RUSSIA – Fabbrica di sordomuti

Chiusa agli stranieri e inaccessibile ai russi, la città di Severodvinsk è la Cheobyl del Mar Bianco. L’autore
di questo articolo, che per ovvie ragioni si firma con uno pseudonimo, è riuscito a visitarla e ha scoperto cose mostruose.

Sono le 8 del mattino; il termometro segna 25° sotto lo zero all’aeroporto di Arcangelo, 1.300 km a nord di Mosca e 100 dal Circolo Polare Artico. L’impatto col gelo polare viene attenuato dal sorriso dolce di Sacha, la interprete, che mi aspetta all’uscita del velodromo, reggendo un cartello col mio nome scritto in rosso. L’accompagna Anatolij. Entrambi mi guideranno a Severodvinsk, meta del viaggio.
Chiusa agli stranieri, la città è quasi inaccessibile anche ai russi: fino a pochi anni fa avevano bisogno di un passaporto speciale per accedervi. L’isolamento geografico e politico la rendono misteriosa all’interno del paese e pressoché sconosciuta all’estero. Il permesso per accedere a questa «terra incognita» viene rilasciato occasionalmente agli stranieri dai servizi segreti (Fsb), dopo autentiche acrobazie diplomatiche e raccomandazioni di politici influenti.
CITTÀ GULAG
Costruita per ordine di Stalin nel 1936 a 35 km a ovest di Arcangelo, sulle rive del Mar Bianco, Severodvinsk è battuta dai venti polari 12 mesi all’anno, con temperature invernali di 30-40° sotto lo zero. «In realtà – rassicura Anatolij – a Severodvinsk fa freddo solo due mesi all’anno; gli altri 10 sono freddissimi!».
Negli anni ’30 furono scaricati nella zona circa 60 mila carcerati per costruire la città; nasceva così un campo di lavori forzati (gulag), dove vennero deportate le vittime del terrore staliniano, per essere fucilate o semplicemente lasciate morire di fatica o di freddo. Tra il 1936 e 1953 vi morirono 25 mila persone.
Oggi Severodvinsk conta 210 mila abitanti ed è una città strategica per il sistema di difesa russo: il gulag è sostituito dai cantieri navali Sevmash e Zvezdochka. Dal 1992 la Sevmash è l’unico cantiere della Russia in cui si costruiscono sottomarini nucleari (ufficialmente assembla macchine spazzaneve).
Dai cantieri di Severodvinsk sono usciti i sottomarini classe typhoon, nella denominazione americana, o akula (squalo), secondo quella russa: la più grande e devastante macchina da guerra creata dall’uomo, lungo 175 metri ed equipaggiato di 20 missili intercontinentali con testate nucleari multiple.
DAL NORD UN FANTASMA
Tre anni fa un uomo denutrito e assiderato dal freddo bussò alla porta di una Ong moscovita per chiedere aiuto. Raccontò la sua storia. Arrivava da Severodvinsk, dopo vari giorni di viaggio a piedi e autostop. Aveva lavorato nella fabbrica Sevmash fin dai tempi della guerra fredda, quando lo stipendio governativo per chi lavorava nell’industria bellica in zone disagiate era quattro volte superiore alla media nazionale. Da quando il governo non aveva più soldi per pagare gli operai, tutta Severodvinsk era senza lavoro e senza cibo.
Ma non era questo il motivo del viaggio di quel denutrito. Suo figlio, come molti bambini della città, accusava strane sindromi d’immunodeficienza che portano alla sordità. Il medico ne attribuiva la causa a iniezioni di antibiotici scaduti e non poteva farci nulla.
Sfidando la rete dei servizi segreti e della polizia che controllano la città, l’uomo aveva affrontato un viaggio così rischioso per far conoscere al mondo il problema che aveva colpito suo figlio e trovare i soldi per curare i bambini della città.
Quell’uomo era Anatolij. Ora è con me nell’auto con la quale andiamo a Severodvinsk, perché io capisca (ma non troppo) cosa vi sta succedendo.
NEL VENTRE DELLA BALENA
Alle mie domande Anatolij è evasivo. Continua a insistere che la versione ufficiale è giusta: nessuna relazione tra malattia del figlio e radioattività; questa è sotto controllo. Dice qualcosa che Sacha non traduce e finisce con Fsb (polizia segreta).
Pochi secondi dopo, l’auto si ferma davanti a una sbarra. Dalle folate di blizzard si materializzano due figure in divisa che appoggiano i colbacchi contro i finestrini appannati. Sacha si tormenta il labbro con gli incisivi. Dobbiamo scendere. Uno degli agenti mi porta in disparte nella neve ed esamina con lentezza esasperante il lasciapassare. «Viene da Mosca» spiego nel mio russo stentato. «Moskva daliekò» (Mosca è lontana) risponde l’agente, per sottolineare che oramai siamo nel ventre della balena della macchina militare.
Intirizziti dal freddo e dagli sguardi ancora più gelidi dei poliziotti, risaliamo sulla macchina e raggiungiamo la città. Dalla tundra s’innalza una ciminiera con un debole pennacchio. Anatolij spiega che è la centrale termica che riscalda l’intera città e fornisce acqua calda e gas per cucinare. «Anzi, riscaldava – continua la guida -. All’inizio dell’inverno Mosca ha stanziato, come al solito, i soldi per l’acquisto del gas; ma quest’anno il sindaco è sparito col malloppo, lasciandoci tutti al freddo. Tenuta a regime minimo, la centrale fornisce saltuariamente acqua calda, con gravi problemi per anziani, neonati e ospedali. Per cucinare la gente usa i ferri da stiro».
Mosca si è dimenticata di loro. Non esiste alcun piano di aiuto. Anzi, con la sua pesante burocrazia, il governo centrale ostacola l’invio di aiuti esteri. Recentemente un’organizzazione umanitaria tedesca aveva inviato una costosa e sofisticata apparecchiatura per sordomuti; arrivata alla frontiera, Anatolij si sentì comunicare che la tassa di sdoganamento era superiore al costo del macchinario. Non avendo i soldi necessari per il riscatto, l’apparecchiatura era rimasta nei magazzini della polizia di frontiera.
Anatolij racconta tutto con distacco, come se riguardasse qualcun altro. Il sorriso del suo viso scao, da prigioniero di gulag, diventa radioso quando entriamo in casa, accolti dalla moglie, figli e gatto Simion.
L’appartamento minuscolo è al quarto piano di un alveare prefabbricato, senza ascensore. Un paio di stufette elettriche non riesce a sciogliere il ghiaccio dai vetri. Per cena ci vengono serviti mirtilli, lamponi e funghi, raccolti nella bella stagione e conservati sotto vetro.
Quel poco che possiede questa fiera gente del nord lo divide con l’ospite, obbligandolo a mangiare a sazietà. Sacha commenta con tristezza che questa cena costringerà la famiglia di Anatolij a stringere la cinghia per qualche giorno.
SILENZIO! L’FSB TI ASCOLTA!
Nella luce rarefatta dell’inverno artico, le gru dei cantieri navali e l’interminabile profilo dei capannoni della Sevmash si stagliano sulla baia di Severodvinsk. Non possiamo sostare nei paraggi o fotografare: l’Fsb è sempre presente, anche se non si vede. In Russia i servizi segreti continuano a incutere paura, nonostante la fine della guerra fredda.
Anatolij non è da meno: teme per la sua famiglia e rifiuta di dare spiegazioni convincenti. Sacha, giovane e impulsiva, non tollera tale reticenza e sbotta: «I miei genitori sono entrambi morti di cancro a 40 anni; da sola ho dovuto crescere la mia sorellina. Ho 24 anni. Non vedo l’ora di andarmene da questo posto maledetto. Non è un luogo per vivere, ma solo per morire. Qui ho quattro probabilità in più di ammalarmi di cancro che a Mosca. La radioattività strettamente sotto controllo è una fandonia. Aria, acqua, funghi e mirtilli che hai mangiato a casa di Anatolij sono contaminati. Severodvinsk non è un cantiere, ma un’immensa pattumiera nucleare e noi ci viviamo come topi. Voglio mostrarti qualcosa, a mio rischio e pericolo. Fino a quando queste cose rimarranno nascoste, qui non cambierà mai niente».
La reticenza degli abitanti di Severodvinsk non è cosa da sottovalutare. Tra il ’94 e ’95 Alexandr Nikitin, ex capitano della flotta russa, poi impiegato di un’associazione ecologista norvegese, contribuì alla stesura di un rapporto sulla drammatica situazione della costa del nord. Quando le notizie furono divulgate, Nikitin fu imprigionato, processato e condannato a morte per alto tradimento, anche se l’esecuzione rimane sospesa.
Secondo l’articolo 10 della legge sull’informazione, infatti, «è proibita la pubblicazione di documenti relativi all’ambiente o situazioni straordinarie che possano compromettere la sicurezza delle aree industriali russe».
UNA CHERNOBYL
«AL RALLENTATORE»

Secondo il rapporto menzionato, Severodvinsk rischia di diventare una delle aree più contaminate della Russia, una Cheobyl «al rallentatore». Mentre nei cantieri Sevmash si costruiscono nuovi sottomarini, la Zvezdochka procede allo smantellamento di quelli vecchi e allo stoccaggio del combustibile nucleare esausto della marina militare. Tre grandi silos all’interno dei cantieri e uno fuori città contengono 12.530 metri cubi di materiale radioattivo solido per un totale di 4.620 tonnellate.
Dall’inizio degli anni ’80 è in funzione un inceneritore, capace di bruciare 40 chili di scorie all’ora. Ma fino al 1991 buona parte delle scorie erano scaricate negli antistanti mari di Kara e Barents (quei «mari puliti» dove i pescherecci della pubblicità prendono i merluzzi più appetitosi); altre erano gettate nella discarica municipale, in barba ai regolamenti sulla sicurezza. È vero, che quando esse venivano scoperte, erano riportate nei contenitori Zvezdochka, ma nessuno saprà mai quanta immondizia nucleare sia sepolta nei dintorni della città. Tale immondizia aumenta ogni anno di 520 metri cubi e i silos sono oramai al collasso della loro capacità ricettiva.
A 12 km dalla città, sulle alture di Mirovna, un bunker sotterraneo (il misterioso «oggetto 379») racchiude 1.840 metri cubi di scorie radioattive. L’acqua piovana che entra e esce attraverso le sue crepe, secondo una verifica fatta nel 1991, contiene da 100 a 10.000 Bq al litro di cesio e 100 Bq di cobalto (Bq = becquerel, unità di misura dell’attività nucleare; corrisponde a una disintegrazione al secondo: ndr).
Durante le riparazioni delle navi e ricarica dei reattori, i cantieri Zvezdochka rilasciano 10.000 metri cubi di gas radioattivo. Una quantità incalcolabile di radiazioni viene riversata sulla costa e l’area circostante da un silos per la raccolta di scorie a elevata attività, aperto in più punti, e dagli innumerevoli fusti sforacchiati sparsi nei capannoni, pronti per essere inabissati in fondo al mare.
Infine cinque contenitori galleggianti, tra cui la vecchia nave cisterna Ossezia, ormai in disarmo, contengono 563 metri cubi di liquidi venefici e disperdono una radioattività di 83,8 giga Bq.
Sacha non esagera.
LA CASA DEL BAMBINO
Sacha affretta il passo e punta come un siluro la porta di una casa bassa, con vetri rotti, addobbati con figurine di cartone. Sullo stipite una scritta sbiadita e contraddittoria: «Dietzky Dom» (casa del bambino).
«Noi la chiamiamo casa dei mostri. Non ho mai avuto il coraggio di entrarci prima d’ora. E capirai perché» spiega Sacha, mentre m’introduce in un ufficio, dove ci accoglie una simpatica signora corpulenta, che si presenta come la direttrice.
Fa freddo. Non c’è riscaldamento. «Questo è un ospedale speciale per bambini – comincia la direttrice -. Dipendiamo dal governo. Ed è già un problema. Sono nove mesi che non riceviamo lo stipendio; le medicine sono quasi finite; non abbiamo più cibo per i bimbi. Però c’è molta solidarietà. Il personale continua a lavorare, perché ama sinceramente questi poverini. Venga! Potrà vedere e fotografare quanto vuole».
Mi viene aperta una porta a vetri smerigliati alla fine di un lungo corridoio buio. La bianca luce artificiale mi abbaglia per un attimo, come l’alba di un nuovo giorno, finché scorgo nei lettini un centinaio di creature che si agitano informi, urlando suoni terribili. Non sembrano bambini. La maledizione nucleare ha tolto loro quegli attributi che li contraddistinguono come figli di una natura buona, che dona mani per giocare, occhi per vedere i colori, gambe per correre a scuola.
Sacha piange in silenzio, con le braccia strette alla vita, mentre la direttrice spiega che sono tutti figli di genitori sani, operai e impiegati dei cantieri Sevmash e Zvezdochka.
Una tragedia per gli abitanti di Severodvinsk. Alcuni bambini nascono deformi; molti diventano presto sordi o si ammalano di cancro; altri rimangono orfani, perché i genitori, nella disperazione di non riuscire a sfamare i propri figli, si suicidano.

Il permesso dell’Fsb è scaduto da diverse ore. All’aeroporto, Sacha e Anatolij mi salutano appoggiando la testa contro la mia. È l’usanza dei nenets, le etnie nomadi di origine mongola, che abitano nella parte orientale della regione e vivono da secoli in armonia con la natura, prima che arrivassero la guerra fredda e i sottomarini nucleari.

E. Knight




La politica del “pombe”


Il 14 ottobre 1999 scompariva
una delle figure più significative dell’Africa. I detrattori
gli rinfacciano insuccessi e contraddizioni.
Eppure Julius Nyerere passerà alla storia come statista esemplare per coerenza morale e incrollabile fede in un futuro migliore per tutti gli africani

