alla diocesi di Manado, le due uniche circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche dell’isola. Arriviamo alla città di Tentena, sulle sponde del lago, dove nasce il fiume Poso.

Imbarcazioni di pescatori sull’isola Bunaken, nei pressi di Manado, Nord Sulawesi. Sullo sfondo uno dei vulcani della zona. Foto Marco Bello

Il golfo di Tomini

Procedendo, la strada si inerpica su un altro gruppo montuoso. La maggior parte del Sulawesi è infatti costituito da montagne, alcune delle quali scendono a picco sul mare. Sono sempre ricoperte da una vegetazione rigogliosa, che è stata preservata. Continuando verso Nord, le piantagioni di cacao e mais lasciano lo spazio alle alte e snelle palme da cocco. Siamo arrivati sulla costa del grande Golfo di Tomini, che si insinua tra le province Nord Sulawesi e Gorontalo e la provincia Sulawesi centrale. Da qui in avanti l’agricoltura ruota intorno alla coltivazione di questa noce di cocco. Vediamo aree di essiccazione gusci spaccati da usare come combustibile per cucinare, camion che li trasportano.

Tra la popolazione, notiamo nuovamente molte donne e ragazze con il velo islamico e una numerosa presenza di moschee.

Arriviamo ad Anpana, piccola e polverosa città costiera che si sviluppa su una strada principale fitta di esercizi commerciali. È il maggiore centro urbano della zona e ha connotazioni molto islamiche.

Anpana è il porto obbligatorio per prendere il traghetto per Wakai, il maggiore villaggio dell’arcipelago delle Togian. Sono un gruppo di isole montuose, ricoperte di foresta pluviale e circondate dalla barriera corallina, situate a un soffio dall’Equatore.

Da Wakai, con un grosso ferry, il cui viaggio dura oltre dieci ore, si arriva a Gorontalo, città capoluogo dell’omonima provincia. Siamo, a questo punto, sulla penisola a Nord del Sulawesi.

Una grande diocesi

«La diocesi di Manado è molto vasta, include tre province: il Nord Sulawesi, Gorontalo e il Centro. Da un punto all’altro della diocesi, per la sua conformazione, ci sono oltre 1.700 chilometri di strada, piuttosto stretta, spesso sconnessa». Chi ci parla è pastor (don) Polce Pitoy, missonario del Sacro Cuore di Gesù, attuale segretario della diocesi di Manado. «Da due anni stiamo lavorando per erigere una nuova diocesi nel Sulawasi centrale, con sede a Palu. In realtà, la maggior parte dei cattolici sono qui nella punta estrema a Nord della penisola. Nel centro ci sono solo sedici parrocchie, con comunità molto lontane tra loro. Stiamo preparando la documentazione e il nunzio apostolico conosce la situazione».

Pastor Polce ci riceve nella sede della curia di Manado, capoluogo della provincia del Nord e seconda città del Sulawesi, dopo Makassar. Da Gorontalo si raggiunge con dieci ore di strada dissestata, sulla quale i sobbalzi sono la norma.

Il sacerdote è originario di Tomohon, a una trentina di chilometri da Manado. È nato nel 1959, e la sua missione è stata quasi sempre quella del formatore. Ha passato anche sei anni a Roma come consigliere generale, ed è tornato in Sulawesi un anno fa. Ha chiesto al vescovo di ricoprire anche un incarico di pastorale e così è diventato viceparroco della cattedrale di Manado. Visitiamo i locali parrocchiali e incontriamo diversi giovani molto attivi, riuniti in una formazione tra pari. Sono felici di accoglierci.

La provincia del Nord Sulawesi è caratterizzata dalla presenza dell’etnia maggioritaria Minahasa, per cui il suo territorio è chiamato con lo stesso nome. Questo gruppo guidò anche una rivolta contro il governo centrale tra il 1958 e il 1961, chiedendo maggiore autonomia. Manado fu bombardata e poi invasa dalle truppe dell’esercito.

I Minahasa sono in gran parte cristiani, in maggioranza protestanti. Anche qui, come nel resto dell’isola, i primi ad arrivare furono i cattolici con i portoghesi (1563), seguiti poi dagli spagnoli giunti dalle vicine Filippine. Gli olandesi della Compagnia delle Indie orientali occuparono
l’intero arcipelago indonesiano all’inizio del Seicento, cacciarono portoghesi e spagnoli (1605) e portarono il calvinismo, impedendo l’insediamento di missionari cattolici per due secoli. Questa proibizione si spiega come ricaduta sulle colonie delle persecuzioni religiose in Europa. Fu quando Napoleone conquistò i Paesi Bassi, e nominò suo fratello re, che i cattolici poterono tornare. Nel 1807 due preti diocesani olandesi arrivarono nell’area. In seguito, il Vaticano mandò i Gesuiti che furono seguiti da altre congregazioni. In questo periodo (1820), l’isola fu assegnata come territorio di missione ai Missionari del Sacro Cuore di Gesù. 

Mercato di Tomohon, Nord Sulawesi, noto per la vendita di carne di animali selvatici. Foto Marco Bello

In terra Minahasa

«Qui la cultura minahasa è molto forte. A livello cristiano è maggioritaria la Chiesa Gereja masehi injili Minahasa (Gmim, Chiesa cristiana evangelica in Minahasa, ndr). È una Chiesa locale di ispirazione calvinista, fondata nel 1934 dagli olandesi», continua padre Polce. Si parla di circa 850mila fedeli e oltre 800 parrocchie, nel Nord Sulawesi. I cattolici, in tutta la diocesi di Manado sono circa 200mila, ovvero circa 2,5% dei 7 milioni di abitanti. «Ci sono poi avventisti, pentecostali, e diverse altre denominazioni minoritarie».

«Le relazioni con i musulmani, e anche con gli altri cristiani, sono molto buone. Manado è conosciuta per la tolleranza dei fedeli delle varie religioni. C’è qualche fanatico, ma isolato.

Con i cristiani di altre denominazioni c’è collaborazione. Ad esempio alcuni di loro, che fanno un percorso da leader, partecipano ad alcuni nostri programmi di formazione, oppure frequentano l’università insieme ai cattolici. In questo modo, quando saranno responsabili religiosi, si porteranno dietro anche la conoscenza personale degli altri. È la garanzia per una migliore comunicazione».

Priorità educazione

Pastor Polce ci parla dell’importanza della Chiesa cattolica nell’istruzione e nella sanità: «Per quanto riguarda l’educazione, ci sono scuole gestite dalla diocesi e altre da alcune congregazioni religiose. Le prime sono circa 270, di ogni ordine e grado. Confrontate con quelle delle congregazioni, si possono vedere le differenze. Le seconde hanno più mezzi, e gli edifici sono messi meglio. Sono anche frequentate maggiormente da figli di famiglie ricche». Intanto ci accompagna a visitare l’istituto scolastico Katolik Rex Mundi, gestito dalle Sorelle di Gesù, Maria e Giuseppe, poco distante dagli uffici della curia.

«I problemi a cui facciamo fronte con le scuole della diocesi sono il loro elevato numero e i nostri pochi mezzi finanziari. Inoltre, la scuola statale è gratuita, questo ha fatto sì che ci sia una riduzione di allievi, ogni anno, nelle scuole della diocesi. Alcune le dovremo chiudere».

Nella Katolik Rex Mundi di Manado ci sono tutti i gradi scolastici, dell’infanzia al liceo. È frequentata da circa 1.300 allievi. La struttura è molto bella, ha campi di calcetto, basket e pallavolo, in parte coperti, mentre l’edificio si sviluppa su tre piani. Quando arriviamo, alcuni studenti che si stanno allenando, vogliono subito fare delle foto con noi. Incontriamo suor Rita Manuel, preside della scuola superiore, originaria di Bitung: «Gli studenti delle superiori sono 750 con 40 insegnanti e 20 persone tra tecnici e amministrativi. Era una scuola solo femminile, ma da dieci anni accoglie anche i maschi».

La congregazione gestisce anche quattro ospedali nella diocesi, dei quali uno a Manado. Sono presenti pure a Makassar con una grande scuola e un ospedale in centro città.

Il centro del cattolicesimo

Percorrendo una strada tutta curve che ci porta nuovamente in montagna, arriviamo nella cittadina di Tomohon. È un importante luogo turistico perché circondata da due vulcani, un lago di origine vulcanica, una cascata, ed è sede del Tomohon flower festival, il festival internazionale dei fiori, che si svolge ogni anno con la partecipazione di diverse nazioni nel mondo. Per questo è conosciuta come città dei fiori. Tomohon è anche il centro del cattolicesimo del Nord Sulawesi.

Qui il clima è decisamente migliore, più fresco e meno umido. Ovunque nelle strade sono appesi vasi con fiori di svariati colori. Vediamo diverse chiese e scuole gestite da congregazioni religiose.

Intorno alla città, in aree scoscese vengono coltivati ortaggi di molte varietà. Il terreno, in gran parte di origine vulcanica, è molto fertile. 

L’oro di Manado

Salendo in montagna osserviamo anche alberi con piccole foglie verdissime. Ci dicono che sono piantagioni di chiodi di garofano, una delle spezie concupite dagli olandesi fino dal XVI secolo, e di cui – scopriamo – il Sulawesi è il principale produttore mondiale. Le piantagioni di questo albero sono diffuse in tutta la parte orientale della penisola a Nord del Sulawesi, dando un contributo importante all’economia locale.

Un altro aspetto importante è il porto industriale di Bitung, collegato a Manado con una delle due autostrade dell’isola (l’altra è nel Sud Sulawesi). Tra le due città si trova la Zona economica speciale di Bitung, in parte ancora in progettazione, che prevede oltre duemila ettari di industrie per la trasformazione agricola e del pescato, magazzini, per il commercio nazionale e internazionale.

Sempre in regione Minahasa ci sono miniere d’oro e importanti giacimenti di nichel. Alcuni sfruttati dalla Meares Soputan mining, che si cerca di tenere lontana dai parchi naturali, con la loro ricchezza faunistica e floreale originaria.

Il popolo con il sorriso

A Manado incrociamo volti con caratteri somatici anche molto diversi. Alcuni sono di statura più bassa, e hanno pelle più scura. Altri, più alti, talvolta corpulenti, con occhi più sottili, carnagione chiara. Questi sono vestiti bene, li vediamo gestire o popolare i negozi e i moderni centri commerciali sulla centrale Jalal Piere Tendean.

«Si dice che Manado sia la terra della gente con il sorriso», ci aveva detto pastor Polce. Noi questa caratteristica l’abbiamo incontrata attraversando tutto il Sulawesi.

Marco Bello

Ragazze del gruppo giovani della parrocchia cattedrale di Manado, durante le prove di una celebrazione. Foto Marco Bello

  • Superficie: 1.905.000 km2 (6,35 volte l’Italia)
  • Popolazione: 283,5 milioni (Banca mondiale, 2024)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 113/191, livello alto (2024)
  • Pil: 1.400 miliardi di dollari (Banca mondiale, 2024)
  • Pil procapite annuo: 4.925 dollari (2024)
  • Crescita annua del Pil: +5% (2024)
  • Aspettativa di vita: 71 anni (2023)
  • Popolazione al di sotto della soglia di povertà
    (3 dollari US al giorno): 5,4% (2024)
  • Tasso di alfabetizzazione: 96%
  • Accesso alla rete elettrica: 99,4%.
  • Uso individuale di internet: 69%.

Letture consigliate

• Nasir Tamara, Indonesia rising, ed. Select Publishing, Singapore 2009. La Reformasi, ovvero come l’Indonesia è diventato uno stato democratico (in inglese).

• David van Reybrouck, Revolusi. L’indonesia e la nascita del mondo moderno, Feltrinelli 2024. Inchiesta approfondita sulla rivoluzione del 1945 e le sue conseguenze.

• Franck Michel, Les Torajas de l’Indonésie, ed. L’Harmattan, Francia 2000. Sulla cultura Toraja (in francese).

Marco Bello, giornalista, direttore editoriale di MC.

Si ringraziano
L’arcidiocesi di Makassar e la diocesi di Manado. In particolare, don I Made Markus Suma, don Aidan Putra Sidik,
don Polce Pitoy, monsignor F. Nipa e monsignor B.E. Rolly Untu.
Paolo Affatato, specialista dell’area. Carla Faraon per l’apporto spirituale.

Bimba con il vestito tradizionale toraja, durante una cerimonia funebre nei pressi di Rantepao.
Foto Marco Bello



Corea del Sud. La corsa di Seul

Cittadini e visitatori leggono e si riposano lungo il Cheonggyecheon, corso d’acqua recuperato alla capitale coreana dopo un importante investimento pubblico; le sovrastanti lanterne colorate sono state appese per la celebrazione del «compleanno del Buddha». Foto Paolo Moiola.

Miracoli (e incubi) sul fiume Han.

Dopo la lunga sottomissione all’Impero giapponese e una guerra civile sanguinosa, la Corea è rimasta divisa tra il Nord comunista e il Sud filoccidentale. Negli ultimi settant’anni, Seul ha fatto passi da gigante, pur sacrificando spesso la democrazia. Oggi, la Corea del Sud è una potenza economica, ma i problemi non mancano.

Seul, fine aprile. Alle sette del mattino l’aria è fresca. Sui grandi cartelloni digitali la pubblicità scorre senza sosta, ma le strade di Myeong-dong (dove il suffisso «dong» è traducibile con «quartiere») sono ancora deserte, i negozi e i ristoranti chiusi. Soltanto ieri sera, qui era un flusso ininterrotto di persone, una sequela di bancarelle che vendeva ogni sorta di cibo cucinato al momento (l’acclamato street food coreano). E poi luci e ancora luci di tutti i colori: Myeong-dong è zona di negozi di cosmetici (un’eccellenza della Corea del Sud), vestiti, accessori, giochi, fotografia e, ovviamente, di locali e ristoranti. Insomma, un distretto dello shopping e dello svago. Sono trascorse soltanto poche ore, ma adesso pare di essere stati catapultati in un altro luogo. Tutto è ordine e pulizia.

Sul The Korea Times, per spiegare il suo stupore davanti al decoro del Paese, un professore universitario indiano è ricorso a una citazione: «La pulizia è vicina alla santità». Come accade il più delle volte, l’affermazione è di attribuzione incerta, ma il concetto espresso non è lontano dalla realtà. La Corea è un paese dove i luoghi pubblici – strade, mezzi di trasporto, giardini – sono così immacolati e ordinati da lasciare a bocca aperta. Per non parlare dei bagni pubblici (sempre gratuiti), che – agli occhi di uno straniero – rimandano all’igiene di una clinica o al film di Wim Wenders, Perfect days (ambientato nei bagni pubblici di Tokyo). 

Difficile non collegare questa condizione all’influsso del confucianesimo, la filosofia che permea ogni aspetto della vita dei coreani, indipendentemente dalla loro eventuale affiliazione religiosa.

Senso civico e iper-consumismo

Modernissimi grattacieli si affacciano su una delle più note spiagge di Busan, seconda città della Corea. Foto Paolo Moiola.

Seul, capitale della Corea del Sud, è una metropoli cresciuta attorno al fiume Han (o Hangang) fino a raggiungere i dieci milioni di abitanti, pari al venti per cento dell’intera popolazione coreana (52 milioni, ma – come vedremo – in costante decrescita).

Il modo migliore per raggiungere piazza Gwanghwamun, cuore della capitale coreana, è prendere la metropolitana. Estesa ed efficiente, la metro svela molte cose. Per esempio, il senso civico dei coreani, ma anche una società votata all’iperconsumismo. Tra le molteplici pubblicità che, nelle stazioni e nei vagoni della metro, circondano la folla dei passeggeri, risaltano quelle di cliniche e medici. Qui c’è la reclame di alcuni oculisti, più avanti quella dei dermatologi. «Ma il vero business – ci spiega Han Gyeol, il giovane coreano che ci fa da guida e che si fa chiamare Antonio, il suo nome da battezzato cattolico – è la chirurgia estetica».

Nel frattempo, è il momento di scendere dal vagone, ordinatamente come fanno i coreani. All’uscita della metro, ecco apparire piazza Gwanghwamun, di forma allungata, costeggiata da palazzi moderni e con ampi spazi pedonali. La statua di Sejong il Grande (1397-1450), monarca della dinastia Joseon, famoso per aver inventato l’alfabeto della lingua coreana (lo «Hangul», che sostituì i caratteri cinesi), s’innalza imponente poche centinaia di metri prima della porta del Gyeongbokgung, uno dei palazzi reali costruiti dalla sua dinastia.

Attorno al monumento, l’associazione dei fotoreporter coreani ha allestito la mostra del 61° Korea press photo contest. Quest’anno la foto che ha vinto il concorso raffigura soldati schierati davanti all’edificio principale dell’Assemblea nazionale il 3 dicembre 2024, quando il presidente Yoon Seok-yeol ha dichiarato la legge marziale. I soldati inviati da Yoon si sono trovati ad affrontare le persone accorse per proteggere l’istituzione e permettere ai legislatori riuniti all’interno di respingere la legge. Una notte drammatica nel contesto di una vicenda con molti punti oscuri e che non può essere disgiunta dalla storia del Paese.

Nord-Sud, una ferita non rimarginata

Una storia in cui la democrazia non ha ancora avuto modo di consolidarsi. Quella dello scorso dicembre risulta essere, infatti, la diciassettesima volta che è stata dichiarata la legge marziale dalla fondazione della Repubblica, nel 1948. Inoltre, dalla tregua bellica del 1953, il Paese vive con la spada di Damocle delle azioni ostili della Corea del Nord, Paese fratello ma prigioniero di Kim Jong-un, dittatore tanto folle quanto imprevedibile.

Il confine del 38.mo parallelo, probabilmente il più militarizzato al mondo, è poco distante da Seul. «In questo momento, però, non conviene visitare la zona demilitarizzata (conosciuta con la sigla inglese Dmz, nda)», spiega Han Gyeol. Negli ultimi tempi, le relazioni tra Pyongyang e Seul sono (di nuovo) peggiorate. Oltre alle minacce e alle esercitazioni militari, nell’ultimo anno Kim Jong-un, sostenuto da Pechino e Mosca, ha iniziato a inviare sulla Corea del Sud palloni aerostatici carichi di rifiuti e di escrementi. Di conseguenza, per precauzione, gran parte dei siti visitabili della zona demilitarizzata (nei pressi della città di Paju) sono attualmente chiusi. La Dmz – 250 chilometri di lunghezza, 4 di ampiezza – è il lascito visibile della Guerra fredda e della sanguinosa guerra di Corea, che hanno sancito la divisione tra Nord e Sud del Paese. Una ferita dolorosa che, al momento, pare impossibile da rimarginare, nonostante, dal 1969, Seul abbia istituito il ministero dell’Unificazione (Mou). «No – precisa Han Gyeol -, non credo che la riunificazione avverrà. O, perlomeno, non credo che accadrà nel corso della mia vita».

La tensione permanente con il regime comunista di Pyongyang è stata utilizzata anche da Yoon Suk-yeol, nel suo tentativo di instaurare la legge marziale. Nel discorso televisivo del 3 dicembre 2024, il politico conservatore aveva accusato l’opposizione democratica, maggioritaria al Congresso, di essersi alleata con i comunisti, affermando, tra l’altro: «Cari cittadini, dichiaro la legge marziale d’emergenza per difendere la libera Repubblica di Corea dalle minacce delle forze comuniste nordcoreane e per sradicare le spudorate forze anti stato filo-nordcoreane che stanno saccheggiando la libertà e la felicità del nostro popolo, nonché per proteggere il libero ordine costituzionale».

