Libano. Una calma apparente

Tra Hezbollah e Israele è in vigore un cessate il fuoco. Tuttavia, le incursioni israeliane continuano, aumentando macerie e sfollati. È in questo clima, che il Paese ha accolto papa Leone XIV per il suo primo viaggio fuori dal Vaticano.

Beirut. Quando atterriamo nella capitale libanese è passato quasi un anno dalla nostra ultima visita. La prima sensazione è molto diversa da quella del novembre 2024: non si vedono più le colonne di fumo che allora spuntavano da ogni angolo della capitale bombardata, né si sente il suono costante dei droni sulle nostre teste.

Ora, quasi fine novembre 2025, in Libano, si può nuovamente entrare anche con un visto turistico. Sono tornate a lavorare le Ong internazionali e, malgrado la pesante crisi economica, molti negozi del centro hanno riaperto la propria attività. Le strade sono piene di cartelli con la foto di papa Leone XIV, che arriverà qui il 30 novembre.

Dalla data del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, proclamato il 27 novembre 2024, la parte Nord del Paese sembra tornata a respirare. Ci impieghiamo poco, però, a capire che questa calma è solo apparente e superficiale. A una settimana dal nostro arrivo, un raid israeliano colpisce il quartiere di Haret Hreik. L’obiettivo è il capo dello stato maggiore di Hezbollah – Haytham Ali Tabatabai -, che rimane ucciso nell’attacco.

Il «cimitero dei Martiri» di Hezbollah, a Sud di Beirut. Foto Angelo Calianno.

Giornalisti o spie?

Cominciamo le nostre interviste proprio nelle zone bersagliate di recente, nella periferia Sud della capitale. Ci troviamo a Chiyah, uno dei quartieri a maggioranza sciita e con un’alta presenza di affiliati, o simpatizzanti, di Hezbollah. A Beirut, dopo il quartiere di Dahieh, Chiyah è stato quello più colpito.

Appena scesi dal taxi, veniamo subito seguiti da un gruppo di ragazzi che, con walkie-talkie e telefoni cellulari, annunciano la nostra presenza ai loro superiori. Dopo pochi minuti, veniamo avvicinati da due adulti che ci chiedono generalità, documenti e quali siano le nostre intenzioni. Ci invitano a seguirli. Ci fanno accomodare in uno dei caffè nei vicoli del quartiere. Pur scusandosi, ci chiedono di ispezionare i nostri zaini e di visionare il materiale fotografico.

Scopriamo di essere trattenuti dai membri del movimento di Amal, il principale gruppo sciita del Libano insieme a Hezbollah. «Purtroppo dobbiamo essere molto cauti e attenti su chi entra qui», dice uno degli uomini che ci ha fermato. «Guardate lassù: malgrado il cessate il fuoco, i droni da qui non se ne sono mai andati e continuano ad attaccare. Israele non fa altro che violare l’accordo. Il mese scorso un giornalista inglese è arrivato qui per scrivere un articolo e fare fotografie. Si è scoperto, in seguito, che il ragazzo aveva un doppio passaporto: era una spia di Israele sotto copertura, arrivato qui per fornire dati logistici. Per questo ora dobbiamo stare sempre in guardia».

Ci vuole circa un’ora per controllare le nostre credenziali. Nel frattempo, ci offrono del caffè e persino del cibo. Passiamo il primo controllo, ma ci dicono che non basta. Veniamo invitati a salire su un’auto e siamo portati al comando locale di Hezbollah. In questa stanza passiamo altre tre ore, mentre gli uomini della security effettuano ulteriori controlli. Ci offrono ancora cibo e caffè. Chiacchierando durante l’attesa, uno dei funzionari ci dice: «Non c’è solo il problema delle spie. Abbiamo imparato che dobbiamo essere molto attenti ai giornalisti stranieri. In Occidente c’è la tendenza a dipingerci come terroristi, ad accomunarci addirittura all’Isis, realtà completamente opposta ai nostri ideali». Veniamo finalmente rilasciati con il permesso di lavorare nel quartiere, ma non senza una scorta. Il nostro interprete ci dice: «Tutto quello che è accaduto negli ultimi due anni ha sviluppato una vera e propria “camera fobia”. Non possiamo biasimare queste persone. Guardate cosa ha fatto Israele nell’ultimo anno. Tantissimi hanno perso la propria famiglia, la propria casa, hanno vissuto sotto costanti bombardamenti. La loro attitudine verso l’Occidente e, soprattutto, verso i media è completamente cambiata».

Un ragazzino sventola la bandiera raffigurante il volto di Hassan Nasrallah, sul tetto della moschea durante un funerale nella cittadina di Tayr Debba, nel Sud del Libano. Foto Angelo Calianno.

Nel giorno del Papa

Il giorno dell’arrivo del Papa porta a Beirut una ventata di serenità. Almeno per i prossimi tre giorni si è sicuri che non ci saranno attacchi da parte di Israele. In Libano, questa è la prima visita di un pontefice da quella di Giovanni Paolo II, nel 1997. All’arrivo, papa Leone XIV attraversa la città in auto. Raggiunge anche il quartiere sciita di Dahieh, quasi completamente in rovina. La folla, posta ai lati della strada, lo saluta con entusiasmo. Tanti indossano la sciarpa raffigurante l’effige del Vaticano e, insieme, quella di Hezbollah. Il Papa ha un’agenda fitta di incontri, tra cui quello con il presidente Aoun, le visite al monastero di San Marone e al santuario di Harissa. Tuttavia, il giorno più importante, almeno per la popolazione locale, è il 2 dicembre, quello della messa al Waterfront, la zona portuale di Beirut dove l’esplosione del 4 agosto 2020 uccise 236 persone e ne ferì oltre settemila.

Il Papa comincia la giornata del 2 dicembre sul sito della tragedia, incontra le famiglie delle vittime e prega con loro. Per accedere alla messa è stato necessario prenotare un biglietto online: i posti a disposizione si sono esauriti in poche ore. Il totale dei ticket emessi è stato di 150mila. Ci muoviamo tra le file della gente per fotografare i fedeli accorsi qui numerosi. Il governo ha vietato qualsiasi bandiera o simbolo politico che non siano quelli del Libano o del Vaticano. Intervistiamo un uomo che accompagna un gruppo di ragazzi arrivati da una delle comunità maronite, a Nord di Beirut: «Il simbolo che questa visita rappresenta per noi è importantissimo. È un giorno storico. La vita dei cristiani in Medio Oriente non è mai stata semplice, soprattutto negli ultimi decenni. Avere un supporto, essere riconosciuti, per noi è fondamentale. Il mondo oggi guarda in diretta queste immagini, vede il Papa a Beirut e, quindi, si ricorda che esistiamo anche noi».

La visita del Papa si conclude senza problemi, ma subito dopo il decollo del suo aereo la tensione ricomincia a salire. Il portavoce dell’Idf (Israel defence force, l’esercito di Israele) ha comunicato che, se Hezbollah non consegnerà tutte le sue armi, ci sarà un massiccio attacco subito dopo la partenza del Papa. I nuovi raid aerei, nella parte Sud del Paese, arrivano a poche ore dal rientro del pontefice a Roma. Non sono imponenti quanto Israele aveva minacciato, ma sono quotidiani e costanti.

Decidiamo di partire verso il confine meridionale, per proseguire lì il nostro reportage.

Alla messa papale del 2 dicembre 2025: tanti fedeli emozionati e un’organizzazione pressochè perfetta. Foto Angelo Calianno.

Mezz’ora per evacuare

Arriviamo a Chehour, nel distretto di Tiro, all’indomani di un attacco israeliano. Qui incontriamo Mohammed, un uomo a cui è stata bombardata la casa. Lo troviamo di spalle, a guardare quello che rimane della sua proprietà. «Ero a cena con la mia famiglia, ho ricevuto la telefonata delle autorità libanesi che mi dicevano di evacuare. Ci hanno dato mezz’ora per prendere tutto. Al mio ritorno, il mattino dopo, questo è quello che ho trovato. Ho spostato la mia famiglia in un posto più sicuro, ma io rimarrò qui. Dormirò in questa casa, senza porte e finestre, con il soffitto crollato, ma non me ne andrò. Qui abbiamo dato un soprannome all’Idf israeliana, la chiamiamo “Itf”, ovvero Israeli terrorist force. Nessuno li sta fermando. Netanyahu è un criminale di guerra e, invece di arrestarlo, gli altri Stati lo appoggiano. Io credo che il loro scopo finale sia quello di occupare questa parte di Libano, in particolare per le nostre risorse. Posso dirvi che però io da qui non me ne andrò mai. Combatterei anche a mani nude per la mia terra. Sono nato qui, questa è casa mia. Se vogliono mandarmi via, dovranno uccidermi».

Come avvengono i bombardamenti? Come funzionano le evacuazioni? Ce lo spiega Amir. Anche a lui Israele ha bombardato la casa pochi giorni fa: «Israele comunica all’esercito libanese esattamente quali case e zone bombarderà. Noi riceviamo una telefonata in cui ci dicono di evacuare. Abbiamo 30-40 minuti per farlo. In questo poco tempo dobbiamo prendere quello che possiamo e andare via. Ci è proibito ricostruire, e tutto questo avviene durante una tregua che Israele continua a violare. Oltre a questo, c’è anche la pressione psicologica dei droni che ci sorvolano costantemente».

Tutto il Sud del Libano, in particolare i villaggi al confine con Israele, è stato attaccato subito dopo il cessate il fuoco, soprattutto tra dicembre 2024 e gennaio 2025. Lo stato maggiore israeliano ha affermato di voler distruggere le postazioni di Hezbollah. Chi vive qui, però, sostiene che Hezbollah si sia ritirato da queste zone già da molto tempo e che gli attacchi siano semplicemente una scusa per occupare ancora terra, in vista di una prossima colonizzazione. Il governo libanese, appoggiato dagli Stati Uniti e come parte del trattato del cessate il fuoco, effettua campagne giornaliere per il disarmo di Hezbollah. Ma, come è facile immaginare, nessuno dei membri del partito sciita ha intenzione di rinunciare alle armi.

Mays el Jabal, quello che rimane dopo i continui attacchi di Israele nell’ultimo anno. Foto Angelo Calianno.

Sotto l’occhio dei droni

Arriviamo fino a Houla, una cittadina ad appena 500 metri dal confine israeliano. Questo luogo, prima del 2023, contava fino a 15mila abitanti. Oggi ne rimangono appena 400. Il nostro arrivo viene seguito da un drone israeliano che vola a bassissima quota. È un drone da ricognizione e, molto probabilmente, filmandoci sta eseguendo un riconoscimento facciale. Sono pochissime le case ancora in piedi. Il paese è stato totalmente evacuato dall’ottobre 2024 al febbraio 2025. In quel periodo, Israele ha usato gran parte delle case come avamposti contro la resistenza libanese. Prima di ritirarsi, i soldati dell’Idf hanno distrutto e vandalizzato quasi tutto: scuole, infrastrutture e, per la maggior parte, le case dei residenti.

Sulle rovine di una di queste abitazioni troviamo Ghassan. Lui è un giovane originario di Houla che ora lavora all’estero. Qui vivevano i suoi genitori che oggi, come migliaia di altri abitanti, si sono spostati per trovare rifugio in un’altra città. Ci racconta: «Avrei preferito accogliervi in una casa ancora in piedi. Questa, era stata costruita da mio nonno negli anni Cinquanta. Sono nato e cresciuto qui; da diversi anni vivo fuori dal Libano, ma tornavo a trovare i miei genitori ogni due mesi. Questa è la situazione di oggi: la maggior parte delle persone è costretta a vivere lontano da quella che era la propria terra. Eppure, se chiedi a mio padre e a chiunque abbia perso la casa, la loro priorità è quella di tornare e ricostruire, anche se è proibito. La cosa più triste è che nessuno parla di noi».

Ghassan ci guida al piano inferiore. I muri, quelli che sono rimasti ancora in piedi, sono stati crivellati dai proiettili. All’interno troviamo lattine vuote e incarti di snack israeliani; le stanze sono state usate come accampamento dai soldati dell’Idf per settimane. Quando chiediamo a Ghassan cosa immagina o vorrebbe per il futuro, ci risponde: «In Libano oggi ognuno di noi ha un’opinione diversa riguardo questo. Io vorrei la pace, non l’abbiamo da 70 anni. Credo sia arrivata l’ora che ci lascino vivere senza guerra».

Chehour, due uomini controllano lo stato della casa di Mohammed dopo l’attacco di un drone israeliano. Foto Angelo Calianno.

Uno scenario di distruzione

Lasciamo Houla per guidare lungo il confine israeliano.
Lo scenario è spettrale: intere città distrutte, auto carbonizzate, rovine e odore di bruciato. Arriviamo fino a Yaroun, altra città completamente rasa al suolo. Questo è il punto più visibile da cui poter osservare il muro che Israele sta costruendo sulla linea del confine. La costruzione del muro è cominciata nel 2018; un ulteriore rinforzo e ampliamento è proseguito poi nel 2023. Nelle ultime settimane, l’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), che spesso incontriamo a pattugliare queste zone, ha affermato che, durante gli ultimi mesi, Israele ha oltrepassato la Blue line (linea di confine stabilita nel 2000 dalle Nazioni Unite), occupando oltre quattromila metri quadrati di territorio libanese. Sempre secondo i rapporti dell’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), dal cessate il fuoco del 27 novembre 2024, Israele ha commesso più di diecimila violazioni in dodici mesi, tra attacchi aerei, incursioni terrestri e sorvoli di droni.

Rientrando a Beirut ci fermiamo a Tayr Debba. Qui, qualche ora fa, Israele ha colpito di nuovo. Zanan è una giovane donna libanese a cui hanno distrutto casa e ufficio. Una ruspa spiana quello che ne rimane; un uomo cerca di recuperare qualche ricordo tra le macerie. Prima di andare via, Zanan ci dice: «Qui abbiamo un detto. Pensiamo che quello che si possiede equivalga al peso della propria anima, che ne sia una sua rappresentazione all’esterno. Perdere la propria casa, per noi, è come perdere un pezzo della nostra anima».

Angelo Calianno

Foto di un giovane martire all’ingresso di Houla, villaggio nei pressi del confine. Foto Angelo Calianno.



Radici sacre, identità viva

Alle pendici del Kirinyaga, il Monte Kenya, si intrecciano cosmogonie, racconti e pratiche che hanno definito l’identità del popolo Kikuyu e la ridefiniscono attraverso le generazioni.

I Kikuyu, un popolo bantu stabilitosi circa duemila anni fa sugli altipiani centrali dell’attuale Kenya, da sempre chiamano il monte che sorge sul loro territorio Kirinyaga (Kĩrĩnyaga o Kere-Nyaga), che significa «Montagna della lucentezza» o «Montagna bianca», per la neve che lo ricopre. Il primo a mettere per iscritto il nome di quel monte fu l’esploratore tedesco Johann Ludwig Krapf nel 1849, usando la grafia Kenia, secondo la pronuncia delle sue guide non kikuyu.

Più tardi gli inglesi preferirono usare la trascrizione Kenya, più consona al loro modo di scrivere le lingue locali. Così, anche i movimenti per l’indipendenza presero lo stesso nome, come aveva fatto Jomo Kenyatta, il quale si chiamava in realtà Kamau wa Ngengi, proprio per legare il loro destino a quello della nazione.

© AfMC

Il monte Kenya

Nel suo libro «Davanti al Monte Kenya» (Facing Mount Kenya), pubblicato nel 1938, Jomo Kenyatta, di etnia kikuyu, spiega il valore simbolico della montagna, legata al mito delle origini.

Kirinyaga è molto più di una vetta, è l’asse cosmico e il cuore spirituale di un intero popolo. Nella cosmologia tradizionale kikuyu, è la dimora di Ngai, il dio creatore. Rappresenta il richiamo delle radici e il riferimento costante per la vita comunitaria e per la spiritualità. Non è un luogo da conquistare, ma da onorare. Le cerimonie più importanti – nascite, iniziazioni, matrimoni e funerali – sono accompagnate da invocazioni a Ngai rivolte verso la montagna. Anche elementi naturali come pioggia, sole, luna e arcobaleni sono considerati manifestazioni della sua presenza.

Vivere sotto lo sguardo del monte significa abitare un paesaggio impregnato di sacralità, dove ogni gesto quotidiano è memoria, in un dialogo costante tra esseri umani e natura.

Nella tradizione kikuyu la natura non è mai sfondo, ma interlocutrice. Gli alberi sacri e i cicli agricoli sono parte di una visione del mondo in cui l’identità individuale vive sempre dentro una rete di relazioni: con la famiglia, la comunità, gli spiriti degli antenati e la terra che offre il suo nutrimento.

Grande albero di mugumu, foto 1902 di Filippo Perlo. © AfMC

Il mugumo

In particolare, un’antica pianta di fico, detta mugumo (letteralmente «quel vecchio albero grigio»), è profondamente intrec-
ciata con il tessuto spirituale, culturale e storico della comunità kikuyu. È considerato un albero sacro, dimora degli spiriti ancestrali (mumbi) e degli antenati (ngoma). Le persone possono cercare guida, benedizioni e protezione connettendosi con i propri antenati attraverso pratiche rituali che hanno quell’albero al centro, come il rito di iniziazione o l’offerta di preghiere o di latte, miele o birra tradizionale.

Segnali quali uccelli che si posano sull’albero o eventi insoliti che accadono vicino a esso, sono interpretati come messaggi da parte degli spiriti ancestrali, e gli anziani possono eseguire divinazioni per ottenere indicazioni da questi segni. La corteccia del fico ha una funzione terapeutica, così come la linfa lattiginosa, usata anche nei rituali per la fertilità.

Il fico mugumo è un luogo di ritrovo per importanti eventi comunitari e per la risoluzione dei conflitti. Si ritiene, infatti, che l’energia spirituale dell’albero promuova equità, imparzialità e unità, aiutando a risolvere le controversie e a prendere decisioni importanti.

Il mugumo ha avuto un ruolo nella storia della resistenza contro il dominio coloniale: i combattenti per la libertà si raduna-
vano sotto questo albero per pianificare e organizzare le loro attività. Così è diventato un simbolo di resilienza e unità contro lo sradicamento e di sfida all’oppressione.

Danza tradizionale Kikuyu attorno a un mugumu. Foto di Filippo Perlo. © AfMC

La Consolata e i Kikuyu

La presenza dei Missionari della Consolata tra i Kikuyu è una storia di fede, dedizione e trasformazione sociale.

Alla fine dell’800 il cardinale Guglielmo Massaia chiese l’invio di missionari in Etiopia. Propaganda Fide affidò all’Istituto Missioni Consolata il compito di evangelizzare i popoli del Kaffa (Etiopia). «Ma il piano di Dio era un altro: non l’Etiopia, ma il Kenya», racconta lo storico Giovanni Giorgio Demaria. «Dato che il Massaia aveva impiegato quattro anni per raggiungere l’Etiopia risalendo il Nilo, si pensa di arrivarci partendo dall’Oceano Indiano. Allamano, per avere informazioni, si rivolge al console italiano a Zanzibar. Quest’ultimo rimanda ai Padri dello Spirito Santo del vicariato di Zanzibar, che comprende anche l’area che oggi è il Kenya, alla cui guida c’è monsignor Émile-Auguste Allgeyer». Allgeyer, nel novembre 1901, accettò la richiesta di Allamano di mandare missionari nel Kikuyu Nord, nel proprio vicariato per la prova richiesta da Propaganda Fide ai nuovi istituti. La zona rappresentava il trampolino per raggiungere l’Etiopia.

Il 28 giugno 1902, i primi quattro missionari della Consolata arrivarono presso i Kikuyu.