«Non siamo qui per ingannare la nostra gente, ma per dichiarare al paese ciò in cui crediamo». Con queste parole, rivolte al parlamento tanzaniano alla vigilia dell’indipendenza (1961), Julius Nyerere, capo del governo di transizione, indicava lo spirito con cui bisognava scrivere la nuova Costituzione e poi governare.
Con tale spirito di servizio ha guidato il paese all’indipendenza senza spargimento di sangue, ha amalgamato 130 etnie in un’unica nazione, ha garantito 30 anni di stabilità politica e di pace. E questo a differenza di quasi tutti i paesi dell’Africa.
Insuccessi economici e contraddizioni politiche non ne sminuiscono il prestigio. Per rettitudine e coerenza morale la sua figura si eleva al di sopra di quasi tutti i leaders dei paesi africani usciti dal colonialismo.
LA PERSONA
Era nato nel 1922 a Butiama, sulle sponde orientali del lago Vittoria, nella minuscola etnia zanaki. «Figlio di un capo – riderà un giorno di sé – indossai per la prima volta un vestito a dodici anni, quando mi portarono a scuola».
Recuperò in fretta gli anni perduti; si diplomò all’università di Makerere (Uganda) e, primo tanzaniano a studiare in una università britannica, si laureò a Edimburgo.
Fu a lungo insegnante di scuola secondaria nella missione cattolica di Pugu, dove affinò la sua dote più caratteristica: l’arte di comunicare con la gente con chiarezza e convinzione. Per tutta la vita vorrà essere chiamato mwalimu (maestro), definendosi tale per scelta, politico per caso.
A spingerlo nell’impegno politico furono i valori acquisiti con l’esperienza personale, la visione delle condizioni della sua gente, la profonda fede religiosa, le letture eclettiche fatte durante gli studi universitari.
Lavoratore instancabile, semplice e senza esigenze, Nyerere godeva di incontrare la gente; parlatore convinto ed efficace, la elettrizzava per ore con una loquela ricca d’immagini appropriate, proverbi e battute.
Il suo costante sorriso esprimeva affabilità, disponibilità e rispetto verso ogni persona che incontrava. Durante i festeggiamenti del saba saba (7 luglio, anniversario della fondazione del Tanu -Tanganyika African National Union), svoltisi a Iringa nel 1976, lo vidi lasciare il corteo presidenziale per salutare due missionarie della Consolata, conosciute anni prima in una scuola governativa: si fermò così a lungo che anche Samora Machel, presidente del Mozambico da poco indipendente e ospite d’onore, lasciò il corteo per parlare anche lui con le suore.
Cattolico praticante, confessione frequente e comunione spesso quotidiana, Nyerere si è fatto stimare per il rispetto verso ogni credo religioso. Parlando della sua fede, affermava che la scelta era maturata dopo un’attenta ricerca sulle varie religioni, finché si convinse che la chiesa cattolica rispondeva meglio alle sue esigenze spirituali.
Padre di otto figli, il mwalimu non spese mai una parola per assicurare loro alcun privilegio.
Non si riteneva un profeta; eppure si attribuiva una missione da vivere con onestà e passione. La componente cattolica non prevalse mai nella funzione di presidente; ma la forte componente ascetica lo portò, forse, a illudersi di poter chiedere alla sua gente livelli evangelici di dedizione irraggiungibili per la massa.
IL PARTITO UNICO
Accusato di essere antidemocratico, Nyerere affermava che il partito unico era una scelta obbligata: culturalmente impreparato alla democrazia, il paese avrebbe rischiato l’isterismo politico di altri stati africani, diventando facile preda di demagoghi abili nel cavalcare i malumori tribali o religiosi.
Il «serrate le file» del mwalimu trovava nel partito unico i presupposti per la stabilità del governo e l’accelerazione dello sviluppo economico. «Il modello tanzaniano per migliorare la qualità della vita della gente – sottolineava J. Marensin – è anzitutto un progetto politico, teso a creare l’indipendenza e unità del paese, per passare alla soluzione dei problemi a mano a mano che si presentano».
La democrazia vissuta in Tanzania non soddisfa certo i canoni di quelle occidentali, specie in fatto di libertà di stampa e opinione. Il modello di socialismo africano ha imbrigliato la democrazia tanzaniana con morse molto strette, ma l’ha anche tenuta in piedi. L’unione con Zanzibar (1964) non passò al vaglio di alcuna consultazione popolare, tuttavia riuscì a fermare i disordini cruenti provocati dall’odio fra diverse etnie. L’apparato del partito ha inevitabilmente influenzato le consultazioni popolari, ma esse si sono sempre svolte in un clima sereno e festoso.
Una macchia della democrazia tanzaniana furono le leggi sulla «detenzione preventiva», varate dopo un tentato colpo di stato; ma «anche nel periodo di maggior rigore non hanno toccato più di qualche centinaio di persone» (Marensin). Candidato presidente per la terza legislatura, Nyerere accettò con riluttanza, dichiarando che a renderlo perplesso era proprio quella legge antidemocratica, che non poteva ancora permettersi di abrogare.
Nel 1985 rinunciò volontariamente a ricandidarsi alla presidenza e nel 1990 si dimise da capo del partito, per dare spazio a idee ed energie nuove. Un gesto esemplare per il continente africano, dove autoproclamatisi presidenti a vita continuano a mantenere il potere mediante elezioni più o meno democratiche.
UJAMAA: FAMIGLIA ESTESA
Imposta al paese negli anni ’70, l’ujamaa era la traduzione tanzaniana del concetto di «socialismo» nella sua forma più accettabile, codificato nella «Dichiarazione di Arusha» (1967), magna charta del socialismo africano professato da Nyerere e dal partito unico. Alla base di tale scelta ideologica vi erano motivi politici, economici e culturali.
Motivo politico. Primo paese dell’Africa orientale ad avventurarsi sulle sabbie mobili dell’indipendenza, il Tanzania si sentiva accerchiato dal colonialismo portoghese e britannico ancora operante nei paesi limitrofi. In Sudafrica e Rhodesia cresceva l’oppressione dell’apartheid, con la copertura e connivenza del mondo occidentale. Sperare in un appoggio disinteressato dell’occidente era più che improponibile.
Motivo economico. Al momento dell’indipendenza, commercio e industrie del paese erano monopolio di asiatici, poco più di 100 mila, europei e un’esigua e ininfluente frangia africana. Per i militanti del Tanu la scelta socialista sembrava l’unica via per rompere tale accerchiamento economico.
Motivo culturale. Oltre che dalle letture sul capitalismo moderato e socialismo a sfondo cristiano, tale motivazione nasceva dalla personalità stessa di Nyerere. «Gli erano naturali l’etica aristocratica e la scarsa stima del denaro, propria delle etnie guerriere e pastorali da cui proveniva» (Marensin). Per questo trovò nell’ideale socialista la carica profetica che lo spingeva a guidare il paese verso l’indipendenza, l’unità, il progresso e il sistema socio-politico più vicino alla cultura e coinvolgimento comunitario della tradizione africana.
«Il socialismo, come la democrazia, è un atteggiamento dell’animo – scriveva nel suo libro Freedom and Unity -. Nella società socialista il requisito essenziale, perché la gente abbia a cuore il benessere vicendevole, è l’atteggiamento della mente, non la rigida adesione a un modello politico definito. Il fondamento e l’obiettivo del socialismo è l’estensione della famiglia. Il vero socialista africano non guarda a una classe di uomini come fratelli e all’altra come naturali nemici; egli guarda piuttosto a tutti come suoi fratelli, membri di una famiglia estesa».
CAMMINO DIFFICILE
«Secondo la Dichiarazione di Arusha – afferma Nyerere in Freedom and Socialism – scopo di ogni attività sociale, economica, politica deve essere l’uomo, il cittadino e tutti i cittadini di questa nazione. Produrre ricchezza è cosa buona e dobbiamo sforzarci di accrescerla. Ma non sarà più buona, appena la ricchezza cesserà di essere a servizio dell’uomo».
Strumento privilegiato per attuare questi ideali fu l’istruzione: per vari anni le venne destinato il 12% del bilancio statale. Il Tanzania diventò uno dei paesi africani col più alto livello di alfabetizzazione. Ma quando le scuole furono nazionalizzate, cominciò il degrado di strutture e standard d’insegnamento.
La ricerca di equilibrio fra privato e comunitario fu un problema spesso contraddittorio, come dimostra la storia delle cornoperative private. Incoraggiate fin dalla nascita del Tanu (1954) come strumento di progresso e dichiarate da Nyerere parte integrante della vita nazionale, all’inizio del 1970 Derek Bryceson, ministro dell’agricoltura, le definì strutture di latifondismo e fonti d’ineguaglianza. Abolite nel 1976, furono risuscitate nel 1983, per essere definitivamente smantellate dal processo di nazionalizzazione insieme alle banche, compagnie assicurative e grandi aziende.
Per Nyerere la «cornoperativa» dell’ujamaa restava la pietra angolare della politica di autosufficienza, strumento privilegiato di progresso economico. Negli anni 1967-69, il governo fece uno sforzo impressionante per dotare i villaggi di macchinari agricoli modei, che diventarono presto inutile ferraglia, per mancanza di tecnici e manutenzione. E per assicurare un adeguato guadagno ai contadini, fu creato l’ammasso dei prodotti agricoli di consumo ed esportazione; iniziativa scaduta a strumento fiscale a vantaggio del governo e del partito.
L’ujamaa doveva realizzarsi mediante l’adesione volontaria, nell’intenzione del mwalimu, convinto che si possa obbligare la gente a vivere in uno stesso villaggio, ma non a lavorare assieme. A partire dal 1974, però, il processo di «villaggizzazione», già avviato in alcune regioni, fu esteso forzatamente a tutto il paese.
Tale operazione non mancò di produrre effetti positivi, rendendo accessibili a tutti i servizi primari: acqua, scuola e dispensari. Ma sul momento impose notevoli sacrifici alla popolazione, in maggioranza riluttante alle fattorie collettive. Sotto l’aspetto economico fu un fallimento. La produzione agricola diminuì sensibilmente: molti terreni fertili furono abbandonati, perché troppo lontani dai nuovi insediamenti e quelli vicini richiedevano tempi lunghi prima di diventare produttivi.
La stagnazione economica fu aggravata da persistenti siccità e dalla crisi petrolifera: Nyerere dovette dar ordine di vuotare le banche per comprare le derrate.
Le difficoltà economiche sperimentate dagli anni ’70 in poi, mettono in dubbio la validità della politica economica di Nyerere, ma non sembra ci fossero valide alternative in un paese come il Tanzania, ricco di fauna e bellezze naturali, ma terribilmente avaro di risorse che permettano una rapida crescita economica.
GUERRA CONTRO AMIN
Verso la fine del 1978 il Tanzania fu inaspettatamente invaso dai soldati ugandesi di Idi Amin. La risposta di Nyerere fu immediata. L’esercito tanzaniano, insieme agli esuli ugandesi, cacciarono gli invasori, passarono le frontiere e conquistarono la capitale, Kampala, per liberare il paese dal regime del sanguinario dittatore.
La guerra contro l’Uganda è l’episodio più sconcertante della vita del mwalimu: uomo di pace, fu il primo statista africano dell’era postcoloniale a invadere un paese africano e conquistae la capitale. Più sorprendente fu la reazione internazionale: nonostante l’universale condanna delle atrocità commesse da Amin, il Tanzania fu lasciato solo nella dispendiosa impresa per sloggiare il dittatore. Anzi, molti paesi africani presero subito le distanze da Nyerere, rimproverandolo di violare i principi dell’Organizzazione di unità africana, e le potenze occidentali lo isolarono, considerando la sua avven- tura senza infamia e senza lode.
Eppure Nyerere diede al mondo un’esemplare lezione di affermazione dei diritti umani, come aveva fatto negli anni precedenti, offrendo asilo ai movimenti di liberazione in lotta contro il colonialismo portoghese e schierandosi in prima linea con i paesi contrari ai regimi razzisti del Sudafrica e Rhodesia.
Più che l’immagine di Nyerere, fu il paese a pagare il prezzo della guerra ugandese: il Tanzania ne uscì economicamente dissanguato e dovette chiedere aiuti al Fondo monetario internazionale (Fmi). La nazione cominciò a dipendere dagli aiuti stranieri più di ogni altro paese africano.
Tale richiesta fu dibattuta con acrimonia nel paese, poiché minava l’indipendenza autarchica per cui Nyerere si era battuto. Le drastiche misure imposte dall’Fmi (svalutazione monetaria, liberalizzazione dei prezzi e apertura delle frontiere alle importazioni) avrebbero aggravato la situazione dei più poveri, contadini soprattutto, a vantaggio dei soliti faccendieri.
Con la liberalizzazione saltò anche il codice etico del partito, ratificato dalla Dichiarazione di Arusha, che impediva a ministri e dirigenti di partito di approfittare del potere per scopi privati. La corruzione, poco appariscente sotto la presidenza del mwalimu, diventò sempre più rampante a mano a mano che la politica economica si apriva al libero mercato.
TANZANIA OGGI
Il potere d’acquisto del salario minimo rimane inchiodato a 12 dollari, come 20 anni fa. Con un reddito pro capite inferiore a 120 dollari l’anno, il Tanzania è tra i paesi più poveri del mondo. Tuttavia non bisogna dimenticare che buona parte delle esportazioni sfugge alle statistiche ufficiali: nel 1986 il 40% era l’esportazione del caffè e, a suo tempo, l’80% dell’avorio; oggi sono oro, cuoio, pelli a evadere il controllo statale.
Il paese ha accumulato un debito estero di circa 8 miliardi di dollari: cifra imponente per un paese di 30 milioni di abitanti con salari minimi tanto bassi. Tra i progetti controversi, realizzati con tale indebitamento, c’è la nuova capitale, Dodoma, costruita al centro geografico del paese: operazione più di facciata che di reale sviluppo. Eppure i mille chilometri di asfalto e altrettanti di ferrovia verso lo Zambia, a suo tempo contrastati dai paesi occidentali, si sono dimostrati provvidenziali per l’indipendenza dello Zimbabwe e, ancora oggi, indispensabili per il progresso del paese.
Alcuni progetti industriali, purtroppo, non sono mai entrati in funzione; altri non superano il 30% del potenziale produttivo. Colpa della corruzione intea, certamente; ma più colpevoli quei funzionari occidentali che hanno intascato buona parte delle somme destinate allo sviluppo di una nazione così povera.
La liberalizzazione sta trasformando Dar Es Salaam in un paese di cuccagna per addetti alle ambasciate, tecnici stranieri e pochi «fortunati» locali; vi si trova di tutto: fuoristrada, televisori, elettrodomestici, alcornolici e articoli di lusso. Ma per la gente povera non restano neppure le briciole di tanto benessere.
EREDITÀ DEL MWALIMU
Ritirandosi dalla vita politica, Nyerere aveva dichiarato: «Nonostante il fallimento, rimarrò sempre socialista, perché il socialismo è la migliore politica per un paese povero come il Tanzania». I suoi successori hanno sposato capitalismo e libero mercato; ma i benefici non si vedono.
Nonostante tutto, l’esperienza dell’ujamaa ha consolidato il senso di unità e solidarietà del popolo tanzaniano e rimane l’humus naturale per sperare in un futuro migliore. È il senso «della famiglia estesa» a far sì che un nucleo familiare di otto persone, con un unico stipendio, in una capanna di fango alla periferia di Dar Es Salaam, accolga e curi un parente tisico venuto dall’interno del paese.
Lo stesso spirito comunitario tiene viva la tradizione del pombe ya kulima (birra indigena per la coltivazione) nei villaggi, dove tutti gli abitanti si aiutano a vicenda nel lavoro agricolo e la famiglia proprietaria dei campi prepara il pombe in abbondanza, da consumare fra tutti in un clima di festa.
La solidarietà comunitaria rende naturale la partecipazione di tutti alla gioia o al lutto del singolo. È altrettanto spontaneo, passando accanto al vicino, togliergli la zappa di mano e sostituirlo per un momento nel lavoro.
L’ujamaa è morta… Viva l’ujamaa!

Giulio Belotti




COSTA D’AVORIO – Un pozzo per tutti

Sono poco più di tre anni che i missionari
della Consolata sono arrivati in Costa d’Avorio.
Ma qui si è voluto cominciare in uno stile
un po’ diverso:
fatto di povertà,
vicinanza alla gente, condivisione totale.
Grazie anche
alle idee chiare di padre Armando, il pioniere…