A causa del suo fallito colpo di stato, il presidente è stato destituito rendendo necessarie nuove elezioni presidenziali previste per il 3 giugno. Eppure, a parte per alcuni, sparuti striscioni elettorali, non percepiamo un clima elettorale. Forse anche per il fatto che la città è distratta dalla preparazione dei festeggiamenti per il «compleanno del Buddha» (Chopail), che quest’anno cade il 5 maggio (una data che cambia in ragione del calendario lunare). È una celebrazione non solo per i quasi nove milioni di buddhisti coreani, ma per tutto il Paese che la classifica come festa nazionale.

Le lanterne di carta colorata – simbolo di luce e speranza, preghiera e ricordo dei defunti – sono appese in tutti i templi, ma spesso pure in vie e luoghi pubblici. Alcune sono appese anche in piazza Gwanghwamun, in direzione opposta rispetto all’entrata del palazzo reale, accanto alla statua dell’ammiraglio Yi Sun-sin (1545-1598). E poi s’infittiscono più avanti, in piazza Cheonggye, dove parte il Cheonggyecheon, un corso d’acqua – è meno di un fiume, ma più di un ruscello – recuperato a partire dal 2003 con un grande e riuscito progetto di riqualificazione urbana e valorizzazione ambientale. Per quasi undici chilometri la gente può passeggiare lungo camminamenti verdi o sedersi nei pressi dell’acqua a conversare o leggere un libro.

Passare dalle camminate lungo il Cheonggyecheon al distretto di Bukchon è facile e piacevole. Bukchon è un vecchio quartiere residenziale, ma è anche un’attrazione turistica perché ospita un «villaggio hanok».

Il termine hanok deriva dalla combinazione di due caratteri cinesi, «han» (che significa «il popolo coreano») e «ok» (che significa «casa»). Di conseguenza, la parola è traducibile come «casa del popolo coreano». O, per dirla con il dizionario locale, «termine usato per riferirsi alle case costruite nello stile architettonico tradizionale coreano distinte dagli edifici in stile occidentale».

Un tempo, le hanok erano case familiari costruite con materiali naturali (legno e pietre) e con carta speciale (per porte e finestre), in armonia con il contesto. Erano caratterizzate da un pavimento riscaldato (ieri come oggi, in casa i coreani non usano scarpe) tramite il calore recuperato dal fuoco della cucina, un patio, un tetto di tegole d’argilla (ma, in passato, anche di paglia per le famiglie meno abbienti). Spazzate via dagli eventi storici (guerre e distruzioni) e dai mutamenti della società (tutte le città coreane sono circondate da altissimi grattacieli, esatto contrario delle case tradizionali), ultimamente le hanok sono tornate di moda, anche se con caratteristiche adattate ai tempi e soltanto per famiglie con redditi elevati.

Originali o ricostruite che siano, le hanok testimoniano armonia, bellezza, tradizione.

Come il percorso lungo il Cheonggyecheon, anche il villaggio hanok è un luogo tranquillo e piacevole che infonde serenità. Tuttavia, sarebbe sbagliato dedurre da questi aspetti esteriori che quella coreana sia una società felice.

Insegna pubblicitaria di un medico all’entrata di una stazione della metro, a Busan; in Corea, le pubblicità di cliniche e medici sono diffusissime; in particolare, vanno per la maggiore quelle della chirurgia estetica, molto praticata dai sudcoreani. Foto Paolo Moiola.

Una società (troppo) competitiva

Secondo il The Korea Times, che cita i dati di alcune ricerche pubbliche del 2023, soltanto il 35 per cento dei coreani sarebbe felice. Il dato trova conferma nel recente rapporto mondiale sull’indice di felicità («2025 World happiness report», University of Oxford). Ebbene, la Corea del Sud si piazza solamente al 58.mo posto su 147 Paesi.

Pressione sociale, competizione esagerata fin dai primi anni di vita e stress lavorativo (è legale arrivare a 52 ore settimanali, l’antisindacalismo è una consuetudine radicata e gli scioperi sono praticamente inesistenti) sono le cause più citate.

«In Corea – ci spiega il professor Kim Sanghyuk -, il divario tra ricchi e poveri è molto forte, e le misure del welfare statale sono deboli, rendendo molto più difficile la vita dei bisognosi. Inoltre, i coreani hanno una forte tendenza al confronto. Questo si riflette nei bassi livelli di felicità e in un elevato tasso di suicidi».

«Il suicidio – ha scritto Kwon Jun-soo, psichiatra all’ospedale della Seoul national university – è la principale causa di morte tra le persone di età compresa tra i 12 e i 39 anni. Con un tasso di fecondità di 0,8 e appena 200mila neonati all’anno, la fertilità ha raggiunto un livello seriamente preoccupante, per non parlare del rapido invecchiamento della popolazione e dell’aumento della solitudine tra gli anziani. I giovani coreani stanno rinunciando a frequentare qualcuno, a sposarsi e ad avere figli». «È così – conferma Han Gyeol -. È vero che in Corea non si fanno più figli. È vero che deteniamo il più alto tasso di suicidio tra i Paesi industrializzati».

È lo stesso quadro che ci dipinge padre Kim Moon-jung, coreano e missionario della Consolata in Messico: «Quando ero bambino – ci racconta via email -, ben più della metà della città era composta da bambini, e ora ben più della metà è composta da adulti e anziani, senza figli. Con l’adozione del capitalismo, la Corea è diventata una società estremamente competitiva. Questo ha permesso al Paese di svilupparsi rapidamente, ma ha anche causato molto stress. Sebbene la vita di molte persone sia diventata più prospera, anche le pressioni sono aumentate. Oggi le persone non hanno tempo per fare altro, se non lavorare sodo per avere una vita migliore. Pertanto, molti coreani non vogliono più avere bambini. Sia per mancanza di tempo, sia per evitare ai figli lo stress imposto da una società troppo competitiva».

Paolo Moiola

Byun Jae-woon con in mano una copia del Kookmin Ilbo, quotidiano coreano nel quale il giornalista ha lavorato per molti anni. Foto archivio Byun Jae-woon.

Intervista. Korean way of life

Come ha fatto il Paese asiatico a diventare una potenza economica mondiale? Quali costi sociali
ha dovuto pagare per il suo successo? Quali sono le differenze con il vicino Giappone? E come comportarsi con i «fratelli» separati della Corea del Nord? Abbiamo chiesto questo e altro a un giornalista coreano.

In Corea del Sud, salvo poche eccezioni, le montagne sono poco più che colline. Con Byun Jae-woon, giornalista, ci siamo conosciuti durante una camminata nel parco di Seoraksan. Anche lì, per raggiungere la sommità, non si fa molta fatica. Avvantaggiati dalla situazione, un passo dopo l’altro, la nostra conversazione è andata avanti senza affanni fisici. Data la sintonia abbiamo, quindi, deciso di risentirci subito dopo l’appuntamento elettorale del 3 giugno, e così abbiamo fatto.

Le elezioni sono state vinte da Lee Jae-myung, candidato del Partito democratico (Dpk), che ha sconfitto Han Duck-soo, candidato del Partito del potere popolare (Ppp) al potere. Un altro candidato, Lee Jun-seok, fondatore del Partito riformatore ma ex dirigente del Ppp, è arrivato al terzo posto. Ha vinto, sì, l’opposizione, ma sommando i voti ottenuti dai due partiti conservatori la situazione sarebbe stata in parità.

Preso contatto con Byun Jae-woon, che ha lavorato nel quotidiano Kookmin Ilbo (redattore, caporedattore, direttore e – infine – anche amministratore delegato, prima di andare in pensione), gli chiediamo un commento ai risultati elettorali.

«Nei Paesi con un sistema presidenziale – esordisce -, la popolazione è divisa, e i conflitti possono essere rilevanti a causa delle rispettive inclinazioni ideologiche. Personalmente, sono soddisfatto e ho grandi aspettative perché il candidato del partito che ho scelto è diventato presidente, ma chi ha sostenuto altri candidati non lo sarà. Parlando solo dal mio punto di vista, mentre Yoon Suk-yeol, l’ex presidente messo sotto accusa, era un ex procuratore brutale e incompetente, questo presidente, avendo già ricoperto la carica di sindaco e governatore, ha una capacità di governo del Paese quantomeno eccellente. Per questo, penso che aiuterà la Repubblica di Corea a fare un balzo in avanti e ad aumentare il Prodotto interno lordo per migliorare la vita della popolazione. Inoltre, mentre l’ex presidente è nato in una famiglia benestante e ha studiato e cresciuto in un ambiente favorevole, il presidente eletto è nato in una famiglia estremamente povera e si è fatto strada da solo. Dato che conosce la gente comune, è probabile che attuerà politiche a favore dei normali cittadini piuttosto che della classe privilegiata».

Samsung, Lg, Hyundai, Kia sono marchi universalmente conosciuti della Corea potenza economica mondiale. Tuttavia, il loro successo è dovuto anche a un sistema produttivo che privilegia sempre e comunque le imprese a scapito dei lavoratori. Come dimostra l’irrilevanza dei sindacati. 

«In verità, dopo la democratizzazione della vita politica coreana, il potere dei sindacati è notevolmente aumentato. Però, è vero che i passati regimi militari hanno oppresso i lavoratori attuando politiche che favorivano le grandi aziende e che ciò ha contribuito a una rapida crescita del Paese. Era simile all’attuale politica economica cinese, guidata dal governo centrale, che ha soppresso i diritti umani fondamentali dei lavoratori e delle persone in generale per ottenere un’elevata crescita economica. Tuttavia, questo da solo non può spiegare il successo della Corea. I suoi cittadini sono fondamentalmente laboriosi e molto impazienti. Secondo alcuni studi, la natura impaziente dei coreani ha giocato un ruolo decisivo nel balzo del Paese verso l’economia digitale (penso alla diffusione di internet ad alta velocità). Inoltre, la Corea è una società in cui la competizione per conquistare un livello di vita migliore di quello degli altri è molto agguerrita. Credo che questi diversi fattori si siano combinati per contribuire alla crescita del Paese».

In tutto questo, qual è il ruolo del confucianesimo?

«La Corea è stata fortemente influenzata dal pensiero confuciano. La sua influenza persiste ancora, ma è diminuita significativamente rispetto al passato. Il confucianesimo era la dottrina che governava il popolo durante la dinastia Joseon, fermamente applicata dal re e dalla classe dirigente dell’epoca (1392-1910, ndr), ma la situazione era completamente diversa durante la precedente dinastia Goryeo (936-1392, ndr). Ad esempio, sotto la filosofia confuciana della dinastia Joseon, gli uomini avevano un vantaggio assoluto sulle donne, ma prima, durante il regno di Goryeo, uomini e donne godevano di pari dignità. Credo che le tendenze dei coreani assomiglino in realtà a quelle della dinastia Goryeo e che tali tendenze stiano rivivendo dopo il declino del confucianesimo in seguito alla modernizzazione».

Con o senza l’influenza del confucianesimo, il successo economico coreano ha (almeno) due lati oscuri: l’alto tasso di suicidi e il bassissimo tasso di natalità.

«Sono due problemi seri. La Corea è una società fortemente orientata al successo. Per esempio, c’è una spiccata tendenza a conoscere in quale università una persona si sia laureata come standard per giudicare le sue capacità. Poiché è una società in cui la superiorità è determinata dal background accademico e dalla ricchezza, chi rimane indietro prova un profondo senso di sconfitta, che spesso porta alla depressione.

Credo che questo sia il risultato dell’aver seguito il capitalismo della giungla in stile americano piuttosto che la socialdemocrazia in stile europeo. Il partito conservatore coreano è più vicino a un partito di estrema destra, e l’attuale partito al governo, che viene definito un partito progressista, è più vicino a un partito conservatore secondo gli standard europei. Ecco perché la gente non è felice, nonostante sia un Paese economicamente prospero.

Rispetto al tasso di natalità, occorre ricordare che, per integrare i bambini in una società altamente competitiva come quella coreana, è necessario mandarli in buone scuole e buone università, ma poiché l’istruzione è molto costosa fin da piccoli, i novelli sposi sono riluttanti ad avere figli. La maggior parte di loro sono coppie che lavorano e, se hanno figli, non è facile crescerli a causa della mancanza di asili nido pubblici. Sebbene stia gradualmente aumentando, la spesa sociale della Corea è ancora bassa rispetto a quella degli altri membri dell’Ocse e soprattutto rispetto a quella dei Paesi europei».

Per molti occidentali Corea e Giappone si somigliano. In realtà, le differenze sono sostanziali e poi ci sono pesanti ferite della storia – 35 anni di dominazione giapponese (dal 1910 al 1945) – non ancora rimarginate.

«La Corea del Sud e il Giappone sono paesi geograficamente prossimi, ma con molte questioni da risolvere, sia politiche che diplomatiche.

Personalmente, auspico che i due paesi si avvicinino. Se essi unissero le forze, sarebbero in grado di esercitare una maggiore influenza nel mondo. A tal fine, sarebbe però indispensabile che il Giappone mostrasse un atteggiamento più flessibile, che si scusasse ancora una volta per le sue azioni passate e risarcisse le vittime civili.

Tuttavia, non mi pare che abbia alcuna intenzione di farlo e, a meno che il governo di Tokyo non cambi atteggiamento, sarà difficile per quello di Seul cambiare la sua posizione nei confronti del vicino. Premesso questo, nell’ordinarietà non ci sono molti conflitti tra i due paesi. Per esempio, sia da una parte che dall’altra il numero di turisti è aumentato vertiginosamente».

Capita spesso che la Corea del Nord faccia esercitazioni militari con lancio di missili o annunci il rafforzamento dei propri programmi nucleari. Come sudcoreani temete gli ordigni atomici di Pyongyang?

«La Corea del Sud ha un vantaggio schiacciante sulla Corea del Nord in termini di armi convenzionali, fatta eccezione per quelle nucleari. Tuttavia, è vero che le armi convenzionali sono inutili di fronte agli ordigni atomici. Il modo più efficace per evitare la guerra sarebbe che anche la Corea del Sud si dotasse di armi nucleari.

Tuttavia, è probabile che, se il nostro governo sviluppasse programmi nucleari a scopo militare, subirebbe sanzioni internazionali che causerebbero al Paese enormi danni economici. Inoltre, gli Stati Uniti si oppongono a un riarmo nucleare temendo un effetto domino (anche il Giappone lo farebbe e così altri Paesi).

Pertanto, la pace deve essere mantenuta attraverso sforzi diplomatici. Il nuovo presidente ha recentemente sottolineato che si impegnerà per la riconciliazione e la cooperazione intercoreane. Alcuni esperti di politica estera ritengono che il presidente Usa (del quale, però, io non ho una buona opinione) stia cercando di portare la Corea del Nord dalla sua parte per tenere sotto controllo la Cina. A tal fine, è probabile che Trump visiti la Corea del Nord già quest’anno e si prevede che le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Corea del Nord si stabilizzeranno. Se ciò accadrà, sarà il modo più auspicabile ed efficace per garantire la pace nella penisola coreana».

Al momento, l’obiettivo auspicato da Byun Jae-woon rimane molto lontano. Tuttavia, Seul sta mettendo in campo almeno un po’ di buona volontà. Pochi giorni dopo la sua elezione, il governo del neoeletto presidente ha sospeso alcune sue azioni di disturbo verso Pyongyang per mantenere – è stato scritto – «un impegno con l’opinione pubblica, ripristinare la fiducia nelle relazioni intercoreane e raggiungere la pace nella penisola».

Paolo Moiola

Manifestazione di protesta per le strade di Busan. Foto Paolo Moiola.

Confucio batte tutti
Religione e spiritualità in Corea del Sud

Buddhisti, protestanti e cattolici: la maggior parte dei fedeli coreani appartiene a uno di questi tre gruppi. Su tutto prevale però il confucianesimo, che non è una religione in senso proprio, ma una filosofia a cui ogni coreano – credente e non – fa riferimento. Ne abbiamo parlato con alcuni missionari.

Jeonju. Sul lungo striscione bianco appeso sopra la cancellata d’ingresso campeggia l’immagine di Francesco da un lato e lo stemma del Vaticano dall’altra. Si riescono a distinguere anche alcuni numeri, ma il resto è una scritta in lingua coreana. Tuttavia, non occorre arrabattarsi troppo per avere la sua traduzione. Preso in mano il cellulare e fatta la fotografia, Naver – il principale motore di ricerca coreano – in pochi istanti ci ritorna l’immagine dello striscione in versione italiana: «Signore, dona a Francesco la vita eterna». E, sotto, in caratteri più piccoli: «Papa Francesco muore il 21 aprile 2025».

L’entrata è quella della chiesa di Jeondong, una struttura che assomiglia in modo evidente alla cattedrale di Myeog-dong di Seul. Il motivo è spiegato nella bacheca dove è raccontata la sua storia: le due costruzioni hanno avuto lo stesso disegnatore, padre Poinel.

Nell’arioso e soleggiato piazzale antistante la chiesa si aggirano varie persone, tutte intente a cercare la migliore inquadratura per l’immancabile selfie. Molte di loro indossano sofisticati e colorati «hanbok», gli splendidi abiti tradizionali del Paese, vera passione dei coreani di qualsiasi età come testimoniano i numerosi negozi che questi vestiti li noleggiano.

La chiesa di Jeonju è stata costruita in onore dei martiri cattolici della dinastia Joseon. È sotto la sua dominazione (1392-1910) che gli storici hanno individuato almeno cinque grandi persecuzioni contro i cattolici coreani. Oggi, le cose sono cambiate: la Corea del Sud, infatti, è divenuta il Paese dell’Asia continentale con più cristiani (protestanti e cattolici, con i primi in maggioranza).

Uno striscione all’entrata della chiesa cattolica di Jeonju ricorda la morte di papa Francesco. Foto Paolo Moiola.

I coreani e la religione

Dal centro di dialogo interreligioso di Daejeon, padre Diego Cazzolato, da oltre trent’anni in Corea, dice: «I coreani sembra abbiano con le religioni una relazione complessa. Mentre non ci sono assolutamente situazioni di ateismo dichiarato, l’adesione a una religione particolare sembra essere difficile per molte persone. Infatti, ben la metà della popolazione dichiara, nelle statistiche ufficiali, di non aderire a nessuna Chiesa e anche coloro che aderiscono a una o l’altra delle religioni della Corea – cristianesimo, buddhismo, religioni autoctone tipo buddhismo-won, ceondoismo e sciamanesimo – spesso non partecipano davvero».

In questo elenco di religioni manca il confucianesimo. «In Corea – ci spiega il missionario -, il confucianesimo è onnipresente, però non come “religione” (che è praticata da ben poche persone) ma come base della cultura coreana. Con il suo mandato a ogni persona di essere il “meglio” che possa arrivare a essere, il confucianesimo si manifesta in modo positivo nell’alto livello di coscienza etica della popolazione (fare bene il proprio dovere; lavorare con impegno per il successo della nazione; istruzione a tutti i costi dei figli; rispetto dell’autorità e delle istituzioni; le “regole” basiche delle relazioni interpersonali). A volte, però, esso sfocia nell’autoritarismo (anche nella Chiesa), nel non riconoscere la meritocrazia, in poca libertà personale nelle relazioni sociali e nella politica, in mancanza di senso critico».