La loro prima base fu il villaggio di Tuthu, nella regione di Murang’a, che oggi è considerato il «luogo delle origini» della fede cristiana per milioni di keniani. Nel 1904, infatti, si tenne l’importante conferenza di Murang’a (cfr. dossier di MC ottobre 2020) in cui si stabilirono i criteri fondamenti per il lavoro missionario: apprendimento della lingua locale, annuncio evangelico itinerante, lavoro manuale, buoni rapporti con indigeni e governo, formazione dei catechisti, cura dei malati, visite ai villaggi, istituzione di scuole.

Importantissimo si rivelò il lavoro delle suore, in particolare con i malati, e la capacità dei fratelli laici a trattare i Kikuyu con dignità, tenendo conto della fatica dei lavoratori e della necessità di garantire loro un salario adeguato.

I missionari, nonostante difficoltà come il clima, le malattie, la solitudine, la scarsa possibilità di comunicare con la gente di cui non si conoscevano le abitudini e la mentalità, si dedicarono immediatamente a imparare la lingua e le tradizioni locali, a curare i malati, a insegnare mestieri e avviare scuole, annunciando il Vangelo con rispetto e pazienza. «Aspettarono 13 anni per celebrare il primo battesimo», racconta padre Vincenzo Salemi, missionario della Consolata, che ha vissuto tra i Kikuyu per vent’anni dal 1968.

L’incontro con i Kikuyu ha generato sfide e cambiamenti, ma anche spazi di ibridazione culturale, dando vita a nuove forme di appartenenza.

Il Canonico G. Camisassa in visita alla Missione della Madonna di Mondovì al Karema Nel 1911 – La folla convenuta per la grande gara catechistica. © AfMC

L’identità contemporanea

Oggi i Kikuyu vivono una realtà dinamica. Sono in gran parte agricoltori: coltivano caffè, tè, mais, banane e ortaggi, soprattutto nelle fertili regioni del Monte Kenya. Molti vivono in aree urbane, a Nairobi ad esempio, dove sono attivi nel commercio, nell’istruzione, nella sanità e nella politica.

Ma nei villaggi sono ancora presenti le case tradizionali, thingira o nyõmba (da nyumba in kiswahili), di forma circolare per riflettere l’armonia con la natura e la ciclicità della vita. L’ingresso delle capanne è rivolto a Nord Est, verso il Monte Kenya, in segno di rispetto verso Ngai.
All’interno, c’è una zona per cucinare, una per dormire, una per conservare semi e oggetti rituali, un’altra per il bestiame.

La nyõmba non è un semplice spazio abitativo: ancora oggi è un simbolo di identità e continuità del clan. Le donne, infatti, nella nyõmba esprimono la loro centralità nella trasmissione del sapere orale: è lì che le madri insegnano alle figlie i canti, i proverbi, le tecniche agricole e i rituali. La struttura familiare, infatti, rimane ancora oggi un elemento di solidità: la famiglia estesa e il rispetto per gli anziani continuano a essere valori centrali. Le nuove generazioni affrontano la sfida di conciliare la modernità con le radici culturali.

I giovani kikuyu oggi sono normalmente trilingui: parlano kikuyu, swahili e inglese.

Riti di passaggio, come l’iniziazione, sono ancora celebrati, soprattutto nelle zone rurali, in forme nuove e adattate alla sensibilità della società contemporanea, accompagnate da danze e canti tradizionali.

Il rito di iniziazione tradizionale, di cui ancora oggi si conserva un forte ricordo, si svolgeva per gruppi di età denominati irua, ognuno con un nome specifico e composto da adolescenti con massimo cinque anni di differenza tra loro.

Nei mesi che precedevano la cerimonia, gli iniziandi ricevevano insegnamenti da un anziano riguardo ai valori, i doveri e le responsabilità comunitarie.

La cerimonia, chiamata mambura, era anticipata da una danza preparatoria per celebrare e rafforzare la solidarietà del gruppo.

I maschi venivano circoncisi come rito centrale per il passaggio alla maggiore età. La cerimonia pubblica richiedeva dimostrazioni di coraggio: esprimere paura era considerato vergognoso per sé e per la famiglia. Dopo la circoncisione, i giovani rimanevano in isolamento per settimane, durante le quali erano intensificati gli insegnamenti sulla cultura kikuyu.

Ancora oggi la circoncisione maschile è essenziale, ma, soprattutto in città, molti ragazzi sono circoncisi in strutture sanitarie.

Anche le ragazze, con la guida di un’anziana, affrontano la cerimonia di iniziazione – essenziale per il matrimonio -. La tradizione prevedeva che rimanessero per un periodo isolate a imparare il ruolo di donna adulta: dal matrimonio alla maternità e alla responsabilità comunitaria. In passato veniva praticata una forma di mutilazione genitale, ma attualmente le comunità l’hanno sostituita con altre cerimonie fortemente simboliche.

Guaritore tradizionale kikuyu all’opera a Tuthu, tra il 192 e il 1910, © AfMC

Salute e malattia

Anche per quanto riguarda il rapporto con la salute, i Kikuyu sperimentano una commistione tra saperi ancestrali e apporti della modernità.

La salute non è considerata solo assenza di malattia: è equilibrio tra corpo, spirito e comunità. Per questa ragione la medicina tradizionale svolge un ruolo fondamentale nel sistema di pensiero kikuyu: è cura, ma anche memoria e cultura.

Nonostante il declino apparente nell’ambiente urbano contemporaneo, la figura del mũndũ mũgo, il guaritore, continua ad adattarsi ai cambiamenti sociali, rimanendo un punto di riferimento fondamentale per la salute e la gestione delle problematiche magico religiose.

Egli custodisce, infatti, saperi tramandati oralmente per generazioni. Le sue specializzazioni includono la divinazione (kũragũra), l’identificazione dei sortilegi e la protezione da essi, e l’erboristeria.

Le piante medicinali, raccolte con rituali che rispettano la natura, sono usate per curare febbri, infezioni e disturbi più complessi. Ognuna ha una storia, un potere e un legame con il mondo spirituale.

La guarigione non è mai un evento del singolo individuo, ma coinvolge la famiglia e, spesso, l’intero villaggio. La malattia, infatti, è vista come squilibrio che riguarda la persona nella sua rete sociale. I rituali di purificazione e le preghiere agli antenati rafforzano il senso di appartenenza e protezione.

Oggi, le radici kikuyu continuano a nutrire un’identità viva, capace di confrontarsi con la modernità senza perdere il legame con il Kirinyaga. Non sono catene che imprigionano, ma ponti che permettono di attraversare il tempo e lo spazio.

Elisabetta Gatto e Gloria Codello

Vista aerea da Est del Monte Kenya (© AfMC / Gigi Anataloni)

La mostra «Kirinyaga»

La relazione profonda del popolo kikuyu con la terra e con gli antenati è al centro della mostra «Kirinyaga. Radici sacre, identità viva», allestita nello spazio per le mostre temporanee Urihi del Cam – Cultures and mission, il Polo culturale dei Missionari della Consolata a Torino -, fino a novembre. Si tratta della prima mostra originale organizzata dal comitato scientifico del Cam e allestita da Mediacor.

Il percorso espositivo, attraverso oggetti, immagini storiche e testimonianze video, intende restituire due dimensioni inseparabili: le radici sacre, cioè la profondità spirituale e simbolica che continua a orientare oggi la vita sociale kikuyu, e l’identità viva, che non è immobile, né «folclorica». Questa identità è stata capace di trasformarsi, di attraversare la storia coloniale, la modernità urbana, le migrazioni, fino alle sfide del presente.

Si racconta un viaggio dalle tradizioni ancestrali alla contemporaneità, mettendo in luce la forza di una comunità che ha saputo dialogare con il mondo, anche resistendo alla dominazione coloniale e aprendosi all’incontro con i Missionari della Consolata, giunti in Kenya all’inizio del XX secolo.

E.G e G.C.

info@cam.consolata.eu



Prendersi cura, caso per caso

Persone di diverse nazionalità del Sudest asiatico raggiungono Taiwan in cerca di lavoro. Spesso sono sfruttate e ci sono casi di traffico di esseri umani. Da quasi trent’anni un centro diocesano assiste questi migranti. Abbiamo incontrato le responsabili.

Hsinchu. Suor Jocelyn Arevalo ci accoglie con un largo sorriso. È una persona minuta e piena di vitalità. Parla inglese in modo fluente. Chiamata da tutti suor Joyce, è filippina, e da oltre 25 anni vive e lavora a Taiwan. La sua congregazione, le suore agostiniane di Nostra Signora della consolazione ha avuto origine a Manila, all’inizio del secolo scorso.

Lei è la responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Hsinchu, che copre una vasta zona a Sud della capitale Taipei. Subito ci invita a entrare nel palazzo sede del Hsinchu catholic migrants and immigrants service center, centro servizi per migranti, il maggiore dei tre che gestisce la diocesi.

Qui ci presenta Lydia Nieh, la supervisionatrice dei casi, ovvero colei che coordina tutti gli operatori (case workers) che lavorano con le persone assistite dal centro. Questi seguono ogni «caso», appunto, singolarmente. Lydia è anch’essa una immigrata, nata in Myanmar, di etnia cinese. Infine, suor Joyce ci introduce alla direttrice del centro, Gracie Liu, taiwanese.

Le tre donne, di tre origini diverse, paiono piuttosto affiatate.

Suor Joyce prende subito la parola: «Questo centro, che ha celebrato 27 anni di attività, non realizza solamente il lavoro pastorale con i migranti, ma è un vero centro servizi per loro. Certo forniamo il nostro accompagnamento per la crescita spirituale dei lavoratori migranti, ma anche un aiuto emotivo, psicologico e fisico. Ad esempio, organizziamo la messa nelle diverse lingue in cattedrale. E – continua la religiosa – facciamo consulenza per i casi di depressione, ricerca della famiglia, o diversi altri problemi pratici che possono incontrare. Inoltre, quando necessario, offriamo letti e docce in dormitori. Più in generale, difendiamo i diritti dei migranti».

Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)

Chi migra a Taiwan

Taiwan è uno dei pochi Paesi ad alto reddito nella regione, per questo motivo è meta ambita di migranti dalle varie nazioni limitrofe. Il centro diocesano si occupa dei lavoratori migranti più bisognosi: «Qui vengono soprattutto filippini, vietnamiti, indonesiani, e thailandesi – continua suor Joyce -. Molti filippini lavorano nelle fabbriche dei semiconduttori, al Science park di Hsinchu (vasta area industriale dove sono presenti i maggiori stabilimenti di semiconduttori al mondo), perché sono favoriti dal fatto che parlano inglese. I vietnamiti sono molto bravi nelle costruzioni e sono impiegati nei cantieri. Le donne indonesiane trovano lavoro come care giver presso le famiglie». Gli uomini di varie nazionalità, inoltre, lavorano anche in agricoltura e nella pesca.

«Il vescovo, monsignor Lee, ci supporta molto, è coinvolto con il nostro lavoro, e noi lo aggiorniamo sempre sulle attività del centro.

Tra tutte le diocesi di Taiwan, possiamo dire che quella di Hsinchu ha i centri migranti meglio organizzati. Ce ne sono tre, di cui uno dedicato ai vietnamiti in Taoyuan».

Abbiamo incontrato monsignor John Baptist Lee Keh-mien alcuni giorni fa. Ci ha informati sul fatto che molti migranti frequentano le parrocchie e che lui sta incoraggiando sacerdoti e religiose dei Paesi di maggiore immigrazione a venire a lavorare in diocesi, in modo da ridurre le barriere linguistiche e culturali.

Ci ha, inoltre, raccontato della sua preoccupazione per i lavoratori senza documenti, e di come, talvolta, la polizia venga a cercarli durante la messa.

Secondo lui, «l’economia di Taiwan ha bisogno di questi lavoratori, ma quelli senza documenti vengono sfruttati perché pagati di meno».

Assistenza personalizzata

Lydia prende la parola: «Assistiamo ogni migrante personalmente. Innanzitutto verifichiamo se ci sono state delle violazioni dei suoi diritti. Per fare questo cerchiamo di capire se dicono la verità, poi registriamo il caso e chiamiamo i servizi governativi. In Taiwan c’è il numero telefonico dedicato alla protezione dei lavoratori migranti. Questi possono chiamare il numero e trovare un operatore che parla la loro lingua. Li incoraggiamo a chiedere assistenza e li aiutiamo nella negoziazione, se necessario.

Abbiamo anche delle strutture per dare loro un aiuto diretto. Possiamo fornire un letto e una doccia, se ne hanno bisogno. Di solito le fabbriche che impiegano questi lavoratori, mettono a disposizione dei dormitori. Mentre i lavoratori domestici dormono a casa del datore di lavoro. Nel caso non potessero, ad esempio per conflitti con il datore stesso, possono venire qui».

I posti a disposizione nel centro sono sessantadue e gli ospiti stanno mediamente uno o due mesi, ma in alcuni casi possono stare anche per tempi più lunghi.

Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)

Le vittime di traffico

Particolare importanza è data ai casi di vittime di traffico di persone. «Esistono degli intermediari illegali che vanno nei Paesi di provenienza e propongono ai potenziali migranti un lavoro, dicendo che è previsto un alto salario – spiega Lydia -. Questi partono, e l’intermediario li propone per dei lavori presso suoi clienti che di solito, però, non sono quelli pattuiti. Ad esempio, le lavoratrici domestiche vengono trattenute e quasi segregate. “Puoi guadagnare più soldi”, dicono loro, “sei già qui, perché no”, e restano imbrigliate. Talvolta sono salvate dalla polizia.

In altri casi il datore di lavoro usa falsi contratti, chiede ai lavoratori di venire a Taiwan e poi li dirotta su altre società.

Lydia racconta di un caso accaduto circa tre anni fa: «È successo che a una ventina di uomini vietnamiti, l’intermediario avesse parlato di una ditta inesistente, mostrando documenti falsi per farli venire dal Vietnam. Quando i lavoratori sono arrivati a Taiwan, l’intermediario li ha portati a una compagnia differente da quella prevista, dicendo loro che potevano lavorare lì. Ma i migranti non avevano il permesso di lavoro, e non hanno ricevuto alcun contratto, iniziando quindi un lavoro con un salario ridotto in quanto essi erano “illegali” nel Paese».

La vicenda è venuta poi alla luce perché uno dei vietnamiti, stufo di essere sfruttato, è andato dalla polizia. «Gli agenti hanno investigato per sei mesi, trovando, infine, un gruppo di ventuno lavoratori migranti senza documenti e sfruttati. Li hanno portati al nostro centro chiedendoci di dare loro rifugio». 

Se sono ingressi illegali, come normalmente capita in questi casi, e sono riconosciuti come casi di traffico di persone, i migranti ottengono uno status legale, e il permesso di lavorare. 

Lavoratori senza documenti

«Per quanto riguarda le persone prive di documenti, le aiutiamo per pratiche varie, ma anche, per esempio, per andare all’ospedale. La diocesi di Hsinchu gestisce, infatti, il Mercy hospital. Il Governo chiede la segnalazione alla polizia dei migranti senza documenti. In alcuni ospedali lo staff rispetta questa regola. Ma nell’ospedale della diocesi non si fa. Se i migranti hanno un incidente sul lavoro, ci chiedono aiuto, e anche se sono senza documenti, noi li assistiamo. Ma se vanno davanti a un giudice, questo li fa arrestare. Quindi, talvolta diciamo loro di andare prima dalla polizia a dichiararsi spontaneamente».

Gracie, la direttrice del centro, ci fa il punto su alcune attività: «Sovente i migranti non capiscono i documenti e non sanno dove firmare, ad esempio i contratti di lavoro. Tutto è scritto in lingua cinese e non ci sono traduzioni.

Gli intermediari, o i datori di lavoro, dicono loro di firmare. Ma loro non si sentono sicuri».

Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)

I gruppi di assistenza

«Da quando abbiamo scoperto questi problemi, il nostro ufficio ha organizzato gli Education assistance groups (gruppi di educazione e assistenza). Si tratta di gruppi di lavoratori immigrati, già stabilizzati, in particolare filippini. Alcuni di loro sono i nostri leader in cattedrale per la pastorale internazionale delle comunità cattoliche.

I gruppi di educazione e assistenza responsabile offrono formazione ai gruppi di migranti arrivati da poco. Questo lo si fa con cadenza mensile.

Per qualsiasi tipo di problematica incontrino i migranti, noi cerchiamo di dare loro una formazione adeguata. Lo facciamo in cattedrale, ma anche in diverse chiese della diocesi. Numerose sono le comunità filippine e indonesiane.

Il gruppo di educazione è anche un modo per fare sapere ai lavoratori migranti che in questa diocesi esiste un centro che può aiutarli. È un lavoro di sensibilizzazione», continua Gracie.

«Come canale informativo usiamo anche due pagine Facebook, una del centro e l’altra della cattedrale. Qui riceviamo commenti, domande, in diverse lingue.

Quando vediamo qualche messaggio, intervengono i nostri operatori delle diverse nazionalità, in modo che possiamo sempre assicurare una risposta in ogni lingua. Anche per questo ci chiamano per assistenza». 

Suor Joyce spiega: «In cattedrale abbiamo due messe la domenica e, talvolta, subito dopo la funzione, qualche lavoratore migrante viene a farci delle domande, se ci sono questioni che non capiscono. Io chiamo la direttrice, anche se è domenica. Ecco perché siamo sempre disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.

Di solito facciamo una breve formazione di quindici minuti con i membri dei gruppi di educazione e assistenza prima della messa, sulle questioni più importanti.

Ad esempio, c’è stato un periodo nel quale davamo informazioni sull’uso delle moto, perché i migranti non conoscono il codice stradale di Taiwan e vengono fermati sovente dalla polizia. Nelle Filippine si guida in maniera molto differente.

Questa è educazione pratica. Aiutiamo anche su questioni riguardanti i soldi, ad esempio sui prestiti che spesso nascondono truffe. Un lavoro preparatorio è fare delle riunioni nelle quali gli animatori di questi gruppi di educazione discutono su come sia meglio agire a fronte di vari eventi. Le loro esperienze personali di ex migranti aiutano molto.

Con la direttrice e Lydia discutiamo una volta al mese insieme ai nostri case workers, per parlare di quali sono i casi, e di quali sono le cose che dobbiamo fare per loro.

C’è sempre un lavoro di squadra, una discussione, affinché il nostro centro dia un servizio migliore. Una difficoltà è data dal dovere interagire con molte nazionalità differenti», conclude suor Joyce.

Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)

In rete per i migranti

I tre centri migranti della diocesi di Hsinchu fanno parte del Migrant empower network di Taiwan (Men), una piattaforma di tutte le organizzazioni che si occupano di migrazione.

«Ci si ritrova a discutere quali sono i temi più importanti per i migranti – ci racconta suor Joyce -. Ogni due anni abbiamo un raduno internazionale sulla migrazione, durante il quale si discute, in particolare, un tema. L’ultimo è stato “abolire il sistema degli intermediari”, cioè quelle persone che reclutano all’estero gente da sfruttare, perché essi creano molti problemi ai migranti.

Abbiamo cercato di rispondere ad alcune domande: come prendono i soldi ai migranti? E qual è il punto di vista del Governo di Taiwan?

Stiamo continuando la lotta su questo. E migranti da diversi Paesi e Ong si ritrovano in questi incontri».

Al centro, i migranti possono frequentare corsi di lingua cinese, di musica, o chiedere counseling ai case workers, fare incontri. Ma anche seguire formazioni per le care giver, e altre sulla legislazione, o su come collaborare con i datori di lavoro e come trovare un impiego, impostando correttamente un colloquio di selezione. Il centro mette a loro disposizione svariate attività. Essi vi soggiornano quando aspettano un lavoro, e lo attendono con impazienza, perché le loro famiglie nei Paesi di origine hanno bisogno di soldi. In alcuni casi, i migranti attendono il permesso di lavoro oppure il rimpatrio.