È vero: non si può conoscere un paese in soli 10 giorni di permanenza! Anche il mio (Canada) non lo conosco perfettamente, pur essendoci nato da oltre 50 anni. Tuttavia, in poco più di una settimana, si colgono tantissime impressioni e a tutti si possono domandare parecchie informazioni. Ecco, allora, qualche impressione del mio viaggio.
Ma, prima di tutto, dove si trova la Costa d’Avorio? Naturalmente in Africa Occidentale, cioè la parte ovest del continente nero che si protende verso le Americhe e che, a sud del Sahara, va dal Senegal al Cameroun. Con una costa di 550 chilometri, il paese tocca l’Oceano Atlantico, che qui prende il nome di golfo di Guinea. E non è ancora una regione desertica, pur essendo vicino al Mali e al Burkina Faso.
Lungo l’oceano, c’è una zona forestale dove abbondano le grandi piantagioni di hevea (per la gomma), palme (per produrre olio), cacao (per fare cioccolato) e cotone; poi, più si sale verso nord, la vegetazione si impoverisce, senza mai diventare però un deserto.
La Costa d’Avorio è tra i massimi produttori mondiali di caffè, cacao e olio di palma. L’85% della popolazione vive di agricoltura. Il quarto delle entrate viene dall’industria (soprattutto alimentare), dal legno e prodotti tessili. Un tempo era ricca di elefanti: da cui il nome dato al paese. Il reddito per abitante supera i 1.600 dollari l’anno, ma gran parte delle risorse finiscono nelle tasche di compagnie estere.
Il paese ha accolto e accoglie ancora una grande popolazione straniera, soprattutto provenienti dal Burkina. I quasi 15 milioni di abitanti si suddividono in più di 100 etnie differenti, la metà dei quali ha meno di 20 anni.
I portoghesi vi erano sbarcati lungo la costa nel 1469, cioè 23 anni prima della scoperta dell’America e, solo un secolo più tardi, il traffico degli schiavi era diventato in questi luoghi particolarmente intenso. Non dimentichiamo che la vicina Liberia è un paese fondato da schiavi neri, rientrati dagli Stati Uniti dopo essere stati liberati.
È la Francia che ereditò questo paese come colonia nel 1893. La Costa d’Avorio divenne indipendente nel 1958, grazie soprattutto all’azione del suo primo presidente, Felix Houphouet Boigny.
E la chiesa? Alcune missioni cattoliche erano già state installate nel 17° secolo, ma senza futuro. È solo con la colonizzazione francese che la vera evangelizzazione poté prendere il via. Attualmente i cattolici sono circa il 15% della popolazione, distribuiti in 14 diocesi.
gli inizi
Padre Armando Olaya, di origine colombiana, è il pioniere dei missionari della Consolata in Costa d’Avorio. Vi è arrivato il 22 dicembre 1996 e, tre mesi più tardi, si installava nella parrocchia di San Pedro con due altri missionari: i padri Manolo Grau e Andrés Garcia, spagnoli. Quasi subito il vescovo lo nominava parroco della cattedrale.
I missionari non arrivano tutti con un piano ben preciso del loro futuro lavoro; ma non è stato così per Armando. A questo l’avevano preparato le sue origini sudamericane (con la teologia della liberazione), ma anche la sua specializzazione in scienze bibliche a Roma e il suo lavoro, di qualche anno, presso gli indios colombiani.
Ciò che ha profondamente ispirato il giovane missionario è lo stesso programma che Gesù si era dato in uno dei suoi primi discorsi. A Nazaret, in giorno di sabato, Gesù aveva preso la bibbia, leggendo un passaggio del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, poiché mi ha consacrato con l’unzione, per annunziare ai poveri la buona novella. Mi ha mandato a proclamare la liberazione ai prigionieri e ai ciechi la vista; mandare gli oppressi in libertà e proclamare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 16-19).
Armando si è sentito inviato ai poveri e, per lui, il cuore dell’evangelizzazione è l’annuncio della buona notizia di Gesù ai poveri, trovati nelle bindovilles di Bardot.
Ma, per padre Armando, essere missionario non è solo proclamare il vangelo ai poveri, bensì accettare di essere anch’egli evangelizzato da loro. Questi sono il modello perfetto di vita evangelica. Certo i poveri non sono santi, ma è in loro che noi ritroviamo il volto più vero di Gesù, perché lui stesso ci ha insegnato: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me».
Un altro missionario mi ha raccontato la reazione di padre Armando il giorno in cui gli avevano rubato la macchina, in piena bidonville. Per lui il ladro non poteva essere un povero, perché una simile «ingordigia» dei beni non è concepibile nel cuore di un vero povero!
una comunità fratea
Molti missionari si sentono inviati ai poveri e lavorano molto per loro: per sollevarli dalla miseria, portare un po’ di consolazione e speranza… Padre Armando non ha voluto però adottare questa strategia missionaria e costantemente ripete: «Noi non siamo qui per i poveri, ma siamo qui con i poveri».
E quando dice «con i poveri», vuol semplicemente dire «come i poveri». Non è colui che sa di fronte agli ignoranti, ma desidera camminare con loro verso la verità; non è chi ha sempre tutte le soluzioni per la gente, ma vuole avanzare insieme verso migliori condizioni di vita; non è nemmeno il benefattore dei miseri che non possiedono nulla, ma con loro vuol lavorare perché tutte e tutti abbiano una vita migliore.
Durante una riunione con i leaders della comunità, l’ho inteso dire: «Quello che noi vogliamo qui, nella parrocchia di San Pedro, non è una comunità ricca, ma una comunità fratea».
E per lui non sono parole vuote: con i suoi compagni si è installato nel cuore della bidonville, in una modestissima casetta di legno, senza elettricità, né acqua corrente. Vive in mezzo ai suoi poveri che, per sopravvivere, devono sgobbare tutte le ore; di conseguenza, attorno alla «canonica», c’è confusione fino alle ore piccole del mattino.
Perfino un missionario di origine africana ha confessato di avere dei problemi a risiedere a Bardot, proprio a causa di questo continuo rumore. E, la maggior parte delle volte, Armando preferisce spostarsi nel quartiere a piedi, come tutti.
Quando si osservano le nostre chiese europee e nordamericane, si ha l’impressione che non siano ricche solo di grandi edifici, ma anche di centinaia di istituzioni che hanno contribuito alla vita delle nazioni. Eppure i fedeli diminuiscono e un senso di scoraggiamento pervade un po’ tutti.
Padre Armando, come molti giovani e molti giovani missionari, non vuole correre questo rischio: non si fida di tutto ciò che sa di istituzione, mezzi sofisticati, grandi strutture… Quando si vive con i poveri bisogna accettare la provvisorietà, essere disposti a cambiare i propri piani di azione, rassegnarsi a tanti imprevisti.
Armando esita molto a costruire case di mattoni; per lui la vera chiesa non è fatta di pietre o cemento, nemmeno di organizzazione o movimenti, ma è l’assemblea dei discepoli del vangelo, di coloro che vivono come Gesù di Nazaret.
un pozzo per conoscersi
Un bell’esempio della sua strategia è certamente il pozzo che ha fatto scavare nel cortile, accanto alla chiesa. Non conosco altri missionari che abbiano fatto la stessa cosa; in genere coprono il pozzo e portano l’acqua corrente in casa. Armando non ha fatto così.
Il pozzo è in un cortile aperto a tutti e «il parroco» invita vicini e vicine a venire per attingere acqua. Non è forse una buona occasione per conoscerli? Per conoscersi gli uni gli altri e intavolare così un discorso di salvezza, come lo stesso Gesù ha fatto con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe?
Ma c’è un prezzo: il cortile della casa è continuamente pieno di gente, dal mattino alla sera. E per i missionari la privacy è semplicemente un sogno. Ma anche questo vuol dire stare con i poveri.

Jean Parè




Fede e Cristiani

Nel ricordare la settimana di preghiera
per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio),
ci soffermiamo sulla Dichiarazione congiunta
dei cattolici e luterani
circa la dottrina della giustificazione per la fede.

ll 31 ottobre 1999 una rappresentanza della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale firmarono ad Augusta (Germania) la «Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione per la fede».
La città di Augusta ricorda il 1530, quando Filippo Melantone con l’approvazione di Lutero presentò all’imperatore Carlo V la cosiddetta Professio Augustana, come tentativo di pacificazione tra luterani e cattolici. Andò però a vuoto.
Il quarto articolo di Professio riguardava la «giustificazione», cioè: «Gli uomini non possono essere giustificati davanti a Dio mediante le proprie forze, i propri meriti e le proprie opere, ma lo sono a causa di Cristo mediante la fede».
Quando il 31 ottobre scorso giornali e televisioni diedero l’annuncio che cattolici e luterani avevano risolto con una firma su un documento comune il contenzioso sulla giustificazione, pare che ben pochi ne abbiano avvertito l’importanza. Giustificazione? Che è mai?
«Si sono tolti – avrà pensato qualcuno – un sassolino dalla scarpa, un moscerino dall’occhio, un brufolino dal volto!». Ma non è così.
Anche se la parola «giustificazione» ai più non dice nulla o quasi nulla, indica l’architrave del cristianesimo. Per i luterani è fondamentale, e lo deve essere anche per i cattolici come «espressione globale della salvezza, dono gratuito di Dio».
P urtroppo c’è da dire che le due parole «giustizia» e «giustificazione», usate dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, assunsero un significato ambiguo, legato alla terribile idea di condanna, mentre Dio non vuole la condanna, ma che tutti gli uomini si salvino (1 Tim. 2, 4-6).
Lutero, commentando il versetto della Lettera ai Romani 3, 20, scriveva: «Una scimmia può imitare bene le opere degli uomini, ma non per questo è un uomo. Che se diventasse uomo, senza dubbio ciò non avverrebbe per virtù di queste opere, ma per altra virtù, quella di Dio». Così è per l’uomo peccatore: se riaggiusta il suo rapporto con Dio, ciò avviene come «puro dono di Dio»; poi seguiranno le opere buone, «ma non sono queste a riabilitarlo».
La firma del 31 ottobre non costituisce una novità, perché già da parecchi anni l’accordo era stato di fatto raggiunto. Il 9 febbraio 1972, con il «Rapporto di Malta», cattolici e luterani riconoscevano che, se in passato c’erano stati sulla «giustificazione conflitti teologici particolarmente aspri», «attualmente si è raggiunto un consenso di vasta portata»: la giustificazione viene intesa dalle due parti come «una realtà che abbraccia l’uomo peccatore».
Che al riguardo esista ormai un «ampio consenso» è stato riconfermato il 23 febbraio 1980, in occasione del 450° anniversario della Confessio Augustana. La stessa espressione «ampio consenso» ritorna in documenti congiunti del 1981, 1983 e 1984. Giovanni Paolo II nel 1980 giunse persino a dire che la Confessio Augustana «rifletteva un pieno accordo sulle verità fondamentali e centrali».

N el 1976 usciva in Italia la traduzione interconfessionale in lingua corrente del Nuovo Testamento. I traduttori della Lettera ai Romani, invece delle due parole usate da Paolo «giustizia» e «giustificazione», introdussero espressioni più chiare: essere giustificati è «Dio che accoglie come suoi quelli che credono»; «è essere nella giusta relazione con Dio, perché Egli nella sua bontà ci ha liberati gratuitamente per mezzo di Cristo»; «è essere totalmente uniti a Lui» (cfr. Rom 3, 17,24,28; 5, 16,18; 6, 5, ecc.).
La firma del 31 ottobre non è una cosa da nulla, anche se rimangono parecchi altri punti da risolvere. È però un ricordare in modo chiaro ai cattolici (in particolare ai missionari, impegnati nella prima evangelizzazione) quale sia il punto centrale del cristianesimo. Questo prima di tutto.

C ome cattolici, quella firma ci ricorda che dobbiamo accettare, senza resistenze, un altro grande avvenimento: la riabilitazione, cioè, di Lutero.
Lutero non è un santo, ma neppure un tizzone di inferno. Le Chiese luterane sono le prime a riconoscere «i limiti personali di Lutero; non approvano i suoi eccessi polemici; sono inorridite degli scritti antigiudaici della sua vecchiaia».
Nonostante ciò, il 6 maggio 1983, in occasione del 500° anniversario della nascita di Lutero (1483), cattolici e luterani dichiararono Martin Lutero «testimone del vangelo», «un maestro della fede e un messaggero di rinnovamento spirituale…, portato dai suoi intensi studi scritturistici alla scoperta della misericordia di Dio».
Lutero morì nel 1546, dicendo: «Siamo tutti

Igino Tubaldo




CILEVoglia di sognare

Dal secondo «Congresso latinoamericano
di pastorale giovanile»,
qualche spunto di cronaca e alcune riflessioni.
Per uno scambio tra mondi, ritenuti a volte
un po’ lontani, e per imparare anche da loro:
per esempio, ad essere più audaci e creativi.

D al 3 all’11 ottobre scorso si è svolto a Santiago del Cile il secondo Congresso dei giovani dell’America Latina: una tappa fondamentale nel cammino di progettazione e riflessione sulla realtà giovanile, già iniziato nel 1992 con il primo Congresso, tenutosi a Cochabamba in Bolivia.
Partecipandovi come invitato per la Pastorale giovanile italiana, ho potuto incontrare e dialogare con giovani, sacerdoti, suore e vescovi di 22 nazioni, che rappresentavano realtà spesso molto diverse tra loro: talvolta anche in contrasto, ma unite da un profondo senso di appartenenza ad una terra con una grande voglia di riscatto, desiderosa di gestire in modo autonomo e democratico il proprio sviluppo sociale e spirituale.
Ho così avuto la possibilità di scoprire un’America Latina molto più matura e responsabile di quella che viene solitamente presentata a noi «occidentali», nell’intento forse di giustificare una tutela economica e politica attuata dai paesi più ricchi e potenti, in primo luogo gli Stati Uniti.
Già il tema del Congresso («I giovani con Cristo, trasformando l’America Latina con giustizia e speranza») ha evidenziato una acuta sensibilità per i problemi di ineguaglianza e discriminazione sociale-economica che affliggono il continente, ma che vengono affrontati con fiducia.
Mi ha affascinato questo atteggiamento positivo e propositivo, che non si lascia sopraffare dagli enormi problemi che investono, in modo diverso, tutto il territorio latino-americano (povertà, narcotraffico, dittatura, violenza…). I giovani riuniti a Santiago sono partiti da un’analisi lucida e dettagliata della realtà attuale (riassunta in una serie di desafios, sfide), che ha rappresentato il terreno dal quale si sono sviluppati, in un secondo momento, i documenti di indirizzo e le linee prioritarie della Pastorale giovanile (definite «lineas de accion»).
Negli atti ufficiali del Congresso si legge un’esplicita condanna, da parte dei giovani, della società neoliberale, «che aumenta l’emarginazione sociale, il debito pubblico, lo sfruttamento minorile, il divario tra ricchi e poveri» (Desafio n. 1).
A questo modello neoliberale, simbolo della contraddizione di un sistema socio-economico mondiale che assicura la vita a pochi e l’indigenza a troppi, i giovani sudamericani contrappongono la necessità di una chiesa che «accompagni i giovani a partecipare nei processi politici». Questo suppone una formazione integrale, basata sulla dottrina sociale della chiesa e capace di individuare alternative economiche di autorealizzazione e autogestione, per contribuire ad un miglioramento della qualità della vita.

U n limite in questa analisi è un’eccessiva semplificazione, che non tiene conto delle complesse conseguenze del processo di globalizzazione. Vengono indicate soluzioni approssimative e vaghe.
Tuttavia ho apprezzato nei giovani latinoamericani una qualità che noi, «occidentali», abbiamo drammaticamente perso: la creatività, ossia la capacità di sognare un mondo diverso da quello attuale, la capacità di immaginare che possano esistere altre ipotesi di organizzazione sociale, al di là dell’attuale struttura socio-economica.
I giovani non si arrendono all’idea di una realtà immodificabile e di un sistema neoliberale insito nel genoma dell’uomo. Però faticano a tradurre il cambiamento desiderato in strategia politica e, soprattutto, in dialogo propositivo con organismi inteazionali, senza il cui appoggio ogni tentativo di modifica è vano.
C’è, infatti, sfiducia nelle reali intenzioni dell’Occidente e nell’intervento diplomatico, ben riassunto nelle parole di Raquel, giovane delegata della pastorale giovanile paraguaiana: «Ho ancora fiducia che, guidati dalla Parola di Dio, si possa riscattare questa terra dai suoi peccati, ma diffido di chi si accorge dei drammi dell’America Meridionale solo per l’uccisione dei bambini da parte della polizia, o il massacro degli indios, e dimentica che ogni giorno, qui, muoiono centinaia di bambini che non hanno quasi mai conosciuto un sorriso… Il problema è economico e sociale e non riguarda solo noi, ma anche gli interessi e l’egoismo di chi si crede buono e democratico in altre parti del mondo».

A ltri temi scottanti affrontati dai giovani al Congresso sono stati:
– il ruolo della famiglia, «riscoperta come progetto di Dio, comunità di vita e amore, in grado di disceere dai valori imposti dalla società e di poter contribuire alla costruzione di una società nuova, segno del regno di Dio» (Linea de accion n. 4);
– la «scelta per i giovani e i poveri del continente, mediante la creazione di forme concrete di partecipazione e l’individuazione di progetti di autofinanziamento economico, che consentano di realizzare i programmi di evangelizzazione, formazione e missione della pastorale giovanile» (Lineas de accion n. 12/18);
– la creazione di «processi di elezione di assessori di pastorale giovanile, che partano da persone proposte all’interno di gruppi giovanili, prendendo in esame criteri come la vocazione, la formazione e la reale scelta preferenziale per i giovani» (Linea de accion n. 21).
Inoltre sono stati approvati documenti che richiamano la pastorale giovanile ad un maggiore impegno per coloro che sono costretti ad emigrare, «vittime dei trafficanti di carne umana, delle politiche discriminatorie dei loro paesi, della droga, della prostituzione» (Pronunciamento para una pastoral juvenil migratoria).
Non manca un invito al papa a farsi portavoce della richiesta di «condono del debito esterno di questi popoli, come un gesto di unità mondiale e come segno concreto della celebrazione del giubileo dell’anno 2000» (Condonacion de la deuda extea).

È utile per noi, giovani italiani e, per la nostra chiesa confrontarci con le proposte e sfide che ci lanciano i fratelli dall’altra parte dell’Oceano. È un importante stimolo per riportare l’attenzione su temi da noi spesso considerati obsoleti, anacronistici: come la capacità di rinnovare la scelta di una vita semplice, attenta ai problemi dell’emarginazione e in grado di testimoniare, con gioia, bontà e entusiasmo, strade nuove di convivenza.
Nello stesso tempo, è altrettanto importante che la chiesa latinoamericana sappia allargare i propri orizzonti, sviluppando con maggiore sforzo e interesse i temi riguardanti la sfera intima di ciascun individuo, accogliendo alcuni spunti di riflessione che animano, invece, intensamente la nostra realtà pastorale.
Colpisce, ad esempio, che fra le oltre 20 linee di azione, individuate come prioritarie per la pastorale giovanile sudamericana, non si faccia mai riferimento a tematiche che i giovani sperimentano quotidianamente: amicizia, rapporto di coppia, sessualità… Un altro limite mi è parso l’uso di un linguaggio «ingessato» e burocratico, nel quale i giovani faticano ad identificarsi, perché molto diverso dal gergo con cui esprimono timori e desideri.
Ogni esperienza di fede, all’interno della chiesa, rappresenta una ricchezza, pur con i suoi limiti e peculiarità. Credo perciò che una reciproca attenzione e una volontà di condivisione siano non solo auspicabili, ma ora più che mai necessarie, in vista della celebrazione del giubileo del 2000. Un giubileo che sarà, anche solo per ragioni geografiche, molto «occidentalizzato».
Pertanto è ancora maggiore il bisogno di individuare forme celebrative, testimonianze di fede, scelte prioritarie diverse fra loro e, tuttavia, comune espressione di una molteplicità di doni spirituali e morali, raccolti nell’universale chiesa di Gesù Cristo.

