Pandemia rimossa

Il Covid, cinque anni fa, è stato qualcosa di impensato. La paura della perdita, della morte, del vuoto, e il lutto non elaborato della nostra impotenza, sono diventati paranoia. Si è insediata nelle nostre comunità una rabbia diffusa ed esplosiva contro tutti e tutto. Per questo, ancora oggi, è necessario parlarne.

Nel 2020 scoppiò la pandemia. Il trauma fu potente, poiché il diffondersi dell’invisibile virus killer rappresentò nel mondo un fatto impensabile.

Ci chiesero di rimanere confinati a casa. Chiusero uffici e scuole, servizi e attività produttive, non volarono più gli aerei e si svuotarono le stazioni ferroviarie.

Le chiese chiusero i portoni d’ingresso. I morti non trovarono più riti accompagnatori.

Tutto doveva rimanere immobile, nella speranza di impedire al virus di girare e attaccare i polmoni degli esseri umani.

Ma il blocco sconvolse le vite di tutti. I bambini non poterono tornare tra i banchi di scuola, i lavoratori si destreggiarono come poterono tra lavoro a distanza o ozio forzato, la sanità implose sotto l’urto di una malattia sconosciuta che pietrificava i polmoni e toglieva l’aria.

Imparammo a non uscire, ad abbandonare abitudini certe, evitammo ogni tipo di incontro.

Poi arrivarono i vaccini, ci furono aperture per brevi uscite dalle prigioni casalinghe. Infine, fu estate e sperammo che tutto fosse finito. Liberi e liberati dall’incubo di morire per contagio.

Il virus, però, tornò a minacciarci. Quando eravamo pronti a dimenticare, il trauma si ripresentò colorato da zone rosse, gialle, bianche, e ci impose nuovi confinamenti.

Gli affetti vissero un ulteriore urto. I piccoli non poterono vedere i loro amici, gli allievi rinunciarono al cicaleccio in cortile, i nonni non abbracciarono i nipotini, perché i piccoli erano considerati untori, gli ospedali lasciarono fuori della porta i visitatori, le case di riposo rimasero chiuse, inaccessibili, mentre i nostri anziani, malati e fragili, morivano di solitudine.

Fu un’epoca di affetti recisi. Fu un trauma ripetuto. Un dolore che spezzava il cuore, un sentimento di mancanza incolmabile.

Cercammo di supplire con la rete internet e, dovendo rinunciare al calore di un abbraccio, al piacere di una carezza, al conforto di un bacio, passammo a vederci in videoconferenza sui monitor: unica àncora di salvezza.

Foto di Nick Romanov su Unsplash

Lutto, paranoia, violenza

Nel 2021, come accade per ogni tragedia, si voleva dimenticare e lasciarsi tutto alle spalle.

A inizio 2022, poi, scoppiò il conflitto in Ucraina. Venti di guerra soffiarono appena fuori i nostri confini geografici, ma anche nella quotidianità di ciascuno.

La violenza s’insinuò dentro alla comunità, crebbe, avanzò inesorabile perché impensata.

La paura della perdita, della morte, del vuoto, divenne mancata elaborazione del lutto condiviso da tutta l’umanità.

E il lutto che ci aveva fatti sentire impotenti divenne paranoia che alimentò la violenza.

E di questo incremento della violenza siamo ancora oggi testimoni: bambini e ragazzi si autolesionano, si è abbassata l’età dei suicidi, c’è aggressività nelle scuole, si è insediata nelle nostre comunità una rabbia diffusa ed esplosiva contro tutti e tutto.

Riparare il trauma

Sapevo che non sarebbe stato un bene cancellare il ricordo di quanto stava avvenendo. Bisognava parlarne, soprattutto per non creare un vuoto di significati nelle menti dei più piccoli.

Iniziai una ricerca a livello nazionale. Fondai tredici gruppi lungo la Penisola, dal Friuli Venezia Giulia alla Calabria, dalle Marche al Piemonte, dal Veneto alla Puglia, per incontrare adulti impegnati a riparare il trauma della pandemia nei più piccoli.

Si trattava di incontrarsi per otto volte, per due ore intorno alle frasi raccolte nel libro «Parola di bambino, il mondo visto con i suoi occhi», che attraversa la filosofia degli stati d’animo nell’infanzia.

Cercammo di far parlare le persone sui vissuti che transitavano nella relazione tra adulto e bambino in quei mesi.

L’incertezza, predominava, e creava paura. Un piccolo gruppo di professionisti della salute mentale provò a fermarla facendo riflettere le persone.

Ogni gruppo era coordinato da un esperto. Il compito dato agli adulti partecipanti era di osservare i bambini con uno sguardo attento ai cambiamenti avvenuti: nei figli, negli alunni o piccoli pazienti nei lockdown. 

Il gruppo dei coordinatori era poi supervisionato da me per condividere non solo le difficoltà tecniche, gli imprevisti e inciampi, ma anche i vissuti che via via emergevano nelle persone. Questi furono un iniziale diniego, seguito poi da una valanga di dolore. I professionisti stessi, che si credevano immuni dal trauma, poterono riconoscere il proprio vissuto doloroso.

C’era grande opposizione a far luce su tanto dolore, ma sapevo che era necessario farlo per la salute mentale della popolazione. Sapevo che un trauma rimosso crea un buco nella vita psichica e che, nel tempo, forma un abisso, non solo incolmabile, ma addirittura non rappresentabile.

Foto di Izzy Park su Unsplash

Dal diniego al riconoscimento

Capii ben presto che investire sul senso dell’evento pandemico era un problema per tutti. Un dato chiaro fu che non c’era differenza tra le diverse persone: psicoterapeuti, pedagogisti o cittadini qualsiasi. Il pensiero comune negava che si stesse delineando una vera emergenza sociale e sanitaria.

Capimmo che affrontare i vissuti relazionali dei lockdown era un salto emotivo che non tutti riuscivano a compiere. Che fossero genitori, educatori, insegnanti, operatori sociali o professionisti della salute mentale.

Accettai, quindi, il fatto che diversi esperti chiamati come coordinatori e diversi potenziali partecipanti ai gruppi avessero rifiutato di aderire, e lo considerai come il primo dato della ricerca. Le persone lo dicevano chiaramente: «Non abbiamo voglia di parlare di Covid-19».

Continuammo comunque con chi ci stava, e arrivammo nel 2022 a pubblicare il testo che raccoglie la metodologia, i percorsi e gli esiti della raccolta dei sentimenti che avevano animato i vincoli tra grandi e piccoli dall’inizio della pandemia in poi.

Il testo, «Ridisegnare la bussola educativa. Gli effetti del trauma pandemico nei bambini e nei ragazzi», uscì nell’ottobre 2022.

Da lì in poi cominciammo a portarlo dove ci chiamavano.

Sono stata in tutte le città dove i gruppi si erano realizzati. Ma siamo state invitate anche in altri luoghi dove via via si sentiva la necessità di parlare degli effetti della pandemia sui bambini.

Dopo le presentazioni, di solito, seguiva un «silenzio parlante». La prima volta, alla presenza di diversi coordinatori dei gruppi, ero a Mestre. Sentii la forza di quel silenzio. Chiesi: «E voi come avete passato quel periodo?». E, a partire dalle parole del testo, che davano una rappresentazione forte dei vissuti della vita familiare, scolastica, condominiale, lavorativa, di adulti e bambini, emergevano forti e chiari i ricordi.

Le persone passavano dalla superficie «Io l’ho vissuto bene, mio figlio non ne ha risentito, è stato un periodo bellissimo, io mi sono riposata», a emozioni dimenticate e inabissate.

La platea della presentazione del libro diveniva un gruppo, contenitore che permetteva di far emergere paure, sofferenze, dolori, preoccupazioni, angosce.

Questo spazio di dialogo con il pubblico in gruppi allargati mi è parso allora l’ultimo anello del percorso che stavamo compiendo grazie alla ricerca sugli effetti della pandemia nei grandi e nei piccoli.

La sequenza pareva sempre la stessa: diniego, piccoli riconoscimenti, esplosione di storie di dolore e paura.

Il trauma era ancora elaborabile, rappresentabile, narrabile. Dicibile, soprattutto in un gruppo coordinato che permettesse l’emergere del latente e desse parola ai sentimenti, alle emozioni e ai vissuti.

Il gruppo, attraverso la circolarità delle relazioni, in tempi anche brevi, dava parola a paure, rabbie, dolori, angosce. Su tutte dominava il tema della morte.

Dalla negazione del trauma siamo passati alla raccolta dei racconti emotivamente condivisi.

I sintomi, purtroppo, oggi sono più visibili di allora e, quindi, via via, in questi anni, troviamo meno resistenze a parlare degli effetti della pandemia nei vincoli che uniscono le generazioni.

Se all’inizio del percorso pensavamo che ritrovarsi in un gruppo coordinato potesse essere un’opportunità per rielaborare il dolore della discontinuità, della perdita e dello smarrimento emotivo, oggi ne siamo certi.

E la banalità della frase: «Andrà tutto bene» è divenuta serio impegno ad affrontare il tema del trauma.

Paola Scalari
psicoterapeuta, psicosocioanalista, supervisore e formatore
www.paolascalari.eu

Foto di Thom Masat su Unsplash

Emozioni e vissuti

Nel testo «Ridisegnare la bussola educativa» sono raccolte tutte le frasi più significative emerse nelle duecento ore di incontri dei tredici gruppi partecipanti alla ricerca. Riporto qui qualche piccola storia raccontata durante la presentazione del libro in diverse città. Per mostrare come ovunque siamo andati abbiamo ascoltato dolore, paura, disorientamento. Attraverso la connessione con il mondo interno, si può dare parola e voce a ciò che si sta cercando di cancellare per non soffrire. Ognuna di queste piccole storie è definibile come un emergere del rimosso collettivo.

Padova. Fabrizio, assistente sociale racconta la sua paura di morire nel maggio del 2020. Ricoverato. Intubato. Affannato. Solo. Isolato dalla famiglia. Spaventato che si ammalassero anche i due figli e la moglie. I pensieri di morte furono atroci. La paura di lasciarli soli. L’angoscia di non poterli vedere, salutare un’ultima volta. E intanto il respiro diventava sempre più difficile. Fabrizio tra i singhiozzi afferma: «Una videochiamata per dirsi addio è troppo poco».

Trieste. Prima a voce spenta, poi sempre più decisa, suor Anna racconta la sua esperienza ospedaliera in isolamento. Il suo affidarsi a Dio e aggrapparsi alla vita attraverso i disegni che i bambini le facevano pervenire. Dice: «Fu la loro presenza a darmi la forza per lottare contro il virus». E aggiunge: «Ma ho visto la morte da vicino e mi ha fatto paura».

Venezia. Mara, madre di una ragazzina di quindici anni, dice che, durante le diverse fasi della pandemia, le era parso fosse filato tutto liscio. Oggi, però, si è resa conto che, poco a poco, sua figlia si è ritirata dalla vita sociale. Ricorda che nel marzo 2020 Susanna, allora dodicenne, stava ore davanti al monitor per seguire le lezioni, chiacchierare con le amiche, giocare con i compagni. Poi, dai brevi rientri a scuola, attesi e desiderati, usciva infelice. Lì dentro si stava divisi, separati, lontani. Guai ad avvicinarsi, a scambiarsi una penna, una bottiglietta d’acqua. Tutti intoccabili. Finestre aperte per far girare l’aria, anche con il gelo di febbraio che raggelava il corpo dove abitava un’anima già congelata. E così Susanna cominciò a dire che non voleva andare a scuola fino ad arrivare all’attuale ritiro sociale. «Ora – dice la mamma – non esce nemmeno con gli amici. Sono disperata perché non so come aiutarla».

Belluno. Una simpatica signora dal corpo robusto e con occhi vispi chiede la parola. Ci porta ai primi mesi del lockdown. Lei, cassiera in un supermercato, va ogni giorno a lavorare, mentre marito e figli rimangono chiusi in casa. Esce e può contagiarsi e contagiare i suoi cari. Paure e sensi di colpa la attanagliano. Quando arriva a casa si spoglia degli abiti lasciati in uno scatolone fuori casa, si fionda sotto la doccia e fa grande uso di sapone e disinfettante. E poi nessun abbraccio. Notti insonni sul divano.

Il racconto si ferma qui. Ma, tra i presenti, qualcuno osa dire: «Mi sento in colpa per aver frequentato più volte al giorno il supermercato in quei mesi. Non avevo mai pensato alla paura di commesse e cassiere. Scusami».

Alessandria. Vanda, una non più giovane insegnante, racconta la sua relazione con la classe. Ansia a ogni collegamento. Senso di inutilità. Rabbia, perché si sente raggirata dai ragazzini che chiudono la telecamera. Impotente. Senza strumenti per insegnare, si inquieta al punto di decidere che non si collegherà più. I compiti li mette in internet e li restituisce via chat. Oggi si chiede se avrebbe potuto farsi aiutare. Ed è inferocita per la solitudine che ha vissuto.

A queste sue affermazioni la mamma di un piccolo alunno racconta la sua rabbia per il menefreghismo degli insegnanti che hanno preteso l’impossibile dai loro figli, ma anche dai genitori. Gli animi si accendono. I genitori denunciano le disattenzioni dei docenti. Questi elencano i limiti che sono stati loro imposti.

Vediamo in diretta come la rabbia abbia imperversato in quel periodo, aumentando le contrapposizioni e la violenza relazionale: risultato del senso di abbandono che ha ferito tutti in quei giorni.

Cosenza. Fuori piove a dirotto. Pamela arriva prima di tutti. Si siede in prima fila. Parliamo del libro. Lei si rannicchia nella sedia e i suoi occhi sono pieni di lacrime. La invito a parlare. «Se non ci fosse stato il gruppo – dice – non ce l’avrei fatta da sola». Racconta del marito malato e poi morto nella solitudine dell’ospedale. Morto da solo dopo anni di vita insieme. Senza una mano da stringere, un conforto. Senza il suo amore ad accompagnarlo.

A quel punto tutti piangiamo. Le compagne del suo gruppo le si avvicinano e l’abbracciano. Corpi che s’incontrano dopo tanto digiuno. Corpi che nel contatto, pelle con pelle, risanano mancanze indescrivibili. Pamela commossa sussurra: «Vi devo la vita».

Parma. I genitori di Gianni, un mio caro allievo psicoterapeuta, piangono silenziosamente. Mi chiedo cosa stia passando nella loro mente. Li guardo e ci capiamo. Senza parole. L’angoscia della morte e del destino dell’umanità risuona dentro di noi.

L’invito è a non dimenticare, a chiedere ai ragazzi come sono stati e come hanno vissuto quegli anni. A non rimuovere cosa abbiamo vissuto noi adulti e come abbiamo interagito con i più giovani. Loro, vedendoci spaventati, hanno fatto finta di stare bene. Ora hanno bisogno di parlare.

P.S.




Turchia. Minoranze e dialogo

Le minoranze afflitte da discriminazioni giuridiche. Le difficoltà post terremoto. I luoghi delle prime comunità cristiane, ormai quasi privi di cristiani. I pellegrinaggi come occasioni di incontro e dialogo tra fedi. La Turchia, sempre più islamista, di Erdogan.

«L’ecumenismo e il dialogo interreligioso, […] vengono vissuti da noi nella nostra quotidianità», ha detto monsignor Antuan Ilgit nel novembre scorso ai media vaticani. Il gesuita, amministratore apostolico di Anatolia, primo vescovo cattolico di nazionalità turca, da poco nominato da papa Francesco a succedere al confratello monsignor Paolo Bizzeti, fotografa così i rapporti tra le fedi in Turchia. Il dialogo tra le confessioni all’interno della minoranza cristiana, e con le altre fedi, a partire dall’islam sunnita, è parte della vita quotidiana in questo Paese centrale nello scacchiere geopolitico globale.

In Turchia, la libertà religiosa sulla carta è garantita, e, come constatiamo in prima persona, gli stranieri che vi arrivano sono accolti con favore. Ma, nella quotidianità dei cittadini, i problemi sono enormi. A partire dalla difficoltà di costruire nuove chiese o aprire seminari.

«La discriminazione sistematica delle minoranze religiose in Turchia è per lo più di tipo giuridico, non cruento, ma il risultato, a lungo termine, sembra essere ugualmente grave», denuncia la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) nel suo ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo.

La popolazione turca, di circa 85 milioni di persone, conta una maggioranza assoluta di musulmani sunniti. Per il governo, questi rappresentano il 99%, benché circa 10-25 milioni di essi (secondo l’Uscirf, United states commission on international religious freedom) siano in realtà aleviti, il cui credo, di derivazione sciita, non è riconosciuto, ed è anzi osteggiato nel Paese. Il resto della popolazione, meno dell’1%, è costituita da cristiani ortodossi greci e siriaci, cristiani cattolici romani e caldei, cristiani armeni apostolici e protestanti, baha’i, ebrei, yazidi, testimoni di Geova e altri. Anche l’Uscirf spiega che «le condizioni della libertà religiosa in Turchia sono preoccupanti, con il perpetuarsi di politiche governative restrittive e intrusive sulla pratica religiosa e un netto aumento degli episodi di vandalismo e violenza sociale contro le minoranze. Il governo continua, inoltre, a interferire indebitamente negli affari interni delle comunità religiose».

Nicea, luogo (presunto) del concilio del 325 (foto Vicariato di Roma)

Nicea 325

A fine maggio, si celebrano nel Paese i 1.700 anni del Concilio di Nicea. Un’occasione per rafforzare il dialogo ecumenico tra le confessioni cristiane, e anche quello tra le diverse fedi.

«Le autorità della Turchia – riferisce il vescovo di Istanbul, monsignor Massimiliano Palinuro – ci hanno mostrato i loro progetti per Nicea. La zona, da questo 2025, sarà attrezzata per accogliere i pellegrini e rendere fruibile il sito archeologico del luogo nel quale si celebrò il primo Concilio ecumenico».

È chiaro che, al di là degli interessi storici o culturali, quello principale per la Turchia riguarda il turismo religioso. Quest’ultimo, infatti, dopo il 7 ottobre 2023, a causa della guerra tra Israele e Hamas a Gaza che ha reso più difficili i viaggi nella terra di Gesù, si è spostato verso l’Anatolia, la terra dove, per la prima volta, i membri della Chiesa furono chiamati cristiani.

Allo stesso tempo è vero che, come ci dice padre Alessandro Amprino, cancelliere dell’arcidiocesi di Smirne, «la Chiesa ha la possibilità di crescere nel dialogo con chi non è cristiano».

Il dialogo è sempre stato al centro della pastorale di monsignor Antuan Ilgit: «In questa terra, già da secoli – ha detto al momento della sua ordinazione episcopale nel 2023 -, si sperimenta il dialogo e il cammino tra le differenti realtà cristiane nella quotidianità, condividendo le stesse sorti, gioie e dolori. E lo stesso vale per il dialogo interreligioso con l’islam».

Suor Rebecca Nazzaro (foto Vicariato di Roma)

Pellegrinaggi e incontro

Un volano di incontro e dialogo sono i pellegrinaggi in crescita, soprattutto quelli cattolici.

L’Opera romana pellegrinaggi (Orp), per esempio, propone viaggi nella terra dei Concili e, in particolare, a Nicea.

Suor Rebecca Nazzaro, responsabile dell’Orp, sottolinea come Nicea sia «il luogo che papa Francesco ha indicato come importantissimo da ricordare. Quest’anno sono 1.700 anni dal Concilio nel quale è stata proclamata la divinità di Cristo Gesù nell’unità della Chiesa. […] è il fondamento del Credo che recitiamo tutte le domeniche a messa». Ma i pellegrinaggi interessano molte zone della Turchia. Il Paese è, infatti, ricchissimo di tracce delle prime comunità cristiane che qui si sono sviluppate grazie a san Paolo, san Nicola, san Pietro e san Giovanni.

La Madonna di Efeso, venerata dai musulmani

Efeso. Foto di Diego Allen su Unsplash

Visitiamo a Efeso, nella provincia occidentale di Smirne, un santuario cristiano, frequentato soprattutto dai musulmani: è quello di Meryem Ana, la Casa di Maria, il luogo nel quale tradizionalmente la Madonna visse dopo la morte di Gesù, insieme all’apostolo Giovanni.

