LA PACE NON PUÒ ATTENDERE

Guerriglieri senza scrupoli e squadroni della
morte, entrambi considerati anche terroristi.
Narcotrafficanti, corrotti, impuniti, profughi,
disoccupati… E soprattutto tanti morti
ammazzati. Di fronte alla violenza, il governo
è troppo debole? E la chiesa poco profetica?

Ho dovuto lasciare la Colombia
per motivi di salute. Potrei
parlare di questa mia
ultima esperienza, dura e improvvisa.
Oggi, come non mai, mi sento
nelle mani di Dio… Se detto queste
considerazioni sul paese è anche per
«distrarmi», per non crogiolarmi eccessivamente
nei miei guai. Ma non
sono «distrazioni» allegre.

Ndr: Padre Claudio Brualdi allude
alla propria maculopatia, che improvvisamente
l’ha reso quasi cieco.
All’origine della malattia c’è il diabete,
ma anche l’intenso stress cui il
missionario è stato sottoposto in Colombia.
Superiore dei missionari della
Consolata nel paese, padre Claudio
si è dovuto dimettere dal servizio.

IL DISTACCO DELLA GENTE
È arduo presentare la Colombia.
La nazione sta attraversando una situazione
assai complessa: forse è all’apice
del dissesto. Fino a ieri, parlando
della Colombia, si pensava al
narcotraffico come al problema numero
uno. Il narcotraffico esiste, ed
è una questione scottante, ma con
l’aggravante di altre.
Ciò che preoccupa maggiormente
non sono solo i problemi, ma che
si stenti ad intravvedee la soluzione,
una speranza per il futuro. Si aspetta
che le cose cambino, ed invece
la matassa si aggroviglia sempre
di più. Il governo è inetto da molto
tempo: non è capace di compiere
riforme serie. Ogni quattro anni si
vota: i nuovi governanti promettono
mare e monti, ma tutto rimane
come prima. La gente ha perso la fiducia.
Alle ultime elezioni del 1998 votarono
10 milioni di persone, cioè
meno del 40%. Esiste un distacco
dalla politica: forse per questo il governo
non è in grado di attuare le
riforme giuste. In parlamento, poi,
siedono personaggi che pensano di
più ai loro interessi che ad un cambio
positivo nel paese.
L’esercito nazionale non sembra
all’altezza per fronteggiare la guerriglia:
una guerriglia di estrema sinistra,
che dura quasi da 50 anni,
oggi divenuta più aggressiva. Spiccano
due movimenti guerriglieri:
Farc (Forze armate rivoluzionarie di
Colombia) e Eln (Esercito di liberazione
nazionale). Le Farc contano
15-20 mila uomini e l’Eln 6-8 mila.
Da 7-8 anni è all’opera un’altra
forza, paramilitare di estrema destra,
fonte di guai pari (se non superiori)
a quelli causati dai guerriglieri.
I paramilitari sono cresciuti molto
in poco tempo: se, in 50 anni, la
guerriglia ha raccolto 25 mila armati,
i paramilitari in 7-8 anni sono diventati
15 mila.
Come è sorta la terza forza eversiva?
Data l’incapacità dello stato di
tutelare gli interessi dei grandi ricchi
(fra cui i «baroni della droga»),
questi (con il sostegno di alcuni generali)
si difendono da sé, assoldando
squadracce armate. Il nome è eloquente:
Autodifese unite di Colombia
(Auc).
Farc, Eln e Auc sono stati dichiarati
gruppi terroristici. Sono tre forze
che contribuiscono a fare della
Colombia, forse, la nazione più violenta
del mondo. Ormai da tempo
nel paese si contano, in media, ogni
anno 25-30 mila morti ammazzati.
Sono circa 30 i gruppi terroristici
nel mondo, e tre di questi operano
in Colombia. Pertanto uno dei
bersagli possibili dell’amministrazione
di George W. Bush (che vuole
sradicare il terrorismo dal pianeta)
potrebbe essere anche la Colombia.
Tuttavia il «caso Colombia»
è particolare, in quanto lo stato non
appoggia i movimenti terroristici.

ALCUNI NODI CRUCIALI
Le guerriglie sono ormai divenute
«storia». Sono forti non solo per
il numero dei loro membri, dotati di
armi potenti, ma anche perché possono
imporre condizioni allo stato
di diritto.
Negli ultimi quattro-cinque anni
si è manifestata una forma straordinaria
di guerriglia, che ha attaccato
i piccoli centri della nazione: nessuno
è rimasto indenne. I mezzi usati
sono rudimentali: cilindri di gas esplosivo,
imbottiti di chiodi e vari
oggetti contundenti, che scoppiano
contro persone e cose… Non sono
«bombe intelligenti»!
Gli ordigni esplodono presso le
sedi di polizia, nel cuore del paese,
vicino alle chiese. Per cui le bombe
fanno scempio pure degli edifici sacri
(cfr. Missioni Consolata, giugno
2000). Una conseguenza del terrore
è l’esodo dalle campagne verso i
centri urbani, anche perché dal
campo la popolazione non trae più
mezzi sufficienti per vivere. E le città
diventano megalopoli, circondate
da misere favelas. Ogni anno a Bogotà
arrivano circa 300 mila individui,
si dice… Nel paese si contano 2-
3 milioni di sfollati interni: devono
lasciare tutto per sfuggire alla violenza;
ma, approdati altrove, non
trovano lavoro. La disoccupazione
è al 21%.
Né si dimentichi il narcotraffico.
I cartelli di Medellín e Cali sono spariti.
Però ci sono gli eredi. E le guerriglie
controllano le coltivazioni di
coca e i ricchi traffici di cocaina.
Un altro problema gravissimo è la
corruzione politica, con fiumi di denaro.
E tutto resta impunito. Impuniti
anche i reati contro i diritti umani,
che riguardano spesso i paramilitari.
I processi iniziano, ma non
finiscono, perché di solito mancano
le prove di colpevolezza.

QUALE PROCESSO DI PACE?
Bisogna accennare anche del processo
di pacificazione. Il presidente
della repubblica, Andrés Pastrana,
ne ha fatto la bandiera del suo
governo. Non ancora eletto, si incontrò
subito con Manuel Marulanda,
capo delle Farc, sorprendendo
tutti. Qualcuno criticò il gesto.
Pastrana incominciò a governare
il 7 agosto 1998 tra grandi aspettative.
In vista della pacificazione con
la guerriglia, il presidente stabilì una
«zona di distensione», smilitarizzata:
42 mila chilometri quadrati
nel Meta e Caquetà (dove operano
i missionari della Consolata).
Fino al natale 1998 ci furono ostacoli
per iniziare i colloqui tra governo
e Farc: per esempio, a San Vicente
del Caguán, c’era un battaglione
di 1.500 soldati, che secondo
le Farc dovevano essere tutti ritirati;
ima, secondo il governo, almeno
100 dovevano restare per opere di
manutenzione. Alla fine vi fu il ritiro
di tutti i soldati; solo il sindaco
poteva restare. Intanto si organizzò
una guardia civica, composta da
simpatizzanti delle Farc, per controllare
il territorio.
Il 7 febbraio del 1999 Pastrana
subì un grave smacco. Quel giorno
si doveva inaugurare ufficialmente a
San Vicente il processo di pace. Tutto
era pronto, però Maluranda non
si presentò. Il processo tuttavia incominciò,
ma senza risultati concreti.
L’unico aspetto positivo è stato
«un inizio» di dialogo, varie volte sospeso
e ripreso.
Nell’agosto 2000 Pastrana lanciò
anche il «Piano Colombia», ispirato
e finanziato dagli Stati Uniti, con
il quale progettava di sradicare 60
mila ettari di coltivazioni di coca.
Dato il legame tra guerriglia e coca,
il Piano mirava a indebolire le Farc
e i narcotrafficanti, invece di affrontarli
sul campo di battaglia.
Però gli attacchi ai civili sono continuati
fino ad oggi, con numerose
vittime. Il governo, criticato per il
suo atteggiamento arrendevole verso
la guerriglia, ha imposto alle Farc
delle condizioni per continuare il
dialogo, e cioè: rispettare la vita dei
civili e non coinvolgerli in conflitti;
sospendere i sequestri di persona e
abbandonare i blocchi stradali per
estorsioni (la cosiddetta «pesca miracolosa»).
Ma la matassa non si dipana, perché
le Farc (ad esempio) comprendono
72 fronti, e ognuno fa ciò che
vuole. Si pone allora il quesito: nelle
trattative Marulanda chi rappresenta?
La guerriglia, una parte e quale?

«I VESCOVI LAMENTANO…»
Il processo di pacificazione, nato
tra grandi speranze, sta naufragando?
Le critiche verso il presidente
Pastrana sono dure, perché avrebbe
scontentato tutti. Ma anche i governi
precedenti non hanno conseguito
risultati. Pastrana, se è stato
indulgente verso la guerriglia, è stato
pure coraggioso. Gli altri non lo
sono stati altrettanto.
E l’atteggiamento della chiesa? In
questo contesto ho la sensazione che
non stia svolgendo il ruolo che dovrebbe.
La chiesa è presente nel processo
di pace, però non con una posizione
autonoma: infatti la guerriglia
ritiene che il presidente della
Conferenza episcopale al processo
sia quasi una voce del governo.
L’analisi della realtà è buona; però
le belle riflessioni terminano con un
generico «i vescovi lamentano…». È
troppo poco in un clima di violenza
e ingiustizia. La presenza della chiesa
non appare incisiva, profetica.
Si sapeva che il processo di pace
sarebbe stato lungo e tortuoso. Ma
sono già trascorsi tre anni! Quanto
bisogna attendere ancora? C’è chi
ricorda con amarezza il detto latino:
dum Romae consulitur Saguntum espugnatur
(mentre a Roma si discute,
Sagunto viene presa).
In Colombia le vittime
sono già state un esercito.

San Vicente del Caguán, 19 gennaio 2002: il governo e i portavoce delle
Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) siglano un accordo
per attuare il piano di pace. Sono presenti anche membri della chiesa cattolica
(fra cui Francisco Múnera, missionario della Consolata e vescovo di
San Vicente) e rappresentanti delle Nazioni Unite.
Per uscire dal conflitto, che da 37 anni insanguina il paese, si dovrà seguire
i punti concordati. Le Farc non si oppongono allo sradicamento manuale
delle coltivazioni illegali di coca, pur ribadendo che devono essere
consultate le comunità interessate. I punti principali dell’intesa:
– immediato studio sulle modalità per il «cessate il fuoco»;
– sospensione dei sequestri di persona da parte della guerriglia;
– lotta del governo contro i paramilitari.
Una commissione internazionale verificherà che i punti siano stati rispettati
e aiuterà a superare eventuali ostacoli. La firma dell’accordo concreto
sulla cessazione delle ostilità si dovrà avere entro il 7 aprile 2002.
L’«area di distensione» resterà in vigore fino al 10 aprile.
L’incontro era iniziato male. Infatti il giorno prima era stato assassinato
padre Arias Garcia, 30 anni, impegnato nella sua parrocchia di Florencia
(Caldas) in un negoziato tra guerriglieri e paramilitari locali.
D’altro canto i paramilitari hanno denunciato l’accordo; hanno tacciato
il presidente Pastrana di codardia, accusandolo di «aver concesso tutto
in cambio di niente».

Claudio Brualdi




PLATI’ (CALABRIA): MISSIONARI DI FRONTE ALLA MALAVITA

COME UNA ROCCAFORTE INESPUGNABILE?


Che ci fanno i padri Luigi ed Enrico in un paese
considerato un covo dell’«ndrangheta»? Ieri, però, è stato preso
l’«imprendibile». Ma la battaglia per la legalità è ancora lunga e
difficile. «Popolo di Platì, svegliati e unisciti a noi per costruire un
futuro di pace per i nostri figli».


Tristemente
famoso

La gente
ci domanda sovente come ci troviamo e che cosa pensiamo di questa «punta
di spillo nel cuore dell’Aspromonte», come Avvenire ha definito il
paesino. Recentemente la «punta di spillo» ha fatto rumore nei notiziari
dei canali ufficiali e privati, nei giornali di grossa e modesta tiratura.

Il
programma televisivo «Terra» di Canale 5, del 16 dicembre scorso, ha
narrato in dettaglio l’arresto del pregiudicato Barbaro Giuseppe,
soprannominato «l’imprendibile». È stato braccato nel suo bunker, la notte
dell’11 dicembre, dalle forze speciali di polizia, coadiuvate dai
carabinieri locali, dopo 11 anni di latitanza, molti dei quali trascorsi
nel confortevolissimo tunnel sotto casa. In questa circostanza, più che in
altre del passato, Platì si è sentito amaramente segnato a dito.


Tristemente celebre nel recente passato per i sequestri di persona, con i
sequestrati tenuti in ostaggio forse nel bunker del superlatitante (dove
sentivano suonare le campane e recitare il rosario nella nostra vicina
chiesa), Platì sta vivendo oggi momenti particolari: timidi, ma
riconoscibili sono i segni di volontà di cambiamento.

Però la
popolazione si sente umiliata. Bisognerebbe fare un po’ di giustizia:
perché è più facile disfare la speranza che edificarla. Secondo il cinese
Lao Tze, è meglio accendere una lanterna che maledire l’oscurità.

Platì è
stato definito pittorescamente una «città a due piani», uno in superficie
e uno sotterraneo: e in parte è vero. È stato paragonato ad una
«roccaforte talebana»: e anche questo è un po’ vero (il bunker era un
marchingegno di elettronica sofisticata: porte scorrevoli, chiusure
antiproiettile, scalini mobili)… Siamo inoltre stati descritti come
«gestori dell’erba», maestri consumati dell’ndrangheta, cittadini
corazzati nell’omertà.

Omertà ce
n’è, ma non al livello che si vuole far credere. La verità è che tanti non
sanno veramente nulla, né si accorgono di nulla. Tra costoro si
annoverano, sovente, gli stessi familiari e le stesse mogli dei
malavitosi. Ne siamo convinti. Osservatori laici ed ecclesiastici della
zona lo confermano.

Il
malaffare è portato avanti da «specialisti», che vivono nel paese a
stretto contatto con i vertici della criminalità (spesso residenti
altrove), vuoi nell’ordine nazionale vuoi in quello internazionale.


Sono caduti
in basso?

La
risposta è semplice: perché siamo missionari. Siamo qui per la profezia
della speranza, per il ministero della consolazione, per illuminare,
purificare e sostenere la religiosità popolare. Siamo qui per temprarci ed
essere maggiormente i missionari dell’«oltre».

O dobbiamo
eternamente discutere, rivedere e programmare la nostra identità a livello
cartaceo, senza buttarci mai nella mischia?

Non siamo
eroi, anche se siamo coscienti che questi primi mesi (per una combinazione
di fatti che sarebbe troppo lungo descrivere) ci hanno portato a vivere al
limite della capacità di pazienza e adattamento. E, benedetto sia il
nostro fondatore, Giuseppe  Allamano, che ci insegna a vivere la missione
insieme! Da soli non ce la faremmo.

Siamo qui
per obbedienza e coerenza. L’ultima conferenza dei missionari della
Consolata in Italia si era fatta promotrice di un’urgenza profetica,
espressa dal X Capitolo generale: è l’ora dell’ad gentes anche per
l’Europa. E la direzione regionale, raccogliendo l’indicazione, ha deciso
così di iniziare una presenza missionaria nella Locride, una zona piena di
sfide ecclesiali e socio-ambientali.

E siamo
caduti a Platì. La nostra destinazione è stata decisa in una corsia
preferenziale, forse per non lasciare adito al pentimento. E abbiamo
trovato un micromondo insospettato: gente che darebbe volentieri
l’ostracismo a chi ha inventato il lavoro e gente che lavora come bestie,
ma con garbo, genialità e (non è poco) con il sorriso sulle labbra:
proprio come chi trova gusto, affetto e gratificazione nel lavoro.

Gente che
mette piede in chiesa soltanto per le «onorate circostanze», insieme con i
rispettivi compari e comari, e gente che viene tutti i giorni a messa,
digiuna due volte la settimana, si prodiga nel silenzio in ogni necessità
(ammalati, anziani, bisognosi).

Gente che
è ingolfata nel malaffare fino al collo e gente che, come dicevamo, pur
vivendo ad un palmo dalle abitazioni dei malavitosi, non sa assolutamente
niente dell’illecito che si orchestra, soprattutto nelle ore delle
tenebre.

Sentiamo
compassione per tanta popolazione, molto dispiaciuta, perché di Platì si
parla esclusivamente nelle circostanze negative. È scontato: da sempre i
poveri fanno notizia solo nelle sciagure, nei «peccati», mentre i «ricchi»
e «color che sanno» si mantengono immacolati nel loro impudico
puritanesimo.

I platesi
ammettono che il loro paesino sta andando alla deriva da qualche decennio
a questa parte… al punto che tanti preferiscono mandare i figli a
studiare nei paesi vicini.

Platì,
alla pari di un centro napoletano, detiene il primato della natalità in
Italia e, forse, anche in Europa. Purtroppo è simile a una madre che
genera generosamente le sue creature, le avvolge di tenerezza
nell’infanzia, le vede allontanarsi da casa nella gioventù per motivi di
studio e lavoro, le vede scompaginarsi ai quattro angoli della terra:
Torino, Milano, New York, Toronto, Sidney… E Platì langue.

Quarant’anni
fa il paese contava 7 mila persone, scese oggi a 3 mila. Platì era un
rinomato centro agricolo, commerciale, artigianale (chi non ha sentito
parlare delle pipe di Platì?); era stimato e invidiato da tutti per la
creatività, laboriosità e ospitalità dei suoi abitanti. Resistono alcune
vestigia: falegnami, veri maestri del legno, e foai che distribuiscono
il fragrante «pane di Platì» ad una ventina di paesi nella provincia di
Reggio Calabria.


Una fiaccolata storica

Come
sacerdoti, data la scarsità di clero in diocesi, oltre Platì, serviamo
altre due modeste parrocchie. E siamo contentissimi della vita un po’
spartana. Ci organizziamo la giornata, prevenendo l’uno le difficoltà
dell’altro per alleggerire i pesi di entrambi. Rinunciamo a ogni
privacy… con un unico camino, che a volte ci rallegra nel tepore, a
volte ci inumidisce gli occhi per il fumo. Uno cucina e l’altro lava i
piatti; uno scopa la casa e l’altro bada alla lavatrice.