Massimo Collino




KENYAScommettiamo sui giovani (seconda parte)

Continua il viaggio nella diocesi di Marsabit.
Morijo, Maralal, Wamba: stessi problemi di povertà,
insicurezza, banditismo, impraticabilità delle strade…
E identiche testimonianze di amore e di speranza:
missionari e missionarie della Consolata investono
la loro vita in istruzione e sanità, per un futuro migliore
di queste regioni e del resto del paese.

Morijo: 2.000 metri di altitudine. L’aria è frizzante, ma l’accoglienza di padre Aldo Vettori è calorosa: «Per i superiori questa è una missione ad personam» esordisce con una fragorosa risata. L’ha iniziata 11 anni fa, partendo da zero, dopo aver fondato e organizzato la missione di Barsaloi.
Padre Aldo racconta a ruota libera virtù e miracoli dei suoi samburu; fornisce la sua versione sulle passate lotte tribali; descrive con passione il suo lavoro missionario, catechisti e catecumenati, organizzazione comunitaria impressa alla parrocchia, progetti realizzati o ancora nel cassetto. Rimango a bocca aperta, come 42 anni fa, quando raccontava le avventure di naia e lotte sindacali. Non è cambiato di una virgola: sempre entusiasta di tutto e di tutti. Essendo io cresciuto, faccio mentalmente un po’ di tara.
I fatti mi fanno ricredere. Morijo è un cantiere aperto: nel cortile i meccanici aggiustano le macchine; nella falegnameria stridono pialle e seghe; poco lontano alcune donne sistemano la cucina della scuola, i muratori riparano le case dei maestri, altri costruiscono la sede della polizia. Qui padre Aldo alza la voce: minaccia il governo di sospendere tutto, se non arriva il granoturco promesso per pagare lavoro e materiale. Gli operai gli danno ragione e continuano la costruzione.
Visitiamo il dispensario, la scuola, l’asilo, il laboratorio di taglio e cucito e il serbatornio dell’acqua: fiore all’occhiello della missione. Da lontano sembra un diroccato castello medievale, da vicino un’opera geniale: il fianco d’una collina è stato sbancato, pavimentato e circondato da un muro, per raccogliere l’acqua piovana e convogliarla in un’enorme cisterna. Per le stagioni secche, padre Aldo ha scovato una falda acquifera in una valletta; ha scavato un pozzo di 140 metri e, con un motore, pompa l’acqua nel serbatornio. Le famiglie più isolate, con casa in muratura e tetto di lamiera, sono aiutate dalla missione a costruirsi un modesto serbatornio dove raccogliere l’acqua piovana: è il «progetto anfora».
La visita è quasi finita. Uno stuolo di donne aspetta il missionario per esporgli i loro problemi, sicure di ricevere un aiuto. Ci sono anche alcuni catechisti e uomini armati. «Sono le mie “guardie del corpo” – dice padre Aldo sorridendo -. Ogni notte si dispongono strategicamente attorno al villaggio, per difenderlo dai malintenzionati. Qui mi sento sicuro».
Morijo è l’unica missione senza reticolati, muri di recinzione e cancelli blindati, eretti negli ultimi anni per motivi di sicurezza in tutte le missioni visitate.
Alcune persone sono venute a vendere latte, favi di miele, legna, carbone. Padre Aldo compera tutto, aiutando la gente a guadagnarsi qualche soldo; poi lo rivende ai poveri a minor prezzo di quanto lo ha pagato. Confratelli un po’ maligni raccontano che uno stesso sacco di carbone venga più volte comprato e rivenduto agli stessi poveri. Padre Aldo ha un cuore troppo grande per accorgersi di tali sottigliezze.
A proposito di cuore: padre Aldo, 68 anni, di cui 30 vissuti in Africa da pioniere solitario, ha fatto tre by pass, ma si sente ringalluzzito. «Per ringiovanire l’istituto, ho suggerito al superiore generale di sottoporre i vecchietti alla stessa operazione» dice ridendo sonoramente. Poi confessa di non poter guidare a lungo come una volta; che preferisce il giorno alla notte, perché può muoversi e respirare senza fatica.
I superiori tentano di dargli un collaboratore: ma non è facile trovare chi resista ai suoi ritmi. Gli hanno proposto il trasferimento in una parrocchia più comoda, anche se sanno che, dovunque andasse, comincerebbe a mettersi in proprio e fonderebbe un’altra missione ad personam.

Maralal, ore 6.30, concelebro con padre Marino Gemma: da una collinetta poco lontana un altoparlante vomita musica assordante, seguito da un sermone a squarciagola. «È così ogni mattina – spiega padre Marino -. La chiesa dell’Assemblea di Dio è sempre vuota, ma il pastore fa la predica a tutta la città. Qui i cattolici sono in maggioranza; ma il pullulare di sètte religiose sta creando grande confusione, specie tra i giovani».
I giovani: sono la grande sfida della parrocchia di Maralal; se ne contano a migliaia nelle numerose scuole elementari e superiori della città. Se ne occupa padre Marino quasi a tempo pieno: ogni giorno, al pomeriggio, si reca nelle varie scuole per insegnare religione, incontrare gruppi di Azione cattolica e istruire catecumeni; la sera visita una delle 16 piccole comunità cristiane della città. «Sono quasi tutte formate da kikuyu: è bello vedere come la fede sia radicata nella loro vita; più che nei cristiani di qualsiasi altra etnia».
La parrocchia è il punto di riferimento della gioventù anche fuori della scuola. Ogni fine settimana vengono organizzati toei sportivi e competizioni culturali. «Non si tratta solo di farli divertire – spiega il missionario -, ma di promuovere conoscenza reciproca e amicizia, di cui sentono tanto bisogno.
Le attività giovanili culminano con la Consolata Cup, nel mese di giugno, a cui partecipano tutte le scuole di Maralal».
Altre opere a favore della gioventù sono gestite dalle missionarie della Consolata, come il collegio per studentesse di scuole secondarie e l’«Irene Training Center»: un istituto professionale, dove le ragazze si specializzano in tessitura, cucito, maglieria, lavorazione del cuoio, scienze domestiche, e conseguono un diploma che le abilita all’esercizio di una professione e a insegnare le materie in cui si sono specializzate.
Capoluogo amministrativo del distretto Samburu, Maralal è anche il cuore della diocesi di Marsabit: qui c’è il seminario minore, diretto da padre Paschal Libana, missionario della Consolata tanzaniano; l’ex seminario maggiore (oggi filosofi e teologi studiano a Nyeri) ospita il centro pastorale, dove padre Roberto Sibilia dirige corsi di formazione per animatori e agenti pastorali e cura la pubblicazione di numerosi sussidi catechetici e liturgici in lingua inglese, samburu e swahili; il centro catechetico è in fase di ripensamento, ma continua la formazione dei catechisti nelle singole parrocchie.
La tabella di marcia non mi consente di sostare in tutte le missioni, ma una fugace visita a Suguta Marmar, 30 km da Maralal, è doverosa. Vi incontro un novizio d’eccezione, che emetterà la professione religiosa a metà marzo: è don Pietro Tablino, missionario fidei donum della diocesi di Alba, una vita spesa nelle regioni più inospitali del Marsabit. «In fondo al cuore mi sono sempre sentito missionario della Consolata – dice sorridendo -. È ora che lo diventi anche giuridicamente».
Wamba: la scuola secondaria «Santa Teresa» celebra 25 anni di vita. Nei viali fioriti c’è un indescrivibile viavai di colori, dal bianco e azzurro delle divise delle alunne, alle tinte smaglianti dei vestiti di signore sofisticate, dal nero dei veli musulmani ai variopinti oamenti samburu.
Alle 11 gli invitati affollano il salone parrocchiale. Per tre ore s’intrecciano discorsi, canti, danze e scenette. Comincia la preside, suor Giuseppina, ricordando gli obiettivi raggiunti dalla scuola: «Oltre 1.230 ragazze hanno completato con successo i quattro anni di formazione umana e accademica: sono state stimolate a sfruttare le doti personali e diventare responsabili del proprio e altrui futuro».
Una ventina di prosperose ex alunne raccontano la loro storia: sono insegnanti, infermiere, assistenti sociali, segretarie di provveditorati e aziende, impiegate e imprenditrici; altre frequentano ancora l’università. «Se siamo ciò che siamo, lo dobbiamo alle basi ricevute in questa scuola», affermano le signore Kaparo e Lesirma, rispettivamente mogli del presidente dell’Assemblea nazionale e del segretario del Parlamento.
Il signor Lengala, provveditore agli studi per il distretto Samburu, sottolinea l’eccellenza dei risultati ottenuti fin dagli inizi, che fanno di «Santa Teresa» un esempio per le scuole del distretto e di tutto il territorio nazionale. Poi aggiunge lodi e ringraziamenti per tutti, vivi e defunti: missionari e missionarie che hanno investito vita e mezzi materiali in questa istituzione e continuano a sponsorizzare le ragazze più povere; mons. Carlo Cavallera, primo vescovo di Marsabit, che ha scommesso sull’istruzione e promozione della donna; l’attuale vescovo, mons. Ambrogio Ravasi, che continua a sostenere questa scuola e altre opere sociali.
A parte la retorica di circostanza, Wamba è lo specchio di quanto è avvenuto nell’intero territorio di Marsabit: tutto ciò che esiste, nel campo dello sviluppo e promozione umana, istruzione e sanità, è opera della chiesa e dei suoi missionari.
Per 10 volte padre Lorenzo Rosano si era visto rifiutare dalle autorità coloniali il permesso di stabilirsi a Wamba, essendo zona d’influenza protestante. Ma continuò a fare il missionario ambulante tra Maralal e Wamba, fermandosi per i tre giorni consentiti. «Ironia della sorte – racconta padre Giuseppe Gorzegno -, per tutto il tempo in cui rimaneva a Wamba, padre Lorenzo era ospite di un catechista protestante di nome Filippo. È morto nel 1984. Mentre lo assistevo all’ospedale, mi diceva con orgoglio di essere stato il primo catechista cattolico di Wamba; raccontava della bontà del tenace missionario e dei palloni che gli portava per fare giocare i bambini».
Con l’indipendenza del Kenya, arrivò il sospirato permesso, nel 1965. «Quel giorno padre Rosano scrisse nel diario di aver pianto di gioia» continua padre Gorzegno. Accorse subito mons. Cavallera: piantò la tenda, radunò gli anziani e ottenne il terreno per costruire la scuola e il dispensario. Era la politica del vescovo pioniere: evangelizzare promuovendo istruzione e sanità.
Il ciclo elementare, nel 1973, sfociò nella scuola secondaria: Wamba Boys, per ragazzi, poi nazionalizzata, e «Santa Teresa», per le ragazze, gestita ancora oggi dalle missionarie della Consolata.
Anche le suore sono state protagoniste della crescita di Wamba. Attualmente sono quindici, in maggioranza impegnate nella scuola e ospedale; tre collaborano nelle attività della parrocchia: asili, catechesi, gruppi di donne e giovani, servizio della carità. «Quando qualcuno viene a chiederci aiuto, lo mandiamo da suor Michelita e lei risolve tutti i casi» racconta padre Giuseppe.
Dopo tanti anni di servizio in ospedale, suor Michelita continua a fare l’infermiera ambulante, scorrazzando in bicicletta per tutto il villaggio e dintorni: visita le famiglie povere, assiste gli ammalati a domicilio, distribuisce medicine e consolazione. Quando si ferma, è subito attorniata da un nugolo di poveri: ascolta, fa coraggio e aiuta più che può.

È domenica. Wamba riprende ad animarsi fin dalle prime ore del mattino. Alle sette, la prima messa è affollata da suore, personale medico, studenti infermiere e ragazze della scuola Santa Teresa. La seconda, alle 9.30, dura quasi due ore. Animano la liturgia gli Wamba Boys, che, secondo il costume samburu, cantano con tutta la voce in canna.
Il pomeriggio visito l’ospedale. Pare un giardino: bougainvillee multicolori e sfavillanti oano i viali e pensiline che collegano i vari padiglioni. Ordine e pulizia dappertutto. L’attrezzatura dei vari reparti non ha nulla da invidiare agli ospedali europei.
Il dispensario, nato nel 1965, è cresciuto celermente, diventando un ospedale con oltre 150 letti e, grazie alla dedizione del dottor Prandoni e della sua équipe medica, la sua fama è dilagata sino ai confini dell’Etiopia e Somalia. «I malati arrivano da centinaia di chilometri – afferma padre Giuseppe -. Molti musulmani lo preferiscono agli ospedali governativi più a portata di mano».
Sostenuto e amministrato per molti anni dai missionari della Consolata, l’ospedale di Wamba è passato sotto la responsabilità della diocesi e, attraverso una rete di amici e organismi inteazionali, si è reso autosufficiente. Molti dottori e professori italiani vengono a prestarvi servizi specialistici gratuiti.
Accanto all’ospedale, un’altra prestigiosa istituzione per la costruzione del futuro del Kenya: la scuola per infermiere, l’unica in tutta la diocesi. Gestita da una suora della Consolata, con la collaborazione d’insegnanti formati in loco, la scuola assicura il servizio all’ospedale di Wamba e fornisce personale qualificato e specializzato a quelli governativi.
La visita si conclude alla Huruma home (casa della misericordia), aperta dalla diocesi nel 1990 per bambini handicappati fisici e mentali. Tre suore indiane e alcune donne africane stanno imboccando alcuni bambini. Altri riescono a nutrirsi da soli. «Ne abbiamo 25, tra 2 e 15 anni – spiega la suora direttrice -. Otto di essi fanno fisioterapia nell’ospedale, perché imparino a badare a se stessi il più possibile. Ma il loro male più grave è la mancanza di affetto: sono rifiutati dalla famiglia, che li ritiene una maledizione. Abbiamo tentato inutilmente di convincere i familiari a riprenderli in casa; abbiamo organizzato delle feste per i genitori, con la presenza del vescovo, perché vengano almeno a visitarli; ma pochissimi si sono presentati. Oramai, per queste creature, siamo noi le loro mamme».

Benedetto Bellesi




ARGENTINAI maestri di Menem

La «carpa blanca» dei docenti argentini è simbolo della lotta di tutti i lavoratori contro una concezione economica che non rispetta la dignità delle persone.
E che ha generato quasi 9 milioni di poveri, il 25% della popolazione argentina.

Buenos Aires – È una protesta straordinaria per la durata, la partecipazione, l’originalità. Dal 2 aprile 1997 gruppi di docenti argentini si alternano in uno sciopero della fame effettuato in una grande tenda piantata in «Plaza de los Dos Congresos», proprio davanti al palazzo del parlamento.
L’inquinamento atmosferico (che nella capitale è notevole) ha trasformato il suo colore bianco in un grigio sporco, ma poco importa. Per tutti è la Carpa blanca.
In questi quasi due anni, in essa sono passati più di 600 digiunanti, che si danno il cambio ogni 15/20 giorni. Maestri, precettori, professori, direttori: docenti di tutti i tipi (con l’esclusione dei professori universitari) e di tutte le province argentine si danno il cambio per contribuire di persona a uno sciopero che non ha precedenti nella storia sindacale del paese.
Gli obiettivi della lunghissima battaglia non si limitano a richieste di aumenti salariali (per tutti i livelli e in tutto il paese, da La Quiaca alla Terra del Fuoco), ma sono finalizzati a una revisione integrale del sistema educativo dell’Argentina.
I docenti chiedono la creazione di un «fondo de financiamento educativo» e una nuova legge di «educación pública nacional»; respingono, inoltre, tutti i progetti governativi che prevedano l’introduzione della flessibilità sul lavoro e la soppressione della copertura sanitaria pubblica per i lavoratori dell’educazione.

