Fermarsi per ripartire

Per i Missionari della Consolata che portano sulle spalle cinquanta anni di vita missionaria o di sacerdozio, il G50 non è il summit dei 50 Paesi più potenti del pianeta, ma un mese di stop e formazione. Basta sostituire la G di grandi con quella di Giubileo.

In questi ultimi 16 anni vissuti a Torino, nella Casa madre dei Missionari della Consolata, più di una volta mi sono sentito incuriosito e attratto dai vari gruppi di miei confratelli che celebravano i loro giubilei sacerdotali o di vita missionaria, quelli che, tra noi, chiamiamo gruppi G25 e G50.
Durante il loro mese di formazione a Roma passavano regolarmente alcuni giorni a Torino e dintorni per abbeverarsi alle fonti della vita dell’Istituto.

Era bello rivedere vecchi amici, conoscere confratelli che non avevo mai incontrato prima. Poi è arrivato il 2026, e sono finito io stesso dentro uno di quei gruppi.

Un giorno mi arriva un’e-mail dai superiori: sono invitato al corso di formazione permanente per quei missionari, sacerdoti e fratelli, che nell’arco degli anni 2024-2028 celebrano 50 anni di ordinazione o di professione religiosa. Il mio anno di ordinazione è il 1976: sono in lista per settembre.

Preso come sono dal lavoro in questa rivista e dagli altri incarichi, tentenno. E, dopo negoziazioni varie, partecipo al corso di maggio.

Perché un corso speciale

Nel documento guida al corso, ci viene ricordato che «avvicinandosi i 25 o addirittura i 50 anni della professione perpetua o dell’ordinazione sacerdotale […] c’è l’assoluto bisogno di stabilire un periodo prolungato in cui si prendono le proprie distanze in rapporto alla vita ordinaria per “rileggerla” alla luce del Vangelo e del pensiero del Fondatore».

Ecco allora che l’Istituto organizza per noi della terza età questo periodo prolungato di ritiro per: «Promuovere e aggiornare i missionari fornendo loro elementi di conoscenza, di crescita umana, spirituale, pastorale ed esperienziale per poter vivere meglio la vocazione religiosa e migliorare la capacità di discernere e sviluppare le competenze specifiche nella terza età per servire adeguatamente secondo lo stile e il carisma dell’Istituto».

Incontro con P. Paulin Bitairwa, saveriano

Il corso inizia

Il 4 maggio, nella Casa generalizia dei Missionari della Consolata, a Roma, ci ritroviamo undici missionari, tutti sacerdoti, nativi di nazioni diverse e testimoni del Vangelo in vari paesi dell’Africa, America Latina ed Europa. Insieme assommiamo circa 700 anni di professione religiosa, 600 di vita sacerdotale e circa 500 anni di attività missionaria.

Ogni settimana ha un suo tema: la Parola di Dio e la Vita consacrata, le stagioni della vita, la missione oggi e dialogo informativo con la Direzione generale. La metodologia prevede studi guidati da esperti, riflessione personale, condivisione in gruppi, ritiro, meditazione, preghiera e celebrazione.

Nella santa messa di apertura padre Mathews Odhiambo Owuor, consigliere generale, ricorda l’importanza della «teologia del riposo» secondo il Fondatore. «Il riposo è visto come un mezzo per servire meglio Dio, non come una fuga dagli impegni. In sintesi, per sant’Allamano, la missione richiede un equilibrio dinamico: il missionario deve lavorare con impegno, ma sa fermarsi per riposare il corpo e nutrire lo spirito».

Un aiuto a guardarsi dentro

Il 5 e 6 maggio cominciamo con due giorni di ritiro in quello che è chiamato il «salone delle colonne».

La prima tappa è con padre Fabio Ciardi che ci aiuta a «mangiare la Parola» per un incontro profondo con Gesù, radice e scopo della nostra vita missionaria.  Il punto fondamentale è che l’unica vera regola di ogni forma di vita religiosa è soltanto il Vangelo.

Mercoledì mattina affrontiamo il traffico di Roma e andiamo a san Paolo fuori le mura, nell’antichissima abbazia costruita sulla tomba dell’apostolo delle genti. Lì ci accoglie come fratelli lo stesso abate, dom Donato Ogliari. Dopo una breve guida alla storia e alle bellezze della basilica, ci chiudiamo con lui nella cappella dedicata a san Benedetto e lo ascoltiamo a cuore aperto mentre ci guida a incontrare quel primo grande missionario che fu san Paolo, per riscoprire la centralità di Gesù nella nostra vita: a lui siamo chiamati a conformarci, lui è il centro del nostro annuncio missionario.

Nel chiostro della basilica di San Paolo fuori le Mura con l’abate dom Donato Ogliari

Nel pomeriggio, suor Simona Brambilla, nostra sorella missionaria della Consolata, ci fa figurativamente «sedere attorno al fuoco» e ci ricorda che san Giuseppe Allamano ci ha detto che «ci vuole fuoco per essere apostoli». Sceglie l’immagine del fuoco per aiutarci a ricordare, rivivere la nostra esperienza missionaria e per rileggerla, assaporando la presenza del fuoco dello Spirito in essa.

Dopo una giornata di «rilettura sapienziale della nostra vita», l’8 maggio incontriamo padre Paulin Bitairwa, che ci guida a capire meglio la realtà della Chiesa nell’oggi e cogliere le nuove sfide che i cambiamenti in atto pongono alla vita consacrata e alla missione.

Incontro con i seminaristi

Tra il pomeriggio dell’8 e il mattino del 9 maggio, incontriamo i nostri seminaristi di via Nomentana (diaconi e specializzandi) e del seminario teologico della Consolata di Roma Bravetta.

Attraverso un «circolo di dialogo» (i G50 stanno al centro, mentre i giovani si alternano davanti a ciascuno di loro) narriamo alcune delle esperienze più significative della nostra vita missionaria, le sfide affrontate nei diversi contesti culturali e pastorali, ma soprattutto il modo in cui la vocazione missionaria ci ha arricchito nel profondo. Uno scambio intenso, che non riguarda solo i ricordi del passato, ma il modo in cui i G50, da missionari, hanno incontrato Dio nel servizio ai popoli.

Foto di gruppo padri G50 e seminaristi di Bravetta

«Cito le parole dette da padre Flavio Pante», scriverà poi il diacono Cristhian Alarcon: «“Noi non siamo i vostri fratelli maggiori, noi siamo piuttosto i vostri nonni, e come nonni il nostro attuale compito è volervi bene, più di quanto si vuole bene un figlio”. Grazie nonni, perché abbiamo sentito il vostro amore missionario».

Anche per noi, nonni, è bello dialogare con i nostri nipoti e condividere con loro la stessa passione missionaria che ci brucia dentro. A ciascuno di loro il nostro grazie sincero per questa opportunità e l’augurio che si lascino davvero bruciare dalla passione per la missione.

L’Istituto nel cuore, la realtà dell’IMC

Lunedì 11 maggio cominciamo una settimana focalizzata sull’Istituto e su noi stessi.

La nostra direzione generale ci parla della «Realtà dell’Imc». Il superiore generale, impossibilitato anche a collegarsi in video perché nel pieno della foresta amazzonica in visita canonica, ha condiviso con noi un testo denso. In esso ci offre un «quadro generale» della realtà. Poi padre Mathews Odhiambo e padre Juan Pablo De Los Ríos, consiglieri generali e animatori del nostro corso, completano la panoramica.

Da una parte ci descrivono la realtà di un istituto vivo e dinamico, dove la missione fa ancora sognare. Dall’altra non ci nascondono le problematiche esistenti. Certamente l’istituto è molto cambiato da quando noi G50 abbiamo iniziato il nostro cammino.

Di fronte a realtà di gioia e a quelle di sofferenza, è per noi bello vedere come l’istituto sia un corpo vivo che cerca risposte concrete, che coglie l’opportunità della canonizzazione del nostro fondatore per rinnovarsi e consolidarsi nella sua chiamata alla santità e alla missione. È chiaro anche che il rinnovamento non è solo un’iniziativa dall’alto, ma coinvolge tutti di noi: non solo i giovani in formazione, ma anche noi «nonni», sfidati a vivere non solo di ricordi, ma a trarre dalle nostre esperienze l’energia per continuare a rinnovarci, a diventare disponibili e creativi per risposte nuove e significative alle sfide della missione oggi.

Nel salone delle colonne a Casa generalizia Imc a Roma

Ripartire da Cristo

Su questo è bello l’intervento di padre Stefano Camerlengo, online da Dianra in Costa d’Avorio, il 12 maggio.

Dopo averci ricordato che lo scopo dell’istituto è quello di mostrare il vero volto di Cristo al mondo, ci sfida a rimettere Cristo Gesù al centro della nostra vita per rinnovare la qualità della vita personale, comunitaria e di missione. Occorre non annacquare lo Spirito e aiutarci, ciascuno nel suo ruolo, a mantenere l’amore originale senza cedere alla mondanità. Ritornare allo spirito originario, non è un tornare indietro, ma rifondarsi su basi solide per guardare in avanti nell’amore reciproco e in una vita fondata solo su Gesù Cristo.

In Piazza San Pietro

Il 13 maggio andiamo all’udienza con papa Leone. Arriviamo prestissimo e ci sistemano in un angolino privilegiato proprio di fronte al Papa. Veniamo citati per primi quando annunciano la lista di tutti i presenti da ogni parte del mondo. Ascoltiamo le sue parole e lo seguiamo mentre passa salutando l’immensa folla da tutto il mondo. Un’esperienza che ci fa rivivere la bellezza della Pentecoste: tutti quegli annunci, saluti, messaggi e preghiere proclamati in tante lingue diverse. Bellissimo, toccante e coinvolgente.

In Piazza san Pietro

Imparare a gestirsi

Il 14 maggio è un giorno dedicato a noi stessi, per aiutarci nella «gestione della nostra salute fisica e mentale e nello sviluppo di nuove competenze». Ci guida don Gian Franco Poli, medico e professore, sacerdote diocesano e nostro coetaneo. È un dialogo interessante e intenso, tenendo conto che alla nostra età gli acciacchi sono normali e che ciascuno di noi viaggia con una bella scorta di medicinali.

L’intervento ci aiuta a rileggere positivamente la nostra situazione e ci dà suggerimenti concreti sul come gestire la nostra salute, migliorando l’impegno nella cura reciproca e stimolandoci a una nuova creatività a servizio della missione.

Passione per Cristo, passione per la missione

Il 18 e 19 maggio ci raccontiamo. Due giorni profondi nei quali si crea un clima che aiuta ad andare oltre gli aneddoti o la cronologia delle nostre vite missionarie. Ci scaviamo dentro e condividiamo le nostre gioie e dolori, le paure e le lotte, le fatiche e i sogni.

Siamo sette italiani, un colombiano, un portoghese, due spagnoli, e abbiamo fatto il nostro servizio missionario in Kenya, Zaire ora Rd Congo, Costa d’Avorio, Tanzania, Sud Africa, Venezuela, Argentina, Messico e Italia. Abbiamo fondato nuove missioni, costruito chiese e scuole, pubblicato libri e riviste, battezzato, formato, animato, giocato, danzato, pregato, consolato, riso e pianto. Abbiamo avuto momenti duri di malattia e solitudine, rischiato la vita in incidenti, rapine, violenze politiche e tribali, minacce da guerriglieri e narcotrafficanti. Abbiamo imparato tante lingue diverse, incontrato tante persone, goduto al sentirci accolti e accettati da popoli e culture diverse. Abbiamo gioito nel contemplare il volto di Dio nelle persone più diverse e nella bellezza della natura. Abbiamo pianto nel perdere confratelli e persone amate, e abbiamo ringraziato di averli avuti. Abbiamo anche ringraziato per essere ancora vivi e attivi, spesso anche iperattivi.

Dalla condivisione emerge come la famiglia e l’ambiente parrocchiale di origine siano stati determinanti per maturare la voglia di missione e come spesso sia stato l’incontro con un missionario a determinare la scelta. Ciascuno di noi ha risposto alla sua chiamata in modi diversi, ma con il passare degli anni è diventato sempre più chiaro per ciascuno che il cuore di tutto è l’amore per Gesù Cristo, un amore che va rinnovato ogni giorno e che è l’unica forza che permette di superare difficoltà, innamoramenti, contese, scoraggiamenti, tentazioni, momenti di orgoglio e autosufficienza.

Solo con il cuore pieno di Gesù, un missionario riesce ad essere «tutto a tutti», ad amare fino in fondo, in ogni realtà e situazione.

Visita alla casa natale di San Giuseppe Allamano a Castelnuovo Don Bosco, Asti

Ultime settimane

Ci sarebbe poi ancora tanto da dire: sul nostro giro a Torino dal 20 al 24 maggio, alle radici dell’istituto; circa la profonda condivisione con padre Pietro Trabucco sul tema di come mantener viva la passione missionaria nella vecchiaia; poi l’incontro con i confratelli nella casa per anziani di Alpignano (tra i quali ci sono anche dei nostri coetanei); la bella visita con celebrazione al santuario della Consolata, la nostra «fondatrice»; la celebrazione della messa sulla tomba del nostro fondatore, san Giuseppe Allamano.

Intensa è anche l’ultima settimana, dal 25 al 30 maggio, dedicata dapprima a due incontri con due medici sulla cura dell’anzianità dal punto di vista medico e psico-spirituale, per viverla come momento di grazia.

I partecipanti al corso sintetizzano poi quanto vissuto e condiviso in queste settimane, componendo una lettera indirizzata al nostro fondatore, sullo stile dei diari dei primi missionari. Così concludono: «Guardiamo avanti con speranza e fiducia per vivere questi ultimi anni della nostra vita offrendo tutto quello di cui siamo capaci, pur coscienti della nostra progressiva fragilità: lavoro, servizio, preghiera, passione missionaria, conoscenze acquisite, sostegno e incoraggiamento ai giovani, nell’attesa dell’incontro con quel Signore e quella Madre, Maria Consolata per i quali abbiamo speso la vita per farli conoscere e amare a molti».

Il corso termina poi il 30 maggio con una Eucarestia presieduta dal superiore generale, padre James Lengarin, di ritorno dalla visita canonica in Brasile.

Conclusione

Non è facile sintetizzare un mese condiviso con tanta intensità insieme ad altri G50. Per me, e probabilmente non solo per me, non è stato facile lasciare penetrare nel mio intimo l’idea che ormai sono «anziano». Non che uno si illuda di essere perennemente giovane, ma con il tempo si scopre davvero che la radice della vera gioventù di cuore, non è un fatto fisico, ma la forza dell’amore per Gesù Cristo e per la Consolata, che sono i veri motori della passione missionaria.

Il corpo certamente invecchia e diventa più fragile, ma l’amore per Gesù, Maria e la missione sono la vera energia di vita che ti mantengono sempre giovane dentro.

Gigi Anataloni

Gruppo G50 con il rettore della Consolata, don Sergio Baravalle, davanti al quadro della Consolata



La nave che ascolta il mare

Temperatura, correnti, ossigeno e sedimenti. A bordo della Gaia Blu, ogni operazione contribuisce a osservare i cambiamenti del Mediterraneo. E il mare custodisce anche le tracce di inquinamento, guerre e attività umane. Servono strumenti, competenze e tempo.

Sul ponte della nave Gaia Blu ogni persona ha un compito preciso. Prima che inizino le operazioni, ricercatori, tecnici e membri dell’equipaggio si riuniscono per definire ruoli, procedure e condizioni di sicurezza. Si controllano i caschi e i giubbotti, si verificano gli strumenti, si osservano il vento e il mare.

Poi il verricello comincia a muoversi. Un cavo scende lentamente verso l’acqua, trascinando con sé strumenti destinati a misurare ciò che dalla superficie non si vede: temperatura, salinità, ossigeno, correnti, particelle sospese.

A bordo di una nave oceanografica, infatti, il mare non è mai soltanto il paesaggio che la circonda. È una colonna d’acqua profonda centinaia o migliaia di metri. È fondale, corrente, sedimento. È un sistema in continuo movimento e, nello stesso tempo, un archivio nel quale rimangono le tracce delle attività umane.

Gaia Blu è la nave del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Opera nel Mediterraneo, negli oceani e nelle regioni polari e permette studi geologici, oceanografici, biologici e atmosferici. Al suo interno convivono laboratori, officine, sistemi informatici e sale di controllo. È una piattaforma scientifica mobile, ma anche una piccola comunità nella quale si lavora e si vive insieme per giorni o settimane.

Siamo saliti a bordo per seguire una campagna oceanografica nel Sud Adriatico insieme a ricercatori e tecnici del Cnr e dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs).

Tutte le foto del servizio di Valentina Tamborra. Riunione sul ponte di comando della Gaia Blu.

Un osservatorio galleggiante

La campagna serve alla manutenzione del sito osservativo della Regional facility del Sud Adriatico, inserita in «Emsò-Eric», un’infrastruttura europea per l’osservazione multidisciplinare del fondo marino e della colonna d’acqua.

Non si tratta di una sola stazione, ma di un sistema di punti di osservazione distribuiti in una vasta area. Gli strumenti raccolgono dati secondo protocolli comuni, producendo serie temporali di dati che permettono di seguire l’evoluzione del mare nel corso degli anni.

«Una singola uscita non basta», spiega Stefano Miserocchi, primo ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr e capo missione. Per comprendere ciò che accade nel Mediterraneo bisogna tornare più volte negli stessi luoghi, ripetere le misure e confrontarle. Soltanto così un dato isolato diventa parte di una storia.

Il Sud Adriatico è uno dei punti nei quali si possono osservare processi determinanti per l’intero Mediterraneo. Qui si incontrano e si trasformano diverse masse d’acqua. Da Sud arrivano acque levantine, relativamente calde e salate. Dal Nord possono invece giungere le acque dense che, in particolari condizioni meteorologiche, si formano nell’Adriatico settentrionale.

Perché questo accada servono inverni freddi, la bora, una forte perdita di calore verso l’atmosfera e portate fluviali ridotte, soprattutto da parte del Po. Raffreddandosi e diventando più salata, l’acqua aumenta la propria densità e scende verso il fondale.

Durante questo percorso trasporta ossigeno, nutrienti e particelle. Contribuisce alla ventilazione delle acque profonde e influenza gli ecosistemi, la circolazione marina e i processi sedimentari.

È un equilibrio delicato, governato dall’interazione tra atmosfera, fiumi, temperatura, salinità e profondità.

Il cambiamento climatico interviene anche qui, modificando frequenza e intensità dei fenomeni.

Lungo la colonna d’acqua, gli strumenti registrano il passaggio delle masse marine: la temperatura si abbassa, le correnti aumentano, cambiano la salinità e la quantità di particelle trasportate. Ciò che nei dibattiti pubblici viene indicato genericamente come «crisi climatica» assume la forma concreta di numeri, variazioni e serie storiche.

Il gommone della nave Gaia Blu viene calato con tre ricercatori a bordo.

Strumenti nel mare

Dietro queste misure c’è un lavoro tecnico lungo e paziente.

Paolo Mansutti, tecnico dell’Ogs, dal 2000 si occupa della preparazione, della posa e del recupero di strumenti, boe e sistemi di ancoraggio. Quando descrive il proprio mestiere, parte dagli oggetti.

Alcuni strumenti vengono calati per raccogliere misure durante una singola operazione. Altri rimangono in mare per mesi o per anni. Sono disposti lungo strutture chiamate mooring: linee ancorate al fondale sulle quali vengono installati sensori a profondità differenti.

È una sorta di semina tecnologica. Si preparano gli strumenti, li si affida al mare e si ritorna dopo sei mesi o un anno per recuperare ciò che hanno registrato.

Il recupero, tuttavia, non è mai scontato. Le apparecchiature possono essere danneggiate dalla pressione, dalla corrosione o dalle correnti. Possono essere urtate dalle reti dei pescherecci, spostate o perdute. Ogni volta che uno strumento riemerge, porta con sé dati preziosi, ma anche i segni del tempo trascorso sott’acqua.

Mansutti controlla che i sensori siano tarati, che le batterie possano durare per l’intero periodo e che ogni componente resista al sale, agli urti e alla pressione. Una volta recuperati, gli strumenti vengono aperti e i dati scaricati e affidati ai ricercatori.

Prima di un modello, di una pubblicazione o di una previsione, esiste questo lavoro.

Alcuni sensori vengono lentamente recuperati dall’acqua.

La spiaggia che cambiava

Vanessa Cardin, oceanografa fisica è ricercatrice dell’Ogs. Racconta di avere desiderato questo lavoro fin dall’adolescenza.

A quindici anni viveva in Ecuador. Osservava una spiaggia che cambiava aspetto con le stagioni: in alcuni periodi appariva ricoperta di sabbia, in altri emergevano le rocce. Da quella trasformazione è nata una domanda: perché il mare modifica in quel modo la costa?

La risposta l’ha condotta verso lo studio del trasporto dei sedimenti, dei processi fisici e della circolazione marina.

Cardin ha alle spalle quarant’anni di campagne oceanografiche. Ricorda ancora la prima navigazione nel Pacifico e le sue onde lunghe, molto diverse da quelle del Mediterraneo. Ma soprattutto ricorda il viaggio in Antartide.

Partì dall’Ecuador, attraversò il Canale di Drake affrontando onde alte oltre dieci metri e vide comparire i primi iceberg.

All’epoca si fotografava ancora con i rullini. Lei e i suoi compagni scattarono decine di immagini alla stessa massa di ghiaccio, come se una sola fotografia non fosse sufficiente a trattenerne la grandezza.