Efeso è, dunque, un ponte tra islam e cristianesimo. Lo è Meryem Ana, ma anche il grande parco archeologico dove si trovano i resti della prima basilica dedicata alla Madonna, come anche l’anfiteatro nel quale predicava san Paolo agli efesini.

Oggi, nella terra dove si sono sviluppate le prime comunità di seguaci di Cristo, i cristiani sono pochissimi, non possono celebrare ovunque e, soprattutto, non possono svolgere una vera e propria opera missionaria.

Tuttavia, si vedono germogliare, anche grazie ai pellegrinaggi e al turismo religioso, semi di dialogo e rispetto reciproco.

A raccontarci la devozione delle famiglie islamiche per la Madonna di Efeso sono Caterina e Antonietta, laiche consacrate della famiglia delle Discepole di Maria e dell’apostolo Giovanni.

Entrambe hanno lasciato l’Italia, rispettivamente Salerno e Avellino, dieci anni fa per la Turchia, e da nove vivono a Efeso.

«Per i musulmani, questo posto è un “ibadet yeri”, un luogo sacro, benedetto. Infatti, nel Corano c’è una Sura – ricorda Antonietta – che dice che Maria è la donna più santa tra tutte le donne. E molti musulmani si affidano a lei per avere un bambino. Ci è capitato di incontrare alcune donne musulmane, venute qui per ringraziare la Madonna dopo aver chiesto la grazia di un figlio».

«La Casa della Madonna è un po’ come un ponte tra il cristianesimo e l’islam. Qui pregano sia cristiani che musulmani, e questo è un segno che nella casa di Maria c’è qualcosa di particolare», ci confidano le consacrate.

Antiochia, i segni del sisma

Antiochia, il cartello che indica la chiesa cattolica (© Manuela Tulli)

Il cartello stradale con l’indicazione «katolik kilisesi», Chiesa cattolica, porta in un vicolo stretto e anonimo di Hatay, l’antica Antiochia, all’estremo Sud del Paese. L’ingresso dell’edificio è sobrio come quello delle tante case basse del borgo.

Da qui, Aleppo, in Siria, dista un centinaio di chilometri. Istanbul, invece, 1.100.

Nel convento dei cappuccini vivono dieci frati, sia italiani che di altri Paesi.

Uno dei saloni della casa è stato sistemato con icone e altare per poter celebrare la messa. Questa casa chiesa, intitolata ai santi Pietro e Paolo, è l’unico luogo di culto cattolico in città.

Ad Antiochia, dove i discepoli di Cristo furono per la prima volta chiamati «cristiani», e dove vissero san Pietro e san Paolo, oggi i cattolici sono un centinaio, mentre complessivamente i cristiani sono poco più di un migliaio. Ci sono una decina gli ebrei, mentre, per il resto, la città di 1,2 milioni di abitanti è musulmana.

Oggi, a distanza di due anni dal terribile sisma che colpì l’area, Antiochia resta in gran parte un cumulo di macerie. Sulle rive dell’Oronte sono al lavoro gru per ricostruire la città, ma gran parte della popolazione vive ancora nei centri di accoglienza temporanei o nei villaggi vicini, ospiti di parenti e amici.

Quel 6 febbraio del 2023, quando la Turchia, insieme alla vicina Siria, fu colpita da uno dei terremoti più violenti della storia, la casa dei cappuccini rimase in piedi. Con molti danni, ma niente al confronto con la distruzione attorno.

In questo convento, ha vissuto in missione per quasi 35 anni padre Domenico Bertogli, che da qualche tempo si è trasferito a Istanbul: «Ad Antiochia c’è sempre stato dialogo e rispetto», ci ha detto il frate, oggi quasi novantenne, da 58 anni missionario in Turchia. Lui ad Antiochia ha celebrato «ventisei battesimi» in famiglie non cristiane. «La convivenza c’è sempre stata, è importante però che il dialogo parta dalla propria identità. Io dico sempre: questa è la mia fede. Ma senza proporre e imporre nulla».

Padre Bertogli conserva ancora oggi un Corano regalatogli da una donna musulmana.

Il terremoto del febbraio 2023 ha ridotto in polvere anche un’antichissima moschea di Hatay che, per la sua storia, rappresentava un simbolo di questo proficuo dialogo tra le fedi. Risaliva al VII secolo, ed era dedicata, forse unico caso al mondo, a un «santo» cristiano, Habib-i Nejjar, che, secondo la tradizione, fu punito e martirizzato perché cercò di proteggere e nascondere san Paolo e san Barnaba arrivati in città.

L’imam della moschea, che avevamo incontrato a novembre del 2022, tre mesi prima del terremoto, spiegava che Habib-i Nejjar era venerato dai musulmani proprio per il gesto di generosità nei confronti dei cristiani.

Anche a Iskenderun, a circa 50 km a Nord di Antiochia, restano le ferite del terremoto. «Non se ne parla più – dice monsignor Antuan Ilgit ai media vaticani -, ma la situazione rimane tuttora grave con una precarietà evidente anche qui, dove c’è la sede del nostro vicariato. Il governo turco sta cercando di fare la sua parte: il terremoto ha colpito una zona geograficamente enorme.

Noi abbiamo ancora la nostra cattedrale da ricostruire, e siamo costantemente in contatto con le autorità locali e centrali cercando di superare alcune difficoltà burocratiche».

Antiochia, il convento dei Cappuccini dopo il terremoto del 3 febbraio 2023 (foto Cappuccini Antiochia)

Tarso, città museo

Pozzo di San Paolo a Tarso

Conta i danni del terremoto anche Tarso, la città natale di san Paolo. La chiesa a lui dedicata è oggi un complesso monumentale usato per concerti ed eventi culturali, e per visitarla si paga un biglietto di ingresso.

Non è possibile celebrarvi la messa: i pellegrini cattolici, fino a qualche anno fa, potevano farlo nel convento delle suore della Congregazione delle figlie della Chiesa che avevano adibito una stanza della loro abitazione per il culto. Erano in tre fino al gennaio 2021, quando il Covid si è portato via una di loro, suor Maria Concetta Mustacciu.

Al momento a Tarso non c’è più neanche quella presenza.

«Dire cosa “facciamo” a Tarso – raccontavano le religiose sul portale della loro Congregazione -, città completamente islamica, non è cosa facile. Accogliamo i pellegrini che passano sulle orme di Paolo. Nessun altro tipo di attività è possibile qui, ma noi siamo convinte che la nostra missione non è quella di fare; è semplicemente una missione di presenza: esserci e basta».

Anche il pozzo di san Paolo, all’ingresso della città, è più un’attrazione turistica che un luogo di devozione. Un tempo, quando Tarso era a maggioranza cristiana, si credeva che quell’acqua potesse guarire.

La difficoltà di «vivere», e non solo visitare, i luoghi santi della cristianità resta un vulnus nei pellegrinaggi che spesso fanno riferimento solo alle pietre del passato più che alle «pietre vive» dell’oggi. Il contrario di quello che accade, per esempio, in Palestina, dove i cristiani sono pochi, ma la memoria dei luoghi è vissuta anche grazie alla possibilità di pregare e partecipare alle celebrazioni.

Padre Domenico Bertogli (© Manuela Tulli)

Nonostante le difficoltà, comunque, il dialogo resta un obiettivo forte. È in questa ottica che la comunità francescana in Turchia ha organizzato per il prossimo autunno, dal 12 al 25 ottobre 2025, un incontro di formazione per il dialogo interreligioso ed ecumenico che si terrà presso il Convento di Santa Maria Draperis, a Istanbul.

«Questo programma – spiega fra Eleuthere Makuta – è stato iniziato dall’Ordine Francescano 19 anni fa per continuare il dialogo nello spirito di san Francesco, e coerentemente con gli sforzi di papa Francesco per promuovere la pace e l’armonia tra le nazioni e le religioni». Inoltre, fa notare il francescano, «il 2025 è l’anno giubilare nel quale si commemorano anche gli 800 anni del Cantico delle Creature di san Francesco. Avremo l’opportunità di ascoltare persone che condivideranno le loro esperienze, e i partecipanti stessi che visiteranno vari luoghi per acquisire esperienze di dialogo interreligioso ed ecumenico».

Monsignor Massimiliano Palinuro, vescovo di Istambul
(© Manuela Tulli)

I limiti alla libertà

In questa ricerca di concordia, non mancano gli attriti.

La trasformazione, a Istanbul, della basilica di Santa Sofia in moschea nel 2020 è stata uno di questi. Già basilica cristiana, nel 1453 Santa Sofia fu convertita dagli ottomani in moschea. Nel 1935, durante la repubblica laica di Atatürk, fu trasformata in museo. Nel 2020 è tornata a essere una moschea.

Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ad agosto 2020, qualche giorno dopo la decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha detto: «Siamo stati feriti dalla conversione della basilica di Santa Sofia e della chiesa di Chora in moschee. […] Questi due monumenti unici di Costantinopoli furono costruiti come chiese cristiane. Esprimono lo spirito universale della nostra fede».

Altra ferita è quella degli attentati nelle chiese da parte di fondamentalisti islamici.

Anche se sporadici, sono il segno di una certa insofferenza nei confronti della minoranza cristiana. Aiuto alla Chiesa che soffre, al proposito denuncia: «In Turchia, la piccola comunità cristiana, lo 0,2% della popolazione, è oppressa a causa della progressiva reislamizzazione della società. Attacchi contro le chiese, arresti ingiustificati, impossibilità di ottenere il pieno riconoscimento giuridico delle Chiese cattolica e protestante, proibizione di costruire i seminari delle Chiese cattolica, armena e greco ortodossa, ripetute offese contro la cultura cristiana: sono solo alcune delle preoccupanti manifestazioni di questo pericoloso connubio fra islamismo di Stato ed estremismo di alcuni gruppi sociali».

Ma ci sono anche altri ostacoli al dialogo: «L’educazione religiosa – si legge nell’ultimo Rapporto di Acs – è obbligatoria nelle scuole pubbliche primarie e secondarie, nelle quali viene insegnato esclusivamente l’islam sunnita. Gli studenti di fede cristiana o ebraica possono essere esentati […], previa esplicita richiesta dei loro genitori. Il governo continua a rifiutarsi di concedere tale possibilità anche agli aleviti e agli appartenenti ad altre fedi, che sono invece tenuti a frequentare le lezioni di islam sunnita».

A sottolineare la difficoltà di muoversi in queste ristrettezze giuridiche è anche monsignor Paolo Bizzeti, ex amministratore apostolico del vicariato di Anatolia, innamorato della Turchia fin dalla sua giovinezza. Ci confida che, durante i suoi tanti anni in Turchia, ha assistito a un crescente interesse dei turchi per il cristianesimo: «In ogni parrocchia ci sono dei turchi che chiedono di diventare cristiani». Questi processi, però, non sono facili, perché le persone «hanno bisogno di un accompagnamento e non sempre è possibile offrirglielo».

Bizzeti parla della libertà religiosa e spiega: «La Chiesa cattolica in Turchia non ha personalità giuridica, come non ce l’ha la Caritas. Non si possono costruire cappelle, erigere seminari, ed è anche difficile a volte ottenere permessi di soggiorno per gli operatori pastorali».

Tutto è ancora legato al Trattato di Losanna del 1923, firmato alla fine della prima guerra mondiale. In quell’accordo, la religione cattolica non venne parificata all’islam. «Questo Trattato ha oltre cento anni. Non credo che la Turchia lo voglia mettere in discussione – dice Bizzeti -. E noi?».

Manuela Tulli

Effetti del terremoto a Kahramanmaraş
© Croce rossa spagnola



I minerali della guerra

I gruppi armati controllano le miniere. E con esse si finanziano. L’estrazione dei minerali avviene senza regole. E la vendita passa dal Rwanda. La certificazione dà scarsi risultati. Mentre l’Ue chiude entrambi gli occhi.

A maggio 2024, il Movimento del 23 marzo (M23) – al momento, il gruppo armato più violento e brutale tra gli oltre cento attivi nelle province orientali della Repubblica democratica del Congo (Rdc) – ha preso il controllo delle miniere di tantalio di Rubaya, nel Nord Kivu. Si tratta di un’area cruciale, dalla quale si calcola provenga circa il 15% di tutto il tantalio globalmente commerciato nel mondo.

Qualche mese dopo, nel dicembre 2024, un report delle Nazioni Unite ha evidenziato che, preso il controllo di Rubaya, l’M23 aveva iniziato a contrabbandare in Rwanda circa 150 tonnellate di tantalio ogni mese, oltre ad aver imposto tasse sull’estrazione, tali da generare 800mila dollari mensili.

In questo modo, l’M23 si assicurava (e continua a farlo nel momento in cui scriviamo) risorse economiche essenziali per sostenere le proprie operazioni militari. Infatti, grazie ai guadagni derivanti dal commercio minerario e dalle tasse sull’estrazione, il movimento può acquistare armi, munizioni, equipaggiamento e derrate alimentari (che si aggiungono al già considerevole supporto fornito dal Rwanda, principale finanziatore del gruppo).

I minerali di conflitto

Non stupisce, quindi, che il tantalio sia annoverato tra i cosiddetti «conflict minerals» (letteralmente, «minerali di conflitto»). A darne una definizione precisa è stata l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse, un organismo per la promozione della cooperazione economica).

Nel rapporto «Due diligence guidance for responsible supply chains of minerals from conflict-affected and high-risk areas: third edition» (Guida per la verifica della catena di approvvigionamento di minerali provenienti da zone di conflitto, ndr), gli esperti dell’Ocse scrivono: «I minerali di conflitto sono tutte quelle materie prime minerarie provenienti da aree geografiche in guerra o ad alto rischio e dove i processi di estrazione e commercio, oltre a contribuire al perdurare della violenza armata, avvengono in condizioni di abusi e violazioni dei diritti umani».

A M23 soldier stands at the Coltan mining pits in Rubaya on March 5, 2025. Ravaged by conflict for 30 years, eastern DRC is believed to hold between 60% and 80% of the world’s reserves of coltan, an essential mineral for manufacturing electronic equipment.
UN experts say that the Rubaya deposits bring in around $800,000 per month to the M23, thanks to a tax of $7 per kilogram levied on the production and trade of coltan. (Photo by Camille Laffont / AFP)

Ieri e oggi

Non a caso, il termine «minerali di conflitto» iniziò a essere utilizzato nei primi anni Duemila, quando ci fu un’esplosione senza precedenti della domanda di tantalio, un minerale sempre più richiesto dall’industria elettronica e digitale e al centro della transizione ecologica globale. All’epoca, grandi quantità di questo minerale (circa il 50% di quello commerciato nel mondo) erano estratte nelle province orientali della Rdc, dove era scoppiata la Seconda guerra del Congo (1998-2003).

Fu proprio l’evidente intrecciarsi della crescente domanda internazionale di questo minerale con il suo provenire da un’area dove operavano centinaia di gruppi armati (nati per motivi differenti) a svelare il profondo legame tra risorse minerarie, conflitti e finanziamento degli attori armati.

In realtà, nelle province orientali congolesi, il concetto di minerali di conflitto è attuale ancora oggi. A distanza di venticinque anni, infatti, gli scontri proseguono. In un alternarsi di fasi più o meno violente, dal 1996 (anno di inizio della Prima guerra del Congo) a oggi, si contano almeno sei milioni di morti e decine di milioni di sfollati (attualmente, quelli interni sono 6,5 milioni). Mentre le risorse naturali restano cruciali per finanziare le attività militari.

Estrazione e diritti

Sebbene i minerali di conflitto possano provenire da diverse aree del mondo (come Colombia, Afghanistan e Myanmar), la Rdc è senza dubbio la regione che ne produce la quantità maggiore.

Oltre al tantalio, al centro delle reti di finanziamento degli attori armati congolesi ci sono anche stagno, tungsteno e oro. Risorse estratte in buona parte da minatori artigianali, localmente chiamati creuseurs e stimati tra le 200mila e le 550mila persone. Questi minatori non utilizzano particolari attrezzature, tecnologie o mezzi meccanici per l’estrazione.

Infatti, in un contesto dove gli investimenti delle multinazionali latitano (a causa della situazione di insicurezza perenne, dell’assenza di istituzioni statali solide e della scarsità di infrastrutture commerciali), l’estrazione artigianale è, per molti, l’unica modalità per assicurarsi il reddito necessario alla sopravvivenza quotidiana.

© Annie Spratt – Unsplash

Miniere e gruppi armati

Molti siti artigianali si trovano, però, sotto il controllo degli attori armati. Nel 2022, Global

witness (un’organizzazione che indaga la correlazione tra lo sfruttamento delle risorse naturali e le violazioni di diritti ambientali e umani) stimava che nel 40% dei giacimenti dell’Est della Rdc ci fosse interferenza di attori armati. Una percentuale già significativa che oggi, tuttavia alla luce della recente avanzata dell’M23, è chiaramente sottostimata.

Spesso, la presenza di gruppi armati all’interno di un giacimento non comporta solo sfruttamento dei minerali per l’autofinanziamento. Ha anche un forte impatto sul piano dei diritti umani. I turni di lavoro superano le 12 ore, i minatori non ricevono indumenti protettivi e spesso sono impiegati anche bambini (circa 40mila nelle sole miniere di tantalio).

Le certificazioni

Nel tentativo di evitare il più possibile che i minerali contenuti nei dispositivi al centro della transizione ecologica contribuiscano a conflitti armati o violazioni dei diritti umani, l’Occidente ha sviluppato dei meccanismi di certificazione. Finalizzati a tracciare il percorso dei minerali, dall’estrazione all’inserimento nel prodotto finito, questi strumenti sono sempre più diffusi e tentano di garantire una catena di approvvigionamento più trasparente.

In particolare, nella regione africana dei Grandi Laghi, è stata introdotta l’«Iniziativa internazionale della filiera dello stagno» (Itsci), applicata ai minerali di conflitto estratti nell’area: tantalio, stagno, tungsteno e oro. Il meccanismo è molto semplice. Se un’ispezione nella miniera esclude la presenza di attori armati e violazioni dei diritti umani, il giacimento è incluso tra quelli «conflict-free» (letteralmente, «liberi da conflitti») e ogni sacco prodotto nel sito viene etichettato e il suo percorso tracciato.

Le crepe del sistema

Di fronte a una richiesta sempre maggiore di minerali che non contribuiscano a conflitti armati e violazioni dei diritti umani, Itsci è di fatto diventata l’unica modalità legale per esportare al di fuori della Rdc.

Tuttavia, spesso, il sistema non funziona. A volte, i sacchi sono sigillati ed etichettati al di fuori dei giacimenti «certificati», facilitando l’inserimento di minerali illegali nella catena produttiva. Altre volte, gli ufficiali addetti all’apposizione dei tagliandi, essendo sottopagati, vendono le etichette sul mercato nero, dove sono acquistate dagli attori armati. In altri casi ancora, i minerali estratti in siti controllati dai movimenti armati sono trasferiti di notte in giacimenti certificati e inseriti nella filiera di Itsci.

Ma è soprattutto il contrabbando in Rwanda a mostrare quanto le crepe del sistema di certificazione siano profonde. Per i gruppi armati, commerciare i minerali oltre confine è molto conveniente. Sia perché permette loro di accedere al mercato internazionale, sfuggendo agli obblighi posti da Itsci, sia perché in Rwanda le tasse sull’esportazione sono minori (il 4% del valore del bene, mentre nella Rdc arrivano al 10%), e i prezzi di vendita maggiori (circa 40 dollari al chilo a inizio 2024).

Spesso i minerali superano il confine nascosti nei serbatoi delle motociclette o in scompartimenti segreti dei camion. In altri casi, i contrabbandieri presentano certificati falsi di tracciabilità, o ricevono un lasciapassare silenzioso in cambio di tangenti.

Una volta giunte in Rwanda, le risorse vengono inserite nella catena produttiva locale e vendute insieme a quelle realmente estratte nel Paese.

E così il Rwanda risulta essere sistematicamente uno dei maggiori produttori mondiali di tantalio. Nel 2024, ad esempio, secondo la Us geological survey (agenzia scientifica del governo statunitense), era preceduto solo da Rdc e Nigeria, pur avendo giacimenti molto più limitati (anche se mai quantificati con precisione). D’altronde, per Global witness, solo il 10% dei minerali esportati dal Rwanda è realmente estratto nel Paese. Tutto il resto è frutto del contrabbando dalla Rdc (oltre che del saccheggio operato direttamente dai militari ruandesi, sempre più numerosi al fianco dell’M23).