«Anche se il nostro centro è cattolico, noi non facciamo distinzione di religione. Incoraggiamo i migranti a pregare ciascuno nel proprio credo, a frequentare la propria chiesa, o culto. Anche il nostro staff non è affatto tutto cattolico.

Inoltre, la diocesi organizza incontri tra le varie religioni, con protestanti, buddhisti, taoisti», conclude suor Joyce, facendo riferimento alla grande pluralità religiosa che si vive a Taiwan. Alla fine del nostro incontro, le tre leader ci portano a visitare i locali del centro. Ci incuriosisce una saletta all’ingresso della quale c’è un cartello: su sfondo verde è disegnato il simbolo di una moschea stilizzata, e sono scritti i testi «muslim prayer room» in inglese, sala di preghiera in bahasa indonesia e in cinese. Un piccolo grande esempio di accoglienza.

Marco Bello

Taiwan, Hsinchu, la cattedrale, esterno.(Foto Marco Bello)

Il lavoro per l’inclusione nella diocesi di Hsinchu
Le persone al centro

Incontriamo suor Maristella Piergianni, missionaria del Sacro costato. La sua è una congregazione di spiritualità ignaziana, fondata a Gravina di Puglia (Bari) da Eustachio Montemurro nel 1908 (cfr. MC luglio 2025).

Suor Maristella vive a Taiwan dal 1965 e ha 83 anni, ma ne dimostra dieci di meno. Siamo al centro Social welfare foundation san Giuseppe, un palazzo moderno di cinque piani nel centro cittadino. È un luogo nel quale ci si occupa di disabilità.

La religiosa ci presenta Monica Lin, la direttrice del centro, e ci racconta l’origine di quest’opera: «Nel 1975 era parroco qui a Hsinchu un padre gesuita ungherese, Stefano Jasko. Un giorno vide un ragazzo con disabilità aggirarsi per le strade senza una meta, ed ebbe l’intuizione di accoglierlo. Ha iniziato così a raccogliere ragazzi che nessuno voleva negli edifici della parrocchia. Alcune famiglie tenevano i ragazzi segregati in casa perché ne avevano vergogna. La voce si è sparsa, così sono arrivati altri disabili fisici e mentali. I ragazzi sono diventati tanti e c’è stata la necessità di creare un centro adatto per loro».

Suor Maristella ci spiega, inoltre, che per alcuni decenni il centro è stato in un altro edificio, nella parrocchia di san Giuseppe, poi, circa undici anni fa, è stato costruito il palazzo nel quale ci troviamo, realizzato con tutti i criteri per le disabilità fisiche.

Qui sono seguite un migliaio di persone, di tutte le età, dai bambini piccoli agli adulti. Ma non è un centro residenziale. Alcuni vivono a casa dei genitori, altri in case famiglia. C’è anche un dormitorio legato al centro in un’altra struttura.

Suor Maristella parla con noi in italiano e si confronta con la direttrice in cinese, in entrambe le lingue ha lo stesso simpatico accento del Sud Italia.

«Qui è come una scuola, dove ci sono molteplici attività per ragazzi e adulti, ma tutte diurne. Ognuno però è seguito singolarmente in tutto il suo percorso. Alcuni di loro lavorano, secondo le proprie capacità. Facciamo in modo che possano essere autonomi, quando possibile. Poi ci sono quelli più gravi, che non possono lavorare».

Il centro, fondato dai Gesuiti, è inserito nelle opere sociali della Chiesa. Con la riduzione generale del numero di sacerdoti, la direzione è stata affidata direttamente alla diocesi. Nei primi anni ha ricevuto finanziamenti dall’estero, dalla rete della congregazione. Poi anche dal Governo di Taiwan. Oggi, si regge su donazioni di privati taiwanesi e su contributi statali per il pagamento del personale. Vi lavorano, infatti, circa centocinquanta persone.

«Io sono infermiera – continua suor Maristella – diplomata negli Stati Uniti. Lavoravo in un ospedale della diocesi, poi, nel 1992, padre Stefano chiese alla nostra congregazione un’infermiera per aiutarlo con i suoi ragazzi. E così fui trasferita al centro. A parte un periodo di alcuni anni durante i quali ho fatto la superiora provinciale, sono rimasta a lavorare qui, assumendo incarichi diversi».

Mentre parla si interrompe e, con gli occhi sorridenti, dice: «Ma sono felici questi ragazzi, sono belli. C’è anche la banda musicale per le grandi feste!».

Suor Maristella e la direttrice ci mostrano poi una sala, nella quale si trovano giochi e pitture realizzate dai ragazzi e ragazze del centro: «Tutte queste cose vengono vendute per autofinanziamento», dice soddisfatta la religiosa.

Ma.B.

Taiwan su MC

Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)



Filippine. Coccodrilli al potere

Nel Paese «polmone cattolico dell’Asia», poche famiglie gestiscono il potere da decenni. La lotta alla corruzione è oggi uno dei temi forti della società civile. E la Chiesa si schiera con la popolazione che soffre diverse forme di povertà e ingiustizie.

«Le Filippine hanno bisogno di una rivoluzione morale». Padre Shay Cullen, prete irlandese della Società di San Colombano, nelle Filippine dal 1969, in un dialogo con Missioni Consolata auspica un cambiamento radicale.

Il missionario, che ha vissuto gli anni bui del regime di Ferdinando Marcos senior, ha poi assistito alla «rivoluzione nonviolenta» del 1986, all’ascesa di Corazon Aquino, al succedersi di altri presidenti, fino allo «sceriffo» Rodrigo Duterte e all’attuale Fernand Marcos junior, il figlio dell’ex dittatore.

Negli anni, il Paese è cambiato, è diventato una delle «tigri emergenti» del Sudest asiatico con un aumento annuo del Prodotto interno lordo costantemente superiore al 5%, alimentato dagli investimenti e dalle esportazioni e sostenuto dai consumi privati.

Il missionario ha visto la nazione dibattersi in problemi strutturali come la povertà che, ancora oggi, tocca il 21% della popolazione. Ha constatato come, negli anni, le Filippine abbiano adottato differenti approcci politici ai conflitti intestini che via via si sono presentati, come quello con i ribelli comunisti, o con gli islamisti radicali nel Sud dell’arcipelago, alternando la mano tesa al dialogo al pugno di ferro con campagne militari.

Padre Cullen ha visto le Filippine seguire e incoraggiare una politica migratoria che ha portato all’estero, in meno di 50 anni, oltre 10 milioni di persone, gli «overseas philipino workers», ben il 10% della popolazione che oggi conta circa 115 milioni di abitanti.

Gli espatriati sono persone che, con le loro rimesse, costituiscono una stampella fondamentale per l’economia nazionale.

Il prete irlandese ha consolato e accolto le vittime di tifoni e tempeste naturali che ogni anno, con cadenza e potenza sempre maggiori, sferzano l’arcipelago nella stagione dei monsoni, causando vittime e danni soprattutto tra le popolazioni più vulnerabili.

Da missionario, nel Paese che rappresenta «il polmone cattolico dell’Asia», con oltre il 90% della popolazione cristiana, ha predicato e scritto appellandosi alla fede e alla coscienza, esortando anche la gerarchia cattolica a trovare una via di testimonianza cristiana autentica e credibile in mezzo alle sfide della società e della cultura filippine.

Shay Cullen è il fondatore della Preda foundation, organizzazione nata nel 1974 e impegnata nella tutela di donne e bambini da abusi, schiavitù sessuale e traffico di persone: un ente che promuove i diritti umani e la dignità delle persone «per una società libera dalla corruzione», come afferma lo statuto associativo.

Ma «una società libera dalla corruzione» è ancora un auspicio lontano dal realizzarsi, rileva.

Per questo, ripercorrendo gli avvenimenti che, negli ultimi sei mesi, hanno attraversato le Filippine, invoca una «rivoluzione morale», che parta dalla coscienza di ogni cittadino e permei l’intera società. La nazione, nota per essere esposta a tifoni tropicali di violenza estrema – oltre venti tra l’estate e l’autunno del 2025 -, sopporta anche «il tifone umano della corruzione e degli accordi loschi tra politici e appaltatori, dove falsi progetti per infrastrutture di controllo delle inondazioni hanno prosciugato un trilione di pesos».

Il Paese, prosegue il sacerdote, «ha bisogno di un movimento indipendente, guidato da giovani leader carismatici con forti valori morali, dediti alla giustizia e alla verità, che possa sfidare la cultura della corruzione».

La corruzione sfrenata, aggiunge, «ha causato indicibili sofferenze. I politici indagano su altri politici. E gli amici aiutano gli amici a coprire i crimini contro il popolo. Non è una novità. Ogni anno si apre un’indagine su progetti condotti in modo opaco, ma ben poco ne esce, perché alla fine i colpevoli vengono puntualmente scagionati».

I bambini affrontano pericoli mentre raccolgono plastica in una discarica.
Foto di ILO / Remar Pablo 19 agosto 2024 Cotabato City, Filippine

Un popolo in marcia

Il tema della corruzione è riemerso con potenza a settembre del 2025, quando oltre 200 sigle della società civile hanno organizzato una grande manifestazione pubblica a Manila.

La marcia del 21 settembre, che ha visto sfilare oltre 150mila cittadini, era focalizzata sugli abusi compiuti nei progetti di controllo delle inondazioni, e chiedeva di accertare le responsabilità. È stata chiamata «Marcia dei trilioni di pesos», per ricordare proprio la malversazione dei fondi pubblici (un trilione equivale, per il sistema Usa, a mille miliardi; mille miliardi di pesos filippini equivalgono a circa 14 miliardi di Euro, ndr).

A generare l’indignazione, esplosa pubblicamente sui mass media e nell’agorà pubblica, sono state le gravi anomalie emerse: lavori incompleti, scadenti o divenuti «progetti fantasma», cioè opere finanziate e mai realizzate. Mentre le Filippine erano attraversate da cicloni e alluvioni, il malcontento pubblico è cresciuto: la rabbia si è manifestata in primis sui social media e poi è diventata protesta in strada.

La questione è stata sollevata ufficialmente dal presidente Ferdinand Marcos Jr che, nel suo discorso sullo stato della nazione, nell’estate 2025, ha evidenziato le gravi irregolarità, provocando una valanga di rivelazioni e dimissioni.

Lo scandalo è incentrato sull’uso improprio di circa 118 miliardi di pesos (circa 1,7 miliardi di Euro, ndr) da parte del Dipartimento dei lavori pubblici negli ultimi tre anni. I fondi stanziati per mitigare l’impatto delle inondazioni – è la denuncia – sono stati prosciugati da una rete di appaltatori e funzionari pubblici.

Sebbene circa 5.500 progetti siano stati completati dal 2022, le indagini hanno trovato prove di altrettante opere mal costruite o inesistenti, che hanno lasciato le comunità più vulnerabili duramente esposte a fenomeni come piogge monsoniche e tifoni.

La marcia pubblica è stata lanciata dal Church leaders council for national transformation, un forum che ha riunito gruppi religiosi, formazioni politiche, organizzazioni della società civile, università. «La protesta – hanno spiegato gli organizzatori, tra i quali monsignor Colin Bagaforo, vescovo di Kidapawan, e padre Albert Delvo, presidente della Catholic educational association of the Philippines – vuole giustizia e non ha colore politico». Per questo la mobilitazione popolare non è stata episodica: altre manifestazioni del medesimo calibro si sono succedute a novembre (tra gli organizzatori anche la nota Iglesia ni Cristo, una comunità che fa da contraltare a quella cattolica) per dare alla politica un segnale di continuità. Si chiedeva di dare alla neocostituita Commissione indipendente per le infrastrutture il potere di citare in giudizio i responsabili, rafforzando le indagini sulla corruzione, troppo spesso insabbiate in passato.

La questione morale

A 46 anni, Teresita (o Tere in breve), lavoratrice domestica, non vede la sua famiglia a Camiguin da due anni. Si impegna a mantenere i contatti e i rapporti con i propri cari attraverso le lettere, poiché sente di poter condividere di più scrivendo alla sua famiglia. Credito: J. Aliling / ILO

Quella portata avanti da un movimento che stigmatizza la corruzione «è una campagna che tocca la questione morale – ci dice mons. Bagaforo -. Per questo esponenti e realtà cattoliche sono in prima linea».

Dato il valore morale e spirituale della protesta, si chiede «una conversione del cuore, per promuovere l’autentico bene comune», afferma.

Due i simboli della sollevazione popolare: il coccodrillo e un nastro bianco. «Il coccodrillo – spiega il prelato – divora ogni cosa, mangia perfino i suoi figli; in questo caso i coccodrilli sono i politici e gli imprenditori che divorano il futuro dei giovani filippini, rubando denaro destinato allo sviluppo e alla loro tutela».

Il secondo simbolo, prosegue Bagaforo, «è il nastro bianco che i manifestanti hanno indossato con una coccarda sul petto per richiamare l’urgenza della trasparenza, della purezza, anche della speranza per un domani migliore».

«La presenza della Chiesa in questo frangente di protesta popolare – aggiunge – indica l’esigenza di stare a fianco della gente, defraudata e privata dei diritti fondamentali. Vogliamo condividere gioie e dolori, e alzare la voce per chi non ha voce o ha paura, per chiedere di accertare le responsabilità, avere trasparenza e ottenere giustizia».

La società, sottolinea il vescovo, «ha dato un segnale alla politica. I governanti devono ricordare che sono servitori del popolo e del bene comune. È una battaglia di etica della responsabilità che continueremo a portare avanti partendo dai valori cristiani, con l’obiettivo di tutelare il futuro dei nostri giovani».

Per dare un segnale in tal senso la Chiesa filippina ha fatto una scelta dal potente valore simbolico: la domenica, i fedeli filippini sono andati a messa vestiti di bianco e hanno esposto nastri bianchi nelle case, nei negozi e negli spazi pubblici come simbolo di «preghiera e di lotta» per il rinnovamento della nazione.

«È un gesto necessario per rendere coscienti i fedeli del fatto che ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte per contrastare la corruzione: ognuno può e deve contribuire al buon governo della società. È anche il segno di un atteggiamento del cuore, di ricerca di trasparenza e purezza», ci ha spiegato padre Esteban Lo, rettore della basilica minore di San Lorenzo Ruiz a Manila e direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie nelle Filippine. «Il bianco – ha notato – ci ricorda la veste battesimale, ricorda la responsabilità di tutti i battezzati». Secondo una circolare firmata dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Pablo Virgilio David, il gesto esprime «pentimento per condurci alla speranza, alla guarigione e al ripristino della nostra vita comune nella verità e nella giustizia».

Padre Shay Cullen vede con favore l’impegno dei vescovi su questo fronte anche se, osserva, «l’influenza della Chiesa filippina sulle coscienze non è più quella di un tempo: altri mezzi, come i social media, hanno oggi un impatto preponderante».

In una società composta per il 40% da giovani sotto i 35 anni, le nuove tecnologie e le nuove piattaforme mediatiche sono divenute un elemento cruciale per orientare le coscienze, nella cultura come nella politica.

Duterte il macellaio va all’Aia – vignetta del marzo 2025

Il potere delle dinastie

La politica nelle Filippine è storicamente caratterizzata da un sistema di dinastie familiari, «e da un’oligarchia che si perpetua generazione dopo generazione, grazie ai miliardi di pesos sottratti alle casse pubbliche», ricorda padre Cullen. Lo si è visto con chiarezza nella vicenda della famiglia Duterte, uno dei clan che occupa posizioni di potere nel Paese. L’attuale capo clan, infatti, Rodrigo Duterte, sindaco per oltre 20 anni nella città di Davao, nel Sud delle Filippine, e poi presidente della Repubblica nel sessennio 2016-2022, a marzo del 2025 è stato arrestato dalla Corte penale internazionale per «crimini contro l’umanità», a causa della sua «guerra alla droga», e formalmente incriminato dal tribunale dell’Aja. Nonostante questo, sua figlia, Sara Duterte, è l’attuale vicepresidente del governo di Ferdinand Marcos jr (cfr. MC agosto 2022).

Anche la donna nel corso del 2025 ha affrontato un processo. Un procedimento di impeachment con l’accusa di abusi nella gestione di fondi pubblici.

La Camera bassa del Parlamento ha votato la sua messa in stato d’accusa, ma, a luglio 2025, la Corte suprema, con una votazione di 13 a 0, ha dichiarato incostituzionale l’impeachment. Successivamente, in Senato, 19 senatori su 24 hanno votato per archiviare le accuse, ponendo fine a una vicenda che, secondo gli analisti, avrebbe potuto rappresentare la decadenza politica della dinastia.

Così non è stato. Nel mezzo, tra il voto del primo e del secondo ramo del Parlamento, si sono tenute, infatti, elezioni di medio termine che, il 12 maggio, hanno rinnovato la Camera dei deputati, parte del Senato e le amministrazioni locali. Un voto che si è rivelato cruciale per la famiglia Duterte: Rodrigo, pur essendo in carcere in Europa, grazie a una valanga di voti e a una maggioranza schiacciante, si è ripreso la carica di sindaco di Davao, la città sull’isola di Mindanao dove aveva iniziato la sua ascesa politica. Inoltre la maggior parte dei membri del nuovo Senato erano favorevoli al suo partito e hanno scagionato la figlia Sara dalle accuse. Il voto testimonia la persistente popolarità dei Duterte nella società filippina, a livello locale e nazionale. È un patrimonio di consensi che la famiglia intende sfruttare in vista delle elezioni generali del 2028, per le quali sta riorganizzando le sue strategie politiche, e ci si attende una nuova candidatura (di Sara o un altro esponente della famiglia) alla presidenza del Paese.

Il clan punta a depotenziare il procedimento che Rodrigo Duterte affronta davanti alla Corte penale internazionale.

L’ex presidente è stato arrestato dalla polizia filippina a marzo del 2025 all’aeroporto di Manila. Ciò significa che l’esecutivo di Marcos – autorizzando il fermo – ha compiuto una precisa scelta politica per cercare di eliminare un rivale. Ma, nella guerra tra clan, la mossa non sembra aver avuto gli effetti sperati.

Il presidente Ferdinand Marcos jr (a sinistra) incontra l’ex presidente Rodrigo Duterte (a destra) il 3 agosto 2023.. Foto di pubblico dominio da https://mirror.pco.gov.ph/

Il people power

In un contesto in cui le élite sembrano ignorare le istanze del popolo, gruppi della società civile, da un lato hanno chiesto la revisione della sentenza sull’impeachment di Sara Duterte, dall’altro hanno invitato la magistratura a indagare per verificare se il governo di Ferdinad Marcos jr è responsabile di corruzione e di sottrazione di fondi ai progetti di controllo delle inondazioni.

I gruppi riportano i dati delle organizzazioni internazionali: nelle Filippine l’Indice di percezione della corruzione (Cpi) 2024, nella classifica stilata dalla Ong Transparency international, registra un punteggio di 33 su 100, che pone le Filippine nei bassifondi della lista, al 114° posto su 180 paesi censiti. I cittadini invocano un’inchiesta indipendente sulla corruzione e sul sistema di tangenti consolidato anche in un altro settore: quello delle concessioni minerarie su larga scala, che mettono in pericolo le popolazioni indigene e patrimoni naturalistici di grande valore in varie regioni dell’arcipelago.