Per Serena Lagorio, assegnista di ricerca all’Ogs, biologa marina, oceanografa e con un dottorato in glaciologia, la strada è cominciata durante le immersioni con il padre, in Sicilia.

Da bambina diceva di voler studiare il mare. Un’amica le spiegò che esisteva un mestiere chiamato «biologo marino». Da allora, racconta, non ha più cambiato idea.

Lagorio descrive il mare come uno spazio di connessione e di mutamento continuo.

Lavorare con il mare significa anche familiarizzare con il cambiamento. Le correnti variano, gli organismi si spostano, i ghiacci fondono, le particelle precipitano verso il fondo. Ma non tutto scompare. Molte trasformazioni lasciano una traccia.

Preparazione di alcuni sensori (sistema Ctd) per lo sgancio in mare.

Il tempo depositato

Leonardo Langone, ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr, studia la velocità dei processi che avvengono negli ambienti acquatici: sedimentazione, accumulo, flussi di particelle e scambi tra acqua e fondale.

I sedimenti possono conservare informazioni sull’inquinamento, sugli incidenti industriali, sulle attività minerarie e sulle trasformazioni avvenute dopo la rivoluzione industriale. Per leggerle, però, non basta stabilire la presenza di una sostanza. Occorre capire quando sia arrivata sul fondo e con quale velocità si siano accumulati gli strati.

Ad esempio, alcuni radionuclidi (atomi con il nucleo instabile, ndr) possono funzionare come marcatori temporali. Il cesio 137, per esempio, è stato disperso nell’ambiente dai test nucleari e da incidenti come quello di Chernobyl. Grazie al suo lungo tempo di dimezzamento, può essere individuato nei sedimenti a distanza di decenni.

Una catastrofe ambientale diventa così anche un segno nella successione degli strati. Lascia una data riconoscibile nell’archivio fisico del fondale.

Langone parla anche di un’altra eredità nascosta nel mare Adriatico: munizioni, ordigni, relitti, bidoni e sostanze pericolose.

Per molto tempo il mare è stato considerato un luogo nel quale allontanare ciò che non si voleva più vedere. Durante e dopo le guerre, materiali bellici e rifiuti sono stati gettati o affondati. Alcune aree sono indicate sulle carte nautiche e vietate alla pesca, all’ancoraggio o alle immersioni. Non tutto, però, è conosciuto e mappato.

Gli ordigni possono essere intercettati dalle reti dei pescatori, trascinati e ributtati in un altro punto, ampliando, involontariamente, l’area di rischio.

Il mare non cancella ciò che riceve. Può coprirlo, spostarlo, degradarlo o rimetterlo in circolazione.

Anche le guerre combattute sulla terraferma finiscono per raggiungerlo. Le macerie, i metalli, i residui chimici e le sostanze liberate dai bombardamenti entrano nei fiumi e nei bacini idrografici, per depositarsi in seguito lungo le coste o al largo.

Mai avere fretta

Una campagna oceanografica raramente termina nel momento in cui la nave rientra in porto.

I campioni devono essere portati nei laboratori, analizzati, sezionati e confrontati. I dati raccolti da strumenti diversi devono essere verificati, corretti e messi in relazione. Possono trascorrere mesi prima che un risultato sia sufficientemente solido per essere pubblicato.

Anche Francesco Paladini de Mendoza, tecnologo oceanografo dell’Istituto di scienze polari del Cnr, insiste sulla necessità di rispettare questo tempo.

La scienza non lascia spazio all’improvvisazione. Il cambiamento climatico, la trasformazione degli oceani, la perdita di biodiversità e il rapporto tra mare e atmosfera sono fenomeni complessi. Per comunicarli è necessario renderli comprensibili, ma semplificare non significa ridurli fino a deformarli.

Dai risultati della ricerca possono dipendere decisioni sulla pesca, sulle coste, sulle infrastrutture, sulla sicurezza e sull’adattamento climatico. Per questo i dati devono essere omogenei, controllati e accessibili.

La velocità con cui oggi circolano le notizie tende invece a produrre l’attesa di una scoperta immediata: la parola conclusiva, il dato eccezionale, l’allarme da pubblicare al termine della missione.

A bordo, il ritmo è differente. Si misura, si ripete, si attende. Un risultato negativo può essere importante quanto uno positivo. Anche un malfunzionamento deve essere compreso, perché potrebbe alterare l’intera serie di misure.

Operazione di recupero del sensore detto «mooring».

Clima passato e presente

Alessio Nogarotto, ricercatore e collaboratore tecnico del Cnr, è arrivato al monitoraggio del Sud Adriatico attraverso la geologia e lo studio dei climi del passato.

Il geologo, osserva, è abituato a guardare indietro. Le carote di sedimento e gli archivi naturali permettono di ricostruire ciò che è accaduto centinaia o migliaia di anni fa.

Negli ultimi anni, lavorando con colleghi più esperti, Nogarotto si è avvicinato anche all’osservazione del clima presente. È alla sua terza campagna nel Sud Adriatico e considera ancora ogni uscita un’occasione di apprendimento.

La sua attività tiene insieme due scale temporali: il passato ricostruito attraverso gli strati e il presente registrato dagli strumenti.

Dire che il clima è sempre cambiato non è sufficiente. Bisogna stabilire in che modo sia cambiato, con quale velocità e sotto l’effetto di quali cause. Occorre, inoltre, confrontare le variazioni attuali con quelle avvenute prima che l’attività umana alterasse profondamente la composizione dell’atmosfera e gli ecosistemi.

È nel confronto tra queste scale che le anomalie diventano riconoscibili.

Una nave connessa

Gaia Blu non è soltanto un insieme di laboratori e apparecchiature oceanografiche. È anche una complessa infrastruttura informatica.

Luca Ianniello e Rocco De Marco, informatici e collaboratori tecnici del Cnr, sono a bordo per installare e configurare un sistema di protezione delle connessioni esterne della nave.

Dalla sala di controllo seguono anche le operazioni degli strumenti: la profondità raggiunta, le coordinate, i parametri trasmessi durante la discesa lungo la colonna d’acqua.

Ogni giorno la nave produce, riceve e conserva grandi quantità di dati. Comunica con infrastrutture esterne e permette ai ricercatori di controllare in tempo reale ciò che avviene sotto la superficie. Questa connessione, tuttavia, la espone anche al rischio di accessi non autorizzati.

La sicurezza informatica non riguarda soltanto la tutela dei dati. Un attacco potrebbe interferire con i sistemi di bordo, con gli strumenti o con le comunicazioni necessarie alla navigazione e alla ricerca.

Ianniello parla anche delle difficoltà della ricerca pubblica italiana: stipendi inferiori rispetto al settore privato, contratti brevi, interruzioni e incertezza lavorativa.

Dietro la continuità delle serie scientifiche esiste quindi un paradosso. Gli strumenti devono restare attivi per anni, mentre alcune delle persone che li progettano, installano e mantengono non possono contare sulla stessa continuità.

L’equipaggio della Gaia Blu.

Una comunità

La campagna nel Sud Adriatico è anche il racconto di una comunità.

Cnr e Ogs collaborano all’interno di una rete europea. Ricercatori, tecnici, informatici e marinai devono coordinarsi perché ogni operazione riesca. La qualità di un dato dipende dalla preparazione dello strumento, dalla precisione della posa, dal funzionamento del verricello, dalla navigazione, dalla sicurezza delle reti e dall’analisi successiva.

Nessuno osserva il mare da solo. La ricerca è una costruzione collettiva. Richiede infrastrutture costose, collaborazioni internazionali e finanziamenti stabili. Ma richiede soprattutto persone capaci di adattarsi all’imprevisto.

Il programma delle operazioni dipende dal meteo. Uno strumento può non rispondere. Un cavo può bloccarsi. Il punto previsto per il recupero può essere raggiunto quando il mare non permette di lavorare in sicurezza.

La precisione scientifica non elimina l’incertezza. Serve piuttosto ad affrontarla senza affidarsi al caso.

Alla fine della campagna, Gaia Blu porta a terra campioni, strumenti e dati.

Nei laboratori comincerà un altro viaggio, meno visibile: quello delle analisi, delle verifiche e delle interpretazioni.

La nave riparte, mentre uno strumento rimane sotto di noi a registrare.

Tra alcuni mesi qualcuno tornerà a cercarlo. Se il mare lo avrà conservato, quell’oggetto racconterà che cosa è accaduto e ci aiuterà a comprendere come guardare al futuro.

Valentina Tamborra




Don Renato Rosso, nomade di Dio

Il racconto di 50 anni di missione tra i nomadi di tre continenti. In Italia, Brasile, Bangladesh e India e, per brevi periodi, in molti altri Paesi. Una vita povera e felice in tende, palafitte, barche. Il Vangelo comunicato tramite l’aiuto concreto e la vita condivisa.

«Sono stato con gli zingari dodici anni in Italia, poi otto in Brasile, e trenta tra Bangladesh e India». Don Renato Rosso, classe 1945, prete fidei donum della diocesi di Alba, riassume così la sua ricchissima vita missionaria: cinquant’anni tra carovane, barche, accampamenti, palafitte, insieme ai nomadi di tre continenti.

Ha vissuto e pregato con indù, cristiani, musulmani e animisti.

Ha lavorato ai mercati generali di Torino, ha incantato serpenti in Bangladesh, modellato e venduto statue indù in India.

Oggi, dal 2022, vive a Nazareth, ospite di una comunità francescana composta da una dozzina di sacerdoti, tutti di provenienze diverse. Uno di essi, brasiliano, da seminarista ha vissuto con lui assieme ai nomadi per un anno.

ragazzi pastori bhill, Madhia Predesh, India

Dai lebbrosi ai nomadi

Incontriamo don Renato Rosso al Sermig di Torino. È qui perché è legato da tempo all’«Arsenale della pace». Parliamo seduti a un tavolino da giardino nel cortile interno.
Indossa un berretto nero e un maglione di pile grigio scuro.
Attorno al collo porta una leggera sciarpa bordeaux. La barba bianca spicca sulla pelle bruna del viso affilato. Ha mani vivaci.
Il cortile è illuminato da un sole che sta per tramontare.

«Ero nel seminario di Alba – inizia a raccontare – quando, nel 1964, ho incontrato Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi. Eravamo quattrocento seminaristi ad ascoltarlo. Non ricordo una parola di quello che ha detto, ma ricordo che eravamo incantati, in contemplazione.

Alla fine, facciamo una foto e lui si mette proprio dietro di me. Mi afferra la spalla, e mi dice: “Hai paura della lebbra?”.

La mia vita in quell’istante è cambiata. Ho deciso di dare la mia vita per i lebbrosi.

Quel pomeriggio, poi, faccio una passeggiata verso il fiume Tanaro. Lì c’è un accampamento di zingari, e mi dico: “Dunque, con i lebbrosi chissà se avrò mai l’occasione di andarci, perché in Italia non ce ne sono. Invece, con loro l’occasione forse c’è”.

Da quel momento, con un amico, ho iniziato ad andare a trovarli. All’inizio è stato difficile. Ci siamo avvicinati facendo un po’ di scuola con i bambini.
È stato bellissimo.

Lentamente siamo diventati amici e io, in seminario, ero già per tutti “Renato degli zingari”.

Otto anni dopo, quando sono diventato prete nel 1972, ho chiesto al mio vescovo di poter andare a vivere con loro: come il parroco che vive in mezzo ai parrocchiani “stanziali”, così noi possiamo vivere spostandoci con i gruppi che si spostano.

A Milano, in quel tempo, c’era don Mario Riboldi, che da quindici anni chiedeva al suo vescovo di poter partire con gli zingari. E il vescovo, che non voleva mandarlo da solo, ogni anno rimandava all’anno dopo. Finché ha saputo di me e gli ha detto: “Ora sì, potete andare”.

Questo vescovo poi è diventato Paolo VI e ha aiutato la pastorale dei nomadi a nascere.

Da lì, nel giro di una decina di anni, in Italia eravamo dodici preti e diverse suore in vari accampamenti di zingari.

Inizialmente ho lavorato con don Mario in Lombardia e Veneto. Quindi sono andato nella Torino del cardinale Pellegrino».

un’immagine degli anni trascorsi da don Renato Rosso tra i nomadi del Brasile.

In Brasile

Per diversi anni, don Renato ha vissuto con i Rom spostandosi da un accampamento all’altro con un carretto trainato a mano, lavorando e condividendo la precarietà dei nomadi.

«Nel 1984, arriva un vescovo dal Brasile, monsignor Nei Paulo Moretto. Quando vede questi preti con gli zingari, dice: “Perché non venite in Brasile?”.

Io vado subito dal mio vescovo, monsignor Luigi Bongianino, e gli dico: “Vorrei fare un po’ di vacanza”. Lui: “Bene! Quante volte ti ho detto che devi riposare?”. Io: “Vorrei riposare in Brasile. Mi hanno detto che là ci sono degli zingari”. E lui ha capito. In sette minuti ho ottenuto il suo consenso, e sono diventato missionario fidei donum».

Don Renato, che qualcuno chiama «lo zingaro di Dio», è stato in Brasile otto anni. Ha percorso la costa dal Nordest a Rio Grande do Sul in diverse carovane di circensi: «Si lavorava specialmente con la scuola, ma anche con la catechesi, perché là in Brasile gli zingari sono tutti battezzati. Magari non sono praticanti, però sono legati alle celebrazioni per “i poveri morti”. Quando un parente muore, c’è la preghiera dopo una settimana, dopo un mese, dopo sei mesi.

Ogni gruppo aveva una quarantina di appuntamenti all’anno in chiesa, e ho pensato: “Se ci organizziamo, potremmo fare un po’ di catechesi. Queste persone non le avremo mai a messa la domenica, un po’ perché sono sempre in movimento, ma anche perché tutti li rifiutano”».

Don Renato ha vissuto con diverse comunità: «Seguivo un gruppo, ci stavo uno o due mesi, intanto creavo legami con sacerdoti, seminaristi e laici del posto. A me interessava sensibilizzare la Chiesa a occuparsi di loro, dei poveri, dire: “Guardate che questi esistono davvero”».

Incomprensioni e semine

Don Renato racconta delle sue esperienze con grande entusiasmo e una forte vena ironica. Confessa che suscitare stupore è sempre stato parte del suo stile, un modo per rompere il muro di diffidenza verso i nomadi.

«Quando arrivavo in un posto con gli zingari, spesso la gente si domandava: “Sarà un prete vero?”. Poi ci si conosceva e si diventava amici.

Una volta sono arrivato a Caracas, Venezuela, con un circo. Io vado dal vescovo: “Sono un prete italiano”. Lui: “Oh, venga, ma che bello, un italiano”. Gli dico che sto in piazza con il circo”. Lui: “Sei da qualcuno che abita vicino al circo”. Io: “No no, sono con il circo. Faccio parte della comunità, come prete”.

Allora mi dice: “Ah, non avevo capito che stava lasciando il ministero!”». Don Renato ride: «Per lui, la cosa era impossibile.

Questo è capitato tante volte: un prete che vive con un gruppo di zingari creava shock, però, allo stesso tempo, interesse.

L’ultimo giorno che eravamo lì, il vescovo è venuto con sacerdoti, suore, seminaristi, e abbiamo riempito il circo».

I primi anni in Brasile, don Renato non aveva il visto permanente. Ogni tre mesi, allora, usciva e visitava i Paesi vicini: Venezuela, Colombia, Perù, Ecuador, Bolivia, Argentina, Uruguay, Paraguay: «Ho cercato, in ogni capitale, almeno una persona che diventasse punto di riferimento per la pastorale dei nomadi – racconta -. Ho trovato qualcuno in tutti i Paesi, e in diversi posti continuano tutt’ora. È stata una semina».

Bangladesh e India

Nel 1992, don Renato è partito per il Bangladesh. Non conosceva nessuno, ma sapeva che anche lì c’erano molti nomadi.

«Io quando mi spostavo non avevo mai dei contatti. Quando sono arrivato in Brasile, a San Paolo, ho trascorso i primi giorni tra una casa di religiosi e un’altra. Ciascuno diceva che il mio sogno si sarebbe realizzato meglio con altri. E allora mi spostavo, finché mi sono fatto ospitare come un viandante dai francescani. Quando ho detto che ero prete, mi hanno accolto e aiutato, e da lì ho iniziato».

Dopo il Brasile, ha preso a stare ogni anno cinque mesi e mezzo in Bangladesh e altrettanti in India. Il resto in Italia o altri Paesi.

«Lì ho trovato un altro mondo. La differenza più grande era la fede. In Brasile, come in Italia, gli zingari erano battezzati: si pregava insieme, si faceva un po’ la vita di parrocchia, anche se itinerante. Invece in Bangladesh e India, almeno per i primi anni, finché non ho conosciuto dei gruppi cristiani, sono stato solo con musulmani, induisti e animisti. Non potevo fare attività pastorali. Allora ho iniziato progetti di istruzione e salute.

Un po’ per volta, anche lì, ho attivato reti di persone che mi davano una mano.

Il tempo di convivenza con un gruppo dipendeva da quando vedevo che la semente gettata cominciava a germogliare e crescere. Ad esempio, per le scuole, quando c’era un insegnante che poteva proseguire per conto proprio, allora mi spostavo».

Don Renato, in Bangladesh e India, ha vissuto con decine di gruppi diversi, sia sulla terraferma che sui fiumi. «Gli zingari dei fiumi vivono sulle barche, delle specie di casette galleggianti. I gruppi sono formati da circa quindici famiglie, ciascuna sulla propria barca. Hanno una vita tranquilla, ma hanno poche possibilità di guadagnare, perché fanno sempre lo stesso percorso. Quelli che vivono sulla terraferma, sempre in gruppi di una quindicina di tende, si possono spostare di più, e hanno più facilità di guadagno, però hanno una vita più faticosa».

Un’altra differenza tra gli anni di India e Bangladesh e quelli precedenti, ci dice don Renato, riguarda la dimensione dell’aiuto alle persone: mentre in Italia e Brasile non ha mai dato un soldo, con bangladesi e indiani, invece, ha avviato decine di progetti.

«Nel tempo, ho fatto molte puntate anche in altri Paesi. Ad esempio, in Algeria, in Madagascar, in Medio Oriente, nelle Filippine, sempre per incontrare i nomadi locali e sviluppare la pastorale della Chiesa per loro. Anche lì ho avviato progetti».

Don Renato Rosso fa scuola con bambini del gruppo di nomadi Jajabor, in Bangladesh.

Scuole mobili e salute

Il missionario ci parla dell’India: «Quando ho provato a catalogare i gruppi nomadi e seminomadi dell’India, ne ho contati 420. Io sono stato con una quindicina di essi, più un’altra decina che ho frequentato poco. Con questa quindicina sono nate iniziative interessanti».

Don Renato ci invita a consultare il suo sito mondonomadi.it. Lì sono raccontati la storia della sua missione, i diversi gruppi presso i quali ha vissuto, e i progetti che ha seguito negli anni.

Racconta: «In India, a un certo punto, ho incontrato un gruppo di nomadi cristiani, i Bhill, nella zona tra il Rajasthan e Madhya Pradesh, stati dell’India centro occidentale. Lì ho avviato nel 2003 un progetto di “scuole mobili” per i bambini pastori.

I Bhill si spostano tutti gli anni per sei mesi dalle loro zone rurali alle periferie delle città. Sono lavoratori molto bravi nell’edilizia e nelle ferrovie.

In quei sei mesi guadagnano bene e poi tornano a casa.

Quando li ho conosciuti, ogni famiglia lasciava in quei mesi un figlio a casa perché accudisse le bestie. Ogni villaggio ha una trentina di famiglie. Ogni famiglia, dieci animali. Quindi rimanevano trenta bambini tra i sei e i quattordici anni con trecento bestie da portare al pascolo. Una specie di società dei ragazzi.

Allora sono andato a fare il pastore un mese con loro e ho pensato alla scuola. Ho motivato alcuni insegnanti che hanno iniziato ad andare ciascuno con un gruppo. Quando erano al pascolo, facevano così: quindici bambini guardavano gli animali, gli altri un’ora di scuola. Poi si cambiava il turno.

La Conferenza episcopale indiana, quando ha visto cosa si faceva, ha stanziato dei fondi, così ho aumentato gli insegnanti, e il progetto è cresciuto.

Quando sono arrivato io, sulle colline di Jhabua i bambini pastori erano circa 40mila. Dopo sedici anni, erano solo il 6%. Questo perché, in sedici anni, i primi ragazzi del progetto erano oramai genitori, e non volevano mandare i loro figli al pascolo».

Le iniziative messe in piedi da don Renato e i suoi collaboratori locali sono sempre state pensate per le realtà concrete che incontrava: di nuovo in India, nella diocesi di Madurai, nello stato del Tamil Nadu, a inizio anni 2000, un bambino nomade aveva bisogno di un intervento al cuore. Costo: 2.500 euro. Don Renato racconta: «Ho parlato con i parenti, la municipalità, la Chiesa locale e l’ospedale. Alla fine si è riusciti a operarlo.

Ho coinvolto, poi, padre Chinnappan, che sarebbe diventato in seguito cappellano della pastorale dei nomadi in India: “Che ne dici se facessimo una fondazione per bambini che hanno bisogno di interventi di questo tipo?”, e, con l’aiuto di uno sponsor tedesco, abbiamo iniziato: all’inizio erano quattro o cinque operazioni all’anno, ora si è arrivati a mille».

Con i Mahali e i Jajabor

Un altro esempio di progetto è quello delle scuole mobili presso i gruppi di Mahali del Nord del Bangladesh, vicino alla città di Rajshahi, al confine con il Bengala Occidentale indiano.