«La forma mentis di tutti – conferma padre Gianpaolo Lamberto, anche lui da trent’anni in Corea del Sud – è profondamente confuciana. Confucio ce l’hanno nel sangue. Anche i cattolici, dal vescovo in giù».

Un momento di una celebrazione buddhista. Foto Paolo Moiola.

Croci e chiese evangeliche

Già colpiti dal barocchismo dei templi buddhisti (tra l’altro, amplificato dalla moltiplicazione delle lanterne durante le celebrazioni per il compleanno del Buddha), nelle città coreane abbiamo notato un proliferare di croci, spesso croci rosse al neon. «Ma – ci spiega con fervore padre Gianpaolo – quelle croci rosse da tantissimi anni stanno sulla cima delle chiese protestanti. A volte, si tratta di chiesette di poche decine di fedeli: il numero sufficiente per mantenere un pastore. Comunque, sì, i protestanti sono tanti. Loro sono arrivati a fine Ottocento, quando i cattolici erano esausti per via delle persecuzioni. Hanno cominciato aprendo scuole e università e così hanno attirato molti coreani. Quanto alla qualità… personalmente penso che se Lutero venisse in Corea, si farebbe cattolico!».

Più diplomatico, si mostra padre Diego: «In Corea, il dialogo ecumenico tra cristiani è presente e attivo. Sfortunatamente, la frammentazione delle Chiese protestanti è un ostacolo formidabile. Buona parte di esse sono di matrice “evangelica”, la quale non sente il bisogno di dialogare con le altre Chiese. In tal modo, al dialogo ecumenico partecipa solo circa un terzo delle chiese protestanti – quelle affiliate al Kncc (Korean national conference of churches, a sua volta affiliato al World council of churches) – che operano in Corea del Sud».

Gianpaolo Lamperto (a sinistra) e Diego Cazzolato, padri missionari Imc, da oltre trent’anni in Corea del Sud. Foto archivio Imc Corea.

Non soltanto tecnologia

Entrambi i missionari italiani sembrano aver subito il fascino del Paese. «Per capire la Corea – ci dice padre Gianpaolo -, occorre svuotarsi dagli schemi mentali con cui un occidentale è abituato a giudicare la realtà. Occorre ascoltare, guardare e cercare di capire senza metterci dentro il nostro mondo». Mondi diversi, dunque. Ma come spiegare il fatto che un paese semi sconosciuto in Occidente in pochi anni sia diventato prima notissimo per i suoi prodotti tecnologici e le auto e infine, ai giorni nostri, un paese di successo nei campi più svariati, dalla musica alle serie televisive? 

«Alla base dell’hallyu – l’«onda coreana», come viene chiamata – che sta invadendo il mondo, c’è – spiega padre Diego – il sentimento nazionalista di tutta la popolazione (a sua volta rinforzato dal confucianesimo). L’amore per la nazione è un “sine qua non” per ogni coreano. I coreani sentono come una umiliazione storica il fatto di essere stati colonizzati dai giapponesi fino alla fine della Seconda guerra mondiale; di essere divisi tra Corea del Sud e del Nord; di essere un paese piccolo di fronte ai “giganti” del mondo. Per tutte queste ragioni adesso reagiscono dicendo a tutti che la Corea è invece una grande nazione, con una lunga storia e una grande cultura, degna di stare alla pari con qualunque altro Paese del mondo. E lo fanno, appunto, in vari campi, dallo sviluppo tecnologico, alla musica, ai film, alla cucina. Ognuno nel suo campo è impegnato a far conoscere ed apprezzare la Corea sulla scena mondiale».

La cattedrale di Myeong-dong, a Seul, è luogo simbolo della Chiesa cattolica coreana. Foto Paolo Moiola.

I costi dell’onda

L’«onda coreana» esiste, ma ci sono anche i suoi costi. Uno di questi è il Suneung exam (o «College scholastic ability test», Csat). Questo esame è noto per essere «il primo e più importante obiettivo nella vita di un coreano». Esso determina se uno studente è idoneo o meno all’università.

«L’esame di Stato per accedere a posti importanti nell’amministrazione – spiega padre Diego – è una antica tradizione della Corea, in uso da molti secoli. La sua versione moderna consiste nel famoso “esame di accesso all’università”, che chiunque voglia entrare all’università deve affrontare alla fine del Liceo. È un esame comprensivo di quasi tutte le materie studiate, e si svolge nell’arco di una giornata, normalmente nel mese di novembre. Dal risultato di tale esame, misurato con esattezza fino al centesimo (es. 247,36) dipende, in buona misura, il futuro di ogni studente. È ben diverso poter studiare ciò che uno desidera in una delle grandi università del Paese, o doversi immatricolare in altre università meno rinomate o adattarsi a studiare qualcosa che non rientrava nei piani e desideri personali e con meno aperture positive verso il futuro. La competizione per far bene all’esame, quindi, è estrema, e la preparazione allo stesso diventa di fondamentale importanza (per la gioia delle tante “accademie di studio” che preparano i giovani all’esame).

Il giorno dell’esame il Paese si ferma: la gente va al lavoro un’ora più tardi del solito (per non creare traffico che potrebbe far ritardare qualcuno al luogo dell’esame); la polizia è a disposizione per accompagnare velocemente possibili ritardatari; gli aerei non volano nel tempo previsto per l’esame di inglese, per permettere agli studenti di ascoltare bene il testo inglese proposto per l’esame, ecc.

Le mamme degli esaminandi passano la giornata in chiesa, o al tempio, a pregare per i figli (magari dopo aver frequentato una preghiera speciale per il buon esito dell’esame, durante i cento giorni che lo precedono). E, alla fine di tutto, grande gioia o grande disperazione».

Sul tema, padre Kim Moon-jung, missionario della Consolata in Messico, ha esperienza diretta: «Ricordo che, all’epoca dell’università, per un anno, dormivo soltanto quattro ore al giorno per prepararmi all’esame di ammissione. Un’esperienza che non vorrei ripetere».

Paolo Moiola

Una fedele s’inchina davanti ai due «guardiani» (di solito, raffigurati con un aspetto truce) posti all’entrata del tempio buddhista. Foto Paolo Moiola.

Il respiro delle «haenyeo».
Jeju, l’isola delle donne

La sua natura l’ha portata a diventare una frequentata meta turistica. L’isola di Jeju è però molto altro. È la tempra delle sue «haenyeo», le pescatrici subacquee. La loro epopea è simbolo di riscatto per la tragica storia delle «comfort women» ed è d’esempio per le donne coreane d’oggi la cui condizione è ancora d’inferiorità.

Seogwipo, isola di Jeju. L’ampia vetrata guarda sul lungomare. Certamente un bel vedere, ma all’interno del ristorante le distrazioni sono molte. A capotavola, c’è un piccolo schermo tattile – già incontrato in vari locali – sul quale scorre il menu: immagine, descrizione e costo dei piatti disponibili. Il cliente sceglie attraverso il monitor e il suo ordine arriva direttamente in cucina. Al centro di ogni tavolo – il ristorante è specializzato in carne alla brace e, in particolare, in quella di maiale nero -, si trova una griglia a carbone (sormontata da un tubo d’aspirazione) sulla quale il commensale si cuoce la propria carne.

Non è tutto qui, però. Nel locale si muovono camerieri-robot che portano i piatti dalla cucina ai tavoli e, se trovano un ostacolo davanti a sé, cambiano immediatamente direzione. I camerieri umani ci sono (e, peraltro, debbono correre da un tavolo all’altro), ma sono aiutati da quelli assemblati in fabbrica. Insomma, siamo in un locale che fa sfoggio di molta tecnologica efficienza, ma probabilmente sprigiona meno romanticismo e meno atmosfera di uno tradizionale.

Possiamo vedere questo ristorante come un piccolo esempio di una delle due facce della Corea: quella lanciata a grandi falcate nel futuro. Come lo sono – ma con più obiezioni da parte della popolazione (anche se formulate con «calma confuciana», che è uno dei dieci insegnamenti del filosofo cinese) – le decine di enormi pale eoliche innalzate per chilometri (sia sulla terraferma che in mare) lungo la costa non lontana da qui.

In questa immagine esposta al Haenyeo Museum dell’isola di Jeju, un gruppo di donne (con in mano la tipica attrezzatura) entra nelle acque dell’oceano per andare a immergersi. Foto Haenyeo Museum.

Storie di donne coreane

Non è futuro, ma storica tradizione dell’isola di Jeju la figura delle haenyeo, le «donne del mare». Trattenendo il fiato anche per un paio di minuti (in apnea, quindi), queste donne s’immergono nelle acque dell’oceano fino a dieci metri di profondità per raccogliere dal fondo marino polpi, abaloni, crostacei, ricci, ma anche alghe. Escono in mare in gruppo (anche per limitare i rischi, che – nonostante il meticoloso addestramento e, forse, anche la genetica di queste donne – ci sono sempre) e poi si dividono equamente il pescato, indipendentemente dalla raccolta di ognuna.

Le haenyeo rispettano i tempi del mare e della natura per questo la loro pesca è considerata sostenibile (diversamente da quella di molti altri). Nella tradizione delle sommozzatrici di Jeju rientrano anche alcuni riti sciamanici in onore di Yeongdeung Halmang, la dea del mare.

La scrittrice coreana Han Kung, premio Nobel per la letteratura 2024. Foto John Sears – Wikimedia.

La loro storia è talmente straordinaria che, nel 2016, l’Unesco le ha dichiarate patrimonio immateriale dell’umanità. Le haenyeo ci sono ancora, pur se in numero molto ridotto rispetto alle quindici-ventimila del passato. Nel 2024, il governo provinciale di Jeuju ne ha contate 2.839, ma il novanta per cento di esse aveva 60 anni o più.

Purtroppo, non abbiamo l’opportunità di vederle in azione e, quindi, dobbiamo accontentarci di visitare il museo a loro dedicato. Oltre a foto e filmati d’epoca, alle ricostruzioni delle abitazioni delle famiglie, sono esposti gli attrezzi utilizzati per le immersioni, veramente minimi: maschere subacque, cinte con pesi di piombo per scendere più velocemente, galleggianti con una rete attaccata per raccogliere il pescato.

Le sommozzatrici di Jeju hanno un posto nella storia coreana non soltanto per la loro epopea e le loro straordinarie abilità d’immersione, ma anche per quello che hanno rappresentato per le donne coreane. Con riferimento ad esse, molti hanno addirittura parlato di società matriarcale.

Su un pannello del museo a loro dedicato è scritto: «La vita delle donne di Jeju è molto diversa da quella delle donne in altre parti della Corea. Nella Corea continentale, le donne erano tradizionalmente responsabili delle faccende domestiche, mentre gli uomini si guadagnavano da vivere, a causa della differenziazione dei ruoli di genere. Al contrario, le donne di Jeju si dedicavano ad attività economiche, come l’agricoltura e le immersioni per la pesca dei molluschi, oltre alle faccende domestiche».

Se quella delle haenyeo è una storia di determinazione e coraggio, ne esiste un’altra in cui le donne coreane (e di altri paesi asiatici) sono state umiliate senza mai ricevere scuse ufficiali dai responsabili. Ci riferiamo alle military comfort women («donne di conforto per i militari»), traduzione inglese del termine giapponese jūgun-ianfu. Durante la sua lunga dominazione sulla Corea (dal 1910 al 1945), il Giappone costituì una rete di bordelli in cui le donne venivano costrette a prostituirsi per il «conforto» dei militari. Ebbene, dal 1992, ogni mercoledì, persone di diversa estrazione sociale in Corea del Sud organizzano una manifestazione in memoria davanti all’ambasciata giapponese a Seul.

«È una protesta – ci spiega Byun Jae-woon, giornalista -, che mira ad avere dal governo giapponese scuse ufficiali e un risarcimento per le donne che furono ridotte in schiavitù sessuale dall’esercito nipponico e subirono uno sfruttamento fisico e psicologico. Tuttavia, l’atteggiamento del Giappone non è mai cambiato. Nel frattempo, le vittime hanno continuato a morire e, a quanto mi risulta, oggi ne rimangono poche».

Una protesta, questa, le cui modalità ricordano quelle delle «madres de Plaza de Mayo», a Buenos Aires, in Argentina. Dal 1977, le Madri s’incontrano ogni giovedì alle 15,30 in Plaza de Mayo, nella capitale argentina, davanti alla Casa Rosada, per girare in tondo, in una manifestazione pacifica e altamente simbolica con cui esse chiedono giustizia per i loro figli e figlie scomparsi durante l’ultima dittatura argentina.

Ceremony for unveiling comfort woman statue in Seoul – International Memorial Day For Comfort Women – August 14, 2019
Namsan, Yongsan-gu, Seoul, Ministry of Culture, Sports and Tourism. Korean Culture and Information Service, Korea.net (www.korea.net)
Official Photographer : Kim Sunjoo

La resistenza della società patriarcale

A parte gli estremi delle «haenyeo» e delle «comfort women», ad oggi, al successo economico mondiale della Corea del Sud non è corrisposto un eguale successo delle donne coreane, ancora limitate in una società dalle strutture patriarcali. I numeri dei report internazionali sembrano confermare la situazione. Secondo l’«Indice del soffitto di vetro» (Glass ceiling index 2025, «The Economist») sulla condizione lavorativa delle donne, la Corea del Sud è al 28.mo posto tra i 29 paesi appartenenti alla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). A sua volta, l’«Indice sulla disparità di genere» (Global gender gap index 2024, «World economic forum») colloca il paese asiatico al 94.mo posto su 146.

Kim Sang-hyuk, già professore alla Università nazionale dei trasporti, ci dice: «La Corea è fortemente influenzata dal confucianesimo e credo che la discriminazione di genere abbia avuto origine da esso. Se ci liberiamo del confucianesimo, la discriminazione di genere si ridurrà».

«Bisogna sempre fare riferimento al confucianesimo dominante – ci conferma padre Diego Cazzolato, missionario in Corea -, dove la donna ha un ruolo “strutturalmente” inferiore a quello dell’uomo. In più, potrei dire che un movimento femminista degno di tale nome in Corea non si è mai sviluppato. Per cui le donne sembrano accontentarsi di essere “belle” il più possibile, e di avere un loro ruolo ben ritagliato in famiglia. Tuttavia, devo anche aggiungere che adesso le giovani mogli riescono ad ottenere in casa una certa parità, in quanto anche gli uomini vengono paritariamente coinvolti nelle faccende di casa e nel badare ai figli. Non è un cambiamento da poco».

In effetti, la rivincita delle donne coreane è già cominciata. Non ci riferiamo soltanto al movimento femminista delle «4B» (dove «bi» – «no», in coreano – è l’iniziale dei quattro principi del movimento: niente matrimonio, niente parto, niente appuntamenti, niente sesso), ma anche e soprattutto ad Han Kang, la scrittrice sudcoreana che, nel 2024, è stata insignita del premio Nobel per la letteratura, prima volta per una donna asiatica.

Peraltro, Han Kang ha dedicato uno dei suoi romanzi – «Non dico addio» – proprio a Jeju e sono sempre due donne (Gyeong-ha e In-seon) a far rivivere una rivolta avvenuta sull’isola tra il 1948 e il 1949 e repressa nel sangue dalle autorità dell’epoca. «Per la sua intensa prosa poetica – recita la motivazione del Nobel -, che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana».

Paolo Moiola

Il sorriso di una giovane signora coreana intenta a giocare. Foto Paolo Moiola.

Corea del Sud. Cronologia essenziale

Dai Tre regni alle elezioni presidenziali di giugno 2025

57 a.C – 661 d.C.
È il periodo dei «Tre regni di Corea»: Baekje, Goguryeo e Silla. Quest’ultimo finirà con l’avere il sopravvento sugli altri due.

661-935
Munmu è il trentunesimo re di Silla dal 661 al 681. Gli storici sono soliti identificare nella sua figura il primo sovrano del periodo definito del Silla unificato, cosiddetto per aver inglobato i regni di Baekje (nel 660) e Goguryeo (nel 668).

Maschere esposte presso il Museo nazionale della Corea, a Seul. Foto Paolo Moiola.

936-1392
Sono i secoli del regno di Goryeo che subentra a Silla. In questo periodo il buddhismo viene dichiarato religione di Stato. Ad esso succede la dinastia Joseon.

1392-1910
Sono i secoli della dinastia Joseon, l’ultima e più longeva dinastia della Corea. Fondata dal generale Yi Seong-Gye, che stabilì la capitale a Hanyang (l’odierna Seul), il regno prese il nome di Joseon dall’omonimo stato che aveva dominato la penisola coreana in tempi antichi.
Durante il periodo Joseon, viene incoraggiato il radicamento degli ideali e delle dottrine confuciane cinesi nella società coreana, e il neoconfucianesimo venne installato come ideologia di Stato della nuova dinastia. La dinastia termina con il 26.mo re, Gojong, che nel 1897 diviene il primo imperatore dell’Impero coreano, cui pongono fine fine i giapponesi nel 1910. 

1397-1450
Re Sejong il Grande, quarto sovrano della dinastia Joseon, introduce lo «hangul», l’alfabeto coreano usato per scrivere la lingua coreana. Esso sostituisce il sistema di scrittura cinese, basato sugli «hanja» e usato fino a quel momento dalle élite colte del Paese.

Prezioso reperto cartaceo esposto nel Museo, nella capitale sudcoreana Seul. Foto Paolo Moiola.
 

1784-1866
In Corea viene lanciato il movimento cattolico con l’organizzazione della prima chiesa a Seul da parte di Yi Seung-hun (1756-1801) e dei suoi compagni convertiti. Nel 1801, Chiesa cattolica coreana è soggetta alla prima grande repressione da parte del governo (la persecuzione Shinyu) in cui vengono uccise più di 300 persone. Yi Seung-Hun diventa il primo martire cristiano, decapitato l’8 aprile del 1801. Altre persecuzioni contro i cattolici avvengono nel 1839 (persecuzione di Kihae) e nel 1866 (persecuzione di Byungin).

1904 (novembre) – 1945 (15 agosto)
Nel 1904 viene firmato un trattato di protettorato con il Giappone, nel 1910 il trattato di annessione. L’impero giapponese dominerà sulla Corea per trentacinque anni, fino al 15 agosto del 1945. Per tutta la durata della dominazione, Tokyo attuerà la sistematica umiliazione della cultura coreana, inclusa la distruzione di palazzi, templi buddhisti, libri.

1930-1945
Sono gli anni delle «military comfort women» (jugun ianfu, in giapponese). Si stima che le donne (non soltanto coreane) coinvolte in questo sistema di schiavitù sessuale siano state 200mila.

1945, luglio-agosto
Alla conferenza di Potsdam (luglio 1945), a un mese dalla fine della Seconda guerra mondiale, i negoziatori delle potenze vincitrici stabiliscono che il 38° parallelo diventi il confine temporaneo tra la Corea del Nord (controllata dall’Unione Sovietica) e la Corea del Sud (controllata dagli Stati Uniti). L’inizio della Guerra fredda congelerà questa situazione.

1945, 7 settembre
Il generale dell’esercito Usa Douglas MacArthur proclama che «tutti i poteri del governo sul territorio della Corea a Sud dei 38 gradi di latitudine Nord e sulla sua popolazione saranno per il momento esercitati sotto la mia autorità». In seguito al proclama, il governo militare dell’esercito degli Stati Uniti in Corea (Usamgik) diviene l’organo governativo ufficiale per tre anni, fino alla costituzione della Repubblica di Corea (Roc) il 15 agosto 1948.