Per dare un segnale di impegno concreto, gruppi di volontari saranno coinvolti nel monitorare la realizzazione di progetti relativi alle infrastrutture. Grazie a un apposito «Memorandum di cooperazione» siglato tra la Caritas delle Filippine e il Dipartimento dei lavori pubblici, anche i volontari indicati dalle diocesi sono coinvolti nel controllare i lavori avviati nelle comunità locali.

Gli osservatori della Caritas visitano i siti in questione e poi riferiscono a un «Gruppo di monitoraggio congiunto», offrendo così un apporto fattivo alla trasparenza, e segnalando eventuali irregolarità. È una modalità che include la società civile e, in particolare, la comunità ecclesiale, che si fa portavoce e garante di istanze etiche e di trasparenza.

L’obiettivo è generare un circolo virtuoso che alimenta il senso di corresponsabilità dei cittadini, chiamati in causa per rafforzare la buona governance di cui la nazione ha profondo bisogno.

Paolo Affatato

Leo lavora come domestico da circa due anni. A 25 anni, è la prima volta che lavora per una famiglia. Spinto da un amico, ha lasciato la madre in provincia per ottenere questo lavoro. Ha avuto il vantaggio di avere buoni datori di lavoro, dice, e si assicura di svolgere bene i suoi compiti. Credito: J. Aliling / ILO Data: 03/2016 Paese: Filippine

Archivio MC

Lorenzo Lamperti, Il ritorno di Marcos, MC agosto 2022.

Xiao Chua, Marco Bello, Filippine: 500 anni di evangelizzazione, MC luglio 2021.

Luca Pistone, La (sporca) guerra della droga, MC marzo 2019.




«Se vi guardo, rischio di fidarmi»

La storia di don Claudio Burgio, un prete nato musicista e poi divenuto educatore di ragazzi «difficili» ai quali ha deciso di dedicare la propria vita. Senza mai dimenticare la sua prima passione.

Milano. Da vent’anni, don Claudio Burgio si spende nell’Istituto penale per i minorenni (Ipm) «Cesare Beccaria» e da venticinque opera nella comunità «Kayros» (tempo opportuno, giusto), che ha fondato alla periferia di Milano, dove siamo andati a trovarlo.

Figura poliedrica – sacerdote, musicista, compositore, educatore e scrittore – è autore di diversi libri in cui narra le esperienze vissute con i giovani autori di reato che incontra in quei contesti. Il più noto, «Non esistono ragazzi cattivi», riassume lo spirito con cui don Claudio affronta quotidianamente quella che forse è la sfida educativa più ardua del nostro tempo: saper comprendere le complessità e le difficoltà del mondo giovanile, sempre più disilluso verso quello degli adulti, e provare a riconquistarne la fiducia.

Don Burgio, iniziamo con il racconto del suo percorso.

«Sono del ’69 e da trenta sono prete della Diocesi di Milano. Provengo da una famiglia cattolica di estrazione medio borghese. Da piccolo cantavo ogni domenica al Duomo di Milano, dove ho ricevuto la mia prima formazione musicale, ma anche umana e spirituale. Il mio riferimento era don Luciano Migliavacca, allora direttore della cappella musicale, figura a cui guardavo con ammirazione e fascinazione. In qualche modo la musica, in particolare quella sacra, mi ha portato a scorgere la possibilità di una vocazione sacerdotale. Per me il coro era una sorta di seconda famiglia. Dopo il liceo classico e un anno di Lettere, la spinta a entrare in seminario ha avuto il sopravvento. Così, dopo il cammino di formazione, nel ’96 sono stato ordinato sacerdote dal cardinal Martini. Sapendo che avevo studiato al Pontificio istituto ambrosiano di musica sacra, il cardinale aveva intenzione di affidarmi la cappella musicale, ma io gli manifestai il desiderio di restare nell’ambito pastorale, che sentivo più vicino».

Quindi, dall’esperienza musicale è passato a quella in comunità.

«La vicenda della comunità nasce dalla mia prima esperienza in oratorio a Lambrate, vicino casa mia, dove si affacciavano i primi minori stranieri non accompagnati. All’inizio li dirottavo verso altre istituzioni, ma poi, assieme alle famiglie dei giovani, siamo arrivati a immaginare un piccolo appartamento. Nel 1998 abbiamo accolto il primo ragazzo, arrivato da noi perché aveva visto un campo da calcio e un campanile. Nel 2000 abbiamo dato vita all’associazione “Kayros” e aperto la prima casa. Nel 2005 il cardinale Martini e il cardinale Tettamanzi mi hanno chiesto di affiancare don Gino Rigoldi, cappellano del Beccaria, nel suo lavoro al carcere minorile. Quindi, dal 2006, la comunità si è aperta anche ai ragazzi dell’Ipm. Adesso abbiamo una cinquantina di ospiti e quelli del penale minorile – italiani, stranieri o di seconda generazione – sono la stragrande maggioranza».

Nella sua esperienza ventennale al Beccaria, come ha visto cambiare il fenomeno del disagio, della devianza giovanile, cioè il profilo dei giovani in carcere?

La copertina di un album del rapper Baby Gang.

«In realtà, le problematiche sono sempre più o meno le stesse. I reati sono prevalentemente contro il patrimonio. Per i minori stranieri non accompagnati sono quasi reati di “sopravvivenza”. Anche se i ragazzi dicono che lo fanno per i soldi, il movente vero è tutto ciò che serve per costruire in loro un’identità forte, appagata, soddisfatta. Dopo il Covid ho visto manifestarsi una nuova fragilità. Prima i ragazzi avevano la capacità di mettersi in discussione e anche una certa maturità. Negli ultimi anni si assiste, invece, a una forte incoscienza, non consapevolezza della gravità dei reati e soprattutto una fragilità personale molto forte. Si tratta di ragazzi disorientati, che commettono reati, anche gravi, senza un motivo preciso. Magari a seguito di una rissa, come è capitato mesi fa con uno studente della Bocconi (una violenza di gruppo avvenuta a Milano il 12 ottobre 2025, ndr). I tre minori, che ora sono al Beccaria, riflettono quello che è lo stile di questi ragazzi (talvolta provenienti, come in quel caso, da famiglie normali e anche abbienti) che non prevedono le conseguenze dei loro gesti. Sono in preda alla compulsività dei consumi, di un certo modo di intendere l’esistenza, svuotato di senso e di significato».

E i genitori?

«Se la narrazione mediatica è colpevolizzante nei confronti dei genitori, in realtà il problema va al di là. È vero che le famiglie a volte sono assenti, hanno dei problemi, ma questo c’è sempre stato. Quello che ora sconcerta è vedere condotte simili messe in atto da figli di genitori che hanno cercato di trasmettere dei valori. Quindi, c’è una matrice culturale e sociale che va oltre l’ambito genitoriale. Il tutto favorito dai social media, dalla tecnologia, da messaggi di tipo consumistico che fanno grande breccia nella testa dei ragazzi».

Oggi, dopo il Decreto Caivano, cosa rappresenta il carcere minorile?

«Il governo attuale ha basato tutta la propria azione politica sul tema della sicurezza e ha bisogno che il problema ci sia e sia anche vistoso. Ora, il problema c’è. Non lo neghiamo. Non c’è dubbio che i reati minorili siano comunque aumentati, se non nei numeri, sicuramente nella violenza e nel tipo di gravità. Secondo quanto riferito dal questore di Milano in un’audizione in Parlamento del novembre scorso, si registra un aumento del 20% dei reati commessi da minorenni. Quindi, c’è una piccola escalation che però viene narrata in termini sempre molto criminalizzanti. Mi pare che, sull’onda emotiva di alcuni episodi sicuramente gravi, si è andati a costruire un tipo di decreto che non ha tenuto conto delle conseguenze. Una di queste è il sovraffollamento delle carceri minorili, che ha messo in ginocchio il sistema.

Adesso si stanno costruendo tre nuove carceri minorili per un sistema sempre più improntato alla penalizzazione e repressione che trova consenso elettorale ma non affronta e non risolve il problema. Invece, bisognerebbe investire nell’educazione, a cominciare dalla scuola e da tutte quelle agenzie che possono aiutare ad avere un tipo di narrazione diversa».

In questi anni si è guadagnato l’appellativo di «prete dei rapper». Si riconosce in questa etichetta?

«No. Come non mi definisco “prete di strada”, tipica etichetta che si dà a tutti quei preti dediti al sociale, così non mi riconosco in questa. Certamente il mondo musicale mi ha sempre interpellato, appartiene alla mia storia e alla mia vita, anche se un conto è dedicarsi alla musica sacra, polifonica, un conto è il rap e la trap. Per cui, quando si è trattato di avere a che fare con ragazzi che, nella mia comunità, scrivevano e cantavano – come si dice in gergo – le loro “barre” (nella musica rap, unità di misura che definisce la durata di una strofa, ndr), per me è stato interessante accompagnarli. In tal modo sono riuscito a entrare nel loro mondo musicale e a percepire che non va semplicemente censurato, ma ascoltato per capire cosa si muove nella loro anima. Perché questi testi certamente inquietanti, non sempre legittimabili, sono uno spaccato della realtà: la vita di quartiere, delle case popolari, delle seconde generazioni. Quindi, in questo senso, non ho solo favorito, ma partecipato a un genere musicale che ho visto crescere intorno a me in comunità attraverso alcuni ragazzi, come Zaccaria, in arte Baby Gang, e gli altri che mi hanno fatto scoprire il loro mondo, attraverso le loro canzoni.

L’aggancio con il mondo discografico è venuto in modo naturale, e nel 2023 abbiamo aperto un’etichetta musicale, la “Kayros music”. Ovviamente la nostra idea non è di fare business, ma di aiutare i ragazzi in un’attività che amano. In questo modo anche noi possiamo affacciarci sulle loro vicende emotive e interiori instaurando un dialogo con ragazzi che ormai sono molto reticenti con gli adulti».

Don Burgio dialoga con alcuni ospiti. Foto archivio Kairos.

Molti ragazzi sono nati in Italia, ma provengono da famiglie di cultura islamica. Come è riuscito lei, prete cattolico, a trasmettere valori che afferiscono a un’altra cultura?

«Il rapporto con altre culture, con altre religioni, è inevitabile in un contesto plurale come quello della nostra comunità o del Beccaria. Non penso di essere uno di quei preti che, in maniera indulgente e bonaria, e forse un po’ superficiale, fa solo il prete sociale, ma un prete del Concilio Vaticano II. Per cui, seguendo il suo dettame, attingo molto da come l’islam, che questi ragazzi, attraverso la vita condivisa, mi hanno portato a conoscere, può illuminare quella che è la mia identità e la mia fede cristiana e cattolica.

Certamente non sono mancate pagine oscure. La partenza di due ragazzi, che – per cinque anni – sono stati con noi, per andare a combattere in Siria con l’Isis, è stato uno shock. Ci ha ferito, ma ci ha anche permesso di affrontare, con i ragazzi rimasti, una riflessione più profonda sul nostro rapporto con l’islam.

In particolare, un messaggio che mi ha inviato uno dei due mi ha fatto molto riflettere. C’era scritto: “Grazie di tutto, don, stammi bene, che Allah ti guidi sulla retta via. Ci vedremo in paradiso. Inshallah”.

Un messaggio forte, inaspettato. A un terrorista dell’Isis non era consentito usare il cellulare e poteva rischiare la morte, tanto più scrivendo a un prete cattolico.

Inoltre, mi ha fatto riflettere la parola “paradiso”. Noi preti che viviamo “nel qui e ora”, forse ci dimentichiamo troppo spesso che esiste un’escatologia, una vita eterna. Alla fine, è tantissimo quello che mi trasmettono i ragazzi musulmani o quelli che si professano agnostici».

Qual è stato il suo «messaggio» per aiutare i ragazzi nel loro percorso di riscatto?

«Una persona non è il suo errore. Il cartello all’ingresso – “Non esistono ragazzi cattivi” – vuole provocare questa riflessione: concepirsi come identità ancora in costruzione, per cui un errore, uno sbaglio, anche grave, non definisce una persona, non la identifica in maniera assoluta. Nel nostro intento educativo, non vogliamo dare risposte, tanto meno preconfezionate o che appesantiscono la coscienza, ma – al contrario – intendiamo suscitare domande, affinché siano gli stessi ragazzi a trovare le risposte più credibili. Al momento giusto. Per questo ci chiamiamo “Kayros”.

Noi siamo solo compagni di viaggio. Non possiamo decidere noi la vita dei ragazzi. Da qui deriva anche la scelta di tenere i cancelli aperti giorno e notte, proprio per sfidare la loro libertà, per far ritrovare loro l’autostima, perché si possano percepire come persone che sanno decidere, che non sono così deboli e fragili come magari pensano quando entrano qui».

Ne «Il mondo visto qui», fa riferimento alle baby gang. È corretto usare ancora questa categoria che, come lei stesso ammette, alimenta ansia e paura collettiva?

«Nel libro dico che questa è una etichetta impropria, un modo furoviante di leggere i fenomeni perché il concetto di “bambino” non si può certo associare all’idea di gang, se per gang intendiamo un’organizzazione con riti di passaggio, codici, regole e una configurazione gerarchica come possono essere le gang latine a Milano. Nel libro ribadisco più volte che, oggi, si tratta di gruppi spontanei, fluidi. Non c’è nulla di organizzato, né di gerarchicamente impostato. Per cui è improprio definirle gang. Io ripeto da tempo che la questione dell’etichettamento è un abile espediente del mondo degli adulti e delle istituzioni, per non affrontare i problemi».

Nei suoi scritti, in particolare in «Se vi guardo, rischio di fidarmi», ricorre il tema della fiducia. Lei descrive gli adolescenti e i giovani di oggi schiacciati sul presente perché il futuro li terrorizza. Quali possono essere i loro punti di riferimento in un mondo adulto sempre più sordo e incline a giudicarli e criminalizzarli?

«Il titolo del libro riprende una frase scritta a lettere cubitali sulle pareti di una cella al Beccaria: “Tengo il cappellino sugli occhi perché se vi guardo in faccia rischio di fidarmi”. Già qualche anno fa un ragazzo internato mi diceva: “Per me i vostri valori adulti sono tutte scatole vuote, perché voi i valori li proclamate ma non li vivete”.

Direi che nella frase di questo ragazzo si raccoglie forse quello che è il tema più forte di questo tempo storico, cioè la non coerenza tra il dire e il fare dell’adulto. Chiaramente nessuno di noi è perfetto o completamente coerente, siamo tutti fallibili, ma c’è davvero una distanza molto forte tra i valori proclamati dagli adulti e quelle che sono le scelte reali. Io penso che questa crisi educativa interpelli soprattutto l’adulto che deve ritrovare un senso al proprio essere al mondo. Io, ad esempio, vivendo con questi ragazzi, ho compreso il senso della loro “pro-vocazione”. “Pro-vocare” significa “chiamare a proprio vantaggio”, non è un insulto, qualcosa da censurare, ma è una chiamata a guardare avanti».

I trapper rappresentano un punto di riferimento?

«No, perché certamente non possiamo avallare quello che scrivono. Sono però un’ottima occasione per l’adulto di andare oltre la lettura semplificatoria delle parole scandalose o dei concetti sbagliati. Ci dobbiamo chiedere perché questi ragazzi, quando erano bambini, hanno visto le armi, la violenza, la droga. Va bene contestare i rapper, ma dove eravamo noi prima? Se un Baby Gang canta certe cose è perché la sua esperienza, sin da piccolo, è stata questa. Proprio perché – come dicono loro – sono real, aderenti alla realtà, alla loro realtà. Ecco perché non si può scindere l’aspetto artistico dall’identità personale. Un’identità cresciuta in contesti criminali, nei quali probabilmente scuola e agenzie educative o non sono riuscite, o non hanno fatto niente. E questo rimanda anche ai ghetti di certi quartieri dove le persone vivono in condizioni di povertà quasi assoluta».

Malgrado i vari arresti, Baby Gang resta comunque un modello positivo?

«Zaccaria è un ragazzo intelligente, sensibile, che non è riuscito ancora a rielaborare la sua infanzia. Da quando lo conosco, ha fatto molti passi, però è chia-

ro che ogni carcerazione (per i reati commessi da giovanissimo) lo reimmette in un contesto carcerario che, invece di rieducare, riproduce crimini e criminali. Per questo è molto difficile avere una mentalità diversa da quella che lui stesso descrive nella canzone omonima: “Tengo solo una mentalitè / o gli sparo o mi spara”.

Per molti ragazzi, la vita si riassume in questa frase. La canzone rende anche l’immagine di un contesto caratterizzato dalla competizione sociale per cui l’altro non è il mio amico ma una minaccia, un nemico che devo far fuori per affermarmi».

C’è ancora spazio per la fiducia nel rapporto con le nuove generazioni?

«Certo. La fiducia ha bisogno di tempo. Quando diciamo che i ragazzi vogliono tutto e subito, non ci accorgiamo che anche noi siamo molto affrettati nel giudizio. Dobbiamo ritrovare i tempi della spiritualità e del silenzio. Non si può pretendere che un ragazzo di 24 anni come Baby Gang sia già un adulto consapevole, responsabile, dopo un’infanzia del genere. Bisogna saper attendere, seminare. Il cardinal Martini ci ha aiutati a capire questo: “Se getti un seme, forse qualcosa verrà fuori. Se invece non getti nulla, non verrà fuori nulla”».

Silvia Zaccaria (3 – Fine)




Manas è meglio di Lenin

Fu prima parte dell’Impero russo, poi dell’Unione Sovietica. Indipendente dal 1991, il Kirghizistan ha cercato una propria strada anche valorizzando il mito autoctono di Manas e, nel contempo, ridimensionando il passato sovietico. Tuttavia, i legami con Mosca rimangono saldi.

Bishkek. Qualcuno cerca la statua di Lenin. Dovrebbe essere qui, in piazza Ala-Too, la più importante della capitale kirghisa. Invece, non c’è. O meglio, non c’è più: è stata spostata a dimostrazione che la storia può cambiare in base al periodo in cui viene raccontata. Al posto del rivoluzionario russo c’è la statua di Manas a cavallo.

Manas è l’eroe del Kirghizistan per antonomasia. Figura leggendaria del nono secolo cui è attribuita la riunificazione delle quaranta tribù kirghise (oggi ricordate dai quaranta raggi solari della bandiera nazionale). Per un millennio la sua epopea – fatta di battaglie e di insegnamenti morali – è stata tramandata oralmente da cantastorie chiamati «manaschi». Soltanto a metà Ottocento, la leggenda venne messa per iscritto divenendo una delle opere letterarie più lunghe – sette volumi per oltre mezzo milione di versi – mai scritte nel mondo.

Fuori dei confini nazionali Manas è un personaggio quasi sconosciuto, come del resto poco conosciuta è la stessa Bishkek. Fondata nel 1825 dagli uzbeki, presa dai russi nel 1862 e chiamata – probabilmente per errore – Pishpek, durante il periodo della dominazione sovietica (dal 1926 al 1991), venne ribattezzata Frunze, in onore del rivoluzionario bolscevico Mikhail Frunze. Nel 1991, con l’indipendenza del Kirghizistan da Mosca, la città potè finalmente riappropriarsi del suo nome originario.

Ala-Too è una piazza ampia e ariosa. Accanto alla statua di Manas, c’è un pennone con la bandiera del Paese e due guardie sull’attenti, impettite, immobili e in attesa del cambio. Dietro, si trova un palazzo squadrato che ospita il Museo nazionale di storia. Di fronte, attraversato il vialone centrale (Chuy prospektesi), uno spazio occupato da moderne fontane, i cui giochi d’acqua allietano la vista di chi si siede sui gradini posti tutt’attorno.

La Casa Bianca, sede della presidenza, a Bishkek, la capitale kirghisa. Foto Paolo Moiola.