«È stato possibile uno sviluppo incredibile – racconta don Renato -: la maggior parte dei Mahali è cattolica. Essi vivono vendendo cesti e altri oggetti di bambù confezionati da loro. Anche io ho fatto il cestaio.

Oggi, da vent’anni, due famiglie del gruppo gestiscono una serie di progetti riguardanti la scuola, la salute e la catechesi.

Quando sono arrivato là, non c’era un bambino che andasse a scuola. Adesso, ogni anno, un centinaio si iscrive all’università. Diversi giovani sono anche diventati preti o suore».

A Savar, città del Bangladesh centrale, nella conurbazione della capitale Dacca, don Renato ha vissuto con i Jajabor: «Gli uomini per lo più sono incantatori di serpenti, le donne fanno le guaritrici andando nei villaggi a curare i malati, mescolando magia e medicina. Altri vendono bigiotteria, altri ancora fanno i circensi di strada. Sono tutti musulmani. Anche con loro ho investito molto in progetti di scolarizzazione e salute».

Accampamento di un gruppo di nomadi Jajabor in Bangladesh.

Li converti oppure no?

Nei suoi trent’anni trascorsi in prevalenza tra popolazioni non cristiane, don Renato ha sempre vissuto la sua fede esplicitamente, ma senza proselitismo.

«A volte – dice – qualcuno mi domandava: “Ma tu, come cattolico, che cosa fai? Li converti, non li converti?”. E io rispondevo: “Mah, io, come prete, cerco di aiutare i musulmani a diventare musulmani al meglio possibile, e gli indù a diventare indù al meglio possibile”, cioè persone oneste, che pensano a mandare a scuola i bambini, curarli, a valorizzare le donne.

Comunque, nella Chiesa, ho sempre trovato molto più sostegno che non critica».

Don Renato ci racconta un aneddoto: «Siamo a Savar, dove i duemila zingari Jajabor, di cui ti ho appena parlato, vivono in tende e in barche. Lì c’era una moschea fatiscente che a un certo punto è crollata.

La gente ha iniziato a ricostruirla, ma non avendo denaro, ha lasciato solo quattro colonne.

Un giorno, l’allora direttore dell’ufficio missionario di Alba, don Agostino Garavello, viene a visitarmi. Giriamo un po’ e, quando arriviamo lì, gli dico: “Guarda, in Italia abbiamo tante chiese vuote dove la gente non c’è. Qui abbiamo della gente che vuole pregare e non ha un luogo. Che ne dici se li aiutiamo?”.

Abbiamo comperato cemento e ferro per fare una soletta sufficiente perché le persone potessero pregare al coperto.

Fatto questo, gli uomini si sono dati da fare, e in altri sei mesi hanno finito la moschea.

Allora qualcuno mi ha poi detto: “Già non li converti, e ora gli costruisci anche la moschea!”. E io gli dico: “Anche Giovanni Paolo II ha fatto lo stesso. Con il ricavato del suo libro Sulle soglie della speranza, ha ricostruito le moschee nel Kosovo distrutte dalla guerra. Quindi non penso di aver compiuto un’eresia”.

Per dieci anni, ho potuto andare a pregare con loro in moschea. Non facevo le loro preghiere, ma pregavamo insieme.

Dicevo loro: “Voi mi aiutate a essere un bravo cristiano. Io vi aiuto a essere dei bravi musulmani”. Andavo alla moschea anche perché, altrimenti, mi sarei presentato come un ateo. Invece io volevo mostrare loro che la religione per me è importante.

Terminata la preghiera, c’era un momento di condivisione in cui l’imam spiegava il Corano e, a volte, domandava: “La Bibbia cosa dice a riguardo di questo?”.

Poi si usciva e si cominciava a lavorare insieme».

Don Renato ci racconta un altro aneddoto: «Lì a Savar, tutte le volte che entravo in accampamento, i bambini facevano a gara per essere i primi a toccarmi i piedi, per salutarmi. Una volta sono arrivato per cercare una famiglia con un bambino malato di tumore. Arrivo all’accampamento e i bambini corrono a toccare i miei piedi. Poi vedo in una tenda un gruppo di uomini con un imam. Il capo dell’accampamento, in imbarazzo, inizia a giustificarsi: “Le presento padre Renato. È nostro amico da tanti anni. Vede la scuola che c’è qui? Ecco, se non fosse per i cristiani non l’avremmo. Poi vede quei due bambini con il piede ingessato? Sono stati operati in un ospedale qui vicino da medici cristiani”. E continua così.

L’imam lo lascia parlare, poi si alza e dice: “Quello che fanno questi cristiani, sapete che cos’è? È il cuore dell’islam, che noi, per pigrizia, non seguiamo più. Ecco, quindi, se noi vogliamo essere musulmani, dobbiamo seguire questa strada”.

Quindi, quando a volte mi chiedevano: “Ma tu sei lì con gli indù, con i musulmani, e non li converti?”, io rispondevo che Dio vuole convertire il cuore di tutti gli uomini e le donne del mondo, e lo fa con linguaggi diversi. Io penso che quando, ad esempio, degli indù sono in un tempio davanti alla statua di Ganesh in cui loro vedono la protezione, se Dio vuole lavorare nel loro cuore, utilizza quella statua. Dio non può parlare loro con l’immagine della Madonna di Lourdes o di Gesù crocifisso, che non conoscono. Può farlo, invece, con le statue di Ganesh che anche io ho costruito e venduto insieme agli zingari con cui stavo. Certo, queste immagini non sono Parola di Dio. Noi abbiamo la fortuna di aver conosciuto la Parola che si chiama Gesù Cristo. Queste non sono la Parola di Dio, ma sono delle piccole e preziose parole che Dio usa per parlare con loro».

In Terra santa

Dal 2022 don Renato Rosso si è stabilito in Terra santa.

«Dopo i primi cinquant’anni di “zingarite”, vivere in accampamento non era più prudente – dice -, e ho dovuto fermarmi. Appena arrivato ho visto che Nazareth è un luogo di grazia, dove la gente è disposta a fare una revisione di vita profonda. Mi sono detto che era una bellissima occasione per la mia vecchiaia.

Poi lì ci sono i beduini. Potevo visitarli, e, nel tempo libero, accoglievo i pellegrini.

Quando però è cominciata la guerra, i pellegrini sono diminuiti. Allora ho deciso di viaggiare di nuovo. In Brasile, tre mesi per volta, e in Bangladesh.

Per ironia della sorte, i progetti ancora attivi li seguo meglio da Nazareth che dall’accampamento, dove le comunicazioni sono molto più difficili.

Ovviamente, l’accampamento mi manca, ma ci sono stato per cinquant’anni. Mi ritengo anche troppo fortunato».

Luca Lorusso

Dall’accampamento di un gruppo di nomadi Jajabor in Bangladesh.



Lettonia. Dopo le barricate, la libertà

Ogni conquista ha il suo prezzo. I lettoni lo sanno bene. Per questo difenderanno con ogni mezzo il Paese che, nel 1991, ha trovato la forza per rinascere.

Riga. Stella è greca, ma vive a Oslo. Chiede di farle una foto. In effetti, dalla cima del campanile di San Pietro si può godere di una vista spettacolare. La chiesa – luterana dal XVI secolo – si trova nella Città vecchia (Vecrīga), ma il panorama si allarga ben oltre: sul fiume Daugava (che la delimita) e i suoi ponti, in particolare quello ferroviario, il più vecchio tra tutti, e ancora sui palazzi liberty nel quartiere dell’Art nouveau. Forse, però, ciò che attira maggiormente lo sguardo dei visitatori sono i campanili delle chiese cristiane e le cupole di quelle ortodosse.

Quella della capitale lettone è una storia ricca di colpi di scena. Riga fu fondata nel 1201 dal vescovo Alberto (da allora in poi Alberto di Riga), esponente della nobile casata tedesca von Appeldern. Il prelato aveva ottenuto l’appoggio di papa Innocenzo III, desideroso di convertire al cristianesimo le popolazioni baltiche.

Per adempiere alla missione papale, Alberto di Riga costituì pure un ordine monastico militare, i «Cavalieri portaspada» (Fratres militiae Christi), poi confluiti nell’«Ordine livoniano», a sua volta sezione autonoma del celebre «Ordine teutonico» (sorto nel 1191).

Il quadro cambiò con la Riforma protestante (dal 1517 in poi): quasi tutte le chiese divennero luterane, compresa la cattedrale fatta costruire dal vescovo Alberto nel 1211. A partire dalla Seconda guerra mondiale e fino al 1991, ci fu un altro giro della storia: per reprimere la libertà di culto, gli occupanti sovietici chiusero le chiese o le trasformarono in luoghi di ritrovo, sale per concerti, magazzini e altro ancora.

Nel 1991, con l’indipendenza del Paese, tornò anche la libertà di espressione religiosa. Oggi, in Lettonia ci sono tre gruppi principali – luterani, cattolici e ortodossi russi – e una parte consistente della popolazione (20-30 per cento) che si dichiara non religiosa.

In più, recentemente (il 9 ottobre 2025), il Parlamento lettone (la Saeima, che – peraltro – sarà rinnovata a ottobre 2026) ha riconosciuto come religione tradizionale del Paese la Dievturība, un culto neopagano che recupera credenze esistenti prima dell’arrivo del cristianesimo (come accaduto con la Romuva in Lituania).

Al Museo dell’occupazione di Riga il visitatore viene accolto con un filmato (proiettato su una struttura a forma di mondo), che illustra le responsabilità storiche della Germania di Hitler e della Russia di Stalin. Foto Paolo Moiola.

L’odio non è passato

Come già visto in Estonia, anche a Riga l’odio verso Mosca è palese, comprensibile e attuale (viste le ricorrenti minacce di Putin e della sua corte). Ne abbiamo conferma visitando due musei, entrambi situati nella Città vecchia. Il primo è il più conosciuto. Si trova nella piazza del Municipio, accanto al palazzo delle Teste nere, che nel Medioevo ospitava una nota confraternita («gilda») di mercanti. Il «Museo dell’occupazione della Lettonia» – questo il suo nome – si trova in una costruzione moderna, di colore nero e – a dire il vero – anche piuttosto opprimente (quasi fosse un avvertimento di quanto il visitatore troverà al suo interno).

Il museo è stato istituito nel 1993 per ricordare i 51 anni di occupazione della Lettonia per mano dei regimi nazista (dal 1941 al 1944) e sovietico (dal 1940 al 1941 e dal 1944 al 1991); per commemorare coloro «che sono stati ingiustamente condannati e assassinati» e coloro «che sono fuggiti dalle forze di occupazione e si sono dispersi in tutto il mondo».

Il visitatore viene introdotto negli spazi museali con un breve video storico proiettato su uno schermo a forma di mondo. Partendo dal patto Molotov-Ribbentrop, vengono presentati Hitler e Stalin, i due principali carnefici della Lettonia, protagonisti ricorrenti in tutta l’esposizione.

Riga, la centrale piazza del Municipio con il palazzo delle Teste nere. Foto Paolo Moiola.

Le barricate di ieri

Se il Museo dell’occupazione prende in esame un lungo periodo storico, il secondo riguarda soltanto due anni, il 1990 e il 1991. È un museo molto piccolo e poco conosciuto.  Si trova sempre nella Città vecchia, ma in una viuzza laterale e con una porta d’ingresso quasi anonima, se non fosse per la scritta «Muzejs».

Appena entrati, troviamo un atrio minuscolo e semi buio e una ripida scala in legno. Le foto alle pareti ci suggeriscono però che siamo nel posto giusto: il «Museo delle barricate».

In tempi di guerre tecnologiche (droni, intelligenza artificiale, satelliti), il termine «barricate» suona obsoleto, eppure rimanda a cittadini comuni che scesero nelle vie per lottare a mani nude contro le forze d’occupazione sovietiche.

La storia racconta che il 4 maggio 1990 i deputati lettoni votarono il ripristino dell’indipendenza della Repubblica di Lettonia, risalente al 18 novembre 1918. Il governo di Mosca – all’epoca era presidente Michail Gorbaciov – dichiarò l’illegittimità della decisione. Nell’autunno e nell’inverno del 1990, le attività militari sovietiche si intensificarono. Dopo l’attacco alla torre televisiva di Vilnius, in Lituania, il 13 gennaio 1991 mezzo milione di persone si radunò a Riga, sulle rive del fiume Daugava, per una enorme manifestazione di protesta. Nella capitale e in altre località della Lettonia attorno ai principali edifici pubblici furono erette barricate, presidiate da cittadini disarmati. La protesta continuò dal 13 al 27 gennaio 1991 finché Mosca desistette dai suoi propositi e, alcuni mesi dopo, riconobbe ufficialmente l’indipendenza (6 settembre). Il museo delle barricate ricorda quel periodo con fotografie, filmati, ricostruzioni ambientali.

La Cattedrale ortodossa; nel 2022, il governo ha ordinato la separazione tra la Chiesa ortodossa lettone e il Patriarcato di Mosca, colluso con Putin. Foto Paolo Moiola.

I danni dell’ideologia

Fuori dalla Città vecchia le automobili possono circolare. Riga, tuttavia, rimane una città visitabile a piedi.

Il nostro primo incontro è con Milda, il nome dato alla figura femminile che svetta sulla cima del «Monumento alla libertà», a 42 metri d’altezza. Il monumento risale al 1935, anche se, per i lettoni, la libertà arrivò soltanto nel 1991. Ai piedi di Milda depose una corona di fiori anche papa Francesco durante la sua visita del 25 settembre 2018. Fortuna ha voluto che i sovietici non si siano accaniti sull’opera, come invece erano soliti fare.

A pochi passi di distanza dal monumento, su un lato del grande e ordinato parco pubblico dell’Esplanade, sorge la cattedrale della Natività di Cristo, una chiesa ortodossa costruita a fine Ottocento in stile neobizantino, sormontata da grandi cupole dorate.

Negli anni dell’occupazione da parte di Mosca, l’edificio subì le conseguenze dell’ideologia sovietica. Tra esse la più vistosa avvenne nel 1960 quando – nell’ambito della campagna antireligiosa di Nikita Kruscev – la cattedrale fu trasformata in un planetario. Recuperata, tornò alle sue funzioni originali dopo la riconquista dell’indipendenza. Gli interni della chiesa sono sontuosi con un’esposizione di pregevoli icone. Appena entrati, da uno spazio defilato, udiamo (senza comprenderne le parole) la voce forte di un pope, accompagnato da quella ripetitiva di alcune donne che salmodiano all’unisono.

In teoria, la Chiesa ortodossa lettone opererebbe sotto quella di Mosca guidata dal patriarca Kirill, grande sostenitore di Putin. Diciamo «in teoria», perché l’8 settembre 2022 (cioè l’anno dell’invasione russa dell’Ucra-ina) il Parlamento lettone ha modificato la legge sulla Chiesa ortodossa locale, per garantire la sua piena indipendenza e autocefalia. E questo per evitare interferenze da parte del patriarcato russo. La Chiesa lettone si è adeguata alla decisione, che invece è stata respinta con veemenza dal patriarca Kirill che ha parlato di «falsa autocefalia» e di «palese ingerenza dello Stato» negli affari della Chiesa ortodossa.

Il palazzo di Rundāle (ex residenza nobiliare opera dell’architetto italiano Rastrelli), visto dal lato del giardino francese. Foto Paolo Moiola.

Arte come libertà

La Natività di Cristo è nel quartiere dell’Art nouveau, la corrente architettonica conosciuta in Italia con il nome di Liberty. In questa zona si trovano i palazzi costruiti all’inizio del Novecento secondo quel canone e sopravvissuti al periodo sovietico, quando incuria e cambi di destinazione costituivano la prassi.

Alberta iela e Elizabetes iela sono le vie (iela, in lituano) più famose. La prima delle due (che deve il suo nome al vescovo Alberto) è una strada residenziale che ospita anche molte ambasciate. Le facciate dei suoi palazzi liberty possono piacere o non piacere, ma rapiscono lo sguardo per la loro ricchezza di elementi architettonici (finestre sporgenti, torrette e logge) e decorativi (stucchi, mosaici e vetrate; e ancora sculture raffiguranti la natura, gli animali o le persone).

Anche in Brīvības iela (via della Libertà), al numero civico 61, c’è un edificio liberty. Poiché fa angolo con Stabu iela, è stato soprannominato la «Casa d’angolo». Interessante per lo stile (con le sue bow window, le finestre ad arco), il palazzo è però famoso soprattutto per la storia che racchiude: qui – infatti – c’era la sede locale (uffici e prigioni) del Kgb, i famigerati servizi segreti sovietici. «Chi varcava quella porta – viene spiegato – spesso non ne usciva più o vi ritornava cambiato per sempre». 

Dal rosso al giallo

I russi dell’Impero zarista non erano stati come i russi dell’Unione Sovietica. I primi avevano dominato sulla Lettonia per 197 anni, i secondi per 45, ma – fatta la tara con le diverse epoche storiche – furono i secondi a produrre i maggiori danni.

L’era degli zar fu caratterizzata da politiche fortemente classiste, ma anche dalla ricerca della bellezza nell’architettura e nelle arti. Ne abbiamo conferma viaggiando verso il castello di Bauska, città a pochi chilometri dal famoso palazzo di Rundāle.

Si tratta di una residenza nobiliare in stile barocco e rococò costruita tra il 1736 e il 1740 dai Duchi di Curlandia, su progetto dell’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli.

Nel 1795 la regione e il palazzo passarono in mani zariste che preservarono quest’ultimo con cura fino alla rivoluzione bolscevica del 1917. I decenni seguenti furono travagliati. Dopo la Seconda guerra mondiale, i sovietici utilizzarono la sontuosa dimora come deposito di grano e scuola elementare. La grande sala da pranzo del Duca fu adibita a palestra scolastica. Finalmente, nel 1972, le autorità comuniste trasformarono la residenza in un museo.

Lasciato il palazzo di Rundāle, riprendiamo la via principale in un paesaggio completamente pianeggiante e agricolo.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la vita nelle campagne lettoni cambiò radicalmente. I sovietici obbligarono i contadini a trasferirsi nei kolkhoz, le fattorie collettive. Con la riconquista dell’indipendenza, la terra venne restituita agli antichi proprietari, ma il processo fu disordinato e inefficiente. Successivamente, con l’ingresso del Paese nell’Unione europea e l’arrivo dei sussidi agricoli, la situazione è sensibilmente migliorata.

I campi che oggi vediamo dal finestrino dell’auto appaiono ordinati e ben tenuti. A dominare sono le coltivazioni di colza. Il loro colore giallo intenso ci accompagnerà lungo la strada verso la Lituania.

Paolo Moiola
(2-continua)

Una vista del castello di Bauska. Foto Paolo Moiola.



Afghanistan. La metà invisibile

Dal ritorno dei talebani, le donne afghane sono state sistematicamente cancellate dalla vita pubblica. Ne abbiamo parlato con Lailuma Sadid, presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa.

Immagina metà dei tuoi cari. Quantifica quella metà, pensando alla metà dei tuoi familiari, dei tuoi amici, dei tuoi conoscenti.

Metà è tanto, in termini assoluti. Se proviamo a immaginare la metà dell’intera popolazione di un Paese, vengono le vertigini.

Sono passati cinque anni dal ritorno dei talebani al potere in Afghanistan, nell’agosto del 2021. Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 circa 21,9 milioni di persone (il 45% della popolazione) hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. La crisi affonda in decenni di conflitti, ed è aggravata dai due terremoti di agosto e novembre 2025, oltre che dai tagli ai finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari.

Ma c’è un’altra metà alla quale pensa Lailuma Sadid, giornalista freelance, ex diplomatica afghana e presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa (Nadoe, Network of afghan diaspora organisations in Europe), quando ci dice: «Immagina un Paese in cui metà della popolazione è bandita da tutto. Ti sembra una cosa umana?». Quella metà è composta dalle donne afghane.

Herat, fuori dalla grande moschea blu Jama Masjid (Foto Susanna Melesi).

Istruzione, giornalismo e diplomazia

Lailuma Sadid era una studentessa quando i talebani presero il potere per la prima volta, tra il 1996 e il 2001. Una delle prime conseguenze che la colpì riguardò proprio la sua condizione di studentessa, dato che alle ragazze fu vietato il diritto allo studio.

Lailuma organizzò in casa propria una classe clandestina, con il sostegno della famiglia e la complicità dei vicini, che mandavano lì le loro figlie. Ma i talebani la scoprirono e fu picchiata due volte. Le dissero che se avesse continuato avrebbero ucciso lei e chiunque frequentasse le lezioni. Dovette quindi rinunciare: «Il potere era nelle mani dei talebani e tutti sapevano che, quando minacciavano qualcuno, passavano poi ai fatti». Dopo pochi anni, la famiglia si trasferì per motivi di lavoro in un’altra zona del Paese, in una cittadina di circa 30mila abitanti. Intanto il regime era cambiato, ma lì mancava una scuola secondaria femminile.

Quando Lailuma chiedeva alle famiglie perché non mandassero le figlie a scuola, la risposta era sempre la stessa: non c’era possibilità, non c’era altra scuola oltre le elementari. «Quando ho visto che non esisteva una scuola per le ragazze, ho pensato: è impossibile. Le ragazze erano troppo giovani per sposarsi e diventare adulte a quell’età. Con la mia famiglia, siamo riusciti a creare la prima scuola secondaria femminile della provincia». Lailuma lo ricorda come uno dei successi più importanti della sua vita: si diplomarono tremila studentesse dal momento della sua fondazione, nei primi anni 2000, fino al ritorno al potere dei talebani.