1948 (maggio-luglio)
Sotto il controllo delle Nazioni Unite, il 10 maggio del 1948 si tengono le elezioni nella sola Corea del Sud. A luglio viene approvata la Costituzione: nasce la Repubblica di Corea (Rok). Syngman Rhee, uomo degli Usa, sarà il primo presidente (e dittatore) del Paese fino al 1960.

1948-1949
Tra il 3 aprile 1948 e il maggio del 1949 nell’isola di Jeju avviene un’insurrezione guidata da gruppi di sinistra che si oppongono alla divisione del paese in due. Si stima che un numero imprecisato di persone – i numeri variano dalle 14mila alle 100mila – perda la vita a causa della repressione dell’esercito sudcoreano a guida Usa e di un gruppo paramilitare di estrema destra. È una carneficina di pescatori e povera gente, donne e bambini. Il motivo della repressione è la presunta simpatia verso le idee comuniste da parte degli insorti. Nel 2000 viene istituita una commissione nazionale per far luce su quegli avvenimenti di cui il presidente Roh Moo-hyun chiederà perdono. Alla vicenda storica di Jeju, il premio Nobel Han Kang dedicherà il suo ultimo romanzo «Non dico addio».

1950 (25 giugno) – 1953 (27 luglio)
Il 25 giugno del 1950 la Corea del Nord di Kim Il-sung (appoggiata dall’Unione Sovietica di Stalin e dalla Cina di Mao) invade la Corea del Sud. È l’inizio della guerra di Corea. Il conflitto durerà tre anni, provocando un olocausto in termini di numero di vite perse: circa tre milioni di coreani (tra militari e civili), oltre un milione di «volontari» cinesi e 36,516 soldati americani perirono durante i combattimenti. Questi terminano nel luglio del 1953 con la firma di una tregua, tuttora in vigore.

1961-1979
Il 16 maggio del 1961 il generale Park Chung-hee compie un colpo di stato, dissolve il Parlamento, impone la legge marziale e forma un Consiglio supremo per la ricostruzione nazionale. Il generale riesce a trasformare il paese in una potenza economica. È sotto il suo governo che nascono i grandi conglomerati industriali e finanziari a conduzione familiare (i «chaebol»), organizzati «secondo principi di lealtà e integrità ideologica». I suoi anni al potere sono però segnati dall’autoritarismo. Il 26 ottobre 1979 Park viene assassinato dal direttore dei servizi segreti coreani.

1965 (22 giugno)
Dopo quattordici anni di discussioni, vengono ristabilite normali relazioni diplomatiche tra Corea e Giappone.

1980-1988
Al generale Park Chung-Hee subentra con un colpo di Stato il generale Chun Doo-hwan che instaura una nuova dittatura. Contro di lui si solleva un movimento popolare a Gwangju. Gli scontri e la successiva repressione ad opera dell’esercito sudcoreano portano a un numero di vittime stimato tra le diverse centinaia ed alcune migliaia (18 maggio 1980). La storia è raccontata da Hang Kang nel romanzo «Atti umani».
Anche nel periodo di Chun Doo-hwan prosegue la crescita economica della Corea.

1988
La Corea ospita i giochi delle ventottesime Olimpiadi.

1991 (14 agosto)
Kim Hak-soon (1924-1997) è la prima donna coreana a testimoniare pubblicamente la sua esperienza come «military comfort woman» per gli occupanti giapponesi. Nel dicembre del 1991, Kim denuncia il governo giapponese per i danni subiti durante quegli anni.

1993-1998
Kim Young-sam è il settimo presidente della Corea e – soprattutto – il primo a formare un governo non legato ai militari.

2005 (1° dicembre)
Viene istituita una commissione governativa – «Commissione per la verità e riconciliazione» – per indagare sui fatti storici delittuosi avvenuti dalla dominazione giapponese (1910) alla fine della dittatura (1993).

2024
La scrittrice coreana Han Kang vince il Premio Nobel per la letteratura. Tra i suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo: «La vegetariana», «Atti umani», «Convalescenza», «Non dico addio», «L’ora di greco».

2024, 10 aprile
Alle elezioni per l’Assemblea nazionale (unicamerale), il Partito democratico (Dpk) ottiene 171 seggi su 300. Il Partito del potere popolare (Ppp), conservatore e al governo, soltanto 107.

2024 (3-27 dicembre)
Il 3 dicembre il presidente conservatore Yoon Suk-yeol dichiara la legge marziale. Sei ore dopo l’Assemblea nazionale la annulla. Il 14 dicembre viene avviato un procedimento di impeachement e nominato presidente ad interim il primo ministro Han Duck-soo. Il 27 dicembre, a soli dodici giorni dalla nomina, anche questi viene rimosso accusato di non aver voluto promulgare le misure contro l’ex presidente e sua moglie. Sia Yoon Suk Yeol che Han Duck-soo appartengono al conservatore Partito del potere popolare (Ppp).

2025 (24 marzo)
La Corte costituzionale respinge l’impeachment del primo ministro Han Duck-soo, reintegrandolo come presidente ad interim, un ruolo che gli era stato assegnato dopo che l’allora presidente Yoon Suk-yeol era stato sospeso per aver dichiarato la legge marziale.

2025 (4 aprile)
La Corte costituzionale coreana si esprime a favore della rimozione definitiva del presidente conservatore Yoon Suk-yeol. Il verdetto trova l’unanimità dei suoi otto giudici.

2025 (3 giugno)
L’affluenza alle urne per le elezioni presidenziali anticipate raggiunge il 79,4%, la più alta degli ultimi 28 anni, a dimostrazione del coinvolgimento dei coreani in un periodo di sconvolgimenti politici. Lee Jae-myung, candidato del Partito democratico (Dpk), vince con il 49,42% delle preferenze. Han Duck-soo, candidato del Partito del potere popolare (Ppp) al potere, ottiene il 41,15%. Un altro 8,34% va al Partito riformatore, fondato da Lee Jun-seok, ex dirigente del Ppp.

2025 (4 giugno)
Il presidente Lee Jae-myung giura davanti all’Assemblea nazionale. Rimarrà in carica per cinque anni.

2025 (11 giugno)
Dopo aver interrotto la distribuzione di volantini antiregime, la Corea del Sud interrompe anche le sue trasmissioni di propaganda – attuate tramite altoparlanti posti sul confine – anti Pyongyang.

Paolo Moiola

Fonti principali: Yonhap News Agency; Young Ick Lew, «Brief History of Korea»; Britannica.com.

Ha firmato il dossier

Paolo Moiola, giornalista, redazione Missioni Consolata. Ha viaggiato in Corea del Sud tra aprile e maggio 2025.

Hanno collaborato: Byun Jae-woon*, giornalista; Kim Sang-hyuk, professore universitario; Han Gyeol, guida turistica e insegnante; Kim Moon-jung, missionario della Consolata in Messico; Diego Cazzolato, missionario della Consolata in Corea; Gianpaolo Lamperto, missionario della Consolata in Corea.

(*) In Corea, il cognome precede il nome proprio e spesso quest’ultimo è composto da due caratteri.

Una giovane coppia di coreani con vestiti tradizionali (hanbok) si fotografa davanti alla chiesa cattolica di Jeonju. Foto Paolo Moiola.



Guerre con il silenziatore

Un mondo di conflitti

Sipri Yearbook 2024 (Screenshot)

Risolvere le contese a suon di armi

Sono 170 i conflitti armati sulla terra: coinvolgono Stati, gruppi non statali, civili. Hanno ucciso 170mila persone in modo diretto nel solo 2023, con un impatto economico di 19mila miliardi di dollari: il 13,5% della ricchezza mondiale. La guerra non esce (ancora) dall’orizzonte.

Le statistiche internazionali evidenziano un mondo colpito da circa 170-176 conflitti armati (a seconda delle fonti). Le stime più basse parlano di 54 conflitti che coinvolgono almeno uno Stato, 76 non statali, 40 caratterizzati dalla violenza unilaterale di un attore statale o non statale contro la popolazione civile.

Secondo l’Yearbook 2024, l’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), in Svezia, nel 2023, i conflitti nel mondo che coinvolgevano almeno uno Stato erano, invece, 52: ventotto a bassa intensità (con meno di mille morti in un anno), venti ad alta intensità (tra mille e 9.999 morti) e quattro ad altissima (più di 10mila morti). Questi ultimi erano (e sono tutt’oggi) i conflitti in Myanmar, Sudan, Israele-Hamas e Russia-Ucraina. Cinquantadue guerre che hanno provocato oltre 170mila morti dirette in un solo anno.

Secondo l’ottavo rapporto di Caritas italiana sui conflitti dimenticati, «Il ritorno delle armi», pubblicato a fine 2024, a distanza di tre anni dal precedente, il livello di gravità e diffusione delle guerre nel 2023 appare abbastanza costante rispetto a tre anni prima. Il numero di conflitti e di Paesi coinvolti, infatti, varia di poche unità.

Almeno nove guerre ad alta intensità già in atto nel 2020, lo erano ancora nel 2023: Azerbaigian, Burkina Faso, Ciad, Kenya, Mali, Nigeria, Congo Rd, Somalia e Sud Sudan.

Sono diversi i centri internazionali che si occupano di studiare i conflitti nel mondo, dal già citato Sipri, all’Università di Heidelberg, in Germania, con il suo Conflict Barometer, all’Università di Uppsala, in Svezia (Conflict data program), allo statunitense Armed conflict location and event data project (Acled), all’Institute for economics and peace di Sydney, Australia con il Global peace index .

Scorrendo i dati a disposizione, l’Africa emerge come il continente con il numero più elevato di conflitti ad alta intensità, mentre il record del conflitto più longevo appartiene a quello israelo- palestinese, che può essere fatto risalire al 1917 (firma della cosiddetta Dichiarazione Balfour).

Guerre tradizionali, nuove prospettive

Rispetto alle previsioni di scenario avanzate nel corso dell’ultimo decennio, gli studi sui conflitti evidenziano alcuni mutamenti di rotta.

Innanzi tutto, non si è avverata la prospettiva di una guerra avanzata, ipertecnologica, attuata mediante l’utilizzo di apparati dotati di capacità chirurgica di offensiva.

La guerra in Ucraina, e in altre parti del mondo, dimostra la persistenza di errori umani, il ritorno a modalità belliche tradizionali, la ricomparsa del fante, della guerra di logoramento in trincea.

Una seconda previsione che non si è avverata riguarda, invece, la teoria secondo la quale la guerra sarebbe divenuta nel prossimo futuro un fenomeno residuale, relegato alle periferie del pianeta, che avrebbe compromesso le sacche meno avanzate della civiltà umana.

Una serie di recenti conflitti nel cuore dell’Europa, che hanno coinvolto le grandi potenze occidentali, dimostrano, invece, che le guerre sono un rischio trasversale che si affaccia anche alle nostre finestre, nei nostri cortili.

Nel corso degli anni i conflitti armati si sono trasformati in alcuni dei loro aspetti rilevanti. Uno di essi riguarda le diverse forme che assumono. La tradizionale distinzione tra guerre civili e guerre tra Stati, ad esempio, è stata sostituita un po’ per volta da una prospettiva interpretativa più analitica, che vede non due, ma tre tipologie: la prima è quella denominata «State-based violence» che riguarda i conflitti in cui si fronteggiano due soggetti armati, dei quali almeno uno è uno Stato; la seconda è quella del «Non-state conflict», nel quale si fronteggiano ribelli, organizzazioni criminali, milizie armate su base etnica religiosa, ecc., cioè gruppi che le principali istituzioni internazionali non riconoscono come Stati sovrani; la terza tipologia è quella chiamata «One-side violence» (violenza unilaterale), cioè quelle situazioni nelle quali un soggetto statale, parastatale, o non statale usa violenza indiscriminata sulla popolazione civile.

Rispetto a questa classificazione, come abbiamo già osservato, nel 2023 la tipologia più frequente è stata quella dei conflitti non statali, seguita dalle guerre State-based e dalle One-side violence.

Rientrano nella tipologia delle guerre statali conflitti come quello tra l’Azerbaigian e la repubblica separatista del Nagorno-Karabakh, e quello tra l’Ucraina e i separatisti filorussi, poi sfociato nell’invasione russa del febbraio 2022.

Tra i Non-state conflict vi sono varie situazioni di violenza diffusa, come, ad esempio, gli scontri armati tra i cartelli della droga messicani, quelli tra organizzazioni criminali in Brasile e quelli tra etnie e gruppi religiosi in diversi Paesi dell’Africa.

Infine, tra le situazioni di violenza unilaterale attuata da governi e/o milizie di vario tipo nei confronti dei civili come obiettivo privilegiato, possiamo fare l’esempio delle brutalità commesse dai Talebani in Afghanistan, o delle uccisioni in Iran di centinaia di manifestanti scesi in piazza per diversi mesi per protestare in seguito alla morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022.

In una prospettiva storica, il confronto su una finestra temporale di venti anni (2002-2023) evidenzia la sostanziale stabilità delle guerre State-based, l’aumento delle violenze tra gruppi non statali (10 punti percentuali in più) e la diminuzione della violenza unilaterale mirata verso le popolazioni civili (13 punti percentuali in meno).

CAR refugees in Southern Chad

Sempre più armati

Secondo il Global peace index, l’impatto economico dei conflitti armati nel mondo nel 2023 è stato di 19mila miliardi di dollari, il 13,5% del Pil mondiale, circa 2.380 dollari a persona.

I dati disponibili evidenziano le contraddizioni del nostro tempo: a fronte di una conflittualità persistente, aumenta la spesa militare complessiva, in particolare in alcuni Stati che impegnano a tale scopo quote sempre più ampie della propria ricchezza disponibile.

È un fenomeno che riguarda tutti gli Stati, non solamente le superpotenze planetarie come gli Usa, la Cina e la Russia.

Ad esempio, con 83,6 miliardi di dollari, l’India si è collocata al quarto posto per livello di spese militari: nel 2023, il budget militare indiano è aumentato del 4,2% rispetto al 2022 e, addirittura, del 44% rispetto al 2014.

Secondo i dati del Sipri, i primi cinque Paesi della classifica (Usa, Cina, Russia, India, Arabia saudita) rappresentano il 61% delle spese militari globali.

Sulle teste dei bambini

Le conseguenze dei conflitti armati sono molte e sempre devastanti sulle popolazioni come sull’ambiente, sia nei Paesi direttamente coinvolti che su quelli vicini e, spesso, anche lontani.

Uno sguardo particolare va dedicato all’impatto sulle vite dei minori.

Secondo i dati diffusi dall’ultimo rapporto del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati dell’Onu, pubblicato a giugno 2024, sono state registrate nel mondo 32.990 gravi violazioni contro i bambini in venticinque conflitti nazionali e in un conflitto regionale (quello del bacino del lago Ciad). È il numero più alto mai registrato dall’inizio delle attività di monitoraggio nel 2005.

Le violazioni includono sei categorie di fenomeni: uccisioni e menomazioni; reclutamento e utilizzo dei minori in gruppi e forze armate; violenza sessuale; rapimenti; attacchi a scuole e ospedali; negazione dell’accesso agli aiuti umanitari.

«Nel 2023 – si legge nel rapporto Onu -, 22.557 bambini (15.847 maschi; 6.252 femmine; 458 di sesso sconosciuto) sono stati vittime di almeno una delle seguenti quattro violazioni: reclutamento e sfruttamento; uccisioni e mutilazioni; stupro e altre forme di violenza sessuale; rapimento. Le situazioni con il numero più elevato di bambini colpiti si sono verificate in Israele e nei Territori palestinesi occupati, nella Repubblica democratica del Congo, in Myanmar, in Somalia, in Nigeria e in Sudan».

Per il primo dei sei punti (uccisioni e menomazioni), nel 2023 è stato registrato un aumento dei casi pari al 35%: da 8.647 bambini uccisi o mutilati nel 2022 a 11.649 nel 2023.

Per quanto riguarda i minori reclutati e impiegati in gruppi e forze armate, nel 2023 sono stati 8.655. I bambini rapiti, invece, 4.356: una cifra cresciuta per il terzo anno consecutivo.

Soltanto in Ucraina, nel febbraio 2022, sono stati riportati 1.682 attacchi alla salute dei minorenni, a danno di operatori sanitari, forniture, strutture, magazzini, e ambulanze, e oltre 3mila attacchi a strutture educative, che hanno lasciato circa 5,3 milioni di bambini ucraini senza un accesso sicuro all’educazione.

© European Union, 2021 (photographer: Olympia de Maismont) – Des élèves arrivent à l’école Gondologo B à Ouahigouya, Burkina Faso, le 20 janvier 2021.

Milioni di persone vulnerabili

L’ingente quantità di persone che si trovano in condizioni di vulnerabilità determinate dai conflitti armati, fa emergere un fabbisogno umanitario enorme, che non trova una risposta adeguata nelle attuali politiche: quasi 300 milioni di individui nel mondo sono bisognosi di aiuto e dipendenti da esso. Non hanno, infatti, alcuno strumento per soddisfare in modo autonomo i propri bisogni primari. È un numero che equivale quasi al 70% della popolazione dell’Unione europea. In Africa orientale e meridionale sono 74,1 milioni coloro che dipendono dall’assistenza umanitaria.

Da sola, la guerra in Sudan ha generato nel 2023 bisogni umanitari per 15,8 milioni di persone, stimate a 30 milioni per il 2024. Di queste, 3,5 milioni sono bambini. Un dato che fa del Sudan il Paese con il più alto numero di minori sfollati.

Povertà e conflitti

Un’altra caratteristica importante dei conflitti armati odierni è la loro correlazione con la povertà.

Se mettiamo in relazione tra loro i dati sui conflitti armati con la classifica dei Paesi in base all’Indice di sviluppo umano (Isu) stilata dall’Undp (United nations development programme), si apprende che l’incidenza di Paesi in guerra è molto più alta tra quelli a basso valore di sviluppo umano rispetto a quanto accade tra i Paesi più ricchi. In altre parole, i Paesi in maggiore difficoltà si trovano più spesso coinvolti in conflitti violenti.

Tradotto in cifre: è coinvolto in situazioni di conflitto armato il 27,3% dei Paesi con basso Isu, mentre solo il 4,3% di quelli con Isu molto elevato. Un mancato coinvolgimento diretto di questi ultimi in azioni di guerra, però, non significa che le potenze economiche non siano coinvolte nei conflitti: sono numerose, infatti, in diverse parti del mondo, le cosiddette «guerre per procura», giocate per interposta persona da eserciti, gruppi e milizie di Paesi terzi, pesantemente equipaggiati in violazione di sanzioni ed embarghi di armi. Due esempi su tutti: il sostegno del Rwanda alle milizie M-23 nella confinante regione del Kivu in Repubblica democratica del Congo; l’appoggio degli Emirati arabi uniti alla Rapid reaction force nella guerra civile sudanese.