A pochi passi di distanza dal museo e dalla piazza si trova anche la Casa Bianca, un massiccio edificio in marmo bianco in cui lavora il presidente e che, proprio per questo, è stato epicentro di ben tre rivolte popolari (nel 2005, 2010 e 2020). Dal 2021, la presidenza del Paese fa capo a Sadyr Japarov sul cui operato aleggiano molti dubbi. Non tanto per le relazioni con Putin (inevitabili, ci ha spiegato Sergey Kwan del The Times of Central Asia), quanto per il controllo sui media (secondo Reporter senza frontiere, il Kirghizistan occupa la posizione 144 nella classifica mondiale sulla libertà di stampa) e per l’utilizzo spregiudicato del «Kurultai», un’assemblea consultiva tradizionale nata durante l’Impero mongolo e reintrodotta dopo l’indipendenza del Paese.

Lo stile architettonico dei palazzi di Bishkek è un’eredità dall’epoca sovietica e rientra in una corrente artistica conosciuta come «brutalismo», un termine che, in italiano, può trarre in inganno. In verità, deriva dal francese «béton brut», che significa «cemento grezzo», materiale utilizzato per la prima volta nel 1950 dal celebre architetto transalpino Le Corbusier.

Al visitatore occidentale, la prima impressione è quella di una fredda eleganza. Ma poi il giudizio viene addolcito dalle strade alberate e dai numerosi giardini, tutti ben curati.

A Bishkek, il retaggio sovietico si vede ovunque. E, per quanto ci riguarda, anche molto vicino. Alexander, il nostro autista, non soltanto è nato in Russia (a Volgograd), ma parla esclusivamente russo. È arrivato qui da bambino, si è sposato, ha avuto tre figli, senza aver mai imparato il kirghiso.

La chiesa ortodossa della Santa Trinità nella cittadina di Karakol. Foto Paolo Moiola.

Verso le montagne

La capitale sorge a circa 800 metri sul livello del mare. È un’eccezione. Il Paese ha, infatti, un’altitudine media di 2.750 metri. Si calcola che circa il quaranta per cento del suo territorio superi i 3.000 metri. A dominare sono le catene montuose del Tian Shan («Montagne celesti») e del Pamir, diramate in vari paesi dell’Asia centrale.

Si contano circa diecimila ghiacciai, ma i problemi del cambiamento climatico si fanno sentire anche qui. È lo stesso governo ad ammettere che, negli ultimi settant’anni, il Kirghizistan ha perso il 16 per cento dei suoi ghiacciai, «mettendo a repentaglio la portata dei fiumi, i sistemi di irrigazione e la produzione di energia idroelettrica».

La nostra idea è quella di toccare luoghi e strade dell’antica Via della seta (che non era unica ma una rete di cammini): Karakol, il lago di Issyk-Kul, Kochkor, Naryn, Tash Rabat, Torugart e – infine -, dopo esserci spostati nel Sud del Paese, le città di Osh e Uzgen, all’imbocco della valle di Fergana (Ferghana).

Le vette fanno sempre da cornice al nostro viaggio, ma lungo il percorso valli e altipiani ci mostrano un altro aspetto essenziale del Paese, quello rurale. In Kirghizistan, l’allevamento di bovini, ovini e cavalli rimane un’attività molto diffusa, sovente praticata da pastori nomadi o seminomadi.

Il nomadismo è stato un modo di vivere duramente avversato durante gli anni di Stalin (1924-1953), quando il dittatore cercò d’imporre il sedentarismo e l’agricoltura collettiva. Oggi, stando alle statistiche ufficiali, il 58 per cento della popolazione kirghiza vive in aree rurali. A questo dato, però, ne va affiancato un altro: calcolato un tasso di povertà nazionale pari al 25,7 per cento (National statistical committee, giugno 2025), si stima che circa il 62 per cento della popolazione povera risieda nelle campagne.

Pascoli e montagne nella provincia di Naryn. Foto Paolo Moiola.

Accanto all’allevamento e all’agricoltura si è sviluppato il turismo, prima praticato soltanto da viaggiatori russi e asiatici, oggi anche dagli occidentali che scelgono il Kirghizistan per la sua natura e le sue montagne. Anche noi raggiungiamo una
di queste destinazioni, il lago di Issyk-Kul.

Con una lunghezza di 182 chilometri e una larghezza di 60, è considerato il secondo lago di montagna più esteso al mondo dopo il Titicaca (tra Perù e Bolivia). Salato, molto profondo e con acque relativamente calde (nonostante si trovi a 1.600 metri d’altezza), l’Issyk-Kul è da tempo un’importante meta turistica. Con conseguenze non sempre positive. Da qualche anno, infatti, è in atto una rapida cementificazione delle sue spiagge: enormi resort turistici sono sorti o sono in costruzione, mentre le strade che lo circumnavigano stanno diventando superstrade a più corsie. Tanto che ormai la sua unica attrattiva sono le alte montagne che lo circondano.

Oltre all’inquinamento delle sue acque (non ci sono barche e la pesca è vietata), per il lago il problema più grave è l’abbassamento del suo livello (si stima una perdita di 14 metri in meno di due secoli) e la drastica riduzione del numero dei fiumi che in esso confluiscono. Tutto ciò determina questioni ambientali e socioeconomiche che la crescita del turismo potrebbe addirittura aggravare.

Questa notte dormiremo a Karakol, a pochi chilometri dal lago. Nella cittadina, le cose più interessanti sono due luoghi di preghiera: la moschea e la chiesa ortodossa, situate a distanza di pochi minuti l’una dall’altra. Hanno una caratteristica in comune: sono entrambe strutture in legno costruite senza l’utilizzo di chiodi metallici. La moschea, inaugurata nel 1910, nacque per servire la comunità dei Dungani, una minoranza musulmana di origine cinese (conosciuti come Hui in Cina).

Molto bella è la chiesa ortodossa della Santa Trinità, nonostante le traversie e i cambi d’uso subiti in epoca sovietica. Con il suo tetto verde, le torri a più lati, le cupole a cipolla sormontate dalla croce, la chiesa sprigiona un fascino particolare.

Karakol è punto di partenza per la vicina valle di Altyn-Arashan. Con i suoi boschi verdi, questa ha un aspetto decisamente alpino, molto diverso da quello dei rilievi che incontreremo successivamente, lungo il tragitto che conduce a Tash Rabat e Torugart, verso il confine dello Xinjiang cinese. In questi luoghi gli alberi sono assenti e dominano i pascoli per pecore, cavalli e yak. Con il salire dell’altitudine, l’aria si fa ancora più fresca e rarefatta. Per evitare il mal di montagna, è quindi importante respirare e muoversi con tranquillità.

Sotto un cielo limpido e riempito di silenzio, arriviamo a Tash Rabat, a oltre 3.200 metri d’altezza. Qui si trova un edificio particolarmente interessante: un caravanserraglio fortificato, ossia uno dei luoghi in cui le carovane che percorrevano la Via della seta potevano fermarsi a riposare. Costruito in una conca riparata dai venti, è una struttura in pietra massiccia e ben conservata.

Come, nei secoli passati, si arrivasse a queste altezze è difficile immaginarlo. Carovane e mercanti dovevano percorrere sentieri disagevoli e superare passi di montagna innevati quasi tutto l’anno.

Gli storici raccontano che un cammello percorreva 25-30 chilometri al giorno con un carico di circa 300-350 chilogrammi. I viaggi delle carovane duravano molti mesi e spesso anni.

La nostra permanenza a Tash Rabat si limita invece a una notte. Fredda, silenziosa e stellata. Il giorno seguente ci muoviamo verso Sud per raggiungere – via Torugart, Xinjiang e Irkeshtam – Osh, la seconda città del Paese.

Il caravanserraglio di Tash Rabat a 3.000 metri d’altezza. Foto Paolo Moiola..

A Osh, islam e giovani

Già centro nevralgico lungo un’arteria dell’antica Via della seta, Osh è importante soprattutto per essere al limitare della valle di Fergana, la fertile e ricca regione condivisa (e spesso contesa) con Uzbekistan e Tagikistan. Se la capitale kirghisa ha soltanto duecento anni, Osh di anni ne ha circa tremila. L’impronta islamica è evidente, ma lo è ancora di più nella vicina Uzgen.

Qui l’attrazione dovrebbe essere il parco archeologico che ospita un minareto e tre mausolei, ma le loro condizioni sono pessime e il luogo è trasandato. In condizioni sicuramente migliori sono i monumenti innalzati a pochi metri di distanza. C’è l’immancabile statua di Manas e, accanto a un vecchio carro armato sovietico, anche quella di Lenin.

Agli occhi del visitatore straniero è, però, il vecchio bazar della città il luogo più affascinante. Per gli affollatissimi vicoli del mercato sono tante le donne che indossano il velo islamico. E, tuttavia, la tradizione non pare aver attecchito tra le ragazze, che sono molte.

In Kirghizistan, la struttura demografica è giovane con un’età media attorno a 25,4 anni (in Italia è di 48,7, la più alta dell’Un-ione europea e tra le più alte del mondo). È proprio tornando a Osh che ce ne rendiamo conto con chiarezza.

La montagna sacra di Sulaiman-Too – nota anche come Trono di Salomone – è l’attrazione della città. Patrimonio Unesco, la montagna è in realtà una collina che domina su Osh. Oggi in visita ci sono classi di studenti locali.

All’interno di una grotta è stato ricavato un museo su due livelli. È qui che incontriamo un piccolo gruppo di giovani. Sono Sumaya, Khalim, Nurdolet, Aruuke, Elzida: sedicenni curiosissimi che chiedono di scattare qualche foto assieme. Un’ottima occasione per scambiare qualche chiacchiera sul Paese. Domandiamo se a scuola studiano il poema di Manas. «Naturalmente!», risponde Sumaya in inglese. «È il nostro grande poema epico nazionale, ed è una parte molto importante della nostra educazione e cultura. Lo studiamo a scuola, anche se non lo leggiamo per intero: è un’opera lunghissima! Studiamo anche l’arte dei manaschi, i narratori del Manas».

Dato che la maggioranza sono ragazze, chiediamo del «kyz ala kachuu», la pratica kirghisa del rapimento a scopo di matrimonio. «Sì – conferma Sumaya -, il kyz ala kachuu si verifica ancora in Kirghizistan, sebbene sia illegale e da tempo criticato. Oggi, è ampiamente riconosciuto dal governo, dagli attivisti e da molti cittadini come un crimine e una forma di violenza di genere, non come una tradizione da preservare. Per questo ci sono leggi per combatterlo e campagne per proteggere i diritti delle donne».

Lo scambio di opinioni con i ragazzi kirghisi si conclude con una curiosità: «Quante lingue parlate?», chiediamo. «Tutti i giovani – spiega Sumaya – parlano russo e anche una parte degli adulti. Però, la nostra lingua nativa è il kirghiso. In generale, si può dire che parliamo kirghiso a casa e russo a scuola». E – aggiungiamo noi con ammirazione – anche un buon inglese con chi non conosce né il kirghiso né il russo.

Paolo Moiola (1 – continua)

Gli occhi sorridenti di una ragazza musulmana con il velo al mercato di Osh. Foto Paolo Moiola.
Un anziano con il tipico copricapo kirghizo. Foto Paolo Moiola.

I paesi «stan» (ex sovietici)

Le caratteristiche principali

Ritratto ufficiale di Stalin (nel 1932), leader dell’Unione Sovietica che ha segnato la storia di tutti i paesi «stan». Immagine Wikimedia.
Ritratto ufficiale di Lenin (nel 1920), leader dell’Unione Sovietica che ha segnato la storia di tutti i paesi «stan». Immagine Wikimedia.

Ci sono sette Paesi al mondo che hanno il nome con il suffisso -stan: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan. A questi sette Paesi si potrebbe aggiungere il Kurdistan, che però non è uno stato ma una regione suddivisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Il suffisso «stan» significa «terra», mentre il nome che lo precede indica l’etnia principale di quella terra. Quindi, ad esempio, Kirghizistan significa «terra dei kirghisi», Tagikistan «terra dei tagiki» e così via.

I cinque Paesi «stan» dell’ex Unione Sovietica divennero indipendenti dopo lo scioglimento di quest’ultima (1991). Hanno alcune caratteristiche in comune: l’islam sunnita come religione dominante, il russo come lingua franca, strutture politiche tendenzialmente autoritarie o comunque molto fragili. Per tutti il retaggio storico più problematico è quello lasciato da Josif Stalin, che non stabilì i confini dei vari Paesi in base alle loro caratteristiche etniche e geografiche, ma sulla base di convenienze politiche.

Pa.Mo.

Paese «stan» Superfice, popolazione, capitale Sistema politico e presidenti Etnie e religioni
Kirghizistan – 199.900 km² – 7,2 milioni – Bishkek (Biškek) – repubblica presidenziale, ex Urss; – dal 2021, presidente Sadyr Japarov; – Kirghizi; – altre etnie: Uzbeki, Russi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Tagikistan – 143.100 km² – 10,2 milioni – Dushanbe (Dušanbe) – autocrazia, ex Urss; – dal 1994, presidente Emomali Rahmon; – Tagiki; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Uzbekistan – 448.900 km² – 36,3 milioni – Tashkent – repubblica presidenziale, ex Urss; – dal 2016, presidente Shavkat Mirziyoyev (succeduto a Islom Karimov, in carica per 25 anni); – Uzbeki; – altre etnie: Tagiki, Kazaki, Russi, Tartari, Caracalpachi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Turkmenistan – 491.210 km² – 7,4 milioni – Ashgabat – autocrazia, ex Urss; – dal 2022, presidente Serdar Berdimuhamedov (succeduto al padre, in carica per 15 anni); – Turkmeni; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Kazakistan – 2.725.000 km² – 20,5 milioni – Astana – autocrazia, ex Urss; – dal 2019, presidente Kassym-Jomart Tokayev (succeduto a Nursultan Nazarbaev, in carica per 29 anni); – Kazaki; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi.
Il presidente kirghizo Japarov con Putin, a Mosca (2 luglio 2025). Foto Kremlin.ru.

Mosca c’è (ancora)

L’intervista

Per capire meglio il Kirghizistan, contattiamo Sergey Kwan, un redattore del quotidiano The Times of Central Asia. Fondato nel 1999 a Bishkek dall’italiano Giorgio Fiacconi, il giornale – un tempo cartaceo, oggi soltanto in versione web – ha l’inglese come lingua principale. La sede è nella capitale, ma – come suggerisce il nome stesso – articoli e reportage riguardano, oltre al Kirghizistan, il Kazakistan, il Tajikistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

La conversazione con Sergey inizia partendo da un’impressione avuta durante il viaggio: lo scarso innevamento in un Paese che pure ospita alte catene montuose. «La mancanza o la scarsità di neve – ci spiega il nostro interlocutore – sta diventando la nuova normalità nel Kirghizistan. Gli inverni diventano ogni anno più miti. Ottobre e novembre sono stati più caldi del solito, con quasi nessuna pioggia nelle valli e neve in montagna».

Chiediamo a Sergey delle statue di Lenin fatte sparire o spostate. «Lenin si erge ancora sul retro della piazza principale di Bishkek. Anzi, credo che, nel futuro, questa sarà l’ultima a essere demolita. Resiste l’idea secondo cui il Kirghizistan è forse l’unica repubblica post sovietica che ha bisogno di costruire monumenti a Lenin perché la rivoluzione del 1917 ha spinto il Paese dal feudalesimo al socialismo in pochi decenni, garantendo al popolo kirghiso istruzione gratuita, assistenza sanitaria e progresso economico. Questa opinione è condivisa da una piccola parte degli intellettuali kirghisi».

In effetti, il presidente kirghiso Japarov e quello russo Putin s’incontrano spesso. L’ultima volta è accaduto lo scorso dicembre, a Mosca. Chiediamo a Sergey da cosa nasca l’amicizia tra i due. «Non definirei i rapporti tra Japarov e Putin un’amicizia. Semplicemente, Japarov deve mantenere buoni rapporti perché il Kirghizistan dipende molto dalla Russia».

A quanto pare, Bishkek è vicina a Mosca anche con riferimento alla libertà d’espressione, se Reporters sans frontières mette il Kirghizistan al posto 144 (su 180 paesi considerati). Sergey non si stupisce: «Il basso posizionamento – spiega – nella classifica di Rsf non sorprende, data la persecuzione da parte delle autorità kirghise di ciò che resta dei media liberi e dell’opposizione».

Pa.Mo.

La bandiera del Kirghizistan: un sole con 40 raggi e, al centro, il tetto di una yurta. Foto Paolo Moiola.



Uzbekistan. Sulle dita delle mani

Una richiesta improvvisa. Una grande disponibilità a mettersi in gioco. Ed ecco che nasce una nuova missione ad gentes, in una piccola comunità cristiana. Allora è necessario un cammino di conversione all’essenziale.

Febbraio 2022. Il mondo inizia timidamente a riaprire le frontiere, anche se il Covid detta ancora le regole. Dopo molti cambi di data, finalmente, una trentina di Missionarie della Consolata riescono a radunarsi a Nepi, nella Casa generalizia dell’istituto, per l’intercapitolo (riunione tra due capitoli, i quali hanno luogo ogni sei anni, ndr), un evento importante, che avviene a metà mandato del consiglio generale, per valutare i cammini intrapresi e trattare temi specifici.

Nell’intercapitolo 2022 le sorelle stanno riflettendo sul carisma della congregazione. Un carisma missionario, sorretto da una spiritualità eucaristica e mariana, secondo l’intuizione del fondatore, san Giuseppe Allamano.

Arriva una mail da lontano a madre Simona Brambilla, l’allora Superiora generale: «Sono il vescovo dell’Uzbekistan. Vorrei invitarvi nella mia Chiesa». Madre Simona coglie l’occasione al volo e risponde: «Siamo riunite in questi giorni con sorelle rappresentanti di tutta la congregazione: è disponibile per presentare la proposta in video chiamata?».

Monsignor Jerzy Maculewicz, amministratore apostolico dell’Uzbekistan, non se lo fa ripetere due volte e, con molto entusiasmo, presenta all’assemblea la proposta di missione ad gentes.

La missione non si ferma. E non si fa fermare nemmeno dal lockdown. E neppure da calcoli precisi e spietati, come le statistiche del personale, che fotografano la netta diminuzione del numero di consorelle del nostro istituto e l’età media in aumento.

La proposta di missione fra i non cristiani in Uzbekistan risuona forte nelle sorelle, che vibrano durante l’intercapitolo, riflettendo sul carisma missionario consolatino. L’assemblea chiede quindi alla direzione generale di raccogliere maggiori informazioni da presentare al capitolo generale, che sarebbe stato indetto per l’anno 2023.

E così, dopo una visita in loco e la riflessione delle capitolari, la nuova direzione generale prende il testimone e inizia il cammino per concretizzare una nuova apertura ad gentes delle Missionarie della Consolata in Asia centrale.

Dopo un tempo di preparazione a Nepi, il 23 marzo 2025 suor Judith Kikoti (tanzaniana), suor Adanech Mitiku (etiope), suor Immaculate Nyaketcho (ugandese) e suor Andrea Leite Carvalho (brasiliana) partono per l’Uzbekistan, e sono accolte il mattino del giorno dopo dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Urgench, città della parte nordoccidentale dell’Uzbekistan, sull’antica «Via della seta».

Primi passi

Un misto di forti emozioni colma i cuori delle sorelle: gioia, commozione nel vedere che il carisma arriva anche a questa terra.

«Mi sono sentita responsabile di questa missione, siamo quelle che aprono un cammino», dice suor Judith.

«Avevo tanta aspettativa, per me è stata la prima destinazione, e sono stata scelta per questa nuova presenza», ci rivela suor Andrea, la più giovane della comunità.