L’Europa chiude gli occhi

Nonostante fosse consapevole di tutto ciò, a febbraio 2024, l’Unione europea (Ue) ha siglato un accordo da 941 milioni di euro con il Rwanda per lo sviluppo della sua catena produttiva di minerali critici (in particolare, tantalio, niobio, stagno, terre rare e litio). L’obiettivo ultimo dell’Ue era assicurarsi forniture costanti e durature di minerali essenziali per la transizione ecologica.

Ma, così facendo, le istituzioni europee sono finite nell’occhio del ciclone. D’altronde, i flussi illegali di minerali attraverso il confine congo-ruandese non sono una novità, così come l’accaparramento sistematico da parte dei militari di Kigali. E l’intesa non faceva altro che incentivare queste dinamiche.

Tuttavia, è stato solo con la recente avanzata dell’M23 che qualcosa si è mosso. Il Parlamento europeo ha chiesto a Commissione e Consiglio di sospendere immediatamente l’accordo. Ma per il momento è rimasto inascoltato: l’Ue continua a importare – consapevolmente – ampie quantità di minerali di conflitto.

Aurora Guainazzi

© Fairphone

La Rdc denuncia Apple.

La catena produttiva è contaminata

A dicembre 2024, la Rdc ha presentato denuncia contro le sussidiarie di Apple in Francia e Belgio, accusandole di utilizzare minerali di conflitto.

Era da settembre 2023 che gli avvocati di Kinshasa indagavano sulla catena di approvvigionamento dell’azienda. Ad aprile 2024, avevano scritto una lettera al Ceo di Apple, Tim Cook, chiedendo maggiore trasparenza sulla provenienza dei minerali. A dicembre, la decisione di denunciare, dichiarando che «la catena produttiva di Apple è contaminata da minerali insanguinati» e che l’azienda ne è consapevole, tanto da «utilizzare pratiche commerciali ingannevoli per rassicurare i consumatori».

La multinazionale ha immediatamente smentito le accuse. Tuttavia, cresce il numero di Ong, tra cui Global witness, che denunciano la presenza di minerali di conflitto nella filiera di diverse imprese, come Apple, Samsung, Intel e Tesla. Global witness ha anche annunciato di aver avvertito le compagnie stesse della possibile contaminazione della loro catena di approvvigionamento. Non che fosse realmente necessario: per Alex Koop, rappresentante dell’Ong, «loro sono consapevoli del fatto che i minerali utilizzati provengono dalla Rdc e sono contrabbandati in Rwanda». Ma il profitto prima di tutto.

È probabile che la storia continuerà. Gli avvocati del governo di Kinshasa, infatti, si sono mostrati risoluti e intenzionati a procedere. Anche perché vogliono far valere il Regolamento 2017/821 (in vigore dal 2021) che impone alle aziende operanti nell’Ue di verificare la provenienza di stagno, tungsteno, tantalio e oro importati sul suolo europeo.

A.G.




Alle armi, alle armi!

È da mesi che questo grido risuona nei paesi europei. È giustificato? Il vecchio continente è veramente così debole rispetto alla Russia di Putin? La retorica militarista e il peso dell’apparato industriale.

Da molti mesi sembra ormai essersi consolidato un consenso nei governi nazionali e nelle istituzioni europee, secondo cui l’Europa non ha abbastanza mezzi per difendersi da potenziali minacce militari. In particolare, dalla minaccia russa. Questa percezione di inadeguatezza è acuita dalla possibilità che gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, riducano o annullino il loro ruolo nell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (North Atlantic treaty organization, in sigla Nato). Di qui, gli appelli ad aumentare drasticamente – di svariate centinaia di miliardi di euro l’anno – le spese militari dei paesi europei membri di questa alleanza. La domanda a cui vogliamo tentare di rispondere è la seguente: l’Europa è veramente così debole rispetto alla Russia?

Europa e Russia

Se si esaminano i dati di una fonte affidabile, come il Military balance dell’International Institute for Strategic Studies (Iiss) di Londra, la risposta è: «No!», almeno se si raffrontano i principali equipaggiamenti convenzionali dei trenta paesi europei della Nato (esclusi – quindi – Stati Uniti e Canada) con quelli della Russia.

Si tratta – in particolare – dei sistemi d’arma oggetto del Trattato sulle forze convenzionali in Europa del 1990, quelli ritenuti i più adatti a conquistare e mantenere un territorio: carri armati, corazzati per trasporto truppe, calibri d’artiglieria di almeno 100 mm, aerei da combattimento, elicotteri d’attacco.

Come si può vedere dalla tabella (con dati del 2024, alla pagina seguente), in tutte queste categorie la Russia è in forte svantaggio rispetto ai paesi europei della Nato: possiede meno della metà dei carri armati, degli aerei e dei pezzi d’artiglieria, circa un terzo dei corazzati per il trasporto truppe. I sistemi d’arma in possesso delle forze armate bielorusse, unico alleato europeo della Russia, non cambierebbero di molto questo quadro. Si deve anche considerare che molti degli attuali armamenti pesanti russi sono costituiti da vecchio materiale risalente a decenni fa, recuperato dai magazzini per rimpiazzare le enormi perdite subite nel corso del conflitto in Ucraina.

Anche in altre categorie, stessa storia. Gli europei, rispetto ai russi, hanno più aerei da trasporto, più aerei da rifornimento in volo, più aerei di allarme, sorveglianza e controllo (Awacs), ma meno satelliti. Se in questo quadro si inseriscono gli alleati d’Oltre Atlantico, la superiorità occidentale diventa schiacciante. Al di là dei numeri, poi, la qualità degli armamenti occidentali è universalmente ritenuta superiore a quella degli equivalenti russi.

Si deve anche ricordare come le forze navali Nato siano non solo maggiori, ma pure in grado di contenere la marina russa in aree molto limitate, come i mari Nero, Baltico e quelli della zona artica.

Carro armato distrutto. Foto Justin Campbell-Unsplash.

Truppe e spese a confronto

Consideriamo ora le truppe dei soli paesi europei della Nato; anche in questo caso sono numericamente superiori a quelle russe (1,8 milioni rispetto a 1,1 milioni nel 2024), mentre il numero dei riservisti vede in modesto vantaggio la Russia. Anche riguardo alla popolazione complessiva, l’Europa è in vantaggio: Francia, Italia e Spagna assieme hanno più abitanti della Russia (150 milioni), mentre l’Unione europea ne ha tre volte tanti (450 milioni).

Per quanto riguarda la spesa militare, sempre sulla base dei dati del Military balance, valutata in dollari a tassi di cambio correnti, quella dei paesi europei della Nato era nel 2024 pari a 3,7 volte quella della Russia (a parità di potere d’acquisto, circa una volta e mezzo). Se poi paragoniamo le economie nazionali, il Prodotto interno lordo (Pil) russo era nel 2023 il 10% di quello dell’Unione europea misurato in dollari a tassi di cambio correnti (il 25% a parità di potere d’acquisto).

Nonostante queste importanti superiorità, che smentiscono ogni situazione di emergenza per il settore militare europeo, si può, però, concordare sul fatto che alcuni miglioramenti siano opportuni, specie nel caso di un disimpegno americano.

Ad esempio, quello di dotarsi di satelliti per comunicazioni e osservazione senza il bisogno di sborsare centinaia di miliardi. Ad esempio, la costellazione europea di satelliti «Iris2» costerebbe circa undici miliardi di euro, spalmati su diversi anni.

Domande senza risposte

Si sente dire che i paesi europei devono aumentare la percentuale di Pil dedicato alla difesa, anche di vari punti.

Se si passasse dal circa 2% di oggi al 3,5%, gli europei si impegnerebbero a spendere 840 miliardi di dollari, rispetto ai 480 attuali, ovvero quanto gli Stati Uniti, a parità di potere d’acquisto.

Perché mai si dovrebbe farlo? L’Europa ha forse le ambizioni militari globali di Washington? O si tratta semplicemente di dare un segnale alla Russia che si è disposti ad andare a uno scontro militare?

È – comunque – paradossale che il dibattito sul livello di spesa da raggiungere non venga mai accompagnato da una spiegazione di come questi denari verrebbero impiegati, di cosa dovrebbero comperare.

Il 12 dicembre 2024 a Bruxelles, nella sua prima uscita pubblica come nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte ha dichiarato: «È ancora in corso il processo per stabilire le capacità da raggiungere; speriamo di chiuderlo prima dell’estate del 2025». Ma quando gli è stato chiesto se, una volta fatte le scelte, sapremo quali capacità la Nato vuole acquisire, non ha assicurato nulla. Per contro, Rutte ha le idee molto chiare su dove reperire tutti questi soldi.

«So che spendere di più per la difesa significa spendere meno per altre priorità. Ma solo poco di meno. I paesi europei spendono in media fino a un quarto del loro reddito nazionale in pensioni, sanità e sicurezza sociale. Abbiamo bisogno di una piccola parte di quei soldi per rafforzare molto la nostra difesa e preservare il nostro modo di vivere».

A ben guardare, Mark Rutte non sbaglia a dire che la montagna di denaro richiesta dalla Nato deve provenire da tagli a pensioni, sanità e sicurezza sociale. Fatta eccezione per la Germania, infatti, tutti gli Stati europei che hanno economie significative – Francia, Italia, Spagna e, fuori dall’Unione europea, la Gran Bretagna – hanno già troppo debito pubblico per poterne fare altro. Sebbene sia vero che i Paesi baltici e la Polonia hanno già molto aumentato le loro spese militari, resta il fatto che il loro Pil è modesto e quello che conterà veramente per aumentare sostanzialmente le risorse per la difesa europea sono le scelte dei principali paesi, quelli che abbiamo citato, tra cui il nostro.

Aereo militare dell’inglese Raf – Royal air force – dotato di un sistema radar di sorveglianza. Foto Royay Air Force-Ministry of Defence.

La frammentazione della Nato

La Russia ha un solo vantaggio rispetto all’Europa: è una realtà politica singola, mentre nella Nato ci sono i paesi della Unione europea (tranne i neutrali: Austria, Cipro, Irlanda e Malta), più sette nazioni extra Ue (Albania, Islanda, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Turchia e Regno Unito). Questa frammentazione è motivo di lentezza, inefficienza e di grandi sprechi. Per questo è sorprendente che nella discussione sulla sicurezza europea non emerga la sola tematica che potrebbe cambiare la situazione: la formazione di un esercito europeo, o perlomeno la creazione di quanti più comandi e reparti integrati possibili.

L’arsenale nucleare

Qualche lettore potrebbe far notare che i russi dispongono di un cospicuo arsenale nucleare, assai superiore alle corrispondenti forze in possesso dei paesi europei. Includendo tutti gli ordigni, sia quelli strategici che tattici (i primi essendo destinati a minacciare i più importanti centri politici e militari dell’avversario, nonché le grandi conurbazioni; i secondi pronti per essere impiegati sul teatro di guerra), i russi dispongono di circa 5.600 testate, mentre la Francia ne ha trecento e la Gran Bretagna poco più di duecento. Dell’arsenale nucleare russo, una parte considerevole è costituito da ordigni tattici e questi sono in buona parte schierati sul fronte occidentale, per controbilanciare la superiorità convenzionale occidentale. Ma si farebbe un grave errore se, con le armi nucleari, ci si limitasse a fare solo confronti numerici.

Navi militari in rada. Foto Konstantin-Pixabay.

La questione della deterrenza

Il punto per l’Europa è la deterrenza: si vuole ridurre al massimo la probabilità di un attacco. Per questo bastano, però, gli arsenali atomici francese e britannico attuali, dato che entrambi i paesi dispongono di sistemi di lancio affidabili e invulnerabili, come i missili sui sommergibili.

Il problema è semmai concordare a livello politico l’estensione della copertura nucleare di Parigi e Londra agli altri membri dell’Unione europea e convincere amici (e avversari) della validità di questa garanzia. In fondo è la stessa delicata questione che ha sempre messo in dubbio la credibilità dell’ombrello atomico statunitense: un presidente americano metterebbe a rischio New York o Washington per difendere Berlino, Roma o Madrid?

Proprio le bombe nucleari ci offrono un esempio di come l’entusiasmo riarmista possa portare a risposte esagerate.

Negli anni Ottanta gli arsenali delle superpotenze Usa e Urss contenevano più di 70mila testate nucleari, grosso modo equamente divise; un numero capace di cancellare la civiltà umana dalla faccia della Terra, se fossero state impiegate. Che tale numero fosse esagerato, anche da un punto di vista esclusivamente militare, lo dimostra il fatto che, dopo lunghe trattative, buona parte di questo arsenale fu poi smantellato, ciò che rappresentò un notevolissimo spreco di risorse: gli Stati Uniti spesero, infatti, dal 1945 al 1995 almeno 4 trilioni (4mila miliardi) di dollari per il loro programma atomico militare. Oggi i paesi europei rischiano di ripetere un errore simile: avanti a testa bassa a spendere per armamenti inutili.

Un mezzo militare di terra. Foto Military Material.

La retorica militarista

Sembra che ancora una volta gli insegnamenti della storia siano dimenticati. Tra questi la raccomandazione del presidente (ed ex generale) statunitense Dwight Eisenhower, il quale, alla fine del suo mandato, mise in guardia contro l’influenza del complesso militare industriale, sempre impegnato a cercare di aumentare i propri profitti.

Per concludere, un aumento drastico delle spese militari europee è ingiustificato, non solo per le armi che già possediamo, ma anche per la pessima prova che le forze armate russe hanno dato di sé nell’aggressione all’Ucraina, dimostrandosi incapaci di conseguire progressi rapidi e decisivi, malgrado un enorme dispendio di risorse umane e materiali. Ed è proprio questo esercito inefficace che dovrebbe conquistare l’Europa?

È auspicabile un abbandono della retorica militarista e un ritorno alla pratica politica e diplomatica, che tenga presente da una parte le necessità e le sensibilità delle varie parti che si confrontano, e dall’altra la necessità di usare le risorse disponibili per affrontare i gravi problemi – dal cambiamento climatico alla povertà – che l’umanità si trova di fronte.

Marco De Andreis e Mirco Elena (*)

(*) Marco De Andreis fa parte del consiglio scientifico dell’Unione scienziati per il disarmo (Uspid). Mirco Elena è un fisico, divulgatore scientifico, membro del consiglio scientifico dell’Uspid e del consiglio direttivo della Scuola internazionale sul disarmo e la ricerca sui conflitti (Isodarco).

Le organizzazioni Uspid e Isodarco

● L’Unione degli scienziati per il disarmo (Uspid) è un’associazione di scienziati e ricercatori costituita nel 1983 con l’obiettivo di fornire informazione e analisi su controllo degli armamenti e disarmo, incluse quelle relative all’impatto ambientale e ai costi umani. Organizza convegni, predispone studi, produce articoli di analisi e opera per divulgare al pubblico le tematiche relative alla sicurezza internazionale. www.uspid.org

● L’International school on disarmament and research on conflicts (Scuola internazionale sul disarmo e la ricerca sui conflitti, Isodarco) è una Ong fondata nel 1966. Offre a giovani laureati e laureandi, ma anche a persone interessate alla pace e alle relazioni internazionali, dei corsi residenziali su temi che spaziano dagli aspetti tecnici della corsa agli armamenti, alla cyberguerra, alle tensioni etniche, al terrorismo. Nel 2017, Isodarco ha ricevuto una medaglia dal presidente Mattarella e, nel 2016, i complimenti dell’ex presidente Usa Obama. www.isodarco.it

La bandiera della Nato e quella dell’Ucraina, paese invaso dalle truppe russe di Putin. Foto Wilfried Pohnke-Pixabay.



Guatemala. Il ritorno dei bambini rubati

Tra il 1977 e il 2007, 30mila bambini guatemaltechi sono stati dati illegalmente in adozione negli Stati Uniti, in Canada e in Europa. Oggi, alcuni di essi, ormai adulti, sono tornati in Guatemala per scoprire la verità sulla loro adozione e conoscere le famiglie biologiche.

Città del Guatemala. Nei campi da football americano di Cayalá, un quartiere esclusivo della capitale, uno striscione motivazionale recita: «Fino all’ultima goccia, il sudore è gloria. Lascia tutto sul campo». Osmín Ricardo Tobar Ramírez, 35 anni, capitano della difesa della squadra Los Toros e della nazionale guatemalteca, prende quelle parole alla lettera. Con casco, paraspalle e ginocchiere, si butta a capofitto nell’allenamento. A guardarlo con sguardo attento, c’è sua madre, Flor de María Ramírez Escobar, 52 anni. Il sorriso che le illumina il volto evidenzia la gioia che, per molto tempo, le è stata negata: per 14 anni non ha potuto vedere suo figlio e ora cerca di non perdersi neanche un istante.

Furono trentamila

Lo sport ha segnato la vita di Osmín da sempre. Da adolescente, a Pittsburgh in Pennsylvania, ha vinto una borsa di studio per il college grazie alla lotta greco-romana. È stata la sua valvola di sfogo, il modo in cui ha trovato un equilibrio in una vita segnata da continui sconvolgimenti.

Oggi lavora in un call center di assistenza al consumatore per clienti statunitensi, sfruttando il suo inglese perfetto, e vive con la moglie Lilian e il figlio Cristian a Città del Guatemala. «Con la vita che ho fatto, non avrei mai immaginato di poter avere una casa stabile. È stato un colpo di scena incredibile», racconta in un buono spagnolo, inserendo qua e là qualche parola in inglese.

A oltre cinquemila chilometri di distanza, a Montréal, in Canada, Ignacio «Nacho» Alvarado sta scegliendo su internet una nuova bicicletta per la sua prossima grande impresa: pedalare da Città del Messico a Città del Guatemala. «Vogliamo organizzare una carovana di ciclisti per sensibilizzare l’opinione pubblica affinché ciò che è successo a gente come me non si ripeta», dice con determinazione nella nostra videochiamata.

Osmín e Nacho condividono più di quanto sembri. Sono due dei trentamila bambini guatemaltechi dati in adozione tra il 1977 e il 2007 in un contesto di illegalità e corruzione, che ha alimentato uno dei più grandi traffici di minori al mondo.

Osmín è stato adottato negli Stati Uniti nel 1998, Nacho in Canada negli anni Ottanta. Ormai adulti, sono tornati entrambi in Guatemala per scoprire la verità sulle loro origini e ricongiungersi con le loro famiglie biologiche. Oggi sono attivisti per i diritti umani e non perdono occasione per parlare della propria storia, in modo che il passato non venga dimenticato e soprattutto non si ripeta.

Città del Guatemala: manifesti di «Estamos aquí», un collettivo composto da persone che furono adottate illegalmente tra il 1977 e il 2007 e che stanno cercando i propri familiari biologici, oltre a impegnarsi per raccontare la vicenda del traffico di bambini avvenuta in quegli anni. Foto Simona Carnino.

Quel giorno maledetto

«Non dimenticherò mai quel 9 gennaio 1997», racconta Osmín. Aveva sette anni quando la polizia fece irruzione in casa e portò via lui e suo fratello, in seguito alla denuncia di una vicina per abbandono. «Mi dissero che ci avrebbero riportato nel pomeriggio, ma quella fu l’ultima volta che vidi la mia casa», ricorda.

Quel giorno, sua madre Flor de María Ramírez Escobar, era fuori casa per lavoro, impiegata negli uffici tributari della capitale. «Ero felice perché avevo guadagnato 2.000 quetzal (circa 250 euro, nda) e potevo finalmente offrire una vita migliore ai miei figli – racconta -. Quando tornai a casa e non li trovai, andai fuori di testa. Non mi capacitavo di quello che stava succedendo».

Pochi istanti dopo, Flor si precipitò al tribunale per i minori, dove le fu confermato che i bambini erano sotto custodia delle autorità. Dopo pochi giorni, il sistema giudiziario, senza nessuna prova, aveva già etichettato la donna come incapace di prendersi cura di un minore.

Osmín e il suo fratellino di un anno e mezzo J.R. vennero dichiarati in stato di abbandono e messi in adozione.