Walter Nanni

Bairi Ram, a local resident, stands next to his house damaged by overnight Pakistani artillery shelling in Kotmaira village near the Line of Control (LoC) in India’s Jammu region on May 11, 2025. India and Pakistan traded accusations of ceasefire violations early on May 11, hours after US President Donald Trump announced that the nuclear-armed neighbours had stepped back from the brink of full-blown war. (Photo by Money SHARMA / AFP)

Conflitti in numeri

  • 300 milioni di persone al mondo dipendono da aiuti umanitari; di cui 74,1 milioni in Africa orientale e meridionale.
  • 52 Stati vivono situazioni di conflitto armato.
  • 20 guerre ad alta intensità (1.000-9.999 morti).
  • 4 guerre ad altissima intensità (più di 10mila morti nell’anno): Myanmar e Sudan, Israele-Hamas e Russia-Ucraina.
  • 170.700 morti dirette in azioni di guerra.
  • 32.990 gravi violazioni contro i bambini in 25 conflitti nazionali e un conflitto regionale in Ciad (11.649 uccisi o menomati; 8.655 reclutati in gruppi armati; 4.356 rapiti).
  • 63 operazioni multilaterali di pace. Un terzo delle operazioni è coordinato dall’Onu.
  • 100.568 operatori (civili e militari) impegnati in operazioni di pace.
  • 2.443 miliardi di dollari: spesa militare mondiale (massimo storico). Equivalente al 2,3% del Pil globale, 306 dollari a persona, di cui 820 miliardi di dollari di spesa militare USA; 296 miliardi: Cina; 109 miliardi: Russia;
  • 19mila miliardi di dollari: impatto economico dei conflitti armati nel mondo: il 13,5% del Pil mondiale, circa 2.380 dollari a persona.

W.N.

Il ritorno delle armi. Rapporto della Caritas

Il volume «Il ritorno delle armi» costituisce l’ottava tappa di un percorso di studio sui conflitti dimenticati, avviato da Caritas italiana nel 2002, e che ha dato luogo ad altrettante pubblicazioni editoriali.
Frutto di un lungo lavoro di studio portato avanti a cura di un gruppo ristretto di studiosi ed enti accreditati, il rapporto si concentra sul peso mediatico delle guerre nell’agenda informativa italiana, con particolare interesse agli aspetti umanitari e al legame tra guerra, ambiente e mercato delle armi.
Il rapporto è diviso in tre parti. La prima è di taglio descrittivo analitico, e offre uno spaccato dei fenomeni e delle tendenze di guerra in atto, con particolare riferimento allo scenario geopolitico dello scacchiere internazionale.
La seconda parte riporta una serie di ricerche sul campo condotte ad hoc per il rapporto, sulla presenza dei conflitti nell’agenda mediatica, e sulla loro percezione da parte dell’opinione pubblica.
La terza parte del volume è, invece, di taglio propositivo, e ha lo scopo di delineare alcune possibili prospettive di lavoro e di impegno, anche a partire da esperienze concrete, nell’ambito civile ed ecclesiale, con particolare riferimento al ruolo della Chiesa universale e alla specifica realtà Caritas.

W.N.

Non solo Ucraina e Israele

Il ruolo dei media nella percezione pubblica dei conflitti

Solo una persona su quattro in Italia sa elencare almeno tre guerre attuali. Il 29% non ne conosce nemmeno una. Il resto quasi solo Ucraina o Israele. L’assenza dei media su questo tema è vistosa, nonostante le persone vogliano essere informate.

Quante sono le persone che in Italia sono informate sui conflitti che ogni giorno fanno vittime in tutto il mondo e che causano spesso conseguenze concrete anche alla loro vita (dall’immigrazione, all’aumento dei prezzi di alcuni prodotti, ai cambiamenti climatici)?

Il «cuore» del rapporto di Caritas italiana sui conflitti dimenticati affronta questo interrogativo. La seconda sezione del volume, infatti, descrive i risultati di una serie di ricerche sul campo condotte ad hoc dall’Istituto Demopolis.

L’attenzione si concentra non solo sui media tradizionali (tv, radio, carta stampata), ma anche sul web e sull’ambiente dei social media, in particolare di Instagram, uno dei più diffusi, soprattutto in ambito giovanile.

La rilevazione online sulla piattaforma ha consentito di rispondere a tre interrogativi: come si parla di guerra su Instagram? Come si parla dei conflitti dimenticati? Chi parla dei conflitti dimenticati?

Un capitolo di questa sezione del rapporto è poi quella curata dall’Osservatorio di Pavia (un istituto di ricerca indipendente specializzato nell’analisi dei media), che ha studiato la presenza dei conflitti dimenticati nei contenuti trasmessi dai principali Tg italiani negli anni 2022 e 2023. L’Osservatorio ha inoltre approfondito i fattori che favoriscono la copertura telegiornalistica dei conflitti, e quanto le notizie hanno messo in rilievo un tema, particolarmente importante per i diritti umani e l’ambiente, come quello dell’acqua.

Un altro capitolo analizza circa 180 video, disegni, fotografie e componimenti inviati da studenti italiani, dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori, che hanno dato una propria lettura e interpretazione al tema del conflitto nell’ambito di un concorso indetto dal ministero dell’Istruzione e del merito e da Caritas italiana.

Haitian police officers deploy in Port-au-Prince as they exchange gunfire with alleged gang members on November 11, 2024. (Photo by Clarens SIFFROY / AFP)

Conoscenza molto bassa, ma in crescita

Il sondaggio demoscopico, realizzato dall’Istituto Demopolis su un campione rappresentativo di italiani, si sofferma innanzitutto sulla conoscenza delle guerre.

Rispetto alla precedente ricerca risalente al 2021, appare molto forte in quella del 2024 l’incremento tra gli italiani di conoscenze sui conflitti: il 71% degli intervistati è in grado di citare almeno una guerra degli ultimi cinque anni, conclusa o ancora in corso (nel 2021 erano il 53%).

Il conflitto più citato è stato quello russo-ucraino (47%); 3 su 10 hanno ricordato il fronte israelo-palestinese; il 16% ha citato la Siria. Il 26% giunge a individuare tre conflitti.

L’attenzione degli italiani è legata innanzitutto alla dimensione locale (il 65%). Nonostante questo, però, il livello di conoscenza circa i conflitti che avvengono nel mondo è aumentato.

La guerra si può evitare

Un aspetto importante della ricerca si riferisce all’atteggiamento valoriale e culturale delle persone intervistate riguardo alla natura della guerra: l’80% degli italiani considera le guerre come «avvenimenti evitabili» e non legati in modo indissolubile alla natura profonda dell’uomo (erano il 75% nel 2021). Così come si rileva una buona fiducia nei confronti della comunità internazionale come strumento di prevenzione delle guerre o di mediazione tra le parti. Il 74% degli italiani, di fronte allo scoppio di un conflitto, richiederebbe alla comunità internazionale di agire con la mediazione politica, senza l’uso della forza, con un incremento di 4 punti rispetto al 2021. Oggi, solo il 13% appoggerebbe un intervento immediato, anche con la forza, per fermare un conflitto.

Se dal dato teorico si sposta l’attenzione degli intervistati sul ruolo ipotizzabile per l’Italia, la tendenza al pacifismo si conferma, ma con sfumature significative. Per il 56% degli italiani, il nostro Paese non dovrebbe mai, in alcun caso, intervenire militarmente in situazioni di guerra e conflitto internazionale. Il 41% non esclude invece forme di intervento militare, ma solamente all’interno di un’azione coordinata dalle Nazioni Unite o dall’Unione europea.

Nigeria 2018. Nel nord-est della Nigeria, epicentro della crisi del Lago Ciad, infuria il conflitto tra lo Stato e il gruppo armato Boko Haram. Continuano gli attacchi e gli sfollamenti. Dall’ottobre 2017 sono state sfollate più di 140.000 persone. © Unione Europea 2018 (foto di Samuel Ochai)

I conflitti nella Tv

Sul tema della presenza dei conflitti nella comunicazione televisiva, l’Osservatorio di Pavia ha realizzato uno studio sui sette principali Tg nazionali trasmessi in fascia serale (Tg1; Tg2; Tg3; Tg4; Tg5; Studio aperto; TgLa7) dal 1° gennaio 2022 al 31 dicembre 2023, allo scopo di rilevare la «copertura» dei Paesi interessati da conflitti di estrema o alta gravità.

Nel 2023, i Tg italiani hanno dedicato ai conflitti nel mondo 3.808 notizie, pari all’8,9% del totale di tutte le notizie trasmesse. Dal 2022 al 2023, l’attenzione dei Tg è diminuita: le notizie sulla guerra nel 2022 erano state 4.695, con un valore di incidenza superiore, pari all’11,7%.

Il 50,1% delle notizie sulle guerre nel 2023 ha riguardato il conflitto israelo-palestinese e il 46,5% quello in Ucraina, che ha ricevuto un’attenzione media quotidiana rilevante, sebbene più che dimezzata rispetto all’anno precedente, il 2022, l’anno nel quale la Russia ha invaso il Paese confinante. Il restante 3,4% delle notizie si è distribuito su quindici Paesi: Afghanistan, Brasile, Colombia, Filippine, Haiti, India, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Repubblica democratica del Congo, Siria, Somalia, Sudan, Venezuela, Yemen.

I conflitti in Bangladesh, Burkina Faso, Camerun, Etiopia, Giamaica, Guatemala, Honduras, Iraq, Kenya, Mali, Messico, Trinidad e Tobago non hanno ricevuto nessuna copertura.

Anche le notizie indirettamente pertinenti i conflitti analizzati risultano in diminuzione nel 2023 rispetto al 2022: da 4.636 a 2.089, in termini di incidenza dall’11% al 4,9%, di cui il 72,3% sulla guerra in Ucraina, il 26,5% sul conflitto israelo-palestinese, il restante 1,2% distribuito fra Filippine, Rd Congo, Venezuela e Yemen.

Le cornici narrative prevalenti di questo tipo di notizie sono state la diplomazia, la politica italiana, gli appelli di pace e diplomazia della Chiesa.

Sui 30 Paesi campione coinvolti in conflitti, le notizie che non trattavano la dimensione conflittuale sono state 575, pari all’1,3% del totale. Hanno riguardato prevalentemente la Siria, colpita da un grave terremoto a febbraio del 2023, ampiamente coperto dai Tg, e l’India, dove a settembre si è svolto un summit del G20, anche questo riportato da tutte le testate giornalistiche.

In sintesi, nell’arco di questi due anni, solo due conflitti hanno ricevuto un’ampia attenzione nei Tg nazionali: la guerra in Ucraina, che nel 2022 ha ottenuto una copertura media di 13 notizie al giorno, e di cinque nel 2023. Il secondo è il conflitto israelo-palestinese che, a partire dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha ricevuto una copertura media quotidiana di 22 notizie.

Tutti gli altri Paesi interessati da conflitti di estrema o alta gravità, in proporzione hanno avuto una visibilità ridottissima, in molti casi addirittura nulla.

Guerre «notiziabili»

L’Osservatorio di Pavia ha studiato anche la correlazione fra alcuni fattori di notiziabilità dei conflitti e la loro copertura nell’informazione dei Tg italiani del 2022 e 2023. È risaputo tra chi studia l’informazione che non tutti i fatti che accadono nel mondo diventano notizia.

Tale possibilità dipende da una serie di caratteristiche, denominate «fattori di notiziabilità», tra cui il tipo di evento, qual è lo strumento di comunicazione, la competizione tra le testate giornalistiche, l’interesse del pubblico, ecc.

Basandosi sui risultati di precedenti ricerche, sono stati presi in considerazione sei fattori misurabili statisticamente: la vicinanza geografica tra l’Italia e il Paese interessato dal conflitto; la gravità del conflitto, in termini sia di eventi politici violenti, sia di eventi con danni diretti alla popolazione; la potenza economica del Paese interessato dal conflitto, e gli scambi commerciali con l’Italia, in termini sia di import che di export.

I risultati dell’analisi statistica dimostrano che, fra tutti i fattori sopra indicati, la copertura dei conflitti nei Tg italiani è correlata soprattutto alla gravità del conflitto e alla vicinanza geografica con l’Italia. Non per nulla, questi due fattori sono fortemente presenti sia nella guerra in Ucraina che nel conflitto israelo-palestinese, non ascrivibili infatti nel novero dei conflitti dimenticati.

I conflitti per i giovani

«Voci silenziose», opera dell’Itt Rondani di Parma per il concorso «Spezziamo la violenza» indetto dalla Caritas nel 2023.

Un altro capitolo del rapporto Caritas si sofferma sulle modalità con le quali i giovani vedono il tema del conflitto.

Per poter esaminare questo aspetto si è deciso di utilizzare i lavori prodotti da bambini e giovani, nell’ambito di un Concorso nazionale indetto da Caritas italiana in collaborazione con il ministero dell’Istruzione e del merito.

Gli studenti erano stati invitati a produrre dei lavori di vario tipo sul tema del conflitto (non necessariamente di tipo bellico). Da tutta Italia sono pervenuti 177 elaborati che sono stati prodotti con diverse tecniche. Attraverso 103 disegni e fotografie, 40 video e 34 testi scritti, i ragazzi e le ragazze di tutte le regioni hanno raccontato il loro personale sguardo sul tema dei conflitti, in risposta a una domanda che di tale concetto proponeva una definizione volutamente ampia, proprio per accogliere le diverse visioni dei giovani.

Analizzando i lavori, si apprende che il 76% degli elaborati visivi dei ragazzi (foto e disegni), si riferiva alla dimensione internazionale, con precisi riferimenti alla guerra in Ucraina e nel Medio oriente. Particolarmente emblematica a riguardo è la fotografia «Legami», prodotta da una classe terza dell’Istituto tecnico tecnologico Rondani di Parma, specchio di tante immagini violente che scorrono sui media e raggiungono anche i giovani.

Il 14,4% degli elaborati aveva invece come oggetto una dimensione nazionale, più vicina alla quotidianità dei ragazzi e delle ragazze. In questi casi il conflitto assumeva altre identità, tra cui la criminalità organizzata, il bullismo e la violenza sulle donne. Diversi lavori grafici e video sono testimonianza di dinamiche difficili, ma anche di soluzioni concrete per provare a contrastare questi fenomeni.

Interessante notare come in alcune immagini i ragazzi abbiano riprodotto dei fili che reggono burattini e marionette (ne è un esempio la fotografia denominata «Voci silenziose»).

L’idea è che spezzare la violenza di ogni genere significa tagliare le corde della manipolazione che impediscono un movimento libero.

Walter Nanni

«Legami», opera degli studenti dell’Itt Rondani di Parma

Le guerre di Instagram

I conflitti dimenticati negli spazi social

I social network sono ambienti di comunicazione e informazione. Le contese geopolitiche e i diritti umani non mancano, ma – anche su social come Instagram – alcuni conflitti sono più assenti di altri. E il rischio della superficialità è grande.

Dalle rivoluzioni delle Primavere arabe fino ai recenti conflitti globali, i social network hanno dimostrato la capacità di mobilitare e informare un vasto pubblico in tempo reale.

A tale riguardo una specifica indagine condotta da Federica Arenare dell’Università di Bologna ha tentato di dare una risposta ad alcuni interrogativi: quali, tra i profili social di testate giornalistiche, di giornali nati online e di giornalisti freelance, parlano maggiormente di conflitti?
Su quali guerre si pone più attenzione e, soprattutto, come se ne parla?

L’indagine, che compare all’interno del rapporto Caritas, analizza post condivisi tra giugno 2023 e maggio 2024, ed esplora le modalità di Instagram nel veicolare informazioni sui conflitti dimenticati, in riferimento alle guerre segnalate dall’Heidelberg institute for international conflict research (Hiicr), ovvero quelle di Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica centrafricana, Rd Congo, Etiopia (Tigray e Oromia), Haiti, Kenya, Mali, Myanmar, Nigeria (Boko Haram), Somalia (al-Shabaab), Sud Sudan, Sudan (Darfur), Uganda.

I risultati evidenziano un’ampia disparità di attenzione dedicata ai vari contesti di guerra: il Sudan, teatro di una guerra civile devastante dal 2023, è quello che viene maggiormente coperto; mentre Paesi come la Repubblica centrafricana e il Ciad ricevono una copertura marginale.

L’analisi ha coinvolto oltre 30mila post, rilevando che solo pochi attori, come Ong e giornalisti freelance, riescono a far emergere queste tematiche.

I profili coinvolti nell’indagine comprendono testate tradizionali come «la Repubblica» e «Corriere della sera», testate native digitali come «il Post» e «Tpi», e realtà nate sui social come «Will» e «Torcha». Secondo i risultati della ricerca, Sudan, Repubblica democratica del Congo e Nigeria sono i Paesi di cui si è più parlato su Instagram nel periodo preso in considerazione, mentre i conflitti maggiormente dimenticati sono – partendo dall’ultimo in classifica – Repubblica centrafricana, Myanmar e Ciad.

C’è anche da mettere in evidenza che lo scarto esistente tra il primo Paese in classifica e quello che si trova all’ultimo posto è molto ampio: 4.161 nomine per «Sudan» e «Darfur» (15,1% del totale), rispetto alle sole 49 citazioni di «Repubblica centrafricana» (0,2%): un disequilibrio informativo non indifferente.

L’attenzione verso il Sudan è probabilmente giustificata dallo scoppio della guerra civile nell’aprile del 2023 che sta causando una carestia di massa e, secondo Medici senza frontiere, lo sfollamento di oltre 8,4 milioni di persone.

Rispetto ad altri conflitti e nonostante gli allarmi umanitari, il Sudan rimane comunque quasi assente nelle agende internazionali e nel dibattito pubblico globale.

“Vivevamo bene, nella prosperità, finché non sono arrivati loro”, riflette Tetiana sul periodo precedente alla guerra.
Tra le mani tiene i frammenti delle granate che hanno danneggiato la sua casa un anno fa e spera che il sostegno internazionale per il popolo ucraino continui.
© Unione Europea, 2023 (fotografo: Oleksandr Ratushniak).

Nel rumore di fondo della piattaforma

Informazioni interessanti derivano anche dal confronto tra le modalità narrative che distinguono le diverse tipologie di pagine Instagram.

Nello specifico, dalle analisi di confronto tra le diverse testate (tradizionali vs digitali) emerge che quelle nate sui social riescono a sfruttare meglio le potenzialità del canale, offrendo contenuti che, sebbene poco approfonditi, riescono a coprire più tematiche. Le prime cinque testate che citano maggiormente i Paesi in cui sono in corso conflitti sono tutte native digitali.

Il fatto che queste pagine siano nate sui social, non ha dirette correlazioni con le tematiche che affrontano, ma ha senz’altro a che fare con gli algoritmi che regolano in modo incontrovertibile, e in continua evoluzione, gli spazi su cui condividono i loro contenuti.

Da un lato, bisogna tenere sempre presente che redazioni come quelle di Repubblica, Corriere e Domani creano i loro contenuti soprattutto per i quotidiani cartacei e per il loro sito web. La principale ragione per cui sono presenti sui social network è la necessità di rimanere visibili al grande pubblico e di guadagnare dalle sponsorizzazioni che ospitano sui loro siti. Dall’altro lato, i contenuti di attualità delle testate nate con il cartaceo hanno però un vantaggio: essendo distribuiti su molte piattaforme, anche se attirano meno engagement e alimentano meno dibattito pubblico, possono comunque essere trattati su altri canali web, in quanto non direttamente legati alle prigioni algoritmiche dei social.

Un ulteriore focus di attenzione è il fatto che la narrazione sui conflitti dimenticati è spesso legata a eventi specifici che riescono a emergere dal rumore di fondo della piattaforma. E tali eventi non sono sempre di natura bellica.

Ad esempio, il Sudan ha ricevuto particolare attenzione grazie alla candidatura della sua nazionale di basket alle Olimpiadi di Parigi 2024, un evento che ha stimolato emozione e interesse anche fuori dalle cerchie di esperti di geopolitica. Ma in questo modo, all’interno di video e storie che parlavano della nazionale di basket, si è colta l’occasione per parlare anche della guerra vissuta da lunghi anni dal Paese africano.