Ma non ci
esauriamo nel fare: è essenziale il confronto quotidiano con la parola di
Dio e uno sguardo ai giornali. E predicazioni, confessioni, apostolato
spicciolo. Alla sera siamo così ubriachi di sonno che, recitando il
rosario, il più forte deve svegliare energicamente il più debole, quando
dalla contemplazione dei sacri misteri scivola in braccio al pagano
Morfeo.

Ci
ripromettiamo, quando saremo in tre, di collaborare attivamente con la
diocesi nella missionarietà specifica ad gentes: lo desidera anche il
vescovo, Giancarlo Brigantini. È un trentino di pura razza, ma
visceralmente inculturato nei valori nobili della Locride e della antica e
gloriosa Magna Grecia.

Presieduta
dal vescovo, abbiamo organizzato il 15 dicembre scorso una
processione-fiaccolata per svegliare la coscienza della popolazione
dinanzi al ripetersi del gravissimo fenomeno della sparizione di persone
(7 in 8 anni, di cui 3 da luglio a novembre 2001).

Prima
della fiaccolata, durante la messa, concelebrata dal vescovo e dai
sacerdoti della vicaria, coraggioso e commovente è stato l’intervento di
una mamma. Dal pulpito ha pronunciato parole pesanti, come i macigni
disseminati su queste colline, e brucianti come il fuoco di lupara: parole
che hanno sfidato ogni trincea di omertà.

«Popolo di
Platì, svegliati e unisciti a noi per costruire un futuro di pace per i
nostri figli. Siamo contro ogni forma di violenza e vandalismo: uniamoci
per punire i misfatti! Abbandonati da tutti, abbiamo sempre chinato la
testa con triste rassegnazione. È tempo di far sentire la nostra voce. Un
grido di pace e perdono contro ogni male. Impegniamoci a riscattare il
paese per quanto è successo nel passato e nel presente».

Anche i
cartelloni, preparati dai giovani e portati dagli adolescenti nella
marcia-fiaccolata, osannavano alla pace, alla responsabilità, alla vita.
Uno fra tutti: «Caino, dov’è tuo fratello?».

Nelle
acque stagnanti un sassolino è stato lanciato. Piccoli circoli d’onda si
propagheranno lenti, ma indefettibili, fino alle più remote profondità
delle coscienze. Ne siamo certi. Confidiamo nel Signore della vita, che
dalle tenebre dell’odio è risorto alla luce, vincitore del male.

 

*I padri Luigi Manco ed Enrico
Redaelli, già missionari della Consolata in Argentina e Mozambico, sono
oggi impegnati nell’animazione missionaria-vocazionale in Italia. Gli
unici in Calabria.


«Restituite
questi giovani»

Sabato a
Platì è salito il vescovo Giancarlo Brigantini che, assieme ad un nutrito
gruppo di sacerdoti, ha concelebrato la messa alla presenza di alcuni
familiari delle persone scomparse e di tanti giovani e ragazzi delle
scuole locali, che hanno raccolto l’invito a non starsene in disparte.

Platì è
salito agli onori della cronaca per fatti poco edificanti: i sequestri di
persona e il traffico di droga, in primo luogo. Il parroco, padre Luigi
Manco, tra il silenzio generale ha elencato i sette nomi e le date della
scomparsa, parlando di «sette ferite aperte nella comunità locale e in
tutta la società».

Dal canto
suo monsignor Brigantini ha detto: «Abbiamo pronunciato i nomi perché non
si faccia finta di non vedere. Non serve tacere purtroppo tanti sanno ma
tacciono».


 L’iniziativa è servita a raccogliere attorno al dramma delle famiglie
interessate gran parte della cittadinanza che, con una fiaccola accesa in
mano, ha percorso le vie cittadine alternando il silenzio a momenti di
preghiera…

La
comunità di Platì ha dimostrato di apprezzare il gesto della chiesa,
rimarcando col vescovo il no al male e all’odio, il sì al bene ed alla
misericordia. Prima di terminare la fiaccolata, Brigantini ha detto:
«Fermatevi, restituite questi giovani ai familiari e ricordatevi che Dio
vede anche chi, in un modo o nell’altro, è stato complice di tali
misfatti».

Giovanni
Lucà


(liberamente tratto da «Avvenire», 18 dicembre 2001)

Luigi Manco Enrico Redaelli




ZE’ DOCA (BRASILE): il vescovo Walmir Valle in redazione

LE SFIDE DI UN «PELE’» MANCATO


«La mia casa è la stessa di 13 anni fa, come l’hai vista
tu. Nulla è cambiato. Ultimamente mi sono ritrovato solo. Così ho fatto
anche il portinaio, il cuoco, il lavandaio…». Confidenze di un vescovo
semplice, immerso tuttavia in grandi problemi, data la povertà e
l’isolamento della sua diocesi nel Maranhão.

 

«Benvenuto
nella sala-giornali della redazione della rivista Missioni Consolata! Buon
giorno…».


L’«intruso», un po’ sorpreso, sussulta. Ma si riprende subito e dice
sorridendo: «Ieri c’è stato il sorteggio degli accoppiamenti delle squadre
nazionali di calcio che giocheranno il campionato mondiale in Corea e
Giappone. Sto sfogliando il giornale per conoscere gli avversari del
Brasile».

Secondo
lei, chi vincerà il trofeo?

La palla è
rotonda, dite voi giustamente in italiano…

Forse
abbiamo colto in fallo un… monsignore. È Walmir Valle, vescovo
brasiliano di Zé Doca (Maranhão) e tifoso di foot ball. C’è chi giura che,
se Walmir non si fosse fatto prete, sarebbe diventato un vero campione. A
Torino, dove ha studiato teologia, molti ricordano ancora le sue imprese
calcistiche, degne di Pelé, «il re».

«Sono
passati più di 40 anni da allora – afferma il vescovo scuotendo la testa
-. Oggi…». Oggi è missionario della Consolata e, da 16 anni, anche
vescovo. Recentemente ha costruito una nuova cattedrale.


Una bella
cooperazione

Nel 1998
dom Walmir bussò alla porta dell’organizzazione cattolica tedesca Adveniat,
per ottenere 100 mila reais (circa 162 milioni di lire). Il vescovo aveva
puntato in alto per accontentarsi poi di 30 mila reais. «Non so se ce la
caveremo con tale somma» disse il vescovo ai sacerdoti e fedeli.

Iniziarono
a lavorare, inglobando la vecchia chiesa. Ma subito furono costretti a
demolie una parte, perché volevano allungare la costruzione, passando
dai precedenti 28 metri agli attuali 41. Inoltre sorsero altre difficoltà.
Pertanto del vecchio complesso rimase solo il campanile. Quanto al nuovo
progetto…

«Quanto al
nuovo progetto, siccome bisognava risparmiare soldi, l’ho fatto io stesso
con il muratore capo. Man mano che la costruzione cresceva, apportavamo
delle modifiche secondo le esigenze. Abbiamo lavorato sodo per 15 mesi, e
ce l’abbiamo fatta in tempo per il giubileo del 2000. Oggi la nuova
cattedrale è una meraviglia. Lo dicono tutti. A noi piace soprattutto
perché è opera nostra».

Anche il
comune diede un contributo, rimuovendo le macerie dei muri abbattuti e
foendo la terra per alzare il livello della nuova costruzione di 50
centimetri rispetto a quella vecchia. La gente pagò mille sacchi di
cemento, mentre la Direzione generale dei missionari della Consolata offrì
20 mila reais.

Al termine
la spesa complessiva fu di 90 mila reais, per un’opera che si avvalse
della solidarietà internazionale (Adveniat tedesca e Missionari della
Consolata), dell’apporto dell’autorità locale e del concorso dei fedeli.
Un bell’esempio di cooperazione.

«Proprio
così – conferma il vescovo -. Naturalmente tutto dipendeva dal come si
chiedeva. Non bastava lanciare appelli generici; bisognava impegnarsi di
persona, casa per casa. Io sono abbastanza esplicito e, quando chiedo,
ottengo quasi sempre qualcosa».

La
costruzione della cattedrale è ancor più meritoria, se si tiene conto del
contesto sociale. Nel 1994 il Brasile adottò la nuova moneta real (plurale
reais): una divisa forte, superiore persino al dollaro. Il rapporto con il
«biglietto verde» era di 0,80 a 1. Dopo un periodo di stabilità forzosa e
costosa, nel febbraio 1999 il real fu svalutato del 50% e l’inflazione
riprese a correre. Oggi occorrono 3 reais per 1 dollaro.

Oggi, con
la globalizzazione-privatizzazione, il Brasile dipende dal capitale
estero. Il fenomeno ha aumentato la disoccupazione, specialmente nelle
grandi città di São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre… dove operano le
industrie. E pesano i macigni di sempre: la mancata riforma agraria e
l’iniqua distribuzione della ricchezza.


Una diocesi
in chiaroscuro

Nel 1988
eravamo a Zé Doca, ospiti del vescovo Valle. Allora il presule lamentava
la scarsa collaborazione della gente alla vita della diocesi. Oggi si
registra un mutamento in meglio. La costruzione della cattedrale lo
dimostra.

È
d’accordo dom Walmir?

C’è stato
un cambiamento positivo. Tuttavia la partecipazione del popolo è ancora
ridotta. In occasione della costruzione della cattedrale, sono riuscito ad
ottenere la collaborazione di tutti; ma in genere è ancora difficile,
specialmente per la formazione di lidares laici e per il sostentamento dei
sacerdoti.

È arduo
trovare persone che si assumano il servizio di animazione e cornordinamento
delle comunità. «È – commenta il vescovo – la sfida più forte. Abbiamo
offerto ai lidares la possibilità di formarsi: per esempio con la scuola
di teologia pastorale. La scuola si svolge nell’arco di quattro anni
consecutivi con varie lezioni. Vi sono due scuole: una sulla costa e
un’altra all’interno del territorio; si tratta di realtà assai diverse,
non solo per posizione geografica, ma anche per formazione religiosa. La
partecipazione alla scuola è stata pure diversa: 60 persone nel litorale e
25 nell’interno».

Per
risolvere il problema del sostentamento del clero, il vescovo ha invitato
i fedeli di versare alla chiesa «la decima». Ma la proposta è rimasta
quasi lettera morta. Si è cercato di sensibilizzare le comunità con un
libretto, ricco di citazioni bibliche che ricordano ai fedeli «l’obbligo
di mantenere il loro sacerdote». Anche questo ha sortito scarsi risultati.

«A
prescindere dalla povertà reale – precisa il vescovo -, la causa della non
partecipazione della gente ci porta indietro nel tempo, quando i
missionari italiani garantivano tutto il necessario. Così le comunità si
sono abituate a “dipendere”, senza alcun loro apporto. Questa mentalità
resiste ancora. Il problema del sostentamento è grave per lo stesso clero
locale, che proviene da famiglie bisognose».

Dunque,
monsignore, la diocesi non dispone di fondi per venire incontro alle
esigenze dei sacerdoti?

No, perché
non ha denari per tutti.

Mancando
il sostegno della diocesi, i sacerdoti si mantengono con le offerte delle
messe e degli altri sacramenti. E pare che ci stiano riuscendo. «Gli unici
che versano ancora qualcosa per la diocesi – precisa il vescovo – sono i
tre missionari fidei donum di Torino».

La diocesi
di Zé Doca è stata dimenticata anche dai missionari della Consolata?

No. Il
nostro Istituto versa ogni anno 50 mila dollari per la formazione dei
seminaristi.

E proprio
dal seminario sono venute le migliori consolazioni per il vescovo.
All’inizio del suo apostolato a Zé Doca non poteva contare su alcun
sacerdote del luogo. Oggi sono sette, con un discreto numero di studenti
nel seminario maggiore di São Luis.


I tempi sono
cambiati

«C’era una
volta la chiesa brasiliana» afferma oggi qualcuno, non nascondendo la
propria delusione. La chiesa del coraggio, della denuncia delle
ingiustizie sociali, la chiesa dei vescovi Mathias Schmidt, Helder Camara,
Paulo As, Luciano Mendes, Ivo e Aloisio Lorscheider, Aldo Mongiano…
Figure coraggiose, profetiche, oggi defunte o ritirate, mentre i
successori sono diversi.

Dom Walmir,
come giudica l’odiea chiesa brasiliana?

Rispetto a
30-40 anni fa il paese è più democratico. I movimenti di lotta
sociopolitica contro il governo si sono sciolti, perché sono mutate le
situazioni. Oggi i lavoratori, più che con lo stato, devono fare i conti
con la globalizzazione, le transnazionali…

Però il
governo c’entra, perché può schierarsi o da una parte o dall’altra.

E la
chiesa deve schierarsi con i deboli. Credo che lo stia facendo. I profeti
ci sono ancora.

Per
esempio?

In
occasione dei 500 anni della scoperta del Brasile, c’è stata la festa di
Porto Seguro, contestata dagli indios, che hanno ricordato i massacri e le
discriminazioni sofferte nella storia. Circa 2 mila indios si sono diretti
a Porto Seguro per incontrare il presidente Cardoso; ma la polizia li ha
fermati con violenza. Anche i vescovi Masserdotti e Balduino, che erano
con gli indigeni, sono stati arrestati per cinque ore… Allora i profeti
ci sono e si fanno sentire.

Che dire
della sua diocesi?

A Zé Doca
c’è stata la marcia-pellegrinaggio della gioventù, durante la quale
abbiamo pregato, cantato e denunciato i mali che affliggono il paese. Il
tema «Cittadinanza e fede» ci ha consentito di riflettere sui gravi
problemi legati al Movimento dei contadini senza terra.


Politicamente come agite?


Lavoriamo senza tanto rumore. Ma a Zé Doca la comunità, con il parroco in
testa, ha presentato e sostenuto i propri candidati nelle elezioni
comunali.

A quale
partito appartengono?

Al
Partito dei lavoratori (PT). Ma il candidato sindaco, per vincere le
elezioni, si è dovuto alleare con altri partiti…

  Nella
sala-riviste di Missioni Consolata si ode un vociare, che proviene
dall’esterno. Dom Walmir si affaccia alla finestra e vede alcuni ragazzi
che rincorrono un pallone. «Quanto mi piacerebbe giocare con loro!».

 

 Visita
pastorale a São João do Caru

La
parrocchia di Bom Jardim è una delle più estese della diocesi: dista 30
chilometri da Zé Doca, è affidata ai due frati francescani conventuali,
molto giovani, e comprende più di 100 comunità.

Pochi
anni or sono ne è sorta una nuova: la comunità di São João do Caru.
D’accordo con il parroco, avevo deciso di visitarla durante la stagione
delle piogge. São João dista da Bom Jardim, in linea d’aria, circa 90
chilometri ed è raggiungibile solo in barca durante il tempo delle piogge.

 Il
programma prevedeva che mi trovassi alle sette del mattino a Bom Jardim.
Da qui un frate ed io, in camion, avremmo raggiunto il fiume per
proseguire in una canoa a due posti fino a São João. Però il camion (data
la pessima strada) non poteva marciare. Allora prendemmo una moto-taxi. La
distanza era modesta: 12 chilometri. Ma ci impiegammo oltre un’ora, perché
fummo costretti a fermarci una dozzina di volte a causa del fango.

Giunti
al fiume, salimmo in barca: io davanti e il giovane frate dietro, al
volante, vicino al motore. Dopo mezz’ora ci fermammo ad Alto Alegre per il
rifoimento di carburante. Ripartimmo con due ospiti, che ci avevano
chiesto un passaggio: poiché l’imbarcazione era piccola, due persone in
più costituivano un bel rischio. Ma tutto andò bene.


Sennonché, ad un certo punto, udii un tonfo, seguito da un grido del frate
guidatore.

– Cosa
è successo?

– Il
motore è caduto in acqua!

– Cosa?…
E ora? C’è un remo?

– No.

Si
disperava il giovane frate, inesperto, anche perché sapeva che era colpa
sua, non avendo fissato bene il motore sulla barca.

Era
mezzogiorno e fummo costretti ad abbandonarci alla corrente del fiume,
sotto un sole cocente. Non furono bei momenti… Finché il rumore di
un’altra imbarcazione ci sollevò il cuore. Ritornammo a Porto Alegre.

Quanto
al motore, nuovo di zecca, ma caduto nel fiume, potevamo scordarcelo per
sempre.

 

A São
João do Caru ritornammo cinque mesi dopo, via terra questa volta, in
Toyota, messa a disposizione dal sindaco locale. Ma quasi subito l’auto ci
piantò in asso per un guasto meccanico. Un camion, superaffollato, ci
portò a destinazione dopo sei ore di viaggio su una strada… che non
c’era! Erano le 5 del pomeriggio.


L’accoglienza della popolazione fu straordinariamente giorniosa: con tante
foto-ricordo, perché era la prima volta che un vescovo metteva piede in
quel paese… La visita pastorale continuò il mattino successivo con
l’amministrazione delle cresime.

Per il
ritorno c’era ancora il camion, ma in ritardo. Partimmo alle due del
pomeriggio. Percorsi una decima di chilometri, il camion si fermò per
caricare alcuni sacchi di farina. Poi incominciò a piovere come Dio voleva,
e ci impantanammo. Bisognava aspettare che spiovesse. Io, intanto,
camminai per circa tre chilometri, finché il camion mi raggiunse.


Seguirono sette ore di scivolate, sbandate e testacode. Ma, grazie alla
Madonna Consolata, arrivammo a Bom Jardim sani e salvi.

Nella
diocesi di Zé Doca si vivono anche queste avventure.

Francesco Beardi




ARGENTINA: impressioni da un paese nella bufera

UN «MATE» INDIGESTO


Povertà e ricchezza, tristezza e gioia, speranza e paura
del futuro… Un intreccio che colpisce chi visita il «gigante buono»
sudamericano. Ma la miseria può diventare «cattiveria».