«Da quel momento non li ho mai più visti. Mi sentivo come una nave senza porto, ho iniziato a drogarmi. Ero morta in vita…», racconta Flor, mentre le lacrime le solcano il viso sebbene siano passati 27 anni.

Negli Stati Uniti

Nell’aprile del 1998 venne aperta una procedura di adozione accelerata per i due fratelli, che furono separati e affidati a due diverse famiglie.

Il 2 giugno dello stesso anno, Osmín partì per Pittsburgh, in Pennsylvania, con il nome di Rico Borz. I ricorsi presentati da Flor e, successivamente, dal padre biologico, Gustavo Tobar Fajardo – rientrato dal Messico, dove era migrato per motivi economici – furono respinti e, per un lungo periodo, i rapporti tra madre e figli si interruppero.

«Negli orfanotrofi in cui sono stato prima dell’adozione venivo picchiato, maltrattato e abusato sessualmente. Stavo male e in più mi sentivo colpevole perché pensavo di essermi perso mio fratello minore – racconta Osmín -. Quando mi hanno adottato, ero felice di partire, anche se non sono mai riuscito a entrare in sintonia con i miei genitori adottivi. Posso dire con certezza che la mia vita negli Stati Uniti è stata infelice».

Il senso di sradicamento lo ha accompagnato per anni, insieme al bullismo e alla discriminazione che ha vissuto per essere latino in una comunità quasi esclusivamente composta da persone bianche. «Cercavo di fuggire dalla mia stessa vita. Bevevo, fumavo, mi sono unito a una banda criminale di Pittsburgh e sono stato in prigione per furto».

Flor de María Ramírez Escobar e Osmín Tobar si guardano con affetto. Flor è rimasta separata dal figlio per 14 anni in seguito alla sua adozione illegale negli Stati Uniti. Foto Simona Carnino.

In Canada

A differenza di Osmín, Nacho fu abbandonato alla nascita e trovato da alcuni vicini in una comunità dell’Est del Guatemala che se ne presero cura con affetto e lo portarono in ospedale per i controlli medici. Da lì, però, scomparve senza lasciare traccia dopo alcuni giorni di ricovero. Il personale medico lo aveva trasferito all’orfanotrofio Elisa Martínez, diventato tristemente noto anni dopo per il suo coinvolgimento nel traffico di minori.

«Gli abitanti del villaggio erano così sconvolti per la mia scomparsa che chiamarono il fiume della comunità La vuelta del niño (Il ritorno del bambino), sperando che un giorno tornassi», racconta Nacho.

All’età di tre anni, Nacho fu adottato da una famiglia canadese. A diciassette, aveva già cambiato tre famiglie. La sua vita fu difficile quanto quella di Osmín. «Un giorno, da adulto, un amico mi mostrò un articolo sul traffico di bambini nell’orfanotrofio dove ero stato. Appena lo lessi, un’unica domanda si affacciò alla mia mente: “Sono stato trafficato come un oggetto anch’io?”».

Il mercato dei bambini

Osmín e Nacho furono «adottati» nel contesto del conflitto armato interno che ha lasciato in Guatemala un’eredità di almeno 200mila morti e desaparecidos tra il 1960 e il 1996.

In pieno caos istituzionale, nel 1977 il Guatemala approvò una legge che permetteva a notai e avvocati di gestire le adozioni senza autorizzazione giudiziaria, facilitando così la creazione di reti di traffico di bambini che coinvolgevano ospedali, esercito e orfanotrofi.

Molti notai si arricchirono orchestrando adozioni internazionali express senza verificare se il bambino fosse realmente orfano o abbandonato, né se la famiglia adottiva fosse idonea. Questi affaristi approfittavano della povertà delle persone, acquistando bambini a basso costo per rivenderli alle famiglie adottive a cifre che si aggiravano tra i 30 e gli 80mila dollari.

«Una somma che si sarebbe potuta usare per sostenere le famiglie in Guatemala, senza sradicare i bambini dalle loro case», concordano Nacho e Osmín.

La facilità di adozione rese il Guatemala uno dei maggiori «esportatori» di bambini al mondo, insieme a Cina e Cambogia, secondo un rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla vendita di minori di cui gli Stati Uniti furono i principali «compratori».

Le reti di trafficanti usavano qualsiasi mezzo per ottenere la «merce»: dalle minacce alle madri, al cosiddetto «riciclaggio di bambini», una pratica che consisteva nel presentare davanti al Tribunale per l’infanzia e l’adolescenza minori rapiti o comprati come se fossero stati abbandonati, per poi dichiararli adottabili.

Questa strategia fu documentata e denunciata dalla «Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala» (Cicig), solamente nel 2010.

Osmín e la sua famiglia furono vittime di «riciclaggio di bambini». Nacho no, ma entrambi furono «venduti a famiglie che morivano dalla voglia di avere un figlio», precisa Nacho. Le famiglie non sono state incriminate.

Nacho Alvarado e Osmín Tobar durante una conferenza stampa prima delle elezioni del 2023 per ricordare le responsabilità dello stato guatemalteco nelle adozioni illegali di bambini avvenute tra il 1977 e il 2007. Foto Simona Carnino.

Il ritorno di Osmín

Con il sostegno di organizzazioni come Casa alianza (ora La alianza) e, in seguito, El refugio de la niñez, Gustavo Tobar, padre di Osmín, ha lottato per tutta la vita per acquisire nuovamente la patria potestà, rintracciare il figlio e denunciare il rapimento dei bambini in Guatemala.

Nel 2002, un giornalista di Newsweek, testata statunitense, si interessò al caso e dopo un’attenta ricerca, trovò Osmín e gli mostrò le foto dei suoi genitori biologici. «Ho pianto tantissimo, e in quel momento ho capito che volevo ritornare dove ero nato», racconta Osmín. Emozione condivisa anche dal padre Gustavo: «Quando mi hanno detto che mio figlio era vivo, ho ritrovato la speranza», ricorda con la voce rotta dalla commozione.

La svolta arrivò nel 2009, quando il padre riuscì a contattare il figlio negli Stati Uniti grazie a Facebook. Due anni dopo, nel 2011, si riunirono finalmente e, nel 2015, Osmín decise di tornare definitivamente in Guatemala.

Grazie alla battaglia di Gustavo, il caso di Osmín e di suo fratello arrivò alla Corte interamericana dei diritti umani, che nel 2018 condannò lo Stato del Guatemala per l’adozione irregolare dei fratelli Ramírez, riconoscendo che tutte le adozioni effettuate nel trentennio precedente al 2007 si erano svolte in un contesto di corruzione.

Nel luglio 2024, Bernardo Arévalo è stato il primo presidente a chiedere formalmente scusa alla famiglia a nome dello Stato.

«Per la prima volta ho sentito che la mia vita aveva un senso – dice Osmín -. Ho smesso di bere perché a quel punto ero un personaggio pubblico e sentivo la responsabilità di rappresentare le persone adottate illegalmente in maniera decorosa».

La ricerca di Nacho

Oggi Osmín non perde occasione per parlare del tema, spesso al fianco di Nacho, che ha iniziato la sua ricerca della verità nel 2019, durante il suo primo viaggio in Guatemala.

«Camminando nel centro della capitale, ho visto le foto delle persone scomparse durante il conflitto armato e mi è venuta l’idea di appendere anche la mia, per vedere se qualcuno mi stava cercando», racconta Nacho. Con il supporto dell’organizzazione Hijos (figli, ndr), composta dai figli dei desaparecidos, riuscì ad appendere i suoi poster in vari angoli del centro, trasformandosi di fatto in un simbolo di denuncia del traffico di minori.

Le prime informazioni sul suo vero passato arrivarono però solamente grazie a un test del Dna, che gli permise di entrare in contatto con una cugina di secondo grado. Da lì, una serie di eventi lo portò a scoprire di essere originario di una comunità dell’Est del Paese. A quel punto, amici e familiari di secondo grado si mobilitarono finché non riuscirono a rintracciare sua madre.

Nel 2022 si incontrarono per la prima volta, con il supporto della Lega di igiene mentale del Guatemala, che offrì un accompagnamento psicologico a tutta la famiglia.

«È stata un’emozione fortissima, ma non bisogna romanticizzarla – spiega Nacho -. Non si possono recuperare 35 anni: è come essere adottati una seconda volta. Ci vuole tempo per costruire un rapporto».

Nel 2021 ha fondato il collettivo Estamos aquí, di cui fa parte anche Osmín, per aiutare gli ex bambini adottati a ritrovare le loro famiglie biologiche. La tecnica è la stessa che ha sperimentato Nacho per primo: test del Dna, ricerca dei certificati di nascita all’anagrafe e manifesti per strada. In tre anni, il collettivo è riuscito a portare a termine otto ricongiungimenti familiari. «Molte madri sono emigrate negli Stati Uniti per motivi economici, per cui diventa davvero difficile rintracciarle – spiega Nacho -. In ogni caso, che la madre voglia o no rivedere un figlio dopo tutti questi anni, è fondamentale non incolpare i genitori biologici, perché molte donne sono state obbligate a privarsi dei propri bambini dalla povertà. Chi non capisce questo, non deve iniziare il percorso di ricerca».

Ritratto di famiglia sul campo di football americano della capitale guatemalteca: María Ramírez Escobar con Osmín assieme alla moglie Lilian e al figlio Cristian. Foto Simona Carnino.

Nuova vita, nuovo impegno

Oggi Osmín e Nacho non sono più bambini, né passivi, né «rubati». Sono padroni del proprio futuro e sono parte di diversi collettivi a favore delle minoranze, con l’impeto e la ricerca di giustizia che da anni anima la loro stessa lotta. «Possiamo perdonare, ma mai dimenticare», dice Osmín, mentre marcia con lo striscione «We are here» a sostegno del popolo palestinese.

Dal Canada, prima di chiudere la videochiamata, Nacho sorride.

«Sai una cosa? Quando, dopo oltre 30 anni, sono tornato nella comunità in cui mi hanno trovato, i vecchi del luogo, che ancora si ricordavano di me, hanno cambiato il nome del fiume, che ora si chiama El niño de vuelta (Il bambino tornato), perché effettivamente sono di nuovo tra loro».

Lo dice con il sorriso, nel suo spagnolo un po’ zoppicante e condito da un fortissimo accento francese, pochi secondi prima di congedarsi.

Simona Carnino

Manifesti del collettivo «Estamos aquí» in una strada di Città del Guatemala. Foto Simona Carnino.



Ecuador. Un omicidio all’ora

La violenza sembra inarrestabile. Le cause sono note, le soluzioni difficili. Intanto, ad aprile, il giovane presidente Daniel Noboa – simbolo dell’uomo forte oggi di moda – è stato confermato nella carica.

Una domenica notte in un comune della provincia di Guayas, nel sud ovest del Paese. Alcuni sicari sparano contro un’auto. A bordo ci sono una coppia e una bambina di pochi mesi. Sono altri tre morti che si aggiungono a una lista lunghissima.

È soltanto un esempio tra i tanti, i troppi possibili. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, in Ecuador, a febbraio 2025, si sono contate 736 morti violente. Il 90 per cento in più rispetto all’anno precedente. Per dare un’idea ancora più chiara: un omicidio ogni ora. Dopo un 2024 caratterizzato da una riduzione del tasso di omicidi rispetto al 2023 (da 46,18 a 38,76 assassinati ogni centomila abitanti), i primi mesi del 2025 hanno, dunque, evidenziato una nuova recrudescenza.

Dopo le dimissioni di Guillermo Lasso (il presidente banchiere), dal novembre del 2023 il Paese andino è guidato dal giovane (37 anni) Daniel Noboa, erede di una potente dinastia d’imprenditori. Il suo operato è stato incentrato su decisioni forti, quelle che piacciono ai giorni nostri: dichiarazione dell’esistenza di un «conflitto armato non internazionale» (in sigla, «Cani»), lotta senza quartiere alla criminalità (tramite il cosiddetto «Plan Fénix»), utilizzo frequente dello stato d’emergenza («estado de excepción»). Fin dall’inizio, il modello preso a riferimento da Noboa è stato quello securitario di Nayib Bukele, presidente salvadoregno spesso elogiato da Donald Trump.

Pur con risultati contraddittori, la mano dura contro il crimine ha pagato in termini di popolarità, lanciando Noboa verso la sua riconferma a presidente nelle elezioni del 2025.

Luisa Gonzáles, candidata della sinistra, sconfitta da Noboa al ballottaggio del 13 aprile 2025. Foto Christian Medina – Asamblea Nacional.

Il bis di Noboa

Maglietta a maniche corte e fisico palestrato, il 13 aprile, giorno del ballottaggio, Noboa si è presentato al seggio elettorale accompagnato non soltanto dalla moglie Lavinia Valbonesi (di padre italiano), ma anche da Luisa, Alvaro e Furio, i suoi tre bambini.

Probabilmente, una scelta mediatica per mostrare ai cittadini ecuadoriani la propria famiglia, bella, serena, unita (e – se vogliamo dirla tutta – anche ricca e bianca).

Luisa González, candidata di Revolución ciudadana (il partito di sinistra fondato da Rafael Correa, presidente dal 2007 al 2017, da anni in esilio in Belgio), è stata battuta con uno scarto importante (56 per cento contro il 44), ben maggiore di quello delle precedenti elezioni del novembre 2023 (51,8 contro 48,1).

Dopo il pareggio al primo turno, la sconfitta della González è stata inaspettata, in quanto, per il ballottaggio, c’era stato un apparentamento con il movimento Pachakutik (in sigla, Mupp), il braccio politico della Conaie, la confederazione indigena («Confederación de nacionalidades indígenas del Ecuador») guidata da Leonidas Iza, il carismatico leader quichua-panzaleo.

Il risultato delle urne non è stato accettato dalla sfidante, che ha parlato di brogli evidenti. E ha protestato contro lo «stato d’eccezione» in sette province (sulle 24 totali) decretato il giorno prima delle elezioni.

Per parte sua, Donald Trump, sponsor di Noboa, si è congratulato con il vincitore definendolo un «grande leader». Il 20 gennaio il presidente ecuadoriano aveva presenziato all’investitura del tycoon. Mentre, a fine marzo, a pochi giorni dal secondo turno elettorale, aveva incontrato il presidente statunitense a Mar-a-Lago, in Florida, per chiedere aiuto economico, ma soprattutto militare.

Il leader indigeno Leonidas Iza non ha portato fortuna a Luisa Gonzáles. Foto Fernando Lagla – Asamblea Nacional.

I narcos

Un tempo Paese relativamente tranquillo, negli ultimi anni l’Ecuador si è trasformato nell’opposto, a causa dell’esplosione della criminalità organizzata.

Sul suo territorio oggi operano almeno ventidue bande, ma le principali sono due: Los Choneros e Los Lobos.

Il loro campo d’azione va dai sequestri alle estorsioni. Tuttavia, il business predominante è quello legato al traffico di droga, in particolare della cocaina proveniente dalla vicina Colombia.

Secondo l’organizzazione Insight crime, i gruppi ecuadoriani collaborano con narcos messicani, in particolare con il Cartello di Sinaloa e il Cartello Jalisco Nueva Generación. È stata, inoltre, accertata la presenza di trafficanti albanesi facenti capo al gruppo di Dritan Rexhepi (attualmente incarcerato a Tirana). Questa diffusa presenza criminale ha trasformato il piccolo Paese andino in un grande snodo per la cocaina che dal Sud America raggiunge l’Europa. La principale base di partenza è il porto di Guayaquil.

La risposta del governo Noboa è stata ed è muscolare: militari nelle strade, operazioni nelle carceri (veri e propri centri di comando del crimine), ampia libertà d’azione per le forze di polizia in deroga a molti diritti fondamentali. Per questo, da più parti Noboa è stato accusato di autoritarismo.

Il report del 2025 di Human rights watch parla di istituzioni democratiche fragili (in particolare, per il sistema giudiziario), restrizioni della libertà d’espressione e una condizione molto difficile per i minori.

Alzabandiera sul palazzo del governo, a Quito. Foto Paolo Moiola.

Senza luce

Oltre al problema dell’insicurezza, l’Ecuador è afflitto da altre questioni verso le quali il governo Noboa, finora, ha mostrato una totale inadeguatezza.

Tra le tante, una pesante crisi energetica, causata da una siccità che ha privato le centrali idroelettriche dell’acqua. In conseguenza della mancata produzione, da aprile a dicembre 2024, nel Paese ci sono state innumerevoli interruzioni di corrente, anche fino a 14 ore al giorno.

Questa situazione ha aggravato anche i tassi di povertà che, a dicembre 2024, hanno riguardato il 28 per cento della popolazione (Instituto nacional de estadística y censos, Inec). In termini assoluti significa che, in Ecuador, almeno 5,2 milioni di persone (su un totale di 18) vivono in condizioni di povertà.

L’economia del Paese andino si fonda su alcuni prodotti d’esportazione: il cacao, le banane, il pesce e il petrolio. Tuttavia, la maggior parte della produzione di cacao e di banane è in mano a grandi compagnie private. In particolare, la produzione bananiera fa capo ad Álvaro Noboa, padre del presidente (la cui madre, Annabella Azín, è membro dell’Assemblea nazionale).

Quanto al petrolio, il suo sfruttamento sta producendo gravi danni ambientali (soprattutto nella regione amazzonica) e ha generato conflitti con le popolazioni indigene ecuadoriane.

Infine, il settore del turismo, voce economica importante per il Paese, ha pagato la condizione d’insicurezza con una drastica riduzione degli arrivi dall’estero.

Donne indigene sul fiume Napo. Foto Paolo Moiola.

Senza maggioranza

La nuova Assemblea nazionale – la cui prima seduta è stata lo scorso 14 maggio – è dominata da due partiti: il movimento Acción democrática nacional (Adn) del presidente Daniel Noboa e il partito Revolución ciudadana (Rc) di Luisa González (e dell’ex presidente Rafael Correa).

Nessuno dei due soggetti politici ha la maggioranza assoluta dei 151 eletti. L’ago della bilancia potrebbero diventare i nove legislatori del movimento Pachakutik.

Paolo Moiola

Due indigene sedute nella centrale plaza San Francisco a Quito, la capitale ecuadoriana. Foto Paolo Moiola.

Padre Américo Javir «A fianco degli indigeni e dei loro valori»

Américo Joáo Baptista Javir ha 37 anni. Proviene dal Mozambico, provincia di Nampula. È ordinato sacerdote a Cali, in Colombia, il 31 gennaio del 2021. Pochi mesi dopo, gli viene assegnata la sua prima destinazione: l’Ecuador, provincia di Sucumbíos, localizzata nel Nord del Paese.

Il padre Américo Javir, missionario della Consolata a Sucumbíos. Foto archivio padre Américo Javir.

«Sì – ci racconta -, mi trovo qui da quattro anni. Ho subito iniziato a lavorare nella pastorale indigena, un campo d’azione che i missionari della Consolata hanno assunto nel 2008». Padre Américo è membro di un’équipe. «Ne fanno parte quattro comunità religiose. Oltre al mio istituto, c’è un carmelitano, due fratelli maristi e due sorelle laurite».

Secondo i dati del censimento 2022, Sucumbíos ha una popolazione di 200mila persone. Una parte di esse – circa il 16 per cento (a livello nazionale, la percentuale è del 7,7 per cento) – appartiene a popoli indigeni: Kichwa, Cofan, Shuar, Secoya, Siona, Awá sono i gruppi principali.

«La pastorale indigena consiste nel fornire supporto religioso, sociale, comunitario e culturale alle nazioni indigene presenti sul territorio. Consiste in visite costanti alle comunità con la celebrazione dei sacramenti e laboratori di formazione a tutti i livelli. Formiamo i catechisti per servire al meglio le loro comunità, ma promuoviamo anche l’importanza di salvaguardare i valori culturali delle diverse comunità».

La provincia di Sucumbíos è ricca di petrolio, soprattutto attorno al Lago Agrio. Una ricchezza pagata a caro prezzo a livello ambientale e sociale, e non distribuita a chi ne avrebbe più diritto, come conferma padre Américo.