Nel frattempo, Lailuma si formò a Kabul come giornalista e iniziò a lavorare.

Nel 2003, fu la prima giornalista donna ad apparire in televisione senza il tchadri, il tradizionale burqa afghano che copre integralmente il corpo e il viso. Fu travolta da minacce e insulti, ma non si fermò, perché: «Era il momento di mostrare che le donne esistevano, che non eravamo più prigioniere nelle nostre case».

Negli anni successivi, Lailuma Sadid lavorò come corrispondente per diversi media internazionali e poi come diplomatica presso l’ambasciata afghana in Belgio, Paese dove oggi vive come rifugiata politica insieme alla sua famiglia, continuando a battersi per i diritti delle sue connazionali.

Una cancellazione sistematica

Dal 2021, i talebani hanno emanato una valanga di decreti e restrizioni che ricordano quelli già in vigore durante il loro primo governo. Nel Paese viene soffocata ogni forma di libertà culturale, politica e mediatica. I giornalisti subiscono arresti arbitrari, le trasmissioni politiche in diretta sono vietate, la musica e i programmi di intrattenimento sono proibiti in televisione e alla radio. Le punizioni corporali vengono inflitte pubblicamente ogni settimana.

Ma è sulle donne che il peso dei decreti si fa sentire con maggiore brutalità. Secondo Lailuma, l’obiettivo è di ridurre le donne in condizione di schiavitù. Le restrizioni toccano ogni aspetto della vita quotidiana. Le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un parente maschio stretto, né incontrare uomini con i quali non abbiano legami famigliari. È vietato per loro entrare nei parchi, lavorare per organizzazioni non governative (Ong), cantare o leggere ad alta voce in pubblico. Tutti i parrucchieri e i saloni di bellezza femminili sono stati chiusi, mentre i libri scritti da donne sono stati rimossi da librerie e biblioteche.

Come quando Lailuma era giovane, le ragazze sono escluse da ogni forma di educazione secondaria e universitaria. Eppure, come allora, anche oggi esistono forme di resistenza: le classi clandestine continuano a formarsi e la tecnologia ha aperto nuove strade, con corsi e università online seguiti di nascosto, spesso da un telefono, nonostante non sempre sia facile a causa della mancanza di elettricità e del costo di internet.

Le studentesse sono bandite anche dalle facoltà di medicina e le conseguenze si ripercuotono sulla sanità pubblica: la carenza di personale sanitario femminile è drammatica in un Paese in cui le donne, a causa delle restrizioni sui contatti con gli uomini, non possono farsi visitare da medici maschi. Anche nei momenti di emergenza non sono ammesse eccezioni.

Dopo il terremoto che ha colpito le regioni nordorientali del Paese nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 2025, uccidendo più di 2.200 persone, moltissime donne non hanno potuto ricevere soccorsi né cure mediche a causa del divieto di contatto diretto con uomini non familiari.

Gli effetti delle restrizioni non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio. Nelle grandi città sopravvivono più margini di manovra e reti di supporto informali, mentre nelle zone rurali e remote il loro peso si fa sentire maggiormente. Nelle campagne vive circa il 75% della popolazione.

Durante i due decenni che hanno separato il primo e il secondo regime dei talebani, le libertà delle donne erano formalmente riconosciute e i progressi più significativi in termini di accesso all’istruzione, al lavoro e alla vita pubblica si erano concentrati soprattutto nelle aree urbane. Le campagne avevano beneficiato meno di quelle trasformazioni: il che significa che, per molte donne in zone rurali, il ritorno dei talebani ha rappresentato una caduta da una base già più fragile.

Discriminazione penale

A tutto questo si è aggiunto un nuovo Codice penale che, con 119 articoli, divide la società in quattro categorie: religiosi, élite, ceto medio e classe popolare. Sono previste punizioni diverse per lo stesso reato a seconda dello status sociale dell’accusato, seppellendo così il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Anche su questo punto, le conseguenze più drammatiche cadono sulle donne: nel nuovo codice alcuni articoli legalizzano la violenza e la inquadrano come strumento di disciplina sociale. Si stabilisce che se un marito picchia la moglie causando una ferita o una frattura ossea, e la donna riesce a provarlo davanti a un giudice, lui rischia 15 giorni di carcere. Per altri tipi di violenza fisica, psicologica o sessuale, il testo non prevede nulla. Un altro articolo invece commina cinque mesi di prigione per chi maltratta o organizza combattimenti tra animali. Il confronto è a dir poco impietoso.

Un altro esempio è la possibilità per un marito di imprigionare la moglie in casa: se la donna si reca ripetutamente a casa dei genitori senza il suo permesso e non torna quando lui lo richiede, può essere condannata a tre mesi di reclusione.

Allo stesso tempo, un decreto ha eliminato qualsiasi limite minimo di età per il matrimonio, legando l’idoneità matrimoniale alla pubertà. Il matrimonio infantile è stato quindi riconosciuto legalmente per la prima volta dal regime. Inoltre, la stessa legge rende quasi impossibile per una donna divorziare dal marito se lui non acconsente. Il nesso con il divieto di frequentare una scuola è diretto: senza scuola, le ragazze restano in casa e il passaggio verso il matrimonio forzato è breve.

Un rapporto del Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan avverte che la negazione dell’istruzione secondaria sta causando un impoverimento transgenerazionale, destinato a consolidare la dipendenza forzata delle donne afghane dagli uomini.

La difficoltà di opporsi

Chiediamo a Lailuma se, dopo cinque anni, si intravedano fratture interne tra i talebani sulle questioni riguardanti le donne. La risposta è netta: la stragrande maggioranza del movimento condivide la stessa visione, e chi osa discostarsi lo fa pagando un prezzo altissimo.

Ne è un esempio il caso di Shir Mohammad Abbas Stanikzai, ex viceministro degli Affari esteri talebano. In un discorso pubblico aveva sostenuto che le restrizioni imposte alle donne, in riferimento all’accesso all’istruzione, fossero contrarie ai principi dell’islam. Aveva ricordato che ai tempi del profeta Maometto la conoscenza era aperta sia agli uomini che alle donne. Aveva dichiarato, riferendosi al divieto sull’istruzione secondaria e universitaria: «Non c’è alcuna giustificazione per questo, né ora né in futuro. Stiamo commettendo un’ingiustizia nei confronti di 20 milioni di persone».

Dopo questo discorso, il leader supremo dei talebani, Hibatullah Akhundzada, ha ordinato il suo arresto e Stanikzai è fuggito dal Paese.

«Una piccola minoranza ha idee diverse riguardo alle donne; solo sull’istruzione, non su tutte le libertà e i diritti che ci spetterebbero. Ma anche solo questo non rientra nell’ideologia dei talebani», dice Lailuma, aggiungendo una considerazione più ampia sui problemi che nascono quando politica e religione si intrecciano. Il caso Stanikzai dimostra che anche il minimo di dissenso, all’interno del regime, viene sistematicamente soffocato.

Apartheid di genere

Alcune organizzazioni della società civile insieme a esperti delle Nazioni Unite chiedono che l’apartheid di genere venga riconosciuto come crimine contro l’umanità, in quanto «atti disumani commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo di genere su qualsiasi altro, commessi con l’intenzione di mantenere tale regime».

Lailuma Sadid è convinta che questa definizione sia l’unica adeguata a descrivere ciò che accade nel suo Paese. Codificare l’apartheid di genere come crimine nel diritto internazionale significherebbe stabilire uno standard legale chiaro per affrontare la repressione sistematica delle donne, non solo in Afghanistan, ma ovunque si verifichi, riconoscendola come crimine e non come eccezione culturale.

Nel frattempo, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati di arresto nei confronti di due alti dirigenti talebani, il leader supremo e il presidente della Corte suprema afghana Abdul Hakim Haqqani, accusandoli di crimini contro l’umanità per la persecuzione sistematica di donne e ragazze.

Secondo la Cpi, vi sono motivi fondati per ritenere che i due abbiano ordinato l’attuazione di politiche che hanno privato le donne dell’istruzione, della privacy, della vita familiare e delle libertà fondamentali di movimento, espressione, pensiero e religione.

Normalizzare i rapporti

Mentre scriviamo, è in programma per l’estate del 2026 un incontro a Bruxelles tra rappresentanti dei talebani e funzionari della Commissione europea. Viene descritto come tecnico, finalizzato a coordinare il rimpatrio di afghani considerati un rischio per la sicurezza o privi dei requisiti per restare nell’Unione europea. Sarebbe la prima volta dal 2021 che funzionari talebani vengono ospitati in Europa. Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione opponendosi esplicitamente all’invito.

Lailuma Sadid guarda con indignazione questa prospettiva. Per lei non si tratta di una questione tecnica, bensì di legittimazione: «È la normalizzazione di questa situazione. Stanno invitando nella capitale dell’Unione europea membri dello stesso gruppo nei confronti del quale la Cpi ha emesso mandati di arresto per crimini contro l’umanità».

Ripensiamo a quella metà. La raffiguriamo nella mente, la applichiamo a un’intera popolazione, e ci rendiamo conto che non riusciamo davvero a farlo. C’è qualcosa in quella cifra che sfugge alla comprensione.

Lailuma Sadid quella metà la conosce: sa com’è il viso di quelle ragazze, ha percorso le strade dei villaggi dove si tengono le classi clandestine, ricorda le studentesse che si sono diplomate nella scuola che aveva contribuito a costruire. Sa anche che quella metà potrebbe essere dimenticata, perché il mondo guarda in fretta altrove.

In Lailuma c’è qualcosa di ostinato, ben lontano però dall’ottimismo. Assomiglia alla consapevolezza che il silenzio ha un costo, che viene pagato sempre dalle stesse persone, e questo la spinge a parlare e a tenere attivi i collegamenti tra la diaspora e la popolazione, in particolare le donne, rimaste in Afghanistan. Là, in questo momento, c’è una ragazza che studia di nascosto. Non sappiamo come sia il suo volto e non sappiamo se domani riuscirà ancora a farlo. Sappiamo solo che lo sta facendo perché, come dice Lailuma, «Continueremo a lottare finché non avremo ottenuto i nostri diritti».

Eva Castelletti




Il Buddha nella roccia

È la grande festa di compleanno del Buddha. Un gruppo di cattolici è invitato a condividerla in un luogo speciale. Tra loro un missionario della Consolata, impegnato da molti anni nel dialogo tra le religioni nel Paese dell’estremo Oriente.

Cheonan. Stiamo andando a fare una visita speciale, invitati, in via eccezionale, insieme a un gruppo di coreane e coreani cattolici, una quindicina in tutto. Sono i membri della Commissione per il dialogo interreligioso, della diocesi di Daejeon (centro Ovest del Paese). Tra loro, padre Diego Cazzolato, missionario della Consolata e vice presidente della commissione. Ci sono anche due suore Clarisse missionarie della santissima Eucarestia. Una delle due è una giovane messicana.

Andiamo a Pungse-myeon dove, su una bassa montagna chiamata Taehaksan, si trova il monastero buddhista di Haeseonam, guidato dal monaco Bop-yeon.

Arrivati alla base del monte, troviamo un ingresso, davanti al quale di norma si forma la coda per la visita dei luoghi sacri. Noi, invitati dal monaco, proseguiamo direttamente. Arriviamo così in un piccolo parcheggio e, guardando la montagna, intravediamo, in mezzo agli alberi, il tempio sulla sinistra. Ha forma rettangolare e dimensioni modeste. Sullo sfondo vediamo grosse rocce tondeggianti. File di lanterne colorate sono appese tra gli alberi a ricordare che in questi giorni si festeggia il compleanno di Buddha.

Facciamo l’ultimo tratto di strada a piedi e, in cima, di fronte al tempio, ci accoglie lui, il monaco Bop-yeon, nel suo lungo vestito grigio chiaro (è questo il colore del buddhismo in Corea). Ha il viso rotondo, porta occhiali con una spessa montatura, e sorride infondendo serenità. È completamente rasato, il che conferisce una certa lucentezza al volto. Con lui c’è anche una monaca Il-yang, che ci dirà essere stata una sua allieva. Indossa pure lei una tunica grigia.

Il monastero Haeseonam, sulla montagna Taehaksan, nei pressi della città di Cheonan. (Foto Marco Bello)

Il Buddha di pietra

Dopo i convenevoli di benvenuto, i due monaci ci invitano a seguirli. Davanti al tempio, è in bella mostra uno striscione di accoglienza – ovviamente in lingua coreana – per la delegazione cattolica.

È proprio per il compleanno di Buddha, grande festa per i buddhisti, che la Commissione diocesana per il dialogo interreligioso ha proposto a Bop-yeon di visitarlo per una celebrazione in condivisione e lui ha immediatamente acconsentito.

Il tempio è immerso nel verde, sul posto c’è solo il nostro gruppo e regna una grande tranquillità. Bop-yeon s’incammina per un sentiero di gradini di pietra non uniformi che comincia dietro al tempio e si inerpica sulla montagna.

Lo seguiamo dentro il fitto del bosco che ricopre tutta la zona. Saliamo, poi, per una scala di legno piuttosto ripida. A un certo punto compare una grande roccia piatta che si staglia verso il cielo. Su di essa è scolpita la figura intera di Buddha in piedi. È il Yang Hiun Moh, un’opera che – ci dice il monaco Bop-yeon – data di oltre mille anni.

Il Buddha nella roccia di Samtae-ri, è una statua di granito alta 7,1 metri e risale al periodo della dinastia Goryeo (918-1392), durante la quale il buddhismo ebbe un grande impulso. È classificato tesoro nazionale sudcoreano. Il gruppetto si ferma per un momento di raccoglimento e preghiera, guidato dal monaco.

Bop-yeon mostra alla delegazione cattolica il Buddha di Samtae-ri, tesoro nazionale. (Foto Marco Bello)

La Consolata in Asia

Padre Diego ha fatto parte del primo gruppo di missionari della Consolata arrivati in Corea del Sud nel 1988. Prima del nostro arrivo al tempio ci ha raccontato questo percorso: «Uno dei motivi per cui l’Imc ha scelto la Corea come sua prima apertura in Asia, è il fatto che permetteva di entrare in contatto con le grandi religioni orientali, con le quali l’Istituto non aveva mai interagito nella sua storia. La Chiesa, in quel periodo, stava insistendo sul dialogo».

Le difficoltà iniziali sono state tante e hanno visto i primi missionari impegnati nell’inserimento culturale, linguistico, pastorale. Queste hanno fatto passare il tema del dialogo interreligioso in secondo piano. «Risultava difficile trovare una strada – ha continuato padre Diego -. Io avevo già visitato parecchi centri delle altre religioni, come templi buddhisti, l’università e il centro confuciano, ma senza iniziare nulla di concreto».

Qualche anno dopo, i missionari entrarono in contatto con «La catena della pace», un gruppo di dialogo formato da giovani delle diverse religioni. Questo realizzava incontri ai quali partecipavano sacerdoti, seminaristi, giovani che si preparavano a diventare monaci buddhisti, alcuni leader di altri gruppi religiosi.

«Iniziai a frequentare il gruppo – ci ha raccontato il missionario -. Ci radunavamo e invitavamo un esperto che ci parlasse di una religione». Era la metà degli anni Novanta.

Dentro al tempio, l’incontro tra i monaci buddhisti e la delegazione cattolica. (Foto Marco Bello)

Un passo importante è stato la costruzione di un centro per il dialogo interreligioso: «Come comunità della Consolata abbiamo deciso di creare un piccolo centro per il dialogo. Abbiamo comprato un terreno, nella zona di Pucheon, dove c’era la nostra sede in Corea del Sud, e abbiamo costruito la casa».

Dopo alterne vicende, che hanno visto padre Diego distaccato per un periodo a Roma, come membro del Segretariato generale per le missioni dell’Istituto, sono state finalmente lanciate diverse attività. «La catena della pace ha preso il nostro centro come riferimento per gli incontri».

Il gruppo che frequentava il centro della Consolata è entrato in contatto con un monaco anche lui molto interessato al tema. «Quel monaco stava formando alcune persone al buddhismo. Noi seguivamo alcuni giovani e coppie di cattolici che erano disposti a impegnarsi in questo. Abbiamo organizzato incontri mensili tra i due gruppi. Una volta si andava al tempio, e quella successiva al nostro centro. Ogni mese sceglievamo un tema di dibattito: la preghiera, la misericordia, il perdono, la vita comunitaria. Stavamo realizzando incontri di base tra i fedeli delle due religioni. È stato un esperimento molto valido e bello. Qualche tempo dopo, il monaco è stato trasferito e il suo gruppo di discepoli si è sciolto, così i nostri incontri sono terminati».

Padre Diego Cazzolato (Imc) con il monaco Bop-yeon e la monaca Il-yang, durante la cerimonia di accoglienza. (Foto Marco Bello)

Organizzazioni nazionali

In Corea del Sud esistono alcune organizzazioni che si occupano di dialogo interreligioso. A livello nazionale c’è la Korea conference of regligions for peace (Kcrp, Conferenza coreana delle religioni per la pace). Ha una sede centrale a Seul e sezioni distaccate nelle varie provincie.

La Kcrp raggruppa le sette grandi religioni della Corea: cattolicesimo, protestantesimo, buddhismo, buddhismo won, chondogyo (ceondoismo, cfr. MC ottobre 2025), confucianesimo, le religioni popolari coreane (come lo sciamanesimo, la religione della via, e altre).

Nel 2012 i missionari della Consolata sono stati costretti a chiudere il centro per il dialogo di Puchon, perché l’amministrazione comunale aveva deciso di riqualificare l’area. Hanno poi aperto un nuovo centro, più spazioso, a Daegeon, più a Sud, dove attualmente è presente una delle tre comunità Imc in Corea. «Dopo esserci trasferiti a Daegeon, iniziai a prendere parte alle riunioni regionali del Kcrp», ci ha detto padre Diego.

Un’altra organizzazione importante per il dialogo interreligioso è ecclesiale, ovvero quella creata dalla Conferenza episcopale coreana: la Commissione episcopale per il dialogo ecumenico e interreligioso. «Il vescovo Choi Ki-san Bonifacio (all’epoca presidente della commissione, ndr) nel 2002 ha invitato uno di noi a fare parte della commissione. Gli incontri si tengono ogni due tre mesi. Vengono preparate celebrazioni ecumeniche, incontri ufficiali tra teologi cattolici e protestanti, visite ufficiali a templi per la festa di Buddha. Quando fu creata nei primi anni 2000, c’era molto interesse per il dialogo, in particolare per capire come formare meglio i cattolici a esso. Su mia iniziativa, abbiamo tradotto in coreano un libretto divulgativo del cardinale Fransis Arinze su questo tema e preparato altri sussidi».

Padre Diego è stato membro della commissione episcopale, a livello centrale, dal 2002 al 2025.

«La presenza del nostro centro a Daegeon ha poi spinto la diocesi a formare la sua Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Il presidente era un diocesano e io ero il vice. Vi fanno parte altre religiose e religiosi e laici, alcuni nostri amici che frequentano il centro. Si può dire che la Consolata è la base di questa commissione diocesana». Sono proprio i membri di questa commissione, insieme ad alcuni amici della Consolata, che ora visitano il monaco buddhista per la festa del Buddha.

Monastero Haeseonam (Chonan). Corea del Sud. Visita della Commissione diocesana per il dialogo interreligioso, in occasione della feste di compleanno del Buddha. Il monaco Bop-yeon suona il tamburo con i pugni.(Foto Marco Bello)

Il compleanno del Buddha

Dopo la visita al Buddha scolpito nella roccia, il monaco Bop-yeon ci indica di seguirlo e, lentamente, scendiamo verso il tempio.

Ci fa quindi accomodare nella sala principale della struttura, dove sono state predisposte tre file tavolini bassi. Ci sediamo di fronte a essi a gambe incrociate. Sono posti a ferro di cavallo e sul lato comune si siedono i monaci, padre Diego e le suore.

Ci viene subito servito del particolare tè dal colore rosa.

Il soffitto è ricoperto di centinaia di lanterne colorate, a ognuna delle quali è attaccato un biglietto con un augurio.

Bop-yeon regala a ciascuno di noi un semplice braccialetto realizzato con un intreccio di cordini colorati, che recano al centro cinque perline di colori diversi. Dopo una parola di benvenuto ci spiega il significato del braccialetto: «La perlina centrale è ognuno di voi. Le quattro perline che la circondano sono i quattro punti cardinali e rappresentano il Mondo. Il significato è che la tua esistenza è magnifica, preziosa per il mondo, e serve a renderlo migliore. Ha quindi un senso fondamentale. Bisogna, però, cercare la consapevolezza di questo essere preziosi per aiutare il mondo. Questo è il valore del cuore di Buddha».

Bop-yeon parla poi delle relazioni tra buddhisti e cattolici: «Un valore fondamentale per il buddhismo è la misericordia, e per il cristianesimo è l’amore. Non sono molto diversi. Viviamoli insieme. Ecco perché è importante dialogare». Infine, aggiunge una considerazione sulle nuove generazioni: «La nostra società è materialista e tecnologica, ma proprio per questo, nei giovani, c’è una grande sete di spiritualità e di senso della vita. Li cercano in una religione, purtroppo però noi religiosi siamo spesso impreparati ad accoglierli».

La monaca Il-yang, che è stata tutto il tempo a fianco di Bop-yeon, vive in un altro monastero, più grande, chiamato Makogsa. In esso offrono la possibilità di accoglienza a chi vuole passare alcuni giorni in silenzio e meditazione. Prende la parola e dice: «Molti giovani vengono a passare qualche giorno con noi, ma le motivazioni sono quelle di uno stacco temporaneo dallo stress quotidiano. Bisognerebbe invece uscire dall’aridità spirituale e continuare il percorso».