Un posto sconosciuto, totalmente nuovo: «Non c’è nulla che si possa paragonare alle realtà che avevo conosciuto, sia in Africa che in Europa», afferma suor Immaculate.

Ma la novità non è sperimentata solo dalle sorelle: la gente si dimostra sempre curiosa. Fa tante domande e anche tante fotografie a quella strana comunità interculturale che è venuta ad abitare a Urgench. Poco per volta le suore si abituano al contesto e la gente si abitua a queste straniere che appena balbettano un po’ il russo, e qualche parola in uzbeko.

C’è una domanda in particolare che colpisce: «Ma perché siete venute qui?».

L’Uzbekistan è un Paese con un’età media molto bassa, fatto di giovani che lasciano la Patria in cerca di futuro. Ma queste straniere? Sono come gli studenti indiani che studiano medicina all’Università? No. E nemmeno sono come i turisti che passano sulla Via della Seta.

Perché sono arrivate a Urgench?

Nonostante la sensazione di«stranezza» provocata da questo arrivo, la popolazione di Urgench si dimostra accogliente e amichevole, e persino premurosa verso le missionarie. Il venditore si preoccupa di vendere le cose migliori e non lesina consigli pratici. La gente fa attenzione affinché le sorelle scendano alla fermata giusta del bus. 

La maggioranza della popolazione è musulmana, ma la gente non fa distinzioni: invita le straniere a casa, offre il tè e il pane tipico.

Come le dita delle mani

Ma le sorelle fanno anche l’esperienza della grande accoglienza che nasce dal cuore e dalla preghiera dei cristiani locali: «Vi abbiamo aspettate per cinque anni», dicono le persone della piccola comunità cattolica che, per anni, ha pregato per avere una presenza che l’accompagnasse.

L’ad gentes in Uzbekistan si fonda sulla preghiera e sulla comunità. Lo diceva già san Giuseppe Allamano, consapevole che la missione è di Dio, nasce dall’unione con Lui e tra noi.

«In questo momento stiamo osservando, cercando di ascoltare e comprendere la realtà che incontriamo ogni giorno», ci dice suor Judith.

Vi è un contatto quasi quotidiano con la decina di cattolici che frequentano la parrocchia Madre di Misericordia.

«Abbiamo percepito che è importante lo stare, non il fare. Abbiamo così deciso di intensificare la preghiera. Non lo facciamo perché abbiamo tanto tempo libero. Piuttosto abbiamo risignificato ogni nostro passo nella preghiera, perché noi siamo qui per questo popolo. E allora preghiamo per lui», continua suor Judith.

Per questa ragione le sorelle decidono di fare adorazione dopo la messa. È un’iniziativa delle missionarie, che però è diventa subito un impegno della comunità cristiana. Ed è significativo ascoltare una donna dire: «Loro sono qui per pregare per noi».

Un ad gentes nel silenzio, nel nascondimento, senza grandi opere e senza grandi numeri: «Quando vengono tutti, i cristiani sono circa dieci. Come le dita delle mani».

La missione del fare, dell’andare, del visitare, non esiste, almeno per adesso. Non c’è la consolazione umana del sentirsi dire: «brava».

Un cammino di spogliamento, di conversione all’essenziale. Di pazienza, soprattutto verso se stesse. Ma un cammino che non si fa ciascuna per sé: la comunione profonda tra le sorelle è lo spazio per crescere in questi primi tempi di missione in Uzbekistan.

Stefania Raspo




La sognatrice e la manager

In un’isola dell’arcipelago, un’attivista per diritti delle donne ha un’idea. Poco a poco la realizza grazie al pragmatismo di persone che la appoggiano. Ne nasce un ente che aiuta le donne indigene a diventare autonome. Con ricadute su tutta la società rurale.

Batutumonga. Partiamo con il fuoristrada da Rantepao, in direzione Nord. La strada si inerpica sulla montagna e talvolta si fa stretta e ripida. A un certo punto siamo costretti a fermarci, dietro una curva, due auto si sono toccate e non si riesce a procedere. Solo gli scooter continuano a sfrecciare nelle due direzioni. Siamo in coda con diversi camioncini che trasportano persone e derrate di ogni tipo.

Tutto intorno la natura è lussureggiante: piante con grandi foglie, banani, alberi ad alto fusto, conifere a fianco di palme di svariati tipi. Poi giganteschi cespugli di bambù con canne di grosso diametro. Siamo sull’isola indonesiana di Sulawesi, nelle montagne del Sud Ovest, la regione conosciuta come Toraja (pronuncia toragia), perché abitata dalla popolazione che porta questo nome.

Stiamo andando a Batutumonga a incontrare Dinny Jusuf, la fondatrice di «Torajamelo». È mattina, le nuvole sono basse. Salendo di quota, una bruma spessa avvolge ogni cosa. Arriviamo nel villaggio e, nella piazzetta principale, le magnifiche tonkonan, le case tradizionali con il tetto a forma di barca, compaiono in mezzo nebbia. È un’atmosfera da favola.

Per raggiungere la casa di Dinny occorre inerpicarsi a piedi per alcuni minuti. Ma arrivati la vista sulla valle è mozzafiato.

Torajamelo, in lingua locale significa «Bellezza toraja». È un ente che si occupa dei diritti delle donne indigene. E lo fa attraverso l’arte della tessitura. Siamo qui per farci spiegare come.

Risaie a terrazza tra le montagne coperte di foresta. La vista dalla casa di Dinny Jusuf (© Marco Bello)

L’incontro

Dinny è una signora vispa, loquace, con i caratteri somatici più da Asia continentale che da Toraja. Ci accoglie calorosamente e si presenta: «Normalmente mi definisco come nonna, madre, moglie e sognatrice. Perché sogno una vita migliore, soprattutto per i popoli indigeni, qui in Indonesia».

Ci accomodiamo sulla terrazza ammirando le risaie circondate da montagne. «Il mio background è da bancaria, ho lavorato per una grande banca d’affari per dieci anni e viaggiavo molto. Poi quando ho avuto i miei due figli da crescere, ho lasciato la banca e ho iniziato a interessarmi dei diritti delle donne».

Era l’inizio del 1998, a maggio sarebbe caduto il dittatore Suharto dopo oltre trent’anni di regime (cfr. MC ottobre2025).

Dinny aderì al gruppo Voices of concerned mothers (voci delle madri impegnate), per chiedere giustizia contro le sparizioni di persone per ragioni politiche. Poi gli studenti scesero in piazza e ci furono disordini e repressione.

La comunità cinese fu presa di mira (gli indonesiani di etnia Han) con uccisioni e stupri delle donne. Dinny è di madre cinese: «Io e la mia famiglia non ci sentivamo sicuri, per cui andammo via, soprattutto per i figli, ci trasferimmo a Perth in Australia».

In Australia diventò attivista di Amnesty International. «Quando i miei due figli iniziarono l’università, io tornai in Indonesia. Qui mi fu chiesto di diventare segretaria generale della Commissione nazionale antiviolenza contro le donne, istituita dal presidente B.J. Habibie che era succeduto a Suharto e voleva evitare che accadessero altre violenze di genere».

Basata a Giacarta, la capitale, Dinny doveva coordinare un ufficio con decine di persone e viaggiare ai quattro angoli dell’Indonesia, per parlare con le donne e raccogliere storie di violazioni. «L’Indonesia appare così bella e pacifica, ma sotto c’è ancora molta violenza nei confronti delle donne. Anche oggi, a causa di una cultura del patriarcato. Qui nella zona Toraja le donne sono trattate con una certa uguaglianza, sia dalle pratiche tradizionali che dalle religioni. Ma in altre regioni le leggi tradizionali locali, la religione e pure lo Stato, possono essere violenti verso le donne».

Verso la fine del 2007, Dinny andò in sovraaffaticamento, in burn out. «Ero sul punto di rottura. Chiesi a mio marito di andare a vivere a Toraja, perché amo questo posto. Così nel 2008 iniziammo a costruire questa casa.

Io amavo andare a fare escursioni e, per riprendermi, cominciai a percorre questo territorio, passando nelle comunità».

Il marito di Dinny è un toraja di Batutumonga.

Le case tradizionali, tonkonan, al centro dell’abitato di Batutumonga, Sulawesi (© Marco Bello).

L’idea

Percorrendo i villaggi, l’attenzione dell’attivista fu attratta da qualcosa di anomalo: «Notai una presenza di bambini e neonati, con caratteri somatici più cinesi che toraja. La cosa mi stupì e iniziai a indagare». Dinny scoprì che molte ragazze e donne toraja, costrette a emigrare per cercare lavoro, in particolare in Malaysia e Singapore, subivano violenze o comunque andavano incontro a maternità indesiderate. Tornavano in patria dove partorivano e affidavano i figli a nonne e zie per poi ripartire. «Avevo scoperto questo disagio diffuso tra le donne toraja. Il mio cervello iniziò a mettersi in moto. Mi venne in mente che, nel villaggio di mia suocera,

Sa’dan, in passato c’era la cultura della tessitura tradizionale. Ma la pratica stava morendo, e le giovani non tessevano più».

Le cause erano molteplici. Le migrazioni forzate volute da

Suharto da Giava verso le altre isole, avevano diffuso – o imposto – la cultura del batik, che è un diverso tipo di tessuto e lavorazione, non originario di questa zona. Per le cerimonie ufficiali occorreva usare il batik. Fu una sorta di colonizzazione culturale.

In seguito, nel 2002, gli attentati terroristici islamisti a Bali (tre bombe causarono 202 morti, di cui molti stranieri, e oltre 200 feriti), ebbero l’effetto di allontanare i turisti da tutta l’Indonesia, eliminando un mercato importante per le tessitrici. La tessitura non dava più reddito.

«La mia idea fu quella di far rivivere la tessitura tradizionale. Se le donne possono vivere di questo, hanno i mezzi per restare a casa, essere in sicurezza, non subire violenze o rapporti indesiderati. È così che Torajamelo è cominciato nel 2008».

Il marito di Dinny e una delle sue sorelle, disegnatrice di moda, assecondarono l’idea della «visionaria» e la aiutarono nella realizzazione.

Nel 2010 l’attività venne formalizzata in due strutture: una fondazione non profit e una società profit. «Volevamo svincolarci dal dover chiedere sempre soldi a terzi, avendo una società che poteva produrre profitto, ma che aveva certe caratteristiche. Più tardi sarebbe stata chiamata impresa sociale. Quindi sono diventata un’imprenditrice sociale».

«La nostra mission aveva dunque due obiettivi: il primo, appoggiare le donne indigene, per dare loro un’opzione lavorativa in modo che non fossero costrette a migrare, a lasciare il villaggio. E questo tramite la tessitura. Il secondo, collegato, era rilanciare la tessitura tradizionale, come elemento culturale. Io, inoltre, speravo di poter vivere qui in Toraja. Ma mi illudevo».

Primi passi

«All’inizio andavo su e giù per le colline della zona di Sa’dan. È la zona di cui è originaria mia suocera. Cercavo le donne che producevano ancora». Sa’dan è a circa un’ora di auto da Batutumonga, in un’altra valle a Nord di Rantepao.

Dinny spiegò l’idea alle tessitrici, la propose alle giovani, organizzò formazioni. Oltre a rilanciare la produzione, occorreva trovare dei nuovi mercati, proponendo anche modelli innovativi e di buon livello.

«Nelle formazioni insegniamo (ancora oggi) alle tessitrici la giusta combinazione dei colori e motivi, e pure le tecniche. Nel Toraja i colori tradizionali sono quattro: nero, rosso, giallo e bianco, per le cerimonie. Colori luminosi che non piacciono a Giacarta, e in altri Paesi, come in Giappone, dove preferiscono blu o altri colori più scuri, che seguano il trend della moda.

Io e mia sorella abbiamo iniziato a fare le formazioni, poi abbiamo chiamato esperti esterni.

Molte delle tessitrici che seguono i nostri corsi non sanno leggere e scrivere, sono semplici madri. Quindi applichiamo uno speciale metodo di formazione».

«Per organizzare il marketing io dovetti andare a Giacarta. Mia sorella, invece, ci aiutò creando i modelli. L’operazione ebbe successo e il business crebbe. Dovevamo avere un negozio, un ufficio in capitale. Non mi piace Giacarta, per il traffico, l’inquinamento. Ma abbiamo dovuto farlo, quindi ho accettato. Nel periodo dal 2010 al 2014 ci siamo focalizzate sul Toraja e le sue tessitrici».

Torajamelo acquisì con il tempo una certa visibilità, le sue attività e i suoi modelli iniziarono a essere conosciuti nell’arcipelago. «Donne, organizzazioni, e gruppi indigeni di altre isole cominciarono a chiederci di aiutare le tessitrici delle loro aree. Chiedevano aiuto in formazione, marketing, e diffusione dei prodotti».

Le attività aumentano

A Torajamelo dovettero stabilire dei criteri per decidere quali richieste appoggiare. «Il primo criterio era quello di intervenire in aree di forte emigrazione delle donne. Il secondo era che ci fosse in loco una buona organizzazione di base, con la quale fare il partenariato. Infine, terzo: dovevano già esserci tessitrici, perché è questo il nostro punto di entrata».

Le attività di Torajamelo crescevano. Le comunità interessate si moltiplicavano. Nelle isole di Lombok, Nusa Tenggara, Timor, Flores iniziarono partenariati. Anche la quantità di ordini era in crescita. «A volte alcune società ci ordinavano un gran numero di tessuti. Ma il nostro principio era, ed è, che non vogliamo fare una fabbrica. Non vogliamo usare le macchine per la tessitura, ma i telai manuali tradizionali. Non vogliamo neppure mettere tutte le donne in un unico posto, perché le madri non devono lasciare il villaggio, altrimenti ne patiscono i bambini, l’ambiente, tutto.

Così, quando arrivano degli ordini molto grossi, li frazionano. Potendo contare sul partenariato di 15 comunità, abbiamo una base di centinaia di tessitrici. Ad esempio, una nota società di cosmetici ci commissionò 500 pezze di stoffa in breve tempo. E riuscimmo a soddisfare la richiesta».

Oggi le comunità del Toraja sono autonome. Non hanno più bisogno dei servizi di Torajamelo, né dal punto di vista formativo, né da quello del marketing. «Capita che commissioniamo loro una produzione, ma, di fatto, sono indipendenti».

A Rantepao, capoluogo del Toraja, tessitura nella galleria d’arte Tenun Puan, partner di Torajamelo (© Marco Bello).

Arriva la pandemia

«Nel 2019 avevamo già vinto alcuni premi ed eravamo famose. Avevamo dei mercati in Giappone, a Milano, a Londra. Anche grazie a contatti amici che ci hanno aiutate.

Poi arrivò il Covid. Pensai che occorreva digitalizzare tutto, oppure avremmo dovuto chiudere. Io sono una nonna e non sapevo da dove cominciare».

Dinny era presa da questo dilemma, quando incontrò una volontaria di Torajamelo, ma non una qualsiasi. «Dal 2017 avevamo come consigliera volontaria una certa Aparna Bhatnagar Saxena, un ingegnere di Mumbai, India, che era vicepresidente di Dhl logistica. Lei lavorava a Singapore e nel tempo libero promuoveva Torajamelo. Da un po’ di tempo stavo cercando qualcuno che mi rimpiazzasse, ma non trovavo nessuno che volesse, oppure fosse abbastanza bravo per farlo. Non si guadagna bene, ed è molto impegnativo.  Non è un lavoro normale, occorre avere la passione. Quando ho visto Aparna a Singapore mi sono detta: è lei. Però non avevo abbastanza budget per farle una proposta».

Mentre Dinny parla con entusiasmo dell’incontro, un grande rapace spicca il volo da un albero del bosco vicino, volteggia proprio davanti a noi e poi vola via lontano nella valle. Dinny si interrompe ed esclama: «È bellissimo! È un buon segno, significa che siete i benvenuti».

Passarono alcuni anni e Dinny incontrò Aparna una seconda volta: «Ero in ufficio a Giacarta e lei è apparsa. Mi ha spiegato che aveva cambiato lavoro e si era trasferita nella capitale indonesiana. Lavorava adesso nell’e-commerce per un’azienda legata ad Ali Baba (il colosso e-commerce cinese, nda). Veniva a chiedermi se, nei fine settimana, poteva fare la consigliera d’affari volontaria».

Dopo alcuni mesi, arrivò il Covid e per Dinny è iniziò il dilemma. «Nel marzo 2020 chiesi ad Aparna di diventare direttrice esecutiva di Torajamelo. In pratica di sostituirmi con l’obiettivo di digitalizzare la società. Dopo diverse settimane, invece di darmi una risposta, mi fece due domande. La prima: “Ti fidi di me?”. “Ma certo”, risposi, “abbiamo lavorato insieme per tre anni, quindi ci conosciamo abbastanza”. La seconda domanda: “Accetteresti che io gestisca

Torajamelo in maniera diversa da te?”. “Sicuro”, risposi io. Così, nel giugno 2020, Aparna Saxena divenne la Ceo (direttrice esecutiva, nda) di Torajamelo. È riuscita a digitalizzare la società, rendendo i prodotti delle nostre donne disponibili anche online, sulla piattaforma ahana.com». Ahana è un marchio creato da Torajamelo, e vende anche altri brand, che devono rispettare stringenti criteri di sostenibilità nella catena produttiva.

Dinny Jusuf da allora ricopre il ruolo di presidente, oltre che fondatrice e consigliera. L’attivista è impegnata anche come consulente presso altre strutture del settore, come il dipartimento dello Stato che si occupa di artigianato. Intanto, un amico di Dinnya, Bhimanto, ha preso in carico la parte della formazione.

Dinny Jusuf, «la sognatrice», fondatrice di
Torajamelo (© Marco Bello) .

Relazioni internazionali

Nel 2019 Torajamelo iniziò anche un progetto di ecoturismo, ovvero turismo in appoggio delle comunità. Cominciò insieme a una Ong internazionale, con formazioni indirizzate ad abitanti dei gruppi di base, ma poi il Covid ne bloccò lo sviluppo.

«Io sogno in una collaborazione tra Indonesia e India. Adesso stiamo stabilendo legami con il Giappone, siamo state recentemente a un’importante fiera a Osaka. C’è un tessuto particolare, chiamato ikat, fatto a Okinawa (Giappone), in Gujarat (India) e a Bali (Indonesia). Stiamo stabilendo un triangolo della tessitura».

Aparna Bhatnagar Saxena, «la manager», direttrice di
Torajamelo (© Torajamelo).

Attualmente il mercato di Torajamelo è soprattutto in Indonesia, e in larga parte nel cosiddetto business to business (B2B in sigla), ovvero nella vendita ad altre società. In minor misura i tessuti sono venduti anche al consumatore finale. Questo avviene soprattutto per capi di moda. Inoltre, il suo mercato si è molto esteso grazie all’online.

«Nel febbraio dello scorso anno siamo state invitate dal Governo indiano a una grande fiera culturale del tessile in India, dove erano rappresentate circa seicento etnie. Aparna ha firmato un accordo con il ministro degli Affari tribali indiano, per scambiare prodotti indiani e indonesiani.

Inoltre, Torajamelo è stata accreditata come Ong presso l’Unesco, per fornire consulenza su Intangible cultural heritage (patrimonio culturale immateriale). Grazie ad Aparna siamo anche parte di Un Women (l’ente Onu per l’uguaglianza di genere, nda).

Il successo di Torajamelo

«La nostra parola chiave oggi è “collaborazione”, nello specifico su donne, educazione e ambiente. Collaborazione con governi, altre Ong, imprese sociali, comunità, sui temi della giustizia economica per le donne, in particolare indigene e delle comunità locali».