«Sebbene gran parte della produzione petrolifera nazionale sia concentrata qui, nell’Amazzonia ecuadoriana, la popolazione locale – spiega il missionario – non riceve dalle compagnie coinvolte i benefici che dovrebbe. Si dice che le imprese ingannino le comunità con promesse di sviluppo, una vita dignitosa e piani sanitari, e firmino contratti a lungo termine, ma che tutte queste promesse non si concretizzino».

Le elezioni presidenziali si sono chiuse con la riconferma di Noboa. Chiediamo a padre Américo cosa si aspetti per il futuro. «Cosa spero io? Che l’Ecuador sia un Paese sicuro, che i politici e le autorità lavorino per il bene comune».

Pa.Mo.




Kosovo. Lo specchio appannato


Serbi e albanesi si fronteggiano nel Nord del Kosovo. Un conflitto complicato e di difficile soluzione. Nel monastero ortodosso di Dečani, l’abate padre Sava Janjić predica la riconciliazione.

È il 6 gennaio, vigilia del Natale ortodosso. Mi sono appena lasciata alle spalle Mitrovica, una città che incarna le frustrazioni delle comunità serba e albanese nel Kosovo contemporaneo. Spesso teatro di fiammate di violenza, espressione del conflitto latente, la città è divisa in due comuni: Mitrovica Nord, a maggioranza serba, e Mitrovica Sud, a maggioranza albanese. Questa divisione, simbolica e reale, rappresenta le tensioni che affliggono l’intera regione. Per la comunità albanese, Mitrovica è il segno visibile della mancata attuazione delle sue aspirazioni di indipendenza, mentre per i serbi costituisce un bastione di resistenza. Ancora oggi, il ponte tra Mitrovica Nord e Mitrovica Sud è presidiato dalla Kosovo force (Kfor), forza militare internazionale a guida Nato con la partecipazione dei carabinieri italiani.

La mia destinazione è il monastero Visoki Dečani, dodici chilometri a Sud della città di Peja (in albanese, Pèc). Il distretto di Peja, istituito dall’Onu nel 1999, si è dichiarato unilateralmente Repubblica indipendente, secessionista della Serbia, per la quale è una provincia autonoma. Lungo la strada, sventolano bandiere rosse dell’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), e ci si imbatte spesso in blindati della Kfor. Per raggiungere il monastero, la più grande chiesa medievale del Kosovo, nonché simbolo della Chiesa ortodossa serba, è necessario addentrarsi fra le montagne.

Da qualche giorno nevica fitto e i boschi sono ricoperti da una soffice coltre bianca. Tutto intorno è silenzio e pace. Eppure, proprio questo luogo è stato uno dei simboli del conflitto: tra il febbraio 1998 e il giugno del 1999, il paese è stato attraversato da un’ondata di odio e violenza di cui ancora oggi sono visibili gli strascichi.

Attorno alla tavola, i monaci si apprestano a consumare il pranzo natalizio. Foto Valentina Tamborra.

L’arrivo al monastero

Dopo una curva, ecco apparire i primi cartelli militari: divieto di accesso, vietato fotografare, vietato riprendere, vietato varcare alcune sbarre che sembrano bloccare l’ingresso non a luoghi abitati, ma al bosco.

Filo spinato circonda questo monastero fondato nel 1327 da Stefano Dečanski, re serbo dal quale prende il nome. È qui che vive padre Sava Janjić, archimandrita, abate del monastero. Il mio obiettivo è incontrarlo per un’intervista, cosa non semplice, a maggior ragione alla vigilia di Natale. Varcato il cancello di accesso, Visoki Dečani si staglia meraviglioso e imponente contro le montagne.

Alla sua destra, dodici abeti piantati in cerchio rappresentano i dodici apostoli. Anche qui regna il silenzio. Di tanto in tanto si vede un militare o un monaco attraversare il grande piazzale antistante la chiesa e scomparire dietro una delle porte in legno che conducono alle celle. All’interno della chiesa sono conservati grandi e importanti affreschi ortodossi che, nonostante i ripetuti attacchi, non sono andati distrutti.

È un novizio a fornirmi l’occasione per poter chiedere udienza a padre Sava. Uscita dalla chiesa, infatti, vengo invitata a bere un caffè nell’area ristoro. Qui incontro due militari italiani che, per ragioni di sicurezza, desiderano rimanere anonimi. Sono loro a fare da portavoce, dopo aver dato loro i miei documenti e le mie generalità. Ottengo così un appuntamento per l’indomani, dopo la messa di Natale.

Il giorno seguente torno a ripercorrere la strada fra le montagne. Mi accorgo che non sono moltissimi i fedeli che hanno sfidato la neve. La cerimonia natalizia dura due ore e più ed è intensa e commovente: partecipano, oltre ai militari e ai pochi fedeli serbi, due suore dell’ordine di Madre Teresa di Calcutta che deve al Kosovo i suoi natali.

Padre Sava è alto, imponente: la lunga barba gli incornicia il volto severo. Non comprendo le parole, ma vengo invitata a avvicinarmi, a partecipare da vicino a questa funzione che riunisce persone così distanti fra loro. Alla fine della celebrazione, anch’io ricevo la benedizione.

La strada che conduce al monastero: la zona è sotto protezione della Kfor. Foto Valentina Tamborra.

Con la mente e il cuore

La conversazione con padre Sava non inizia dal conflitto dei Balcani, bensì da un pensiero che appartiene alla cultura greca, quello della «metanoia».

Il termine significa «cambiamento di mente» e rappresenta un invito a una trasformazione interiore profonda. Per padre Sava, questo concetto va oltre il semplice pentimento. Implica un vero e proprio rinnovamento del cuore e della mente: «Metanoia è un processo attivo di purificazione del cuore, un modo di vedere il mondo e le persone in una luce nuova», afferma.

Nelle sue riflessioni, padre Sava sottolinea che la metanoia è essenziale per superare l’odio e la divisione. In un contesto come quello del Kosovo, dove le tensioni etniche sono palpabili, egli crede che la vera trasformazione possa avvenire solo attraverso un cambiamento della propria prospettiva e un impegno a vivere secondo valori di amore e comprensione. Padre Sava utilizza la metanoia come strumento di riconciliazione. L’abate invita le persone a guardare oltre le loro differenze e a riconoscere l’umanità comune.

«L’odio è un sintomo di disordine interiore», afferma, e il suo superamento richiede un profondo lavoro spirituale. La speranza di padre Sava è che le nuove generazioni possano abbracciare questo messaggio, superando le divisioni etniche e costruendo ponti di dialogo.

In un mondo dove il nazionalismo e le tensioni identitarie sono in aumento, la visione di padre Sava è un richiamo alla pace. Propone modelli di convivenza pacifica, come quello dell’Alto Adige, dove diverse comunità coesistono rispettando le proprie identità. «La metanoia può guidarci verso una società inclusiva, dove ogni voce è ascoltata», sostiene.

L’abate del monastero di Visoki Dečani, padre Sava Janjić. Foto Valentina Tamborra.

La deriva dell’odio

Quest’uomo, nato a Dubrovnik, è stato segretario del vescovo della diocesi dal 1997 al 2002, con speciali responsabilità per le relazioni pubbliche e con i media. Dal giugno 1999 al 2001 ha vissuto presso il monastero di Gračanica per obbedienza al vescovo della diocesi. In seguito, è tornato al monastero di Dečani e ha assunto regolari incarichi monastici.

Durante la guerra ha dato asilo ad albanesi e serbi, occupandosi dei feriti e dei morti con la medesima cura e umanità: «Non c’è distinzione agli occhi di Dio». Eppure, nonostante la fede profonda, anche padre Sava ha avuto e ha paura. Ci tiene a raccontarlo mentre intorno a noi i monaci e i pochi ospiti ascoltano rapiti le sue parole.

Ascoltare padre Sava è d’ispirazione per chiunque, credente o meno che sia. Quando parliamo della paura, egli ci tiene a specificare che il suo timore non è legato alla sofferenza fisica o alla morte. Non ripercorre con la memoria i rischi corsi in passato e neppure si proietta su ciò che potrebbe accadere a lui e agli altri monaci, bensì il suo pensiero è rivolto alla possibile deriva spirituale derivante dall’odio. Padre Sava, infatti, ha assistito all’orrore, alla violenza cieca, ad atti tanto efferati da poter corrompere il cuore di chiunque. Ed è questo che teme: la perdita di lucidità. «Immagina il cuore come uno specchio lucente: riflette l’immagine di Dio. Questo specchio può essere appannato dall’odio e dalla paura, ma non distrutto. Dobbiamo applicare la metanoia, il cambiamento di prospettiva, per far sì che questo specchio torni lucido e pulito e capace di ricordarci che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Dobbiamo aprirci alla sua presenza anche quando ci appare lontana, è questa la vera fede».

Un momento della celebrazione del Natale ortodosso nella chiesa del monastero. Foto Valentina Tamborra.

La cecità dei governi

Quando parliamo dell’attuale situazione politica, padre Sava ha una visione molto chiara: è infatti convinto che difficilmente il governo serbo possa riconoscere l’indipendenza del Paese e che continuerà a considerarla illegale. In ogni caso, prima di parlare di qualsiasi forma di riconoscimento, il governo serbo vuole che venga stabilita un’associazione dei comuni a maggioranza serba, come concordato fra Belgrado e Pristina nel 2013 e successivamente confermato nel 2015. L’accordo, però, non è mai stato rispettato.

Ad oggi, la Serbia considera inaccettabile la condizione posta dalle autorità kosovare di riconoscere prima il Kosovo e poi discutere di una qualche forma di protezione per i serbi. Questa condi-

zione è percepita da Belgrado come una sorta di ricatto.

Secondo padre Sava, in Serbia il livello di sostegno per l’indipendenza del Kosovo è pari a zero, e persino il sostegno all’Unione europea è diminuito, e questo è diretta conseguenza del comportamento delle autorità kosovare e della mancanza di un approccio bilanciato da parte di alcuni rappresentanti europei.

Foto Valentina Tamborra.

La Chiesa serba in Kosovo

Padre Sava Janjić descrive la Chiesa ortodossa serba in Kosovo come una parte fondamentale del tessuto della società locale: le chiese, infatti, costituiscono un elemento importante dove si intrecciano le tradizioni del popolo serbo, ma anche quelle di altre comunità che, infatti, hanno sempre rispettato questi luoghi, come dimostra la sopravvivenza del monastero di Dečani per 700 anni.

L’ortodossia, del resto, ha radici profonde in Kosovo: i serbi qui hanno vissuto per secoli, lasciando numerose tracce come chiese, monasteri e cimiteri.

Nonostante periodi difficili, la Chiesa ha beneficiato della protezione di diverse forze nel corso della storia, come l’esercito turco all’inizio del XX secolo, l’esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale e, successivamente, la Kfor.

Il diritto delle altre comunità non serbo ortodosse di vivere in Kosovo non è messo in discussione per padre Sava e, men che meno, quello di mantenere le proprie tradizioni, ma è necessario insistere sul rispetto reciproco. Il Kosovo, dunque, non dovrebbe essere inteso come uno stato etnico albanese, ma come un luogo dove tutti si sentano sicuri. Tuttavia, la tendenza attuale pare opposta, costituendo una fonte pericolosa di instabilità per la regione e per l’Europa.

Padre Sava sottolinea le sfide attuali per la comunità serba, aggravate dal ritiro dei rappresentanti serbi dalle istituzioni kosovare. Questo ha portato a una situazione di instabilità e all’ascesa di figure albanesi che non rappresentano la maggioranza della popolazione e il cui comportamento è percepito dai serbi locali come repressivo e provocatorio. Mantenere il sistema educativo e sanitario serbo è cruciale per preservare l’identità e lo stile di vita della comunità serba (lo scorso 15 gennaio in varie località del Paese il governo kosovaro ha chiuso decine di istituzioni serbe, tra cui alcune «amministrazioni parallele», ndr).

Il mancato riconoscimento dell’accordo del 2013/2015 sull’istituzione dell’associazione dei comuni a maggioranza serba è un serio problema che ha portato a un’empasse con le autorità kosovare che ora richiedono il riconoscimento del Kosovo da parte della Serbia come precondizione per ulteriori discussioni.

Infatti, nonostante i serbi in Kosovo abbiano la cittadinanza e rispettino le leggi, non si sentono trattati in modo paritario dalle attuali autorità kosovare, caratterizzate da un forte nazionalismo etnico.

Il dialogo con padre Sava è chiaramente improntato a una ferma condanna per ogni forma di violenza. Sottolinea come la Chiesa sia impegnata nella ricerca di soluzioni pacifiche e nel dialogo. Ricorda che, durante il periodo di Slobodan Milošević, lui stesso e il vescovo precedente si erano schierati contro le violazioni dei diritti umani degli albanesi, pur mettendo in guardia anche contro il loro nazionalismo.

Viene impartita la benedizione a una giovane fedele. Foto Valentina Tamborra.

I pericoli dei nazionalismi

Prima di recarci a pranzo, padre Sava ci tiene a lasciarmi con una riflessione sulle nuove generazioni.

La sua speranza è che superino le mentalità tribali e settarie, vivendo in armonia al di là delle differenze etniche e religiose. Oggi come oggi però, dice, il nazionalismo balcanico è in crescita e non solo in Kosovo ma anche in Serbia, Croazia e in generale ovunque nei Balcani.

Anche sul primo ministro del Kosovo (Albin Kurti, il cui partito nazionalista – «Vetevendosje» – ha vinto le elezioni del 9 febbraio 2025, ndr), padre Sava ha opinioni chiare: a suo dire, rappresenta il nazionalismo etnico albanese e il suo comportamento è autocratico. Il timore è che si voglia creare una «Grande Albania» andando così di fatto a peggiorare la condizione della minoranza serba in Kosovo e a inasprire i rapporti con la Serbia.

L’intervista viene conclusa dall’arrivo di un novizio: è pronto il pranzo.

Ci spostiamo in un’ala del monastero normalmente chiusa al pubblico. Sotto volte affrescate, sono apparecchiati tre lunghi tavoli in legno. I monaci, guidati da padre Sava, iniziano a cantare. È una preghiera dalla quale, pur non comprendendo le parole, arrivano forti suggestioni. Qui, fra le montagne, è possibile sentirsi accolti, essere «in pace», uniti oltre le provenienze, la lingua, la religione.

Un carico di doni

Quando lascio il monastero, il silenzio del paesaggio circostante è interrotto solo dal suono delle campane. Ripenso al messaggio di padre Sava che trascende le sue parole. È un richiamo a tutti noi, un invito a intraprendere un cammino di metanoia, a trasformare il nostro cuore e la nostra mente. Le sue parole ci portano a immaginare un futuro dove le generazioni di oggi e domani possano vivere senza il peso delle divisioni etniche, dove l’amore e la comprensione possano sostituire l’odio e la paura. Tentare di guardare ogni persona non attraverso il filtro delle differenze, ma attraverso la lente della dignità e dell’umanità condivisa. La sfida che padre Sava ci pone è semplice: possiamo scegliere di essere portatori di pace, di diventare architetti di un dialogo autentico e costruttivo. Con il cuore aperto e la mente pronta a cambiare, possiamo costruire insieme un futuro migliore, un Kosovo e un mondo in cui la speranza trionfi sull’odio. E così, come il monastero che resiste nel tempo, anche noi possiamo diventare simboli di resilienza e amore, pronti a scrivere una nuova storia di unità e riconciliazione.

Valentina Tamborra

Il monastero ortodosso di Visoki Dečani con in primo piano la chiesa. Foto. Valentina Tamborra

 




Il diplomatico dei Papi


La vita di un nunzio può essere avventurosa. L’ambasciatore del Papa si può trovare a vivere in passaggi fondamentali della storia. È successo al monsignore originario di Cuneo, uomo di rara intelligenza e sensibilità. Come ci racconta il suo biografo.

Monsignor Antonio Riberi è stato un diplomatico che ha svolto un ruolo importante sia nella Chiesa che nel mondo. È stato al servizio di quattro papi (Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI), e si è confrontato con il colonialismo inglese in Africa, con il comunismo in Cina e con la dittatura franchista in Spagna. Rimane però pressoché sconosciuto, non solo al grande pubblico, ma anche agli specialisti. Di lui si sa a malapena che è stato espulso da Mao Zedong.

Origini

I genitori, da Limone Piemonte in provincia di Cuneo, si sono trasferiti nel Principato di Monaco dove Antonio nasce il 15 giugno 1897. L’essere figlio di migranti lo aiuterà molto nella sua attività. Il migrante ha due patrie: quella che gli ha dato i natali che quella che gli dà il pane, quindi è portato ad apprezzare, ringraziare e valorizzare la seconda patria.

Inoltre, il Principato di Monaco è uno stato troppo piccolo per avere mire colonialiste, e abbastanza ricco, grazie al casinò e alle transazioni finanziarie, da non aver bisogno di adottare una politica colonialista. Monsignor Riberi è stato quindi meno condizionato dall’ideologia colonialista e, molto naturalmente, quando si troverà in Africa apprezzerà le religioni africane, così come in Cina valorizzerà la cultura locale.

Primi anni

I genitori sono molto impegnati nel lavoro e perciò lasciano il piccolo Antonio presso i nonni paterni a Limone.

Egli frequenta il seminario vescovile di Cuneo e il 29 giugno 1922 viene ordinato sacerdote. L’essersi formato a Cuneo, allora provincia giolittiana per definizione, dove sta nascendo la prima industrializzazione, gli permette di venire a contatto con le problematiche del mondo del lavoro e di coltivare una profonda sensibilità sociale che evidenzierà in seguito occupandosi delle missioni presso le miniere della regione del Copperbelt in Africa, della riforma agraria in Cina e del nuovo sindacalismo in Spagna. È inviato a Roma presso la Pontificia accademia ecclesiastica dove incontra Giovanni Battista Montini che diventerà suo amico e consigliere per tutta la vita.

Nel 1925 si laurea in Diritto canonico e, contemporaneamente, in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. Dal 1925 al 1930 è segretario della Nunziatura in Bolivia. Si trasferisce poi a Dublino dove, fino al 1934, è segretario della Nunziatura di Dublino con il nunzio Paschal Robinson.

Al fianco di quest’ultimo il giovane diplomatico impara il mestiere: intrattenere buoni rapporti con il governo, non intervenire troppo nelle faccende interne della gerarchia ecclesiastica locale, aprire le porte a chiunque voglia portare il suo contributo, curare una rete di amici per poter sentire il polso della situazione, ascoltare, suggerire più che controllare i fratelli nell’episcopato.

In Irlanda monsignor Riberi conosce il vescovo Joseph Shanahan, religioso spiritano, missionario in Nigeria, e ne adotta il metodo: collaborazione con il governo coloniale, massima importanza alle scuole, formazione del clero locale, rispetto per le religioni indigene e per l’islam, liberazione delle donne.

Sull’isola Riberi conosce pure Frank Duff, fondatore della Legio Mariae che, secondo lui, coglie l’intima essenza dell’Azione cattolica e rinnova il fervore dei primi secoli del cristianesimo. Riberi la promuoverà come alternativa all’Azione cattolica tradizionale, anche perché quest’ultima è appena ai suoi inizi in Africa, mentre in Cina, dopo la guerra contro il Giappone e la guerra civile, non è più un movimento nazionale.

Missionari della Consolata con il vescovo Carlo Re e Monsignor Antonio Riberi, Delegato apostolico in Kenya.

Gli anni del Kenya

Nel 1935 monsignor Riberi è nominato Delegato apostolico per l’Africa inglese (Kenya, Uganda e Tanzania, ndr) con sede a Mombasa (Kenya). Il primo problema che il missionario incontra quando arriva in terra di missione è la necessità di comperare terreni per costruire la chiesa, la casa per i missionari, una falegnameria, un dispensario, una scuola, un lebbrosario. La missione deve essere tendenzialmente autosufficiente e, quindi, deve provvedere a tutte le spese. Deve quindi comperare altri terreni per piantagioni di caffè, cotone, tabacco da vendere sui mercati internazionali e ricavarne così un reddito adeguato. La terra appartiene al governo coloniale e monsignore Riberi consiglia ai missionari il modo migliore per impostare le pratiche burocratiche.