Il monaco chiede a noi cosa pensiamo del Buddha di pietra. Rispondiamo che ha oltre mille anni, e noi vi abbiamo sostato davanti pochi minuti, con la consapevolezza che sarà ancora lì per migliaia di anni. Bop-yeon è contento e ci regala un quadro raffigurante il Buddha Samtae-ri.

Il gruppo della Commissione diocesana del dialogo in cammino verso il Buddha nella roccia. (Foto Marco Bello)

Un tempo difficile

La Commissione diocesana lavora anche sul dialogo ecumenico, realizzando tutti gli anni, insieme ai protestanti, una celebrazione durante la «Settimana per l’unità dei cristiani». Ogni anno, il luogo della celebrazione, si alterna tra una chiesa cattolica e una protestante. Anche l’omelia viene fatta in modo alterno da un pastore e un sacerdote.

Sul fronte del dialogo con le altre religioni, invece, la Commissione ha messo in piedi una «scuola di dialogo» itinerante in diverse parrocchie. Realizza visite mirate a centri di culto di altre religioni e cura l’invio degli auguri per tutte le festività religiose. Inoltre, partecipa alle attività della Conferenza delle religioni per la pace.

Secondo padre Diego, però, il dialogo interreligioso in Corea, a partire dal tempo del covid, sta attraversando una stagione difficile: «Dopo l’interruzione totale durante il periodo pandemico, il processo è risultato un po’ statico. Si sono ridotte le frequenze degli incontri, i rappresentanti dei buddhisti non partecipano quasi più o sono rari. I sacerdoti diocesani non sono molto interessati. Un’altra difficoltà – ci ha ricordato il missionario – è che tutti hanno limiti di tempo nei loro incarichi. Dopo tre o quattro anni vengono spostati. Noi (della Consolata) siamo quelli che durano di più».

La base culturale

Padre Diego ci ha spiegato un’altra difficoltà di fondo: «È difficile fare il dialogo come tale, in profondità. Perché la base culturale è uguale per tutti i coreani. In quella base comune ritrovano l’unità e non hanno bisogno di confrontarsi. Le differenze sono messe da parte: siamo tutti coreani. Da un lato questo è molto bello e utile, però, secondo me, impedisce di riconoscere le differenze, ad esempio tra le religioni. Il buddhista dice: Va tutto bene, non c’è alcuna differenza che io sia monaco buddhista e tu prete cattolico, siamo tutti coreani. Ma così, non si va in profondità».

La vibrazione dei tamburi

Prima di congedarci, i due monaci ci invitano alla pagoda dei tamburi. La monaca Il-yang si esibisce in una suonata con i bastoni. In successione, il monaco Bop-yeon ne esegue una con i pugni. Le vibrazioni delle grosse percussioni fanno risuonare all’unisono i presenti. Anche questo «vibrare e ascoltarsi» è dialogo.

Marco Bello

(Foto Marco Bello)



Laos. Tra aperture e isolamento

È uno dei Paesi più giovani del Sudest asiatico. Le sue grandi potenzialità cercano sbocchi che il partito unico, al potere dal 1975, stenta ad aprire. La libertà di culto è garantita, ma il controllo statale è pervasivo. La piccola Chiesa laotiana si muove con discrezione.

C’è una generazione emergente in Laos, Paese del Sudest asiatico. Un territorio di morbidi rilievi e boschi incontaminati, solcato dal corso del fiume Mekong, la «grande madre» che segna profondamente la vita locale.

Con i suoi 7,8 milioni di abitanti, dei quali la metà ha meno di 30 anni, il Laos ha una delle popolazioni più giovani dell’area.

Questa struttura demografica rappresenta una delle sue principali risorse: milioni di giovani, infatti, stanno entrando nel mercato del lavoro proprio mentre il Paese, governato da un regime che lo ha isolato a livello internazionale, cerca di modernizzare la propria economia e rafforzare l’integrazione nei circuiti economici regionali come l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean).

La sfida consiste nel trasformare questo potenziale demografico in una forza in grado di trasformare il Paese.

piantumazione del riso nella provincia centrale di Khammouane. © Peter Gnantina Phiakeo

Economia aperta, potere chiuso

Il Paese, poco più piccolo dell’Italia, senza sbocco sul mare, e incastonato tra Cina, Vietnam, Thailandia, Cambogia e Myanmar, sta vivendo una fase di trasformazione profonda.

Dal 1975, è caratterizzato dalla stabilità di un regime a partito unico, il Partito rivoluzionario del popolo lao, instauratosi dopo una lunga guerra civile condotta dal movimento comunista Pathet Lao che rovesciò la monarchia. Sotto la guida del Partito, lo Stato comunista penalizzò tutte le libertà individuali.

I tentativi iniziali di collettivizzazione agricola forzata e la nazionalizzazione delle terre provocarono una gravissima crisi economica e la fuga di oltre il 10% della popolazione.

Le successive riforme e il «Nuovo meccanismo economico», tra il 1986 e il 1990, aprirono una fase inedita: seguendo il modello del Doi Moi vietnamita (cfr. dossier MC aprile 2025) e della Perestrojka sovietica, a metà degli anni Ottanta, con il leader Kaysone Phomvihane, il Paese abbandonò il socialismo reale per aprirsi agli investimenti stranieri. Il Partito mantenne, però, da allora fino a oggi, il monopolio assoluto del potere politico.

Nel 1991 venne adottata la prima Costituzione ufficiale che blindò il ruolo del Partito e, allo stesso tempo, legalizzò la proprietà privata concedendo alcune aperture e diritti, come la libertà di professare una religione.

Nello stesso anno, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Laos iniziò a diversificare i propri partner internazionali fino alla svolta del 1997, quando fu ammesso come membro ufficiale dell’Asean, rompendo definitivamente l’isolamento.

A livello politico, il Governo normalizzò le relazioni con i vecchi nemici della Guerra fredda, inclusi gli Stati Uniti, la Thailandia e le istituzioni finanziarie globali (come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale).

Nel 2013 il Laos entrò ufficialmente nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto nell’acronimo inglese), completando la sua transizione verso l’economia globale.

Negli ultimi quindici anni, la Cina è diventata il principale partner economico, investitore e creditore del Paese.

Il Laos è un hub strategico della «Belt and road initiative» cinese, simboleggiato dal collegamento ferroviario tra le capitali dei due Paesi, inaugurato nel 2021.

La sfida politica principale si è spostata sulla gestione di un altissimo debito estero, contratto soprattutto con Pechino.

Un giovane monaco buddista spinge un carretto a mano per unirsi agli altri impegnati a pulire il cortile del tempio Wat Xieng Thong a Luang Prabang (Laos) – © Basile Morin/commons.wikimedia.org

La stagione delle riforme

Il Paese è oggi impegnato in un delicato percorso di modernizzazione economica e sociale che sta modificando il volto di una nazione tradizionalmente rurale e agricola.

Pur restando uno dei Paesi meno sviluppati del Sudest asiatico, il Laos attraversa una transizione che coinvolge le strutture produttive, il tessuto sociale, le infrastrutture, l’istruzione e il rapporto delle nuove generazioni con il mondo.

In questo processo i giovani sono protagonisti. Si tratta di una generazione cresciuta in un contesto profondamente diverso da quello vissuto dai suoi genitori: è più istruita, più mobile, più esposta ai flussi culturali internazionali, e più consapevole delle opportunità da cogliere per il futuro.

Le elezioni generali del febbraio 2026 hanno confermato l’emergere di una nuova generazione di tecnocrati.

Sebbene provenienti da famiglie con un potere consolidato nel Partito, si presentano oggi come figure concentrate su temi della trasformazione digitale, della modernizzazione dello Stato, dell’apertura ai mercati e alle istituzioni internazionali.

Il processo si nota anche nel campo della formazione e dell’istruzione: un numero crescente di laotiani studia nelle università nazionali o all’estero, in particolare in Thailandia, Vietnam, Cina e altri Paesi asiatici.

Al loro ritorno portano competenze professionali, conoscenze linguistiche e nuove idee imprenditoriali che contribuiscono al cambiamento della società.

In ambito economico sta così emergendo una generazione di piccoli imprenditori attivi nei settori del commercio digitale, del turismo, dei servizi e delle tecnologie informatiche.

Il mondo del lavoro sta cambiando. Molti giovani non vedono più nell’agricoltura l’unica possibilità, e cercano opportunità nei servizi, nel turismo, nell’industria leggera, nel commercio e nell’economia digitale.

Questa trasformazione comporta nuove aspettative sociali e culturali, ma anche la necessità di creare posti di lavoro.

In questa cornice si sta sviluppando il segmento dell’ecoturismo, una componente delle politiche di sviluppo sostenibile del Paese.

Grazie a un patrimonio naturale ancora in gran parte incontaminato, il Laos ha costruito un’offerta su trekking, osservazione della fauna, turismo fluviale e soggiorni nelle comunità rurali.

Il sistema delle aree protette comprende venti parchi e riserve nazionali che coprono circa il 14% del territorio nazionale, mentre le aree protette da tutela ambientale arrivano a circa il 20%.

Negli ultimi anni, la forte crescita del turismo internazionale ha favorito anche l’espansione dell’ecoturismo: nel 2024 il Laos ha accolto oltre 4,1 milioni di visitatori stranieri, generando più di un miliardo di dollari di entrate turistiche.

Oltre al fattore economico, l’ecoturismo assume una rilevante funzione sociale, creando opportunità di reddito nelle aree rurali e incentivando la conservazione delle risorse naturali attraverso progetti di turismo comunitario.

una delle cappelle rurali seguite da padre Peter Gnantina Phiakeo. © Peter Gnantina Phiakeo

La vita della Chiesa

In un Paese in fermento, che guarda al futuro con speranza e voglia di cambiamento, la Chiesa si muove nella cornice di uno Stato con impronta comunista che, pur lasciando libertà di culto, esercita un controllo diretto sulla sua vita.

In questo contesto, la piccola comunità cattolica (poco più di 51mila anime) vive una delicata ma promettente fase di transizione. Questa è segnata dal «passaggio di testimone» tra la generazione dei pastori che hanno guidato i fedeli nei decenni più difficili, e una nuova generazione di vescovi, sacerdoti e laici chiamata a raccoglierne l’eredità.

Incontriamo a Roma il gesuita spagnolo padre Enrique Figaredo Alvargonzález, classe 1959, dal 1985 presente in Indocina, prefetto apostolico di Battambang, in Cambogia, dal 2000.

Segue la Chiesa laotiana recandosi spesso nel Paese in qualità di presidente dal 2024 della Conferenza episcopale di Laos e Cambogia (Celac).

Conferma a Missioni Consolata: «In un Laos brulicante di giovani, che aspirano, quasi inquieti, a costruire il loro futuro e desiderano un Paese inserito nel contesto internazionale, anche nella Chiesa cattolica c’è un cambio generazionale e si ha la sensazione di vivere un nuovo capitolo della storia, nel segno della speranza».

Prima dell’avvento del comunismo, le vecchie generazioni godevano della possibilità di studiare oltreconfine. Potevano così coltivare la propria spiritualità grazie al confronto con le comunità ecclesiali di altri continenti e alla presenza dei missionari. La situazione è mutata radicalmente tra la fine del 1975 e il 1976. Con l’ascesa al potere del Pathet Lao e la nascita della Repubblica democratica popolare del Laos, il nuovo Governo ha isolato la nazione e ha espulso i religiosi stranieri. Così, attualmente, il clero è composto interamente da preti e consacrati locali.

Questi ultimi risentono di una preparazione culturale e linguistica più limitata rispetto al passato. Non mancano, tuttavia, eccezioni: monsignor Andrew Souksavath Nouane Asa, classe 1972, vicario apostolico di Paksé, e monsignor Anthony Adoun Hongsaphong, classe 1964, vicario apostolico di Vientiane, hanno perfezionato il proprio percorso rispettivamente in Canada e in Svizzera.

Il presidente della Celac evidenzia come «i giovani sacerdoti, seminaristi e consacrati di oggi non abbiano ereditato lo stesso bagaglio umano, pastorale e teologico garantito un tempo dai missionari. Ciononostante, questa scarsità di mezzi sta stimolando un’immensa creatività pastorale».

La vita (difficile) della Chiesa

La vita ecclesiale nel Paese si svolge con discrezione e perseveranza: «Vescovi, sacerdoti e catechisti laici amministrano i sacramenti, accompagnano i fedeli e mantengono viva la fede nelle piccole comunità.

Devono continuamente presentare rapporti alle autorità governative e affrontare numerosi adempimenti burocratici. È faticoso, ma lo fanno con pazienza».

Secondo il missionario, ciò che colpisce maggiormente è la serenità dei fedeli. «I cattolici laotiani hanno pace nel cuore. Vivono la loro fede con gioia, nonostante le difficoltà. Hanno una fede profonda e rimangono fedeli a Cristo e alla sua missione».

La pastorale si concretizza tramite visite ai villaggi più remoti, dove i cattolici sono spesso dispersi in piccole comunità. Non sempre sacerdoti e vescovi riescono a raggiungerli, per cui molti compiti vengono affidati ai catechisti laici.

«Entrare nei villaggi non è semplice. Bisogna informare preventivamente le autorità e spesso gli ufficiali chiedono spiegazioni sulle attività svolte». Nonostante ciò, continuano i battesimi di bambini e adulti e non mancano conversioni che coinvolgono intere famiglie o perfino interi villaggi provenienti da tradizioni animiste.

Nella comunità laotiana si ricorda con gioia e commozione l’impegno di monsignor Jean Khamsé Vithavong (1942–2024), vescovo e missionario degli Oblati di Maria Immacolata che, fino agli ultimi giorni della sua vita, si è dedicato ad accogliere nuovi battezzati e nuove comunità nella Chiesa.

«Una delle difficoltà è la registrazione ufficiale dei nuovi cattolici. Il Governo consente l’adesione alla Chiesa, ma le procedure di riconoscimento sono lunghe e complesse».

Vocazioni autoctone

Un grande segno di speranza per la Chiesa in Laos è stata l’ordinazione sacerdotale, nell’aprile 2026, dei primi due religiosi redentoristi laotiani, padre Peter Gnantina Phiakeo e padre Philip Nouy Kamhou: «Le ordinazioni infondono fiducia nel futuro. Emergono, infatti, e giungono a compimento vocazioni autoctone al sacerdozio».

I due nuovi sacerdoti hanno compiuto il loro percorso formativo tra Laos, Thailandia, Filippine e Australia, grazie al sostegno della Provincia redentorista della Thailandia.

Essi, dunque, «portano un’esperienza internazionale e una formazione che potrà aiutare la Chiesa locale ad affrontare le sfide future», rileva il gesuita.

Il ruolo ecclesiale dei laici

Una delle caratteristiche più evidenti della Chiesa laotiana è il protagonismo dei laici e dei giovani. «Sono i laici che spesso organizzano le parrocchie, accompagnano le comunità e collaborano nell’opera di formazione nei seminari minori.

Il coinvolgimento dei laici che fungono da catechisti e animatori pastorali è fondamentale e insieme a loro i giovani partecipano con entusiasmo alla vita pastorale».

Tra le iniziative più significative vi è quella promossa da monsignor Andrew Souksavath, che ha inviato numerosi giovani nelle Filippine per partecipare a programmi di formazione alla leadership: «Si investe nella formazione e nella partecipazione. Tuttavia, rimane il problema della povertà: molti giovani, che ricevono una preparazione grazie alla Chiesa laotiana, finiscono poi per emigrare in Thailandia alla ricerca di un lavoro». La migrazione continua, infatti, a rappresentare una delle principali sfide per il Paese.

I giovani cristiani

Confermando una speciale attenzione rivolta alla crescita umana e spirituale dei giovani, la Chiesa locale sta organizzando la partecipazione di una delegazione di giovani da Laos e Cambogia alla Giornata mondiale della gioventù (Gmg) in Corea del Sud nel 2027.

Se per i giovani cambogiani le procedure amministrative risultano più semplici, per quelli laotiani ci sono da affrontare maggiori difficoltà legate ai visti e ai costi di viaggio.

«Grazie al sostegno delle comunità coreane e di altri Paesi asiatici, anche un piccolo gruppo di laotiani potrà essere presente», riferisce Figaredo.

«Per coloro che resteranno nel Paese, celebreremo la Gmg a livello locale».

I giovani laotiani, in ogni caso, vogliono esserci, conoscere, pregare, fare amicizia, dire la loro.

Paolo Affatato

Una Chiesa giovane

La diffusione del Vangelo in Laos dal 1879

Il seme del Vangelo mise radici nel Laos nel 1879, quando padre Nicolas-Abel Fiot, missionario francese della Società per le missioni estere di Parigi (MeP), muovendosi dal Tonchino (odierno Vietnam del Nord), compì uno storico viaggio apostolico fino al villaggio di Naham, situato nella provincia di Sam Neua.

Oggi, dopo quasi centocinquant’anni, la Chiesa locale conta circa 51mila fedeli, organizzati in quattro vicariati apostolici: Vientiane, Thakhek, Paksé e Luang Prabang.

Ogni vicariato è composto da diverse parrocchie e comunità che vivono la fede anche nei villaggi più remoti.

Il personale ecclesiale – a partire dal 1975, quando il Governo comunista espulse tutti i missionari – è esclusivamente laotiano: un cardinale, tre vescovi, circa 50 sacerdoti, nel complesso, una congregazione religiosa locale e 12 congregazioni internazionali, con quasi centocinquanta tra religiosi e religiose, cui si aggiungono una ventina di seminaristi maggiori e quaranta seminaristi minori.

In un contesto a prevalenza buddhista, la piccola comunità cattolica vive la fede e celebra i sacramenti nelle parrocchie, impegnandosi anche in opere sociali di assistenza sanitaria, istruzione, sviluppo comunitario.

La fede del popolo laotiano è stata nutrita dalla fedeltà dei testimoni durante i periodi di persecuzione: tra questi, 17 martiri del Laos sono stati beatificati l’11 dicembre del 2016.

P.A.

padre Peter Gnantina Phiakeo porta la comunione a una donna anziana.



Italia. Le colonne dimenticate

Negli ospedali, nelle case di cura, c’è una figura professionale che non fa rumore. Ma senza di essa nulla si può realizzare, perché è la base su cui la struttura si appoggia. In Italia è chiamata Oss. La testimonianza di una persona che ne ha ricevuto le cure.

Questo testo nasce come un ringraziamento agli operatori sociosanitari (Oss), ma vuole essere anche qualcosa di più. Un invito a riconoscere il valore di chi, troppo spesso, rimane invisibile agli occhi della società.

Nella vita quotidiana tendiamo a dare per scontato molte cose. Diamo per scontato che un paziente venga assistito, che una persona fragile riceva aiuto, che un reparto continui a funzionare giorno dopo giorno. Ma dietro tutto questo ci sono gli operatori sociosanitari.

Gli Oss sono una delle fondamenta del sistema sanitario. Non occupano posizioni prestigiose, non ricevono la stessa attenzione di altre figure professionali e raramente vengono celebrati. Eppure, senza di loro, ospedali, case di riposo e strutture assistenziali non potrebbero funzionare. Sono presenti nei momenti più delicati della vita umana: nella malattia, nella sofferenza, nella fragilità e nella perdita dell’autonomia.

Sono le persone che aiutano, sostengono, ascoltano e si prendono cura degli altri quando questi non possono più farlo da soli. Nonostante ciò, il loro lavoro viene spesso considerato scontato. Molti ricevono poco riconoscimento, poco rispetto e una retribuzione che non riflette l’importanza delle responsabilità che portano sulle spalle ogni giorno. Viviamo in una società in cui tante persone sono costrette a lavorare solo per sopravvivere, non hanno una «vocazione». Gli Oss svolgono un compito che richiede non soltanto competenze, ma anche pazienza, sensibilità, forza emotiva e umanità. Qualità che non possono essere misurate da uno stipendio o da un titolo professionale.

Una presenza importante

Voglio ricordare una semplice verità: gli Oss non sono una presenza secondaria. Sono una risorsa immensa. Sono una delle colonne che sorreggono il sistema sanitario. Senza il loro lavoro silenzioso, costante e spesso invisibile, molte strutture crollerebbero sotto il peso delle necessità quotidiane.

Se un giorno un operatore sociosanitario leggerà queste parole, spero che possa sentirsi riconosciuto. Spero che sappia che il suo lavoro non passa inosservato e che esistono persone capaci di comprenderne il valore. Perché prendersi cura degli altri è uno dei compiti più difficili e più nobili che esistano. E chi lo fa ogni giorno merita rispetto, riconoscimento di dignità e gratitudine.

La testimonianza

Guardando gli altri pazienti, solo poco più grandi di me, io sono l’unica che ha bisogno di cure 24 ore su 24. Questo confronto mi porta a rimuginare di continuo, nelle ore più silenziose della notte, come se il destino avesse premuto il tasto «pausa» su di me, mentre gli altri corrono avanti.

La luce dell’alba entra lentamente nella stanza, cadendo dolcemente sul mio letto e sul mio viso. Non è accecante come quella di mezzogiorno, ma porta con sé una temperatura lenta e affettuosa, come se accarezzasse un’anima stanca. Sono sdraiata a guardare il cielo passare dal blu intenso alla tonalità arancione, rosa, rosso scuro, fino a scomparire nell’oscurità. In quel momento,   sento come il sole: apparentemente immobile, mentre la Terra ruota. E io, che sembro ferma, so che il tempo non si è fermato. Il mondo va avanti, le stagioni cambiano, persino le ombre degli alberi fuori dalla finestra si muovono silenziose, mentre io resto a letto, a osservare il fluire e il passare della luce, impotente.