Il Boeing
747 della Aerolineas Argentinas mi depone sull’aeroporto Ezeiza di Buenos
Aires. Sono le 7 del mattino e ho l’impressione di atterrare sul mare. Una
coltre di nebbia, infatti, ricopre tutta l’estensione della pista. Non fa
freddo, perché l’inverno non è ancora iniziato. Immenso paese, 35 milioni
di abitanti. Incontro una società nuova, uscita da un lungo periodo di
dittatura e totalitarismo, in marcia verso un ideale di democrazia che
fatica (come ovunque) a stabilizzarsi. La struttura della società è
chiaramente diversificata.

Buenos
Aires, la capitale, è abitata dai «portenos» (immigrati europei e i loro
discendenti) mediamente borghesi, ma essa è anche accerchiata da tante «villas
miseria», vere baraccopoli costruite con lamiere e cartoni. Vi trovano
rifugio i più disgraziati, provenienti da ogni parte, alla ricerca di un
benessere sempre lontano. L’interno, disseminato di aborigeni e creoli, è
completamente differente: nati da questa terra, conservano la loro cultura
tradizionale che fa fatica a coabitare con quella dei «gringos» originari
dell’Europa.


Sentirsi a
casa


 Nell’interno del paese impressiona la povertà. Ma la fierezza di poter
diventare efficaci compagni nella costruzione della nuova società appare
evidente. Le persone, appena vi vedono, sorridono, vi abbracciano, anche
se non vi conoscono.

Rimango
colpito da questa manifestazione di affetto. Si direbbe che ogni sforzo
viene messo in atto per farti sentire a tuo agio, come a casa. Jorje mi
offre immediatamente un recipiente di mate: una bevanda calda, una specie
di tè proveniente dalla provincia di Misiones. Rifiutarla sarebbe un gesto
di scortesia. La si beve insieme, dalla stessa cannuccia, simbolo della
vita condivisa, trasmissione di una filosofia dell’esistenza fondata su
valori duraturi che non devono assolutamente perdersi.

La loro
casa diventa la tua casa e mai, come in Argentina, ho avuto l’impressione
di sentirmi a casa. I bambini che sorridono, i cani che dormono ai tuoi
piedi, le galline che beccano, i genitori che si danno da fare per
servirti. Non esiste formalismo: la gente si manifesta per quello che è, 
del tutto indifferente della povertà o disordine che potrebbe esserci. Ciò
che è importante è che tu possa mangiucchiare qualcosa, riposarti dal
caldo opprimente, assaporare un po’ della loro vita.

Una vita a
dimensione umana, capace di integrare nella relazione che si stabilisce la
bellezza dell’amore, della natura, degli animali, senza  dimenticare di
soddisfare i tuoi bisogni personali. Sì, la semplicità è la loro
ricchezza.

Uscendo da
un lungo periodo di oscurità drammatica, vissuta sotto la dittatura, il
paese si ritrova come un neonato nei confronti della democrazia.

La
mancanza di lavoro, il tasso di disoccupazione (tra i più alti
dell’America Latina), i miseri salari,  l’abbandono delle campagne e
l’immigrazione verso le città, sono i principali problemi. Le difficoltà
della vita quotidiana, dovute alla mancanza di denaro e lavoro, pesano
oltremodo sui «neonati». Quale futuro avrà il giovane che non ha la
possibilità di studiare adeguatamente, che è disoccupato e, sovente, si
lascia trasportare dall’alcornol o dalla droga per dimenticare una
situazione insopportabile? La mancanza di speranza nel futuro può
diventare il cancro di un popolo così buono.

Anche la
famiglia, una volta forte e solida, oggi scoppia. L’autorità dei genitori
è diminuita, la stabilità  è messa a dura prova, la fedeltà coniugale
sovente è diventata un sogno. I bambini che hanno un solo genitore
aumentano e mancano i punti di riferimento per crescere in armonia.
Sposati troppo giovani, sovente prima dei 18 anni, i genitori si accorgono
di aver preso strade che a loro non vanno più bene e se ne vanno.

I
luoghi della miseria

Villa
Pompeya è un quartiere di Merlo, alla periferia di Buenos Aires. I
missionari della Consolata vi lavorano da molto tempo, si occupano della
parrocchia e di numerosi «villaggi della miseria», che nascono come funghi
in questa periferia sempre più grande. Lavorando in équipe con le suore
missionarie della Consolata e con laici impegnati, si cerca di rispondere,
giorno dopo giorno, ai bisogni dei nuovi arrivati, destinati a morire
nella miseria.

La «villa
miseria» si trova in tutte le periferie delle città argentine: un insieme
di catapecchie di legno riciclato o di cartone, senz’acqua né elettricità,
senza servizi igienici. Numerose persone si ammucchiano in piccole camere,
dormendo per terra in una promiscuità impressionante. Le famiglie vere
sono rare.

Si
trovano, piuttosto, delle persone che vivono situazioni particolari: donne
abbandonate dai mariti, banditi che vengono a nascondersi, giovani
sbandati, drogati e alcornolizzati e molti bambini senza genitori. Un
universo che sopravvive senza lavorare, senza istruzione, senza servizi,
senza relazioni, al margine delle grandi città che le ignora e li teme. La
violenza e l’istupidimento si impongono.

Visito
questi luoghi con padre  Ermenegildo Crespi. I sentimenti che si provano
sono indescrivibili: un miscuglio di disgusto, compassione, paura… ma
anche un desiderio di essere loro vicini e amici. Il cuore di queste
persone non è diverso dal nostro e, se non hanno avuto la possibilità di
svilupparsi, restano pur sempre delle persone che Dio ama. La loro storia
inizia lontano. La maggior parte viene dal Nord. Fuggendo dal Chaco e
Formosa, loro terre d’origine, alla ricerca di un lavoro e di un avvenire
migliore, si ritrovano qui più poveri di quanto lo fossero prima, soli,
senza alcun legame con le famiglie che hanno lasciato, incapaci di pagarsi
il biglietto di ritorno verso il paese natale.

In questo
luogo di miseria e delinquenza, non trovano aiuti per           crescere;
sovente, per sopravvivere, iniziano a rubare, si danno alla violenza,
all’alcornol, alla droga per dimenticare. La storia dei Miserabili, persone
sfortunate dal cuore pieno di bontà descritte da Victor Hugo, non è ancora
terminata.

Vedo suor
Annapiera avvicinarsi alle persone come un’amica. Cerca di soddisfare una
quantità infinita di bisogni primari: cibo, abiti, medicinali, bimbi
abbandonati, morti. Ha organizzato una presenza e un lavoro veramente
notevoli in questo quartiere, anche se i soldi non sono mai sufficienti.

Vedo
sfilare tutta una serie di visi, dagli occhi spenti e dai cuori spezzati.
Più che di aiuto materiale (anche se indispensabile), hanno bisogno di
amicizia, comprensione, sostegno morale, parole di conforto. È triste
vivere in solitudine, senza potersi confidare con nessuno, racchiudendo in
se stessi tutte le difficoltà e le ferite.

I
missionari lo sanno bene. Sono là come amici, compagni di strada, dando
segni concreti di umanità e di carità. Qui il vangelo passa attraverso le
azioni  più che la parola e padre Crespi lo conferma: «Troppe atrocità e
violenze, nascondono loro il viso di Dio. È la nostra amicizia che
aspettano: un’amicizia che faccia loro intravvedere di essere amati da Dio
e salvati da Gesù. Un lavoro non facile da compiere.

L’eterna
domanda mi ritorna in mente: perché loro e non io? Non ho risposta, ma so
che, al loro posto, io non farei meglio. Rendono visibile ai miei occhi
una parte di me stesso segreta, nascosta. Sovente si è troppo severi con i
poveri, scaricando facilmente le nostre responsabilità nei loro confronti.
Le parole di sant’Ambrogio “o ricchi, voi donate troppo poco della vostra
ricchezza e siete troppo esigenti verso i poveri!” sono di un’attualità
sconcertante».


 Il rischio
dei «dinosauri»

Il futuro
dell’Argentina è nelle mani dei giovani. Tutti i missionari lo sanno e la
loro formazione è un punto prioritario nel programma di evangelizzazione.

È
impossibile qui presentare, in breve, i tratti che caratterizzano i
giovani argentini. Città e campagne producono modelli diversi, dovuti a
problemi particolari, legati all’ambiente in cui vivono, all’essere senza
radici, alla mancanza di identità che, a volte, li conduce al suicidio. A
San Francisco è nato un istituto diocesano (Ceas) per aiutare i giovani
che nutrono delle aspettative. Quello che li scoraggia maggiormente è la
mancanza di speranza, a causa della situazione economica e sociale.

Attività a
tutti i livelli sono state «inventate» nelle parrocchie per animare i
giovani sbandati. Un po’ ovunque si vedono club, movimenti, gruppi di
spiritualità o sportivi per giovani, ma lo sforzo principale resta quello
della scolarizzazione. A San Francisco e Mendoza, i missionari della
Consolata si sono impegnati nella scuola elementare e superiore. La
serietà e la competenza di questi istituti sono evidenti ai visitatori.

I signori
Miguel Alessi, direttore della scuola «Paolo VI» a San Francisco,
Gabrielle Panero de Romero e Tito Lopez, direttori della scuola secondaria
di Mendoza, mi mostrano la loro programmazione: precisa negli obiettivi e
metodi di lavoro, chiara nell’organigramma degli insegnanti e discipline;
un documento che si propone di portare i giovani ad una formazione
completa, umana e scientifica, capace di avviare ad un lavoro competente,
sorgente di felicità.

Gli sforzi
per integrare nella comunità argentina i numerosi boliviani immigrati sono
notevoli e questo esempio di apertura verso diverse culture è da imitare.

Una
caratteristica di questi istituti è lo spirito di famiglia e
collaborazione che vi regna. Ho l’impressione di essere in una comunità
molto interessata a migliorarsi, convinta d’avere in mano la chiave per
trasformare il futuro dell’Argentina. Ancora una volta si può toccare
direttamente l’efficacia dell’animazione fatta dai padri José Luis Pereira
e Silvio Lorenzini. Questi missionari sono attenti nel trasmettere i
valori del vangelo, convinti che non vi sarà una formazione completa,
senza quella spirituale. Non si devono ripetere gli errori dell’era «jurassica»,
quando i dinosauri avevano una struttura fisica enorme, ma con una massa
cerebrale molto piccola, incapace di controllare e soddisfare le esigenze
somatiche; per cui si estinsero!


Personalità armoniosa e società, scienza e fede illuminata, economia equa
e politica coscienziosa: ecco gli estremi di una formazione modea,
necessaria in Argentina. E sono lieto di sapere che i miei confratelli
missionari vedono nella scuola un luogo privilegiato per plasmare uomini e
donne del futuro.

Adelante,
padres!, sempre avanti! In attesa, domani, di impegnarsi più a fondo,
anche nell’università.

L’ultima
sera del mio soggiorno a Buenos Aires, nella cappella della casa
provinciale, bruciava un cero davanti all’immagine della Consolata. La
fiammella tremolante mi ha spinto a una riflessione, un augurio per questa
gente affascinante:

«Non
temere, Argentina! Le tue mani non cedano, perché il Signore, tuo Dio, è
in mezzo a te. Egli sarà tuo salvatore, esulterà per te di gioia e ti farà
nuova con il suo amore» (Sof 3, 16-17).

 


Il «peso»
diventa… leggero

Il
fallimento socioeconomico argentino è da ascriversi pure allo stesso De la
Rua e al ministro dell’economia Domingo Cavallo, sostenitore della
globalizzazione-privatizzazione delle imprese, che ha creato numerosi
disoccupati.

Nuovo
presidente (il quinto in 20 giorni) è Eduardo Duhalde. Questi ha bloccato
il pagamento dell’enorme debito estero (132 miliardi di dollari) e ha
sospeso la parità tra peso (moneta argentina) e dollaro, con una
svalutazione del 30%. L’inflazione è dietro l’angolo. Le tensioni non sono
finite: La crisi argentina preoccupa anche Stati Uniti, Messico, Cile,
Uruguay, Spagna, Italia.

La
crisi è sociale, ma non solo. «Va tenuto presente – ha detto l’arcivescovo
Estanislao Karlic, presidente della Conferenza episcopale – che
l’Argentina vive una crisi profondamente morale, una crisi che coinvolge
tutti, non solo i leader. Le “mazzette” non le prendono solo i politici,
ma anche altri cittadini».

Jean Paré




MEDICINA INDIGENA: un intreccio misterioso di pratiche

MALATTIA E MORTE,


I numeri
magici

Il popolo
africano, senza distinzione alcuna, è fondamentalmente legato alla terra:
non sono tanto gli elaborati sofismi di pensiero a occupare le menti delle
persone quanto i risvolti vitali che la realtà quotidiana può avere nella
loro esistenza. Ogni minerale, ogni pianta, ogni animale racchiude in sé
un potere, una forza capace d’influenzare in bene e, spesso, anche in male
la vita di un individuo.

Da qui una
nozione di medicina, che per noi è ormai indissolubilmente legata al
freddo e preciso concetto di scienza, mentre per l’africano indica un
insieme di norme spirituali e morali, oltreché di rimedi e cure. Non per
niente il personaggio più carismatico del villaggio africano è
l’«operatore magico» o sciamano, che unisce poteri divinatori-spirituali a
quelli curativi-geomantici.

La
medicina è considerata una pratica misteriosa, nella quale rientrano
normalmente la chiaroveggenza, la demonologia, la necromanzia,
parallelamente alla diagnosi, all’eziologia e alla terapia di una certa
malattia. Se dunque dalla e nella terra si manifestano gli spiriti e le
anime dei defunti, fondamentale diventa la conoscenza delle erbe
(fitoterapia) e del loro uso spesso combinato con sostanze di origine
minerale (talco, argilla, sale, ecc.), come pure la conoscenza di sostanze
di origine animale (teste di lucertola, polvere di scorpione, lingua di
serpente, ecc.).

L’utilizzo
di erbe, radici e foglie è determinato non solo da osservazioni e scoperte
empiriche sulle loro proprietà curative, ma dal «modo», dal «numero» e da
altri parametri.


Importante, ad esempio, è la magia che riveste il numero. Il numero 1,
numero singolo e fondamentale; il 4, numero sacro che rappresenta i 4
punti cardinali a simboleggiare la totalità del potere curativo. Se ad
esso si aggiungono le due direzioni, alto e basso, ecco che anche il 6
diventa un numero di grande importanza. C’è il 7, rappresentante del ciclo
ebdomadarico del tempo.

Da qui
l’attenzione ad assumere i rimedi e a celebrare i rituali in date
«numericamente» propizie dei calendari solari o dei quarti lunari e, per
le donne, del ciclo mestruale.

Quando,
come, dove

Se la
posologia (l’aspetto che regola la quantità e la modalità di assunzione di
un farmaco) è una questione di occhio o di mano, in cui la quantità degli
ingredienti delle varie pozioni viene misurata in maniera un po’
approssimativa (si va dal pizzico, alla manciata o a «qualche goccia»),
per l’africano ha invece molta importanza la determinazione precisa sul
come e dove le pozioni debbano essere assunte.

Ebbene,
come disporsi con il corpo rispetto al sole o alla luna? Come celebrare il
rito seguendo una precisa successione di gesti e invocazioni. E dove? Nel
centro del villaggio, davanti a tutti, o piuttosto nel fitto della
foresta, da soli o con lo stregone?


Medicina
senza limiti o confini

Il
concetto di medicina per gli africani è, quindi, molto variabile e assai
più ampio di quello inteso da noi. La medicina in Africa non è solo la
sostanza capace di far passare un dolore, una malattia, ma è anche la
pozione che placa gli spiriti cattivi che impediscono a una madre di avere
figli, che portano un marito o una moglie all’adulterio. Medicine sono i
filtri d’amore che fanno conquistare la donna o l’uomo di cui si è
segretamente innamorati; sono anche le offerte di distillati o impiastri
per il feticcio del villaggio, affinché propizi un buon raccolto o
protegga dalle calamità.

Sì, perché
di fatto, in Africa, non esiste una separazione tra le cosiddette «piante
officinali» e quelle normali o alimentari come il mais, il peperoncino o
la patata. Tutto può essere medicina per l’africano, perché egli si sente
al centro tra quel cosmo animato da spiriti e creature, che è aldilà, e
quella natura, benefica o terribile secondo le circostanze, che è la terra
con i suoi elementi viventi o inanimati.

Qualcosa
da imparare?

In una
società come quella occidentale, in cui si eleggono a modello soprattutto
gli aspetti esteriori della vita (bellezza, forza, imponenza), l’Africa
insegna a non perdere il senso interiore e spirituale dell’esistenza
umana, di ogni suo momento: in particolare di quelle fasi critiche, come
la malattia e la morte, con cui tutti ci troviamo a fare i conti.

La
medicina modea si trova ormai ad affrontare con grande disagio la
quotidiana lotta contro la malattia e un frustrante senso di impotenza
verso la morte. Si sta giungendo a un pericoloso bivio: da una parte, c’è
il rischio di eccedere in attenzione verso un modello di freddo e
tecnologico efficientismo e, dall’altra, c’è la chiusura a riccio in una
corazza di superficialità e cinismo di fronte alla malattia e alla morte,
al punto da farle diventare tabù.

In
entrambi i casi il risultato è una spersonalizzazione del rapporto tra
malato e medico ed una estraneazione al coinvolgimento e a quella empatia
che sono gli elementi basilari del rapporto umano.

La scienza
medica e la farmacopea occidentali sono di enorme aiuto nella cura di
tante malattie che affliggono il continente africano e nel superamento di
numerosi pregiudizi che, spesso, ne sono la causa: per esempio certe forme
di mutilazioni neonatali o femminili, le malnutrizioni infantili…

Ma
altrettanto importante è il messaggio di umanità e riappropriamento di
valori umani che l’antica saggezza africana può ancora offrire a noi.

Gianni Martinetto




DI CHI E’ QUESTA TERRA?

Ghadamès, l’«interdetta»


Se si può parlare di mal d’Africa, a maggior ragione si può
definire la passione per il deserto qualcosa di più di una malattia. Ancor
oggi chi viaggia sulle strade asfaltate del sud algerino non può non
restare catturato dal silenzio interrotto solo dal «tobol», il tamburo
della sabbia, il rumore cadenzato prodotto dal contatto del vento con le
dune.
(Eric Saleo)

Perla nera
delle sabbie, città delle sette porte, crocevia carovaniero e mercato di
schiavi: ecco Ghadamès, vero avamposto del deserto. Ancora oggi, con
Timbuktu, Ouadane e Chinquetti, è una delle più belle e misteriose città
del deserto. Al presente quasi sepolta dalla sabbia, mille anni fa era un
importante centro carovaniero, ricco di scambi commerciali (oro, avorio,
pietre preziose) e culturali.