Un altro tema chiave sono le scuole, forse lo strumento migliore per l’evangelizzazione. Il governo inglese non istituisce un sistema scolastico proprio, ma contribuisce con sussidi alle scuole delle missioni. Però vuole scuole per pochi futuri funzionari del livello più basso dell’amministrazione, perché teme il formarsi di un’élite culturale. Le missioni invece cercano di fornire istruzione possibilmente a tutti.

Il governo coloniale, inoltre, non desidera che il diploma di scuola secondaria dia accesso alle università inglesi, perché questo favorirebbe un cambio di mentalità negli africani e li renderebbe potenziali oppositori politici. Riberi si batte per fare sì che questo avvenga, anzi, propone a tutti gli istituti missionari di comperare una casa a Londra per inviarvi i migliori studenti.  Un altro punto di divergenza sono i programmi scolastici che dovrebbero essere solo di tipo tecnico amministrativo escludendo la dimensione catechetico-religiosa.

Nonostante questi problemi, il Delegato apostolico riesce a garantire i finanziamenti senza grosse difficoltà.

Il clero locale

Il problema cruciale per la giovane chiesa keniana è la formazione del clero locale. Il capolavoro di monsignor Riberi è la consacrazione del primo vescovo africano dei tempi moderni, il 29 ottobre 1939: l’ugandese Joseph Kiwanuka. La decisione di consacrare vescovo un sacerdote africano non è facile. I missionari stranieri, e gli stessi confratelli africani, seppure in teoria d’accordo nell’inculturare la Chiesa, pensano che non sia ancora giunto il momento di affidare al clero locale una diocesi. Pensano ancora a una chiesa africana con leadership europea strutturata secondo il modello occidentale. I preti africani sono considerati di seconda classe, nonostante le pressanti sollecitazioni da Roma per un trattamento paritario tra clero missionario e clero locale.

Dal 1938, i venti di guerra costringono Antonio Riberi a riorganizzare le missioni. Elabora un piano per assicurare che esse possano continuare il lavoro, ma il 6 agosto 1940, il ministro degli Esteri inglese chiede al Papa di richiamarlo, in quanto italiano e quindi di nazionalità nemica.

Dal 12 novembre 1941 all’8 giugno 1946 monsignor Riberi lavora presso la Pontificia commissione soccorsi.

Mons Riberi Delegato Apostolico in visita al Vicariato di Nyeri, Kenya

Nella Cina nazionalista

Quando Riberi è nominato internunzio in Cina presso il governo del presidente Chiang Kai-sek, al suo arrivo il giornalista che lo intervista si meraviglia della sua conoscenza della lingua cinese.

I rapporti con il presidente della Repubblica di Cina non sono facili. Per il monsignore sono fondamentali alcune riforme, in particolare quella agraria. Poi sottolinea anche l’importanza di applicare la Costituzione appena approvata, ma Chiang è di tutt’altro parere.

Il Papa ha appena istituito la gerarchia ecclesiastica cinese. Il primo compito dell’internunzio è, quindi, di intronizzare i vescovi nelle loro diocesi. È un’impresa complicata data la guerra civile in corso che costringe a continui cambiamenti di programmi per l’impraticabilità delle comunicazioni.

Monsignor Riberi vuole dotare la gerarchia di uno strumento che permetta di dare unità d’azione alle diocesi cinesi poiché vi operano molteplici istituti missionari di nazionalità diverse, con teologie, pratiche di apostolato e sensibilità diverse, e istituisce il Catholic central
bureau. In esso un ruolo fondamentale è svolto dal dipartimento legale. Parte delle proprietà delle missioni cattoliche cinesi non è legalmente riconosciuta, motivo per cui l’internunzio deve regolarizzare i contratti per evitare che i terreni vengano messi all’asta e quindi manchino alle missioni le risorse necessarie.

La Cina comunista

Il 21 aprile 1949 le truppe comuniste entrano nella capitale Nanchino. Da quel momento gli ambasciatori non sono più riconosciuti. Di conseguenza non godono più dei privilegi diplomatici. Ogni ambasciatore cerca di lasciare la Cina e rientrare in patria. Monsignor Riberi invece rimane, e tenta di incontrare i dirigenti comunisti per garantire alla Chiesa la possibilità di continuare la sua attività. Chiede alla Santa Sede di riconoscere il governo comunista, ma essa non ritiene opportuno compiere tale passo.

Nel novembre 1950 viene pubblicato il manifesto di Guangyang e qualche mese dopo quello di Chongqing. In essi si afferma che la Chiesa deve rompere ogni relazione con i paesi imperialisti e praticare le tre autonomie: deve essere autonoma dal punto di vista finanziario, amministrativo e apostolico. Ciò implica tagliare i ponti con la Santa Sede. Ma una Chiesa nazionale cinese indipendente non sarebbe più in unione con il Papa e tutta la Chiesa.

Il 17 gennaio del 1951, un gruppo di cattolici, tra cui il segretario di Riberi, incontra Zhou Enlai (numero due della rivoluzione) per discutere la questione delle tre autonomie. Si cerca un accordo, vengono redatte tre bozze, ma nessuna è considerata soddisfacente.

Nell’aprile 1951 inizia una violenta campagna stampa contro lo stesso Riberi. Il 26 giugno viene messo agli arresti domiciliari e sottoposto a interrogatori di 10-12 ore consecutive.
Il 4 settembre è espulso dalla Cina, accusato di essere un alleato di Chiang Kai-sek, di aver organizzato la lotta contro i comunisti, di aver promosso l’organizzazione reazionaria della Legio Mariae. L’8 settembre arriva a Hong Kong. Vi rimane fino al 24 ottobre 1952, quando si trasferisce a Taiwan dove resta fino al 1959.

il cardinale Antonio Riberi a Roma nel 1967.

Ritorno in Europa

Il 31 agosto 1959 Riberi torna a Dublino in qualità di nunzio e vi rimane fino al maggio 1962. È un periodo breve. Non ha la possibilità di incidere molto su quella Chiesa, ma la prepara per il Concilio Vaticano II.

Il 9 giugno 1962 è nunzio a Madrid. Il problema principale da risolvere in Spagna è l’adeguamento del Concordato del 1953 alle direttive del Concilio Vaticano II, per superare il nazionalcattolicesimo. Con molta gradualità monsignor Riberi favorisce il rinnovamento dell’episcopato, sia dal punto di vista anagrafico che teologico. Alla Chiesa interessa soprattutto garantire la libertà religiosa che viene assicurata con la legge approvata il 24 febbraio 1967, e abolire il «privilegio di presentazione». Dopo la scoperta delle Americhe il Papa aveva concesso la facoltà di scegliere i vescovi all’imperatore portoghese e a quello spagnolo. Francisco Franco lo aveva ereditato e poteva presentare alla Santa Sede una terna di nomi tra cui scegliere un nuovo vescovo. Tale privilegio sarà abolito il 19 agosto 1976.

Il 4 luglio 1967 Riberi riceve la berretta cardinalizia da Francisco Franco, secondo il privilegio che spettava al capo di Stato spagnolo. Quando ritorna a Roma, si diffondono voci sulla sua candidatura alla Segreteria di Stato, ma improvvisamente muore il 16 dicembre.

I funerali solenni sono celebrati nella cattedrale di Cuneo dall’arcivescovo di Torino, monsignor Michele Pellegrino, assistito dai vescovi di Cuneo, Fossano, Mondovì e Saluzzo. Sono presenti le massime autorità e una folla immensa.

Giovanni Giorgio Demaria




Myanmar. Il Paese dimezzato


La giunta militare, al potere dal 2021, ha chiuso la breve parentesi democratica del Paese. Intanto le milizie etniche si sono alleate sottraendo all’esercito metà territorio. Quasi 8 milioni di persone hanno lasciato le loro case. L’economia è in crisi. Le scuole sono chiuse. E la Chiesa porta aiuti.

A Banmaw, città (si stima) di 65mila persone, nello stato Kachin, nel Nord del Myanmar, non ci sono elettricità né acqua, né linea telefonica.

Il centro abitato si è svuotato, come i villaggi delle aree circostanti. La popolazione è dispersa nelle foreste dove ha improvvisato insediamenti di tende e capanne e si sostenta con difficoltà, tra frutti spontanei e piccole risaie.

Anche le comunicazioni sono difficili, o del tutto tagliate dalla giunta militare al potere.

Per contattare il mondo esterno, padre Wilbert Mireh, gesuita birmano che aiuta il parroco nella chiesa cattolica di san Michele, nella zona rurale intorno a Banmaw, ha dovuto spingersi in una località al confine con la Cina per trovare corrente elettrica e internet.

Da quella postazione precaria ha raccontato che il centro pastorale della parrocchia in cui lavora è stato colpito dall’esercito birmano. «Cinque proiettili e due bombe aeree sparate contro il complesso della nostra chiesa hanno colpito la struttura ma non hanno ferito nessuno», ha riferito.

Mosaico etnico e militare

Banmaw – a 200 km a sud di Myitkyina, capoluogo dello stato Kachin -, ha una popolazione in prevalenza di etnia kachin, ma anche bamar, shan e han.

Il Myanmar è un Paese nel quale si registrano 135 gruppi etnici diversi, e Banmaw è un crogiolo di lingue ed etnie nel quale a un gruppo maggioritario si affiancano diverse minoranze.

In modo simile, si configurano anche gli altri sei stati (Chin, Shan, Kayah, Kayin, Mon e Rakhine) che compongono il Paese asiatico assieme alle sette regioni e al territorio amministrativo della capitale Naypyidaw.

Gli stati – macro regioni che insieme non costituiscono un vero e proprio stato federale – ospitano i popoli delle minoranze etniche: i diversi gruppi, con i relativi eserciti locali, da 60 anni rivendicano l’autonomia e combattono per l’autodeterminazione in un Paese che è stato governato costantemente da un regime militare, e che, solo nell’ultimo tratto della sua storia, a partire dal 2015 e fino al 2021, ha faticosamente provato la strada della democrazia.

La svolta democratica è stata bruscamente interrotta nel febbraio 2021 dal colpo di stato della giunta militare guidata da Min Aung Hlaing, il generale che controlla l’esercito nazionale detto «Tatmadaw»: «Le forze armate», ma anche «La potenza».

Da allora, dopo un’iniziale protesta pacifica e un movimento di disobbedienza civile, ben presto soffocato con la forza, nel Paese si è sviluppata una lotta armata che ha visto nascere milizie spontanee, le Forze di difesa popolare (Pdf, nella sigla inglese), composte soprattutto da giovani di etnia bamar, quella dominante nel Paese (il 65% della popolazione complessiva), cui appartengono anche il gruppo dirigente della giunta e le fila del Tatmadaw.

Le Pdf fanno riferimento al Governo di unità nazionale (Nug), il governo in esilio, formato soprattutto da ex parlamentari della Lega nazionale per la democrazia, il partito al potere prima del golpe, fondato e guidato dalla premio Nobel per la pace Aung San Suu Kiy, tuttora agli arresti domiciliari.

Il conflitto, che si è sviluppato e diffuso nel Paese negli ultimi quattro anni, ha registrato una svolta quando le forze popolari si sono saldate con gli storici eserciti delle minoranze etniche.

L’alleanza è riuscita a infliggere pesanti sconfitte sul campo all’esercito birmano, soprattutto nelle aree periferiche del Paese e negli Stati di frontiera, utilizzando tattiche di guerriglia che hanno portato al graduale ritiro dei militari di Tatmadaw dai territori più remoti.

Cattedrale Loikaw (foto arcidiocesi di Loikaw)

Una nazione divisa

Al quinto anno di guerra, la giunta al potere controlla, secondo gli osservatori, il 50% del territorio nazionale, arroccata con il grosso delle forze militari nella parte centrale del Paese e nelle città principali come Mandalay, Naypyidaw, Yangon.

Il resto del Paese è ormai costituito da territori che vengono definiti dalla resistenza «zone liberate», sottratte al controllo della giunta.

In questa situazione di violenza generalizzata che ha fatto oltre 50mila morti in un Paese che oggi conta 51,3 milioni di abitanti, gli espatriati toccano oramai quota 3,7 milioni e gli sfollati interni 3,8 milioni, secondo dati dell’Armed conflict location and event data project (Acled), organizzazione che monitora i conflitti nel mondo.

Nelle zone liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono.

In tali azioni indiscriminate, spesso sono state colpite strutture civili o religiose che accolgono profughi e non hanno nulla a che fare con il conflitto.

«Ringraziamo Dio di essere salvi – rimarca padre Wilbert Mireh, il primo gesuita birmano -. Qui la gente stenta a sopravvivere: non ci sono scuole, cliniche, né commercio. Dopo l’ennesimo attacco, i fedeli pregano perché l’arcangelo Michele ci protegga», racconta. «La messa, solitamente, la celebriamo sotto gli alberi perché stare in chiesa è troppo pericoloso, e l’edificio è già stato colpito e danneggiato.

Ma, nonostante la sofferenza e le condizioni precarie, lo spirito è forte e ogni giorno affidiamo la nostra vita a Dio».

Il religioso, accanto alla cura spirituale dei battezzati, ha sempre lavorato nell’apostolato sociale e nell’istruzione.

Aggiunge: «Ora i bambini non hanno scuola, una grave conseguenza del conflitto».

In questa situazione di precarietà, «continueremo a vivere per il bene, la verità e la giustizia», conclude.

monsignor Celso Ba Shwe, vescovo di Loikaw, diocesi nello stato Kayah, nell’Est del Paese, in visita a famiglie di fedeli. (foto arcidiocesi di Loikaw)

Il vescovo profugo

Nel suo territorio si consuma lo scontro tra l’esercito regolare e l’Esercito per l’indipendenza Kachin (Kia), una delle milizie etniche meglio organizzate, attiva da decenni.

Il gesuita in passato ha svolto servizio pastorale anche più a Sud, a Loikaw, diocesi nello stato Kayah, nell’Est del Paese, un altro territorio martoriato dalla guerra, dove la comunità cattolica conta 90mila battezzati dispersi in un territorio in cui si registrano, da tempo, duri scontri tra l’esercito e le forze di opposizione.

Tutta la popolazione condivide qui una sorte fatta di sfollamento, fame, freddo, con la fatica di una vita quotidiana trascorsa nei campi profughi o improvvisata all’addiaccio nelle aree boschive.

A Loikaw, in particolare, la Chiesa locale è segnata da una ferita profonda: la cattedrale diocesana di Cristo Re, e l’annesso complesso pastorale, sono stati sequestrati e occupati a novembre del 2023 dai militari che ne hanno fatto un campo base dell’esercito. Il vescovo Celso Ba Shwe ha dovuto abbandonare il centro pastorale e si è trasferito nella parrocchia della Madre di Dio a Sondu, vivendo da «profugo tra i profughi».

«Questa Chiesa è divenuta uno dei nostri centri di pellegrinaggio giubilare», racconta padre Paul Pa, delegato della diocesi per l’Anno santo del 2025.

Le parrocchie della diocesi si sono del tutto svuotate di fedeli e allora i sacerdoti sono divenuti «preti itineranti»: si muovono di continuo nel territorio per confortare i fedeli, celebrare i sacramenti, portare aiuto.

Nel celebrare il tempo del Giubileo, ha detto il vescovo Ba Shwe, «la speranza viene dalla solidarietà e dalla carità reciproca in questo tempo di deserto, di sofferenza e di sfollamento».

Padre Paul Pa racconta che a Loikaw oggi il ministero dei sacerdoti «è soprattutto un ministero di consolazione, è consolare gli afflitti».

Accanto al conforto umano e spirituale, vi è l’impegno a fornire aiuti umanitari ai più bisognosi, oggi soprattutto i bambini senza istruzione, gli anziani e i malati, in una situazione in cui anche i centri sanitari e le cliniche gestite dalla comunità cattolica sono chiusi o registrano gravi difficoltà e carenze.

Profughu Rohingya Chakmarkul in Cox’s Bazar Bangladesh, april 4, 2018. – 2018/European Commission/ECHO/K M Asad

A Occidente, i Rohingya

Nella parte occidentale della nazione, verso il confine con l’India, lo stato Chin (altra minoranza etnica) è saldamente sotto il controllo delle milizie locali Chinland defence force (Cdf), mentre all’esercito non resta che bombardare da lontano: così nei mesi scorsi è stata colpita la chiesa cattolica del Sacro Cuore di Gesù a Mindat, chiesa prescelta come cattedrale della neonata diocesi di Mindat, eretta il 25 gennaio scorso dalla Santa Sede.

Più a Sud, in un altro scenario di crisi, si registrano violenti combattimenti nello stato Rakhine (o Arakan), nella parte centro occidentale del Myanmar: qui si scontrano l’esercito Arakan, la milizia locale, e i militari di Tatmadaw. Il conflitto civile che si è intensificato nello stato Rakhine ha generato un’impennata di vittime e sfollamenti per il popolo dei Rohingya, gruppo etnico di fede musulmana che convive con la maggioranza della popolazione di etnia rakhine, buddhista.

Data la situazione sul terreno, continua il flusso di rifugiati rohingya che cercano rifugio e protezione in Bangladesh: è quanto avviene a sette anni dal primo esodo di 750mila Rohingya che fuggirono dalle violenze e dalle persecuzioni in Myanmar, varcando il confine e stanziandosi nella località bangladese di Cox’s Bazar, dove il governo di Dacca, con il sostegno di organismi Onu e della comunità internazionale, li ha organizzati in campi profughi di vaste dimensioni.

La situazione dei Rohingya è critica su entrambi i versanti della frontiera. In Myanmar, oltre 130mila civili, in particolare i bambini e le famiglie, sono coinvolti nel fuoco incrociato dello scontro tra esercito regolare birmano e miliziani.

L’accesso di organizzazioni umanitarie in Rakhine, come in altre regioni, è diventato estremamente difficile. I servizi essenziali, come l’accesso all’acqua potabile e all’assistenza sanitaria, scarseggiano, aggravati dai blackout di elettricità e telecomunicazioni.

Anche oltre frontiera, in Bangladesh, la vita nei campi profughi appare critica per le difficoltà nella distribuzione di beni di prima necessità e la mancanza di istruzione, sviluppo, reinserimento sociale o occupazione. Un ritorno «dignitoso, volontario e sostenibile» dei profughi in Myanmar – nella loro terra di origine – resta la soluzione auspicata, ma non vi sono le condizioni per renderla possibile, data l’escalation del conflitto.

Myanmar cristiani in preghiera

La testimonianza di fede

Lo scenario che si registra nello stato Rakhine è comune a diversi altri stati del Paese, così come è comune la modalità della presenza della comunità cattolica: la vita spirituale, pastorale e sacramentale, l’assistenza e il conforto agli sfollati dispersi nel territorio, proseguono con grande dedizione e fede, nonostante le difficoltà e la precarietà.

Esempio di questa dedizione è la vicenda del primo sacerdote cattolico birmano ucciso: si tratta di don Donald Martin Ye Naing Win, quarantaquattrenne prete dell’arcidiocesi di Mandalay.

Il suo corpo senza vita, mutilato e sfigurato con colpi di arma da taglio, è stato ritrovato il 14 febbraio scorso da alcuni membri della comunità nel complesso di Nostra Signora di Lourdes, dove era parroco.

La chiesa si trova nella regione di Sagaing, nel centro Nord del Paese, una di quelle zone dove sono quotidiani i combattimenti e gli scontri tra le Forze di difesa popolare e l’esercito birmano.

Padre Donald Martin cercava di stare vicino alla comunità sofferente, e per questo aveva organizzato un servizio scolastico per i bambini del territorio: infatti, nella regione di Sagaing, il sistema statale è collassato, non vi sono servizi pubblici e l’istruzione va avanti solo grazie a sporadiche iniziative spontanee, come quelle attivate dalle parrocchie.

Secondo due donne testimoni dell’aggressione a don Donald Martin, dieci uomini provenienti da un villaggio vicino hanno colpito il prete, per motivi non chiari.

Il capo della banda ha intimato al sacerdote di inginocchiarsi di fronte a lui. Don Donald lo ha osservato e, mantenendo un tono mite, ha risposto pacificamente: «Mi inginocchio soltanto davanti a Dio», e ha proseguito: «Cosa posso fare per voi?».
In preda alla rabbia, l’uomo ha sguainato un coltello e ha colpito ripetutamente il sacerdote sul corpo e alla gola.
Don Donald, secondo le testimoni, non ha pronunciato una parola né un lamento e non ha reagito.
La vicenda è in mano all’amministrazione parallela delle aree controllate dalla resistenza.
Lì non esiste un quadro giuridico definito. Non sarà dunque facile indagare e fare giustizia.