Chiediamo a Dinny come misura il successo di Torajamelo. «Intanto esistiamo ancora e siamo sostenibili. Considerate che io e Aparna non siamo pagate da Torajamelo, ma viviamo di altre consulenze. Il successo è quando le tessitrici indigene non hanno più bisogno di noi, come in Toraja. Qui hanno le loro competenze e le reti di vendita. Il loro reddito è aumentato di cinque volte. Eppure lavorano da casa».

E conclude: «Aparna si lamenta, dice che io sono la sognatrice e lei è la lavoratrice».

Marco Bello

La gerente della galleria d’arte Tenun Puan a Rantepao, e tessitrice. Mostra un tessuto da lei prodotto durante una fiera (© Marco Bello).



Italia-Israele. Le mani insanguinate

Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.

«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.

È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso.

Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione.

Contro la cultura della morte

Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise.

Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani.

Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».

Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.

Caccia F-35 (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Haydn N. Smith).

Freedom flotilla

Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese.

È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti.

La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi.

Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria».

Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».

Handala, il bambino di spalle

A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.

Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi».

Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.

«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».

Genocidio, crimine collettivo

«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari».

In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.

La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.

L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride.

Armi e addestramento

Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania.

«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.

Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.

Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza.

Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.

Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».

Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike.

Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.

In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».

Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente».

Cyber security

Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque.

C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia».

Banche, media, energia

Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale».

E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».

«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.

Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.

Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi.

Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».

Università e ricerca

Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.

Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica.

Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.

Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra».

Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.

In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari».

Shock economy

Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali».

E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.

Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».

Luca Lorusso

Manifestanti a Londra contro il supporto diplo-matico, militare e logistico del Regno Unito a Israele durante il suo assalto genocida a Gaza, al grido «La Gran Bretagna ha le mani sporche di sangue – Save Gaza», il 24/06/24. (Alisdare Hickson_flickr)



La «milpa»degli antenati

In una comunità indigena, giovani contadini stanno riportando in vita un sistema agricolo ancestrale. Con semi nativi, zero pesticidi e un profondo rispetto per la terra. Un metodo per preservare la cultura e la biodiversità. Un baluardo contro il cambiamento climatico, la malnutrizione e il colonialismo alimentare.

Chaquijyá, dipartimento di Sololá. Tat Tomás Cosijuà Tuiz, guida spirituale kaqchikel, accende, a una a una, piccole e lunghe candele rosse, gialle, bianche e nere – i quattro colori del mais nativo – e le dispone in fila su un braciere. Nella sua casa di terra e paglia a Chaquijyá, un villaggio vicino al turistico lago Atitlán, nel cuore del Guatemala, Tat Tomás osserva in silenzio come le fiamme producono ombre sulle foglie di tabacco appoggiate su un altare insieme alla statua di Maximón, un santo locale, e bottiglie di Cusha, liquore cerimoniale che brucia la gola.

«Secondo il Popol Vuh, il libro sacro dei maya, gli esseri umani sono fatti di mais», racconta con voce calma. «Gli dei usarono il mais bianco per le ossa, rosso per il sangue, giallo per la pelle e nero per i capelli. In cambio gli uomini hanno imparato a coltivare la terra, come atto di ringraziamento».

Il mais, o meglio detto per il suo nome scientifico Zea mays L., è il cereale più simbolico di tutta la Mesoamerica. Con venti varietà geneticamente distinte, è la base della dieta tradizionale del sud del Messico, Guatemala, Honduras, Belize ed El Salvador. Dopo la colonizzazione, il mais è diventato una delle produzioni agricole più estese al mondo, coltivato normalmente in monocolture intensive, con uso di pesticidi ed elevato consumo idrico. Oggi, gran parte del raccolto viene utilizzato per produrre mangimi per animali in allevamento intensivo e per biocarburanti, più che per l’alimentazione umana.

«Non è così che noi coltiviamo il sacro mais», mormora Tat Tomás scuotendo la testa mentre tiene fisso lo sguardo sul suo altare. Nel suo terreno, infatti, il mais cresce secondo il sistema tradizionale della milpa, che in kaqchikel si chiama awän.

4. Ixmukané and her brother Eduardo Saloj fill a silo with native seeds in Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024

Colture in sinergia

In America Centrale normalmente si utilizza il termine milpa come sinonimo di mais, ma, in realtà, si riferisce a un sistema agricolo millenario, le cui prime tracce archeologiche risalgono a novemila anni fa, basato sulla policoltura sinergica di oltre cinquanta specie vegetali. Al centro di questo tipo di coltivazione ci sono le famose «tre sorelle» (las tres hermanas): mais, fagioli e zucche, fonti rispettivamente di carboidrati, proteine e vitamine. Tra i solchi tracciati per la coltivazione del mais, vengono seminati amaranto, chile, erbe medicinali, fiori per impollinatori e alberi come il sambuco, la cui potatura viene lasciata giacere sulla terra affinché diventi un fertilizzante naturale.

Ogni pianta serve alla buona crescita dell’altra. La pianta del fagiolo, e tutte le leguminacee, fissano l’azoto nel suolo, eliminando la necessità di fertilizzanti chimici. Il mais funge da sostegno naturale per i fagioli, senza necessità di bastoni di plastica o legno su cui avvolgersi durante la crescita. Per ultimo, le foglie di zucca trattengono l’umidità nel suolo, riducendo quindi l’evaporazione dell’acqua.

«Si tratta di un sistema agricolo perfetto e in equilibrio. Di fatti non irrighiamo mai la milpa, e così risparmiamo acqua che ultimamente scarseggia a causa delle prolungate siccità dovute al cambiamento climatico», dice Eduardo Wuqu’Aj Saloj, 33 anni, ingegnere agronomo e contadino, seduto nella penombra della casa di Tat Tomás.

Saloj è cofondatore del collettivo Awän, un gruppo di giovani di origine maya kaqchikel che, da alcuni anni, promuovono nella loro comunità il ritorno a questo metodo di coltivazione ancestrale, insieme all’insegnamento delle guide spirituali. «La milpa è l’orto dei nostri antenati – continua -, garantisce autosufficienza alimentare e permette di preservare la biodiversità allo stesso tempo».

Con quattordici zone climatiche e 14mila specie vegetali e animali, il Guatemala è un hotspot di biodiversità riconosciuto in tutto il mondo, ma è anche uno dei Paesi più colpiti dal cambiamento climatico, sebbene sia uno dei territori che produce meno emissioni.

Nel 2024, piogge torrenziali e siccità hanno devastato i raccolti e la produzione è stata dimezzata. Questo ha provocato un aumento del 15% del prezzo del mais e del 43% di quello dei fagioli, rispetto all’anno precedente. In generale, in Guatemala e tutta l’America Centrale il prezzo degli alimenti è simile a quello dei prodotti europei, quindi proibitivo per buona parte della popolazione, che vive in condizione di povertà o con lavori informali.

Ixmukane-and-her-brother-Eduardo-Saloj-transfer-maize-seeds-into-a-silo-Chaquijya-village-Solola-Department-Guatemala-08_30_2024

Il santuario dei semi

Nel terreno dietro casa, Ixmukané Saloj, 24 anni, sorella di Eduardo e socia del collettivo Awän, raccoglie bietole tra amaranto e rampicanti di fagiolo.

«Qui coltiviamo unicamente con l’uso di semi nativi della nostra comunità, o delle zone vicine, che sono riusciti ad adattarsi nel tempo a questo suolo e a queste condizioni climatiche – spiega Ixmukané, contadina e studentessa della facoltà di agronomia -. Non usiamo assolutamente semi transgenici, né pesticidi, né insetticidi che seccano il terreno».

Ogni anno, lei ed Eduardo selezionano con cura le spighe più grandi e i frutti più sani da cui successivamente ricavano i semi che vengono conservati per gli anni successivi.

Dal 2018 li custodiscono in un «santuario dei semi», un deposito sotterraneo costruito in cemento con temperatura e umidità controllate.

«I semi sono vivi, per questo motivo vengono conservati in silos di terracotta traspirante a 17 gradi centigradi costanti», spiega Ixmukané.

Da anni il collettivo Awän promuove lo scambio di semi gratuito, cercando quindi di incoraggiare la produzione di alimenti a «chilometro zero» in loco, in modo che i contadini della loro comunità non siano costretti a dipendere dai semi transgenici.

«Ogni gruppo di semi porta il nome della famiglia che li ha raccolti – spiega Eduardo Saloj -. Ci riuniamo periodicamente per scambiare i semi e capire quali si sono adattati meglio alla stagione passata e quindi usarli anche per quella futura», continua.

Le varietà native sono fertili e soprattutto riproducibili, al contrario di quelle ibride o Ogm, che sono sterili e costringono i contadini a comprare i semi di anno in anno.

Per il collettivo Awän poter diffondere gratuitamente i semi nativi è una forma di lotta per garantire l’autonomia alimentare ed economica dei contadini di fronte alle grandi multinazionali che vendono semi geneticamente modificati, insetticidi e pesticidi necessari per massimizzare la loro produttività, ma estremamente dannosi per la flora e la fauna del territorio.

Cecilia Saloj, 38 anni, madre di due figli e impiegata in una piccola libreria di Sololá, ha iniziato a coltivare la milpa da poco. «Risparmio circa 2.400 quetzales all’anno (300 euro) solo in mais – racconta -, che investo nell’istruzione dei miei figli. E mangiano pure meglio, perché è molto più sano far colazione con due uova e tortillas di mais che con le merendine industriali piene di conservanti».

14. Yellow, white, and red corn cobs in Tat Tomas’ storage in the Los Cosiguá Sector, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024

Identità maya e colonialismo alimentare

Con la globalizzazione avvenuta negli ultimi quindici anni, anche nei villaggi più remoti del Guatemala è possibile comprare snack industriali. Al posto di frutta e verdura, i negozietti di periferia hanno scaffali pieni di Coca Cola, biscotti e patatine fritte in buste di plastica minuscole, che danno la possibilità anche a chi non possiede una grande disponibilità economica di comprare quattro o cinque patatine, producendo rifiuti che contaminano le strade a causa della mancanza di un sistema efficiente di raccolta. Questi alimenti stanno prendendo il posto della dieta tradizionale, generando un aumento di casi di diabete, obesità e una malnutrizione generalizzata. A questo si aggiungono i messaggi pubblicitari dei grandi marchi, che associano l’immagine di chi beve e consuma alimenti processati con un ideale di successo, svalorizzando di conseguenza l’alimentazione locale, tradizionale e di provenienza rurale.

Le giovani generazioni collegano l’immaginario del lavoro contadino al concetto di povertà sia economica che intellettuale, preferendo una vita urbana e abbandonando il campo. «I ragazzi della mia età preferiscono andare al supermercato – spiega Yessica Julajuj, 23 anni, anche lei del collettivo Awän -. Comprano prodotti più cari, meno freschi e soprattutto meno sani che molto spesso arrivano da monocolture intensive dove vengono usati fertilizzanti chimici. Per noi si tratta di ribaltare questo concetto e far innamorare nuovamente i giovani dell’agricoltura familiare».

Ixmukane-Saloj-picking-pericon-one-of-the-dozens-of-herbs-present-in-the-Milpa-system-Chaquijya-village-Solola-Department-Guatemala-08_30_2024

I semi come atto politico

Il dibattito sull’uso dei semi nativi è piuttosto controverso in Guatemala. Da una parte, il ministero dell’Agricoltura promuove l’uso di semi migliorati, come strategia per combattere l’insicurezza alimentare, e una iniziativa di legge depositata al Congresso permetterebbe a grandi multinazionali agroalimentari di privatizzare e modificare i semi nativi. Dall’altra, comunità indigene e movimenti contadini difendono la proprietà collettiva dei semi antichi che si tramandano da generazioni e stanno portando al centro del dibattito la discussione per l’approvazione della legge 6.086 sulla biodiversità e i «saperi ancestrali» che punta a promuovere le conoscenze e le pratiche indigene e campesinas, così come la diversità biologica dei suoi territori.

«Coltivare la milpa è un atto politico – afferma Saloj -. Le multinazionali vogliono toglierci quello che è nostro, impoverendo le comunità. Se perdiamo i nostri semi, saremo costretti a comprare sementi Ogm e veleni per coltivarli. Non lo possiamo accettare».

La Fao (l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura) ha riconosciuto l’importanza di chi custodisce e seleziona i semi tradizionali, diffondendo una cultura della diversificazione. A oggi, sebbene esistano oltre 30mila piante commestibili, solo cinque cereali: riso, grano, mais, miglio e sorgo, forniscono il 60% dell’apporto calorico mondiale, mentre le altre piante non vengono né coltivate dalle grandi aziende né consumate dal grande mercato.

10. Tat Tomas grows native pacaya in his Milpa in Sector Los Cosiguá, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024

Il bosco intorno alla milpa

Nel santuario dei semi nativi, Eduardo Saloj, insieme a sua sorella Ixmukané, pesa piccole quantità di semi di zucca da distribuire alle famiglie della comunità. Tra queste ci sono Estela Meletz Quisquiná e sua madre, Juana, che da qualche tempo hanno creato un vivaio forestale. Regalano piantine di cipresso, querce e sambuco a chi vuole riforestare aree al limite della desertificazione a causa della monocoltura del mais.

«Anche questi alberi fanno parte della milpa – spiega Estela -. Le loro fronde nutrono gli uccelli e il suolo. La milpa alimenta tutto: esseri umani, animali, terra. Per questo è perfetta».

Dall’altra parte della comunità, Tat Tomás si inginocchia di fronte al suo altare. Guarda la foto della moglie morta da pochi mesi e quella del figlio maggiore, disperso mentre stava migrando verso gli Stati Uniti. La vita non è stata clemente con Tat Tomás. Eppure, sorride.

«La milpa è facile da capire: è la vita che non muore mai», dice, prima di lasciarsi avvolgere dal silenzio, rotto solo da qualche preghiera in kaqchikel, appena udibile.

Simona Carnino

9. Tat Tomas, spiritual guide and expert on the Milpa_Awän agricultural system, looks at the Mayan altar in his home in Sector Los Cosiguá, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024



Il paese ha perso la verginità

«Voi tanzaniani siete troppo remissivi. Nessuna manifestazione, nessuna protesta. Che cosa aspettate ad alzare la testa contro un governo dittatore e corrotto, che vi schiavizza con salari da fame, mentre i disoccupati sono un esercito?». Questa la critica che alcuni osservatori africani rivolgono al Tanzania. Ed ecco che il 29 ottobre 2025 i tanzaniani dicono: «Ora basta!».

Dar es Salaam: tre parole arabe che significano «porto della pace».

Siamo in Tanzania. Ma, a partire dal 29 ottobre 2025, Dar es Salaam, capitale economica del Paese, non è piu il «porto della pace». Idem per le città di Mwanza, Arusha, Mbeya, Iringa, Tonduma, coinvolte in tragici eventi con circa 700 morti ammazzati nel giro di 48 ore.

Che cosa sta capitando in Tanzania, decantata oasi di tranquillità dell’Africa? Prima di rispondere a tale domanda, occorre fare dei passi indietro.

Tutti i presidenti

Julius Nyerere merita apprezzamento. Con Léopold Senghor del Senegal, Nyerere fu l’unico presidente dell’Africa ad avere liberamente rinunciato al potere. Leader indiscusso fin dall’indi-
pendenza del Tanganyika nel 1961, nel 1985 Nyerere abbandonò la presidenza della repubblica del Tanzania. Nel 1995 si dimise pure dalla carica di presidente del partito di maggioranza Chama cha Mapinduzi (Partito della Rivoluzione), che dettava la politica del Paese.

Nyerere si ritirò senza essersi arricchito. Evento più unico che raro in Africa.  Nel contempo Nyerere non fu scevro da scelte infauste: «nodi cruciali», che a suo tempo destarono malumori e resistenze. Ignorarli sarebbe offendere lo stesso «mwalimu» (maestro) del Tanzania, amante della verità.

Un nodo cruciale furono le leggi sulla detenzione preventiva dei sospettati di agire contro lo Stato.

Discutibile fu poi l’allontanamento dal Tanzania del politico Oscar Kambona e di altri personaggi, rei di opinioni contrarie al Presidente.

Ancora: Nyerere peccò di spirito antidemocratico quando adottò «il sistema del partito unico». Il presidente spiegò: il partito unico è una scelta obbligata, perché il Paese non è politicamente preparato al pluripartitismo; con più partiti, la nazione cadrebbe nel marasma degli altri Stati africani, divenendo facile preda di demagoghi abili nel cavalcare malumori tribali o religiosi.

Poi, il 30 ottobre 1978 Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda, invase il Tanzania. Tra i due Paesi fu guerra. L’esercito tanzaniano non solo cacciò l’invasore, ma occupò persino la capitale ugandese Kampala.

Fu l’episodio più sconcertante del mwalimu. Molti Paesi africani lo accusarono di violare i principi dell’Organizzazione dell’unità africana. Lui replicò: nella guerra contro l’Uganda ha prevalso «la ragione di Stato» e la consapevolezza che con l’imprevedibile e sanguinario Amin era impossibile ragionare.

Il Tanzania uscì vittorioso dal conflitto, ma affamato e stremato, senza riserve monetarie. Il Paese non poteva concedersi il lusso di una guerra.

Il dopo Nyerere

I presidenti successori di Nyerere furono: Ali Hassan Mwinyi (1985-1995), Benjamin Mkapa (1995-2005) e Jakaya Kikwete (2005-2015). Dopo Kikwete, fu la volta di John Magufuli, che morì nel 2021 probabilmente di Covid-19. Seguendo la Costituzione, il defunto presidente venne rimpiazzato dalla vicepresidente, Suluhu Samia Hassan.

C’è un denominatore comune fra questi cinque presidenti: ed è la «dittatura».

In Tanzania vige il pluripartitismo, ma è solo una parvenza di democrazia, giacché il Chama cha Mapinduzi detiene sempre in Parlamento la maggioranza assoluta: è il megafono del presidente di turno, un rullo compressore contro i partiti di opposizione, spesso irrilevanti perché divisi.

La Costituzione fa del presidente un «deus ex machina», quasi insindacabile. Dittatore, appunto. Esiste poi uno stretto connubio fra polizia e Presidenza della repubblica. Di qui il quesito cruciale: chi comanda in Tanzania? Il Parlamento o la polizia?

Durante il secondo mandato del presidente Kikwete vi fu un lodevole tentativo di riformare la Costituzione, grazie all’apporto di alcuni movimenti democratici, anche cattolici. Ma le loro proposte furono insabbiate. Un buco nell’acqua.

P.Mario Bianchi (allora superiore generale IMC) conversa col Presidente Nyerere nella casa della Missione di Uhungu, 2-7-1978.

Eventi inquietanti

Il 5 ottobre 2022 il quotidiano britannico The Guardian denunciò il governo del Tanzania per volere sradicare circa 100mila Masai dal loro habitat ancestrale di Ngorongoro e dintorni. Il Governo replicò: «No, noi li vogliamo proteggere meglio».

La verità, invece, è un’altra: creare una riserva di caccia di lusso per i turisti (cfr. MC notizie 6 ottobre 2025). Alla faccia del rispetto dei diritti umani. Il contenzioso tra Masai e potere politico è ancora aperto.

Perplessità destava, inoltre, la voce che circolava in Tanzania nel 2023: il Governo intende affidare la gestione dell’importante porto di Dar es Salaam a un paese arabo. Per il cittadino comune il progetto era uno schiaffo, un sentirsi tacciato di incapacità. I vescovi cattolici se ne fecero carico con una lettera aperta, chiedendo al governo di sottoporre alla volontà del popolo il problema dello scalo di Dar es Salaam.