Costruita
in un’oasi di sogno, sotto il livello della strada al riparo dalle sabbie,
appare al visitatore come una città sotterranea dall’affascinante
labirinto di viuzze tortuose e buie, al confine con Tunisia e Algeria. Con
la spedizione di Lucio Coelio Balbo (20-19 a. C.), i romani vi
stabilirono un presidio (Cydamus), di cui sono ancora visibili i resti.

La sua
storia è una catena ininterrotta di invasioni e lacerazioni della propria
identità. Convertita al cristianesimo durante l’impero bizantino, fu
occupata in seguito dalla irruzione musulmana del 667 d. C. Nel 1825
l’esploratore inglese Alexander Gordan Laing fu il primo europeo che la
menzionò dopo secoli di silenzio. Il suo lungo viaggio in Sahara terminò
purtroppo tragicamente a Timbuktu, dove anche gli ultimi appunti di
viaggio furono distrutti dagli aggressori. Anticamente Ghadamès era nota
come «l’interdetta» e ancora oggi sono rarissimi gli occidentali di
passaggio.

È un luogo
insolito: non ha i caratteri di alcuna città libica, tunisina o algerina,
pur essendo un crocevia fra i più frequentati. Viene definita una città
intensamente africana per i colori accesi, i disegni esoterici, le torri,
lo sgargiante artigianato e, soprattutto, per quelle viuzze coperte, più
simili a cunicoli sotterranei. I vicoli di Ghadamès sono stati progettati
da abilissimi architetti, per catturare ogni folata di vento, ogni
squarcio d’ombra e di freschezza.

Oggi,
sull’antica Ghadamès è sceso il silenzio: dagli anni Ottanta i suoi
abitanti si sono trasferiti nella sua periferia, dove il governo libico ha
fatto costruire ambienti più confortevoli per la popolazione. L’UNESCO ha
preso sotto la sua tutela questa perla del deserto; ora, nelle sue vie
silenziose, si odono solo i rumori dei restauratori, piccoli gruppi
impegnati a valorizzare la porta millenaria, che conduce ai giardini di
palme ed orzo, ai quartieri berbero e arabo, all’hamman dove si raccoglie
l’acqua della sorgente.

Avvolte
in lunghi mantelli e veli, solo tre donne sono rimaste stabilmente qui:
madre, figlia e nipote. I loro abiti svolazzanti e il portamento regale
richiamano alla mente un vecchio regno arabo dalle favolose leggende. Chi
sono? Perché vivere come eremiti nel silenzio di case vuote? Solo ad un
turista frettoloso, tuttavia, queste case possono sembrare vuote: chi ci è
vissuto ricorda ancora cicalecci di donne sulla soglia di casa, grida di
bimbi, discorrere di uomini accomunati da un uguale destino.

Ma le case
non sono così mute come sembrano: percorrendo lentamente i tortuosi
viottoli, si scoprono luminose piazzette tra piccole case dai fantastici
decori dipinti dalle donne, la Usaiet el Tutà o mercato degli schiavi, i
terrazzi decorati che circondano orti e giardini, il minareto e la
moschea, i tetti e le merlature. Le palme da datteri sopravvivono ancora
dando frutti e ombra. La vecchia Ghadamès, patrimonio dell’umanità,
sopravvive malgrado l’apparente abbandono urbano.

Nonostante
le nuove e confortevoli costruzioni, la gente continua a vivere, anche di
giorno, nella vecchia città. Un proverbio arabo recita così: «Se la palma
muore, muore anche la città». Per questo e per altri motivi forse più
pratici, le vie strette e buie ma fresche e accoglienti sono ancora
frequentate e i giardini e i palmeti coltivati come un tempo, quasi che da
un giorno all’altro qualcuno venisse a controllae la vitalità.

I lunghi
corridoi coperti, più simili a tunnel scavati nel tufo, con il loro
andamento tortuoso servono a bloccare la sabbia trasportata dal vento. La
luce penetra da alcuni lucernari, e i sedili di pietra sporgenti dai muri
offrono ad ogni ora un fresco isolamento (rifugio, riparo) dalla calura
estea.

Entrando
nelle case si resta affascinati dai colori: muri bianchi decorati
prevalentemente in rosso, porte dipinte di blu, nicchie gialle, verdi,
rosse e ocra. Si salgono scale di pietra per raggiungere la «stanza di
soggiorno». Curiosamente nascosta in una nicchia, superabile solo
strisciando sul pavimento, appare l’alcova, dove per tradizione gli sposi
trascorrono solo la prima notte di nozze. Le stanze superiori e le
terrazze completano l’appartamento. Ovunque trionfa il bianco dei muri,
l’ocra, il giallo, il rosso, il blu. Sono colori caldi, ma non aggressivi,
e così ben armonizzati da lasciare una sensazione rilassante.

Visitare
Ghadamès è inoltrarsi in un passato che è ancora vivo, un mondo magico
dove gli uomini delle sabbie sono stati felici con poco. Lo sono
altrettanto ancora oggi?


Litanie delle
dune

Dune,
grandi dune ondulate come l’acqua del mare,

Dune dalla
fronte calva,

Dune, che
il vento lavora e tormenta senza tregua,

Dune, che
una goccia d’acqua rinfresca una volta ogni cent’anni,

Dune, che
vedete passare le carovane,

Dune
melodiose, che cantate al levare del sole,

Dune dal
buus d’oro e dal buus di neve,

Dune, dai
fianchi sollevati

come
quelli di una donna prossima a partorire,

Dune,
nostro sudario quando il simun soffia e ci travolge,

Dune,
grandi dune del deserto, rendeteci dolce la strada

E fate che
arriviamo alla meta…

Così
salmodiando, essi camminano lungo la strada nella sabbia, l’uno dietro
all’altro, al passo lungo e leggero dei nomadi.

Liliana Pizzoi




NEISU (R.D. Congo): storica assemblea su una questione scottante


È possibile rimanere fedeli alla propria identità, pur
rinnovando tradizioni non più compatibili con la dignità umana e il
rispetto delle persone? Ci hanno provato i «mangbetu», con un’assemblea
che, certamente, farà storia.

15 maggio
2001: una data che oserei definire «storica» per i miei mangbetu, famosa
etnia nel nord della Repubblica democratica del Congo. È il giorno del
loro grande incontro sul tema: «Si deve ancora pagare il cadavere?».

Nessuno si
stupisca, perché la questione non è così strana come sembra; anche perché,
dopo un interessante dibattito, ne è uscita una risposta che rivoluziona
consuetudini secolari.

Ma
procediamo con ordine.

La
famiglia come è concepita in Europa (papà, mamma, figli) va un po’ stretta
all’Africa. Il bambino deve, fin da piccolo, conoscere molto bene gli zii
matei, perché la vita viene di là. Quando è ormai cresciuto, torna dai
genitori, oppure, se ha raggiunto la maturità, inizia egli stesso una
nuova famiglia.

Solamente
la morte del nipote rompe definitivamente questo strettissimo legame
vitale. Inizia, allora, un cerimoniale, e chi ne fa le spese è la famiglia
ristretta dove il nipote è deceduto.

Perché
avviene questo? Qual è il significato di avvenimenti che si ripetono ad
ogni morte? Gli antropologi parlano di risarcimento o compensazione. È
come se il congiunto (degli zii matei) fosse stato solamente «prestato»
alla famiglia (come sposo, sposa, figlio); la sua morte impoverisce la
famiglia di origine (zii matei) e, quindi, occorre risarcirla, darle un
compenso. E chiamano questa operazione «kofuta ebembe», ossia pagare il
cadavere.

I banoko
partono dal luogo della sepoltura del nipote con capre, polli, maiali,
soldi e vari oggetti (coltelli, pentole, vestiti…). Ma questo crea
l’impoverimento improvviso (a volte totale) della famiglia dove è avvenuto
il decesso. Si scoprono sempre più vere tragedie familiari.

La morte è
così frequente (anche a causa dell’Aids) che è difficile trovare una
famiglia che non abbia vissuto tale problema. Per cui si scopre che i
figli del defunto non vanno a scuola, perché i soldi non ci sono: li hanno
presi i banoko. Uno muore perché non può permettersi l’ospedale: i banoko
hanno portato via tutto. La vedova resta sovente in una situazione
pietosa: le hanno portato via persino gli utensili da cucina e il prezioso
bidone per attingere acqua alla sorgente.

Le
lamentele sui banoko e sul loro intervento alla morte del nipote è un
fatto generalizzato. Tutti piangono. Ma occorre pure dire che tutti sono
banoko e, presto o tardi, arriverà l’occasione di appropriarsi delle cose
alla morte di un nipote. Allora ci si rifarà. Resta tuttavia il fatto che
di questa usanza, anche se seguita da tutti, si farebbe volentieri a meno.

Ma i capi,
gli anziani, i detentori della tradizione sono d’accordo di abolirla? E
come accordarla con il vangelo?

I
partecipanti furono 2.119, così ripartiti: 1.028 uomini, 717 donne e 374
ragazzi. Interessante anche l’atmosfera ecumenica: i lavori furono aperti
dalle parole di padre Simon Tshiani, missionario della Consolata, e dal
pastore protestante Thomas, che ha presentato in lingua mangbetu le
tradizioni della tribù su questo tema scottante. Suggestivo è stato pure
il suo modo di esporre i problemi, intercalati da canti tradizionali, da
lui stesso composti, che invitavano al cambiamento di mentalità.

È seguito
un lavoro a gruppi, costituiti dalle diverse «collettività» (entità
amministrative), presieduti ciascuno dal capo tradizionale, dagli
«intellettuali» e dagli agenti pastorali: una vera concertazione a largo
raggio. Dopo un acceso dibattito in assemblea, è stato elaborato e votato
un documento finale, scritto in lingala (una delle lingue nazionali del
Congo) e firmato dai tre capi tradizionali, vincolante per tutti (vedi il
riquadro)… Ho fatto pervenire la documentazione all’amico Stefano
Allovio, grande conoscitore dei mangbetu. In una lettera mi ha risposto:
«Questa operazione di chirurgia sui costumi ancestrali è molto
interessante… Ma terrà?».

È quanto
ci chiediamo tutti, missionari e mangbetu. Finora la risposta è: tiene!

 


Se così stanno le cose

Nodadai:
gli zii del defunto sono chiamati a dare una somma di denaro. È possibile
che, da vivo, il defunto abbia dato frecce o lance agli zii, affinché alla
sua morte, facciano scorrere del sangue (vendetta). Questa si chiama «nongu».
A noi mangbetu giudicare se è un buon testamento.

Amuteno: è
il diritto di sepoltura da attribuire agli zii del defunto. Senza amuteno,
il cadavere rimarrà senza sepoltura, anche se il corpo va in
decomposizione. A noi mangbetu giudicare se questa pratica è buona.

Neposo:
dopo la sepoltura, è obbligatorio dare agli zii da mangiare: maiale o
capra, da uccidere subito, e il necessario in banane, manioca, olio e
tutti i condimenti.

Nekuwe
andreti: significa cercare i parenti remoti del defunto, affinché possano
anch’essi trarre profitto del neposo.

Nemongimbo:
è obbligatorio; per cui si comincia subito a trattare, mettendo da parte
la tristezza. Nemongimbo è una multa esigita dagli zii ed è in stretta
relazione con l’importanza del defunto: molti soldi, parecchie teste
d’animali, banane… senza contare i condimenti. A volte tutti gli animali
del defunto sono consegnati agli zii del defunto; così i figli e la vedova
rimangono senza niente. A noi mangbetu giudicare tale modo di fare.

Nuodutulu:
le donne sposate (sorelle del villaggio) possono ritornare dai loro sposi
solo dopo aver pagato o essersi liberate da questi obblighi; altrimenti le
donne rimangono prigioniere nel villaggio d’origine. Tale usanza può
portare al divorzio o all’adulterio. I bambini sono abbandonati alla loro
sorte. Tocca a noi mangbetu vedere se ciò è buono.

O ubwho:
sono gli obblighi, i lavori forzati o le pene inflitte sia al vedovo che
alla vedova, sia ad un membro prossimo della famiglia, come può esserlo un
cognato del defunto. Ecco alcuni esempi di pene inflitte: non mangiare né
bere senza permesso o pagare una somma di denaro prima di poterlo fare;
non lavarsi e non pettinarsi; obbligo di camminare sul ciglio della strada
o in mezzo all’erba. Lavori forzati, quali costruire una casa, cercare
legna speciale per il fuoco…  A noi mangbetu giudicare se queste
pratiche vanno bene.

Decisioni
finali

1. Noi,
mangbetu, non faremo più pagare per il cadavere, perché questa pratica non
contribuisce allo sviluppo della persona e del paese; perché i soldi che
si ricevono per un cadavere non aiutano l’individuo per molto tempo (Ez
24, 15-16).

Antonello Rossi




ARMENIA: «reportage» da un paese da futuro incerto

L’ESODO DI UN POPOLO SENZA SPERANZA


Quale domani per l’Armenia? È una domanda che sorge
naturale girando per le strade semideserte di Erevan. Il futuro di un
paese dipende dai suoi abitanti. Ma gli armeni se ne stanno andando:
preferiscono spendere il proprio talento ed energia all’estero, piuttosto
che in patria. E poi è difficile vivere spalla a spalla con l’Azerbaigian
e la Georgia.

Il jumbo
che mi portava a Erevan, capitale dell’Armenia, era quasi vuoto: solo una
ventina di passeggeri, spaparanzati negli spaziosi saloni. «Bella idea
utilizzare un aereo così grande per un pugno di viaggiatori!» mi dicevo.

Ma, al
ritorno, mi sono ricreduta sulle capacità commerciali delle linee aeree
armene: lo stesso jumbo, arrivato a Erevan vuoto, ripartiva quasi pieno.
Al check in (che mi aspettavo di fare in tutta tranquillità) c’era una
calca incredibile: gruppi di amici e amiche, famiglie, bambini,
passeggini, pacchi, baci, abbracci, sospiri. Si andava a Francoforte.

Ma per i
più non era quella la destinazione finale. A Francoforte, infatti, c’erano
due impiegati della compagnia che indirizzavano i passeggeri, appena
sbarcati, verso gli aerei in partenza per Los Angeles, Detroit e altre
località americane… La ragazza, seduta accanto a me durante il volo,
andava a Los Angeles. Vi si trasferiva definitivamente per vivere col
marito statunitense, sposato da poco. Un passo importante. Sembrava
tranquilla e sicura della scelta.

D’altra
parte, cosa avrebbe potuto fare a Erevan con la sua laurea in lingue
straniere?


Musei deserti

Così ho
potuto constatare un fenomeno iniziato all’indomani della fine dell’URSS e
dell’apertura delle frontiere: l’Armenia si sta svuotando. Di questo
passo, chi rimarrà a popolare la patria storica degli armeni? La
sonnolenza o aria di sbigottimento colta sul volto dei pochi passanti a
Erevan non era, dunque, come avevo ritenuto, da attribuirsi al carattere
nazionale.

Trovare
lavoro in Armenia è assai difficile. La caduta dell’URSS ha messo in crisi
un’economia che si reggeva solo all’interno di un sistema molto più ampio.
In Armenia, senza risorse naturali, le materie prime giungevano dalle
altre repubbliche dell’Unione, venivano trasformate dalle industrie locali
e il prodotto andava poi ad alimentare l’onnivoro mercato sovietico.

Ora questa
catena si è spezzata. Le fabbriche sono state chiuse una dopo l’altra e la
disoccupazione raggiunge il 50%. Chi può se ne va; chi non può resta e
campa alla meglio. Nelle campagne c’è l’orto a dare una mano. Chi ha un
parente all’estero (in molti, a dire il vero) si fa mandare un po’ di
soldi, che servono a sbarcare il lunario. I più intraprendenti cercano di
farsi assumere dalle poche ditte o ambasciate straniere presenti nel
paese.

Non è
facile neanche per chi ha un lavoro; gli impiegati statali, ad esempio,
sono così male pagati che non fingono nemmeno di mostrare solerzia
nell’eseguire il loro compito.

Il
Matenadaran (la famosa biblioteca-museo dei manoscritti antichi, orgoglio
di Erevan e di tutta l’Armenia) apre alle 10. A quell’ora mi sono
presentata davanti al suo massiccio portone in bronzo e l’ho trovato…
semichiuso. Consapevole dei miei diritti di visitatrice, mi sono
intrufolata dallo stretto pertugio… per essere fermata nell’atrio dal
custode, accorso dalla guardiola dove l’avevo visto sonnecchiare. Non
potevo entrare: l’autobus con il personale addetto alla sorveglianza non
era ancora arrivato. Toccava aspettare.

Sono
ritornata sulla spianata antistante il museo a scrutare il traffico:
inesistente. Dopo una ventina di minuti, ho visto il pulmino, col suo
carico di lavoratori, arrancare per l’erta strada che porta al museo e ho
pensato che ne sarebbe precipitosamente uscita una frotta di impiegati,
ansiosi di recuperare qualche minuto di ritardo. Invece, con grande calma,
fermandosi per scambiare qualche considerazione col guardiano, quattro
signore, già stanche, hanno varcato la soglia del museo.

E perché
si sarebbero dovute affrettare?  Per me, unica visitatrice?

In tutti i
musei mi sono ritrovata sola. Poco male quando si trattava di un piccolo
museo, come quello del pittore Martiros Sarjan, nelle cui modeste sale non
è evidente il senso di vuoto. Diverso, però, è aggirarsi da soli per il
Matenadaran, a cinque piani, nel cuore di Erevan, che ospita il museo
storico e la pinacoteca. Le ampie sale e i soffitti altissimi non fanno
che sottolineare la solitudine. Le vetrate offrono generose viste sulle
vie vicine: un ammasso di catapecchie, alcune in rovina, fra le quali
spicca per contrasto l’Hotel Yerevan, egregiamente ristrutturato e gestito
da una ditta italiana.