Il messaggio sulle guerre riesce, quindi, a bucare la rete in modo indiretto, in quanto il contenuto è veicolato mediante altri tipi di narrative, che fungono da polo attrattivo dello spettatore digitale.

L’uso di accattivanti formati visuali consente alle testate più innovative di raggiungere un pubblico giovane e poco incline ai canali tradizionali.

Il potenziale informativo di Instagram si è rivelato molto interessante in ambiti come il giornalismo, dove l’uso di immagini, brevi video e grafiche facilita la comunicazione di temi complessi.

Tuttavia, questa semplicità comunicativa è anche un’arma a doppio taglio: il rischio della superficialità è grande, e la riduzione di profondità delle analisi può incentivare la condivisione di contenuti sensazionalistici o poco accurati.

Nonostante i suoi limiti strutturali, Instagram rappresenta un’opportunità per sensibilizzare su tematiche complesse come i conflitti dimenticati.

Un approccio critico e consapevole a questa piattaforma può favorire una maggiore comprensione delle dinamiche globali e promuovere una «dieta informativa» più equilibrata.

È fondamentale, tuttavia, educare gli utenti ai meccanismi che governano questi spazi, per distinguere tra contenuti di valore e quelli puramente orientati al coinvolgimento emotivo.

Walter Nanni

Pelstina 9marzo2024 – Foto di Emad El Byed su Unsplash

L’arbitrato internazionale

Se la prima parte dell’ottavo rapporto sui conflitti dimenticati di Caritas italiana propone una panoramica dei conflitti armati nel mondo, e la seconda approfondisce i motivi per i quali molti di essi sono invisibili per l’opinione pubblica, dimenticati, appunto, la terza e ultima parte è, invece, di taglio propositivo. I capitoli che la compongono hanno lo scopo di descrivere alcune strade praticabili già oggi, possibili prospettive di lavoro e di impegno da parte delle istituzioni internazionali, ma anche da parte delle istituzioni ecclesiali, con particolare riferimento alla Chiesa universale e alla specifica realtà Caritas, dei gruppi e dei singoli cristiani.
Il primo capitolo approfondisce il ruolo dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) nel mantenimento della pace, analizza gli strumenti a sua disposizione, e suggerisce possibili riforme che renderebbero l’azione dell’Onu più efficace.
Uno degli strumenti di prevenzione del conflitto approfonditi nel capitolo è la Corte permanente di arbitrato internazionale. Si tratta di un meccanismo globale per risolvere le controversie internazionali in modo pacifico: un elenco di persone designate dagli Stati firmatari della Corte stessa, dal quale le parti in conflitto possono scegliere un «arbitro» che emetta una sentenza (o lodo) per risolvere il dissidio. La decisione dell’arbitro è vincolante.
Questa istituzione non è un vero e proprio tribunale, come è il caso della Corte internazionale di giustizia che è una struttura precostituita.
In caso di conflitto, le parti in causa possono scegliere l’arbitrato, costituendolo in quel momento.
Il ricorso all’arbitrato potrebbe risolvere molti conflitti prima che sfocino nella violenza, soprattutto nel caso i contendenti siano unità statali riconosciute dalle Nazioni Unite.
Ciò non può invece avvenire quando le entità contrapposte non siano di carattere statale, come è il caso di gruppi armati rivoluzionari o forze paramilitari.
Purtroppo, il ricorso all’arbitrato non è così frequente come si potrebbe sperare, e il più delle volte è stato utilizzato per risolvere questioni di carattere commerciale.
Si possono tuttavia citare vari casi nei quali il ricorso all’arbitrato ha risolto dispute interstatali che sarebbero potute sfociare in situazioni di conflitto armato.
Uno di questi è la disputa tra Eritrea e Yemen che nel 1998-’99 si contendevano la sovranità su un gruppo di isole nel Mar Rosso. L’arbitrato contribuì a risolvere una disputa che aveva causato scontri armati tra le due nazioni. La decisione definitiva stabilì un confine e prevenne l’escalation del conflitto.
Un altro caso è quello che ha coinvolto nel 2014 Bangladesh e India per la delimitazione dei confini marittimi nella Baia del Bengala. L’arbitrato pose fine a una controversia di lunga data e prevenne tensioni che avrebbero potuto portare a un confronto militare. Entrambe le parti hanno accettato la decisione, migliorando le relazioni.

W.N.

A woman herding cattle looks up as a UN Plane lands in Baga Sola in Chad on May 11, 2022.

Laudato si’, vicinanza, progetti

Data la forte connessione tra guerra e ambiente, un capitolo della terza parte del rapporto Caritas studia ciò che ha detto il magistero pontificio sul tema, cruciale per i conflitti odierni, della «casa comune», con particolare attenzione all’enciclica firmata da papa Francesco nel 2015, la «Laudato si’».

La pubblicazione dell’enciclica ha indubbiamente esercitato sulla Chiesa stessa una grande influenza a diversi livelli. Nonostante il suo recepimento non sia stato – e non sia ancora – lineare e privo di ostacoli, la «Laudato si’» ha generato entusiasmo e attivismo, e una vasta gamma di iniziative ecclesiali che proprio al titolo dell’enciclica si richiamano.

Ma il messaggio del Papa ha avuto una eco forse ancora più ampia al di fuori della Chiesa cattolica: ha favorito il dialogo con altre Chiese cristiane e altre religioni, e ha suscitato un ampio dibattito civile, politico e istituzionale.

L’idea di fondo della «Laudato si’» è che la Parola di Dio e l’antropologia cristiana propongono una concezione della persona umana che parla (e offre una prospettiva di senso) alle donne e agli uomini del nostro tempo. Un’idea di persona umana che porta in sé, come centro costitutivo, la pace, a condizione che venga elaborata alla luce di quello che il nostro tempo ci dice; attraverso i dati della scienza e un dialogo aperto alle culture contemporanee.

Hasan Maqbol Afif, Yemeni displaced trader holds h…inside his shop in Tuban IDP camp, Lahj, Yemen.1 SAMI AL-ANSI

Chiesa italiana

Un altro capitolo del rapporto, curato dal Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli della Cei, presenta, invece, possibili percorsi di riconciliazione, alla luce dei quattro pilastri dell’enciclica «Pacem in terris» firmata nel 1963 da papa Giovanni XXIII – verità, giustizia, carità e libertà -, e a partire da esperienze sostenute dalla Chiesa italiana.

Questa, attraverso fondi che tanti contribuenti continuano a destinare all’8xmille, dal 1991 ha accompagnato in tutto il mondo più di 18mila progetti, con oltre 2,5 miliardi di euro.

Si tratta di gocce in un mare di bisogni, piccole luci che si accendono, anche nelle situazioni più difficili e spronano tutti a non cedere.

Il servizio, il camminare insieme, sono l’anima di una fraternità che edifica riconciliazione e la pace, anche dal basso.

La Caritas nei conflitti

Dal novembre 2018 al 31 ottobre 2024, la Cei, attraverso lo stesso Servizio, ha finanziato 1.351 progetti in 28 Paesi interessati da conflitti ad alta o estrema gravità, per un finanziamento totale di 243,98 milioni di euro.

Sul totale dei 2.321 progetti complessivi finanziati in quegli anni, 2018-2024, quindi, oltre la metà (58,2%) ha riguardato Paesi in guerra (57,6% dei fondi erogati): 473 in Africa (con un finanziamento complessivo di 103,3 milioni di euro); 435 in Asia e Oceania (71,4); 417 in America (59,8); 23 in Medio Oriente (9); 3 in Europa (307mila euro).

W.N.

Hanno firmato il dossier

Walter Nanni
Sociologo, ricercatore, per anni consulente per enti locali e organizzazioni non profit in materia di ricerca, formazione e progettazione sociale, attualmente responsabile del Servizio studi e ricerche di Caritas italiana. Esperto sui temi della povertà e dell’esclusione sociale, è curatore del Rapporto annuale sulla povertà di Caritas italiana e dell’edizione italiana del Cares report di Caritas Europa. È curatore del Rapporto sui conflitti dimenticati sin dalla prima edizione del 2001.

Luca Lorusso (a cura di)
Giornalista, redattore di MC.

sitografia
Juliet ha solo 18 anni, ma si occupa già di quattro bambini, tra cui i suoi gemelli. È fuggita dalla guerra in Sud Sudan e ha trovato rifugio in Uganda, dove frequenta corsi sostenuti dai fondi umanitari dell’UE. Ha imparato a leggere e scrivere e continua a lavorare sodo per diventare infermiera in futuro. 13 marzo 2020 – EU Civil Protection and Humanitarian Aid_flickr



Mozambico. Sementi nella terra buona

Sommario

Mandimba: prima chiesa dei Missionari della Consolata nel Niassa (1926) – padre Calandri e il sig. Regina davanti alla chiesa

Dall’Oceano Indiano all’Atlantico

Il vescovo di Tete sul centenario Imc in Mozambico

Si celebrano 100 anni di presenza della Consolata. I semi che furono piantati hanno dato molti frutti. E hanno fecondato anche l’Angola. Le crisi non sono finite, e le sfide permangono. Ma si affrontano insieme. 

L’Istituto Missioni Consolata è presente in Mozambico dal 1925. È la realizzazione di un sogno apostolico iniziato da un manipolo di missionari e generato da un carisma che aveva appena 24 anni.

Fu a Tete, più precisamente alla missione di Miruro, nella zona più occidentale del Mozambico, al confine con lo Zambia, e a mille chilometri dalla costa sull’Oceano Indiano, che san Giuseppe Allamano inviò i primi missionari della Consolata in questo Paese nell’ottobre 1925, pochi mesi prima della sua morte. Furono anche gli ultimi che inviò personalmente in Africa.

Come Missionari della Consolata abbiamo un ricco patrimonio di esperienza e di servizio in Mozambico. Siamo conosciuti e rispettati e cerchiamo di essere costruttivi e collaborativi nei confronti della Chiesa locale, difendendo i suoi interessi e lavorando insieme per soddisfare i suoi bisogni.

Quali sono i frutti di questo cammino? Li vediamo nella Chiesa cattolica locale, che è cresciuta come un albero con molti rami.

Sono le 42 parrocchie, missioni che i missionari della Consolata hanno fondato in cento anni, che mostrano il vigore delle loro radici e che manifestano la maturità umana e cristiana che hanno ricevuto dai loro fondatori.

Sono i 225 evangelizzatori, padri e fratelli, che dal 1925 a oggi hanno gettato il seme, coltivato l’albero, curato i vari rami e lasciato la loro impronta ovunque siano andati, attraverso la formazione, la promozione e l’inculturazione, generando così migliaia e migliaia di cristiani che oggi illuminano la Chiesa locale. I loro nomi sono incisi a lettere d’oro negli annali delle missioni che hanno fondato, delle scuole e centri di salute che hanno gestito, delle cappelle o dei centri catechistici che hanno costruito e, soprattutto, degli uomini e delle donne che hanno formato e valorizzato.

Treno in Mozambico anni ’30

Anche in Angola

La ragione della presenza dei missionari della Consolata in Mozambico è, e continuerà ad essere, l’evangelizzazione. Per questo la nostra opzione è quella di scegliere sempre di lavorare nelle situazioni maggiormente «ad gentes», lasciando al clero locale e ad altri missionari le missioni parrocchiali già consolidate.

Negli ultimi dieci anni, abbiamo consegnato dieci parrocchie alle diocesi e abbiamo ripreso l’evangelizzazione nelle zone più periferiche del Mozambico, nei distretti di Marávia e di Zumbo, nella diocesi di Tete. Ci siamo spinti anche in Angola, nelle diocesi di Viana, Caxito e Luena. Abbiamo creato quasi dal nulla cinque nuove parrocchie missionarie: Fingoè e Zumbo in Mozambico; Kapalanga, Funda e Luacano in Angola (per l’Imc, le missioni in questo secondo Paese, dipendono amministrativamente dal primo, ndr).

In alcune di queste regioni, in particolare nella diocesi di Tete (Mozambico) e nella diocesi di Luena (Angola), i missionari cattolici erano assenti da più di cinquant’anni, per cui l’evangelizzazione sta ripartendo quasi da zero. È un lavoro pastorale portato avanti senza mezzi, ma con grande vicinanza alla gente e tanta passione.

La celebrazione del centenario della presenza dei Missionari della Consolata in Mozambico e Angola coincide con altri due importanti eventi. Il Giubileo della speranza e il 50° anniversario dell’indipendenza nazionale di entrambi i Paesi (1975-2025). Nel contesto attuale, segnato da forti tensioni sociopolitiche e da una crisi economica e sociale (si veda articolo pagina 43), i Missionari della Consolata, oggi come in passato, devono essere testimoni di speranza e consolazione.

Mozambicani e angolani conoscono la sofferenza, il lutto e l’afflizione, ma non hanno mai permesso che la vendetta o la repressione fossero il criterio per regolare le relazioni umane, né che l’odio e la violenza avessero l’ultima parola. La ricerca di una pace e di una riconciliazione durature – una missione a cui tutti sono chiamati – richiede un lavoro duro, costante e senza compromessi, e necessita di un Paese più equo e inclusivo, verità e giustizia elettorali e opportunità per tutti, soprattutto per i più giovani. È un processo costante, in cui ogni nuova generazione è coinvolta e nessuno può essere escluso a causa delle proprie scelte politiche.

La cultura dell’incontro

Per questo, il percorso deve essere quello di una cultura dell’incontro: riconoscere l’altro, rispettare le differenze, rafforzare i legami, costruire ponti. In questo senso, è fondamentale mantenere viva la memoria come percorso che apre al futuro, che porta alla ricerca di obiettivi comuni, di valori condivisi, di idee che favoriscano il superamento di interessi settoriali, corporativi o di partito, affinché la ricchezza della nazione sia messa al servizio di tutti, soprattutto dei più poveri. Queste sono le basi di un futuro di speranza, le basi della pace e della riconciliazione.

Quello che viviamo è un tempo decisivo di scelte e di conversione. Tutti sono chiamati a partecipare e a dare il meglio di sé. In umiltà, generosità, integrità, altruismo. In nome del bene comune.

Come in passato, i Missionari della Consolata, pur essendo sempre meno numerosi in un territorio immenso e in due Paesi, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, devono continuare a dare il loro umile contributo. Per farlo, devono saper osare e fare sempre meglio. I missionari sono l’avanguardia profetica della Chiesa, non hanno paura, non si rilassano. Il missionario innova, aprendo nuovi cammini per l’annuncio del Vangelo. Oggi, il grande rischio che corrono l’istituto e la Chiesa è l’autoreferenzialità: pensare a se stessi, alla propria sopravvivenza economica e istituzionale. Come ci ricordava papa Francesco, dobbiamo continuare a uscire, andare nei luoghi di prima evangelizzazione. Dobbiamo servire la Chiesa locale dove questa ancora non riesce a svolgere la sua missione per mancanza di risorse umane e materiali.

Inoltre, dobbiamo essere servitori della misericordia di Dio e della consolazione. Testimoniare la presenza di Dio anche tra le ferite di Mozambico e Angola. Dobbiamo guardare al futuro se vogliamo avere un avvenire, credere in ciò che siamo stati, in ciò che siamo e in ciò che saremo.

Diamantino Guapo Antunes

Missionari accampati vicino a un villaggio nella zona di Mandimba. Padre Calandri in piedi in mezzo alla gente, padre Amiotti seduto sotto la tenda.

Cronologia: Dall’indipendenza alla guerra civile

Prima del secolo XV. Il territorio dell’attuale Mozambico è abitato da popolazioni bantu provenienti dall’Africa centrale. Sulle coste gli arabi creano diversi sultanati e commerciano attraverso l’Oceano indiano. Diffondono l’islam nella regione.

Secoli XVI-XVII. I portoghesi arrivano sulle coste e vi costruiscono alcune fortezze (Sofala, e Ilha de Moçambique) nel tentativo di controllare le rotte verso l’Asia. Sono interessati a minerali preziosi, avorio e commercio degli schiavi. L’interno del territorio è percorso da avventurieri portoghesi senza controllo da parte del governo coloniale. Penetrano fino ai regni africani più interni per appropriarsi delle loro ricchezze.

Secolo XIX. L’attenzione degli europei si concentra sullo sfruttamento delle colonie africane. È un periodo di dispute tra il Portogallo e le altre potenze coloniali, in particolare la Gran Bretagna. Il primo vuole unire i territori mozambicani con quelli dell’Angola. Ma il progetto fallisce.

1891. Firma del trattato anglo-portoghese di divisione dei territori di quest’area. Per consolidare la sua presenza il Portogallo si fa più presente nell’interno e sottomette i regni africani.

1910. Con la proclamazione della Repubblica in Portogallo, in seguito alla rivoluzione, le leggi sulla colonia si fanno restrittive per le congregazioni religiose. Vengono nazionalizzati i loro beni e sciolte le comunità. Continua l’opera di occupazione dell’interno, che termina intorno al 1920. Aumenta lo sfruttamento e l’esportazione di prodotti come zucchero e sisal (agave), con incremento dello sfruttamento di mano d’opera locale.

1925, 30 ottobre. Arrivo dei primi missionari della Consolata. Prendono in consegna la missione di Miruru al confine con lo Zambia (2 marzo 1926).

1928, 20 maggio. Padre Pietro Calandri fonda la prima missione cattolica nel Niassa, Nossa Senhora Consolata, a Massangulo.

1960. Vari gruppi iniziano a organizzarsi per ribellarsi al governo coloniale. 

1963. I diversi gruppi indipendentisti si uniscono, sotto l’impulso di Eduardo Mondlane, nel Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico, di matrice marxista). Un anno più tardi inizia la guerriglia per l’indipendenza.

Prandelli P. Guerrino saltato su una mina sulla strada vicino a Esperança il 17 ottobre 1972, aveva 29 anni

1974. Un colpo di stato in Portogallo mette fine al governo di Salazar e Caetano.

1975, 25 giugno. Dopo un breve periodo di transizione, viene proclamata l’indipendenza della Repubblica popolare del Mozambico. Il primo presidente è il carismatico capo della ribellione Samora Machel. Il Mozambico appoggia le lotte d’indipendenza in Zimbabwe e Sudafrica.

1977. Nasce il movimento Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), composto da conservatori e dissidenti al regime. È finanziato prima da Rodhesia e poi dal Sudafrica, e sceglie la via della lotta armata. Inizia una sanguinosa guerra civile che contrappone la ribellione Renamo al governo Frelimo.

1978. Il governo del partito unico Frelimo considera la Chiesa un ostacolo alla trasformazione rivoluzionaria della società mozambicana. Le strutture ecclesiastiche sono nazionalizzate e clero e missionari hanno libertà limitate.

1992, 22 marzo. Ventitrè catechisti sono assassinati dai guerriglieri della Renamo al centro catechetico di Guiúa, gestito dai missionari della Consolata. Oggi è in corso la causa di beatificazione per martirio.

1992, 4 ottobre. Joaquim Chissano (governo) e Afonso Dhlakama (Renamo) firmaro a Roma l’accordo generale di pace. Il successo è dovuto anche alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Nelle successive elezioni il Frelimo mantiene il potere.

2017. Iniziano attentati di matrice islamista nella provincia di Cabo Delgado (Nord).

2024, ottobre. Elezioni presidenziali: viene dichiarato vincitore il candidato del Frelimo, Daniel Chapo.  Contestazioni e proteste in tutto il Paese, che sono represse, causando numerose vittime.