UNA LEZIONE PER TUTTI

Entriamo da una porticina laterale, quasi in punta dei piedi per timore di disturbare. Ma all’interno c’è molto movimento. Marta Maffei, segretaria generale del CTERA (la «Confederation de Trabajadores de la Educación de la Republica Argentina», che rappresenta 192.000 docenti), è intervistata da un gruppetto di giornalisti. Alcuni studenti parlano con un’insegnante. Altre persone stanno disegnando manifesti di protesta. Ci sono sedie accatastate, tavoloni pieni di carte, lavagne con messaggi di tutti i tipi, un televisore acceso.
Gli scioperanti si riconoscono immediatamente, perché indossano un camice bianco, e una targhetta avverte che sono maestri in sciopero della fame. In tre si offrono di farci da guida. Cesar Olivares è precettore a Moreno, nella provincia di Buenos Aires; Margherita Aqueveque insegna contabilità in una scuola secondaria nel Rio Negro; Alicia Ferrada lavora in un asilo di Esquel, nella provincia di Chubut.
La tenda è divisa in tre parti distinte: a destra (rispetto all’entrata principale) c’è uno spazio per le riunioni, le telefonate e la distribuzione delle bevande; al centro c’è una stanza per accogliere i visitatori; a sinistra c’è l’ambiente più privato, dove sono state sistemate le brande per il riposo.
Chiediamo in cosa consista lo sciopero. «Non assumiamo – ci spiega Margherita – alcun tipo di alimento. Prendiamo soltanto liquidi». E, per farci comprendere meglio l’organizzazione, ci mostra un foglio appeso a un pannello. Esso indica con precisione tutte le bevande da assumere: ogni mezz’ora, a partire dalle 7,30 del mattino, un liquido diverso (thé, mate, Seven-up, ecc.). «Questa tenda – spiega Cesar – è un esempio di pace, di lotta, di solidarietà. Noi qui dentro conviviamo con persone che non conosciamo, provenienti da altre province. C’è gente che viene da molto lontano, lasciando la famiglia per almeno 20 giorni. Gli argentini non vogliono più violenza. Per questo una manifestazione pacifica come la nostra ha l’appoggio della società».
«Il nostro salario è talmente basso che provo vergogna a dirlo» confessa Cesar. La retribuzione media per un insegnante è di 350 pesos mensili. Per comprendere l’esiguità della somma, sono sufficienti due dati: un salario di 300 pesos è considerato un salario da fame o di pura sopravvivenza; d’altra parte, secondo gli istituti di ricerca argentini, una famiglia con due bambini per coprire le necessità basilari avrebbe bisogno di almeno 1.030 pesos al mese.
«Tutti sappiamo – ha detto il deputato Andres Delich – che i problemi educativi non si esauriscono nei bassi salari dei nostri docenti. Tuttavia, allo stesso tempo, sappiamo che senza salari degni risulta impossibile qualsivoglia progetto serio di miglioramento della scuola argentina». Ma non tutti, in Argentina, sono d’accordo. Ancora in luglio, Roque Feández, ministro dell’economia, aveva detto: «È vero che i maestri guadagnano poco, ma è altrettanto vero che lavorano poco».
Marta Maffei, appena riconfermata alla testa del CTERA, porta dei grandi occhiali e un telefonino che squilla in continuazione. Ci dice: «Nella carpa, nelle strade, nelle scuole continuiamo a lottare per un’Argentina giusta per tutti. Noi non vogliamo un maquillaje, chiediamo cambi profondi. Nella carpa de la dignitad, con la forza, la convinzione e la serena fermezza dei maestri abbiamo detto no alla violenza istituzionale, alla rassegnazione, all’isolamento. Abbiamo mostrato un sindacalismo differente che usa strumenti diversi. È bello poter contare sulla solidarietà della gente per combattere contro questo fondamentalismo neoliberista, globale e selvaggio».

PER UN PUGNO DI «PESOS»

Pare che la Carpa blanca dia molto fastidio al presidente Carlos Menem e ai politici della maggioranza. Quando, lo scorso settembre, si parlò di installae una anche davanti alla Casa Rosada, in Plaza de Mayo, intervenne a vietare l’iniziativa il responsabile degli interni, Carlos Corach. Il ministro giustificò il divieto affermando che Plaza de Mayo è un «monumento storico nazionale» e che, pertanto, non può essere fatta oggetto di manifestazioni.
Il governo ha sempre sostenuto che non c’è denaro per finanziare le richieste dei docenti. Per sbloccare la situazione, in settembre i deputati hanno approvato il progetto governativo di un’imposta d’emergenza dell’1% (annuale) sul valore delle automobili: il denaro raccolto in questo modo (700 milioni di pesos, secondo le stime ufficiali) avrebbe dovuto finanziare un aumento dei salari dei docenti. Il progetto è stato però modificato dal Senato e, quindi, è tornato alla Camera, dove è attualmente fermo. Nel frattempo, il mercato dell’auto è crollato dell’11%…

IL DISEGNO DI MENEM

Che il budget statale sia limitato corrisponde a verità. Inoltre, in questi anni di politiche neoliberiste, la situazione sociale è degenerata e il governo ha dovuto riempire più le pance che le teste degli scolari: le spese per dare da mangiare ai bambini hanno prevalso su quelle per l’istruzione.
Secondo dati ufficiali, oggi in Argentina ci sono 1.357.995 famiglie che vivono in condizioni critiche; il numero dei poveri arriva a 9 milioni di persone, circa il 25% della popolazione argentina. Cifre allarmanti, soprattutto davanti ai proclami trionfalistici fatti dal presidente e dai suoi ministri economici. Ma Menem non sembra preoccupato, forse perché ha deciso di rispettare la costituzione non candidandosi (sarebbe stata la terza volta consecutiva) alle elezioni del 1999. È probabile che nella sua testa ci sia un progetto di più lungo respiro: ripresentarsi nel 2003, possibilmente nelle vesti di salvatore della patria.

Paolo Moiola




OCEANIAChiesa in alto mare

Si è svolto a Roma, dal 22 novembre al 12 dicembre
1998, il primo Sinodo dei vescovi per l’Oceania.
Le giovani chiese del continente continuano l’opera
di evangelizzazione e promozione umana
tra innumerevoli sfide: isolamento geografico,
complessità dell’ambiente multiculturale e
multireligioso, confusione provocata dal pullulare
delle sètte fondamentaliste, diversità delle condizioni
socioeconomiche delle popolazioni e scarsità di aiuti.
Un insieme di chiese sorelle che chiede solidarietà.

Non è facile rintracciare sull’atlante la diocesi di mons. Guy Chevalier, Taiohae o Tafenuaenata, nella Polinesia francese. «Vescovo nelle Marchesi – spiega -, a 1.500 km dal più vicino confratello vescovo. Sono abituato a un certo isolamento. Ma c’è un isolamento molto più serio: quello delle piccole comunità cattoliche (isole, villaggi o regioni) che, per la loro collocazione geografica e l’esiguo numero di abitanti, sono abituate a vivere senza sacerdote».
Ancora più problematico scorgere le isole Cook, «molto piccole e isolate, sparse in 240 chilometri quadrati di oceano». Viene da dire: povera chiesa universale, rintracciabile solo con la lente d’ingrandimento!
UNA CHIESA GALLEGGIANTE
Al Sinodo dell’Oceania un vescovo inizia il suo intervento scusandosi di non essere un teologo, ma aggiustatore di motori. C’è da capirlo: quando il fuoribordo va in tilt, non c’è nessuno che lo ripari all’infuori di lui; l’evangelizzazione tira i remi in barca. In Oceania l’attività missionaria non si misura in passi o a chilometri, ma a ore di navigazione. Che la geografia non abbia nulla a che vedere con l’evangelizzazione è opinione da dilettanti.
Le chiese d’Africa, America e Asia, di cui si sono celebrati i sinodi, hanno in comune la terraferma, che consente loro di stabilire i punti di partenza e arrivo, di misurare le distanze prima di spiccare il volo. I popoli continentali hanno qualche goccia di sangue in comune nelle vene. L’Oceania, al contrario, galleggia sugli oceani, dando la sensazione di una piattaforma sballottata dai flutti e senza meta fissa. I suoi popoli vengono da mondi ignoti e migrano verso altri altrettanto sconosciuti.
Anche l’Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea, pur così immense, fanno parte di quel mondo sparso, che si staglia contro il fondo verde mare, sul quale la missione naviga da due o tre secoli e ha avuto impulso con l’arrivo dei missionari dei Sacri cuori, maristi e Pime: una missione consacrata dal sacrificio di Damiano di Molokai, Pietro Chanel, Giovanni Mazzucconi, Peter To Rot, Mary Mckillop e altri santi e beati.
Un terzo della superficie terrestre ospita poco più di 30 milioni di abitanti; 700 i linguaggi soltanto in Papua Nuova Guinea. A rappresentare questa chiesa non sono stati scelti, come per gli altri sinodi, dei delegati: l’invito è stato rivolto a tutti. Hanno risposto 37 vescovi dell’Australia, 10 della Nuova Zelanda, 19 di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, 15 del Cepac (Conferenza episcopale del Pacifico), comprendente le isole minori come Samoa, Tahiti, Fiji, Nuova Caledonia, Guam, Wallis e Futuna, Kiribati, Marianne, Cook, Vanuatu ecc. Ognuno con il suo carico di problemi e soluzioni mancate.
UN SINODO TUTTO DIVERSO
Di strettamente episcopale c’è in essi la croce, che deve essere pesante e faticosa da portare. Si recano a gruppi verso la sala del sinodo, dondolando le loro cartelle come vecchi compagni di scuola, conversando in inglese con accento coloniale americanizzato che li accomuna, in francese e tedesco. Ne riconosci la provenienza dai nomi: Collins, Gerry, Baes, Loft, Reichert, Kurtz, Chevalier ecc. Non manca l’italiano, anzi il veneziano: è mons. Cesare Bonivento del Pime, vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea, accompagnato dal giovane assistente indiano, padre Joseph Mathai Pullanappillil. Vengono poi i capi dicastero, i membri di nomina pontificia, esperti, auditori e auditrici.
Tra queste spicca la signora Elsie Heiss, della «nazione aborigena dei wirandjuri», alta, bruna, vestita all’occidentale, con un accento inglese da intellettuale e un leggero tocco di stravaganza che la rende distinguibile a prima vista. È addetta all’ufficio per la Pastorale degli aborigeni nel settore della sanità dell’arcidiocesi di Sydney.
Sono abbastanza numerosi gli aborigeni: circa 400 mila solo in Sydney e quasi altrettanti nella diocesi di Parramatta, suffraganea di Sydney; ma per l’opinione pubblica australiana essi non supererebbero i 300 mila. Sono state abolite le riserve, monumenti eretti dalla discriminazione razziale: dal 1948 gli aborigeni hanno cominciato a essere accolti, a gruppi scelti, nelle scuole cattoliche e in quelle pubbliche. Ma nella chiesa stentano a farsi strada: non ci sono ancora sacerdoti aborigeni, soltanto qualche diacono. «Vorrei dire ai vescovi e cardinali di aprire le porte anche alla mia gente – afferma Elsie -, perché possano diventare sacerdoti. Ne abbiamo bisogno come gli altri».
Il problema aborigeno è affiorato più volte nel sinodo, mentre la signora Heiss ha fatto un intervento di grande ispirazione: «Poiché l’inculturazione – ha detto fra l’altro – rappresenta un termine accettabile per la nostra comunità ecclesiale, noi portiamo alla chiesa i nostri valori spirituali e culturali, che possono contribuire ulteriormente all’arricchimento delle comunità cristiane».
OGNI CHIESA È UN’ISOLA
Il sinodo apre i suoi lavori su «Gesù Cristo e i popoli dell’Oceania» con una panoramica d’insieme esposta all’assemblea dal relatore generale, mons. James Hichey, arcivescovo di Perth in #Australia. Prima di dare lettura della relazione, assicura i presenti che è stata commissionata una mappa della chiesa in Oceania per facilitare la comprensione degli interventi a tutti i partecipanti, compresi gli addetti all’informazione; che è quanto dire: appartenere alla chiesa d’Oceania non significa conoscere tutte le chiese della Melanesia, Micronesia, Polinesia, Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea, ma cercare in tutti i modi di avvicinare i popoli e le comunità accorciando le distanze che finora li hanno tenuti separati.
La missione, da quando è esistita, ha sempre avuto a che fare con linguaggi e culture, ma qui si è aggiunta un’altra barriera: quella delle distanze. «Navi, battelli, canoe e aerei – dice il relatore – in Oceania sono sempre stati più importanti che automobili e treni». Forse è racchiusa, in questa espressione ovvia, la chiave per comprendere la natura dell’evangelizzazione in Oceania, dove rari sono contatti e scambi, perché qui ogni uomo è un’isola. Non si è mai parlato di distanze nei precedenti capitoli, neppure in quello dell’Asia dove, presumibilmente, il problema esiste, ma su terra ferma.
I temi focalizzati ritornano nelle assemblee e nei lavori di gruppo, che si sono svolti dal 22 novembre al 12 dicembre. A ognuno il compito di metterli sul tavolo in modo comprensibile e condivisibile da tutti.
SFIDE DI CULTURE E SÈTTE
In questa comunità di intenti e nella fede partecipata si riconosce la chiesa di oltre mezzo mondo, rappresentata da un pugno di uomini e di donne. Ritorna con martellante insistenza il tema dell’incontro del vangelo con la cultura, che non avviene in modo indolore, perché ogni penetrazione del vangelo cambia pensiero e vita. Il prefetto apostolico delle isole Marshall, il gesuita C. Gould, invita alla sfida, «laddove la cultura dominante sembra contraria al vangelo e al modo di vivere cristiano».
L’intento è buono, ma la comunità è troppo fragile per resistere alle sollecitazioni della tradizione e delle novità. A volte stravolge il senso del vangelo e ne ricava soluzioni deformanti, come le sètte. Sono queste un fenomeno deviante che non risparmia nessun angolo dell’Oceania. Alcune sono importate, altre di origine locale. «Nelle Samoa americane – dice mons. Quinn, vescovo di Samoa-Pago Pago – gruppi religiosi a tendenza fondamentalista fanno riferimento a comunità religiose della “corrente principale”, sia protestante che cattolica, e attraggono persone di ogni età, grazie allo stile accattivante, compartecipazione, musica e finanziamenti esteri». Preoccupa i vescovi la divisione che le sètte operano in alcuni villaggi, mettendo a nudo «il punto debole del cattolicesimo»; come preoccupa il crescente numero di matrimoni misti e separazioni che ne conseguono.
E qui viene messo in causa il Codice di diritto canonico del 1983: a giudizio di mons. Boyle, vescovo di Donedin (Nuova Zelanda), esso lega le mani a vescovi e sacerdoti più di quello del 1917, al punto che ciò che era permesso prima è vietato oggi, e viceversa. È permesso solo ciò che dice il Codice. Questo criterio, a giudizio del presule e di altri, oltre che creare confusione nei sacerdoti, determina una fuga dalla chiesa a tutto vantaggio delle sètte.
«Talora – annota mons. Lolesio Fuahea, vescovo locale di Wallis Futuna – le sètte sono dei circoli chiusi, formati da gente influente, che cercano di dominare il paese e la chiesa». In Papua Nuova Guinea molte sètte deriverebbero dalla cosiddetta cargo mentality, che intende entrare in possesso dei beni che gli europei hanno sottratto con l’astuzia, facendo uso degli stessi metodi.
LOTTA ALL’IGNORANZA
Il proliferare delle sètte viene attribuito specialmente all’ignoranza religiosa dilagante ovunque. Le scuole cattoliche, che formavano la base per una evangelizzazione intelligente e cosciente, danno segni di cedimento e laicismo. L’allarme sale da più parti. Il vescovo autoctono di Suva nelle Fiji, Petero Macata, teme per il futuro della scuola, a motivo del dilagare dei «nuovi gruppi religiosi (sètte), che offrono un consistente supporto finanziario per colpire i cattolici di spicco proprio nell’istruzione dei loro figli. Soldi per i pesci grossi… Speriamo di poter conservare le nostre scuole». Nel caso contrario, la chiesa perderebbe la base più importante della sua evangelizzazione, che aveva di mira la formazione di un laicato efficiente e responsabile.
Al problema della scuola è direttamente legato quello della formazione dei catechisti e, soprattutto, dei sacerdoti. «Il numero delle vocazioni locali – ammette il card. Tomko – aumenta con buon ritmo, anche se insufficiente». Più esplicito mons. Cesare Bonivento della Papua Nuova Guinea, per il quale il problema non sta solo nella quantità e qualità dei candidati, ma anche nell’impegno dimostrato dai pastori. «Se ci impegneremo poco in questa direzione – avverte – daremo sempre l’impressione che la nostra chiesa è riluttante a diventare chiesa locale».
Molti altri i problemi studiati e dibattuti: comunione e dialogo; diritti umani e insegnamento sociale della chiesa; problema dei sacerdoti soli, dei diaconi sposati, dei catechisti facenti funzione di preti, di comunità rimaste senza eucaristia sei mesi all’anno.
C’è soprattutto un senso di impotenza, a partire dai vescovi stessi, i quali si sentono incapaci di intervenire, perché privi dei collegamenti necessari, non esclusi quelli finanziari. Qualcuno ha espresso la propria «preoccupazione per il fatto che i criteri delle agenzie di benefattori, specialmente quelle cattoliche, possono essere diversi da quelli delle nostre aree in via di sviluppo. Si spera che i criteri di donazione non escludano i bisogni delle chiese particolari in Oceania o in qualunque altro posto».
Un appello alla solidarietà mondiale perché non distingua tra poveri in macchina e poveri in canoa.