Il mio
arrivo in una sala causava sempre un po’ di scompiglio tra le signore
della sorveglianza; prima ancora dei quadri appesi, colpiva i sensi l’aria
pregna dell’odore di pesce in scatola e di nescafè, insieme alle
chiacchiere, loro magro conforto nelle lunghe ore del servizio. Una volta
sono stata raggiunta da una sorvegliante anziana, che, appena siamo
rimaste sole, mi ha chiesto di aiutarla a pagare la bolletta della luce. A
guardarla, non potevo dubitare che si trovasse nella miseria. Le ho dato
il piccolo obolo che mi chiedeva, mentre ascoltavo la sua filippica contro
i governanti corrotti che affamano il paese.


Armeni e
azeri in guerra

In Armenia
corruzione, malgoverno e lotte di potere affliggono il paese e sono causa
di altri mali, che si aggiungono a quelli inflitti dalla natura.

Si vive in
un paese di sassi, che lasciano spazio pure a campi e frutteti; ma il
terreno sembra buono, soprattutto, per far pascolare le pecore e qualche
mucca. Il sottosuolo è povero. Luce e riscaldamento nelle case ci sono,
grazie alla contestatissima centrale nucleare, costruita in epoca
sovietica alla porte di Erevan. Ma in zona sismica. Il sud del paese non
si è ancora completamente ripreso dal terribile terremoto del 1988.

A ciò si
deve aggiungere la guerra iniziata nel 1992 per la conquista del Nagoo
Karabakh, regione che apparteneva all’Azerbaigian, ma a maggioranza
armena. Il conflitto ha avuto pesanti conseguenze umanitarie. Stime non
ufficiali parlano di circa un milione di profughi, tenendo conto sia degli
azeri fuggiti in Azerbaigian, sia degli armeni che ne sono scappati
altrove.

In
territorio azerbaigiano vivevano da secoli diverse comunità armene. La più
consistente, anche se non la più antica, risiedeva a Baku. Ma, prima il
pogrom sovietico contro gli armeni nel 1988 a Sumgait, vicino a Baku, e
poi l’odio e la furia scatenati dalla guerra hanno posto fine alla loro
presenza tra gli azeri.

Dal 1994
le armi tacciono, ma la pace non c’è. I negoziati sono a un punto fermo,
perché l’Azerbaigian non è disposto a cedere una regione che costituisce
il 14% della sua superficie e include Shusha, uno dei maggiori centri
storici e culturali azeri; né gli armeni intendono rinunciare alle proprie
conquiste e a un territorio rivendicato da tempo.

Un accordo
sembrava in vista nel 1999, dopo una serie di incontri tra i due capi di
stato; ma nell’ottobre di quell’anno un’incursione armata nel parlamento
di Erevan, durante la quale vennero uccisi il primo ministro e sette
deputati, seppellì ogni speranza di una rapida soluzione del conflitto.

Tuttavia,
calamità naturali e guerra non bastano a spiegare alcuni aspetti della
vita sociale e politica in Armenia, dove la situazione circa i diritti
civili non è ideale. Come nelle altre repubbliche ex-sovietiche, sono
pesanti le conseguenze del recente passato totalitario.

L’Armenia
è ancora lontana dall’essere autenticamente democratica. La scena politica
è alquanto travagliata: ad ogni nuova elezione gli osservatori rilevano
brogli e irregolarità; l’informazione, sebbene formalmente libera, è
condizionata dal partito al potere; dopo alcuni casi clamorosi di
maltrattamento e arresto di giornalisti, le redazioni praticano una sorta
di autocensura.

La
costituzione garantisce tutti i diritti, ma in pratica spesso non c’è
sufficiente volontà di farli rispettare. La polizia agisce indisturbata e
ricorre a violenze, confidando sull’impunità che le viene di fatto
assicurata; sono normali gli arresti senza regolari ordini da parte della
magistratura. Il potere giudiziario è controllato da quello politico,
nonostante che sulla carta ne sia indipendente.


Il risveglio
della dignità

Sono
diverse le organizzazioni umanitarie presenti in Armenia. Le prime
arrivarono subito dopo il terremoto. Fu un fatto che suscitò scalpore,
perché era la prima volta, dopo decenni di totale chiusura verso gli
stranieri, che si permetteva loro di operare in un territorio sovietico.
Arrivarono anche degli italiani. Tra loro un medico siciliano, Antonio
Montalto, che dal 1994 si è stabilito definitivamente nel paese.

Passata
l’emergenza terremoto, sono emerse altre difficoltà, legate alle gravi
carenze di strutture sociali e sanitarie. C’è chi, come i «Medici senza
frontiere», si occupa dei «bambini difficili». Costoro subiscono violenze
psicologiche e fisiche dagli adulti, vengono mandati ad accattonare o sono
utilizzati da circoli mafiosi; una volta acciuffati dalla polizia, sono
rinchiusi in orfanotrofi simili a carceri.

C’è chi
offre assistenza alle donne vittime di violenze da parte degli sfruttatori
della prostituzione o all’interno delle mura domestiche: un fenomeno,
quest’ultimo, più ampio di quanto non si creda, perché i maltrattamenti in
famiglia vengono raramente denunciati.

Antonio
Montalto ha scelto di occuparsi della ristrutturazione dei
reparti-mateità negli ospedali, ultimamente soprattutto in Karabakh, e
della formazione del personale che vi lavora. La scelta di assistere le
donne in un momento delicato come la mateità non è casuale, né è casuale
il nome che ha voluto dare alla propria organizzazione: Family care.

Antonio è
convinto che molti dei problemi nascano dalla mancanza di solidarietà tra
la gente, anche all’interno delle famiglie. Il suo progetto è ambizioso, e
va al di là della semplice offerta di aiuto. «Non sono qui solo per
rispondere a bisogni concreti – mi spiega -. Ho la pretesa di proporre dei
valori. Ad esempio, quando si tratta di far nascere un figlio, i papà se
ne disinteressano; la reputano una questione da donne. Nell’emergenza devi
occuparti della mamma e del bambino, e poi del papà. Noi cerchiamo di fare
le due cose contemporaneamente».

Così,
oltre a formare il personale, equipaggiare i reparti di mateità e
assistere le madri durante il parto, i volontari di Family care incontrano
anche i padri e chiedono loro di partecipare a tutte le fasi della nascita
dei loro figli.

Antonio
presenta il suo lavoro come un tentativo per ridare dignità alla persona.

«Per un
direttore d’ospedale, che occupa questo posto perché messo dai politici,
il paziente è solo un mezzo per ottenere soldi, oppure un onore. Ad una
madre (che può sentirsi dire: “Dammi 50 dollari, altrimenti non ti faccio
nascere il figlio”), noi facciamo capire che a lei teniamo. Le offriamo
una struttura che non risponda solo al bisogno di assistenza medica, ma
che vuole essere accogliente, curata nei particolari. Mettiamo molta
energia per fare dei nostri reparti dei luoghi giorniosi, dove si stia bene.
L’attenzione alla persona e la cura delle cose può contribuire a cambiare
la mentalità, se le porteranno con sé quando ritoeranno a casa. D’altra
parte, è proprio quando ci sentiamo guardati con rispetto che ci
accorgiamo del nostro valore. Bisogna risvegliare nella gente la coscienza
della propria dignità e dei diritti, che hanno perso».

La non
certezza del diritto e il disprezzo da parte di coloro che ricoprono
cariche pubbliche sono una triste realtà quotidiana nelle ex repubbliche
sovietiche. E l’Armenia non fa eccezione.


La gente se
ne va

Fra tanti
guai, l’Armenia deve fare i conti anche con la sua posizione geopolitica,
essendo circondata da musulmani con cui ha sempre avuto rapporti
difficili. Però, attualmente, sono migliori le relazioni con l’Iran degli
ayatollah che con la cristiana Georgia, per una disputa territoriale che
rischia di rendere molto precario il confine tra i due paesi e aggravare
ulteriormente una situazione pesante: l’Armenia vive già in uno stato di
semi-isolamento, con le frontiere turca e azerbaigiana chiuse. L’unico
confine tranquillo è quello iraniano, ma si tratta di pochi chilometri.

Quale
futuro per l’Armenia? È una domanda che sorge naturale girando per le
strade semideserte di Erevan. Il futuro di un paese dipende dai suoi
abitanti. Ma gli armeni se ne stanno andando, preferiscono spendere il
proprio talento ed energia all’estero, piuttosto che in patria.

Come si fa
a non capirli?

La vita di
un uomo è breve e chissà quanto tempo ci vorrà prima che la ruota della
storia compia il suo giro e restituisca al paese pace e prosperità. Chi ha
voglia di bruciare i propri anni a faticare per un risultato che, forse,
vedranno solo le generazioni future?

Eppure
qualcuno continua a sperare e a credere. Simbat, un armeno dolente, come
tanti altri da me incontrati, è convinto che l’Armenia stia solo
attraversando un brutto momento, ineluttabile, ma passeggero. Egli vive a
Teheran (Iran) e vorrebbe tornare in patria: uno dei pochi. Prima, però,
deve trovare lavoro, impresa oltremodo difficile.

Gli
auguriamo con tutto il cuore che ce la faccia. E che il tempo gli dia
ragione.

Scheda paese


Superficie: 29.800 kmq


Popolazione: 3.500.000 (93% armeni)


Capitale: Erevan (1.500.000 ab.)

Goveo:
repubblica presidenziale

Religione:
cristiano-armena (66%), con pochi cattolici

Economia:
in pianura si coltivano cereali, cotone, tabacco, barbabietola da zucchero
e vite; in montagna si alleva bestiame; il sottosuolo contiene rame,
alluminio, oro… Indicatori: reddito annuo pro capite: 460 dollari ($);
inflazione annua: 349%; importazioni: 990 milioni di $; esportazioni: 360
milioni di $; debito estero 800 milioni di $ (dati del 1998)


 L’Armenia, già repubblica federata nell’ambito dell’URSS, divenne
indipendente nel 1991

 


Khomeini in
cattedrale

Fuori
della patria storica, gli armeni hanno sempre dimostrato intraprendenza,
capacità imprenditoriale e creatività, fondando comunità floride da ogni
punto di vista, non ultimo quello culturale e artistico. Ne è una
dimostrazione la loro presenza nell’Impero persiano, che ha lasciato segni
importanti: basti ricordare le bellissime chiese dei santi Taddeo e
Stefano nel nord dell’Iran, autentici capolavori d’arte, o il quartiere
armeno di Nuova Julfa a Isfahan, uno dei maggiori poli turistici.

Numerosa e
prospera ai tempi dell’ultimo scià, la comunità armena in Iran è oggi in
profonda crisi.

La crisi
interessa anche l’Iran. A più di 20 anni dalla rivoluzione di Khomeini, il
paese ha una grande voglia di cambiamento, però frustrata
dall’impossibilità di agire secondo meccanismi democratici. Il potere è in
mano ad una cricca di musulmani ultraconservatori. Parlando con la gente
si ha l’impressione che, se avesse la possibilità, prenderebbe il volo
verso lidi con maggiore libertà. Alcuni lo hanno già fatto e altri sono in
procinto di farlo.

Questo
desiderio è, a maggior ragione, vivo tra gli armeni, il cui esodo
dall’Iran è massiccio. Gioo dopo giorno la comunità armena di Teheran si
assottiglia. Negli uffici della cattedrale sono stata testimone di un
andirivieni di persone con passaporti e moduli per chiedere informazioni
sulle pratiche di espatrio. I più si dirigono verso gli Stati Uniti, altri
in Europa e pochi in Armenia. Erano 300 mila prima della rivoluzione. Ora
si parla di 50-60 mila persone, ma le cifre reali sembrano essere
inferiori: 25 mila al massimo. Gli armeni paiono proprio decisi a porre
fine al loro secolare insediamento in Iran.

Il club
armeno di Teheran è l’unico luogo pubblico dove le donne sono libere di
vestire come credono; per questo le autorità hanno preteso che l’entrata
fosse proibita agli iraniani. Sono stata invitata da due amiche armene:
Aida, divorata dalla nostalgia per la famiglia negli Stati Uniti (mentre
lei non è ancora riuscita ad ottenere il visto), e Charlotte, anch’ella
desiderosa di lasciare il paese, magari per l’Italia, di cui conosce
splendidamente la lingua. Sono loro a farmi entrare in un’ala del club,
attrezzata per i ricevimenti.

Vi si sta
celebrando una festa di nozze e sono curiosa di darci un’occhiata. Quella
che a me sembra una naturale animazione non le rallegra; al contrario, i
loro occhi sembrano diventare ancora più tristi. Aida me lo spiega:
«Stringe il cuore vedere queste sale semivuote. E pensare che un tempo non
si riusciva a far stare tutti gli invitati!».

Ci sono
«circostanze» che valgono solo per i cristiani. Davanti alla legge il
cristiano non è uguale al musulmano: è la costituzione a stabilirlo. Se un
cristiano ha una vertenza con un musulmano, quest’ultimo ha quasi sempre
la meglio; se il primo commette una colpa, va incontro a sanzioni più
gravi rispetto al secondo. Mi è stato riferito il «prezzo del sangue»; la
legge prevede in alcuni casi pene pecuniarie come risarcimento alla
famiglia per l’uccisione di un congiunto; se un armeno uccide un
musulmano, la penale è di 7 mila dollari; ma, se l’uccisore è musulmano,
la penale scende a 300 dollari.

Nelle
assunzioni pubbliche i musulmani sono privilegiati (nelle imprese private
sembra, invece, che gli armeni siano benvisti). Anche nello sport: nella
squadra nazionale non possono giocare calciatori armeni. Ma gli obblighi
di un armeno verso la collettività non sono minori, a cominciare dal
servizio militare. Anche gli armeni sono tenuti a difendere l’Iran e hanno
pagato il loro tributo di morti negli otto anni di guerra contro l’Iraq.

G li
armeni ammettono che nei loro confronti non ci sono state persecuzioni,
nemmeno dopo la rivoluzione islamica di Khomeini; le autorità non hanno
mai impedito loro lo svolgimento del culto. Hanno una presenza politica
riconosciuta, con due loro membri in parlamento; hanno diritto a quote di
studenti nelle università e a scuole proprie.

Ciò che
caratterizza la scuola armena non è l’insegnamento della religione
cristiana (svolto nei locali della chiesa), ma un’ora settimanale di
lingua armena e il fatto che non sia obbligatorio lo studio del corano.
Una volta le scuole armene erano tante. Oggi gli studenti sono sempre di
meno, le scuole chiudono e l’edificio viene rilevato per legge dallo
stato. A Teheran resiste ancora una decina di scuole.

La prima
cosa che si nota, entrando nella cattedrale armena di Teheran, è un grande
ritratto di Khomeini: ufficialmente la comunità armena si attiene con
scrupolo al «protocollo». Non esistono pubblicazioni che ne descrivono la
vita reale, i disagi; vengono stampati giornali e bollettini che informano
sulle attività e iniziative in atto.

La stessa
cautela regna nella comunità di Isfahan. Ho incontrato l’anziano direttore
della biblioteca, il quale mi ha assicurato che gli armeni non hanno alcun
problema, che la gente sta bene e non ha intenzione di andarsene. Poi ho
saputo che due suoi figli vivono a New York.

Mi ci sono
recata una domenica mattina. Vedendo parcheggiati all’ingresso un grosso
pullman e molte auto, ho pensato ad un arrivo speciale di armeni o di
altri cristiani per il giorno festivo. Mi sbagliavo: si trattava di
musulmani. Questo luogo è per la comunità armena il più potente «autoreclame».
Tra i visitatori della cattedrale c’è chi si informa per sapere di più
sulla storia e cultura armena, sui corsi di lingua. In città esiste una
facoltà di armenistica, che sembra essere alquanto popolare, sebbene
nessuno sia riuscito a spiegarmi quali siano le possibilità che si aprono
agli studenti una volta laureati. I ricchi affreschi della cattedrale e
gli straordinari oggetti esposti al museo suscitano sempre interesse.
Recentemente è stata anche aggiunta una teca, che illustra i luoghi del
genocidio perpetrato contro gli armeni dal regime dei Giovani Turchi. Una
delle impiegate del museo mi ha assicurato che non c’è iraniano che non
sappia di quei tristi avvenimenti. La comunità promuove manifestazioni
pubbliche in occasione dell’anniversario del genocidio, tra cui un corteo
per le vie della capitale.

Un paese
musulmano come l’Iran ha dimostrato più sensibilità di noi verso la
tragedia che ha colpito questi nostri fratelli cristiani, vuoi per la
maggiore vicinanza ai luoghi del terribile massacro degli armeni nel 1915,
vuoi perché, proprio in Iran, molti di loro hanno trovato rifugio dalla
persecuzione turca.

L’Italia
per anni si è rifiutata di riconoscere ufficialmente il genocidio, cedendo
alle pesanti pressioni del governo turco; lo ha fatto solo nell’autunno
2000. È per questo che ben pochi tra noi sono a conoscenza del genocidio?
Forse molti ne hanno sentito parlare, per la prima volta, solo grazie alla
recente visita del papa in Armenia.

Però lo
stupore era sincero. La gente non sa che l’armeno ha uno «status» di
cittadino di seconda categoria. Se l’avessi loro rivelato, probabilmente
non ci avrebbero creduto.

Gli armeni
hanno con gli iraniani buoni rapporti nell’ambito del lavoro e della vita
pubblica; ma non intrattengono rapporti di amicizia. Oltre a un’innata
diffidenza, è determinante l’impossibilità di stringere legami di sangue.
Molti giovani, pur vivendo in Iran, sono mentalmente proiettati altrove.
Il mondo che li circonda non li interessa: ne parlano con un certo
disprezzo.

Ma c’è
anche chi intende restare, per principio. C’è chi lotta per vedersi
riconosciuto il diritto di essere cittadino alla pari di altri; c’è chi
non vuole abbandonare una terra, dove gli armeni sono vissuti per tanti
secoli, fondando un notevole patrimonio culturale e artistico. Il futuro
sembra promettere un progressivo miglioramento delle condizioni di vita.
Tutto l’Iran chiede un ordinamento più liberale e democratico.

Alcuni
cambiamenti sono in atto, altri verranno. Però i tempi per una radicale
trasformazione del paese saranno lunghi e qualche armeno dichiara: «Sta’ a
vedere che, quando arriverà finalmente la libertà, nessuno di noi sarà più
qui a salutarla!».