 Ma.B.

Granada Serna P. Ariel Colombiano, ucciso a Mecanhelas in Mozambico il 15 Febb 1991

O Niassa o niente

L’arrivo e I primi anni della Consolata in Mozambico

Questa è la storia di come un gruppo di missionari contribuirono a portare il Vangelo in una zona interna dell’Africa. Dei legami che si crearono, delle vicende personali. Di fede, coraggio e perseveranza. Non sempre le cose andarono per il meglio. Ma il seme attecchì.

Siamo a inizio 1925. La direzione generale dell’Istituto Missioni Consolata, della quale è ancora superiore Giuseppe Allamano, decide di tentare un’apertura in Mozambico. I missionari sono installati in Kenya (dal 1902), in Etiopia (dal 1916) e in Tanzania (dal 1919). Nello stesso blocco di Paesi, proseguendo verso Sud, c’è proprio il Mozambico e, in particolare la regione chiamata Niassa, il Nord del Paese. Qui non c’è alcuna presenza di missionari cattolici, ma solo di alcuni anglicani.

Monsignor Filippo Perlo, vice superiore (che diventerà superiore generale il 16 febbraio 1926, alla morte di Allamano), contatta il vescovo, monsignor Rafael de Assunção, per offrire la disponibilità all’invio di personale nel Niassa. L’intero Mozambico, sotto il governo coloniale portoghese, è una prelazia (entità pastorale che precede la diocesi).

Il vescovo accetta, ma non vuole italiani nel Niassa, bensì li invia nella regione di Zumbo (attuale provincia di Tete), all’estremo Ovest, al confine con lo Zambia. Qui indica la missione di san Pietro Claver a Miruru.

Purtroppo, il momento storico non è propizio. L’attività missionaria nella colonia è in crisi, gli ordini religiosi sono stati espulsi nel 1911. Inoltre, c’è nazionalismo, anticlericalismo, e rivalità tra il clero secolare e quello religioso.

Quel fatidico 30 ottobre

Il 29 agosto 1925 sono designati i primi otto missionari che dovranno tentare l’avventura. Cinque sono già in Kenya (Vittorio Sandrone, Giulio Peyrani, Pietro Calandri, Giovanni Chiomio e fratel Giuseppe Benedetto), e altri tre giungeranno dall’Italia (Lorenzo Sperta, Paolo Borello e il seminarista Secondo Ghiglia). Questi, partiti da Torino, ricevono il crocifisso dalle mani di Giuseppe Allamano. E sono gli ultimi ad avere tale privilegio.

Il gruppo si forma a Mombasa, dove i tre dall’Italia arrivano in nave attraversando il canale di Suez: la gioia d’incontrarsi è grande. Poi si procede via mare fino al porto di Beira, nella zona centrale del Mozambico, dove sbarca il 30 ottobre 1925. La distanza da percorrere via terra è enorme: oltre mille chilometri.

Padre Sperta si ammala e, accompagnato da padre Calandri, torna in Kenya. Gli altri sei procedono in convoglio fino a Chupanga dove passano il primo Natale in Mozambico. Il 28 dicembre partono con un battello per risalire il grande fiume Zambesi, fino alla città di Tete.

Il viaggio è complesso. È stagione secca, il che rende la navigazione difficoltosa. Arrivano a Tete il 10 di gennaio, poi, in cinque, continuano con un vecchio camion verso Miruru. Intanto, padre Peyrani si ferma a lavorare nella città.

La pista è stretta e sconnessa e comincia la stagione delle piogge. Il camion si blocca su una salita.

I cinque non sono molto distanti dalla missione di Boroma e la raggiungono a piedi. Lì si fermano circa un mese, anche per cercare portatori per proseguire con i bagagli. Da Boroma, infatti, si può procedere solo camminando, però mancano circa 400 chilometri alla destinazione. Partiti il 4 febbraio, si scontrano con pioggia, zanzare, fitta vegetazione, febbre, dissenteria. Giungono a Miruru il 2 marzo 1926.

Trovano la missione (fondata dai Gesuiti portoghesi nel 1881, espulsi nel 1910, passata ai Verbiti tedeschi che vengono cacciati nel 1915)  in uno stato di semi abbandono. Di 15 scuole-cappelle ne restano solo due. Intanto, padre Peyrani a Tete partecipa alla pastorale nella parrocchia di san Tiago Maior, lavorando nella formazione religiosa e scolastica della popolazione.

La cappella di Mandimba, con visita di autorità portoghesi

Obiettivo Niassa

Padre Calandri, che era andato in Kenya con padre Sperta, torna in Mozambico con padre Giuseppe Amiotti. Hanno la consegna di andare nel Niassa, ma il vescovo Rafael non dà loro il permesso, quindi il viaggio viene fatto con grande discrezione. Partono in convoglio il 22 giugno da Beira e vanno a Blantyre (Niassaland, attuale Malawi). Da lì in auto rientrano in Mozambico a Mandimba, città di frontiera nel Sud Ovest del Niassa. È il 4 luglio, e sono accolti dalle autorità locali portoghesi. Il giorno successivo celebrano la prima messa cattolica nella regione. Intanto, padre Chiomio, di stanza a Miruru, li raggiunge l’8 luglio. Ha coperto l’intera distanza a piedi.

I tre padri esplorano la regione del Niassa, piuttosto selvaggia, dove ci sono solo alcune missioni anglicane della University mission to central Africa, la più importante delle quali fondata nel 1882.

Niassa: P Calandri.

Padre Chiomio si separa dal gruppo, visita altre aree, poi raggiunse la costa per tornare in Kenya.

L’area è amministrata dalla «Compagnia del Niassa» una compagnia commerciale portoghese, presente ancora prima della colonia, mentre l’occupazione militare portoghese era avvenuta solo nel 1912.

Calandri e Amiotti montano un rudimentale campo nei pressi di Mandimba, e costruiscono una cappella in bambù: la prima chiesa cattolica nel Niassa (si veda la foto di copertina del dossier).

Il vescovo, però, viene a sapere che i missionari stanno operando senza il suo permesso, e ricorda loro di non averli autorizzati a entrare in quel territorio, imponendo loro di lasciarlo. Ma i nostri non demordono. Allora il vescovo toglie loro la possibilità di esercitare il ministero pastorale.

I due padri studiano la lingua locale e accolgono un gruppo di bambini meticci abbandonati. La decisione dell’istituto di entrare in Niassa senza permesso del vescovo crea difficoltà e ritarda la missione. Ha, inoltre, l’effetto di creare sfiducia del prelato nei confronti dell’Imc, e di aumentare l’opposizione di alcuni settori politici coloniali all’arrivo di missionari non portoghesi.

Nelle due realtà, missione di Miruru e accampamento di Mandimba, distanti circa 900 km, quasi senza strade, i missionari vogliono proseguire con il lavoro di evangelizzazione.

Il 18 settembre 1927 arrivano i primi rinforzi: padre Alfredo Ponti e un gruppo di missionarie della Consolata.

Via libera, dall’alto

Finalmente, nell’aprile 1928, dopo diversi contatti tra il vescovo e i superiori dell’istituto, si chiarisce la situazione, e monsignor de Assunção autorizza la fondazione di una missione nella zona di Mandimba. Padre Calandri si sposta più a Nord, a

Massangulo dove il 20 maggio fonda la prima missione cattolica del Niassa: Nostra Signora Consolata. È la regione del popolo Ayao.

Il territorio è selvaggio, ricoperto di foresta e abitato da leoni. Il missionario vive in una tenda e deve proteggere quattordici bambini che accoglie.

Il 31 dicembre 1928 arrivano fratel Guseppe Benedetto da Miruru, e padre Angelo Lunati dall’Italia con un gruppo di missionarie della Consolata.

Padre Amiotti ha ricevuto il gruppo a Porto Amélia (l’attuale Pemba) e lo ha condotto fino al Niassa.

Il contesto si rivela subito ostile all’evangelizzazione. La zona è in prevalenza musulmana, e i responsabili islamici temono di vedersi sottrarre fedeli, per cui minacciano chiunque si avvicini alla neonata parrocchia. I primi battezzati tra gli Ayao sono, infatti, alcuni orfani.

Nubi su Torino

Intanto l’Imc attraversa un periodo turbolento. Nel settembre del 1929, a Torino, il superiore generale, monsignor Filippo Perlo, pioniere della presenza in Kenya, deve lasciare il posto a un visitatore apostolico.

I nuovi superiori vorrebbero chiudere la presenza in Mozambico, ma padre Calandri si oppone fermamente. Riesce a negoziare la chiusura di Miruru, ma il mantenimento di Massangulo, ponte per l’evangelizzazione del Niassa. L’istituto lascia la provincia di Tete nell’ottobre 1930, e vi ritornerà solo nel 2013.

Viste le difficoltà nell’evangelizzazione, lo strumento scelto è quello dell’educazione. Vengono aperte scuole con collegio, per accogliere bambini anche da zone lontane.

Vi lavoravano i padri Lunati, Calandri, Amiotti e fratel Benedetto. Amiotti rientra in Italia nel maggio 1932. Padre Calandri è instancabile, ma anche tutti gli altri fanno miracoli.

Nel giugno 1933, a Torino si installa una nuova direzione generale. Il superiore è padre Gaudenzio Barlassina, il pioniere dell’Etiopia (cfr MC giugno 2023), e due consiglieri sono ex del Mozambico. Si dove decidere cosa fare della missione nel Niassa. Ma su questo, occorre interagire con il vescovo.

Calandri vuole spingersi a Est dai Macúa e a Nord dagli Anyanja. Queste sono popolazioni non islamizzate, e dunque più aperte ad accogliere l’evangelizzazione.

Il vescovo, monsignor de Assunção, continua a subire pressioni da settori nazionalisti della società coloniale portoghese e tarda a dare il permesso per nuove missioni.

Calandri allora, scrive direttamente a Propaganda fide, a Roma, spingendo per un’estensione dell’evangelizzazione del Niassa, e portando come argomentazioni la difficoltà del contesto di Massangulo e le ritrosie del vescovo. Anche i superiori a Torino, intanto, continuano i contatti con la Santa Sede, finché Barlassina ottiene rassicurazioni dal Segretario di stato vaticano. Poco tempo dopo, il vescovo viene trasferito a Capo Verde e sostituito da monsignor Teodosio Clemente de Gouveia.

Inaugurazione del ponte sul fiume Lugenda presso Mandimba nel Niassa

Il lavoro missionario

In questi anni il lavoro missionario è caratterizzato da un’intensa evangelizzazione. Il metodo consiste nella vista dei villaggi, la supervisione dei catechisti, la formazione dei catecumeni, l’assistenza ai sacramenti dei battezzati. Si dà priorità alla catechesi degli adulti.

Monsignor Diamantino Antunes, studioso della presenza Imc nel Paese, scriverà: «I primi missionari furono instancabili nella loro dedizione apostolica: sopportavano con tenacia le situazioni avverse, appresero le lingue (macúa, ciyao, cinyanja, xitshwa e cindau) stabilendo così un contatto diretto e continuo con la popolazione. Senza grandi metodologie pastorali, formarono una valida generazione di cristiani». E inoltre: «Nei diari e nelle relazioni inviate ai superiori è visibile l’esistenza di un forte sentimento di comunione tra le comunità cristiane, disperse nel territorio, e la missione».

Anno di grandi decisioni

Fatta la scelta di restare in Mozambico e, quindi, nel Niassa, si tratta di espandersi. La direzione generale decide di inviare il consigliere padre Vittorio Sandrone, con esperienza di Mozambico, nel Paese, per rendersi conto e pianificare le mosse da fare. Nell’agosto 1936 Sandrone prende possesso della missione di Massangulo. Allo stesso tempo, padre Calandri è richiamato in Italia, dove presenta ai superiori la situazione socio economica e religiosa del Niassa.

Sandrone cerca il consenso del nuovo vescovo per aprire missioni verso Mepanhira e il popolo Macúa.

È solo questione di tempo. A inizio 1938, padre Sandrone riceve la tanto agognata lettera da monsignor Gouveia, che lo incoraggia a perseguire l’attività nella regione. Ritorna alla direzione generale a Roma, e lascia padre Gabriele Quaglia come responsabile della futura espansione. A luglio viene aperta Mepanhira, da dove si assiste una vasta area, che comprende le attuali Mecanhelas e Cuamba. Il 7 di agosto il vescovo visita la missione di Massangulo e presenta a padre Quaglia le sue idee sull’evangelizzazione del Niassa. Adesso occorrono missionari.

Mandimba, 2 ottobre 1927, padre Calandri insegna in una prima scuola all’aperto

L’accordo con il Portogallo

Un passaggio storico importate avviene il 7 maggio 1940: il Portogallo, potenza coloniale, e la Santa sede, firmano un accordo per definire le relazioni tra Mozambico e Vaticano, in particolare l’attività missionaria.

Il territorio missionario, fino a questo momento unica prelazia del Mozambico, viene diviso in tre diocesi: Lourenço Marques (l’attuale Maputo), Beira e Nampula. Questo accordo apre anche il cammino per la presenza Imc in Portogallo, che sarà utile per formare i missionari da mandare in Mozambico, ma anche per trovare nuove vocazioni tra i portoghesi. Dopo i primi contatti nel 1940 con il Vaticano su questa possibilità, il 10 giugno 1943, il primo missionario della Consolata in Portogallo è padre Giovanni De Marchi, che si installa a Fatima, dove apre il seminario dell’istituto.

Nel 1940 la direzione generale nomina padre Domenico Ferrero superiore delegato per il Mozambico. Ferrero è arrivato alla missione di Massangulo l’11 dicembre del 1939 per sostituire padre Quaglia, superiore ad interim, dopo la partenza di Sandrone.

Nel giugno 1941 Ferrero spedisce alla segreteria di Stato Vaticano una relazione sulla situazione missionaria in Niassa: «Nella comunicazione – scriverà monsignor Diamantino – il padre mette in rilievo la dedizione dei missionari e dei catechisti, quanto la corrispondenza pronta e sincera della popolazione in determinate zone all’annuncio del Vangelo. In particolar modo dove l’influenza musulmana è meno forte».

Sono gli anni della Seconda guerra mondiale e le comunicazioni tra Mozambico e Torino si fanno difficili. Padre Sandrone, vice superiore generale, tiene i contatti epistolari con padre Ferrero.

Tra il 1938 e il 1939 sono arrivati nove nuovi missionari e tre suore, sbarcati a porto Amelia il 21 novembre 1939, a guerra già iniziata. Hanno poi percorso 800 km in camionetta per giungere a Massangulo. Tutti i missionari e le missionarie della Consolata non sono comunque sufficienti per le missioni che si vogliono aprire.

Tra il 1940 e 45 è impossibile mandare nuovo personale e quelli in Mozambico rimangono isolati.

Verso Sud

Nel giugno 1945 il cardinale Teodosio Clemente de Gouveia, in visita a Roma, si incontra con padre Gaudenzio Barlassina. È in quell’occasione che invita i missionari della Consolata a lavorare nella sua arcidiocesi di Lourenço Marques (Maputo). Una regione molto grande che unisce i distretti di Lourenço Marquez, Gaza e Inhambane. Il cardinale dice che non ha personale missionario sufficiente, e che «la penetrazione protestante è molto forte […] mentre la presenza cattolica è ridotta ad alcune scuole cappelle, molte delle quali in decadenza».

Padre Barlassina accetta confermando che l’istituto può assumersi la responsabilità dell’evangelizzazione nella parte Nord del distretto di Inhambane.

Subito undici missionari sono designati per il Mozambico, cinque dei quali per il Sud.

La direzione generale invia padre Gabriele Quaglia a Sud, che porta anche padre Giovanni Tolosano. I due vanno a Lourenço Marques a incontrare il vescovo, che nomina Quaglia responsabile dell’arcipretato di Vilankulo.

Per barca e poi in camionetta vanno verso Inhambane e si incontrano, il 2 di agosto, a Massinga con gli altri due padri appena giunti dal Portogallo.

Padre Quaglia scrive poi una lunga lettera al superiore generale, nella quale descrive il territorio e la popolazione. La realtà religiosa, culturale e socio economica è molto diversa da quella del Niassa, ponendo sfide differenti. L’evangelizzazione è legata alle scuole e a chi le frequenta. I cattolici, pochi, sono giovani, ma mancano le famiglie a supporto. Per questo la priorità pastorale deve essere la formazione di catechisti e l’apertura di cappelle, compito che si presenta difficile.

È così che, nel luglio 1946, questo gruppo di missionari fonda le missioni di Massinga e Nova Mambone. Nel 1947, un altro gruppo di missionari apre la missione di Mapinhane, che assiste la popolazione fino a Vilankulo, e nel 1948 Maimelane, fino ad arrivare alla periferia della capitale con la missione di Liqueleva.

Un nuovo territorio

Territorio arido, per mancanza di piogge e terra arenaria, è abitato da una diversità di etnie e composto da tre zone climatiche differenti: la costa, le colline dell’interno, la piana del rio Save.

La zona servita dalla Consolata si trova tra i due grandi poli missionari di Beira e Inhambane, gestiti dai Francescani. «Le enormi distanze – scriverà monsignor Diamantino -, le difficoltà di trasporto, il clima, la scarsità di personale missionario aveva impedito una efficace azione evangelizzatrice. Le visite dei padri alle missioni di frontiera erano rare e l’apostolato era fatto dai pochi catechisti delle scuole cappelle disperse sul territorio».

I protestanti sono presenti e ben organizzati. I cattolici sono pochi. La maggior parte della popolazione pratica religioni tradizionali.

I primi frutti della Consolata in quella zona sono lo sviluppo della missione di Mapinhane, il battesimo di alcuni catecumeni, l’ingresso di tre seminaristi di Massinga e l’apertura di scuole. I missionari studiano la lingua locale e preparano il catechismo portoghese-xitshwa.

Tuttavia l’apostolato nel sud è molto difficile. La popolazione adulta mostra indifferenza e quasi ostilità. Le visite nelle case sono difficili per la diffidenza. I cattolici vivono dispersi, lontano dalle missioni. La frequenza dei sacramenti è bassa. Gli stessi professori-catechisti talvolta mostrano disinteresse a partecipare agli incontri di formazione. L’opera di evangelizzazione si realizza quasi esclusivamente a scuola, ma ci sono pochi alunni e professori scarsi. Sono frequenti i cicloni che causano l’abbandono dei villaggi, la gente migra in città, ma anche in Sudafrica per lavorare nelle miniere. Le scuole restano quasi vuote. Nel marzo 1948 un ciclone nel Nord di Inhambane distrugge molte strutture delle missioni.

Scuola creata e gestita dai Missionari della Consolata nel Niassa

Cambio di generazione

Segue un periodo di grande diffusione dell’evangelizzazione con la nascita di nuove diocesi e di molte missioni. Si sviluppano le infrastrutture con chiese, scuole, collegi, ospedali, maternità e seminari.

Nel 1965 è ordinato il primo missionario della Consolata mozambicano, padre Amadio Dide.

Il 12 agosto del 1967 muore a 74 anni padre Pietro Calandri, pioniere dell’evangelizzazione del Niassa, mentre il 26 ottobre del 1973 è la volta di padre Domenico Ferrari, altra figura emblematica dell’Imc in Mozambico. Padre Gabriele Quaglia si è spento nel novembre 1956.