Giovanni Tebaldi




ITALIA – I marciapiedi della discordia

Nei consultori familiari e negli ospedali torinesi
le pazienti extra-comunitarie sono sempre di più.
La maggioranza ha problemi seri. Portati dai paesi che hanno abbandonato o «presi» sulle strade italiane.

Christine ha 25 anni, è in Italia dal ’95; vi è giunta al seguito di un’amica, Kitty, nigeriana come lei, che le aveva proposto di aiutarla nei suoi preparativi per il matrimonio. Avrebbe dovuto fermarsi a casa sua, a Torino, per un paio di mesi, il periodo giusto per organizzare un evento che, nella loro tradizione, assorbe molta energia. Christine lascia il lavoro di impiegata a Benin City e arriva nel nostro paese. Per alcune settimane è ospite della ricca amica e si gode felice la vacanza.
Un giorno, però, Kitty la invita ad uscire con lei e la conduce in una strada, il corso Regina Margherita. «Ecco, io lavoro qui. Faccio la prostituta. Da domani sarà anche il tuo mestiere». Christine, scioccata, le chiede perché non glielo avesse detto prima e si rifiuta di cedere all’imposizione della sua falsa amica. Iniziano così violenze e ricatti di ritorsione alla famiglia; infine, un rito woodoo sancisce nel sangue il patto di sfruttamento e di paura. Sessanta milioni da «restituire» attraverso un lavoro che inizia al mattino per terminare a notte inoltrata: un viaggio da Torino alla provincia di Cuneo, 30-50 mila lire a cliente, per tre mesi. Per sé non può tenere neanche i soldi per il cibo: deve consegnarle tutto. Un inferno domestico fatto di piatti e bottiglie scagliate contro di lei (e il suo corpo ricoperto da cicatrici lo dimostra senza equivoci), fame e umiliazioni, pericoli e insidie per la sua salute ed incolumità. Finalmente, la fuga verso la libertà in casa di un amico, un cliente gentile che la riempie di regali. Due anni di serenità e di fiducia riacquistate; poi, all’improvviso, una mattina bussa alla porta la mamam con due scagnozzi: volano insulti e minacce, per lei e il suo fidanzato. Lui si spaventa e la manda via di casa. Così, terrorizzata, delusa e disperata, è di nuovo sul marciapiede, fino alla comparsa dei primi sintomi di una malattia terribile: l’Aids.
Ora Christine è ricoverata in ospedale, ha abbracciato la fede cristiana attraverso un gruppo di religiosi che l’ha accolta e assistita. Purtroppo il virus avanza, ma lei, forse, non ne è cosciente. Tra lacrime e guizzi di un’antica e indistruttibile allegria, ha raccontato la sua storia e così la conclude: «Ho smesso di fare quella vita squallida e le maledizioni woodoo della mia ex mamam non mi fanno più paura. Ora credo in Dio e in Gesù».
La storia di Christine è tristemente comune a molte donne africane e albanesi. Molte, malate, si rivolgono ad ospedali e A.s.l. torinesi per ricevere aiuto medico, ma anche un sostegno psicologico. Per tante altre, invece, è l’aborto il motivo di ingresso nelle strutture sanitarie.

Consultorio familiare di via Sospello n. 139, Borgo Vittoria, Torino: nella sala d’attesa siedono alcune donne immigrate. Un’anziana signora italiana le guarda con diffidenza borbottando ad alta voce.
Quando è il suo tuo, senza ribattere, una di loro si alza e si dirige in uno degli ambulatori.
Sono tante le pazienti straniere anche in questa circoscrizione, la V: gli operatori parlano del 15% dell’utenza, formata, in prevalenza, da egiziane, maghrebine, ma anche da nigeriane e di altre nazionalità. Non tutte sono in regola, ma proprio per la natura stessa dei consultori, che sono facilmente raggiungibili dal pubblico, sono gratuiti e garantiscono l’anonimato (legge n. 405/75), possono accedervi senza paure o rischi.
Tuttavia, l’ambiente «multietnico» di via Sospello non costituisce un caso isolato. In molti quartieri torinesi, infatti, la presenza di cittadini extra-europei è forte e ben visibile e viene a riflettersi anche all’interno delle strutture pubbliche. Marocchini, peruviani, cinesi, rumeni, filippini, egiziani, nigeriani, somali, albanesi, ex-jugoslavi, senegalesi, tunisini… vanno a formare la numerosa popolazione (si parla di qualche decina di migliaia) di nuovi utenti, regolari e clandestini. L’azienda sanitaria torinese che ne ha registrato la maggioranza dei ricoveri in Day Hospital e in degenza ordinaria è di sicuro il Sant’Anna – Regina Margherita, dove i pazienti extra-comunitari, donne e bambini (alcuni dei quali vittime di guerra o colpiti da gravi malformazioni ad organi vitali) toccano punte del 6-7-8%. In questa prospettiva, un lavoro molto importante viene svolto dal mediatore socio-culturale, che facilita la comunicazione tra medici e pazienti stranieri.
Un altro ospedale dove la presenza annua di utenti immigrati si aggira intorno alle 400-500 unità è il Mauriziano; seguono poi il Martini Nuovo di via Tofane, le Molinette, il San Giovanni Bosco, l’Amedeo di Savoia, il San Giovanni Vecchio e il Maria Vittoria.
Gli interventi medici richiesti vanno dalle interruzioni di gravidanza (7-800 su tutte le A.s.l. torinesi); ai parti (400 relativi a donne straniere anche comunitarie, e circa 200 di sole cittadine extra-comunitarie); all’asportazione e cura di tumori; al trattamento di malattie sessualmente trasmissibili come l’Aids, di vari tipi di patologie respiratorie e polmonari, di disturbi della personalità, di psicosi, nevrosi, ansie…
Un esempio fra tutti: la A.s.l. 3 (Amedeo di Savoia, Maria Vittoria, distretti di base e consultori a loro connessi) ha accolto circa 1.500 utenti immigrati.
Particolarmente importante è il ruolo svolto dai consultori familiari: molte donne vi si rivolgono per chiedere aiuto e consiglio per le più disparate ragioni medico-sanitarie, ma anche socio-assistenziali e psicologiche. «Da noi arrivano madri all’ottavo mese di gravidanza, immigrate dall’Africa o dal mondo arabo, che non hanno mai fatto un esame di controllo» racconta Maryam, una mediatrice socioculturale egiziana. «Altre hanno problemi con il partner e denunciano gravi violenze domestiche; alcune donne arabe prenotano, tra mille remore e tormenti, interruzioni di gravidanza assolutamente vietate dalla loro cultura di appartenenza; altre ancora hanno problemi di solitudine e di depressione, o paura di malattie che non conoscono; qualcuna richiede una consulenza per convincere il marito a superare barriere culturali e tradizionali che gli impediscono di far uso di profilattici».
«Capita anche che qualche ragazza albanese o nigeriana si rechi in ospedale, perché non si sente bene e scopra da un momento all’altro di essere affetta dall’Aids». Casi umani disperati che affiorano alla superficie di un’ormai ampia fascia di popolazione immigrata, che non è solo portatrice di criminalità, ma che è spesso vittima di abusi, ingiustizie e sfruttamento.
Come Amina, la giovane donna maghrebina, incinta, che viveva in uno squallido retrobottega, tra topi e scarafaggi, senz’acqua e senza possibilità alcuna di arginare un’estesa infezione puerperale all’apparato genitale: per quel locale malsano, indegno di un essere umano, pagava 700 mila lire al mese al proprietario, un italiano.

LYDIA, SARAH E LE ALTRE

È un mercato in espansione. Negli ultimi anni il fenomeno della prostituzione
extra-comunitaria si è allargato
dalle periferie delle grandi città alle strade
dei piccoli centri di provincia.
Cronaca (non commentata) di un viaggio
in treno da Torino a Rovereto.

Ore 17.59, stazione di Torino Porta Susa. Sono tante le nigeriane in attesa del treno interregionale per Milano. Quando arriva, la maggioranza sale su uno dei vagoni di testa. Si sistemano in gruppetti di tre. Alcune, allungate le gambe, appoggiano subito la testa sulle sacche nere. Altre estraggono cibo odoroso da sacchetti di plastica. Passa il controllore che esamina con attenzione i loro biglietti. Alcune mostrano l’abbonamento. Mentre fingo di leggere i giornali, sbircio ciò che accade. Una di loro estrae dal beauty uno specchietto e inizia a spalmarsi con cura una crema bianca sul viso. La dirimpettaia, camicietta nera a lustrini fluorescenti, si passa un pennello sulle palpebre. La terza, jeans attillati e felpa, si tinge le unghie delle mani con un colore verde smeraldo. Il vagone sembra essersi trasformato in una silenziosa «sala trucco». Allungo lo sguardo verso i sedili più avanti. Un’altra nigeriana, lunghi capelli neri raccolti in treccine, specchietto in mano, si trucca con attenzione ciglia e sopracciglia. La sua vicina, scarpe con tacchi altissimi, si sta riposando con il viso nascosto sotto la tenda del finestrino, ma è svegliata dal trillo del telefonino che la compagna seduta a fianco tiene legato alla cintola dei pantaloni. Alle 19 e 45 il treno entra nella stazione centrale di Milano. Le nigeriane scendono velocemente e si disperdono. Io mi dirigo verso un altro binario.

Ore 22.30, stazione di Rovereto, provincia di Trento. La stazione si trova lungo la strada statale. La luna illumina la notte. Ci dirigiamo verso sud, in direzione dell’incrocio per il lago di Garda. Saranno meno di tre chilometri. Sulla destra c’è un distributore di benzina. Accanto, un po’ in penombra, una nigeriana è in attesa. Procediamo incrociando poche auto. A sinistra si trova un altro distributore. E un’altra donna nera. Slanciata, indossa un abito molto corto, nonostante la temperatura. Passiamo il ponte sul torrente Leno. Sulla sinistra c’è una nuova pompa di benzina. E, accanto ad un lampione, una ragazza di colore. Un semaforo e un incrocio. A destra, ancora un distributore. E ancora una nigeriana. Poco oltre, l’ennesima pompa di benzina. E l’ennesima ragazza (*). Sta confabulando al finestrino di un’auto. Tra qualche centinaio di metri, io sarò a casa. Il termometro segna 2 gradi centigradi.
Paolo Moiola

(*) Secondo recenti statistiche, in Italia lavorano circa 25.000 prostitute straniere. Di queste il 60% proviene dalla Nigeria, il 15% dall’Albania, il 10% dalla ex Jugoslavia.

LAPIDAZIONE O FUSTIGAZIONE

Il corano e la sharia sono assolutamente ferrei in materia sessuale. Sono vietati i rapporti pre ed extraconiugali (foicazione) e la prostituzione. Se il foicatore è già stato sposato, almeno una volta, con una donna musulmana, viene applicata la pena capitale tramite lapidazione; se è ancora celibe, verrà condannato alla fustigazione pubblica (100 frustate).
«Il rapporto sessuale illecito – zina, in lingua araba – è definito come rapporto al di fuori del milk o della shubhat milk: il milk è il diritto al rapporto sessuale che scaturisce dal matrimonio o dal possesso di una schiava» (*).
Sura XVII, v. 32: «Non ti avvicinare alla foicazione. È davvero cosa turpe e un tristo sentirnero». Sura XXIII, vv. 5-6-7 e sura LXX, v. 29-30: «(…) e che si mantengano casti, eccetto con le loro mogli e con le schiave che possiedono – e in questo non sono biasimevoli -, mentre coloro che desiderano altro sono i trasgressori». Sura XXXIII, v. 30: «O mogli del Profeta, quella tra voi che si renderà colpevole di una palese turpitudine, avrà un castigo raddoppiato due volte. Ciò è facile per Allah». Sura V, v. 5: «(Vi sono inoltre lecite) le donne credenti e caste, le donne caste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, versando il dono nuziale – sposandole, non come debosciati libertini!». Sura IV, v. 15: «Se le vostre donne (nell’islam è ammessa la poligamia, ndr) avranno commesso azioni infami (adulterio), portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah non apra loro una via d’uscita»; v. 24: «(…) A parte ciò, vi è permesso cercare mogli utilizzando i vostri beni in modo onesto e senza abbandonarvi al libertinaggio (…)»; v. 25: «E chi di voi non avesse i mezzi per sposare donne credenti libere, scelga moglie tra le schiave nubili e credenti. Allah conosce meglio la vostra fede, voi provenite gli uni dagli altri. Sposatele con il consenso della loro gente, e versate la dote in modo conveniente; siano donne rispettabili e non libertine o amanti(…)». Sura II, v. 235: «Non sarete rimproverati se accennerete a una proposta di matrimonio, o se ne coltiverete segretamente l’intenzione. Allah sa che ben presto vi ricorderete di loro. Ma non proponete il libertinaggio; dite solo parole oneste».
E, per concludere, sura XXIV – La Luce, v. 2-10: «Flagellate la foicatrice e il foicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite nell’applicazione della Religione di Allah, se credete in Lui e nell’Ultimo Gioo, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione (…)».
Un breve cenno merita il cosiddetto matrimonio temporaneo – mut’a -, consentito apertamente dalla sola pratica sciita (duodecimana): esso è previsto per circostanze particolari ove non si possa o non si voglia celebrare un matrimonio a tutti gli effetti. Questa unione temporanea ha lo scopo di poter «consumare» il rapporto sessuale senza infrangere la legge islamica. Alla donna viene corrisposto un compenso.
Angela Lano

(*) Cfr. Joseph Schacht, Introduzione al diritto musulmano, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1995, pag. 186

Angela Lano




KENYA – Tanta fede e nervi saldi

Sono in Kenya per la quarta volta; la prima come «giornalista» di Missioni Consolata. Dal lago Turkana all’Oceano Indiano, passando per le regioni di Meru, Kikuyu e Nairobi, ho incontrato missionari e missionarie impegnati allo spasimo, nonostante l’età, per sovvenire alle necessità e aspirazioni della gente; condiviso dolori e speranze;
sentito racconti di atrocità e miseria; visto comunità in piena fioritura di fede e vita cristiana; vissuto emozioni indimenticabili… Presento il tutto a puntate.

Alle 8.30 il piccolo Fok-ker decolla dall’aeroporto Windsor di Nairobi diretto a Maralal, dove avrà luogo il funerale di padre Luigi Andeni, ucciso da malviventi il 14 settembre ad Archer’s Post. Viaggio insieme a vari confratelli, due nipoti del defunto, mons. John Njue, presidente della Conferenza episcopale del Kenya, e il nunzio apostolico Giovanni Tonucci.
Traballiamo sopra una fitta coltre di nuvole; poi l’orizzonte si squarcia d’improvviso: la catena dell’Aberdare, a sinistra, sembra a portata di mano; a destra ammicca tra le nubi il massiccio del monte Kenya.
Dopo un’ora di volo, atterriamo su una pista fiancheggiata da zebre, mucche, capre, asini e pastori, avvolti in vesti scarlatte e armati di lance e bastoni. Ancora mezz’ora in Land Rover e arriviamo a Maralal. Il tempo di salutare qualche confratello e inizia il funerale: tre ore di commozione intensa e palpabile. Dentro e fuori la chiesa una folla traboccante segue riti e discorsi con attenzione, applaudendo i passaggi più toccanti e graffianti. Ne parlerò in una prossima puntata.
Alle due del pomeriggio sono di nuovo in Land Rover per raggiungere Loyangalani, da dove inizierà la mia visita al Kenya. Viaggio insieme a padre Lino Gallina, che rientra nella sua missione dopo le vacanze in Italia. Per 200 chilometri la strada sale e scende per pendii scoscesi e pietrosi; scossoni e sobbalzi mettono a dura prova la spina dorsale. Più che sul tracciato stradale e i panorami mozzafiato, l’attenzione si concentra sulle persone che incrociamo: fa un certo effetto vedere i pastori con perizoma scarlatto e sofisticati fucili a tracolla, al posto delle tradizionali lance e bastoni.
«Per difendere il bestiame dalle razzie dei predoni ngorokos – spiega padre Lino -, il governo ha concesso ai capi dei villaggi di tenere le armi. Da quel momento tutta la gente ha cominciato a comperare fucili dai mercanti somali e sudanesi, col risultato che turkana e samburu si sono armati fino ai denti. Nel 1996, durante la campagna elettorale, alcuni candidati al parlamento hanno alimentato le rivalità tra le varie etnie, sfociate in razzie e scontri feroci, con centinaia di morti e migliaia di persone in estrema povertà. Ora la situazione sembra calma; ma l’abbondanza di armi ha fomentato il banditismo: le missioni sono i bersagli preferiti; ma anche le strade del Marsabit sono a rischio per tutti, bianchi e neri, senza distinzione».
A parte un pizzico di apprensione, la strada massacrante, l’oscurità impenetrabile, il viaggio prosegue tranquillo. Alle dieci di notte arriviamo a destinazione. Il tempo di prendere un boccone, scambiarci qualche notizia e subito a letto. La notte si trasforma in un bagno turco: non sono trascorse 48 ore tra il fresco autunno torinese e gli oltre 30° in casa.