Arrivano gli Oss

Loro, gli Oss, sono così innocenti, gentili. Alcuni hanno trent’anni, altri quaranta, cinquanta, eppure conservano un cuore morbido e puro. Il tempo segna il loro volto, ma non toglie la loro innocenza. Io, invece, pur essendo ancora giovane, sono costretta a confrontarmi con fragilità, impotenza e solitudine in anticipo. Eppure, mi dico che ho ancora un futuro, che non ho perso del tutto me stessa. Posso ancora pensare, sentire, emozionarmi per un raggio di luce o una semplice parola.

A volte mi vedo affondare lentamente. Non mangio, non bevo, passo intere giornate a fissare il soffitto. Il tempo scivola via come acqua tra le dita. Mi chiedo spesso perché stia sprecando così i giorni, la vita stessa. Perché, sapendo che domani potrebbe essere ancora più difficile, lascio che oggi passi vuoto? In realtà, non voglio questo. Vorrei alzarmi, correre, abbracciare il mondo. Ma il peso del corpo e le ombre dell’anima mi trascinano nel baratro della decadenza, facendomi cadere ancora e ancora. Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualche luce che brilla per me.

Come angeli

Ringrazio l’esistenza degli Oss. Sono come angeli, che corrono tra vita e morte, vegliando su ogni respiro fragile. Mi trattano con tanta cura che, a volte, mi sembra irreale. Come un sogno. Se fosse un sogno, vorrei rimanere qui per sempre. Mi confortano quando perdo il controllo, stanno al mio fianco quando resto in silenzio. Valorizzano ogni vita, sana o malata, ottimista o abbattuta. Nei loro occhi, non sono mai un peso, ma una persona che merita attenzione e affetto. Mi affido a loro, mi lascio cullare da questa presenza, e non riesco a immaginare un mondo senza di loro.

Forse questo è il senso della vita: illuminarsi a vicenda nell’oscurità, sostenersi nella fragilità. Quando non possiamo brillare, qualcuno tiene accesa la luce per noi. E quando riusciremo a raccogliere un po’ di forza, forse un giorno anche noi potremo accendere una luce, piccola ma reale, per qualcun altro.

Un Oss mi ha detto: «Se questa volta non ti hanno sconfitto, la prossima volta che ti rialzerai sarai ancora più forte».

Anche se ora sono ancora a letto, intrappolata in questa piccola stanza, so che la notte finirà. Come il sole che domani sorgerà ancora, anche la mia vita continua silenziosamente ad andare avanti.

Wen Jing Ye*
*Studentessa al quinto anno di liceo linguistico, ama la lettura e l’atletica. Le piace scrivere e fotografare.

Il lavoro degli operatori socio sanitari (Oss) in ospedale. Qui una Oss aiutata da un infermiere. (Foto Stefania Garini)

Tra vocazione e «burnout»
Il lavoro degli operatori sociosanitari

Gli operatori sociosanitari (chiamati comunemente Oss), forniscono assistenza alle persone malate o non autosufficienti prendendosi cura dei loro bisogni primari (igiene, alimentazione e idratazione, mobilità) e promuovendone l’autonomia e il benessere psicofisico. Questa figura professionale è stata introdotta nel 2001 tramite un accordo della Conferenza Stato-Regioni, allo scopo di mettere ordine in una babele di qualifiche preesistenti, ausiliarie e di supporto al lavoro di medici e infermieri.

Per diventare Oss occorre avere la licenza media e frequentare un corso specifico di almeno mille ore, di cui metà circa destinate al tirocinio pratico. Le possibilità d’impiego sono numerose, dagli ospedali alle residenze per anziani (Rsa), dai centri diurni alle comunità terapeutiche, dalle cliniche private al servizio a domicilio. I corsi di formazione sono spesso gratuiti, finanziati da fondi regionali o programmi d’inserimento lavorativo; mentre per quelli a pagamento il costo si aggira tra i 1.500 e i 3.000 euro.

In Italia sono attivi circa 200-300mila operatori sociosanitari, la maggioranza donne (85-90%), con età media di 50 anni (Dati Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e stipendi mensili tra i 1.200 e i 1.600 euro (per chi ha più anzianità) netti. Ma, stando alle associazioni di categoria, servirebbero almeno 80mila operatori in più: una carenza strutturale che ha ripercussioni sui diretti interessati – turni massacranti, sovraccarico di lavoro, salari inadeguati – ma anche sulla qualità dell’assistenza ai degenti.

Una scelta di cuore

Si tratta di un mestiere pesante sul piano fisico, ma anche emotivo, dovuto all’interazione continua con persone fragili, sofferenti, talvolta aggressive. Che cosa spinge ad abbracciare questa professione?

«Per me è stata anzitutto una scelta di cuore. Sono rimasta vedova giovane, dopo aver assistito a lungo mio marito, così ho scoperto questa realtà. Vedevo gli Oss in ospedale, al pronto soccorso, a casa nostra, sempre attenti e premurosi, si prodigavano per far sentire meglio i malati, per regalare un po’ di serenità», racconta Lidia, 55enne, che è diventata Oss una decina d’anni fa. «Un altro motivo è stata la precarietà lavorativa: ho fatto l’operaia, la centralinista, la toelettatrice di animali. Nell’ultimo periodo ero impiegata in una ditta di stampaggio che poi ha chiuso, ero spesso in cassa integrazione allora ho deciso di unire l’utile al dilettevole e dedicarmi a quell’occupazione che sognavo da tempo».

Oggi Lidia lavora nel reparto di cardiologia di un ospedale pubblico a Torino, ma il suo primo impiego è stato in una residenza per anziani. «Sono scappata a gambe levate dopo quattro mesi», racconta. «Avevamo contratti ai minimi sindacali. Ma non solo: oltre alle incombenze materiali, secondo me il nostro compito è portare un sorriso, una parola gentile, permettere alle persone di raccontarsi condividendo i momenti belli della loro vita, così sono stata richiamata diverse volte perché “perdevo tempo a parlare”. Erano troppo fiscali nell’applicare il “minutaggio”». Si tratta di regole, definite tramite delibere regionali, che stabiliscono la quantità di tempo che l’operatore può dedicare a ogni paziente, in base alla gravità.

Un ruolo terapeutico

«In alcuni casi potevamo stare con una persona solo venti, trenta minuti al giorno, spalmati su più turni, senza tener conto dei reali bisogni dei degenti: molti, pur autosufficienti, sono lenti nel muoversi, nel lavarsi, ecc. Il nostro dovere sarebbe favorirne l’autonomia residua; invece, per andare più in fretta, eravamo costretti a sostituirci a loro, lavandoli o imboccandoli anche quando potevano farlo da soli. Per il paziente è deleterio, e umiliante».

Parole confermate dai recenti studi di epigenetica (la scienza che indaga l’influenza dei fattori ambientali sui geni, nda) secondo cui, grazie alla loro capacità di relazione, ascolto attivo e incoraggiamento, gli Oss possono avere un ruolo non solo assistenziale ma anche terapeutico.

Lidia ha superato il momento critico dovuto all’impossibilità di svolgere al meglio il suo compito, quando ha cambiato posto di lavoro. Una soluzione frequente tra gli operatori sanitari, che nel 50% dei casi accusano sintomi di esaurimento psicofisico o vero e proprio burnout (sindrome da stress cronico correlato al lavoro): stanchezza, insonnia, ansia, demotivazione, frustrazione, irritabilità e perdita di empatia nei confronti dei pazienti, fino a casi limite come quello di Luserna San Giovanni (dove, nel 2025, sono stati arrestati otto operatori di una comunità accusati di gravi violenze e abusi su disabili psichici, nda).

Evitare il «burnout»

«Per ovviare al rischio di burnout, la cooperativa per cui lavoro mette a disposizione supervisioni di gruppo con una psicoterapeuta e consulenze psicologiche individuali, a cadenza mensile», racconta Barbara, Oss da quasi 25 anni, occupata in una comunità residenziale di ragazzi autistici.

Barbara ammette che da un po’ si sente stanca ed esaurita, e sta pensando di rivolgersi allo psicologo della struttura. «Il problema non è il lavoro in sé, che mi è sempre piaciuto, e nemmeno il rapporto con i ragazzi, che a loro modo sanno essere affettuosi e dare soddisfazioni. Quel che non funziona è l’organizzazione del lavoro, il carico di responsabilità e l’essere sempre sottodimensionati».

Paradossalmente, in questo caso gli ospiti della comunità «sono quasi più contenti quando in un turno siamo pochi, perché possono starsene spiaggiati a guardare la tv anziché essere accompagnati a svolgere le attività riabilitative: arte terapia, laboratorio di cucina, cura dell’orto… Ma è evidente che non è un bene per loro».

Nella maggior parte dei casi la carenza di organico ha un impatto negativo. «Prima di andare in cardiologia ho lavorato in medicina generale», ricorda Lidia, «una volta, la figlia di una degente mi ha insultata perché sua mamma aveva bisogno di essere cambiata e ci aveva già chiamati più volte invano; purtroppo, noi eravamo pochi, c’era un uomo in arresto cardiaco e dovevamo dare la priorità a lui… una situazione frustrante e difficile per tutti».

Empatia, sensibilità e…

Anche il clima che si crea con i colleghi e gli altri professionisti sanitari può essere determinante per la qualità del lavoro. Possono insorgere conflitti o rivalità, ma «bisogna imparare a collaborare per il bene del paziente», continua Lidia. «Noi Oss siamo utili perché cogliamo aspetti particolari del malato, se ha piaghe o dermatiti, se è disidratato o ha la febbre, e anche gli sbalzi di umore. A volte, poi, i pazienti ci confidano cose che ai medici e agli infermieri non dicono. Noi dobbiamo, comunque, attenerci alle indicazioni di questi ultimi, come prevede il nostro ruolo professionale, e avere l’umiltà di capire che di fronte abbiamo qualcuno – paziente o collega che sia – con un vissuto diverso dal nostro, che va rispettato».

Il mestiere dell’Oss è difficile e delicato, per contro non si corre mai il rischio di restare disoccupati: per i giovani che devono decidere «cosa fare da grandi» può valere la pena? «Malgrado i problemi, se dovessi tornare indietro, rifarei tutto da capo, perché il rapporto con le persone, anche le più malate e sofferenti, è arricchente, ci fanno sentire utili e ci donano affetto», dice Barbara.

«Sono entusiasta come il primo giorno», conferma Lidia, «e consiglio senz’altro questo lavoro, ma non a tutti. Occorrono le giuste attitudini: empatia, sensibilità e tanta pazienza».

Stefania Garini

Il lavoro degli operatori socio sanitari (Oss) in ospedale. (Foto Stefania Garini)



Estonia. Il peso della storia

Dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica, l’Estonia, il più nordico e il più piccolo dei tre Paesi baltici, si è messa a correre. Prima è entrata nell’Unione europea, poi nella zona euro, oggi si fregia del titolo di «Paese più digitale del mondo».

Da Helsinky a Tallinn. Per attraversare il braccio di mare che separa la capitale finlandese da quella estone, il traghetto della Viking Line impiega meno di due ore e mezza. In coperta tira un vento forte e freddo, ma la vista sul Baltico vale un po’ di sofferenza.

A Est – la distanza è di circa 300 chilometri – c’è San Pietroburgo e la Russia, un tempo raggiungibili via mare, oggi non più, dato che i collegamenti sono stati azzerati da marzo 2022, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.

Resistiamo alle folate di vento fino al momento di scorgere il porto d’arrivo. Eccone le luci, ecco Tallinn, una capitale con circa 460mila abitanti, più o meno un terzo della popolazione complessiva di un Paese che, in soli tre decenni (l’indipendenza è del 1991), di strada ne ha fatta molta.

Nel 2004 l’Estonia è entrata a far parte dell’Unione europea e della Nato, mentre nel 2011 ha aderito all’Eurozona. Nel frattempo, ha costruito un sistema economico stabile, anche se appesantito dalle crescenti spese militari.

Tutto questo è noto. Da parte nostra, la curiosità è un’altra, più particolare: sarà vero che questo è il Paese più digitalizzato del mondo?

Veduta di Tallinn con – sullo sfondo – il campanile della chiesa
di Sant’Olaf. Foto Paolo Moiola.

Benvenuti nell’«e-country»

L’albergo nel quale alloggeremo è vicino al porto, in una zona nuova. È un hotel «smart», nel quale la tecnologia digitale (con app e codici numerici) sostituisce il personale. 

Un esempio piccolo, ma significativo di un Paese soprannominato «e-country» (o «E-stonia»). In Estonia, si vota online dall’ottobre 2005 (primo Paese al mondo) e la totalità dei servizi pubblici sono digitali (dalla residenza alle tasse fino alla registrazione di un’impresa e alle prescrizioni mediche).

Per fortuna, però, a Tallinn non tutto è freddamente virtuale. Anzi, è vero il contrario. Francesco, la nostra guida locale, al porto si ferma davanti a un poster fotografico che mostra un teatro all’aperto affollato da migliaia di persone. «È il Festival della canzone e della danza di Tallinn, un evento molto sentito». La tradizione risale all’epoca dell’Impero zarista (tanto che l’Unesco l’ha inserita nel patrimonio orale e immateriale dell’umanità), ma assunse connotati politici durante il dominio sovietico. Gli estoni si radunavano per intonare canzoni patriottiche e chiedere la fine dell’occupazione di Mosca. Una protesta pacifica che prese il nome di «Rivoluzione dei canti» (The singing revolution).

Il periodo d’oro di Tallinn venne molto prima, essendo coinciso con i secoli del Medioevo per merito dell’appartenenza (dal 1285) alla Lega anseatica, la potente alleanza commerciale tra le città dell’Europa settentrionale e del Mar Baltico, che ebbe il suo centro nevralgico nella tedesca Lubecca e che operò tra il XIII e il XVII secolo.

Rinchiusa tra mura e torri di guardia, la Città vecchia (Vanalinn) deve la sua eleganza soprattutto ai mercanti e ai loro lucrosi commerci.

Le case mercantili, usate sia come abitazione che come magazzino, presentano un tetto a spiovente. Ai piani superiori è ancora visibile la carrucola che serviva per issare le merci più pesanti.

La Strada Lunga – Pikk tänav – è la via medioevale più conosciuta, a pochi passi da Raekoja plats, la piazza del Municipio. Qui si trovano alcuni dei palazzi storici più noti di Tallinn, quelli che ospitavano le «gilde». Queste, nel Medioevo, erano corporazione di mutuo soccorso tra mercanti, artigiani o membri di una comunità. In Pikk tänav c’erano la Gilda delle Teste nere, la Grande gilda, la Gilda di san Canuto e la Gilda di sant’Olaf, le più influenti della città.  

La piazza del Municipio (Raekoja plats) nella Città vecchia di Tallinn. Foto Paolo Moiola.

La lingua russa

Sulla Pikk tänav si trova anche l’Hell Hunt, il locale consigliatoci da Francesco per la cena. Appena entrati, ci accorgiamo che non è una giornata qualsiasi: c’è un raduno di tifosi estoni dell’Arsenal, squadra di calcio di Londra, molto seguita anche all’estero.

Proprio oggi giocherà l’ultima partita del torneo inglese (contro il Crystal Palace), ma soprattutto festeggerà la vittoria del campionato. All’interno del locale, il delirio è quindi assoluto. In tutta evidenza, anche in Estonia, il calcio è lo sport dominante.

Pur nel frastuono generale, sentiamo che, a fianco di noi, si parla russo. Di solito, in un’atmosfera di festa è più facile iniziare una conversazione.

Scopriamo così che, delle tre persone attorno al tavolino, due sono una coppia di estoni russofoni, mentre la terza è una giovane russa che lavora come medico sportivo. Ha seguito il fratello che gioca in una squadra estone di hockey su ghiaccio, ma lei sta cercando di spostarsi in Spagna. «Sto imparando lo spagnolo che per me è più facile dell’estone», racconta.

Sappiamo che russo (famiglia linguistica indoeuropea) ed estone (famiglia ugrofinnica) sono lingue molto diverse, ma la questione culturale è ormai secondaria rispetto a quella politica. Come conferma una recente decisione del governo estone: entro il 2030, nelle scuole del Paese, il russo non sarà più una lingua d’insegnamento, ma una materia come le altre. Il progetto è un’ulteriore conferma di quanto già veniva dichiarato dall’ultimo censimento (Estonia counts 2021): «In Estonia, la lingua straniera più diffusa era il russo, oggi è l’inglese» .

Poi, senza aspettare una nostra (eventuale) domanda, la giovane medico aggiunge: «Io sono per la pace».

Una spiaggia di sabbia bianca a Pärnu, città turistica sul Baltico, nel Sud dell’Estonia. Foto Paolo Moiola.

Il campanile del Kgb

Nulla di cui stupirsi. Qui il tema della Russia di Putin e della sua aggressione all’Ucraina è molto sentito.

Le bandiere di Kiev sventolano su ogni edificio pubblico. Davanti all’Hell Hunt, c’è un negozietto di souvenir con una grande bandiera dell’Ucraina. Sulla vetrata sta scritto: «Sostieni la libertà, compra ucraino».

Pikk tänav è una via storica, elegante e pedonale e, per tutto questo, molto frequentata. Ma oggi è anche la via dove – se così possiamo dire – l’attualità prende forma.

Davanti al Maiasmokk, il più vecchio caffè di Tallinn, si trova la sede dell’ambasciata russa con tanto di bandiera esposta sul balcone. Non notarla è impossibile visto che è sotto assedio. Un assedio non violento e silenzioso. Le transenne che, per decine di metri, proteggono la sede diplomatica sono, infatti, coperte di striscioni, foto e manifesti di protesta, piccoli o grandi, duri o durissimi. Il bersaglio principale è Putin, il presidente russo. «Assassino» è l’accusa più gettonata. E tante sono le immagini che lo ritraggono in una cassa da morto: «Piuttosto prima che dopo», precisano le scritte. Altri cartelloni lo raffigurano come Hitler: «Putler». Anche se la protesta non ha mai sconfinato nella violenza, per questioni di sicurezza, un furgone della politsei (polizia) è stabile a pochi metri dall’ambasciata russa.

La casa della «Confraternita delle teste nere», in via Pikk, nella Città vecchia di Tallinn. Foto Paolo Moiola.

Tallinn non ha dimenticato (né perdonato) il suo passato sotto Mosca. Nella capitale sono molti i simboli che lo rammentano. Per esempio, a pochi passi dalla piazza del Municipio, c’è la chiesa di Sant’Olaf.

Ai tempi della dominazione sovietica era consuetudine delle autorità chiudere le chiese o adibirle ad altri usi. Così avvenne anche per Sant’Olaf. Dal 1944 al 1991, il Kgb – il servizio di sicurezza sovietico – trasformò il campanile (considerato il più alto d’Europa) in un centro di sorveglianza e di disturbo radio. Sulla guglia vennero installate antenne potenti per bloccare i segnali radio e televisivi stranieri, soprattutto le trasmissioni dalla Finlandia. Il Kgb aveva la sede (e le carceri, oggi trasformate in museo) in Pagari tänav, a pochi passi da Sant’Olaf.

Nata cattolica, dopo la Riforma protestante, la chiesa divenne luterana e, infine, battista. Oggi, in Estonia, i cattolici sono meno dell’uno per cento della popolazione.

L’esiguità del dato non frenò papa Francesco che il 25 settembre del 2018 visitò Tallinn e la cattedrale dei santi Pietro e Paolo, in piena Città vecchia.

Porti ed emigrazione

Lasciamo Tallinn per la costa Sud, per Pärnu, a circa 130 chilometri dalla capitale.

Città di mare, ai giorni nostri è nota soprattutto per l’attrattiva esercitata dalle sue spiagge di sabbia bianca, nei secoli passati lo fu prima come città rifondata (nel 1265) dall’Ordine cattolico dei Cavalieri teutonici e poi (dal 1350) per la sua appartenenza alla Lega anseatica.

«Nessun porto […] è completo senza almeno due estoni» scrisse Ernest Hemingway in Avere e non avere, romanzo del 1937. Si tratta (naturalmente) di un’esagerazione letteraria per indicare lo spirito marinaro e avventuroso degli estoni. La vecchia citazione è molto utilizzata e, anzi, si è rafforzata con l’affermarsi dell’Estonia digitale: con il suo programma di e-residency, è teoricamente possibile che in ogni porto del mondo si trovino imprenditori e nomadi digitali estoni.

Si stimano in quasi duecentomila gli estoni (su un totale di 1,3 milioni) che vivono fuori dei confini nazionali, in particolare nella vicina Finlandia e negli Stati Uniti, in Svezia e Canada. Oggi, probabilmente, molti di questi emigrati guarderanno con orgoglio al Paese che hanno lasciato, un Paese molto diverso da quello arretrato e represso dell’epoca sovietica.

Paolo Moiola
(1 – continua)

«Mai più con Mosca»
La storia. Tallinn, Riga, Vilnius

Per le Repubbliche baltiche – Estonia, Lettonia e Lituania – la metafora delle «tre sorelle» non è un’esagerazione. È vero che le diversità non mancano – la lingua, in primis -, ma è altrettanto vero che Tallinn, Riga e Vilnius si sono trovate unite e solidali nel corso dei drammatici eventi della loro travagliata storia, soprattutto nel secolo scorso.