Paolo Affatato


Myanmar, la crisi in cifre

  • Popolazione: 51,3 milioni di persone (erano 54 milioni prima del golpe del 2021).
  • Etnie: Bamar 68%; Shan 9%; Karen 7%; Rakhine 4%; Cinesi 3%; Indiani 2%; Mon 2%; altri 5%.
  • Religioni: buddhisti 87,9%; cristiani 6,2%; musulmani 4,3%; indù 0,5%; culti tribali 1,1%.
  • Lingue: oltre 120.
  • Emigrazione: 3,7 milioni di persone espatriate nel triennio 2021-2023.
  • Grave insicurezza alimentare: 19,9 milioni di persone.
  • Sfollati interni: 3,8 milioni.
  • Pil: -12% tra 2020 e 2021.
  • Inflazione: 25%.
  • Accesso all’elettricità: 48% della popolazione.
  • Produzione agricola: contrazione del 16%.
  • Vittime mine antiuomo: 1.052 persone nel 2023.
  • Scolarizzazione: sistema scolastico interrotto nel 50% del Paese. Da tre anni, 4,5 milioni di bambini sono senza istruzione.

P.A.
dati Onu, Unicef, Banca mondiale.


Il sisma

Il 28 marzo scorso, nel Mynamar centrale, lungo la faglia tettonica che attraversa da Nord a Sud il Paese, la terra ha tremato. Un violento sisma ha causato devastazioni nella regione di Mandalay e Sagaing e in grandi città come Yangon e Naypyidaw, con un bilancio (ancora provvisorio quando MC va in stampa, ndr) di oltre 3.500 morti e 5mila feriti.

Dopo l’appello della giunta militare al potere, un flusso di aiuti umanitari dall’estero ha raggiunto le aree colpite, che già prima del terremoto ospitavano il 45% dei 3,8 milioni di sfollati interni provocati dal conflitto civile.

Il sisma ha rotto l’isolamento internazionale della giunta militare, che ha aperto canali per la risposta umanitaria.

La Chiesa e altre organizzazioni hanno chiesto una tregua nel conflitto per consentire l’arrivo degli aiuti. Interagendo con altri Paesi e con enti internazionali, il generale Min Aung Hlaing si è imposto come unica autorità pubblica del Paese. Solo con il tempo si capirà se la tragedia del 28 marzo sarà un’occasione per la risoluzione del conflitto o un fattore che acuirà lo scontro.

P.A.

Card. Bo tra i Kachin




Egitto. La storia sfrattata


Il Cairo è una megalopoli. Racchiude in sé quartieri storici molto particolari. Le autorità vogliono renderla moderna, nello stile delle città del Golfo. Molti antichi luoghi andranno presto perduti.

Il Cairo, megalopoli tra le più grandi del mondo, con una stima, difficile da verificare, di oltre dieci milioni di abitanti, è crocevia di terra e acqua, grazie al poderoso Nilo che la attraversa.

Fondata da Jawhar al Siqilli, di origine siciliana, verso la fine del primo millennio, nemmeno Il Cairo poteva resistere ai grandi cambiamenti urbanistici in atto in molte città in tutto il mondo. Nel nome della globalizzazione urbanistica, che favorisce cemento e speculazione, vengono sacrificate identità strutturali e architettoniche che hanno reso unici alcuni luoghi.

E così il Nilo viene ingabbiato in sponde di cemento unite da passerelle a pagamento, e le sue rive, spesso ormai invisibili, sono invase da locali alla moda e alti palazzi, in vetro e cemento. Alla vista di chi passeggia spariranno le sue belle acque cangianti e il loro lento fluire, così come gli orti e i giardini rigogliosi sulle sue rive, mentre sono già scomparse, quasi totalmente, le sue eleganti case sull’acqua: le «awamat».

Queste sono antiche houseboats, costruite nell’Ottocento, e narrano parte della storia cairota. Erano usate dai pascià per incontri clandestini, e negli anni Venti per riunioni governative. Erano abitate da personaggi illustri come la diva del cinema egiziano Munira al Mahdiyya.

Anche la letteratura le ricorda nelle pagine di Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. Erano duecento, colorate, con ricami architettonici come pizzi. Adesso ne sono rimaste solo venti, ma perderanno il loro uso come abitazioni, perché diventeranno bar e ristoranti. Nonostante le proteste degli anziani abitanti, ormai sradicati, e dei comitati cittadini.

tombe alla «città dei morti» al Cairo

La città dei morti

Il Cairo è anche tante altre città. Passiamo attraverso el Mosky, infinito e caotico mercato amatissimo dai cairoti. Visitiamo poi la moschea di al Azhar, dove ha sede l’università islamica punto di riferimento dottrinale per l’islam sunnita. Attraversiamo Khan al Khalili, il più antico bazar del mondo, che assomiglia a quello delle «Mille e una notte». Arriviamo all’immensa «città dei morti»: al Qarafah.

Qui, alla fine del XIV secolo, i ricchi sultani mamelucchi cercarono l’eternità, fuori dalle mura della città di allora, costruendo mausolei con cupole e minareti scolpiti che sfiorano il cielo. La morte e la vita in questo luogo sembrano non avere confini. C’è un movimento continuo di uomini, cose e animali. Tra le antichissime costruzioni funerarie, dove la sabbia del deserto si mischia con la polvere di chi non c’è più, troviamo incroci, piccoli negozi, meccanici, artigiani e animate caffetterie nelle quali si fuma il narghilè, la pipa ad acqua. Quasi ogni tomba, specie quelle più maestose, ha i suoi inquilini che vivono, senza timori, accanto ai loro morti o custodiscono quelli di altri. E così, alla storia dei defunti si somma quella dei vivi che abitano le sepolture.

Interno di un cortile nella «città dei morti» dove ogni giorno vengono letti passi del Corano

Uomini e lapidi

Donne rimaste sole con i figli, o famiglie in condizioni disagiate, curano questi luoghi come fossero le loro case e conservano la memoria dei trapassati. Questi custodi assicurano ai morti una sorta di eternità, narrando la loro vita a chi passa. Nessuno qui scompare nel silenzio. Lapidi e uomini raccontano storie: come il custode della tomba del calzolaio del re Farouk. La sua famiglia la custodisce da generazioni e poi la passerà al figlio.

Una donna ancora giovane ci apre le porte della sua tomba-casa. È un tripudio di colori: pareti arcobaleno, mobili semplici nella cucina. La cameretta della figlia adolescente, Aisha, con pupazzi e fiori affrescati sui muri. Lei ha la mano d’artista e da grande vorrebbe fare la pittrice. Forse questo ambiente le dà la possibilità di inseguire il suo sogno.

Non lontano, un’altra famiglia custode ci mostra un salotto tra urne e damascato, dove ci si incontra per il tè, a chiacchierare e guardare la televisione.

Poi, cosa più unica che rara negli spazi ristretti di questa grande città ad alta densità abitativa, la tomba si apre su un immenso giardino sacro. Ricco di vecchi gelsi, che donano ombra a chi non c’è più, e che riecheggiano dei ricordi degli attuali custodi, qui da generazioni, quando erano bambini.

Questa visione dell’aldilà non sembra intimorire il Governo egiziano che, sotto un’altra ottica, sembra deciso a far scomparire anche questo luogo ricco di arte funeraria e di spiritualità a favore di cemento e nuove architetture. Via i morti, che verranno spostati lontano nel deserto, e via chi li veglia, persone che non conoscono il loro destino. Anche per loro sarà un po’ come morire. Guardando la bellezza di questo luogo così ricco di fascino è impossibile pensare di ritornarvi in futuro e non trovarlo più.

una donna all’ingresso di casa sua, ricavata da un’antica tomba di famiglia

Garbage city

Altri luoghi, che fanno la storia di questa città, e contribuiscono all’economia della nazione, sono fortemente in pericolo e a rischio delocalizzazione. Ad esempio, la «Città della spazzatura» (Garbage city), detta anche «città degli zabaleen».

Questo grande insediamento nacque nei primi del Novecento sotto il monte Moqattam a opera di minoranze cristiane copte, provenienti dalle zone desertiche occidentali e, successivamente, dalle regioni rurali del medio Egitto. Qui si raccolgono e si riciclano ogni giorno tonnellate di spazzatura che circa 30mila tra uomini, donne e bambini, chiamati zabaleen (ovvero netturbini, ndr), raccolgono incessantemente.

Strutturata come una piccola città ai margini del Cairo, è dotata di strade, negozi, scuole, chiese e abitazioni. Tutto circondato, riempito e soffocato da tonnellate di spazzatura ordinata, suddivisa, imballata, innalzata e trasportata. Oppure lavorata direttamente sul posto.

È un luogo che appare caotico, sporco, maleodorante, ma che ha la precisione di un formicaio. Ovunque vediamo immagini di santi e Madonne e svettano croci luminose, a indicare l’appartenenza religiosa. Fieri di essere cristiani, anche se sepolti dalla spazzatura. Pure qui si è avvolti dalla polvere del deserto e da quella dei rifiuti che nessuno sembra volere, se non gli zabaleen.

Quel vento ammorbato da un odore a tratti insopportabile e il caos umano e frenetico che confonde la vista, sono il motore di un’economia che crea un indotto importante: il business dell’immondizia. Si valuta che vengano recuperate tremila tonnellate di rifiuti al giorno, portate ad aziende che impiegano molti dipendenti per il loro trattamento.

Una donna nella “citta degli zeebelin” lavora a separare rifiuti

Salute a rischio

Una ragazza con guanti di gomma, con un elegante abito in velluto rosso, immersa nella spazzatura al pianterreno di casa sua, ci racconta che quella è la sua vita e che i rifiuti le servono per mantenere la famiglia. Non le dispiace questo lavoro, collabora con il marito, pure lui raccoglitore d’immondizia.

Ci mostra la casa, orgogliosa ci fa notare che i rifiuti sono chiusi fuori. Dentro tutto è a posto ma all’esterno si è prigionieri di quello che il resto del mondo butta via. Sorride e continua a dividere la plastica dalla stoffa, i fili dal ferro.

Un problema importante è che qui si mette a rischio la salute, perché molti dei materiali trattati sono fortemente nocivi e le condizioni precarie di questi lavoratori li espongono a infezioni anche gravi. «È la storia che si ripete, per vivere dobbiamo adattarci a condizioni che non tutelano diritti e non danno protezioni», confessano alcuni giovani. «E allora non resta che sperare e pregare».

Infatti, alla fine della giornata, molti di loro salgono al monastero di Saint Simon, chiesa scavata nella roccia a due passi dalla spazzatura. Fondata da padre Saman, immortalato in ogni dove a Garbage city. È un luogo di grande devozione ma anche di respiro.

Cosa resterà di queste realtà, anche difficili, se si deciderà di farle scomparire? Rimarranno i ricordi delle identità perdute degli zabaleen, della città dei morti, delle hoseboats. Poi i ricordi sfumeranno, e non si riconoscerà più la peculiarità di luoghi che oggi sono unici. Tutto sembra doversi trasformare in grattacieli, luoghi esclusivi, città smart, facendo sparire il lento incedere del Nilo e dei suoi abitanti.

Diceva Nagib Mahfuz: «In realtà, l’unica patria possibile è quella dei ricordi. Belli o brutti, sono come noi li vogliamo».

Donatella Murè

Pre lavorazione della plastica




(La Chiesa è) Un salone di bellezza


Il missionario prima o poi deve partire. E lasciare così la sua gente. Ma si porterà nel cuore mille storie. Padre Sandro è appena rientrato dal Mozambico, dove ha costruito una chiesa e, soprattutto, una comunità. Lo abbiamo incontrato.

Padre Sandro Faedi cammina veloce. Parla veloce. Agisce. È un uomo operativo, oltre che di grande intelletto. Ma è anche un organizzatore nato. Missionario della Consolata dal 1967, è tornato in missione in Mozambico nel 2013 dopo una prima esperienza tra il 1998 e il 2008. Prima ancora era stato missionario in Venezuela dal ‘74 al ‘98.

Negli ultimi quattro anni della sua presenza nel Paese lusofono ha lavorato a Tete, capoluogo dell’omonima provincia, nel Nord Ovest, con il vescovo, monsignor Diamantino Guapo Antunes, anch’egli missionario della Consolata.

Tete è una città di 450mila abitanti, fondata dai portoghesi nel XVIII secolo a ridosso del grande fiume Zambesi. All’inizio degli anni duemila fu scoperta una miniera di carbone a Moatize, a circa 20 chilometri. Da allora aspiranti minatori sono arrivati dalla provincia e da tutto il Mozambico, per lavorarci.

La chiesa in cosruzione

Un nuovo quartiere

La parte destra del fiume che era pietrosa e, in parte, selva, è stata occupata dai nuovi arrivati dove è cresciuto un quartiere che conta oggi 150mila abitanti, e continua a espandersi.

Diverse imprese multinazionali stanno sfruttando il carbone della miniera. Inizialmente sono state Rio Tinto, Vale, adesso è Vindal, un consorzio indiano. Intanto, il prezzo del carbone è sceso e, inoltre, la qualità del sito non è quella sperata.

Dalla miniera, i treni portano il materiale al porto di Beira, e da qui, via nave, raggiunge l’India, dove è usato in prevalenza nelle acciaierie.

«Intorno al 2010 c’è stato un boom di arrivi – ci dice padre Sandro che incontriamo nella Casa madre dei Missionari della Consolata – seguito poi da una diminuzione. Molti avevano iniziato a lavorare e si erano costruiti una casetta di mattoni. Poi sono rimasti senza lavoro.

In questa vasta area c’era una parrocchia dedicata ai Martiri d’Uganda, e tenuta dai missionari Comboniani. Questi avevano costruito varie cappelle nel quartiere. Una, in particolare, era intitolata a san Daniele Comboni. Ogni tanto i padri celebravano messa in queste cappelle interne».

Ricorda padre Sandro: «Monsignor Diamantino ha avuto l’idea di farne una parrocchia e ha chiesto a me di seguirne la fondazione.

Ho subito pensato che la zona fosse a mia misura perché sono vecchio, e non si tratta di quelle parrocchie africane disperse su territori enormi. È concentrata, ha circa 50mila abitanti, una casa a ridosso dell’altra, in una zona pietrosa. Questo, tra l’altro, rende problematico lo scolo dell’acqua. Si trattava di un quartiere piuttosto povero e avrei dovuto aiutare a costruire la comunità».

«Padre, facciamo la chiesa»

Padre Sandro prende in mano la parrocchia proprio quando inizia la pandemia da coronavirus. La comunità aveva a disposizione solo una piccola cappella, venti metri per dieci.

«La domenica la cappella si riempiva. Poi si è sparsa la voce della presenza di un prete, e arrivava sempre più gente. Allora abbiamo iniziato a celebrare la messa sotto un grande baobab. Intanto le scuole erano chiuse e io ho approfittato per visitare tutte le famiglie. Con due animatori, armati di mascherina, andavamo casa per casa. Sono piccole abitazioni, la gente vive fuori: la fontana è all’esterno, così come la cucina. Mi sono fatto conoscere».

«La gente ha cominciato a dire: “Padre cosa facciamo? Non ci stiamo in questa chiesa. Quando finisce il coronavirus facciamo una chiesa nuova”. Intanto, dentro la cappella pioveva.

Abbiamo fatto il disegno, con il vescovo. Io volevo una chiesa rotonda, senza colonne nel mezzo, per vedere la gente, e affinché loro vedessero il celebrante. Doveva essere capiente, almeno per cinque o seicento persone».

Dopo quasi due anni di lavoro, la nuova chiesa, una costruzione di 1.100 metri quadrati, rotonda con un diametro di 38 metri, era pronta. E al suo interno stavano comodamente 850 sedie di plastica.

la chiesa piena di fedeli durante un giorno di festa.

Una grande partecipazione

Il missionario ci spiega come ha finanziato l’opera. «Iniziai a dire alla gente: “Di chi è la chiesa? Di padre Sandro, che poi, quando partirà, prenderà mattone su mattone e se la porta via?”. Rispondevano: “No padre non è così”. Allora abbiamo creato alcune commissioni, e abbiamo deciso che ogni famiglia si tassasse con 500 meticais al mese (circa 7,5 euro all’epoca, ndr). Chi poteva li dava, chi poteva darne di più meglio. Ogni mese raccoglievamo».

Padre Sandro diceva ai suoi parrocchiani: «Così domani potrete dire ai vostri figli: la chiesa l’ho fatta io, perché ogni mese ho contribuito».

I soldi raccolti non sono bastati a pagare la costruzione, anche se contribuirono quasi al 18%. Gli altri fondi sono stati trovati presso amici, finanziatori vari e la Santa Sede.

«Ho visto pagine molto belle. Persone che, con sacrificio, hanno partecipato.

Appena cominciata la costruzione, arriva una signora anziana, con i piedi e le mani gonfie. Avevo già pensato di darle qualcosa per aiutarla. Invece mi dice: “Anche io vorrei contribuire per la chiesa”, e mi consegna 500 meticais.

Un’altra signora che compiva 80 anni mi dice: “Padre Sandro, i miei figli vivono tutti a Maputo. Mi hanno chiesto che regalo volessi. Datemi i soldi, ho detto loro. Per che cosa? Per la chiesa. 20mila meticais, 300 euro. Il salario minimo mensile sono settemila.

Un altro: “Padre ho risparmiato 40mila per la mia vita, ma chiedo perdono al Signore, e li do alla chiesa”. Tra i ricchi ricordo solo un indiano, che mi ha donato 200 sacchi di cemento. Oltre a tante altre storie, che io non conosco, di persone che hanno dato, con generosità. Così abbiamo fatto la chiesa».

il coro Comboni durante una performance nella nuova chiesa parrocchiale.

Costruire la comunità

«Mentre costruivamo la chiesa in muratura, dovevamo fare la Chiesa delle persone, la cosa più importante».

Padre Sandro è soddisfatto quando racconta di questa esperienza. Parla di una comunità cristiana molto viva. «Ho organizzato la parrocchia in tre grosse comunità. Ognuna di esse costituita da nuclei (gruppi) di famiglie, con un piccolo spazio dove si riuniscono una volta al mese per la vita del gruppo e la catechesi».

I giovani non facevano parte nel nucleo. In esso si riunivano le persone adulte, i genitori. «In parallelo, abbiamo creato il gruppo giovanile, composto di una sessantina di persone, dei quali più di trenta adolescenti. Poi c’è il gruppo degli accoliti. Questi sono i ragazzi dal battesimo ai 22 anni. Si tratta di un cammino di formazione, una vita di gruppo tra di loro».

E ancora: «Poi abbiamo 36 catechisti, ed è prevista una formazione anche per loro».

Altri gruppi della parrocchia sono la Legio Mariae e l’Apostolato della preghiera. «Il primo è un po’ esigente – continua padre Sandro -, vogliono che le coppie siano sposate in chiesa. Perché poi devono essere apostoli. Nel secondo c’è la famiglia allargata: venite come siete. Molte signore e signori».

La messa della domenica dura due ore e mezza, anche tre. Ci sono infatti sempre feste che allungano la funzione. Inoltre, è molto partecipata.

«Perché tre comunità?», chiediamo a padre Sandro. «Sono tre per ragioni di territorio. È più facile, per le persone, ritrovarsi. Ogni comunità ha due donne come animatrici e un animatore, e poi un consiglio. Per tutte le questioni relative ai membri della comunità, sono interpellati loro, che conoscono le persone e il territorio. Se qualcuno si vuole sposare, o battezzare il figlio, il nucleo conosce e valuta la situazione. Così come se c’è qualche necessità particolare, è segnalata al nucleo che, se è il caso, ne parla anche al parroco. Ad esempio, se c’è un malato da visitare».

Nella parrocchia è attiva anche la Caritas, che fa distribuzione di alimenti ogni mese. Il cibo è raccolto dalla stessa gente. I bisognosi sono indicati dal nucleo delle comunità, che li ha visitati a casa, e ha verificato le necessità.

padre Sandro con il vescovo di Tete, monsignor Diamantino Guapo Antunes

Un’organizzazione di persone

Ogni comunità è, dunque, composta da nuclei, e le persone del nucleo fanno capo al responsabile di comunità, che poi riferisce al consiglio parrocchiale. Il sistema pare molto strutturato.