Mi alzo al canto degli uccelli, per godermi la brezza mattutina. Il cortile sembra coperto di brina gialla: sono i fiori caduti dalle acacie sotto l’impeto del vento. Alcuni bambini li raccolgono per darli in pasto alle caprette. Poetico, vero? Ma il termometro in saletta è bloccato sui 30 gradi.
Comincia la visita alle varie attività della missione, rifugiandomi il più possibile sotto l’ombra. Si avvicina una vecchia turkana per salutare padre Lino: rosicchia un grosso dattero. «Lo chiamiamo “arancia di Loyangalani” – spiega il padre sorridendo -; ma non è buono neppure per le capre».
Salutiamo suor Florinda: sta annaffiando l’orto. Ci mostra le piante di cetrioli: tanti fiori, ma niente frutti. Da 30 anni, padri e suore le stanno provando tutte per coltivare qualche verdura; ma non hanno ottenuto una sola foglia d’insalata. Il terreno e troppo acido e salato.
Sulla sponda del lago Turkana, Loyangalani è una piccola oasi in una immensa zona vulcanica. Tutto attorno sono pietre infuocate. Grazie a Dio, un bel vento spira giorno e notte, dal lago verso la montagna e viceversa, rendendo l’aria più respirabile, ma mettendo a dura prova il sistema nervoso di chi non è abituato. E per abituarsi occorrono tanta fede e nervi saldi.
Entriamo nel centro medico: oltre alle medicine, offre la possibilità di degenza per i casi gravi; per quelli disperati c’è un ospedale a quattro ore di Land Rover. Ogni settimana i due infermieri prestano servizio ambulante in 14 villaggi, per preparare ostetriche e insegnare igiene e pulizia.
Nonostante le precauzioni, un’epidemia di colera scoppiò nel luglio scorso. «Diagnosticati i primi casi – racconta padre Achille Da Ros -, telefonai subito ai Medici senza frontiere, che accorsero tempestivamente, curarono i malati e attivarono tutti i mezzi per bloccare l’epidemia: con una campagna a tappeto, tutti gli el molo, i più colpiti, e vari gruppi di turkana e samburu furono immersi in bagni disinfettanti, strigliati a dovere e ingozzati di medicine. Sono stati giorni cruciali, specie per suor Linda Hill, missionaria della Consolata, che ha vegliato i pazienti notte e giorno, fino all’esaurimento».
Accanto al dispensario, gruppi di bambini siedono sotto gli alberi; altri, aggrappati alla rete di recinzione, hanno gli occhi fissi su un enorme pentolone di polenta.
«La denutrizione infantile è un problema endemico a Loyangalani – spiega padre Lino -. Da uno studio fatto nel 1996, risultava che, su 600 bambini da zero a cinque anni, il 35% è denutrito; nei villaggi la percentuale era del 50%. Il problema si è aggravato negli ultimi due anni. Partiti i Medici senza frontiere, che hanno provveduto a superare l’emergenza, la missione continua la lotta contro la denutrizione, dando a 150 bambini un bicchiere di latte e un’abbondante porzione di polenta, integrata con proteine e vitamine».
A una quindicina di chilometri, altrettanti bambini el molo attendono di essere sfamati. Vi ha già provveduto padre Achille, partito con un altro pentolone di polenta.
Il pomeriggio, sotto una calura infeale, padre Achille mi fa visitare alcuni luoghi caratteristici: la valle dove è stato girato il film I monti della luna, varie sorgenti di acque diuretiche e lassative, immense distese di pietre nere e cocuzzoli ferrigni, con rari alberelli spinosi e scheletriti, selvaggiamente scorticati.
Ci fermiamo in riva al lago. Scuola, asilo, cappella e un rubinetto da cui scorre inutilmente acqua calda e pura: ecco quanto resta dei pittoreschi villaggi el molo di Komote e Laiyeni: spaventati dall’uccisione di un loro membro, gli abitanti hanno abbandonato gli accampamenti e si sono rifugiati tutti sull’isolotto antistante. «Mi sto dannando l’anima per convincerli a ritornare sulla terra ferma – racconta padre Achille -. L’isola è infestata dai coccodrilli. Senz’acqua potabile e in condizioni igieniche precarie, il colera potrebbe riesplodere da un momento all’altro».

È domenica: padre Achille è partito presto per Komote. Padre Lino celebra la messa nella chiesa parrocchiale per samburu e rendille; subito dopo quella per i turkana, i cui vestiti tradiscono estrema povertà. «Da sempre emarginati e sfruttati, oggi i turkana si sentono anche rifiutati dai samburu – spiega padre Lino -. Purtroppo tale tensione si riflette anche nella comunità cristiana; per questo abbiamo dovuto mettere due messe. Speriamo che tutto ritorni come prima».
Le tensioni etniche aumentano la povertà e l’incertezza del futuro. Il turismo dava lavoro a parecchie famiglie e stimolava l’artigianato: ora si vedono rari turisti mordi-e-fuggi. La pesca è crollata da quando l’Inghilterra ha sospeso le importazioni del pesce fresco e secco, in attesa di garanzie igieniche. L’allevamento del bestiame è sempre più difficile, a causa delle razzie e la scarsità di pascoli. I giovani, soprattutto, finite le elementari non sanno cosa fare: le scuole secondarie sono care e a centinaia di chilometri: continuare gli studi è un miraggio.
Bussando alle porte di varie organizzazioni, i missionari riescono a procurare qualche borsa di studio; fondi per attività di sopravvivenza. «Ci stiamo scervellando per trovare una soluzione che aiuti questa gente a camminare con le proprie gambe – confessa sconsolato padre Lino -, ma non ci riusciamo».
Il sole s’immerge nelle acque del lago, accendendo in cielo un immenso rogo fiammeggiante: di roseo, a Loyangalani, c’è solo il tramonto.

South Horr. Dalle prime luci del mattino, una fila di donne staziona davanti all’ufficio parrocchiale. Fino a sera ripetono lo stesso drammatico ritornello: «Padre, ho fame!».
«Quando mi siedo a tavola – racconta padre Egidio Pedenzini, parroco di South Horr -, mi si blocca lo stomaco, pensando a quelli che sono davanti alla porta. Spesso gli studenti delle secondarie mi dicono che non mangiano da tre giorni e ci credo».
Per convincermi, mi affida al catechista John, per una lunga camminata fuori del centro abitato, dove si sono rifugiate alcune famiglie scampate agli scontri tribali. Nella fuga hanno salvato il salvabile: una capretta scheletrita, qualche pentola ammaccata e i figli, naturalmente. Eppure c’è qualche segno di vita: lungo un torrente, che quest’anno non si è seccato, alcune famiglie hanno strappato qualche fazzoletto di terra alla boscaglia, vi hanno incanalato l’acqua per irrigare fagioli e granturco. Una novità per i samburu: pastori per tradizione, si dedicano all’agricoltura.
Il pomeriggio padre Egidio mi porta in macchina a vedere un’altra parte della missione. «Qui abitavano i turkana – racconta il padre, indicando mucchi di cenere -. Una notte i samburu hanno bruciato le loro capanne, accusandoli d’aver ospitato avanguardie ngorokos. La gente si è rifugiata nella missione. Ho procurato due capre per il sacrificio di purificazione del luogo e aiutato le donne a raccogliere i rami per ricostruire il villaggio. Un giorno, alle due del pomeriggio, il villaggio era di nuovo incenerito. Per tre mesi abbiamo sfamato 250 turkana».
Per tale aiuto i missionari sono stati accusati di schierarsi dalla parte dei turkana. «Dite che la chiesa è turkana – disse il padre, intervenendo in un raduno di autorità locali -. L’ho sentito da voi. Parlo in nome dei padri e delle suore: per noi non c’è alcuna distinzione tribale; siamo qui per servire tutti. Oggi sono i turkana, domani forse sarete voi, samburu, oppure i rendille a chiedere rifugio: la chiesa rimarrà aperta a tutti».
Sfidando le incomprensioni, missionari e missionarie cercano di portare la riconciliazione con opere sociali (asili, scuole, acquedotti, assistenza medica) e la testimonianza quotidiana della carità. «Ma non basta. Occorre incarnare il vangelo nella cultura della gente» afferma padre Egidio, che ama e conosce il mondo samburu come le sue tasche.
«Quando una persona vuole chiedere perdono, offre all’offeso un mazzetto d’erba – continua il missionario -; nessuno può rifiutarlo. Un simbolo potente per aiutare la gente a perdonarsi e ricostruire l’armonia. L’abbiamo usato, insieme al fuoco, per tutto il 1998, per significare la forza dello Spirito Santo, in preparazione al giubileo del 2000. La domenica i fedeli entravano in chiesa reggendo ciuffi d’erba; due anziani passavano a benedirli con latte e miele; quindi aspergevano l’altare e il fuoco, acceso davanti allo stesso altare e alimentato da due donne con legna speciale, quella usata per i sacrifici tradizionali. La gente era felice».
Rimango incantato, mentre parla a ruota libera delle esperienze d’inculturazione. La frase del vangelo «nessuno può servire a due padroni…», per esempio, viene tradotta con due proverbi samburu: «Il cane non abbaia in due villaggi allo stesso tempo»; «un uomo non può tenere i piedi sulle due rive del fiume».
Ha tradotto il canone della messa nel linguaggio e stile samburu: al prefazio e dopo la formula di consacrazione, col bastone in mano, egli elenca le meraviglie di Dio e invoca la sua protezione sui vivi e sui defunti; a ogni frase la gente risponde: «Ngaì! Ngaì!» (Dio), mentre apre e chiude i pugni, per invocare la venuta di Dio tra i suoi figli.
Per aiutare i catechisti a esprimere il vangelo col linguaggio della gente, Padre Egidio ha composto due libretti sul concetto di Dio e sui miti delle origini secondo la cultura samburu; sta per essee stampato un terzo sui sacrifici e cerimonie; un quarto è in avanzata elaborazione, sulla preghiera e benedizioni.
«Tra i vari simboli – continua – il taglio dei capelli potrebbe essere introdotto nel rito del battesimo e matrimonio. Nei momenti più importanti della vita, infatti, i samburu si rasano a zero: la donna dopo il parto, il giovane al tempo dell’iniziazione; gli sposi nel giorno del matrimonio; il vedovo o la vedova alla morte del coniuge; il defunto appena deceduto: ciò significa l’inizio di una nuova vita. Il battesimo è rinascita nella vita di Dio? I capelli degli sposi sono mescolati in latte e miele; nessuno può più distinguere a chi appartengano: quale simbolo più potente per significare l’indissolubilità del matrimonio? Finora ho usato questi simboli per spiegare i sacramenti; bisognerebbe tradurli in pratica perché producano il loro effetto. Ci sto pensando: a pasqua, vorrei rasare tutti i battezzandi, giovani e anziani, donne e bambini… Però qualche missionario mi rompe l’anima con Il diritto canonico!».
Tante sue iniziative, dopo 20 anni, rimangono allo stadio di esperimento. Padre Egidio ha tutte le ragioni di sentirsi solo. Ma non demorde.
Sarei dovuto partire presto, con un comodo fuoristrada dei Medici senza frontiere; mi hanno lasciato a terra. Una breve revisione degli impegni e disponibilità dei mezzi di trasporto: padre Pietro Davoli mi porterà a Baragoi nel pomeriggio. Intanto lo accompagno a Ngorlé, dove si reca a celebrare la messa a una comunità che si sta riorganizzando.
A 88 anni, 64 dei quali spesi in Kenya, padre Davoli è una figura mitica: una vita densa di avvenimenti, che racconta con affascinante semplicità e gioia contagiosa; fresco e pimpante come in giovincello, nonostante l’età, si adatta a qualsiasi incombenza e imprevisto della vita missionaria; quando è libero da impegni religiosi, lo trovi nell’orto o a seccare e macinare peperoncini, che poi distribuisce a tutte le missioni.
Gli domando il segreto della sua eterna giovinezza. «La missione allunga la vita» risponde sorridendo.

Baragoi: padre Giovanni Pronzalino è partito presto per visitare vari villaggi, radunare le piccole comunità cristiane, spiegare la bibbia, celebrare l’eucaristia, ascoltare i problemi della gente. Toerà a casa nel tardo pomeriggio. Così ogni giorno, sistematicamente, nonostante i 70 anni suonati. Padre Giuseppe Da Fre’, parroco sessantenne, mi aggioa sulla situazione.
La parrocchia di Baragoi si estende su un’immensa savana quasi tutta pianeggiante, teatro degli scontri etnici più cruenti di tutto il nord del Kenya: samburu e turkana si leccano ancora le ferite.
«La tensione è altissima – spiega padre Giuseppe -. In un incontro di pochi giorni fa, i turkana hanno chiesto di fare la pace; ma i samburu hanno risposto che non vogliono avere nulla da spartire; che se ne devono andare, con le buone o con le cattive. Un vicecapo turkana mi ha confidato: “Se continueranno a complicarci la vita, impedendoci di fare acquisti nei villaggi e attraversare le zone di loro influenza, li cacceremo anche da Maralal”. Si prospetta un’ennesima guerra tribale, in cui i samburu avrebbero la peggio».
I turkana sono più industriosi. Pur essendo allevatori, si sono adattati all’agricoltura: coltivano sorgo, patate dolci, fagioli, granoturco e frutta. Liberi da tabù alimentari, mangiano di tutto, anche i serpenti; sono temprati a ogni fatica, robusti e coraggiosi.
I samburu sono solo pastori: orgogliosi della loro nobiltà, disdegnano i lavori manuali; al tempo stesso si vedono superati dall’intraprendenza dei rivali. Da qui una certa invidia, che, alimentata dai politicanti, è sfociata in scontri sanguinosi e nella persistente volontà di cacciare i turkana dal loro distretto.
A fae le spese sono anche le missioni: in varie comunità sono stati distrutti i fabbricati, rubate le lastre zincate, strappati i libri, usati i banchi come legna da ardere. Un maestro e un consigliere comunale di Baragoi sono arrivati a puntare il fucile contro i missionari, in casa loro, perché avevano soccorso i feriti turkana. «Gli stessi gesti li abbiamo fatti per voi samburu, quando vi siete trovati in identiche circostanze – risposero i padri -. Abbiamo medicato i vostri feriti, sfamato donne e bambini, seppellito i vostri morti».
Non è sempre facile fare da mediatore in casi di contrasto; risolvere problemi d’ogni genere; calmare gli animi esacerbati, misurare le parole nel denunciare ingiustizie e corruzione. «Pestiamo i piedi a qualcuno – continua padre Da Fre’-. Grazie a Dio, la gente ci vuole bene. Ma spesso ci sentiamo soli; abbiamo bisogno di qualche gesto di solidarietà, per non cadere nello scoraggiamento».
Padre Da Fre’ mi porta a visitare varie attività e opere sociali: pozzi, torrenti sbarrati, serbatorni per raccogliere l’acqua piovana. Ma le piogge non sono sempre regolari: capita che per un anno o due non cada una goccia d’acqua, allora è una tragedia per la popolazione e per il bestiame. Inizia l’ennesima emergenza.
Visitiamo vari asili. Ce ne sono 27 in tutta la parrocchia, per assicurare un pasto giornaliero a migliaia di bambini. «Concentriamo su di loro i nostri sforzi; sono i più indifesi – continua il missionario -. In questo modo speriamo di ricostruire il futuro di queste popolazioni».
Termino con la visita all’asilo adiacente alla chiesa parrocchiale: 150 bei bambini in divisa azzurra. Alcuni si divertono con scivoli e giostre; i più grandicelli giocano a pallone; altri coltivano l’orto; altri ancora sono attaccati alla sottana di suor Raimonda. «Abbiamo bimbi di tutte le etnie: turkana, samburu, rendille, meru, kikuyu… – dice la suora -. Speriamo che anche da grandi sappiano convivere in pace come oggi».