Dopo l’epoca trascorsa in seno alla Lega anseatica – Riga dal 1282, Tallinn dal 1285 e Kaunas (al posto di Vilnius) dal 1441 -, arrivò la «Grande guerra del Nord», un lungo conflitto (1700-1721) per l’egemonia sul Mar Baltico combattuto nei territori dell’Europa settentrionale e orientale. Il conflitto segnò la sconfitta della Svezia come nazione egemone nel Nord Europa e, all’opposto, l’affermazione della Russia come nuova grande potenza. Estonia e Lettonia entrarono a far parte della Russia zarista nel 1721, la Lituania nel 1795. Vi sarebbero rimaste fino al 1917, anno della «Rivoluzione d’ottobre» che avrebbe portato al disfacimento dell’Impero russo e alla formazione della Repubblica sovietica.

Un cartello contro la Russia esposto davanti all’ambasciata di quel Paese a Tallinn. Foto Paolo Moiola.

Nel marzo 1918, con la firma del trattato di Brest-Litovsk, la Russia bolscevica rinunciò ai tre Paesi baltici che, nel frattempo, erano stati occupati dall’esercito degli Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria). In quello stesso 1918, Estonia, Lettonia e Lituania dichiararono l’indipendenza. La loro condizione di Stati indipendenti venne riconosciuta formalmente nel settembre del 1921, con l’entrata nella «Società delle nazioni», l’organismo internazionale nato con il trattato di Versailles (l’accordo che chiuse ufficialmente la Prima guerra mondiale).

Nel periodo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, i tre Paesi furono caratterizzati da una grande instabilità politica che favorì l’ascesa di regimi autoritari. In Lituania, ci fu Antonas Smetona (dal 1926 al 1940); in Estonia, Konstantin Pǟts (dal 1934 al 1940); in Lettonia, Kārlis Ulmanis (dal 1936 al 1940). 

Per le tre Repubbliche la svolta avvenne il 23 agosto 1939. In quella data fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop (dal nome dei rispettivi ministri degli esteri) tra la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin.

Con il patto i due Paesi si impegnavano a non attaccarsi reciprocamente e si spartivano l’Europa orientale. Estonia, Lettonia e Lituania si ritrovarono così sotto il dominio di Mosca.

L’accordo tra Hitler e Stalin ebbe vita breve. Fu infranto il 22 giugno 1941 quando la Germania invase l’Unione Sovietica (Operazione Barbarossa). Da quel momento, i Paesi baltici passarono sotto il controllo tedesco per tre anni.

Partecipanti alla storica catena umana (the Baltic way) del 23 agosto 1989 (immagine esposta al «Museo delle occupazioni e delle lotte per la libertà» di Vilnius).

Tra il febbraio 1944 e l’inizio del 1945, l’esercito nazista si ritirò in seguito all’avanzata dell’Armata rossa. I Paesi baltici tornarono sotto il controllo di Mosca. Questa diede il via a un piano di sovietizzazione dei tre Stati indebolendo nel contempo le identità nazionali attraverso deportazioni e immigrazione di massa dal resto dell’Urss. La resistenza armata dei partigiani baltici – passati alla storia come «Fratelli della foresta» – durò dieci anni (1945-1956). Inglobati come Stati membri dell’Unione Sovietica, Estonia, Lettonia e Lituania sarebbe rimaste sovietiche per 45 anni, fino al 1991.

Il 23 agosto del 1989 – in occasione dei cinquant’anni del patto Molotov-Ribbentrop – cittadini di Estonia, Lettonia e Lituania formarono una catena umana che attraversava i tre Stati, collegando Tallinn, Riga e Vilnius, per chiedere l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Alla manifestazione parteciparono circa due milioni di persone (un quarto della popolazione complessiva dei tre Paesi all’epoca) che si tennero per mano in una catena lunga circa 670 chilometri. Si trattò di un evento pacifico di straordinaria portata simbolica, avvenuto pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino (novembre 1989).

Tra il 1990 e il 1991, approfittando della crisi e del dissolvimento dell’Unione Sovietica, le tre Repubbliche baltiche dichiararono in successione la propria indipendenza: Lituania (11 marzo 1990), Estonia (20 agosto 1991), Lettonia (21 agosto 1991).

In seguito, il 29 marzo 2004 i tre Paesi sarebbero entrati nella Nato, il 1° maggio 2004 nell’Unione europea e, tra il 2011 e il 2015, anche nell’Eurozona. 

Paolo Moiola

Donne baltiche deportate dai sovietici a Irkutsk, in Siberia, nel 1956 (immagine esposta al «Museo delle occupazioni e delle lotte per la libertà» di Vilnius).
L’entrata delle ex prigioni del Kgb, oggi trasformate in museo, a Tallinn. Foto Paolo Moiola.



Ecuador. Cibo nativo sulle Ande

Anche tra le comunità andine è forte l’impatto del mercato globale delle sementi e dei diserbanti. Il rischio di perdita della biodiversità comporta degrado ambientale e culturale. Un progetto Caritas vuole rivitalizzare le colture e le pratiche native.

Non si parla spesso di Ecuador. E nei rari casi in cui il Paese latino-americano balza agli onori della cronaca è per l’esplosione di conflitti tra bande e tra cartelli della droga internazionali e locali. In competizione tra loro, questi si fanno la guerra per il controllo delle rotte di fornitura della cocaina verso gli Stati Uniti e l’Europa.

I giovani ecuadoriani si rivolgono alle bande per sfuggire alla mancanza di opportunità e alla miseria. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica e censimento (Inec) dell’Ecuador, infatti, nel giugno 2023 il 27% del Paese viveva in povertà, con un reddito inferiore a 89,29 dollari pro capite al mese. Il 10,8% viveva in estrema povertà, con un reddito inferiore a 50,32 dollari pro capite al mese.

I fenomeni della violenza tra bande e del narcotraffico che occupano spazio nei media nazionali e internazionali si sviluppano soprattutto nelle città.

Non va dimenticata, tuttavia, la situazione delle aree rurali e di montagna abitate in gran parte da persone di etnia indigena. In esse, l’incidenza della povertà e dell’esclusione sociale è alta.

Fame nelle campagne

In Ecuador, le aree rurali, nonostante la modernizzazione agricola avvenuta nel corso degli anni Ottanta, continuano a registrare i livelli di povertà più elevati (46%) e rappresentano le principali zone del Paese da cui le persone emigrano.

Le distorsioni del mercato globalizzato penalizzano i contadini locali (che spesso non riescono a coprire i costi di produzione) e portano insicurezza alimentare.

La malnutrizione, soprattutto tra i bambini, è un grave problema, e l’Ecuador rappresenta il secondo Paese nella regione per tasso di denutrizione cronica.

Le politiche economiche ecuadoriane non riescono a integrare e valorizzare l’enorme biodiversità locale e si concentrano ancora su modelli insostenibili. Questi causano deforestazione (2% annuo), riduzione e omologazione degli ecosistemi, inquinamento delle acque, erosione e desertificazione del suolo, aggravati dal cambiamento climatico.

Tali fragilità legano la dimensione ambientale con quella socioeconomica. Per questo è partito a settembre 2025 «Sustain Ande. Sostenibilità alimentare e nuovi disegni ecosociali per le Ande dell’Ecuador», un progetto triennale di Caritas italiana finanziato dall’Agenzia della cooperazione italiana (Aics) e realizzato in partnership con altre realtà impegnate del territorio (Cospe, Caritas Ecuador, Sedal).

Il progetto, dotato di un budget di oltre 2 milioni di euro, intende favorire una produzione alimentare sostenibile in ecosistemi fragili e strategici per il Paese tramite la promozione di pratiche agroecologiche.

Queste permettono di tutelare e valorizzare le risorse naturali, di offrire alimenti di qualità in zone con alti indici di denutrizione e, allo stesso tempo, di migliorare i guadagni di piccoli produttori agricoli collegandoli a filiere di commercializzazione locali.

Sustain Ande ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita di 250 unità produttive familiari, coinvolgendo circa 800 persone.

Le cinque province interessate sono quelle di Carchi, Imbabura, Pichincha, Chimborazo e Bolívar.

Carchi è la provincia più settentrionale, situata al confine con la Colombia. Imbabura è conosciuta per l’ampia presenza di comunità indigene. Pichincha è la provincia centrale che ospita la capitale Quito. Chimborazo, nell’area centro andina è caratterizzata dalle altitudini più elevate e da forti tassi di vulnerabilità socioeconomica. Bolívar è la provincia della Sierra centrale, geograficamente isolata e con tassi critici di denutrizione infantile.

Vista del vulcano Chimborazo nei pressi di Riobamba all’alba. 21 gennaio 2026. Foto in CC via Unicef Ecuador_flickr/ Santiago Arcos

Biodiversità in pericolo

Durante la fase di preparazione del progetto, abbiamo visitato le zone allo scopo di condurre un’approfondita valutazione dei bisogni nelle diciassette comunità andine coinvolte. Da questa è emerso un quadro complesso di sfide che minacciano la sostenibilità agricola e la sicurezza alimentare. Uno dei maggiori problemi è quello del degrado del suolo, causato da pratiche agricole non sostenibili, e una significativa perdita di fertilità del terreno. Questo fenomeno ha ridotto la produttività agricola e la qualità del cibo, accentuando l’insicurezza alimentare nella regione. La perdita di biodiversità può compromettere la resilienza degli ecosistemi agricoli e la capacità di adattamento delle popolazioni ai cambiamenti climatici.

Su questo aspetto emergono dati contrastanti: in primo luogo vi sono ben 64 specie di piante native che oggi non sono coltivate dagli agricoltori (cereali, ortaggi, piante medicinali e frutti protetti in bancos vivos, cioè banche di sementi e di parti della pianta in grado di trasmettere i caratteri ereditari, come tessuti in vitro, polline, talee, bulbi o porzioni di Dna). In secondo luogo, si registra un uso consistente di fertilizzanti chimici (tra i 281 e i 692 kg per ettaro, a seconda delle coltivazioni) e la diffusione di metodi di lavorazione invasivi come l’aratura in profondità.

Sovranità alimentare

Altri ambiti critici riguardano la dimensione della sovranità alimentare. Gli agricoltori, sempre più vulnerabili ai mercati globali e alle multinazionali dei semi, non hanno più il controllo delle loro risorse e perdono la conoscenza tradizionale e ancestrale delle pratiche agricole e alimentari. Questo, a lungo andare, compromette il patrimonio culturale delle comunità e influenza negativamente la salute umana e l’ambiente.

L’insicurezza alimentare nelle comunità toccate dal progetto è aumentata del 77% nel periodo 2015-2020. Un problema aggravato dalla mancanza di accesso a cibi nutrienti e da pratiche alimentari poco salutari.

Le cifre provenienti dall’Indagine nazionale sulla malnutrizione infantile realizzata dall’Inec, con dati aggiornati all’anno 2023, mostrano una particolare incidenza della denutrizione tra i bambini con età inferiore ai 5 anni, soprattutto in alcune aree delle province di Bolívar, Carchi, Chimborazo e Pichincha.

Le disuguaglianze nell’accesso alle risorse e nella partecipazione ai processi decisionali rappresentano un’altra sfida rilevante. Solo il 51% dei produttori riesce a vendere i propri prodotti con conseguente impatto sul reddito. Sono soprattutto le donne che, in particolare, affrontano i maggiori ostacoli nell’ottenere accesso a risorse fondamentali come la terra e il credito.

una sessione di formazione tenuta dall’autore di questo articolo presso l’Osservatorio Povertà di Caritas a Riobamba.

Azioni per il cambiamento

Di fronte a una situazione così complessa, il progetto Sustain Ande mira a intervenire a livello politico, culturale e tecnico operativo per promuovere la trasformazione agroecologica dei sistemi produttivi e delle comunità. Questo tramite il supporto alle politiche dei governi locali, sensibili alla biodiversità e alle pratiche di resilienza di fronte al cambiamento climatico.

Il progetto intende far convergere i processi di sviluppo e di formazione che Cospe e Sedal stanno già realizzando nei territori.

In primo luogo, si intende promuovere una produzione e uno sviluppo rurale inclusivo e accessibile, basato sui principi dell’agroecologia e sugli interscambi di saperi e pratiche locali.

Tra le azioni previste vi sono attività di formazione ed educazione degli agricoltori, con una particolare attenzione alla valorizzazione del ruolo delle donne, che prevedono la creazione di Scuole di campo di orientamento agroecologico. Le formazioni riguarderanno le tecniche di riproduzione e conservazione dei semi locali, prevederanno la diffusione di materiali educativi e guide pratiche su come coltivare e riprodurre le piante native e sulla nutrizione.

Si creeranno anche reti di scambio di semi e di sostegno alla loro conservazione comunitaria.

Si svilupperanno poi casse comunitarie di risparmio e credito per sostenere finanziariamente gli agricoltori nella conservazione delle specie native.

In secondo luogo, il progetto prevede azioni di advocacy, cioè iniziative volte a promuovere, difendere o cambiare le politiche pubbliche, le leggi o l’opinione pubblica a supporto della sostenibilità alimentare delle comunità andine. E azioni di capacity building, mirate a sviluppare e consolidare le competenze, le abilità e le risorse delle comunità andine con l’obiettivo di rendere queste ultime autonome, in grado di raggiungere i propri scopi e affrontare le sfide future.

Le fasce di popolazione in condizione di maggiore vulnerabilità (ragazze, donne, giovani, disabili, migranti) rappresentano i primi destinatari del progetto. L’empowerment femminile (il rafforzamento del potere di scelta, dell’autostima e dell’autoefficacia) sarà un aspetto centrale per la promozione di sistemi alimentari sostenibili, data l’alta importanza delle donne nelle decisioni familiari in merito a produzione alimentare e consumo.

In terzo luogo, Sustain Ande vuole rafforzare le relazioni commerciali di prossimità tra produttori, attori pubblici, commercianti e consumatori locali. Questo avverrà aumentando collaborazioni basate sulla fiducia, le reti sociali e lo scambio di conoscenze, promuovendo filiere corte, mercati contadini e relazioni più dirette tra produttori e consumatori, al fine di garantire prezzi più equi e maggiore stabilità del reddito per le famiglie rurali.

In parallelo, il progetto lavorerà in dialogo con le istituzioni locali e le autorità competenti per favorire l’integrazione delle pratiche agroecologiche e degli obiettivi di sicurezza alimentare nelle politiche pubbliche territoriali, contribuendo a consolidare un quadro normativo e programmatico favorevole allo sviluppo sostenibile.

Lo stato della situazione

A partire dal mese di febbraio 2026 sono iniziate le prime scuole di campo con un approccio multidimensionale che integra pratiche agroecologiche, programmi educativi sulla nutrizione e azioni di empowerment rivolte a donne e comunità rurali.

Sono state avviate le iniziative di valorizzazione e scambio delle sementi native, quelle di promozione di sistemi di garanzia partecipativa, e il rafforzamento delle organizzazioni locali.

Accanto a queste azioni, saranno sostenute esperienze di risparmio e credito comunitario, come strumenti di supporto all’economia familiare e alla gestione di piccoli investimenti produttivi, contribuendo a rafforzare la resilienza economica delle famiglie coinvolte.

L’osservazione delle povertà

Nel percorso di implementazione del progetto è coinvolto anche l’Osservatorio sulle povertà di Caritas italiana, che aiuterà nel monitoraggio dei dati relativi alla nutrizione e all’impatto sociale del progetto, offrendo strumenti di analisi utili a orientare le politiche locali e a rafforzare il dialogo istituzionale su giustizia alimentare, inclusione e sostenibilità ambientale.

A questo scopo è stato tradotto in spagnolo e adattato al contesto ecuadoriano il software Ospoweb, utilizzato in Italia presso oltre 2.600 centri di ascolto Caritas.

L’utilizzo del programma statistico di Caritas italiana consentirà di registrare le principali informazioni sociali e anagrafiche delle famiglie coinvolte, in modo da poter rilevare le variazioni nelle condizioni sociali e personali, con particolare riguardo alla situazione delle donne.

Il programma Ospoweb si affianca a un altro programma statistico elaborato dall’Università di Quito, che ha invece lo scopo di rilevare una serie di parametri ambientali ed economici, del territorio e degli insediamenti agricoli coinvolti nel progetto.

Con queste azioni, Caritas italiana e i suoi partner intendono accompagnare le comunità andine verso un modello di sviluppo più equo e sostenibile, capace di coniugare la cura della terra con la dignità delle persone e di costruire, passo dopo passo, una nuova alleanza tra ambiente, sicurezza alimentare e giustizia sociale.

Walter Nanni

scuola di formazione agroecologica. Chimborazo.



Brasile. Lotta per la libertà

Sono nati come villaggi rifugio degli schiavi fuggitivi. Riconosciuti dalla Costituzione del 1988, i loro abitanti restano discriminati. E vivono sotto la minaccia dell’agroindustria e delle aziende minerarie che ne vogliono le terre. Alcune associazioni li difendono.

«Nel Maranhão ci sono tante comunità quilombola», esordisce Jardel Miranda da Silva. Meglio conosciuto come Tio Jardel, è vereador (consigliere comunale) per il Partito comunista a São João dos Patos, cittadina nel Sud del Maranhão (Stato nel Nord Est del Brasile). È proprio lì, negli spazi della parrocchia cittadina, che ci incontriamo. Mentre ci ripariamo dal sole battente sotto una veranda, Tio Jardel e i suoi collaboratori iniziano a parlarci del Maranhão e soprattutto delle sue comunità quilombola.

«Nei pressi di São Luis (la capitale dello Stato, ndr), c’è la comunità più grande del Brasile, quella di Alcântara», prosegue il politico. D’altronde, dopo la Bahia, il Maranhao è al secondo posto per numero di quilombola: sono circa 270mila (il 4% della popolazione dello Stato), in base ai dati rilasciati nel 2022 dall’Instituto brasileiro de geografia e estatística.

In tutto il Paese, invece, circa 1,3 milioni di persone si dichiarano quilombola (lo 0,65% del totale della popolazione brasiliana).

«Ma non tutti i quilombola si definiscono tali», puntualizza Tio Jardel. Nel solo Maranhão, ad esempio, secondo il movimento per la difesa delle comunità quilombolala (Coordenação nacional de articulação das comunidades negras, rurais e quilombolas, Conaq), il reale numero di quilombola dovrebbe essere tra 350 e 400mila persone.

L’interno di una casa del Quilombo de Faveira. (Foto Aurora Guainazzi)

Una storia di resistenza

Quella dei quilombola è una storia di resistenza e lotta per la libertà. A narrarla oggi sono i discendenti degli schiavi africani, portati in Brasile durante il periodo della tratta coloniale (XVI-XIX secolo) per lavorare nelle grandi piantagioni. Schiavizzate dai portoghesi, alcune di queste persone riuscirono a fuggire, trovando rifugio nei quilombos («luoghi di riposo», in kimbundu, lingua parlata in Angola).

Spesso collocati in aree rurali e isolate, questi villaggi erano difficili da raggiungere e, proprio per questo, permisero a migliaia di schiavi di trovarvi rifugio. In queste aree – che spesso venivano spostate per sfuggire alle ricerche e alla violenza dei coloni -, molti quilombola riuscirono a ricostruirsi una vita, per quanto difficile, in libertà.

Cent’anni dopo l’abolizione della schiavitù (avvenuta nel 1888), il termine quilombo fu riconosciuto dalla Costituzione del 1988. Questa definì le «comunidades remanescentes de quilombos» per indicare coloro che continuavano a vivere in quegli insediamenti e a lavorarne la terra.

Proprio quest’ultima, infatti, è un filo conduttore essenziale della tradizione quilombola: il legame con l’ambiente naturale è uno degli elementi fondanti delle comunità.

Anche questo elemento fu riconosciuto dalla Costituzione, che garantisce ai quilombola (così come ad altre comunità tradizionali, come ad esempio quelle indigene) il diritto di proprietà tradizionale sulle terre su cui sorgono i quilombos. Nella Carta, viene anche garantita la tutela di tradizioni e cultura quilombola, come elementi fondanti e costitutivi della cultura brasiliana.

Tra le parole e la realtà, però, esiste un abisso. Spesso, vivere nei quilombos e definirsi quilombola vuol dire esporsi a dinamiche razziste: è immediata l’associazione con uno stile di vita «arretrato» e tradizioni ormai superate. Diversi povoados (villaggi, in portoghese) restano ancora oggi isolati e mancano di molti servizi essenziali, come sanità di base, scuole primarie e servizi sociali. Vivere in un quilombo, poi, vuol dire anche subire le minacce della grande produzione agricola e del settore estrattivo, interessati a prendere il controllo delle terre delle comunità per espandere le proprie attività produttive.

Il Quilombo de Faveira

Lasciamo la parrocchia e saliamo sulle auto. Dopo aver attraversato São João dos Patos, imbocchiamo una strada sterrata, che si stacca dietro le ultime case della periferia e si addentra nella foresta.

Percorriamo una decina di chilometri tra buche e tanta polvere. Guadato un torrente, le auto risalgono faticosamente sul lato opposto, dove riprendono a sobbalzare, lasciando dietro di sé una nube rossastra.

A un certo punto, la strada si allarga e, davanti a noi, compare uno spiazzo di terra rossa battuta, circondato da alcune abitazioni. Siamo arrivati nel Quilombo de Faveira.