«C’è poi la “vice parroca” – continua padre Sandro -. Io dico la messa, animo, da dietro, ma la macchina va avanti grazie a lei. Questa signora è una vedova, insegnante in pensione, figlia di catechisti. Conosce bene il suo ruolo e il mio ruolo. Lei era già animatrice quando sono arrivato io, poi abbiamo fatto le elezioni due volte, ed è sempre stata rieletta.

Quando ci sono problemi, io sono sempre uno straniero, la lingua la conosco poco. Lei va e cerca di risolvere. Devo dire che in questo quartiere ho trovato persone che avevano già un’esperienza profonda di vita cristiana. E questo è stato fondamentale».

«Ci sono tante attività: le formazioni, poi l’esame dei catecumeni, oppure fanno la maglietta per la tale festa. E non mi chiedono mai un centesimo. A livello economico facciamo la colletta la domenica e la raccolta all’offertorio. Abbiamo due persone incaricate dei soldi. È un sistema molto trasparente, non mi preoccupo».

È un tipo di organizzazione che padre Sandro aveva già visto altrove in Mozambico, ma che funziona solo se ci sono le persone giuste. Lo ha messo in piedi in questa nuova parrocchia.

«Si tratta di una chiesa ministeriale. Ovviamente organizziamo formazioni, ogni mese per i catechisti. È sempre importante formarli, motivarli. Faccio venire persone da altre parrocchie, come quella dei Comboniani, oppure mando i miei parrocchiani a formare i loro».

Inoltre, «Quando viene il vescovo per celebrazioni varie, a pranzo è invitato nella casa di qualcuno. Così conosce le persone. È meglio questo metodo rispetto a fare grandi pranzi in parrocchia. E costa di meno.

Abbiamo fatto anche l’asilo infantile, con 70 bambini. C’è la casa delle suore di San Vincenzo de Paoli, con 120 bambini orfani. Da loro mangiano, fanno i compiti, si lavano. Poi vanno a scuola e la sera a casa».

Faedi padre Sandro

Il missionario deve partire

Padre Sandro ha dovuto lasciare la parrocchia l’anno scorso: «La parrocchia era matura. Lasciarla non è stata la mia volontà, ma quella dei superiori. Ho trascorso quattro anni con quella comunità. Sono partito con molta tristezza. È molto doloroso, perché, per i missionari, andare via dalla missione vuole dire non tornare più. Non sei un funzionario, che fai andare avanti la macchina e quando hai finito vai a casa. La parrocchia è la nostra famiglia, la gente sono i nostri figli e figlie. Con molti di loro continuo a scrivermi».

Oggi il parroco è un sacerdote diocesano. «Ho detto alla gente: guai a voi se dite padre Sandro faceva, padre Sandro diceva. Avete il consiglio parrocchiale, direte: “Padre noi facciamo così ma ci dica lei come la pensa”».

Bisogna sempre avere il dubbio, dice il missionario, «soprattutto quando vai in un paese nuovo, ogni gruppo etnico ha una cultura diversa. Magari tu fai bene per una cultura, ma non per l’altra.

Ad esempio, a Tete la cultura di base è Niungwe, ma una parte sono Chewa che vengono da fuori. Questi ultimi hanno una cultura forte, con un cristianesimo antico e radicato. I loro canti sono bellissimi, mentre quelli niungwe sono più poveri. Ma bisogna fare i canti di tutti i gruppi etnici».

La Chiesa che fa belli

«Cosa ho fatto io a Tete? Il missionario deve promuovere lo sviluppo, annunciare il Vangelo per rendere più felice la vita oggi in attesa di una vita ancora più felice domani. Mi sono preoccupato perché ci fosse il pane per i poveri, un luogo per i bambini orfani. Ma noi perché facciamo la chiesa? Perché la Chiesa fa più belle le persone. Noi in Europa siamo già tutti belli, abbiamo un cristianesimo che da duemila anni ci sta alimentando, è la nostra linfa. Il mondo africano era molto segnato da paganesimo, divisioni e tribalismi. In questo contesto annunciamo il Vangelo che dice: siamo tutti fratelli, dobbiamo fare il bene, dobbiamo essere onesti, santi, preoccuparci per gli altri, quelli che non sono della tua etnia, i tuoi vicini.

Io dico, quando siamo in chiesa, siamo in un salone di bellezza. Con Gesù nel cuore, ogni domenica, la sua Parola ci fa più belli, ci fa migliori. Andiamo a casa, non posso essere il marito arrogante, maltrattare mia moglie. Non posso essere la donna pettegola che va in giro e non fa da mangiare. Neppure il ragazzo disobbediente. Se sono impiegato sarò il migliore impiegato. Il cristianesimo ci fa belli dentro.

Il contributo della Chiesa è fare belle le persone. Domani avremo una società migliore se le persone sono più belle. Cosa è che ci fa soffrire? Quando manca da mangiare? No, quando ci maltrattiamo, quando siamo ingiusti, quando i figli sono ribelli, quando si tradiscono le relazioni. Noi ci ammaliamo per il male che abbiamo, Gesù ci salva dentro. La ricchezza di un Paese non è la ricchezza economica. Non è la ricchezza materiale che ci fa felici, ma è una società di persone coscienti di un dovere civico, che comincia da se stessi.

Il male di fuori viene da dentro. Noi non facciamo il miracolo della prosperità, ma questa è la Chiesa della bellezza. Qui dentro la gente viene per essere più bella. È il brutto che si abbellisce.

Io ho cercato di fare capire questo alla mia gente».

Marco Bello

padre Sandro con due giovani sposi della comunità.




Un viaggio indimenticabile al Catrimani


Una storia di cinquant’anni fa. Il protagonista, sedicenne, è catapultato nella missione del Catrimani, in piena foresta amazzonica, con uno dei missionari pionieri tra gli Yanomami. Da lui impara l’amore per quel popolo e il segreto dell’obbedienza.

È la fine del 1974. Abito a Bra, in provincia di Cuneo, nella stessa cittadina in cui è nato padre Giovanni Saffirio, missionario della Consolata in Amazzonia. Ho sedici anni e desidero tanto una moto da 125 cc, però i miei genitori non vogliono. Allo stesso tempo Luciana, la sorella di padre Saffirio, da tempo sta cercando un compagno o compagna di viaggio per andare in Brasile, dove Giovanni, nel 1972, ha salvato da morte certa una bambina yanomami alla Missão Catrimani sul rio Catrimani nel territorio federale di Roraima.

La bimba indesiderata

La bambina è figlia di una ragazza yanomami e di un indigeno arrivato dal Rio Orinoco, in Venezuela. L’uomo aveva fatto più di 900 km a piedi nella giungla amazzonica, ed era uno xapuri, cioè uno sciamano, ma con una brutta fama. Pertanto, la comunità yanomami non voleva che la ragazza lo sposasse. Di conseguenza, la neonata, essendo non «regolare» né accettata ufficialmente nella maloca, sarebbe morta di stenti.

Padre Giovanni, dopo estenuanti trattative, è riuscito a convincere tutti a lasciare la piccola, una volta nata, a sua sorella, che anni prima era andata a trovarlo in missione.

Arrivato il momento del parto, la ragazza era corsa nella giungla tutta sola, come abitudine del suo popolo. Padre Giovanni se ne era accorto e l’aveva seguita da lontano. Avvenuto il parto, si era fatto consegnare la bimba, e poi, di corsa, era andato nella baracca della Missão Catrimani per chiamare via radio il piccolo aereo che faceva la spola con Boa Vista. Così, già nei primi giorni di vita, Yana, questo il nome della neonata, ha avuto il battesimo dell’aria.

Tramite una delle prime donne yanomami aiutate da padre Giovanni a diventare infermiera, Abrelina, aveva organizzato dove ospitarla e crescerla a Boa Vista per il tempo che sarebbe servito a sua sorella per fare tutte le pratiche e portarla in Italia come figlia adottiva.

Un viaggio indimenticabile

Venuto a conoscenza di tutte queste vicissitudini, ricatto i miei genitori: o la moto o il viaggio con Luciana, che conosco perché frequentiamo la stessa parrocchia.

Così nei primi mesi del 1975 dico a Luciana che andrò io con lei. All’inizio non fa certo salti di gioia vista la mia età (16 anni), ma, fortuna per me, non c’è nessun altro disposto ad accompagnarla. I mesi passano velocemente e si giunge all’estate. Prepariamo i documenti, facciamo le dovute vaccinazioni e i bagagli. Luciana è contenta che io abbia pochi chili di bagaglio, perché i rimanenti li sfruttiamo per portare materiale per la missione. Per risparmiare sui costi del viaggio, andiamo da Bra al Lussemburgo in treno, poi da là in aereo fino a Trinidad e poi a Georgetown in Guyana.

All’aeroporto di Lussemburgo si unisce a noi il vescovo di Boa Vista, monsignor Servilio Conti, e affrontiamo insieme i disguidi e disagi di tre lunghi giorni di viaggio. In questo tempo Luciana ha modo di aggiornarmi sulle difficoltà dell’adozione del cui esito non è ancora certa.

Giunti a Georgetown, abbiamo ancora un volo per andare a Lethem, città sul confine tra la Guyana e lo stato federale di Roraima in Brasile. L’ultimo aereo è un catorcio, un Dakota residuato della Seconda guerra mondiale con sedili in tela sul quale io non risulto prenotato. Dopo discussioni varie, chi comanda ordina di spostare parte del carico per inserire un sedile in più. Oltre i bagagli, nella cabina c’è di tutto, anche mucche squartate.

Il viaggio è terribile per vuoti d’aria, sobbalzi e due scali fuori programma. Al secondo scalo salto giù dalla disperazione per vomitare. Alla fine arriviamo a Lethem. Lì incontriamo padre Giovanni che è venuto a prenderci.

Non è una passeggiata

A fare da confine tra Guyana e Brasile è il fiume Takutu, che attraversiamo con le barche perché non esiste un ponte. Dopo tre giorni senza lavarmi e, soprattutto, dopo gli effetti dell’ultimo volo, mi sembra bello mettere le mani nell’acqua e rinfrescarmi un po’, benché sia di colore marrone. Ma padre Giovanni mi riprende subito: non è il caso di farlo in quanto potrei toccare dei pesci con aghi avvelenati sul dorso. Comincio ad avere la certezza che non sarà una passeggiata o un viaggio di piacere.

Quando arriviamo a un altro fiume, il Rio Branco, questo è in piena: a mala pena vediamo l’altra riva. Prendiamo un traghetto. Sull’altra sponda c’è la città. Mentre attraversiamo il fiume, vengo a conoscenza del fatto che qualche tempo prima un operaio del traghetto era stato ucciso da un uomo per aver sistemato il suo autoveicolo in un modo che non gli era piaciuto. Ingenuamente chiedo che fine abbia fatto l’assassino. Padre Giovanni mi spiega che è libero perché nessuno è andato a denunciare o ha protestato.

Yana

Arrivati a Boa Vista, salutato il vescovo, andiamo in periferia insieme ad Abrelina, così conosciamo la famiglia che, per due anni, ha cresciuto Yana.

La bimba ha vissuto in una cascina con mucche e maiali. Qualche mese fa ha avuto uno scontro con un maiale e si è rotta la clavicola, ma ormai è guarita e vuole sempre andare in giro per la campagna.

Io e Luciana, per alcuni giorni, rimaniamo ospiti in quella famiglia. Per noi hanno comprato dei materassi di gomma piuma, un lusso, perché loro dormono nelle amache. Così entriamo nella vita di Yana che, piano piano, si abitua a noi. Quando la prendo in braccio e la porto in giro, anche se non sa parlare, fa capire benissimo dove vuole andare… a suon di schiaffoni.

In uno di questi giri vediamo un cobra che attacca una mucca. Torniamo subito alla fattoria dove ci dicono che i serpenti sono un po’ nervosi forse perché sta per cambiare il tempo. Con nostra sorpresa ci accorgiamo che per tutte quelle notti abbiamo dormito proprio vicino a un serpente, ma questo non è velenoso: prende i topi.

Padre Giovanni, sfrutta questi giorni nella capitale per capire dove si è bloccata la pratica di adozione iniziata due anni fa.

Verso il Catrimani

Una sera viene alla fattoria per dirci che domani io e lui partiremo per la Missão Catrimani, mentre Abrelina, Luciana e Yana verranno il giorno dopo con un fuoristrada. Così noi partiamo con un vecchio camion ricevuto in dono da benefattori. Non ne ho mai visto uno che abbia come freno motore il restringimento manuale del tubo di scarico dei fumi.

Così attraversiamo la savana e tramite la transamazzonica (una strada oggi dismessa, ndr) arriviamo alla Missão Catrimani che è già notte.

Mangiamo nello spazio comune e rassettiamo la cucina, poi ci mettiamo in fila indiana per raggiungere la baracca dove dormiremo sulle amache, naturalmente tutto al buio, solo con l’aiuto di qualche pila. Io sono il penultimo e padre Giovanni l’ultimo della fila, con la torcia in mano. Siamo appena entrati nella baracca dormitorio quando sento un grido: «Elio, stai fermo. Non muoverti». A una spanna dal mio piede c’è un serpente tutto colorato ad anelli, detto dei «7 passi», se ti morde hai il tempo di fare sette passi e sei morto. Si era infilato tra un asse e l’altro. Padre Giovanni gli punta il fascio di luce negli occhi e il serpente si gira ed esce da dove è entrato. Fuori lo uccidiamo con una scopa: un’azione pericolosa. Allora chiedo a padre Giovanni perché abbiamo rischiato così per ucciderlo. Lui mi risponde che gli indigeni normalmente escono di notte a fare i loro bisogni ed era probabile che il serpente ne avrebbe morso qualcuno. Noi invece visto che abbiamo il bagno «in casa» siamo considerati un po’ come degli sporcaccioni.

Nei giorni seguenti padre Giovanni mi insegna moltissimo. La prima cosa che imparo è ubbidire.

La liberazione

Un giorno vedo padre Giovanni arrabbiato. A un certo punto mi dice: «Vieni con me». Prendiamo il famoso camion. Salgono sul cassone alcuni indigeni e partiamo. Gli chiedo per dove. Mi dice che andiamo al campo degli uomini della Camargo Corea, la ditta che sta facendo una bretella della transamazzonica.

Coloro che lavorano a queste opere, per le condizioni ambientali proibitive, non sono proprio degli stinchi di santi. Se sei in prigione e ti offri per andare a lavorare lì, ti scontano la pena.

Vengo a scoprire che una ragazza indigena è stata presa e viene tenuta con la forza nel campo come prostituta per tutto l’accampamento.

Quando raggiungiamo il luogo, padre Giovanni chiede dove si trovi la ragazza e dice che la vuole portare via. In pochi minuti veniamo circondati. Il meno armato ha il macete. Si discute animatamente. A un certo punto padre Giovanni mi dice: «Elio vai al camion, metti in moto e tieniti pronto». Sono momenti di tensione, io controllo dagli specchietti. Gli Yanomami venuti con noi saltano sul camion. Poi anche padre Giovanni con la ragazza si butta in cabina. «Veloce, parti», mi dice. Schiaccio a tavoletta l’acceleratore e per alcuni minuti non bado alle buche della strada che prendo a tutta velocità, fino a quando padre Giovanni mi dice: «Elio guidi peggio di un caboclo» (meticcio nato da madre indigena e padre bianco, ndr). Capisco che siamo fuori pericolo e torno a guidare normalmente.

Nella foresta

Altro consiglio utile di padre Giovanni è quello di stare attento a fare le foto agli Yanomami perché essi pensano che con quell’apparecchio stai rubando loro l’anima e, per reazione, potrebbero tirarti una freccia avvelenata con il curaro.

Al Catrimani in questo periodo sono arrivati dei medici e antropologi. Un giorno chiedono a padre Giovanni di accompagnarli ad una maloca «vicina» perché c’è un’epidemia di morbillo e influenza. Perciò ci organizziamo con il camion e partiamo. Arrivati a un certo punto, scendiamo tutti dal camion e procediamo nella giungla con una guida verso la maloca.

Dicono che gli indigeni vedono i sentieri tracciati nella foresta, come aveva fatto il padre di Yana, che dall’Orinoco era arrivato sino al Catrimani. Provo ad addentrarmi nella boscaglia da solo, ma dopo pochi metri non riconosco neppure il punto da dove sono partito. Invece, la guida ci indica la posizione del sentiero senza difficoltà. Arriviamo a un torrente che dobbiamo attraversare. Padre Giovanni e la guida osservano l’acqua sporca in cerca di segnali. Vogliono capire se ci sono dei piranha o altri pericoli nel torrente. Ci immergiamo e lo attraversiamo. Io porto sulle spalle uno zaino con diversi medicinali e padre Giovanni mi dice di non cadere per non bagnare le medicine. Finalmente arriviamo alla maloca e ci mettiamo a servizio dei medici.

Le strade costruite nella giungla sono il miglior sistema per eliminare la popolazione indigena. Essendo rialzate dal piano della foresta, senza sufficienti tubi o ponti per lasciar scorrere l’acqua, generano moltissime zone di ristagno dove si moltiplicano le zanzare portatrici di malaria. In più, il contatto degli operai con gli indigeni porta le nostre malattie, letali per loro che non hanno tutti i nostri anticorpi.

A proposito dei piranha

Padre Giovanni deve dar da mangiare a parecchia gente che lavora nella missione e per questo va a pescare e cacciare selvaggina, così un giorno mi invita ad andare con lui. Partiamo la mattina insieme a un cacciatore e raggiungiamo un punto del fiume Catrimani. Fatto scendere il cacciatore dal camion, ci dedichiamo alla pesca. Prima prendiamo dei pesci piccoli, li tagliamo e li mettiamo come esche su alcuni ami molto grossi legati con filo di ferro doppio a una robusta corda di plastica. Lanciamo il tutto nell’acqua. Nel caso in cui ci siano dei piranha, al secondo morso mangerebbero tutto. Perciò al primo segnale devi tirare la lenza e se l’amo ha agganciato un piranha bisogna portarlo contro la canoa e con il macete fracassargli la testa, altrimenti si rischia di finire come quello yanomami, di cui mi racconta padre Giovanni, che aveva perso un polpaccio a causa del morso di un piranha tirato fuori dall’acqua senza prima ammazzarlo.

Un giorno, sempre mentre siamo in barca sul rio Catrimani vediamo una nuvola di piums (insetti molto piccoli). Padre Giovanni mi spiega che ve ne sono di diversi tipi, anche pericolosi. Nel prosieguo della giornata soleggiata e molto calda, con qualche nuvoletta bianca qua e là, a un certo punto padre Giovanni mi dice: «Elio, metti tutto dentro il sacco impermeabile». Mi passa per la testa il pensiero che abbia un colpo di sole o che sia sotto l’effetto dei morsi dei piums, però, memore degli episodi precedenti, ubbidisco subito. Non faccio in tempo a raccogliere le macchine fotografiche e i contenitori con il pranzo al sacco, che in un minuto la barca si sta riempiendo di pioggia. Padre Giovanni che è alla sua guida, mi passa una ciotola e mi dice: «Butta fuori l’acqua dalla barca». Riusciamo a trovare riparo sotto un grande albero e aspettiamo che finisca il temporale.

Saffirio padre Giovanni

Rientro

Dopo tante peripezie riusciamo a portare a termine la parte burocratica dell’adozione e finalmente possiamo portare Yana in Italia.

Di questa esperienza mi rimarrà il ricordo molto forte di un momento di sconforto di padre Giovanni il quale si vergogna di appartenere al mondo occidentale per tutte le malefatte e i dolori provocati agli Yanomami, e per la distruzione della natura.

Passati alcuni anni, nel periodo in cui padre Giovanni sta negli Stati Uniti, ogni tanto torna dai suoi a Bra e mi racconta dei suoi studi e delle sue ricerche.

Un giorno mi dice che sono fortunato, e questo mi colpisce. Mi rendo conto in questo momento di quanti doni gratuiti ho, e do per scontati.

Ringrazio Dio per questo

Elio Operti