Benedetto Bellesi




MOZAMBICO – Dio è bello

Da oltre 20 anni padre Giuseppe Frizzi mette in atto varie esperienze per incarnare il messaggio evangelico nella cultura macua.
Mediante il «Centro di studi macua»valorizza le espressioni di arte e bellezza che Dio ha seminato
in questo popolo.
E sogna in grande: da questa scuola, un giorno,usciranno teologi e filosofi che esprimeranno la fede e il pensiero con concetti e categorie mentali della cultura locale.

La missione di Maua comprende cinque parrocchie, con circa 165 piccole comunità, ognuna delle quali ha i propri responsabili della liturgia, catechesi e attività caritative. Questi si radunano una volta al mese nel consiglio parrocchiale e frequentano corsi di formazione religiosa durante la stagione secca.
La vita cristiana continua a maturare, grazie alla scelta fatta da decenni dalla chiesa del Mozambico: le piccole comunità cristiane, alle quali viene data fiducia e affidato l’esercizio di tutti i servizi ecclesiali, eccetto quelli specifici del sacerdote. In tale decentralizzazione, è anche compito del sacerdote preparare e formare i responsabili delle comunità e fornire loro strumenti liturgici e catechetici appropriati.
Il metodo di Dio
L’evangelizzazione della popolazione macua parte da una certezza: Dio stesso si è inculturato in essa, prima dell’arrivo dei missionari, seminando principi di moralità e religiosità, che costituiscono l’essenza della cultura di ogni popolo. Di tale religiosità è necessario scoprire i fondamenti filosofici e teologici, i quali, convalidati e illuminati dal vangelo, non possono non essere presi in positiva considerazione per una vera e autentica evangelizzazione.
Se Dio stesso ci precede, perché non approfittare della sua metodologia, facendola propria e portandola a maturazione piena? Dio è missione; anzi, è «la Missione» stessa. Perciò la chiesa «va in missione» mettendosi al servizio di tale «Missione» anticipatamente programmata. Senza questo atteggiamento di estrema obbedienza ai passi e segni di Dio nella storia salvifica di un popolo, si corre il rischio, denunciato da Gamaliele, di far guerra a Dio e ai suoi progetti (cfr. Atti 5,39).
Ciò implica che anche il destinatario del vangelo ha qualcosa da dire all’evangelizzatore; anzi, il primo ad avere la parola di annuncio dovrebbe essere proprio l’evangelizzando. Non esiste, in definitiva, un’evangelizzazione a senso unico: evangelizzando ed evangelizzatore hanno specifici messaggi teologici da annunciare e testimoniare. Tali messaggi implicano sempre un processo di conversione «cardiaca», cioè un fluire di sangue arterioso e venoso, un dare e ricevere costante: convertire, ma anche convertirsi.
Esperienze pastorali
Negli ultimi anni, a Maua abbiamo avviato varie esperienze pastorali; alcune sono ancora allo stato sperimentale; altre sono ormai collaudate. L’uso della lingua matea, per esempio, di canti, danze e strumenti locali, sta dando alla liturgia connotazioni di festività e intensa partecipazione tipicamente africane. Nella catechesi si rivela molto positivo il confronto del messaggio evangelico con il contenuto dei proverbi macua. Nell’ambito dei simboli, la gazzella, animale ancestrale, sinonimo di innocenza, forza curatrice e redentrice, si presta perfettamente per significare l’azione salvifica di Gesù.
La pubblicazione del Nuovo Testamento e del Libro dei salmi in lingua macua costituisce un altro passo importante sulla via dell’inculturazione e un’esperienza di cui trarranno vantaggio non solo le comunità di Maua, ma anche le altre parrocchie della regione.
Il bello
a servizio del vangelo
Più si studia la lingua, più si avverte l’esigenza di approfondire gli altri elementi che costituiscono una cultura: oltre alla letteratura, si devono tenere presenti le espressioni d’arte, come architettura, pittura, scultura e musica.
A questo scopo è nata la «Scuola d’arte» di Nipepe, dove sono state studiate e attuate varie esperienze che hanno riscosso un’accoglienza entusiasta tra la gente del luogo e ammirazione dai visitatori.
Architettura: in generale i macua usano solo blocchi di fango seccati al sole e decorano le pareti alternando i colori delle argille locali con effetti cromatici particolari. Con tale sistema costruiamo chiese e cappelle. È un metodo ecologico ed economico, perché usa i mezzi reperibili in loco.
Scultura: si diceva che il macua non è portato a scolpire. Posso testimoniare, invece, che ha talento anche in questo settore. La scultura macua è forte, robusta, monumentale, massiva, sintetica; ricorda il nostro romanico, in contrasto con quella dei maconde, più decorativa, descrittiva e leziosa, vicina al gotico.
Molto originali sono i crocifissi della nostra scuola d’arte: croce e crocifisso scaturiscono dallo stesso tronco; la figura del Cristo crocifisso, inoltre, è modellata sulla sagoma del tronco prescelto. Ciò crea una grande varietà di realizzazioni scultoree, oltre a rendere più facile la percezione di certe simbologie latenti e patenti della theologia crucis.
Pittura: a prima vista, si ha l’impressione di trovarsi di fronte all’arte modea, imitazione dell’occidente. Eppure si tratta di pittori autodidatti, che usano linguaggi vari, cubici e astratti, per intuizione e inclinazione istintiva; non hanno nulla da spartire con l’avanguardismo e anticonformismo dell’arte modea occidentale.
Molti disegni sono stati riprodotti nella pubblicazione del Nuovo Testamento. Ora stiamo tentando di creare una lettura biblica e uno studio catechetico visualizzati, ambientati nell’orizzonte vitale macua.
Musica: anch’essa è molto robusta, marcata dal ritmo prodotto da vari tipi di tamburi e dalle rispettive figure di danza. Alcuni dicono che è poco melodica e abbastanza monotona; eppure chi la studia e l’ascolta con attenzione può scoprire inebrianti varietà e ricchezze ritmiche.
Tali varietà e ricchezze riescono a esprimere tutte le dimensioni religiose e profane della cultura locale. Feste, cure, iniziazioni… sono sempre scandite dal suono dei rispettivi ritmi e testi. Il macua educa, si forma, cura e si cura danzando e cantando. È una musica che si presta, quindi, all’uso liturgico e catechetico e dovrebbe essere sfruttata con maggiore coraggio.
Anche in questo campo abbiamo fatto passi significativi: i 741 inni pubblicati nel libro delle Preghiere e canti costituiscono un catechismo cantato; ma siamo solo all’inizio nell’uso liturgico e catechetico dei ritmi macua.
Il senso del bello che Dio ha profuso nelle varie manifestazioni artistiche del popolo macua viene così inserito nel processo di evangelizzazione: mentre penetra più profondamente nella cultura, il messaggio evangelico costituisce uno stimolo a cogliere quei linguaggi palesi o latenti che la nuova fede scopre e provoca nel cuore delle giovani comunità.
Tanti canti nuovi che abbiamo raccolto mostrano che una teologia africana informale sta germinando e merita rispetto e attenzione. Cosa sarebbero le lettere di san Paolo senza la preziosità di certi inni, creati e cantati nelle prime comunità? Grande merito di Paolo è l’avee capito la bellezza, dando loro risonanza e consistenza teologica.
I sogni
Ho ancora altri sogni nel cassetto: completare la traduzione e pubblicazione di tutta la bibbia in lingua macua; far sì che il metodo educativo bilingue, usato nelle nostre scuole parrocchiali, venga approvato e adottato regolarmente a livello nazionale; dedicare maggiore attenzione al mondo delle cure tradizionali: questo servizio, nei primi secoli della chiesa, era parte integrante dell’evangelizzazione.
Il sogno più ambizioso si sta realizzando con l’incipiente «Centro di studi macua». Attualmente esso è impegnato in un lavoro retrospettivo: scoprire, evidenziare, analizzare le varie manifestazioni della cultura locale: letteratura orale, scultura, pittura, musica, medicina… L’ideale è far sì che tale centro diventi un laboratorio che promuova una cultura macua viva e creativa, attualizzata e attualizzante.
In altre parole, come c’è già un’architettura, scultura, pittura, musica, liturgia e catechesi, perché non promuovere anche una letteratura e, soprattutto, una filosofia e teologia macua, espresse con i propri concetti? Quindici anni fa, si rideva di fronte alla proposta d’impartire l’insegnamento scolastico nella lingua matea; oggi è un imperativo. Perché non dovrebbe essere possibile filosofare e teologare in macua?
Due constatazioni paradossali: la principale difficoltà di chi, in Mozambico, termina gli studi filosofici e teologici nel seminario maggiore è costituita dall’incapacità di comunicare al popolo cristiano le nozioni teologiche apprese, usando terminologie incomprensibili che, a volte, soffocano quella teologia informale di base che la comunità formula quasi inconsciamente con i canti, la predicazione, la condivisione della parola di Dio.
Dall’altra parte, nel continente africano, non mancano teologi e teologhe autoctoni; ma riflettono e scrivono quasi esclusivamente in lingue europee, quelle della «pura ragione» e non del «cuore»; lingue che gli africani possono conoscere, ma intendono superficialmente. Il mio sogno s’infrange tra questi scogli.
La chiesa in Africa è famiglia, afferma il Sinodo africano. Questa famiglia ha bisogno di potersi esprimere con la lingua e categorie che le appartengono, ma che sono state soppresse e forzatamente rimosse dalle circostanze storico-politiche. La restituzione di tale linguaggio mi sembra un’utopia più che giustificata.

Giuseppe Frizzi




BENIN – Sguardo d’amore

Nulla è impossibile per chi sa guardare gli altri
in modo diverso, con simpatia e amore.
È il succo di questa piccola vicenda:
una delle tante che costellano ancora (per fortuna!)
il nostro mondo.

Il sole splende forte e nitido nel cielo sereno di un piccolo angolo d’Africa. Alle sette del mattino ci sono già 30 gradi, la stagione delle piogge è in ritardo. Anche qui gli effetti nefasti del Niño si fanno sentire, con tutto il loro terribile carico: da mesi non scende una goccia di pioggia, la terra è secca, arida; manca la corrente elettrica da molte settimane; l’acqua è razionata; gli alberi di mango, papaia e banana non donano che poveri frutti rinsecchiti; le epidemie di meningite, tifo e molte malattie infettive si susseguono senza soluzione di continuità, abbattendosi su migliaia di uomini, donne e, soprattutto, bambini, già deboli e vulnerabili a causa di malnutrizione e povertà.
Eppure, per alcuni di questi bambini, oggi è un giorno meraviglioso, una benedizione del cielo. Sì, perché nel piccolo villaggio di Abomey-Calavi, in Benin, è arrivato il momento di inaugurare la casa «Sguardo d’amore», che ospiterà inizialmente una cinquantina di orfanelli: piccole creature deformi o semplicemente abbandonate, a causa di ataviche credenze ancora dure a morire, in questo lontano angolo di mondo.
UN AVVENIMENTO TERRIBILE
E pensare che questa bella storia è incominciata 6 anni fa, da un tragico fatto accaduto in un villaggio non lontano e non dissimile da quello di Abomey-Calavi.
Fu un mattino funesto e spaventoso per la gente del villaggio assistere al parto di una loro donna (perché il villaggio in Africa è la famiglia: tutto viene vissuto e condiviso collettivamente) e vedee con sgomento e stupore il prodotto mostruoso: due gemelle siamesi unite per il tronco.
Una creatura simile alle figure delle carte da gioco, con due teste, un paio di braccia e gambe ciascuna, ma un unico ventre: un unico organo riproduttore. Per il féticheur, lo sciamano del villaggio, non c’erano dubbi: «il mostro» sarebbe stato fonte sicura di sciagure per tutto il villaggio, se non lo si fosse soppresso quanto prima.
La madre, in un disperato atto di pietà, disse che ci avrebbe pensato lei stessa. Così, nottetempo, avvolse in un fagotto le sue creature e le portò lontano, in un altro villaggio. E qui la Provvidenza guidò, dopo qualche mese, un giovane medico beninese che, compiuti i suoi studi grazie agli aiuti di alcuni enti religiosi e laici, era da poco tornato nella sua terra per mettere al servizio della gente le sue capacità mediche.
Senza esitazione le bimbe furono portate al sicuro in un centro d’accoglienza, fondato dalle suore della congregazione «Figlie del cuore di Maria».
La Provvidenza continuò a guidare i primi difficili passi del cammino di Tayé e Kegnidé (questi i nomi delle due gemelle) con la presenza di alcuni missionari laici, appartenenti a un piccolo gruppo missionario di Merano (cfr. Missioni Consolata, marzo 1998). Questi le portarono in Italia nel disperato tentativo di salvarle.
Dopo tre mesi di esami, analisi mediche e studi al computer, dopo esitazioni e dubbi sfociati anche nella dolorosa ipotesi di salvae una, condannando l’altra, il 29 marzo 1993 un’équipe di 24 chirurghi e 8 anestesisti, guidata dal prof. Guglielmi di Padova, eseguì un intervento chirurgico durato ben 24 ore in cui si lavorò per dividere e salvare tutte e due le creature.
L’intervento riuscì, anche se non in modo risolutivo; molti erano ancora i problemi delle due piccole, come gli organi da completare e ricreare. Il 15 dicembre dello stesso anno venne eseguito un secondo intervento. Le bimbe incredibilmente risposero bene alle cure e, alla fine di aprile 1994, furono pronte per tornare nella loro terra, a una vita normale.
Ma quando tutto sembrava diventare sereno, il destino riservava loro ancora una brutta sorpresa.
UN REGALO DI NATALE
Alpidio Balbo del «Gruppo missionario di Merano» e la sua decisa signora Carmen riportarono al villaggio natale le bimbe, finalmente divise, ma il villaggio le rifiutò ostinatamente, minacciandole di morte.
Che fare a questo punto?
Il centro d’accoglienza delle «Figlie del cuore di Maria» prima e le suore di Madre Teresa di Calcutta, poi, si presero nuovamente cura delle piccole gemelline che, sebbene crescessero vivaci e allegre, avevano ancora bisogno di tante cure e affetto.
Il tempo passa. Siamo alla vigilia del Natale del 1995. Con un filmato girato dal signor Balbo, la storia delle gemelle viene raccontata anche in televisione. Il «caso» vuole che una famiglia italiana, residente a Monte Carlo, ne venga a conoscenza e accolga l’invito del «Gruppo missionario di Merano» per una fondazione che possa prendersi cura di queste bimbe e di tanti altri piccoli sfortunati.
Grazie alla generosità di questa famiglia, operante nel riserbo, proprio durante le feste natalizie del 1995 iniziano i lavori per la costruzione di una casa d’accoglienza per bimbi abbandonati.
Molte sono le forze che la stessa Africa mette in moto in una gara di generosità. Il medico che tre anni prima aveva salvato le gemelline da morte certa, in collaborazione con alcuni medici, infermieri e maestre d’asilo locali, il gruppo di Merano, i volontari dell’Avo di Padova e i missionari… tessono le fila per una fondazione seria: solide fondamenta, regole semplici e chiare permetteranno a questo progetto non solo di nascere, ma di avere continuità, affinché la sabbia del deserto non ricopra tutto ciò che un impeto di amore di alcuni uomini ha creato.

Siamo tornati sotto il sole del 13 aprile 1998. Sono le 11 del mattino e il caldo si è fatto torrido; ma ciò non toglie nulla al gentile «sguardo d’amore» di tante piccole creature, mentre assistono alla benedizione dell’arcivescovo di Cotonou, mons. De Souza. Si inaugura questa casa, completa di stanze, docce, servizi, un’infermeria e un giardino-giochi.
Quella che agli occhi degli uomini era una disgrazia si è trasformata in grazia agli occhi di Dio. Il fatto insegna che basta «uno sguardo d’amore parte di tutti perché il mondo sia salvato e viva la pace»: come recita la targa di legno appesa all’ingresso di questa piccola nuova casa.
Buona fortuna, Regard d’amour!

(*) Gianni Martinetto è medico. Lavora con il gruppo missionario di Merano che da quattro anni opera in Africa Occidentale.

Gianni Martinetto