Il volto prossimo.
Sommario
- Dove il mondo si incontra.
- Dalle frontiere dell’umano.
- Salvato dai migranti
- Gioco a «somma positiva».
- Dal sogno alla speranza
Testi e foto di Luca Lorusso e Marco Bello.
Dove il mondo si incontra
Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica
Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.
L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.
Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.
Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».
Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.
Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.
In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.
Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.

Inizia il terzo Festival
In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.
Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.
La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.
Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali.
Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.
Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.

Dalle periferie al centro
Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.
Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».
Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.
La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.
Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.
Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.

Dibattiti, laboratori, musica, teatro
Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.
Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.

La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.
Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.
Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.
I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.
Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza.
Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana.
Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.
I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.
Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.
Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.

Il volto dell’altro ci libera
Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.
Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.
Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.
Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.
Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.
Luca Lorusso

Dalle frontiere dell’umano
Cinque testimonianze tra le molte possibili
La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.
Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.
Con le «streghe» della Rd Congo
Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.
«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.
A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».
Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.
Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.
«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».

Le spose bambine del Bangladesh
Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.
Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.
Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».
Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali.
Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».
Attraverso lingue e culture
Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».
Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).
«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.
Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».
Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».

Vincere l’insidia dell’impotenza
Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.
«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.
Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.
Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».
Guardare il mondo dal Sud

Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».
Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».
Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».
La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.
Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».
Luca Lorusso

Salvato dai migranti
Don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea
Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.
Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.
Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.
Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.
Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».
E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».
Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».
Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».
L.L.

Gioco a «somma positiva»
Transizione energetica e disuguaglianze sociali
Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.
Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.
Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».
«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».
«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».

Il problema siamo noi
Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».
I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.
«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.
Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.
L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.
Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».
L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.
Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.
«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.
Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»

Non solo mercato
Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».
Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».
Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.
Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».
Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.
La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.
Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.
Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».
Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.
L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».

Il piano B
Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».
In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».
Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.
L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.
Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».
Marco Bello

Dal sogno alla speranza
Il cardinale, la biblista e il filosofo
I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva.
In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.
C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».
Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.
Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».
«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».

Il cammino
Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.
«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».
Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».
Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».
Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».
Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.
«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».
«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.
Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».

Le «due Chiese»
La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».
Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.
La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.
Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».
La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».
Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.
Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».
La fiamma e le braci
Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».
Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».

I soggetti di speranza
Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.
Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.
Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.
I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.
E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».
E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.
La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».
Marco Bello






































































































































