Biancamaria Balestra




16 FEBBRAIO: APPUNTAMENTO CON IL BEATO ALLAMANO

ASPETTANDO LE ROSE


Il 16 febbraio 1926, «dies natalis» del beato Giuseppe
Allamano, fa parte della storia dei missionari e missionarie della
Consolata, e non solo. È però «curioso» notare come il loro Istituto sia
stato fondato da un uomo che sapeva ridimensionarsi, relativizzare,
attendere. Con lui c’era Giacomo Camisassa, l’amico insostituibile.

Padre
Umberto Costa, uno dei primi missionari della Consolata, morto a soli 33
anni, riporta una confidenza del fondatore, il beato Giuseppe Allamano: «È
un poco che non ci vediamo più, perché ho avuto un malessere che mi ha
costretto a star chiuso in camera, eppure il mondo è andato avanti senza
di me, l’Istituto è andato bene senza di me. In questi casi si medita, ed
io ho meditato come non v’è nessuno necessario; quando un’opera è di Dio,
egli la fa procedere senza bisogno di alcuno».

Poche
parole per cogliere dalla sua stessa voce una personalità senza finzione,
temperata all’ombra dei vigneti di Castelnuovo d’Asti, piccolo centro
agricolo, dove religione e onestà si fondevano in una stessa liturgia di
vita e di morte, e i rintocchi dell’Ave Maria scandivano le ore della
fatica e del riposo rincorrendosi su e giù per le colline, lungo i filari
di viti.

A
Castelnuovo Giuseppe Allamano nasce nel 1851 e conclude la vita a Torino
nel 1926 presso il santuario della Consolata, di cui è stato rettore per
46 anni. Il santuario, ampliato e ristrutturato, è uno dei suoi
capolavori.


A tu per tu
con Leone XIII


L’occasione per uscire da Torino gli viene offerta dai festeggiamenti che
tutto il mondo tributa al pontefice Leone XIII (1810-1903) nel 50° della
sua ordinazione sacerdotale, il 1° gennaio 1888. Eletto papa all’età di 68
anni, quasi a conclusione di una vita intensa di lavoro, il pontificato di
Leone XIII non è, come le previsioni l’hanno preconizzato, di transizione,
ma d’incontenibile dinamismo e innovazione.

La chiesa,
per 40 anni condizionata all’interno da una mentalità conservatrice e,
all’esterno, da leggi restrittive fatte eseguire con metodi violenti e
giacobini, si muove ora su un nuovo versante: domina lo spirito di
concordia e dialogo con tutte le realtà che popolano il vasto orizzonte
del cristianesimo.

Ne fanno
fede le tante encicliche che papa Leone, più avanti del suo tempo, scrive
nei suoi 25 anni di pontificato: ad esempio sull’abolizione della
schiavitù (In plurimis, 1888); sull’istituzione di seminari per i
sacerdoti autoctoni e la creazione della gerarchia ecclesiastica locale
(Ad extremas Orientis oras, 1893).

Il papa
scrive pure sulle devozioni care all’Allamano: il Rosario (Supremi
Apostolatus, 1883), San Giuseppe (Quamquam pluries, 1889), la Santa
Famiglia (Novum argumentum, 1890), il Sacro Cuore (Annum Sacrum, 1899). La
questione sociale, che esplode tra poco con la pubblicazione
dell’enciclica Rerum novarum, è uno dei tanti temi passati al vaglio da
Leone XIII.

C’è un
altro argomento al centro del magistero leoniano, «la missione della
chiesa», destinato ad aprire vasti orizzonti sul mondo. È su di esso che
il pensiero dell’Allamano si identifica con quello di papa Pecci: «La
città santa di Dio che è la Chiesa – scrive Leone XIII, – non essendo
circoscritta da alcun confine di regioni, ha la forza trasfusale dal
fondatore di “allargare ogni giorno lo spazio della tenda e di stendere i
teli della dimora senza risparmio” (Is 54, 2)».

A Roma l’Allamano
avvicina alcune personalità del mondo missionario (ciò fa supporre che sia
questa la principale ragione del suo viaggio), in particolare il card.
Giovanni Simeoni e mons. Domenico Jacobini, rispettivamente prefetto e
segretario di Propaganda Fide, nonché il cappuccino card. Massaja. A
costoro, presumibilmente, sottopone la prima bozza del Regolamento
dell’Istituto, con lo scopo di «raccogliere giovani sacerdoti aspiranti
alle missioni, prepararli convenientemente e quindi metterli a
disposizione di Propaganda Fide, che li avrebbe inviati nelle missioni
alle dipendenze delle varie Congregazioni già esistenti».

L’Allamano
incontra anche il papa, ma non lascia alcun commento scritto su quell’incontro,
che ha come scopo principale quello di sondare la fattibilità di un
progetto ancora in fase preliminare. L’udienza dura quanto basta per
ricevere una benedizione per il santuario, i sacerdoti del convitto, e una
raccomandazione: «Bene, bene quel santuario… Sì, do una speciale
benedizione. Dite loro che studino molto».

Una
raccomandazione scontata per un uomo che è dichiaratamente contrario a
qualsiasi forma di ignoranza nella chiesa e che ha offerto la sua vita
alla formazione del giovane clero.

Sulla
tabella dei festeggiamenti, oltre alla messa giubilare del papa, è
compreso anche un avvenimento di risonanza mondiale, promosso da
Propaganda Fide con il concorso degli istituti missionari. Si tratta
dell’Esposizione vaticana. È una rassegna dei doni e degli oggetti di
valore inviati dall’Europa cristiana in omaggio al papa, un pastore che
con abilità e tatto è riuscito ad attenuare il dissidio tra lo stato
moderno e la chiesa cattolica, dimostrando che le due realtà erano
diverse, non opposte.


L’Esposizione, inoltre, presenta una grande varietà di manufatti di
carattere etnografico provenienti dalle missioni di Indocina, India,
Giappone, Cina, Corea, Africa.

Sotto
l’aspetto culturale, la mostra si inserisce nel contesto dei canali di
comunicazione sociale, di cui il magistero papale e la missione odiea
fanno largo uso. Si calcola che i visitatori della mostra siano stati 380
mila. Tra essi c’è pure l’Allamano, che prende visione del mondo
missionario e raccoglie immagini e consigli utili per la sua futura opera.

La
permanenza a Roma si conclude il 15 gennaio 1888, con la partecipazione
alla solenne canonizzazione di san Pietro Claver, missionario tra gli
schiavi di Cartagena, in Colombia. Il mercato sul quale si svolge la
compravendita di esseri umani, trasportati dalle coste dell’Africa
occidentale, segna l’inizio di un cammino di dolore e orrore, destinato a
consumarsi nelle piantagioni di tabacco, cotone, canna da zucchero e nelle
miniere aurifere.

Pietro
Claver morì l’8 settembre 1654. L’Allamano gli affiderà la protezione del
nascente istituto.

Uomo
avvezzo a marcare pazientemente i ritmi delle cose e a dare a ciascuna il
suo valore, l’Allamano osserva con occhi disincantati gli avvenimenti.
Egli sa che non gli resta che attendere il momento giusto, senza forzare i
tempi, per non correre il rischio di costruire sulla sabbia.

Conta
sulla collaborazione di una personalità eccezionale, Giacomo Camisassa.
Tra i due corre una affinità di sentimenti, vedute e obiettivi, anche se
non di stile. È determinante il contributo del Camisassa in ogni
realizzazione che porti la firma dell’Allamano.

Insieme
attendono il fiorire delle rose. La pazienza non è forse la virtù dei
forti?

(*)
L’articolista, missionario

della
Consolata in Kenya, è autore

di
numerose pubblicazioni.


Significativa l’ultima opera

sul beato
Giuseppe Allamano:

La mia
vita per la missione,

Emi,
Bologna 2001.

Giovanni Tebaldi




Lo «Squilibrio della differenza»


 
Bush
e Bin Laden, globalizzazione, Genova e G8, Tobin Tax, Attac. La nota
studiosa franco-statunitense risponde con il piglio consueto, senza
infingimenti. Quest’intervista (rilasciata nell’ambito della «Scuola per
l’alternativa») è stata effettuata dopo l’11 settembre 2001, ma prima dei
bombardamenti anglo-statunitensi sull’Afghanistan.


 


Signora George, lei
vive da anni in Francia, ma è statunitense per nascita. Che pensa degli
attentati dell’11 settembre?

Non vorrei parlare
delle vittime, perché siamo tutti in lutto. Il nostro cuore è con loro.

 Ha
fiducia nel presidente George W. Bush?

Mah… Siamo in un
grosso pericolo. Ho paura che Bush vorrà fare il cow-boy e farà cadere il
mondo nella trappola del Far West.

Prima che accadesse
tutto questo, la maggior parte del popolo statunitense non avrebbe potuto
trovare l’Afghanistan e il Pakistan sulla mappa del mondo.

 Fino
all’11 settembre George W. Bush sembrava essere, agli occhi di tutti, uno
dei peggiori presidenti della storia statunitense. Dopo gli attentati, è
diventato una sorta di eroe…

È accaduta la stessa
cosa per il padre. Quando scoppiò la guerra del Golfo, il 90 per cento
degli americani era con George Bush senior. Oggi ciò avviene con il
figlio. Una delle migliori virtù del popolo americano è quella di «fare
corpo».


 Ma questo eroe è lo
stesso Bush che ha stracciato i trattati inteazionali sull’ambiente, sul
tribunale internazionale, sulle armi leggere…

 

La popolazione
statunitense non è informata sulla politica estera. I media sono in mano
di pochi gruppi, che non hanno interesse ad informare il pubblico
americano sulle cose del mondo. Quanto ai canali televisivi, quelli più
seguiti sono quelli che si occupano di questioni locali (la città, la
contea, lo stato).

Un esempio per
tutti: gran parte degli statunitensi crede che siano i palestinesi ad
occupare Israele e non il contrario.

 Chi
è Osama Bin Laden?

Probabilmente un
pazzo, uno psicotico, che vuole causare una guerra di civiltà. Vuole che
gli americani bombardino l’Afghanistan per provocare la reazione di tutto
il mondo islamico. I musulmani sono più di un miliardo di persone, in gran
parte miserabili, senza prospettive né speranze.

Bin Laden è stato
molto intelligente a sfruttare tutti i meccanismi oscuri che il
capitalismo ha costruito, a cominciare dai paradisi fiscali dove vengono
occultati i profitti. Ci sono prove certe che, prima degli attentati
dell’11 settembre, nelle borse mondiali ci sono state enormi operazioni
speculative. 

 Nel
presente momento storico chiunque osi criticare la politica degli Stati
Uniti viene insultato o censurato…

È un errore
confondere un popolo con il suo governo. Non concordare con le scelte di
Bush, non significa non essere solidali con il popolo americano.

La realtà ci dice
che gli Stati Uniti, da 34 anni, sostengono la politica di Israele. Non
voglio aggiungere parole sulle sofferenze del popolo palestinese; ma, se
c’è un luogo di ingiustizia nel mondo, credo che la Palestina ne sia la
quintessenza.

Ma il Medio Oriente
non è il solo punto oscuro della politica americana. C’è l’11 settembre
(guarda l’amara ironia del destino!) del 1973, quando gli americani (con
Kissinger in testa) (1) organizzarono e finanziarono il colpo di stato
contro il Cile di Salvador Allende. Ci sono altri popoli dell’America
Latina che hanno sofferto a causa degli Stati Uniti. Pensiamo al Nicaragua
dei sandinisti. C’è il Vietnam con milioni di vittime. C’è l’Iraq con le
bombe e un embargo che, secondo l’Unicef, ha ucciso circa mezzo milione di
bambini. Ci sono i bombardamenti americani sul Sudan e quelli alleati
sulla Serbia. 

Non voglio essere
fraintesa: io non cerco alcun tipo di giustificazione per gli attentati
terroristici. Ma vorrei soltanto mettere in chiaro che nel mondo c’è un
insopportabile «squilibrio della sofferenza».

 Cosa
intende per «squilibrio della sofferenza»?

Basta citare il dato
che ormai tutti conoscono: il 20% della popolazione mondiale detiene e
consuma l’80% delle ricchezze totali. Per quella metà del mondo che vive
con meno di 2 dollari al giorno le scelte sono obbligate: o una vita di
criminalità, droga, prostituzione, traffici vari o l’emigrazione.

Questo sistema,
organizzato da pochi per ricompensare il capitale e non il lavoro, non è
inevitabile. Perché la concezione neoliberista non è una legge fisica né
una legge divina. Oggi le diseguaglianze e le sofferenze sono andate
troppo avanti.

 Da
una parte il terrorismo, dall’altra un sistema economico insostenibile.
Che fare allora?

Per quanto mi
riguarda, ho elaborato un programma in tre punti, pur nella consapevolezza
che non avrà possibilità di essere attuato.

La prima cosa da
fare è risolvere il conflitto israelo-palestinese. Un tempo, quando si
eleggeva un papa, i cardinali si chiudevano in conclave e non uscivano
finché non avevano eletto una persona. Facciamo la stessa cosa con Arafat,
Sharon e gli Stati Uniti: che non escano senza aver sottoscritto la pace.
Dobbiamo eliminare una volta per tutte quel focolaio di malattia che è il
Medio Oriente.

La seconda cosa è
ridurre sensibilmente la dipendenza dal petrolio. In questo modo si
raggiungerebbero più obiettivi. Da una parte si darebbe una mano
importante alla preservazione dell’ambiente, dall’altra si ridurrebbe
l’enorme potere delle transnazionali petrolifere. Queste sono legate a
paesi (pensiamo all’Arabia Saudita o all’Iraq) e a gruppi societari (come
quelli conniventi con la famiglia Bush) di dubbia fama.

La terza ed ultima
cosa: cominciare a ridurre lo scarto osceno esistente tra Nord e Sud del
mondo dando un po’ di speranza alla gente. Sto pensando a una sorta di
«piano Marshall» (2) per tutto il mondo. La responsabilità politica
sarebbe dei singoli governi, ma questi dovrebbero accettare di far
partecipare alle decisioni i loro cittadini, sulla base di un modello come
quello adottato nella città brasiliana di Porto Alegre. Quel «bilancio
partecipativo» attraverso il quale i cittadini decidono come spendere una
parte dei soldi pubblici.

 D’accordo,
ma come finanziare questo programma Marshall?

Di certo non
possiamo contare su un aiuto pubblico come quello attuale. Gli Stati
Uniti, per esempio, danno allo sviluppo lo 0,09% del loro prodotto interno
lordo. Soltanto i paesi nordici (Svezia, Danimarca, Norvegia) si
avvicinano all’obiettivo dello 0,7%, fissato dalle Nazioni Unite (3).

Si dovrebbe
cominciare con la cancellazione del debito dei paesi poveri, che genera
sofferenze indicibili. E poi seguire le raccomandazioni di Attac (4)
tassando i capitali inteazionali attraverso il sistema Tobin o qualcosa
di similare.

 «Tobin
Tax»… Da tempo sulla stampa italiana si parla di questa particolare
tassazione. Soprattutto per dire che è impossibile da attuare. L’ultima
uscita in tal senso è quella di Giulio Tremonti, il ministro delle finanze
del governo Berlusconi. Che ci dice al riguardo?

Che l’Italia è in
ritardo su questa tematica. In Francia la discussione teorica è molto più
avanzata. Gli specialisti dicono che la tassazione sulle transazioni
finanziarie si può fare. Il problema vero è la volontà politica. Comunque,
il primo ministro Jospin, un tempo contrario, oggi sostiene la Tobin Tax e
vorrebbe vederla presto applicata nei paesi dell’Unione europea.

 Ma
pare che lo stesso professor Tobin abbia rigettato la sua idea…

No, non è proprio
così. Egli non ha ripudiato la sua idea. Ha soltanto rifiutato di essere
assimilato al movimento anti-globalizzazione, di cui non condivide la
filosofia.

D’altra parte, la
sua idea ha ormai 25 anni (risale al 1978) e occorre adattarla alle
circostanze attuali. Volendo, possiamo anche cambiarle nome…

 In
Italia, Silvio Berlusconi e i giornali della destra hanno messo in
relazione i «no-global», il «popolo di Seattle» con i terroristi. Lei che
ne pensa?

Prima vorrei fare
una precisazione. Io non amo le espressioni come «popolo di Seattle» o «no-global».
Già prima di Seattle c’era della gente che lavorava per dire e fare altre
cose. La prima protesta anti «G7» fu a Londra nel 1985.

Neppure il termine «no-global»
va bene. Non mi piace soprattutto perché non è vero: noi siamo contro
«questa» globalizzazione, cioè la globalizzazione neoliberista, ma a
favore della globalizzazione della solidarietà.

Detto questo, non
vale la pena di perdere tempo, per rispondere a simili menzogne. Il nostro
è un movimento pacifico.

 Ma
è probabile che la Genova del G8 sarà ricordata soltanto per le
violenze…

A Genova io ho visto
qualcosa di straordinario: centinaia di organizzazioni che si sono trovate
per parlare dei problemi del mondo e una, il Genoa Social Forum, che ha
lavorato per un anno per preparare i dibattiti. Nessuno avrebbe pensato di
portare in piazza 300 mila persone!

Poi, infiltrati
nazisti e della polizia hanno dato un alibi alle forze dell’ordine per
usare la violenza. Non dobbiamo mai dimenticare che lo stato ha il
monopolio della violenza legittima e, quindi, non possiamo confrontarci su
questo terreno.

Comunque, già prima
di Genova il movimento aveva ottenuto delle vittorie: ha bloccato
l’accordo multilaterale sugli investimenti (5), ha impedito all’Unione
europea di mercanteggiare sulla salute, l’educazione, la cultura, ha
frenato l’invasione degli organismi geneticamente modificati (Ogm). Se
queste sono vittorie, è altrettanto vero che non si sono modificate le
cose più importanti: la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale,
l’Organizzazione mondiale del commercio, le regole dei mercati finanziari.

 Quindi,
siamo soltanto all’inizio della lotta per un mondo diverso?

Se in questo momento
accettiamo di addormentarci, si darà alle tante forze che vogliono
uccidere questo movimento popolare la possibilità di rafforzarsi
enormemente.