È proprio sulla soglia di una di queste case che veniamo accolti da Elisângela de Sousa Matos Lima, la rappresentante della comunità. Ci invita a entrare: l’abitazione è semplice, ma funzionale. Alcune icone religiose e fotografie sono appese al muro sopra il divano. Dietro a un’apertura intravediamo la cucina, dove una donna è intenta a controllare qualcosa sul fuoco. Non appena ci vede, ci saluta calorosamente, porgendoci un piatto su cui si trovano dei bastoncini bianchi.

«La manioca – spiega Elisângela, invitandoci ad assaggiarli – è la nostra principale fonte di sussistenza: da lei derivano tantissimi prodotti, essenziali per la nostra alimentazione». Questo tubero, dalle proprietà versatili, infatti, è insieme al cocco un perno della tradizione alimentare nordestina (la regione del Nord Est del Brasile), nonché il fulcro della vita della comunità.

La maggior parte delle attività quotidiane nel Quilombo de Faveira ruota attorno al ciclo agricolo e alla stagionalità dei prodotti coltivati e raccolti nella foresta circostante. Mentre gli abitanti ci mostrano un piccolo allevamento di galline, alcune piante di banana, canna da zucchero e manioca, Tio Jardel sottolinea: «Qui, agricoltura e allevamento sono le principali fonti di sussistenza. La gran parte dei prodotti viene condivisa tra gli abitanti. Quello che invece avanza – ad esempio, manioca o uova – viene venduto al mercato, in paese».

Abitanti del Quilombo de Faveira di fronte a un’abitazione. (Foto Aurora Guainazzi)

La minaccia del gas

Mentre ci guardiamo intorno, Elisângela accenna alla distesa di foresta e terreni coltivati, e poi specifica: «Queste terre sono della comunità, per tradizione». Ma il problema è che gli abitanti del Quilombo de Faveira non hanno ancora ottenuto il riconoscimento vero e proprio del diritto di proprietà comunitaria sugli appezzamenti.

Infatti, nonostante la Costituzione garantisca questo diritto, nella pratica, renderlo effettivo è molto più complesso. Un po’ a causa della lentezza dei processi burocratici per la registrazione delle proprietà da parte dell’Incra (l’ente federale per la gestione delle terre e della riforma agraria). E un po’ per gli ostacoli posti dalla grande produzione agricola e mineraria.

Questo è proprio quello che rischia di accadere anche nel Quilombo de Faveira. «La comunità – spiega Tio Jardel – è minacciata dal possibile sviluppo di progetti per l’estrazione del gas». Tutto il Sud del Maranhão è ricco di gás de xisto (gas di scisto), una tipologia di metano presente all’interno di rocce impermeabili – come quelle argillose che caratterizzano la zona di São João dos Patos – e collocate a profondità importanti, tant’è che «qui, il gas si trova a quattro chilometri di profondità», puntualizza il politico.

Il «fracking»

«Ma, soprattutto – continua Tio Jardel – quel che ci preoccupa è che, per l’estrazione di quello che viene anche chiamato gás da morte (gas della morte), le compagnie dovrebbero utilizzare il metodo del fracking (fratturazione idraulica), che produce inquinamento e impatti socioambientali notevoli». Se infatti nella maggior parte delle situazioni, quando la roccia viene perforata, il gas e il petrolio fluiscono facilmente, nel caso del gas di scisto, le rocce vanno frantumate. Dopo la perforazione, «viene iniettato un mix di circa 720 sostanze chimiche, di cui molte tossiche, cancerogene e addirittura radioattive. Servono a facilitare la fratturazione e lo scorrimento in superficie del gas», sottolinea Tio Jardel.

Le conseguenze dell’utilizzo di queste sostanze si ripercuotono su aria, acqua e suolo: «Parte di questo fluido tossico rimane nel sottoterra, contaminando le falde acquifere. Quello che invece arriva in superficie, spesso finisce nei fiumi, inquina l’aria e rende i terreni inutilizzabili per agricoltura e allevamento».

Tecu

L’impatto non è solo sull’ambiente, si registra anche sulla salute di coloro che abitano nei pressi dei giacimenti: «Il fracking causa anche tumori, aborti, nascite premature, infertilità e problemi neurologici e respiratori».

Le conseguenze del fracking sono conosciute da tempo. Tant’è che già nel 2016 il comune di São João dos Patos aveva approvato una legge municipale (la prima a livello comunale in tutto il Brasile) che vietava l’utilizzo di questa tecnica nel suo territorio. A quel tempo Tio Jardel era coordinatore per il Maranhão della Coalizão não fracking Brasil pelo clima, água e vida (Coesus), una campagna dell’Instituto internacional Arayara (organizzazione che lavora per educazione e informazione popolare) che si oppone all’utilizzo di questa tecnologia in tutto il Paese.

I leader comunitari

Lavorazione della noce di cocco in una casa del Quilombo. (Foto Aurora Guainazzi)

Le operazioni di esplorazione nei pressi di São João dos Patos, in realtà, oggi sono in stato avanzato. E questo perché, secondo la Costituzione brasiliana, il potere di legiferare sulle risorse del sottosuolo spetta all’Unione federale, non alle singole entità locali. In passato, infatti, la Corte suprema ha già annullato diverse leggi municipali anti-fracking, soprattutto nel Paraná (Stato del Sud), dichiarandole incostituzionali. Per questo, Tio Jardel non pensa che la legge municipale sia uno strumento sufficientemente forte con cui opporsi ai progetti estrattivi.

Piuttosto, crede nell’importanza di campagne di sensibilizzazione tra gli abitanti del luogo e di formazione dei leader comunitari – come quelle che la Coesus sta già portando avanti da tempo in tutto il Maranhão -, con l’obiettivo di renderli realmente consapevoli degli impatti sociali e ambientali del fracking. Quando infatti i rappresentanti delle aziende si recano nei territori rurali – chiedendo agli abitanti di firmare dei documenti per concedere il permesso di fare delle «piccole rilevazioni che non influenzeranno nulla» – omettono totalmente di dire il reale scopo delle loro indagini, in violazione dell’obbligo di consultazione libera, previa e informata previsto dalla Convenzione 196 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ratificata dal Brasile nel 2002).

Vivere a Faveira

Elisângela de Sousa Matos Lima, leader del quilombo. (Foto Aurora Guainazzi)

Mentre parliamo, attraversiamo il villaggio. Raggiungiamo la chiesa. La facciata è semplice e gli interni sono essenziali, ma l’ambiente è curato e trasmette la profonda religiosità degli abitanti del luogo. Dopo una breve preghiera, usciamo sul sagrato. Tio Jardel indica un edificio diroccato: «Lì, stiamo cercando di realizzare un centro comunitario, per dare agli abitanti del villaggio uno spazio di aggregazione e condivisione».

Poco più avanti, sorge la vecchia scuola. «Ora – interviene Elisângela – non è più attiva: i bambini che abitano nel Quilombo de Faveira sono solo sei, troppo pochi per mantenerla aperta. Per questo, si recano tutti i giorni a São João dos Patos per studiare». Mentre passiamo a fianco all’edificio, in questo momento inagibile, Tio Jardel dice: «L’obiettivo è renderlo un centro di prima assistenza medica». Ricordandoci la strada sterrata affrontata per raggiungere la comunità, prosegue: «Percorrerla, anche con le 4×4, non è sempre semplice, soprattutto durante la stagione delle piogge. Per questo, un centro di prima assistenza sarebbe fondamentale per garantire cure essenziali e prelievi del sangue qui, nel villaggio».

Oltre a restare ancora molto isolato e, al contempo, subire la minaccia della grande produzione agricola e mineraria, il Quilombo de Faveira manca di diversi servizi essenziali. «Vivere qui non è semplice e, per questo, molti giovani decidono di andarsene, per approfittare delle opportunità di studio o lavoro offerte dalle città», continua Tio Jardel.

Spesso, rinunciano alle proprie origini e al legame con la comunità, in cambio di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ma c’è anche chi ha fatto il percorso inverso. «Io sono nata in città – dice Elisângela – e sono arrivata nel Quilombo da adulta, alla ricerca delle mie origini. Oggi, sono diventata la rappresentante di questa comunità e lotto perché i suoi diritti – dalla tutela delle terre fino alla garanzia di servizi di base – vengano riconosciuti e tutelati».

Aurora Guainazzi




Uganda. Antichi, ma fragili

Nella regione Karamoja vivono popolazioni ricche di tradizioni. Sono però emarginate e hanno un elevato

livello di povertà. I servizi di base sono assenti e sono frequenti i conflitti transfrontalieri con altri popoli. Tutto questo ne mette a rischio la sopravvivenza.

Karamoja. Stiamo attraversando questa regione al confine con il Kenya, la zona più povera di tutta l’Uganda. Qui la ricchezza della tradizione si scontra ogni giorno con un’estrema precarietà. Lungo le strade polverose, incrociamo gruppi di bovini che brucano tra la savana spinosa. La pastorizia non è solo la principale fonte di sussistenza per la popolazione locale, è l’asse attorno a cui ruota l’intera esistenza. Il bestiame è ricchezza mobile, e proprio per questo diventa spesso obiettivo di razzie. È una dinamica che trasforma la pastorizia in una questione non solo economica ma anche di sicurezza, esponendo le comunità a rischi continui legati alla posizione di confine.

Due anziani Bokara con cappelli cerimoniali e abiti tradizionali. (Foto Sara Cecchetti)

I Bokora

Per immergerci nelle antiche tradizioni di questo popolo raggiungiamo i territori dei Bokora, uno dei principali sottogruppi karamojong, nel villaggio di Loitaqa, zona di Napak. Qui, tra le manyattas – le tradizionali recinzioni spinose che proteggono gli steccati interni degli animali, detti kraal – e le capanne coniche disposte in cerchio, si respira ancora la vita pastorale del Karamoja. Il sole batte forte sulla terra rossa, il vento solleva nuvole di polvere che si infilano ovunque, mentre gli uomini bokora, avvolti nelle loro coperte a quadri colorati, sorvegliano con sguardo vigile il bestiame a corna corte.

Quelle vacche non sono solo l’essenziale fonte di sussistenza, ma il segno concreto della ricchezza di ogni famiglia.

Mentre camminiamo tra le capanne, sentiamo il muggito basso degli animali e le voci profonde degli uomini che si scambiano brevi richiami. In questo contesto di confine, la sorveglianza è particolarmente tesa: le frequenti razzie transfrontaliere compiute da gruppi armati provenienti dal Kenya, come Turkana e Pokot, creano un clima di instabilità cronica.

Le incursioni si ripetono da decenni, spesso legate alla scarsità di risorse o a vendette tra comunità, e costringono le famiglie a vivere in uno stato di allerta costante.

Le autorità ugandesi, nei decenni, hanno condotto diverse campagne di disarmo per ridurre la circolazione di armi tra i gruppi pastorali. Le più importanti sono state nel 2001, 2006 e, più di recente, intorno al 2022-2023. Tuttavia, queste operazioni hanno talvolta lasciato le comunità più esposte a nuovi attacchi o hanno generato tensioni con il Governo centrale: molti abitanti percepiscono il disarmo come una misura che li priva delle difese senza offrire adeguata protezione da parte delle forze statali. Il risultato è un rapporto complesso tra le comunità locali e le istituzioni nazionali, segnato da diffidenza e da episodi di resistenza.

Tradizione e integrazione

Le donne bokora, che ci accolgono nel villaggio con sorrisi cauti ma sinceri, hanno un’estetica particolare: sul loro corpo portano i segni dei rituali a cui si sottopongono. Si tratta di tatuaggi, o meglio incisioni sulla pelle, realizzati tramite l’utilizzo di piccoli bastoncini di legno.

Ci raccontano, con voce bassa e fiera, che vengono realizzati solo in alcuni momenti dell’anno e che – sebbene il Governo ne abbia vietato la pratica – sono ancora un buon numero le donne che incidono la loro pelle.

Mentre parlano, il sole del pomeriggio illumina le cicatrici in rilievo, testimonianza viva di una tradizione che resiste.

La persistenza di queste pratiche tradizionali avviene nonostante le politiche nazionali mirino a standardizzare usi e costumi anche nelle aree remote. Le pratiche sono spesso considerate dal Governo come ostacolo allo sviluppo e alla sicurezza della regione di confine. Queste politiche costituiscono un tentativo più ampio dello Stato di integrare le popolazioni pastorali nel quadro nazionale, riducendo elementi culturali visti come incompatibili con la modernizzazione e il controllo del territorio di confine.

villaggio con manyatta, la recinzione di rami che delimita il cortile famigliare.

Nel mondo dei Tepeth

Arriviamo a Loitaqa, villaggio che fa ancora parte della zona pianeggiante, ma decidiamo di salire verso le alture, dove il paesaggio si fa più aspro e la densità umana diminuisce.

Da questi villaggi di pianura si parte per i sentieri ripidi che portano sui versanti del Monte Moroto, una massa vulcanica spenta di 3.083 metri che spezza l’orizzonte piatto della savana.

Salendo lungo i sentieri aspri e polverosi, con il fiato corto e il sudore che cola sulla fronte, la vegetazione si infittisce in macchie di foresta tropicale montana. Entriamo nel cuore del mondo dei Tepeth, o So, uno dei gruppi umani più antichi e, al tempo stesso, più vulnerabili di tutta la regione.

Poche migliaia di persone, sparse in villaggi di capanne coniche di fango e paglia, aggrappate ai versanti tra i 1.500 e i 2.500 metri di altitudine, dove la montagna non rappresenta soltanto uno sfondo scenografico ma l’ultimo baluardo contro un mondo esterno spesso ostile. La posizione geografica di confine rende queste zone montane strategiche anche dal punto di vista della sicurezza nazionale. Il Governo che cerca di estendere il controllo statale su aree storicamente difficili da raggiungere, attraverso una combinazione di operazioni militari, progetti infrastrutturali e accordi per lo sfruttamento delle risorse.

Un gruppo ai margini

Camminando tra questi sentieri stretti, dove oltre il fruscio delle foglie e il canto lontano di qualche uccello quasi non si sente altro rumore, incontriamo un popolo resiliente che ha trasformato la marginalità geografica in strategia di sopravvivenza. La sua storia è quella di un gruppo originario spinto ai margini.

Secondo la memoria orale e le ricostruzioni antropologiche, i Tepeth erano cacciatori raccoglitori che occupavano le pianure del Karamoja ben prima dell’arrivo dei pastori nilotici karimojong tra il XVII e il XVIII secolo. Le ondate migratorie, le razzie e la pressione demografica costrinsero i Tepeh a ritirarsi sulle alture di Moroto, Kadam e Napak, trasformando queste montagne in fortezze naturali contro incursioni, siccità prolungate e conflitti intertribali.

Tuttavia, la resilienza quotidiana si scontra con sfide ambientali, economiche e sociali che mettono a dura prova la sopravvivenza stessa dei Tepeth. Queste sfide sono aggravate da dinamiche geopolitiche contemporanee, tra cui la persistente instabilità ai confini con il Kenya, le operazioni militari e di disarmo condotte dall’esercito ugandese (Updf), e la crescente pressione su terre e risorse da parte di interessi esterni. Le razzie transfrontaliere continuano a rappresentare una minaccia concreta, alimentate da povertà, scarsità di pascoli e dalla facilità con cui le armi leggere circolano nella zona di confine.

una donna bokora davanti a casa, una capanna con i muri di fango e rami intrecciati e il tetto di paglia

Adattati al territorio

Arriviamo in uno dei piccoli villaggi aggrappati al versante del Monte Moroto. L’incontro con i Tepeth è immediato e ospitale. Un gruppo di donne e bambini ci viene incontro lungo il sentiero, incuriosito ma non ostile. Alcuni bimbi ci osservano con grandi occhi, mentre le madri ci salutano con parole dolci nella loro lingua. Gli uomini, molti dei quali impegnati con il bestiame più in alto in montagna, torneranno verso sera.

I Tepeth vivono in abitazioni semplici e perfettamente adattate al territorio: capanne coniche costruite con fango, pali di legno e tetti di paglia spessa, sono disposte in piccoli raggruppamenti sparsi sui pendii. Ogni capanna ha un’unica stanza circolare, con pochi oggetti essenziali: stuoie, pentole di terracotta o alluminio, qualche attrezzo agricolo. Intorno alle abitazioni si estendono piccoli orti e campi strappati alla montagna con grande fatica. Il mais rappresenta la coltura principale, affiancato da sorgo, miglio, patate dolci, fagioli e arachidi. Queste parcelle terrazzate seguono le curve del terreno, sfruttando ogni metro di suolo fertile.

Negli ultimi anni la disponibilità di tali terre è diventata oggetto di tensione. La presenza di oro, marmo e altri minerali nel sottosuolo attira l’interesse di aziende nazionali e internazionali e del Governo centrale. Le possibili concessioni minerarie nella zona di Moroto hanno generato nelle comunità locali il timore di essere spostate, di vedere distrutte le loro attività agro pastorali e di non essere risarcite.

Un equilibrio fragile

La vita quotidiana ruota intorno all’agropastoralismo di sussistenza. Al mattino presto le donne scendono verso i campi per sarchiare, seminare o raccogliere, mentre i bambini più grandi aiutano a portare l’acqua dai punti di raccolta o a sorvegliare capre e qualche bovino. Gli uomini si occupano del bestiame che pascola sui versanti più aperti, e partecipano ai lavori più pesanti nei campi.

Questo equilibrio fragile è continuamente minacciato dalle razzie di bestiame da parte di gruppi che arrivano da oltre confine, e dalle limitate capacità di risposta delle forze di sicurezza statali in zone montane remote.

Le politiche di sviluppo del Governo, inclusi progetti infrastrutturali e di sedentarizzazione delle popolazioni nomadi, creano ulteriori frizioni con le comunità che vedono minacciati i loro sistemi tradizionali di gestione delle risorse.

Anche in questa zona, le operazioni di disarmo hanno ridotto in alcuni casi la capacità delle comunità di difendere il bestiame, contribuendo a un senso di vulnerabilità persistente e a critiche verso le autorità centrali.

La questione sanità

incisioni estetico-rituali sulla schiena di una donna karamajong.

Mentre camminiamo tra le capanne, notiamo una donna seduta a terra, con la testa bassa. I nostri accompagnatori ci spiegano a bassa voce che ha la malaria. Nonostante la malattia sia diffusa nella zona, sottolineano che non porteranno la donna in ospedale: preferiscono curarla con quelle che dicono essere le erbe medicinali della montagna. La scarsa presenza di strutture sanitarie statali riflette la marginalità geopolitica della zona. Qui i servizi pubblici arrivano con difficoltà a causa di problemi di sicurezza, di infrastrutture carenti e del disinteresse da parte del  Governo centrale nei confronti delle comunità più isolate di montagna.

Il Monte Moroto, pur offrendo un rifugio naturale, amplifica le vulnerabilità di un popolo già marginalizzato, in una regione segnata da condizioni semi aride che peggiorano a causa dei cambiamenti climatici. Una delle minacce più gravi è rappresentata dai periodi sempre più frequenti di siccità.

La Karamoja, e in particolare le zone montane come Moroto, è soggetta a precipitazioni erratiche e a prolungati periodi secchi che si sono intensificati negli ultimi decenni. Le piogge, già scarse e mal distribuite, spesso non bastano. Questo determina raccolti disastrosi nelle piccole parcelle coltivate sui versanti e una drastica riduzione dei pascoli per il bestiame. Le siccità prolungate, come quelle registrate nel periodo 2010-2015 e, più recentemente, nel 2022-2023, hanno causato mortalità elevata del bestiame, fallimento dei raccolti e un’insicurezza alimentare cronica.

La scarsità di risorse alimenta ulteriormente i conflitti, aumentando il numero di razzie transfrontaliere e le tensioni tra diversi gruppi etnici per l’accesso ai pascoli residui.

L’educazione carente

A queste difficoltà si aggiunge un altro problema strutturale, ovvero la mancata scolarizzazione. Nei villaggi Tepeth i tassi di alfabetizzazione sono tra i più bassi dell’intera Uganda. Le scuole sono poche, distanti e raggiungibili solo attraverso sentieri ripidi e spesso impraticabili nella stagione delle piogge o durante le siccità. Molti bambini vengono ritirati precocemente dalla scuola per farli lavorare nelle attività quotidiane: i maschi per la cura del bestiame e e la raccolta di risorse (miele selvatico, erbe medicinali, ecc.), le femmine per i lavori domestici o per i matrimoni precoci.

L’istruzione formale si scontra inoltre con barriere culturali e linguistiche. La lingua So (Tepeth) non viene insegnata e rischia di scomparire, mentre molti genitori vedono nella scuola un elemento che allontana i giovani dalle competenze tradizionali necessarie alla vita sulla montagna.

Il risultato è una generazione che cresce con pochissime opportunità di accedere a servizi sanitari, impieghi esterni o partecipazione alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Questa mancanza di istruzione perpetua il ciclo di marginalità e rende più difficile per le comunità interagire efficacemente con le istituzioni statali e con i processi decisionali che riguardano la sicurezza dei confini e lo sfruttamento delle risorse naturali della regione.

Senza una voce più forte nelle istituzioni, diventa difficile per i Tepeth negoziare su temi come le concessioni minerarie, la gestione delle razzie o l’accesso ai servizi di base.

Le sfide geopolitiche del Karamoja – dalle ripetute operazioni di disarmo alle tensioni di confine, dalle concessioni estrattive alla debole presenza dello Stato nelle zone montane – si sommano alle difficoltà ambientali e tradizionali, rendendo la situazione, in particolare dei Tepeth, particolarmente complessa e questo popolo vulnerabile.

Sara Cecchettti

un bimbo bokora sull’uscio di casa. Si intravede la semplicità dell’interno.