Periodo di guerre

Irrompe la guerra di liberazione, iniziata nel 1964, che porta all’indipendenza del Paese il 25 giugno 1975. È un periodo difficile, alcuni missionari sono accusati di connivenza con la ribellione ed espulsi.

Anche il governo di stampo marxista-leninista del Frelimo considera la Chiesa un ostacolo e vuole ridurla alla gestione del culto e controllare i suoi membri. Molte scuole, ospedali e altre opere diocesane sono confiscate e nazionalizzate. Alcuni missionari sono arrestati, espulsi, talvolta uccisi (come i padri Guerino Prandelli nel 1972 e Ariel Granada nel 1992).

Il Paese vive una cruenta guerra civile (1977-1992) che colpisce tutto il paese, causando insicurezza, sofferenza e distruzione. Al Frelimo al governo, si oppongono i guerriglieri della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana).

Anche la vita parrocchiale viene ridotta al minimo. Il nuovo apostolato è la presenza, la condivisione nella sofferenza, il martirio e la riconciliazione. La Chiesa emerge come forza in grado di dare speranza al cammino per la pace. La Conferenza episcopale chiede ufficialmente pace e riconciliazione alle parti in lotta. Il papa Giovanni Paolo II visita il paese nel 1988.

Il 4 ottobre 1992 viene firmata la pace a Roma. Un ruolo importante nella mediazione lo gioca la comunità di Sant’Egidio. Il Paese è da ricostruire, come infrastrutture e come popolazione. 

Marco Bello

Trasporto a mano attraverso il ponte del fiume Lugenda nel Niassa

Formare le coscienze

I Missionari della Consolata in Mozambico oggi

Dopo cento anni, gran parte del lavoro missionario è stato fatto. La presenza Imc si è ridotta, ma ha ancora un ruolo fondamentale. In un Paese di grandi fragilità, occorre «costruire» le persone.

Durante questi cento anni, il lavoro dell’Imc in Mozambico è stato importante. La Chiesa locale si è costituita tramite il lavoro dei missionari. Il missionario è colui che va, apre la strada e poi crea certe strutture ecclesiali. Una volta che c’è la Chiesa, si ritira e lascia al clero locale la responsabilità di continuare il lavoro, per andare in qualche altro posto. Noi missionari della Consolata abbiamo fatto questo, specialmente in Niassa e Inhamabane, due regioni che abbiamo evangelizzato da zero.

La nostra presenza ha creato la Chiesa locale. Oggi nel Niassa c’è un numero sufficiente di sacerdoti e abbiamo lasciato ai preti diocesani molte missioni.

In Niassa siamo presenti ancora in tre luoghi: Lichinga, il capoluogo, Massangulo, in mezzo ai musulmani, e a Maúa, missione di promozione umana ed evangelizzazione.

A Tete siamo presenti a Fingoé (non lontano dalla prima missione di Miruru del 1925), nella parrocchia di Tete (vedi MC maggio 2025) e a Ucanha.

A Inhamabane siamo rimasti con due presenze, abbiamo lasciato il centro catechetico di Guiúa (luogo del massacro dei catechisti nel 1992). Siamo a Vilankulo e a Nova Mambone, impegnati nella promozione umana, continuando l’attività di padre Marchiol nelle saline, e dando lavoro a un centinaio di famiglie.

Nel Sud siamo a Maputo in periferia, dove c’è la parrocchia di Liberdade, mentre in città gestiamo la parrocchia vicino alla casa provinciale e poi il seminario a Matola. Qui una ventina di ragazzi studiano (propedeutico e filosofia) per diventare missionari della Consolata.

Pensiamo, infatti, che sia molto importante che nella Chiesa locale ci sia anche una dimensione missionaria. Ovvero che la Chiesa non deve solo pensare a se stessa, ma che qualsiasi Chiesa «missionata» deve a sua volta diventare missionaria.

Oggi, noi missionari della Consolata nel Paese siamo in tutto 24, mentre qualche tempo fa erano un centinaio. Veniamo da varie parti del mondo, tra cui Portogallo, Italia, Brasile, Colombia e poi Kenya, Uganda e Tanzania, oltre a Mozambico.

Molti mozambicani sono in altri Paesi, missionari in Corea del Sud, Colombia, Brasile, Kenya, Italia e Portogallo.

Abbiamo tre vescovi che guidano la Chiesa locale. 

L’arcivescovo di Nampula, Inácio Saure che è anche l’attuale presidente della Conferenza episcopale; il vescovo ausiliare di Maputo, Osório

Citora Afonso, anche lui mozambicano; e il vescovo di Tete, Diamantino Guapo Antunes che è portoghese.

La missione oggi

Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’indipendenza, conquistata dal partito Frelimo che è diventato il padrone del Mozambico. La situazione sociale non è migliorata, anzi, il Paese è attualmente nel bisogno, nonostante abbia molte risorse, sia come materie prime che come potenzialità naturalistiche. C’è una grande contraddizione, perché esiste un piccolo gruppo di straricchi, e il resto della popolazione che vive in una povertà vergognosa. Cinquant’anni di questo partito non sono riusciti a realizzare una giustizia sociale, a riequilibrare il potere economico e le possibilità delle persone.

La povertà non è diffusa solo nei villaggi, dove mancano i servizi essenziali, ma anche nelle periferie delle città, dove tanti giovani cercano di sopravvivere facendo qualsiasi lavoro, talvolta illegale.

è Un Paese sotto il domino dell’ingiustizia e della corruzione, con un popolo giovane senza futuro, perché chi finisce gli studi non ha possibilità di svolgere lavori se non quelli governativi. Le fabbriche sono tutte concentrate nella capitale. A Tete ci sono miniere del carbone che occupano molte persone.

La Chiesa ha ancora un ruolo di supplenza dello Stato, ad esempio per quello che concerne l’educazione di qualità. Infatti le scuole pubbliche hanno un livello molto basso. Quelle private sono buone ma costose. Ha, inoltre, un ruolo è di promozione umana, promozione della donna, educazione delle persone, formazione al lavoro; dimensioni che aiutano le persone ad avere un presente e un futuro.

Contadini al lavoro nelle campagna del Niassa

La bellezza del bene

La Chiesa ha un ruolo prioritario nella formazione delle persone e delle coscienze. Questo è molto importante in un Paese corroso dalla corruzione, dove tutto è denaro, tutto si compra, con una società che si sta sgretolando. È stato creato un colonialismo di partito, un popolo che ha paura, che è senza sogni.

Promuovere la bellezza del bene, della bontà, della fraternità, della giustizia sociale è parte della nostra missione, a tutti i costi.

La nostra catechesi, le nostre omelie la domenica, i nostri incontri di formazione sono importanti anche per questo.

I missionari devono essere consapevoli di questo ruolo. Siamo stranieri e, in quanto tali, non possiamo parlare molto. Dobbiamo essere prudenti in quello che diciamo perché altrimenti ci mandano a casa. Ma dobbiamo aiutare il clero locale e i catechisti ad avere coscienza del proprio ruolo profetico. Incoraggiare i pastori e gli animatori locali a guardare con gli occhi del Vangelo, al Regno di Dio. 

Dimensione missionaria

In Mozambico molti sono chiamati al sacerdozio e alla vita consacrata. I seminari sono pieni e talvolta manca il posto. È stato fatto un secondo seminario filosofico, a Nampula, in aggiunta a quello di Matola. Ogni anno vengono ordinati due o tre sacerdoti per ogni diocesi. Anche le congregazioni femminili sono numerose, alcune storiche, altre nuove che arrivano da fuori, in particolare dal Brasile. Anche l’Imc ha, ogni anno, dai tre ai cinque ragazzi che vanno in noviziato,  in Tanzania o in Kenya.

Il nostro compito è risvegliare anche nel clero locale la dimensione missionaria: che il sacerdote diocesano non pensi solo alla sua diocesi, ma guardi lontano, anche gli altri. Si tratta di una Chiesa giovane segnata da molte precarietà e necessità. Ad esempio Tete è una diocesi grande quanto tutto il Nord Italia, ma conta solo venti sacerdoti che non arrivano dappertutto.

L’importante è che, nella Chiesa mozambicana in crescita, aumenti questo impegno dell’ad gentes, e i nostri seminaristi missionari sono quelli che danno questa tonalità.

Sandro Faedi

Missionaria della Consolata in visita a una famiglia

Instabilità contagiosa

Il grande Paese sta vivendo molteplici crisi interne

Le recenti elezioni sono state contestate. Il partito al potere dall’indipendenza non vuole lasciare. E le proteste popolari hanno causato vittime. Intanto, al Nord, continua la guerra contro i gruppi armati. Con un alleato scomodo.

Come i tifoni che, periodicamente, colpiscono le coste, così la rivolta si è abbattuta sulla politica mozambicana. Una ventata che ha spazzato per mesi il Paese, portando instabilità, tensioni, morte. Al momento, è tornata la calma, ma la brace del malcontento continua a covare sotto la cenere e il fuoco potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento.

Tutto è iniziato in autunno: il 9 ottobre 2024 si sono tenute le elezioni presidenziali. Il candidato del partito al governo (il Frelimo), Daniel Chapo, è stato dichiarato vincitore con il 65,2% dei voti. Tuttavia, l’opposizione, guidata da Venancio Mondlane, ha contestato i risultati, denunciando irregolarità nel processo elettorale. Queste contestazioni hanno portato a diffuse proteste nel Paese, che sono state represse violentemente dalle forze di sicurezza, causando numerose vittime.

Nonostante le tensioni, il 23 dicembre, il Consiglio costituzionale ha confermato la vittoria di Chapo e il suo insediamento è avvenuto il 15 gennaio. Le proteste post elettorali hanno avuto gravi conseguenze, con circa 300 morti nei tre mesi successivi alle elezioni. Fino a qui la cronaca, ma i fatti sono molto più complessi. A partire proprio dall’uomo nuovo, cioè Venancio Mondlane. Ex membro della Renamo, lo storico partito di opposizione mozambicana, Mondlane si è inizialmente candidato con una coalizione di piccoli partiti, chiamata Cad, la quale sarebbe stata poi esclusa, per cavilli formali, dalle elezioni legislative, lasciando, tuttavia, la candidatura presidenziale di Mondlane in piedi. «È stato a quel punto – spiega  Luca Bussotti, docente all’Università Tecnica del Mozambico – che Mondlane, ritrovatosi senza partito, si è associato a Podemos, ma senza mai farne parte. Oggi, le due strade si sono divise. Podemos è stato il primo partito a riconoscere la vittoria del Frelimo e di Chapo, prima e più della Renamo e dell’Mdm (Movimento democratico del Mozambico), mentre Mondlane ha continuato per la sua strada di opposizione a un esecutivo che ritiene illegittimo».

Popolo al potere

Le manifestazioni di oggi non sono però iniziate con la crisi post elettorale. Il movimento che si è formato, e che ha poi dato origine all’onda lunga capeggiata da Venancio Mondlane, «Povo no Poder», ha avuto inizio dopo la morte del rapper Azagaia, nel marzo 2023.

«Con la morte di Azagaia – continua Bussotti -, i suoi seguaci hanno perso quel timore che ha caratterizzato da sempre il rapporto fra cittadini e autorità in Mozambico, e sono usciti allo scoperto. Le elezioni comunali dell’ottobre del 2023 sono state una prova generale di quelle politiche di un anno dopo. Anche in quel caso, i partiti di opposizione, soprattutto Renamo, avevano conquistato molte amministrazioni, fra cui Maputo.

Tuttavia, i consueti brogli elettorali hanno consegnato quasi tutti i comuni al Frelimo e ai suoi candidati, ignorando la volontà popolare».

Una situazione che si è andata sommando a forti tensioni etniche che si sono accumulate negli anni del governo di Felipe Nyusi. «Sotto Nyusi – continua Bussotti – si è accentuata l’esclusione sistematica di fasce maggioritarie della popolazione, anche etnicizzando (a favore della minoranza Makonde) i privilegi economici e le opportunità di formazione e lavoro, restringendo sempre di più la sfera pubblica, con uno Stato al culmine della sua inefficienza».

Il Frelimo dall’indipendenza

Questi fenomeni hanno creato una miscela che ha fatto implodere il Paese, ma il Frelimo ha mantenuta salda la presa sul potere. Anche se è ormai difficile dire quale sia il seguito della formazione che governa il Mozambico dal giorno dell’indipendenza (1975). «Al di là del risultato delle ultime elezioni, evidentemente fraudolento, come la stessa Unione europea e il Consiglio costituzionale mozambicano hanno scritto nei rispettivi report – continua Bussotti -, quel che vediamo quotidianamente sono manifestazioni organizzate da Venancio Mondlane, che riscuotono sempre un enorme seguito, come non se ne vedeva dai tempi di Samora Machel o di Afonso Dhlakama, tanto per fare un paragone. È un governo completamente delegittimato, quello, appunto, del Frelimo, guidato da Daniel Chapo. Ciò che, per il momento (a partire dallo scrutinio dei voti) ha salvato il Frelimo è stato, da un lato, il controllo totale delle istituzioni di giustizia, a cominciare da quelle elettorali, e la fedeltà in primo luogo della polizia e, in parte, dell’esercito. Se uno di questi due elementi fosse venuto meno nel momento del conteggio dei voti, adesso staremmo a raccontare una storia diversa».

Il 23 marzo 2025, il presidente Chapo e Mondlane si sono incontrati per discutere su come riportare la stabilità nel Paese. Sebbene i dettagli specifici dei loro colloqui non siano stati resi pubblici, questo incontro è stato interpretato come un gesto distensivo volto a favorire il dialogo e la riconcilia- zione nazionale. «Si tratta sicuramente di un passo positivo per abbassare i toni, per cercare di contenere la crisi – osserva Marco Di Liddo, direttore di CeSi (Centro studi internazionali) -. Anche perché il Mozambico ha a che fare con una guerriglia di tipo islamista nel Nord e, quindi, non può permettersi che altre faglie di instabilità diventino più marcate. Però, c’è ancora distanza tra le parti e ci vorrà tempo affinché si arrivi a un contenuto politico e un piano di pace degno di questo nome, cioè applicabile».

Accampamento delle Missionarie della Consolata durante i loro spostamenti.

Jihadisti nel Nord

In Mozambico si trascina un’altra crisi, quella in corso nella Provincia settentrionale di Cabo Delgado dove, dal 2017, è in atto un conflitto tra le forze armate, sostenute da reparti dell’esercito ruandese, e i miliziani islamisti legati allo Stato islamico.

Cabo Delgado è una Provincia da sempre emarginata. La popolazione locale gode poco o nulla dell’enorme ricchezza di materie prime del suo territorio. Anche politicamente, la provincia non è coinvolta nelle decisioni che la riguardano. Ciò ha portato a una radicalizzazione dei gruppi islamisti che hanno sfruttato il malcontento locale per reclutare combattenti e promuovere la loro agenda. Il conflitto ha causato una grave crisi umanitaria, con centinaia di migliaia di sfollati e un impatto devastante sulle infrastrutture e sull’economia locale.

«Cabo Delgado – spiega Bussotti – è un’altra situazione complessa, niente affatto conclusa, e non legata esclusivamente al radicalismo islamico, ma che ha origine in conflitti etnici mai risolti, quali quello fra i Makonde (minoritari ma al governo), da un lato, e gli Amakhuwa (l’etnia più numerosa in Mozambico, ma quella più emarginata dai giochi che contano) e i Kimwani, questi ultimi musulmani».

Concorda Marco Di Liddo: «L’elemento religioso e il problema etnico sono due lati della stessa medaglia. È fuorviante pensare che l’insorgenza nel Nord del Mozambico sia solo un movimento islamista, essa affonda invece le sue radici in un malcontento profondo delle popolazioni locali che si sentono tradite dal Frelimo, perché le autorità hanno cacciato le famiglie dalle loro terre ancestrali per lo sfruttamento delle miniere, i pescatori hanno visto le loro attività ridotte a causa dell’industria estrattiva. Inoltre, la provincia ha infrastrutture (strade, ponti, uffici pubblici) insufficienti. Tutto ciò, messo insieme, crea una bomba a orologeria perfetta per quel tipo di narrativa politica, per quel proselitismo violento che è il fondamentalismo islamico».

Ingerenza ruandese

Le truppe ruandesi sono sempre più numerose, e la tendenza è che Paul Kagame, il presidente del Rwanda, mandi sempre più effettivi di agenzie private di sicurezza appartenenti a società controllate dal suo partito, piuttosto che militari dell’esercito ruandese. Il caso più emblematico è quello dell’Isco security (controllata della Crystal Venture), che ha firmato un contratto di esclusività con la Total per proteggere l’investimento sul gas ad Afungi. Un contratto che ammonta a venti miliardi di dollari.

L’alleanza tra Kigali e Maputo ha anche un forte impatto sui rapporti tra il Mozambico e il Rwanda. «Il Rwanda di Kagame sta avendo un forte ruolo nella crisi nell’Est del Congo – sottolinea Bussotti -. Ciò ha irritato la comunità degli Stati dell’Africa australe (Sadc) e, in particolare, il Sudafrica. Proprio Pretoria ha chiesto di interrompere l’asse privilegiato Maputo-Kigali, visto che Kagame sta finanziando un gruppo terrorista come quello dell’M23».

Oggi, a Cabo Delgado lo scenario che si sta delineando è a macchia di leopardo. Ci sono isole felici, dove si riversano i grandi investimenti delle multinazionali, come quello della Total ad Afungi, o della Montepuez Ruby Mining a Montepuez. Il resto del territorio è, invece, in balia delle scorribande della milizia jihadista, i cui membri principali sono i giovani Amakhuwa e Kimwani, in rotta con uno Stato che li ha emarginati da qualsiasi percorso inclusivo, da un po’ di tempo spalleggiati dall’Isis, che ha rivendicato diversi degli ultimi attacchi.

Questa instabilità può danneggiare fortemente l’Europa che, negli ultimi anni, è diventata un partner fondamentale per il Mozambico. «Se l’Europa non interviene per cercare di stabilizzare la situazione, la relazione rischia di liquefarsi – conclude Di Liddo -. L’assenza di un ruolo importante del vecchio continente potrebbe ingenerare nei mozambicani la percezione che gli europei si interessano al Mozambico soltanto per i giacimenti di gas, le pietre preziose, le materie prime critiche. Gli europei poi devono tenere presente che le crisi politiche mozambicane hanno sempre avuto forti ripercussioni sui Paesi vicini: Malawi, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe. Preservare la stabilità mozambicana significa quindi tutelare la stabilità dell’Africa australe. L’Europa però mi sembra più concentrata sulle crisi in Ucraina e in Medio Oriente. Questo, a mio avviso, è un errore strategico».

Enrico Casale

padre Amiotti incontra gruppo di persone mentre ancora in Kenya prima della partenza per il Mozambico

Hanno firmato il dossier

  • Diamantino Guapo Antunes
    Missionario della Consolata in Mozambico, è vescovo di Tete. Ha scritto «A semente caiu em terra boa», edizioni Missioni
    Consolata, 2003, sulla storia dell’Imc in Mozambico.
  • Sandro Faedi
    Missionario della Consolata, ha lavorato molti anni in Mozambico e Venezuela. Oggi è in missione a Fatima, in Portogallo.
  • Enrico Casale
    Giornalista, specialista di Africa e collaboratore di lunga data di MC.
  • Marco Bello
    Giornalista, direttore editoriale di MC.

Le foto del dossier provengono dall’Archivio fotografico Misssioni Consolata Torino (AfMC)), diverse sono di padre Amiotti