No, non è proprio il
momento di essere passivi! Ora più che mai è necessario lottare per un
mondo migliore.

 Qual
è la filosofia di Attac?

Attac è nata in
Francia come movimento di educazione popolare all’insegna del motto «prima
capire, poi agire». Le domande da porsi sono queste: chi sono i
responsabili di un mondo siffatto? Come fermarli?

Le risposte ci sono.
Ora bisogna passare all’azione. Dobbiamo agire tutti insieme e non
ciascuno per proprio conto. Agricoltori, professori, ambientalisti,
sindacalisti: tutti siamo vittime dello stesso sistema.

 Che
ruolo possono avere le Nazioni Unite in questo difficile momento storico?

Se le Nazioni Unite
avessero un ruolo, sarebbe fantastico!

 Susan,
che pensa di Silvio Berlusconi?

Sono obbligata a
rispondere a questa domanda?

  

 Note
al testo:
 (1)
Sul ruolo dell’ex segretario di stato americano, si veda il duro atto
d’accusa contenuto nel libro di Christopher Hitchens «The Trial of Henry
Kissinger» (Versus, 2001).

(2)
Il
«piano Marshall» fu un programma di aiuti (1948-1952) che gli Stati Uniti
concessero all’Europa per agevolare la ripresa economica post-bellica.

(3)

L’obiettivo dello 0,7% risale alla fine degli anni ’60. Nel vertice di Rio
del 1992, i paesi sviluppati si erano addirittura impegnati a triplicarlo.

(4)
Nata
in Francia il 3 giugno 1998, l’«Associazione per la tassazione delle
transazioni finanziarie e l’aiuto ai cittadini» (Attac) si è diffusa in
tutta Europa, Italia compresa.

(5)
Le
regole previste nell’«Accordo multilaterale sugli investimenti» (Mai)
avrebbero di fatto limitato la sovranità nazionale dei singoli stati, a
discapito dei cittadini e dell’ambiente.

 

Susan George box

 


Chi
è? Susan George

 Susan George è nata
in Ohio (Stati Uniti), ma vive da tempo in Francia. Sposata, ha 3 figli e
4 nipoti. È direttrice associata del «Transnational Institute»
(www.tni.org) di Amsterdam e vice-presidente di Attac-Francia
(www.attac.org).

Esperta di sviluppo
e politica globale, consulente di varie organizzazioni (Greenpeace
Inteational, Unesco, Unicef), membro del Gruppo di Lisbona, Susan George
è autrice di numerosi libri tradotti in molte lingue: «Come muore l’altra
metà del mondo» (Feltrinelli, Milano 1978), «Storia della fame» (Clesav,
Milano 1984), «Il debito del Terzo Mondo» (Edizioni lavoro, Roma 1989),
«Il boomerang del debito» (Edizioni lavoro, Roma 1992), «Crediti senza
frontiere: la religione secolare della Banca mondiale» (Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1994), «Il rapporto Lugano» (Asterios Editore, Trieste
2000), «Remettre l’Omc à sa place» (Mille et Une Nuits, Parigi 2001).

Susan George è stata
intervistata da Roberto Bosio sulle tematiche della globalizzazione nel
libro «Verso l’alternativa» (Emi, Bologna 2001).

Paolo Moiola




TERRORISMO, KAMIKAZE E LIBERTA’ RELIGIOSA


I mortali attentati contro gli Stati Uniti e i
bombardamenti in Afghanistan, il corano e i «kamikaze» suicidi, la
pressione sui cristiani che vivono in paesi islamici, ecc. La parola ad
alcuni fedeli di Allah in Italia.


 

Abbiamo rivolto
qualche domanda ad alcuni stranieri, di religione islamica, sulla
situazione creatasi nel mondo dopo l’attacco terroristico contro gli Stati
Uniti e la guerra nell’Afghanistan dei talebani per catturare Bin Laden.

Abbiamo
intervistato:

– Vida Bardiyaz, una signora dell’Iran;
– Olabi Rawaa,
una signora della Siria;

– Chioua Moktar,

un signore
dell’Algeria;

– Saafi Rachid Ben Ajmi,

un signore della
Tunisia;

El Moutaquakil Naima,
una
signora del Marocco.

 

 


Che cosa pensa degli
attentati dell’11 settembre contro gli Stati Uniti?

 
Si tratta
di un atto puramente terroristico, anche se è una reazione alla politica
americana.

Olabi: Gli attentati
contro gli Usa sono stati atti barbarici, compiuti da individui
sicuramente squilibrati, disumani e pieni di odio verso tutto e tutti. Non
è certamente il terrorismo la via migliore per raggiungere obiettivi
positivi.


Chioua:

Il terrore non è il
mezzo giusto per risolvere i problemi politici e sociali. Ci vuole il
dialogo, ma un dialogo in cui ambo le parti siano pronte ad ascoltare.
Secondo me l’attacco alle torri gemelle è stata una reazione estrema e
disperata verso un nemico più forte e, nello stesso tempo, prepotente ed
arrogante. La forza economica e militare di un paese deve obbligare anche
a maggiori responsabilità verso la comunità internazionale. È
nell’assumere tale responsabilità in modo giusto che si vede la vera forza
di un paese. Gli Stati Uniti, quale nazione più forte del mondo, devono
ascoltare anche gli altri popoli e rispettarli.


Saafi:

Gli atti terroristici non sono permessi dalla fede islamica, perché il
corano afferma chiaramente che chi uccide un innocente è come se uccidesse
tutta l’umanità: quindi è un peccato gravissimo.


El Moutaquakil:

Mi sono spaventata perché ho pensato: «Adesso gli americani si
vendicheranno e la loro vendetta sarà tremenda». Mi dispiace molto per
quelli che sono morti. Mi chiedo perché gli americani debbano puntare il
dito contro di noi, arabi, per quell’attentato. Io non credo che l’abbiano
fatto gli arabi, e nemmeno Bin Laden: se fosse stato lui, lo avrebbe
ammesso.

 


Come giudica i
bombardamenti e la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan?

 Vida:
I
bombardamenti e la guerra non sono la risposta giusta, perché secondo me
Bin Laden non è in Afghanistan. Ma, anche se ci fosse, bombardare la
povera gente per abbattere un regime o per uccidere un terrorista non ha
senso… Noi siamo all’oscuro delle vere ragioni delle azioni militari in
corso.


Olabi:

Sono contraria ai
bombardamenti indiscriminati che coinvolgono la popolazione civile afghana.
Se fosse possibile una «estirpazione chirurgica» per combattere soltanto i
terroristi… ma questo purtroppo è molto difficile, se non impossibile.
Secondo me, bisogna puntare sulla prevenzione.


Chioua:

La reazione dell’America è molto esagerata. Ho paura che, così facendo, si
produca una spirale di violenza. Un proverbio arabo dice: il più forte è
colui che sa offrire il perdono.

Saafi: Sono
assolutamente contro questa guerra degli Usa, perché gli americani non
hanno alcun diritto di reagire così contro la popolazione afghana, se non
con l’autorizzazione della comunità internazionale.


El Moutaquakil:

Con i bombardamenti si semina solo altro odio. Non si può bombardare un
intero paese per catturare una singola persona; si bombarda per occupare
un paese. Speriamo solo che la guerra finisca in fretta e non rechi alla
popolazione afghana danni maggiori di quelli già fatti.

 


Alla luce della fede
islamica e del corano, come spiegare gli atti dei «kamikaze» suicidi
contro innocenti?

 Vida:
Gli atti
dei kamikaze si spiegano come una strumentalizzazione della religione. Chi
strumentalizza la religione interpreta il corano secondo la propria
convenienza. Quelle dei kamikaze sono azioni folli e, come ho già
affermato, puramente terroristiche.


Olabi:

Nel corano chi si suicida è un miscredente. Nell’islam la guerra è
bandita; è accettata solo per ragioni di difesa. Il termine jihad comporta
la diffusione della parola di Allah. Si incomincia con se stessi:
comprendere e accettare la Parola è un insegnamento di Muhammad, il
profeta; poi si va verso gli altri sotto la guida di un califfo. In caso
di guerra, è vietato attaccare civili innocenti e persone indifese. Non si
può tagliare neanche un ramo d’albero!


Chioua:

Il termine «guerra santa» non esiste e non è mai esistito nella religione
musulmana. Il corano prevede la convivenza pacifica fra i popoli. L’islam
è una religione di pace. Ma per ınteressi politici personali si
strumentalizza la religione: così facendo, però, si negano i principi
religiosi e ci si allontana da Dio. La religione islamica vieta il
suicidio.


Saafi:

Il suicidio è un
peccato assai grave, perché noi non siamo padroni della vita. È Dio che
decide quando bisogna morire. Ma, in caso di guerra dichiarata, un soldato
può sacrificare la propria vita per recare il maggior danno possibile al
nemico. Si offre la propria vita per difendere quella altrui; si sacrifica
l’esistenza per la patria.


El Moutaquakil:

Il corano è contro l’assassinio e il suicidio. Accetta il sacrificio della
vita solo quando si difende la propria terra; ma, anche in questo caso,
non si possono uccidere gli innocenti.

 

 I
cristiani in paesi islamici (Pakistan, Arabia Saudita, Indonesia, Sudan,
ecc.) affermano di subire forti pressioni, di non essere liberi di
professare il loro credo, mentre in Occidente tutti godono di libertà
religiosa. Lei che ne pensa?

 Vida:
Io non sono una credente, anche se vengo da una famiglia musulmana che
vive secondo le regole dell’islam. Sono stata sempre molto critica verso
tutte le religioni, soprattutto l’islam, perché ho visto come ha
trasformato il mio paese in una società che non mi piace; non mi piace
specialmente la condizione della donna. Per quanto riguarda la tolleranza
religiosa, tutto dipende dai vari paesi. Ci sono nazioni islamiche
tolleranti verso le altre religioni.


Olabi:

Io non credo che i
cristiani siano perseguitati nei paesi islamici. Nella mia città Aleppo
(Siria), per esempio, esiste una minoranza armeno-ortodossa, ci sono
cristiani ed ebrei che vivono benissimo con noi musulmani, professando la
loro religione senza paura di nessuno… Una volta il profeta Muhammad
ricevette una delegazione di cristiani dello Yemen; quando arrivò l’ora
della preghiera, permise loro di usare una moschea… Le pressioni o
persecuzioni religiose, di cui lei parla, possono succedere soltanto per
ignoranza.


Chioua:

La mancanza di
libertà religiosa non coinvolge tutti i paesi musulmani. La tolleranza
dipende da molte cose. Quando una persona è convinta della verità della
propria religione, non ha paura e non ha bisogno di convincere con la
forza gli altri. Nel mio paese, l’Algeria (come anche in Tunisia), prima
dell’ultimo regime, diversi gruppi religiosi vivevano in pace… Non è
vero che in Occidente si può credere ciò che si vuole, perché si è molto
condizionati. La libertà è apparente, non reale. L’Occidente impone la
propria civiltà ad altri, e questo è sbagliato. Si esige maggiore rispetto
per le culture diverse da quella occidentale. Talora anche il lavoro dei
missionari violenta il cammino naturale di una cultura con elementi
estranei, importati, che possono nuocere alla popolazione.


Saafi:

L’islam permette a tutte le religioni monoteiste di esprimere il loro
credo. I problemi esistenti fra cristiani e musulmani nei vari paesi sono
questioni politiche, non religiose, legate alle condizioni sociali ed
economiche locali. Non è vero che in Occidente c’è parità totale fra
cristiani e musulmani, perché i secondi non hanno gli stessi diritti.


El Moutaquakil:
Racconto
un aneddoto. Il profeta Muhammad aveva un vicino di casa, ebreo, che
continuava a buttare immondizie davanti alla porta dell’inviato di Allah.
Il profeta non disse mai niente, ma pazientemente puliva tutto. Un giorno
notò che non c’era più sporcizia, e neppure il giorno successivo. Allora
il profeta si chiese che cosa fosse successo e seppe che il vicino di casa
era ammalato. L’inviato di Allah andò a trovarlo. L’ebreo si vergognò di
fronte a tanta bontà del profeta e non buttò più immondizia davanti alla
casa.

 

 È
cambiato qualcosa nella sua vita dopo l’11 settembre?

 Vida:
No, non è
cambiato alcunché.


Olabi:

Per ora non è mutato nulla, ma, come molte persone, ho paura
dell’intolleranza religiosa. Io sono musulmana; vorrei costruire per i
miei figli (come lo vogliono anche le mamme cristiane) un futuro di pace e
amore fra i popoli.


Chioua:

No; però ho sentito parlare di reazioni vendicative contro i musulmani
dopo i fatti dell’11 settembre.


Saafi:

Sì, la mia vita è cambiata, perché ho notato un aumento di ostilità, ma
solo da alcune persone. La maggioranza della gente si comporta come prima.
Tutto però dipende da come va a finire questa guerra, se finisce in
fretta… perché i bombardamenti in Afghanistan non combattono il
terrorismo. Di fronte alle azioni sbagliate degli americani, il terrorismo
può aumentare. Sono stati gli Stati Uniti a creare Bin Laden.

Vorrei anche
spiegare che cosa vuol dire la parola jihad. Non vuol dire «guerra santa»,
che è un’invenzione puramente occidentale. Per i cristiani le «guerre
sante» erano le azioni militari contro i musulmani. Jihad letteralmente
vuol dire «sforzo». Il credente deve sforzarsi di combattere il male che
c’è in lui; poi deve sforzarsi di migliorare il proprio ambiente (in
famiglia) e, infine, essere pronto a difendere la sua patria e la
religione.

El Moutaquakil: No,
la mia vita non è cambiata; però mi dà fastidio sentir parlare male degli
arabi e della mia religione.

 

 

 



Sfogliando s’impara (1)

 «Arrivata a metà
del secondo mese di guerra, nel conflitto che fu dichiarato contro
l’Occidente l’11 settembre, la nazione (gli Stati Uniti) che porta il peso
maggiore e paga il prezzo più alto per combatterla in nome di noi tutti
comincia a porsi la domanda che in una democrazia inevitabilmente affiora:
stiamo vincendo? Stiamo combattendo questa guerra giusta nella maniera
giusta?».


Vittorio Zucconi su
«la Repubblica», 26 ottobre 2001

 



Sfogliando s’impara (2)

 «Gli attentati
dell’11 settembre sono la mostruosa carta da visita di un mondo divenuto
folle. Essa potrebbe essere stata scritta da Bin Laden e mandata al
destinatario dai suoi uomini, ma potrebbe anche essere stata firmata dai
fantasmi delle vittime delle guerre americane del passato. I milioni di
morti coreani, vietnamiti, cambogiani… I migliaia di palestinesi morti
combattendo l’occupazione israeliana della Cisgiordania… E quanti (la
lista non è certamente esaustiva) yugoslavi, somali, haitiani, cileni,
nicaraguensi, salvadoregni, dominicani, panamensi sono stati vittime

di terroristi,
dittatori e genocidi?…».


Arundhati Roy
(scrittrice indiana)


su «Jeune Afrique-L’intelligent»
(Francia), 16 ottobre 2001

 

 



Pakistan, incontro con alcuni profughi afghani


 I
TALEBANI HANNO PORTATO PACE E SICUREZZA?

 di
Paolo Moiola

 


Peshawar (frontiera
nord-ovest).

Stringo in mano un
bigliettino datomi da Munir, un ragazzo di Gilgit (*). «A Peshawar va’ a
trovare i miei familiari. Sono commercianti di tappeti», mi ha detto.
Sulla carta è scritto «Khyber bazar, Kamran market». Sembra facile, finché
non vedi il palazzo: ogni stanza è una bottega di tappeti e ogni venditore
vuole trascinarti a vedere la sua mercanzia. Farsi capire, inoltre, non è
impresa delle più facili.

Finalmente trovo la
porta dell’«Afghan Carpets House». Ogni lato della stanza è occupato da
alte pile di tappeti, che sono mercanzia e arredamento a un tempo.

Un uomo dalla folta
capigliatura nera e barba ben curata sta spostando alcuni tappeti; un
altro è seduto per terra intento nella lettura del corano, mentre in un
angolo due ragazzi e un uomo armeggiano con alcuni quadei.

Appena spiego di
essere lì su suggerimento di Munir, l’atteggiamento diventa molto
amichevole. Si fanno le presentazioni: Muhammad Hussain e Karamullah sono
fratelli e gestiscono il negozio del padre. Dall’angolo mi salutano anche
i due ragazzi e l’uomo che è con loro: «I nostri fratelli minori stanno
studiando l’inglese con un maestro».

Muhammad Hussain è
il fratello più vecchio. «La mia famiglia – racconta – lasciò
l’Afghanistan ai tempi del governo comunista. Ora viviamo in Pakistan
lavorando come commercianti. Al mio paese too una volta al mese per
comprare tappeti per i nostri negozi».

Per voi musulmani io
sono un “infedele”. Che significa? «Nella bibbia sta scritto che l’ultimo
profeta chiamerà la gente all’islam. Quelli che accetteranno l’invito
avranno successo nel mondo e dopo; quelli che non saranno musulmani
saranno messi all’inferno. Nel sacro corano Allah onnipotente dice: “Io
sono contento con l’islam come tua religione”. In un altro passo del libro
sacro Allah afferma: “Io ho completato la tua religione: essa è una
religione perfetta. È la migliore delle religioni. Una religione diversa
dall’islam non è accettabile”». Allora, obietto, gli islamici non possono
tollerare la presenza di religioni diverse dalla loro? «In accordo con
quanto scritto nel sacro corano, nessuna religione è accettabile al di
fuori dell’islam. Tuttavia, in Pakistan musulmani e cristiani vivono in
pace».

 

Karamullah è sposato
e ha due bambini. Non porta la barba, ma soltanto un paio di baffetti che
non dissimulano la giovane età. Il profugo afghano non nasconde la propria
simpatia per i talebani al potere a Kabul: «Questa gente ha portato la
sharia nel paese e con essa pace e sicurezza. Nelle province dei talebani
ogni persona si sente tranquilla, mentre nelle aree sotto il controllo di
Massud non c’è sicurezza».

I due giovani
studenti, ormai distratti dalla mia presenza, si avvicinano portando
bicchieri fumanti, colmi di un tè che riempie la stanza di profumi
speziati.