Il sottoscritto lesse il documento dei vescovi, intitolato Vox populi vox Dei, nella parrocchia Ubungo Msewe di Dar es Salaam, che fu salutato da scroscianti applausi.

Il risultato? Zero. Il 22 ottobre 2024 quattro moli del porto suddetto furono affidati alla gestione degli Emirati arabi uniti.

Però il fenomeno più inquietante è un altro. Da circa due anni in Tanzania, durante la presidenza di Hassan, scompaiono persone. Scompaiono per non comparire più. Sono desaparecidos come quelli dell’Argentina del 1976-1983.

Nella prima metà di ottobre del 2025 Yuda Tadei Ruwa’ichi, arcivescovo di Dar es Salaam, stigmatizzò il dramma esigendo spiegazioni dall’autorità nazionale. No comment.

La rivolta dei giovani

Arriviamo al 29 ottobre 2025. In Tanzania sono in corso le elezioni presidenziali. La riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan è scontata, anche perché alla tornata elettorale non partecipa il maggiore partito di opposizione Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo), che ritiene inutile votare se prima non si cambia la Costituzione che garantisce poteri enormi al presidente eletto.

Assente forzato dalle elezioni è lo stesso presidente del Chadema, Tundu Lissu, imprigionato con l’accusa di tradimento. Lissu, l’8 settembre 2017, sfuggì miracolosamente a un attentato, restando gravemente ferito da 16 colpi di arma da fuoco.

In vista delle elezioni politiche, l’esecutivo ha dispiegato pesanti e costosi strumenti repressivi, per scardinare i restanti esponenti dell’opposizione. Tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.

La mattina del 29 ottobre 2025 tanti seggi elettorali sono quasi deserti. Fra i non votanti, primeggiano i giovani, disamorati della presente politica. Giovani che, nel pomeriggio, iniziano a radunarsi per le strade di Dar es Salaam, per manifestare il loro dissenso verso il regime.

Oltre a denunciare l’inutilità di un’elezione il cui risultato è deciso da tempo, i manifestanti sfogano la loro rabbia contro il sistema politico, bruciando veicoli, scardinando distributori di carburante, devastando stazioni di polizia. Le forze dell’ordine reagiscono con gas lacrimogeni e blocchi stradali. Scende in campo pure l’esercito, rafforzando la repressione.

E si spara. Corre voce che alcuni soldati tanzaniani rifiutino di sparare contro i propri concittadini. Intervengono allora mercenari dell’Uganda e del Rwanda.

La sera del 29 ottobre viene proclamato il coprifuoco. Ma i manifestanti lo ignorano, sfidando polizia ed esercito. La protesta si estende a macchia d’olio anche in altre città, non solo a Dar es Salaam. È uno «tsunami» di rivolte. Sulle strade giacciono circa 700 cadaveri.

Nel frattempo la situazione diventa ancora più caotica. Già prima del voto, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto controllo.

Gli aeroporti sono chiusi: non si parte né si arriva, specialmente a Dar es Salaam.

Sabato, primo novembre 2025, vengono notificati i risultati ufficiali delle elezionia: Suluhu Samia Hassan stravince con un plebiscito «bulgaro», pari a quasi il 98 per cento. Però i votanti sono stati circa 30 milioni, in un Paese che conta oltre 70 milioni di persone. È evidente che hanno votato solo gli aderenti al Chama cha Mapinduzi.

Evviva la Presidente! Oggi ha vinto.

 E domani?

Il domani del Tanzania è già iniziato il 3 novembre 2025, con il prezzo della benzina schizzato da tremila scellini il litro a diecimila, mentre il valore dello scellino è collassato: uno scellino vale 0,00035 euro (18/11/2025).

L’aumento del carburante è il volano per l’aumento immediato di tutto. Così il costo dei generi alimentari è triplicato dal mattino alla sera. Ma guai a criticare il Governo. Il potere ti vede e ti sente. La gente vive nel terrore.

E se i parenti dei 700 morti ammazzati decidessero di vendicare i loro congiunti?

«Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza, ed ecco il terrore» (Geremia 14, 19).

Il Tanzania ha perso la verginità. Nulla sarà più come prima. I bagni di sangue sono là in attesa di… «Quod Deus avertat!», che Dio ce ne scampi.

Francesco Bernardi




Tra guerra e speranza

Un Paese segnato da tentativi di ricostruzione e da fratture mai del tutto sanate. Il ritorno di Mohamud alla presidenza ha alimentato aspettative di inclusività e stabilità. Le sfide sono grandi: l’offensiva di al-Shabaab, le tensioni tra Governo centrale e Stati federati e l’intreccio di interessi regionali e internazionali.

«La situazione della sicurezza è peggiorata», afferma Corrado Cok, analista dell’European council on foreign relations (Consiglio europeo per le relazioni internazionali). A partire da gennaio 2025, al-Shabaab ha lanciato una grande offensiva per riconquistare i territori persi nel 2022, quando una combinazione tra clan locali, esercito somalo e sostegno di Stati Uniti e Turchia aveva liberato ampie aree del centro del Paese.

L’avanzata del gruppo jihadista si è concentrata soprattutto negli Stati di Hirshabelle e, in misura minore, nel Galmudug. «In questi mesi al-Shabaab è riuscito a riprendere buona parte del territorio perduto, arrivando a minacciare anche Mogadiscio», spiega l’analista.

Solo l’intervento diretto della Turchia, che ha inviato truppe e istruttori per difendere la capitale, ha permesso di stabilizzare la situazione.

Nelle regioni centrali, invece, la riconquista jihadista ha creato un clima di crescente instabilità. «L’offensiva di al-Shabaab ha riportato indietro di anni la situazione», commenta Cok. «La popolazione civile paga il prezzo più alto, tra violenze, sfollamenti e incertezza quotidiana».

Soldiers of the Somalia National Army (SNA). (Photo by Tony KARUMBA / AFP)

Lo Stato ombra

Al-Shabab non è solo un gruppo jihadista che semina paura. Secondo un’analisi di Robert Kluijver, ricercatore al Centro per le ricerche Internazionali presso Sciences Po-Cnrs a Parigi, pubblicata da The New Humanitarian, il movimento legato ad al-Qaeda ha costruito negli anni uno Stato ombra, che in molte zone del Paese funziona meglio del governo ufficiale. È così che, nonostante gli attacchi militari e la repressione, i miliziani continuano a guadagnare legittimità tra la popolazione.

Il gruppo islamista ha creato un sistema fiscale che, per quanto imposto con la forza, appare più trasparente e prevedibile delle tasse arbitrarie del governo federale. I commercianti, per esempio, ricevono regolari ricevute che li proteggono da doppie imposizioni ai posti di blocco.

Altrettanto rilevante è la gestione della giustizia. I tribunali di al-Shabaab applicano la Sharia con rigidità, ma le sentenze arrivano in tempi rapidi e vengono eseguite. A differenza delle corti statali, accusate di corruzione e inefficienza, quelle dei jihadisti sono percepite come imparziali: i giudici vengono fatti ruotare per ridurre l’influenza dei clan e persino i comandanti del gruppo possono essere processati.

Sul piano della sicurezza, al-Shabaab mantiene un ferreo monopolio della violenza. Crimini comuni e scontri interclanici sono rari nelle aree sotto il suo controllo. Chi possiede armi senza autorizzazione rischia punizioni severe, ma il risultato è una maggiore stabilità rispetto ai territori del Governo, dove gli abusi da parte di funzionari e militari sono frequenti.

Politiche sociali e ambientali

Il movimento non si limita però a esercitare un controllo militare. Impone politiche sociali ed economiche che, pur autoritarie, hanno effetti tangibili. Ha vietato qat e tabacco, incoraggia la produzione locale e regola le esportazioni per proteggere i mercati interni. Sul fronte ambientale ha introdotto restrizioni su disboscamento, produzione di carbone e uso della plastica. Anche per questo, molti cittadini, pur non condividendo l’ideologia jihadista, riconoscono una certa efficacia amministrativa al gruppo.

Un altro punto di forza è la gestione delle dinamiche claniche. In una società dove il sistema tradizionale del xeer condiziona ancora la vita quotidiana, al-Shabaab ha imposto la legge islamica come principio superiore, spostando l’accento dalla responsabilità collettiva a quella individuale. In questo modo indebolisce le reti di potere dei clan e rafforza il proprio ruolo di arbitro.

Si tratta però di un regime molto duro e impermeabile ai diritti umani e ai principi democratici. Le restrizioni sulla vita quotidiana, la censura, i limiti all’educazione delle ragazze e la repressione della libertà personale suscitano diffuso malcontento. Molti somali temono che vivere sotto il dominio jihadista significhi isolamento dal resto del mondo, con meno opportunità di studio, lavoro e contatti internazionali.

L’analisi di Kluijver sottolinea un paradosso: la legittimità di al-Shabaab non nasce da un sostegno ideologico di massa, ma dall’efficacia di un’amministrazione che appare più funzionale e meno corrotta di quella statale. Per questo le strategie esclusivamente militari, sostenute da anni dal governo e dagli alleati internazionali, non hanno scalfito il potere del gruppo. Per la comunità internazionale questo rappresenta un dilemma. Ignorare il ruolo amministrativo di al-Shabaab significa non vedere una realtà che continua a condizionare milioni di somali. Allo stesso tempo, cooperare con il movimento, ad esempio per far arrivare gli aiuti umanitari, rischia di violare le leggi antiterrorismo.

A senior officer of the Somalia National Army (SNA) talks to villagers at Bariire. (Photo by Tony KARUMBA / AFP)

Jubaland e il Nord

Rieletto nel 2022 dopo un primo mandato tra il 2012 e il 2017, Hassan Sheikh Mohamud è tornato alla presidenza della Somalia promettendo maggiore inclusività e un assetto federale più decentrato per superare divisioni e instabilità accentuatesi sotto la precedente amministrazione. Il presidente ha sottolineato la necessità di accompagnare le operazioni militari contro al-Shabaab con un’opera di riconquista del consenso sociale, rafforzando un islam moderato e pacifista e promuovendo negoziati con gli estremisti, strategie volte a isolare la narrativa jihadista.

«Tuttavia – spiega in un’analisi Giovanni Carbone, responsabile del desk Africa di Ispi (Istituto studi di politica internazionale) -, dopo un inizio promettente, le relazioni politiche interne si sono deteriorate, in particolare tra il governo federale e gli Stati federati di Puntland e Jubaland, già critici durante la presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo”». L’accusa principale a Mohamud è quella di voler centralizzare il potere attraverso le riforme costituzionali adottate dal Parlamento nel 2024, che ampliano i poteri presidenziali, rendono il primo ministro dipendente esclusivamente dal capo dello Stato, introducono l’elezione diretta del presidente e limitano a tre il numero di partiti politici. A novembre 2024 Jubaland ha rifiutato le riforme e interrotto ogni rapporto istituzionale con Mogadiscio, mentre Puntland ha ritirato la propria partecipazione alla Conferenza nazionale sul dialogo nell’aprile 2025.

Come osserva Giovanni Carbone, «le tensioni tra governo federale e stati regionali riflettono un conflitto strutturale tra centralizzazione e autonomia, che rimane il principale ostacolo alla stabilità della Somalia». Queste divisioni interne continuano a rendere incerta la prospettiva di pace e sicurezza nel Paese.

A Sud, nella regione del Jubaland, i contrasti tra le autorità locali e il governo federale hanno generato nuovi scontri. «Ad agosto si sono registrati combattimenti intensi -, osserva Cok -. L’Etiopia, in questo contesto, ha fornito un certo sostegno ad alcune fazioni locali, alimentando ulteriormente il conflitto».

Al Nord, la situazione non è meno complicata. A luglio è stato proclamato il nuovo North-East regional state of Somalia, formato dall’unione delle regioni di Sool e Sanaag. «Questa nuova entità è nata sulle ceneri della guerra contro il Somaliland, che ha interessato parte del 2023 e tutto il 2024, e rappresenta un modo per ridurre l’influenza sia del Somaliland che del Puntland», spiega Cok. Ma la nascita dello Stato nordorientale ha generato ulteriori scontri, con combattimenti registrati anche a settembre. «È un quadro che va monitorato con attenzione – sottolinea -. Da un lato si creano nuove forme di rappresentanza, dall’altro si moltiplicano i focolai di conflitto».

Le tensioni sono forti con il Puntland, che mantiene una posizione di aperta sfida al governo, e con il Somaliland, che continua a dichiararsi indipendente. «In questi mesi gli Emirati arabi uniti hanno cercato di mediare tra il governo federale e il Jubaland – osserva Cok -. Ci sono segnali di riavvicinamento, ma la fiducia resta fragile».

Gli altri Stati federali rimangono invece più legati a Mogadiscio, sia per ragioni logistiche che per dipendenza economica. «La vera partita si gioca con Puntland e Jubaland: se non si ricompone il rapporto con loro, la Somalia resterà bloccata in un equilibrio precario», sottolinea Cok.

Rischio di nuove tensioni claniche

Il 2026 dovrebbe essere l’anno delle nuove elezioni, ma l’incertezza è altissima. Nel 2024 il governo federale ha approvato modifiche costituzionali che introducono l’elezione diretta, superando il vecchio «sistema del 4.5» (modello di condivisione del potere basato sui clan, nato dopo la guerra civile, ndr), che distribuiva seggi e potere in base alla rappresentanza clanica.

«In teoria è un passo verso il suffragio universale, come previsto dalla Costituzione transitoria del 2012 – spiega Cok -, ma nella pratica non esistono le condizioni politiche e di sicurezza per votare in tutto il Paese».

Il rischio è duplice: da un lato che le elezioni si trasformino in una frode, limitate a poche aree sicure; dall’altro che si spezzi l’equilibrio clanico che finora ha garantito una fragile suddivisione del potere. «Il sistema 4.5 ha mantenuto una certa stabilità. Romperlo adesso potrebbe riaprire vecchie ferite e risvegliare rivalità claniche simili a quelle degli anni ’90», avverte l’analista.

Students wave a Somali flag during a demonstration in support of Somalia’s government . (Photo by ABDISHUKRI HAYBE / AFP)

Etiopia, Kenya e gli altri

Il ruolo delle potenze vicine resta decisivo. «L’Etiopia aveva migliorato i rapporti con Mogadiscio grazie alla mediazione turca, ma negli ultimi mesi la relazione si è deteriorata. Addis Abeba è accusata di sostenere fazioni ostili al governo federale nel Jubaland. Il Kenya, invece, mantiene un approccio più prudente: buoni rapporti con Mogadiscio, ma anche un legame stretto con le autorità del Jubaland, per controllare meglio il confine e prevenire infiltrazioni jihadiste.

Uganda e Burundi giocano un ruolo minore, ma non irrilevante. Kampala, ad esempio, ha ospitato ad aprile una conferenza per rafforzare la missione dell’Unione africana, promettendo nuovi contingenti. Il Burundi, invece, ha ritirato le proprie truppe, in polemica con Mogadiscio.

Sul piano internazionale, la Turchia è oggi il principale partner della Somalia. «Ankara ha investito in tutti i settori: addestramento militare, fornitura di armi e droni, intelligence, gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio», elenca Cok. Nel 2024 è stato firmato anche un accordo sulla sicurezza marittima, che affida ai turchi la protezione di ampi tratti della costa somala, oltre a concessioni per l’esplorazione di idrocarburi offshore.

Gli Stati Uniti restano un attore di peso, soprattutto sul piano militare e dell’intelligence, mentre l’Unione europea concentra i suoi sforzi attraverso missioni di addestramento e programmi di cooperazione. Gli Emirati arabi uniti giocano, invece, una partita di influenza più frammentata, sostenendo in particolare Somaliland, Puntland e Jubaland.

E l’Italia? «Roma continua a considerare la Somalia uno dei principali Paesi partner in Africa», afferma Cok. Oltre alla cooperazione allo sviluppo, l’Italia ha un ruolo centrale nella missione europea di addestramento militare e mantiene una presenza attiva anche nella formazione della polizia somala.

«Di recente – aggiunge – l’Italia ha contribuito con cinque milioni di dollari alla missione dell’Unione africana (Aussom), insieme a Spagna e Corea del Sud». Un impegno che conferma il peso italiano, anche se limitato dalle risorse disponibili.

Un Paese sospeso

La Somalia resta, dunque, un mosaico fragile, attraversato da guerre locali, ambizioni jihadiste e rivalità internazionali. «Non vedo rischi immediati di secessione, a parte il Somaliland» (di fatto indipendente da anni, ndr), conclude Cok. «Ma se la crisi elettorale dovesse degenerare, Stati come il Puntland potrebbero spingersi sempre più verso una vita autonoma e scollegata da Mogadiscio».

In questo scenario incerto, la popolazione continua a vivere tra speranza e paura. Speranza che le elezioni portino maggiore rappresentatività e stabilità. Paura che, invece, il Paese ripiombi nel caos degli anni Novanta.

Enrico Casale

UNA PRESENZA SOLIDALE

La Chiesa c’è attraverso la Caritas

La Somalia è una nazione a maggioranza islamica: le statistiche più recenti indicano che il 99% della popolazione è musulmana. Eppure, la Chiesa cattolica da decenni svolge un ruolo importante a favore della comunità locale. Nel Paese, a parte alcuni sacerdoti impegnati come cappellani nei reparti militari stranieri presenti sul territorio e un prete a Hargeisa (Somaliland), non esiste più una presenza ecclesiale strutturata. Non ci sono chiese, e la cattedrale di Mogadiscio è stata distrutta.

A testimoniare la presenza cattolica resta la Caritas Somalia. È nata nel 1980 per iniziativa di monsignor Salvatore Colombo, allora vescovo di Mogadiscio, per rispondere alla crisi dei rifugiati seguita alla guerra dell’Ogaden e per collegare i bisogni locali con la solidarietà delle Caritas consorelle. Oggi ha sede a Gibuti. «Attualmente – spiegano monsignor Jamal Daibes, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, e Sara Ben Rached, direttrice esecutiva di Caritas Somalia – lavoriamo con progetti mirati agli sfollati interni, ai migranti, all’empowerment femminile, all’educazione, alla sanità, senza dimenticare le attività di pace e di advocacy, che rappresentano una componente essenziale per costruire un futuro più stabile e dignitoso per la popolazione somala. Operiamo attraverso partner locali, con frequenti missioni in loco».

I rapporti con le autorità sono buoni: Caritas Somalia è riconosciuta dallo Stato come associazione caritativa. Anche le relazioni con la popolazione sono positive. «I rapporti con la gente sono improntati alla fiducia e alla collaborazione, grazie a progetti concreti e partecipativi, secondo la logica dell’“aiuto chiesto e condiviso” – aggiungono -. Pur essendo la Somalia un Paese a maggioranza musulmana, e nonostante vi siano state tensioni, le comunità locali riconoscono e apprezzano l’aiuto ricevuto, senza distinzione di fede. La Chiesa cattolica è percepita soprattutto come una presenza solidale e umanitaria».

Lavorare in Somalia non è semplice. «Siamo impegnati in un contesto complesso – concludono -. Il sostegno internazionale e i fondi sono sempre più scarsi. L’accesso al territorio è limitato, e ciò obbliga a operare quasi esclusivamente attraverso attori locali. A questo si aggiungono l’incertezza politica e i costi elevati legati alla sicurezza. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’instabilità climatica: la Somalia è ciclicamente colpita da siccità e inondazioni, fenomeni che devastano i mezzi di sussistenza e costringono migliaia di persone a spostarsi. La presenza di gruppi armati e i conflitti locali accentuano questa precarietà, rendendo difficile avviare progetti di sviluppo a lungo termine. La Somalia è un territorio difficile, ma abbiamo deciso di restare, sempre a fianco della popolazione».

En.Cas.