Tra un sorso e
l’altro, chiedo di spiegarmi la condizione delle donne nei paesi islamici.
«I diritti delle donne – dice Karamullah sforzandosi di trovare le parole
inglesi più adatte – non sono quelli che vengono esaltati nei paesi
occidentali. L’islam ha attribuito diritti sufficienti alle donne, perché
Allah misericordioso, creatore di tutti gli uomini, conosce bene ciò che è
giusto fare. La donna ha una grande dignità nella società islamica. I
figli crescono nelle braccia delle madri e ricevono molto amore. Tra le
mura di casa la donna agisce come un capo assoluto. Il marito invece
lavora all’esterno in condizioni diverse. Tutto ciò che guadagna lo porta
in famiglia. In molte società non musulmane le donne sono considerate come
animali da utilizzare per la felicità sessuale degli uomini. Il flagello
dell’Aids non è altro che un castigo divino per questi comportamenti».

Alle cinque in punto
Karamullah si interrompe e mi chiede qualche minuto di pausa. Prende il
suo personale tappetino, lo distende, si inginocchia e inizia il rituale
della preghiera. Terminato il suo dovere di buon musulmano, torna a
conversare con me.

Non ti sembra – gli
chiedo – che la sharia sia uno strumento disumano che rende la punizione
molto simile alla vendetta? «No, la sharia è giusta! Quando ad un ladro
viene tagliata una mano, non è solo una punizione, ma anche un esempio per
far comprendere agli altri che rubare è male». 

Obietto che il male
è anche altrove: per esempio, nella corsa alle armi nucleari intrapresa da
Pakistan e India. «I paesi poveri non costruirebbero armi distruttive, se
i paesi coloniali non li incoraggiassero».

Mi accorgo che il
tempo è volato: sono passate più di due ore dal mio arrivo nella bottega
di Hussain e Karamullah. Fuori, è sceso il buio e il grande bazar si è
quasi svuotato. Prima di andarmene, ci abbracciamo come vecchi amici. A
dispetto delle nostre grandi diversità.

 

(*)  Le vicende
raccontate in queste righe sono accadute durante un viaggio in Pakistan
effettuato nel maggio 1998.

Snezana Petrovic




NEISU (CONGO, RD): QUASI UN DIARIO «IO SONO LUCA»


   Ancora qualche… pennellata di vita missionaria, dal grande e
quasi inaccessibile Congo. Con i problemi di sempre (aggravati dalla
situazione di guerra), e piccoli fatti di speranza… che possono arrivare
anche da un bambino.

 

Un tempo, vedendo
certe ingiustizie in Congo, mi arrabbiavo molto; oggi lo faccio di meno,
non perché l’ingiustizia sia diminuita o io sia diventato insensibile, ma
perché mi vedo impotente. Soprattutto scopro tanta indifferenza. Alla
rabbia di una volta subentra il pianto del cuore.

 Che
delusione!

 Dalla missione di
Neisu (dove opero) penso anche a Gesù che, impotente, piangeva sulla città
di Gerusalemme… I potenti sono preoccupati a produrre e vendere armi, a
costruire scudi spaziali…

A Kisangani, terza
città del Congo, i soldati dell’Onu (sembra che l’Organizzazione si stia
finalmente «interessando» al paese) sono pagati 200 dollari al giorno per
«vedere la situazione» e stendere rapporti.

Ad Isiro (a pochi
chilometri da noi) di questi osservatori ne abbiamo quattro. Il mese
scorso è arrivato per loro un enorme aereo e ha scaricato due bancali
di… bottiglie d’acqua minerale.

Noi, per avere
medicine e quadei per la gente, dobbiamo fare giri impossibili: Kampala,
Butembo, Ariwara… In più, dobbiamo anche pagare tasse elevate, perché
c’è tutta una schiera di funzionari e impiegati che vuole mangiarci sopra.
D’altra parte, è da anni che lo stato non li paga e non sborsa il becco di
un quattrino per i loro salari!

Nonostante tutti gli
osservatori dell’Onu, oro e diamanti del Congo continuano ad arricchire
Uganda e Rwanda. Siamo alla fine dell’anno scolastico e gli alunni della
sesta elementare devono sostenere l’esame di ammissione alla scuola media.
Prezzo dell’esame: 100 franchi congolesi (un dollaro Usa ne vale 140). È
poca cosa, lo so. Ma i genitori non hanno neppure questo.

In questi giorni
alla missione di Neisu c’è una processione di ragazzi e ragazze con
galline, uova, banane da vendere; la speranza è di avere i 100 franchi per
l’esame.

Queste cose, quelli
dell’Onu & affini le sanno? E, se lo sanno, qual è la loro risposta?
Perché, con tutti i mezzi che hanno a disposizione, non potrebbero darci
una mano per il trasporto di medicinali, viveri e materiale scolastico?

Se questo è l’Onu,
non ci resta che piangere.

 Nel
ricordo di Oscar

 Toiamo alle
nostre vicende. Pochi mesi fa, a Egbita, centro protestante a sei
chilometri da Neisu, si è svolta la prima grande assemblea del popolo dei
mangbetu. Ci siamo radunati tutti, cattolici, protestanti, autorità civili
e tradizionali dei tre gruppi che costituiscono la nostra zona: Medje,
Mongomasi e Ndey (vedi box).

Dopo dibattiti e
lavori di gruppo, i capi hanno proclamato, davanti ad oltre 2 mila
convenuti, che i magbetu, durante i funerali, si comporteranno da
«cristiani», astenendosi da tutte le malversazioni e violenze cui erano
abituati. Per noi missionari, l’assemblea di Egbita è stata un successo
pastorale.

Abbiamo anche
celebrato il secondo anniversario della morte di padre Oscar Goapper,
medico dell’ospedale. La commemorazione è stata tenuta in chiesa dal
superiore, padre Rinaldo, con tantissima gente. Dopo la messa, siamo
andati alla tomba per inaugurare un semplice ricordo… La fotografia di
padre Oscar in ceramica, mandata da Vimercate (MI), è una novità assoluta
qui. L’abbiamo incoiciata in una leggera struttura di ferro battuto,
dipinta con i colori dell’Argentina: bianco e azzurro.

Per la popolazione
di Neisu il 18 maggio (giorno della morte di Oscar) è ormai una festa; si
organizzano quindi danze, canti e scenette. Si fa festa anche per Michele,
un infermiere che ha scelto questa data per sposarsi.

Jean Embuama, un
giovane ammalato di Aids, diventa cristiano. Mal ridotto e malfermo, viene
accompagnato da due infermieri al fonte battesimale. Si lascia alle spalle
una vita movimentata e disastrata: diventa figlio di Dio. Nonostante
tutto, lo vedo bellissimo nella sua camicia bianca. Oscar, suo medico, può
essee contento: ha ricevuto delle belle soddisfazioni.

L’ospedale ha un
nuovo medico congolese: è il dottor Joseph. Giovane, neolaureato, con
tanta voglia di rendersi utile: un altro punto in più per il nostro
centro.

Suor Angela vede con
piacere che le fondamenta della scuola matea sono ultimate e i lavori
procedono. Suor Gemma ha iniziato la scuola di taglio e cucito per 45
ragazze, mentre suor Luisa tiene l’ospedale sotto controllo.

Siamo stati tutti a
Isiro con il consiglio parrocchiale, per celebrare i cento anni di vita
dei missionari della Consolata. Durante la messa, sul luogo del martirio
della beata Anuarite, abbiamo pregato per tutti…

Ebbene: i problemi
in Congo non mancano e le delusioni pure; ma la speranza non muore.

Voglio allora
raccontare un episodio che ci aiuti a continuare a credere nella forza
dell’amore e a trovare la strada della vita. Un modestissimo fatto, ma che
mi ha aiutato tanto.


enza
complicazioni

 Domenica mattina.
Esco di casa e vado in chiesa. Manca mezz’ora alla messa, ma c’è già gente
che aspetta per le confessioni. Mi sto abbottonando la veste bianca e vedo
un bambino, che gioca da solo nel prato. Si accorge di me e mi viene
incontro, stendendo la mano. Lo saluto in lingua kimgbetu: «Mingoru?» (ti
sei svegliato?). Di regola a questa domanda la risposta è: «Bu himmi?» (e
tu?). Lui invece non risponde; mi guarda e sorride. Penso che non abbia
capito; forse non è un mangbetu. Ha inizio così una specie
d’interrogatorio.

«Tu sei mbudu?».
Penso infatti che possa essere un figlio di qualche infermiere mbudu
dell’ospedale. Il bimbo scuote la testa e sorride di nuovo. «Allora sei
certamente zande?». Il mio interlocutore fa ancora cenno di no.

Faccio due o tre
conti mentali: se non è mangbetu, mbudu né zande, sarà il figlio di
qualche moyogo venuto da Isiro per il mercato della domenica, qui a Neisu.

«Tu allora sei
moyogo?» gli dico pieno di sicurezza. Il bambino scuote di nuovo la testa
e, preso da compassione per me, in un bel lingala (la lingua
intertribale), finalmente apre la bocca e mi risponde: «Ngai nazali Luc»
(io sono Luca).

Le tre parole mi
investono come uno scroscio d’acqua pura e fresca. Tutte le mie
complicazioni e congetture sono azzerate. La verità splende sovrana.

– «Io sono Luca».
Perché ti stai a scervellare, ragionando di tribù, catalogando le persone
in schemi precostituiti?

– «Io sono Luca».
Guarda all’essenza delle cose, instaura rapporti semplicemente umani. Non
ti ricordi quanto successe a Einstein quando arrivò in America?
L’impiegato dell’immigrazione gli aveva mostrato un modulo da compilare e,
tra le domande, ce n’era una che chiedeva la «razza»? Einstein non ebbe
alcuna esitazione e scrisse «umana».

– «Io sono Luca».
Parole semplici, ma che mi riconducono ad essere quello che sono, facendo
a meno di tutti i prefissi: ing, dott, prof, mons, don… La rivelazione
ci porta all’origine di noi stessi, senza troppe sovrastrutture che
soffocano e tengono gli altri distanti da noi. Dobbiamo finirla con
razzismo, tribalismo, nazionalismo e tutti i loro parenti.

– «Io sono Luca». È
stata per me, quella domenica mattina, la proclamazione giorniosa del
vangelo: «Ti ringrazio, o Padre, che hai nascosto queste cose ai sapienti
e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»…

Dopo quell’incontro,
diverse volte ho cercato Luca, ma non l’ho più trovato. Sarà perché qui i
bambini sono tanti e s’assomigliano tutti.

O chissà…

 


Un
convegno su tradizione e modeità


 Antichi
e nuovi diritti

 Si è tenuta qualche
tempo fa, a Neisu, una tre-giorni sul tema: «Diritto civile e costume
tradizionale», organizzata dalla nostra Commissione di Giustizia e Pace.
Hanno presieduto l’incontro il sig. Mukobi, giudice presidente della corte
di Isiro, e il sig. Ntumba, procuratore della repubblica di Isiro. Si
tratta di due persone qualificate, che si sono prestate per parlare ad
un’assemblea «popolare», composta da intellettuali, «chefs coutumiers»
(capi tradizionali) e contadini delle nostre missioni, impegnati nel
settore della promozione umana e diritti dell’uomo.

Gli oratori hanno
discusso, innanzitutto, di diritto civile e organizzazione della giustizia
in Congo, presentando i punti più significativi e alla portata della
gente. Poi hanno parlato del diritto tradizionale, non scritto, mettendo
in luce alcuni aspetti in contraddizione col diritto civile. Si è
considerato soprattutto il codice della famiglia, del 1968, che è un primo
tentativo di unificare gli elementi del diritto tradizionale con quello
civile scritto.

I conferenzieri
hanno evidenziato che i due diritti sono stati unificati in base a tre
princìpi: legge scritta, ordine pubblico e «buoni» costumi. Tutte le
tradizioni contrarie a questi princìpi sono state escluse dal diritto
civile scritto. Essi stessi hanno riconosciuto che ci sono ancora
tradizioni che non concordano con il diritto civile congolese e hanno
esortato i capi (ancora molto influenti) ad abbandonarle.

Nella seconda parte
dell’incontro (quella che maggiormente ha interessato i convenuti) si è
parlato di alcuni comportamenti, espressione del costume locale. In
particolare ci si è soffermati sulle tradizioni riguardanti il matrimonio,
la morte, i funerali, il lutto e le relazioni tra capovillaggio e
popolazione. Sono stati stigmatizzati certi comportamenti come, ad
esempio, dissotterrare e sottrarre con violenza il cadavere, rubare o
distruggere i beni del defunto, malmenare il coniuge che sopravvive
(soprattutto se donna), perché accusato di aver provocato la morte del
defunto.

Circa il matrimonio,
si è parlato della cattiva usanza di pretendere dalla famiglia del marito
(dopo anni dalla celebrazione del matrimonio) un supplemento della dote
già pagata. Inoltre si è discusso della pratica, da parte dei parenti
della sposa, di estorcere denaro dal marito prima che la moglie ritorni da
lui; questo capita quando la moglie si reca dai suoi per il funerale di un
parente.

Sempre nel campo
matrimoniale, si è toccato il problema della poligamia e dello
sfruttamento delle donne da parte dei mariti.

Circa le relazioni
capo-popolazione, è stato affrontato il problema della corvée (lavoro)
obbligatoria nel campo privato dei capi; della tassa da pagare quando si
riceve una convocazione; degli arresti arbitrari e ammende, con somme
superiori alle possibilità del cittadino.

Alla conclusione
della tre-giorni, i partecipanti sono stati invitati a promuovere la
giustizia e la pace, spargendo i frutti dell’incontro in tutta la regione.
Il beneficio immediato è stato lo spirito d’amicizia che si è instaurato
fra i partecipanti, provenienti dalle nostre parrocchie.

Come missionari
della Consolata, pensiamo che questa iniziativa sia fonte di consolazione
per la gente e possa aiutarla a guardare al futuro con più speranza.

Una formula
indovinata, anche per celebrare i cent’anni di fondazione del nostro
istituto.


Rinaldo Do

 

 


I
giovani congolesi…


 parlano
del loro paese in guerra

 

Durante un incontro
con i giovani, Jean Pierre chiede: «Padre, che ne pensi della situazione
attuale del nostro paese? Qual è il destino che spetta a noi, giovani?
Credi tu che, tra questi bagliori di guerra, possa esserci ancora un
raggio di speranza e consolazione?».

Il prete rimanda la
domanda al gruppo: «Ma voi, che cosa rispondereste alla domanda di Jean
Pierre?».

 Daniel

interviene subito: «Ma quale avvenire, ora che è l’uomo col fucile a
dettare legge? Abbiamo solo la sfortuna di non avere un’uniforme e un
fucile come lui. Cosa vogliamo? Cosa pensiamo? Non sappiamo dirlo, ma ciò
che rigettiamo è questa “felicità” ottenuta con le armi: la filosofia,
secondo la quale il diritto e la legge vengono decisi da chi ha le armi».

 Christine
Lust
:
«Per me, la società non offre ai giovani ciò che si aspettano. Essi hanno
bisogno di condizioni favorevoli per costruire il loro avvenire, ma la
guerra blocca tutto. Le perdite, sia umane che materiali, sono pesanti; le
ferite fatte alla popolazione congolese sono dolorose. Da qui il desiderio
di fuga ed evasione, che portano alcuni alla droga e altri in miniera alla
ricerca di oro e diamanti. La scuola, l’insegnamento, il rapporto con i
professori non rispondono al bisogno dei giovani. Allora diventiamo
chiusi, arrabbiati e ci annoiamo…».

 Fiston
Karume
:
«Quando fumo la canapa, devo fare attenzione mentre attraverso le strade,
perché non vedo più le vetture arrivare. Sono due mesi che mi drogo, e
comincio ad avere tic nervosi».

 Charles
Bamba
:
«Da me le cose non vanno bene. Ho solo 13 anni e non sopporto la scuola.
Credo che vogliano rinchiudermi. Allora la mia salvezza è nel bere birra:
sono quasi sempre ubriaco. Ora sto cominciando anche con la droga. Non ho
motivi per farlo; so soltanto che, quando fumo o mi drogo, io fuggo. Fuggo
dalla società. Fuggo dal mio villaggio, dalla mia famiglia, da tutto… e
mi succede di sentirmi meglio. Quando fumo e bevo, sono felice e mi sento
l’uomo più realizzato del mondo. E, dopo una dose di droga, non sento
nemmeno più il bisogno di mangiare».

 Jeannette
Chima
:
«Ho 17 anni, e sono a scuola per preparare un diploma di educazione
pedagogica. Ho compreso che il mio paese è in guerra e io non faccio
niente di serio. Si parla sempre di chi fa la storia, mai di chi la
subisce… I “difensori” dei diritti dell’uomo cosa fanno? Dove sono? Non
sono i primi che boicottano i diritti che pretendono di difendere? Sono
loro stessi che armano rwandesi e ugandesi in Congo, i quali poi
saccheggiano e uccidono.

Portano delle
maschere, che fanno apparire i rwandesi e gli ugandesi; ma dietro le
maschere ci sono loro: americani e francesi. Come sono divertenti. L’Onu,
cosa ha fatto finora? Le crisi del popolo congolese non gli sono
pervenute? E la comunità internazionale non ha orecchi ed occhi? Tutto il
mondo tace la verità; ma perché? Noi vogliamo la pace, il rispetto dei
diritti dell’uomo congolese, la sua dignità di figlio di Dio. Abbiamo il
diritto di vedere il nostro avvenire disegnato all’orizzonte».

 


Dappertutto, nel
mondo,
poeti e scrittori
denunciano situazioni
di guerra e violenza,
le forme di sfruttamento
dell’uomo contro l’uomo.


Un amico di Gesù,
un amico del popolo di Dio
in Congo,
un amico dell’uomo,
sarà insensibile al grido
del popolo congolese?


Dappertutto,
a Kisangani e Goma,
a Bunia e Butembo,
uomini, donne e bambini
gridano, denunciando
le situazioni
di saccheggio e violenza,
di torture e massacro…


Un cristiano
sarà insensibile
a questo grido
che sale dal Congo?
Sarà insensibile al grido
di un giovane congolese
che non vede più
l’avvenire davanti a se?


           
            Jean-Baptiste Sengi

Antonello Rossi